LOUISE MARGUERITE CLARET DE LA TOUCHE

DIARIO INTIMO

a cura di Philippe Vercoustre, o.p. - Louise Marguerite Claret de la Touche - Piero Gribaudi Editore - Proprietà letteraria riservata © 1988 by Piero Gribaudi Editore 10128 Torino - C.so Galileo Ferraris, 67

Imprimatur:

Arrigo Miglio, vic. gen. Ivrea, 9-XI-1983

Traduzione di Rosalba Giugni

Presentazione dell'editore

Oggi si parla tanto di dialogo, quasi fosse la conditio sine qua non della testimonianza cristiana. Un profluvio di parole; un crepitare di mes­saggi; un guazzabuglio di chiacchiere che lasciano il tempo che trovano, mentre la temperatura della fede sta scendendo a livelli paurosamente bassi. A me non risulta che il Signore abbia dialogato, come lo intendiamo oggi, se non in un'occasione precisa: quando colloquiò con Simon Pietro sulle sponde del Lago di Tiberiade, dopo che era risorto e come a con­clusione della sua vita terrena. Alla triplice, struggente domanda: « Si­mone di Giovanni, mi ami tu? », Pietro risponde affermativamente, ma come desolato dalla propria incapacità di dire, con le parole, quel sì che Gesù gli chiede dica con la propria vita. Dialogo d'amore tenerissimo e misterioso, che chiude il Vangelo di Giovanni in modo emblematico, quasi a significare che la Domanda per eccellenza, l'unica, la definitiva, l'eterna domanda che interpella l'uomo sin dalle origini, la pone Dio, l'ha in­scritta Dio nel cuore di ogni realtà, e all'uomo non resta che rispondere. E la risposta non è un « ma », un « se », un « distinguo »: è un sì o è un no. E se è un sì, sia pure impacciato, tormentato, spazientito come quello di Pietro, scatta allora la conseguenza cui ogni fibra dell'uomo resiste: « Seguimi », « Tu, seguimi » (Gv 21, 19.23). Così termina l'ul­timo dei Vangeli; così, con una semplicità assoluta e tragica, si consuma la vita dell'uomo. Seguire o non seguire; in altre parole, terminare an­ch'egli trafitto nel fallimento della Croce, oppure appendere la propria vita a un altro « albero », ricco forse di fogliame e di frutti ma che non prelude ad alcuna resurrezione, ad alcun aldilà. Qui - e non altrove - sta la sostanza, lo specifico cristiano. Ogni altra « prospettiva » è vana ciancia.

Ecco allora il vero perché della gioia che provo nel pubblicare questo Diario intimo. Esso è sì un dialogo, ma l'unico vero dialogo a misura d'uomo, degno dell'uomo, inscritto nei recessi più profondi del suo cuore: dialogo con Dio che si consuma, rapidissimo ed eterno, in una sola parola: « Sì ». Louise Marguerite Claret de la Touche non ha, a ben vedere, nulla d'eccezionale se non questo « sì » articolato infinite volte, con in­finite modulazioni, in infiniti totali abbandoni. Non ha nulla di eccezio­nale Louise Marguerite Claret de la Touche se non la risposta piena, ap­passionata, all'eterna Domanda di Dio: « Mi ami tu? » Non è poco. È tutto.

Quel tutto accende allora - ma solo allora, quando l'adesione a Cristo è come quella di un fanciullo alla madre - la possibilità di un a tu per tu senza limiti. A tu per tu tanto più vero, animato, fruttuoso, irradiante nel tempo e nello spazio quanto più Louise Marguerite si abbandona al misterioso gioco di Dio che le rivela gli abissi del Suo amore e le diviene sempre più Maestro d'Amore.

Altri dirà il contenuto teologicamente e spiritualmente profondo di questa esperienza. A me preme sottolineare l'attualità del compito che questa donna di Dio ha affidato alle sue figlie e - tramite loro - a tutto il laicato: l'assistenza spirituale, la vicinanza cordiale (cioè del cuore nel senso profondo del termine) al sacerdote. È un compito e un dovere fon­damentale di una particolarissima urgenza. E Madre Louise è stata, al riguardo, realmente un segno posto dallo Spirito con l'anticipo opportuno ch'Egli solo può prevedere. Questa donna, dalla femminilità intensa vis­suta in integrità e consapevolezza (quella femminilità tutta concretezza e oblatività che già fu tipica di Teresa la Grande), ha visto lontano: ha visto l'oggi e ancor più, forse, il domani.

La lucidità e la passione spirituale con cui persegue il suo scopo squi­sitamente interiore ma ben calato nella realtà è monito ed esempio che va ben al di là dell'Opera da lei creata.

Mai come oggi la solitudine del sacerdote è stata acuta, e acutamente sofferta. Mai come oggi il suo compito è stato difficile, ingrato, ango­sciante. Mai come oggi il suo stesso ruolo subisce costanti appannamenti. Una malintesa interpretazione postconciliare ne ha mortificato, credendo di esaltarne, la specificità. Sì che in moltissimi casi si può parlare a ra­gion veduta di crisi di identità, a volte gravissima, del sacerdozio. Ma quel che conta non è una diagnosi che porterebbe lontano. Madre Louise un'unica volta, in queste pagine, tenta una diagnosi di cui immediata­mente riconosce la relatività. Tutti diagnosticano oggi, pochissimi curano. Ed invece la cura, nel caso nostro, deve cominciare urgentemente a pre­cedere la diagnosi, com'è d'altronde nel comportamento di Cristo, che prima guarisce, poi mette a nudo le cause della malattia.

Io credo sinceramente che se la missione cui Madre Louise ha voluto si dedicassero le sue figlie trovasse udienza presso i mass-media, attire­rebbe immediatamente l'adesione e il consenso di tanti. Ma rischierebbe un veloce incenerimento, come i molti appelli all'emozione e al sentimento che si stemperano alla prima brezza contraria o si logorano in strutture organizzative paralizzanti. Qui non si tratta di mettere una toppa, ma di far nascere in profondità il convincimento che la Comunione dei Santi agisce potentemente sin da quaggiù - secondo il disegno di Dio - purché realmente vissuta, testimoniata e sofferta e non concettualizzata o teorizzata. Qui non si tratta tanto di far sentire al prete il calore delle famiglie che ha in cura, di partecipare ai suoi problemi, di condividere il suo cammino. Si tratta di questo, anche. Ma ciò che soprattutto conta è quel palpito intimo e perennemente rinnovato di preghiera e di fede che possa irrobustire la sua, se è debole, darle alimento, respiro, senso, so­stanza. Sono pochi i sacerdoti in grado di obbedire al « Seguimi », al « Tu, seguimi » del Signore per tutta una vita se non sentono mancati, stretti al fianco in tale sequela - mai facile per nessuno - fratelli e so­relle nella fede e nella preghiera più profonde. Siamo chiamati - noi laici, dietro lo stimolo di Louise Marguerite Claret de la Touche - non tanto e non solo ad affiancare il sacerdote negli aspetti contingenti dell'esistenza quanto a far sì ch'egli acquisti forza soprannaturale perché possa ritrovare l'autorevolezza e l'audacia di dirci lui, a sua volta, come il Maestro, quel « Seguimi », « Tu, seguimi », che è la missione specifica del prete.

Madre Louise Marguerite ha sentito questa necessità come lo scopo primario, singolare della sua vita. Le Suore di Betania, in povertà e na­scondimento, prolungano nel tempo la sua Opera. Manca qualcosa. Manca la partecipazione di noi laici, che invece di dialogare a destra e a manca dovremmo cominciare a interrogare severamente noi stessi circa questa necessità. Tardare a rispondere sarebbe molto grave.

P. G.

 

Prefazione

Nella nostra epoca materialista, in cui l'uomo vive in un universo sem­pre più dominato dalle scienze biologiche, dalle scienze tecniche, non è irragionevole proporre ai nostri contemporanei il Diario di una religiosa, e per di più mistica? Non è pretenzioso pubblicare delle Note Intime in cui fenomeni straordinari allo sguardo del profano - visioni, voci ve­nienti dall'Aldilà - si mescolano alle sofferenze della vita che esterior­mente sono la sorte di ogni condizione umana?

Madre Luisa Margherita Claret de la Touche appare come una donna che all'inizio del XX secolo ha ricevuto da parte di Dio un messaggio per i preti della Chiesa cattolica. Chi potrà negarne, al giorno d'oggi, la bru­ciante attualità?

Nella sua natura profonda l'uomo non cambia. Fin dalla preistoria è sempre stato un « mostro » d'inquietudine. I grandi interrogativi sono identici. In definitiva, che cosa è l'uomo? Quale il senso, il significato, lo scopo della sua vita? La civiltà industriale ha reso asettica la morte. Negli atri delle nostre chiese romaniche, delle nostre cattedrali gotiche, l'uomo medievale conosceva la risposta della sua fede: vi è un cielo, così come vi è un inferno. Cristo giudica le azioni buone o cattive e la Vergine Maria, gli Angeli, i Santi, sono gli intercessori della Salvezza promessa.

La grande maggioranza dei nostri contemporanei ignora il contenuto della fede, e parecchi cristiani dubitano della realtà della Verità dell'In­visibile.

Da vent'anni a questa parte questo scetticismo razionale ha raggiunto numerosi preti che invano ricercano una loro identità.

Pubblicando questo Diario vorremmo rafforzare le certezze, aprire gli spiriti e i cuori a una Speranza rinnovata nell'Amore Infinito di Dio.

Ecco brevemente la vita di Margherita Claret de la Touche. Nasce il 15 marzo 1868 a Saint-Germain-en Laye, in una famiglia dell'aristocrazia provinciale. Suo padre muore nel 1875 e la madre sposa in seconde nozze il signor de Chamberet, che aveva una buona posizione presso la prefet­tura. Si stabiliscono a Valenza. A ventidue anni, Margherita entra nella Visitazione di Romans, dove fa vestizione il 7 ottobre 1891 ed emette i voti il 17 ottobre 1892, festa di Santa Margherita Maria Alacoque. Il 6 giugno si confessa dal Padre Charrier S.J. che diventa il suo padre spi­rituale. A lui affiderà la direzione della sua anima, le sue Note, il mano­scritto che verrà pubblicato per la prima volta nel 1910.

Il suo direttore le chiederà di scrivere l'Autobiografia e un Quaderno delle sue tentazioni. Come la maggior parte delle Congregazioni religiose in Francia dedite all'insegnamento, il 6 marzo 1906, dopo tre anni in cui la decisione viene procrastinata di giorno in giorno, la comunità prende la strada dell'esilio e si trasferisce in Italia, a Revigliasco, non lontano da Torino. Il 16 maggio Madre Luisa Margherita viene eletta Superiora. Nel gennaio 1909 la comunità deve emigrare a Mazzè in diocesi d'Ivrea. Il vescovo del luogo, Monsignor Filipello, avrà ormai una grande influenza nella sua vita, particolarmente nel trasferimento della comunità a Parella. Il 12 maggio 1910 la Madre è rieletta Superiora. Lascia l'incarico l'8 mag­gio 1913. Poiché erano sorte delle difficoltà con la nuova superiora, in obbedienza al vescovo d'Ivrea la Madre lascia Parella il 6 agosto 1913. Successivamente, prima di giungere a Roma il 2 novembre 1913, sog­giorna presso le Visitazioni di Massa, di Pisa e di Bologna. In quel pe­riodo redige un breve volume, non terminato: Le livre de l'Amour Infini (prima edizione nel 1928). A Roma, alla Sacra Congregazione dei reli­giosi, ottiene contro ogni aspettativa di fondare nella diocesi di Ivrea una seconda casa della Visitazione, che sorgerà a Vische, a 20 km. da Ivrea. Insieme a due compagne, una suora di Parella e suor Margherita Rey­naud, ed in seguito con due postulanti, la vita si organizza in una radicale povertà. Durante tutta la vita la Madre aveva avuto una salute fragile. A 47 anni, il venerdì 14 maggio 1915, dopo bronchite, malattia di fegato, idropisia, muore. Dieci minuti prima dell'ultimo respiro, pronunzia queste parole: « Ils arrivent »...

Esistenza quanto mai banale agli occhi degli uomini! Bisogna sottoli­nearlo: la Madre aveva chiesto al Signore come una grazia che la sua comunità e le persone che le erano vicine ignorassero la sua eccezionale intimità con Dio. Ce lo rivelerà il suo Diario. Ad una prima lettura, forse certi lettori saranno stupiti della povertà del suo linguaggio. Racine aveva a sua disposizione ottocento parole; nondimeno è il principe della poesia francese. Potrei anche dire con il Padre Lacordaire: « L'amore non ha che una parola e si ripete sempre ».

A dire il vero, questo Diario ci offre una versione moderna del Can­tico dei Cantici. Nel corso degli anni Dio si sceglie questa o quella creatura - più spesso una donna, mi diceva André Frossard - con la quale allaccia dei rapporti da sposo a sposa. La Chiesa non è forse la mistica sposa del Signore? Ognuno può cantare con la Sposa del Cantico: « Io sono per il mio Diletto e il mio Diletto è per me; egli pascola il gregge tra i gigli ».

Non è un amore lezioso, sentimentale, insipido, quale ahimé l'imma­ginazione religiosa della Belle Epoque ce ne ha trasmesso l'espressione. E’ un amore di sangue, che passa per la Passione e la follia della croce. Quasi ad ogni pagina incontriamo la parola sofferenza. Il cristianesimo non è dolorismo né masochismo, ma San Paolo aveva capito che gli occor­reva « completare nella (sua) carne quello che mancava ai patimenti di Cristo, a favore del suo Corpo che è la Chiesa ».

Non vi è essere umano che sfugga alla sofferenza, essa fa parte della condizione umana come « la morte che fa della vita un enigma », dice Malraux. Il cristiano l'assume su di sé sapendo che essa ha un significato di redenzione. Il Signore la offre a certe creature affinché queste penetrino più profondamente nei segreti dell'Infinito del suo Amore che ha avuto il suo culmine nella croce. « Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici », dice Gesù nel suo discorso dopo la Cena, qualche ora prima dell'agonia e della crocifissione.

Madre Luisa Margherita ebbe molto a soffrire. Sofferenze fisiche, una salute fragile che le richiese una tensione tanto più forte se pensiamo al suo temperamento sensibilissimo, quello che normalmente viene chiamato - con un termine non appropriato - temperamento nervoso. Parecchie volte fu sul punto di morire, ciò che d'altra parte le darà, in certi periodi, il ricorrente pensiero della morte vista come liberazione, « liberazione delle anime prigioniere », in adempimento alla volontà di Dio.

Sofferenze morali di ogni genere. Essa, così fine e colta, andrà a vi­vere in una comunità dove non sempre sarà capita dai suoi superiori. Non può sopportare le meschinità del quotidiano, le inconsce gelosie delle altre suore. I rapporti con il suo padre spirituale non saranno facili: come Giovanna d'Arco, obbedisce alle proprie voci; il padre Gesuita, apostolo indomabile, non la segue molto sul terreno delle sue differenti esperienze mistiche.

Sofferenze ancora più crocifiggenti, quelle della notte della fede. In certe ore dubita di sé: ciò che le succede, è sogno o realtà? Tuttavia va avanti sostenuta dalla potenza dello Spirito, il che non manca di essere causa di altre sofferenze. In definitiva, non agirà che nell'obbedienza di un umile amore, segno di ogni autentica santità.

Abbiamo lasciato di proposito delle annotazioni in cui essa tiene conto della sua vita sovraccarica di occupazioni. Scopriremo una donna dal­l'acuto senso del concreto: una donna che ha la capacità di osservare, che gusta l'armonia della creazione di Dio. Si può veramente affermare che il dono della grazia è venuto ad affinare e completare una natura già di per sé particolarmente ricca.

La grazia, quando la si lascia agire, fa crescere l'uomo nella santità. San Paolo parla a parecchie riprese di crescere in Cristo, di giungere alla maturità della pienezza di Cristo. È una lettura di questo Diario che non ci può sfuggire. Gesù la prepara lentamente a diffondere nel Sacerdozio il messaggio dell'Amore Infinito. Per strade imprevedibili, illogiche ai nostri sguardi umani - « Le mie vie non sono le vostre vie » dice Jahvé a Isaia - Dio ha plasmato lentamente, progressivamente lo spirito e l'anima della Madre. Quando si segue passo passo la sua evoluzione spirituale, dalla sua conversione a 20 anni allorché è attratta e scossa fin nel più pro­fondo del suo essere dalla lettura della Vita di San Luigi Gonzaga, a Pro­vins nel novembre 1887, a quando decide di entrare nella vita religiosa, è facile seguire i suoi progressi. Essa passa da una religione convenzionale ad una religione personale. Il suo primo ritiro alla Visitazione di Romans, nell'aprile-maggio 1890, testimonia una volontà ardente di donarsi a Dio. Legge gli « Esercizi spirituali di Manresa » e come ogni ragazza di mondo idealizza la vita monastica. Forse che anche oggi i laici non idealizzano la vita religiosa, così come i monaci e le monache e parecchi giovani religiosi o giovani preti non idealizzano la vita coniugale?

Ma ci accorgeremo che molto rapidamente essa assume l'esatta misura della realtà oscura, imperiosa della vita quotidiana propria della vita Visi­tandina, anche se meno austera di quella delle Clarisse, delle Carmelitane o delle monache Domenicane; effettivamente la vita comune ha delle esigenze di rinunzia, di perenne dono di se stessi, in una vita monotona che niente viene a distrarre. Quelle esigenze sono tanto più crocifiggenti se pensiamo che la Madre è vissuta per ventidue anni in un ambiente raffi­nato, quello dell'aristocrazia e della borghesia di provincia. Essa viene a trovarsi di colpo in un ambiente il cui linguaggio è diverso, meno sponta­neo, le preoccupazioni non sono né di ordine letterario, né teatrale, né musicale, ancor meno politico o mondano - il suo patrigno, il signor de Chamberet, aveva fatto parte del gabinetto del prefetto di Valenza. In tutti i monasteri il linguaggio è felpato; le assemblee o riunioni quotidiane hanno, come tema, dei soggetti religiosi, le ricreazioni sono punteggiate dai piccoli incidenti della vita di comunità. Durante il tempo del Noviziato le notizie dall'esterno le arrivano solo ogni tanto. « Occorre perdere la propria anima per guadagnarla », ha detto Gesù. Certamente, durante i primi anni vi è un ritorno ad una specie di grazia d'infanzia spirituale, e questa l'aiuterà a spogliarsi del suo io: una purificazione passiva.

Ho parlato di sofferenze. Nel suo ritiro del 1892, la novizia le avverte con una stupefacente lucidità. Vi è in lei una parte di razionalità e di indomabile volontà che non bisogna sottovalutare. Giudica gli esseri e gli avvenimenti con precisione. D'altronde è dotata di una viva sensibilità, acuita dal romanticismo fine secolo proprio degli ambienti borghesi. Non bisogna dunque stupirsi se incontra difficoltà a familiarizzare con la vita comunitaria.

Molto presto - dal 1892-1893 - la Madre beneficerà di grazie infuse... senso della presenza di Gesù nel suo cuore, sensazione o esperienza della presenza di Dio.

Noteremo che molto rapidamente, nel 1893, sarà contemporanea­mente attirata dal desiderio di soffrire con il Cristo Crocifisso, nell'aspi­razione ad entrare sempre più nei segreti del Cuore di Gesù.

Nel XVIII secolo la Visitazione aveva beneficiato di una grazia insigne. Gesù aveva mostrato il suo Cuore a Santa Margherita Maria Alacoque: « Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini »; quella devozione era molto viva e lo è ancora oggi, alla fine del XX secolo. Il suo ultimo viaggio mentre era nel mondo era stato un pellegrinaggio alla Visitazione di Paray-­le- Monial.

Gesù le svelerà le sue « dimore » nell'umanità; dall'umanità di Gesù essa contemplerà la divinità, fino al « cuore » di Dio, che è lo Spirito Santo. Questo termine è una parola intesa dalla Madre.

Nel leggere questo Diario, constateremo anche che Gesù l'associa alla sua dolorosa Passione; in certe ore essa ha conosciuto come una Caterina da Siena delle invisibili stigmate.

« L'Amore Infinito » è una espressione che le è particolarmente cara. Appare nel suo linguaggio a partire dal novembre 1895. Possiamo essere persuasi che questa espressione diverrà esperienza vissuta.

Si può affermare che attraverso tutta una vita in cui non rifiuta nulla all'amore di Gesù, essa ha il privilegio di vederlo, di appoggiare le labbra sulla piaga sanguinante del suo costato. « Visione immaginativa », dicono i teologi... Essa ha un'anima di desiderio. Sant'Agostino definisce l'uomo « un essere capace di Dio ». Come molti mistici, Santa Caterina da Siena, Sant'Angela da Foligno, Santa Teresa d'Avita, San Giovanni della Croce, la sua anima sarà tesa tra Dio e ciò che gli spirituali dell'Ecole Frangaise del XVII secolo chiamano il nulla. La Madre possiede una grande cultura letteraria che in convento diventerà spirituale; più particolarmente leggerà le opere di San Francesco di Sales: il Trattato dell'Amore di Dio, l'Introduzione alla vita devota, il Direttorio che era ancora invariato nel XIX secolo. La Madre calerà il suo linguaggio in quello del suo Fondatore. Julien Green afferma nel suo Diario che il XVII secolo aveva scoperto un linguaggio ineguagliabile per parlare delle realtà divine.

Dio la introdurrà ancora di più nel suo mistero, e sarà la visione intel­lettuale degli abissi, magnifica sintesi del disegno d'amore di Dio sul cosmo e la storia. Si può dire che nell'anno 1901 la sua anima ha toccato una vetta: un inizio della Vita Eterna, direbbe San Tommaso.

Gli interventi diretti di Gesù saranno più serrati negli ultimi anni. La Madre è una vera mistica. Ne le due fonti della morale e della religione, Bergson scrive: « Bisogna considerare che il misticismo puro è un'esi­stenza rara, che più facilmente si incontra allo stato di diluizione, che nondimeno comunica alla massa alla quale si mescola il suo colore e il suo profumo, e che occorre lasciarlo praticamente inseparabile da questa se lo si vuole rendere operante, perché è così che esso ha finito per im­porsi al mondo ».

Non immaginiamo la Madre in una preghiera solitaria. Durante la sua vita Teresa d'Avila fondò diciotto monasteri. La Madre fu praticamente l'anima della sua comunità nel cambiamento che nel 1906 portò la Visita­zione in Italia. Dal 1907 al 1913 fu Superiora e in quel periodo conobbe due traslochi. In un tempo record, con una serie di pratiche a Roma, in mezzo a sofferenze e difficoltà diventa fondatrice di una nuova Visitazione di Santa Maria a Vische, a 45 km. da Torino. Il 25 marzo 1914, nella festa dell'Annunciazione, si celebra la prima Messa nel nuovo convento. Vi muore il 14 maggio 1915, attorniata dalle sue Figlie. Come Giovanna d'Arco può dire: « Le mie voci non mi hanno ingannata ».

FR. PHILIPPE VERCOUSTRE O. P.

 

Nota redazionale

Il Diario proviene da tre fonti diverse. Abbiamo:

1) Delle Note manoscritte su fogli disparati: non tutte sono datate in modo preciso. Ma nel repertorio degli archivi di Vische sono classificate in un ordine soddisfacente.

Dopo la comparsa dell'edizione francese del Journal intime, abbiamo trovato in alcuni piccoli quadernetti delle note buttate su carta lì per lì nel 1890, prima del suo ingresso nel monastero della Visitazione di Ro­mans il 20 novembre 1890. L'importanza delle Note dal 1890 al 1892 incluso, è di evidenziare uno spirito in piena evoluzione, un carattere d'acciaio, una volontà di ferro ed un cuore che sempre più si apre al­l'amore del Signore. Già dal 1892 possiamo intravedere l'abbozzo di grazie straordinarie.

2) Un'altra fonte è costituita dai tre volumi: Au service de Jésus­ Prétre e dalle Note Intime estratte dagli scritti di Madre Luisa Marghe­rita de la Touche.

3) Un manoscritto dattilografato « Note intime » Varia, in cui tro­viamo la riproduzione integrale di un buon numero di foglietti mano­scritti. Ci serviremo di quei testi completi che illuminano la situazione concreta che la Madre ha davanti.

La letteratura mistica è spesso di tipo lirico: effusioni del cuore, bal­bettamenti a contatto dell'Ineffabile. Di sua natura è ripetitiva. Nell'im­possibilità in cui ci troviamo di stabilire un'edizione « princeps », abbiamo preferito fare una scelta, il che ci ha portati ad eliminare delle ripetizioni e delle Note che a distanza di tempo mancano di importanza significativa. Abbiamo deciso di seguire l'ordine cronologico e di riferire ciascuna Nota Intima nella sua integrità.

È da sottolineare che tutte le Note scritte sono state viste dalla sua Superiora nel mese di maggio 1897. Solo a partire dal mese di settembre 1902 la Madre rimette al Padre Charrier S. J., suo confessore, la totalità delle Note scritte. Esse conserveranno sempre un carattere di spontaneïtà e di freschezza. La Madre non scrive per essere letta, come avviene per ogni scrittore, ma per ricordare a se stessa le grazie e le comunicazioni ricevute e per farsi controllare dal suo direttore. Non dimentichiamo che è dal 1902 al 1904 che, dietro ordine del suo padre spirituale, la Madre scrisse di primo getto una parte di quello che nel 1910 diventerà Le Sacré-Coeur et le Sacerdote, pubblicato nel 1982 sotto il titolo Le Coeur de Jésus et le prêtre. Nel 1904-1905, Padre Charrier le fece scrivere la sua Autobiographie spirituelle e il Cahier des tentations (Archivi di Vi­sche). Abbiamo utilizzato questa piccola opera nelle Note.

FR. PHILIPPE VERCOUSTRE O. P.

 

Augurio al lettore

Siamo liete che venga pubblicato nuovamente gran parte del Diario intimo della nostra Fondatrice, madre Luisa Margherita Claret de la Touche. Possiamo lasciare nascosto un tesoro al quale attingeremo sola­mente noi suore di Betania del Sacro Cuore e gli altri membri dell'Opera sacerdotale intravista dalla Madre?

Eredi di una spiritualità tutta centrata sull'amore, sulla fede in Dio Amore, sull'abbandono alla sua volontà, siamo chiamate a viverla nel carisma della vita contemplativa in seno alla Chiesa, verso la pienezza dell'unità auspicata da Gesù. Preghiera, sacrificio, silenzio sono i pilastri della nostra vita quotidiana in risposta ad una chiamata precisa di Dio, verso il quale rivolgiamo lo sguardo per scoprire il suo amore; nello stesso tempo vogliamo avere gli occhi e il cuore aperti sul mondo per coglierne le ansie e le speranze e portarle a Lui nella preghiera.

Con i suoi scritti madre Luisa Margherita ci riporta nella linea del Vangelo, all'essenziale. Bisogna esserne convinti e testimoniarlo con coe­renza, nella semplicità e nella gioia di un cuore totalmente donato al suo Signore per l'avvento del Regno, per la santità della Chiesa e più partico­larmente dei suoi sacerdoti.

Il piccolo seme gettato in terra il 14 maggio 1915 con la morte di madre Luisa Margherita a solo 47 anni, è cresciuto, si è allargato: l'Opera sacerdotale si è sviluppata. Betania ne rimane la « radice nascosta » e trova pure nel suo nome un invito a costruire in ogni comunità quello spirito di fraternità e di accoglienza che Gesù e gli apostoli trovavano a Betania.

Auguriamo ai lettori di queste pagine di penetrare più profondamente nel mistero di Dio che è Amore e che chiama ciascuno ad una comunione più intima con Lui per diventare i suoi autentici testimoni nel mondo.

 

 

1890

Santa dolcezza, così predicata e così ben messa in atto dal dolce Fran­cesco di Sales, sei tu che forzi le porte dei cieli; sei tu che guarisci le anime e le riconduci al bene, meglio del rimprovero sferzante della discus­sione e della freccia acuminata del timore; sei tu, santa mansuetudine, che prendi per mano gli infanti e i deboli e forzi ad inginocchiarsi gli orgo­gliosi di questo mondo. Vieni nella mia anima, celeste rugiada che trai origine dal sorriso di Gesù; intenerisci il mio cuore, fallo compassione­vole verso gli infermi e i poveri; metti sulle mie labbra il miele che in­canta e converte gli increduli; rivestimi di quell'ampio mantello nel quale possano rifugiarsi tutti i miseri e tutti i pentiti. Vieni in me per domare queste rivolte della natura, per incatenare le passioni, per mettere freno ai bruschi assalti dell'immaginazione. Sii la scala misteriosa che mi faccia salire fino a Dio; presiedi alla mia morte, e portami sulle tue ali ai piedi del divino Agnello.

 

1890

La Morte! è la partenza dalla terra d'esilio per andare nella Patria; la Morte è il porto dopo la tempesta, è la completa guarigione di tutte le infermità del corpo, di tutte le debolezze e di tutte le sofferenze del­l'anima. La Morte è un'amica! Il giorno in cui si siederà al mio capez­zale, le tenderò le mani con fiducia e le dirò: « Prendimi! addormentami fra le tue braccia; il sonno che si gusta sul tuo seno mi sarà dolce, perché al risveglio brillerà per me un sole di Pace e di Verità! »

 

1890

Il sole brilla in mezzo al cielo di un azzurro così luminoso che sembra trasparente; un fresco vento agita gli alberi, tutto assume un'aria di festa, tutto sorride, si direbbe un giorno di primavera.

... Domani il vento del Nord soffierà a raffiche, la pioggia cadrà fredda sul suolo che si coprirà di fango, gli alberi si torceranno gemendo sotto il peso dell'aquilone!... Così sono le gioie del mondo! Un giorno, le feste; dopo, le lacrime. Soltanto in Dio c'è pace e stabilità!

 

1890

O Gesù! mio diletto, mio Salvatore e Maestro, mi rimetto completa­mente nelle tue mani potenti e misericordiose. Voglio fare in tutto la tua volontà santa per poterti provare il mio amore; poiché, Signore, sei il mio Salvatore, sai meglio di me ciò che occorre perché io sia salvata; infine, poiché sei il mio divin Maestro, voglio obbedirti in tutto, come una per­fetta serva. Tolgo dalla mia anima tutti i desideri che posso avere, sia che mi sembrino santi o profani; non voglio neppur chiederti la sola grazia che vivamente desidero, quella di consacrarmi unicamente a Te. Fa' di me e in me ciò che tu vuoi, Signore.

 

1890

Io sono di Dio, poiché sono l'opera delle sue mani. Voglio essere vera­mente l'opera di Dio riconquistando tutte le perfezioni sante che Egli mi aveva donato creandomi e che il peccato ha cancellato dalla mia persona. Voglio dunque lavorare senza tregua al mio perfezionamento.

Sono di Dio, così come ogni opera appartiene a colui che l'ha fatta. Per essere veramente di Dio, bisogna che mi stacchi da tutto ciò che mi impedisce di servirlo bene, e bisogna che la mia volontà non appartenga ad alcuna creatura. Non solo, occorre che la mia volontà non mi appar­tenga, ma che io mi sottometta di cuore alla volontà del divin Maestro. Sono realmente per Dio, perché è verso di Lui, e verso la sua infinita perfezione, che tendono tutti i miei desideri e tutte le mie aspirazioni; ma non sono per Lui che nella misura in cui l'avrò fedelmente servito e amato, altrimenti sarò per l'inferno.

Per essere tutta di Dio alla mia morte, bisogna che io cominci ad es­sere tutta per Lui in questa vita.

Le creature sono state messe da Dio al mio servizio allo scopo di avvi­cinarmi a Lui; dunque, debbo servirmi solo delle creature che mi condu­cono a tal fine e astenermi dalle altre.

Quanto alle creature completamente indifferenti, farò ciò che l'obbe­dienza mi comanderà.

 

Propositi presi il 7 maggio 1890

Non fermarmi alle obiezioni sulla fede che giungono al mio spirito, non ragionare come me stessa, ma umiliarmi davanti a Dio e sottomet­termi a tutto ciò che m'insegna la Santa Chiesa.

Non scoraggiarmi quando commetto una colpa ma fare un atto di contrizione, propormi di vegliare meglio su di me, e non più pensarci. Fare ogni sforzo per amare Dio con tutto il cuore, considerare spesso tutto ciò che Egli ha fatto per noi, e per me in particolare; sottomettermi in tutto alla sua santa volontà, sopportare con pazienza le mie malattie. Sorvegliare attentamente le mie conversazioni per non dire male del mio prossimo, tralasciare un motto di spirito, un'osservazione pungente, piuttosto che segnalare un fatto ridicolo, anche se visibile a tutti. Avere costantemente in mente il pensiero della presenza di Dio, ed in questa visione sorvegliare le mie più piccole azioni, parole o pensieri, per non offenderlo.

Non cercare il piacere nel mondo; mostrarmi semplicemente quale sono, senza occuparmi di ciò che gli altri penseranno o diranno.

Evitare quanto più possibile le distrazioni mondane, e quando sono obbligata a parteciparvi, fare qualche mortificazione, quale ad esempio pettinarmi con minor cura, vestirmi in fretta senza rimirarmi, e cercare di mettermi in un angolo e non farmi notare; infine, fare qualche pre­ghiera o un'opera di carità in più per espiare le colpe involontarie che avrò commesso in quelle occasioni.

Condurre una vita quanto più regolare possibile, al mattino fare una piccola meditazione e fare i propositi per la giornata; durante la giornata, adorare in spirito il Santo Sacramento, fare una lettura spirituale e reci­tare il rosario; alla sera, esaminarmi sulla giornata trascorsa.

Su tutto ciò che è indifferente, essere perfettamente sottomessa a mia madre, ma in tutto quello che potrebbe condurmi al peccato, resistere il più energicamente possibile.

Accostarmi ai Sacramenti quanto più frequentemente me lo permet­terà il confessore, con umiltà, con grande fiducia, vedendo nella Santa Comunione un rimedio alla mia debolezza.

Infine, non lasciare il mio spirito agitarsi, il mio cuore dissiparsi e la mia anima rattristarsi; parlare poco e avere continuamente il pensiero della presenza di Dio e dello sguardo di Maria, mettermi sotto la loro santa protezione e abbandonarmi con fiducia nelle loro mani, persuasa che dal momento che io metterò la buona volontà, N. S. Gesù Cristo e la Santissima Vergine custodiranno la mia anima.

Invocare i Santi e particolarmente San Francesco di Sales. Evitare con la massima cura ogni lettura inutile.

 

1890 - Risposta alle obiezioni della mia cara madre

« Siate perfetti come il vostro Padre celeste è perfetto ». Ecco il co­mandamento. Non ha detto: cercate di essere perfetti, ma: siate. Bisogna esserlo; ma l'uomo può essere perfetto? D'altra parte, non è stata detta, molto giustamente, quella frase che sembra una contraddizione evidente al comandamento del Salvatore: « La perfezione non è di questo mondo »? Come ha potuto N. S. Gesù Cristo, che conosceva bene gli uomini e che meglio di chiunque altro sapeva l'inclinazione che abbiamo al male; come ha potuto, Lui che conosceva la debolezza della nostra natura, dirci: « Siate perfetti »?

Sì, noi abbiamo dentro di noi una vera attrattiva al male, e di nostro non possiamo fare che male; ma con un lavoro ostinato e costante su noi stessi, lavoro aiutato dalla grazia che non manca mai agli uomini di buona volontà, possiamo poco a poco estirpare i vizi e piantare qualche virtù nel giardino della nostra anima, fino a quell'ultima ora in cui il nostro corpo cadrà sulla via per fatica e vecchiezza.

Quando il Salvatore del mondo ha detto: « Siate perfetti », non par­lava del nostro corpo, bensì della nostra anima, e quando abbiamo lavo­rato tutta la vita alla nostra santificazione, quando abbiamo combattuto e lottato contro le nostre passioni e i nostri vizi; quando, a forza di pa­zienza e di dominio su noi stessi, abbiamo rovesciato il muro di fango e di peccato che ci separa da Dio, nel momento in cui il corpo ci abbandona per la nostra vittoria sull'ultimo assalto del nemico, allora la nostra anima diventa realmente perfetta.

Ecco perché il Salvatore ci ha detto: « Siate perfetti ». E’ perché in effetti possiamo diventarlo. Ma ecco perché è anche giustissimo dire che la perfezione non è di questo mondo: è che essa non può abitare il mondo; siamo veramente perfetti un solo istante, e questo istante è l'ultimo della nostra vita.

Lavoriamo dunque al nostro perfezionamento tutti i giorni della nostra breve vita, e conserviamo la speranza, per sostenerci nel nostro combattimento, di diventare un giorno perfetti e di arrivare così alla gloria eterna promessa da N. S. Gesù Cristo ai suoi eletti!

 

1890

Signore Gesù, vieni in me, nutrimi con il pane che fa i forti; comu­nicati alla mia anima e rendila incrollabile. Signore Gesù, io sono su un terreno instabile, soccorrimi in fretta perché già la stanchezza mi fa vacil­lare; un istante di più e cado; vieni a me, Gesù!...

... Ma di che cosa ho paura? Colui che regge il mondo è in me. Ho mangiato il pane che fa germinare i vergini; il sangue di un Dio scorre nelle mie vene; non tremare più, anima mia! Il Padrone del mondo ti ha preso fra le sue braccia. Egli vuole che tu riposi su di Lui!

 

16 luglio 1890

Gloria, onore, benedizione e amore al beato Giuseppe! In ciclo la sua potenza è senza limite, e la sua tenerezza per gli uomini è inesauribile. No, non si chiede mai niente invano al glorioso sposo della Vergine Maria'.

Tutto pareva perduto, ma un grido verso Maria e Giuseppe, e tutto è salvo!

Gesù è loro sottomesso in cielo, così come lo era sulla terra; andiamo con fiducia e proclamiamo ovunque la gloria, la potenza e l'amore del glo­rioso e misericordioso Giuseppe!

 

1890

Come è possibile, Dio mio, che ricevendo così spesso il Pane dei forti, la mia povera anima sia ancora così debole e così pusillanime?

Come posso essere così indegna, da respingere così in fretta le grazie che tu mi doni in così grande abbondanza?

Signore, è troppa bontà da parte tua voler ancora colmare con i tesori del tuo amore una miserabile creatura, così fredda e ingrata. Perché non mi respingi dalla tua Santa Mensa, perché non mi privi delle forti conso­lazioni della fede, del celeste sorriso della speranza e del santo e giusto dolore della contrizione?

Per la mia ingratitudine merito la tua inimicizia, e tu non cessi di atti­rarmi a Te con i più teneri inviti. - Le mie colpe e le me offese non fanno distogliere il tuo volto, la mia freddezza non scoraggia il tuo amore, la mia noncuranza per le tue sante ispirazioni non ti impedisce affatto di darmene delle altre; le dilazioni che metto e il tempo che perdo, non stan­cano la tua pazienza!

Tu sei il mio Signore e il mio Dio! in te sono tutte le perfezioni; tu sei fra tutti l'Amico fedele!

Signore, dammi il tuo amore! La continua vista della tua bontà e della mia ingratitudine mi confonde e mi fa morire.

Quanto ti amo! che io non ti offenda più! che io ti serva fedelmente; non posso vivere offendendoti, non posso vivere senza amarti!

 

Agosto 1890 - Pensieri ispirati dalla lettura delle Meditazioni sul Rosario, di Mons. Gay

Quant'è grande! Quanto è bello! Quali misteri profondi, quale po­tenza senza limiti, quale immenso amore! da qualunque parte mi volga, ne resto ammirata. Sono come uno che il mattino, lasciando la sua stanza ancora piena delle ombre della notte, viene ad occhi aperti in pieno sole. Quanto è decaduta la nostra povera natura! Abbiamo riempito talmente i nostri occhi delle piccole cose della terra, che non riusciamo più a guar­dare il nostro Creatore e Padre. Quel mondo celeste, quella vita sopran­naturale, che tuttavia sono nostri, ci sono diventati talmente estranei che i nostri occhi non ne sopportano più lo splendore. Eppure, se quei pae­saggi celesti sono splendenti come il sole e incommensurabilmente grandi, non sono per questo meno meravigliosamente dolci e soavi. Quale profon­dità di tenerezza fra le tre divine Persone! e da Gesù a Maria! e da Maria agli Eletti di suo Figlio e gli Eletti fra di loro! E quella divina misericordia che stempera le minime parole e per così dire il minimo gesto di Dio stesso. E quella gioia dolce, fresca, nella quale nuotano tutti quei cuori.

E quella pace inalterabile e perfetta, pace dell'anima, pace del cuore, pace della mente. Pace che costituisce in qualche modo l'aria del cielo, l'atmo­sfera del paradiso.

O Vita celeste e soprannaturale, quando ti si intravede, come sembra desiderabile! Che cosa fare per possederti? quale lavoro intraprendere per conquistarti? Parla, Signore; per contemplare il tuo volto e gioire della tua dolce pace, voglio intraprendere qualsiasi cosa e fare tutto ciò che tu vorrai.

Voglio andare diritto verso di Te, Signore; tutto ciò che fermerà il mio cammino, lo spezzerò: se sono gli amici, li lascio; se sono i beni, li dono; se è il cuore, lo strappo; se è il corpo, sia distrutto!

 

1890

Quanto sono dolci le consolazioni che tu doni alla mia anima, Signore Gesù!

Ieri, e ancora questa mattina, il mio povero spirito combattuto in mille maniere non riusciva neppure a gettare un grido verso di Te. Perché, Signore, mi copri di tanta confusione e di pena? Perché davanti ai miei occhi passano così spesso tante orribili immagini?

Ma perché mormoro, ora che mi hai reso la pace? No, non voglio neppur più ricordare le ore di turbamento, voglio gioire della tua pre­senza, voglio confortare la mia anima e rinvigorirla in Te.

Il tuo Corpo santo che ho ricevuto opera in me. « Comandò ai venti e al mare e si fece una gran bonaccia ». Fino alla Santa Messa i venti e il mare soffiavano e ribollivano in me; nel mio turbamento, nella mia an­sietà, ti ho svegliato, ti ho gridato: Salvami! ho aperto le labbra e ti ho mangiato!

Allora Tu ti sei alzato, mi hai guardato con pietà, mi hai detto: « Crea­tura di poca fede, di che cosa hai paura? » E subito, ad un tuo gesto, la calma è scesa in me; la pace, dissetante e dolce, ha inondato la mia anima; è finito, non lotto più, non soffro più, credo, spero, amo; penso a Te, alla tua grandezza, alla tua bontà, mi riposo; godo.

Eccomi, dolce Gesù; non ho nulla, non posso nulla, non voglio nulla. Com'è dolce riposarsi di tutte le preoccupazioni su di sé su un amico come Gesù. Com'è dolce avere lo spirito vuoto di tutte le cose create.

- Ma il mio spirito, il mio cuore non sono vuoti; al contrario, sono pieni, pieni di Te, e questa pienezza non li disturba, non li soffoca, perché sono pieni della sostanza che conviene loro e che sei Tu stesso, o mio Dio.

Rimani, Signore, riempi bene il mio spirito e il mio cuore, che niente di estraneo, niente di creato possa entrarvi.

Se vi entrasse qualcosa di estraneo a Te, questo mi sarebbe un peso insopportabile, una pena infinita; perciò, se il tuo desiderio è che io soffra per tuo amore, mi sia fatto come tu vuoi. Io voglio soltanto piacerti, e se Tu preferisci vedermi lottare e soffrire, anch'io lo voglio.

Tuttavia, per sostenermi, incoraggiarmi, oso chiederti di volermi dare qualche volta la tua santa consolazione. Sono così debole, e mi lascio an­dare così in fretta alla tristezza e al timore! Vieni, dolce amico, è nel tuo amore che troverò forza e pace.

 

Atto di consacrazione emesso il 30 giugno 1890 e rinnovato il 26 set­tembre a Paray

Cuore adorabile del mio divin Salvatore, io mi offro e consacro tutta a Te. La mia anima che Tu hai creato a tua immagine, la mia intelligenza che hai illuminato con la luce della fede; il mio cuore che, dopo aver amato le creature, non vuole amare altri che Te e battere solo per Te; il mio corpo che ha partecipato e contribuito agli smarrimenti del mio spi­rito, ma che vuole con la penitenza sostenere e cooperare alla sua ripresa; tutte le potenze superiori della mia anima e le potenze inferiori del mio corpo, tutto ti dono e abbandono a Te.

Non voglio avere più altra volontà che la tua, altro desiderio che quello di piacerti, altro amore che il tuo puro amore. Così sia.

 

29 settembre 1890, di ritorno da Paray

Ecco dunque, Signore, che ancora una volta mi hai crudelmente pro­vata. Ora che la lotta è passata, sento le mie piaghe e mi trovo tutta pesta; il balsamo del tuo amore mi guarisce, la gioia della tua presenza mi si fa di nuovo sentire e la pace ritorna nel mio spirito.

Dove eri, Dolcezza celeste, mentre io lottavo? Dove ti nascondevi, o mio amato Gesù, mentre io combattevo contro il nemico? Dovevi ben essere accanto a me, Signore Gesù poiché non ho ceduto nella lotta; do­vevi sostenermi ben fortemente se non sono caduta schiacciata sotto il peso del nemico.

No, Maestro mio, Tu non vuoi che io ti abbandoni, il potente soccorso che mi hai dato ne è una prova. Mi hai mandato troppi teneri richiami, mi hai attesa pazientemente. Spesso mi hai rialzata dalle mie cadute, fortificata nelle mie debolezze, soccorsa nelle mie lotte, rinfrancata nelle mie resistenze, consolata nelle mie prove! Sono tutta tua, o mio Re. Con gioia rinnovo la mia alleanza con Te!

 

11 ottobre 1890

Ancora quaranta giorni, mio Dio, e lascerò tutto. Sarà per sempre? L'ignoro. La tua Volontà sia la mia sola guida; Tu mi chiami, io ci vado. Se Tu mi vorrai altrove, io partirò.

Questi quaranta giorni che ancora mi separano dal mio ultimo addio, servono a fortificarmi e a staccarmi. Li unisco ai quaranta giorni che Tu hai passato nel deserto, Signore Gesù. Durante quel tempo Tu fosti ten­tato da Satana, e anch'io forse lo sarò. Sii la mia forza nelle tentazioni!

Ma sarà soprattutto all'ora della partenza che avrò bisogno del tuo sostegno. Quando penso alle lacrime di mia madre, a tutti quei legami così forti che mi toccherà spezzare, mi si stringe il cuore, e l'occhio si vela. Ho paura di quel supremo istante.

Gesù, Gesù, non abbandonarmi!

O Maria, Madre mia, quando hai dovuto deporre nel sepolcro il corpo del tuo Figlio, hai conosciuto il dolore di separarti dagli esseri a te più cari. La tua anima era sempre unita a quella di Gesù, non era che il suo corpo quello che dovevi lasciare, ma ugualmente quale strazio per il tuo cuore!

Madre mia, aiutami a lasciare tutto per Gesù. Ciò che per me è più terribile, è di fare soffrire volontariamente coloro che amo.

O mio divin Maestro, dammi la forza di affondare io stessa la spada in quei cuori amati.

San Giuseppe, che non ti s'invoca mai invano, a te affido quell'ultima ora. Tu che sei il protettore dei moribondi, fammi morire al mondo placidamente. Tu che hai conosciuto l'amarezza della separazione quando sei spirato fra le braccia di Gesù e di Maria, fa' che Gesù e Maria mi assi­stano quando dovrò separarmi dai miei cari.

 

13 ottobre 1890

O Gesù, quant'è dolce il tuo amore! È a quest'ora che ne assaporo tutta la gioia. Il mio spirito e il mio cuore, vuoti di tutto ciò che non è Te, non trovano perfetto riposo se non in Te.

Cos'è mai l'abbandono delle creature per l'anima che possiede il suo Dio?

Se la tua grazia, attraverso il terribile colpo che mi restituì a Te, non mi avesse strappata dall'affetto colpevole che il mio cuore consacrava alla creatura, dove sarei io a quest'ora? Ma grazie a Te, grazie al colpo terribile di allora, io adesso sono nella pace e nell'abbandono del cuore. Con quali lodi ti esalterò? Quali azioni di grazie ti renderò per avermi tratta da un tale pericolo, Dio mio!

Perché non è solo da tante pene e dolori passeggeri che Tu mi hai sal­vata, ma forse anche dalla pena eterna.

Ora sono tua, Tu sei mio. Santa unione, quale dolcezza metti nel­l'anima! Mio Gesù, per essere meglio unita a Te, spogliami completamente da tutto il resto. Donami quella deliziosa povertà di spirito e di cuore che, sola, ci dona la vera ricchezza che sei Tu stesso.

 

1890

Con quale gioia, o mio Dio, sprofondo nell'oblio di quel cassetto e tanti vani gioielli. Già da più di un anno mi era insopportabile ornar­mene, ma adesso, Signore, la loro vista stessa mi è penosa. Come vorrei distruggerli, e con questo cancellare la traccia delle colpe che mi hanno fatto commettere!

Quando ora porto qualcuno di quegli ornamenti, provo un indefinibile senso di vergogna.

Perché di vergogna, si potrebbe obiettare? Quegli ornamenti non mi sono stati donati da persone care? Quel braccialetto non è un ricordo materno? Quel cammeo non viene da una mia antenata? Non è mia so­rella che mi ha regalato quel pettine di tartaruga? Non sono forse tutti dei dolci e santi ricordi? Che cosa ho fatto allora, quando portavo quei gioielli? Niente, direbbe il mondo, se non vivere onestamente e gioiosa­mente!

Ma Tu, mio Dio, che cosa dirai? E che dirà la mia coscienza che Tu hai tratto fuori dal suo sopore?

« Quando tu portavi quegli ornamenti, diranno quelle voci celesti, tu non vivevi da cristiana, tu mancavi alle promesse del tuo battesimo con le quali ti eri impegnata a calpestare il mondo e aderire a Cristo.

« Quando portavi quei gioielli, il tuo cuore tutto attaccato alla crea­tura, non s'innalzava mai verso il tuo Creatore. Mentre tu ti agghindavi di quegli ornamenti e cercavi con essi di farti più bella, dimenticavi ciò che Cristo aveva sofferto per salvarti. Quando, tutta presa da quelle mille fri­volezze mondane, il tuo solo studio era di cercar di piacere, non guardavi mai al tuo divino modello!

« Allorché tutta agghindata ti inebriavi della lode degli uomini, non pensavi a nutrire il tuo spirito con la parola del tuo divin Maestro. Quando portavi quegli ornamenti, la tua anima, come soffocata sotto il loro peso, languiva, vicina a morire al minimo soffio; il tuo cuore, indurito al loro contatto, non poteva più aprirsi alla grazia; il tuo spirito, dissipato dalla loro vista, sfiorava mille oggetti senza riposarsi su nessuno.

« Quando ti coprivi di quei gioielli, non eri felice. I piaceri che allora cercavi lasciavano il tuo cuore vuoto e la tua anima assetata! »

Ecco ciò che mi dicono quelle voci divine. La vista di quegli orna­menti mi fa arrossire, perché mi ricorda tante ore follemente sperperate, tanti anni perduti per sempre!

Sento quelle voci che mi dicono: « Le primizie appartengono al Si­gnore ». E io, che ne ho fatto delle primizie della mia giovinezza? Che ne ho fatto di quei begli anni che dovevano appartenere a Dio? Che ne ho fatto della mia adolescenza, quel tempo prezioso per temprare la propria anima e fissarla in Dio?

Che cosa mi lasciate ora, vani gioielli? Dei rimorsi nell'anima, un disgusto profondo nel cuore, un tedio completo dello spirito.

Se Dio, nella sua Misericordia, non m'inebriasse ora con la dolcezza del suo amore e non mi forzasse con la sua grazia a dimenticare tanti anni di turbamento, quali sarebbero le gioie che il mondo mi avrebbe dato? Le sole gioie che io posso ricordare senza turbamento e senza rimorso sono quelle gustate presso di Te, o mio Dio!

 

1890

Mio Dio, quant'è grande la tua bontà! Che cosa ho fatto, Signore, per essere cosi l'oggetto delle tue tenere cure?

Quando cerco nel mio passato, non vedo che errori, brutture e cadute. Se guardo il presente, non vedo che debolezza, vani desideri e freddezze, eppure Tu mi tratti come fossi la prediletta del tuo Cuore.

O Cuore pieno d'amore! più mi colmi dei tuoi benefici, più ho vergo­gna di me stessa. Che posso fare, Gesù mio, per provarti la mia gratitu­dine? Donarmi tutta a Te? Ma posso offrirti ciò che già ti appartiene?

La mia stessa volontà non è più mia: per il numero dei tuoi benefici, per l'abbondanza delle tue grazie, essa ti appartiene di diritto. Il mio cuore? Ma non l'ho più. Tu hai tolto quella fredda pietra che vi stava al posto e l'hai sostituita con una goccia del tuo Sangue divino. Questa goccia mi dilata e m'infiamma; da quando l'ho ricevuta nel mio petto, sono divorata da una fame insaziabile, sono arsa da un'ardente sete.

Ho fame del celeste nutrimento, sono affamata di Eucarestia. Ho sete della salvezza delle anime! Vorrei che tutte le anime andassero a Cristo. Mi sembra che se ti facessi amare da molte anime, o mio Dio, Tu mi perdoneresti più facilmente i lunghi anni che ho passato lontano da Te.

 

(Nota scritta nel 1890, prima di entrare in convento)

O Gesù! da quando ho compreso a che punto mi ami, brucio dal desi­derio di ricambiarti un poco questo amore. Da quando sento il tuo amore aleggiare su di me, tutto mi è dolce, anche le mie stesse sofferenze - ahimé, la mia natura ancora vi si ribella, ma al fondo della mia anima vi trovo una certa dolcezza, vi scorgo una tenera attenzione del mio Salvatore che, attraverso di esse, mi permette di espiare un poco i miei peccati.

Queste sofferenze, che cosa sono a confronto di quelle della tua Pas­sione, o Gesù? Niente, senza dubbio, ma per sopportarle più paziente­mente le unisco alle tue.

Quando la mia povera testa mi duole, penso alla tua corona di spine, penso a quei dolori indicibili che hai provato allorché quelle punte acu­minate penetravano nella tua fronte e fin nelle tue palpebre; quando sento…… prima ti giuravano il loro amore; messo a morte e torturato da coloro ai quali portavi la salvezza e la vita Tu pensavi agli inenarrabili tormenti di tua madre, il cui cuore materno era trafitto da una spada di dolore; pen­savi a tutti quelli che la tua morte avrebbe gettato negli abissi dell'In­ferno; a quelli che, vedendo quella morte ignominiosa e fatale, non ti avrebbero riconosciuto per loro Dio; a quelli che, pur credendo in Te, non avrebbero camminato sulle tue orme; a quelli che avrebbero prefe­rito le snervanti gioie del mondo alle amare delizie della croce. Tu pen­savi a me, Signore, mi vedevi resistere alle tue grazie, ribellarmi alle soffe­renze che il tuo amore mi mandava, tu vedevi il susseguirsi delle mie ca­dute, la mia natura corrotta e peccatrice trascinare in basso senza tregua la mia anima, vedevi quegli anni giovanili che Tu avevi fatto per Te e che io davo al mondo; quelle comunioni al tuo Corpo Sacratissimo che mi lasciavano fredda e indifferente. Tu vedevi tutto questo, Maestro mio, e la tua anima era immersa in un inesprimibile dolore!

Gesù, Gesù, con il mio amore voglio consolare la tua anima santa; d'ora innanzi voglio unirmi ai tuoi dolori così che Tu ne sia un poco alleg­gerito. Voglio avere un'anima così purificata, un cuore così amante, un corpo così mortificato, che Tu possa venire a prendere in me un benefico riposo e una dolce consolazione. Dammi la sofferenza se Tu vuoi, mi ren­derà più simile a Te.

 

12 novembre 1890

Ancora nove giorni, o mio Gesù, nove giorni da passare nel mondo; nove giorni da trascorrere in seno alla mia cara famiglia che per così dire non ho mai lasciato; nove giorni prima di abbandonare tutto per Te. Quanto sono brevi, nove giorni; e tuttavia quanto sono lunghi! Come mi sembra vicina questa scadenza, quando penso al dolore dell'ultimo addio, alle lacrime che saranno versate! E com'è lunga quando considero tutto ciò che potrebbe capitare prima di allora! In nove giorni possono succedere tanti avvenimenti: in nove giorni uno dei miei cari può ammalarsi, e an­ch'io posso ammalarmi. In nove giorni, potrei perdere questa beata voca­zione.

Non ho messo spesso così tanti giorni per veder svanire i miei più forti propositi. Fra nove giorni farò senza dubbio un passo ben grande, sarò già un poco più di Dio, ma non avrò ancora rotto con il mondo e le sue preoc­cupazioni, temerò ancora di essere costretta a riprendere questo pesante fardello della vita del mondo.

Mio Dio, metto tutto nelle tue mani. Maria, mi abbandono al tuo ma­terno amore. Non voglio pensare a niente che riguardi l'avvenire. Il mondo, il chiostro, tutto mi sarà dolce, cullata fra le tue braccia e riscaldata dal tuo amore.

 

1890

Divina Eucarestia, alimento per eccellenza delle nostre anime e dei nostri corpi, sii il mio amore e il mio unico desiderio. La mia povera anima così debole trova in te il sostegno e il potente aiuto che le sono necessari. Manna divina, sii per sempre la sola passione del mio cuore, il solo grido delle mie labbra; che la gioia di riceverti sia la mia sola gioia, e che io faccia di tutto per rendermene degna!

 

Mercoledì 19

Ecco arrivata la lugubre serie degli addii! È cominciata venerdì; dap­prima una giovane signora dolce e pia alla quale ho detto: « Parto, lei sa dove vado. Sono profondamente felice, soprattutto lo sarò il giorno in cui con la professione sarò per sempre di Dio. Non ho che un rimpianto: mia madre. Ella le vuol bene: venga spesso a trovarla, prenda un poco il mio posto, la distragga, le voglia bene ». Essa mi ha capita, mi ha invidiata e ci siamo abbracciate teneramente come due sorelle.

Sabato, altri addii. È stato prima al santo prete che, da 18 mesi, dirige la mia coscienza, al quale ho detto il mio grazie per i preziosi consigli rice­vuti e per la santa direzione che ha dato alla mia anima. Com'ero com­mossa entrando per l'ultima volta in quel confessionale dove ero venuta tante volte a cercare la luce e la forza che mancavano al mio spirito e alla mia volontà!

Com'era buono e paterno quel prete che, parlandomi in nome di Dio, sapeva così bene dissipare i miei scrupoli, incoraggiare i miei desideri, sol­levarmi dai miei abbattimenti e chiarire i miei dubbi. Se i legami di fami­glia ci avvincono e sono duri a spezzarsi, i legami spirituali sono pur forti. Non dover nascondere nulla, né nelle gioie, né nelle pene; poter mettere a nudo le piaghe della propria anima, la debolezza della propria natura; sen­tire un'anima che s'interessa veramente alla vostra, che in voi non vede altro che la vostra anima, che per così dire non conosce altro che lei, che prega per lei; sapere che si ha un amico presso il quale in qualsiasi occa­sione si potrà venire a cercare delle parole di compassione e di conforto, sapere che attraverso questo amico Dio vi parla e che, obbedendo alla sua voce, si obbedisce a Dio; tutto ciò è ben dolce, consolante e prezioso, ed è amaro lasciarlo!

La sera, ancora un addio: è il giovane prete che ha ricevuto per primo la confidenza della mia vocazione nascente. Dovevo avvisarlo della mia partenza; dovevo associarlo alla mia gioia. È anche il confessore di pa­recchi membri della mia famiglia; voglio raccomandargli quelle anime care, voglio che se ne occupi, che preghi per loro. Me lo promette; pregherà per loro e per me.

Domenica sera il mio patrigno partiva, dovevo dirgli addio. Sono quasi 14 anni che viviamo insieme; è vero che talvolta vi è stata qualche nube fra noi, ma alla fin fine i nostri rapporti giornalieri erano affettuosi. Mi vuole bene, infatti è più cupo da quando la mia partenza è fissata. Mi ha vista piccola giocare con suo figlio per il quale sono una vera sorella. Quando gli ho detto addio e sono ritornata nella mia stanza, non ho po­tuto trattenermi dal versare qualche lacrima.

Martedì, è il nostro primo Pastore che andrò a salutare e a lui chiederò una santa benedizione.

 

20 novembre 1890

Giovedì è il grande giorno. Ma che cosa dirò? Il momento della par­tenza arriva; le lacrime mi serrano la gola, gli occhi sono velati, serro la mia cara, amatissima madre fra le braccia senza nulla dire; i singhiozzi la soffocano, le lacrime che non riesce a trattenere le inondano le guance. Anche la mia cara istitutrice piange. L'abbraccio. Mia sorella mi stringe al cuore, non parliamo né l'una né l'altra, la più piccola parola farebbe sgor­gare le lacrime dai nostri occhi, e noi vogliamo rimanere calme, almeno all'apparenza. Fuggo, non vedo più chiaro, attraverso la strada correndo, mi rannicchio al fondo della vettura, era tempo: non riesco più a trattenere le lacrime.

Esse gocciano silenziosamente sulle mie guance; gli occhi non fanno alcun movimento, nessun singhiozzo solleva il mio petto, sento sempre un terribile stringimento alla gola. Mi asciugo le lacrime; siamo in treno, debbo fare le ultime raccomandazioni al mio caro patrigno; ad ogni costo bisogna riprendere la calma...

Eccoci nel parlatorio, davanti alla grata dietro la quale sarò ben presto nascosta. Sono spezzata; i nervi tesi all'eccesso mi sostengono, non piango. È il momento di entrare. Mi avvicino a mio cognato, e abbracciandolo forse per l'ultima volta gli dico: « Grazie, sei stato per me come un fratello pieno di tenerezza, sii sempre buono e amoroso, non dimenticherò mai ciò che hai fatto per me, pregherò per te; il giorno in cui sarai davvero cristiano, davvero credente, vienimelo a dire: ne sarò felice! »

La pesante porta si apre davanti a me, faccio un passo, si chiude. È finito; mi inginocchio davanti alla Superiora, essa mi benedice.

Che cosa ho fatto? Che cosa è successo? Non lo so; ricordo vagamente che mi hanno fatta pranzare, poi che mi hanno condotta in cappella; il resto si perde, non ricordo più niente,

 

1° venerdì di dicembre 1890

Non scriverò più nulla su questo quaderno.

Dio solo e le sante donne che si prenderanno cura della mia anima, saranno per l'avvenire le mie confidenti. Alle mie Superiore non voglio nascondere nulla; perché il medico possa guarire le mie piaghe, debbo fargliele vedere e non tacere nulla dei dolori che esse fanno soffrire; lo stesso farò con le venerabili infermiere della mia anima.

Mi dono irrevocabilmente a Gesù, mio dolce Maestro; per quanto dipende da me voglio sradicare i miei difetti e le mie cattive inclinazioni, una ad una; voglio unirmi con tutte le mie forze a Colui che, per essere più unito a me, non ha disdegnato nascondersi sotto le specie materiali del pane.

Per combattere il mio orgoglio, voglio accettare con gioia le umilia­zioni e perfino cercarle. Infine, voglio non scoraggiarmi di nulla, mettere tutta la mia fiducia in Dio solo, respingere dal mio spirito ogni desiderio e seguire in tutto la santa obbedienza.

Che non ci sia più niente del mio io, ma un'umile serva di Gesù sem­pre pronta a obbedire alla sua divina Volontà. Amen.

 

1890 - Propositi per il mio tempo di aspirandato

Sottomissione di spirito al Direttorio, e alla direzione delle mie Supe­riore, ossia respingere ogni pensiero estraneo dal mio spirito e ricevere gli avvisi spirituali come venissero da Dio stesso.

Confidenza e semplicità nei miei rapporti con le Superiore. Abbandono di ogni mia volontà, ossia obbedienza semplicissima e gioiosa al minimo ordine datomi dalle mie Superiore.

Affetto, compiacenza, dolcezza di spirito, gioiosità semplice con le mie sorelle; tenero rispetto, confidenza, apertura di cuore con le Superiore. Non stupirmi affatto dei miei errori, ma offrirli amorosamente al mio Gesù come la sola cosa che io posso fare di mio, pregandolo di can­cellarmi e ringraziandolo della grazia che mi fa mostrandomi in tal modo la mia debolezza e il mio nulla.

Non cercare affatto di fare molto, ma di fare bene. Io non sono niente, non so niente, non posso niente; il mio corpo è debole e non può niente; il mio spirito è poco colto e non saprebbe rendersi utile in nulla; accet­tare con gioia questo nulla, amare molto e fare il poco che mi è dato di fare con il fine unico di piacere al mio diletto Gesù.

Semplicità di bambina, confidenza di bambina. Sottomissione di bambina, amore di bambina. Gesù, Maria, proteggete la vostra bambina!

 

1890

La grandezza di Dio consiste nel non aver bisogno di alcuna creatura; egli può fare a meno delle creature!

La grandezza delle creature consiste nel non poter fare a meno di Dio; le creature hanno bisogno di Dio!

 

 

1891

Ritiratevi in disparte e riposatevi un poco

Ritiro di cinque giorni dal 18 al 23 maggio 1891.

 

SOLA CON DIO SOLO'

I

Quanto sono profonde, queste grandi verità, e com'è bene e utile per noi impregnarcene! Certamente non mi sono sconosciute, le ho sempre tenute per certe, ma lo spirito dell'uomo, e soprattutto il mio, è così leg­gero! Ho vissuto tanto tempo come se tutte queste cose le ignorassi, ep­pure le sapevo... Sapevo che Dio mi aveva creata per Lui, per servirlo e adorarlo; sapevo che Egli sarebbe stato la mia eterna ricompensa, sapevo che tutte le creature e tutti gli esseri del mondo erano destinati a passare insieme alla terra che li porta, che niente di ciò che ci serve e di ciò che amiamo sulla terra deve rimanere dopo la morte.

Sapevo ciò che Dio vieta e ciò che Egli permette, e tuttavia ho peccato. Perché non ho vissuto secondo ciò che era la mia fede?

Quale strana follia seguire una strada che porta alla perdizione e alla morte, quando altre vie ti si aprono davanti, vie che ti condurranno alla vita e alla pace!

Forse che non sono stata aiutata in tutte le maniere? La grazia di Dio mi è forse mancata un solo istante? Eppure ho peccato.

Signore Gesù, quanto amore hai verso la mia anima! Da ogni caduta, mi hai rialzata; ad ogni mancanza, mi hai dato il tuo perdono; per tua grazia, mi hai sostenuta, ed infine, vedendomi così debole, così facile a cadere, mi hai tolta dal mondo e mi hai presa fra le tue braccia.

Sii benedetto, Dio mio! ma illumina le mie tenebre, fammi vedere bene quali sono gli ostacoli che mi impediscono di innalzarmi a Te, di rispondere alla tua chiamata, di camminare nella via che Tu mi hai trac­ciato.

II

Quanto fango, mio Dio! Quante sozzure! Non vi è anno, non vi è mese, né settimana, né giorno, forse nemmeno ora della mia vita che sia senza peccato; profonda miseria, che disgusto mi sale al cuore rimesco­lando questo fango!

La vista del mio proprio fondo mi fa orrore. Signore, solo la tua mise­ricordia mi può guarire, solo la tua potenza mi può salvare.

Spirito di luce e di amore, vieni ad aiutarmi a visitare gli angoli anche più riposti di questa impura Gerusalemme. Fammi conoscere bene la mia miseria.

III

O Gesù, Dio di ogni misericordia, Tu hai purificato la mia anima; il tuo sangue adorabile l'ha lavata da tutte le sue macchie; il tuo amore ha versato l'olio e il vino sulle sue piaghe. Ma se Tu mi hai spogliata di quelle vesti d'ignominia, se hai spezzato i miei legami, non per questo sono meno nell'indigenza. La veste del peccato non mi stringe più, ma sono nuda; hai lavato il fango che mi copriva il volto, ma sono esposta a tutte le intem­perie dell'atmosfera.

Occorre, o Gesù, che Tu mi rivesta di grazia e di virtù; bisogna che Tu mi aiuti, che il tuo consiglio mi assista, che la tua sapienza m'istruisca. L'ostacolo che si alza fra Te e me, o mio Dio, è l'orgoglio, orgoglio vivace, orgoglio dello spirito. Bisogna rovesciare questo ostacolo, e per questo mi occorre l'umiltà, umiltà dello spirito, umiltà del cuore. Ciò che ancora s'innalza fra Te e me, sono i miei desideri: desideri di affetto, desideri di stima, desideri di pace, desideri di agire.

Bisogna rovesciare questi ostacoli, bisogna che io cancelli questi desi­deri, bisogna che io stabilisca nel mio cuore quella santa e preziosa indif­ferenza, non solo verso i beni materiali del mondo, ma anche verso i beni dell'anima, quali la pace, le consolazioni spirituali e perfino la perfezione. Infine, ciò che ancora mi ferma nel cammino, è quella mancanza di energia, quella debolezza dello spirito che mi porta così spesso allo sco­raggiamento, che mi immerge nell'abbattimento e nella tristezza alla mi­nima difficoltà, alla minima mancanza; che mi spinge ad abbandonare tutto, a ritornare indietro; che mi fa vedere l'avvenire nero, la santifica­zione tanto difficile.

Ecco, mi sembra, le tre principali cause del mio scarso progresso nella virtù, malgrado il desiderio ardente che ho di servire e amare Dio: orgo­glio, desideri e debolezza.

O Gesù, poiché vedo ciò che impedisce al tuo amore di regnare in me, ciò che trattiene la mia anima prigioniera e le impedisce di rispondere ai tuoi richiami, sarei ben colpevole se non rompessi quelle catene, se, con tutto lo sforzo della volontà non cercassi di liberarmi da quei legami.

Ma che cosa posso fare da sola? Senza la tua luce, non potrei vedere i miei peccati; senza la tua grazia, non potrei combatterli.

Signore, Tu hai detto che non volevi la morte del peccatore, ma che si convertisse e vivesse. Senza la tua grazia, io perirei; voglio dunque sperare che Tu non me la rifiuterai.

Io non sono niente, non posso niente, sono la debolezza stessa; mille volte ti ho promesso di servirti e di amarti, mille volte mi sono decisa a combattere e mille volte sono ricaduta, e mille volte ho abbandonato la lotta. Tu hai perdonato le mie viltà, mio amabile Maestro, ma me ne per­donerai ancora altre? È tempo di prendere una determinazione forte e va­lida, è tempo di cominciare il combattimento; a che serve aspettare an­cora, i miei nemici approfitterebbero della mia debolezza per farsi ogni giorno più forti. Più aspetto e più lo sforzo sarà penoso.

O Gesù, Tu puoi tutto nelle anime. Vieni nella mia, animala al com­battimento, sostienila, fortificala, aiutala. Con Te, in Te, da Te aiutata, tutto mi sarà possibile.

IV

Eccola, Signore, la via che Tu sempre mi indichi: la santa indiffe­renza, l'amoroso abbandono alla tua Santa Volontà. Sento che è per quella via che Tu vuoi condurre la mia anima; ne ho la prova nelle resistenze senza fine della mia natura ribelle, soprattutto in quella costante opposi­zione del demonio. Se egli lotta tanto e se cerca in tutti i modi di disto­gliermi da questa via, è che senza dubbio essa mi deve condurre alla sal­vezza e alla vita della mia anima.

Tutte le mie mancanze sono frutto di questa resistenza all'attrattiva di Dio. Se un nulla mi scoraggia, se un errore mi stupisce, se un'umilia­zione mi sconcerta, è perché non ho per niente quella santa indifferenza per tutte le creature e le vanità del mondo. Attraverso l'indifferenza, domi­nerò l'orgoglio; per essa, vincerò lo scoraggiamento; per essa vivrò per Dio, con Dio, in Dio.

 

PROPOSITI

I

Innanzi tutto consoliderò nella mia anima la certezza acquistata in questo ritiro, che sono realmente nella volontà di Dio lasciando il mondo e abbracciando la vita religiosa. Con questa ferma certezza della volontà di Dio, respingerò con tutte le forze le tentazioni di scoraggiamento, le ripugnanze, i timori e quel pensiero che il demonio mette spesso nel mio spirito che io sono incapace a darmi alla vita perfetta, che inizio un'opera di santificazione che non potrò portare a termine e che farei bene ad ab­bandonare tutto.

II

Combatterò tre difetti, tre cattive inclinazioni della mia natura e del mio spirito: l'orgoglio, i desideri e la mancanza di energia.

1. L'orgoglio, che altera la purezza d'intenzione, che facendomi te­mere le umiliazioni, le osservazioni, la disistima, mi porta ad agire per piacere alle creature; a fare meglio le cose che sono viste; l'orgoglio, che mi sprofonda nell'abbattimento per la minima mancanza e mi impedisce di ricorrere subito a Dio; l'orgoglio, che vorrebbe troppo presto elevarsi alla perfezione; l'orgoglio, che mi fa fuggire le occasioni di umiliarmi, che mi turba e mi agita quando ho ricevuto qualche umiliazione.

2. I desideri, che mi allontanano da Dio; desideri di affetto e di stima, che mi impediscono di cercare soltanto l'amore e il beneplacito di Dio; desiderio di piacere, che mi fa agire più in vista delle creature che di Dio; desiderio di perfezione che, non essendo regolato dalla volontà di Dio, vuole farmi andare troppo in fretta, si stupisce delle mancanze, si scoraggia; desiderio di essere qualcosa, che mi fa gemere sulle mie inca­pacità, mi porta a dissimularle, a turbarmene, che mi rattrista sulla mia salute; che mi fa soffrire per le cure di cui ho bisogno, che mi toglie la confidenza in Dio.

3. Mancanza di energia, che mi trattiene dal combattere, che mi fa fuggire le occasioni un poco penose di praticare la virtù, che mi fa temere oltre misura per la mia perseveranza, che si abbatte per un nulla, non si rialza dopo le cadute, o quanto meno lo fa mollemente; che mi fa temere la lunghezza del tempo.

III

Per combattere questi tre difetti, mi dedicherò alla pratica di tre prin­cipali virtù: l'umiltà, l'indifferenza, l'abbandono e fiducia in Dio.

1. L'umiltà: mi applicherò a togliere dal mio spirito il timore di dispiacere alle creature, agirò pensando a Dio, nel desiderio di piacere a Lui; farò piuttosto un po' meglio quelle azioni che non avranno testimoni; dirò le mie mancanze alle Superiore con semplicità, e nell'accusa delle colpe dirò le cose che mi umiliano. Mostrerò le mie incapacità così come sono; sorveglierò le mie conversazioni per evitare di dire la minima cosa che possa tanto poco farmi valere; mi applicherò a superare il turbamento naturale che provo allorché mi si fa un'osservazione.

Quando cadrò in qualche mancanza, ne chiederò subito perdono a Dio; riconoscerò la mia miseria, il grande bisogno che ho di Dio e, senza perdere tempo a rattristarmi, cercherò l'occasione di fare un atto di virtù contraria; mi persuaderò che, essendo tanto cattiva di mia natura, non posso pretendere di salire così presto alla perfezione malgrado la grazia di Dio; non mi stupirò dunque delle mie cadute, ma ne trarrò occasione per rinnovarmi nel fervore, facendo i miei esercizi di pietà con maggiore devozione e domandando con maggiore insistenza la grazia di Dio.

2. L'indifferenza: mi applicherò a comprendere che Dio solo è il mio tutto, che Egli può tutto, che io sono, come tutte le creature, sotto la sua assoluta dipendenza; che una sola cosa è utile: farsi graditi a Dio, e che e qualunque onore, qualunque gioia, qualunque affetto possano darmi le creature, tutto passerà con il tempo. Non debbo dunque attaccarmi a nulla ed essere perfettamente indifferente all'onore o al disprezzo, alla salute o alla malattia, all'azione o all'impotenza, all'affetto o alla freddezza, alla consolazione o alla desolazione spirituale, alla vita religiosa o alla vita secolare.

Allorché sentirò nel mio cuore sorgere uno di questi desideri, farò immediatamente un atto di rinuncia a quel desiderio e cercherò l'occa­sione per fare qualcosa che, da un punto di vista naturale, sembri impe­dire la realizzazione di quel desiderio stesso.

3. Abbandono e fiducia in Dio: mi applicherò a sottomettermi amo­rosamente alla volontà di Dio nelle cose impreviste che mi arriveranno: come le piccole malattie, le pene di spirito, ecc...

Rianimerò spesso la mia fiducia in Dio, considerando nell'orazione quanto il Signore mi ha amata e sostenuta fino ad oggi; mi sforzerò so­prattutto di esercitare tale fiducia dopo le mie mancanze, o quando mi sentirò tentata, turbata e debole, nella persuasione che la grazia di Dio non manca mai all'anima che la chiede con insistenza.

IV

Oltre queste tre virtù che mi sforzerò di praticare, mi propongo ancora:

1. Di offrire tutte le mattine le azioni della giornata al Sacro Cuore di Gesù, con il fine unico di piacergli, sconfessando in anticipo tutti gli sguardi che potrei avere sulle creature.

2. Di osservare fedelmente le pratiche del Direttorio, e con tal mezzo tenermi alla presenza di Dio, richiamando il mio spirito quando si distrae.

3. Di fare i miei esercizi di pietà meglio che posso, di curare molto i miei esami quotidiani, di trascurare all'occorrenza le occupazioni esterne per non essere distratta dall'unico necessario: il pensiero di Dio e il mio progresso spirituale.

 

Giugno 1891 - Dopo il ritiro

Mio Dio, durante questo ritiro non hai voluto inebriarmi con le tue celesti consolazioni; ma se non ho goduto delle gioie sensibili che mi fai sentire talvolta malgrado la mia indegnità, la tua bontà non ha però per­messo che io fossi tentata, turbata e immersa nelle desolazioni di spirito che certe volte mi affliggono.

Tu mi hai messa in quello stato di spirito grave, serio, tranquillo, esente da agitazione, che mi ha permesso di scorgere le cose in quella luce reale e vera della cristiana ragione.

Mi hai mostrato la vita religiosa nella sua vera luce: vita di sacri­ficio. Ho contato, una ad una, tutte le croci che piacerà alla tua sapienza farmi incontrare sul mio cammino, e che le ribellioni della mia natura cor­rotta dal contatto con il mondo mi renderanno ancora più pesanti a por­tarsi: croce della dipendenza, totale, assoluta; croce delle umiliazioni, croce della vita comune, croce delle sofferenze corporali che l'inflessibilità della Regola rende più penose; croce delle pene dello spirito, delle tenta­zioni, dei timori, delle ripugnanze.

Alla vista di tutte quelle croci, anche se la natura per un breve istante ha avuto un fremito, l'anima non ne è stata scossa. E’ la mia strada; da tutta l'eternità, Signore, tu me l'hai destinata; anche se fosse mille volte ancora più dura da salire, io dovrei percorrerla e la percorrerò. La tua grazia mi sosterrà. No, la prospettiva delle lotte che mi toccherà sostenere contro me stessa e contro lo spirito malvagio, non abbatte il mio coraggio e non infiacchisce la mia anima; so, Signore, che Tu sarai con me.

E poi, a che serve volersi sottrarre alla croce? Non la troviamo dap­pertutto quando Dio lo vuole? E se piace a Dio di addossarmela, in qua­lunque luogo io sia non mi toccherà forse portarla? Ferma e risoluta ab­braccio dunque questa vita, che per qualcuna è piena di soavità, di con­solazione e di dolcezza e che sarà forse, per me, piena di lotte e di sacri­fici. Conto su di Te, Signore, Tu non abbandonerai quest'anima che si dona a Te totalmente, che si fida di Te, che malgrado la croce che tieni in mano e che le destini, non lascia di camminare verso di Te e di ten­derti le braccia. Quelli che pongono in Te la loro fiducia e a Te si donano con generosità non saranno mai scossi; i dolori dei martiri sono mai stati superiori alla loro costanza?

Dio mio, sono felice di darmi a Te, non nella gioia e inclinazione della mia natura, ma nell'aspirazione della mia anima e con la sola forza della mia volontà.

Dopo quella santa confessione che ha purificato la mia anima, il prete mi ha detto: « I suoi peccati sono morti, non ci pensi più; ricordi sol­tanto che Dio vuole da lei due cose: la penitenza e la vigilanza ». La peni­tenza; quale migliore penitenza può esservi che abbracciare volontaria­mente e amorosamente questa vita che il Signore mi ha fatto vedere così piena di sacrifici? Il sangue che il martire versa per il suo Dio, non can­cella i suoi peccati e non lo fa entrare a pieno diritto nella gloria? Se non sarà versato il sangue del mio corpo, la mia vita almeno si consumerà goccia a goccia mediante le croci e i sacrifici, e non sarà il martirio di un giorno o di un anno, ma forse di venti, forse di quarant'anni, secondo il beneplacito del Signore...

La vigilanza: si, Signore, voglio vigilare, vigilare sul mio cuore perché non vi entri nessun affetto terreno, poiché Tu lo vuoi per te soltanto; vigi­lare sul mio spirito, affinché la sua folle immaginazione non lo trascini lontano da Te, o Gesù, che sei la sua via. Voglio vigilare! Ma ahimé! la mia natura indolente e debole non farà cadere la mia volontà in quel sonno fatale che già rischiò di perdermi?

Gesù, forza divina, vieni in mio aiuto. E’ su Te che io conto, è in Te che spero, è da Te che riceverò l'energia necessaria per non infiacchire, è con Te che combatterò, ed è per Te che trionferò.

O Cuore divino, Cuore pieno d'amore, mi abbandono a Te; come un piccolo bimbo fra le braccia della mamma, mi riposo sul tuo petto, o Gesù mio.

Ho tanto lottato contro me stessa, contro il mondo e il demonio, sono così stanca! Un poco di riposo nel tuo amore, un po' di sonno fra le tue braccia!

Ahimé! questo divino riposo non l'ho meritato; coraggio! ancora qual­che ora, ancora qualche giorno, ancora qualche anno di lotta e di sofferenza: è forse troppo per guadagnare l'eterna gioia nel Cuore di Dio? O anima mia, solleva in alto gli occhi, e cammina con fiducia nella via di Dio. Cuore così amabile e materno della mia dolcissima Madre, sii il mio aiuto e la mia fortezza. O Maria, tu che sei la più pura delle vergini più pure, purifica la mia anima dalle sue sozzure e preservala da ogni macchia per l'avvenire. Madre della grazia, mi rifugio fra le tue braccia, dammi di trovarvi Gesù, il mio unico amore!

 

1891

Chi potrebbe mai ridire l'infinita dolcezza che penetra un'anima quando si sente amata da Dio; quali parole potrebbero rendere la divina soavità che la pervade... Il linguaggio umano non possiede alcun termine che possa esprimere un tale sentimento. A malapena l'intelletto può intra­vederne una ben debole parte. Quella soavità tutta celeste dimora nella parte superiore dell'anima, che ne lascia stillare solo un poco sulle altre potenze e solo raramente e con parsimonia.

Tutti i sentimenti dell'ordine naturale sono una riproduzione, una specie di copia, molto imperfetta, è vero, dei sentimenti dell'ordine so­prannaturale. L'amore divino e l'amore umano hanno fra loro mille punti di rassomiglianza. All'inizio dei tempi Dio aveva creato l'uno e l'altro; nel pensiero di Dio l'amore umano doveva essere un riflesso sì, ma un pallido riflesso dell'amore divino. L'uomo, corrotto dal peccato, perse la nozione esatta dell'amore; dimenticando la sua origine e il suo fine, non vivendo più che della vita dei sensi, l'amore divino si oscurò per lui e gli parve incompatibile con la sua natura diventata tutta carnale...

I due amori, unendosi e completandosi, avrebbero dovuto dare al­l'uomo una felicità perfetta, quasi simile all'infinita felicità del cielo. Pec­cato! maledetto peccato! perché sei venuto nelle nostre anime a inaridirle e appassirle?

L'amore divino non era più compreso dal cuore dell'uomo; solo l'amore umano parlando ai sensi lo attirava e lo incantava; credeva di trovare là la gioia e il riposo del cuore. Strana illusione! Il cuore, dopo avere gustato quell'amore, era ancora affamato; dopo aver bevuto quelle false delizie, era ancora assetato!

Beati quelli che, avendo sentito questa sete, hanno cercato la sorgente d'acqua viva; più felici ancora quelli che l'hanno trovata e ad essa hanno bevuto.

Compiango quelli che l'amore umano disseta, ma sono rari; molti sen­tono quel vuoto del cuore che nulla di terreno può colmare, ma molti anche rimangono con quel vuoto e quella tristezza non sapendo come porvi rimedio. Se sapessero che in quel santo amore ogni sete trova sol­lievo, ogni tristezza la consolazione, ogni languore la guarigione!

E’ già un dolce gaudio sentirsi amati da una creatura, e più questa crea­tura è bella e perfetta, più dolce è anche il gaudio. Eppure, che cos'è una creatura? È un cuore molto debole, molto freddo, molto impotente, molto incostante...

Ma l'amore di Dio per un'anima, l'amore casto di un'anima per Dio possono durare eternamente; cominciano e si abbozzano sulla terra, ma si completano e si perfezionano nell'eternità.

L'eternità! Che parola piena di mistero e di maestà! Noi, povere crea­ture di un giorno, non possiamo comprendere che cosa è l'eternità.

Noi che vediamo finire tutto intorno a noi, come possiamo compren­dere un tempo che non avrà mai fine? L'eternità è non solo ciò che non avrà fine, ma anche ciò che non ha mai avuto inizio; ed è forse questo che ci sorprende ancora di più: l'eternità per amare e per essere amati!

Ciò che avvelena tutte le nostre gioie in questo mondo, è il pensiero che presto o tardi finiranno; ciò che tortura il cuore che ama, è l'incertezza sulla durata di quell'amore; è il timore di perdere l'essere amato o quanto meno di perdere la sua fiducia e il suo cuore; ma l'amore di Dio per l'anima è infinito come è infinito l'Essere stesso della divinità.

Se siamo amati da Dio, lo saremo sempre, sempre che noi lo voglia­mo; se il nostro cuore è unito a Dio, vi potrà dimorare sempre unito, sem­pre, sempre, eternamente.

O ebbrezza divina: sempre uniti, sempre amati, sempre amanti, sem­pre l'uno per l'altro! Mai divisi, mai lontani, mai separati! Sempre, per sempre. Amen.

 

Ritiro per la vestizione - 4-7 ottobre 1891

« L'inverno è passato, è cessata la pioggia, alzati, amica mia, mia bella, e vieni! »

Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me.

Vergine dolcissima, Madre mia, è possibile che io abbia tanta fortuna da essere stata scelta dal tuo Figlio per diventare la sua fidanzata? È ben a te, Madre cara, che io lo debbo, perché il tuo Gesù è un figlio troppo sottomesso e tenero per non aver seguito i suoi consigli, e se disgraziata­mente io ti fossi dispiaciuta, non avrei potuto certo sperare di piacere al tuo Figlio.

Ora tu sai, Madre tenerissima, qual è l'usanza del mondo: quando una madre ama il suo unico figlio, ed è giunto per lui il tempo del fidan­zamento, essa cerca fra i suoi gioielli qualche prezioso ornamento che dona alla fidanzata del figlio; perché, ciò che essa vuole è la gioia del figlio, e più la sua fidanzata sarà bella, più egli sarà felice.

Tu, Madre buona, non hai voluto venir meno a quest'uso, tanto più che io sono poverissima e priva di bellezza. Per questo, questa mattina mi hai spalancato dinanzi il tuo cofanetto, e mi hai detto di scegliere i gioielli che più mi piacevano. Ma come sono belli! Quanti tesori tu pos­siedi, come sono splendenti quelle belle pietre preziose! Sono i gioielli di cui una volta tu ti sei ornata, e che ti rendevano così bella agli occhi del tuo sposo.

Ora che tutti i tuoi scrigni sono aperti, mi trovo nell'imbarazzo: tutti quei gioielli splendono di uno sfavillio così vivo e dolce che non so quale scegliere.

In quello scrigno vi sono dei diademi talmente ricchi e preziosi che io non oso prenderli; sono ancora troppo giovane e troppo povera per potermene ornare degnamente. Diademi di eroismo e di sofferenza! Sono quelli che tu portavi sul Calvario il giorno in cui ci hai adottato tutti per figli.

Non voglio fare la mia scelta che fra i gioielli di cui hai ornato la tua verginale giovinezza.

Ecco un collier di finissime perle: perle di umiltà! E’ quello che por­tavi il giorno in cui l'Angelo ti fu inviato da Dio. Tu eri così bella sotto quelle umili perle, che il tuo celeste Sposo, in un santo abbraccio, ti ha fatto concepire il nostro dolce Salvatore. Voglio prendere questo collier, Madre cara, al fine di attirare gli sguardi del mio diletto e ricevere le sue divine carezze.

Ecco un graziosissimo anello che, mi sembra, sarebbe a misura del mio dito; sullo smalto che lo decora vedo brillare questa sola parola: Fiat. ti è stato dato dallo Spirito Santo al momento della tua fuga in Egitto. Vuoi donarmelo, Madre mia, affinché io impari ad abbandonarmi come te, in tutto e ovunque, alla volontà del mio Sposo? Voglio prendere an­cora, se tu sei d'accordo, questo grazioso diadema di modestia; tu l'hai portato costantemente, ed è, resa più bella da questa corona, che hai incan­tato gli sguardi amorosi del tuo sposo. Posala sul mio capo, Madre mia! Così adornata, non temerò più nel presentarmi al mio fidanzato; questi preziosi ornamenti nasconderanno la mia indigenza, e Gesù ti ama tanto, Madre cara, che vedendomi ornata dei tuoi gioielli mi amerà ancora di più.

 

PROPOSITI

1. Unione con Dio, mediante la pratica del Direttorio, di atti d'amore e di fiducia spesso rinnovati.

2. Umiltà, accettazione amorosa delle umiliazioni; abbassamenti nei rapporti quotidiani; mai scusarmi.

3. Piccole continue mortificazioni: sguardo basso, reprimere movi­menti troppo vivaci, parlare sottovoce, privazione volontaria delle piccole comodità permesse. - Rapportare tutto a Dio, tutto ricevere dalla sua mano, in ogni incontro rendere grazie a Dio. Non preoccuparmi tanto di evitare le mancanze o di praticare le virtù, ma tenermi attenta a Gesù nel fondo del cuore e agire in ogni momento sotto il suo impulso.

Sgomberare il cuore e la mente di tutto il creato, di tutto ciò che è umano e riempirli dell'amore del mio Gesù come di un delizioso profumo. In ogni cosa cercare di piacere al mio diletto Gesù e di incantarlo con la modestia religiosa e la pratica continua di tutte le piccole virtù che pas­sano pressoché inosservate, quali la cordialità, l'amabilità, l'uguaglianza d'umore, la compiacenza, ecc.

- Devozione a Maria.

Già l'inverno è passato! Non c'è più quel tempo freddo e triste; il vento del mondo che raggelava la tua anima ha fatto posto allo zeffiro il cui tiepido soffio viene dalle altezze del cielo. Il fragile fiore della tua anima, che l'aria corrotta del secolo minacciava di far appassire, può co­minciare a sbocciare. L'inverno è passato! Le nubi cariche di gelo si sono dissolte; il cielo è ridiventato azzurro, il caldo sole del divino Amore di nuovo darà calore alla tua anima.

L'inverno è passato! La scura notte dell'errore, della paura e del dub­bio, si è dissipata; ecco che l'Oriente si illumina dei raggi del Sole di Giustizia! La pioggia è cessata! Non temi più di sporcare i piedi nel fango, e di insudiciare nel fango della strada la tua veste; sola, la rugiada celeste scenderà per fecondare la tua anima.

La pioggia è cessata! Non più i pianti amari; solo le lacrime sante della penitenza o l'amorosa rugiada della riconoscenza bagneranno le tue palpebre.

Alzati, mia diletta! Alzati, anima cara che ho redento con il mio san­gue, cessa quel riposo fatale che potrebbe donarti la morte, alzati, prendi coraggio e vieni a me.

Durante questo anno (di Noviziato) che inizia, ogni tuo passo ti deve avvicinare a me. Non sgomentarti se la strada è lunga e faticosa, perché ad ogni passo che tu farai per salire fino a me, io ne farò per scendere a te. Non spaventarti se talvolta cadi e se ti senti affranta; lassù, nel mio Cuore, io preparo il divino balsamo che guarisce ogni ferita e meraviglio­samente fortifica.

Vieni, mia amata, sorella mia; vieni, tu che ho scelto fra mille mal­grado la tua miseria e debolezza estrema; vieni, ho pietà di te e ti apro il mio cuore. Vieni a perderti nell'infinito oceano delle mie misericordie e del mio amore!

 

 

1892

1° ottobre 1892

IlSignore mi ha fatto vedere che la vita di una religiosa della Visita­zione dev'essere una vita di dipendenza molto esatta al movimento della grazia; per questo la Visitandina deve tenersi in ascolto delle ispirazioni del Salvatore che ad ogni istante parla in lei.

Non deve mai permettere alle cose esteriori di occupare la sua mente, ma deve in qualche modo prestarsi alle occupazioni senza lasciarsi mai assorbire da esse. Il suo lavoro consisterà nel fare il vuoto in sé, toglien­dovi ogni cosa, anche se stessa.

Non deve niente desiderare, niente cercare e niente volere, al fine di essere in ogni istante disposta ad aderire perfettamente e amorosamente ai voleri di Dio.

 

Ritiro di professione - 8-17 ottobre 1892

La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia »

O Gesù, Maestro mio! io vengo a Te, perché Tu mi hai chiamata; vengo per essere istruita e per conoscere la tua divina volontà!

Parla, Signore! la mia anima, purificata dall'assoluzione del sacerdote e dal dolore intimo e profondo delle mancanze che ho commesso, è pronta ad ascoltare le tue divine lezioni.

Che le ardenti fiamme del tuo Cuore ammorbidiscano e fondano la mia anima e tutta me stessa.

Plasma, modella, trasforma; opera in me secondo il tuo beneplacito; io mi abbandono e mi metto fra le tue braccia, senza inclinazioni, senza pensieri, senza desideri; Tu hai dei progetti di misericordia e di amore sulla mia anima, disponi tutto in lei affinché vi corrisponda pienamente. Ti dono la mia volontà, essa è tua, piegala Tu con la dolce pressione del tuo amore. Mi hai già strappata al mondo, strappami a me stessa, fis­sami in Te, per il tempo e l'Eternità.

O Gesù, quanto sono sante e mirabili le tue vie; tutto ciò che Tu fai in noi e per noi è per il nostro bene. Non dobbiamo far altro che lasciarti fare, chiudere gli occhi e abbandonarci senza riserve. Allorché a Te piace,

Signore, scoprirmi qualche segreto del tuo modo di condurmi, e svelarmi i nascosti meccanismi che regolano i tuoi divini movimenti, la mia anima non può che ammirare e adorare in silenzio. Oh! come allora desidero togliere gli ostacoli che potrebbero intralciare le tue divine operazioni in me!

Quali sono i tuoi disegni su di me? Non lo so; so tuttavia che Tu ne hai, so che nella loro realizzazione troverò la salvezza e la vita; ma so anche, sento che se una sola infedeltà arrestasse la tua opera, e sospen­desse, non fosse che per un momento, il corso della tua grazia, io potrei fare una spaventosa caduta.

O Gesù, Gesù! aiutami! Tu mi chiedi molto, e io mi sento così debole. Sono davanti a Te priva di ogni cosa, senza forza, senza volontà...

È questo che mi dà coraggio: meno posso per me stessa e più Tu farai, minore è la mia volontà e più la tua regnerà su di me. Il vuoto attira; più spoglia e vuota sarò, più la tua grazia verrà a me forte e potente.

Dio mio, rinunzio ad ogni atto della mia volontà affinché la tua vo­lontà domini e diriga tutto in me. Rinunzio a tutti i desideri ed inclina­zioni personali, per seguire i movimenti interiori della tua grazia. Rinun­zio ad ogni inquietudine circa lo stato della mia anima, consegnando al tuo Cuore divino il passato, il presente e l'avvenire.

Rinunzio ad ogni fretta e zelo indiscreto a proposito della mia perfe­zione, rassegnandomi all'imperfezione e all'impotenza al bene, se così Tu permetti.

Rinunzio ad ogni attività naturale e al desiderio di agire e di fare qualcosa, accettando tutte le impotenze e debolezze fisiche, nonché le abiezioni che a Te piacerà mandarmi. Rinunzio ad ogni desiderio di es­sere o di sembrare qualcosa, sia riguardo alle virtù, o ai talenti, o anche agli impieghi, accettando di essere inutile, dappertutto di troppo e a ca­rico di tutti, se Tu così mi chiedi.

Rimetto la direzione del mio intimo nelle mani delle mie Superiore e dei confessori, e rinunzio ad ogni idea personale riguardo al cammino della mia anima.

Accetto fin d'ora tutte le situazioni per le quali piacerà a Dio farmi passare, e mi abbandono perfettamente, per il corpo e per l'anima, per il tempo e l'eternità, alla misericordia infinita di Nostro Signore.

Gesù, mio Salvatore, domani si leverà l'aurora del giorno radioso della mia professione religiosa. Domani diverrò realmente e pubblicamente la tua sposa. Tu sarai tutto mio, e io sarò tutta tua. Sì, fa' che io sia davvero tutta e interamente tua. Non permettere che io dia alle creature ciò che deve essere dato soltanto a Te. Non permettere che io mi attacchi a qual­cosa di terreno e mi separi da Te.

Aiutami a corrispondere a quell'attrattiva interiore di abbandono to­tale fra le tue braccia. Gesù! mio celeste sposo, plasmami come a te piace e fissami in Te!

 

PROPOSITI

1. Metto al primo posto la pratica del tagliar corto, fondamento di ogni pace interiore: tagliar corto ai ricordi del passato, alle previsioni sull'avvenire, alle agitazioni del presente, ecc.

2. Vedere in ogni cosa la volontà di Dio e la sua azione diretta, non guardare alle cause seconde.

3. Mi sforzerò di mantenere abitualmente il pensiero della presenza di Dio. Farò molto frequentemente degli atti di amore, di fiducia, e delle aspirazioni, anche e soprattutto quando non sentirò in me il fervore della devozione, quando sarò nell'aridità; farò quegli atti con la fine punta dello spirito, e se non potrò neppure applicare la mente, lo farò con la bocca.

4. In vista di piacere al mio Sposo, mi applicherò a tutte le minime osservanze e pratiche che mi saranno possibili, quali ad esempio uno sguardo trattenuto, una porta chiusa dolcemente, ecc.

5. Mi applicherò di tutto cuore alla pratica dell'umiltà, farò di questa virtù l'oggetto del mio esame particolare, sorveglierò specialmente le mie parole ed i miei modi di fare, e mi sforzerò di sparire, di cancellarmi.

6. Allorché mi sentirò turbata, agitata interiormente, sia che ciò pro­venga dall'amor proprio o da tutt'altra causa, lo dirò immediatamente alla Madre o alla Maestra; così per le mie mancanze.

7. Mi applicherò a reprimere continuamente l'impetuosità della mia natura e mi terrò raccolta per ascoltare interiormente Nostro Signore; cercherò di agire soltanto sotto l'impulso della grazia. Osserverò con cura il silenzio.

8. Accetterò in spirito di umiltà tutte le cure e le dispense, e su questo punto sarò attenta all'obbedienza umile e pronta.

Tuttavia farò presente, dolcemente e senza insistenza, ciò che crederò di poter fare.

9. Aprirò il mio cuore a tutte le impressioni, e la mia mente a tutti i pensieri atti a farmi entrare nella via della confidenza e dell'amore, e del­l'abbandono amoroso.

Alimenterò anche la gioia; non una gioia esteriore e dissipata, ma una gioia interiore, affinché realizzando quella parola della buona Madre Ma­ria di Sales: « Dio solo per la mia anima, la mia anima solo per Dio », io viva nella dilatazione della carità che è in Gesù Cristo Nostro Signore.

10. Non mi lascerò abbattere dalle mancanze che commetterò, e non mi rattristerò per le mie imperfezioni. Mi ricorderò di quelle parole del nostro Santo Fondatore: «Fare il bene e farlo gioiosamente, è un duplice bene; rattristarsi per i propri difetti, è aggiungere difetto a difetto».

Ricevi, mio Salvatore, questi propositi, che la luce del tuo Santo Spi­rito mi ha mostrato essere utili alla mia anima e graditi al tuo cuore. Donami la tua grazia, affinché io cammini coraggiosamente e costan­temente in questa via stretta della perfezione; aiutami, sostienimi, guidami. Mio Dio, comincio appena la corsa, e già sono stanca; sospiro il riposo della morte; sento la mia anima debole e vicina a cadere; sento la mia mente spossata dalle lotte e dalle vane immagini che l'hanno riempita, sento il mio corpo affranto e impotente.

Il mio cuore soltanto ha sete di amore, di dedizione, di tutto ciò che è puro, bello e divino; sembra che stia allo stretto in questo corpo di carne, in questo involucro mortale che vorrebbe spezzare.

Mio Dio, voglio tutto, accetto tutto; il movimento interiore della mia anima durante questo ritiro è stato in movimento costante di abbandono alla tua divina volontà, di consegna di tutta me stessa fra le tue braccia.

Mi sento attirata alla pratica di una obbedienza molto esatta e fedele, non solo a Te, Maestro mio, ma alle tue creature, soprattutto a quelle che sono tue rappresentanti per me.

Sono impotente ad andare verso il bene, non riesco a dirigermi verso di esso e ho paura di me; illumina, Signore, coloro ai quali voglio obbe­dire come fossero Te; insegna loro ciò che è necessario alla mia anima affinché, obbedendo alla loro voce, sia alla tua che obbedisco.

O Gesù! vorrei dormire, dormire sul tuo Cuore; dormire a lungo a lungo, fra le tue braccia; non vedere più il male, non più vedere il mondo, non più vedere la mia corruzione; vedere Te, Te solo, così divino, così amante, così puro, così grande, così generoso! Vorrei non vedere che Te, non occuparmi che di Te, tutto il resto mi è pesante e mi fa soffrire; traimi a Te, Signore!

Se Tu vuoi che il mio corpo soffra, espii e meriti ancora lungo tempo sulla terra, almeno ritira in Te la mia anima e le sue potenze. O piuttosto, fa' ciò che a Te piacerà! Tutto, Signore, tutto! mi dò a Te senza riserve, ritratto ogni desiderio e ogni domanda.

Mi dono a Te per la salvezza e la conversione delle anime, mi dono senza divisione e senza restrizione, pronta a soffrire nell'anima, nel cuore e nel corpo, per espiare, e meritare la salvezza dei peccatori.

La morte, o Gesù, la morte che mi unirà per sempre a Te, che mi separerà da questa carne così pesante, nemmeno la morte voglio più desiderarla.

Se patendo e soffrendo sulla terra, posso ottenere la salvezza di qual­che povera anima, questo mi basta, mio Dio. Tutta tua per le anime, tutta per Te e per le anime, tutta delle anime con Te; niente altro che Te per la mia anima, nient'altro che la mia anima sola e Te!

O Gesù, Sposo divino, o Gesù dolcezza celeste, le pronunzio con gioia quelle parole del Cantico: « La sua sinistra è sotto il mio capo, e la sua destra mi abbraccia ».

 

31 ottobre 1892

Debbo applicarmi a riassumere la mia vita in queste tre parole: unir­mi, amare, soffrire.

Unirmi a Dio, mediante il raccoglimento, l'orazione, uno sguardo inte­riore abitualmente fisso in Dio, la fedeltà; unirmi al prossimo mediante la dolcezza, la cordialità, la soavità dei rapporti, la dolce condiscendenza, la flessibilità della volontà.

Amare Nostro Signore come unico e amato Sposo, amarlo come bene­fattore insigne, come principio, fine e sola felicità.

Amare il prossimo come oggetto amatissimo del mio Diletto; amare le anime come opera perfettissima del mio Creatore.

Soffrire per Dio, nell'anima e nel corpo, come sacrificio e olocausto; per me, come espiazione e necessaria conseguenza delle mancanze del passato; per il prossimo, come riparazione, offerta, propiziazione, e come mezzo di unione fra Dio e le anime.

 

1892

Dal fondo dell'abisso, Signore, io grido a Te; da questo abisso che è la terra, al fondo della quale si agitano tutte le passioni degli uomini, elevo la voce verso di Te, mio Signore e mio Dio; ti dico la mia miseria e il mio isolamento, ma la mia pena è così grande e il peso che mi soffoca è così pesante che non posso far altro che gettarti grida, invocazioni pres­santi, grida d'angoscia.

Signore, ascolta la mia preghiera! Che le tue orecchie siano attente alla voce della mia preghiera. Presta ascolto, Signore, e intenderai quanto lacerante è il mio grido. Tu riconoscerai dall'inflessione della voce, dal­l'espressione del grido, come colei che lo lancia è in pericolo di perire; il tuo orecchio intende spesso il grido dell'uomo, grido di bestemmia, grido di collera, grido di maledizione, grido di disperazione, ma nel mio grido riconoscerà la supplica e l'amore.

Se Tu tieni conto esatto delle iniquità, o mio Dio, chi potrà, Signore, sussistere davanti a Te? Se tieni conto di tutti i crimini, di tutte le offese, di tutti i nostri errori; se la verità e la giustizia soltanto presiedono all'ac­certamento di quel conto, la nostra salvezza è persa ed ogni speranza è abbandonata. Inutile, Signore, che Tu completi quel conto: ce n'è abba­stanza per perderci per sempre, non spingere oltre la nostra angoscia, che la nostra sorte sia fissata!

Maestà santa, Verità increata, Potenza senza limiti, Amore miscono­sciuto, Padre inflessibile, Maestro insultato, fa' giustizia!...

Ma Tu sei pieno di misericordia... Tu non sei il Dio geloso, ma il Dio buono; non sei il Padre inflessibile, ma il tuo Cuore è pieno di tenerezza per i tuoi figli; non sei il Maestro esigente, ma il dolce Amico delle anime; Tu sei la Misericordia stessa.

Spero in Te, Signore, a motivo della tua legge. La legge dell'amore ha sostituito la legge del timore. E’ pur sempre la stessa legge, ma anziché comunicarmela sul Sinai in mezzo a fulmini e lampi, Tu ce l'hai annun­ciata sotto gli ulivi della Giudea e fra le rose di Gerico; non è più la legge forte e terribile che colpiva a morte il colpevole, ma la legge compassio­nevole e dolce che si accontenta di una lacrima di pentimento. Legge santa che si riassume in una sola parola: amate! Amate Dio, amate i vostri fra­telli, amate il vostro nemico; Dio ci ama, Egli vuole la nostra salvezza.

La mia anima attende l'effetto delle tue promesse. Dolci promesse; il mio cuore conta su di esse e tutto il mio essere ne attende la realizzazione. Beati coloro che piangono, perché saranno consolati. Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati coloro che soffrono persecuzione perché di loro è il regno dei cieli, ecc. ecc... La mia anima ha posto nel Signore tutta la sua fiducia. Vedendo la tua misericordiosa bontà, o mio Dio, chi non confiderebbe in Te? Tu per­doni le offese, ricompensi al centuplo la più piccola opera fatta per Te. Tu tieni conto, non delle nostre iniquità, ma del minimo sguardo gettato verso di Te, del minimo sospiro del cuore, della più piccola lacrima versata.

Dal mattino fino alla sera Israele speri nel Signore. Povero popolo, povera razza d'Adamo decaduta e ridotta alla miseria, getta tutte le tue speranze nel Cuore di Colui che, per salvarti, ha sofferto la morte e l'igno­minia della croce. Egli non deluderà la tua speranza, non respingerà la tua preghiera.

Perché il Signore è pieno di bontà ed in Lui è abbondante la reden­zione. La bontà è l'essenza stessa del mio Dio e la redenzione che ha dato al mondo è infinita, come infinito è tutto ciò che è in Lui. Infinita la sua potenza, infinita la sua sapienza, infinita la sua misericordia, infinito il suo amore per noi e il suo zelo per la nostra salvezza. È Lui che redimerà Israele da tutte le sue iniquità.

 

1892

Quanto sono ammirabili le tue opere, mio Dio! Come è bella e piena di pace questa natura che Tu hai creato con la potenza della tua parola! Quant'è dunque benevolo il tuo cuore a degnarsi di circondarci di ric­chezze e di bellezze così dolci ai nostri occhi!

Tutta la nostra vita dovrebbe trascorrere in continue azioni di grazie, e l'incenso della nostra gratitudine dovrebbe alzarsi ogni istante verso il tuo trono.

Tutto abbiamo dalla tua liberalità, Signore. Se l'insieme della natura forma uno spettacolo degno di ammirazione, la contemplazione dei suoi meravigliosi dettagli fa ancor meglio risaltare la tua potenza e la tua bontà. Che ad ogni istante, o Dio, si slanci verso di Te il mio grido di amore e di riconoscenza! Sia lodato, ringraziato e adorato dappertutto e sempre il Dio unico e tre volte santo, creatore, ordinatore, conservatore e dispen­satore di tutte queste bellezze, di questa armonia della natura che incanta lo sguardo, rapisce lo spirito, riempie il cuore, e immerge l'anima nell'ado­razione, riconoscenza, ammirazione e amore!

 

 

1893

18 gennaio 1893

Il Signore mi ha fatto comprendere qual era la condizione di umiltà che Egli desiderava da me e dalle figlie della Visitazione in generale. Questa umiltà dev'essere come un tessuto trasparente che ricopre tutto, o piuttosto come un profumo soave e leggero che impregna le nostre azioni, pensieri, parole. Questa umiltà non è per nulla umiltà di atti, ma bisogna esserne talmente rivestiti interiormente, che tutto ciò che esce da noi ne porti il sigillo. In una parola, dev'essere una condizione, uno stato di umiltà.

Avrò una grande umiltà di fede verso Dio, abbandonandomi, senza cercare di comprendere le operazioni di Dio in me.

Accetterò con umile e amorosa rassegnazione le mie impotenze e le mie debolezze.

Con le mie Superiore sarò piena di rispettosa e umile confidenza, e seguirò umilmente la loro direzione. Con le mie Sorelle sarò di un'umile e franca cordialità, e quando chiederanno il mio parere lo darò con semplicità.

Con i miei familiari sarò di un'umile e dolce gravità, e con gli estranei di un'umile e grave dignità.

Infine, questa umiltà deve consistere soprattutto in un annullamento progressivo di me stessa, facendo sparire l'azione personale per lasciar fare e agire Dio.

 

12 febbraio 1893

Questa mattina, dopo la Comunione, Nostro Signore seduto in mezzo al mio cuore mi ha dato i suoi insegnamenti e istruzioni; mi ha fatto vedere quanto sia necessario che nella vita religiosa, soprattutto quando si ricopre qualche carica, per piccola che sia, tutto venga attinto da Lui, affinché non si mescolino delle ottiche umane che infallibilmente finireb­bero per corrompere ogni cosa.

Occorre mettere da parte ogni sentimento personale, spogliarsi delle proprie simpatie e antipatie, e, non ascoltando nessuna delle proprie incli­nazioni, tenersi davanti a Dio come un vaso vuoto, pronto a ricevere ciò che la grazia vi metterà secondo le occasioni.

Non bisogna giudicare nulla umanamente e seguendo il proprio giu­dizio, ma giudicare secondo Dio, il che significa giudicare non secondo le proprie inclinazioni, ma secondo la luce che Dio dona al cuore che si tiene davanti a Lui, vuoto di sé e riempito della conoscenza del suo nulla e dell'ingiustizia dei propri pensieri. Se noi agiamo naturalmente, è im­possibile che non mescoliamo molta passione ai nostri atti e ai nostri giu­dizi; bisogna dunque che, mediante la distruzione del proprio spirito, e mediante una sempre più stretta unione con Dio, ci mettiamo in condi­zione di lasciare Nostro Signore pensare, parlare e agire in noi; potremo allora assolvere i nostri incarichi religiosamente e con giustizia, senza nuo­cere alle nostre anime, senza danno e senza cattiva edificazione per il prossimo.

 

18 febbraio 1893

Il Signore mi ha fatto vedere che dovevo armarmi di grande coraggio per andare diritto verso di Lui, senza veder null'altro, non lasciandomi fermare da nulla, non guardando il passato che mi rattrista, non guar­dando l'avvenire che mi spaventa, non fermandomi neppure al presente che spesso m'inquieta; non dandomi pensiero di nulla, lasciando tutto da parte, fissando unicamente lo sguardo sul mio Salvatore crocifisso e cam­minando senza stanchezze e senza indebolimenti verso il fine divino.

 

19 marzo 1893

Nel pomeriggio, all'orazione, ho sofferto in modo strano: il Signore mi ha mostrato un calice che dovrei bere, così amaro che la mia natura lo respingeva con tutte le forze. Ero come in agonia. Dopo aver lottato, ho accettato tutto, ho voluto tutto e mi sono abbandonata a Dio per tutto.

 

21 marzo 1893

Questa mattina sono stata istruita su tre doveri delle Suore Asso­ciate e; non mi è sembrato fosse Nostro Signore stesso ad istruirmi. Quando è Lui, sento qualcosa che non ho sentito questa mattina. Ho pensato fosse il nostro Santo Fondatore.

Il primo dovere è applicarmi alla vita interiore e di orazione, affin­ché, non potendo cantare le lodi di Dio, l'anima perlomeno gli renda omaggio mediante il suo annichilimento, la sua dipendenza e la sua unione; in tal modo compia l'ufficio degli angeli, che è quello non solo di cantare le lodi di Dio, ma anche di adorarlo e di adempiere ad ogni istante la sua volontà.

Il secondo dovere è quello della dedizione alle Suore coriste, favo­rendo il canto del santo Ufficio. Quando suona l'Ufficio, bisogna essere sempre pronta a sostituire, ad aiutare quelle che vanno al coro.

Il terzo dovere è quello della mortificazione, e questa è raccomandata soprattutto alle Associate che sono tali a motivo della loro salute. Avendo bisogno di molte particolarità, dispense e mitigazioni, non devono per­dere alcuna occasione per mortificarsi. Più si è deboli, delicate e soffe­renti, più bisogna amare la mortificazione, dato che, per le cure e le miti­gazioni (all'osservanza della Regola) che si hanno, si è esposte a cadere in un colpevole rilassamento.

Non bisogna credersi dispensate dalla mortificazione perché si è de­boli e sofferenti; se non si ama e non si cerca volontariamente qualche piccola sofferenza e pena, non si potranno sopportare e amare le soffe­renze spesso molto più forti che Dio manda.

Bisogna dunque che quelle che sono deboli approfittino di tutte le occasioni per mortificarsi in tutto ciò che è permesso dall'obbedienza.

La prima mortificazione consiste nel fare tutto ciò che si può nel proprio servizio e in quello delle altre al fine di alleggerire quanto più possibile il prossimo. Bisogna andare volentieri a tutti i lavori comuni.

 

1893

Mio Dio, la tua volontà, nient'altro che la tua volontà! Non voglio niente, non desidero niente, ma solo obbedirti in tutto.

Fa' di me secondo il tuo volere, prendi possesso interamente del mio cuore e di tutto il mio essere; mediante questa comunione mi rimetto senza riserve fra le tue mani; agisci da Maestro nel tuo dominio; distruggi, spezza, strappa, agisci liberamente, sarà mia cura seguire il movimento della tua grazia e in ogni cosa obbedire a Te e alle mie Superiore.

Da venerdì 21 aprile 1893 comincerò con il permesso del confessore e l'autorizzazione della rev.da Madre quella serie di Comunioni del ve­nerdì che durerà un anno. Credo di fare la tua volontà, mio Dio, e di pra­ticare il mio caro voto di obbedienza seguendo per queste Comunioni il consiglio della rev.da Madre.

Voglio fare tutto sotto il movimento dell'obbedienza, e poiché la Madre non può e non vuole comandarmi su questo punto, riterrò il suo consiglio come un'obbedienza e lo seguirò fedelmente.

 

Luglio 1893

Lo spirito della Visitazione è uno spirito veramente perfetto, perché è lo spirito stesso di Dio. L'Apostolo ha detto: « Dio è carità - Dio è amore ».

Ora, lo spirito della Visitazione è uno spirito d'amore: amore verso Dio, sentito o non sentito, amore sensibile o amore di volontà; ma amore vero che si esprime mediante la fiducia, l'abbandono e la consegna totale di sé, e mediante un amoroso consenso al divino volere.

Amore per le anime, per le quali dobbiamo continuamente immolar­ci, soffrendo e pregando per meritare loro delle grazie.

Amore per coloro che ci attorniano, lavorando al progresso della loro perfezione mediante le nostre preghiere, esempi, parole; con la testimo­nianza della più perfetta carità, il più sincero affetto, mettendo nei nostri rapporti la più dolce e soave cordialità.

Dopo questo, c'è forse da stupirsi che il Divin Cuore di Gesù, volendo manifestarsi agli uomini, abbia scelto il nostro piccolo Istituto per essere il canale delle sue grazie e il luogo di riposo del suo amore?

O non possiamo pensare piuttosto che il Cuore Divino abbia formato Lui stesso questa cara Visitazione, nella previsione di donarsi ad essa? Quando il Verbo volle incarnarsi, creò e preparò Egli stesso l'anima e il corpo della Vergine mediante la quale doveva nascere nel mondo; così volle senza dubbio formare Egli stesso il nostro piccolo Istituto donan­dogli il proprio spirito, prima di donargli il suo Cuore.

Questo stesso nome di Visitazione, che a prima vista sembra non avere più relazione con i mezzi e i fini del nostro Istituto, mostra al contrario, a ben pensarci, che è Dio stesso che gli ha dato questo nome.

Il mistero della Visitazione è la prima effusione d'amore del Cuore umano di Gesù verso la creatura; nella preservazione e santificazione di Maria hanno operato il Padre, il Verbo e lo Spirito, ma nella santifica­zione di Giovanni è l'umanità del Salvatore vivente in Maria che ha ope­rato, è il suo cuore di carne che ha voluto testimoniare il suo amore alla creatura prima ancora di nascere al mondo

 

Primo ritiro dal 5 al 14 novembre 1893

« Ecco, o Dio, io vengo per fare la tua volontà. Sacrifici ed olocausti non hai gradito, ma mi hai dato un corpo... » Nel primo giorno di questo ritiro mi sono messa nella disposizione di fare tutto ciò che il Signore mi avesse chiesto; sentivo che egli voleva qualcosa di totale, di grande, e che avrei dovuto fare qualche atto che fosse come una nuova ripresa del cammino.

Ho passato i primi due giorni in una specie di attesa, senza luce e completamente spogliata della parte sensibile, soffrendo un poco fisica­mente, ma senza angustia di spirito né timore.

Il terzo giorno, nella seconda meditazione, ho cominciato a sentire la presenza del Signore, ed ho avuto un'idea generale, ma ancora confusa, di ciò che avrei dovuto fare; ho visto che si trattava di una morte a tutte le cose create, una specie di spogliamento di tutto l'essere; nel pomeriggio ho sentito per un momento come un'impressione di freddo al cuore, ma ho dominato questa impressione ed ho mantenuto la disposizione di fare ogni cosa mi fosse richiesta.

Il quarto giorno, alla Comunione, ho detto al Signore che ero disposta a tutto ed ho accettato le disposizioni di morte e di annientamento che intravedevo. All'una interruppi la lettura che avevo appena incominciata, presi il Crocifisso e cominciai a vedere, a comprendere tutto: dovevo of­frirmi senza riserve all'Amore, affinché questo Amore potesse distruggere, crocifiggere, consumare tutto l'essere. Sentivo in me un desiderio ardente e come un bisogno di darmi tutta a questo Amore. Non potevo fare altro che dire di sì a tutto e baciare di tanto in tanto le piaghe del Crocifisso.

Ero là da qualche tempo quando intesi quindici rintocchi; benché soffrissi molto, pure soffrivo ancora di più nello strapparmi all'azione crocifiggente di Gesù.

Tuttavia discesi per obbedienza, presi posto nel coro e vi rimasi senza alzare gli occhi che erano pieni di lacrime e senza quasi intendere la pre­dica. Dopo, continuai ancora la mia orazione.

Dopo Vespro, parlai alla Maestra, le dissi un poco di ciò che vedevo, ma avevo il cuore così gonfio di pianto che quasi non potevo parlare, e se cercavo di farlo le lacrime ricominciavano a cadere. Poco dopo le quat­tro rientrai in cella, ripresi il Crocifisso, mi offrii al Signore senza riserve e rimasi là, le labbra incollate a quella divina immagine... Soffrivo ancora, ma sentivo qualcosa di dolcissimo nel profondo dell'anima, e rimasi così fino quasi a Compieta quando discesi.

Il quinto giorno mi svegliai un poco prima delle quattro con un ardente desiderio della Comunione; rimasi così fino alle sei, chiamando continua­mente Gesù. Alla prima orazione, cominciai a comprendere il mistero d'amore della croce ed il prezzo della sofferenza. Mi accostai alla Comu­nione con amore e fiducia; ma dopo, avendo Dio permesso che io avessi qualche motivo di timore, feci un atto di abbandono totale e mi annichilii profondamente nel mio intimo riconoscendo la mia indegnità. Dopo la Messa, feci un poco d'orazione durante la quale provai un grande desi­derio di unirmi a Dio con la sofferenza, l'umiliazione e la croce. All'una cominciai la lettura su Le Crucifix del Padre Huby; avevo preso in mano il Crocifisso, ma ben presto chiusi il libro: Gesù crocifisso mi attirava. Mi misi in ginocchio e, con la croce stretta al cuore, gustai le amare dol­cezze della sua Passione. Vedevo l'amore che lo aveva spinto a donarsi totalmente per me e mi sentivo talmente spinta a donarmi interamente al suo amore, che avrei voluto sciogliermi e quasi trasfondermi tutta in Lui.

Vedevo che non lo avevo amato, che fino ad oggi avevo amato di Lui solo le sue divine carezze, i suoi santi abbracci, le inebrianti dolcezze del suo amore, fuggendo la croce, l'umiliazione, gli abbandoni e tutto ciò di cui egli stesso si era servito per provarmi il suo amore.

Rimasi là, in ginocchio, amando, soffrendo, adorando, donandomi, circa due ore e un quarto.

Intesi le ore passare, ma non potevo strapparmi a quella croce santa; fu soltanto sentendo suonare la campana per la preghiera di San Rocco, che lasciai la cella per andare a pregare con la comunità.

Il sesto giorno, durante la prima orazione, avevo appena incominciato a meditare sull'eccesso d'amore di Cristo Gesù, quando fui presa da un ardente desiderio di amarlo. Nello stesso tempo sentivo una così grande impotenza a farlo, che soffrivo una specie di indicibile tortura.

Mi sembrava che, se il mio corpo fosse stato lacerato da flagelli e le mie membra perforate da chiodi, avrei sofferto meno; sentivo in me qual­cosa che voleva slanciarsi per unirsi, aderire e perdersi in Dio ed insieme sentivo qualcosa che mi soffocava e mi riduceva ad una specie di agonia. Tutto questo durò circa una mezz'ora; dopo, ero come annientata e rimasi tutto il tempo di Prima in una specie di languore doloroso dal quale tut­tavia non avrei voluto uscire.

Feci la Comunione senza lumi né particolare fervore sensibile; alla seconda orazione sentii ancora lo stesso movimento interiore di desiderio d'unione e di impotenza.

In refettorio, poiché la Madre mi aveva vietato di continuare nella penitenza che mi ero prefissa, trovai in questa umiliazione una straordinaria soavità e consolazione, e, mentre pranzavo, cercavo di capire come avessi potuto fino allora temere e fuggire l'abiezione e le umiliazioni nelle quali la mia anima trovava in quel momento tanta dolcezza.

Il resto della giornata trascorse senza alcun fervore sensibile, in una specie di solitudine interiore.

Il settimo giorno mi svegliai dicendo queste parole: « Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente ». E fino alla levata mi intrattenni interiormente sulle parole del salmo.

All'orazione compresi che talvolta il nostro amor proprio ci inganna stranamente. Finora non avevo mai voluto desiderare e ancor meno chie­dere croci, sofferenze ed umiliazioni. Credevo fosse per umiltà, ma non era che vigliaccheria.

L'umiltà sente la sua debolezza, la sua miseria, la sua impotenza, ma sa che, se Gesù non viene in un'anima senza la croce, nemmeno la croce viene a lei senza Gesù. Ora, se Gesù è là per fortificarci, perché temere?

Il divin Salvatore ama così appassionatamente le nostre anime, che non dà loro più croci che forza, né più umiliazioni che coraggio. Non de­siderare la croce significa non desiderare Gesù, perché mai la nostra anima riceverà l'una senza l'Altro.

Andando alla Comunione, sono stata sorpresa e felice sentendo le nostre suore intonare il salmo che mi aveva tenuta occupata il mattino. Durante il ringraziamento, mi hanno colpito queste parole: « I tuoi altari saranno la mia dimora ». Ho visto che il vero altare del Signore è la croce, e ho sentito che là dovevo stabilire la mia dimora, o ai suoi piedi, guardandola amorosamente, o inchiodata su di essa, soffrendo con Gesù.

Continuai il ringraziamento fino a tavola, dove mi seguì il pensiero della Comunione, occupandomi una parte del tempo.

Durante la lettura, mi sentii attirata all'orazione; mi pareva che il Si­gnore soffrisse di non trovare dei cuori nei quali essere il Maestro che compie la sua Volontà. Avrei voluto aprire e dilatare il mio affinché al­meno in questo cuore egli potesse fare ciò che voleva.

All'orazione delle due, ho avuto il pensiero che il Signore, giudicando la prova abbastanza lunga, nella sua bontà mi avrebbe restituito ben presto la voce, e siccome lo supplicavo di farmi conoscere se veramente fosse la sua volontà che io cantassi le sue lodi, intesi molto chiaramente queste parole: « Chiedilo alla tua Superiora, io le ispirerò ciò che voglio da te».

L'ottavo giorno, avendo sentito durante la Messa un po' di timore, ho fatto un atto di abbandono e, dopo la Comunione, mi sono nuovamente donata a Dio senza riserve. Prima di andare al colloquio (con la Supe­riora) ho pregato, supplicando il Signore di illuminare tutti quelli chia­mati a dirigermi.

Dopo l'obbedienza, entrando in Noviziato, ho avuto l'impulso inte­riore di privarmi del piccolo piacere di vedere l'altare illuminato di Santo Stanislao; mi sembrava di sentire in fondo al cuore la voce di Dio che mi chiedeva questo piccolo sacrificio, promettendo di ricompensarmi. Rimasi con gli occhi bassi o chiusi per tutto il tempo della preghiera e verso la fine sentii nel cuore un calore d'amore così dolce, che, quando tutto fu finito, mi affrettai a lasciare il Noviziato e, senza nulla guardare, andai in cella, dove rimasi fino all'una tutta presa dal desiderio di amare Dio e di fare tutti i piccoli sacrifici che mi avesse chiesto. Come suonò l'una, pen­sai che dovevo fare la lettura; dopo feci orazione, durante la quale fui colta da timori, coi quali però tagliai corto facendo per tre volte l'atto di abbandono, chiudendo per così dire gli occhi su tutto ciò che passava nel mio intimo, mettendomi nelle mani di Dio e dell'obbedienza.

L'indomani del ritiro rimasi sotto questa impressione di desiderio d'amore, ma in seguito sentii che ero entrata nella via che il Signore mi aveva fatto vedere: via di annientamento. Non vidi più nulla, non sentivo nulla, non soffrivo come durante il ritiro, ma neppure provavo quella dol­cezza interiore che mi veniva dalla sofferenza: era il nulla, la morte a tutto ciò che era sensibile, era il freddo ed una specie di nudità interiore. Da allora sono così, mi abbandono e mi applico all'osservanza della Re­gola e alla pratica della virtù ogni volta che se ne presenta l'occasione. Sia fatta in me la divina Volontà!

Prima e durante il ritiro ho avuto il pensiero che potrei fare a Dio una specie di voto d'abbandono nelle sofferenze; sembra, che tanto la Madre quanto la Maestra l'approvino. Mio Divin Salvatore, per corri­spondere all'attrazione della tua grazia, per entrare in questa via crocifig­gente che mi hai fatto vedere in questo ritiro, e per lasciare che il tuo amore eserciti liberamente in me la sua azione, con l'autorizzazione della Madre e per la durata che mi prescriverà l'obbedienza, faccio un voto di totale abbandono alla misericordia del tuo Sacro Cuore.

Questo voto consisterà nel distogliere la mente e nel fare un atto di abbandono non appena mi accorgerò di trovarmi in uno dei quattro stati seguenti, e nel rinnovarlo tante volte quante sarà necessario:

1. Quando, sentendo le passioni agitarsi nel mio profondo, sentendo la mia debolezza, vedrò l'inferno aprirsi davanti a me e mi sentirò come attirata verso l'abisso.

2. Quando riceverò qualche luce, consolazione o grazia particolare, sia all'orazione che altrove, e temerò l'illusione.

3. Quando mi troverò in quello stato di vuoto interiore, di tenebre e di angosce in cui pare che Dio si sia allontanato.

4. Quando, prima della Comunione, sarò assalita dal timore alla vista della mia estrema miseria e temerò, mangiando quella adorabile Carne, di mangiare il mio giudizio e la mia condanna.

Questo voto non mi impegnerà sotto pena di peccato, è un voto d'amore fatto per amore all'Amore.

Se mi succedesse che in un momento di sofferenza straordinaria, in qualche circostanza particolare, questo voto mi fosse motivo di turba­mento, di inquietudine, aumentasse le mie pene o mi causasse qualche difficoltà di coscienza, la mia Superiora, nelle cui mani faccio questo voto, me ne potrà dispensare.

Tuttavia, il giorno in cui uscivo dal ritiro e nel quale avrei dovuto fare questo voto, la Maestra venne a dirmi di farne un semplice propo­sito nell'attesa di chiedere consiglio a Padre Gabriele.

... Ho visto Padre Gabriele, gli ho esposto in breve lo stato delle mie pene e l'idea di questo voto d'abbandono, ed ecco ciò che mi ha detto. Lo scrivo qui perché da questa confessione sono uscita molto confortata e credo che questi consigli siano buoni.

« Il voto - o la promessa che sono la stessa cosa - non possono mai essere fatti se non sotto pena di peccato ed è questo che forma il voto; qualsiasi proposito che non sia sotto pena di peccato non può essere altro che un semplice proposito impropriamente chiamato voto o promessa.

Premesso questo, sconsiglio il voto, soprattutto su un punto di tale natura; le sarebbe molto difficile discernere se ha o no adempiuto al suo voto. Poiché la pena interiore e sempre accompagnata da turbamenti e te­nebre, lei non potrebbe ricordarsi di ciò che ha pensato e fatto in quel momento, ed il suo voto, invece di calmare la sua pena, potrebbe invece aumentarla ».

Dopo questo, il Padre mi ha interrogata dettagliatamente sulle pene ed angosce che mi tormentano più spesso; sulle due prime di cui gli ho par­lato, mi ha dato parecchi buoni chiarimenti; quanto poi alle angustie causate dal timore d'illusione dopo i lumi e le grazie, mi ha detto: « Che la luce o la consolazione venga dal demonio o da Dio, questo non la deve preoccupare; la riceva umilmente e ne approfitti per essere più fervente, per progredire nell'amore di Dio e nella virtù. In tal modo, qualunque ne sia la sorgente, essa tornerà a suo vantaggio ».

Per i timori riguardo alla Comunione, mi ha detto: « Dal momento che lei non avverte nella sua anima alcun peccato mortale, vada con fiducia alla Santa Messa. Qualunque sia la sua corruzione o la sua miseria, la Comunione le farà sempre del bene ».

Ha concluso consigliandomi di fare una buona e forte risoluzione di totale abbandono a Dio e di praticare questa risoluzione energicamente, malgrado tutte le opposizioni della natura e del demonio.

 

15 dicembre 1893

Ieri all'orazione, benché all'assemblea non mi trovassi per nulla in quella disposizione, sono stata afferrata da quel dolore interiore dell'anima del quale non riesco a comprendere la causa. Mi sono esaminata se avessi commesso qualche mancanza o se fossi stata infedele, ma non notai nulla di particolarmente grave. Mi sembra però che il Signore mi facesse capire interiormente che non era solo per me che dovevo soffrire, ma soprattutto per quelle anime che non cercano altro che il loro piacere, così come per tanto tempo ho fatto io.

Allora gli ho detto dolcemente che mi sentivo troppo debole, che la sofferenza del corpo mi faceva paura, che quella dell'anima mi spezzava e che non ero capace di soffrire per gli altri. Il Signore mi ha risposto interiormente: « Io sarò la tua forza ». Gli ho detto allora: « Mio Salva­tore, temo il mio orgoglio ancor più che la mia debolezza, ho paura che esso mi perda se tu mi farai la grazia di farmi soffrire un poco ». Mi è sembrato che egli mi rispondesse: « Saprò ben io abbatterlo ».

Allora non ho detto più nulla, ma mi è venuto uno strano terrore che le parole che avevo interiormente udito dal Signore non fossero altro che artifici del demonio, o semplicemente effetto dell'immaginazione.

Mi sono abbandonata a Dio per tutto; mi sono offerta a Lui per fare ciò che Egli vorrà. Mi sono data come una materia inerte, senza neppur pensare, senza volere nulla. Soffrivo sempre, ma sentivo la presenza di Gesù. Il rimanente del tempo ed il quarto d'ora, l'ho passato poi in una specie di doloroso torpore.

 

 

1894

15 gennaio 1894

Mio Dio, mio Dio non abbandonarmi, abbi pietà di me secondo la grandezza della tua misericordia e non consegnarmi ai miei nemici...

 

29 gennaio 1894

Io credo, Signore, voglio credere; con tutta la forza della mia volontà aderisco a tutto ciò che la Chiesa insegna. Non vedo nulla, sono nella notte, ma voglio credere e sperare contro ogni speranza; sì, credo tutto, tutto, e mi abbandono a te.

 

28 febbraio 1894

Questa mattina, all'orazione e durante la Messa, ho avuto una luce particolare sul più perfetto e sul voto che di esso fanno tante anime sante; voto che finora non avevo ancora potuto comprendere.

Ho avuto il desiderio di esercitarmi a praticare ciò che nel momento penserei essere più perfetto, ma senza peraltro farne oggetto di voto o di promessa, ed ho sentito il cuore dilatarsi, senza provare né difficoltà né pena. Ho pensato alle occasioni in cui mi potrei trovare ed ho visto che, con la grazia di Dio ed una volontà energica, lo potrei fare. Farò certo molte imperfezioni, commetterò anche delle mancanze, ma queste non saranno volontarie perché la mia volontà è di fare ciò che è meglio per piacere a Dio.

Temevo dapprima di incontrare delle difficoltà su certi punti, special­mente sulla mortificazione, ma ho capito questo: un atto perfetto non è soltanto un atto fatto per amore, fervido e completo, ma è anche un atto essenzialmente ragionevole, perché un atto, per quanto fervido e pieno possa essere, se è imprudente o irragionevole è macchiato d'imperfezione; non è più dunque il più perfetto.

Il più perfetto, per una Visitandina, è sempre osservare la Regola e adempiere i suoi voti. Dunque, per ciò che riguarda la mortificazione, ciò che è contro la regola o disapprovato dall'obbedienza, è imperfetto. Ciò che può pregiudicare la salute è imprudente, quindi è imperfetto. Mi è sembrato che esercitarmi al più perfetto, anziché farmi fare delle cose singolari o irragionevoli, darebbe al contrario un certo equilibrio al mio giudizio; mi obbligherebbe ad essere attenta alle mie azioni e mi impe­direbbe di agire imprudentemente e secondo l'impulso del mio impeto naturale.

So bene che nel compiere il più perfetto mancherò spesso, sia per sorpresa, che per fragilità, debolezza e viltà della natura, ma non me ne stupirò. Poiché per ora non faccio il voto, non peccherò mancandovi, là dove, con il voto, non facendo il più perfetto commetterei una vera colpa. Mi sembra che questo esercizio sarà un atto continuo di amore che mi unirà a Gesù; non un amore di soavità e dolcezza, ma un amore di vo­lontà, di azione, di energia, di lotte.

E’ straordinaria la facilità e l'attrazione che provo nell'intraprendere questo esercizio, con una larghezza ed apertura di cuore tale che mi im­pedisce ogni timore. Vedo la cosa da un punto di vista diverso da come l'avevo vista finora. Mi pare che mi sia stata data la chiave di un armadio segreto e che, aprendolo, io abbia visto e compreso.

Questa attenzione al più perfetto terrà il mio spirito continuamente all'erta; vi troverò anche l'occasione per umiliarmi spesso davanti a Dio, facendo l'esperienza di quanto sono debole e di quanto spesso passo ac­canto non soltanto al meglio ma allo stesso bene.

Nondimeno, farò ogni sforzo per fare sempre ciò che riterrò essere più perfetto, e lo farò con tanta energia e perseveranza come se ne avessi fatto voto.

E’ l'amore che lo ispira e lo chiede, è l'amore che gode e si compiace degli sforzi fatti, è l'amore che soffre e si indebolisce nelle mancanze e nelle cadute. Non voglio che l'amore del mio Salvatore soffra per le mie negligenze, così mi sforzerò di essere fedele secondo la luce del momento, senza piccinerie e grettezza, ma con generosità e nella dilatazione del­l'amore.

Il più perfetto esiste soltanto nella scelta, ossia allorché si ha il tempo, il mezzo e la possibilità di fare una scelta fra il bene ed il meglio, di modo che, quando si fa questo voto, si manca ad esso soltanto quando deliberatamente si sceglie il meno perfetto.

Se piacerà a Dio che più tardi io faccia questo o altri voti, Egli stesso mi invierà qualcuno capace di comprenderli e che mi permetterà di farli. Mi sembra che Gesù soffra perché non vi è alcuno che voglia ricevere i suoi doni, tutti i cuori sono come rattrappiti, deboli e chiusi.

Dio vorrebbe comunicarsi e non trova modo di entrare. Quali mera­viglie Dio farebbe nelle anime se esse lo lasciassero fare! Ma esse non si aprono alla grazia, così rimangono imperfette e misere.

Se non ponessero ostacoli alla sua azione, Dio le eleverebbe sempre più, fino alla divina unione, e già in questo mondo la creatura sarebbe come divinizzata, di modo che Dio farebbe tutto in lei ed essa farebbe tutto in Dio.

Ho cercato di aprire totalmente la mia anima per rispondere al desi­derio del Signore e mi sono offerta interamente alla sua azione.

Ho sentito che, se sarò fedele, se lascerò fare a lui, tutto sarà bene, tutto sarà opera sua; di mio non vi sarà altro che il primo consenso dato. Niente piace tanto a Dio quanto poter agire da padrone in un'anima. Quando vi giunge, dapprima sradica ciò che vi trova, poi la purifica.

Tavolta la purifica con il fuoco ed il dolore è intenso; altre volte in­vece la pulisce dalle sue macchie con la delicatezza di una madre che lava il fragile corpo del suo bambino. L'anima soffre, perché l'azione purifi­catrice fa sempre soffrire, ma essa sente che è la mano del Signore e la sofferenza le è dolce.

Dopo, quando sarà totalmente pura, potrà unirsi a Dio, perdersi, fon­dersi in Lui.

O unione santa e desiderabile, perché sono così poche le anime che ti cercano?

Perché Dio possa entrare nell'anima, occorrono due cose: non resi­stere mai alla grazia nelle occasioni, e dopo le cadute non fermarsi, ma gettarsi nelle braccia di Dio con un pentimento pieno d'amore.

Da quando mi sono risolta a fare il più perfetto seguendo la luce del momento, provo una dilatazione di cuore tutta particolare, una fiducia assoluta che Dio farà tutto e che la mia debolezza, la mia miseria, la totale corruzione della mia natura non saranno di ostacolo alla sua azione.

Sento come una certezza che il Signore farà ciò che Egli vuole e che niente lo fermerà. Quant'è buono Dio verso l'anima! Non la fa soffrire altro che per renderla capace di unirsi a Lui.

O Gesù, mio Diletto, quant'è dolce alla mia anima la tua visita! Tu la spezzi, la riduci all'agonia, ma nello stesso tempo la ricolmi di soavità celeste. È bene per me sentirmi sotto la tua mano, e quantunque la soffe­renza sia intensa, vorrei potesse durare sempre.

Ciò che provoca la mia sofferenza, è questo desiderio impotente di amare Dio, è il bisogno che l'anima sente di unirsi a Lui, un bisogno sem­pre più ardente e sempre inappagato.

La mia anima, vedendo le infinite perfezioni della Divinità, si slancia per raggiungerla ed unirsi a Lei, ma appena incomincia ad elevarsi, su­bito ricade in basso, trattenuta dal peso della carne.

È come un uccello attaccato alla terra da una corda, il quale, vedendo la purezza del cielo, sentendo il bisogno di volare in quell'aria che è il suo elemento, si slancia ad ali spiegate; ma giunto ad una certa altezza, la corda che lo trattiene gli impedisce di volare più alto. Cerca di sostenersi, di continuare il suo volo, di liberarsi dei suoi lacci; ben presto, stanco per gli sforzi, ricade pesantemente a terra, sfinito, annientato.

L'anima, come il corpo, ha dei bisogni, bisogni imperiosi che devono essere soddisfatti, perché sono propri della sua natura. Se il corpo viene privato dei necessari alimenti, soffre, viene meno e muore; così l'anima, privata di Dio che è il suo alimento, soffre, viene meno, e se non giunge fino a morire perché è immortale, arriva nondimeno fino all'agonia. Ho sempre sentito questo bisogno di Dio, questa fame che niente po­teva saziare; dapprima non capivo che Dio era l'alimento divino neces­sario alla mia anima; ho cercato nei piaceri, nell'amore delle creature l'appagamento di questo desiderio, ma lungi dal colmare il vuoto del mio cuore, tutte quelle miserie lo svuotavano ancora di più.

Il Signore si è preso cura di farmi finalmente comprendere che sol­tanto Lui ed il suo amore potevano appagarmi.

Adesso la sofferenza non mi viene più dal vuoto del cuore e dalla infruttuosa ricerca del divino alimento, ma dalla mia impotenza ad amare e unirmi a Dio come vorrei.

La Comunione è già unione; unione intima e completa, spesso non sentita ma sempre reale; unione che la fede ci dice certa e che i divini effetti di forza, di raccoglimento, di pace, ci testimoniano.

Ebbene, la Comunione, invece di a ppagare i miei desideri e di saziare la mia fame, non fa che aumentarla; ad ogni Comunione sento crescere in me il desiderio ardente di unirmi più completamente al mio Signore.

 

1° giugno 1894

Mi sono di nuovo interamente offerta a Dio per fare e soffrire tutto ciò che a Lui piacerà, per i peccatori e per l'estensione del suo regno. Gli ho chiesto la grazia di soffrire ancora, di soffrire di più; è come un bisogno che sento, non trovo sicurezza che nella sofferenza. Qualche tempo fa sono stata assalita da uno strano timore: ero troppo felice, mi pareva che il buon Dio non usasse trattare così i suoi amici più cari; mi vedevo cir­condata da tanto affetto, tutto andava troppo bene; ne ebbi paura e sup­plicai il Signore di farmi soffrire e di umiliarmi.

Egli ha esaudito la mia preghiera. Ha tagliato un filo in questo cuore che vuole staccato da tutto e unicamente suo.

Se ha esaudito la mia preghiera, è dunque perché mi ama. E se mi ama, che altro mi occorre?

O Amore, divino Amore che torturi e che spezzi, ma che fai trovare nella sofferenza una voluttà che il mondo non conosce! O Gesù, è du­rante il mio ultimo ritiro che mi hai fatto capire il divino incanto della Croce. Io ti offro il mio corpo, il mio cuore, tutto il mio essere; non so pregare, né amare, né soffrire, ma vieni a compiere in me tutto questo.

Vieni ad annientare il mio essere e, operando una specie di divina transustanziazione, vieni a vivere e soffrire in me.

 

1° luglio 1894

Gesù si compiace di farmi vedere e considerare in ogni cosa il mio nulla.

L'altro ieri, all'orazione, mi ha fatto visitare il mio spirito, la parte intelligente di me stessa.

Mi pareva di passeggiare con Lui in grandi gallerie vuote, spoglie di ogni ornamento, buie.

Egli mi faceva notare ogni cosa, mi sembrava che avesse in mano una lampada e che l'alzasse ogni tanto per farmi osservare che, dall'alto al basso, nessun ornamento copriva i muri.

Io guardavo da ogni parte; in alto, per terra, niente, soltanto pietra. Per lungo tempo Gesù mi fece passeggiare così, tenendomi per mano.

Sentivo il suo amore, mentre mi faceva comprendere che in me non vi era nulla, né scienza, né talento, né virtù, né luce, né capacità, né forza; e mi diceva - o almeno, così mi sembrava:

« Tu sei mia, se io voglio, posso mettere in te quel che mi piace, ma tu non avrai alcuna parte in questo lavoro; se poi non vi metto niente, questo riguarda me, lasciami fare.

« Se ti lascio nel tuo nulla, tu sarai felice. Se te ne tolgo, tu soffrirai di più, ma la tua anima troverà la gioia nel compiere la mia volontà ».

 

29 luglio 1894

Tutta la vita dell'anima è nella rinuncia e nella morte del cuore.

Ieri mi trovavo nel pensionato; sentendo suonare Compieta, offrii a Dio il sacrificio di rimanere lì, invece di andare in coro con le suore...; quando l'orazione incominciò, rinnovai il sacrificio e quando vennero a sostituirmi mi affrettai a scendere per fare orazione.

Mi sentivo l'anima arida, nello spirito alcun pensiero di devozione, la testa stordita dal rumore della classe e dalla fatica che avevo sostenuto per farmi obbedire.

Non sapevo neppure su che cosa meditare. Arrivata nel coro, mi sentii attirata a portare spiritualmente le labbra alla piaga del costato di Gesù, supplicandolo di avere pietà della mia miseria e della mia fiacchezza. Avevo appena fatto questo, che mi sentii inondata d'ineffabili delizie. Ero come trasportata fuori di me stessa, fin nel cuore del mio amato Re che mi colmava di un indefinibile sentimento di appagamento e di desiderio, misto ad una sofferenza intensa ma deliziosa. Nello stesso tempo, sentivo nell'anima, nel cuore ed in tutto il corpo, una specie di languore doloroso che, mentre mi faceva quasi svenire, pure mi colmava di delizie. Sentivo Dio molto in alto, e tuttavia vicinissimo, e non sapevo dirgli altro che: « Mio Diletto, fammi soffrire ancora, umiliami, ma che io soffra per Te e in Te ».

Compresi che le inebrianti dolcezze che provavo mi erano date come una specie di ricompensa e d'incoraggiamento a vincere le ripugnanze della natura; provavo un desiderio ardente di spezzare questa natura cor­rotta e di ridurla al nulla. In quel momento non ricordavo che la Madre mi aveva proibito di chiedere al Signore delle sofferenze (credo però di non aver commesso un peccato, poiché non vi avevo più pensato).

Continuai l'orazione per una parte del quarto d'ora, dato che l'avevo cominciata più tardi che le altre; verso la fine del quarto d'ora volli dire i Pater che non avevo detto a Compieta, ma ero talmente unita al Signore con l'anima, con la mente e perfino con i sensi, che per dirli dovetti farmi molta violenza.

Sento che il Signore vuole condurmi ad una rinunzia assoluta a me stessa, ad un completo disprezzo del giudizio delle creature e ad un totale distacco del cuore.

 

4 agosto 1894

Gesù mi ha fatto comprendere che questo desiderio della sofferenza del corpo e della mortificazione della carne che Egli stesso ispira alle ani­me, è un sentimento molto buono e necessario, ma che è soltanto una preparazione, un avvio ad una perfezione più alta: la mortificazione spi­rituale ed interiore. E’ questa la perfezione propria del nostro Istituto. Se l'anima si ferma a quel primo sentimento pure in sé molto buono, potrà certo santificarsi, ma non arriverà a quel grado elevato di perfezione che potrebbe invece raggiungere, perché non si sarà santificata secondo i desideri che Dio aveva su di lei, desideri che sono racchiusi nello spirito proprio dell'Istituto.

Bisogna dunque che l'anima proceda oltre, ed arrivi a quello stato di morte interiore che si raggiunge in due modi:

- In primo luogo, con la cooperazione fedele alla grazia; in questo caso, l'anima agisce facendo in ogni istante ciò che Dio le chiede.

- In secondo luogo, con il consenso passivo dell'anima a tutte le ope­razioni di Dio in lei.

La sofferenza, qualunque essa sia, è buona, divinizza l'essere; ma quanto più l'anima, lo spirito è elevato al di sopra della carne, altrettanto il valore del dolore interiore, della mortificazione spirituale supera quello della mortificazione del corpo. Tuttavia, quest'ultima deve essere prati­cata seriamente, come una necessità per reprimere le passioni interiori, e come purificazione; ma, se la sua pratica è uno dei mezzi insostituibili per giungere alla santità, essa non è per noi la santità.

Andando al di là della mortificazione della carne e dei sensi, occorre arrivare a quella morte interiore del cuore che si ottiene troncando ogni attaccamento, ogni affetto inutile, ogni tenerezza molle ed effeminata; ed anche ogni preferenza, ogni scelta, ogni freddezza. Occorre giungere alla morte dello spirito e della volontà, che si ottiene mediante l'indifferenza assoluta verso qualsiasi occupazione, e soprattutto mediante un'obbe­dienza pronta, senza esitazione e senza dubbi, senza troppi ragionamenti sulle proprie incapacità, o ripiegamenti su di sé.

Nella morte del cuore e della volontà noi cooperiamo alla grazia, inco­minciamo l'opera, ma è Dio che la continua. Quando l'anima si affida alle mani divine con un consenso assoluto, succede che talvolta Dio la strazia con delle paure eccessive, talaltra la fa languire in un terribile abban­dono, talaltra ancora la riduce all'agonia con dei desideri impotenti, op­pure la tortura o la spezza con gli ardori dell'amore.

È subendo senza resistenze queste divine operazioni che l'anima giunge poco alla volta a questa morte interiore; la parte sensibile dell'anima muore e la parte essenzialmente spirituale diventa libera e capace del­l'unione con Dio; il quale, essendo uno spirito purissimo, non può unirsi se non con questa parte più elevata dell'anima che è tutta spirituale e resa molto pura dal distacco da tutto ciò che è sensibile.

 

Secondo ritiro dal 15 al 24 agosto 1894

Ho passato il primo giorno in uno stato d'indifferenza totale, senza vedere nulla. Non ho provato nessuna consolazione sensibile, ma sentivo tuttavia che il Signore non era lontano.

Ho fatto le prime tre orazioni tranquillamente, meditando su di un punto, senza tensione di spirito, dolcemente con il cuore.

Alla quarta orazione non ho potuto far nulla; durante tutta l'ora mi sono tenuta unita a Dio con una semplice adesione, in un grande riposo, senza consolazione né sofferenza sensibile, con la sola disposizione di vo­lere tutto.

Il secondo giorno, nel pomeriggio, mi sono sentita attirata a meditare i dolori interiori di Gesù in croce. Egli mi fece vedere la dolcezza che si prova nel soffrire con Lui. Verso le quattro, entrata in cella, presi il Cro­cifisso; mi sentivo in una disposizione d'animo triste e come nell'attesa; subito dopo vidi, d'una vista interiore, tre croci nere legate in basso come un mazzo di fiori. Dapprima non sapevo che cosa significassero, ma la mia natura fremette e le lacrime scesero copiosamente senza poterle fre­nare. Poco dopo compresi di che si trattava e compresi anche che entro un anno le avrei dovuto abbracciare successivamente tutte e tre.

Chiesi perdono a Gesù della mia viltà, dicendogli che volevo ed amavo tutto ciò che Egli mi avrebbe destinato.

Sabato - Da ieri e per tutta la mattinata, sono rimasta sotto questa impressione di timore e di tristezza; al colloquio di questa mattina, alla confessione, ero in questo sentimento e mi sentivo come sotto una pres­sione dolorosa.

Alle due preparai la meditazione sull'Inferno e mi misi in ginocchio davanti al Crocifisso per farla come meglio potevo. Ma quando volli me­ditare il mio punto, mi fu impossibile; mi pareva che Gesù mi dicesse dolcemente: « Tu soffri, ma quando mai potrai soffrire quanto ho sofferto io? » Nello stesso tempo, si fece come una distensione in tutto il mio es­sere; sentii un riposo, una pace invadere tutte le mie facoltà, una specie di sollievo generale, non solo dello spirito, del cuore e della volontà, ma anche dei sensi.

Mi pareva di capire che il Cuore del mio Gesù sarebbe stato il mio inferno, il mio carnefice ed il mio luogo di tormenti, la fornace ardente ed il lago di fuoco nel quale avrei dovuto soffrire.

E’ questo Cuore così geloso del mio amore che, per staccarmi da tutte le creature, mi manda le pene e gli abbandoni di cui soffro.

Ho rinnovato al Signore la donazione totale di tutta me stessa, accet­tando con gioia da Lui rigori e pene.

Ho immerso tutto il mio avvenire in questo Cuore divino, trafitto e ferito d'amore. Provo una grande pace; non so se mi ci debbo abbando­nare, se essa proviene davvero da Dio...

Umilmente supplico la nostra cara Madre di dirmi se debbo abban­donare e allontanarmi da tutto ciò che è in me e attorno a me per non più vedere altro che il mio amato Gesù crocifisso; oppure se è più utile per la mia anima guardare le cose in faccia per diventare più forte.

La Madre mi ha detto di non considerare altro che Gesù crocifisso e di immergermi nella volontà di Dio senza guardar null'altro.

Domenica - Facevo l'orazione delle due in cella; meditavo sui benefici della vocazione religiosa, quando mi sembrò di vedere, con una vista tutta interiore, il volto di Gesù.

Era coronato di spine e lacerato dai colpi, ma, un divino sorriso lo illuminava; era il momento in cui uscendo dal pretorio gli era stata data la croce; il suo sorriso era così pieno di gioia e d'amore, il suo sguardo così dolce! Compresi che dovevo ricevere dalla mano del mio Salvatore le pene che mi avrebbe mandato con una grande gioia interiore e con volto sorridente, sempre uguale e gioioso.

Gesù sorrideva, pensando che in quel momento stava per darci la più grande prova del suo amore.

Dopo l'orazione, volli tentare di riprodurre quella divina immagine; non trovai altro che una cattiva matita con la punta mal fatta ed un foglio di carta bianca, troppo piccolo e già coperto da disegni; senza quasi aprire gli occhi cominciai a tracciare qualche linea senza neppur saper bene quel che volevo fare.

Qualche minuto dopo, guardai: era sì una testa, vi era in fondo qual­cosa del volto di Gesù, ma quella radiosa espressione di gioia e d'amore, quello sguardo pieno di amorosa dolcezza e di divino ardore, non potevo riprodurlo.

Ho conservato l'informe disegno che mi ricorda ugualmente la visione interiore, così rapida e dolce, del volto del mio Diletto.

Propositi:

La Regola, null'altro che la Regola, tutta la Regola.

Essere attenta a fare in ogni momento ciò che riterrò più perfetto se­condo la Regola e il dovere, cercando di compiere gli atti di virtù nella misura in cui si presenteranno.

Un solo pensiero: vedere Dio e camminare senza guardare né a destra né a sinistra, né all'avvenire né al passato.

Inabissarmi, immergermi, perdermi nella divina Volontà, in ogni av­venimento vedere la mano di Dio che mi guida.

Mercoledì - Il Cuore di Gesù soffre ancora per la sovrabbondanza dell'amore che lo opprime e lo dilata; trova sollievo solo quando lo può effondere nel cuore della sua creatura, facendosi così amare da lei.

Da noi soli non possiamo amare Dio; l'amore che possiamo avere per Lui è Lui stesso che per primo l'ha deposto nel nostro cuore, è per il suo amore che noi lo amiamo. E’ così che amandolo gli diamo sollievo, perché per amarlo noi abbiamo dovuto ricevere un poco della sovrabbondanza d'amore del suo Cuore divino.

E poiché i nostri cuori sono deboli e chiusi nei loro limiti, anche se racchiudono soltanto una piccola particella d'amore ne sono oppressi e dilatati. È così che la sofferenza del Cuore di Cristo passa nei nostri cuori.

Oh, quanto Dio ama la sua creatura! Per quanto possa essere indegna, peccatrice e corrotta, Egli l'attira e la vuole tutta sua.

Venerdì 21 - Ieri, durante la Messa, sono stata assalita da un'orribile tentazione contro la fede e la speranza; ho lottato tutto il pomeriggio; la sera, all'orazione, volli meditare un poco sul Vangelo, ma non riuscii, ero in un tale stato di aridità che non potevo neppur pensare.

D'improvviso mi sentii venir meno; il pensiero della morte mi balenò allo spirito; cominciai l'atto di dolore ma ben presto non vidi più nulla e caddi svenuta vicino allo stallo.

Quando rinvenni, ero in uno stato di pace e di dolcezza indefinibile, ed il mio primo pensiero fu un pensiero di abbandono completo nelle mani di Dio; non potevo ancora aprire gli occhi, né rialzarmi, ma il cuore era nella pace ed avevo la sensazione di riposare sul Cuore così tenero del Salvatore.

Appena ebbi riacquistato un poco di forza, mi rimisi in ginocchio e dal profondo della mia anima dissi gli atti di fede, di speranza e d'amore. Poco dopo venne dato il segnale per uscire.

O mio Dio! fa' di me secondo la tua divina Volontà; io voglio lavo­rare e soffrire, ma tu abbi pietà di me! La morte mi sembrerebbe dolce e felice... Fa' ciò che è meglio per la mia anima, io non voglio chiedere nulla, non ne ho il diritto, mi abbandono a Te e fino d'ora ti benedico per tutto...

 

 

1895

La vigilia della festa del nostro Santo Fondatore, questo dolcissimo Padre della mia anima, comunicandosi a me mi ha fatto intendere, per quanto mi sembra, queste parole: « Le mie figlie devono andare alla divinità attraverso la santa uma­nità di Gesù, a Gesù attraverso Maria, a Maria mediante la fedele imita­zione delle sue virtù ».

Alla vigilia della festa della Purificazione, mi disse ancora: « Le figlie della Visitazione che imiteranno la vita semplice, povera e nascosta della Vergine Maria e vivranno nel suo spirito, parteciperanno ai suoi santi stati: porteranno in loro il Salvatore e lo formeranno; con il sangue dei loro sacrifici e la crocifissione dei loro cuori, partoriranno misticamente, come lei, tutto un popolo di eletti ».

La vita di Cristo è vita divina; ma poiché Egli doveva essere il grande modello di tutti i cristiani, la sua vita, dal lato umano, è accessibile a tutti e alla portata di tutti, almeno per quanto riguarda qualcuna delle sue azioni.

Maria è la madre di tutti, ma la sua vita tutta nascosta, silenziosa, interiore, offre dei misteri intimi che solo certe anime possono penetrare. La vita di Maria è un giardino chiuso nel quale solo qualcuno può entrare.

Le Figlie della Visitazione sono chiamate in modo tutto speciale ad imitare e seguire la Vergine Maria, ad entrare nei suoi santi stati.

Noi non studiamo abbastanza la nostra Madre del Cielo: la sua vita intima, la sua unione con Gesù, la sua partecipazione spirituale allo stato di vittima del suo divin Figlio ed i suoi rapporti ammirabili e sacri con il Padre e lo Spirito Santo.

L'azione dello Spirito Santo su Maria e la corrispondenza della Ver­gine a questa azione: c'è di che incantare l'anima e nutrirla deliziosa­mente.

 

Venerdì 8 febbraio 1895

Dopo la Comunione, Gesù si è comunicato alla mia anima. Mi ha rimproverato di mancare di fiducia in Lui e di abbandono al suo amore. Mostrandomi il suo Cuore, mi diceva con ineffabile tenerezza: « Se tu sarai fedele, questa sarà la tua dimora! Credi nel mio Amore! Il mio Cuore si è forse intiepidito? La mia potenza è diminuita? Non sono io stesso che ti ho istruita? Che cosa non ho fatto per te? » Vedendo che le mie inquietudini ed i miei timori avevano contristato il Cuore del mio Sal­vatore, versai lacrime abbondanti, ma nella mia pena gustavo una indi­cibile gioia perché avevo ritrovato il mio Diletto dopo che per così lungo tempo era stato nascosto ai miei occhi.

 

22 febbraio 1895

Avendo avuto la fortuna di fare la Comunione, mi sono nuovamente consacrata al Cuore Divino con tutta la forza della mia volontà, offren­domi interamente e senza riserve affinché operi in me secondo il suo volere.

L'immenso peso dell'amore del mio Salvatore mi opprime e mi con­fonde; vedersi tanto amata e poter così poco amare, è per l'anima una sofferenza tale che la vista e le carezze dell'Amato non fanno che esa­cerbare.

 

21 marzo 1895

Ieri Gesù mi ha detto: « Sono contento ». Cosa mi occorre di più? Questa parola è sufficiente per ripagare e compensare di tutto.

 

Venerdì 5 aprile 1895

Questa mattina all'orazione, ho gettato a mare parecchie cose che an­cora ostacolavano il mio slancio verso Dio: piccoli timori e timidezze umane che mi impedivano di scrivere, parlare ed agire secondo il mio sentimento interiore.

In me il Cuore adorabile del mio Dio vuole prendere tutto e fare tutto: questo, perché tutti i sentimenti umani lo disturbano. Per potervi mettere del divino vorrebbe non vi fosse più nulla di umano.

Ho sentito in me qualche cosa che usciva da me e si slanciava con forza verso Dio come verso il suo principio. Per potermi unire a questa sovrana divinità che mi attira, vorrei poter distruggere questa natura cor­rotta che è di ostacolo, ma il mio Salvatore mi trattiene e non mi permette di fare alcuno di questi atti di amorosa follia.

Egli è là, al centro del mio cuore, come un divino moderatore e im­prime nella mia anima l'amore della sua suprema perfezione.

 

18 giugno 1895

Dobbiamo amare la sofferenza principalmente per tre ragioni: in primo luogo, perché domina le rivolte della carne, allenta e diminuisce la forza delle passioni; in secondo luogo, perché espia i nostri peccati e ci ottiene così la vita eterna; in terzo luogo, perché ci rende simili a Gesù e perciò graditi al Padre Celeste.

Ora, se amiamo la sofferenza per i suoi effetti, che sono quelli di re­primere e vincere le passioni, ameremo allora tanto quella che proviene dalla malattia quanto quella prodotta dai cilici e dalle discipline, poiché indebolisce le forze del corpo nella stessa misura ed anche di più. Se poi l'amiamo in quanto giusta espiazione, poiché la sofferenza della malattia è nettamente opposta alla nostra volontà e molto umiliante, essa espia i nostri peccati molto più che la sofferenza volontaria.

Infine, se amiamo la sofferenza perché ci rende simili a Gesù, oh! quanto ameremo allora le sofferenze della malattia che, percuotendo le nostre membra, facendoci patire dolori violenti e rendendo vacillanti i nostri passi, ci rendono veramente simili a Cristo crocifisso, incoronato di spine e curvo sotto il peso della Croce.

Ma se amassimo sopra ogni cosa l'adorabile volontà di Dio, se cono­scessimo il valore del sacrificio e dell'umiliazione, quanto teneramente ameremmo questa condizione di sofferenza che ci viene così direttamente da Dio, che ci infligge tante privazioni e ci mette in una situazione di impotenza così umiliante!

La maggior parte delle nostre tristezze, preoccupazioni e contrarietà non hanno altra causa se non dal fatto che noi abbiamo una volontà personale che agisce secondo ciò che vuole o non vuole; se noi potessimo raggiungere quel felice traguardo di non avere più una volontà propria, noi inaridiremmo d'un sol colpo la sorgente delle nostre miserie.

Non volere altro che la sovrana Volontà di Dio, desiderare unica­mente che essa si compia, vedere in tutto l'azione sensibile e diretta di Dio, credere che questo motore invisibile e divino agisce sempre mosso da un incomparabile amore: ecco i sentimenti che debbono sostituire in noi tutte le operazioni di una volontà senza luce e senza forza.

Se non voglio altro che compiere la divina Volontà e piacere al mio Dio, perché dovrei essere meno felice nell'isolamento, umiliazione e sof­ferenza dello stato di malattia, che nell'attività di una vita tutta di de­dizione e nella pratica esatta della Regola? Se preferisco uno stato al­l'altro, ciò non può essere che per un sentimento naturale per l'orrore della sofferenza, per la repulsione verso tutto ciò che umilia, o per il bisogno naturale di azione e movimento.

Che cosa importa essere qui o là, fare questa o quella cosa, avere una vita colma di opere utili, oppure vuota di tutto ciò che appare agli occhi degli uomini? Ben presto arriverà il giorno in cui la voce dello Sposo risuonerà al mio orecchio: « Alzati! » e verrà a strapparmi sia ad un letto di dolore che ad un festino di gioia.

L'ultimo atto della Volontà di Dio sul mio essere, corpo ed anima, sarà la mia morte, sarà così che questa divina Volontà affermerà i suoi diritti su di me; sarà così che mostrerà il suo predominio sulla volontà malata della creatura; sarà così che manifesterà il potere che ha di co­mandarmi; e se io non l'avrò amata durante la vita, se avrò rifiutato di sottomettermi, essa eserciterà su di me la sua giusta vendetta.

O Volontà d'amore, Volontà amabile! Voglio amarti prima ancora di poterti comprendere, affinché nel giorno del faccia a faccia con Te, tu possa riconoscere in me la tua serva fedele.

 

10 luglio 1895

Ieri, all'orazione del mattino, sono stata dominata dal pensiero della santità di Dio. Sono rimasta parte della giornata come schiacciata sotto il peso di questa sovrana santità. Mi sentivo come un mucchietto di fango coagulato e provavo un ardente desiderio di purificazione per poter giun­gere all'unione.

 

Domenica 14 luglio 1895

Questa mattina, per l'infinita Bontà del Signore mi è stata rinnovata la grazia che Egli mi aveva già fatto altre volte e di cui mi aveva quasi totalmente privata da oltre un anno.

Lo ha fatto in modo così sensibile che mi è stato impossibile dubitarne. Questa grazia esteriore è stata accompagnata da una grazia interiore ancora più preziosa. Il Signore mi ha fatto vedere lo stato miserabile della mia anima, ancora tutta ricolma di attaccamenti e vedute umane, di amor proprio, di ricerca di me stessa e di sentimenti imperfetti; nes­suno dei miei pensieri, nessuna delle mie azioni era esente da macchie. Ero in una grande confusione alla vista di tante miserie, ma nello stesso tempo l'amore di cui il Signore mi dava una così dolce prova, riempiva la mia anima di fiducia.

Ho sentito un desiderio tutto nuovo di amare Dio e di lavorare a distruggere in me tutto ciò che potrebbe non essere conforme al suo de­siderio.

 

Luglio 1895

In questa settimana ho letto e meditato attentamente il capitolo sul­l'abbandono di Mons. Gay.

Il piccolo trattato sull'abbandono del padre de Caussade, che avevo letto prima, gli scritti del nostro Santo Fondatore e specialmente i libri ottavo e nono del Trattato dell'Amor di Dio, mi avevano fatto vedere l'abbandono nella stessa luce che Mons. Gay

Comprendo che l'atto volontario d'abbandono dà a Dio, non già dei diritti nuovi, ma una maggiore libertà d'azione sulla creatura la quale deve aspettare tutto da Dio ed in ogni avvenimento guardare a Lui; essa deve non solo acconsentire al divino volere, non solo fare ammettere al suo giudizio che la divina Volontà è sempre ugualmente buona, ma an­cora distogliersi dall'avvenimento visibile per non vedere che Dio.

Comprendo che l'anima abbandonata non deve per nulla fermarsi volontariamente alle inquietudini, ai rimpianti, alle previsioni, ai desideri che possono nascere in lei sul passato, presente o avvenire, ma deve rima­nere ad ogni istante sotto la divina azione, senza volontà formale, senza desideri ardenti, nella semplice attesa della Volontà divina.

Sento tutta la mia debolezza, so che per me stessa non posso nulla, né nell'ordine naturale né in quello soprannaturale; so che, senza un particolare soccorso della grazia, non posso neppur praticare la virtù più ordinaria; ma mi sembra che, se è Dio che m'ispira e mi chiede questo atto di abbandono - come suppongono e come ne avrò la certezza allor­ché coloro che mi dirigono e che sono per me i rappresentanti di Dio, me l'avranno permesso - se, dunque, è Dio stesso che mi chiede que­st'atto, credo che Egli mi darà la forza ed il coraggio necessari per adem­pierlo e perseverare in esso.

Mi sembra che in quest'ordine di cose, la fiducia nell'onnipotente bontà di Dio deve prevalere sul sentimento della nostra debolezza, perché la potenza e la bontà sono di Dio e la debolezza è solo della creatura.

Certo, se la fiducia in Dio non avesse superato in me ogni altro sen­timento, mai avrei osato impegnarmi nei voti religiosi; ho pensato che, se Dio mi chiamava a questa vita di perfezione, se mi dava il mezzo di seguirla, mi avrebbe dato anche la grazia necessaria per perseverarvi, e da cinque anni a questa parte, il suo aiuto non mi è mai mancato.

Ho una sete ardente dell'unione della mia anima con Dio, e mi pare che il voto d'abbandono potrà favorire e consumare tale unione; tuttavia non sono arrivata subito a capirlo; solo dopo essere passata di tenebre in tenebre, di luce in luce, ho finito per intravedere ciò che mi sembra che Dio desideri da me.

Il 2 agosto, ho pronunciato il voto d'abbandono durante la Messa; nel pomeriggio, mentre mi trovavo davanti al SS. Sacramento, mi è parso che il Signore l'avesse gradito, perché questo voto gli darà la libertà di comunicarsi sempre di più a me.

Dopo, mi sono sentita più forte per aderire a Dio in tutte le occasioni, benché la facoltà di soffrire e la sensibilità del cuore siano in me au­mentate.

Formula del voto di abbandono: O mio Dio, prostrata dinanzi alla tua divina presenza, adoro l'infinita perfezione che è in te, adoro la tua Volontà sempre ugualmente buona, adoro il tuo sovrano dominio su tutte le creature e, per riconoscere il potere che hai su di me, faccio voto di totale abbandono di tutto il mio essere nelle tue mani, lasciando che tu disponga di me secondo ciò che ritieni bene, per il tempo e per l'eternità.

O Gesù, mi abbandono senza riserva al tuo Cuore divino, dando al tuo amore un'intera libertà d'azione in me e attorno a me, non volendo consi­derare in ogni cosa altro che la tua azione e adorare tutte le tue volontà.

O mio Salvatore, ricevi questo voto come una protesta d'amore, ricevi l'abbandono che ti faccio di ogni volontà formale, di ogni preoccupazione a mio riguardo, di ogni inquietudine sul passato e sull'avvenire, e accor­dami per tua grazia la fedeltà per adempierlo tutti i giorni della mia vita.

Metto questo voto sotto la protezione della Vergine Maria, dei nostri Santi Fondatori, dei miei particolari Protettori, del mio Angelo Custode, pregandoli di ottenermi dalla divina bontà la grazia di un perfetto ab­bandono alle sue adorabili volontà.

Fatto oggi, con il permesso del mio confessore e d'approvazione della Madre, i quali potranno dispensarmi dall'obbligo contratto quando lo giudicheranno utile per il bene della mia anima.

Ieri, 15 agosto, durante la Messa cantata, ho gustato nella sofferenza ineffabili delizie. Senza permettermi di soffermarmi alla santa umanità di Gesù, Dio mi ha fatto vedere nel seno della Divinità il Verbo divino che, come un fluido luminoso passava da questo seno in quello della Ver­gine e che sull'altare ancora rinnovava il medesimo divino passaggio.

 

Terzo ritiro, dal 25 agosto al 2 settembre 1895

In questi due primi giorni di ritiro, la divina Bontà mi ha stabilita in una grande pace.

Vedo che non ho ancora amato il mio Dio, ma sono ben decisa a cominciare ad amarlo davvero. Non vedo niente in me che sia esente da macchie, ma questo non mi turba.

Gesù mi ha fatto sentire che questa pace che io provo è frutto del mio voto d'abbandono e che egli non mi avrebbe dato tregua fino a quando non l'avessi fatto.

Questa volta non sento più quel bisogno indefinibile che prima sen­tivo, di fare un passo decisivo, di gettarmi ad occhi chiusi in un abisso; ora sento soltanto un grande impulso interiore a mettermi in una totale indifferenza, affinché, uscendo da questo ritiro, io sia disposta tanto a distendermi su di un letto come a lavorare attivamente.

Mi è sempre più difficile fare orazione; ho un bel preparare con cura il mio punto, vedere le deduzioni che potrei trarne; quando sono all'ora­zione non riesco più a meditare, l'attività ordinaria dei miei pensieri cede all'impotenza; non posso far altro che respingere dolcemente le distrazioni e fare di tanto in tanto delle aspirazioni e slanci d'amore verso Dio.

Ciò nonostante mi sento bene e il tempo dell'orazione non mi sembra affatto lungo.

Questa mattina, terzo giorno di ritiro, mi trovavo in uno stato di solitudine interiore, d'insensibilità e di penoso abbandono.

Durante la ricreazione questo stato d'animo si fece più marcato, nello stesso tempo sentivo un grandissimo bisogno di Dio; ben presto Gesù mi fece sentire ciò che l'amore e la sofferenza hanno di più doloroso e di più delizioso. Rimasi così quasi due ore, lo sguardo o le labbra po­sate sul Crocifisso, in un colloquio con Lui e ricevendo le lezioni dalla sua bocca divina.

Mi occorrerebbe un grande numero di pagine per scrivere tutto ciò che Egli ha detto al mio cuore e tutto ciò che il mio cuore ha detto al suo; nondimeno annoterò qui qualche cosa.

Avendogli chiesto perché mai in ogni cosa mescolasse sempre per me la sofferenza, come in questo momento in cui il suo divino Amore, pur inebriandomi di delizie, mi faceva soffrire atrocemente, Egli mi disse: « Ti amo come il Padre ha amato me ».

E vidi come il Padre aveva crocifisso suo Figlio Gesù a motivo del­l'ardente amore che Egli porta a questo suo stesso Figlio, il Verbo, il quale, amando gli uomini, li voleva salvare.

Così il Signore fa soffrire il nostro spirito, il nostro cuore, tutto il nostro essere, per amore alle nostre anime che egli vuole totalmente pure. Dopo, Gesù mi ha detto di fare di questo anno come un anno di preparazione, di raccoglimento intimo in Lui, e mi ha insegnato a riti­rarmi ogni mattina nel suo Cuore come in una torre d'amore. È in questo Cuore che Egli vuole che io viva, che lavori, che soffra, e soprattutto che mi eserciti ad amare, affinché tutto quello che vi sarà in me vi sia per l'amore e che nulla ne esca se non per amore.

Gesù mi ha fatto vedere che dobbiamo lasciare che Dio agisca in noi. Nella sua Passione Egli ha sopportato tutto, ma non ha fatto nulla da sé, non si è crocifisso da sé, non si è strappato da sé gli abiti che aderivano alle sue piaghe, ma se li è lasciati strappare; ha voluto sentire tutte le debolezze, tutte le amarezze, tutte le angosce. Non ha dato a Sé quello straordinario ardore d'amore che ha dato ad alcuni martiri, ardore che impediva loro di sentire le sofferenze.

Per essere simili a Lui, dobbiamo lasciar fare a Dio e agli strumenti di Dio, soffrire nel timore, nella debolezza, con il solo consenso alla Vo­lontà del Padre.

4° giorno - Nella confessione ho ricevuto molti buoni consigli: «Ri­conduca tutto all'unità, semplifichi sempre di più la vita interiore con un abbandono sempre rinnovato. Se lei non può meditare e fare orazione, faccia della contemplazione: guardi Dio.

Curi molto la lettura spirituale: legga soprattutto il santo Fondatore, l'Amore di Dio, le Lettere».

5° giorno - Verso mezzogiorno mi sono sentita attirata all'orazione, ho seguito l'attrazione.

Fin dall'inizio, sono stata presa da quella totale impotenza, ancora più grande del solito; non avevo quasi distrazioni, ma neppure luce e consolazione; non facevo altro che dire di tanto in tanto « Mio Salva­tore, tu sai bene che vorrei amarti! »

Due o tre volte ho avuto la tentazione di andarmene a lavorare o a dire il Rosario, ma non ho avuto il coraggio di fare un movimento, sem­brava che l'impotenza dello spirito fosse passata perfm nel corpo.

In capo a tre quarti d'ora mi sono rialzata, spinta da un ardente de­siderio d'amore; mi sentivo piena di forza e di ardore, sentivo in me qualcosa di forte per fare tutto ciò che il mio Salvatore avesse voluto.

Avevo bisogno d'aria e sono andata a passeggiare; come è suonata l'una, ho voluto fare la lettura, ma dopo un momento ho visto che non comprendevo nulla di ciò che leggevo. Ho chiuso il libro e sono rimasta unita a Dio con un'unione quasi insensibile, ma che sentivo molto intima. All'una e mezzo, mentre passeggiavo, ho preparato un punto come meglio potevo; all'orazione dalle due alle tre ho potuto servirmene, ma ben poco.

La vera vita dello spirito è di sapere che Dio c'è; la vera vita del cuore è di amarlo. Può essere che la vita si nasconda sotto questa morte apparente? Mio Dio, voglio crederlo e mi abbandono.

Questa mattina, venerdì, il gusto sensibile della santa Eucarestia mi è stato dato in modo così penetrante che l'indefinibile dolcezza che inva­deva tutto il mio essere, mi toglieva le forze a tal punto che mi sentii vacillare mentre raggiungevo il mio posto. Non potevo far altro che ado­rare in silenzio, la soavità e l'amore non lasciavano in me posto al timore. Alcuni timori tentarono in seguito di turbare la mia pace, ma ho sof­focato ogni turbamento in un intero abbandono.

Sabato - Ieri e oggi, all'orazione, non ho avuto altro desiderio né altro pensiero che il desiderio dell'amore; tutto il mio essere non tende che a questo.

Ieri sera e questa mattina, all'orazione, Dio mi attirava così potente­mente a Lui e la mia anima vi si portava così ardentemente, che io sen­tivo in me stessa degli ineffabili sussulti di gioia; ma poiché non potevo procedere oltre a motivo della mia miseria e della mia poca corrispon­denza alla grazia, tutto questo mi cagionava una sofferenza generale; que­sti inizi d'unione non facevano che acuire in me il desiderio di perseguire ciò che non potevo fare.

Questo bisogno d'unione è il sentimento che sempre più domina in me; vorrei togliere tutti gli ostacoli.

La privazione delle penitenze corporali è per me un'incredibile mor­tificazione; non chiedo nulla perché sento che questo non è nello spirito dell'obbedienza, ma ne soffro.

 

26 settembre 1895

Dopo la Comunione, pregavo per la salvezza di un'anima. Nostro Si­gnore mi fece vedere, per quanto mi sembra, che molte anime erano salve, che esse trovavano in Cielo la pace ed il riposo, ma che però non godevano che imperfettamente la visione di Dio; che esse, cioè, lo vedevano in modo più debole e meno luminoso, e che l'intima unione dell'anima con Dio, le divine ebbrezze dell'amore e le ineffabili delizie del possesso di Dio, venivano date in misura della purezza, dell'amore e dei desideri che l'anima aveva avuto sulla terra.

Per questo occorre sforzarsi di crescere nella conoscenza di Dio, non una conoscenza speculativa e soltanto teorica, ma una conoscenza affet­tiva e pratica, perché la conoscenza di Dio provoca l'amore, l'amore eccita il desiderio, e il desiderio e l'amore operano nell'anima la purezza.

Più l'anima avrà amato Dio, più avrà desiderato di possederlo, più si sarà purificata, tanto più gioirà dei beni che sono in Lui.

Sarà allora come un ritorno dell'anima nel suo principio, un assorbi­mento dell'anima da parte della Divinità da cui procede, il che provocherà da una parte e dall'altra delle incomprensibili delizie.

Ciò che ho visto mi ha dato un desiderio ardente di aumentare in me quel poco d'amore che ho per il mio Dio. Sento però che nell'amore Egli mi vuole più passiva che attiva; più libera nel ricevere che attiva nel dare; tanto più che ciò che potrei dare sarebbe nulla e non potrebbe accontentare Dio, mentre invece Egli pone la sua gioia nel versare nelle anime ciò che in Lui sovrabbonda.

Amare Dio è ben dolce; lasciarsi amare da Lui è talvolta duro alla natura, ma Dio non ha più gioia ad amare che ad essere amato. Bisogna dare a Dio questa gioia di lasciarsi amare da Lui e restare immobili nelle sue braccia, disposti a tutto ricevere, tutto fare, tutto subire.

 

Domenica 6 ottobre 1895

L'altro ieri, davanti al SS. Sacramento, non ho fatto altro che aprire quanto più potevo il mio cuore per ricevere le grazie del Salvatore ed espormi ai suoi raggi vivificanti.

Oh! quant'è grande in Dio l'abbondanza dei suoi beni! Ciò che oc­corre, è essere disposti a riceverli. Mi sembra che la disposizione neces­saria è la fede cieca e la fedeltà.

Le ricchezze della Divinità non si sono esaurite; lo Spirito Santo versa ancora nelle anime tutti i suoi doni, ma ben poche gli permettono di entrare.

Quale ammirabile e sacro commercio si stabilisce fra il Creatore e la creatura, fra la Divinità e l'umanità! è come un flusso e riflusso pe­renne...

Sento che Dio vorrebbe donarsi a molte anime, ma si ritira perché esse non si danno abbastanza a Lui. Così, per supplire, ho un bisogno sempre più grande di donarmi, e lo faccio con atti d'abbandono e d'a­more; è con degli atti d'amore che cerco di dilatare e ingrandire la capacità del mio cuore.

Il Signore non vuole che io guardi alla sua azione in me, né che io cerchi troppo di rendermene conto, vuole piuttosto che io guardi a Lui e mi distolga fedelmente da tutto il resto.

 

21 novembre 1895

L'altro ieri ho ricevuto una luce particolare sul distacco del cuore che Gesù vuole da me; vedendo il lavoro che dovevo fare su questo punto, non ho potuto far altro che abbandonarmi e pregare Nostro Signore di operarlo Lui in me.

Poiché alla divina Bontà è piaciuto ridarmi la vita, la debbo consa­crare interamente al suo santo amore; quand'anche il mio cuore venisse tutto dissolto ed immolato dall'amore, questo non sarebbe ancora suffi­ciente per dimostrare a Dio la riconoscenza che gli debbo per ciò che Egli mi manifesta. In mezzo alle sofferenze di questa malattia, quando non potevo né pregare né quasi pensare, io sentivo l'Amore Infinito di Dio che mi avvolgeva da ogni parte come un manto.

Mi pareva che Dio dicesse: « Ora sono libero in questa creatura, vo­glio agire con lei come più mi piace ». E rinnovando il mio voto d'ab­bandono, provavo una pace ed una dolcezza inesprimibile nel dare a Dio una sempre maggiore libertà e nel prestarmi senza resistenza alla sua divina azione. Quando appena un quarto d'ora mi separava dalla morte, vidi la mia miseria così profonda, così irrimediabile, mi vidi così completamente impotente a fare una qualunque cosa per la mia salvezza, che non ebbi altro pensiero, altro impulso, che di gettarmi nelle braccia di Dio: là non ebbi più paura.

Come si potrebbe temere su quel seno tutto misericordia e amore? Se la nostra eternità dipendesse da altri che da Dio, potremmo aver paura, ma da Lui!... Ci avrebbe forse creati per perderci? Sarebbe giudicare male il Cuore di Dio pensare che Egli possa godere nel farci soffrire eter­namente.

Tutta la Redenzione -si fonda sull'amore di Dio per gli uomini: amore del Padre che immola il suo unico Figlio; amore di Cristo che si fa vit­tima volontaria.

Nella creatura vi deve essere altrettanta corrispondenza d'amore. Ora, nell'amore non si teme, ci si affida.

 

 

1896

21 giugno 1896

Sette mesi fa, per obbedienza, cessavo di scrivere; oggi, di nuovo per obbedienza, riprendo la penna.

Non desidero che una cosa: fare la volontà di Dio, e sono certa di compierla seguendo 1a santa direttiva dell'obbedienza.

All'inizio di maggio, dopo due mesi passati nella sofferenza e fra le lotte più dolorose, il mio Salvatore ha voluto confortare la mia anima nella sua infinita dolcezza. Dopo avermi attirata fortemente a Lui, mi permise di riposarmi un poco sul suo Cuore. Non saprei spiegare a me stessa come ciò accadesse, e dopo ho voluto credere che non fosse stato altro che una dolce illusione, ma gli effetti di pace profonda e di intima unione che ne seguirono, mi hanno fatto conoscere l'azione diretta dei Salvatore.

Dopo questa grazia, per dodici giorni sono rimasta talmente unita interiormente al mio Dio, che avrei avuto più difficoltà a staccare le fa­coltà interiori della mia anima dalla loro applicazione a Dio, di quanto ne avrei incontrate in altri tempi per raccogliermi perfettamente in Lui. Quant'è buono Dio! la mia miseria e corruzione non gli impediscono di scendere fino a me. In questa grazia, la vista della mia miseria non mi ha fatta ritirare da Lui; ho sentito anzi il bisogno di stringermi più fortemente a Dio perché Egli assorbisse il mio nulla e la mia corruzione nella sua infinita purezza.

Questa mattina all'orazione, poiché il ricordo delle umiliazioni alle quali avevo dovuto sottostare qualche tempo fa faceva ancora fremere la mia natura orgogliosa e mi faceva spuntare qualche lacrima, mi sembrò sentire Nostro Signore dirmi interiormente queste parole: « Per questa umiliazione io ti farò penetrare più profondamente nell'oceano della mia divinità ».

O Gesù, mio divino Salvatore, per immergermi in questo mare d'a­more che è l'elemento della mia anima, quali sofferenze ed umiliazioni dovrò sopportare?

 

2 luglio 1896

... Mi trovavo nel pomeriggio davanti al SS. Sacramento, quando mi sono sentita attirata dal Signore Gesù con tanto amore che gli ho detto: « Mio Salvatore, come puoi amarmi, proprio io che sono così corrotta e macchiata e miserabile? » « Io amo la tua corruzione », mi ha risposto. « Ma come! gli ho detto, è mai possibile che Tu, che sei la stessa Pu­rezza, Tu possa amare la corruzione? » « Io non amo né il male né il peccato, ma amo ciò che tu chiami la tua corruzione ». « Ahimé! ho ripreso, eppure essa è ben profonda; le creature mi credono buona, ma Tu lo sai ciò che valgo ». Allora mi ha detto con ineffabile dolcezza: « Vieni sul mio Cuore! »

Io non ho voluto, tanto mi sentivo miserabile, e mi sono ritirata molto in basso in me stessa, senza nulla rispondergli; ho pregato un poco la Vergine Santa.

Un po' più tardi Gesù mi ha fatto nuovamente intendere queste pa­role: « Vieni sul mio Cuore! » « Mio solo Amore, gli ho detto, se vado alla tua umanità, se mi appoggio sul tuo Cuore santo, non prenderò forse una consolazione troppo umana? »

« Non è sul mio Cuore umano che io voglio tu ti riposi; è sul Cuore della mia Divinità ». « Ma la Divinità non ha corpo; che cos'è allora il Cuore della Divinità? » « E’ lo Spirito d'amore: lo Spirito Santo ». Allora ho sentito la mia anima che si effondeva in questo Spirito d'amore con un ineffabile riposo.

Quando ritornai in me, ho mostrato al Signore i bisogni della Chiesa, delle anime, della Francia, dell'Istituto; per me ho detto: « Signore, in­segnami ad umiliarmi e fa' che la mia confidenza e la mia fede nel tuo amore non vengano mai meno ».

 

12 agosto 1896

Da tre giorni la Divina Bontà attira a sé la mia anima in modo tutto particolare; quando debbo uscire dall'orazione, sento la mia anima lace­rarsi come quando si vuol separare due cose strettamente unite e incol­late insieme.

Questa mattina, all'inizio dell'orazione, mi parve che il Salvatore mi dicesse interiormente: « Tu devi essere tutta mia nell'orazione, ma af­finché non ti inorgoglisca per l'intimità che voglio avere con la tua anima, saprò farti sentire in altro tempo la tua miseria e il tuo nulla ».

Talvolta Gesù sollecita la mia anima a soffrire per Lui, e poiché nella sua umanità Egli non può più soffrire mentre il suo amore vorrebbe poterlo fare ancora, allora Egli chiede se non voglio soffrire al suo posto.

Ma, Signore, Tu sei il Padrone, Tu puoi fare nel mio corpo e nella mia anima ciò che ti piace, perché me lo chiedi?

Sento che lo chiede perché il suo amore ha gioia nel vedere l'anima ridonarsi, abbandonarti a Lui volontariamente.

 

15 agosto 1896

Da parecchio tempo il Signore non mi aveva più data una prova così sensibile della sua divina presenza nel SS. Sacramento, come questa mat­tina. Tutta la mia preparazione alla Comunione era consistita in un'amo­rosa accettazione della sofferenza; quando l'ebbi ricevuto, mentre l'ado­ravo non sapevo dirgli che queste parole: « Signore, non sono degna del tuo amore, ritirati da me ». E ogni volta che gli dicevo questo, Egli au­mentava ancora di più la dolcezza della sua presenza.

In seguito mi sentii senza volontà, e senza resistenza accettai le cure che mi si fecero all'infermeria e le umilianti pratiche che dovetti fare; un sentimento di pace e di unione mi assorbiva.

 

28 agosto 1896

Qualche giorno fa, in una certa occasione, ebbi a dire qualche parola con un tono un po' vivo ad una delle nostre suore. Un quarto d'ora dopo, rientrai in cella per fare la lettura: appena entrata, il Signore mi disse interiormente: « E’ così che tu tratti le mie spose, tu, la più miserabile delle mie schiave? » Queste parole mi furono dette con un tono così severo, che mi riempirono di confusione e di dolore.

 

4 settembre 1896

Martedì mattina. - Durante la prima Messa, ad un segno della Maestra, andai alla Sacra Mensa senza altra preparazione che il desiderio di ob­bedire e di unirmi a Dio; subito dopo la Comunione dovetti uscire dal coro per suonare. Quando rientrai, il Signore cominciò ad attirarmi dolcemente a Lui. Tutto il giorno fu così, ma io resistetti, temendo di disobbedire nel godere in tal modo di Nostro Signore.

All'orazione della sera resistetti ancora; dopo l'orazione discesi e at­tesi per dire la mia colpa.

Sentivo la mia anima sempre più attirata come da una forza invi­sibile; allora il Signore mi disse interiormente con un accento di rim­provero dolcissimo: « Perché mi resisti? »

A queste parole mi sembrò che il cuore si fondesse e si sciogliesse nell'amore.

Dopo, il Signore Gesù mi fece comprendere che Egli voleva che il mio cuore fosse come un ricettacolo delle sue misericordie e del suo amore; vi sono così tanti cuori chiusi al suo amore, ed Egli ha bisogno di ver­sare nel mio l'amore che trabocca dal suo.

Da allora tutte le mie giornate sono state come un atto ininterrotto d'amore; in certi momenti mi sembra che il mio cuore voglia fuggirmi dal petto per andare a vivere nel suo Dio.

 

Quarto ritiro dal 13 al 22 settembre 1896

Mentre in cella stavo prostrata faccia a terra ai piedi del Crocifisso, e mi annientavo davanti a Dio, offrendomi a Lui in uno spirito di morte per fare la penitenza impostami dalla Madre, il Signore mi fece compren­dere ciò che Egli voleva da me.

Vuole che io sia una vittima immolata al suo beneplacito e tutta con­sumata dal fuoco del suo divino amore. Vuole che rimanga ferma ai suoi piedi in uno stato di passività interiore completa e che mi lasci lenta­mente consumare dal fuoco dell'Amore.

È per rendere questo fuoco più ardente e più struggente che Egli opera tutto in me; è per accrescere il mio amore che talvolta mi consola e mi accarezza; ed è ancora per questo che altre volte mi abbandona e si ritira, poiché la privazione dell'oggetto amato rende questo più caro.

Bisogna che il mio cuore sia come una fiamma ardente che brucia tutto il mio essere senza peraltro distruggerlo. Questa immobilità, questa ina­zione interiore sarà per me un doloroso martirio di cui il Signore si potrà servire.

Il mio divino Salvatore mi ha fatto comprendere che Egli sceglie delle anime per continuare in esse la sua passione; ma poiché un'anima umana non potrebbe da sola sopportare tutti i suoi dolori, Egli ne dà a cia­scuna una piccola parte. Vuole farmi partecipe della sua dolorosa cro­cifissione; i suoi piedi e le sue mani erano confitti; era sospeso, senza potersi muovere, soffrendo un'agonia lenta e silenziosa, senza più agire. Egli vuole che io rimanga così sotto la sua azione, nella disposizione di tutto soffrire.

Facendomi vedere la sua Volontà, il Signore non vi ha mescolato al­cuna dolcezza, nessuna soavità; ho sentito tutta l'amarezza del sacrificio ed ho visto che ciò che Egli esigeva da me era un'immolazione di ogni minuto.

L'indomani 16, verso le tre del mattino, mi sono svegliata in preda ad inesprimibili dolori, e per più di un'ora Gesù mi ha fatto di nuovo partecipare alle sue sofferenze.

Soffrivo dolori acuti in tutte le membra, soprattutto ai piedi, e dopo, per parecchio tempo, ho conservato l'impressione di un calore ardente accompagnato da fitte acute.

Ieri 17, durante la Messa delle 6, mi sono offerta a Dio per compiere le sue Volontà, e per lasciarmi distruggere ed annientare dal suo puro amore.

Dio gradisce soltanto vittime pure; se dunque ha gettato uno sguardo benevolo su questa offerta, è stato solo in considerazione delle mani che mi offrivano all'altare, e soprattutto del Sangue divino da cui ero coperta.

In me non vedo che miseria e sozzura, ma mi abbandono al Cuore del Salvatore il quale, se vuole, da un poco di fango può trarre la sua gloria.

Domenica 20. - Fra le 2 e le 4 del mattino, il Signore ha voluto ancora unirmi a Lui con la sofferenza; i dolori esteriori erano meno violenti, ma avevo un così estremo desiderio di amare Dio per compensarlo della mancanza d'amore da parte delle altre creature, che questo mi causava una specie di pena e di languore molto doloroso.

Durante la Messa, ho cominciato a sentire la presenza di Nostro Si­gnore. A Nona, mentre stavo ritirata in cappella, il mio divin Salvatore mi ha fatto sentire le delizie del suo amore.

Malgrado la mia indegnità, mi sembrava che Gesù fosse contento di unirsi a me; sentivo come due cuori che si toccavano e si fondevano uno nell'altro. Durante tutto questo tempo, ed anche un poco dopo, sentii al cuore quel dolore acuto che provo qualche volta.

All'orazione della sera mi sono inabissata nella contemplazione del­l'amore che Dio ha per le sue creature.

Se si comprendesse questo, se si conoscesse quale desiderio ha Dio di unirsi alla creatura, non si tarderebbe ad aprire il proprio cuore per ricevere i tesori d'amore che incessantemente scaturiscono dal seno della Divinità.

 

4 ottobre 1896

Da qualche tempo Dio mi unisce a Sé in modo nuovo: mi sembra che la mia anima sia tutta inondata da una luce purissima e che essa si inabissi in queste incomprensibili profondità di luce e di amore che sono in Dio, lasciandomi una grandissima pace e tranquillità.

Questo m'induce a spogliarmi sempre più di ogni desiderio e di ogni volontà, perché la più piccola volontà naturale sarebbe nella mia anima come un corpo duro che la sostanza divina non potrebbe penetrare e che costituirebbe un ostacolo. Tutto si fa in un grande riposo.

Mi sembra che, quanto più l'anima sale, tanto più trova questa divina immobilità che l'appaga, ma in questa stessa immobilità vi è come un movimento di vita e di amore, di modo che l'anima trova tutto ciò che le occorre.

Vedo che quello che più piace a Dio è il riposo dell'anima in Lui, perché ciò gli dà modo di comunicarsi ad essa; quello che la divina Bontà comunica alla mia anima, è ineffabile. Non trovo parole per esprimere la grandezza dei beni che sono in Dio e il suo desiderio di donarli alle creature.

 

10 ottobre 1896

Ieri, all'orazione delle otto e mezzo, ero appena andata al mio posto quando mi sono sentita avvolta dalla presenza di Dio in modo tutto par­ticolare. Ero come fuori di me stessa e mi parve di vedere, d'una vista interiore, il Cuore adorabile del Salvatore che si sovrapponeva al mio come per imprimergli la propria forma.

La mezz'ora d'orazione è trascorsa come un istante; quando è comin­ciato l'ufficio, ho lasciato il coro, ma arrivata in cella mi rimisi in ginoc­chio per adorare e amare.

Sentivo un grande desiderio di non avere più in cuore altro che amore alla sofferenza, dolcezza e umiltà, affinché i nostri due cuori essendo simili non fossero mai più separati.

Mi pare che il mio divino Maestro abbia gradito la preghiera che gli avevo fatto l'altro ieri, quando gli avevo chiesto di darmi quante grazie interiori e sofferenze Egli avesse voluto, ma di non permettere che alcun­ché di straordinario apparisse all'esterno.

 

14 ottobre 1896

Ho passato una gran parte della notte intrattenendomi amorosamente con il mio Salvatore, ogni tanto gli dicevo: « Mio Gesù, l'obbedienza vuole che io dorma, lasciami fare l'obbedienza ». Ma Egli attirava a Sé il mio cuore con un'attrattiva così dolce che non potevo resistere. Il Signore mi ha fatto comprendere che in questa notte mi aveva tanto gratificata perché era contento dei piccoli contrattempi, delle abiezioni e mortificazioni che avevo avuto nella giornata.

 

5 novembre 1896

Il giorno dei Santi, ricevendo la Comunione a letto, il Salvatore mi ha fatto gustare sensibilmente la dolcezza della sua presenza; nello stesso tempo mi faceva vedere così bene la mia miseria interiore, che davanti a Lui mi trovai in una confusione estrema.

Sono andata a nascondermi nel Cuore di Gesù e sono rimasta là, senza muovermi né parlare, una grande parte della mattinata, adorando l'infinita bontà che non cessa di colmarmi delle sue grazie nonostante la mia indegnità.

 

 

1897-1899

1897

Lo spirito moderno vuole livellare tutto: ciò che è basso cerca di ele­varsi al livello di ciò che è alto, e per raggiungere prima il suo scopo, si sforza di abbassare ciò che è elevato.

Se questi principi sono dannosi nella vita sociale, non lo sono di meno nella pietà dove tuttavia li si vorrebbe introdurre.

Quelle celesti dottrine di confidenza in Dio, di filiale e amorosa inti­mità con Lui, male interpretate da alcune anime volgari, sono talvolta trasformate in una familiarità totalmente umana e in una disinvoltura che purtroppo è all'ordine del giorno.

Io non so dove si trova questo difetto, non mi pare che regni fra le nostre suore, ma esiste e Gesù lo riprova.

In Gesù mai dobbiamo separare l'umanità dalla Divinità, e neppure si deve separare nel nostro cuore l'amore che abbiamo per Lui dall'adora­zione; il vero amore non potrebbe esistere senza il rispetto.

Gesù è la Misericordia; Egli si abbassa, si china, si dona: è l'umiltà di Gesù; ma la creatura, se per il suo amore può salire fino al suo Cuore, per la conoscenza del suo nulla deve tuttavia stare ai suoi piedi, nell'at­tesa che Egli l'innalzi fino a Sé. Bisogna amare appassionatamente que­sto Dio, questo Salvatore, confidargli tutto, attendere tutto da Lui, andare a Lui con un cuore di bimbo che si apre, che crede, che riceve e che dona. Tuttavia, anche negli sfoghi d'amore la creatura deve conservare la distanza; tocca a Gesù, se lo vuole, distruggerla e per un eccesso di mise­ricordia fare una specie di uguaglianza.

Non sono quelle sante familiarità dei Santi che Gesù riprova, e nep­pure quelle parole di amoroso rimprovero, né quel tono confidenziale ispirato dall'amore e che anch'io talvolta uso. Ciò che gli dispiace, ciò che urta il suo Cuore, è quella sfrontatezza di chi critica le sue opere, di chi l'importuna per dei nonnulla. Sono le anime che, separando in qualche modo la sua umanità dalla sua Divinità, lo abbassano al loro livello, gli attribuiscono i loro sentimenti, fanno di Lui magari un profeta, ma non certo quel Dio pieno di tenerezza e di misericordia, ma anche di gran­dezza e di maestà.

 

Maggio 1899

Nell'orazione mi ero lasciata andare a versare lacrime ai piedi di Nostro Signore, lacrime causate da quella specie di stanchezza che tal­volta l'anima sente nel cammino della virtù, a seguito degli sforzi che deve fare per mantenersi costantemente a quelle altezze soprannaturali in cui la vuole la grazia; e poiché questo motivo era imperfetto, temevo non fosse affatto gradito al Signore.

L'indomani, all'orazione della sera, Egli mi fece vedere intellettual­mente le sue due adorabili mani, sul palmo delle quali erano ben visibili tante piccole gocce d'acqua. Di Lui non vidi altro che le due mani; mi disse dopo che le mie lacrime non gli erano affatto dispiaciute, che se avessi cercato consolazioni presso le creature, avrei commesso un'imper­fezione, ma che non vi era alcuna imperfezione a cercarle in Lui; che Egli amava vedere la sua piccola creatura venire a Lui, debole e umiliata per questa sua debolezza; che nella sua umanità Egli aveva voluto pro­vare tutte queste debolezze della natura, affinché noi fossimo incoraggiati nelle nostre; e che il suo Cuore divino rimaneva aperto per ricevere tutte le miserie dell'uomo al fine di versare su di lui tutte le consolazioni.

 

Maggio 1899

O Gesù, unico e sovrano amore della mia anima, io mi abbandono a Te; Tu sai tutto, Tu vedi ogni cosa, le intenzioni ed i moventi, Tu solo puoi giudicare di tutto.

Tu mi hai insegnato che davanti all'uragano (sia che provenga dalle passioni umane, sia che provenga direttamente dalla tua divina Giustizia) bisogna chinarsi con l'umiltà, la dolcezza e la pazienza. Piego dunque amorosamente il capo e mi anniento ai tuoi piedi, mi riposo su di Te.

Un giorno, Gesù, Tu mi hai detto: « Io perfezionerò nel tuo cuore la facoltà di soffrire e quella di amare, affinché tu possa comprendere e sen­tire in te i dolori del Mio ». Così non mi stupisco se una pena, in appa­renza leggera, ferisce profondamente il mio cuore.

O mio Dio, sono stanca della volubilità delle cose umane e degli af­fetti terreni, nessuno dei quali è stabile e permanente...

Ho sete della tua divina immutabilità; vorrei bere a questa sorgente d'amore, sempre abbondante e sempre uguale, che è in Te.

Amore eterno, sempre identico, senza cambiamento né avvicenda­mento, io ti amo, ti adoro, ti desidero; ma nell'attesa di possederti, voglio benedirti e ringraziarti. Ti ringrazio di non permettere che io trovi riposo fuori di Te. Ti ringrazio per le sofferenze del corpo che mi uniscono al mio Redentore crocifisso; ti ringrazio per le sofferenze del cuore che mi staccano dalle cose create; ti ringrazio per le sofferenze dello spirito, per tutto ciò che umilia e per tutto ciò che spoglia.

Ti ringrazio per le tue misericordie e per le divine prevenienze del tuo amore, per le luminosità così pure che mi fai intravedere, per le tue parole che mi danno coraggio e per le tue dolcezze che mi consolano.

 

Maggio 1899

Avevo commesso una mancanza e, benché vedessi che non era grave - perché la cosa in sé era leggera e la causa una mancanza di riflessione - pure avevo un poco di difficoltà a presentarmi a Nostro Signore, pensando che questa macchia sulla mia anima poteva dispiacere ai suoi occhi.

Tuttavia, nell'orazione che seguì Egli si comunicò alla mia anima con estrema bontà e mi istruì sulla fiducia che dobbiamo avere in Lui. Mi fece capire che ciò che più piace a Dio è la fiducia della sua creatura in Lui.

Se anche l'anima avesse peccato mille volte, dopo il millesimo pec­cato dovrebbe ritornare a Lui con quella fiducia che non esclude né un giusto timore, né un vero dolore.

Questa ricerca di Dio, che l'anima fa dopo il suo peccato, neutralizza per così dire gli effetti mortali del veleno e la dispone alla guarigione. Egli mi fece vedere che la fiducia contiene o produce gli atti di tutte le virtù.

Presuppone necessariamente la Fede; è così intimamente connessa alla Speranza che sembra fare con essa una sola virtù, benché ne sia in realtà una forma più intima e più dolce; è per se stessa un atto massimo di amore, un atto reale e sensibile.

È anche un atto di sovrana giustizia: che cosa vi è di più giusto della fiducia, che la creatura ripone in Colui che l'ha fatta ed in Colui che l'ha rigenerata e redenta con il proprio Sangue? Se la prudenza umana con­fida nell'abbondanza delle ricchezze e nella protezione dei potenti, non sarebbe forse una prudenza divina per degli esseri miseri e deboli confi­dare in Colui che, solo, li può arricchire e proteggere?

La fiducia è una forza: « Colui che confida nel Signore non sarà scosso », dice la Scrittura. L'anima fiduciosa diventa forte della forza di Colui sul quale si appoggia e, poiché essa conta su Dio, intraprende opere forti.

La fiducia si collega alla temperanza in quanto è l'uso ben regolato di ogni cosa: essa è ordine, e l'anima che attende tutto da Dio non usa delle cose se non secondo Dio.

La fiducia pone l'anima nella dipendenza di Dio; e dipendere vuol dire obbedire. È un atto perfettissimo di umiltà: è il riconoscimento della propria miseria, l'espressione della propria debolezza, la confes­sione del proprio nulla.

È infine un omaggio supremo a tutti gli attributi divini: l'anima che confida riconosce la Potenza di Dio; fa assegnamento sulla sua Sapienza; si abbandona alla sua Giustizia, riposa sul suo amore. È dunque un atto d'adorazione che essa fa, un'adorazione piena di rispetto e d'amore.

Chi potrebbe dire la potenza che un'anima confidente acquista su Dio stesso? Essa, o Gesù, rapisce talmente il tuo Cuore adorabile, che ottiene più di . quanto chiede: ottiene le ineffabili testimonianze del tuo amore, il perdono delle sue mancanze e l'inestimabile grazia di vivere in Te, nel­l'unione di uno stesso spirito.

 

1° venerdì di settembre 1899

Questa mattina, durante la Messa, ho compreso e gustato il mistero di Gesù Vittima; lo vedevo nascere soltanto per morire, incarnarsi solo per avere una carne da sacrificare, formarsi un cuore sensibile e delicato solo per soffrire con questo cuore le sue più intime immolazioni.

In tutti i suoi stati di Re, di Sacerdote, di Legislatore, di Avvocato, di Amico, di Fratello, Gesù è divino. Ma quando la mia anima contempla Gesù Vittima, sembra che essa beva un liquore inebriante che l'incanta e la fa uscire di sé. Questa mattina, rapita fuori di me, contemplavo Gesù disteso sull'altare; mi sforzavo di unirmi a Lui, di offrirmi a Lui, lo strin­gevo con forza per essere immolata con Lui. Il suo sguardo così dolce mi struggeva il cuore di dolore e di delizie e la mia anima, bruciata d'un fuoco ardente, inondata di luce, assaporava ineffabili gioie in una indi­cibile sofferenza.

Siamo le membra mistiche di Cristo, dobbiamo quindi essere vittime con Cristo; più il membro è nobile, più è delicato, tanto più partecipa allo stato di vittima del capo divino. Molte anime, molti cuori, molti corpi che soffrono, sono in un certo senso vittime, ma non sono vittime immo­late sull'altare con Cristo.

Per entrare nello stato e nello spirito di Gesù Vittima, bisogna fon­dere la propria volontà con la sua, condividere tutti i desideri, tutti i pensieri e le intenzioni del suo Cuore e rimanere nelle sue mani, offrendosi volontariamente a tutto ciò che Egli vuole per l'anima.

Da un anno in qua, ho un bel resistere all'attrattiva che mi porta ad unirmi a Gesù Vittima; in certi momenti la sento così forte che soffro di non poterla seguire.

Questo non significa che nelle occasioni di immolazione la natura non si turbi e non reclami; ma l'anima illuminata da Gesù non scende a patti con essa, e Gesù non reputa come una ritrattazione quelle lacrime che sgorgano talvolta dagli occhi, quei timori che precedono le lotte e quelle stanchezze che le seguono.

L'adorabile Vittima del giardino degli Ulivi non diceva forse: « Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice »? Sì, anche l'anima, nella sua parte inferiore, può spaventarsi davanti al sacrificio e chiedere grazia, mentre la parte superiore rimane immobile e serena, sempre offerta e sempre abbandonata, in uno stato permanente di immolazione.

Essere vittime con Gesù non vuol dire precisamente chiedere la soffe­renza, ma significa offrirsi liberamente a tutte quelle che Dio vorrà in­viarle. Significa ricevere queste sofferenze con una pace gioiosa e piena di amore, ed assaporarle come si trattasse di un bisogno soddisfatto.

 

Settembre 1899

Noi viviamo in Dio come i bambini vivono nel grembo della loro madre: sono in lei, completamente avvolti da lei, da lei ricevono il nutri­mento e la vita; da lei dipendono e da lei tutto ricevono; non fanno nulla da sé e sono quasi meno che il nulla; hanno occhi e orecchie e non vedono né intendono la loro madre; hanno una bocca, ma è muta; hanno mani e braccia e non sarebbero capaci né di stringere né di accarezzare la loro madre.

Così siamo noi in Dio: siamo circondati e avvolti da Lui; ad ogni istante Egli comunica al nostro corpo e alla nostra anima il nutrimento e la vita; dipendiamo da Lui in ogni cosa, « senza di Lui non possiamo far nulla », e se è vero che per il fatto della creazione noi siamo usciti dal nulla, è altrettanto vero che, se piacesse a Dio, vi potremmo ritor­nare immediatamente.

Abbiamo occhi e non possiamo vedere Dio; orecchie, e normalmente non intendiamo la sua voce; mani, e non sapremmo né afferrarlo né toc­carlo. Il giorno della nostra morte sarà quello in cui nasceremo alla vita; se la nostra nascita sarà felice, allora noi vedremo Dio, intenderemo la sua divina parola, la nostra lingua si slegherà e potremo mescolare le nostre voci ai concerti angelici. Raggiungeremo veramente Dio e lo strin­geremo in un ineffabile abbraccio; non riceveremo più il nutrimento delle nostre anime per il solo canale della grazia, ma applicando le labbra alla sorgente stessa della divinità, berremo con avidità il latte purissimo delle consolazioni celesti.

Come il bimbo che rimane per un dato tempo nascosto nelle viscere materne, noi pure rimaniamo in questa vita nascosti in Dio, da Lui rice­viamo la vita ed in tutto dipendiamo veramente da lui. Ogni giorno, per il sacro canale della grazia, riceviamo il nutrimento che deve far cre­scere le nostre anime e formarle per la vita eterna, nel giorno stabilito da Dio; la morte ci darà la vita, la vita in Lui, la Vita nella sua pienezza, la vita senza debolezza e senza più morte.

 

Ritiro 10-19 settembre 1899

Fin dal primo giorno di questo ritiro, mi sono sentita stabilita nella pace; ritirando un poco la sua azione personale, il Signore Gesù ha la­sciato agire lo Spirito Santo. Per quasi tutto il tempo la mia anima ha sentito una specie di pienezza divina che le faceva gustare una pace ed un riposo ineffabili.

Una luce dolcissima regnava nelle altezze dell'anima e le svelava le verità della fede e l'essenza dei misteri, mentre il cuore era infiammato da un più ardente desiderio di conoscere Gesù, di studiarlo, amarlo e fondere in qualche modo la mia miserabile vita nella sua Vita, con una unione di volontà sempre più stretta. Il giorno 16, all'orazione, con l'anima tutta colma di desiderio di amare Dio e come ammollita e fusa per l'effetto di questo desiderio, mi sembrò che lo Spirito Santo rinnovasse in lei l'impronta dei suoi Sette Doni, dandole un impulso nuovo a non cercare altro che Dio, disprezzando le cose della terra; mettendo nella mia intelligenza una luce più viva per comprenderlo, con un desiderio ardente di progredire nella sua conoscenza; dando al mio spirito qualcosa di più giusto e di meglio ponderato; fortificando la mia volontà e versando nel mio cuore un sentimento più tenero verso tutte le cose di Dio e per ogni creatura uscita dalle sue mani, insieme ad un timore amoroso, non sol­tanto di offenderlo, ma anche solo di contristare, sia pur poco, il suo Cuore divino.

Alla sera Gesù, comunicandosi alla mia anima secondo il suo solito, mi fece intendere molte parole interiori sul Santo Sacrificio della Messa, ripetendomi che Egli vuole che le anime devote al suo Cuore abbiano una speciale devozione al Santo Sacrificio, dicendo che la maggior parte dei cristiani assistono al suo Sacrificio senza quasi sapere che cosa si compie sull'altare né ciò che essi devono fare; poi, parlandomi dei preti, mi disse pressappoco, per quanto mi sembra: « Se essi vedessero la loro grandezza e la loro dignità, che supera quella degli Angeli, non osereb­bero più fare alcuna azione umana ».

Domenica sera, essendomi risuonate nello spirito quelle parole: « Pa­dre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi », ammiravo l'ineffabile unione delle tre Per­sone della SS. Trinità, e mi fu detto interiormente: « Se questo modello di adorabile unione è stato dato a tutti i cristiani in generale, esso è stato dato più specialmente alle Figlie della Visitazione, che devono essere le particolari adoratrici del mistero della Santa Trinità ».

E vidi che, come il Padre ed il Figlio amandosi producono lo Spirito Santo, così l'unione delle Figlie della Visitazione con la loro Superiora deve produrre una mutua unione.

Il mio proposito fu di applicarmi sempre di più a conoscere Gesù, a imitarlo il più possibile, con una grandissima dipendenza dalla sua di­vina Volontà sia nella sofferenza che nella gioia, e di sforzarmi per quanto posso a favorire l'unione e la perfetta carità intorno a me.

 

1° novembre 1899

Domenica, applicandomi a Dio nell'orazione, mi trovai improvvisa­mente trasportata in spirito in un luogo sconosciuto; vedevo una strada, costeggiata da una parte da alcune case e dall'altra da bassi muriccioli, e una di quelle case mi fu indicata come un convento della Visitazione. Mentre guardavo, tutto disparve e mi trovai molto intimamente unita a Dio in un grande riposo e semplicità.

Vedevo che a Dio non piacciono affatto le vane agitazioni degli uomini e che Egli stabilisce la sua dimora solo nella pace, nella perfe­zione del suo Essere. Egli gusta in Se stesso un indicibile riposo. Non è né immobilità, né sonno, ma un riposo vivo e attivo che procede dalla pienezza della perfezione che è in Lui. Quanta differenza fra l'azione di Dio e l'azione turbolenta degli uomini!

Il mondo si agita, travolto da un turbine incessante, perché lo spirito di Dio si è ritirato da lui; perché Dio possa stabilire la sua dimora in un'anima, bisogna che vi trovi la pace; per questo l'anima deve sforzarsi di stabilire in sé la calma con la mortificazione di tutte le passioni; sono queste infatti che provocano turbamento e agitazione, bisogna dunque lavorare a spegnerne e diminuirne il movimento; in seguito occorre stabi­lire il regno delle virtù, soprattutto di quelle più pacificanti, come l'indif­ferenza, la sottomissione alla divina Volontà, la fiducia, ecc.

Quando l'anima è così preparata, Dio viene in lei, e a questa prima pace che essa ha acquisito, Dio aggiunge una pace nuova, la « sua » pace: pace che sorpassa ogni sentimento, perché è il regno di Dio nel­l'anima.

 

20 novembre 1899

I voti religiosi, se fatti con le dovute disposizioni, devono produrre nelle nostre anime un cambiamento, una trasformazione che dà loro agli occhi di Dio un nuovo fascino e come una più forte attrattiva ad amarli.

Il voto di obbedienza raddrizza la nostra volontà deformata e come contorta dal peccato, e la rende capace di unirsi alla Volontà divina.

Il voto di povertà illumina la nostra anima e la mette in grado di cono­scere Dio, di applicarsi a Lui con la potenza dell'intelligenza e di vedere in qualche modo il tesoro infinito delle sue divine perfezioni.

Il voto di castità purifica il nostro cuore, lo dilata, lo riscalda, gli dà il mezzo di amare Dio sopra ogni cosa e di aderire unicamente a Lui. Questa trasformazione interiore è più o meno perfetta, secondo che più o meno perfette sono le nostre disposizioni nel momento dei voti; ma è soprattutto con la pratica costante di queste tre virtù: castità, povertà, obbedienza, che la castità si attua in noi ed ogni giorno si perfeziona.

Per questo, se dopo tanti anni di vita religiosa ci troviamo ancora così poco sottomessi alla Volontà di Dio, così facilmente, se non ribelli, per lo meno spaventati ed abbattuti dalle prove che Egli ci manda, così portati a chiedere conto a Dio dei suoi modi d'agire verso di noi, persuadiamoci pure che non abbiamo ancora veramente vissuto il voto d'obbedienza, né ancora veramente praticato questa virtù.

E se ci troviamo così ignoranti delle cose di Dio, così tardi a compren­dere ciò che Egli vuole rivelarci di Sé, così incapaci di elevarci a Lui per contemplare ciò che Egli desidera tanto manifestare a coloro che lo amano, è perché non abbiamo ancora praticato questa divina povertà, la povertà materiale e la povertà di spirito, il distacco assoluto non solo dal super­fluo, ma anche da ciò che è utile e perfino necessario.

Infine, se sentiamo i nostri cuori così freddi e deboli nell'amor di Dio, così attaccati alle creature, così facilmente offesi per il loro modo di agire, così contrariati dal loro umore, così urtati dal loro egoismo, sappiamo che non abbiamo compreso, e di conseguenza non abbiamo praticato le divine esigenze della virtù della castità.

Amare Dio solo, non cercare che Lui nelle creature, porre il centro dei propri affetti solo sull'immutabile amore, elevarsi al di sopra delle cose create e lasciarle dietro di sé non per orgoglioso disprezzo, ma per una amorosa preferenza di ciò che più vale; vedere l'Amore infinito di Dio effondersi su tutti gli esseri e amarli teneramente perché sono avvolti da questo Amore: ecco la castità del cuore.

 

 

1900

4 gennaio 1900

Questa mattina il mio dolcissimo Gesù, manifestandosi a me con quella divina liberalità che Egli usa verso le sue più miserabili creature, mi disse: « Vi è chi non mi ama, ma tu, non vuoi tu amarmi? »

A queste parole mi sembrò che il cuore si fondesse e rimasi intima­mente unita a Dio; le facoltà della mia anima ed i miei sensi erano tal­mente uniti a Lui, che dovetti fare uno sforzo per compiere le cerimonie esteriori della Messa.

Com'è dolce all'anima questo possesso di Dio! Un quarto d'ora di questo stato divino vale più di mille anni di felicità terrena. Dio riempie l'anima nell'interno, l'avvolge al di fuori, la penetra in tutte le parti del suo essere; Egli possiede l'anima e l'anima possiede il suo Dio.

In me, ora, tutto si compie in un riposo ed in una pace inesplicabile; una volta, in questi momenti di grazia e di unione, la mia anima gioiva ma anche soffriva, si slanciava e desiderava e gettava i miei sensi esteriori nello svenimento; adesso gli effetti dell'unione sono ben diversi: è come un possesso tranquillo, una gioia infinitamente pura e libera, un appaga­mento assoluto di ogni desiderio, di ogni bisogno.

Oh! com'è bello non essere niente, non volere niente, non desiderare niente, non occuparsi che di cose piccole e di poco valore, e sacrificare ogni giorno a Dio le più pure aspirazioni dello spirito e del cuore; com'è bello morire a tutto per vivere per Dio, per vivere in Dio.

È la parte più bella delle Figlie di Santa Maria: custodi e adoratrici del Cuore adorabile di Gesù, dobbiamo vivere di amore e per l'amore, nella mitezza e nell'umiltà. Il mio beato Padre me l'ha detto: « Una Figlia della Visitazione che non sia mite e umile, non è una vera Visitan­dina; è una macchia nell'Istituto ».

Quanto più ci sprofondiamo nel nostro niente, tanto più profonda­mente penetriamo negli abissi dell'Amore Infinito; quanto più siamo cari­tatevoli e miti, tanto più il divin Cuore si dilata per riceverci e per amarci; quanto più facciamo dei sacrifici per Dio, tanto più Egli ci dona di Se stesso.

Noi non conosciamo Dio! Dio è Amore, e noi non lo sappiamo. Quando Egli ci colpisce con un avvenimento doloroso, talvolta vi è dap­prima dello stupore; poi riconosciamo la sua potenza, ci inchiniamo da­vanti ad essa, ma non pensiamo al suo amore.

Eppure, se in Dio, in cui tutto è eterno, si potesse dire che qualcosa abbia avuto in Lui la precedenza, io direi che, prima di essere potente, prima di essere sapiente, prima di essere giusto e buono, Dio era già l'Amore; e credo lo si possa affermare, perché prima di avere agito sul nulla non aveva ancora manifestato la totalità della sua potenza; prima di aver creato l'angelo e l'uomo e formato i mondi, non aveva ancora rivelato tutta la sua meravigliosa Sapienza; prima di aver formato crea­ture inferiori verso le quali potersi chinare, non aveva ancora manifestato tutta la grandezza della sua Bontà; prima che il male esistesse, non aveva esercitato la pienezza della sua Giustizia. Ed era già l'Amore!

Nulla vi era in Dio prima dell'Amore, e l'Amore era prima di tutte le cose.

Quando la mia anima contempla questi divini misteri, cade in adora­zione. O Dio Amore!... se noi ci rendessimo conto di questo, se sempre, senza esitazione e come per un primo impulso, risalissimo a Te, Te, sor­gente unica di ogni essere; a Te, unica Vita, unico moto! Noi abbiamo forse la fede, ma in realtà crediamo in un Dio che è solo potenza e giustizia.

Noi non crediamo in Te; Tu, Tu sei l'Amore! non un amore debole, molle e impotente, oh! no... O Dio Amore, io so che tu senti l'ingiuria, so che sei potente per farne vendetta, so che la giustizia risplende nelle tue opere, ma so anche che la misericordia la domina.

 

18 marzo 1900

Dopo molti giorni di tristezza, di oscurità e di dolore, Tu, o mio Dio, ti sei degnato di volgere di nuovo il tuo Volto verso di me, ed io ti ritrovo sempre lo stesso, nell'immutabile perfezione del tuo essere divino, ma rivestito tuttavia di misericordia nuova, poiché ancora una volta mi hai perdonata.

Non ti allontanare più da me, perché sono sola, senza di Te non potrei fare altro che tradirti ancora e ridurre al nulla, se così posso dire, la mol­titudine di grazie e di perdoni che mi hai accordato. Mi sento di nuovo tutta circondata da Te, ti possiedo nella misura in cui sono da Te posse­duta, e le aspirazioni della mia anima trovano in Te il loro compimento. Niente mi può soddisfare fuori di Te, e da quando Tu ti sei rivelato a me, ho conosciuto che ero stata creata solo per Te.

Quanto a lungo ti avevo cercato, o mio Dio, là dove Tu non eri; quanto a lungo ti avevo desiderato, senza sapere ciò che desideravo. Ti avevo chiesto alle tenerezze umane, e se qualcuna pareva essere un piccolo flusso

della tua divina tenerezza, la maggior parte non erano che vani miraggi. Avevo chiesto di Te a questa natura meravigliosa che la tua parola ha fatto sbocciare, ed essa mi aveva risposto: « Io sono una manifesta­zione della divina potenza, ma non sono il tuo Dio ».

Ti avevo cercato nell'arte, in tutte le bellezze ed in tutte le armonie, e tutte mi avevano risposto: « Noi non possiamo darti il tuo Dio ». Con l'intelligenza avevo chiesto di Te a tutto ciò che mi pareva nobile e vero; con il cuore ti avevo chiesto a tutto ciò che mi pareva giusto e buono; ma in tutte queste cose, unite a tutto quello che da Te avevo rice­vuto, avevo trovato così tante infermità e miserie, così tante imperfezioni e debolezze, che la mia anima non aveva potuto soddisfarsi in esse.

Nei vani piaceri e futilità del mondo, non Te avevo cercato. o mio Dio, poiché sapevo bene che là non c'eri, ma avevo cercato piuttosto una specie di oblio alle tristezze del mio cuore, e non soltanto non avevo tro­vato l'oblio, ma avevo incontrato un vuoto ancora più doloroso e delu­dente.

E tuttavia ti ho trovato, mio Dio!... Nel Cuore del tuo Figlio incarnato, in questo tabernacolo vivente dell'Amore, ho trovato tutte le bellezze e tutte le grandezze, tutte le tenerezze e tutte le purezze; ho trovato la Misericordia, questo luogo unico di incontro fra la creatura caduta e la Divi­nità sempre gloriosa.

In questo Cuore divino ho trovato, per salire fino a Te, dei sentieri accessibili alla mia debolezza; attraverso la piaga aperta del costato di Gesù, sono entrata nel suo Cuore, e visitando le sue misteriose dimore, sono stata elevata insensibilmente e come per gradi fino a quelle altezze luminose e serene dove risplende la tua divinità.

 

Venerdì Santo 13 aprile 1900

L'Amore, con il sangue di Gesù, scorre a fiumi su questa Croce; come vorrei, staccando il corpo di questo divino Crocifisso, prenderlo fra le mie braccia, posare le mie labbra su ciascuna delle sue piaghe e cicatrizzarle sotto i miei baci!

Ieri, dopo la Comunione, intimamente unita a Gesù, vedevo nel suo Cuore i suoi desideri di Dio: egli vuole che l'Amore si diffonda, che ac­cenda il mondo e lo rinnovi. Non è più con le acque di un nuovo diluvio che Dio vuole purificare e rigenerare la terra, ma con il fuoco. Gli spiriti e le volontà hanno traviato; il mondo che deve essere purificato è soprat­tutto quello delle intelligenze e delle anime; per questo il fuoco che Dio vuole usare è un fuoco tutto spirituale. Bisogna che l'Amore e la Mise­ricordia siano predicate ad ogni creatura, perché il Cuore di Dio ha un immenso desiderio di perdonare: per poco amore che Egli veda un cuore che corrisponde al suo, Egli perdona. La mia anima soffre strani dolori vedendo l'indifferenza e la freddezza della maggior parte dei cri­stiani, e la poca corrispondenza che l'amore di Dio trova nel cuore delle sue creature; ma quanto soffre anche di potere essa stessa amare così poco ciò che vede essere così amabile e così desideroso d'amore!

Chi pensa all'amore di Dio? Chi crede, come si deve, alla sua Mise­ricordia? Eppure Dio è Carità; le sue opere non sono che amore e la sua Misericordia è eterna ed infinita.

Un giorno, prostrata ai piedi di Gesù, io lo chiamavo l'unico bene della mia anima, il supremo amore del mio cuore, il tesoro infinito di tutte le ricchezze, e finii per dirgli: « Mio Gesù, come vuoi che ti chiami? » Egli mi rispose: « Chiamami Misericordia! »

O mia dolce Misericordia, o Gesù, morto d'amore su questa Croce, fa' che, ricondotti a Te per l'attrattiva della tua Misericordia, viviamo del tuo amore e per il tuo amore.

 

1° venerdì di maggio 1900

Questo pomeriggio, mentre stavo in adorazione davanti al SS. Sacra­mento, il mio dolcissimo Amore Gesù si è comunicato a me e mi ha detto: « Cerco una pietra per posare il capo ». Gli ho risposto: « Non ho niente da offrirti, mio dolce Gesù; in tutta la distensione dell'universo non pos­seggo un solo pollice di terra, sono povera come Te; vieni a riposare sul mio cuore; senza dubbio è duro e freddo come una pietra, ma il tuo di­vino contatto l'intenerirà ».

E Gesù mi disse ancora, per quanto mi sembra: « Voglio edificarmi una dimora dove regneranno le virtù care al mio Cuore: l'umiltà, la po­vertà, la semplicità e la carità ». Allora gli ho detto: « Mia dolce Misericordia, fai ciò che vuoi; non vedo in che cosa ti posso aiutare, ma se ti occorre del cemento per il tuo edificio, polverizza le mie ossa, intridile con il mio sangue e le mie lacrime, e servitene; non posso darti altro che me stessa, prendi tutto e fanne ciò che vuoi ».

Questa sera, all'orazione, il Signore Gesù mi ha fatto gustare tutta l'amarezza dei sacrifici che mi prepara. Comunque vadano le cose, fra un anno sarà la croce: la prospettiva di dover aprire la mia anima ad una nuova Madre mi getta nell'angoscia.

La parte superiore della mia anima aderisce a Dio e trova la pace in un abbandono sempre rinnovato, ma la parte inferiore è nell'agonia. Non vedo nulla, non posso nulla, cammino alla cieca, tutto mi sembra pieno di pericoli.

Mio Dio, sarei stata felice se Tu mi avessi dato il soccorso del tuo fedelissimo servo, ma non voglio volere null'altro se non quello che Tu hai voluto; so che Tu ami vedere le anime rendersi indipendenti da tutte le cose create e non riposare che su di Te; per questo, chiudendo gli occhi, mi abbandono a Te nella sofferenza, nel timore, nell'angoscia, nelle incer­tezze e nelle lacrime!

 

10 novembre 1900

Ieri, in parlatorio, interrogavo la mia nipotina per farla parlare, e facendole vedere la croce d'argento che portiamo sul petto, le dissi: « Dimmi, che cos'è questo? » E lei, dopo averla osservata, mi risponde con il suo sorriso di cherubino: « È Gesù! » Eppure, l'immagine di Gesù crocifisso non c'era; ma per quella bambina, la croce era Gesù.

Oh! perché non abbiamo anche noi la chiaroveggenza di questa pic­cola, e quando la sofferenza ci colpisce, quando una croce qualsiasi si appesantisce su di noi, non diciamo noi pure: è Gesù! Sì, la croce è Gesù; Gesù è Salvatore, la croce pure ci salva.

La croce è un'espiazione per i nostri peccati; essa ci purifica da quelle Macchie che continuamente si contraggono al contatto con tutto ciò che è meno puro.

E non soltanto salva noi, ma ci aiuta anche a salvare le anime. Senza dubbio la preghiera è onnipotente sul Cuore di Dio, e Gesù ha detto: « Tutto ciò che chiederete al Padre in nome mio, Egli ve lo darà ». Ma la sofferenza! Non la sofferenza dell'uomo soltanto, ma la sofferenza del­l'uomo unita alla sofferenza di Gesù, che cosa non otterrà? Quando una creatura amata da Dio, quando una sposa di Gesù soffre volontariamente per un'anima, quest'anima è salva. E se quest'anima per un odio diabo­lico respingesse la salvezza, le sofferenze della sposa di Gesù andrebbero a salvare un'altra anima, perché la sofferenza sopportata volontariamente per la salvezza di un'anima non potrebbe andare perduta.

Mio Dio, il tuo profeta aveva detto che Tu trai la lode più perfetta dalla bocca dei piccoli. Questa parola, uscita dalle labbra incoscienti di una piccola bimba appena svezzata, ha penetrato la mia anima di una luce più viva e soprattutto di un amore più ardente per questa grazia della sofferenza, grazia così grande che non soltanto ci unisce strettamente a Gesù, ma fa di noi altri Gesù.

 

Dicembre 1900

O mio adorabile Maestro, ti benedico e ti amo nei tuoi rigori, perché credo che dal tuo Cuore così amante nulla potrebbe venire che non sia grazia e amore.

Ti offro le mie sofferenze, questi spogliamenti così dolorosi all'anima, questo stato di separazione che aumenta sempre più, scavando intorno a me come un abisso che mi isola da ogni creatura. Tu stesso, mio Salva­tore, mi sembri lontano, così lontano in quelle altezze infinite che non posso raggiungere, tanto che il freddo avvolge il mio cuore e il dolore lo stringe. Più sono circondata dalle creature, più mi sento sola, e questa impressione d'isolamento non è mai così forte come nella ricreazione o nelle conversazioni. Nella solitudine della cella e nel silenzio dell'ora­zione, la sento meno viva.

O mio Dio, io ti adoro, adoro la tua mano che strazia e che brucia, e mi abbandono a Te.

 

 

1901

Questa mattina Dio, principio di Vita, sorgente di Vita, ha avvinto la mia anima. Il corpo era affranto e vicino a venir meno, ma sentivo la mia anima piena di vita, e come il piccolo bimbo affamato si stringe con avidità al seno materno, così la mia anima, affamata di luce e di vita, si stringeva ardentemente al seno di Dio e dalla mammella del Padre suc­chiava con avidità il suo vivificante nutrimento. E lì, prestando orecchio, sentivo un rumore dolce e profondo, simile a quello delle acque di un'ab­bondante sorgente riversantesi nell'abisso con prolungate risonanze: era la vita che si effondeva dal seno di Dio e discendeva verso le creature. Alcune ne ricevevano di più ed altre meno, secondo il loro grado nella scala degli esseri, la loro capacità ed il loro fine, e la vita rendeva in ognuna un suono particolare.

La Vita, discendendo da Dio verso la creatura e risalendo dalla crea­tura a Dio, emanava una dolce e sublime armonia. L'armonia della Vita che si diffondeva era divina, profonda, infinita, dolce come il bacio di una mamma; quella della vita che risaliva era un canto di lode, di adora­zione, di amore riconoscente, tenera come una carezza filiale.

 

1901

Ieri, durante Mattutino, la mia anima fu presa da un incanto così dolce e penetrante, e riempita da un amore così ardente per il nostro pic­colo Istituto, che vorrei conservarne il ricordo. Mentre fuori soffiava un vento d'uragano e la pioggia, spinta dalle raffiche, sferzava i vetri, la sal­modia saliva verso di me dolce e lenta, e l'Ufficio si svolgeva in una calma profonda.

Era l'Invitatorio, che chiamava la creatura all'adorazione; il Te Deum, questo dialogo sublime di amore e di lode; poi i salmi di Lodi, che si snodavano lentamente, il Sitivit in Te infiammato e languente d'amore; il Benedicite, appello ad ogni creatura a venire a turno per magnificare il Creatore; i salmi dalla lode squillante come una fanfara, tutti risuonanti dei canti di giubilo e dell'armonia degli strumenti; il Benedictus, che strappa il velo dei misteri e scopre allo sguardo l'Oriente luminoso...

Ogni tanto, in una pausa del coro, una voce si elevava sola, e gettava una parola, una frase, che come freccia d'amore andava a ferire il Cuore di Dio.

Da tutte quelle parole, da tutti quegli slanci, zampillavano fiotti di luce: la Verità Divina, conosciuta e adorata, appariva, raggiante, avvolta da quel profumo di poesia indefinibile e penetrante che emana dai salmi e dagli inni.

Tutto, attorno a me, era semplice e pieno di maestà, tutto era soave e dolce. In quel coro ampiamente illuminato, in cui non vi era nulla di severo o di sepolcrale, ma anche nulla di fastoso e di brillante, le voci si innalzavano gravi, uniformi, senza sforzo e senza ricerca, come una nu­vola d'incenso che sale verso il cielo.

Sotto quegli abiti neri che cadevano al suolo in lunghe pieghe, non si sentiva né il cilicio né le catenelle dalle punte acute. Erano corpi di ver­gini che portavano con semplicità e offrivano a Dio con amore la parte di debolezza, di infermità e di sofferenze che il peccato ha dato con tanta larghezza alla nostra povera umanità.

Ma se qui non si vedevano i rigori della penitenza, nulla neppure ap­pariva che potesse soddisfare la natura o dare piaceri naturali ai sensi. Il corpo non era affatto torturato, era trascurato; i sensi non erano tor­mentati da impressioni lugubri o dolorose: erano messi in oblio.

Tutto era soprannaturale, elevato. Era quel culto in spirito e verità che Gesù annunziava alla Samaritana.

Considerando queste cose, il mio cuore si sentiva pieno d'un ardente amore per il nostro santo Istituto, per la nostra piccola Visitazione dove tutto è così semplice, così purificato, così umile e nello stesso tempo così perfetto. Vi è in esso lo spirito di Gesù, ed è perché la nostra cara Visi­tazione aveva già il suo spirito, che Gesù le ha donato il suo Cuore.

Dio non vuole vedere nelle anime quei turbamenti continui, quelle ombre fluttuanti causate dall'amor proprio, dalle riflessioni umane; quella molteplicità di desideri, di volontà, di rimpianti e di timori.

Le anime che Dio predilige, sono le anime semplici, che hanno un solo desiderio, quello di piacergli; una sola tendenza, quella di andare a Lui e di unirsi a Lui. Sono queste le anime che Egli si compiace di fa­vorire.

Dio, che è l'Amore Infinito, vuole riflettere nelle anime le sue perfe­zioni divine, la luce della sua Verità, lo splendore della sua Sapienza. L'anima semplice è come uno specchio tersissimo, come un'acqua per­fettamente limpida, in grado di riflettere in sé le luminosità divine.

Oh! questa limpidezza dell'anima, questa trasparenza, quanto sono gradite allo sguardo di Dio! È per questo riflesso di Dio in sé che l'anima limpida può unirsi a Dio e comunicarlo agli altri.

 

Aprile 1901

Dopo aver passato alcuni giorni in dolorose sofferenze, sentendomi nuovamente meglio dissi a Gesù nell'orazione: « Mio Gesù, quando dun­que mi unirai per sempre al tuo Cuore? » E Gesù mi rispose con la sua voce grave e nello stesso tempo dolce: « Vi sono diverse specie di morti: quella che presentemente voglio da te, è la morte a tutto ciò che è umano e puramente naturale ».

Da allora il Signore non mi permette più di arrestarmi ad alcun senti­mento di tristezza riguardo al prossimo termine del mandato della nostra cara Madre, né a proposito dello stato di salute del rev. Cappellano e del cambio del confessore, e neppure mi permette di fermarmi ad alcuna in­quietudine e previsione sull'avvenire della comunità. Egli non vuole che io guardi nulla fuori di Lui, né a me stessa all'infuori del suo Cuore di­vino.

 

11 Maggio 1901

Dicevo a Nostro Signore: « Mio Gesù, sono io che mi sono ingannata o sei Tu che mi hai ingannata? Mi hai fatto vedere una piccola casa nuova che nasceva nella povertà e nella piccolezza, ma benedetta dal tuo Cuore divino; ed ecco che la nostra casa di Valenza sta deperendo, e noi le dob­biamo dare il meglio di noi stesse; ecco la persecuzione che ben presto forse, disperderà e annienterà tutto ciò che ora esiste; che cosa ho visto dunque, Maestro mio, e che cosa debbo credere? ».

E Gesù, il divino consolatore invisibilmente ma sensibilmente presente alla mia anima, mi rispose: « Non temere, io sono fedele! » Fu tutto; ma la mia anima, saziata di pace, non voleva saper altro: essa contava su Gesù. Ed offrendomi a Lui, gli dissi: « Mio Salvatore, fa' pure la tua opera; fammi soffrire e annientami; se Tu lo vuoi, che io non veda mai l'effetto delle tue promesse, che io muoia prima di vederle realizzate; purché la tua Volontà si compia e che Tu sia riconosciuto fedele, questo mi basta ».

Ero andata a sedermi sotto il porticato del chiostro. Soffrivo nell'in­timo profondo della mia anima. Sentivo il male in tutte le sue forme che saliva come una marea ed invadeva le anime; e l'umanità, che simile ad un'isola emergeva appena da questo mare di peccato, veniva a poco a poco coperta dalle sue acque.

Il male in me, il male negli altri, nulla di puro, di giusto, di santo. Le anime così venali, i cuori così freddi ed egoisti, gli spiriti così traditori; sì, soffrivo, il peso del male mi opprimeva, avevo un veemente bisogno del bene, del bello, del giusto e del vero!

Era il tramonto di una giornata d'estate, una grande calma regnava nella natura. Alla mia destra, le bianche arcate del chiostro fuggivano in prospettiva; a sinistra, un roseto di Bengala, ancora fiorito, gettava la sua nota gioiosa di vita in pieno sboccio. Non un soffio attorno a me; ma nelle altezze dell'aria una brezza leggera faceva fremere la cima degli alti pioppi. Il cielo era di un azzurro puro e profondo, e mentre il mio sguardo sprofondava in quel blu infinito, l'anima saliva in regioni inondate da un'ammirabile luce, completamente silenziose e piene di mistero.

O Dio! mi chiedevo, quando potrò venire a Te? Quando la morte verrà assorbita dalla Vita, le tenebre dalla Luce, il male, l'invidia, l'odio, dall'Amore?

O Amore Infinito, sorgente di Vita, divino alimento delle anime, quando mi potrò dissetare e pienamente saziare di Te?

Mio Dio, ho fame di Te, della tua Purezza senza macchia, della tua Luce senza ombra, della tua Giustizia senza compromessi, della tua Eter­nità senza fine.

Ho fame del tuo Amore, cosi ardente, così puro, così fedele, così mi­sericordioso e così forte. Ho fame di Te, mio Dio, di Te per quello che sei.

 

Ritiro dal 23 agosto al 1° settembre 1901

I primi due giorni di questo ritiro mi sono fermata a considerare la mia miseria, il mio niente e la mia estrema ingratitudine verso Dio.

Il terzo giorno ebbi un estremo timore riguardo alla confessione; ma appena mi fui inginocchiata, la mia anima fu invasa da una pace profonda e da un dolcissimo senso della divina presenza.

A partire da quel momento ho perso di vista per così dire me stessa e tutte le cose. Non è che il Signore mi fosse presente sensibilmente come altre volte, ma ero elevata al di sopra di me stessa ed unita a Dio, senza nulla vedere, nulla sentire, in un modo che non so esprimere, tanto che non vedevo neppure me stessa.

Più volte dissi a Gesù: « Mio Gesù, bisognerebbe pure che io potessi vedere i mezzi per correggermi e santificarmi, il ritiro mi è dato per que­sto ». Ma Egli non me lo ha lasciato fare, e mi è stato impossibile guar­dare sia dentro che fuori di me, né nel passato, né nell'avvenire.

La mia anima era legata; talvolta, all'orazione o fuori di essa, mi venivano delle distrazioni; erano però nella parte inferiore dell'anima, andavano e venivano senza turbare l'attenzione, e non me ne preoccupavo poiché la parte superiore dell'anima rimaneva nel raccoglimento.

Avevo difficoltà a meditare; Gesù mi univa amorosamente e doloro­samente alla sua Passione, soprattutto in certi momenti; allora rimanevo là, offrendo al Padre i dolori del suo Figlio divino.

Mi sembra che il Signore non abbia voluto che io prendessi altra riso­luzione che questa: cercare con tutte le forze di unirmi a Lui e procurare di non fare alcuna azione, di non dire nessuna parola, di non produrre alcun pensiero, che non siano vivificati da un sentimento d'amore per Dio o per il prossimo.

Egli dice che questo sarà utile alla mia anima più che se intrapren­dessi a combattere una dopo l'altra le mie cattive inclinazioni ed i miei difetti.

Mi è piaciuto molto questo pensiero che ci è stato ripetuto più volte, che cioè bisogna andare alla Verità, a Dio, con tutta l'anima. Da parecchi giorni questo pensiero è l'oggetto della mia meditazione e, per esso, la mia anima entra nella considerazione dei sacri rapporti che esistono fra la Divinità e l'umanità.

Vedo Dio, immenso, profondo, elevato, sublime, e dall'oceano di Amore Infinito che è in Lui, ne vedo traboccare una impercettibile goccia. È la mia anima. E tutte le potenze, tutte le facoltà, tutte le luci, tutti i doni, tutte le grazie che costituiscono l'essere della mia anima, che ne sono la forma e la vita, non sono altro che una divina effusione; la mia anima, uscita da Dio, vivente di Dio, dovrà un giorno essere eternamente persa in Dio, inabissata in Lui.

Sento l'Amore Infinito che mi circonda, che mi sostiene, vita della mia vita, ragione del mio essere, che non solo mi ha suscitata con la sua divina fecondità, ma che, per così dire, conservandomi in vita, nuo­vamente ad ogni momento mi ricrea.

Questa conoscenza dell'intero, dell'intimo possesso di Dio, produce in me un sentimento infinitamente dolce, delicato e puro, ed anche molto forte; un sentimento che non è - mi pare - né di adorazione, né di amore, né di fiducia, né di rispetto, ma un qualcosa fatto di ciò che di più deli­cato e di più forte vi è in tutto questo.

E’ un qualcosa di indefinibile, che non so tradurre con alcun termine e che la mia ignoranza non sa spiegare, riposo sacro, amore calmo, abban­donato, fiducia senza limiti.

Mi sento così piccola e Dio così grande... ma sento che questo Dío così grande è chino con amore sulla sua creatura, liberale fino all'eccesso e contenente in sé delle profondità di misericordia, degli abissi di amore che la mia anima sente, che assapora ed in cui si perde.

Io non so se vado a Dio con tutta l'anima, ma sento che Dio penetra in me in tutta l'anima; sento che talvolta invade il mio essere da ogni parte, invade la mia intelligenza con luminosità divine, penetra nel mio cuore con ardori cocenti, si getta nella mia volontà e la trascina a Sé.

E tuttavia, il peccato continua a vivere in me.

 

28 ottobre 1901

Ieri, all'orazione, avevo una sete ardente di trovare il Signore e di unirmi a Lui.

La mia anima, entrando in se stessa, vide che Egli era là, nella sua più intima profondità, vivente e vivificante; anima della mia anima, vita della mia vita, in qualche modo più presente a me di quanto lo sia io a me stessa.

Gli chiedevo perché mai io soffrissi nel desiderio di possederlo, quando già lo possedevo. Ed Egli mi fece capire che non era già il desiderio di possederlo che mi faceva soffrire, ma soltanto il desiderio di gustare più liberamente la dolcezza della sua presenza, cosa che la diversità delle occupazioni di cui è piena la mia giornata non mi permette di fare. Raccolta nella mia anima insieme a Lui solo, l'adoravo e dimenticavo ogni cosa; e Lui, Gesù, l'unico, Dio e uomo, scoprendomi con incompa­rabile tenerezza la piaga d'amore del suo Costato, mi disse: « Come la madre allatta il suo piccino con la propria sostanza, così io voglio nutrire te con il mio sangue e la mia divinità ».

E posando le mie labbra - mio Dio, come ho potuto osare? - sì, ho posato le mie labbra su quella piaga sanguinante e sono rimasta là, nu­trendomi d'amore, in una indicibile pace.

Vedevo, adoravo, amavo. Vedevo Dio, grande, immenso, altissimo; e molto in basso la povera creatura peccatrice, atomo, nulla. E vedevo l'Amore, l'Amore Infinito che in Gesù colmava l'abisso ed avvicinava le distanze.

E Gesù, termine vivente di questo avvicinamento, Gesù, abbraccio vivente della divinità con l'umanità, Gesù mio, io di Gesù.

Per qualche tempo mi sono applicata a considerare l'Amore Infinito e la mia anima ne ha riportato delle impressioni così forti e soavi che ne voglio annotare qualcosa.

Davanti a me vedevo un immenso abisso, così vasto che nessun occhio umano poteva sondare: era l'Amore Creatore.

L'Amore Infinito aveva sentito il bisogno di espandersi al di fuori di Se stesso e aveva deciso la creazione dell'uomo per potersi effondere in lui. Come una giovane madre prepara con amore, con le proprie mani, la culla del bimbo che sta per dare alla luce, e si sforza di renderla non solo dolce e comoda ma anche graziosa e ridente, così Dio, che doveva essere insieme padre e madre, preparò con amore la culla dell'uomo, l'universo, compiacendosi di ornarlo ed arricchirlo di tutto ciò che poteva servire all'utilità, al servizio e alla gioia della creatura amata.

Talvolta Dio si fermava nella sua opera e considerava ciò che era già stato fatto; vedeva se non vi mancava nulla e trovava che tutto era bene. Quando infine il grande palazzo dell'universo risultò pronto a rice­vere l'ospite regale per il quale era stato preparato, Dio creò l'uomo, ed è là che l'Amore Infinito si compiacque.

La SS. Trinità d'accordo, l'uomo fu formato, ed il soffio divino, lo spirito di Dio, l'Amore, gli diede la vita, la vita dell'anima e quella del corpo, una vita perfetta, pura, la vita quale Dio faceva per l'uomo.

Allora vidi un altro abisso. L'uomo aveva peccato, aveva trasgredito l'ordine di Dio, e questa creatura ribelle doveva essere punita. La Santità infinita reclamava i suoi diritti e la Giustizia stava per annientare questo essere che alla liberalità dell'Amore Creatore non aveva risposto altro che con la disobbedienza e l'orgoglio.

Ma l'Amore, l'Amore Mediatore, interponendosi fra l'uomo peccatore e Dio oltreggiato, scavò un profondo abisso, così che la Giustizia non poteva più raggiungere l'uomo per colpirlo.

Per lunghi secoli questo Amore Mediatore preservò la creatura pecca­trice dai colpi della divina Giustizia; guidava i patriarchi e si rivelava loro, parlava per mezzo dei profeti, conservava la vera nozione di Dio nel popolo eletto, lavorava per preparare l'umanità intera all'opera della Redenzione...

Vedevo poi un terzo abisso d'amore, così vasto, profondo e incom­prensibile, che solo un incomprensibile Amore poteva spiegare. Era l'Amore Redentore.

Il Verbo si era incarnato, aveva visitato la terra, aveva svelato al­l'uomo i misteri nascosti della salvezza, aveva dato tutto il suo sangue, ed in questo bagno generoso l'umanità colpevole era stata lavata. Tutta la vita di Gesù, tutte le sue adorabili immolazioni erano in quell'abisso.

L'Amore Sacerdote aveva offerto l'Amore Vittima; il mondo era ri­scattato, la divina Giustizia disarmata, la riconciliazione definitiva fra il Creatore e la creatura era compiuta. Gesù era morto per darci la vita; risorto, aveva completato la formazione della Chiesa; ora risaliva al Padre.

Un altro abisso d'amore mi appariva: era l'Amore Illuminatore! Lo Spirito Santo, Spirito di Dio, Amore sostanziale del Padre e del Figlio, era disceso sulla Chiesa per fecondarla, così come prima aveva fecondato il grembo verginale di Maria.

La Chiesa aveva partorito numerosi figli e lo Spirito continuava ad illuminarla; i misteri erano rivelati più chiaramente; le anime, infiam­mate dall'Amore, servivano Dio come Egli voleva essere servito, in spi­rito e verità; la parola degli apostoli, il sangue dei martiri, gli insegna­menti dei dottori, i decreti dei concili, quei fari viventi di luce che sono i santi, giungevano nei momenti voluti da Dio, suscitati dall'Amore Illu­minatore, per completare il meraviglioso abbigliamento della divina Sposa di Cristo...

Un quinto abisso d'Amore mi venne mostrato. I tempi erano com­piuti; dei nuovi cieli e una nuova terra erano apparsi e l'Amore Glorifi­catore stava per incoronare gli eletti; nulla mancava alla pienezza divina; tutte le creature erano rientrate nel seno del Padre e l'Amore, glorifican­dole, glorificava Se stesso.

Abisso immenso, che conteneva tutti gli esseri; simile ad un torrente di divine delizie inondava tutti i benedetti, e come un fuoco divorante e vendicatore divorava i maledetti. L'Amore regnava da Padrone sovrano e incontestato. Aveva compiuto la sua opera, aveva riportato la vittoria, ogni gloria gli veniva resa.

E vidi ancora un altro abisso le cui proporzioni nessuna parola umana potrebbe esprimere e che nessuna intelligenza creata ha mai misurato. Era l'Amore senza forma, l'Amore senza manifestazioni esteriori: era Dio stesso!

Prostrata sull'orlo di questo insondabile abisso, l'anima mia adorava in silenzio, ed intanto mi pareva di udire una voce che mi diceva: « L'Amore Infinito avvolge, penetra e riempie tutte le cose; è la sorgente unica della vita e di ogni fecondità, è il principio eterno degli esseri ed il loro eterno fine. Se vuoi possedere la Vita e non essere sterile, spezza i lacci che ancora ti tengono attaccata a te e alla creatura, e gettati in questo abisso! ».

In tutti questi giorni mi sono fermata su queste quattro parole di San Paolo: latitudo et longitudo et sublimitas et profundum.

La Carità di Dio, immensa, infinita, non poteva essere misurata dal­l'occhio umano, dallo sguardo dell'anima. Allora l'Essere Amore ha con­densato in qualche modo questa divina Carità e l'ha resa visibile nel Cuore del Verbo Incarnato. Gli esseri creati hanno potuto vedere in questo Cuore, creato ma adorabile e divino, la larghezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità dell'Amore Infinito.

Latitudo: perché Egli abbraccia la moltitudine degli esseri. Non vi è creatura che l'Amore Infinito non culli fra le sue braccia; non ve n'è una che Egli non abbia voluta, guardata, amata; non una che non abbia prov­veduto a dotare di tutto ciò che ne costituisce la forma e l'esistenza.

Dapprima l'angelo, creatura pura, spirito immateriale, fiamma di fuoco vivo. Poi l'uomo che alla forma materiale d'un corpo di carne unisce in sé l'anima immortale, la luce dell'intelligenza e della ragione, creatura ammirabile, che nasconde in un velo passibile e mortale un'anima spiri­tuale, luce creata, vivificata dalla vita divina.

Quindi l'animale, che cresce e si moltiplica sotto la benedizione di Dio, guidato con sicurezza dall'istinto fino alla sua fine mortale. E l'albero della foresta, che ad ogni primavera sente una linfa di vita salire su per il suo tronco secolare e sprigionarsi in gemme verdeggianti; l'erba dei campi, che piega sotto il vento che l'inclina e fiorisce a gloria del suo Creatore. Più in basso i corpi inerti, i quali ricevono anch'essi dal prin­cipio divino forma e splendore.

Longitudo: è la durata senza limiti di questo amore. Un giorno le creature hanno incominciato a ricevere l'amore di Dio, e fu il giorno della loro creazione; ma, in Dio, l'amore per la creatura non ha avuto inizio.

Da tutta l'eternità Egli portava in Sé l'idea delle sue creature. Dunque le amava molto prima di averle create. Le amava prima ancora di averle concepite nel suo pensiero. Ma è giusto dire che Egli le ha concepite un giorno? Non ne ha forse portato in Sé il loro ideale fin da quando fu Dio? E quando mai ha cominciato ad essere Dio?

Da tutta l'eternità, senza avere inizio, l'Amore Infinito ha dunque av­volto le creature. Cesserà forse un giorno di amarle? Mai! L'amore di Dio è immutabile e senza vicissitudini. Ciò che Egli ha amato una volta, lo ama per sempre e se talvolta percuote, se distrugge, è sempre l'amore che lo guida. Da tutta l'eternità ha amato, per tutta l'eternità amerà.

Longitudo: chi potrà misurare la lunghezza di questo Amore Infinito? Chi potrà fissargli un principio e assegnargli un termine? Longitudo! Egli ha amato sempre, e amerà sempre, eternamente.

Sublimitas: l'Amore Infinito si è elevato ad incomprensibili altezze. Si è innalzato nel Padre, fino alla generazione del Verbo divino: Parola onnipotente, eterna Sapienza, unico Figlio, in tutto uguale al Padre.

Si è innalzato nel Padre e nel Figlio, fino alla processione dello Spirito Santo: principio di ogni amore e di ogni santità, Dio come il Padre ed il Figlio.

Si è innalzato nella Trinità divina fino a formare la più perfetta unità, di modo che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non sono che un solo Amore, un solo Dio in tre Persone.

Si è innalzato in quest'unico Dio fino all'idea della creazione, fino al compimento di questa grande opera, fino alle liberalità divine di cui le creature sono state favorite. Questo divino Amore è apparso nella sua sublimità quando ha pensato all'Incarnazione; quando, dopo la caduta dell'uomo, ha disarmato la giustizia; quando, malgrado i continui peccati, ha mantenuto la sua misericordiosa pazienza.

Quest'amore è stato sublime quando il Verbo si è incarnato, quando si è fatto bambino, povero, umiliato, sofferente; quando ha vissuto in mezzo a noi nella semplicità, nella bontà, nel dono di tutto se stesso; sublime quando ha agonizzato nel giardino degli ulivi alla vista delle nostre iniquità, quando è apparso incatenato, flagellato, deriso, crocifisso. Sublime, da lunghi secoli, nel tabernacolo in cui si fa prigioniero, nel santo sacrificio in cui s'immola, nell'Eucarestia dove si fa nostro nutri­mento.

O sublimità dell'Amore Infinito di Dio, chi potrà innalzarsi fino a Te per comprenderti?

Profundum: E chi mai potrà discendere fino alle tue insondabili pro­fondità?

L'Amore Infinito, questo meraviglioso edificio composto dall'Onnipo­tenza, dall'infinita Sapienza, dalla sovrana Bontà, dall'invariabile Giusti­zia, dalla divina Misericordia, dal Bene assoluto, dalla perfetta Bellezza, ha delle fondamenta così profonde che mai niente ha potuto scuotere.

Il tempo che tutto distrugge non ha potuto nulla contro di Lui; l'im­mensa ondata delle iniquità umane si è infranta contro di Lui, così come l'onda infuriata s'infrange contro la scogliera di granito.

All'anima eletta non basterà l'eternità intera per penetrare in questo abisso d'amore fino alle sue più intime profondità!

Profundum! Andiamo al Cuore di Gesù. Attraverso la larga apertura fattagli dalla lancia, guardiamo in questo abisso della Carità divina, cer­chiamo di sondarne la profondità. Ma no, l'anima è colta da vertigine davanti a questa voragine d'amore; bisogna chiudere gli occhi, abbando­nare ogni appoggio e lasciarsi cadere; cadere, cadere senza fine in queste divine profondità, senza cercare di comprendere, senza volere spiegazioni.

L'Amore non si spiega! Lo si desidera, lo si vuole, lo si sente, lo si gusta, ci s'inebria, lo si vive, se ne muore, non lo si conosce! O pro­fundum!

Ieri, dopo avermi parlato così dolcemente, il mio adorabile Maestro mi ha fatto vedere come Egli voleva che portassi tutte le creature verso di Lui, e come io dovevo prestar loro la mia anima e il mio cuore affinché tutte potessero amare e glorificare l'Amore Infinito.

Dio è l'Essere unico; tutte le creature ricevono il loro essere da Lui solo; esse sono tutte composte - se posso usare questa figura - di due parti: una, un pezzo di niente, l'altra, un volere creatore di Dio.

Il niente è sempre niente, ed è quindi da trascurare; rimane dunque a vedere in ogni creatura solo il volere di Dio.

Che cos'è questo volere creatore? E’ un flusso dell'Amore Infinito, è una scintilla uscita da questo grande braciere d'amore. Dio ha creato perché ha troppo amato. Quasi che questo amore, tutto chiuso in Sé lo opprimesse, ha sentito il bisogno di espanderlo con la creazione. Ma poiché questa è un'opera d'amore, occorre che tutta la creazione ami e il suo amore risalga a Dio.

Però la maggior parte delle creature non ha né cuore né anima; esse hanno l'essere, la forma, un posto nella creazione, un compito; fanno tutto ciò che devono fare secondo il loro essere e attendono che l'uomo gli presti il cuore per amare l'Amore creatore che le ha fatte.

Molti uomini, quasi tutti, non pensano di avere un cuore ardentis­simo, una larghissima capacità di amare Dio non solo per sé, ma anche per le creature inferiori.

E a Dio viene a mancare molto amore. Gesù mi ha detto: « Impresta il tuo cuore alle creature, che esse amino per te e tu ami in esse; falle glorificare, esaltare, amare il loro Creatore. Ama con l'uccello che canta, con la nuvola che fluttua nello spazio, con la foglia che freme alla brezza. A tutti questi esseri creati dall'amore, dà un'anima che conosca, un cuore che palpiti ».

Ecco che già da molto tempo il mio Signore mi attira a questo. Una volta, per mortificarmi, mi sarei allontanata dalle creature; adesso, è un movimento diverso quello che ricevo.

Mi pare che la creazione sia come uno strumento musicale, un'arpa; se nessuno la tocca, quest'arpa non vibra; bisogna che il cuore dell'uomo, come un abile artista, tocchi le corde di quest'arpa d'oro, allora s'innalza un suono armonioso: è un ínno d'amore cantato dall'amore in onore del­l'Amore Infinito.

Ho notato spesso che Dio prova in questo una particolare gioia: Dio ha tanto bisogno d'amore! E poi è anche una gioia dolcissima per il cuore poter dire a Dio, con tante bocche diverse, il proprio amore. Non si può dire sempre a Dio che lo si ama; non abbiamo che una sola voce per dirlo. Ma andando verso le creature, imprestando loro il nostro cuore, si innalza una moltitudine di voci che cantano tutte l'Amore Infinito.

Oh! quanto lo sento sensibile questo Infinito Amore, questo Dio­Amore che crea, che vivifica ogni cosa, che si espande in tutto! mi sembra di non avere più bisogno della fede per crederlo: lo tocco in ogni cosa; oh! quanto lo vorrei amare!

 

 

1902

Marzo 1902

Anima mia, non temere, abbandonati interamente all'Amore Infinito del tuo divin Maestro. Vedi di quali ineffabili tenerezze è colmo il suo Cuore; va, immergiti in questo oceano di ardente amore e di purissima luce, e comprendi in questo giorno quanto ti ama, questo Cristo morto e risorto. Comprendi ciò che vuole essere per te Colui che ti ricolma delle sue ricchezze, comprendi ciò che vuole dal tuo cuore Colui il cui Cuore adorabilmente tenero cerca quanto vi è di meglio per dartelo.

O Gesù, mio dolcissimo Maestro, io credo nel tuo Amore, per questo ti voglio amare appassionatamente. Sì, malgrado le mie infedeltà e le mie cadute, malgrado le mie resistenze e le mie debolezze, il tuo Amore, più forte di Te, ti porta verso di me. Quanto è inesplicabile questo amore che inclina Te, Dio grande, immortale, onnipotente, verso la tua creatura debole, ignorante e misera! Signore Gesù, così liberale e così dolce, - quanto è degno di adorazione e di amore appassionato il tuo Cuore!

« Dimmi, Gesù, perché il tuo Cuore racchiude tanto amore e perché lo effondi così sulla tua indegna creatura? »

E Gesù risponde: « Il mio Cuore è il tabernacolo vivente della Divi­nità, la racchiude nella sua pienezza, e la divinità è Amore; non capisci allora che l'Amore, sempre attivo, ha bisogno di scorrere e precipitarsi come un fiume dalle acque abbondanti? »

« Sì, l'Amore deve effondersi, ma perché sulla mia miseria? »

« La tua miseria mi attira, perché io sono la Misericordia; la tua debo­lezza mi avvince, perché io sono l'Onnipotente; le tue colpe mi recla­mano, perché io sono il Puro e mi sono santificato per te ».

« Mio Gesù, Salvatore mio, che cosa dunque vuoi da me? »

« Amami, e lascia che io ti ami. Lasciami versare nel tuo cuore l'amore che trabocca dal mio. Lascia che io faccia di te una creatura così cara a Dio che nessuno, vedendoti, possa dubitare delle premure dell'Amore In­finito verso l'uomo ».

« Gesù, perché io e non un'altra più degna? »

« Perché? Perché il ricordo delle tue debolezze e delle ombre del tuo passato ti fanno cosciente del tuo nulla, impedendoti così di attribuire alla tua virtù le predilezioni del mio Cuore ».

« O Gesù, dimmi ancora, quali sono i desideri del tuo Cuore? »

« Il mondo si raggela, l'egoismo stringe i cuori in una morsa, gli uomini si sono allontanati dalla fonte della Carità e credono di essersi allontanati dal loro Dio; e tuttavia io sono là; Io, l'Amore Infinito, sono vicinissimo ed il grembo della divina Carità, gonfio d'amore, ha bisogno di aprirsi. « Lascia che io ti ami, Margherita, lascia che per tuo mezzo io di­scenda nel mondo ».

« Mio Gesù, che cosa posso fare per il mondo, poiché ne sono sepa­rata; come potrei condurti ad esso, se con il mondo non ho alcun rap­porto? »

« Margherita, voglio spiegarti questo mistero che supera la tua intel­ligenza. Mi sono incarnato per unirmi all'uomo; sono morto per salvarlo; il mio sacrificio è stato sufficientemente potente per riscattare l'umanità intera, anzi lo è stato infinitamente di più; ma l'uomo, fatto libero, deve cooperare all'opera della sua salvezza. La sovrabbondanza dei miei meriti gli dona per far questo una grazia efficace, e tuttavia, quanti sono quelli che respingono la mia grazia! Allora prendo delle anime, le investo di me stesso, continuo in esse la mia Passione, le separo dalle altre per compiere la mia opera, svelo loro i misteri del mio Amore e della mia Misericordia e, servendomi di loro come di canali purificati, verso per loro mezzo sul mondo una nuova affluenza di grazie e di perdono ».

« Mio Salvatore, io sono tua, fa di me secondo il tuo Volere! »

« Sì, io prendo possesso di te. Faccio della tua anima il canale del mio Amore Infinito ed essa, benché oscura e nascosta, farà la mia opera; tutto l'amore che verserò in te andrà al mondo, ma tu non trattenerne nulla per te, non cercare mai il tuo interesse, ma il mio. Sii fedele, e ama molto la sofferenza! »

Queste non sono esattamente le parole di Gesù, poiché questa volta nessuna parola mi è venuta sotto forma di parola umana. Ho tradotto pressappoco le divine impressioni che esprimono i pensieri di Gesù.

 

30 maggio 1902

Non so perché, ma da qualche giorno mi sento attirata più del solito dall'Amore Infinito. In certi momenti mi pare che il cuore voglia slan­ciarsi fuori del petto per andare a congiungersi a questo divino Amore.

Soffro anche ai piedi e alle mani, e quel dolore al fianco destro, come non mi capitava più da molto tempo. È dolce e doloroso insieme; nondi­meno questo stato di sofferenza e di ardente desiderio che mi lancia verso l'Amore, diffonde nella mia anima una così grande soavità, una pace così totale, che è come un piccolo preludio del cielo.

Il cielo sarà la vita nell'Amore, la sazietà assoluta e tuttavia sempre assetata e piena di desiderio, dell'anima, del cuore, di tutto l'essere. Non so ciò che il buon Maestro voglia da me, ma sento un ardente desiderio di passare bene questo mese di giugno.

 

Giugno 1902

Il giorno 6 (festa del Sacro Cuore). - Ieri mi trovato dinanzi al SS. Sacramento; soffrivo ed ero in quello stato d'animo stanco e doloroso nel quale mi trovavo già da qualche settimana, quando Gesù si fece sen­tire alla mia anima.

L'adoravo, dolcemente consolata dalla sua presenza e, mentre lo pre­gavo per il nostro piccolo Noviziato, gli chiedevo qualche anima da for­mare per Lui. Allora mi rispose: « Ti darò delle anime di uomini ». Pro­fondamente sorpresa da queste parole di cui non comprendevo il senso, me ne stavo silenziosa cercando di spiegarmele. E Gesù riprese: « Ti darò delle anime di sacerdoti ».

Sempre più meravigliata gli dissi: « Mio Gesù, come farai questo? Io vivo qui nascosta e d'altra parte non voglio essere un'altra Maria di Sales ». - « No, mi rispose, tu sei colei che s'immolerà per il mio clero.

Voglio darti istruzioni durante questa ottava, scrivi tutto ciò che ti dirò ». Non volevo più scrivere, ma obbedirò a Gesù.

Ieri sera mi ha detto: « Il mio prete è un altro me stesso, io lo amo, ma bisogna che sia santo. Diciannove secoli fa dodici uomini hanno cam­biato il mondo; ma non erano soltanto uomini, erano preti. Anche oggi dodici preti potrebbero cambiare il mondo ».

Questa mattina. - «Il prete è un essere talmente investito di Cristo da diventare quasi un Dio; ma è anche un uomo, e bisogna che lo sia.

Bisogna che senta le debolezze, le lotte, i dolori, le tentazioni, i timori, le rivolte dell'uomo; deve fare l'esperienza della propria miseria per poter essere misericordioso; ed è anche necessario che sia forte, puro, santo per poter santificare.

Per amare, il mio prete deve avere il cuore grande, tenero, ardente, forte.

Quanto deve amare il prete! Deve amare me, suo Maestro, fratello, amico, consolatore, come io ho amato lui; e io l'ho amato fino a confon­dere la mia vita con la sua, fino a rendermi obbediente alla sua parola. Deve amare la mia Sposa, che è la sua Sposa, la Santa Chiesa, e di quale amore! Un amore appassionato e geloso, geloso della sua gloria, della sua purezza, della sua unità, della sua fecondità.

Infine, deve amare le anime come suoi figli. Quale padre ha tanti figli da amare quanto il prete? »

Il giorno 7. - « Il cuore del mio prete deve essere una fiamma ardente che riscalda e che purifica. Se il mio prete conoscesse i tesori di amore che il mio Cuore racchiude per lui! Venga al mio Cuore, vi attinga, si riempia d'amore fino a traboccarne spandendolo sul mondo!

Margherita Maria ha mostrato il mio Cuore al mondo; tu mostralo ai miei preti, attirali tutti al mio Cuore ».

Il 7 sera mi sono confessata. Il Cappellano mi ha parlato della novena; gli ho detto che l'avevo passata molto male; è parso meravigliato. Gli ho detto che ero sempre nello stesso stato, che soffrivo sempre. Mi ha rispo­sto: « Se è così, in una novena riceverà senza dubbio qualche grazia. Sì, Dio le farà qualche grazia, le preciserà qualche cosa ». Non gli ho rispo­sto nulla.

Sì, Gesù precisa, Io non sapevo, non comprendevo ancora, avevo paura.

Il giorno 8. - Ho evitato l'orazione quanto più ho potuto; non ho fatto l'orazione permessa dell'una e mezza e durante i Vespri ho resistito all'attrazione ed ho preso un libro. Oh! quanto ho resistito oggi a Gesù! No, non lo voglio più fare, rattristerei forse il suo Cuore.

Sera. - Il Signore mi ha mostrato la grandezza del prete. Il prete, scelto fra gli uomini, sale sino a Dio; è posto fra l'uomo e Dio, mediatore come Cristo e con Cristo. E’ stato, per così dire, transustanziato in Cristo ed entra in tal modo nei suoi stati divini e nelle sue divine prerogative. Con Cristo è sacerdote, pontefice, mediatore, avvocato, intercessore. E’ il grande adoratore del Padre. Ed è con Cristo offerta, espiazione e vit­tima. Da questo particolare stato di unione con Cristo, tutti gli atti del prete traggono una particolare eccellenza.

Il giorno 10. - Dopo la Comunione ho detto a Gesù: « Mio Salva­tore, quando la nostra beata Sorella ha mostrato il tuo Cuore divino al mondo, i preti lo hanno visto; non basta forse? » Gesù ha risposto: « Adesso voglio farne a loro una speciale manifestazione ». Poi mi ha fatto vedere che vi è un'opera da compiere: riscaldare il mondo con l'amore, e per quest'opera vuole servirsi dei suoi preti. E, con un'espres­sione così toccante e tenera che mi ha fatto venire le lacrime agli occhi, mi ha detto: « Ho bisogno di loro per compiere la mia opera! » Perché possano spandere l'Amore, essi debbono esserne ricolmi, ed è nel Cuore di Gesù che debbono attingerlo. « Il mio Cuore è il calice del mio san­gue, mi ha ancora detto; se vi è qualcuno che ha il diritto e il dovere di berlo, non è forse il mio prete che ogni giorno accosta le sue labbra al calice dell'altare? Venga dunque al mio Cuore e beva ».

Il giorno 12. - Per tutta la giornata di ieri ho visto come un raggrup­pamento particolare di preti attorno al Cuore di Cristo, un'opera esclusi­vamente per loro. Non so se mi inganno. Oh! quanto avrei bisogno di luce e di soccorso! Soffro, eppure la mia anima è in una grande pace; tutto è calmo in me, non ho né tentazioni né pensieri penosi o faticosi. Il fondo della mia anima è dolcemente assorbito da Gesù.

Quando voglio pensare qualche cosa da me stessa su ciò che Egli mi comunica, non riesco a farlo, non mi viene nulla di chiaro e di preciso; al contrario, quando è Lui che mi parla o che tocca la mia anima con le sue divine impressioni, tutto è chiaro, luminoso, positivo.

Il giorno 13. - Questa mattina, riflettendo fra di me, pensavo che si potrebbe forse fare un ramo speciale della Guardia d'Onore per i preti. Gesù mi ha detto: « No ». Mi ha fatto capire che non vuole che i suoi preti siano soltanto degli adoratori del suo Cuore; Egli vuole formare una milizia che combatta per il trionfo del suo amore.

Quelli che faranno parte di questa milizia del Cuore di Cristo, s'impe­gneranno fra l'altro a predicare l'Amore Infinito e la Misericordia, ad essere uniti fra di loro per il bene, con un cuor solo ed un'anima sola, senza mai frapporsi vicendevolmente degli ostacoli nelle loro opere.

Il giorno 17. - Dal giorno 13 Gesù non mi ha più comunicato nulla a questo riguardo; forse non me ne parlerà più.

Questa mattina, alla Comunione, l'ho pregato di dire tutto il resto a qualcun altro, ad uno dei suoi preti; che cosa posso fare io, se non soffrire per Lui ed offrirmi vittima per la sua gloria e per il trionfo del suo amore?

Oh! è con tutto il cuore che mi offro a Gesù per questo scopo, ed anche per agire se Lui lo vuole, ma mi sembra che ho più capacità per soffrire che per agire.

Sento in modo inesprimibile il mio nulla e la mia debolezza; mi sem­bra che in me tutto sia spezzato e vinto, e tuttavia sento un grande co­raggio per soffrire. Sì, la sofferenza che intravedo non mi spaventa. Gesù mi vuole molto docile, vuole che mi pieghi senza sforzo, senza scosse, sotto tutti i venti di prova che sento arrivare. Così voglio rimanere sempre di più fra le sue mani divine, senza azione o volere personali.

Il giorno 25. - Ieri, festa di San Giovanni Battista, entrata in coro mi misi semplicemente in spirito ai piedi di Gesù, senza dire nulla. Ben presto sentii la mia anima come separata da ogni cosa. Intellettualmente vidi come un cielo d'autunno triste e freddo. Un grande vento spingeva nel cielo fitte nuvole grigie; in basso, la terra scura - senza alcuna vegeta­zione - si stendeva a perdita d'occhio... Ed ecco passare alcuni uomini che traevano dal loro petto della semente e la gettavano a piene mani sulla terra, mentre la voce di Gesù mi diceva: « Voglio che i miei preti siano dei seminatori di amore! »

Allora non vidi più nulla, la voce di Gesù mi aveva presa tutta, una intensa luce mi riempiva l'anima; qualche cosa di ardente penetrava tutto il mio essere.

(Sullo stesso foglio sono scritte a matita e senza data le seguenti righe):

Il mio cuore è stato trafitto dal dolore a queste parole di Gesù: « Fra i miei preti ve ne sono di quelli che non seguono la via diritta, che si allontanano da me e che, dopo essere stati ricolmati dei miei doni, mi hanno tradito come Giuda ».

L'anima di Gesù, eternamente felice nella beatitudine, nel dirmi que­sto aveva dei sussulti che passavano nella mia anima, e questa soffriva un'agonia molto diversa, ma infinitamente più dolorosa delle agonie che possiamo soffrire per i nostri dolori.

Ho avuto molte luci sull'amore che il Signore aspetta dai suoi preti, ma non ho avuto il tempo per scriverle.

Una volta, mentre ero tutta assorta e raccolta in me stessa, ho visto dapprima le compiacenze d'amore che le tre divine Persone della SS. Tri­nità pongono nel prete, la più perfetta immagine del Verbo incarnato.

Compiacenza ineffabile del Padre che contempla i lineamenti del Figlio; del Figlio che nel prete riconosce se stesso; dello Spirito che in questi contempla uno dei suoi più bei capolavori. Poi ho visto il contraccambio d'amore e di compiacenza che la SS. Trinità attende da lui.

Il prete non deve soltanto amare Dio in un modo generale, come è di tutti i fedeli; il prete deve avere un particolare sentimento d'amore per ognuna delle tre divine Persone. Deve avere per il Padre un amore di adorazione e di rispetto filiale, simile all'amore di Gesù verso suo Padre; per il Figlio un amore di unione che lo tenga in continuo rapporto con Lui; per lo Spirito, un amore fatto di docilità, di dipendenza e di richiesta di aiuto.

Un'altra volta mi ha detto che il prete deve aumentare la sua fede, fortificarla e renderla ferma con l'esercizio dell'amore, e che è la man­canza di amore che conduce all'indebolimento e al cedimento della fede. L'amore è una linfa vitale: se manca o se è insufficiente, tutto s'indebo­lisce, ma soprattutto s'indebolisce la fede.

La Chiesa è un grande corpo vivo. Cristo ne è il capo; è Lui che nella sua divina Sapienza dà l'intelligenza, la direzione. Il suo Amore, l'Amore Infinito, ne è il cuore. Tutta la vita viene dal cuore; per questo occorre che nella Chiesa vi sia molto amore.

Il Sacerdozio è come il sangue che vivifica questo grande corpo; deve andare continuamente al cuore, all'Amore Infinito, per ricevere la vita e portarla poi fino alle estremità; e poi deve anche andare costantemente al capo, a Gesù, per comunicare il movimento a tutto il corpo.

Il Sacerdozio, come linfa vivificata dall'amore, deve circolare in tutto il corpo della Chiesa; ma perché possa portarvi salute e vita, deve essere come il sangue: puro, caldo, vermiglio. Solo risalendo senza sosta al Cuore, all'Amore Infinito, potrà mantenere o riprendere le qualità che gli sono necessarie.

 

17 settembre 1902

Ieri, verso le quattro, mentre mi trovavo davanti al SS. Sacramento, ho chiesto a Gesù quale parte dovesse avere Padre Charrier in quest'opera. Mi ha risposto: « Deve esserne l'anima ». Riflettendo su queste parole, mi è venuto questo pensiero: l'anima vivifica tutto il corpo senza essere visibile, si fa conoscere dalla sua azione e non dalla forma. Non so se questo pensiero è mio, ma mi ha un po' stupita, ed ogni volta che ho richiamato alla memoria le parole di Gesù, mi è anche ritornata alla mente questa spiegazione.

 

3 ottobre 1902

Ieri mi sono accostata alla Sacra Mensa con un sentimento di pro­fonda umiltà.

Credo che il Signore l'abbia gradito, perché appena ricevuta la Comu­nione, mi sono sentita investita dalla divina presenza in modo molto più sensibile del solito.

Sentivo Gesù talmente mio; sentivo che mi attirava a Sé con una bontà così soave, che la mia anima era rapita in una inesprimibile estasi d'amore. Secondo il desiderio del Padre, gli ho chiesto se voleva dirmi ancora qualche cosa circa l'opera. Il mio dolcissimo Maestro mi ha detto - al­meno, così mi sembra - che Egli vuole che coloro che diverranno mem­bri di quest'opera siano interamente consacrati al suo Cuore e che non trascurino alcun mezzo per diffondere il suo amore nelle anime, doves­sero per questo sacrificare anche se stessi.

Mi ha detto ancora: « Li chiamerò i figli diletti del mio Cuore », fa­cendomi così conoscere che darà loro una grande abbondanza di luce e di aiuti particolari per compiere la sua opera nel mondo.

Ma li vuole tutti consacrati al suo Cuore.

Ho anche detto al mio Salvatore che ero un poco rattristata pensando - da ciò che mi era stato detto il 16 settembre - che forse il Padre non sarebbe stato il direttore ufficiale dell'opera. Gesù mi ha risposto: « Ne sarà il fondatore ».

Mi è parso - ma posso anche sbagliarmi - che il Signore voglia così affinché l'opera incontri meno ostacoli nel suo sviluppo.

Alla sera, facendo l'Ora Santa durante Mattutino, pregavo per l'opera; mi è parso che il desiderio del Signore fosse che non si tardasse troppo a iniziarla e a diffonderla.

 

16 ottobre 1902

La devozione all'Eucarestia e la devozione al Cuore di Gesù non sono soltanto due devozioni sorelle, ma sono in realtà una sola ed unica devo­zione. Esse si completano e si sviluppano a vicenda, si fondono insieme così perfettamente che l'una non può stare senza l'altra e la loro unione è assoluta. Non soltanto l'una non può pregiudicare l'altra, ma, poiché si completano e si perfezionano a vicenda, si perfezionano anche reci­procamente.

Se amiamo il Cuore di Gesù, vorremo sempre trovarlo per adorarlo, amarlo, offrirgli le nostre riparazioni e le nostre lodi; e dove potremo cercarlo, se non nell'Eucarestia dove Egli si trova eternamente vivo?

Se amiamo questo adorabile Cuore, vorremo unirci a Lui, perché l'amore cerca l'unione; vorremo riscaldare il nostro cuore agli ardori di questo focolare divino. Ma per raggiungere questo Cuore adorato, per metterlo in contatto con il nostro, che cosa faremo? Daremo forse la sca­lata al cielo per rapire il Cuore di Gesù trionfante nella gloria? No di certo.

Noi andremo all'Eucarestia, andremo al tabernacolo, prenderemo la bianca ostia e, quando l'avremo chiusa nel nostro petto, sentiremo vera­mente il Cuore divino battere accanto al nostro.

La devozione al Cuore di Cristo conduce irresistibilmente le anime all'Eucarestia, e la fede, la devozione all'Eucarestia fanno necessaria­mente scoprire alle anime i misteri dell'Amore Infinito di cui il Cuore divino è l'organo ed il simbolo.

Se crediamo all'Eucarestia, crediamo all'Amore. L'Eucarestia è il mi­stero dell'Amore. Ma l'amore è in se stesso immateriale ed inafferrabile; i nostri spiriti e i nostri sensi hanno bisogno di dare una forma all'amore, cercano una manifestazione sensibile dell'amore. Questa forma, questa manifestazione sensibile, è il Cuore di Cristo.

Il Cuore di Gesù, l'Eucarestia, l'Amore sono un'unica cosa! Nel taber­nacolo troviamo l'ostia; nell'ostia Gesù; in Gesù il suo Cuore; nel suo Cuore l'Amore, l'Amore Infinito, la Carità divina, Dio, principio di vita, vivente e vivificante.

Ma vi ha di più ancora. L'ineffabile miracolo dell'Eucarestia non si può spiegare che mediante l'Amore; mediante l'amore di .Dio, sì, ma me­diante l'amore di Gesù, Dio e uomo. Ora, l'amore di Gesù è l'amore del suo Cuore; in una parola: è il suo Cuore stesso. Dunque l'Eucarestia non si può spiegare se non con il Cuore di Gesù.

L'Eucarestia è il sublime complemento dell'amore di Cristo per l'uomo; è l'ultima, più alta espressione - il parossismo, se così posso dire - di questo incomprensibile amore.

Tuttavia, anche senza l'Eucarestia noi avremmo potuto credere al­l'amore; bastava per questo l'Incarnazione; inoltre, una sola goccia delle amarezze della sua Passione sarebbe stata più che sovrabbondante per pro­varci questo amore. Avremmo potuto amare il Cuore di Cristo, avremmo dovuto amarlo, crederlo sommamente buono, quand'anche non fosse giunto al divino eccesso dell'Eucarestia. Ma, poiché ha inventato questa meraviglia, quanto dobbiamo amare questo Cuore così divinamente te­nero, così inesprimibilmente delicato e liberale, così, oserei dire, così fol­lemente appassionato per la sua creatura?

Sì, l'Eucarestia aumenta e infiamma il nostro amore per il Cuore di­vino. Ma poiché sappiamo che questo Cuore lo troviamo solo nell'Euca­restia, poiché abbiamo sete di unione con questo Cuore così tenero e ar­dente, noi andiamo allora all'Eucarestia, ci prostriamo davanti al SS. Sa­cramento, adoriamo l'ostia raggiante nell'ostensorio, ci accostiamo alla Santa Messa con ardente avidità, baciamo con amore la patena consa­crata dove ogni giorno riposa l'ostia divina. Circondiamo di onore, di Guardo l'avvenire e, senza farmi illusioni sulle sofferenze e sui pos­sibili sacrifici, ma anche senza alcun timore e senza ombra di turbamento, abbraccio la volontà divina sempre piena di amore e di misericordia.

Se guardo la terra, mi sento invasa da una profonda tristezza, perché il male è grande ed il mio Dio molto offeso; ma se guardo il cielo, vedo Dio trionfante e amato nella gloria e la mia anima trabocca di gioia. Sì, Dio sarà glorificato, pienamente glorificato; il male che ora sembra domi­nare perirà, e l'ultima parola resterà all'Amore.

Io, noi, che importa? Piccoli atomi, rivoluzioni di un giorno, soffe­renze di un'ora... Tutto ciò è nulla, perché l'eternità appartiene a Dio e la sua gloria rimane per l'eternità.

Mi è sembrato che la volontà di Gesù a mio riguardo è che io mi di­mentichi sempre di più per lasciare che Lui solo regni in me e per la­sciarlo agire al mio posto in ogni cosa. E poi l'umiltà, un'umiltà profonda, assoluta, tutta fondata sulla conoscenza della mia miseria passata e at­tuale. Amare, prediligere le umiliazioni, le abiezíoni, le contraddizioni; questa è la mia parte vera; il resto, le grazie di Gesù, le luci, tutto ciò passa attraverso di me, ma non è per me; è per il Padre, per le anime, per i miei preti!

Per me, nient'altro che la sofferenza e l'umiltà!

 

Novembre 1902

Ieri, domenica, sono andata spesse volte a prostrarmi davanti al SS. Sacramento esposto; più volte ho chiesto a Gesù se volesse comuni­carmi ancora qualche cosa circa l'Opera; ma Egli non diceva nulla.

La sera, durante le Litanie, la mia anima si è trovata dolcemente assor­bita dalla divina presenza e ricolma di luci dolcissime e purissime.

Vi sono state tre luci distinte:

La prima è stata un vedere l'Amore Infinito di Gesù per le anime. Gesù che nella sua sollecitudine per loro forma il prete, un altro se stesso. Il prete, invenzione d'amore del Cuore di Gesù per le anime. Il prete, che è tale solo per loro, che è il privilegiato di Gesù, un altro Cristo, sol­tanto per questo motivo; di qui la tenerezza, l'amore profondo che il prete deve avere per le anime.

La seconda luce è stata sull'Opera.

Sempre il pensiero di Dio per le anime. Il fine dell'Opera: le anime salvate dall'Amore e dalla Misericordia. Mezzo di azione dell'Opera: il prete; ma per questo fine, il prete santo, zelante, colmo egli stesso di amore, così da spanderlo naturalmente nelle anime.

Gesù che vive nel prete e che poi opera per suo mezzo. Dunque, dap­prima il prete preparato, ricolmo di Gesù, prima parte dell'Opera; poi il prete-Gesù che va alle anime e le attira con l'amore e la misericordia. Divine astuzie di Gesù!

La terza luce è stata sui pericoli che può correre l'Opera, il suo spi­rito, il suo fine, e sui rimedi a tutto questo. Uno dei pericoli è che l'Opera divenga più nazionale che cattolica. Per evitare questo, mettere fin dal­l'inizio l'Opera in unione con la Santa Sede, farla benedire, riconoscere, incoraggiare dal Papa. Mi spiego male, non vorrei metterci del mio; se potessi parlare, forse mi farei capire meglio. Mio Gesù, non sono che un'ignorante, dì tu al Padre tutto ciò che deve essere detto.

 

 

1903

18 febbraio 1903

Mio adorato Salvatore, da parecchi giorni tacevi e io stessa per obbe­dienza allontanavo dal pensiero ciò che sai benissimo che non posso allontanare dal cuore.

Poco fa, dopo la Comunione, mi hai unita a Te così strettamente che, perdendo in qualche modo il sentimento del mio essere, non potevo più vedere né conoscere altro che Te.

E mentre Tu eri così tutto mio e io tutta tua, mentre il mio pensiero si confondeva con il tuo pensiero e la mia volontà con la tua volontà di­vina, mi è parso che questa Opera dei preti fosse molto cara al tuo Cuore.

Mi è parso che l'amore che trabocca dal tuo Cuore divino volesse riversarsi sulla moltitudine delle anime, passando attraverso il cuore dei tuoi preti.

Mi sembra che Tu voglia vederli tutti stretti attorno al tuo Cuore, at­tingendo da questa divina sorgente un rinnovamento di vita e di amore.

 

19 febbraio 1903

Martedì non ho detto quasi nulla al Padre. Quando mi sono trovata davanti a lui ho dimenticato completamente la mia anima e, d'una vista interiore dapprima confusa, ed in seguito, dopo la sua partenza, molto più nitida, ho visto la sua anima.

Ho visto cose nuove nell'anima del Padre. Nel fondo intimo della sua anima vi è una certa luminosità che gli fa vedere la volontà di Dio in modo più chiaro.

Questa luce spande nella sua anima qualcosa di molto dolce che egli sente solo a intervalli, è vero, ma che lo stabilisce nella pace ed in un certo stato di calma e tranquillità. I suoi rapporti con Dio sono più sem­plici; adesso agisce non più come schiavo, ma come figlio.

Ha meno paura e più fiducia. Ha anche una nuova sofferenza che gli viene dalla vista della sua debolezza, della sua impotenza, della sua inde­gnità. Talvolta si ferma anche troppo su questo e allora soffre di più.

 

5 marzo 1903

Da qualche tempo, nell'orazione, il Signore mi attira in modo tutto particolare a considerare e ad adorare la sua divinità.

Non so se m'inganno, ma mi pare che l'adorabile Maestro sia attac­cato nella sua divinità; che si stia preparando un'eresia che forse lace­rerà la Chiesa.

Ieri sera, mentre nell'orazione stavo ai piedi di Gesù, gli dicevo: « Quanto più ti si offende, o mio Salvatore, tanto più voglio amarti; più la tua divinità viene attaccata e tanto più voglio adorarti ». E mi venne questo pensiero: l'Apostolo Tommaso amava veramente il Signore; tanto l'amava, che un giorno, in uno slancio di generosità, aveva detto: « An­diamo e moriamo con Lui! »; ma non credeva alla sua divinità; non cre­deva alla sua resurrezione; pensava che Gesù fosse impotente a ripren­dere la vita che aveva sacrificato per la salvezza del mondo, e così dubitava della sua divina potenza.

Quale fu il rimedio che Gesù usò per guarire l'incredulità del suo apostolo? Gli fece mettere le dita nelle piaghe delle sue mani e dei suoi piedi; gli fece mettere la mano nello squarcio del suo costato. E appena Tommaso ebbe messo la mano in quella piaga d'amore, appena ebbe toccato il Cuore del suo divin Maestro, subito esclamò: « Mio Signore e mio Dio! »

Mi è parso che il Signore mi avesse suggerito questo pensiero per farmi capire che solo la conoscenza del suo Cuore, cioè del suo Amore Infinito, è capace di combattere gli attuali errori e di vincerli.

Il mistero dell'Incarnazione, quello della Redenzione, come tutti gli altri divini misteri, non hanno altra spiegazione che l'Amore. Ma l'Amore Infinito può mai essere capito, può essere afferrato da noi, povere crea­ture finite e limitate?

È solo nel Cuore di Gesù che possiamo comprenderlo. In questo Cuore vediamo un amore umano e divino insieme, e per questo cuore umano - ma più che umano - arriviamo alla conoscenza dell'amore di­vino, di Dio stesso.

Il Cuore di Gesù ci rivela la bontà, la misericordia, il sacrificio; allora crediamo all'Amore.

 

1° maggio 1903

Non so come scrivere ciò che ho visto, tanto era grande e bello. Ero entrata in coro per fare la lettura; Gesù, esposto sull'altare, mi ha attirata a Sé; ho posato il libro senza aprirlo ed ho guardato e ascoltato.

Gesù non parlava: mi faceva leggere nel suo Cuore i misteri di amore. Dio, l'Amore Infinito, ha deposto in ogni anima, nel momento in cui la creava, un principio di vita immortale, una piccola scintilla d'amore; ed è questa scintilla, uscita dall'Infinito divino, che attira continuamente Dio verso le anime.

Vi è in Dio come un bisogno di andare verso le anime per raggiungere quella scintilla di vita uscita da Lui e che è in loro.

Quando l'anima è pura, vi è una mutua attrazione; Dio va verso l'anima ed anche l'anima si sente attirata ad andare verso Dio. Quando l'anima non è pura, non sente il moto di attrazione: è insensibile.

Dio, l'infinitamente Puro, lo sente sempre questo divin movimento. Tuttavia non può penetrare nelle anime perché queste si sono in un certo senso materializzate; i peccati che si susseguono, le preoccupazioni tem­porali e soprattutto il raffreddamento del cuore, le hanno indurite e pietri­ficate; l'Amore Infinito non può entrare per ricongiungersi alla piccola scintilla della vita che è loro propria.

Allora il Verbo, nostro eterno e divin Mediatore, si è nuovamente pre­sentato al Padre e ha detto:

« Ho trovato il mezzo di far penetrare l'Amore nel mondo e così puri­ficarlo e riscaldarlo.

« Andrò da coloro che ho istituito per renderli partecipi del mio eterno Sacerdozio e che hanno il compito di continuarlo sulla terra; andrò dai miei preti. Le loro anime sono più pure; sono più libere dalle sollecitu­dini della terra. Li attirerò sul mio Cuore, li riempirò d'amore e, per mezzo loro, l'Amore Infinito si effonderà nelle anime ».

Ed ecco il piano di Gesù: il prete riempito d'amore comunicherà le fiamme divine alle anime poste sotto la sua influenza diretta (poiché ogni prete ha un certo numero di anime sotto la sua influenza); queste a loro volta infiammeranno le anime che le circondano e così, a poco a poco, l'Amore Infinito riprenderà possesso del mondo.

 

2 maggio 1903

Questa mattina, dopo la Comunione, ho detto al Signore: « Mi sem­bra che è il tuo Cuore a essere respinto; fra i tuoi preti ce ne sono che ti amano, sì, ma non capiscono il tuo Cuore ».

E Gesù, ripetendomi le parole del Vangelo: « Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me », ha aggiunto: « Nessuno viene alla conoscenza e al possesso dell'Amore Infinito se non per mezzo del mio Cuore ».

Dobbiamo andare al Signore, ascoltare i battiti del suo Cuore, stu­diarne i movimenti d'amore. Allora si comincerà ad amare Gesù in un modo nuovo; lo Spirito Santo effonderà nell'anima l'amore; la Trinità Santa scenderà in lei con i suoi ineffabili splendori, l'Amore Infinito le si rivelerà. Verrà così a realizzarsi la parola di Gesù: « Se uno mi ama, il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui ».

« Se uno mi ama », è il cuore dell'uomo che cerca il Cuore di Cristo. - « Il Padre lo amerà », è l'effusione dello Spirito Santo. - « Noi ver­remo a lui », è la Trinità che entra. - « Prenderemo dimora », è l'Amore Infinito che si è rivelato e possiede l'anima.

«Ieri, dopo la Comunione, un sentimento di dolore mi ha penetrata l'anima, e poco dopo, durante la predica che segue la Messa, Gesù mi si è manifestato dicendomi: « Perché non hai detto ciò che ti avevo fatto vedere? »

Gesù era un po' severo e io, piena di dolore, gli ho risposto: « Mio Gesù, l'idea non mi è venuta ben chiara alla mente, e poi ho paura di ingannarmi ». Gesù ha ripreso: « Tu che ho scelto per fare la mia vo­lontà, così la compi? »

I rimproveri del mio divin Maestro mi riempivano l'anima di un in­tenso dolore, e non potei trattenere le lacrime.

Allora Egli ha nuovamente impresso la sua volontà nella mia anima. Il Padre si è donato a Lui 17 o 18 anni fa in modo assoluto e irrevoca­bile; si è dato a Gesù come a un Padrone, per consacrarsi a Lui e per servirlo; e, imprimendo Gesù sul suo cuore, si è offerto a Lui come uno schiavo al suo Padrone.

Ma ciò che ora Gesù vuole, è che faccia come una nuova donazione di sè all'Amore, e che, invece di mettere Gesù sul suo cuore, metta se stesso nel Cuore di Gesù.

 

4 giugno 1903

Mi sembra che desiderio del Signore sia che il piccolo volume che dovrà essere pubblicato, venga redatto in termini molto semplici, senza ricercatezze, senza parole a effetto. Tutto deve essere semplice e umile come Gesù.

Niente è tanto contrario allo spirito di Dio quanto l'esaltazione e l'uso di mezzi umani; le opere di Dio si fondano soltanto nella semplicità, nella piccolezza e nell'umiltà. Mi è anche parso che un mezzo gradito al Si­gnore per diffondere l'Opera sarebbe questo:

Parlare dell'Opera ad un vescovo che sia uomo di preghiera, amico del Cuore di Cristo; questi, se la giudicherà valida, la raccomanderà ai suoi preti, sia in occasione di ritiri, sia durante le riunioni sinodali.

Dei predicatori di ritiri pastorali potrebbero anche, con il consenso dei vescovi, parlare dell'Opera e diffonderne il libro. Mi è anche parso che, almeno per il momento, l'Opera si diffonderà più facilmente in altre regioni che non in Francia.

 

6 giugno 1903, ore 13

Ho passato adesso un'ora di grazia davanti al Santissimo: Gesù, atti­randomi a Sé, ha colmato di luce la mia anima e io ho visto in modo nettissimo molte cose. Dapprima mi ha confermato essere sua volontà che il Padre si dia all'Opera dei preti, ai quali deve manifestare le solleci­tudini e tenerezze del suo Cuore divino per loro.

Gesù diceva: « I miei preti hanno bisogno di dedizione e di amore; devono amare molto, e dare, dare sempre; vengano dunque al mio Cuore ». Gesù diceva anche, se ben mi ricordo, che nel suo Cuore vi sono ancora delle parti inesplorate, destinate ai suoi preti, un campo a loro riservato.

Sono dimore di amore, dove soltanto essi entreranno, e dove trove­ranno tutto ciò di cui hanno bisogno per essere dei fedeli rappresentanti di Cristo. E quando vi saranno entrati, ne usciranno poi interamente co­perti di una grazia che agirà sulle anime.

Molti sono entrati senza saperlo in queste divine dimore, e sono stati i veri continuatori della missione di Cristo.

Ma quando se ne conoscerà la via, molti di più vi entreranno, e sarà la salvezza per molte anime.

Questa via è il Cuore di Gesù Sacerdote, conosciuto e meditato; è il prete che cede in sé il posto a Cristo e agisce unicamente sotto il suo di­vino impulso. È il cuore del prete che è come fuso con quello di Cristo per mezzo della conoscenza e dell'amore.

Mi sembra che il Signore voglia identificarsi con i suoi preti in modo tale che siano uno con Lui. Sarà la realizzazione di quelle parole di Gesù al Padre: « Siamo una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siamo consumati nell'unità ».

È il Cuore di Gesù, indicibilmente innamorato dei suoi preti, che realizzerà tutto questo.

Ho sentito nel Cuore divino un varco già aperto, attraverso il quale il suo amore ha già cominciato a discendere sui suoi preti.

 

6 giugno 1903

Il Cappellano mi ha chiesto come mi era venuto questo pensiero dei preti; la domanda mi ha presa contropiede e non ho saputo rispondere. Ci ho poi pensato davanti al Signore, ho cercato di rendermene conto, e lo scrivo qui, sia per precisare meglio i miei ricordi, sia perché questo potrà forse servire al Padre.

Nell'infanzia avevo verso i preti un rispetto talmente profondo, che andava fino al timore e confinava quasi con l'adorazione.

Durante gli anni della giovinezza sono stati pochi i preti che ho avvi­cinato; tanto meno ho avuto rapporti con loro. La mia vita tutta mon­dana, le mie abitudini, non mi portavano a frequentarli; da loro andavo a cercare unicamente la parola sacramentale dell'assoluzione.

In seguito, certa della mia vocazione, non sono andata a chiedere al prete, diciotto mesi prima del mio ingresso in convento, altro che la defi­nitiva approvazione della mia chiamata e un consiglio circa la scelta del convento.

Piena di rispetto per il carattere sacerdotale, ho sempre provato una penosa impressione quando mi capitava di sentir parlare dei preti in modo leggero o sconsiderato, ed in queste occasioni ho sempre conservato un profondo silenzio.

Durante il mio ritiro di professione nel 1892, sentii che il Signore aveva dei disegni particolari sulla mia anima, senza tuttavia conoscerli. Vidi che egli voleva da me molta fedeltà e che mi riservava grandi sof­ferenze.

Dopo la professione, il Signore cominciò a colmarmi di molte grazie; questi favori, uniti a violente tentazioni e a penose prove, mi fecero molto soffrire.

Nel 1895, con la dovuta autorizzazione feci voto di abbandono. Sem­pre di più sentivo che Gesù voleva da me qualcosa che non conoscevo. Poco tempo dopo questo voto, fui attirata interiormente a pregare per i preti e ad offrirmi vittima per loro. Qualche mese più tardi, nel giugno 1896, il Signore, nella sua grande misericordia e in un modo tutto par­ticolare, mi mise in rapporto con Padre Charrier, dicendomi di affidarmi interamente a lui, il che feci.

Al tempo del mio ritiro, nel settembre 1896, Padre Charrier approvò l'attrattiva che mi portava a pregare per i preti, ed in quel momento pa­recchie circostanze esteriori vennero a confermarmi che era proprio quello che Gesù voleva: parecchi preti e un vescovo che si trovavano in gravi necessità che allora mi vennero svelate, furono raccomandati in modo tutto particolare alle mie preghiere.

Nei miei rapporti con Padre Charrier, il Signore mi ha fatto vedere molte volte in modo chiarissimo che voleva un'unione completa fra le nostre due anime e che, in tale unione, Egli avrebbe trovato la sua gloria.

Vidi questo specialmente, se ben ricordo, in febbraio o marzo 1902 e lo scrissi; eppure allora pensavo che non avrei mai più rivisto il Padre, dato che, passando da noi, aveva detto che alla fine del suo terzo anno avrebbe dovuto essere mandato in Oriente.

Nel mese di giugno di quello stesso anno 1902, soffrii molto, come il solito, durante la novena del Sacro Cuore; la vigilia della festa, 5 giu­gno, il Signore mi si manifestò in modo tutto particolare e mi disse, se non sbaglio, che voleva darmi delle anime di preti, e mi ordinò di scrivere tutto ciò che mi avrebbe detto durante l'ottava; ciò che io feci.

Per la durata di otto giorni si manifestò a me quasi ogni giorno nel modo consueto; mi parlò dei suoi preti, del suo amore per loro, delle virtù di cui li vuole adorni, e fra le altre cose, se non sbaglio, mi disse queste parole che mi sono rimaste profondamente impresse nella memo­ria: « Margherita Maria ha mostrato il mio Cuore al mondo, tu mostralo ai miei preti ».

Verso la fine dell'ottava, ebbi la visione di un'Opera che avrebbe raggruppato i preti attorno al Cuore adorabile di Cristo; visione dap­prima confusa, che poi si è andata precisando sempre di più.

Nei mesi che seguirono soffrii molto, tanto più che non osavo parlare di questo con nessuno e pensavo di non più rivedere Padre Charrier. Nella mia sofferenza, e sempre nel timore di essermi ingannata, ho chiesto più volte a Nostro Signore di darmi dei segni ed Egli me li ha sempre dati.

Ma il Signore mi ricondusse Padre Charrier nel mese di settembre; gli dissi tutto e gli diedi tutti i fogli che avevo scritto al riguardo.

Da allora, il pensiero di quest'Opera si è impresso sempre più pro­fondamente nella mia anima; molte volte il Signore me ne ha riparlato; ho saputo che anche il Padre aveva avuto gli stessi impulsi, e che erano almeno 15 anni, se ben ricordo, che il Signore glieli aveva dati.

So che in tutto questo posso essermi sbagliata; so che posso essere vittima di un'illusione; perciò rimetto tutto nelle mani di coloro che il Signore mi ha dato per guidarmi.

 

7 giugno 1903

Ho chiesto più volte al Signore se voleva dirmi qualcosa su queste parole: « Se qualcuno vuole venire, ecc. ». Ogni volta mi ha indicato il suo Cuore.

Sembra che non sia tanto la sua croce che voglia dare oggi ai suoi preti, quanto piuttosto il suo Cuore. Vuole mostrarlo loro, vuole donar­glielo, perché dice: « Quando conosceranno meglio il mio amore, quando mi ameranno di più, accetteranno e porteranno più facilmente la mia croce ».

Egli vuole che niente nell'Opera sappia di riforma, perché non viene in uno spirito di riforma, ma in uno spirito di amore.

Non vuole che qualcosa di ciò che verrà scritto o detto possa gettare delle ombre sui suoi consacrati. Cristo vuole che, in quest'Opera che ri­guarda la santificazione del prete, si usi un'infinita delicatezza.

Se potessi mostrare il suo Cuore così come io lo vedo, così adorabil­mente dolce, così tenero verso le anime, verso i suoi preti!

Le vedute di Gesù, i suoi desideri, sono così semplici! Sua volontà è salvare le anime, risollevare il mondo, sottrarlo a quella freddezza scet­tica, a quello spirito di paganesimo che lo avvolge; in quest'Opera ha bisogno di ausiliari e allora chiama i suoi preti; e, prima di impegnarli nel grande lavoro di risollevare il mondo, apre loro i tesori del suo ine­sauribile amore. Dice loro: « Venite ad attingere in questo mio Cuore la Luce, la Forza, la Vita ».

È un'abbondanza di vita che Egli vuole comunicare ai suoi preti, una vita divina, soprannaturale, affinché anch'essi possano comunicarla a loro volta e vivificare le anime.

A Gesù non piace che, con il pretesto di riparare qualche torto o correggere certi difetti, si parli senza rispetto né delicatezza, e si dia in pasto al mondo le mancanze di coloro che devono essere sale della terra e luce delle intelligenze.

Mi sembra che il Signore vuole che dica che lo spirito dell'Opera deve essere uno spirito d'amore, di misericordia; uno spirito che eleva le anime al di sopra della terra, che le distoglie dalla vista del loro fango per lan­ciarle in alto, nell'Amore Infinito; uno spirito che divinizzerà il prete, che lo renderà, per mezzo dell'amore, un altro Cristo.

L'unione a Cristo attraverso l'amore renderà il prete santo, forte, mi­sericordioso, potente sulle anime.

Quest'Opera deve mostrare al prete il vero scopo della sua vita, la sua vera ragion d'essere e, aumentando il suo amore, dargli la forza di essere ciò che deve essere, affinché possa compiere l'opera di Dio per la salvezza del mondo.

 

24 giugno 1903

« Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua ».

Queste parole sono veramente il compendio, il programma divino che Cristo traccia ai suoi apostoli, ai suoi preti, e che dovrà servire da modello alla loro vita.

« Se qualcuno vuol venire ». È l'appello di Gesù al suo prete.

La vita di questo eletto dovrà essere santa, pura, elevata al di sopra del fango della terra; è per questo che il Maestro non costringe alcuno ad abbracciarla. Egli invita: « Se qualcuno vuole ». Deve essere una vo­lontà libera, illuminata, coraggiosa, che risponda: « Voglio ». E quando avrà detto il suo sì, quando con volontà libera e forte si sarà gettato nelle braccia del Sacerdozio, quest'uomo non dovrà più indietreggiare né ce­dere. Facendo affidamento sulla potenza di Dio, sostenuto dalla grazia che gli viene dalle piaghe di Cristo, dovrà camminare con Gesù senza vol­gere indietro lo sguardo.

E quando avrà risposto a questo amoroso invito del Signore, che cosa dovrà fare il prete? Gesù risponde: « Rinneghi se stesso ».

Non è alle ricchezze, ai beni di quaggiù, che il prete deve rinunziare; egli può legittimamente possederli, purché versi il suo oro nelle mani dei poveri o lo usi per la gloria di Dio.

Non è dagli affetti puri, dalle amicizie sante che deve staccarsi; il prete che vive la vita di Gesù può amare i suoi ed effondere il suo cuore in altri cuori amici. Non è neppure agli onori, alle dignità che deve rinunziare, perché, se non li deve mai né desiderare né cercare, può tuttavia - se tale è la volontà divina - piegarsi umilmente sotto il loro peso e portarlo con coraggio nel nome del Maestro.

È a se stesso che il prete deve rinunziare. Non all'essere nuovo santi­ficato in Cristo, che il battesimo prima, l'Eucarestia poi, i doni dello Spirito Santo ed infine l'unzione sacerdotale hanno formato in lui; ma al­l'essere puramente naturale, a questa umanità degradata dalla colpa ori­ginale, insudiciata e avvilita dal peccato.

È a questo essere inferiore, agitato da tante bramosie, tormentato da tante passioni, che il prete deve rinunziare.

Rinunziare a se stesso, che opera immensa! Non è il lavoro di un'ora soltanto, perciò Gesù aggiunge: « Prenda ogni giorno la sua croce ».

La croce del prete è la totale dedizione a Dio, la conformità a Cristo, la fedeltà alla Chiesa, la sollecitudine per le anime.

Ogni giorno deve nuovamente assumerla su di sé. Ogni giorno il prete sale l'altare e là riprende la sua croce, la croce dei suoi doveri santi, e non la dovrà deporre che all'aurora seguente quando risalirà i gradini del­l'altare.

Durante i troppo brevi istanti del sacrificio, il prete non porta più la sua croce; porta quella di Cristo che egli rappresenta e nel quale, per così dire, entra; presso l'altare di Dio che letifica la sua giovinezza il prete depone la propria croce, perché in quel momento non è più lui che vive, è Cristo che vive in lui.

Il prete prenda dunque ogni giorno la sua croce, Gesù lo chiama a seguirlo con quelle parole: « Mi segua ».

Seguire Gesù vuol dire andare verso la gloria, ma vuol dire anche pas­sare attraverso la sofferenza. Il prete lo sa; sa che camminando sulle orme del suo Maestro, incontrerà talvolta l'umiliazione, molto spesso il dolore, sempre la dedizione, il totale sacrificio di sé.

Sa che dovrà dare i suoi sudori, le sue lacrime, forse anche il sangue, ma non ha paura: Gesù gli apre la strada; non ha che da mettere i piedi sulle orme dei suoi passi, non ha che da seguire questo capo divino che, alla testa dei suoi, sostiene il peso del combattimento, e che, facendo del suo corpo un baluardo per quelli che lo seguono, li protegge e assicura loro la vittoria.

Che hai da dire, anima mia, e perché vuoi parlare di ciò che supera la tua intelligenza? Ma è che mi sento spinta da una forza potente e dolce insieme, a manifestare l'Amore Infinito che è in Dio, che è Dio stesso...

Spesso resisto a questo impulso: chiudo in me quei torrenti d'amore che discendono dall'alto; taccio, poi cerco di distrarmi; mi lascio trasportare dall'incalzare delle cose esteriori; scuoto da me in qualche modo questo peso divino che a poco a poco diventa sempre più pesante. Non posso parlare; a che serve allora scrivere ancora, poiché dico sempre la stessa cosa? Mi lascio dunque come schiacciare e seppellire da quel qualcosa di traboccante, di forte, di vivo, di eterno, che io chiamo Amore Infinito.

Ma arriva talvolta il momento in cui questa sovrabbondanza mi soffoca a tal punto che non posso più resistere, e debbo lasciare traboccare al di fuori un poco di ciò che mi si è accumulato dentro.

È soprattutto dopo la Comunione che sento aumentare in me questa divina pienezza e che più chiare, più numerose, mi vengono le luci su questo mistero della Carità divina.

Che dirò dunque ora?

Dirò che Dio è Amore e che questo Amore, che è la sua essenza, forma ad un tempo e l'Unità della sua natura e la Trinità delle Persone; che questo Amore vivo e vivificante, vivente in sé e per sé stesso e vivificante al di fuori di sé, non soltanto tende per sua natura a comunicarsi, ma è la comunicazione stessa per l'intensità della sua vita e per la sua immortale fecondità.

L'Amore Infinito, proprio perché vivo e fecondo, è un movimento. Movimento che si compie in Dio stesso mediante la comunicazione delle tre Persone.

Non so trovare le parole adatte per parlare di questo movimento di­vino dell'Amore in sé. È come una ininterrotta circolazione che va dal Padre al Figlio e allo Spirito; è un moto vitale unico talmente veloce e intenso che ad un primo sguardo della mia anima si direbbe immobilità. Questo movimento d'amore si produce anche al di fuori. La più stu­penda produzione di questo movimento esteriore dell'Amore è l'umanità di Gesù.

Vorrei poter spiegare la differenza che esiste fra il movimento che l'Amore Infinito fa in se stesso e quello che fa al di fuori di sé.

Il movimento interiore, se non sbaglio, non tende ad alcuna crea­zione, né ad alcuna nuova produzione. È un movimento di riposo e di godimento; un movimento completo che non può né aumentare, né dimi­nuire, né cambiare.

E la pienezza dell'Amore che gioisce in un moto perpetuo e sempre uguale fra le tre divine Persone.

Il movimento esteriore tende alla creazione, ad una incessante pro­duzione.

È, per così dire, un movimento di azione, che si appaga attraverso una perenne produzione di grazie, di doni, di vita spirituale, e di creazioni di vite materiali.

Questi due movimenti, o piuttosto quest'unico movimento, non è meno fecondo nell'una piuttosto che nell'altra forma.

Esso è fecondo in Dio per l'eterna generazione e l'eterna processione; è fecondo fuori per la grazia e la creazione.

 

1903

Non so se mi inganno, continuo a scrivere ciò che mi viene alla mente. Si tratterebbe di un'associazione riservata unicamente ai preti, un'associa­zione che li raggrupperebbe intorno al Cuore di Gesù per santificarli e aumentare il loro zelo apostolico, giungendo in tal modo alla salvezza delle anime in generale.

I preti che fanno parte di questa associazione si impegnerebbero:

- per se stessi: ad almeno una mezz'ora di orazione mentale il mat­tino; e la sera, prima del riposo, ad un esame, una specie di confronto fra i sentimenti del Cuore di Cristo, il divin Sacerdote, e i sentimenti del pro­prio cuore;

- per le anime: a predicare l'amore e la misericordia di Dio, e ad aiutarsi vicendevolmente nelle opere di zelo, senza mai ostacolarsi l'un l'altro.

Si tratterebbe di un'Opera universale; perché, non soltanto la Francia, ma il mondo intero ha bisogno di essere rinnovato e infiammato.

Ogni diocesi dovrebbe essere un centro particolare unito al centro generale.

Quest'Opera potrebbe anche tenere delle riunioni in ogni città o circo­scrizione, dove i preti potrebbero parlare fra loro del proprio ministero, esporre le loro difficoltà e riaccendere il loro fervore.

Ogni diocesi dovrebbe avere un responsabile alla dipendenza del re­sponsabile generale, ed ogni gruppo, così come ogni riunione, dovrebbe avere un presidente scelto fra i preti migliori, più seri e stimati della città o circoscrizione.

 

11 luglio 1903

Dio è l'Amore, l'Amore Infinito. Poiché è l'Amore, ha bisogno d'amare. Io, che sono una creatura debole e misera, ho bisogno d'essere amata. L'Amore Infinito, Dio, Creatore e Padre, si china sulla sua creatura. Egli ama; io sono amata. Il martirio del cuore, gli intimi distacchi, i tanti dolori della vita... li sento e ne soffro; ma so che un grande amore, l'amore di Dio, mi avvolge e mi sostiene; ho fiducia e sono felice.

Fiducia dunque, fiducia sempre, fiducia senza limiti; riposo d'amore sul Cuore di Dio!

 

13 luglio 1903

Ieri sera stavo in adorazione davanti a Gesù Eucarestia esposto, quando mi sono sentita pervadere da un sentimento profondo della di­vina presenza. Il Signore mi si è manifestato con la sua solita bontà e mi ha detto: « Voglio che tu dica ai miei preti che io do loro il mio Cuore. E’ questa una testimonianza dell'amore ardente che ho per essi ed un pegno delle grazie che concederò a quelli che mi saranno fedeli ». Ho risposto: « Mio Salvatore, io non vedo i tuoi preti, come posso dir loro questo? Posso dirlo al Cappellano e al Padre, ma è tutto ciò che posso fare ». Gesù ha risposto: « E’ sufficiente »; ed ha soggiunto: « E digli (al Padre) che io l'ho scelto per portare ai miei preti l'annunzio del dono nuovo che faccio loro del mio Cuore... Occorre che essi preparino il regno del mio amore sul mondo, per questo voglio versare in essi una più abbon­dante effusione d'amore! »

Ho chiesto al Signore perché tutto questo non lo dicesse direttamente al Padre; non mi ha risposto. Ho pensato fosse per umiliarlo e ho detto che ero io soprattutto che dovevo essere umiliata e annientata.

Allora ho visto come in un quadro la mia miseria, miseria completa, assoluta, e il Signore mi ha detto: « Vedi, ho lasciato in te quanto occorre affinché tu non possa mai inorgoglirti con le mie grazie ».

 

Luglio 1903

Mi erano venute alla mente quelle parole di Gesù a San Pietro: « Pasci le mie pecorelle, pasci i miei agnelli ». Secondo la comune interpreta­zione, gli agnelli sono i fedeli, le pecorelle, i preti. E pensavo che Gesù, in questa sola parola « pecorelle », aveva compendiato tutti i doveri del prete: doveri verso Dio, doveri verso il romano Pontefice, Vicario di Cri­sto, verso i fratelli nel Sacerdozio, verso le anime.

La pecorella appartiene totalmente al suo Padrone; a lui deve la vita, la fecondità; egli ha diritto di disporne come meglio crede.

Il prete deve tutto a Dio, suo Padrone supremo; appartiene totalmente a Cristo; a lui deve la fecondità delle sue azioni e, se occorre, il sacrificio della stessa vita.

La pecorella deve essere docile al pastore che la conduce in nome del padrone; deve rispondere alla sua voce, seguirlo nei pascoli dove la con­duce, essergli obbediente e fedele. Nello stesso modo il prete deve essere docile alla voce del supremo Pontefice: entrare nelle sue vedute, nutrire la sua anima delle sole dottrine che egli approva e rimanere fedele e salda­mente unito al vincastro di Pietro, sommo Pastore.

Ogni pecorella del gregge non ha altro dovere verso le altre pecore che la circondano, che la dolcezza e l'unione; non deve allontanarsi dal gregge, non deve restare sola: rischierebbe di perire. Gesù vuole che i suoi preti siano strettamente uniti fra loro; vuole che mantengano l'unità della Fede nei vincoli della Carità fraterna, e che, lavorando in un medesimo spirito, diano pace al mondo e gloria a Dio.

Infine la pecorella è madre, madre degli agnelli; li porta in sé, il nutre con il suo latte, li riscalda e li custodisce.

Il prete non è soltanto padre delle anime, ma anche madre; per loro deve avere l'amore tenero e delicato di una madre e per esse spendersi fino al sacrificio.

Alle anime deve dare la parte migliore della propria vita; nutrirle per così dire della propria sostanza; sostanza dell'anima, spirituale e puris­sima; riscaldarle alla fiamma dell'Amore Infinito; custodirle dal male.

Dopo questi pochi pensieri, che qui ho riassunto in breve, mi è venuto un sentimento profondo di adorazione per Gesù: in quelle considerazioni trovavo un adorabile segno della divinità del Salvatore.

A noi occorrono parecchie parole per rendere un'idea; Gesù, con una sola parola, esprime tutto un insieme di pensieri. Lo constatiamo ad ogni passo del Vangelo.

Con questa sola parola « pecorella », gettata come a caso nella con­versazione, Gesù ha detto tutto sul prete, tutto ciò che deve essere, tutto ciò che deve fare; con una sola parola ha detto ciò che il prete deve dare di sé a Dio, alla Chiesa, alle anime. E’ perché Gesù è il Verbo!

Egli è il Pensiero divino e la Parola increata; una sola parola uscita dalle sue labbra racchiude un pensiero di Dio.

Come è bello conoscere Gesù, così grande nella sua divinità, così dolce nella sua umanità! Io appena lo intravedo, eppure, come vorrei poter esprimere il poco che so di Lui, come vorrei farlo conoscere, amare, ado­rare; come vorrei circondarlo di lodi, di amore, di gloria, esaltarlo all'ín­finito!

 

15 agosto 1903

Ho pregato molto per il Padre; ho chiesto per lui molta luce, molte grazie; di nuovo mi sono offerta senza riserve per essere nelle mani di Gesù ciò che Egli vuole che io sia, in unione all'offerta del Padre.

Ho avuto come la percezione che il Signore è particolarmente felice di unire per nostro mezzo, nel suo Cuore, la Compagnia (di Gesù) e la Vi­sitazione.

Questo adorabile Maestro ama di un grande amore questi due Istituti che sono gli Istituti del suo Cuore. Vuole che siano ferventi nel suo amore e che ognuno di essi si santifichi secondo lo spirito particolare che Egli ha dato loro.

Questi due Ordini si completano l'un l'altro e insieme riproducono la vita del Salvatore.

La Compagnia vive la giornata di Gesù: sempre calunniata, spesse volte perseguitata, essa continua a istruire, a illuminare, a guarire le anime; continua a operare il bene nella carità, zelo, dedizione assoluta, nel dono attivo e fervido di sé.

Sotto l'impulso dello spirito di Dio entra in lotta contro lo spirito del male e lo disarma; talvolta è obbligata, come Cristo, a rendersi invisibile per sottrarsi ai colpi dei nemici, ma non ha paura; e, se è necessario, va senza timore dalla prigione al pretorio e dal pretorio alla Croce.

La Visitazione vive la notte di Gesù; come Lui si ritira sulla montagna per pregare nella solitudine, nell'oscurità e nel silenzio. Tutto in essa è nascosto e oscuro. Essa ha ricevuto da Cristo, non la croce delle persecu­zioni violente, ma quella del disprezzo e dell'abiezione, perché nessuno di quelli che sono nel mondo conosce la perfezione del suo spirito.

La Compagnia conosce talvolta i trionfi di Gesù e talvolta il suo Cal­vario. La Visitazione vive il sonno abbandonato di Gesù nella barca e le agonie silenziose del Getsemani.

La Visitazione, in ginocchio, attinge dal Cuore di Dio i tesori del­l'amore; la Compagnia in piedi, li prende, questi tesori divini, e li distri­buisce al mondo.

Così, quando Gesù ci attira sul suo petto, non è già noi, povere crea­ture fatte di nulla, che Egli considera; bensì questi due Istituti cari al suo Cuore, che Egli vuole unire nel suo incomparabile amore.

 

17 agosto 1903

In questo periodo provo un impulso fortissimo a ritirarmi nell'intimo di me stessa; l'ho sentito in modo tutto particolare questa mattina, dopo la Comunione. Vorrei potermi nascondere, scomparire. Vi è qualcosa che mi spinge a ritirarmi, a sottrarmi a qualsiasi sguardo per lasciare tutto lo spazio al Signore. Mi sembra che se io fossi ben nascosta Egli farebbe meglio la sua Opera, e provo il bisogno di entrare in qualche luogo pro­fondo dove più nessuno possa scorgermi.

Mentre scrivevo queste ultime righe, Gesù si è fatto dolcemente sen­tire alla mia anima; mi ha detto: « Avvolgiti nell'umiltà e vieni a nascon­derti nel mio Cuore ».

Egli è qui, vicinissimo; vorrei mettermi in ginocchio; ma Egli dice: « No, scrivi; scrivi che il tuo nulla mi attira e che la tua debolezza m'in­canta; scrivi che io voglio trasformare il tuo fango e farne una calamita capace di attirare le anime al mio amore ». O amore, amore! non sono capace di parlare, ma voglio amarti, mio adorabile Maestro. Egli mi rim­provera per non aver osato scrivere « ti amo » e aver scritto invece « vo­glio amarti ».

Ti amo, mio Gesù, mio Dio, mio Salvatore, mia Misericordia!

 

30 agosto 1903

Quant'è buono Gesù! Questa mattina, mentre le suore cantavano l'Uf­ficio e io me ne stavo in un angolo del coro, Gesù è venuto a me e mi ha detto: « Vengo alla mia figlia, mia sorella, mia sposa ». E nello stesso tempo mi fece comprendere perché mi dava questi tre nomi. Figlia, perché come Creatore mi ha creata e come Salvatore mi ha rifatta l'anima. So­rella, perché vuole farmi partecipe con Lui all'eredità del Padre celeste e perché, per misericordia, vuole mettere un poco di uguaglianza fra Lui e me. Sposa, infine, perché io sono sua e Lui è mio, e perché vuole asso­ciarmi a tutti i suoi stati, oggi di sofferenza e domani, in cielo, di gloria.

Fermandomi su questo titolo di sposa e guardando le suore, gli dissi: « Anche quelle sono tue spose ». Egli mi ha risposto: « Sì, ma tu sei pic­cola e debole e soffri per me ». E mi ha fatto conoscere che niente gli è tanto caro quanto la sofferenza amorosamente abbracciata per Lui.

Certamente, il Signore ama le azioni fatte per suo amore e per la sua gloria, ma agire è cosa naturale per l'uomo. Vivere, è agire. Nell'azione l'uomo trova sempre qualche gratificazione, e questo non è male, è una soddisfazione che viene dalla natura del suo stesso essere. Nella sofferenza non vi è alcuna gratificazione per la natura; solo l'anima, se ama, prova gioia. E talvolta non ha neppure questa. La sua volontà mossa dall'amore vuole la sofferenza perché sa che, così facendo, offre a Dio un dono che gli è gradito; ma facendo questo dono non prova alcun piacere personale, voglio dire un piacere umano, naturale. Nel dono della sofferenza l'anima guarda solo alla gioia che dà a Dio, senza considerare se stessa; è più puro.

 

Dicembre 1903

Mi hanno detto che un prete, un religioso, allontanatosi dalla retta via, insegnava una dottrina contraria a quella della Chiesa e negava l'esistenza dell'inferno, allegando il motivo che Dio è troppo buono, che ha troppo amore per punire eternamente. Mio Dio, come è triste vedere coloro che dovrebbero essere la luce del mondo e le colonne della Chiesa, gettare delle tenebre nelle anime e rovesciare le fondamenta della fede! Ma è proprio perché credo al tuo Amore, o mio Dio così grande, potente e buono, che io credo all'inferno. Se tu non fossi l'Amore, se, chiuso egoi­sticamente nella tua beatitudine, Tu non gettassi sugli esseri a Te inferiori che sguardi indifferenti, forse l'inferno potrebbe anche non esistere. Ma Tu!... Tu hai creato tutto per amore; Tu hai formato l'uomo a tua divina somiglianza; l'hai vivificato con il tuo soffio, lo hai colmato dei tuoi doni e, a questa creatura così riccamente dotata, non hai chiesto altro che un poco di fiducia, di fedeltà e d'amore; e quando essa ti disprezza e ti si rivolta contro, puoi forse rimanere impassibile, quasi tu fossi un essere incompleto privo di amore e di sentimento?

O mio Dio, io credo ai rigori della tua Giustizia perché credo all'ec­cesso di tenerezza del tuo Cuore...

Ti amo, mio Dio, Amore Infinito che ti chini sulla tua creatura, che la sostieni e la rialzi quando cade; ma ti amo anche, Amore misconosciuto e oltraggiato che ti alzi e che punisci. Se l'inferno non esistesse, non ti amerei così tanto.

Quando vedo un principe che nel suo regno lascia impuniti tutti i cri­mini; quando lo vedo distribuire le sue elargizioni con altrettanta profu­sione sia sui ribelli e traditori che sui sudditi fedeli, e trascinare nel fango la grandezza e la maestà regale, non posso fare a meno di disprezzarlo e chiamarlo ingiusto e vile. No, se non ci fosse l'inferno non potrei amarti... Se non ci fosse l'inferno, mancherebbero tre splendide gemme alla corona delle tue sublimi perfezioni: vi mancherebbe la giustizia, la potenza e la dignità!

Ti amo, ti adoro, mio Dio, nella tua misericordia verso i deboli, nella tua bontà verso i piccoli, nella tua liberalità verso i poveri; ti adoro nei tuoi perdoni senza riserva; ti adoro in questo ineffabile amore che dal tuo seno discende verso le creature; nelle tue attese senza stanchezze; ti adoro infine in quelle grazie che con tanta profusione spandi sulle anime per toccarle, ricondurle, illuminarle, vincerle!

Ti adoro anche, ti amo appassionatamente, grande, maestoso, terri­bile, quando consumi in una fiamma eterna coloro che hanno resistito alle pressioni del tuo Amore.

E d'altra parte, non sei Tu, mio Dio sovranamente buono, che con­danni e che danni; sono gli stessi malvagi che, rifiutando di gettarsi nelle fiamme del tuo eterno Amore, si precipitano in quelle della tua Giustizia eterna. Sì, ti amo tal quale sei. Ti adoro incoronato dall'insieme infinito di tutte le perfezioni, giusto quanto buono, grande per la tua potenza e san­tità come per la tua misericordia, e sempre Amore, Amore Infinito, Amore che crea, che dona, che perdona, che dà la vita; Amore che comanda, che rimprovera e che castiga.

 

Risposta ad una obiezione

Dio non sarebbe Dio se non fosse sommamente perfetto. Non sarebbe perfetto se fosse soltanto buono e non fosse nello stesso tempo infinita­mente sapiente, infinitamente grande, infinitamente giusto, infinitamente santo. Ora, conviene alla sua grandezza, giustizia, santità che Egli non dia alla creatura il possesso della felicità infinita e della gloria eterna, se essa non le ha meritate attraverso la prova. La prova consiste proprio nella libertà dell'uomo che sceglie tra il bene e il male. Dunque, necessità del male per la prova. Dio non è l'autore del male: Egli lo permette unica­mente per provare l'uomo. Ma la dottrina della Chiesa sulla grazia che ci assicura che Dio dà sempre all'uomo una grazia sufficiente per resistere al male, ci mostra Dio infinitamente buono, poiché offre alla creatura un soc­corso onnipotente per trionfare nella prova. La dottrina e gli insegnamenti della Chiesa illuminano tutta la questione. Volerla risolvere con la sola filosofia, senza poggiarla alla luce della fede, è voler vagare continuamente nelle tenebre.

 

1904

10 febbraio 1904

Non ho tempo di scrivere, eppure vorrei annotare ciò che mi è stato dato ieri dopo la Comunione. Il Signore mi ha fatto vedere l'estrema com­piacenza d'amore che le tre divine Persone della Santissima Trinità pren­dono nel cuore del prete fervente, generoso, casto e umile.

Dio Padre vede in lui l'immagine più perfetta del Verbo incarnato, un secondo Gesù, tanto simile al primo che quasi non potrebbe distinguerlo. In lui vede uno specchio tersissimo nel quale si riflettono le virtù del suo diletto Figlio. Nella voce del prete sente la voce di Gesù.

Il Verbo vede nel prete un fratello, un amico, un prodotto del suo Cuore, un altro Se stesso per mezzo del quale continua tutte le sue opere e nel quale la sua vita umana, la sua vita di sacerdote e di vittima, è come prolungata nei secoli.

Lo Spirito Santo riconosce in lui il suo tempio particolare, il serbatoio nel quale può versare i suoi doni con la massima abbondanza, lo stru­mento proprio della sua azione sulle anime, e una materia ben preparata per le sue fiamme d'amore.

Mostrandomi questo, Gesù mi dava una spècie di partecipazione al­l'eccesso di compiacenza, al godimento soavissimo della Trinità Santa. Oh! quanto è amato da Dio il prete santo, il prete puro! Se lo sapesse, credo che non ne potrebbe sopportare la dolcezza!

 

17 febbraio 1904

Ieri sera, all'orazione, pensando alla lettera che il Padre mi aveva letta, mi chiedevo se non sarebbe meglio fare così, se il Padre non ne sarebbe più contento, e dissi a Nostro Signore: « Mio Gesù, debbo fare come è detto là? Devo esaminarmi di più, considerare più attentamente le mie imperfezioni? ». Il mio dolcissimo Maestro mi ha risposto: « No, rimani come un piccolo bimbo fra le mie braccia, sul mio Cuore, nelle mani di colui che ti ho dato ».

Poi mi ha fatto comprendere che, quantunque sia un buon mezzo per acquisire l'umiltà e la contrizione il considerare le proprie miserie e debo­lezze e analizzare le proprie azioni, nondimeno per me era meglio non guardare a nulla, non fermarmi a me stessa, ma piuttosto a Nostro Signore. Uno sguardo approfondito su di me potrebbe ostacolare l'azione del­l'Amore in me. Mi sembra che Gesù voglia che io sia un nulla assoluto e che sia Lui a fare tutto. Perciò non bisogna guardare ciò che è nulla, non ci si deve fermare a ciò che non è altro, per così dire, che un acci­dente senza valore.

D'altronde, se mi fermassi anche soltanto un poco a me, non avrei mai il coraggio di fare, dire, scrivere ciò che il Signore vuole, e allora non gli sarei fedele e sarei ancora più miserabile.

 

9 marzo 1904

Tutti i giorni, dopo la Comunione, chiedo al Signore di rivelarmi il suo Cuore, di insegnarmi la sua divina umiltà, di farmi conoscere ciò che devo fare per essere veramente umile, per conoscere a fondo la mia mi­seria. Ieri gli dicevo: « Mio Gesù, come hai potuto, Tu, Sapienza eterna, Scienza infinita, Santità e Purezza somme, essere così umile; e come io, profonda miseria, peccato, ignoranza e debolezza, posso non esserlo? Spiegami questi due misteri! » Egli, se ben ricordo, mi ha risposto pres­sappoco così: « La mia umanità vedeva, per la luce della Divinità che le era unita, l'estrema distanza che vi è fra la creatura uscita dal nulla, e il Creatore, principio e unica sorgente dell'essere. Essa vedeva la subordi­nazione e la dipendenza in cui la poneva il suo stato di creatura. Il con­trasto tra la potenza, la grandezza, la sapienza della Divinità, e la debo­lezza, l'impotenza, la piccolezza proprie della sua natura umana, era così evidente, che una tale vista la teneva in una umiliazione e confusione con­tinua; e mai avrebbe potuto uscirne, perché, essendo la Divinità e l'uma­nità inseparabilmente congiunte, questo confronto e questo contrasto non cessavano mai ».

Ho ancora detto a Gesù: « E io, che cosa debbo fare per diventare umile? » Mi ha risposto: « Più sarai unita a me, meglio comprenderai la tua debolezza e la bassezza della tua estrazione che è il nulla ». « Ma come potrò unirmi così intimamente a Te? » « È l'amore che produce l'unione! » Allora ho detto: « Mio Gesù, il Padre mi ha detto che l'umiltà è la via per andare all'amore, e Tu, mio adorabile Maestro, mi dici che l'unione prodotta dall'amore mi condurrà all'umiltà! Chi dunque debbo credere? » Con estrema dolcezza Gesù mi ha risposto: « Non temere mai che vi possa essere contraddizione fra ciò che ti insegno io direttamente e ciò che ti faccio insegnare dal mio fratello. L'amore e l'umiltà si accre­scono e si perfezionano l'un l'altra in modo ammirabile. La divina Carità, diffusa nell'anima dallo Spirito Santo, la illumina e le fa vedere la neces­sità e la giustizia dell'umiltà; l'umiltà produce nell'anima un aumento d'amore e quest'amore produce a sua volta un annientamento e una umi­liazione ancora maggiori. L'anima, in questo movimento continuo che l'abbassa per l'umiltà e l'innalza per l'amore, si dilata, cresce, s'infiamma e sempre più diventa capace della Divinità ».

 

11 marzo 1904

L'altro ieri avevo notato che Gesù, parlandomi del Padre, l'aveva chiamato « suo fratello » e non suo servo o suo figlio, o con quel termine che usa abitualmente: « Colui che ti ho dato ». Dopo la Comunione, sen­tendo Gesù vicinissimo a me, gli ho chiesto perché avesse usato quel nome. Mi ha risposto: « L'ho chiamato così perché è prete. Il prete è molto più che mio servo. La partecipazione che egli ha al mio Sacerdozio gli conferisce una specie di uguaglianza con me ed egli diventa così il figlio prediletto del Padre e l'oggetto delle sue divine compiacenze ». Allora il Signore mi ha fatto vedere la grandezza del prete in un modo che non riesco a esprimere, poi ha aggiunto: « Voglio che tu ravviva nel mondo il rispetto dovuto al Sacerdozio! » Quando Gesù mi chiede qual­che cosa, la mia volontà si unisce immediatamente alla sua senza mini­mamente riflettere. E’ ciò che feci subito. Dopo, riflettendoci su un poco, ho detto al Signore: « Mio Gesù, perché mi chiedi sempre ciò che Tu sai bene che non posso fare? »

« Altri lo faranno! » mi ha risposto. Allora ho chiuso gli occhi su ogni cosa. Ho adorato Gesù così infinitamente grande e buono, mi sono annien­tata nella mia ignoranza e nella mia debolezza.

Ho bisogno di fare qualche cosa per questo divin Maestro; soffro tanto di non poter fare ciò che Egli desidera; mi do tutta al lavoro, lavoro quanto più posso, in questi giorni, per soffrire. In certi momenti ho il corpo come spezzato. Oh! quanto è bene questo! È qualche cosa che posso donare a Gesù.

 

4 aprile 1904

Avevo passato una Quaresima talmente piena di lavoro esteriore e di disordine, che avevo sete di ritiro e di solitudine; durante questa Set­timana Santa mi sono chiusa in cella quanto più mi è stato possibile, cercando Gesù crocifisso e distogliendomi da tutto il resto. Ho sofferto molto, non tanto fisicamente quanto interiormente. Avevo cominciato a soffrire in tal modo la domenica di Passione, e la sofferenza è andata aumentando fino al Sabato Santo che ho passato interamente sulla croce. In quel giorno, un insopportabile peso sembrava schiacciare la mia anima ed ero in una angoscia indicibile. Mi pareva che tutti i peccati del mondo mi venissero addosso e mi avvolgessero in un vapore deleterio che mi sof­focava. Tuttavia non riuscivo a meditare né sulla passione di Gesù, né sul peccato, su niente. Soltanto dopo la Comunione, sabato, ho avuto un pic­colo momento di sollievo. È stato come un riposo momentaneo, dolcis­simo, sul petto di Gesù. E questo adorabile Maestro mi diceva sottovoce: « Io ti farò soffrire, ti priverò di appoggio e di soccorso, ti sentirai sola nelle difficoltà e nelle afflizioni; l'umiliazione e la sofferenza ti stringe­ranno da ogni parte, ma io sarò con te ». E io sentivo qualcosa di dolce e forte insieme che vivificava la mia anima. Era come un conforto lungo la via del Calvario. Nel rimanente della giornata ho sofferto indicibil­mente.

 

Aprile 1904

Ieri meditavo sulla morte e pensavo che vi sono due specie di morti che mi piacerebbero molto. La prima sarebbe di morire di una qualsiasi malattia nel nostro caro monastero, circondata dalle Sorelle, con accanto il Padre che mi insegna a morire bene, che mi assolve, mi benedice, e che nel momento della morte mi offrirebbe a Gesù come una piccola vittima molto indegna, è vero, ma totalmente offerta e sacrificata per i miei cari preti.

La seconda sarebbe (e questa anche mi piacerebbe, anzi mi piacerebbe ancora di più), la seconda, dico, sarebbe di morire sotto la mannaia, o fucilata in tempo di persecuzione, dopo un duro carcere e in mezzo a una folla che mi coprisse d'ingiurie. Di questa morte, simile a quella del divin Maestro, mi sento assolutamente indegna; ma mi piacerebbe, la desidero, la vorrei per essere come Gesù. Dopo aver considerato queste cose, ho pensato che forse non mi sarà data né l'una né l'altra di queste morti. Al­lora ho fatto a Gesù il sacrificio di tutti questi desideri e ho accettato in antecedenza, e voluto, con tutta la volontà e con tutto il cuore quel genere di morte che Dio vorrà per me. Sì, voglio e amo tutto ciò che tu divin Gesù, vorrai per me; ma con la confidenza del bimbo verso sua madre, ti dico ciò che mi piacerebbe. Mi sarebbe dolce passare dalle mani del Padre nelle tue; sarebbe bello passare dall'ignominia e dall'abbandono di un supplizio alla gioia della tua visione. Ma ciò che mi è più dolce, ciò che soprattutto amo, è abbandonarmi all'Amore Infinito e non vivere altro che di amore, al fine di morire per l'Amore e nell'Amore!

 

17 aprile 1904

Mi era venuta alla mente questa parola di San Paolo: « Tutto è vo­stro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio ». Subito mi furono date queste altre parole: « Dio è di Cristo, Cristo è del prete, e il prete è degli uomini ». Nello stesso tempo mi sono trovata tutta presa in questa consi­derazione e, tratta fuori di me, sono entrata in una soavissima contempla­zione dei misteri d'amore contenuti in quelle parole. Cercherò di notarne qui qualche poco.

« Dio è di Cristo ». Cristo è Dio stesso. Vedevo l'intimo possesso che l'umanità di Gesù ha della Divinità, e viceversa; l'unione sacra, l'abbrac­cio ineffabile che si opera in Gesù fra le sue due nature, la divina e l'umana. Da questo vicendevole possesso nascono quelle meravigliose at­trattive di Cristo, quella grandezza unita a una profonda umiltà, quella giustizia unita alla più tenera bontà, quella forza congiunta ad una instan­cabile pazienza, quella santità somma fatta una con la più compassione­vole misericordia. La luminosa divinità di Cristo, che traspare dal velo della sua umanità, mi appariva dolcemente radiosa; e la sua umanità, trasfigurata dalla luce divina, mi sembrava così bella che tutta la mia anima era attratta verso di Lui e pareva volesse abbandonare il corpo per andare a congiungersi a quella adorabile meraviglia.

« Cristo è del prete ». Cristo si è volontariamente dato a lui. Per mezzo dell'Eucarestia, nel Santo Sacrificio Egli diventa il divino possesso del prete. Tutto Gesù: il suo spirito, la sua dottrina, le sue parole, la sua anima santissima, il suo cuore pieno d'amore, il suo corpo purissimo, la sua divinità, tutto appartiene al prete, che ne può disporre come di un bene proprio, di una sua particolare proprietà. Egli lo prende nelle sue mani, si disseta col suo sangue, si nutre della sua carne e non è solo lui che vive di Gesù, ma ne fa vivere gli altri; non solo può godere del pos­sesso di Gesù, ma può darlo e farlo godere ad altre anime.

Cristo è del prete! Il prete anche è di Cristo, bisogna dunque che vi sia reciprocità. E poiché Cristo si è dato totalmente al prete, nello stesso modo il prete deve essere totalmente di Gesù. Interamente: il suo spirito, il suo cuore, il suo corpo; ossia tutta la sua intelligenza e i suoi pensieri, tutti i suoi affetti e la sua volontà, tutte le sue azioni, tutti i momenti della sua vita. Cristo può dunque disporne con lo stesso potere con cui il prete dispone di Gesù. Perché vi sia uguaglianza, bisogna che il prete, nelle mani di Cristo, sia come la bianca ostia nelle mani del prete. Vedevo quanto c'è di profondo, di divino in questa unione di Cristo con il prete e del prete con Cristo. Non è come l'unione del Verbo con l'umanità di Gesù, ma nondimeno è qualcosa di ben stretto e di ben intimo.

« Il prete è degli uomini ». Egli è il loro possesso come lui è il pos­sesso di Cristo. È loro, dunque non si appartiene più, non può più vivere per sé. Deve essere tutto donato, tutto consacrato agli uomini. La madre non appartiene forse al suo bambino? Non deve essere tutta dedita a lui, e lui non ha forse il diritto a tutti gli aiuti che essa può dargli nella sua debolezza?

 

10 maggio 1904

Da qualche giorno due croci si presentano continuamente davanti a me, egualmente dolorose, egualmente spaventose. La mia natura le re­spinge; mi sento così debole, e poi avrei ancora abbastanza forza e co­raggio per portare la croce del passato? Mio Gesù, Tu ci sei, lo so. Mi abbandono a Te; sì, mi abbandono, ma soffro!

 

20 maggio 1904

Soltanto Gesù conosce gli atti di abbandono che ho fatto ieri! Non ero né turbata né scoraggiata, ma provavo una sofferenza intima, talmente intensa che mi pare non si potrebbe sopportarne una simile per lungo tempo senza morire. Salendo per l'ultima volta in coro, prima ancora che il Padre spirituale avesse proclamato la Madre eletta, il Signore mi disse interiormente, designandomela: « Te la do perché è necessario che tu lavori ancora per i miei preti... » Subito non ho capito ciò che volesse dire. Dopo ho compreso; il Signore mi vuole ancora tutta dedita ai suoi preti, alla sua opera.

 

22 maggio 1904

Poco fa ho avuto un momento di grande debolezza, ho pianto con la Madre come una bambina. Avevo il cuore gonfio. Tu mi perdoni, mio Gesù, non è vero? È così doloroso vedere questi cambiamenti di cuore, questi voltafaccia... e poi avevo pensato che tutte quelle freddezze sareb­bero passate e quando ho visto che tutto ricominciava come prima, tutto questo mi ha spezzato il cuore. Gesù, io perdono tutto, ma soffro. Non voglio avere rancore verso alcuno, né offendermi o adirarmi, ma tutto si trasforma in sofferenza e talvolta la sofferenza si tramuta in lacrime!

Mio Gesù, dammi un po' di coraggio, sono così vile!

 

25 maggio 1904

Ero affranta di corpo e di spirito e me ne stavo là, all'orazione, ai piedi del Signore, adorandolo senza nulla dire né pensare, e il mio pen­siero andò al passato, verso un tempo benedetto ormai lontano. Era il primo anno dopo la mia professione religiosa. La Madre Francesca Ma­tilde era giusta e ferma, ma veramente Madre. La Maestra delle novizie era dolce e pia. Al Noviziato vivevo tutta tranquilla e raccolta sotto i suoi occhi. Avevo collocato in fondo al locale del Noviziato i miei telai per il ricamo, e nel tempo libero dalle ricreazioni e dalle riunioni di dopo vespro, me ne stavo là, silenziosa, stendendo l'oro e la seta sul bel da­masco bianco per rivestire Gesù nei suoi preti. E mentre ricamavo casule e piviali, m'intrattenevo con il mio Salvatore. Componevo dei versi a Gesù, non valevano niente, ma venivano dal cuore e davano un po' di sfogo al mio amore. E quando le suore se ne andavano a dire l'Ufficio e io rimanevo sola in quel grande Noviziato tanto amato, cantavo i miei versi a Gesù, dolcemente, su delle arie che inventavo o di altre che ancora fluttuavano nella mia mente, reminiscenze di qualche melodia di Schubert o dei cantici di Hermann. Com'ero felice allora! Nessuno pensava a invidiarmi; era un riposo, un'oasi dopo le aride agitazioni del mondo e le fratture della separazione... Sì, ero felice; ma forse che adesso non lo sono ancora di più? Sono nel deserto dove soffia il simun e dove la sabbia bru­cia; la sofferenza ha consumato le mie forze e piegato la mia anima; ma mi sento più vicina a Gesù, lo conosco di più. Conosco le sue ineffabili sofferenze, ho sentito passare nel mio cuore le acque fecondanti del­l'Amore Infinito, ho intravisto delle luminosità celesti. Sì, assillata dal lavoro, tirata da tutte le parti, talvolta con il cuore lacerato da intimi dolori e lo spirito stanco e abbattuto, io sono felice. Felice di soffrire con Gesù e per Gesù, felice di cooperare all'opera divina della redenzione; felice soprattutto di amare e di poter testimoniare il mio amore con la sofferenza.

 

5 luglio 1904

Mio dolcissimo Maestro, non sono fedele e sono fiacca e negligente; ecco che da ben lungo tempo non ho più scritto nulla di ciò che Tu mi hai dato. Perdonami, Gesù mio, e metti Tu stesso sotto la mia penna ciò che Tu vuoi che venga annotato.

Dapprima, nel pomeriggio della festa del Sacro Cuore, fui presa da una grande tristezza. Era Gesù che si rattristava per mezzo della mia anima; perché è così che fa, questo Maestro adorato. Poiché ora Egli è immune da sofferenza ed eternamente felice nella sua gloria, e tuttavia vuole, per la salvezza delle anime, prolungare le sue sofferenze e la sua santa Passione, allora si serve del corpo, del cuore, dell'anima di alcune sue creature più amate, e soffre in loro. Mio Dio, quale mistero d'amore!

Dopo essere rimasta per qualche tempo in questo sentimento di pro­fonda tristezza, Gesù venne a me interiormente e mi disse che fra i suoi preti ve n'erano di quelli che lo facevano indicibilmente soffrire. Alcuni - e sono i meno numerosi - non sono abbastanza puri e, se ho ben capito, Gesù diceva: « Essi dicono che vi sono nella natura umana delle neces­sità che Dio non può interdire all'uomo; ma l'uomo ha avuto da Dio il potere di dominare con la forza dello spirito gli istinti della carne, ed in questo sta la sua superiorità. E del resto, il prete non ha forse l'abbon­danza della mia grazia per sostenerlo e la mia carne eucaristica per puri­ficare la sua carne e divinizzarla? » Altri vi sono che feriscono il Cuore del Maestro divino, e sono quelli che non sono dediti né a Dio né alle anime dei loro fratelli. Questi vivono una vita tutta personale, che è l'opposto della vita di Gesù e che non può essere la vita di un sacerdote di Cristo.

Avevo evitato di scrivere tutto questo, perché il Signore mi dà sempre l'impulso di nascondere ad ogni sguardo le debolezze dei suoi preti. Egli non vuole che il mondo le conosca; perché il mondo non sa discernere il giusto dall'ingiusto, e se vede un prete colpevole, tutto il Sacerdozio gli viene a disgusto. Come sono diversi i giudizi del mondo dai giudizi divini! Dio vede degli uomini peccare, ma non per questo tutti gli uomini diven­tano oggetto d'orrore ai suoi occhi; al contrario, quando viene offeso dai peccatori, Dio si rivolge ai suoi fedeli, si china su di essi con amore, cerca conforto in loro, sembra quasi che, da quando i loro fratelli hanno pec­cato, essi gli divengano ancora più cari.

Ho scritto tutto ciò in obbedienza al Padre; di mia volontà non l'avrei fatto, perché qualche volta temo che questi fogli vengano visti, e Gesù non vuole che si dica ciò che Egli deplora nei suoi prediletti.

 

8 luglio 1904

Soffro nella mia anima più di quanto si possa dire; è come un peso spa­ventoso che mi schiaccia e non so che cosa sia. Non è che Gesù sia lon­tano; al contrario, lo sento così vicino e così buono! Ma la sua presenza non m'impedisce di soffrire. Egli è lì, come per aiutarmi, per sostenermi in una sofferenza che vuole che io porti perché necessaria, ma della quale ha però una compassione piena di tenerezza.

 

11 luglio 1904

Alla sofferenza dell'anima, Gesù aggiunge quella del cuore. Quanto sei buono, Maestro mio adorato, che mi unisci così a Te! Non mi aspet­tavo questa pena, non pensavo di trovare da quella parte tanta amarezza...

Sei Tu, mio Gesù, che permetti tutto, Tu che tutto dirigi. Così senza fermarmi alle cause seconde, allo strumento da Te scelto per lacerarmi il cuore, io vengo a Te e bacio la tua mano che mi colpisce. Quanto amo le tue mani, mio Gesù; queste mani divine e pur così umanamente caritate­voli, che guariscono con il loro tocco, che asciugano le nostre lacrime, che medicano le nostre piaghe, che incidono anche e che spogliano, che talvolta spezzano e alle volte accarezzano, ma che sempre operano per il nostro bene. Ti ringrazio, mio dolce Maestro, di farmi soffrire, ne ho così bisogno! Ne ho bisogno per me, per levigare questa natura ancora piena di orgoglio, di sensibilità naturale e di debolezze. Ne ho bisogno per gli altri, per quelli che tu mi hai dato. Ne ho bisogno per Te, mio Gesù, per Te che vorresti poter soffrire ancora e che in noi, tuoi fedeli, compi l'opera della tua dolorosa Passione.

Prendi dunque tutto, Maestro mio: l'anima, il cuore, il corpo. Per­dona le mie debolezze e quell'impulso che a tutta prima vorrebbe respin­gere la tua Croce. Io sono tua; compi dunque in me la tua divina e amo­rosa volontà e non avere riguardi per le lacrime che talora verso.

 

16 luglio 1904

Questa mattina, dopo la Comunione, Gesù mi ha divinamente conso­lata e, benché non abbia potuto capire bene, la sua dolce parola ha forti­ficato e confortato la mia anima. Egli mi ha detto: « Non ti lascerò come un'abbandonata e una madre senza figli, ma ti renderò così feconda che i tuoi figli si conteranno a migliaia ». I miei figli! Molte anime da donare a Gesù! Ma questa è stata forse solo un'illusione del mio cuore... Eppure quella parola ha risuonato all'orecchio della mia anima; e poi sento il cuore così ardente, così maternamente tenero per le anime... Dio lo avrebbe forse fatto così se non avesse avuto il disegno di soddisfarlo un giorno? Sì, queste anime, queste anime sconosciute, io adesso le porto in me nel dolore; a loro dono il sangue del cuore e il meglio della mia vita.

Sarei felice se alla mia morte io potessi partorirle alla vita; la vita, esse già la posseggono, ma io parlo di una vita più abbondante, una vita supe­riore, una vita d'amore, di dedizione, di zelo: la pienezza della vita di Gesù in loro.

 

6 agosto 1904

Non so che cosa sia. Ecco che già per la seconda volta rivedo inte­riormente quella piccola casa nascente della Visitazione che ho già visto una volta. La prima volta è stata, mi pare, all'inizio di luglio. Oggi di nuovo la stessa cosa mentre mi trovavo davanti al SS. Sacramento. Una casa molto umile, molto povera. Mio Dio, che cosa è dunque, un'illusione forse? Forse, in un momento come questo in cui tutto perisce, tutto viene disperso? Oppure è una figura, un'immagine di qualche cosa di cui non comprendo il significato?

 

4 settembre 1904

Durante questo viaggio sono passata molto semplicemente da una cosa all'altra con un sentimento interiore dolce e tranquillo di unione a Gesù. Non avevo molto tempo per pregare: quasi sempre dovevo omettere i miei ordinari esercizi di pietà a motivo della necessità delle cose da sbrigare o dei doveri di carità e cordialità.

Alla Consolata, alla Santa Sindone, al Corpus Domini, durante i troppo brevi istanti in cui ho potuto fermarmi a pregare, avevo dato il mio cuore a Gesù, a Maria, la nostra Madre Immacolata, e con slancio ardente avevo raccomandato i miei preti, l'Opera, il Padre e i suoi lavori, la comunità, ecc... Per il rimanente del tempo non parlavo, ed anche Gesù taceva, ma lo sentivo presente, ad occuparsi di tutto, a vegliare su tutto.

La Madre mi aveva detto di rendermi conto di tutto ciò che vedevo e di non fare alcuna mortificazione durante questo viaggio. Ho rinunciato al desiderio che avevo avuto di offrire al divin Maestro qualche piccola mortificazione per i miei preti, consistenti nel non guardare durante il viaggio se non all'indispensabile, e sono entrata semplicemente nelle ve­dute dell'obbedienza. Ho benedetto Dio di quel piccolo momento di sol­lievo dato al mio corpo stanco, l'ho accettato dalla sua mano adorabile e ne ho approfittato con gioia e gratitudine.

La bellezza dei luoghi, la meravigliosa vastità dei paesaggi alpini, quelle alte cime coperte di neve scintillanti sotto i raggi del sole di ago­sto, quelle cascate che rimbalzavano di masso in masso, quelle strette gole in cui rumoreggiavano i torrenti, quelle opere gigantesche che testi­moniano l'industria dell'uomo... e poi quelle grandi pianure della valle del Po, quelle risaie dove ondeggiavano a perdita d'occhio le spighe ma­ture... Tutto elevava il mio cuore a Dio, al divino Creatore di quelle mera­viglie, e la mia anima cantava senza parole un cantico di adorazione e di lode alla divina Potenza e all'Amore Infinito.

A Moncestino, la splendida vista che si stendeva sotto i miei occhi mi rapiva. La catena delle Alpi, coronata dai suoi bianchi ghiacciai, sfavil­lava al sole del mattino; lontano, verdi colline si stendevano a terrazze e venivano a morire dolcemente sulle rive del fiume che si snodava nella pianura simile ad un nastro d'argento. Nei momenti liberi andavo nel parco tutta sola a disegnare il vecchio torrione, o a passeggiare per i viali senza far nulla, respirando quell'aria viva e pura che spirava per ogni dove, e mi pareva che una nuova vita penetrasse in me e mi rigenerasse il sangue.

Qualche volta dicevo a Gesù: « Questi pochi giorni di libertà li prendo perché la tua bontà me li dona; del resto serviranno soltanto a farmi sentire maggiormente i sacrifici quotidiani che tu mi permetterai di offrirti ».

Mi si trovava allora il viso più colorito e l'andatura più spedita. Era normale: la natura ha bisogno di libertà e di aria pura; il corpo vive di tutte queste gioie legittime che costituiscono la materia dei nostri sacrifici di ogni giorno. Al contrario le privazioni, la continua lotta contro i moti e gli istinti della natura, il lento martirio della vita claustrale, lo fanno de­perire e lo conducono alla morte. Ma che cosa importa, non è la natura che deve vivere in noi; essa è destinata presto o tardi a scomparire. Che importa allora se il corpo cede e il sangue s'impoverisce, quando l'anima si purifica e si eleva, e quando Gesù, il divino Martire del Calvario, trova dei consolatori nella sua via dolorosa, e degli umili continuatori della sua opera di redenzione!

Avevamo ripreso la via della nostra cara Francia, lontano dalla quale eravamo andate a cercare un poco di sicurezza e di pace. Ero felice di andare a pregare sulla tomba dei nostri santi Fondatori; ma da un punto di vista naturale mi costava entrare in quel monastero benedetto. Ero stata preceduta - e lo sapevo - da una fama ben poco favorevole.

Appena entrata nel monastero mi sentii penetrata da un'immensa pace, da un sentimento di sicurezza tranquilla e di riposo sicuro, come talvolta ne ho fatto la beata esperienza dopo la Comunione, o quando incontro il Padre, o nel momento di qualche grazia particolare da parte di Gesù. Lo sguardo fisso, profondo, investigatore della Madre de Viry che non mi la­sciava quasi mai, non mi metteva affatto a disagio; un qualcosa di dolcis­simo mi riempiva l'anima; in quella cara casa mi sentivo a mio agio, sentivo su di me come una benedizione paterna che mi aleggiava intorno. Questo sentimento era particolarmente intenso quando mi trovavo presso le sante urne. Raccomandai i miei preti, l'Opera; nelle mani venerabili e nei cuori così puri dei nostri santi Fondatori deposi quel vincolo spirituale così forte, così stretto - e così opera esclusiva di Nostro Signore! - che unisce la mia anima all'anima del Padre. Rimasi appena dieci minuti presso quelle benedette spoglie; fu necessario partire, ma benché mi fosse mancato il tempo di vedere tanti santi ricordi, cari al mio cuore di Visi­tandina, pure partii senza rimpianto. Portavo nel cuore come una certezza datami dai nostri santi Fondatori che non mi ero allontanata in nulla dalla via che essi avevano tracciata, ed insieme un incoraggiamento a lavorare per i preti, in una unione santa, fiduciosa e pura, con colui che Gesù mi ha dato. Mi sentivo protetta e benedetta, e quando, sulla soglia della porta, la Madre de Viry, stringendomi fra le braccia, mi sussurrò all'orecchio con voce commossa: « Pregherà per noi, non è vero? » mi sentii perdonata.

 

Mercoledì 12 settembre 1904

Questa mattina Gesù mi ha detto: « Abbi fiducia! » Sì, ho fiducia nel tuo amore, mio Gesù, Cristo amatissimo; soffro indicibilmente, ma mi abbandono a Te nell'attesa e nella pace. Mi sembra di avere nel pro­fondo dell'anima il sentimento intimo, vivo, che sei proprio Tu, Tu che mi hai donata per i tuoi preti, Tu che vuoi quest'Opera; e che è il Padre colui che la deve fondare. Il Padre, Tu l'hai segnato per questo scopo; e quando Tu hai impresso nella sua anima quel primo sentimento di dedi­zione al tuo Sacerdozio; quando gli hai mostrato che quella era la sua strada; quando, ogni volta che ha avuto modo di occuparsi dei tuoi preti, Tu gli hai fatto sentire nel cuore degli ineffabili sussulti di gioia; quando, ricevendo la mia anima dalla tua mano divina, pensò che non era senza un misterioso disegno che Tu gliel'affidavi; quando un giorno, ai piedi del tabernacolo, hai investito la sua anima di una indicibile emozione, lascandogli intravvedere qualcosa delle tue adorabili volontà, non era forse, o Signore, un segno che Tu lo destinavi a quest'Opera?

E’ vero, io potrei ingannarmi, io che non sono altro che fango e pec­cato; potrei lasciarmi cogliere alla sprovvista, io che non sono che igno­ranza e debolezza; ma lui!

Lui è anche un uomo, soggetto a sbagliare, lo so; può anche commet­tere degli errori e lasciarsi sorprendere. Ma tuttavia, mio dolce Maestro, noi ti amiamo, sia lui che io; non desideriamo altro che la tua gloria. Avresti dunque permesso che noi fossimo nell'errore? O divino Gesù, se anche Tu l'avessi permesso, ebbene senza dubbio questo sarebbe an­cora per la tua gloria!

 

21 settembre 1904

Avevo sete di solitudine, di silenzio; avrei voluto rinchiudermi da qualche parte con Gesù solo e non vedere che Lui, non ascoltare che Lui; tutto il resto mi disgusta. Le lotte, le vane agitazioni del mondo; quelle passioni umane sempre in azione, che mi perseguitano perfino nel chio­stro; quella moltitudine di meschinità che consumano; quei piccoli inte­ressi da nulla per i quali ognuno combatte; quella miseria terrena che si attacca a tutto come una polvere e che appanna tutto; quello sforzo con­tinuo, proprio del nostro tempo, che spinge ogni essere a innalzarsi al di sopra degli altri schiacciandoli; quella folla di piccole e grandi invenzioni che tendono a distruggere, a rovesciare, non a costruire e a consolidare... tutto questo mi affatica e mi prostra. La mia anima stanca aspira a Dio, l'Eterno, l'Immutabile; il mio cuore sospira a Gesù, il solo Buono, il solo Puro, il solo Giusto.

Questa mattina, durante la Messa, dicevo a Gesù la mia stanchezza; lo supplicavo di condurmi in qualche luogo, in una solitudine profonda dove mi fosse possibile intrattenermi sola a sola con Lui. Dopo la Comu­nione, malgrado la mia indegnità, Egli si è manifestato alla mia anima. Mi ha detto: « Quando tu e il Padre vi sarete completamente donati al­l'amore con la consacrazione che ti ho chiesto, non sarà più soltanto sul mio cuore che vi attirerò, sarà nel mio cuore stesso che vi farò penetrare. Vi introdurrò in una dimora misteriosa che voi non conoscete ancora. In essa sarete illuminati da una viva luce sul nulla del vostro essere e del vostro agire. Elevati al di sopra di ciò che è sensibile, comprenderete dei misteri d'amore che ora ignorate. Vedrete che io sono tutto in ogni cosa e tutto in voi. Il dolore vi potrà colpire, ma nella sofferenza conoscerete una pienezza di pace che non avete ancora mai gustata ».

 

Settembre 1904

M'era venuto il pensiero che forse quest'Opera non sarebbe stata ap­provata, che nella Chiesa la si sarebbe vista come una novità e una cosa superflua. Per quanto vi siano state a volte delle opere che riunivano in associazione un certo numero di preti, pure mi sembrava che non era mai esistita un'opera universale che unisse tutti i preti fra loro per le sole opere sacerdotali. E avendone parlato a Gesù, Egli mi fece vedere che questo spirito di famiglia capace di unire i suoi preti fra di loro era esistito fin dai primordi della Chiesa; Egli stesso, invece di farli lavorare separata­mente nelle varie province della Giudea, li riuniva sempre tutti intorno a Sé; che dopo la sua Ascensione aveva ordinato loro di rimanere uniti nel Cenacolo; che dopo la discesa dello Spirito Santo essi si erano dispersi, è vero, per le necessità dell'apostolato, ma che, man mano andavano for­mandosi le nuove comunità cristiane, i preti preposti alla loro guida rima­nevano strettamente uniti fra di loro. Nella Chiesa primitiva i preti si riu­nivano intorno al loro vescovo, vivevano, per quanto era loro possibile, nella sua stessa casa formando con lui una sola famiglia di cui egli era il padre; e non soltanto i preti, ma anche gli altri ordini minori del Sacer­dozio restavano così uniti.

Lo spirito del mondo che cerca incessantemente di rompere i legami della Carità per poter più facilmente distruggere, ha portato a poco a poco ad un grande isolamento; lo spirito di famiglia è in parte scomparso; non è più vivo nel Corpo Sacerdotale come lo era nei primi tempi della Chiesa. Ed è ciò che Gesù vuole rianimare. Egli vorrebbe che questo spirito di unione esistesse fra tutti i fedeli, ma innanzitutto lo vuol veder regnare nel suo Sacerdozio. L'Opera ha appunto questo scopo. Essa servirà, dice Gesù, a far circolare in tutto il Corpo Sacerdotale uno stesso spirito, a consolidare una più completa uniformità di vedute, un più adeguato mo­vimento d'azione.

Attraverso quest'Opera che, essendo alle dirette dipendenze del Papa, da lui solo riceverebbe il movimento e la vita, il Sacerdozio diventerebbe come una immensa catena che circonda e unisce fra loro le anime cri­stiane, custodendole contro l'errore, difendendole dal male, proteggendole dallo spirito malvagio che le insidia.

 

28 settembre 1904

Non so che cos'è, ma in questo pomeriggio ho sentito di nuovo quel dolore al cuore, in modo acutissimo. Era più di un anno che non lo sen­tivo più così forte; era come una lama che mi trapassava il cuore, ed ogni movimento, ogni respiro mi faceva soffrire atrocemente. L'ho ancora ades­so, ma è meno violento; del resto non provo né oppressione né malessere. Sento la mia anima come fosse attirata interiormente in un profondo rac­coglimento. Mi sento bene e tuttavia soffro in un modo che non posso esprimere.

Qualcosa di dolcissimo avvolge la mia anima, e vedo, cioè no, non vedo nulla, ma ho il sentimento profondo che Gesù fa per i suoi preti, per il Padre, delle cose meravigliose.

All'orazione di poco fa, non riuscivo a meditare: soffrivo dolcemente vicino a Gesù. Gli ho chiesto perché mai mi avesse data al Padre per i preti, mi sembrava che il Padre avrebbe potuto benissimo fare tutto da solo.

Gesù mi ha fatto conoscere che il prete, per il suo carattere sacerdo­tale, è elevato ad uno stato particolarmente perfetto, e che deve perciò avere in se stesso tutto ciò che di buono si trova nelle altre creature. Così deve avere tutti gli ardimenti e le energie dell'uomo, tutto il suo vigore di azione, la potenza intellettuale, la forza d'animo, la virilità morale, ed insieme tutta la dolcezza, tenerezza, delicatezza della donna, la sua dedi­zione senza calcoli, la sua sensibilità di cuore, la sua bontà conquista­trice, le sue caste riservatezze. Per questo Gesù ha voluto che, nell'opera di santificazione del prete, un'anima di donna portasse la sua umile coo­perazione.

 

8 ottobre 1904

Ieri ho passato quasi tutta la giornata di ritiro davanti al SS. Sacra­mento. Quanto ho sofferto! Supplicavo Gesù insistentemente, piangendo, di illuminare il Padre, di dissipare i suoi dubbi, di manifestargli chiara­mente la sua volontà. Mi annientavo ai piedi del divin Maestro, e pro­strata con la faccia per terra, gli dicevo: « Io sono il nulla, la miseria, il peccato; umiliami, spezzami se così ti piace, io non merito altro, ma illuminalo, aiutalo, ti supplico! »

Ad un certo momento ho pensato: poiché il Padre dice che mi in­ganno può darsi che io mi sia sempre ingannata, che abbia creduto prove­niente da Te, mio Dio, ciò che non lo era affatto; se così fosse, oh! non permettere che io inganni gli altri; preferisco piuttosto che tutte le crea­ture mi abbandonino, che il Padre stesso mi abbandoni, ma Tu, mio Dio, Tu, mio Maestro, mio divino Gesù, non mi abbandonare!

Che martirio! Eppure sentivo in fondo all'anima una certezza sempre più forte che Gesù voleva quest'Opera e che la voleva per mezzo del Padre. Questa certezza interiore, questa impressione di una volontà che mi sembrava essere di Dio, raddoppiava la mia sofferenza. Ero schiac­ciata sotto il peso di questa conoscenza e di questa luce perché mi sentivo sola a portarla. Sì, il mio martirio era questo: avere un'impressione così forte della volontà del Signore riguardo a quest'Opera, e vedere la mia assoluta impotenza a trasmetterla al Padre. Solo Gesù può sapere ciò che ho sofferto e che ancora soffro. Tuttavia la mia anima non provava alcun turbamento; nient'altro che una sofferenza immensa, profonda come il mare, un'agonia di morte...

E sempre qualcosa di fermo, di invariabile circa l'Opera! Ieri sera, affranta dal dolore, mi sono infine addormentata. Questa mattina, sve­gliandomi, prima ancora di avere aperto gli occhi del tutto ho sentito la presenza di Gesù. Era là e mi diceva: « Ciò che ho benedetto, lo bene­dirò ancora; ciò che ho incominciato, lo condurrò a termine ».

Non ha aggiunto altro. Mentre mi vestivo, vidi in fondo all'anima - come, non saprei dirlo - vidi l'Opera iniziata; già vi aderiva un certo numero di preti; e poi ben presto come un nuovo sviluppo dell'Opera, una fase di sofferenze e di lotte, ma anche di accrescimento e di diffu­sione.

Questa percezione è stata per la mia anima come un raggio divino di pace, di gioia, di riposo. Dopo, ho ricominciato a soffrire, perché il Padre, per andare avanti, chiede qualche visione straordinaria e Gesù non la vuole dare.

O Gesù! Gesù! io abbandono tutto a Te; ciò che hai iniziato, condu­cilo a termine.

 

9 ottobre 1904, domenica

Padre, poco fa, durante la Messa, ho pregato molto; ho supplicato il Signore di illuminarla, di farle conoscere la sua adorabile volontà, unico desiderio delle nostre anime, e di farcela realizzare; ed ecco ciò che le voglio dire: se, per incominciare quest'Opera, se, per dedicarsi ad essa nel modo che mi è stato mostrato, lei dovesse in qualunque modo man­care allo spirito della sua Regola; se dovesse allontanarsi dall'obbedienza, o anche solamente andare contro i desideri dei suoi superiori, non lo fac­cia, Padre. Se questo dovesse indurla a commettere una mancanza o anche una sola imperfezione, senza alcun dubbio Gesù non lo vuole da lei. Mi sarei ingannata; allora le dico: non mi ascolti.

Per nulla al mondo voglio essere per lei un'occasione di caduta e farla venir meno ai doveri della sua professione religiosa. Io non conosco le costituzioni del suo Ordine; non so che cosa pensano i suoi Superiori; non posso dirle nulla. Ma ciò che so è che per noi religiosi la luce è nella nostra fedeltà a seguire la via tracciata dai nostri Fondatori e nell'obbe­dienza.

Se dunque, per fare ciò che le chiedo, per entrare nei disegni che le comunico, lei dovesse allontanarsi da questa via, la supplico, Padre, non lo faccia. Piuttosto mi lasci. Meglio che mi perda io sola che lei insieme con me. Mi lasci, Padre, e se è necessario non mi riveda mai più!

Se non dovessi più rivederla, preghi però per me.

 

10 ottobre, ore 5,30

Poco fa, all'orazione, ho chiesto al Signore ciò che si doveva fare per la donazione all'Amore. Mi ha detto: « Deve essere fatta sotto forma di sacrificio, offrendovi in olocausto per essere consumati nel fuoco del­l'amore, affinché questo stesso amore si propaghi al mondo e infiammi le anime ».

Mi sembra anche che Egli mi abbia fatto vedere che sarà il Padre stesso a comporre la formula di questa donazione, che io vi aggiungerò qualche cosa e che, quando ci saremo interamente donati all'Amore, que­sto Amore Infinito spanderà nelle nostre anime nuove luci, insegnandoci a fare l'opera dell'Amore.

 

18 ottobre 1904

Poco fa, al termine dell'orazione, la mia anima ha inteso la voce di Gesù, il mio divin Maestro. Mi ha detto: « Voglio imprimere il mio Cuore sul cuore del mio Sacerdozio, ed è per mezzo tuo che farò questo ». Que­sta parola ha provocato in me un profondo raccoglimento; mi sono sen­tita tutta ritirata in me stessa insieme al Signore. Poiché stava iniziando l'ora di Prima, dovetti fare uno sforzo per recitare le preghiere d'obbligo; le ho dette pensando che più tardi mi sarebbe mancato il tempo per farlo. Sono salita adesso in cella per scrivere queste righe prima della Messa.

... All'inizio della Messa, ho detto al mio Salvatore: « Mio Signore Gesù, che cosa posso fare per obbedirti? Io sono così misera, ed ecco che ora colui che tu mi hai dato resiste ai tuoi desideri ». Il Signore mi ha risposto: « Non temere nulla delle sue resistenze, io sono il padrone del suo cuore e lo piego alla mia volontà. Trasmettigli fedelmente tutto ciò che ti darò. Sto per darti ancora molto per i miei preti ». Ha poi ag­giunto: « Sii umile, fedele e mortificata, e farai la mia Opera ». Per tutto il resto della Messa, e ancora adesso, sento quel raccoglimento profondo dell'intimo dell'anima e quella disposizione di attesa che avevo tre o quattro anni fa, al tempo delle prime comunicazioni di Gesù sui suoi preti. O dolce Maestro, insegnami a fare la tua volontà!

 

3 novembre 1904

Pregavo per le anime del Purgatorio e avevo un desiderio grande di liberare con le mie preghiere unite ai meriti infiniti di Cristo, le anime che sono più care al suo Cuore, quelle che Egli più desidera di vedere presto nella gloria.

Mi pare che una voce interiore mi dicesse: « Prega dunque per le anime dei preti ». Non avevo ancora pensato a queste anime trattenute nel Purgatorio.

Vidi che ce n'erano molte in quel luogo di espiazione e purificazione, e seppi che il maggior numero di esse era là per aver mancato di dedi­zione alla Chiesa e di amore per le anime. Questi privilegiati del Signore si trovano in Purgatorio non tanto per le negligenze avute nel diretto ser­vizio di Dio, quanto piuttosto, e molto più, per la mancanza di zelo e di amore per la Chiesa e le anime. Ma il Signore ha un desiderio immenso di vederle uscire da quel luogo.

Alla mia domanda perché Dio rimproverasse così spesso ai preti questa mancanza di zelo e di amore, mi fu data questa spiegazione: se un uomo abbandona la sua sposa fedele e casta, se rifiuta ai suoi figli il nutrimento che è loro necessario, forse che non è colpevole? Il prete è unito alla Chiesa come uno sposo è unito alla sua sposa, sposa fedelissima e sommamente pura; se quindi egli non si occupa dei suoi interessi, se è indifferente alle sue sofferenze e alle sue gioie; se, pur senza rivoltarglisi contro, non si preoccupa né della sua gloria, né del suo mantenimento, né del suo sviluppo; se lascia le anime di cui è stato costituito padre, senza dar loro il nutrimento spirituale di verità e di amore di cui hanno bisogno per vivere, per svilupparsi e per crescere, non commette forse una grande mancanza?

Tutte le preghiere che farò durante questo mese, le offrirò per le anime dei preti.

Oh! come vorrei che alla fine di questo mese Gesù accogliesse in cielo e stringesse sul suo Cuore un grande numero di queste anime sacerdotali che tanto ama!

 

6 novembre 1904

Ieri, al termine dell'Assemblea, una delle nostre suore mi disse brusca­mente: « E’ lei, sorella, che ha composto quella preghiera per i preti? » Ho avuto una violenta emozione; credo di essere diventata pallidissima; per fortuna era già l'imbrunire e si vedeva poco. Ho risposto molto tranquillamente: « Mi si attribuiscono tante cose bizzarre, che si può mettere anche questo sul mio conto ». In quel momento suonava Compieta e mi sono affrettata ad andare in coro.

Soffrivo, ho talmente paura che si venga a sapere quello e il resto... Ho supplicato Gesù di non permetterlo, soprattutto nella comunità. E poi, ecco, questo dolce Maestro si è impossessato così fortemente della mia anima, che mi sembrava che essa non fosse più nel corpo ma che fosse andata a unirsi a Dio, e che il mio cuore la volesse raggiungere; era come se il cuore facesse degli sforzi per uscire dal petto per andare an­ch'esso a unirsi al Cuore divino di Cristo.

Mi sembrava di amarlo, questo adorabile Salvatore, e avrei voluto morire di quell'amore e in quell'amore, e che mai più si fosse parlato di me su questa terra. Dal mattino non avevo più avuto un solo minuto per raccogliermi: avevo avuto tre conversazioni di affari, di contabilità e di lavori; per più di un'ora avevo studiato l'italiano e scritto due lettere per il lavoro; per far piacere ad una suora avevo passato tra quarti d'ora a fare ricerche nell'indice di un grosso volume in quarto; avevo dovuto pre­parare precipitosamente due cartoline che erano state richieste... E inoltre avevo fatto preparare una cassa e passato più di un'ora a spiegare a di­verse suore come fare certi lavori.

Di tanto in tanto, in mezzo a tutta quella confusione e a non poche contrarietà, avevo innalzato il cuore a Gesù e avevo cercato di fare ogni cosa per suo amore procurando di non mancare troppo di dolcezza e di pazienza. Ebbene, questo adorato Maestro aveva visto tutto; il suo Cuore sembrava quasi essersi divertito a vedermi tutta presa dalla fretta e dal lavoro, e quei pochi slanci di pensiero verso di Lui, in mezzo a quella valanga di affari, gli erano stati forse più graditi di un raccoglimento più completo esercitato in una vita più calma. Per questo la sera mi attirava a Sé con tanto amore.

O Gesù Amore, quanto poco ci vuole per toccare il tuo Cuore così tenero e ardente!

 

28 novembre 1904

In questa settimana ero in cattive disposizioni. Ero stanca di soffrire; vedevo una croce succedersi ad un'altra croce e fermandomi più al senti­mento della sofferenza che all'Amore Infinito di Gesù che me la mandava, non l'ho accolta con la generosità e la gioia soprannaturale che questo dono d'amore reclamava.

Mi sono lamentata con Gesù; gli ho detto una cosa che non avrei dovuto nemmeno pensare. Facevo la Via Crucis, e alla seconda stazione, vedendolo caricato della croce, gli ho detto: « Lo so, Tu hai tanto sof­ferto; la tua croce era ben pesante; hai sofferto trentatré anni, se non sempre nel corpo, certamente nel cuore e nell'anima; sì, trentatré anni... e io, ecco, sono trentasei anni che soffro! »

Oh! dopo, come ho chiesto perdono a Gesù di aver osato paragonare le mie povere piccole sofferenze ai suoi dolori! Ho pianto a lungo ai suoi piedi per essere stata così cattiva, così poco coraggiosa. Per parecchi giorni Egli mi ha lasciata nel sentimento intenso di un dolore d'anima inesprimibile. Poi mi ha fatto sentire di nuovo la sua presenza. Mi ha fatto vedere che non mi ero ancora liberata abbastanza di me stessa, e che ero caduta in questa mancanza dopo aver commesso molte altre mancanze interiori, non sopportando con sufficiente pace, dolcezza e carità certi comportamenti a mio riguardo un po' penosi.

Ho promesso a questo Salvatore così buono e misericordioso di passar sopra a tutto ciò, di essere dolce, tollerante, umile in simili occasioni e di non lamentarmi più di niente.

 

22 dicembre 1904

O Gesù, mio dolce Maestro, ti voglio benedire e ringraziare. La tua mano dolcissima mi è larga di sofferenze e di umiliazioni, ed è proprio ciò che mi occorre.

È il pane divino che conviene alla mia anima, pane salutare quasi quanto quello eucaristico. Ne sento l'amarezza, è vero, e la mia natura lo respinge; tuttavia dammelo, mio dolce Maestro; la mia anima lo desi­dera, e non soltanto lo accetto, ma te lo chiedo.

Da quattro anni, da quando cioè mi hai manifestato in modo più parti­colare le ricchezze del tuo Cuore adorato, Tu mi hai fatto trovare una nuova sorgente di sofferenze e di umiliazioni.

Io amo la comunità, questa famiglia così cara al tuo Cuore; sono con­tenta di spendermi per lei, di lavorare per lei, per il suo bene, per la sua conservazione, per la sua prosperità. Ebbene, Tu permetti che tutto ciò che faccio a questo scopo mi sia causa di sofferenza. Tutto ciò che faccio per lei mi attira la censura e il biasimo. So bene che il biasimo mi è dovuto, e ti ringrazio di mandarmelo; pur tuttavia il mio cuore soffre e questa notte, in un momento di debolezza, ti ho detto, o Gesù: « Ma dunque tu non vuoi che io mi dedichi a questa cara famiglia? Debbo dunque chiudermi egoisticamente in me stessa, senza per nulla preoccu­parmi del bene comune? »

E la tua voce, voce tanto amata, mi ha risposto: « No, dedicati ancora ad essa e ama la tua sofferenza; anch'io mi sono dato totalmente; sono venuto a portare la luce, il perdono, la salvezza all'umanità, e l'uma­nità per ricompensa mi ha dato biasimo, disprezzo e persecuzione ». O Gesù Amore, camminare nella tua via, donare tutto ciò che si ha: intel­ligenza, cuore, forze del corpo, e non raccogliere che indifferenza, confu­sione, dolore; questo è bene, questo è divino!

In ginocchio dovrei baciare la tua mano, Maestro mio, che mi presenti queste sofferenze; al contrario, la mia natura inferma e orgogliosa ne ri­sente dolorosamente.

Perdonami, Gesù mio, perdonami di essere ancora così sensibile al biasimo e così vile davanti alla sofferenza.

Mi sono donata a Te come una piccola vittima povera e indegna, per essere sacrificata dall'Amore e per la gloria del tuo Amore, e quando Tu, Gesù Amore, divin Sacerdote, operi l'immolazione, ecco che gemo sotto la tua mano e cerco di respingerla. Perdonami, mio divino Sacrifi­catore, fortificami, illuminami, sacrificami con la tua mano divina sul­l'altare del tuo Cuore.

 

24 dicembre 1904

Poiché la dolcissima veglia di Natale mi permette qualche istante di libertà, annoterò alcuni lumi che il mio adorabile Maestro mi ha dato durante queste feste sulla gloria della sua Madre Immacolata.

Tutta la giornata dell'8 è stata segnata dalla sofferenza; durante la notte il malessere aumentò, mi mancava il respiro: Gesù mi dava un poco della sua croce. Al mattino fui trasportata all'infermeria e dovetti pas­sare nella sofferenza i pochi giorni che ci separavano dalla solennità del giubileo, ed anche il giorno stesso e quello dopo. Quando le soffocazioni e la violenza dei rimedi mi davano un po' di tregua, Tu, mio dolcissimo Maestro, mi hai permesso di elevarmi a Te con il pensiero, di penetrare - per mezzo di una specie di vista semplicissima - nelle gioie del tuo cielo. Mi sembrava di vedere la gloria della tua Madre Immacolata e mi pareva che, per accrescere ancora di più il suo trionfo in questo cinquan­tesimo anniversario della proclamazione del dogma della sua Immacolata Concezione, Tu la rivestissi di un manto regale e la proclamassi di nuovo Regina del Sacerdozio. E mi facesti conoscere che questa Vergine incom­parabile era sacerdote, il primo dei sacerdoti dopo di Te. Allora tutta la vita di Maria mi si svolse dinanzi, nelle fasi successive di una vita sacer­dotale.

Quando la Vergine benedetta, ancora piccina, faceva al Padre celeste l'offerta della sua verginità, essa compiva il passo decisivo del suddiaconato, offriva all'Amore, nel primo fiore della sua innocenza, un primo sacrificio di se stessa. Quando lasciava il tempio e, rinnovando il suo voto di castità, andava a vivere nel mondo affidandosi a Giuseppe sotto la bene­dizione di Dio, faceva un nuovo passo, il passo del diaconato, che l'avvi­cinava ancor più al suo sacerdozio.

Nel giorno dell'Incarnazione, in cui lo Spirito Santo sopravvenne in lei, l'Amore la ricolmò della sua virtù fecondatrice ed essa ricevette, per la divina unzione, il carattere sublime di Madre di Dio; così il prete, nel giorno della sua definitiva consacrazione, viene segnato dallo Spirito d'Amore con il carattere sacerdotale, divino e indelebile.

In quel giorno la Vergine Immacolata divenne sacerdote; come i preti, ricevette il potere di sacrificare Gesù, il diritto di toccare il suo sacro Corpo, il dovere di mostrarlo al mondo, di donarlo alle anime. Come il prete, ricevette la missione di rilevare la Verità, di perdonare ai pecca­tori, non per virtù propria, ma per la sua potenza sul Cuore del Figlio; ebbe la missione di consolare quelli che soffrono, di offrire il sacrificio di Gesù e di sacrificarsi con Lui; di essere infine un vincolo vivente - fatto di tenerezza misericordiosa - fra il Cuore di Dio e il cuore dell'uomo.

Come il prete che nel giorno dell'ordinazione non offre da solo il sacri­ficio, ma celebra con le mani e il soccorso di colui che lo consacra, così Maria, nel momento dell'Incarnazione, non agì da sola e per propria capa­cità: in quella prima ora essa sacrificò per l'azione stessa della Trinità.

Poi, per nove mesi, rimase nella contemplazione dei misteri del­l'Amore, preparandosi così alla sua prima oblazione.

Gesù venne al mondo; nel momento stesso in cui per la prima volta divenne visibile ai suoi occhi, essa lo prese nelle sue mani verginali e alzandolo verso il Padre celeste, offrì lei stessa il suo primo sacrificio. Oh! quella prima messa di Maria nel silenzio della stalla, in quella notte se­rena in cui gli Angeli cantavano il Gloria! Chi mai ne potrebbe compren­dere l'immensa grandezza e l'ineffabile soavità? Chi potrebbe comprendere il prezzo infinito di quel sacrificio la cui vittima fragile e delicata era lo stesso Verbo fatto carne, l'Amore Incarnato, ed il cui sacrificatore vergi­nale aveva le mani così pure, il cuore così ardente, l'anima così elevata e così vicina a Dio?

Tutti i giorni, nell'ora del sacrificio del mattino, la Vergine-sacerdote, l'Immacolata, prendeva così il divino Agnello nelle sue mani innocenti e lo elevava verso il cielo come una divina oblazione. E quando Gesù, fatto adulto, non poteva più essere elevato così dalle sue mani, essa lo attirava sul suo cuore e in un casto e materno abbraccio offriva al Padre quell'ostia d'amore, posta sulla patena d'oro del suo cuore di Vergine.

Dopo trent'anni di quel sacrificio giornaliero, la Vergine Maria seguì il suo divin Figlio nella sua vita di apostolo...

(Note diverse scritte a matita sullo stesso foglio da suor Luisa Margherita) 1. La necessità del regno di Cristo, bisogno di unità di pensiero. Con­flagrazione generale di idee, incertezze; tutti i punti attaccati, difficoltà per trovare la diritta via; oscurità che viene dalla confusione d'idee. Ap­pello alla luce. Cristo sola vera Luce, Luce completa che sola può illumi­nare tutti i punti.

Cristo deve regnare perché è Dio. Divinità di Gesù. Due prove. È stato annunziato e predetto 300 anni prima... Ciò che Egli ha predetto e annunziato, dopo si è realizzato. Ancora due prove. Debolezza di mezzi, grandezza di risultati; Cristo deve regnare perché è perfetto uomo. Perfe­zione dell'umanità di Gesù. Sapienza, prudenza, forza, dolcezza, giusti­zia. Cristo Legislatore, Maestro, Padre.

2. Egli vuole regnare per mezzo dell'Amore.

Per stabilire il suo regno ha bisogno di agire Lui stesso e anche per mezzo di intermediari, sia direttamente sul mondo delle anime come anche indirettamente per mezzo dell'azione di coloro che Egli ha predestinato per stabilire, conservare, sviluppare il suo regno di amore: il Sacerdozio, i fedeli.

Da venti secoli lotte incessanti per stabilire questo regno. Alternanza di vittorie e di sconfitte; situazione presente.

Stato dell'attuale campo di battaglia. Lotta infuocata, disperata, dei nemici di Cristo; stanchezza, scoraggiamento di una parte delle truppe. Corpi scelti tenuti in riserva per i momenti critici. Appello di Gesù al corpo scelto del Sacerdozio.

 

 

1905

1905

San Giovanni, volendo farci conoscere l'Essere divino, volendo com­pendiare in un solo termine tutte le grandezze, tutte le bellezze, tutti gli attributi di Dio, ha detto: Dio è Carità, Dio è Amore. E se noi vogliamo, con una sola parola, dire chi è Gesù Cristo, Dio e uomo; se vogliamo racchiudere in un solo termine tutto ciò che Egli è, tutto ciò che fa, fino alla ragione stessa del suo essere, possiamo dire: Gesù Cristo è il suo Cuore, è il Sacro Cuore!

La Carità divina, l'Amore Infinito, è tutto Dio: Dio è ciò che Egli è in Se stesso e ciò che Egli opera fuori di Se stesso; Dio con la sua potenza, k la sua bontà, la sua giustizia, la sua sapienza; Dio che è, Dio che crea, Dio che redime, Dio che illumina e che ricompensa. $ Dio, senza divi­sione, senza esclusione, senza riserva, splendidamente riassunto con una splendida espressione: Deus Charitas est!

Il Sacro Cuore per noi è Gesù tutto intero, Dio e uomo, Verbo Incar­nato. Non è soltanto il suo Cuore di carne, quel Cuore che batte nel suo petto, umile e dolce, che noi adoriamo come il simbolo o l'organo del suo incomparabile Amore. E’ tutto il suo essere, divino e umano: la sua divinità, la sua anima, il suo corpo, ognuna delle sue sante membra, tutti i suoi pensieri, i suoi atti, le sue divine parole.

Il Sacro Cuore per noi è Dio fatto uomo, è Cristo umiliato, abbando­nato, crocifisso, morente; è Gesù Eucarestia, ostia ineffabile di amore, Gesù immolato sull'altare, Gesù prigioniero nel Tabernacolo. Per dire chi è Dio, uno in tre Persone, è bastata una sola parola di tre sillabe « Chari­tas! » Per dire chi è Gesù con le sue due nature unite in una sola persona, è stato necessario un termine composto di due parole unite insieme: il Sacro Cuore! La prima è la divinità, la seconda è l'umanità, e bisogna che siano unite per designare Gesù Cristo.

Dio è spiegato interamente con questa parola: « Charitas », perché l'Amore spiega tutto, quantunque sia anch'esso inesplicabile. Gesù poi, è tutto spiegato con questo nome: il Sacro Cuore. La sua sublime dedizione,

la sua bontà, la sua misericordia, tutte le sue divine virtù, il suo sacrïficio, la sua morte; tutto insomma trova la sua spiegazione nell'amore.

Il Cuore di Cristo è la Carità divina incarnata, l'Amore Infinito uma­nizzato; è la « Charitas » di san Giovanni trasfusa in un cuore di carne. Gesù, mia dolce Misericordia, vorrei poter scrivere ciò che senza posa Tu metti davanti agli occhi della mia anima: i tuoi preti! L'oggetto del tuo ineffabile amore, delle tue divine sollecitudini, i tuoi preti, oh! quanto li ami! E Tu li chiami a Te con delle parole così dolci, con dei gemiti così toccanti... Mi sembra di vederti come un tenero agnello, ferito dalla malizia degli uomini, che.geme dolcemente per chiamare chi lo può soc­correre e guarire. Tu hai sete di amore. Tu hai sete delle anime e porgi le tue labbra riarse a coloro che possono estinguere la tua sete... 1 tuoi preti! È da loro, divino Gesù, che vieni a cercare conforto al tuo Cuore. $ in essi che Tu vuoi trovare tutto ciò che il mondo ti rifiuta: fedeltà, dedizione, confidenza, amore. È per mezzo loro che vuoi operare tutto ciò che la tua divina tenerezza ha deciso di compiere per la salvezza del­l'umanità. $ con la loro voce che vuoi chiamare a Te il mondo; con le loro braccia che Tu vuoi abbracciare gli uomini e stringerteli al petto; con il loro lavoro ed il loro sudore che vuoi fecondare la terra; con l'ar­dore della loro carità che vuoi riscaldare il mondo. Per vincere il male conti su di loro e da loro vuoi ricevere la gloria del trionfo.

O Gesù, bontà misericordiosa, quanto li ami i tuoi preti! I torrenti d'amore che dal tuo Cuore si riversano su di essi, passando inondano il mio, e sotto la loro incomprensibile abbondanza io mi sento venir meno...

 

Sabato 11 febbraio 1905

Durante la preghiera di Compieta, ieri, sentivo che Gesù mi si avvi­cinava. Quando il divin Maestro viene così per comunicarsi a me, co­mincia con ritirare a poco a poco la mia anima da tutto ciò che le sta intorno. La separa gradatamente da tutte le cose, rendendosi sempre più sensibile. Verso la fine di Compieta gli dissi: « Mio Dio, sei proprio Tu? Il Padre dice che forse non è vero che sei Tu; e se sei veramente Tu, perché vieni ad una povera creatura impastata di miseria quale io sono? » Egli mi ha risposto elevandomi ancora di più a Sé; poi, facendo sentire alla mia anima la sua dolcissima voce, mi ha detto: « Soffro per l'odio! » Questa breve parola, breve come lo sono tutte quelle del divin Maestro, conteneva in sé tutto un mondo di pensieri, che si sono impressi in un solo istante nel mio spirito, ma che non posso rendere se non con un gran numero di parole, e ancora in modo incompleto. In quella parola vidi che l'odio è l'opposto assoluto di Dio, che l'odio è il suo unico ne­mico, il più grande male della creatura.

L'odio dell'uomo ha due forme: odio verso Dio, odio dell'uomo verso gli altri uomini. Tanto l'una quanto l'altra di queste due forme di odio costituisce una spaventosa offesa all'Essere di Dio che è Amore.

L'odio è come una negazione di Dio Amore; è un modo di annientare Dio; o piuttosto, è un desiderio, un tentativo, uno sforzo fatto per annien­tare Dio che è Infinito Amore.

A questa considerazione, non ho potuto trattenere le lacrime. Allora Gesù mi ha detto: « Voglio vincere l'odio con l'Amore; manderò i preti a spanderlo per tutta la terra. Ho dato loro il mio Cuore affinché vedano i tesori d'amore che sono in Dio e perché, dopo avervi attinto per sé, ne attingano anche per il mondo. Dì loro di andare a spandere dappertutto i tesori dell'Amore! »

Gesù mi ha fatto conoscere che Egli voleva vedere i preti, colmi d'amore per le anime, chinarsi su di esse e riscaldarle con il loro contatto. Ma quanto soffro quando Gesù mi fa intendere quella parola: « Dì loro »! Io che non posso dire niente! Ho detto allora al mio divin Maestro: « Mio Gesù, come lo dirò? neppure il Padre mi crede più! » Gesù non mi ha risposto nulla, ma l'irradiamento divino dell'Amore Infinito mi avvolgeva tutta e sono rimasta così fin verso la fine dell'orazione ad adorare, amare, soffrire.

 

Sabato 25 febbraio 1905

Quanto è buono Gesù! Vuole della sofferenza e me ne manda perché io gliene possa dare. Questa mattina un'emicrania più dolorosa delle altre; più il tempo passa e più aumenta; poco fa, mentre si teneva il Capitolo, non potevo neppure aprire gli occhi. Durante la ricreazione mi sono sfor­zata di non lasciar trapelare nulla, affinché tutto fosse per Gesù, per i miei preti. È cosa buona soffrire nel corpo e nell'anima senza che nessuno se ne accorga.

 

Ritiro di Pentecoste 1905

Giovedì. - Da alcuni giorni provo un sentimento tutto particolare che mi porta a desiderare di fare bene questo breve ritiro. Non so come ciò avvenga, ma sento la mia anima vicinissima, molto più vicina del solito all'anima del Padre, ed insieme sento come qualcosa di divino che mi avvolge.

Vorrei scrivere sull'Amore Infinito; me ne sento tutta circondata e non posso. Qualcosa di divino mi assorbe, mi domina, mi raccoglie inte­riormente. Anche il cuore soffre e questa sofferenza mi getta in una specie di languore doloroso e dolce. Forse domani avrò più forza; o Gesù, mio dolce Maestro, soffrire e amarti quant'è bello!

Tuttavia dammi un po' di forza, perché, se a Te piace che ciò si pro­lunghi ancora tutto il mese, non so davvero se potrò andare fino alla fine. ... Questa mattina, prima della levata, ero stata tormentata da alcune tentazioni penose; durante la Messa mi venne un così profondo e così intenso sentimento della mia miseria che non potevo far altro se non tenermi annientata sotto i piedi del Maestro, e mi sembrava perfino che ero indegna di essere calpestata dai suoi piedi divini.

Non tralasciai la Comunione; avevo un desiderio ardente di essere molto pura, totalmente pura, e di amare Dio con tutte le mie forze. Dopo la Comunione dissi a Gesù: « Come puoi venire così ad una creatura tanto miserabile? » Dapprima non mi ha risposto, se non facendomi sentire più dolcemente la sua presenza; poi mi ha detto interiormente che quella miseria mi era necessaria per farmi comprendere la verità del mio nulla, e per indurmi a soffrire e pregare per coloro che si trovano nel fuoco delle tentazioni, affinché non vi soccombano.

Lunedì. - Da sabato ho sempre questo forte sentimento della mia mi­seria. Questa mattina, durante la Messa, era immenso, e tuttavia sentivo Dio così vicino, e un desiderio di amarlo così forte, che era una sofferenza. Mi è sembrato che Gesù volesse fare qualcosa che io ignoravo, ma che per farla gli occorresse trovare la mia anima interamente umiliata davanti a Lui e spoglia di ogni cosa. Ho pensato di fargli sacrificio di tutti i senti­menti che mi pare abbia Lui stesso deposto nel mio cuore per il suo Sa­cerdozio. Gli ho detto­: « Mio Gesù, comprendo bene che il Padre, vedendomi così miserabile come sono, non voglia dirmi più niente dei suoi preti e mi tenga al­l'oscuro di tutto; ma se Tu vuoi da me un sacrificio ancora più grande, mi sforzerò di neppur più pensare a questi preti che mi pareva tu mi avessi affidato; mi sforzerò di non più amarle, queste anime sacerdotali che Tu ami tanto.

« Ho detto ciò che avevo creduto Tu mi avessi ordinato di dire; adesso prendi, se Tu lo vuoi, un altro intermediario. Io sono indegna di aiutare il tuo servo in quest'opera di Amore, indegna perfino di soffrire per essa.

Se Tu vuoi che le mie preghiere, che le mie sofferenze non servano ad altro che a questo; se vuoi che io rinunci anche alla consolazione, alla gioia di essere vittima per il tuo Sacerdozio; fallo pure Gesù, mio Signore e Maestro, fallo e spogliami di ogni cosa. Tu sei il padrone assoluto dei tuoi doni; io ti adoro quando dai e quando riprendi, e allorquando Tu ti sarai ripreso tutti i tuoi doni, ebbene allora con la tua grazia che credo Tu non mi farai mai mancare, voglio esserti sempre più fedele, sempre più piena di amore e di generosità ».

Martedì. - Ieri ho fatto questo sacrificio, mi sembra con tutta la sin­cerità del mio cuore. Mi è parso che Gesù l'abbia gradito. Mi ha fatto sentire che era proprio la disposizione in cui mi voleva.

Tutta la giornata ho sofferto; ero come spezzata, ma nella pace, felice di aver fatto ciò che Gesù voleva. All'orazione della sera mi ero messa ai piedi del Signore, stanchissima, per adorarlo in silenzio; quasi subito mi si è manifestato interiormente e, unendo a Lui la mia anima, mi ha detto: «Finora ti ho mostrato l'amore che ho per il mio Sacerdozio, adesso ti mostrerò l'amore che il sacerdote deve avere per me ».

Poi si è manifestato a me come un divino artista che modella Lui stesso il prete secondo la divina immagine, donandogli i più bei lineamenti: la bontà, la misericordia, la sapienza, ecc.

Dopo l'orazione, meditando questa grazia e queste luci, mi chiedevo perché mai, il giorno prima, il Signore mi avesse chiesto quel sacrificio, mentre adesso Lui stesso veniva a parlarmi del suo Sacerdozio. Il mio dolcissimo Maestro mi ha fatto capire che Egli aveva voluto questo sacri­ficio per stabilire la mia anima in una certa condizione nella quale desi­dera che essa si trovi. Egli la vuole staccata da tutto, molle e arrendevole nelle sue mani; vuole che sia come una piuma che il più piccolo soffio di vento solleva e cambia di posto. La vuole senza timori, senza desideri se non quello di amarlo, senza agitazioni, senza legami; la vuole totalmente vuota e libera affinché l'Amore Infinito possa colmarla e usarla secondo il suo beneplacito.

 

Domenica 25 giugno 1905

In questi giorni sono stata negligente e pigra e non ho scritto ciò che Gesù mi aveva mostrato sull'amore che il prete deve avere per Lui. Que­sta mattina il divin Maestro mi ha rimproverata, dicendomi che le luci che mi dava non erano affatto per me, ma per coloro ai quali dovevano essere comunicate. Gli ho promesso di riparare a questa mancanza e l'ho pregato di richiamarmi alla memoria tutto ciò che doveva essere scritto, perché mi sembrava di non ricordarmene più con esattezza.

Il divin Maestro mi aveva detto che l'amore del prete per Lui doveva essere diverso e ben più ardente che non l'amore degli altri uomini.

Mi aveva poi fatto vedere come in uno specchio tutte le grazie e i doni particolari di cui Egli ha arricchito l'anima e il cuore del suo prete, e poi mi aveva detto queste parole: « Chi più ha ricevuto, più ama! » Non sono capace di scrivere dettagliatamente tutto ciò che, d'un solo sguardo, ho visto circa i doni divini nel prete; colui che li ha ricevuti e li possiede non li sospetta neppure, e quand'anche credesse di averne ricevuti molti, non sarebbe in grado di conoscere tutta l'effusione di grazie fatta a lui dall'Amore Infinito. Per il prete, sarà una delle sue beatitudini nel cielo vedere e conoscere tutto ciò che l'Amore ha fatto per lui e quanto è stato privilegiato a confronto degli altri uomini. Forse non userò un termine giusto, ma mi sembra che il prete passi in qualche modo ad uno stato d'essere divinizzato, per la sua unione con Cristo e per la potenza che, attraverso Cristo, egli ha sulle anime per il loro bene e la loro salvezza.

Dopo avermi fatto vedere tutti i motivi per i quali il prete è obbli­gato ad avere per Dio, Nostro Signore, un amore particolarmente forte, tenero e ardente, Gesù mi ha detto ancora: « Vi è una sola creatura che mi ha amato e che mi ama come il prete deve amarmi; vi è un solo cuore che possa servire da modello al suo per questo amore: è il Cuore della mia Madre santissima ». Poi mi ha fatto vedere in modo mirabile come l'amore del prete per Gesù deve essere in tutto simile all'amore di Maria per il suo divin Figlio. Come Maria, il prete, benché elevato così in alto per una grazia di elezione, rimane tuttavia una creatura inferiore, soggetta al divin Maestro; come lei, egli per sua natura è un nulla e si accosta al­l'intimo della Divinità solo per un privilegio di amore; come lei, deve essere più illuminato degli altri sulla verità della propria miseria e picco­lezza, e più cosciente delle divine irradiazioni dell'Amore Infinito. Come lei egli riceve per la virtù dello Spirito il potere di dare al mondo il Verbo Incarnato: la Madre lo dà nella verità della sua carne visibile, il prete nella verità della sua carne Eucaristica.

L'amore di Maria per Cristo è un amore di creatura privilegiata, è un amore di ardente riconoscenza e di profonda umiltà, un amore che si abbassa e si sacrifica, che si dona interamente per il bisogno di restituire tutto ciò che gli è possibile a Colui dal quale ha tanto ricevuto. L'amore di Maria è anche un amore di madre, un amore tenero, delicato, premu­roso; un amore che difende e protegge, che si sacrifica anche, ma diver­samente; che si dona, non per restituire, ma per donare ancora a chi già è stato dato.

Altrettanto deve essere l'amore del prete per Gesù, suo adorabile Maestro. Deve avere un amore di umile riconoscenza; un amore di crea­tura amata che adora, che ringrazia, che si dona senza calcolare; un amore pieno di squisita delicatezza, un amore geloso che custodisce con vigilanza, che protegge, che circonda di cure, che si sacrifica fino all'oblio di sé. Maria ha avuto per Gesù non soltanto un amore di creatura privile­giata e di madre amorosa; essa ha avuto in più, essa ha sempre per il suo adorabile Figlio un amore di vergine. È ancora un amore umile, l'amore deve sempre essere umile; ma è un amore fiducioso, fedele, unico, pieno di caste familiarità, di squisite attenzioni e di rispettosi ardori. Così deve essere l'amore del prete per Gesù: un amore puro, libero, fedele e fidu­cioso. Il prete, è vero, non ha l'ideale candore dell'Immacolata; il suo cuor non ha la sublime purezza di quello della Vergine Madre; ma non ha che da attingere alle grazie del suo Sacerdozio: lì troverà delle sorgenti di verginali tenerezze e di sacrifici eroici.

Gesù vuole essere amato dal prete così come è stato amato dalla Ver­gine Maria, per questo ha racchiuso nel privilegio del Sacerdozio delle grazie simili a quelle racchiuse nel privilegio della maternità divina. Grazie di unione intima e tutta particolare con la sua persona adorabile, divina e umana; grazie di ineffabile purezza; grazie di dedizione senza riserve.

 

1° venerdì di luglio 1905

Oggi Gesù Sacramentato, quando ero alla sua presenza, incatenava talmente la mia anima che mi sembrava che il cuore mi venisse strappato via nel momento in cui lo dovevo lasciare; e tuttavia Egli non parlava, e io non riuscivo a dirgli nulla. Mi sentivo come avvolta e attirata dalla sua divinità e ripetevo, di tanto in tanto solo queste parole: Ti amo, Gesù, vorrei amarti; perché non posso consumarmi d'amore per Te?

Provo sempre quello stesso sentimento che mi spinge a prepararmi a qualcosa che ignoro. Questo sentimento mi spinge avanti, perché io cam­mini nella via del sacrificio e dell'amore, e mi vedo sempre così debole e misera! Non ho umiltà! Oh! come vorrei diventare umile! Ieri mi si è presentata un'occasione irritante per la natura ed anche un poco umiliante allo sguardo umano. Credo di non aver detto nulla, ma ho avuto un pic­colo rivolgimento interiore e ho sentito il sangue affluirmi al viso. Eppure questa occasione mi si presenta spesso e qualche volta la ricerco persino; avrei dovuto abituarmici, e poi so che mi fa del bene e l'amo molto. Mio Dio, dammi la vera umiltà!

Per punirmi di questo movimento interiore che ho avuto, ho promesso al Signore di non avvertire quella suora della mancanza che commette in quell'occasione; avvertimento che darei se quella mancanza la facesse soltanto con le altre. Ma se l'avvertissi, lei senza dubbio se ne corregge­rebbe prima con me, e io sarei privata di questo bene.

Prego Gesù di non permettere che essa commetta questa mancanza con altri; vorrei che mancasse soltanto con me.

 

17 luglio 1905

Mio Dio, ti ringrazio di farmi soffrire, ti benedico di farmi parteci­pare alla tua croce.

Sento il cuore pieno d'amore per la comunità, per ognuna delle mie Sorelle; non desidero altro che il loro bene, vorrei renderle felici... e da parecchie di loro non ricevo che freddezza, parole apparentemente edu­cate e dolci ma che lasciano trasparire la gelosia. Con l'aria di lodarmi, mi si distrugge presso le altre; si eccitano dei sentimenti di invidia; si eccitano abilmente contro di me quelle passioni naturali che dormono nel fondo della povera natura umana.

Oh! Maestro, quanto è duro tutto questo!... Ma no, voglio che questa amarezza mi sia dolce, poiché Tu la vuoi per me. Voglio amare ancora di più queste anime che mi fanno soffrire; voglio sacrificarmi ancora di più per loro, perché esse mi danno un bene che supera ogni bene: quello di soffrire con Te e come Te. Perché anche Tu, Gesù, mio adorabile Mae­stro, hai portato questa croce della detrazione, dell'invidia, della gelosia; è la gelosia che ti ha portato al Calvario, che ti ha inchiodato alla croce e che, non contenta di averti visto dissanguato e gelato dalla morte, ha squarciato ancora il tuo costato per essere certa che non sarebbe rimasto di Te alcun segno di vita. Il mio corpo, quello lo si risparmia, forse la malattia lo ha demolito abbastanza perché non vi sia niente da invidiargli; è il mio cuore che viene condotto al Calvario e che viene crocifisso; si vorrebbe che il mio cuore morisse, e ugualmente si vuole che soffra; e sei Tu, Gesù, che lo vuoi.

Quelle parole che mi hai detto un giorno, molto tempo fa (anni, or­mai), mi ritornano talvolta alla mente e adesso le comprendo. Tu mi avevi detto: « Perfezionerò nel tuo cuore la capacità di amare e quella di soffrire, affinché tu possa comprendere e soffrire i dolori del mio ».

 

30 luglio 1905

Ieri sera, all'orazione, non riuscivo quasi a pensare, ero, come in tutti questi giorni passati, abbattuta e annientata; ma per un momento la mia anima, innalzata da una forza superiore al disopra delle miserie del corpo, ha dimenticato tutto il resto. Mi sono trovata come trasportata sulla riva di un oceano immenso, sull'orlo di una specie di profondo abisso. Era l'Amore Infinito! La mia anima si sentiva attirata e avrei voluto bagnarmi, immergermi, perdermi in esso. Poi sono ritornata in me.

Poco fa, nel silenzio della cella, un sentimento dolcissimo ha pervaso la mia anima; mi è sembrato che una voce interiore, meravigliosamente soave, mi dicesse che presto mi sarei immersa in questo abisso dell'Amore, e che non vi sarei caduta io sola: il Padre vi si inabisserà con me, e dietro a noi una moltitudine di anime ci seguiranno a loro volta.

Quando un'anima cade in questo oceano divino, vi è come un fremito in queste onde di amore, e questo fremito si estende, si allarga, si comu­nica, e la Trinità divina e gli spiriti celesti e la creazione tutta ne ricevono gli effetti.

 

Agosto 1905

Ho visto che il Padre mi attribuisce un pensiero cattivo o quanto meno vano e sciocco; ne sono contenta. Vi è così tanto male in me che egli forse non vede; può ben supporre un sentimento che non ho. Ciò farà da com­pensazione. Sì, sono stata contenta che egli mi creda ancora adesso capace di una cosa così vana. Non è che non ne abbia sofferto un poco umana­mente; tuttavia non molto, perché la gioia che mi veniva dall'umiliazione ha assorbito il sentimento della natura. Quando soffro o sono umiliata, malgrado il sentimento della natura sento nel fondo più intimo della mia anima una specie di dolcissima gioia. Quest'intima gioia mi viene ogni volta dal pensiero che posso donare qualcosa a Dio per i miei cari preti, per le anime. Mi sento talmente spinta a dare, a meritar loro delle grazie, a ottener loro dei doni!

Ecco che già da qualche mese non osavo più dire: « i miei preti, i miei cari preti », ma non posso fare diversamente. Li sento troppo miei. Li so talmente cari a Gesù che per fare come Lui mi sento costretta a pre­gare per loro, a sacrificarmi per loro. Mi sembra che il Signore faccia continuamente passare nel mio cuore i sentimenti del suo per i suoi preti. Nel mio cuore, mi pare, discerno dei sentimenti naturali che mi fanno amare quelli che sono buoni, la mia famiglia, i miei superiori, le mie so­relle, ecc.; poi dei sentimenti soprannaturali che mi fanno amare quelli che mi fanno soffrire, i peccatori, ecc., sentimenti che mi sono dati dalla grazia, ma che io accolgo volontariamente, che voglio avere, che chiedo, che trattengo. Vi è infine quel sentimento particolare che mi è dato per le anime dei preti, che è di un altro genere. Non l'ho desiderato né chie­sto, non mi è personalmente utile, a volte l'ho respinto, non mi è natu­rale. Non mi è imposto da Dio, è come un deposito che Egli mi affida. È l'Amore Infinito che l'ha messo nella mia anima, bisogna che io lo custo­disca. Mi pesa, mi fa soffrire, ma lo voglio custodire con amore perché è Gesù che me lo ha dato.

 

27 agosto 1905

Avevo appena riletto ciò che avevo scritto ieri, e la mia anima, ele­vandosi a Dio, gli disse: « Mio Dio, che cosa devo fare per farti amare? » La voce di Gesù mi è risuonata nell'intimo e mi ha risposto: « Mostra il mio Cuore, buono, misericordioso, pieno di compassione e di dolcezza ». Questa voce divina, quando si fa intendere, diffonde nello stesso tempo una luce. In quella luce ho visto, se non mi inganno, che i preti devono entrare in una conoscenza profonda e tutta rinnovata dell'Amore Infinito.

Il mondo non può ricevere direttamente questa rivelazione d'amore, né coglierne i frutti di grazia e di salvezza. È il prete che, più vicino a Dio e già consacrato, riceve questa manifestazione dell'Amore e la comu­nica al mondo; ed è per mezzo del Cuore di Cristo, studiato nel mistero delle sue divine virtù e imitato, che il prete entrerà nel pieno possesso del mistero dell'Amore Infinito.

Mi sembra che il Signore voglia che io dica questo: il prete non deve accontentarsi di ricevere il messaggio della devozione al Cuore di Cristo, di professarla lui stesso e di comunicarla alle anime. Tutto ciò è senza dubbio cosa buona, ma non è quello lo scopo del divino Maestro quando fa del suo Cuore un dono speciale ai suoi preti. Gesù vuole altro. Per mezzo di questo Cuore divino il prete deve entrare nella conoscenza in­tima di Cristo; è come una porta per la quale il prete deve passare per penetrare nell'intimo di Cristo, e, dopo essersi tutto bagnato e impregnato di Lui, diventare come uno specchio tersissimo nel quale l'Amore Infinito possa riflettersi.

L'Amore Infinito è un sole: se proiettasse i suoi raggi direttamente sul mondo, le anime ne sarebbero abbagliate e consumate perché non abbastanza elevate e non abbastanza pure. E’ necessario che questo sole divino si rifletta in uno specchio, e il riflesso dei suoi raggi illuminerà il mondo e lo riscalderà.

Questo specchio è l'anima del Sacerdozio, ma bisogna che esso sia puro, trasparente. L'anima del prete deve diventare conforme all'anima di Cristo. Quando il prete è veramente un altro Cristo, allora diventa questo specchio tersissimo che riflette le divine irradiazioni dell'Amore Infinito.

 

29 settembre 1905

Oggi Gesù mi si è comunicato e all'improvviso mi sono sentita av­volta dal suo Amore Infinito. Non mi ha detto nulla; si è tenuto davanti a me come il divino modello sul quale mi debbo formare e io l'ho guar­dato, adorandolo; l'ho visto umile, ma grave e maestoso; dolce, ma in­sieme forte, senza compromessi né debolezze; l'ho visto paziente. Oh, quanto paziente! - Mio Dio, mio Salvatore, mio Maestro, fammi paziente; paziente nella sofferenza, nella prova, nella persecuzione; paziente nelle contraddizioni, nelle difficoltà della vita; paziente con le diversità dei caratteri, con i disagi del lavoro, nei fastidi di ogni sorta. Gesù, fammi paziente come Te!

 

3 ottobre 1905

Ieri sera, all'orazione, Gesù mi ha colmata di una pace tutta celeste. Comunicandosi a me nell'intimo del cuore, mi ha detto: « Voglio stabi­lire nella tua anima il regno della mia pace ».

Poi mi ha fatto conoscere che Egli non vuole che alcun turbamento, timore o inquietudine venga a turbare la mia anima; per poter agire in me, Egli vuole questa calma profonda. Mi ha detto ancora pressappoco queste parole: « Ho deposto il mio amore nella terra del tuo cuore, come una semente, questa semente ha germogliato in mezzo alle miserie e alla corruzione della tua umanità, bagnata dalla rugiada della mia grazia e scaldata dai raggi del mio Cuore. Il suo germe è spuntato sulla terra. Verrà il giorno in cui vi sarà una messe abbondante: dapprima verranno i preti a nutrirsi dei suoi frutti e dopo di loro se ne nutriranno le anime ».

Gesù diceva queste parole nel profondo della mia anima, lentamente, gravemente, ma con una bontà dolce e penetrante. Un po' più tardi ha aggiunto: « L'opera è fatta, riposati nel mio amore! »

 

Ottobre 1905

Ho meditato sul figliuol prodigo. Che dolce e soave meditazione! Questa parabola è una immagine squisita della Misericordia Infinita del Cuore di Dio, tracciata dalla mano stessa di Gesù. Quant'è bello osser­varne minutamente tutti i tratti e vederne le divine bellezze!

Dio è Amore. È l'Amore Infinito. Quest'Amore Infinito, questa es­senza divina non ha in sé alcuna forma. E’ un vasto mare che niente circo­scrive, una luce non limitata da alcun ostacolo; ma al di fuori di Se stesso, l'Amore Infinito assume diverse forme, affinché noi lo possiamo cono­scere. Una delle forme dell'Amore, la più attraente per le nostre anime peccatrici, è proprio questa divina forma della Misericordia. La Miseri­cordia è una forma dell'Amore adattata a noi peccatori, ma è veramente l'Amore, l'Amore Infinito sempre identico a se stesso, increato, eterna­mente vivo e operante.

Ora, l'Amore Infinito ha cinque termini divini, cinque proprietà, cin­que operazioni; e ogni forma dell'Amore, per il fatto stesso che è l'Amore, ha pure le stesse espressioni, le stesse proprietà, le stesse operazioni.

L'Amore Infinito è Creatore, Mediatore, Redentore, Illuminatore, Glo­rificatore.

La Misericordia è creatrice nel senso che crea nell'uomo pentito una purezza nuova. È mediatrice, perché s'interpone fra il peccato e la divina giustizia e avvicina l'amore pentito all'Amore che perdona. È redentrice, perché riscatta l'anima dal peccato e, purificandola, la libera. E’ illumi­natrice, perché essa, ed essa sola, illumina e fa vedere nello stesso tempo la miseria del peccatore e la bontà di Dio. Infine, è glorificatrice perché dà all'uomo il cielo, e salvando l'uomo dà gloria a Dio.

 

Ottobre 1905

Ho terminato il mio ritiro in una pace dolcissima. Gesù, il divino Consolatore delle anime, spandeva in me l'unzione soavissima della sua presenza. Lo sentivo buono, infinitamente buono verso la sua piccola, povera serva. Oh! come ha bisogno di spandere il suo Amore, questo Dio infinitamente grande, perché voglia venire così ad una creatura da nulla senza altra ragione che il suo stesso Amore! Sì, più che mai l'ho sentito in questi giorni di ritiro: in Dio vi è un'incomprensibile pienezza d'amore. Questa sovrabbondante pienezza ha bisogno di espandersi, e Gesù, Dio incarnato, che contiene nel suo Cuore l'affluenza di questo Amore Infinito, va in cerca di anime che possano ricevere l'amore che da esso trabocca.

Il Verbo si è fatto uomo per poter venire Lui stesso a conquistare dei cuori all'Amore. Ha formato la Chiesa per farne un regno del suo Amore; ha dato l'Eucarestia perché fosse l'alimento dell'Amore; ha istituito il Sacerdozio per diffondere attraverso i secoli il regno dell'Amore; ha mo­strato il suo Cuore al mondo per riaccendere l'Amore; e oggi lo dà ai suoi preti come un'arma d'amore. Dio è Amore; bisogna dunque che regni per mezzo dell'Amore.

Durante questo ritiro ho sentito qualcosa di molto particolare. Fino ad ora la mia anima era come un canale attraverso il quale Gesù faceva fluire le onde dell'Amore Infinito. Sentivo talvolta l'Amore che passava come un fiotto e andava altrove, e io non potevo trattenerlo. Mi è sem­brato che ora il Signore voglia fare nella mia anima una cosa nuova. Vorrebbe farne come un vaso che Egli riempirà d'amore, a tal punto che questo Amore Infinito traboccherebbe e scorrerebbe da ogni parte. Gesù vorrebbe che il mio cuore, a imitazione del suo, conservasse continua­mente una pienezza d'amore, ed è, credo, per disporre la mia anima ad essere così un vaso per l'amore, che il Signore mi ha ispirata a lavorare per tenere l'intimo di me stessa in una grande dolcezza, pazienza e tran­quillità. Prima non capivo e non riuscivo a spiegarmi perché Egli mi atti­rasse in tal modo.

 

29 ottobre 1905

Non so perché, ma dopo la festa della nostra Beata Sorella, mi sento l'anima tutta colma di una dolce consolazione; è come un'effusione della mia anima in Dio ed un riposo soavissimo.

Ieri, quando la Madre mi ha mandata all'infermeria - il che normal­mente non è cosa molto gradita alla mia natura - sono stata tutta con­tenta; così contenta che la contentezza traboccava, e questa mattina ho detto a suor F. P. che era venuta a raggiungermi: « Sorella, non è con­tenta di avere l'influenza? » « Perché mi chiede questo? » mi ha risposto. « Ma è per sapere se anche lei pensa come me; io sono così contenta! » Mi ha guardata con un'aria un po' stupita e mi ha detto: « Per parte mia mi rassegno; proprio non vedo che cosa ci sia da essere contenta ». Avevo l'anima talmente piena di gioia, che sorrisi della sua aria rassegnata, e le dissi: « Sorella, le dirò perché sono contenta: è perché ci sono tante anime da salvare, tante grazie da ottenere perché l'amore divino possa trionfare; poiché il buon Dio mi dà un piccolo sacrificio da fare ed un poco di sofferenza, me ne rallegro, perché è sempre qualche cosa da of­frire a Gesù ». « Oh!, mi dice lei, quest'influenza non ci dà poi delle grandi sofferenze! » « Senza dubbio, ma lei stessa mi dice che è rasse­gnata, dunque un poco le costa. Quando non vi è nessuna sofferenza, non vi è bisogno di rassegnazione. Ebbene, è questa piccola sofferenza, questo piccolo fastidio di essere nell'infermeria, di non poter uscire, che sono contenta di offrire al divino Maestro; faccio così poco per Lui nella vita normale! »

Non sono riuscita a vederla contenta, ma non le avevo detto tutto. Pensavo al Padre che predicava ai poveri peccatori di Monaco, ed ero felice di soffrire un poco di malessere, di scomodità, di costrizione, di umiliazione, per il Padre e per le anime.

Da quando gli avvenimenti precipitano così per noi, in mezzo al lavoro che incalza e all'agitazione generale, la mia anima si trova come immobilizzata in un sentimento di adorazione. Essa adora con un atto semplicissimo la divina volontà e vi aderisce di momento in momento senza fermarsi a considerare se soffre o se agisce.

Non teme nulla, non desidera nulla, non vuole nulla; va dove la di­vina volontà la porta. Un grande pensiero domina la mia anima: la Chiesa di Francia. Anche in questo adoro; ma nella parte sensibile dell'anima sento una grande tristezza ed un vivo dolore. Soffro nei miei preti: tutto ciò che li minaccia, tutto ciò che sta per colpirli, mi ferisce il cuore e la mia anima piange di infinito dolore pensando che fra loro ve ne saranno forse di infedeli. La persecuzione santificherà nel suo passaggio i buoni e li innalzerà più in alto; ma i deboli saranno scossi e parecchi cadranno. E’ per i deboli e gli infedeli che soffro.

L'Amore Infinito mi spinge a soffrire per loro e ad unire i miei dolori e i miei sacrifici ai dolori, al sacrificio di Gesù per ottenere per essi la grazia di essere forti e di restare fedeli `.

 

30 novembre 1905

Questa mattina mi sono sentita spinta a scrivere ancora sull'Amore Infinito, ma che cosa potrò dire che già non abbia detto?

Vedo nel seno di Dio una pienezza traboccante di questo Amore che è la sua essenza, la sua vita, il suo movimento, la sua fecondità. Questa pienezza ha un bisogno continuo di espandersi, di effondersi; per inclinazione naturale essa va verso la creazione, verso l'uomo in par­ticolare. È un bisogno dell'Amore, quello di riempire il vuoto della crea­tura e di vivificare ogni cosa. Qualche volta l'Amore Infinito è sentito dal cuore dell'uomo, ma è ignorato dalla sua intelligenza; per questo sussistono tante ombre nell'intelligenza umana, soprattutto per ciò che riguarda la conoscenza di Dio, dei suoi misteri e delle verità soprannaturali. L'amore non deve essere per l'uomo soltanto un sentimento che tocca la sua sensibilità. Deve essere una conoscenza ricevuta dalle facoltà intel­lettive.

Nella stessa misura in cui un'anima concepisse l'Amore Infinito per mezzo dello spirito e del cuore, concepirebbe anche la conoscenza delle verità eterne e di tutti i misteri in Dio. L'Amore Infinito, come un fuoco divino, è calore per il cuore dell'uomo e luce per la sua intelligenza. Se l'uomo si allontana da questo braciere d'Amore, il suo cuore diventa freddo e il suo spirito si oscura.

Vedo in Dio un movimento sublime, che Egli compie in questo mo­mento per attirare a sé la sua creatura amata; è un moto di amore e di misericordia.

Comincia col voler prendere il suo Sacerdozio per stringerlo al suo Cuore e bagnarlo nell'Amore; poi, per mezzo dei suoi preti, prenderà tutte le anime. Oh! quant'è bella la missione d'amore che Dio sta per donare ai suoi preti! Quando mi è stata mostrata, sono rimasta talmente rapita dalla sua grandezza, dalla sua bellezza e dall'infinita bontà del Cuore di Dio, che certe volte, quando ci penso, sono sul punto di venir meno. So di essere la più debole e la più misera delle creature, pure mi sembra che la conoscenza che Dio mi dà del suo Amore Infinito è al disopra delle forze umane e che, oltre questa grazia che Egli mi fa donandomela, deve farmene ancora un'altra per rendermi capace di sopportare la prima.

 

Dicembre 1905

In mezzo a questo incalzare di lavoro, in mezzo a queste sollecitudini senza numero, mi sono sentita attirata da Gesù, l'Amore Incarnato, la dolcissima e potentissima calamita delle anime.

Egli ha ritirato il mio spirito in una solitudine interiore e, separandola per qualche tempo da tutte le cose esteriori, mi si è svelato. E ho visto che in Lui è racchiusa ogni cosa. Il Padre ha voluto creare tutto per mezzo di Lui: dunque, Egli è il Padrone della creazione e deve regnare su ogni creatura. Deve regnare sugli spiriti e sui corpi, sulle anime e sui cuori. E tuttavia, Lui che ha il potere supremo, non vuole regnare con la forza, meno ancora con il timore e il peso dell'autorità. Vuole regnare soltanto con l'Amore!...

Egli è il sacro Pontefice che unisce il cielo alla terra, che concilia nella sua persona la Divinità e l'umanità. Unisce Dio all'uomo perché è l'Amore Infinito, incarnato nella carne dell'uomo. Soltanto l'Amore poteva unire ciò che il peccato aveva diviso!

 

20 dicembre 1905

Dio è Amore! La sua grande occupazione è quella d'amare; Egli ama da tutta l'eternità e per tutta l'eternità. Mentre l'Amore Infinito, eserci­tandosi in Se stesso, si compiace nel meraviglioso commercio che va dal Padre al Figlio, e dal Figlio e dal Padre allo Spirito Santo in quell'ineffa­bile comunicazione che le tre divine Persone si fanno del medesimo Amore che è loro Essenza e loro Essere, Egli agisce anche al di fuori di Se stesso; e, poiché l'azione propria dell'Amore è di amare, Egli ama ogni creatura, ogni opera uscita dalla sua onnipotente parola: tutto ciò che fu, che è, che sarà.

Egli ama. Ecco ciò che lo occupa nel possesso sovrano del suo Essere e nella pace serena della sua gloria immortale.

Egli ama; qui sta la sua vita, la sua azione, la sua gioia, il suo divino alimento, il suo riposo ineffabilmente dolce. Egli ama, vuole amare, bi­sogna perciò che Egli ami. Lui stesso è l'Amore e se cessasse di amare, subito cesserebbe d'essere Dio.

Dio è Amore! Egli dona l'Amore senza misura, lo versa con splendida abbondanza sull'intera creazione; niente sfugge a questo divino diluvio che vuole tutto sommergere.

Dio ama. Ma vuole essere amato: l'amore ha bisogno di essere ricam­biato, e se, nel seno stesso della Divinità, il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo hanno un così perfetto scambio d'amore tanto da amarsi di un medesimo amore che è loro essere e loro essenza, così anche l'Amore vuol trovare fuori di Se stesso una reciprocità, senza dubbio relativa e propor­zionata alla debolezza dell'essere creato, ma tuttavia reale.

Dio versa sulla creatura torrenti di amore; a sua volta, la creatura deve amare. Per il fatto stesso della creazione, Dio ha deposto in ognuna di esse un principio d'amore, non però nello stesso grado né sotto la stessa forma. Ne deriva di piena giustizia e di assoluta necessità, che ogni crea­tura deve amare secondo la sua natura e secondo la volontà del suo Crea­tore. Essa ha ricevuto tutto da Dio, e a Lui tutto deve restituire. È per Lui che essa è ciò che è; per Lui deve dunque impiegare tutto il suo essere.

Questo amore primario, questo amore indispensabile della creatura, ha come due moti: il primo, un moto di restituzione: la creatura dà qualcosa a Dio, glielo restituisce; il secondo, è un moto di sottomissione: essa adempie la volontà del suo Creatore.

Noi vediamo questo modo di amare, mirabilmente esercitato dalle creature inferiori. La terra ha ricevuto da Dio la fecondità e sempre essa produce per il suo Creatore. Il fiore ha ricevuto lo splendore del suo ca­lice e la dolcezza del suo profumo, ed esso fiorisce ogni giorno per il suo Dio, offrendogli la sua bellezza e il suo soave profumo.

L'uccello ha ricevuto la leggerezza delle ali e la dolcezza del suo gor­gheggio, e vola e canta alla presenza del suo Dio.

Gli animali selvaggi che popolano i deserti hanno ricevuto dal loro Creatore l'agilità della corsa, la forza delle loro difese, la bellezza del loro pelame, ed essi crescono davanti a Dio secondo le leggi della loro natura, compiendo la volontà divina e moltiplicandosi come vuole il loro divino Padrone. Questo regolare adempimento della divina volontà e questo dono sempre rinnovato di ciò che hanno in sé, è la forma, il modo d'amare delle creature inferiori.

Ma Dio ha formato delle creature superiori; anche in queste ha de­posto dei princìpi di amore e, siccome esse hanno ricevuto in misura ben maggiore dalla munificenza divina, così in maggiore misura debbono amare.

Da esse Dio non si aspetta soltanto quell'amore naturale, istintivo, proprio degli esseri inferiori; avendole create ragionevoli, attende da loro un amore ragionevole; avendogli donato una volontà libera attende un amore volontario: avendole create a sua immagine, attende da esse un amore simile al suo.

Dio ha deposto nell'uomo non soltanto quel primo principio d'amore che ha dato alle creature inferiori, e per il quale egli dovrebbe già come per istinto tendere a Dio e a Lui sottomettersi; ma gli ha donato ben di più: gli ha formato un'anima dotata d'intelligenza, di memoria e di vo­lontà, e per mezzo di queste tre facoltà, l'uomo può entrare nella cono­scenza del suo Creatore e sviluppare nel suo cuore un amore superiore, sommamente ragionevole e veramente degno di Dio.

È questo amore illuminato, questo amore libero, che l'uomo deve a Dio. Perché allora non glielo dà? Perché l'amore è così poco sentito dal cuore umano? Parlo dell'amore vero, dell'amore puro, dell'amore sopran­naturale, voluto da Dio, che da Lui viene e a Lui deve risalire. L'amore, non già come il senso depravato della creatura decaduta l'ha concepito, ma tal quale l'Amore Infinito attende dall'essere ragionevole; un amore limitato e creato, senza dubbio, come limitata e creata è la creatura, ma luminoso, libero e forte! Eppure sono pochi gli uomini che amano Dio come Egli vuole essere amato...

Il senso dell'uomo, profondamente turbato dal peccato, ha perso la nozione del vero. Brancola, s'inganna, devia su strade false, e di quella intelligenza luminosa e bella, di quella volontà ferma e diritta che aveva nei primi giorni della creazione, non restano altro che rovine.

Così lo si vede allontanarsi continuamente dalla verità, cambiare l'or­dine delle cose, trasformare il bene in male e spesse volte preferire il male al bene. Il giudizio dell'uomo non segue più la primitiva rettitudine, si piega e troppo spesso si smarrisce. L'umanità, dopo la prima colpa, è caduta in molti errori; ma su nessun punto, forse, si è tanto ingannata come sull'amore.

A misura che l'uomo si staccava da Dio, sempre più si attaccava alle creature e, per accontentare il suo cuore che reclamava l'Amore Infinito, gli dava in pascolo quell'attaccamento funesto, chiamandolo « l'amore ».

L'uomo, dimentico di Dio, non unendosi più a Lui con l'Amore, non sapendo più a che cosa credere, non osando più nulla sperare, venne a trovarsi in mezzo al mondo come un povero naufrago sperduto nell'ocea­no. Cercò di afferrare tutto ciò che gli si presentava; si attaccò al più pic­colo relitto e, aggrappandosi ad esso come un disperato, lo strinse al cuore e credette di amarlo.

Ma non era là l'amore... L'amore vero, il solo che meriti questo nome divino, è quello che risale a Dio, unico principio d'amore. Le cupidigie terrestri, le voluttà carnali sono passioni scatenate dalla colpa d'origine; sono prodotti del peccato. Mai potranno appagare l'intelligenza e insieme il cuore dell'uomo, mai saranno l'amore!

L'intelligenza e il cuore dell'uomo: due meravigliosi strumenti creati da Dio! Toccati dal soffio divino dell'Amore Infinito, essi avrebbero do­vuto, in perfetto accordo, effondere la più soave armonia e, raccogliendo in qualche modo tutte le note che salivano verso il cielo dalle creature inferiori, formarne un inno melodioso di lode, di gratitudine e di ado­razione.

Tutta la bellezza morale dell'uomo, quell'armonia umana che da lui deve salire verso il cielo, consiste in questo accordo, in questo equilibrio perfetto che egli mantiene fra la sua intelligenza e il suo cuore. Un solo tocco, un solo soffio devono farli vibrare all'unisono; e solo l'Amore Infi­nito è l'artista divino capace di toccare questi armoniosi strumenti da Lui stesso creati.

Imperfezioni e difetti atti a tenermi nell'umiltà.

All'esterno

Manco di forze fisiche; ho poca salute. Non posso fare alcun lavoro faticoso. Sono molto ignorante.

Non ho alcuna istruzione. Scrivo molto male.

Faccio errori di ortografia. Non m'intendo di musica. Non ho voce, neppure per l'Ufficio. Sono miope.

Cammino male.

Non ho una bella dizione.

Talvolta sono ridicolmente timida e altre volte mostro una sicurezza fuori luogo.

In dodici anni non mi si è mai potuto far imparare il lavoro più sem­plice: fare la calza.

Non faccio mai un lavoro completamente riuscito. Non perfeziono nulla.

Dipingo malissimo all'acquerello e ben mediocremente ad olio. Non ho memoria.

All'interno

Ho commesso delle grandi mancanze. Ho scandalizzato il prossimo.

Ho dato cattivo esempio.

Ho resistito per molto tempo alla grazia.

Ho avuto e talvolta ho ancora delle orribili tentazioni.

Malgrado tante grazie datemi dal Signore, sono fiacca nel servirlo. Sento che in me la natura è ancora molto viva; ho una forte inclina­zione all'impazienza; manco di umiltà, sia per orgoglio naturale, quanto soprattutto per vivacità e impetuosità.

Nel mio modo di trattare ho qualcosa di mascolino che non si addice ad una donna.

 

 

1906

25 gennaio 1906

Oggi la vista della Misericordia Infinita ha dominato la mia anima. L'ho vista divinamente creatrice. Nei giorni della creazione, quando an­cora non esistevano le fondamenta del mondo, Dio, Amore Infinito, creava ogni cosa per mezzo del Verbo. Dio disse e tutto fu fatto.

La Sacra Scrittura ci presenta l'adorabile Trinità che fa la sua opera d'amore.

Il Padre dice la parola che crea; il Verbo mette ordine in tutte le cose e, quale Sapienza infinita, gode in mezzo alla creazione; lo Spirito dispone alla fecondità le acque e la terra con il suo divino calore. In quella prima ora il Verbo, sotto i tratti della divina Sapienza, creava dunque dal nulla con grazia infinita la moltitudine degli esseri; con il Padre e con lo Spi­rito faceva germogliare la vita, ed ogni creatura assumeva forma ed essere sotto il soffio dell'Amore.

Nei giorni della Redenzione Dio opera in qualche maniera una nuova creazione, non materiale, ma puramente spirituale; ed è ancora per mezzo del Verbo che vuole operare e produrre. Ma ora il Verbo è Crea­tore non più sotto la forma della divina Sapienza, ma sotto quella della divina Misericordia.

Incarnata in Gesù, la Misericordia Infinita crea degli esseri di giu­stizia, delle vie di santità, una purezza nuova, dei figli di Dio. Oh, queste creazioni della Misericordia! Ancora più belle, ancora più degne della Sa­pienza e dell'Amore di Dio di quelle che apparivano all'inizio dei tempi! La divina Misericordia gode in esse e, come la divina Sapienza si com­piaceva della sua opera, così la divina Misericordia trova le sue delizie nelle anime che essa purifica e salva.

 

24 febbraio 1906

Vi sono dei momenti in cui, nell'anima, tutto deve fare silenzio; non vi deve essere rumore di parole. Sono i momenti in cui Dio compie le sue grandi opere, e poiché tutto ciò che Egli fa è opera della sua parola, del suo Verbo eternamente creatore, così, mentre questa parola increata ri­suona nell'anima, tutte le parole create devono tacere. È ciò che succede nella mia anima in questo periodo.

Sento un grande lavoro di Dio nel mondo; la gente non se ne accorge; si fa mostra d'ignorare Dio, di fare a meno di Lui. E Lui lascia fare; lascia che il mondo vada per la sua china... tutto discende...

Ma Lui, il nostro Dio così grande, dispone in Se stesso il materiale della sua opera. Nelle regioni superiori Egli dice la parola ineffabile, il Verbo che opera la parola dell'Amore. Talvolta - anzi, da qualche mese posso dire: sovente - mi trovo immersa così in un profondo silenzio in­teriore. Gesù non mi parla come prima; non sento più la sua voce colpire distintamente l'orecchio della mia anima. Mi sono chiesta perché Gesù tacesse; l'ho chiesto a Lui direttamente; ho cercato di vedere se le mie infedeltà, le mie miserie l'avessero portato ad allontanarsi da me. Ma no, la miseria non fa che attirare la sua misericordia, e del resto ho cono­sciuto che questo grande silenzio che mi circonda è abitato da Dio.

Nel raccoglimento e nel silenzio degli spiriti Dio prepara la sua opera d'amore, e la mia anima, che la pura Bontà unisce a questo divino lavoro, deve, nella privazione di ogni altra parola, ascoltare unicamente quella dell'Amore Infinito.

 

3 marzo 1906

Non so come esprimere ciò che oggi ho compreso. Mi sono sentita la « cosa » dell'Amore Infinito. Appartengo all'Amore Infinito in modo in­credibile, come un oggetto a suo uso esclusivo, come uno strumento fatto per eseguire il suo lavoro. Ma quale lavoro, e che cosa bisogna fare? Non lo so, eppure mi sento adoperata. Sento che sono messa in azione dalla mano del divino Artefice.

Se il metallo inerte potesse avere una sensibilità, mi pare che, quando viene martellato e cesellato dall'orefice, avrebbe delle sensazioni simili alle mie.

 

(sul medesimo foglio)

Revigliasco Torinese, 15 marzo 1906

Questo foglio, incominciato a Romans, lo continuo ora in terra d'esi­lio. Povera cara Francia! Ormai la gigantesca barriera delle Alpi ci se­para; gli orizzonti conosciuti, gli esseri amati sono scomparsi; la dolce lingua francese non risuona più attorno a noi e le voci che salgono dal villaggio non ci portano che degli strani accenti.

Non più chiostri silenziosi dai bianchi colonnati; non più quei lunghi corridoi dove, incontrando le nostre Sorelle, ci inchinavamo per onorare il loro titolo di spose di Cristo. Non più quelle grate che ci ricordavano la nostra separazione dal mondo le cui massime non dovevamo più seguire. Più niente, all'esterno, della nostra vita monastica... Ma dentro di noi, nell'intimo delle nostre anime, Cristo sempre nostro... sempre nostro, perché noi siamo sempre sue!...

Gesù sempre mio, perché niente può strapparlo dal mio cuore. E io sempre di Gesù, qualunque cosa capiti, perché sento bene che niente mi strapperà dal suo Cuore!

 

Marzo 1906

Ho conservato il silenzio, Signore, perché sei Tu che l'hai permesso. Non sei certo Tu, o Gesù, Amico divino, Bontà misericordiosa, che hai voluto l'iniquità per la quale noi ora soffriamo; ma sei Tu che hai per­messo che ne fossimo colpite. E l'hai permesso per eseguire i tuoi eterni disegni, disegni d'amore e di misericordia per il maggior bene delle nostre anime e per la tua più grande gloria. Vorrei che la mia anima fosse come il vaso d'alabastro di Maria, e che, spezzata, spandesse un profumo su di Te, mio Gesù, e su tutti quelli che mi circondano: profumo d'amore e di lode, profumo di adorazione e di pace.

 

Marzo 1906

Vorrei conservare il ricordo degli ultimi giorni passati nella culla così cara della mia professione, e rivedere ai tuoi piedi, mio dolcissimo Salva­tore, i dettagli di quella lenta agonia con la quale hai voluto unirmi a Te. Ah! lo strazio del cuore quando vidi partire in fretta, tra la neve e il gelo dell'inverno, le nostre povere care Sorelle! Era dunque davvero la fine! Da quattro anni una voce interiore mi diceva continuamente che saremmo partite; ne avevo la certezza e avevo sofferto molto nel vedere che attorno a me nessuno ci credeva, che tutti si facevano in proposito una completa illusione, e che, in questa illusione, venivano trascurate le pre­cauzioni necessarie o le si prendeva solo a metà. Ebbene, quando vidi avvicinarsi il momento e le nostre Sorelle venire in lacrime a chiedere alla Madre un'ultima benedizione, e vidi questa, moralmente coraggiosa e forte ma così carica di anni e così commossa, le lacrime mi salirono agli occhi e dovetti fare un energico sforzo per trattenerle. È che occorreva mostrarsi serene, tenere alto il coraggio, aiutare la Madre a salire il suo Calvario. Poi, per alcuni giorni, ci fu un lavoro schiacciante; la casa era piena di operai e le mie povere sette compagne, non potendo sopperire al bisogno, erano costrette a passare le notti. Quanto avrei voluto poterle aiutare efficacemente! Sono le occasioni in cui la mia debolezza mi è causa di un vero martirio. Tuttavia Gesù mi dava una grazia particolare e po­tevo fare un lavoro che in situazione normale non avrei mai potuto soste­nere. Soffrivo nel veder deperire la salute delle nostre Sorelle. E poi, la Madre ammalata... E quella quotidiana prospettiva di un'espulsione fatta con la forza, che l'avrebbe strappata dal letto e gettata sulla strada! E quella terrificante parola del medico: « Un'emozione potrebbe ucciderla in pochi secondi »... Allora tutte quelle insistenze per far partire la Madre, insistenze che lei non capiva e che interpretava male, povera, buona Ma­dre! E per salvare la vita della Madre, quel sacrificio immenso che mi sa­rebbe toccato di fare, partire con lei e abbandonare la lotta. È ben vero che Gesù, in quei giorni dolorosi ci mandava il Padre a fortificarci e con­fortarci, ma io soffrivo talmente e per così tante cose, che non potevo dire nulla, e quella assoluta impotenza di aprire la mia anima, di dilatare il mio cuore al Padre, era per me un tormento ancora più doloroso di tutto il resto. Più soffro e più l'anima si chiude, meno il cuore riesce ad aprirsi; tutto il dolore si concentra interiormente e, non trovando alcuna via di uscita, mi fa soffrire indicibili tormenti.

Finalmente, dopo un mese di questa agonia, il momento decisivo. Al­l'una, sento alla caserma i tamburi della mobilitazione. Lo dico alla suora economa che non ci crede e che tuttavia, alla mia richiesta, va in parla­torio ad informarsi. La suora portinaia le dice che non è niente e lei le crede. Avevo l'intimo presentimento che si stava mobilitando per noi. Alle due, suor Francesca Paolina, pallidissima, viene da me. Hanno tele­fonato da Valenza che l'espulsione è per le due e mezza. « Va bene, ri­spondo, l'ha detto alla Madre? » « Oh! no, mi dice, vada lei, la prego ». Io salgo subito. Buona e cara Madre! scriveva tranquillamente in camera senza sospettare nulla. Che impressione le avrebbe fatto quell'annuncio? L'avrei vista vacillare e cadere sotto questo colpo? Mi avvicino a lei dol­cemente e, con voce tranquilla, come se le volessi comunicare una sem­plice supposizione, le dico: « Madre, credo che oggi avremo qualcosa di nuovo: da un'ora sento il rullo del tamburo alla caserma, e poi hanno telefonato ora da Valenza che sarebbe per oggi ». Subito la Madre si alza - il Salvatore ci aiutava: « Ma se è così, dice, bisogna prepararci, avver­tire l'economa ». « Lo sa già, Madre; se vuole, vado a chiudere la sua valigia, perché si dice che sia imminente, pare per le due e mezza ». La Madre rimaneva forte: « Affrettiamoci », mi dice. L'aiuto a raccogliere le sue carte, chiudo la sua valigia, sempre parlandole dolcemente e alle­gramente. « Non si preoccupi, è tutto pronto; se vuole scendere nel suo studio, può aspettare là e rileggere la sua protesta ».

Ben presto la folla dei nostri amici entra nella clausura. La Madre era emozionata, ma forte. Andrà fino alla fine? mi chiedevo ansiosamente. O Gesù, Tu conosci tutta l'angoscia della mia anima in quel momento, e come il cuore, senza poter dire alcuna parola, elevava verso di Te delle mute suppliche. Eravamo tutte in coro, in quel coro dove Gesù mi aveva ricolmata di tante grazie; dove mi ero legata a Lui con gli indistruttibili vincoli della professione; dove così sovente ai suoi piedi divini avevo profuso il mio cuore e le mie lacrime; dove il nostro santo Fondatore mi aveva benedetta, imponendo sul mio capo le sue mani beatificate.

Quanti ricordi si affollavano nella mia anima, mentre le labbra mor­moravano il rosario! Attorno a me la folla degli amici pregava e cantava, e di fuori gli operai d'iniquità abbattevano disperatamente le porte a colpi di accetta esasperati per la nostra resistenza.

Infine anche l'ultima cadeva. Pochi momenti dopo, il liquidatore, gli agenti, i gendarmi invadevano il coro. Vi fu un momento di indescrivi­bile tumulto; i gendarmi cercavano di spingere fuori le persone che ci circondavano; queste resistevano con forza e ne nascevano degli alterchi violenti.

Il mio sguardo andava alla Madre: essa stava in piedi, calma; mi av­vicinai a lei, le chiesi se si sarebbe sentita di leggere: « Sì, mi disse, posso ».

Difatti, quando si ristabilì un poco di calma, essa lesse la sua protesta con voce sicura, piena di fermezza, scandendo lentamente le parole, senza dimostrare alcun imbarazzo per la sua debole vista.

Gesù, Tu l'aiutavi visibilmente. Oh! divino Amico, quanto sei po­tente e buono!

E poi si dovette uscire dalla cara dimora, passare sui detriti ammuc­chiati delle nostre porte abbattute, e come Te, divin Maestro, senza asilo e senza focolare andare a rifugiarci sotto il tetto della carità. Scendendo lungo la strada, in mezzo alle grida della folla, appoggiata al braccio di Margherita, sentii la mia anima inondata da flutti di pace. In quel grande spogliamento di ogni cosa, Dio, questa divina ricchezza, si donava a me più largamente!

 

6 maggio 1906

Gesù, il mio dolcissimo Maestro, mi attira sempre verso il suo Sacer­dozio. Poiché lo pregavo per la nostra povera Francia immersa nell'anar­chia e divenuta istigatrice di ribellione e di male alle altre nazioni, Egli mi ha detto: « Io farò dei miei preti una piccola armata che lotterà per il bene e farà regnare il mio Amore ». Nello stesso tempo, mi ha fatto conoscere che voleva vedere tutti i preti del mondo sotto quella esatta disciplina che assicura il trionfo agli eserciti. E che questa disciplina era quella dello Spirito; di modo che tutto il Sacerdozio non abbia che un medesimo pensiero, un medesimo fine, uno stesso insegnamento, un me­desimo movimento di lotta o resistenza contro il male.

 

10 maggio 1906

Poiché Gesù mi faceva nuovamente vedere l'effusione del suo Amore Infinito, mentre la mia anima ne riceveva un'ineffabile consolazione gli ho detto: « Mio dolce Maestro, perché mi consoli così? Forse val meglio che io soffra senza vedere nulla; il Padre preferisce che io soffra. Se Tu lo vuoi, e se ciò può servire meglio al tuo Amore, lasciami dunque sof­frire nelle tenebre e nella desolazione ». E con l'incredibile tenerezza del suo Cuore, Gesù mi ha detto: « Adesso voglio darti gioia per guarirti ». Questa parola, così maternamente tenera, ha fatto fondere il mio cuore d'amore. Nel vedere questo adorabile Maestro abbassarsi fino ad occu­parsi Lui stesso della guarigione di questo miserabile corpo, di questo involucro di peccato che ricopre la mia anima, ho riconosciuto in Gesù Cristo, Redentore del mondo, il Verbo eterno del Padre per il quale tutto è stato fatto.

Ho adorato nel Cristo la parola creatrice che ha formato il mio essere e, con gli occhi pieni di lacrime ed il cuore colmo di amore, mi sono messa nelle divine mani di Gesù, mani del mio Creatore e Salvatore, come un piccolo bambino si mette nelle mani della sua dolcissima madre.

 

Maggio 1906

Cristo mi ha fatto vedere il suo Cuore. Ma questa volta non era il Cuore di carne umile e dolce, palpitante nel suo petto umano; non era quel simbolo sensibile del suo ardente amore, quel sacro vaso in cui si elaborò il sangue redentore e che il ferro della lancia aprì sul Calvario, era il suo Cuore mistico.

Non ha forse Cristo, Verbo eterno del Padre, oltre quel corpo di carne che Egli ha rivestito per meglio unirsi alla nostra natura, non ha forse, ripeto, un corpo mistico che Egli ha formato con amore e di cui è il capo? E questo corpo, come ogni corpo vivente, non ha forse delle mem­bra e un cuore?

La Chiesa è il corpo mistico di Cristo, i fedeli ne sono le membra e il Sacerdozio il cuore. Sì, il Sacerdozio è il cuore di questo corpo vivente di cui Cristo è la testa. Un corpo muore se la testa o il cuore vengono colpiti a morte; perché è dalla testa e dal cuore che la vita si irradia nel corpo intero; ma esso può veder cadere molte sue membra, senza che per questo la vita si inaridisca. Così la Chiesa può talvolta veder perire qual­cuna delle sue membra - e con quanto dolore! - ma senza che la sua vita venga meno, perché la sua testa, Cristo Amore, è immortale, e il suo Cuore, il suo Sacerdozio santo, innestato su Gesù, Sacerdote eterno, non può perire.

Il Sacerdozio, mistico cuore di Cristo è vero cuore della Chiesa, è dunque per questa un organo di vita così necessario - anzi, indispensa­bile - quanto è indispensabile il cuore per il corpo umano.

Senza il suo capo: Cristo, senza la sua anima: lo Spirito Santo, la Chiesa non esisterebbe; e senza il suo cuore, senza il Sacerdozio che la riscalda e la vivifica, essa sarebbe morta. È per esso che il moto divino che le viene dal suo Capo è comunicato a tutte le membra; che il sangue vivi­ficante della grazia scorre fino alle sue estremità; che il calore vitale del­l'Amore riscalda le sue membra.

Ma che cosa è in sé questo santo Sacerdozio? Senza dubbio è un or­gano unico, ma è tuttavia composto di una moltitudine di parti. I Ponte­fici, i preti, tutti gli ordini della sacra gerarchia sono le parti, le molecole se così si può dire, che, riunite insieme, formano il corpo del Sacerdozio. Il Sacerdozio non è dunque altro se non le parti stesse che lo compongono. Ora, se è il cuore della Chiesa, deve compiere le sue funzioni di vita; deve perciò essere robusto e sano, libero e ardente; bisogna che il suo moto sia pieno, sempre uguale e sempre dipendente.

 

Revigliasco, maggio 1906

Ecco che da qualche giorno soffro nell'anima, nel cuore, in tutto l'es­sere morale... Vedo così tante cose che fanno soffrire! Povera cara Madre, povera comunità! L'esilio, il lavoro, la persecuzione, la povertà: tutto questo è niente a confronto di questo abbassamento dello spirito religioso in alcune anime, di questo lavoro sotterraneo che tende a distruggere l'unità; lavoro che si compie inconsciamente (voglio credere che sia così), ma che è continuo, e che spezza, divide, disgrega.

Oggi soffrivo talmente, che le lacrime mi sono salite spesso agli occhi, e anche poco fa, all'orazione, le ho lasciate scorrere ai piedi di Gesù. Soffro per il presente, soffro ancora di più per l'avvenire. La mia anima è nell'agonia! Sono costretta a innalzarmi costantemente a Dio e dirgli: « Tu lo permetti, Signore, sei Tu che lo permetti! » È solo il pensiero di questa divina permissione che mi aiuta a superare la sofferenza acuta che mi spezza l'anima. Vorrei distogliere lo sguardo e Gesù non vuole: è Lui al contrario che mi fa vedere il pericolo; ma perché? io non posso far nulla per stornarlo..

Mio Dio, mio Dio, ti offro la mia sofferenza, ti offro l'agonia della mia anima perché serva al bene della comunità!

 

Lunedì di Pentecoste, 1906

Durante tutto questo ritiro non ho saputo fare altro che soffrire, so­prattutto durante le orazioni e le istruzioni; ma non importa, ero contenta lo stesso, perché soffrivo per l'Amore e sotto la mano dell'Amore.

Quelle prediche andavano proprio bene per la mia anima. Quando si parla dell'Amore Infinito, dei misteri divini visti in Dio stesso, provo nell'anima una gioia dolcissima, come se rivedessi dei luoghi amati e già percorsi. In una di quelle istruzioni, il Cappellano ha parlato dei martiri. Non so perché, ma da un po' di tempo, quando sento parlare di martirio, la mia anima trasale e il cuore sembra balzare; mi viene un desiderio ardente di dare a Gesù questa suprema testimonianza di adorazione e di amore, e quando penso a quelli che forse avranno una tale grazia o che l'hanno avuta, provo una specie di gelosia. È un desiderio il cui solo pen­siero mi delizia e mi emoziona. Eppure, quando ci ragiono, vedo che sarei così vile... Sopporto già così poco coraggiosamente le sofferenze ordinarie!

 

17 giugno 1906

Ieri ho ammirato la dolcissima Misericordia di Dio verso di me. L'altro ieri mi ero lasciata andare all'impazienza, non solo interiormente - cosa che mi succede spesso - ma anche esteriormente, dicendo alcune parole che tradivano la contrarietà che provavo nel veder la poca disponibilità che si aveva a darmi l'occorrente per un altare provvisorio. Il Signore mi fece subito vedere la mia mancanza, ma sul momento non mi rimpro­verò. L'indomani - cioè ieri - quando pensavo di avere finito il mio la­voro, mi accorsi di aver fatto tutto al rovescio e dovetti ricominciare da capo. Nel momento stesso in cui constatavo il mio errore e, stanca com'ero, dovevo rifare in gran fretta il lavoro, l'adorabile Maestro mi fece vedere che era Lui che aveva permesso quell'errore, affinché quel sovrappiù di pena e di fatica servisse da espiazione alla mia impazienza del giorno prima.

Nello stesso tempo mi fece vedere che Egli agiva sempre così con me, che accanto alla mancanza metteva sempre l'espiazione, e questo per il grandissimo desiderio di vedermi sempre totalmente pura. Questo divin Maestro della mia anima ha come un'ardente gelosia della mia purezza; non vorrebbe che ci fosse neppur un'ombra, e ci sono invece così tante miserie!...

Da parte di Gesù è un continuo assalto di misericordia verso la mia anima. Come uno sposo che fa delle follie per ornare la sposa che ama perdutamente, così Gesù fa delle follie di misericordia per vedermi sempre adorna di candore, sempre secondo il gusto del suo amore.

 

3 luglio 1906

Il giorno di S. Giovanni e ieri, Gesù ha tenuto la mia anima tutta raccolta in Lui. Questo mistero della Visitazione è sempre per la mia anima una sorgente di grazia e di luce. È proprio là che Maria rappre­senta l'azione del Sacerdozio. Il prete ha Gesù in sé, egli lo porta nella sua anima segnata dal carattere sacerdotale, lo porta nel suo cuore con l'amore, e va alle anime, e parla e agisce, e Gesù invisibilmente nascosto in lui, compie la sua opera di misericordia. Ma per far questo, occorre che Gesù sia ben vivo nel prete, così come lo era in Maria, e che il prete, come la Vergine, docile alle ispirazioni dello Spirito, lasci che il Verbo divino che egli porta, agisca liberamente in lui e per mezzo di lui.

 

6 luglio 1906

Gesù mi ha detto: « L'opera dell'Amore per mezzo del Sacerdozio non si può fare con il denaro, come si fanno altre opere, ma solo con molte sofferenze, sacrifici e umiliazioni ». Queste parole di Gesù hanno provocato in me un desiderio ardente di soffrire e di essere umiliata. Così, quando ieri mi è stato riferito ciò che una persona diceva di me, del mio passato e del mio presente, ho provato una grande gioia, una gioia soprannaturale infinitamente dolce all'anima, e se quella persona fosse stata pre­sente, e l'avessi potuto fare senza stupirla, l'avrei abbracciata di cuore.

 

28 agosto 1906

Sono stata talmente presa dal lavoro, che da oltre un mese non ho più annotato nulla. Eppure avrei bisogno di scrivere per dilatarmi, per dare un poco d'aria alla mia anima. Da più di quindici giorni ho intra­visto una grande croce: se non m'inganno, si tratta di una sofferenza che dovrà colpirmi fra tre o quattro mesi. Che cosa sarà, non lo so. M'ina­bisso in Dio, nella sua Volontà sempre adorabile, nel suo Cuore di Padre.

 

21 settembre 1906 - Ritiro

Questa mattina ho preparato una piccola revisione dell'anno trascorso; fino a dopo cena sono rimasta in un profondo sentimento di dolore per le mie infedeltà e debolezze. Durante la preghiera di ringraziamento, ho sentito all'improvviso un violento colpo al cuore e mi sono sentita tutta riempita dal sentimento della presenza del Signore, con qualcosa che ra­piva via la mia anima. Uscendo dal refettorio, sono andata in coro; la divina presenza era sempre più sensibile; facevo degli sforzi per seguire le preghiere che si recitavano ad alta voce e per rispondervi, ma Gesù mi ha presa tutta, ero come avvolta nell'Amore Infinito.

E, dentro, Gesù mi diceva: « Vuoi amarmi per tutte le creature? Vuoi lasciarmi versare nel tuo cuore una goccia dell'Amore Infinito? » E mi faceva conoscere che questo lungo anno di sofferenza era stato una preparazione alle grazie che vuol farmi in questo ritiro.

Rileggevo queste parole di Nostro Signore, e gli dicevo che mai il mio povero piccolo cuore di creatura potrebbe contenere anche solo una goccia di Amore Infinito; che mai io potrei amare infinitamente, per quanto vor­rei poterlo fare.

Egli mi ha fatto conoscere, se non mi sbaglio, che effettivamente io non potrei amare in modo infinito, ciò che solo Lui, Dio, può fare; ma che questo Amore Infinito che Egli vuol mettere nel mio cuore, mi farebbe amare quanto più una creatura può amare; che il mio cuore, la mia anima non potrebbero sostenere ciò che vi è d'infinito nel suo amore, ma che lo servirebbero soltanto di passaggio. Ed è ciò che Egli fa già continuamente, di modo che la mia anima e il mio cuore sono sempre occupati a far pas­sare l'Amore.

23 settembre. - Ieri sera ho avuto un momento d'intensa sofferenza: ho visto così tante cose dolorose! Tuttavia mi abbandono con tutto il cuore.

Poco fa il Padre mi parlava dell'amore e dell'umiltà. Mi sembra che il vero amore per Gesù sia la stessa cosa che l'umiltà. Amare Gesù è vo­lere che Lui sia tutto, e per conseguenza è non voler essere niente noi stessi. Amare Gesù è volere che Egli abbia in noi e su noi ogni soddisfa­zione, e per conseguenza significa offrirsi a tutte le distruzioni, a tutti gli annientamenti, a tutte le sofferenze. Amare Gesù è voler fare la sua vo­lontà, costi quel che costi. Amare Gesù è volersi unire a Lui con tutte le forze, e diventare simili a Lui e perciò prendere la nostra parte della sua vita nascosta, delle calunnie che lo hanno colpito, della sua corona di spine, della sua porpora derisoria, dei flagelli, degli scherni, degli insulti, degli schiaffi che hanno straziato il suo corpo e il suo cuore. Amare Gesù è volergli tenere compagnia sulla croce, negli orrori del Calvario, nelle ignominie della sua morte, nel freddo abbandono del sepolcro.

Amare Gesù è volerlo consolare, aiutarlo nella sua opera redentrice, conquistargli delle anime e per far questo usare i mezzi che Lui stesso ha usato, ossia sacrificare il riposo, l'onore, il sangue, la vita, tutto l'es­sere. Amare Gesù è voler fare tutto ciò per Lui e soltanto per Lui, senza che le creature lo sappiano, riservando per il suo sguardo divino il segreto della propria immolazione.

24 settembre. - Gesù mi ha presentato questa mattina un sacrificio immenso. Al vedere il Cappellano entrare questa mattina, durante Prima, solo, commosso, turbato; e vedendo la Madre uscire dalla sacrestia con il viso sconvolto, ho capito che il Padre doveva essere malato, moribondo, forse morto.

Ho sentito l'anima come stretta in una morsa. Il Cappellano dava la Comunione con voce tremante. Mi rivolsi a Gesù e gli dissi: « Oh! Mae­stro, vieni, è adesso che ho bisogno della tua forza ». Mi sono alzata, sono andata a ricevere l'Eucarestia, adorando la divina volontà, unendomi ad essa con la pienezza della mia volontà. Ma che dolore! Dopo il ringrazia­mento, sono uscita; nell'ufficio della Madre ho appreso ciò che si sapeva allora e che non era per nulla rassicurante.

Quando mi sono trovata sola con la Madre, non potei più frenare le lacrime che con tanta energia trattenevo da una buona mezz'ora. Volevo tutto ciò che Gesù voleva, e lo volevo sempre di più; e anche se di tanto in tanto dicevo: « Mio Dio, se lo vuoi, lasciami il Padre! », ciò che desi­deravo unicamente era la volontà di Gesù. Ho cercato di ingoiare le la­crime, dicendo alla Madre che forse era bene fare così. Ma la Madre mi ha detto che no, che bisognava piangere, lei lo voleva. Così ho fatto, e credo che sarei morta se avessi dovuto comprimere tutto dentro. Però ho pianto, mi sembra, il meno possibile.

Suor X... mi ha proposto di fare una novena, con diverse altre suore, per ottenere la guarigione del Padre. L'ho ringraziata, e le ho detto: « Preghi, Sorella, se vuole; io pregherò con lei, ma non chiedo altra cosa se non che il Signore faccia la sua volontà. Tutto ciò che Egli farà sarà il meglio per lui e per noi ».

Finalmente, dopo parecchio tempo, sono giunte notizie: non era ciò che si temeva. Il medico aveva dato buone assicurazioni; il Padre mi sa­rebbe stato reso. Ho pianto ancora a lungo, ma dolcemente, in un senti­mento di adorazione e di gratitudine. L'anima, il cuore erano stati così profondamente feriti, la piaga era stata così dolorosa, che le lacrime - questo sangue dell'anima - non potevano asciugarsi tanto presto.

Durante l'orazione delle 9, Gesù mi si è manifestato e mi ha detto pressappoco queste parole: « Poiché tu non hai interposto intervallo fra la conoscenza del sacrificio che ti mostravo e l'accettazione completa della mia volontà, io aumenterò ancora su di te l'affluenza delle mie liberalità, perché amo trovare delle volontà arrendevoli e dei cuori tanto fiduciosi nel mio amore da credere che non saprei voler nulla per loro che non sia bene ».

Il Signore mi ha fatto così tante grazie, non certo perché io sia buona, non perché sia umile, non perché sia mortificata, o fedele, o paziente, o fervente. Oh! no di certo, perché io non sono niente di tutto questo; sono anzi miserabile e debole e povera di virtù fino alla più completa nudità. Se Dio mi ha tanto gratificata, è solo perché ho creduto al suo Amore io. Sì, nella semplicità della mia anima ho creduto che Dio, che non aveva bisogno di nulla e bastava a Se stesso, aveva intrapreso l'opera della crea­zione soltanto per avere qualcosa da amare fuori di Se stesso. Ho creduto che in questa meravigliosa creazione l'uomo era uno dei particolari oggetti del suo amore, ed ho creduto che niente poteva uscire da Dio per questa creatura amata, che ancora non fosse amore. Ho creduto che nella sua condotta a mio riguardo, Dio aveva agito solo per amore, e ho ricono­sciuto questo Amore Infinito, non tanto forse nelle dolcezze e nelle illumi­nazioni che mi dava, quanto piuttosto nelle tante sofferenze che mi hanno colpita nell'anima, nel cuore, nel corpo. Ho creduto all'Amore che con­sola, che sostiene e che inebria; ho creduto all'Amore che spezza, che schiaccia, che spoglia.

Mio Dio, ho creduto al tuo Amore e vi credo con tutta la chiarezza dell'intelligenza, con tutta la lucidità della ragione, con tutta la forza della volontà; soprattutto, vi credo con tutto l'ardore del cuore. Mio Dio, credo al tuo Amore e voglio credervi sempre, qualunque sia il dolore che mi mandi, la croce che mi imponi, il soccorso di cui mi privi, il bene che mi togli; io crederò al tuo Amore!

27 settembre. - La mia anima è colma di una ineffabile pace. Nella parte inferiore vi sono delle inquietudini dolorose, dei timori, una soffe­renza che rimane e si fa sentire, a volte più acuta, a volte più sorda, ma tutto ciò non tocca la parte più elevata. È come il possesso di un bene forte, calmo, pieno, che niente può intaccare.

 

7 ottobre 1906

Mi sta succedendo qualcosa di particolare. Mi trovo in presenza di parecchie croci dolorosissime; la salute del Padre mi preoccupa; l'avve­nire è pieno di dolorosa incertezza: comunque si mettano le cose, sarà sempre un'intensa sofferenza; ne sono sicura e me l'aspetto. Di tutto ciò ho una visione nettissima e lo sento in modo molto acuto. Eppure l'anima è in una pace, un riposo, una serenità che mi stupisce. Ho il sole nel­l'anima. Qualcosa di caldo, di dolce, di vivificante, di forte, che avvolge la mia anima e la tiene separata da tutto ciò che appartiene alla terra. Credo, se non mi sbaglio, sia l'effetto della presa di possesso della mia anima da parte dell'Amore Infinito.

Mi pare di rendermi conto che nella mia anima vi è una potenza so­prannaturale, che non è soltanto la grazia come mi è stata spesso donata. Oppure è la grazia ad un grado più elevato, più forte. O è un dono parti­colare, una speciale dimora dello Spirito d'amore.

 

13 ottobre 1906

Questa mattina, durante la Messa, mi sono sentita spinta a dire ciò che il dolcissimo Maestro, vivente in me, mi diceva interiormente: « Alla vigilia di questa grande tribolazione attraverso cui stanno per passare i preti della Francia e altri ancora, è venuto il momento di far conoscere a tutti (non soltanto a qualcuno, ma a tutti) la manifestazione speciale che del suo Cuore il divin Maestro ha fatto loro, affinché possano compren­dere di quale amore essi sono amati e per essa donar loro consolazione nelle sofferenze e coraggio nelle lotte ».

Gesù mi ha anche detto, mi sembra, che nel comunicare questo ai preti, a tutti i preti, si doveva dire la data esatta in cui Egli aveva fatto loro dono del suo Cuore. Tale data è, se ben ricordo, nella prïma quindi­cina del giugno 1902. Egli dice che la precisione di questa data è utile. Non so se devo scrivere tutto questo al Padre; non so come stia di salute, dove risieda e nemmeno se è vivo. Mio Gesù, fammi conoscere ciò che devo fare!

 

 

1907

9 gennaio 1907

Questa notte sono stata testimone di un violento incendio; il fuoco era intenso; le fiamme enormi che divoravano fieno, paglia, grano usci­vano da tutte le aperture. Una luce abbagliante si spandeva nel cielo, proiettando riflessi sfavillanti sui caseggiati più lontani. In qualche mo­mento il fuoco sembrava perdere forza; il chiarore diminuiva. Non era però che l'incendio stesse per spegnersi; al contrario, era un'altra parte del caseggiato che veniva investita, e la fiamma, che ben presto sarebbe stata ravvivata da quel nuovo alimento, si raccoglieva per così dire in se stessa, prima di divorare la nuova preda, e un denso fumo ne offuscava momentaneamente la luminosità.

E io pensavo: così succede talvolta nell'anima umana; nell'anima del cristiano che conosce Cristo e che lo ama, la sofferenza è un alimento per l'Amore e serve meravigliosamente a farlo crescere. Ma nel momento in cui si fa sentire nell'anima, si produce come una specie di diminuzione delle forze che amano. La luce dell'amore si vela di una nube oscura, il freddo si espande; all'anima, assorbita nella sua sofferenza, sembra di non amare più Dio come prima. Nella preghiera, nella Comunione, ogni volta che si avvicina a Dio, non sa dire altro che un fiat rassegnato, ma dolo­roso. Sembra che l'amore si spenga, ma non è vero; al contrario, esso si nutre di questa sofferenza e, quando le immagini che intercettano la luce saranno dissipate, si farà sentire più ardente e più forte.

La sofferenza, oh! quanto fa del bene alla mia anima! La purifica, la rende più forte, la spoglia delle scorie terrene che l'avviliscono; l'innal­zano verso l'Amore.

Mio Dio, mio Cristo Amore, perdona se qualche volta indietreggio davanti alla sofferenza e se, per non conoscerne il valore, tento talvolta di respingerla!

 

29 gennaio 1907

Poco prima delle 4, questa mattina, ero sveglia. Stavo bene, poi arrivò la sofferenza. Tutto il corpo era come fatto a pezzi.

 

23 febbraio 1907

Dal mese scorso non ho più avuto un minuto di tempo per ultimare ciò che avevo cominciato a scrivere. Si trattava di una visita del santo Fondatore, piena di dolcezza e di conforto per la mia anima. Me ne ri­mane un soavissimo profumo, e anche se oggi non riesco a scrivere esat­tamente le parole che mi fece intendere, posso però annotarne il senso. Il nostro Beato Padre mi disse che noi eravamo state istituite special­mente per il servizio dell'Amore Infinito, ma che nessun'anima sarebbe potuta giungere all'amore di Dio se non avesse avuto anche una grande e vera carità per il prossimo. Mi fece comprendere che solo raramente le anime si elevano ad un grado superiore di amore verso Dio, perché non spingono abbastanza avanti il loro amore per gli altri; che non basta ser­virli e avere una carità appena sufficiente, ma che bisogna avere dentro di sé dei sentimenti di estrema delicatezza.

In molte anime vi sono dei sentimenti vendicativi e delle cattive vo­lontà che non sono coltivate volontariamente, ma che non sono abba­stanza combattute. Non essendo che peccati veniali, non fanno morire la carità nell'anima, però impediscono lo sviluppo dell'Amore Infinito. Mi ha insegnato quell'estrema dolcezza dei sentimenti interiori che rende l'anima così gradita a Dio da far sì che il dono dell'amore le venga con­cesso allora con grandissima abbondanza. Mi ha detto ancora che biso­gnava perdonare tutto e sempre, e sempre rendere il bene per il male; poi mi ha detto che se avessi sempre fatto così, l'Amore Infinito avrebbe posto nella mia anima la sua dimora di riposo e di delizie.

Ricevendo queste grazie e queste luci, non pensavo che avrei dovuto metterle in pratica così presto. Tu mi hai mandato la sofferenza, mio dol­cissimo Maestro. Ho fatto ciò che Tu volevi da me? Mi sembra che nella mia anima non sia rimasta alcuna amarezza e che anche nel momento della ferita il mio cuore non abbia avuto che perdono...

 

10 agosto 1907

Faccio questo ritiro in una pace profonda, in un riposo completo del­l'anima in Dio. Non è che mi manchino i fastidi; non è che non intraveda, in un avvenire più o meno prossimo, non poche pene, lavori e croci, ma sento talmente il Signore con me! Non posso far altro che affidarmi, ab­bandonarmi a Lui. Mi sembra - non so se mi sbaglio - che questa calma profonda di cui gode la mia anima, mi sia stata data dal Signore come una preparazione ad una moltitudine di preoccupazioni, affari e compli­cazioni di ogni sorta che mi devono arrivare; ma perfino questo pensiero non mi turba affatto. Ho una grande certezza interiore che è Dio stesso che mi ha posto in questa carica che occupo, tanto più che ciò è avve­nuto contro tutte le previsioni umane. Dio conosceva bene la mia miseria, la mia ignoranza, le mie incapacità fisiche e morali, le mie impotenze di ogni specie; se dunque Egli mi ha dato questa carica, è perché voleva impegnarsi a compiere Lui stesso tutto ciò che io non potevo fare, e perché mirava ad uno scopo che altro non può essere se non la sua gloria.

Questo scopo, credo di averlo intravisto questa mattina. Gesù mi ha mostrato l'Amore Infinito di cui il suo Cuore è pieno fino a traboccare, e me lo indicava, se non sbaglio, come il divino rimedio che, solo, salverà il mondo. Mi sembrava anche che forse questo adorabile Maestro mi dava un poco d'influenza sulle anime e di libertà di azione, soltanto per svelare questo Amore salvatore e diffonderlo da ogni parte. Gesù mi mo­strava le grandi eresie del giorno d'oggi, questa follia delle intelligenze che vuole attaccare Dio, questo sollevamento generale di tutte le classi della società, questa crisi morale che scuote il mondo e lo lacera fin nelle sue basi. E di tutto ciò io consideravo le cause. Vedevo l'uomo creato da Dio come un triangolo perfettamente uguale, vivificato da un'anima molto pura e tutta spirituale. Un lato di questo triangolo era l'intelligenza o il pensiero; un altro il sentimento, la volontà, il cuore. Il terzo era la carne e i sensi, e queste tre parti dovevano formare tre angoli perfettamente uguali. Da questa uguaglianza nasceva l'equilibrio umano.

L'anima spirituale, vivendo in questo essere equilibrato e stando unita al suo divino Principio, costituiva l'uomo quale deve essere.

Nella nostra epoca l'umanità rompe tale equilibrio. In un gran numero di uomini domina la vita dei sensi e della carne; in altri, meno materiali, domina il pensiero, ma un pensiero senza regolatore e senza equilibrio.

In tutti, per così dire, o almeno in un grande numero, la vita del cuore o della volontà si è affievolita. La volontà si è sviata.

 

1907

Sento in me un desiderio appassionato di fare amare Dio. Mi sembra di avere nel petto delle onde che ribollono e che vorrebbero trovare una uscita e riversarsi; onde insieme ardenti come il fuoco e dissetanti e fre­sche come limpida acqua; onde d'amore, attive, vive, che sono state ver­sate in me, non per me, ma per altri. Dio ha fatto della mia anima un profondo serbatoio di amore in cui Egli versa incessantemente. Questo amore non è mio, non viene da me: è l'amore stesso di Dio. Viene dal Cuore di Cristo, scende in me, ma non per fermarsi. Il mio cuore non è che un luogo di passaggio per questo divino amore, una stazione terrena dove si ferma passando. Ma no, non si ferma, passa continuamente; un flutto precede un altro flutto e ne sospinge un altro ancora. E dove va questo Amore Infinito che passa? Verso quale abisso si precipita? Va dagli abissi della divina Misericordia da cui scaturisce, agli abissi della miseria umana. Fra questi due abissi vi è una voragine profonda, un vuoto spaventoso. E’ il nulla del male. Su questa voragine è stato gettato un ponte: Cristo vivente e salvatore! Così, è per mezzo di Cristo che l'Amore Infinito va al mondo. Per mezzo di Cristo, sì; ma soprattutto per mezzo del suo Cuore. Il Cuore di Cristo! come vorrei poter cantare un inno di adorazione e di lode, un inno sublime di riconoscenza e di ammirazione, che porti a tutti gli echi della terra e dei cieli la gloria del suo incompa­rabile amore!

Gesù Cristo, questo divino acquedotto che fa passare l'Amore Infinito dalla Divinità all'umanità, ponte sacro che le mette in comunicazione fra loro, Gesù Cristo Dio e uomo, ha un cuore.

Egli è Dio e il suo Cuore è lo Spirito Santo, perché il Cuore di Dio è lo Spirito d'Amore. Egli è uomo e il suo Cuore è il più perfetto, il più puro, il più ardente dei cuori umani.

 

30 settembre 1907

Come sono stata felice di ricevere Gesù, questa mattina, dopo tre giorni di attesa! Non gli ho parlato molto, e Lui non mi ha detto nulla; ma Egli era là, vivente in me, nascosto nella mia miseria per purificarmi, fortificarmi, rialzarmi. Mi vedo miserabile all'estremo, mi sento come oppressa di grazie, e così vile, così poco fedele, così poco riconoscente, così poco amante! L'Amore Infinito mi avvolge, mi riempie, mi bagna nelle sue luci vivificanti, e io sono ancora ottenebrata, cattiva, indiffe­rente; non ho coraggio, ho paura della sofferenza.

Paura, forse no, perché la voglio, la desidero. Allora, che cos'è? E’ un bisogno immenso di rispondere all'Amore Infinito che discende fino a me, con un amore che vorrei rendere infinito. E non posso, il mio cuore è troppo piccolo, la mia anima troppo debole. Soffro indicibilmente. Vor­rei avere nelle mie mani milioni di cuori per poterli aprire all'Amore Infinito.

Gesù, oggi, fa come il Padre: mi guarda soffrire. Si compiace della mia sofferenza e non mi dice niente. Non mi consola. Una volta ho pen­sato che il Padre era duro, perché mi guardava piangere tranquillamente, senza far niente per consolarmi; ma Gesù, Lui, non è duro, eppure fa lo stesso.

 

3 ottobre 1907

Da tre giorni ho fatto soffrire parecchio il Padre e ho sofferto molto anch'io; ma è Gesù, mi sembra, che l'ha voluto. Credo di rendermi conto che questo malessere, questo disagio fra il Padre e me sono cominciati il giorno in cui egli ha deciso di aspettare senza far nulla; io non ne sapevo niente, e quando mi rivolgevo a Gesù, vedevo che era Lui che permetteva così. Mi sembra, se non sbaglio, che questo malessere venga dal fatto che il Padre e io non abbiamo più lo stesso movimento, lo stesso interesse. Il Padre ha avuto un movimento di attesa, di arresto. Io ho sempre un mo­vimento di marcia in avanti. Non è che la mia confidenza verso il Padre sia diminuita, ma il movimento nel senso della volontà di Gesù non è più stato lo stesso.

Il Cappellano mi ha chiesto se non ero rimasta turbata, come parec­chie delle nostre suore, da ciò che aveva detto nel suo catechismo. Ma no; perché avrei dovuto turbarmi? Gli attacchi contro la Chiesa non deb­bono scuotere la nostra fede né gettare il dubbio nei nostri spiriti. Sono venti secoli che questi attacchi non cessano di venire sferrati, e la Chiesa ne è sempre uscita trionfante. Capisco il turbamento dei cristiani della Chiesa primitiva, allorché comparve la prima eresia; capisco che quelli che erano ancora deboli e male informati abbiano potuto avere dei timori, delle angosce, delle lotte - vedevano la Chiesa appena formata, all'appa­renza talmente piccola e debole che un soffio sembrava potesse farla rove­sciare. Ma ora, dopo tanti secoli di prove, la Chiesa non ha forse mostrato la sua potenza e vitalità? Battuta in breccia da ogni parte; attaccata su tutti i fianchi: nei suoi dogmi, nella sua dottrina, nella sua morale, nel suo culto; perseguitata nei suoi pontefici, nei suoi preti, nei suoi fedeli; scossa dalle agitazioni dei popoli; inondata del proprio sangue... Ebbene, vediamo forse che essa abbia ceduto, che sia scomparsa dalla terra, che abbia vegetato, che si sia affievolita? Se ha resistito a venti secoli di ca­lunnie e di persecuzioni bisogna ben che sia una istituzione divina, e se è divina, possiamo temere che gli uomini la distruggano?

Non vedo perché avrei dovuto turbarmi maggiormente sentendo par­lare degli errori del nostro tempo, di quanto potrei esserlo leggendo nella storia il racconto del grande scisma d'Occidente o le conquiste del prote­stantesimo. Sono profondamente addolorata per ciò che si fa o si dice contro la Fede, per le eresie e per gli scismi; ma non per timore di vedere per essi cadere la Chiesa o affievolirsi la gloria di Dio. Dio ha la sua gloria in Se stesso e la Chiesa ha la sua vita in Dio. È per le anime deboli che mi rattristo; per tutti coloro che, forse, aderendo a false dottrine per­deranno le loro anime per sempre e contristeranno l'Amore Infinito, il quale desidera appassionatamente per tutti gli uomini l'eterna felicità. Sì, mi rattristo insieme al cuore di tutti i cattolici, vedendo la nostra Chiesa per­seguitata e tradita, vedendo delle belle intelligenze impiegare contro di essa le loro forze vive; vedendo degli uomini, che hanno per missione di difendere la verità, gettare con imprudenza il seme della discordia e del­l'errore e prestarsi con colpevole leggerezza a secondare le iniziative di pericolosi innovatori. Ma io so che la Chiesa trionferà dei suoi nemici; so che, sostenuta dal suo Capo divino, conserverà nel suo grembo il depo­sito della Verità; so che, dopo i giorni di pianto, verranno per essa i giorni di trionfo.

È vero, gli errori del nostro tempo sono sottili, gli attacchi sono abil­mente condotti; i difensori della Chiesa hanno bisogno di un grande soc­corso per rimanere fermi e giusti e per trovare, in questa rete fitta e al­ l'apparenza inestricabile, fatta di sottili argomentazioni, la diritta via della Verità. Perciò dobbiamo pregare per la Chiesa, per i suoi pontefici ed i suoi preti; ma non temendo che essa cada, questa Chiesa Santa, fondata sulla roccia, né temendo per la sua esistenza; ma affinché il suo trionfo sia più sollecito e la sua gloria terrena più completa. Dobbiamo pregare per le anime; per quelle anime deboli che la persecuzione abbatte; per quegli spiriti instabili che il minimo soffio di errore fa vacillare; per quelle volontà incerte che la più leggera pressione fa piegare. Noi siamo là per aiutare la Santa Chiesa di Cristo, noi che siamo le figlie del suo Cuore; siamo là per tenere le nostre mani alzate verso Dio, mentre i suoi pon­tefici e i suoi preti combattono per Lui nella pianura.

Perché dunque turbarci codardamente? La nostra Fede sarebbe de­bole e il nostro amore un'illusione?

 

 

1909

1909

Il prete è stato fatto dispensatore dei misteri di Dio dei tesori del suo amore. Tutto gli è stato messo in mano affinché lo distribuisca alle anime. Egli ha dunque in sé il deposito dei misteri della Verità Increata e dei tesori dell'Amore Infinito. Quant'è grande, il prete! Quanto è degno di rispetto e di onore! Ma se è dispensatore, bisogna che dispensi. Biso­gna che ogni anima riceva da lui tutto ciò che è necessario alla sua intel­ligenza e al suo cuore. Talvolta Dio dona direttamente delle grazie alle anime, così come il ricco dona egli stesso qualche elemosina ai poveri che incontra; ma Egli vuole che la maggior parte delle sue grazie vadano alle anime per le mani del prete, così come il ricco che fa distribuire le sue grandi liberalità attraverso il dispensatore che egli ha scelto.

Il prete ha dunque in suo possesso, non per sé, ma per donarli, tutti i tesori della Verità e dell'Amore! Se non li dona, questi beni divini e viventi, li sottrae, li nasconde, ne priva le anime e si rende colpevole. Se al contrario li distribuisce, allora è un dispensatore fedele e benedetto. Anzi, è più ancora di questo, egli diventa un canale vivo e vivificante nel quale l'Amore Infinito fa passare le sue onde sacre.

 

Gennaio 1909

Gesù Cristo! Nel pronunziare questo nome, smuovo un mondo di mi­steri, di profondi e soavi pensieri, un infinito d'amore e di divine realtà! Gesù Cristo! E’ l'Alfa e l'Omega, il principio e la fine di ogni essere e di ogni cosa. Con la sua radiosa figura domina lo snodarsi dei secoli passati; proietta ammirabili luci nelle profondità dell'avvenire.

Gesù Cristo! Lo Sconosciuto di ieri, il Perseguitato di oggi, forse il Crocifisso di domani, è tuttavia il Dominatore del mondo, il Perno divino che regola il movimento delle cose, è Lui il Maestro delle intelligenze, Lui il Salvatore del mondo! Gesù Cristo!

 

 

1910

Mazzè, 19 febbraio 1910

Questa sera all'orazione Gesù mi si è comunicato con divina abbon­danza; mi ha detto: « Sono contento ». Quanto mi è stata dolce questa parola! Questo adorabile Maestro si accontenta del povero lavoro com­piuto per il piccolo libro. Vedere Gesù contento e sentirselo dire, è più di ciò che occorre per compensare quarant'anni di sofferenza e venti di martirio. Non so se questa gioia intima che ha inondato la mia anima non sia il preludio di qualche grande dolore. Purché Egli sia contento e vi trovi la sua gloria, ciò mi basta!

 

10 giugno 1910

Mi è sembrato che il Signore voglia che io scriva le luci e le grazie che la sua Bontà vuole darmi ora.

Il giorno seguente alla mia rielezione, all'orazione della sera, Gesù ha rapito in Lui la mia anima e mi ha fatto conoscere che voleva darmi ancora molte sofferenze e molte grazie. Durante una parte dell'orazione ho gustato delle dolcissime consolazioni, in strettissima unione con Gesù. Nei giorni che sono seguiti, ho sofferto molto fisicamente, ma sempre in questa unione così dolce per la mia anima.

Durante l'ottava del Corpus Domini, la mia anima è entrata in una grande tristezza, una specie di solitudine interiore dolorosissima che è durata fin dopo la festa del Sacro Cuore.

Oggi 10, verso l'una e mezza, ho voluto mettermi a scrivere il capitolo, e mentre stavo per cominciare, qualcosa attrasse la mia anima fuori di se stessa e mi sentii spinta ad andare in cappella.

In ginocchio presso l'altare, ho perso per qualche istante la coscienza delle cose esteriori; mi sembrò che dal Cuore di Gesù presente nel Taber­nacolo, l'Amore Infinito scorresse in me come un torrente. Era così forte, e insieme così dolce! Ma quell'Amore che si precipitava in me non era per me. Io ero un canale e servivo a far passare le sue onde d'amore. L'Amore Infinito, la vita, la vera vita in tutta la sua forza e intensità, passava e andava da Dio alle anime. Verso le anime sacerdotali, perché è ad esse che l'Amore Infinito va prima che a tutte le altre.

Ho chiesto a Gesù ciò che dovevo fare. Mi ha risposto: « Niente; lascia soltanto che la mia Volontà si faccia in te ».

11. - Ho avuto ancora, durante tutta la giornata, la stessa occupa­zione interiore in Nostro Signore, come ieri.

15. - La divina presenza è rimasta, ma da due giorni è più intellet­tuale che sensibile, ciò che diminuisce meno le mie forze fisiche. Ho come il presentimento di una grande sofferenza, dalla quale uscirà l'Opera del­l'Amore. Quelle grazie sovrabbondanti che mi sono state date in questi giorni sono una preparazione al dolore. O Gesù, Amore Infinito, voglio solo ciò che Tu vuoi e amo tutto ciò che fai.

Soffro già per quel povero Padre Charrier più di quanto possa dire; soffro di doverlo far soffrire, lui che è stato con me così buono e così disponibile. Mi sembra di essere ingrata e cattiva, eppure gli avvenimenti provvidenziali che io non ho voluto, ma che Dio ha guidato, mi obbligano in qualche modo a farlo soffrire. E ciò che mi è più doloroso, è che egli non vede le cose così come sono e sospetta in me intenzioni e sentimenti di cui non mi sento davvero colpevole davanti al Signore. Mio Dio, ac­cetto questo dolore dell'anima, ti amo e di tutto ti ringrazio.

 

Ritiro dal 29 agosto al 7 settembre 1910

Ho passato i primi tre giorni di questo ritiro senza luci, ma in un sentimento di grande riposo presso il Signore. Preparo il mio punto, ma all'orazione mi è quasi impossibile applicarmi. Rimango allora in questo tranquillo riposo, e quando il mio spirito tenta di uscirne distraendosi, lo riconduco dolcemente presso Gesù.

Vi è in qualche momento un piccolo assopimento dei sensi, durante i quali l'anima si nutre dolcemente di Dio. È come il bimbo che poppa dormendo.

Ieri sera e questa mattina ho fatto un esame di revisione dell'anno. Ho visto che mi lasciavo troppo prendere dalle cose esteriori, dalle occu­pazioni, e che non rimanevo abbastanza nello stato di unione e di contem­plazione nel quale invece Gesù mi vuole.

3 settembre. - Due giorni di sofferenza e d'impotenza. Grazie, Gesù! In questo pomeriggio la mia anima è stata attirata per un momento fuori di se stessa. Mi è parso che il Signore volesse veramente un'opera per i suoi preti; opera per mezzo della quale verrebbe loro comunicato l'Amore Infinito.

Poco fa mi vedevo così un niente, così totalmente impotente a com­piere la missione che il Maestro mi affida! Ero là, senza forze; non potevo neppure andare all'altro capo del terrazzo, e nello stesso tempo sentivo in fondo all'anima una voce, un movimento, una divina risonanza che diceva : « Eppure sei tu che devi portare gli eccessi del mio Amore Infi­nito a tutti i preti, e per essi portarlo fino alle estremità del mondo ». Ho detto allora: « Come è possibile questo? » Ma subito ho chiuso gli occhi dell'anima e ho mormorato, in un sentimento di fede soprannatu­rale e cieca, abbassando il capo: Niente è impossibile a Dio!

Tutto ciò che ti chiedo, mio Dio, è di non mancare alla tua grazia, di non darti il dolore di vedermi passare accanto ai tuoi disegni senza adempierli.

 

Ottobre 1910

L'Opera dell'Amore Infinito si può fare solo con l'unione dei cuori e la fusione delle anime in Cri