LEO
BURGER
1912-1930)
Hergensweiller,
ridente paese della Germania meridionale. Il 23 settembre 1912, vi nacque
Leone Burger, accolto dall'amore dei suoi genitori e dai fratelli più grandi
nella sua numerosa famiglia. Suo padre, da umile operaio, era diventato
ispettore di costruzioni. Alla luce dei suoi cari, Leo crebbe in un ambiente
dalla fede forte e luminosa.
In
casa, si pregava ogni sera tutti insieme. Ogni mattina, prima della scuola,
genitori e figli andavano a Messa. I comandamenti di Dio, il Vangelo di Gesù,
l'affezione alla Madonna erano vita vissuta in famiglia.
A
scuola, Leo si distinse subito per la buona intelligenza e per l'impegno nello
studio. Vivace, gentile come un gran signore, sempre pronto ad aiutare i
compagni, sui quali aveva un grande ascendente. I suoi genitori erano
piuttosto stupiti che molti amassero stare con lui.
Tra
il gioco e lo studio, rivelava la sua segreta attrattiva verso il
tabernacolo: Gesù lo attirava come una calamita, come l'amore, che
rivelandosi, diventa sempre più irresistibile.
La
scuola media, la frequentò a Lindau. Per arrivarci, a 12 chilometri dal suo
paese, viaggiando in treno in mezzo a coetanei spesso litigiosi, Leo faceva da
amico e pacificatore. Era una presenza che incuteva fascino e rispetto.
La
prima tappa, a Lindau, all'inizio della sua giornata era la Messa con la
Comunione: di Gesù eucaristico, ormai non poteva proprio più farne a meno e
si preparava a riceverlo con la Confessione settimanale e un'intensa vita
cristiana. Prima di uscire dalla chiesa, salutava la Madonna, affidandole la
sua vita.
Si
rivelava sportivo, artista, musico. Disegnava stupendamente bene, suonava il
violino, recitava con il pathos di un attore nato. Concluse la scuola media
con una votazione altissima: il primo, in quell'anno, della scuola di Lindau.
E ora, che fare?
Due
suoi fratelli maggiori studiavano già nell'aspirantato salesiano di
Burghausen, orientati al sacerdozio. Venne il Natale 1926. Leo disse a suo
padre: «Non voglio alcun regalo, in questo Natale, ma devi lasciarmi seguire
Gesù, sulle orme di Don Bosco, come i miei fratelli».
I
genitori ne furono assai felici, ma lo invitarono a riflettere, a pregare la
Madonna, ad attendere. Leo pregò a lungo e poté decidere con sicurezza: «Sarò
salesiano anch'io».
Il
27 gennaio 1927, papà Burger presentò Leo, appena quindicenne, all'aspirantato
di Burghausen. Leo si trovò a suo agio e si buttò nello studio rivelando di
essere un piccolo genio. Aveva portato con sé il violino e intratteneva i
compagni con la sua musica, come un piccolo maestro. Partecipava alle
rappresentazioni teatrali, dipingeva da incantare. Ma fin dal primo giorno,
il suo luogo prediletto era la cappella, presso il Tabernacolo.
Quando
Leo spariva dalla circolazione, chiunque lo cercasse, poteva trovarlo, in
ginocchio, in adorazione davanti a Gesù, lo sguardo fisso su di Lui, come chi
parla con il suo amore, tanto più felice quando il Santissimo Sacramento era
esposto solennemente sull'altare. È solo Lui che attira i ragazzi a
consacragli la vita, secondo la sua promessa: «Io attirerò tutti a me» (Gv
12,32).
Compagni
e professori si accorsero che quel ragazzo così dotato camminava verso la
santità: puro, generoso, leale, pronto al sacrificio, all'obbedienza, anche
quando gli costava molto, capace di dominarsi e di sorridere, molto umile...
Nella
casa salesiana, era assai viva la Compagnia dell'Immacolata, quella fondata a
Valdocco da San Domenico Savio nel 1856. Leo conobbe la storia di Domenico e
se ne entusiasmò tanto da proporsi di imitarlo in tutto, nella fedeltà ai
suoi doveri, nella purezza, nell'affezione grandissima a Gesù, alla Madonna,
nell'apostolato tra i compagni, in un clima di gioia. Entrò nella compagnia,
ne studiò la regola, si impegnò a viverla, come la sua via maestra per farsi
santo.
Testimoniano
quelli che vissero accanto a lui: «Leo Burger assomigliava a Domenico Savio.
Sovente lo vidi passare gran parte del suo tempo libero inginocchiato come
un angelo dinanzi all'immagine dell'Ausiliatrice. Le sue frequenti visite in
chiesa, dimostravano quanto ardeva il suo amore per Gesù e quanto era affettuosa
la sua devozione a Maria Santissima» (un compagno).
«Era
un'anima piena di Dio. Sempre orientato a Lui, abitando sulla terra, sembrava
già godere del Paradiso anticipato, nell'intima unione di vita con il Signore»
(un superiore salesiano).
«Di
sera, dopo cena, mentre gli allievi si dedicavano ai giochi e a conversare
insieme, a un certo punto, Leo, senza farsi notare, si ritirava in cappella
e lì, in un angolo vicino al Tabernacolo, pregava intensamente...» (un
coadiutore salesiano).
Ed
è così che un giorno, Leo poté scrivere in una lettera: «Gesù e io siamo
una cosa sola! Davanti al Tabernacolo ci troviamo Gesù ed io, io e Gesù. Non
posso pensare a nulla di più bello».
Quando
si trattò di eleggere il nuovo presidente della Compagnia, siccome quello
uscente era entrato in noviziato, i soci elessero lui. Leo si occupò subito
di far crescere in sé e nei soci l'amore alla Madonna, come via facile e
meravigliosa per condurre molti a Gesù. Per la festa dell'Ausiliatrice del
1929, scrisse ai soci: «Domandiamoci: quanto ci ha aiutato Maria? A prima
vista forse non troveremo nulla di straordinario, ma quante volte ella ci ha
salvati!».
Il
15 luglio 1929, rientrò in famiglia, stanchissimo, ma con la speranza di
riprendersi. Invece, dovette mettersi a letto, ammalato, seriamente
ammalato, non tardando a comprendere che presto Dio lo avrebbe chiamato a Sé.
Alla fine delle vacanze, scrisse ai compagni: «Sono obbligato a restare a
letto. Non sto bene. Offro questo sacrificio a Gesù. Nella mia solitudine, converso
amabilmente con Lui e gli dico tante cose, per me, per voi, per i nostri
superiori. Leggo il libro de La vera devozione a Maria di San Luigi di
Montfort, che ogni giorno mi sembra più bello. Recito il Rosario ogni giorno.
Quel che più mi addolora e che qui non posso ricevere il mio amato Salvatore
nella Comunione».
Stando
a letto festeggiò il suo ultimo compleanno, il 23 novembre 1929: 17 anni. A
Natale, volle i suoi cari tutti attorno al suo letto e insieme cantarono
Stille Nacht. Sua prima preoccupazione era di rasserenare i suoi genitori che
soffrivano terribilmente per l'aggravarsi della sua malattia. Il giorno dell'Epifania
1930, sereno come chi va incontro a una festa d'amore lungamente attesa, ricevette
l'ultima volta Gesù eucaristico come viatico per la vita eterna. L'8 gennaio,
dopo aver seguito le preghiere degli agonizzanti, lucido e calmo, alle quattro
del pomeriggio, se ne andò a vedere Dio.
Nella sua biografia, l'autore, il salesiano don Lecherman, scrisse di lui: «Leo Burger emulò i grandi giovani santi come Luigi Gonzaga, Giovanni Berchmans, Stanislāo Kostka, e colui che a noi è più vicino, il fiore della gioventù salesiana, Domenico Savio».
Leo
Burger, il Domenico Savio tedesco.