LE
SETTE ARMI SPIRITUALI
di
Santa Caterina da Bologna
Illuminata
Bembo RISTRETTO DELLO SPECCHIO D'ILLUMINAZIONE
A
cura di Sergio D'Aurizio
Ma
il Figlio dell'uomo, alla sua venuta, troverà forse la fede sopra la terra?
(Luca 18,8).
Il
Signore Dio manda premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad
ammonirci, perché ama il suo popolo.
I
Santi sono i suoi messaggeri concepiti nel seno della Chiesa, nostra madre e
maestra. Il loro messaggio è perenne, perché viene da Dio; il loro messaggio
è urgente, perché riguarda la nostra salvezza. Essi ripropongono l'esempio
di Cristo e sanno portare la croce più pesante, anche per la nostra fragilità;
e sono scudo della nostra sciagurata esistenza, se ad Abramo fu detto: "per
amore di quei dieci non la distruggerò".
Caterina
è messaggero e vero dono della Provvidenza Divina: essa ci mostra
l'onnipotenza di Dio con la meraviglia della sua integrità corporale, e con
miracoli e grazie; ci offre la sua continua intercessione presso l'Altissimo,
l'esempio della sua vita santamente vissuta, le armi spirituali a salvaguardia
delle nostre anime.
Ma,
a tanta premura divina non corrisponde che la nostra sconsideratezza, perché -
come dice la nostra Santa - il fuoco della carità sempre più va mancando, non
essendo saviamente alimentato.
Ecco
l'urgenza di attizzare insieme e senza sosta questo fuoco. In questa speranza
viene presentato il lavoro di facilitazione della lettura del testo delle
Sette Armi Spirituali, nel rigoroso rispetto dei suoi concetti, perché esso
insegna, sollecita, preme, incalza e scuote. Solo il suo linguaggio è lontano
dal nostro, perché ha più di cinquecento anni: e da qui è venuta la necessità
di renderlo accessibile e comprensibile a tutti; ma il suo messaggio non
invecchia, perché non conosce il tempo.
Caterina,
gloria della cristianità, nacque in Bologna l'8 settembre 1413. Il padre,
Giovanni de Vigri di Ferrara, era al servizio di Nicolò III d'Este, spesso
con incarichi diplomatici; la madre, Benvenuta Mammolini, era di nota e agiata
famiglia bolognese. La futura santa venne alla vita nella casa materna, che era
situata dove ora sorge il Palazzo delle Poste, come anche si può leggere
nella epigrafe di via de' Toschi, a pochi passi dall'ex n. 1223 (t).
Nata
Caterina, la famiglia dimorò in Ferrara nella casa paterna e, secondo l'usanza
di quella nobiltà, introdusse la figlia a Corte, come compagna di studi di ('
) Era di fronte a questa
la
casa natale DI SANTA CATERINA DE VIGRI detta di Bologna e fu con più altre
demolita l'anno MCMV per dare luogo al nuovo Palazzo delle Poste SPQB Margherita
d'Este e di altre di alto lignaggio (z).
Gli
estensi stavano facendo di Ferrara uno dei maggiori centri di studi
umanistici; e Caterina, certamente, trasse grande profitto dall'ampio corredò
di cognizioni che ebbe dai precettori di Corte, come si rileva, oltre che dalla
testimonianza di Illuminata Bembo, soprattutto da ciò che ha lasciato: il
breviario miniato, le pitture, le poesie, la viola piccola che tanto amava
suonare nel ricordo delle sue celesti visioni, e il "Trattato delle
sette armi spirituali", mistico gioiello che particolarmente mostra la
estrema purezza della sua totale fede in Dio, la profondità della sua dottrina,
la grandezza della sua sapienza, l'intelligenza della sua catechesi.
Nulla
si sa del processo evolutivo che portò Caterina a maturare la vocazione
religiosa e anteporre povertà, castità e obbedienza agli splendori mondani
della Corte estense; è solo noto che, all'età di tredici anni, entrò in
quella comunità che poi sarebbe diventata, anche per merito suo, il monastero
del Corpus Domini delle Clarisse di Ferrara; là scrisse il suo trattato e là
rimase per circa trent'anni, umile e sottomessa, finché non fu comandata a
reggere, nel 1456, il nuovo monastero che si volle fondare in Bologna, perché
anche nella nostra città era giunta la buona fama delle Clarisse di Ferrara.
In
verità Caterina, per la sua grande umiltà, non voleva assolutamente
l'ufficio di prelatura, come i suoi superiori stavano decidendo, perché
intendeva vivere e morire in stato di soggezione, a meno che a quell'incarico
dovesse giungere in obbedienza alla volontà divina; e faceva grande preghiera
e penitenza; e diceva: "Io son vile, io son ignorante, io son dispetta, io
non sono esperta, io sono insufficiente pure alla cura di un animale
irrazionale; come sarei poi conveniente alla cura e reggimento delle creature
razionali tanto eccellenti Spose e Regine del grande Imperatore, essendomi
tanto vile, che sono un pidocchio ricotto?"; ma la voce divina, in una
bella e alta visione, le disse che "a Bologna era stabilito il suo
pellegrinaggio, e fine".
Caterina
giunse in battello, percorrendo una delle vie d'acqua che allora collegavano
Bologna all'Adriatico, e fu accolta con grande festosità e calore: "...
tre di continui stettero aperte le porte del Monastero, e a tutte le persone,
le quali furono tante, che non si potea rivolgere, a tutte lietamente dava
udienza, e a tutte dava mirabile giocondità; e fino al di d'oggi se ne dice
della sua giocondità e cortesia... E che più? Tutte le persone che la videro,
si specchiarono in lei, e parea loro vedere una Santa in carne, e non si poteano
saziare di vederla, dicendo: "Oh che aspetto dignissimo! Oh che notabile e
graziosa Donna! Oh che parlare dolcissimo e spirituale! Non pare creatura umana,
ma tutta angelica e celestiale!".
In
lei era tanta grazia, e con tanta soavità sopportava e consolava le sue
sorelle e figliole, che tutte la amavano di perfetto e singolare amore e per
loro era una beatitudine stare in sua compagnia e udire le sue dolcissime
parole. Nelle adunanze, o Capitoli, sempre, esortava alla santa umiltà, a
pensare e dire bene l'una dell'altra e in ciascuna vedere l'immagine del
Creatore, a non curare i fatti del mondo, perché - diceva - chi sta
sinceramente all'orazione, mai vorrebbe udire e sapere altra cosa fuori di
Dio, e tutto il suo studio è in amare e unirsi con Dio. Istruiva nella
conoscenza dell'anima, fatta per grazia a immagine di Dio, redenta dal Sangue
di Gesù Cristo, deputata con gli Angeli, capace di verità, coerede della
gloria celeste; sicché insegnava a ben guardare la grandezza e la dignità
dell'anima e la stoltezza di chi la sottopone all'amore terreno, ai vani
piaceri e all'onore mondano; che la vera dignità sta sulla via della umiltà e
della obbedienza, perché Cristo, Figlio di Dio, ha mostrato agli uomini la via
della croce, percorrendola in vera e umile obbedienza al Padre, e non quella
delle vanità, delle ricchezze e degli onori; e grave imprudenza e grande
vergogna è insuperbire dove Iddio si è umiliato.
Caterina
conosceva i segreti altrui, e, alcune volte, parlava di cose che le sue sorelle
avevano tenuto ben celate nei loro cuori, sicché esse rimanevano atterrite e
stupite; e predicava ciò che poi si avverava puntualmente, come la caduta di
Costantinopoli, la rovina di nobili casati a seguito della uccisione di Annibale
II Bentivoglio, o addirittura quali sarebbero state in futuro le Serve di Dio
nel Monastero, che ancora non erano nate; e toccando le sorelle inferme, le
sanava nel nome di Gesù Cristo, benedicendole col segno della santa croce.
Nei
sette anni che visse a Bologna patì forti emorragie e gravi infermità; però
mai si lamentava, e andava per casa, e lavorava con le altre confortandole nel
parlare di cose dolcissime e invitava al santo silenzio e alla meditazione:
"Figliole mie, fuggite fuggite, né mai mai non albergate in voi altro che
Cristo, e abbiate per certo che mai pel molto parlare non vi farete abitacolo
di Gesù, e sia pur bello e buono il vostro parlare quanto si vuole, il silenzio
è vescovo e guardiano delle cogitazioni". Fu anche in punto di morte, ma
la sua fine fu ritardata dalla perfetta preghiera di una consorella, che
Caterina, benignamente, quasi rimproverava: "... e perdonagli Iddio a chi
mi ha impedito il mio cammino".
A
circa un anno dalla fine, venuto il Giovedì Santo, in ginocchio volle lavare e
baciare i piedi a tutte le sue sorelle, con grande dolcezza e mansuetudine; e
poi fare un lungo e bellissimo sermone sul tema: "O derrata, guarda il
prezzo, se ti vuoi inebriare, che il prezzo è inebriato per il tuo
amore", in cui propose l'umanità come derrata e Cristo come prezzo, per
dimostrare quanto ciascuno debba stimare e riverire la propria anima e
l'altrui. Fu allora che narrò alle sorelle di una sua altissima visione di
gloria e fece il primo annuncio della propria morte, dicendo: "... e questo
sarà l'ultimo parlare che io vi farò, dico di simile materia in questi sì
fatti dì ...".
E
giunto il tempo della morte, convocò le suore e parlò profondamente della
santa orazione; e poi concluse: "... il fine mio è venuto, e vadomene
allegramente, e sempre mi è stato gaudio a patire per Cristo: io vi lascio la
pace di Cristo, donovi la pace mia; amatevi l'una l'altra; e se così farete, io
sarò sempre vostra avvocata dinanzi a Dio". Era il Venerdì 4 Marzo
1463; passò ancora il Sabato e la Domenica con le sorelle, con molta
consolazione, ma la sera della Domenica si coricò per non più rialzarsi.
Fu
presa dalla febbre, da pena di petto ed effusione di sangue; ma con somma
pazienza e mansuetudine sopportò il male fino all'ultimo; il Martedì si
confessò a lungo; e il giorno successivo, ultimo della sua vita, disse alle
sorelle, che la circondavano in lacrime, i concetti che ora riassumo: "Io
vado, ma vi lascio la santa pace. Vi raccomando le novizie presenti e quelle
che verranno, e date loro il buon esempio e siate sempre fedeli; amatevi
insieme di cordiale amore e consolatevi, perché meglio vi servirò nell'altra
vita che non in questa; rimanete in pace tutte, con la benedizione di Cristo e
con la mia. Questo è il testamento che io vi lascio". Poi, ricevuti i
Sacramenti, levò gli occhi a riguardare le sue amate sorelle una ad una, e li
chiuse dicendo tre volte "Gesù, Gesù, Gesù"; e l'anima parti dal
suo corpo, senza che questo facesse alcun movimento, come fa invece chi muore.
Ed era la sera del 9 Marzo 1463.
Sulla
fossa accadevano continui prodigi, sicché le suore, dopo diciotto giorni,
ottennero il permesso di disseppellirla e la ritrovarono intatta e meravigliosamente
odorosa. Per sei giorni fu mostrata al popolo che accorreva in gran numero; e la
mattina di Pasqua era tanto bella che pareva gettasse raggi, colorita come una
rosa, gli occhi aperti con uno sguardo bellissimo; e coloro che la videro se ne
andarono come smemorati, dicendo di lei cose mirabili.
Da
allora il corpo di Santa Caterina è sempre rimasto incorrotto e flessibile e
lo si può venerare nella Cappella costruita appositamente nel Monastero del
Corpus Domini, e non poche grazie hanno ottenuto i fedeli per sua intercessione.
Fu
proclamata Santa da Clemente XI, l'anno 1712.
Santa
Caterina da Bologna
Questa
piccola opera è fatta, con l'aiuto divino, dalla minima cagnola latrante
sotto la mensa delle eccellenti e delicatissime serve e spose dell'immacolato
agnello Cristo Gesù, suore del monastero del Corpo di Cristo in Ferrara. Per
il dolce e soave amore Cristo Gesù, prego quelli che la leggeranno di non male
interpretarla e di non coglierne gli errori, perché io, sopraddetta cagnola,
di mia propria mano scrivo solo nel timore del rimprovero divino se tacessi ciò
che potrebbe giovare agli altri; e anche perché, nel dolce ricordo
dell'insegnamento dei santi nei loro scritti, ogni creatura deve rendersi
testimone del Creatore, secondo i doni della divina Provvidenza conferita a
ciascuno dallo stesso divino Creatore. In ciò si riconosce sommamente
l'infinita carità di Dio, che quotidianamente si degna di aiutare e difendere
la sua creatura, soccorrendola nei continui pericoli; e per questo si accresce
la nostra fede in Lui, nostro vero creatore e nostro vero custode.
Deo
gratias. Amen.
Nel
nome dell'eterno Padre e del suo unigenito Figlio Cristo Gesù, splendore della
gloria paterna, per amore del quale canto gioiosamente alle sue dilettissime
serve e spose:
Ciascaduna
amante che ama lo Segnore vegna alla danza cantando d'amore vegna danzando tutta
infiammata solo desiderando colui che l'ha creata e separa quelle che lo amano
dalla pericolosa mondanità e le pone nella nobilissima disciplina della santa
religione. In questa purgano il peccato, si adornano delle sante e nobili virtù,
riconducono la bellezza delle loro anime al primo stato della innocenza. Dopo
questo pellegrinare, così adorne entreranno degnamente nel glorioso talamo
del castissimo e verginale sposo Cristo Gesù, dalle cui mani riceveranno il
premio della gloria trionfante. Egli stesso l'ha preparata per tutti quelli che
lo amano e, per questo amore, non curano i vani piaceri del nostro non durevole
mondo e si sottopongono alla ragione, lasciano il proprio arbitrio e riparano
nel sicuro porto della santa religione, si offrono completamente al volere
altrui e abbandonano la propria volontà in tutte le cose, per camminare sulla
via della santissima obbedienza.
Poiché
a questo non si può giungere senza fare violenza a sé stessi, darò alcuni
ammaestramenti a conforto di quanti intraprendono la nobilissima battaglia
della obbedienza e si trovano fortemente combattuti dal proprio modo di vedere e
pensare e, perciò, si rattristano nel credere di perderne ogni merito. Non è
vero, perché ogni virtù si fa perfetta col suo contrario; e che sia verità
- questa - lo mostrerò più avanti, quando tratterò della virtù della
obbedienza. Chi vuole lasciare la strada malsicura, per entrare nella casa
paterna, prenda la virtù della obbedienza e la tenga cara, come la più
gentile e delicata sposa che si possa trovare; essa, scudo imperforabile, darà
piena vittoria sui nostri nemici e guiderà alla eterna retribuzione, così come
disse Cristo: « Chi segue me non vaga nelle tenebre, ma avrà la luce ».
Tuttavia,
la persona così magnanima da prendere la croce per amore di Cristo Gesù,
nostro salvatore, che prese la morte per darci la vita, sappia che dovrà sostenere,
dal principio alla fine, molte e angosciose tentazioni. Perciò, per prima
cosa, prenda le armi necessarie per combattere legittimamente l'astuzia dei
nostri nemici; ma si ricordi bene di non deporle mai, perché i nemici mai non
dormono.
Dunque,
su! con grande fervore e fiducia, prendiamo le armi a lode di Cristo. Amen.
La
prima arma è la diligenza; la seconda è la diffidenza verso le proprie forze;
la terza è confidare in Dio; la quarta è non dimenticare mai la passione di
Gesù Cristo; la quinta è non dimenticare mai la propria morte; la sesta è
non dimenticare mai la gloria di Dio; la settima e ultima è non dimenticare mai
l'autorità della Santa Scrittura, così come ne diede esempio Cristo Gesù,
nel deserto.
La
buona volontà è l'inestimabile anello, che testimonia l'unione dell'anima al
divino amore. Se l'anima vuole servire fedelmente Dio in spirito di verità,
dovrà, per prima cosa, mondare la coscienza con una pura e integra confessione
e proporsi fermamente di ricevere, piuttosto, mille volte la morte - se tanto
fosse possibile - che peccare ancora mortalmente, perché la persona in peccato
mortale non è membro di Cristo ma del diavolo, è privata dei beni della
santa madre Chiesa e non può fare alcuna cosa a lei giovevole per la vita
eterna.
In
caso contrario, se tu fossi in peccato mortale, non disperare mai della bontà
divina e non cessare mai di fare quanto bene puoi, perché tu possa essere
liberato dal peccato, per il bene compiuto. E con questa speranza fa pure
sempre bene, in qualunque stato ti trovassi.
Inoltre,
il fedele servo di Cristo si disponga a percorrere la via della croce, perché
riceverà molti e angosciosi colpi nella battaglia contro gli avversari di
Dio; quindi, per resistere vigorosamente, è necessario possedere ottime armi,
in particolare quelle che ora darò.
La
Santa Scrittura maledice coloro che sono negligenti e pigri nelle cose di Dio;
perciò, dico che la prima arma è la diligenza, cioè la sollecitudine
nell'operare il bene.
È
compito dello Spirito Santo infondere in noi le buone ispirazioni, ma è compito
nostro accettarle e metterle in pratica. Ma la nostra sensualità mortifica la
volontà dello spirito, per cui è necessario resistere alle sue continue
sollecitazioni con vera diligenza, per non lasciare trascorrere il tempo a noi
concesso, senza sfruttarlo a fin di bene, così come è scritto:
Chi
vol salire non de' posare pensieri parole dire e fatti fare e in Dio sempre
esercitare.
Ma
con discernimento, perché vi è pericolo nel troppo come nel poco e il ben
valutare fa perfette tutte le altre virtù, come affermò Sant'Antonio da
Vienna, glorioso dottore degli antichi santi Padri. Infatti, quando il nostro
avversario non può impedire alla serva di Cristo di praticare il bene,
l'assale alle spalle come nemico traditore, cioè cerca di ingannarla,
tentandola a fare il troppo sotto forma di bene, per ucciderla. Dunque, tutte
le virtù spirituali e temporali vanno sempre usate con criterio, affinché vi
siano possibilità di difesa e l'arma del vero e diligente discernere sia da
noi esercitata, a nostra salute e lode di Cristo. Amen.
La
seconda arma è il diffidare delle proprie forze, cioè, senza alcun dubbio,
dare per certo che mai da sole si possa fare una qualunque cosa buona, secondo
l'affermazione di Cristo Gesù: «Nulla potete fare senza di me. »; né,
tantomeno, si possa resistere alla furia dei nemici infernali e alla loro astuta
malizia. Nessuna confidi nella propria esperienza e sappia che, per giusto
giudizio, certamente cadrà in grande rovina, se non si comporterà secondo le
mie esortazioni, perché il nemico è più malizioso di noi; anzi, è la
malizia stessa. Perciò, dico che la seconda arma, per combattere il male, è il
non fidarsi di sé, e beata chi avrà questa nobilissima dote! E più la
religiosa è virtuosa, o ha incarichi di responsabilità, più ne ha bisogno.
Io stessa udii raccontare da un vecchio e onestissimo prelato che, se egli
decideva cose pertinenti al suo ufficio secondo il proprio giudizio, Dio
permetteva l'attuazione della maggior parte di quelle che portavano affanno e
tribolazione, mentre tutto andava a buon fine, con sua grande consolazione, se
le cose venivano fatte non secondo il suo giudizio, ma secondo coscienza e
secondo il parere della maggioranza dei suoi subordinati.
Dunque,
come potrà avere tanto ardire la religiosa, e in particolare la novizia, da
voler vivere di testa sua e con stolto fervore? Viva essa, piuttosto, secondo la
coscienza e la volontà della sua superiora e maestra, affinché la virtù
della santa umiltà in lei risplenda e rafforzi l'arma del diffidare delle sole
proprie forze. A lode di Cristo. Amen.
La
terza arma è confidare in Dio e, per suo amore, virilmente non temere di
combattere prontamente contro i diavoli, il mondo e la nostra carne, che c'è
data per servire lo spirito. Buttiamo questi nemici ai piedi del nostro affetto,
con ferma speranza nella sovrabbondante grazia divina, con la quale otterremo
piena vittoria, perché Dio non abbandona chi spera in Lui.
E
se, alcune volte, Iddio permette che la serva e sposa di Cristo si trovi in
così grande e penoso stato da invocare il Cielo, gridando:- Dio mio, non mi
abbandonare! - sappia ella, per certo, che quanto più teme e dubita di essere
abbandonata, tanto maggiormente, proprio in quei momenti, è sollevata a Dio in
somma perfezione, per divino e occulto mistero. Il più grande esempio di
questo, lo abbiamo dal suo unico Figlio, quando, ormai prossimo alla penosa e
amarissima morte, gridò: - « Padre, perché mi hai abbandonato? » - . Si
comprende come Cristo, vero Figlio di Dio, veramente in quel punto trionfasse
in somma perfezione, nella totale obbedienza e nella perfetta unione all'eterno
Padre; si comprende, anche, perché invocasse il Padre con quelle parole, in
quanto uomo soggetto alle sofferenze e alla morte, e ciò avveniva perché la
divinità, a sé stessa inseparabilmente unita, realmente lasciava la parte
umana, soggetta ai sensi per sua natura. Questo voleva la giustizia per
cancellare, con la penosa obbedienza di Cristo, il piacere della disobbedienza
del nostro primo padre.
La
serva di Cristo non tema di essere abbandonata, anche se, alcune volte, così le
sembra; sappia che l'eterno Padre non permetterà che accada a lei quanto non
lasciò accadere al proprio Figlio; anzi, prenda più fiducia nel divino
soccorso proprio nei momenti di maggior tribolazione e si ricordi della dolce
promessa di Dio fatta per bocca del profeta: « Sono con lui nella tribolazione,
lo salverò e lo glorificherò ».
Dunque,
chi non vorrà essere messo alla prova pur di avere un così dolce e fedele
compagno che, invocato, si offre nei momenti di angoscia? Oh! maggiormente,
per questo, dovremmo desiderare di essere tribolate piuttosto che consolate, per
rafforzare così la nostra speranza e la terza arma, del confidare in Dio, possa
essere esercitata a nostro vantaggio. A lode di Cristo. Amen.
La
quarta arma è il non dimenticare mai la gloriosissima incarnazione
dell'immacolato agnello Cristo Gesù, la sua castissima e verginale umanità e,
particolarmente, la sua sacratissima passione e morte. Senza quest'arma,
superiore a tutte, non potremmo vincere i nostri nemici e poco gioverebbero le
altre.
O
passione gloriosissima, rimedio di ogni nostra ferita!
Madre
fedelissima, che conduci i tuoi figli al Padre celeste!
Rifugio
vero e soave in tutte le avversità!
Cibo
vero, che guidi le piccole menti alla somma perfezione!
Specchio
rilucente, che illumini chi in te si riflette e ricomponi le sue deformità!
Scudo
impenetrabile, che insuperabilmente ci difendi!
Manna
saporita e piena di ogni dolcezza, che preservi coloro che ti amano da ogni
veleno mortale!
Scala
altissima, che porti al bene infinito chi anela salire!
Dimora
vera e confortevole delle anime pellegrine!
Fonte
perenne, che dai refrigerio agli assetati di te!
Mare
pescosissimo, per chi ti sa navigare!
Olivo
soavissimo, che spandi i tuoi rami per tutto l'universo!
Sposa
fedele, dolce premurosa, di te sempre innamorata!
O
carissime sorelle, esercitatevi infaticabilmente in questa arma e specchiatevi
nel suo radiante splendore, se volete conservare la bellezza delle vostre anime!
Perché, veramente, la Passione è la sapientissima maestra che vi condurrà
alla piena bellezza di tutte le virtù e, con essa, perverrete al palio della
vittoria. A lode di Cristo. Amen.
La
quinta arma è il non dimenticare mai la nostra morte. Molto giova ricordarsi
spesso della morte e stare continuamente preparati a essa, perché non sappiamo
in quale ora di quale giorno ce la invierà il severissimo giudice. Dice bene
il glorioso apostolo Paolo: « Facciamo il bene, finché abbiamo il tempo ».
Il
tempo della nostra vita si chiama tempo di misericordia, perché ci viene
concesso per emendarci, passando dal bene al meglio; mentre viviamo
l'esistenza terrena, Dio ci aspetta di giorno in giorno e, a Lui, dovremo
rendere conto del dono della buona volontà, che ci viene donato per esercitarlo
a sua lode, per la salute della nostra anima e per il bene del nostro prossimo;
se non lo faremo, non solo dovremo rendere ragione del male commesso ma, anche,
del bene non fatto per la nostra negligenza.
Si
guardino bene le novizie dal confidare troppo nelle loro forze, per non
oltrepassare la regola imposta dalle loro superiori e maestre e, con tutta la
volontà, seguano la strada loro indicata, per la salute dell'anima e del corpo.
Dico questo perché, a volte, il nemico mette con astuta malizia nelle menti
delle novizie, ancora poco agguerrite nella battaglia spirituale, l'idea che
debbano morire presto e, così, le induce a fare maggiore penitenza di quella
dovuta, convinte, per umiltà, di non aver acquistato sufficienti meriti. Il
maligno le studia, e le sollecita a trasgredire la regola della vera obbedienza;
ma, senza alcun dubbio, l'obbedienza è più meritoria di qualunque penitenza.
Quindi, è necessario usare l'arma della memoria della nostra morte con giusta
prudenza, perché possa essere esercitata per la salute dell'anima e lode di
Cristo. Amen.
La
sesta arma è la memoria delle beatitudini del paradiso. Esse sono preparate
per quelli che combattono legittimamente senza curare i vani piaceri della vita
terrena, perché è impossibile godere i beni presenti e quelli futuri, come
dice il sacratissimo dottore Sant'Agostino. Perciò siate contente,
dilettissime sorelle, di non sperimentare alcun diletto mondano e non vi pesi la
fatica di rinnegare la vostra volontà; ricordatevi del nostro Patriarca San
Francesco, che riteneva il potere di vincere noi stessi il dono maggiore di Dio
ai suoi servi di questo mondo, e diceva: L'è tanto el ben che aspetto che
ogne pena m'è diletto per spiegare perché si gloriava di patire, nella
memoria dei beni eterni.
E
sui doni celesti preparati per voi, carissime sorelle, vi narrerò un fatto
accaduto nel nostro monastero. Poco dopo che io vi fui entrata, giunse anche una
giovinetta, che, dopo qualche tempo, si pentì di avere abbandonato le vie del
mondo e, col proponimento di lasciare la vita religiosa, andò a confessarsi.
-
Figliola - le disse stupefatto il confessore - guarda a ciò che fai perché,
se bene intendo, proprio stanotte, per te, ho avuto una visione che mi ha
molto meravigliato, non sapendo cosa volesse dire o significare. - E lei:-
Vi prego, ditemela!
E
il confessore:- Sono stato condotto a una bellissima festa, dove erano
innumerevoli giovani donne: tutte risplendevano di inesprimibile bellezza,
ornate in capo di serti di bellissimi fiori e, vestite di meravigliosa gloria,
gioiosamente ricevevano con onore una giovane, che si univa alla loro compagnia;
ma, improvvisamente, quella appena giunta mostrò di essersi pentita e tornò
indietro, e tutte si rattristarono molto. A questo punto, la visione disparve e,
io, non ne capivo il senso; solo adesso comprendo che Dio ha voluto preavvertirmi,
per il tuo bene. Figliola, non cadere in questa tentazione, ma sii
perseverante e forte, se vuoi pervenire a quella festa, unirti a quella
nobilissima compagnia che ti aspetta, e gioire in eterno con quelle gloriose
vergini. Dopo il racconto, essa decise di restare, ma più per vergogna che per
altro; però, non si comportava religiosamente e, dopo poco tempo, fu resa
alla sua famiglia e in breve finì la sua vita, nella vanità del mondo. Si
avverò, così, la visione, e la giovane, persa la corona della sua verginità,
giustamente non giunse alla eletta schiera vista dal servo di Dio.
Pertanto,
dilettissime sorelle, siate forti e costanti, perseverando nel bene operare solo
per puro amore del nostro Signore Dio, e sperate fermamente nei beni del
Paradiso perchè possiate finalmente pervenire ad essi, dicendo col nostro
Serafico San Francesco: " i giusti mi faranno corona, quando mi concederai
la retribuzione".
A
lode di Cristo. Amen.
La
settima arma, per vincere i nostri nemici, è la memoria della Santa Scrittura,
da portare sempre nel nostro cuore.
Da lei dobbiamo prendere consiglio, in tutte le cose, come da fidatissima madre,
così come si legge della prudentissima e sacrata vergine Santa Cecilia: In
segreto sempre portava in seno il Vangelo di Cristo; e con quest'arma il nostro
salvatore, Cristo Gesù, confuse il diavolo nel deserto dicendo:- È scritto.-
perciò, dilettissime sorelle, fate fruttificare le quotidiane letture del coro
e della mensa, per rafforzarvi in questa arma. Immaginate i brani del Vangelo
e delle Epistole, che ogni giorno udite nella Messa, come altrettante lettere
del vostro celeste sposo; custoditele nel vostro cuore, con grande fervente
amore, pensate ad esse il più possibile e, particolarmente, quando siete in
cella, perché meglio e con più sicurezza possiate dolcemente e
castissimamente abbracciare Colui che ve le manda; se farete così, vi troverete
continuamente consolate nel vedere quanto spesso riceviate nuove e belle
notizie da Quello che sommamente amate.
Oh
quanto dolce e soave è il divino parlare di Cristo Gesù, nell'anima di quella
che sinceramente di Lui è infiammata! Infatti, non è forse parola di Cristo,
la dottrina Evangelica? Certo si. Dunque, quanto attentamente la dovete
intendere e gustare!
Qui
pongo termine all'argomento delle armi spirituali e mi dilungherò nel
racconto di un sottilissimo inganno del nemico della nostra salute. Proprio
quell'inganno mi convinse a scrivere questo libricciolo, in difesa e
ammaestramento delle giovani suore presenti nel nostro monastero e delle
prossime che verranno. Amo tanto la loro salute e quella di tutti, che mi sembra
di essere rimasta senza forze per il molto e quotidiano invocare il divino
aiuto e ho finito di scrivere con grande fatica, per la debolezza che mi fa
tremare tutto il corpo. E sarei contenta, per amore di Cristo Gesù, di finire
presto la mia vita e la mia milizia.
Carissime
sorelle, vi prego di usare con prudenza le armi spirituali e di non stare mai
senza di esse, se volete trionfare sui vostri avversari; guardatevi di non
farvi ingannare sotto forma di bene, perché, alcune volte, il diavolo appare in
sembianza di Cristo o della Vergine Maria, in qualche figura di angelo o di
santo. Perciò, se venissero apparizioni, prendete l'arma della Scrittura e
comportatevi come la madre di Cristo che, all'apparizione dell'angelo
Gabriele, chiese:- Cosa significa questo saluto? - per assicurarvi bene, prima
di ascoltare, se vi trovate innanzi a un buono o a un cattivo spirito. E beata
chi farà in questo modo.
È
anche necessario fare buona guardia ai propri pensieri, perché, alcune volte,
il diavolo mette buone e sante intenzioni nella mente per ingannarla e, poi,
spingerla alla disobbedienza, che è il contrario della virtù pur nella
convinzione di operare il bene, e da qui indurla nella fossa della
disperazione.
Che
il diavolo abbia libertà di agire come ho detto, lo dimostrano i fatti
straordinari che accaddero a quella religiosa che chiama sé stessa cagnola.
Illuminata
dalla grazia divina, essa, in giovane età, venne al servizio di Dio in questo
monastero; con sana coscienza e buon fervore, era sollecita giorno e notte alla
santa orazione e tutta tesa nella imitazione di ogni virtù, che udiva
raccontare o vedeva in altre persone, ma non per invidia, bensì per piacere
sempre di più a Dio, che amava e che ama con tutte le sue forze; già in quei
primi tempi ebbe molte grazie, ma sostenne, anche, grandi battaglie e
resistette a diverse tentazioni.
Un
giorno, fu assalita da una cattiva suggestione e vi riconobbe la presenza del
diavolo; allora, con grande ardire, la novizia gli disse: - Sappi, maligno,
che non mi indurrai in peccato, perché non puoi agire per vie tanto occulte che
io non conosca. -
Dio
la volle umiliare per quella presunzione e, per mostrarle quanta malizia e
quanta astuzia aveva il nemico, gli permise di apparire innanzi a lei nelle
sembianze della Vergine Maria e di parlarle così: - Se tu rigetti l'amore
vizioso, io ti darò l'amore virtuoso. - e poiché, in quel momento, essa era in
orazione pregando la Madre di Cristo, veramente credette che la Vergine
Maria si fosse degnata di concederle la grazia di amare ardentemente il suo
Figliolo.
Nel
ripensare all'accaduto, si convinse che quelle parole fossero una esortazione a
ripudiare la propria sensualità e la propria volontà; infatti, amava la santa
obbedienza più delle altre virtù e già vi poneva tutta la sua sollecitudine,
anche se non era ancora obbligata alla osservanza della regola monastica perché
all'inizio della sua conversione; mise così ogni sua forza nella obbedienza
alla superiora, senza discernimento e senza cura di sé stessa.
Ma
i suoi nemici la ingannavano proprio per mezzo di questa virtù; essi misero nel
suo cuore nuovi impulsi a lei sconosciuti contro la obbedienza e cominciò a formulare
nella sua mente giudizi critici sull'operato della sua superiora; però, ne
provava amarezza e grandissima pena e si accusava della sua colpa con la
stessa superiora, con grande vergogna; ma la battaglia non cessava, anche se
le giovava molto non cedere totalmente alla tentazione, che la tormentava con
violenza, e riceveva forza e un poco di conforto nel molto pregare; anche se
non cadeva completamente nella tentazione, tuttavia era pur sempre molto
angustiata nel pensare di essere disobbediente alla Vergine Maria e diceva di sé
stessa: - Essa mi ha detto di ripudiare la mia volontà e io, ogni giorno, penso
il contrario. - e, così, era in grande disperazione per quella che reputava una
propria grave colpa, senza avere alcun sospetto della istigazione diabolica.
L'inganno
non aveva però intaccato la sua speranza in Dio e allora il diavolo maligno
sperimentò una più sottile insidia.
Una
mattina, appena fu entrata in chiesa per pregare, le apparve sospeso innanzi
con le braccia aperte nelle sembianze di Cristo Crocifisso e, con atto di volerla
rimproverare, ma in modo amichevole e benigno, le disse: - Ladra, tu hai rubato
a me. Dammi quello che mi hai tolto. -
Nel
credere di vedere veramente Gesù Cristo, tanto che si sarebbe sprofondata
volentieri sotto terra, in grande soggezione e timore essa rispose: - Signore
mio, cosa significa ciò che mi dici? Io non possiedo alcuna cosa, sono
poverissima e annichilita davanti a voi e in questo mondo sono sottoposta ad
altri, sicché veramente non ho nulla. -
-
Non sei povera come dici e non è vero che tu non possieda nulla, perché io ti
feci a mia immagine e somiglianza dandoti la memoria, l'intelletto e la volontà
e tu, nel fare voto di obbedienza, mi hai reso tutto ciò; e ora lo riprendi,
sicché ti dimostro quanto sei ladra. -
Lei
credette di capire perché dicesse quelle parole, cioè a causa dei suoi
pensieri di infedeltà contro la superiora, e così disse ancora: - Signore
mio, come posso fare se non ho il cuore e i pensieri in mio potere? -
-
Fa come ti dico: prendi la tua volontà, la tua memoria, il tuo intelletto e
non usarli in nessuna cosa oltre il volere della tua superiora. -
-
Ma come posso avere intelletto senza discernere e memoria senza ricordare? -
-
Metti la tua volontà nella sua, come se la sua fosse la tua e non esercitare
la memoria e l'intelletto, se non per questo. -
Ma
essa diceva di non poterlo fare, perché sapeva di non avere potestà sul
proprio cuore. Allora lui disse ancora: - Fa come ti dico: - dormi, veglia e
riposati. -
-
Signore, non capisco ciò che dite. -
-
Intendi, per dormire, il non affaccendarti in cose di questo mondo; intendi, per
vegliare, l'essere sollecita alla obbedienza; intendi, per riposare, l'avere
sempre in mente, nello svolgere ogni tua mansione, e costantemente meditare la
mia passione. - e detto questo e molte altre cose a conforto della obbedienza,
disparve.
Essa
non dubitava della apparizione di quello che credeva Gesù Cristo e rimase con
questo pensiero fisso, ma non riusciva a liberarsi dal mal giudicare il dire e
il fare della sua abbadessa; anzi, appena le ordinava qualche esercizio
spirituale o detto qualche cosa, subito era portata a pensare che sarebbe
stato meglio, piuttosto, fare in questo o in quest'altro modo; poi, i pensieri
di infedeltà e di contraddizione li confessava sempre alla stessa sua
superiora, con vereconda amarezza e penose e abbondanti lacrime. La forza di
accusarsi fu il rimedio salutare alla violenta tentazione di ribellarsi; senza
quell'atto di contrizione, più volte non si sarebbe trattenuta dall'andare
direttamente dall'abbadessa a contestarla e contraddirla nelle cose fatte e
ordinate, e questo atto avrebbe dannato l'anima sua, perché ai religiosi non
è mai lecito opporsi ai superiori, finché non comandassero cose contrarie
all'anima.
Il
nemico ha in sommo dispetto le persone onestamente sottomesse a Dio e sempre
cerca nuovi modi per ingannarle; perciò, se qualcuna fosse tentata nella obbedienza,
si ricordi bene che la tentazione non è opera sua, ma viene dalla invidia del
nemico; con pazienza resista fortemente e avrà la corona del martirio.
Essa
non cessava di obbedire alla sua superiora, di amarla e rispettarla, ma la sua
amarezza era grandissima, per essere violentemente combattuta nei propri
giudizi e, continuamente, versava lacrime così copiose da farle credere
impossibile di conservare la vista, se non per grazia di Dio; in questa pena
stette a lungo, tanto che un giorno, quasi non ci fossero più lacrime, invece
di umore versò del sangue e dal piangere non poteva trattenersi, per la
indicibile tristezza che le piagava il cuore; si credeva, ormai, privata della
fiamma del divino amore e si faceva crudele il ricordo dei beni spirituali che,
per grazia divina, aveva tante volte ricevuto in passato e in così grande
abbondanza da riuscire a non rivelarli solo con grande sforzo.
Così,
venne il tempo in cui le pene dello spirito generarono i mali del corpo e
cominciò a soffrire di tanto sfinimento da non potere pregare, né compiere i
suoi doveri senza grandissima tensione; fu una ragione in più di penosa
tristezza e si sommò al timore che tutto ciò avvenisse per vizio di sensualità.
Il timore veniva dal nemico, che le insinuava questa idea per tormentarla dopo
averle detto di abbandonare la sensualità; e non solo il maligno la insinuò in
lei, ma anche nelle persone vicine e, così, dovette sopportare anche dei
rimproveri e situazioni di disagio. E questo era il conforto che riceveva in
tanti guai.
Nel
crescere continuo delle sue pene spirituali e corporali, quasi si sentì mancare
l'intelletto e, perciò, decise di non continuare a vegliare la notte, ma di
prendersi, piuttosto, quanto più riposo fosse possibile; ma la orazione le
era tanto consueta che, anche dormendo, si ritrovava seduta con le braccia
aperte a modo di croce; e non pensò che a questo la inducesse il nemico,
affinché per il troppo pregare la facesse impazzire. Le avvenne, invece, di
essere nella condizione del glorioso Giobbe, cioè quasi privata della ricchezza
mentale e della forza corporale, e di non essere più in grado di esercitare
le virtù con il fervore e la sollecitudine di prima; credette di essere
rimasta con la sola virtù della pazienza, ma evidentemente in misura assai
scarsa, perché bastava una piccola parola a metterla in grande amarezza.
Ecco
quanto le capitò per la sua povertà di spirito, dopo i primi due inganni.
Dopo
qualche tempo, nel vedere che non l'aveva del tutto gettata a terra, il nemico
le apparve nuovamente nelle forme della Vergine Maria con Gesù bambino in
braccio e la rimproverò così: - Tu non hai voluto ripudiare l'amore vizioso,
perciò non ti darò l'amore virtuoso, cioè quello del mio Figliolo - e,
detto questo, disparve con espressione turbata.
Si
può ben comprendere in quale stato di indicibile amarezza essa rimase, convinta
di avere veramente visto la Madre di Cristo e di essere in colpa verso di Lei
e il suo Figlio; e si pensi in quanta mortale miseria e tristezza si ritrovò
nei giorni che seguirono l'apparizione che, a malapena, sopportava sé stessa
tanto che, più volte, fu sul punto di cedere alla disperazione; se non avesse
saputo che il peccato più grave è la disperazione; ma la divina bontà la
sostenne, lasciandole il dono della buona volontà e il vivo desiderio di non
fare nulla contro il volere divino.
Allora
il maligno parve ricevere da Dio la libertà di accrescere la sua rabbia. Poiché
non riusciva a dannarla con gli inganni, cercò di affliggerla con altri mezzi
e colpì il bene comune a tutte le sorelle e l'onore del monastero, che lei
amava sinceramente; una notte, mentre le altre sorelle dormivano, essa lo udì
girare intorno alle mura del monastero urlando rabbiosamente con spaventosa e
terribile voce e, se Dio gli negò la libertà di abbatterlo, come invece poté
fare con la casa del beato Giobbe, tuttavia intrigò tanto che, in poco tempo,
rimase vuoto delle sorelle e delle cose.
Ferma
nei suoi propositi, essa non acconsentì di abbandonarlo senza la certezza del
ritorno in migliori condizioni e, con questa promessa, anche se con grandissimo
dolore, dopo le altre uscì anch'essa, ma volle essere accompagnata in un luogo
dove non fosse stato possibile vedere e parlare con alcuno.
Come
piacque alla divina Provvidenza, con cinque sorelle, già sue compagne, tornò
poi al monastero e lo rimise in ordine; ma passò alquanto tempo prima che
riuscissero a chiudersi in clausura, perché molte persone desideravano
visitarlo.
Il
nemico approfittò della situazione per tentare ancora di nuocere e istigò
alcune persone, altolocate secondo il mondo, a proporle con insistenza di
trasferirsi nella loro casa, come compagna di una loro figliola ammalata, e
credevano di rassicurarla nel dire che, se fosse stato necessario trovare
licenza dal Papa o da qualunque altro superiore, non dubitasse e, così, per il
necessario alla salute dell'anima e del corpo, che sarebbe stata servita
meglio di quanto avesse saputo domandare. Ma essa non acconsentì, forte e
costante nel proposito di chiudersi in clausura sotto la regola di Santa Chiara.
E così avvenne.
Ma
il nemico non si disarmò e tentò di distruggere nuovamente l'edificio
rinnovato; così lei, temendo fortemente, ricorse all'arma della orazione e
invocò dal Cielo il divino aiuto, con tutto il suo affetto. Narrare ogni
cosa, sarebbe troppo, basti sapere che, prima di essere pienamente esaudita,
sostenne ancora molti e diversi tormenti e con lei anche le sue compagne; ma
infine, come è scritto, così avvenne: «Nel giorno della sofferenza ti hanno
invocato e Tu, dal Cielo, li hai esauditi ».
L'edificio
finora è prosperato di bene in meglio, il nemico ha perduto la battaglia ed è
rimasto confuso, a lode del Signore Iddio che non abbandona coloro che sperano
in Lui, anche se, a volte, permette che vengano colpiti da molti e grandi mali,
per metterli alla prova e farli degni di maggiore gloria.
La
infernale penuria, durata circa cinque anni, è passata e Dio, apertamente, le
ha rivelato che le apparizioni furono permesse al diavolo per farla giungere a
una grande conoscenza di sé. Essa è rimasta tanto illuminata dalla vera
divina visitazione e nella conoscenza della propria impotenza, che se tutte le
anime beate le giurassero il contrario, non lo crederebbe. Se è stata
nuovamente consolata, è rimasta però in grande salutare timore, che al
cospetto della divina Maestà, vede sé stessa come assoluta, incomprensibile e
spregevole nullità.
Così,
divenne esperta degli inganni diabolici e, anche, della vera divina presenza,
della quale dice e afferma questo: quando, per sua clemenza, Iddio si degnava
di visitare la sua mente, essa subito se ne accorgeva dal segno vero e
infallibile che lo precedeva, cioè entrava in lei la santa aurora della umiltà,
che le faceva immediatamente inclinare il capo interiore ed esteriore, tanto
da sentirsi principale radice di tutte le colpe passate, presenti e future;
con questi sentimenti, rimaneva in vera e sincera meditazione e si compiaceva di
giudicarsi causa di qualunque difetto fosse nelle sue vicine. Veniva allora a
lei il sole radiante e fuoco cocente Cristo verità e col suo spirito riposava
in pace, così che poteva ben dire:
O
alta nichilitade tuo atto è tanto forte che apri tutte le porte e intri in
l'infinito.
Poi,
declinata la fiamma del divino amore, la mente rimaneva illuminata, il cuore
riscaldato e acceso dal desiderio di patire e sacrificarsi, il viso gioioso e
tutti i sentimenti esultanti; a volte, l'eloquenza ne rimaneva stimolata e
argomentava sulla virtù, sulla dolcezza del riprendere e sulla soavità del
sopportare i difetti; altre volte, rimaneva senza parola, in grazia della permanenza
della unione mistica, e quanto più era congiunta a Dio, tanto maggiore era il
santo timore di questa amicizia. Con questo santo timore, poteva giovarsi
della divina presenza, senza pericolo di vanagloria, anche a favore di altre
persone; in modo inesprimibile, le era data una luce interiore per comprendere a
fondo che solo Dio poteva darle vera gloria e vera letizia e, per grazia,
infinito bene e, per giustizia, infinita pena.
Davanti
alla divina e imperiale Maestà, tutte le creature mortali, senza distinzione,
sono giustamente delle nullità: quindi aveva ben capito che è somma stoltezza
il vano gloriarsi, come è somma stoltezza il temere di accettare le
manifestazioni divine e non operare prontamente il bene, nella preoccupazione
di farlo imperfettamente. Non dice questo per le novizie, che appena iniziano
a esercitare vita devota, ma per quelle che cercano la perfezione e temono di
sbagliare in ogni cosa; alla perfezione si perviene, solo, con vera fermezza
passando per via delle molte tentazioni e portando la pena della croce.
Ora
è utile riguardare attentamente l'esperienza patita per le tre diaboliche
apparizioni.
Il
nemico operò secondo questo schema: per prima cosa, la ingannò comparendo
nelle false forme della Vergine Maria e di Gesù Cristo e predicando la virtù
da lei amata sommamente, cioè la obbedienza; poi, la indusse al contrario
insinuandole, con grande insistenza, pensieri che la disponevano a mal
giudicare l'operato della sua abbadessa; infine, le diede a intendere che la
mal disposizione d'animo nasceva dal cuore di lei, mentre senza dubbio procedeva
da lui, e sotto forma di contrizione le mise tanto dolore di quelle suggestioni,
da farla precipitare nella fossa di una indicibile sofferenza spirituale e
corporale, fino alle soglie della disperazione, alla quale si sottrasse solo con
grande sforzo e grazie alla sua ferma fede in Dio. Inoltre il nemico, per più
tempo, la tentò alla bestemmia: né con la confessione, né in alcun altro modo
trovava rimedio a questa tentazione, e non aveva il benché minimo sospetto
dell'azione diabolica, perché mai aveva posto in dubbio l'origine divina delle
apparizioni; finché una notte, mentre dormiva, il diavolo si avvicinò al suo orecchio
e le stette accanto a sussurrarle di bestemmiare Dio, mentre lei, pur dormendo,
opponeva resistenza e diceva:- Questo io non lo farò mai!- e il maligno, allora,
si disdegnò tanto, che fece un così grande strepito da svegliarla, e nello
svegliarsi lo sentì partire da presso.
Vide
allora con chiarezza da chi fossero causate le sue afflizioni e comprese, anche,
che il nemico le metteva in cuore le bestemmie e la induceva a credere che
nascessero in lei, per farla cadere nella disperazione.
Solo
dopo aver compreso questo fu in grado di vincere la tentazione; e così se una
di voi, dilettissime sorelle, fosse trascinata in una simile battaglia, non si
confonda e non si contristi nel pensiero di un moto ribelle della propria
anima, perché essa procede solo dalla invidia diabolica, la quale non può
sopportare che Dio sia adorato e lodato. Ma in eterno e senza sosta Dio sia
benedetto, lodato, magnificato e in modo assoluto esaltato, a dispetto e
derisione di Lucifero, con tutti i suoi compagni e tenebrosa brigata. Amen.
Amen.
Mi
sforzerò di mettere ancora più in evidenza ciò che le accadde in conseguenza
degli inganni diabolici: la sua buona volontà di operare il bene pareva quasi
assopita e anche il minimo fuscello, posto innanzi, le sembrava una trave
insostenibile; la sua vita monacale pareva priva di senso e aveva quasi perduto
il gusto della devozione, che solo dopo alcuni anni poté riacquistare;
inoltre, era forte la tentazione al vizio di vanagloria, perché il nemico la
spingeva a divulgare la notizia di quei fatti straordinari per essere
considerata e stimata, ma lei li celava, proprio per questo. Si consideri,
ancora, con quanta astuzia il nemico le insegnava la via della obbedienza, per
poi spingerla al contrario, e come la ingannava sulla origine di quei pensieri,
facendole credere che procedessero da lei: così operò il maligno, per
farla precipitare in una angoscia mortale che, per lei, fu comunque penosissima,
tanto che se qualcuno, quando ne fu liberata, le avesse fatto scegliere fra il
tornare a quella angoscia e il taglio della testa, senza alcun dubbio avrebbe
scelto, piuttosto, una tale morte e con grandissimo piacere.
Per
questo, anche se mi sembra presunzione, prego con tutto il cuore le future
abbadesse di questo monastero di avere in massima considerazione la cura del
gregge loro affidato, perché il lupo infernale incessantemente opera per
divorarlo; è necessario stare sempre in guardia e non aspettare di soccorrere
la pecorella quando è già in bocca al lupo, ma, con prontezza e vera pietà,
sovvenire le infermità delle anime e dei corpi: è tanto gradito a Dio, e più
giovevole alla suddita, l'aiuto della superiora dato prima della domanda,
perché cosa domandata è meno grata e mezzo pagata. Chi sarà mai quella
insensata che, ferendosi anche il più piccolo dito, subito non abbassi il capo
per guardare la ferita e non si affretti a medicarla? In questo modo ogni capo
si comporti con tutti i suoi sudditi membri, perché operare il contrario è
medicina mortale non solo per i membri, ma anche per lo stesso capo; e se non
basta tutto ciò che ho detto per aprire gli occhi alle semplicità colombine,
le raccomando a Quello che eternamente tutto vede.
Ricordo
a quelle con incarico di responsabilità di tenere in maggior stima la più
piccola anima loro affidata, che non l'intero mondo col suo ornamento e
questo, a ben considerarlo, è un grandissimo peso; si sforzino anche, con vera
prudenza, di dare più amore a quelle tentate di inobbedienza e di infedeltà
che non alle altre, perché, quando il nemico muove contro la serva di Cristo,
la virtù della obbedienza è più meritevole, se cercata con desiderio; e
beata la religiosa che con pazienza sosterrà un tale abbaiamento e vincerà sé
stessa, perché non riceverà la corona della obbedienza chi non sosterrà
battaglia di contraddizione, così come disse l'infinita bontà di nostro
Signore Gesù Cristo, e cioè che il vincitore di sé stesso rapirà il Cielo.
Conseguentemente,
quelle che comunque obbediranno superando le proprie personali convinzioni, il
proprio volere e i propri giudizi, senza dubbio non perderanno per questo il
merito della vera obbedienza; anzi, a maggior ragione, acquisteranno la gloria
celeste. Nel fare atto di umiltà, cioè nel rimettere la propria volontà non
solo alle superiori e madri, ma anche alle uguali e alle minori, seguiranno la
via mostrata dal Figlio di Dio che, nella sua infinita bontà, obbedì non solo
al Padre eterno, ma a sua Madre e a Giuseppe, come attesta il Vangelo dove
dice: « e a quelli era sottomesso ».
Pertanto
si vergogni la superbia del cuore umano, che mai non vuole sottomettersi e
sempre cerca di soprastare e dominare gli altri. Si confondano le menti di
quanti ritengono sufficiente, a reggere e ammaestrare gli altri, il poco tempo
trascorso nel porto della salutare obbedienza; della qual cosa si ingannano,
perché credono di avere percorso la via della perfezione e sono, invece,
caduti nella fossa della presunzione, non considerando quanto siano lontani
dalla perfettissima e umile obbedienza di Cristo Gesù.
Trascorsi
ventinove anni sottomesso e docile, durante i quali occultò l'altezza della
sua divinità sotto l'ombra della sua verginale umanità, Gesù, come capo,
ancora più sopportò molte e diverse pene e derisioni, quasi non avesse fatto
nulla esercitando la obbedienza: infatti, non solo non fu creduto Figlio di Dio,
come invece è, ma fu chiamato e reputato bestemmiatore e prevaricatore della
sua legge; dai principi e dai baroni del mondo non fu onorato, come oggi fanno i
suoi servi, anzi fu reputato stolto e malfattore; ma Egli tutto sostenne, per
obbedire completamente alla volontà del Padre. Così, si dimostra che la sua
obbedienza fu perfetta, perché non solo fu soggetto al Padre, ma si sottomise
anche alla signoria di vilissimi peccatori; dalle cui mani ebbe crudelissima
morte e, in questo modo, condusse al fine la sua obbedienza.
Ogni
persona invitata alle nozze dell'Agnello, cioè alla santa religione, dovrebbe
attenersi a questo esempio e avere il desiderio di stare non solo trentatré
anni e più sottoposto agli altri, come fece Cristo, ma quotidianamente
domandare a Dio la grazia di finire i propri giorni in vera e umile
obbedienza, per essere più conforme al suo Figliolo. Si mediti, anche, che
Cristo Gesù non solo fu obbediente al Padre e soggetto alle creature umane, ma
anche alle cose insensibili, perché, incarnandosi, patì fame, sete, freddo e
caldo e tutte le necessità della nostra fragile natura, finché, in virtù
della obbedienza, si sottomise alla crudeltà degli asperrimi chiodi, sotto i
quali rimase confitto, fino all'ultimo respiro.
Perciò,
chi potrà dubitare della propria eterna salute, se finirà il mortale cammino
in tale virtù? La obbedienza fa più simile la serva al suo Signore, che non
qualunque altra virtù: per questa sacra obbedienza, non promise il Padre eterno
ad Abramo di mandare suo Figlio a prendere la nostra morte, per darci la sua
vita? Certamente si; dunque, chi vuole edificare un buon edificio, prenda per
fondamenta la obbedienza e non dubiti di salvarsi, con essa, meglio che non con
qualunque penitenza, digiuno o contemplazione si voglia.
La
cosa più grande e più gradita a Dio, che la religiosa possa fare, è quella
di staccarsi dal proprio arbitrio e di donargli tutta sé stessa: come è
facilmente comprensibile, la creatura che volontariamente si sottopone ad
altre, per amore del suo Creatore, fa cosa maggiore e merita più di quella che
lo serve senza rinunciare al proprio arbitrio; infatti, se Abramo fu giustificato
per la sua obbedienza a Dio, quanto maggiormente lo sarà quella che si
sottopone alla obbedienza della serva di Dio!
Perciò,
carissime, operate con buona volontà e ricordate sempre che non donerete al
vostro sposo, Cristo Gesù, una cosa migliore della perseveranza nell'impegno
preso con Lui, anche se, alcune volte, il nemico faccia apparire la via
intrapresa o troppo stretta o troppo larga. Questo capita alle novizie, appena
entrate nel campo di battaglia, affinché, al più presto, da piombo diventino
oro finissimo, cioè trasformino la loro sensualità in spiritualità e
lascino le cose del mondo, per appartenere al Cielo.
In
questo modo opera il Signore nostro Dio, perché vuole condurle per la stessa
via percorsa dal suo Figliolo, che, dall'istante della sua nascita fino alla
morte, andò sempre per la via della croce.
Iddio
le ama di amore paterno e, per questo, le mette al più presto sulla via della
croce per farle coeredi dei beni del Figlio, permettendo ai nemici infernali di
assalirle nascostamente, sotto l'apparenza del bene. Il diavolo mette tanta
angoscia nei loro cuori che, se non fosse per la vergogna, tornerebbero alla
vita di prima, pentite di essere entrate in convento con tanto ardore; questo
capita, soprattutto, a quelle che renderanno maggior frutto sulla via di Dio e
tanto sono tormentate, che ad esse pare di non averlo trovato, come speravano,
e dubitano di essere private di Lui, di ogni grazia e di ogni devozione.
Infatti, prima di entrare in convento, con grande fervore desideravano
lasciare parenti e amici, per amore di Dio: ma il nemico le tenta del contrario
col dare tanta memoria, tenerezza e nostalgia degli affetti famigliari che,
vegliando o dormendo, pare loro di non potere pensare ad altro; inoltre, esse
desideravano fare molta penitenza: ma il nemico le tenta di sensualità e di
golosità, sicché non osano neppure prendere il pane posto loro innanzi e tanto
sono stimolate che, in poco tempo, perdono ogni gusto di devozione; così,
entrano in uno stato di grande tristezza, che fa loro dire: - Veramente io ero
migliore prima di venire qui e servivo meglio Dio e con più devozione, che non
ora. - e in questo modo, sotto forma di bene, il nemico le combatte spingendole
a tornare indietro.
Per
nessun motivo la sposa di Cristo deve cadere in questi inganni; anzi, con forza
e prontezza di spirito, deve forzare il suo libero arbitrio e dire a sé stessa:
- Anche se il mio Signore Dio permettesse che io fossi tentata fino all'ultimo
dei miei giorni, non consentirò mai e starò nei miei propositi sempre più
forte. - e, dopo questo proponimento, andare alla orazione e pregare con
tutto il cuore, così: - Signore mio Gesù Cristo dolcissimo, per la infinita
carità che vi fece stare legato al crudele tormento della colonna e sopportare
l'atroce flagellazione dai vostri nemici, vi prego, per la mia salute, di
darmi tanta forza da vincere i miei nemici e, mediante la vostra grazia,
sostenere con pazienza questa e ogni altra futura battaglia.- poi, al nome di
Gesù, inginocchiarsi circa cento volte più o meno secondo che può invocandolo
sempre a ogni genuflessione. Qualunque persona stia certissima di ricevere aiuto
e conforto, se farà tale orazione con cuore sincero, secondo ciò che disse
il santissimo frate Bernardino, di dolce memoria.
Bernardino
io lo ritengo il Paolo del nostro patriarca San Francesco, dal momento che
Cristo, quasi volesse specchiare la sua vita in lui, promise a uno dei suoi
frati di fargli seguire l'esempio dell'apostolo Paolo, che mai non si saziava
di pronunciare il nome di Gesù. È noto a tutti come e quanto San Bernardino
abbia, ai nostri giorni, esaltato il nome di Gesù non solo nel suo predicare,
ma anche estendendolo all'ordine da lui riformato; per questo, giustamente, lo
si può chiamare il Paolo di Francesco.
Tornando
all'argomento, se compiuta la predetta orazione, per divina volontà la
tentazione non se ne andasse, subito, senza timore e senza vergogna, la sposa
di Cristo vada dal suo padre o dalla sua madre spirituale e si confidi così:
- Mi accuso di essere fortemente tentata di andarmene da questo monastero e di
ciò mi dispiace molto; vi prego di aiutarmi e di mettermi in catene o in cella
sotto chiave, finché non sia cessata questa battaglia e possa rimanere nel
luogo ove Dio mi ha chiamata. - ma intenda bene, che lo deve fare solo se è
condotta con forza al consenso; e Dio pietoso, nel vedere la violenza alla quale
si dispone da sé stessa, comanderà ai diavoli di andarsene e la arricchirà
di molte virtù e grazie in questa vita e la coronerà, nell'altra, di
inenarrabile gloria. Di questo ne abbiamo un esempio e ve lo narrerò.
Un
uomo, toccato dalla grazia divina, lasciò parenti e amici per andare, con
grande fervore, in un monastero. Ma, dopo poco tempo, gli venne tanta
nostalgia della famiglia che, al massimo grado tentato di ritornarvi, come
ebbro del loro ricordo, correva in qua e in là per il monastero sgraffiando le
mura con le unghie, quasi volesse arrampicarvisi. Nel vedere questo, i frati,
mossi a compassione, provarono ogni cosa per aiutarlo, ma senza riuscirvi;
finché, dopo tanti vani tentativi, pensarono di metterlo in ceppi. Dopo qualche
tempo di quella penitenza, piacque all'altissimo Dio di comandare alla
tentazione di andarsene e quell'uomo fu arricchito di tante e tali virtù, da
essere stimato santo.
Chi
sostiene con pazienza le tentazioni per amore di Dio, viene illuminato dalla sua
grazia; sicché beati e più che beati sono quei religiosi sempre tentati e mai
consenzienti, come è scritto nella Apocalisse: « Farò colonna nel mio tempio
di colui che ha vinto. » e come disse il glorioso apostolo San Giacomo: «
Beato l'uomo che sopporta la tentazione; poiché colui che è stato provato
riceverà la corona della vita ». S'ingannano coloro che vanno al servizio di
Dio convinti di trovarvi dolcezza, soavità di spirito e pace mentale: non sono
queste le cose che Dio richiede ai suoi servi fedeli, ma al contrario li invita
alla battaglia e dice: «Chi vuole seguire me rinneghi sé stesso, prenda la
sua croce e mi segua. » e Lui stesso diede l'esempio quando discese dal Cielo
non certo per riposare, ma ricevere per onore disprezzo, per riposo fatica, per
ricchezza povertà, per sazietà fame e sete e per combattere tanta e tale
guerra da morire, in poco tempo, sul campo di battaglia.
Dilettissime
sorelle, la sposa che vuole congiungersi a Cristo suo sposo, deve conformarsi a
Lui ed essere sempre pronta a sopportare ogni tormento corporale e mentale; ma,
sempre, tenendo ben presente di non prendere iniziative personali senza il
consenso della sua superiora, perché la virtù della vera obbedienza precede,
per importanza, tutte le altre e conduce al Cielo chi la pratica. Essa è sempre
sicura, se la religiosa manifesta le sue tentazioni a chi la deve guidare,
perché la piaga nascosta non può essere medicata e curata; inoltre, quanto
più la cosa che vuole fare le sembri buona, tanto più la esponga, per non
essere indotta in errore sotto forma di bene, come è accaduto a quella della
quale si parla e che fu ingannata dal nemico nelle sembianze di Cristo e della
Vergine Maria.
Una
occulta tentazione
Non
tacerò di un altro inganno, teso alla medesima religiosa, per rendere più
prudenti e accorte anche quelle che prediligono l'orazione e la meditazione.
Una notte, mentre stava in coro per le preghiere del mattutino, si sentì come mentalmente sollevata e rallegrata e credette di essere visitata da uno spirito buono; così si dispose ad ascoltarlo, interrrompendo il mattutino, ma senza mutare posto e atteggiamento, per non fare trapelare nulla alle altre sorelle. Mentre continuava quel senso di consolazione, udì in sé una voce, che ragionava su come e quanto Iddio avesse nobilitato l'uomo e la donna col dare loro il libero arbitrio di operare il bene e il male, e del premio che Dio concede a chi fa il bene, quasi per debito di giustizia; infatti - continuava la voce, sempre in forma di ragionamento dimostrativo - anche l'apostolo Paolo diceva di attendersi il giusto premio, per avere scelto di esercitare il libero arbitrio nell'operare il bene e ripudiare il male, che pure aveva libertà di fare.
Essa
rimase con questi ragionamenti nella mente e li meditò, convinta di avere
ricevuto una grazia divina.
Ma
la notte successiva, sempre in coro per il mattutino, le venne un tedio
mentale e una stanchezza fisica insopportabili; così, nel considerare le
fatiche dei suoi doveri religiosi e gli altri sacrifici offerti a Dio volontariamente,
li mise in connessione coi ragionamenti uditi la notte precedente, e in lei si
insinuò il pensiero che dovesse ricevere, per giustizia, un più alto stato di
quello di Cristo, perché il Figlio di Dio non aveva potuto peccare e
concupire i vizi del mondo, mentre lei, in libertà di peccare e soggetta al
peccato, aveva nondimeno lasciato la via del male e scelto di esercitare la
virtù.
Da
questo ragionamento, comprese subito che quanto le stava accadendo in quelle due
notti era azione del diavolo, che la spingeva a credersi generatrice del bene
fatto; così ricorse all'arma della umiltà, si sottopose all'abisso infernale
con la immaginazione e meditò sul dono divino della buona volontà, senza il
quale non avrebbe potuto operare il bene. Infatti, se da Dio abbiamo ricevuto la
libertà di fare il bene e il male, il debito di giustizia verso di Lui ci
impegna a fare il bene, che non possiamo, però, praticare senza il dono divino
della buona volontà: quindi, non è Dio in debito verso chi fa il bene, ma
l'uomo lo è comunque verso Dio. E certamente manca di vero intelletto chi pensa
di avere meriti, invece di colpa e difetto.
Con
tutto il mio affetto di carità vi prego, dilettissime mie sorelle, e in
particolare prego voi, novizie qui presenti e future che verrete, di porre la
massima sollecitudine nella vera obbedienza, perché questo è il sacrificio
che Dio attende da chi sinceramente lo serve; per la vera obbedienza, lasciate
qualunque altra cosa e anteponetela a ogni orazione, contemplazione o qualsivoglia
dolcezza mentale, e beate se sarete perseveranti nel ben fare, senza cercare, o
anche solo desiderare, di essere consolate. Come dice San Bernardo, servire Dio
significa fare il bene e patire il male: questa è la via sicura e questa deve
essere la regola delle vere serve di Cristo, cioè di non ricevere mai conforto,
se non in tempo di grande necessità. Chi vuole andare a Dio per la via facile,
tra dolcezze e soddisfazioni, s'inganna: per l'amore che Gli portate, non
vogliate altra consolazione se non di finire la vostra vita in stato di vera
obbedienza; praticatela, e possederete in questo mondo anche la santa orazione
e tutte le altre virtù e acquisterete il regno del Cielo; ricordatevi del
beato Paolo semplice, che acquistò la grazia di fare miracoli dopo poco tempo
nel quale servì Dio in pura obbedienza.
Non
dico di praticare la obbedienza per fare miracoli; a questo proposito,
infatti, Cristo disse: - Imparate da me non di fare miracoli, ma di essere
umili e mansueti di cuore. - e il vero servo e la vera serva di Cristo non
cercano, né desiderano altro che di finire la loro vita perseverando,
virtuosamente, nello stato in cui Dio li ha chiamati; questo si è miracolo
grande e meraviglioso, anche se misconosciuto dalle persone di mondo, che non
hanno mai sperimentato, come i veri servi e le vere serve di Dio, il
combattimento contro i veri nemici, ossia contro l'ingannevole mondo, che si
mostra sempre fiorito alle creature mortali, contro la propria carne, che si
ribella allo spirito per sua natura, contro le innumerevoli schiere
dell'inferno, che con molta malizia, nascostamente come iniqui traditori,
continuamente cercano di ingannare e uccidere le anime disposte al servizio
divino; tali combattenti fanno già un grande miracolo e, senza paragone,
sostengono una ben più grande prova che non i soldati del mondo. Certamente
nessun soldato è tanto imprudente: anche se avesse la sapienza di Salomone e la
forza di Sansone, da scendere in campo di battaglia a occhi chiusi, anzi,
vuole vedere bene i propri nemici; allora si comprende facilmente, a
confusione degli amanti del mondo che ci chiamano sacchi di pane, il grande
miracolo quotidianamente operato dai servi e dalle serve di Cristo a
perseverare nel bene, perché continuamente combattono contro nemici
invisibili, cioè contro i diavoli astuti e fortissimi, che mai non cessano di
tentarli a tornare indietro dalla via di Dio.
Tanta
è la malizia dei diavoli, da spingere la religiosa fervente, quando non sia
possibile rimuoverla dal proposito di operare il bene, a oltrepassare i
sacrifici della normale regola, per debilitarla e farla cadere in qualche grave
infermità; così, la religiosa, se lascia il giusto per il troppo, vale a dire
l'arma del discernimento, deve tralasciare l'esercizio della orazione e delle
altre virtù; così, non si fortifica spiritualmente e diventa tiepida e quasi
insopportabile a sé stessa; così, toglie l'onore a Dio e il buon esempio alle
compagne e così ben le sta, perché presuntuosamente ha oltrepassato i consigli
della sua madre e maestra. E se poi il nemico non riesce a prevalere con il
detto inganno, appena vede la religiosa gustare la dolcezza dell'amore divino
nella orazione, subito la sottopone al desiderio di appartarsi in un luogo
solitario, dicendole: - In questo modo gusterai meglio Dio e potrai stare
giorno e notte alla orazione, quanto vorrai. -
Quindi,
dilettissime sorelle, siate prudenti. Considerate come il consiglio e il
desiderio di appartarsi non si accordino con il vero e ottimo consiglio di
Cristo, che non invita a desiderare la dolcezza mentale, a cercare consolazioni
e a seguire la nostra volontà, ma a portare la innamorata croce, perché
dice: - ...rinneghi sé stesso... - che significa, in altre parole: - Chi vuole
seguirmi in somma perfezione, abbandoni totalmente il proprio arbitrio e vada
allo stato religioso, lasciando tutte le cose. - e questo stato veramente si può
chiamare croce, per il continuo ricusare la propria volontà.
Che
il portare la croce eccelli sul perseguire la dolcezza mentale, si può ben
comprendere, se si osserva la presente generazione: oggi, vi sono molti
religiosi di grande levatura mentale, e anche di grandi e buoni sentimenti, ma
nessuno in grazia di fare miracoli, di conoscere i segreti altrui o di
annunciare cose future; invece, ve ne furono nelle generazioni passate, perché
avevano percorso la via della croce in stato di vera e umile obbedienza. Uno
di quelli fu il nostro padre San Francesco, che si diceva pronto alla
obbedienza di chi fosse appena entrato nella religione, preferiva un frate passato
per dure tentazioni, piuttosto che per la via delle dolcezze, delle
consolazioni e dei soavi sentimenti mentali, e voleva il religioso fatto com'è
il morto, il quale non contraddice nessuno, se è battuto non si lamenta e rimane
pure dov'è posto. Abbiamo altri esempi nelle sacratissime vergini Santa
Marina e Santa Teodora, oltre che in molte altre: esse meritarono la santità
non per essersi adagiate in gusti e dolcezze mentali, ma per la loro
perseveranza nell'obbedire non solo alle superiori, ma anche alle uguali e alle
inferiori; portarono la propria croce e sostennero fatiche e sudori per il
monastero, con vera pazienza; soffrirono freddo, caldo, fame e sete;
sopportarono obbrobri, vergogne, mortificazioni, infamie, ingiurie e
persecuzioni, combatterono aspre battaglie contro i diavoli furiosi, vinsero la
propria carne e il proprio fragile sesso e patirono l'incuria e le colpe di
quanti avrebbero dovuto aiutarle e confortarle in ogni preoccupazione e necessità,
cioè i loro prelati e fratelli. E perché tutto questo, se non per celare il
loro intento di santità? Eppure, non avevano fama maggiore e più reputazione
delle altre; anzi, ponevano ogni cura nel nascondere ogni loro grazia e virtù,
erano neglette, considerate ultime e più stolte e viziose che savie e virtuose;
e non perché si comportassero da matte, oppure perché facessero cose meno di
buone, ma per non scusarsi delle colpe e delle infamie loro attribuite,
grandemente felici della misera condizione in cui erano poste.
Veramente,
questi sono gli inestimabili ornamenti e la dote delle spose del grande e
magnifico imperatore Cristo Gesù, Dio nostro; poiché Egli dice: - Chi vuole
salire a me, fonte di vita, deve percorrere la via più difficile. - si
confortino i vostri cuori, dilettissime sorelle, nel sapere che siete chiamate
alla via stretta, lungo la quale virilmente combattere contro la vostra fragilità,
lasciare la vana letizia e le naturali impurità, sottoporsi agli altri per
amore di Dio, affinché in tutte voi sia lo spirito di pace e la vera dimora
dello Spirito Santo, secondo le sue parole: In chi riposa il mio Spirito, se
non nell'umile e mansueto?
Ci
insegna a pervenire a questa umiltà il diletto compagno del nostro patriarca
San Francesco, frate Egidio, il quale disse: - Chi vuole possedere la perfetta
pace mentale, vera madre della umile mansuetudine, tenga ognuna per sua
superiora; e amando, non desideri essere amata, e servendo, non desideri
essere servita.
Ora
sapete di quali virtù dovete essere ornate; ma è necessario che comprendiate,
anche, di dovere perseverare nel luogo ove Dio vi ha chiamate. Dicono bene i
versi:
O
peccator te pentirà tu mai ché del mio sangue te ricomparai su la croce con
mortali tormenti? D'unde
t'ho post voglio te contenti.
e
per ribadire questa verità, vi racconterò ancora un fatto di quella religiosa
che subì l'apparizione del nemico nelle sembianze del crocifisso.
Essa
entrò in questo luogo all'inizio della sua conversione, e dopo qualche anno,
presa dalla soavità dell'amore divino che gustava nella orazione, sentì un
grande desiderio di appartarsi in un luogo solitario e deserto; desiderio
alimentato e favorito, anche, dalla mancanza di ostacoli, perché questo luogo,
allora, non era ancora soggetto a religione. Tuttavia, nel timore di sbagliare,
per sfiducia verso sé stessa, cercò di sapere se ciò che aveva in animo di
fare piacesse a Dio e, così, lo supplicò con grande e quasi continua
preghiera, di giorno e di notte, di indicarle la via da seguire. Dopo più
giorni di ansiosa e sollecita preghiera, una mattina, circa nella terza ora,
mentre in questa chiesa pregava con tutto il cuore la divina Maestà di
esaudirla, la clemenza di Dio le rivelò quanto dovesse fare é che ogni
persona deve rimanere nello stato e nel luogo nei quali Dio chiama; e le disse
anche altre cose, qui non scritte per buon rispetto. Perciò essa abbandonò il
suo progetto e rimase, in obbedienza alla rivelazione divina e alla volontà
del nostro Signore Dio.
Se
una novizia fosse tentata d'instabilità o da qualsiasi altra tentazione,
ricordi - e non solo all'inizio della sua vita religiosa, ma per sempre - che
è ottima cosa rimanere con animo costante ove Dio ci chiama; mediti il
pensiero del sacrato dottore Sant'Agostino sulla tentazione, vita dell'anima
nella esistenza terrena; stia forte e perseveri, perché beata è la religiosa
sempre combattuta e mai consenziente.
Lo
dimostra anche quanto mi narrò un venerabile religioso.
Un
giovane, entrato nel suo monastero pieno di fervore nel servizio di Dio, dopo
avere ricevuto l'abito, subito fu fortemente tentato di andarsane; pur gravato
da tale insistente pensiero, con pazienza e costanza seguì la strada della
obbedienza e delle altre virtù, adempiendo sempre, e con grande prontezza,
tutto ciò che gli era imposto; perseverò virtuosamente nella battaglia
contro la continua tentazione e finì la sua vita nel luogo stesso della sua
conversione. E Iddio volle che in morte compisse miracoli, a dimostrazione della
santità conquistata nel resistere alla incessante tentazione, per amore di
Cristo.
Da
questo comprendiamo quanto piaccia a Dio la virtù della pazienza nel sopportare
le tentazioni e nel sostenere, per suo amore, le avversità e le pene che Egli
permette, da qualunque parte esse vengano. Come dice San Bernardo, il capo
coronato di spine non si confà alle membra delicate; se volete essere membra di
Cristo e sue vere serve e spose, andate per la via spinosa e seguite le sue
traccie che per onore e altezza esso venne a torre despregio e bassezza; e, per
abundanzia e ricchezza, povertade e necessità; e, per piacere e diletto, pena
e dispetto; e, per segnoria e libertade, ubidienzia e penalitade; e, per
fortezza e sanitade, debilezza e infirmitade; e, per sua alta baronia, el bò e
l'asenello in compagnia; e, per dignitade papale, como sacerdoto magno ave Josef
per compagno; e, per regali servituri, li poveri pescaturi; e, per lo cibo
celestiale, mendicando volse andare; e, per sua divinitade, prese nostra mortalitade;
e, per la imperiale altezza, i ladruni in sua bassezza.
Or
te goldi sorella mia caminando per la via del to Cristo vero Messia
e
in essa finisci tua giornata se non voli esser ingannata perciò che tutta la
brigata la quale in cielo è andata per tale via è caminata.
Dilette
sorelle, ora potete stimare quanto siano necessarie le battaglie e le
tentazioni alla vera religiosa. Reputate somma felicità, essere al massimo
sottomesse e umiliate; grande ricchezza, essere misere e mendiche; grande onore,
essere disprezzate, grande altezza, essere infime in tutte le cose; grande
consolazione, essere afflitte e tribolate nel fare il bene; grande sanità,
essere inferme per Cristo; somma scienza, essere reputate stolte per amore di
Lui e, per lo stesso amore, finire la vita corporale in grande e acerbo
martirio, per poi godere in eterno.
Carissime
sorelle, questi sono gli ornamenti che vi fanno bellissime al cospetto del
nostro invisibile e immortale Dio e, per l'amore che gli porto, non mi stancherò
mai di esortarvi a sopportare con vera pazienza ogni affanno della vita
presente.
E
voi, novizie, non comportatevi come le stolte religiose, persone di poco
spirito e di povera mente, che stanno bene solo se sono ben viste dalle loro
prelate, e si arrovellano per uno sguardo severo, o per un rimprovero. La
buona figliola, quando è percossa dalla materna carità su di una guancia, deve
umilmente porgere l'altra; a maggior ragione la novizia, più è condotta
per la via stretta dalla sua superiora, più deve sforzarsi di riverirla e di
amarla, sull'esempio dell'agnello mansuetissimo Cristo Gesù, che mai mancò al
proprio Padre nella obbedienza e che, per adempierla pienamente, fu odiato e
disprezzato, sottoposto a penosi colpi e duri tormenti. Perciò non si
rattristi, la buona e umile obbediente, quando le pare di essere odiata,
afflitta e tribolata; non incolpi nessuna creatura umana, ma sopporti tutto,
con forza e vera pazienza, e si rallegri dello speciale beneficio che le concede
il Padre eterno: Egli, infatti, la lascia cadere nelle pene solo per farla
partecipe della eredità del suo diletto Figlio, che, per primo, percorse la via
stretta e, sul suo esempio, ci invita a seguirla.
La
serva fedele non può essere tanto stolta da gettare via ciò che volle
prendere dal suo Signore, ossia la croce della mente e del corpo; e diceva bene
l'apostolo Paolo: - Noi giustamente ci gloriamo solo nella croce del Signore
nostro Gesù Cristo. - Dunque, non essere pigra nel fare il bene e timorosa nel
patire il male, perché se con grande violenzia non te forzarai, de Jesu
Cristo vera sposa non serai; e se per lui pena portarai, con esso in gloria
sempre viverai; e quanto più per lui te medesma abbandonarai, in verità sappi
che esso trovarai e abbandonata mai non serai. Sono verità le parole: - Se
tutto vuoi, tutto dona a Gesù benedetto e con vera umiltà offriti sempre a
ogni suo volere. - perché più la persona va verso la perfezione, più si congiunge
al divino volere; e più è vicina alla perfezione, più è necessario il santo
timore.
E
affinché restiate sempre in grande timore, anche dopo avere ricevuto molte
grazie, e mai crediate di conoscere le insidie diaboliche, né che il bene
possa prevalere sul male se non in quanto Iddio porga lume, intelligenza e
forza, la religiosa, alla quale apparve il nemico in forma di crocifisso, vi
fa sapere quanto segue. Ma prima essa vuole dirvi, in tutta verità e senza timore
di sbagliare, che avanti i predetti inganni le erano state concesse, per grazia
di Dio, tante virtù e tante vittorie sulle tentazioni, da essere troppo lungo
a narrare: comunque, delle molte, ne dirà alcune, a lode di Cristo e per vostro
esempio e cautela. Intanto, considerate che quella sorella, per alcuni anni, fu
data parzialmente al potere dei diavoli, per essersi creduta capace di resistere
alla malizia e alla potenza diabolica con le sole proprie forze: eppure, essa
aveva già percorso i gradi della perfezione, ricevuto la grazia di conoscerli
profondamente nel passare per ciascuno di essi, infine aveva visto la sua
anima tornata e restituita alla prima innocenza.
Essa
udì il canto degli angeli
Vi
fu anche un tempo in cui il tormento di un fortissimo desiderio di dormire era
diventato la sua croce. Resisteva con tutta la volontà, ma non riusciva a estirpare
il sonno da sé, fosse giorno o fosse notte; così, riservava a suppliche la
maggior parte delle orazioni, dell'ufficio divino e della messa, per ottenere da
Dio la forza di vincerlo.
Una
mattina, mentre combatteva la sua fragilità con grande tensione per ben
assistere alla messa, e valutava il suo scarso vigore e il poco tempo nel
quale avrebbe potuto resistere in quelle condizioni, fu presa dal timore che
il soccorso, tanto invocato in tanta necessità, non dovesse più giungere e la
sua mente fu sopraffatta da un così grande smarrimento e disperazione da credere
di morire, senza l'immediato sostegno divino. Era il momento in cui il
sacerdote, letto il prefazio, diceva: Sanctus, Sanctus...; in quello stesso
istante, essa udì cantare la stessa parola « alla angelica baronia che precedeva
innanzi a tanto divino ed eccellentissimo Sacramento » e la melodia del canto
angelico era così stupendamente dolce e soave, che subito, al primo suono, la
sua anima tese a uscirle dal corpo; se non mancò del tutto, fu solo perché non
giunse a udire la fine del canto sulla stessa parola.
Da
quel momento le riuscì talmente facile vincere il sonno, che, anche trascorso
molto tempo, non ne fu più molestata, poté vegliare a suo piacimento e senza
alcuno sforzo. O sorelle cordialissime, non v'incresca la fatica del sonno e
degli altri disagi, perché con quella perverrete alle requie eterne. Sappiate
che nessuna lingua può esprimere e mente immaginare la estrema dolcezza di
quel canto angelico; io dico solo che le scese in cuore tanta soavità, da farle
dimenticare sé stessa e tutte le cose create come se mai fossero esistite e,
per quanto lo udisse così brevemente da parerle un batter d'occhio, fino dal
primo istante la sua anima tese a staccarsi dal suo corpo.
Accadeva
questo e stava fra le altre sorelle: tuttavia non fece il benché minimo
strepito, ma si chinò pervasa da tanta modestia, che le parve di essere meno
pesa di una piuma; sicché nessuna delle presenti si accorse di nulla.
Ma
alla stessa religiosa fu concessa una ancor più grande e meravigliosa grazia,
dopo una ulteriore prova alla quale Iddio volle sottoporla.
Per
un certo tempo, le fu tolta la fiamma dell'amore divino e gli occhi della sua
mente furono privati della dolce presenza di Cristo Gesù, dalla quale era pur
stata consolata molte volte in passato; fu tanta la sua amarezza, che ogni
motivo di consolazione si trasformava in tristezza, così da stare giorno e
notte in quasi continue lacrime e reputare grande refrigerio il poter piangere
liberamente nelle ore concesse per dormire.
Si
avvicinava intanto la festa della natività del nostro Salvatore Cristo Gesù.
Giunta la vigilia di Natale, domandò alla madre abbadessa il permesso di
vegliare quella notte per sua devozione; avuto l'assenso, entrò in questa
chiesa col proponimento di recitare mille volte l'Ave Maria, in supplica e
reverenza alla madre di Cristo.
Alla
quarta ora della notte, momento nel quale credo che sia nato il Salvatore,
mentre pregava, le apparve improvvisamente innanzi la Vergine gloriosa col suo
dilettissimo Figliolo fra le braccia, fasciato esattamente come si usa per gli
altri piccoli quando nascono. Facendosi vicina, la Vergine le pose il
bambinello in grembo, con somma cortesia e benignità; e la religiosa, per
grazia divina rassicurata della presenza del vero Figliolo dell'eterno Padre,
dolcemente lo strinse a sé, viso a viso; e tutto, intorno, pareva dileguarsi
come cera al fuoco.
Nessuna
mente può essere così gentile da immaginare e nessuna lingua può narrare il
soave odore della purissima carne di Gesù benedetto; e del bellissimo e
delicato viso del Figliolo di Dio, quando anche ne dicessi tutto ciò che si
può dire, sarebbe niente e lo lascio alla immaginazione di ciascuno. Ma ben mi
sento di esclamare: - Cuore insensato e più duro di tutte le cose create,
come non ti spezzasti o non ti sciogliesti come neve al sole nel vedere, gustare
e abbracciare lo splendore della paterna gloria? - perché non fu sogno, né
immaginazione, né eccesso mentale; ma realtà aperta, manifesta e senza alcuna
fantasia.
Dopo
che ebbe accostato il proprio viso a quello del bambinello, subito la visione
disparve; e la religiosa rimase in tanta contentezza e beatitudine, che non
solo il suo cuore, ma tutte le sue membra parevano gioire; e l'amara tristezza,
che tanto l'aveva afflitta per l'assenza di Cristo Gesù, scomparve in tal
modo, che per moltissimo tempo non provò più alcuna melanconia.
Dilettissime
sorelle, siate prudenti e sopportate con pazienza l'assenza dell'amore divino;
insistete con forza e costanza nelle consuete orazioni, nelle sante virtù e
nell'operare il bene, finché alla clemenza divina piacerà raddoppiare nei
vostri cuori la fiamma del suo verginale e castissimo amore. Quando Dio avrà
messo alla prova l'anima rimasta vedova e la vedrà ugualmente costante e
fedele in tanta penuria, non potrà trattenersi dal consolarla: si ricongiungerà
con essa inseparabilmente e le darà una più grande abbondanza di grazie e di
doni spirituali.
Però,
io prego con tutto il cuore ogni futura abbadessa di questo luogo di
prediligere, con materna carità, quella che dovesse essere afflitta da così
amarissima pena e di sostenerla nella mente e nel corpo; perché non vi è
dolore maggiore di quello dell'anima, quando pensa e crede di avere perduto la
grazia di Dio. Io dico « crede », perché credere, in tale caso, non è
sapere: infatti, l'anima, inesperta del perfetto amore divino, pensa di
essere privata di tale amore se si ritrova a non gustare più le consuete
dolcezze mentali, cioè quando le è tolta la presenza della umanità di Cristo;
per questo si duole in tanta mortale miseria, che non la può comprendere chi
non la prova.
Nondimeno,
per occulto mistero, Iddio è congiunto all'anima con amore trionfante e proprio
tramite il dolore. La stessa presenza del dolore lo dimostra: infatti, non è
possibile dolersi della mancanza di ciò che non si ama; così, l'anima che si
duole perché non sente amore, possiede, insieme al dolore, anche l'amore; e
tanto è l'amore, quanto è il dolore.
Ma
questo ragionamento non è compreso dalle nostre piccole menti, perché
facilmente amano più il dono del donatore. Quindi, è necessario che Dio
sottragga l'amore sensuale dall'anima pellegrina e dimori con essa sotto il
manto del dolore, per farla salire, con questo mezzo, al perfetto amore divino.
Io
vi assicuro che il dolore spirituale supera ogni altro dolore, anche se non
sembra possibile a chi non lo prova, soprattutto alle donne di mondo, che si
danno a intendere fra loro che il dolore maggiore è quello della morte dei loro
figlioli. Ciò non è vero, perché esse possono sperare di avere da Dio il
paradiso in ricompensa del dolore patito; ma la serva di Dio ha posto tutto il
suo amore in Lui e da Lui ha ricevuto l'anello della buona volontà e per questo
sposalizio ha abbandonato non solo parenti, amici e tutte le cose, ma anche sé
stessa; così, quando si vede o si crede privata dello stesso Dio, di cui ha in
parte gustato l'amore dolce e soave, tanto più resta in grande pena dolorosa,
quanto più sa di non potere trovare maggiore gioia e grazia senza l'infinita
divinità; e questo dolore è tanto incomprensibile, quanto è incomprensibile
Dio. Ecco perché provano maggiore pena e dolore coloro che vanno per la via
dell'amore divino, che non qualunque altra persona, per qualunque altro amore
si voglia.
In
verità, non tutti i servi e le serve di Dio percorrono la via dolorosa, perché
pochi, soprattutto oggi, salgono i gradi della perfezione e possono capire il
dolore dell'anima per diretta esperienza; per questo si può ben dire: « Molti
sono chiamati, pochi gli eletti. » perché tanto si è intiepidito lo spirito,
che molti disertano nel tempo del dolore; inoltre, oggi, le forze naturali si
sono indebolite, rispetto ai tempi passati, e si resiste poco tempo negli
esercizi spirituali; così mancano le armi necessarie alla ascesa verso la
perfezione e si comprende il perché non si trovi facilmente chi a essa
pervenga; soprattutto non si sa sopportare il dolore: molte persone vanno al
servizio di Dio e si comportano bene finché gustano il miele del primitivo
fervore, ma subito mancano e vengono a niente quando sopravviene la tempesta
delle tentazioni necessarie a giungere alla perfezione.
Carissime
sorelle, siate forti e costanti nel tempo della battaglia. Anche se il vostro
corpo si indebolisse tanto da non poter compiere pienamente i vostri doveri,
mantenetevi però ferme nel desiderio e nella buona volontà di operare il bene
e di patire il male, affinché si compia ugualmente, per affetto e desiderio, ciò
che non potete mettere in atto. A lode di Cristo. Amen.
Ecco
un'altra eccellente grazia concessa da Dio alla religiosa che subì
l'apparizione del nemico in forma di crocifisso; e ve la narrerò in tutta verità,
a lode di Cristo e argomentazione della nostra fede.
La
religiosa, per più tempo, fu anche fortemente tentata di infedeltà al
Sacramento di Cristo, cioè mise in dubbio la consacrazione dell'Ostia. Il
dubbio divenne il suo tormento e nemmeno con la confessione riuscì a porvi
rimedio; per questo, con grande pena e amaro pianto, non faceva che invocare
Dio, quasi continuamente. Più si avvicinava il momento della Comunione e più
la tentazione si faceva forte, fino a toglierle il senso di devozione quando
si comunicava; e la insensibilità, a sua volta, favoriva la violenza della
tentazione. Ricordo di un giorno, mentre nella chiesa di questo monastero stava
in ginocchio fra le altre sorelle, come si usa dopo la Comunione, in cui le era
cresciuta tanto la tentazione che, quasi ebbra di dolore, si sentiva trascinata
al consenso; e nel resistere sul punto di cedere, ora si alzava in piedi e ora
tornava a genuflettersi senza avvedersene, tanto era afflitto il suo cuore.
Ma
la bontà divina, se permette la battaglia e la pena, prepara anche la
vittoria e il refrigerio. Così, una mattina presto, mentre pregava nella stessa
chiesa, Iddio visitò la sua mente e parlò al suo intelletto, per illuminarla
sul mistero dell'Ostia consacrata e su tutto ciò che concerne la fede nel
medesimo Sacramento: le diede aperta conoscenza della vera presenza di tutta
la divinità e di tutta l'umanità di Dio nell'Ostia consacrata dal sacerdote
e le mostrò come e in quale modo è possibile che, sotto quella poca specie
di pane, sia tutto Dio e tutto uomo; ragionò con lei sui dubbi che la stavano
tormentando e su quelli che potesse avere nell'avvenire e li rimosse dalla sua
mente, assolvendoli tutti con esempi belli e naturali. Inoltre, le mostrò la
totale validità della grazia sacramentale della Comunione, anche se ricevuta
senza devozione e per quanto lo spirito sia tentato nella fede o in altre virtù,
purché sia accolta con retta coscienza e senza consenso alla contraddizione;
anzi, comunicarsi sopportando con pazienza la tempesta dello spirito, è
merito maggiore che accostarsi al Sacramento in dolcezza e soavità. Le mostrò,
anche, come e in che modo il Figlio di Dio, Cristo Gesù, fosse incarnato per
opera dello Spirito Santo e nato dalla Vergine Maria, senza il corrompimento della
sua sacratissima e purissima verginità. E, infine, le diede chiara
dimostrazione, conoscenza e intendimento della altissima Trinità e di molte
altre notabili cose, che tralascio per impotenza e poca memoria.
Tutto
le fu rivelato nella stessa mattina; con quel mezzo, la sua anima fu liberata
dalla tentazione e lei rimase in tanta consolazione, che le sembrò di non
essere mai stata sottoposta a così grande pena. Ma non basta: dopo la
grazia, la prima volta che si comunicò, appena ricevuta l'Ostia consacrata in
bocca, sentì e gustò la soavità della purissima carne dell'Agnello immacolato
Cristo Gesù; e quel sentire e quel gusto furono di tanto dolce e soave sapore,
che non esiste figura retorica sufficiente a farlo intendere; ma essa
veramente poté esclamare: - Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio
vivente. - e l'anima sua rimanere indicibilmente consolata, e la mente tanto più
radicata nella santa fede del Sacramento, che, se tutte le creature le
avessero predicato il contrario, non l'avrebbero mossa dalla sua convinzione.
Così, la tristezza che l'aveva afflitta si convertì in gioia, tanto che, per
nessun motivo, avrebbe desiderato di non essere stata tentata, nel considerare
la utilità e la consolazione che ne aveva ricevuto. Dice assai bene
l'apostolo Paolo: «Se noi saremo stati partecipi della Passione, lo saremo
anche delle consolazioni. »
Dopo
quei fatti, le rimase un forte e indeficiente desiderio di comunicarsi spesso
e provava grande pena e dolore se non lo poteva fare; ma la sollecitudine della
divina Provvidenza non trascura i legittimi moti dello spirito: così, una
volta, mentre lei, per l'impossibilità di comunicarsi, stava in tanto soave
pianto che dai suoi occhi parevano uscire due abbondantissimi rivoli d'acqua,
si sentì, in quella ora, veramente comunicata nell'anima dalla bontà divina,
in modo indicibile e incomprensibile. A lode di Cristo e conforto delle
novelle piante, non ancora ferme e salde nella conoscenza di tanto ineffabile e
incomprensibile Sacramento, a causa della nostra mortale ignoranza, incapace di
comprendere i misteri divini. Perciò, dilettissime sorelle, se, per divina
dispensa, qualcuna di voi fosse molestata di infedeltà al Sacramento
dell'Ostia, purché non acconsenta, non tema; anzi, con fiducia riceva il
nostro Signore Gesù Cristo, che si degna di venire a noi con amore infinito.
O
incomprensibile e somma profondità della umiltà di Cristo! Egli non solo si
abbassò a prendere la nostra infima e fragile natura, facendosi obbediente fino
a ricevere la morte, ma ancora nel presente, e finché durerà il mondo, si
sottopone alla obbedienza col discendere quotidianamente alle sacre parole da
lui stesso ordinate, quantunque proferite da uomini e, perciò, soggetti
alla colpa. E poiché i sacerdoti, per tale e così eccellente officio, devono
essere in tutto santi e puri, non vi stancate, dilettissime sorelle, di pregare
Dio per essi, affinché si degni di santificare tutti i loro sentimenti e, con
l'aiuto divino, possano più degnamente adempiere a tanto inconsiderabile
Sacramento e santamente trattare il Corpo di Cristo, agnello immacolato e
mansuetissimo sposo vostro e di tutte le anime caste e verginali.
Carissime,
non vi appaia stretta la via della umile obbedienza, se il vero maestro, Cristo
Gesù, incessantemente ne dà esempio all'atto della consacrazione, col
donarsi in cibo spirituale all'anima ancora pellegrina, sotto le specie di pane.
Perciò
O
anima gentile non te fare tanto vile che non prendi Quello che a ti vole venire
veggendo sua bontade esser tanto cortese che de sua deitade
te
ne fa larghe spese. Or curriti peccaturi e più non indugiati ch'El s'è fatto
cibo perché lo prendiati.
Oimé
de quanto errore è pieno el core umano che da tanto cibo pure vole star luntano.
Dilettissime
sorelle mie, guardate bene che il nemico non vi induca a privare le vostre
anime, sotto l'apparenza della umiltà, di tanto merito quanto ve n'è nel
comunicarsi, quando potete farlo lecitamente.
Desidero
anche pregarvi quanto più posso - e non solo voi, ma tutte quelle che verranno
dopo di voi - di volere sempre conservare e migliorare, con tutto il vostro
impegno, il nome del luogo ove siete state chiamate al cospetto di Dio, per
l'osservanza alla santa vita, e al cospetto del popolo cristiano, per buon
esempio di perseveranza nell'operare il bene: di volere sempre mantenere e
difendere la vostra buona fama, non per ambizione di essa, bensì a lode e
gloria del sacratissimo Corpo di Gesù, in onore del quale la venerabile donna
Madonna Bernardina fondò questo monastero, e in memoria della visitazione della
diletta madre di Cristo, Vergine Maria.
Chi
avrà tanto ardire da presumere di violare l'onore e la buona fama della
chiesa di tanto Figlio e di tanta Madre? Orsù, carissime, con diligente
studio siate buone guardiane e conservatrici della vostra santità, davanti a
Dio e agli uomini. A lode di Cristo e salute di tutti i suoi membri. Amen.
Questa
è un'altra grazia salutare concessa dalla clemenza divina del nostro Signore
Iddio alla stessa religiosa, cui apparve il nemico sotto l'apparenza di Cristo.
Essa
desiderava la remissione plenaria dei suoi peccati e cominciò a pregare il
nostro Signore di perdonarla in colpa e in pena e, anche, di renderla certa
della remissione, se di ciò si fosse compiaciuto.
Circa
nel terzo anno della sua conversione, andò nella chiesa del Santo Spirito a
confessarsi da un venerabile religioso, uno di quei veri coltivatori della
vigna di Dio, nostro Signore, e veri uomini, la cui vita è degna di essere
lodata innanzi a Dio e agli uomini, anche se coloro che, con cieca stoltezza,
volgono i pensieri alle cose terrene e assai poco curano le cose celesti, non
li sanno riconoscere e li chiamano per invidia capi storti; ma ohimé, ohimé,
sarebbe meglio che i derisori si tritassero la lingua coi denti minutamente
come sabbia del mare, perché, senza dubbio, non passerà troppo tempo all'ora
della dura condanna che riceveranno dal giudizio divino.
Riprendendo
il primo argomento, quando la religiosa ebbe più volte pregato nella stessa
chiesa affinché la divina clemenza si degnasse di esaudirla, Iddio, nostro
Signore, le manifestò apertamente di avere perdonato tutti i suoi peccati, in
colpa e in pena.
Dilettissime
sorelle, io scrivo queste cose principalmente per le mie carissime novizie, da
poco entrate in campo di battaglia spirituale, e per quelle che qui verranno,
perché tutte abbiano di che riflettere e di che stare sempre all'erta e
imparino a non confidare mai nella sola propria forza e nel solo proprio senno.
Infatti, esse potranno considerare quante grazie la suddetta religiosa ebbe da
Dio e, nonostante quelle, quante tribolazioni e inganni essa ugualmente subì
dal nemico in forma di Cristo e della Vergine Maria. E perché Dio permise che
le avvenisse ciò? Solo perché si gloriò in sé stessa di conoscere le astuzie
e di essere capace di eludere le tentazioni diaboliche. Per questo fu
necessario che Dio lasciasse ai nemici il potere di ingannarla per un certo
tempo, affinché poi, umiliata, essa avesse motivo di stare in perfetto timore
e di riconoscere che solo Dio può dare intelletto e forza per resistere ai
nemici infernali. E certamente avvenne così perché, nel tempo dell'inganno, si
sentì tanto avvilita e afflitta, da credersi abbandonata da Dio; e, per la
tristezza che le aveva piagato il cuore, era tanto fuori di sé, da non
ricordare le grazie ricevute, come se fossero state cose mai avvenute.
Ma
ora, passato il mare tempestoso e giunta alla terra promessa, canta con il
salmista: « Sono stata umiliata e mi ha liberata. » perché è in
grandissima pace e sicura in ogni battaglia. Così, ormai senza nessuna angoscia,
vive con ferma speranza della sua salute e aspetta l'uscita da questo
pellegrinaggio con sommo desiderio, per congiungersi totalmente a Cristo Gesù,
nostro Salvatore; in Lui spera così fermamente, che già le pare di essere
cittadina della corte celeste, anche se vive ancora nel corpo mortale. In
tutta verità, questa sicurezza non le viene dalla stima di sé: infatti, se
fra tutte le presenti fu la prima a dimorare in questo monastero, pure è
convinta di essere l'ultima e la più vile di tutte, indegna di stare fra le
dilettissime sue madri e sorelle, al cui confronto si reputa un serpente
velenoso e pestifero.
Tuttavia,
poiché la divina bontà la sostiene, la ristora di ogni fatica e la mantiene
in così nobile e alto luogo, umilmente e di cuore essa esclama, rivolta al
Cielo: - O infinita clemenza della Maestà di Dio, io non sono degna di abitare
nella vostra casa e neanche di ringraziarvi di tanto e tale beneficio. I miei
occhi di tenebra non devono avere l'audacia di lodare Voi, sole di giustizia,
che illuminate e nobilitate il Cielo e la moltitudine di quanti vi abitano con
il radiante splendore della bellissima e piissima vostra faccia; la mia
abominevole bocca, piena di orribile fetore, non può lodare Voi, soavissimo e
inestimabile balsamo, che generate tutti gli altri soavissimi odori; la mia
nullità, la mia bassezza, la mia mortalità, non possono lodare Voi,
altissimo e divinissimo Dio, uomo vivo e vero, incomprensibile e immortale. Ma
la vostra altissima e piissima carità, che si degna di soccorrere e sostenere
me e gli altri peccatori, sia lode e gloria di Voi stesso; e così la vostra
pazienza, che consente alla terra di nutrirmi e che io, tanto immondo e
vilissimo verme, dimori nella vostra casa, sia lode e gloria a Voi, bene
infinito. -
Così,
in tutte le cose, si comporta in questo modo, cioè ringraziando la Divina
Provvidenza; e per quanto, come è detto sopra, le pare di essere già cittadina
della corte celeste, però non presume di sé stessa, perché Dio le ha dato
tanta conoscenza della sua impotenza, della sua nullità e di quella di tutti i
mortali, che non può in alcun modo gloriarsi di sé stessa e di nessun altro;
confida solo nella bontà divina e sempre ricorda l'immacolato Agnello che la
riscattò a così caro prezzo, ossia con la sua amarissima e acerba Passione,
nei cui meriti pone tutta la sua speranza.
Questo
lascia in eredità a tutte le sue venerabili e dilettissime madri e sorelle in
Cristo Gesù. E quanto mai le prega di essere forti e costanti nel campo di
battaglia, di perseverare fino all'ultimo, di desiderare e di cercare sempre
in tutte le cose solo la parte che vada a lode e gloria dell'altissimo Dio;
perché Egli dissiperà le ossa di coloro che cercano di piacere ad altri,
piuttosto che a lui.
Con
dolcissimo affetto di carità, le prega anche di amare sempre il bene della
comune e santa fratellanza, di sopportare con mansuetudine tutte le avversità
che Iddio permette e di riporre sempre in Lui ogni speranza. Io, se innanzi alla
sua Maestà accatterò grazia, come spero, mi impegno di pregare per tutte le
presenti e per quelle che verranno in questo sacrato monastero del divinissimo e
verginale Corpo di Cristo, dolcissimo e soave cibo delle anime sante, affinché
facciano la sua volontà e lo servano in spirito di verità. E in verità,
finora, da quando ultimamente le sorelle vi furono recluse, per grazia divina
mai vi fu alcuna rissa o altro turbamento della comune fratellanza; ma se una
persona, dentro o fuori, nel presente o nell'avvenire, avesse tanta impudenza
di macchiare l'onore di Dio o la buona fama del monastero, o di turbare, in
qualunque modo, la pace della comune dilezione, io oso dire, se mi è lecito,
che di tale persona ne domanderò vendetta alla giustizia divina. Pertanto,
ognuna pensi bene di fare quello che deve secondo il proprio stato, di
perseverare con pazienza, fortezza, santa compassione e materna carità
nell'operare il bene per il sostentamento delle anime e dei corpi a esse
congiunti, affinché l'ira del giudizio divino non colpisca chi manca a questi
doveri.
Vi
prego, dilettissime sorelle, di fare buona guardia, affinché la pestifera
carogna della mortale ambizione, foriera di dannazione, non abbia mai parte in
voi nell'avvenire come non l'ha avuta nel passato, perché mi rendo ben conto
che essa è la pungente ortica che scaccia il soavissimo olivo della santa pace.
Ohimé, ohimé, carissime spose di Cristo, certamente è stato il vizio della
ambizione, assieme alla diminuzione della santa carità, a fare precipitare
l'antica santità; perciò, ciascuna di voi ami e cerchi sempre di essere la più
piccola fra le altre, l'ultima in tutte le cose, di sostenere le infermità
mentali e corporali delle altre sorelle e se ne faccia carico con vera carità.
Sommamente prego le future abbadesse del nostro monastero di attendere in modo
particolare a queste cose e di ricordare l'insegnamento di San Bernardo, che
dice di non caricare i subordinati di maggiore peso di quanto ne possano portare,
perché la buona volontà, quale Dio vuole dall'anima, non venga meno e sempre
preceda l'opera; guai ai pastori e alle prelate che, per poca sollecitudine e
indiscreta considerazione, causano danni ai corpi dei loro sottoposti, perché
Dio ci dà il corpo affinché in esso l'anima acquisti la sua grazia.
Ma
ora, prona a terra, domando mille migliaia di volte perdono alle mie venerabili
e reverendissime madri e sorelle, presenti e future, di ogni presunzione e di
ogni colpa che io avessi usato in questo argomento e in tutta la mia
conversazione.
La
pace e la dilezione del nostro Salvatore, agnello immacolato che per me subì il
crudele tormento della innamorata croce, sia sempre con voi, dilettissime madri
e sorelle in Cristo Gesù, alla cui infinita pietà e misericordia vi prego di
raccomandarmi. Egli mai abbandona chi spera in Lui, anche se, alcune volte,
permette che i suoi fedeli siano provati da grandi e penose tempeste, per
farli più degni al suo cospetto; e in questo si riconosce l'altissima carità
del nostro Signore Iddio, al quale sia lode, gloria, onore, ora e in eterno.
Iddio
sa come del suo onore mi ha concesso un immenso desiderio per cui più volte
l'ho pregato con cordialissime lacrime e deliberata volontà che esso si degni
farmi questa speciale grazia: se la mia dannazione potesse aggiungere onore alla
sua Maestà, mi voglia concedere questo: che nel fondo dell'abisso infernale, se
fondo si può dire che abbia, di fabbricare con la sua severissima giustizia un
altro fondo più orribile e innominabile, dove io, come ultima e più
colpevole peccatrice, sia posta a incudine infernale su cui battere incessantemente
in riparazione delle colpe di tutti i peccatori passati, presenti e futuri.
A
questo mi offro continuamente con tutto il cuore e deliberata volontà pensando
che maggiormente sarebbe letificato il capo della pluralità di tanti membri,
quanta è la moltitudine di tutti i peccatori, piuttosto che da me sola, putrido
membro. Perché, chiaramente, nel regno di Dio si moltiplicherebbero coloro che
lo lodano se, per grazia, al numeroso collegio dei beati si associasse la
moltitudine di tutti i peccatori; e meno disonore a te, Dio mio, sarebbe la
bestemmia di un'anima sola, piuttosto che quella di tanta moltitudine, anche
se sono certa che nessun disonore può essere fatto alla tua Maestà, Dio
altissimo e incomprensibile.
Ma
se questa grazia, Signore, io indegnissima non posso avere, e cioè che a Voi si
moltiplichino azioni di infinite lodi in cambio della mia dannazione, perché alla
altezza della vostra divinità non si può aggiungere onore, almeno fatemi la
grazia, pietosissimo Signore, che tutti i peccatori siano salvati, in cambio
della mia dannazione; senza confronto, infatti, reputo maggior consolazione e
immenso gaudio la salute di tutti i peccatori, piuttosto che di me sola.
Per
questo, senza sosta e ribellione, mi offro mentalmente alla divina giustizia,
pregandola di vendicarsi sopra di me delle colpe commesse da tutti i peccatori,
affinché la loro salute non mi sia negata per ragione di giustizia. Ma, ohimé!
temo veramente che le mie petizioni mi saranno rigettate stracciate sulla
faccia, perché il dono della carità, finora, non l'ho mai potuto adempiere.
Narrare la causa sarebbe assai poco giovevole; tuttavia, mi soffermerò un
poco su questo argomento, nel ricordo della violenza del dolore sopportato per
lungo tempo.
Il
dono della carità, per grazia divina, è meravigliosamente concesso e donato
a molti e a molte fra i tanti che abitano i luoghi di culto. Con tutto ciò,
oggi, quelli che lo possiedono non possono accrescerlo, né elargirlo a chi
sta loro vicino; anzi, conviene che lo celino nella terra dei loro cuori e,
per questo, sopportino molte e penose angoscie.
Chi
è causa di questo, ben lo saprà nel rendere i debiti. Certo che, alcune
volte, i superiori, ingannati, sotto il titolo e il nome della sensibilità,
impediscono i frutti della più profonda carità e pongono innanzi al loro
gregge quello che essi stessi non saprebbero né rodere, né smaltire; e
questa è una delle cause che fa precipitare l'osservanza nei monasteri.
Ohimé,
ai nostri giorni l'astuzia dei diavoli è cresciuta molto, così che solo la
mente illuminata dalla vera carità può riconoscere i loro malefizi, sempre
celati sotto nuove false apparenze; essi tanto hanno brigato, che nei santi
collegi non si trova più l'eredità di Cristo. Egli, che non poteva sbagliare,
volle lasciare ai suoi apostoli l'usanza di offrirsi reciprocamente la pace come
segno di vera dilezione, perché il fuoco della carità crescesse e si
irradiasse, alimentato dalla pace spirituale; come il fuoco materiale, senza
nuova legna, poco a poco va spegnendosi finché non muore, così il fuoco della
carità sempre più va mancando, perché non saviamente alimentato. Il
diavolo, sotto il manto della virtù, ha scacciato la radice di tutte le virtù:
così, nei santi collegi, non solo non si danno la pace, ma, addirittura, non
osano neppure guardarsi in faccia l'un l'altro. L'esperienza insegna: a buon
intenditor, poche parole.
Ma
chi, per divina concessione, è fatto medico delle altrui infermità, per carità
di Dio, pensi bene alla rovina che viene dalla mancanza di amore fraterno, se
la più nobile e indispensabile virtù delle sante congregazioni, quella di
sapere sopportare i difetti gli uni degli altri, è tanto indebolita che un
minimo fuscello pare una inamovibile trave. Perciò, si può ben comprendere
l'urgenza di attizzare insieme e senza sosta, religiosamente e santamente, il
fuoco della carità, affinché il nemico, che cerca di smorzarlo perché ben
sa quanto sia necessario, al tutto sia confuso e gettato nel profondo
dell'abisso infernale. Amen. Deo gratias.
E
ora, dilettissime sorelle, non voglio tacere ciò che Dio volle mostrare sul
futuro giudizio; ma solo perché, col più grande timore, siate sempre preparate
alla sentenza dell'ultimo giorno.
Il
fatto accadde in questo luogo dedicato al Corpo di Cristo, ma innanzi di prender
regola monastica; precisamente, al tempo della nostra prima madre suor Lucia
Mascarini, la stessa che mi accolse con affetto materno e, con pura carità,
mi insegnò il modo di servire Dio. Le sarò sempre obbligatissima e, di cuore,
la raccomando a voi, madri e sorelle, ricordando quanto dobbiamo alla sua
persona, non tanto per il rispetto che, pure, meritano le molte fatiche di tanti
anni di duro lavoro, quanto per aver fondato questo luogo e per averlo
conservato, nella sua umile reggenza, in buona fama, santa pace e onesta vita a
lode di Cristo, alla cui presenza spero di ritrovarmi, alla fine, gioiosamente
con lei. Così sia. Amen.
Tornando
all'argomento, in tutta verità, dico che lo spirito della religiosa, la stessa
contro la quale il maligno nemico mosse le sue battaglie, nell'anno del
Signore Gesù Cristo millequattrocentotrentuno, fu portato a vedere il giudizio
finale nella forma che segue.
Vide
l'altissimo Dio in sembianze umane, ammantato di rosso, stare nelle nuvole del
cielo, con la faccia rivolta a ponente; e di lato, poco più in basso e poco
discosto, con aspetto di attesa e di ammirazione, la nostra avvocata Vergine
Maria, vestita e ammantata di bianco; e alquanto spazio oltre la Vergine vi
erano i sacratissimi Apostoli, assisi su risplendenti seggi in forma di
lingue di altissimo fuoco; molto più in basso, una innumerevole moltitudine
di uomini e di donne che, in piedi e con le facce rivolte al cielo, guardavano
Dio, mentre uno, fra loro, predicava a gran voce. La stessa religiosa, che
vedeva tutto questo, si trovava fra la moltitudine dalla parte destra di Dio e
gridava a Lui, con molta allegrezza e gaudio, parole che ora preferisco non
riportare.
Compiuta
la visione, la religiosa cominciò a interrogarsi sul significato di quanto le
era stato mostrato, anche perché non poteva escludere una illusione diabolica;
così, pregò l'altissimo Dio di renderla certa del vero senso della visione.
E in verità - chi legge, comprenda - essa fu certificata della provenienza
divina della visione, a premonizione dell'avvicinarsi del giudizio finale.
Perciò,
carissime madri e sorelle, vi prego e vi sollecito di non stancarvi di placare
la divina giustizia con le vostre orazioni, di sopportare in letizia, per amore
di Cristo, il male che vi viene fatto in odio a Cristo, affinché Egli si degni
di sopportare le innumerevoli colpe quotidianamente commesse dalla umana
natura, in particolare quelle del peccato abominevole contro la verginale e
castissima bellezza di Cristo e della sua sacratissima Madre, della ambiziosa
superbia e della crudele avarizia che, ora, regnano in ogni generazione.
Questi sono i principali vizi del popolo cristiano, per cui sta in continua
rissa e battaglia; non v'è più, oggi, vera carità e anche la naturale
dilezione è perduta, sicché non si trova quasi pace tra padre e figlio e tra
fratelli. E sono segni infallibili, questi, del vicino finale giudizio.
Qui
mi fermo, ché altrimenti troppo ce ne sarebbe da dire.
Poiché
nel giorno dell'ultimo giudizio tutte le colpe dell'uomo saranno svelate, non
voglio ora occultare le mie, ma anzi manifestarle, anche perché le colpe confessate
sono in parte purgate e meglio perdonate.
Nell'esaminarmi
con diligenza, trovo in me una falsità, per cui riconosco che, giustamente,
posso attendermi solo grandissima rovina e confusione, davanti a Dio e agli
uomini. Infatti - ecco la falsità - non ho desiderato pienamente, come si
conviene alla vera serva di Dio, nostro Signore, e come mi stava a cuore, di
essere considerata da tutti vile e miserabile come mi giudico, cioè superba,
arrogante, presuntuosa, maldicente, sensuale, golosa, priva di ogni lume della
ragione come immondo animale, causa e accattatrice di rovina, di scandalo e
mancanza di bene, quale nell'universo sia stato, sia nel presente e debba essere
nell'avvenire; e per questi e altri mali, essere considerata la maggior
peccatrice.
Confesso
di non essermi mai esaminata profondamente, così da avere coscienza, come
ora, della mia nullità; in verità, se mi fossi conosciuta a fondo, mai avrei
avuto l'ardire di levare gli occhi, non dico al Cielo, ma al più vile luogo che
si possa trovare. Almeno, nel caliginoso profondo dell'abisso infernale, si
adempie la giustizia col tormentare chi ha peccato contro la divina bontà; ma,
in me, non trovo alcuna giustizia, per cui non esiste luogo tanto tenebroso che
mi si convenga, al di fuori di me stessa; e perciò in me stessa rimarrò, come
nel più abominevole luogo che si possa trovare.
Ma,
ohimè, a cosa mi giova tale conoscenza se, ben al di sopra di questa, non ho
amato con pieno cuore e cercato con vivo desiderio il compimento della giustizia,
e cioè che ogni creatura dotata di intelletto mi giudicasse come ho detto? E
anche se non ho desiderato il contrario, ossia onore, principato e nemmeno fama
di santità, sono stata, comunque, negligente nel desiderio di patire il male e,
quindi, non ho custodito fedelmente l'inestimabile dono della buona volontà,
che la bontà di Dio, nostro Signore, mi ha donato. Infatti, ricevuto
l'altissimo dono di essere chiamata al suo servizio, sarebbe stato mio dovere
porre tutte le mie forze nel conformarmi a Lui e andare sulla via della croce,
rifiutando ogni allegrezza e ogni consolazione, e amare chi mi avesse odiata,
onorare chi mi avesse disprezzata, servire chi mi avesse trascurata e dire
bene di chi mi avesse detto male; perché, giustamente, io non merito benevolenza,
ma sputi sulla faccia. E chi più mi avesse aiutata in questo, più da me doveva
essere amato e riverito, perché così mi sarei conformata a Cristo, dolce mio
Signore, più che in qualunque altro modo; invece, ora, posso solo dire di
essere vissuta in grande falsità perché, avendo nome di servire Cristo, non
ho amato col massimo fervore quella che Lui stesso venne a prendere con tanto
ardore di carità, cioè l'innamorata croce.
Ohimé,
quale grande errore è stato il rimanere tanto tempo senza esaminarmi a fondo!
Al
principio della mia conversione, ebbi qualche consolazione mentale nel patire
ingiurie; poi, passato il primo fervore, ho lasciato trascorrere molti anni in
grande tiepidezza, senza cercare, con vera diligenza, quello che a me si sarebbe
ben adattato, cioè di essere ingiuriata, beffata, schernita, infamata e
sottoposta in tutto a ogni minima creatura, perché almeno un poco fossero
vendicate le ingiurie al Creatore, per me e da me offeso innumerevoli volte.
Ohimé,
nuda anima mia, disadorna dell'ornamento nobilissimo quale a te sarebbe
convenuto, dimmi: con che fronte aspetti di comparire innanzi alla bellissima
faccia dello splendore della paterna gloria, quale è il Figlio dell'altissimo
Dio? Egli, come tu ben sai, discese dalla sua angelica corte imperiale pieno
d'amore per te e impaziente di salvarti; come ebbro di Spirito, si fece uomo
passibile e mortale e andò stentando per il mondo, pellegrino e forestiero,
povero e mendìco, nascondendo i raggi dell'altissima sua divinità, come
attesta il Vangelo ove narra della turba dei sacerdoti che, parlando di Lui,
diceva: - Non sappiamo di dove sia. - Pensa, anima mia, alla incommensurabile
grandezza del suo perfettissimo e incomprensibile amore! Egli volle congiungersi
a te per la tua salvezza; non esitò a scendere da tanta gloria a tanta vile e
misera bassezza e intraprendere un così faticoso pellegrinaggio, come testifica
il profeta Geremia, quando dice: « Abitò fra la gente e non trovò pace. » e
sopra queste pietose parole avrei molto da dire, nel vedere quale contraddizione
oggi si trova in persone che hanno nome di seguire Cristo; ma, poiché a me
non si addice, tacerò.
Tornerò,
invece, all'argomento della mia colpa. Dico che sono denudata della principale
virtù a me sommamente necessaria, perché non ho corrisposto allo smisurato
amore del mansuetissimo agnello Cristo Gesù; Egli, per me, volle che la sua
bellissima, verginale e risplendente faccia fosse percossa e oscurata, mentre
io non mi sono esercitata e dilettata in questi obbrobri. Perciò pregate, mie
dilettissime madri e sorelle, pregate per me la divina clemenza, che si degni di
perdonarmi e di adempiere la promessa di non scacciare l'adultera pentita.
Ma
la vostra prudenza, carissime e cordialissime sorelle - pare che da voi io non
possa finire di prendere commiato - sia per voi tanto buon nocchiero da condurvi,
sempre e presto, fuori dalle tentazioni e, così, possiate non essere annoverate
fra le adultere, come me. Preparate la dote e ornatevi come fedeli e verissime
spose, affinché l'eterno e celeste imperatore vi trovi degne di tale e tanto
verginale sposo, quando vi chiamerà a celebrare le vostre dolci nozze, e
possa introdurvi nel glorioso talamo della sua gloria trionfante e
congiungervi in eterno al suo divino e castissimo amore.
E
anche se più volte ho elencato gli ornamenti che completano la dote della vera
religiosa, nondimeno volentieri, li ripeto, perché molto mi piacciono e
meglio possiate ricordarli.
O
dolcissime mie sorelle, già vi dissi - e così è fermamente - che Cristo
vuole in dote da voi la massima forza e la più grande costanza nella battaglia
contro le tentazioni. Con l'esercizio della virtù della pazienza, voi potete
arricchirla di quegli ornamenti sui quali già mi sono soffermata, cioè
malpatire per Cristo, con incessante desiderio, tribolazioni, disagi,
angustie, infamie, derisioni e penosa morte, da qualunque parte possano
giungervi. Con queste cose, sarete certe di possedere, come corredo nuziale,
l'insegna di Cristo Gesù, che, come ben sapete, dice alla sua delicata sposa
croce d'amore: - Tu mi porterai come io patii per te, sposa mia. - e dice
anche: - Chi vuole salire a me, fonte di vita, deve percorrere la via più
difficile.
Dunque,
dilettissime sorelle, se non dimenticherete i vostri salutari ornamenti, potrete
attendere serenamente la grande e magnifica ambascieria che il vostro sposo
invierà a voi e, così adorne, ottenere l'invito di salire a tanta altezza. O
quanto, allora, sarete beate! Quanto gusterete il frutto delle pene e delle
fatiche sopportate con vera pazienza nel perseverare ove Dio vi ha chiamate!
Non vi troverete nella mia falsità, per non avere provato diletto nel portare
la croce di Cristo, così come a me si conveniva, per cui, giustamente, mi
aspetto solo rovina e confusione davanti a Dio e agli uomini.
Ma,
nonostante le mie colpe, nel ricordo delle parole del profeta: « Anche da morto
spererò nella tua misericordia. » non voglio allontanarmi dalla eccellente
virtù della speranza la quale parlandomi per sua cortesia, disse che veramente
in cielo potrò andare, se in questo mondo non avrò dove il mio capo reclinare;
e che lì troverò grandissimo piacere, se qui avrò sempre qualche male da
patire; e che lì molto sarò onorata, se qui per Cristo, fra le altre, sarò
dispregiata e afflitta e tribolata; e che in paradiso contenta sarò, se qui
non avrò quello che io vorrò; e nel cospetto del Dio mio dolcemente canterò,
se in coro umilmente salmeggerò; e che da Lui immortale e impassibile fatta sarò,
se qui per Lui morte e pena non temerò; e del regno suo imperatrice fatta sarò,
se qui, per Lui, povera e mendica sarò; e se nel suo castissimo e verginale
amore persevererò, senza dubbio, per sua cortesia, con Lui in eterno godrò.
Amen.
La
pace di Cristo, dolce amore, sia sempre nei vostri cuori, amatissime madri e
sorelle, e in quelli di tutto il popolo cristiano, per il quale e dal quale
sempre sia benedetto e lodato il nostro vero e unico Dio, in perfetta Trinità e
Verbo incarnato. Amen.
Illuminata
Bembo
PREMESSA
Non
è possibile sapere le ragioni che spinsero la beata Illuminata Bembo a scrivere
il «Ristretto» della sua opera maggiore, cioè lo « Specchio di Illuminazione
», se non quelle da lei stessa dichiarati nella parte introduttiva; ma non si
può non notare, nel codice manoscritto che lo contiene il suo abbinamento al
« Trattato delle sette armi spirituali » di Santa Caterina da Bologna. Se non
si sposasse alla perfezione all'opera della Santa, il « Ristretto » avrebbe
ben poche altre ragioni d'essere; in mancanza di precisi riferimenti, è
preferibile attenersi alla indicazione del codice quattrocentesco.
Illuminata
Bembo, figlia del nobile veneziano senatore Lorenzo Bembo, fu allevata e
istruita secondo la posizione sociale e la tradizione culturale della sua famiglia
ed entrò, ancora in giovane età, nel monastero delle Clarisse di Ferrara nel
1432.
In
quel monastero, già da alcuni anni, v'era Caterina dé Vigri, la futura Santa
Caterina da Bologna, e la Bembo ebbe il privilegio di non abbandonarla mai, perché
fra quelle prescelte ad accompagnarla a Bologna, quando fu nominata abbadessa
del nuovo monastero, che si volle fondare nella nostra città; visse con la Santa
per circa trent'anni e fu una delle suore che ne disseppellirono il corpo, in
seguito ai fatti prodigiosi che si verificarono sulla sua sepoltura, e fu una di
quelle incaricate a custodirlo.
Ebbe
molta familiarità con la gloriosa Caterina, ed i suoi scritti, dai quali è
tolta quasi tutta la vita della Santa, sono volti a testimoniare ed esaltare
giustamente la santità della Vigri.
Coloro
che la conobbero, la stimarono fra le donne più spiritualmente elevate e colte;
e per tre volte, dopo la morte della Santa, fu eletta abbadessa del monastero di
Bologna.
Mori
il 18 marzo 1493 ed ha titolo di beata.
Nel
nome del dolce Gesù e nella memoria del suo prezioso sangue, io poverella,
serva e schiava dei servi di Cristo, ho preso l'ardire di scrivere ciò che
meritai di vedere con i miei immondi occhi di tenebra, dapprima nel monastero di
Ferrara e poi in quello di Bologna. Nei due monasteri, ebbi come guida
spirituale, e successivamente come Prelata; l'eccellente anima della nostra
beata Madre Caterina; e se tacessi la sua santità, dubiterei di offendere la
divina clemenza, che ha mostrato la sua grande potenza in questa nuova e radiante
stella, durante la sua vita, in morte e dopo la morte.
Oltre
che nel dubbio di offendere la clemenza divina, se occultassi le sue
meraviglie, scrivo per mia contemplazione, perché, quando rileggerò le cose
qui scritte, per mezzo degli occhi del corpo io possa poi vedere con gli occhi
dell'intelletto; e scrivo anche a mia cautela, perché, se dovessi cadere nel
laccio della tiepidezza o nel tedio di operare il bene, io possa poi riprendere
forza, nel considerare la grande potenza di Dio operata nella sua creatura. E
nel meditare la vita della nostra beata Madre, possa io passare i miei giorni più
gioiosamente; possa io combattere i miei nemici tentatori e le loro astuzie; e
possa io ben dire, col profeta Geremia: - Chi darà acqua al mio capo, affinché
ai miei occhi non manchi la fonte delle lacrime? - Perché giorno e notte
piangiamo il perduto sostegno della nostra così amabile e tanta Madre, che ci
difendeva dalle insidie e dagli inganni diabolici; e dava inaudita gioia alla
figliola afflitta e tentata, col solo suo pietoso sguardo.
Alcune
volte, io le dissi: - Se voi foste abbadessa, ne avrei molta consolazione. -
E
lei: - Sappiate che non mi vedrete mai abbadessa. -
Ma
venne il tempo in cui si ebbe sentore di una sua probabile elezione; e ancora le
dissi: - Si dice che voi sarete abbadessa in un altro monastero. -
Mi
rispose: - Al presente se ne fa menzione; ma al mio Signore non piaccia che io
abbia mai questo incarico, perché è troppo dolce essere sottomesse. E, se
succedesse, non acconsentirò mai senza prima conoscere la volontà divina, a
cui sempre voglio essere sottoposta come la più povera e vile creatura. - E
continuò in lacrime, con parole di profonda umiltà.
Si
trattava di inviare alcune suore in altri monasteri e, in uno di quelli, si
voleva comandare lei come abbadessa, perché era donna esemplare e una delle
prime entrate nel nostro di Ferrara. Ma lei fortemente ricusava; e faceva
continue e sofferte orazioni,affinché l'eterno Iddio si degnasse di rivelarle
apertamente la sua volontà; se, cioè, quanto i superiori stavano decidendo,
fosse veramente stabilito da Dio che avvenisse a lode e gloria Sua e salute
delle anime; perché lei, ancella del Signore, mai avrebbe avuto l'ardire di
prendere un simile ufficio, se non in pura obbedienza alla volontà divina.
E io, che avevo la cella a lato della sua, udivo le intense preghiere e le
lacrime di quella benedetta.
In
un primo momento, i superiori erano incerti: alcuni volevano inviarla come
abbadessa a Cremona, altri a Bologna. Poi, sembrò che avessero deciso di mandarla
a Cremona; ma non attuarono il proposito, perché persistevano ancora dei
dubbi.
Intanto
lei benedetta, che presentiva ancora più fortemente la sua elezione a
Superiora, moltiplicava le orazioni, non sentendosi disposta a un simile
ufficio; e con ogni sua forza intendeva rifiutarlo, dicendo di essere infima
creatura e al tutto insufficiente al governo delle anime; e spesso ribadiva, con
alcune di noi, che mai avrebbe accettata la Prelatura se, prima, Dio non le
avesse rivelato la sua volontà.
Infatti,
quando poi fu a Bologna, e noi le confidavamo certe nostre afflizioni, ci
rassicurava così: - Figliole, non dubitate che mai sarò levata da questo monastero;
e credetemi in questo, che è ferma verità, perché non fui mandata a Bologna
per caso, o per vento o per fumo. Io non avevo altro desiderio che quello di vivere
e morire nella obbedienza e nella altrui sottomissione; ma poiché è piaciuto
alla divina volontà di inviarmi in questo luogo, voglio che piaccia anche a
me, e siate certe che qui finirò i miei giorni. - E disse questo perché
proprio dalla bocca di Dio ebbe il mandato di accettare l'ufficio di Prelata in
Bologna; altrimenti, non avrebbe mai acconsentito.
Ci
raccontò che in visione vide due grandi sedie, una delle quali più alta e
ornata; e la voce divina diceva: - Questa, così bella e ricca, è di suor
Caterina, che sarà detta da Bologna.
E
lei: - Signore, l'altra sedia di chi sarà? -
E
il Signore, benignamente: - Quest'altra sarà di suor Giovanna. -
Suor
Giovanna è anch'essa detta da Bologna e ora è la nostra Vicaria, perché così
chiese e ottenne la nostra beata Madre, cioè di averla con sé in Bologna con
questo incarico.
Dopo
pochi giorni dalla visione, venne frà Francesco Maldente e le disse: -
Abbiamo concluso e determinato che voi siate per il monastero di Bologna. - e
poi giunse il Reverendo Padre Vicario e le comandò, per santa obbedienza, di
farsi nominare « da Bologna ». E così fu chiamata e detta.
In
quei giorni essa era inferma e aveva trascorso la quaresima digiunando e
prendendo per cibo del solo pane cotto nell'acqua, come può testimoniare Suor
Giovanna; così, mentre era inferma, capì il senso della visione «di suor
Caterina da Bologna»; e oggi, tutti noi, meritatamente la possiamo chiamare
Beata.
Lei,
negli anni che visse a Ferrara, predisse a me, e a chi la volle udire, la morte
di Annibale e la rotta che vi fu in Bologna; la distruzione di Costantinopoli,
proprio come avvenne, perché disse di averla veduta; e descrisse le fattezze
del Gran Turco, che riscontrammo poi identiche a un suo ritratto, quando ci fu
portato.
In
quegli stessi tempi, stava per essere giustiziato un empio peccatore, la cui
anima disperata non poteva avere salvezza, e lui stesso non chiamava altro che
il diavolo. Nell'udire questo, lei si pose in orazione, piena di carità, e non
si mosse dallo stare innanzi al Sacramento fino all'ora del mattutino, sempre
domandando l'anima di costui. E, alla mattina presto, disse: - Iddio sia lodato.
Questa notte, mi ha donato l'anima di quel peccatore.
La
stessa mattina, mentre tutte le suore assistevano alla Messa, venne con urgenza
una persona, da parte del peccatore, a chiedere il nostro confessore e le nostre
preghiere per l'anima sua; così fu fatto e così morì nella grazia di Dio.
Ci
disse anche di essere stata in spirito alla canonizzazione di San Bernardino e
di avere impetrato, dallo stesso Santo, l'anima del proprio fratello, che aveva
abbandonato lo stato religioso e viveva in peccato. Per le sue orazioni, il
fratello si pentì, tornò al suo abito e ordine e morì poi bene, esattamente
come lei ci aveva predetto.
Per
le sue orazioni; lo stesso accadde in morte della sua sorella, anche lei monaca
in Ferrara, la cui anima fu vista, dalla nostra benedetta suor Caterina, andare
con pena in purgatorio, perché in vita era stata negligente nell'ufficio
divino; ma subito collocata nei beni della vita eterna.
E
non voglio dimenticare ciò che ottenne quest'anima gentile per madonna
Mergherita, vedova del Beato Roberto, quando seppe del suo smisurato dolore;
dolore che la sconvolse perché, destinata a seconde nozze, non sopportava di
doversi congiungere con un altro uomo, dopo essere stata moglie di quel Beato.
La nostra benedetta Madre si pose in cuore di ottenere da Dio la grazia che un
tal matrimonio fosse impedito; e Dio la esaudì. La notte precedente le seconde
nozze, madonna vide nuovamente il suo Beato Roberto, che le disse:, - Sappiate,
madonna Margherita, che lo sposo vostro sono io; e di nuovo vi sposo e non
voglio che abbiate altri che me. -; e, alla mattina, giunse la notizia che il
nuovo promesso era morto. Da allora vive serena, in vedovanza e devotamente, per
le orazioni della nostra beata Madre, arca di carità.
Essa
prediceva molte cose, ma da noi non erano intese e meditate. Ma ci tornano
alla memoria ora, che abbiamo visto la sua mirabile fine, con i nostri stessi
occhi. Di quelle molte cose, ne scriverò alquante, perché voglio che lo
spirito mio le contempli, con la speranza di meritare il perdono dei miei
peccati; e voglio ripensare alla sua mirabile perseveranza, io, che la vidi nel
monastero di Ferrara passare per la via della croce, umiliata da abbadesse e
vicarie, dalle uguali e dalle minori come minima fra tutte. E sempre con il
viso sereno, tutto sopportava gloriosamente, senza nessuna espressione di
malcontento; e, veramente, mai sentii da lei una sola parola contro la sua
abbadessa.
Parlandole,
più volte mi trovai liberata da varie e forti tentazioni, ancor prima di finire
il conversare; e anche quando non gliele confidavo, bastava la sua presenza e
il suo umile e devoto parlare, per sentirmi tutta tramutare; e poi, mi pareva di
essere stata alla presenza di una non di questo mondo.
Ero
piena di grande cecità e non sapevo discernere, né conoscere ciò che sentivo
nell'anima; e la mia mente era presa dal dubbio e sempre temevo di non riuscire
a salvarmi.
Una
volta, le confidai i miei dubbi; e lei mi rispose così: - A vostro conforto, vi
dico che quando seppi la volontà vostra di farvi suora, mi preoccupai molto,
presentendo la vostra grande vanità; e dubitai che capitasse anche a voi la
stessa cosa di un'altra, tornata al secolo proprio in quei giorni. Così, per
voi, feci molte orazioni. La mattina che dovevate venire dopo il desinare,
mentre stavo in chiesa, mi apparve la Madre di Dio e mi disse che la corona di
colei che se n'era andata dal monastero, era data a voi, che invece avreste
perseverato. - E mi disse anche altre cose che preferisco tacere, perché non
giungano in mani altrui i miei segreti.
Ma
questo dico apertamente: che più volte mi liberò dalla forza dei nemici
infernali con la sua dolce eloquenza, che era di tanto conforto alle anime
tentate, da essere cosa stupenda. E quantunque non fosse bella, nondimeno aveva
nel viso una espressione di grazia angelica, che la faceva apparire piena di
luce; e questo lo dico in tutta verità, perché spesso la vidi con i miei
occhi, e così le altre sue figliole e amabili sorelle, tramutare il benedetto
viso in diverse sembianze.
Non
sopportava di udire parole meno di buone. Quando sentiva discorsi mondani, di
passatempo o divertimento, si oscurava tanto in viso da sembrare vecchia di
ottant'anni e più; interrompeva le sue occupazioni, levava la faccia al cielo
e poi cominciava a parlare dolcemente di Dio, ripetendo: «Cristo mio» o «
Cristo bello », oppure: « Francesco poverello che parla con l'esempio »; e
metteva tanta dolcezza in quel nominare Cristo, che era una meraviglia.
Quanto
avesse caro il nome di Gesù, lo si può vedere semplicemente sfogliando il
suo breviario, nel quale mise la locuzione « Cristo Gesù », come fioritura in
quasi tutti i capoversi.
E
non sono capace di descrivere la mutazione del suo viso, quando era in
elevazione di mente; perché, certamente, non appariva creatura terrena, ma
celeste; e dai suoi occhi sembravano uscire raggi di luce. Così rimaneva
alquanto tempo; poi, ritornava nel suo aspetto normale, più simile a quello
di una morta che di una viva, perché era pallidissima e con le labbra
scolorite, per le grandi emorragie di cui soffriva. Io lo so bene, perché le
fui vicina per più di un anno per servirla, ed ebbi modo di conversare con lei;
ma, mai la vidi un poco colorita, se non quando la sua mente si elevava nelle
cose celesti; e allora le sue gote parevano due rose vermiglie.
Per
tutta la sua ultima quaresima, quasi continuamente stette in compagnia delle
amate sorelle; e venuto il Giovedì Santo, le chiamò a Capitolo, secondo
l'usanza. Con viso sereno e gioioso, in ginocchio volle lavare, con le sue
benedette mani, e poi baciare i piedi a tutte, con somma mansuetudine e
dolcezza. Poi fece un lungo e bel sermone, sul tema: « O derrata, guarda il
prezzo. », in cui propose noi come derrata e Cristo come prezzo, per
dimostrare quanta stima dobbiamo all'anima nostra e altrui; e ci esortò a non
abbandonare, per le vanità del mondo, Colui che ci ebbe tanto care.
Al
termine del lungo sermone, che prese più di quattro ore, ci disse: - Figliole
amatissime, io non mi troverò più con le vostre carità in un così santo
giorno, perché, questo, sarà l'ultimo parlare che io vi farò; dico, di
simile materia in questi santi giorni. Sappiate che, nella mia recente infermità,
era stabilita la mia morte e Dio aveva già disposto il riposo dell'anima mia;
ma una delle presenti ha fatto così forte e tale orazione, che ha penetrato
il Cielo e Dio le ha concesso la grazia che io viva ancora un poco con voi.
Quale sia stata questa sorella, non voglio, per obbedienza, che nessuna me lo
domandi.
E
anche voglio raccontarvi, figliole, della visione che ebbi durante la mia
malattia.
Mi
sono ritrovata in un prato di così meravigliosa bellezza, che non esiste
linguaggio umano capace di esprimerla; là, vi era un trono sul quale era
assiso Dio, con tanta mirabile e indicibile dignità, che il cuore mi manca solo
a ricordarla. Alla sua destra, circondata da una moltitudine di Angeli, vi era
la sua diletta Madre, il cui trono aveva per pomi, l'uno Santo Stefano e l'altro
San Lorenzo; e davanti all'Onnipotente, stava uno che suonava la viola piccola,
le cui corde risuonavano in queste parole: « e la sua gloria sarà vista in te.
»
Nel
vedere e nel sentire quelle stupende cose, la mia anima cominciò a staccarsi
dal corpo; ma il sommo Iddio si alzò dal trono, mi prese con la destra e disse:
- Figliola, intendi bene le parole di colui che sta suonando. -
E
qui ci narrò che Dio le volle svelare il loro vero senso; e che, appena
terminato il divino parlare, subito la visione disparve e, immediatamente,
cominciò a migliorare; e che rimase, per molti mesi, in tanta gioia da
ripetere, cantare e ridire: «e la sua gloria sarà vista in te. »
Infatti,
per le sue insistenze, le trovammo una violetta; e trovata che fu, più volte
al giorno la suonava e con tanto cuore, da sembrare si sciogliesse come cera al
fuoco; e ora cantava quelle parole, e ora stava con la faccia al cielo, come
muta.
Ma
noi tutte, inesperte e accecate, non sapevamo riconoscere la sua perfezione e
la sua santità.
Così
visse con noi, fra molte consolazioni ma, anche, sopportando grandi mali;
tuttavia, era tanta la sua pazienza, che mai si lamentava. Per quasi un anno,
andò per casa, come morta; eppure, stava con le altre a lavorare, spesso
parlava di cose dolcissime e ancor più ci esortava, quasi ogni giorno, al santo
silenzio; e diceva: - Figliole dolcissime, fuggite, fuggite e mai, mai non
albergate in voi altro che Cristo; siate certissime che, per il vostro
parlare, mai vi farete casa di Cristo, sia pur buono il vostro parlare, quanto
si vuole. -
Alcune
volte, a me e a due altre, disse le cose segrete dei nostri cuori; cose che non
era possibile sapere, se non da Dio. E prediceva fatti, che poi si avveravano in
tutto.
Quando
mi ricordo ciò che lei ci disse, una notte dopo il mattutino, ancora tremo,
nel ripensare al suo terribile viso e alle sue terribili parole: - Io, ora,
sono quasi costretta a domandare giustizia contro quel pezzo di lingua che è
causa di tanta afflizione alle anime di Cristo, le quali, invece, devono essere
tenute in grande riverenza. Perciò, ben si guardi colei; che, se non farà
ammenda e se non vivrà in carità con le sorelle, ne domanderò vendetta
all'Onnipotente. E ora, innanzi a tanto Sacramento, qui, in chiesa, e me ne
scuso con Lui, non voglio nascondervi che starò ancora poco con voi, perché il
mio ultimo giorno verrà presto; ma chiunque sarà così ardita di violare
l'onore e la fama del monastero del Corpo di Cristo, ne domanderò vendetta, e
non dubito che sarà punito. - E queste parole le disse con tanta amarezza, che
molte di noi rimasero in lacrime e come smarrite.
Dopo
non molti giorni, ci congregò tutte a Capitolo; per più di tre ore, trattò
profondamente della santa orazione, dando, con belli esempi, nuovi e pregevoli
ammaestramenti. Poi, disse: - Dilette figliole in Cristo e amate mie sorelle,
non vi sia penoso il mio lungo parlare, perché questo è il mio ultimo
Capitolo alla vostra carità. Io non starò più con voi e molto presto vedrete
la mia fine. Fatevi forza, mie figliole, amatevi in carità e sopportate i
difetti l'una dell'altra; voi siete tutte membra di Cristo, perciò non
scandalizzatevi delle colpe e dei difetti di ciascuna, ma scusateli,
perdonateli e aiutatevi insieme. Abbiate ricordo delle mie parole; e
soprattutto, quando sarete fortemente tentate, ricordatevi della mia vita,
sempre trascorsa in varie infermità e afflizioni. La mia fine è giunta, e me
ne vado con gioia. Con gioia, sempre ho patito per Cristo; e in questo sta
tutto il mio desiderio, perfino in punto di morte. Altro non voglio dirvi,
ora. Vi lascio e vi dono la mia pace. Andate; e che siate benedette. -
E
questo, il Venerdi prima della sua morte.
Ma
i nostri cuori, accecati di tenebra, mai non capirono appieno il suo parlare; e
voglio credere, per acquietare la mia coscienza, che ciò avvenisse per dispensa
divina, perché tanto era smisurato il nostro amore per lei che, se l'avessimo
ben intesa, senza dubbio l'avremmo così afflitta col nostro dolore, da farla
morire anzitempo.
E
senza dolore non posso ricordare le affettuose e gioiose parole che, il Sabato e
la Domenica, quasi di continuo ci rivolgeva; sicché dicevamo fra noi: - Ma cos'è
questa allegrezza della Madre? -; perché accadeva rarissime volte che
ridesse, se ridere si poteva chiamare. Inoltre, quella gioia era per noi tanto
più incomprensibile, nel pensare che il giorno prima era stata rieletta
abbadessa; e lei ne aveva provato molta afflizione.
Alle
sorelle, che si rallegravano con lei per la riconferma del suo incarico,
diceva: - Figliole mie, non per questo sono contenta; anzi, il mio Signore
avrebbe dovuto rimandare l'elezione di quattro giorni, per esaudire il mio
desiderio di morire in stato di soggezione e non di prelazione. Ma, credo, che
con questo mi abbia voluto punire per i miei grandi peccati, e massimamente
per la mia ingratitudine. -
E
anche da tante altre parole avremmo dovuto ben intendere che prediceva la sua
fine; ma, come ho già detto, troppo grande era la nostra cecità.
Passò
così, in consolazione con le sorelle, quei due giorni; ma, la notte della
stessa Domenica, fu di nuovo assalita dalla malattia e obbligata a rimanere a
letto. E Martedì chiese il confessore e rimase con lui circa due ore; e noi
tutte ci meravigliammo di questo, perché non sembrava più grave di altre
volte. Anche il giorno dopo, verso le 14, chiese il confessore; ma ci disse anche:
- Preparate per l'Eucarestia, perché desidero comunicarmi, e per l'olio
santo; mettete ai piedi del letto il crocifisso e portate dell'acqua e delle
candele benedette; e fate che ogni cosa sia ben ordinata. -
Rimanemmo
perplesse, nell'udire questo, perché non aveva alcun sintomo di morte; però
cominciammo a smarrirci e ci radunammo in lacrime attorno a lei, ma ancora senza
avvertire la gravità dell'ora. Vedendoci piangere, disse: - Deh, figliole mie
dilette, non piangete. Confortatevi in Gesù Cristo e confidate completamente
in Lui. Con tutta la vostra volontà, mie dolci figliole, cercate insieme pace
e concordia; amatevi e non dubitate, se vivrete in carità, che io sarò molto
più utile a voi da morta, di quanto non sia stata in vita. È piaciuto al mio
Signore che sia venuta la mia fine; ma vi lascio la mia pace.
E
questo è il mio testamento. Fate che l'onore del Corpo di Cristo vi sia
prezioso; e nessuna ardisca intrigare, affinché vengano qui da altri
monasteri, o che da questo alcuna se ne vada; perché io pregherò la potenza
divina che le colpevoli siano amaramente afflitte e tribolate. Al contrario,
pregherò per la consolazione di quelle che vorranno stare in pace e carità; e
le terrò per mie carissime figliole. -
Dopo
un pò di tempo, ci disse ancora: - Vi raccomando mia madre e anche la
Vicaria, che mi è sempre stata fedele e buona figliola. Non piangete, mie dilette;
quelle che piangono, non sono mie figliole. Ricordatevi che siete obbligate al
digiuno. Confortatevi, perché io vi lascerò un tale odore, che sarete
contente. -
Poi
si rivolse alle sorelle addette alla ruota che piangevano insieme alle altre: -
Andate, presto, che il padre è qui. -
Ma
quelle non si facevano forza di abbandonarla e le rimanevano vicino; e anche
pensavano che il messo, mandato a chiamare il confessore, ancora si trovasse
lungo la via.
Ma
lei, di nuovo, insistette: - Figliole, andate, che il padre è alla porta e
batte. -
Esse
andarono e sentirono i colpi del padre confessore contro la porta, come lei
benedetta aveva detto; e rimanemmo tutte stupite, perché non era umanamente
possibile giungere in cosi poco tempo; ma fu come se lui avesse volato.
Quando
il padre fu al suo capezzale, noi tutte ci facemmo in disparte; e lei gli parlò
speditamente e bene, come se non avesse avuto alcun male. Terminata la
confessione, volle umilmente chiedere perdono a tutte e, poi, ricevette i
Sacramenti; il pallore del suo viso si fece allora quasi risplendente e parve
che l'anima cominciasse a separarsi dal corpo. Intanto, il padre cercava e
scorreva le pagine del libro, senza trovare ciò che serviva; allora lei,
dolcemente, gli disse: - Padre, guardate nel mezzo del libro, che la troverete.
-
Poi,
levò i suoi benedetti occhi per guardarci; e, con la più grande umiltà,
ancora volle dirci: - Figliole mie, domando perdono a tutte. -
Appena
ebbe pronunciato quelle parole, chiuse i suoi devoti occhi e invocò: - Gesù. -
per tre volte; e senza alcun movimento, come fa invece chi muore, subito
l'anima partì dal suo corpo.
Rimase
così bella da meravigliare, tanto che, invece di cinquant'anni, pareva ne
avesse venticinque; era bianca, flessibile, odorosa e sembrava solo addormentata.
E quando fu portata in chiesa per il servizio divino, appena fu deposta
innanzi al Santissimo, si mosse in atto di giubilo.
Mi
piace ricordare il suo atteggiamento di profonda umiltà, quando, in vita, si
recava innanzi al Sacramento; e ora, ancor più, mi diletta il pensiero che,
anche in morte, abbia voluto mostrare il suo grande amore per il Creatore.
Intanto,
la sua bocca gettava continuamente un soave odore.
Ma
noi, insensate, piene di amarezza, non facevamo altro che piangere e gridare,
convinte di aver perduto ogni nostro sostegno e aiuto; e tanto era grande il nostro
dolore, che alcune persero i sensi.
Il
padre confessore, nel vedere quella grande angoscia, pensò di farla
sotterrare la sera stessa e fece scavare una fossa, profonda di ben due
braccia.
Tolto
il benedetto corpo dalla chiesa per seppellirlo, sparse un così grande odore,
che fu sentito per tutto il sagrato; e nemmeno le unghie delle mani e dei piedi
si erano un poco annerite, ma le aveva chiare e belle, come se fosse viva.
Allora, una delle sorelle che doveva sotterrarla, nel vedere quel viso angelico
e quel bellissimo corpo, non ebbe la forza di gettarle la terra addosso; andò,
in fretta, a prendere un pannicello e glielo depose sul viso; poi, trovò un
asse, sufficiente a coprirla tutta, e lo assestò nella fossa, a un palmo dal
corpo; e le sorelle vi gettarono sopra della terra. Ma la tavola di legno non
resse al peso e le cadde addosso, schiacciandole la faccia e rovinandole il
corpo.
Stette,
la nostra Madre benedetta, sotto terra per diciotto giorni; ogni giorno,
usciva dalla fossa nuovo odore e le sorelle ammalate, che si recavano sulla
sepoltura, erano guarite dalle loro infermità.
Alcune
volte, sembrava che sopra alla fossa vi fossero raggi di luce; così noi, per
tutte quelle cose straordinarie, e anche perché ci sembrava un peccato che un
così bel corpo rimanesse nella nuda terra, cominciammo a molestare con
insistenza il padre confessore, per avere il consenso di metterla in una cassa.
Dopo
aver pregato per lui e per noi, il sabato sera avemmo il permesso di
dissotterrarla; ma, in quell'ora, stava cadendo una fitta pioggia. Poiché il
maltempo non cessava, alcune di noi, verso le due di notte, si posero in
orazione, per chiedere a Dio la grazia di mostrarci la sua volontà; e, appena
finita la nostra supplica, non solo smise di piovere, ma, sopra la sepoltura,
si aprì un varco nelle nubi, dal quale si vedeva una stella, fra le altre, cosi
brillante da dare luce sulla fossa.
Nel
vedere quei segni, così evidenti, prendemmo coraggio e cominciammo a togliere
la terra. Appena dissepolta e cavata dalla fossa, fummo presi da grande
sbigottimento, perché aveva il viso schiacciato e deformato; i suoi
lineamenti erano irriconoscibili, senza occhi, né bocca, né naso, sembrava
una creatura non umana. Ben tre suore avevano lavorato sulla fossa, con zappe
e badili, credendo che il corpo fosse riparato dall'asse; ma, al contrario,
quella le era franata sopra, schiacciandole il viso.
Così,
la deponemmo in una cassa, per rimetterla sotto terra; ma - cosa mirabile! -
fummo forzate, senza che ce ne avvedessimo, a portarla sotto una loggia. E lì,
poco a poco, vedemmo il suo viso riformarsi, mentre il suo corpo emanava un
soave odore; e noi eravamo stupefatte. E il suo corpo benedetto riprendeva la
sua bellezza e il suo candore; ed era elastico e flessibile, come se fosse
stato vivo.
All'ora
del Mattutino la portammo in chiesa con noi e la deponemmo innanzi al
Sacramento; subito emanò un forte odore, che si faceva più intenso a brevi
intervalli di tempo, sicché tutte le suora, assai turbate, cominciarono a
invocare: - Gesù! Gesù!
E
il Mattutino fu recitato col massimo fervore e con la più grande soavità di
cuore.
Il
suo viso si era ricomposto ed era diventato bellissimo in meno di due ore;
aveva nella gola, procurato dalla caduta dell'asse, un taglio fresco e
vermiglio, come se fosse stato fatto allora a un corpo vivo; e di simili ne
aveva un pò dovunque, soprattutto in una gamba, in un piede e in una mano.
Nella
stessa mattina, il suo viso si coprì di sudore odoroso e divenne rosa; e, di
ora in ora, si colorì sempre più, fino a sembrare ardente come brace. Poi
impallidì e poi riprese colore più volte; ma sempre trasudò odorosamente e
sembrò, a tratti, che traspirasse sangue e acqua.
Venne
il nostro padre confessore e rimase al tutto stupefatto. Poi, sembrò che la
notizia fosse bandita per tutta la città, perché, non so in che modo, cominciò
a venire gente nel monastero, domandando di vederla.
Per
primi, vennero il Maestro Giovanni Marcanova e il Signor Battista Mezzavacca,
che cominciarono a mostrarla ad altre persone; e così tutti i giorni, a chiunque
volesse entrare in chiesa, per cinque giorni continui. Intanto, il corpo
benedetto pareva farsi, di ora in ora, sempre più bello e colorito.
Venne
anche il Vicario del Vescovo, persona distinta e di pregio, che, con le stesse
due persone suddette, volle esaminarla in tutto e a lungo; e dopo, rivolgendosi
a noi suore, ci disse: - Figliole e sorelle in Cristo, siate grate al clemente
Iddio di tanto splendido dono, quale è stato l'avere per Madre una così santa
e preziosa anima. Nella mia vita, ho visto circa trecento corpi di santi, ma
mai uno più bello di questo; perché mi pare che non sia morto, ma
addormentato. E io, nel vedere con i miei stessi occhi questi miracolosi segni
celesti, credo e dico che essa è ora una delle più eccellenti anime del
Paradiso. - E, a queste, aggiunse anche molte altre belle parole.
Poi,
vennero il Maestro Baldisserra, medico, i Signori Ianico Dalivo, Battista di
Manzoli, Bartolomeo dalla Cascina, il Maestro Bartolomeo da Modena e altri
insieme a loro, che la osservarono dal finestrino e videro le mutazioni del suo
viso.
Monsignore
volle che le fosse preparato un luogo più degno, come sepolcro; e in questo fu
posta, chiusa in due casse, dal padre confessore e da alcuni fra i detti
cittadini, con molta solennità.
La
notte del Venerdì Santo, noi suore riaprimmo le due casse; e grande fu la
nostra afflizione, perché la trovammo con gli occhi così incavati e tanto
pallida che ci fece tremare. In alcune parti del corpo, la pelle era sollevata
dalla carne; così cercammo di toglierle piccole parti di cute, per tenerle
come reliquie; ma dalle escoriazioni, subito ne uscì sangue.
Ci
tornò un grande desiderio di rivederla anche la notte della Resurrezione; e
grande fu la nostra consolazione, perché la ritrovammo di aspetto bellissimo
e gioioso, tanto colorita, da sembrare infuocata come un serafino. Un occhio, già
sollevato e socchiuso, rifletteva una luce chiara; e non passò un'ora, che
anche l'altro fu nella stessa forma. E furono molte le suore che assistettero
a quella mutazione.
Il
Martedì di Pasqua, col permesso di Monsignore, fu vista dal finestrino da
religiosi e cittadini; e tutti assistettero attoniti a tanta bellezza e al
mutare del suo viso, chi manifestando il proprio turbamento, chi stando come
smemorato di fronte a tanta espressività in un corpo morto. E non pochi furono
gli increduli, i quali, nel vederla assumere in poco tempo aspetti diversi, se
ne andavano dicendo che era una suora viva.
Tre
mesi dopo la sua morte, le caddero dal naso diverse gocce di sangue, vivo e
bello; ma noi, nello smarrimento in cui ci trovammo, non pensammo di raccoglierlo
e, così, andò perduto. I suoi capelli canuti, forti come quando visse, le
crebbero ancora; e così le unghie delle mani, tanto che le tagliammo tre
volte, fin sulla carne. Solo ora non crescono più; ma, dai piedi, ha trasudato
una certa quantità d'olio, sicché ne abbiamo colto una mezza ampollina.
Altro
non posso dire di questa nobile e gentile anima di Gesù Cristo, perché non
ho molte capacità, né sottile ingegno; così, lascio ai cuori eletti e alle
menti speculative considerare la meravigliosa esistenza - vita, morte e dopo
morte - di quest'anima beata. Con i loro ingegni la esalteranno come ben merita,
compassionando la mia semplicità e la mia anima poverella, che giace nel lago
della profondissima ignoranza, negligenza e ingratitudine. Ma, a chi avesse in
sorte di leggere questo mio grossolano scritto, chiedo solo, dolcemente, di
pregare l'eterno Iddio che mi faccia partecipe della sua gloria, senza
guardare ai miei demeriti e ai miei grandi peccati.
Ora, non posso tacere i miracoli che ricordo, operati per la nostra beata e devota anima Caterina; e ricordandoli, spero che la mia infedeltà nello scrivere, se infedeltà vi fosse, mi sia un poco perdonata. Ne posso scrivere solo alcuni, perché non tenni il conto e non li annotai, quando mi furono detti, per mia negligenza; e adesso non li rammento tutti.
ALCUNI MIRACOLI AVVENUTI PER LA BENEDETTA MADRE ABBADESSA SUOR CATERINA DA BOLOGNA
Una
suora, per circa undici anni, soffrì di forti perdite di sangue dalla bocca
e, per tutto quel tempo, mai vi fu alcun rimedio al suo male, tanto che lei
stessa si rassegnò a dover morire di quella infermità.
Un
giorno, rimasta sola nel dormitorio, perché tutte le suore erano comandate a
Capitolo per ricevere una novizia, sentì in sé una ispirazione che le disse: -
Abbi ferma fede e devozione. Come sarai segnata con quelle cose che toccarono il
corpo della beata Caterina, tu guarirai. - Lei, per umiltà, fece resistenza a
quel pensiero e rispose in sé stessa: - È volontà di Dio che io porti
questa pena, per i miei peccati. - Ma, da capo, l'ispirazione ribadì: - No,
anzi, sarai liberata dal male, per i meriti della beata Caterina. -
Nel
pensare se scacciare o no quel moto interiore, la suora fu presa da un sonno
leggero. Appena addormentata, le apparve una bellissima donna, di circa
trent'anni vestita splendidamente in color cremisi e di broccato d'oro e
argento, adorna di perle e pietre preziose e regalmente incoronata, accompagnata
da un giovane, simile a lei per età e bellezza. La donna, rivolgendosi alla
inferma, le chiese come stava; e la suora le rispose: - Bene, poiché così
piace a Dio. Ma la mia sensualità sostiene grande pena. - Disse ancora la
donna: - Ti voglio mostrare quanto è grande la tua infermità. -; e, con un
coltellino, incise e le aprì il torace. La suora inferma vide così, dentro il
proprio petto, la bocca di una lacerazione che versava sangue intorno. Quindi,
la donna la esortò così: - Abbi speranza nella beata Caterina. -; e subito
sparì.
Quando
l'inferma si svegliò, si sentì migliorata, tanto che poté inginocchiarsi
con le braccia in croce; cosa che, prima, non poté mai fare, senza grande pena.
Ma
lei pensò a una illusione diabolica, piuttosto che a una grazia. Finché, una
notte, nel rientrare in cella, aperta la porta, sentì un soavissimo odore.
Presa da smarrimento, non seppe cosa fare e non osò entrare; poi, invocando Gesù,
varcò la soglia con grande spavento. Appena in cella, le venne una grande
fede e certezza, nell'intimo del suo cuore, quasi che una persona le dicesse
dall'anima: - Sta certa, per i meriti di questa beata, che tu guarirai. -
Col
passare del tempo, questa fede crebbe e la stimolò continuamente, finché la
Superiora acconsentì a farla segnare con le cose della beata Caterina. Così fu
fatto e così fu liberata dal male; e, da allora a oggi, non ha più sputato
sangue.
Ma
la suora si considerava infedele, misera, imperfetta e colpevole di
innumerevoli mancanze; per la sua umiltà, cominciò a pensare che la guarigione
fosse stata opera del nemico, credendosi in tutto indegna di tale grazia. E
d'altra parte, non poteva escludere la benevolenza di Dio, che dà doni e
grazie ai peccatori, per attirarli al suo amore; ma, proprio per questo, aveva
maggior timore di un inganno diabolico contro la sua fede in Dio e contro i
meriti della beata Caterina, qualora le fosse, poi, ricomparso il male.
In
tanto affanno, nel dubbio di credere o di dubitare, non ebbe più pace, né di
giorno né di notte. Ma, proprio una notte, nel dire il Rosario, vinta dalla
stanchezza, si addormentò; e, subito, le riapparvero la stessa bella donna e
il giovane, che si tenevano per mano. La donna, quasi rimproverandola, ma con
occhi ridenti e viso lieto, dolcemente le disse: - Vieni con me, incredula, e
non dubitare. - e prese anch'essa per mano. La condusse in un giardino
delizioso, pavimentato d'oro, argento e gemme d'ogni colore, e aiuole con
erbetta e piccoli fiori odorosi, assai dilettevoli a vedersi. Sulla destra, vide
una numerosa compagnia di bellissimi giovani, vestiti di cremisino e broccato
d'oro e argento, adorni di candide perle e pietre preziose; ciascuno aveva,
nella mano destra, una splendida e lucente crocetta e, al collo, un meraviglioso
cerchietto finemente lavorato. In mezzo a loro, vide un magnifico re, assai più
riccamente vestito degli altri; cinque raggianti stelle, una per ogni mano e
piede, e una nel costato, illuminavano, col loro splendore, tutta la schiera
dei giovani.
In
mezzo al giardino, gradini di pietre preziose portavano a un trono, intagliato
e lavorato mirabilmente. Circondava il seggio regale una moltitudine di fanciullini,
con tonachelle vermiglie e stole bianche, sulle quali, all'altezza del petto,
spiccava uno scudetto, nel cui centro figurava un candidissimo e ornatissimo
agnello; al collo, portavano un sottile cerchietto d'oro finissimo e, nella mano
destra, una foglia di palma, ornata di gigli e rose bianche e vermiglie, e,
nella sinistra, uno strumento musicale. E tutti insieme, con voce chiara, cantavano:
« Gloria, lode e onore... » in una dolcissima melodia.
Secondo
il parere della suora, era tanta la soavità di quel canto e la bellezza dei
fanciullini, che tutte le allegrezze e i piaceri di questo nostro mondo,
radunati insieme, sarebbero parsi, al confronto, tristezza e dolore.
E
lei si sarebbe sentita beata, se fosse potuta rimanere per sempre, con uno
solo di quei fanciullini. Allora, stupefatta, si rivolse alla donna, felice
regina, e le chiese: - Ma questa è la corte del re di Francia, o quella del re
Assuero, delle quali si dicono tante meraviglie? - Rispose quella, con aspetto
angelico: - Questa non è corte di un signore del mondo. 1 bambinelli sono gli
innocenti martirizzati per amore di Gesù piccolino; e il magnifico re e la
nobile schiera sono il serafico patriarca San Francesco con i suoi frati. Le
bellissime vesti sono loro date per la vile e rude tonaca che portarono nel
mondo; il collare, per il giogo della santa obbedienza; la crocetta, per la
fedeltà a Cristo e alla sua croce; e per le cinque sacre stigmate, nelle mani,
nei piedi e nel costato, sono impresse al loro re le cinque radianti stelle.
Detto
questo, si allontanò. Poi, volando, venne nuovamente con due damigelle
bellissime, vestite e ornate come regine alle loro nozze; una, portava un
vasetto d'argento di preziosissimo e profumato unguento, e, l'altra, recava il
piccolo coperchio.
La
donna colse un poco d'unguento, con la punta del mignolo, e unse il petto della
suora, dove prima aveva tagliato; e le disse: - Abbi fede e speranza in Dio.
Non sputerai più sangue, per i meriti della beata Caterina. -
La
suora, nel sentirsi completamente guarita e nel vedere tutte quelle cose,
credette che la donna fosse la Vergine Maria, o qualche Santa, e la volle
ringraziare, con grande timore e rispetto: - Venerabile Madonna e dolcissima
Madre, ringrazio la vostra immensa carità, dal profondo del mio cuore. Ma vi
prego, anche, di dirmi chi siete e qual'è il vostro nome. -
Benignamente,
la donna rispose: - Io sono quella cagnolina di suora chiamata, in vita eterna,
Caterina e, dalla gente, beata Caterina. Questo giovane, che mi accompagna, è
il tuo padre San Bernardino; le due damigelle sono Santa B. e Santa Domicilia,
della quale tu porti il nome. -
Si
abbracciarono e si rallegrarono insieme e, in quel momento la suora si risvegliò.
Da
allora la suora va di bene in meglio e non risente della sua lunga infermità. A
lode e gloria dell'eccelso imperatore Gesù Cristo, giglio d'amore, e della sua
Madre Vergine amorosa e della beata Caterina, rosa olente fiorita negli anni
del Signore 1463.
Un'altra
sorella Clarissa, chiamata Suor Evangelista, nel genuflettersi innanzi
all'immagine della Vergine, cadde tanto malamente da slogarsi la rotula di un
ginocchio. Stette per cinque giorni con la febbre, senza potersi muovere dal
letto e senza riposare per il fortissimo dolore. Le fu fatta una lavanda
rinfrescante ma, dopo un iniziale sollievo, peggiorò ancora.
Allora,
lei cominciò a raccomandarsi devotamente alla beata Caterina. Circa alle due di
notte, presa dal sonno, le parve di entrare in un bellissimo palazzo, le cui
smisurate dimensioni le erano incomprensibili; e lei tremava, nella soggezione
che la sublimità del luogo le incuteva. Guardando in quella immensità, vide
passare un numeroso gruppo di bellissimi giovani, meravigliosamente vestiti,
che recavano nelle mani gioie e gemme e altri ornamenti. Uno dei giovani, nel
vederla, disse ai suoi compagni: - Come, costei, ha avuto licenza di entrare
nel Palazzo? - Gli rispose un altro, dicendo di non credere che lei fosse potuta
entrare senza permesso, perciò non la rimproverasse. A quella risposta, lei
prese coraggio e li seguì a distanza, mentre il primo giovane, ogni tanto, la
riguardava volgendosi indietro. Giunsero a uno splendido trono, sul quale stava
una bellissima donna come nobilissima regina. Questa aveva sul capo tre grandi
corone, ciascuna ben differenziata dalle altre, ma tutte più rilucenti del
sole; la sua veste, lunga fino ai piedi, bianchissima e tutta adorna di perle e
gemme preziosissime, era cinta da un tessuto di mirabile bellezza e ricoperta da
un candido mantello, aperto davanti a foggia di piviale, completamente e
mirabilmente lavorato.
Le
dissero che la regina era la beata Caterina; allora lei, nell'udire questo,
cominciò a pregarla devotamente di aiutarla nella sua pena. La beata,
benignamente, le fece cenno di avvicinarsi e la suora obbedì lestamente; ma,
per rispetto, si fermò a una certa distanza; nuovamente, la beata le fece
cenno con la mano di andarle appresso e la suora si inginocchiò ai suoi piedi,
guardandola. E si meravigliò della bellezza del suo viso e del soavissimo
odore che la beata emanava.
Al
suo fianco, vide una monaca di Santa Chiara, vestita di una tonaca scura,
tutta ben lavorata.
«Finisce
l'incompleta testimonianza »