LA SPIRITUALITA' DEI PASTORELLI FRANCESCO E GIACINTA MARTO 

I BEATI FRANCESCO E GIACINTA

Omelia di Mons Francisco Rendeiro, OP

ai pellegrini nel Santuario di Fatima, il 13 marzo 1970

Nel breve spazio di 10 mesi, tra il 4 aprile 1919 e il 20 febbra-io 1920, volarono al Cielo i due fratellini Francesco e Giacinta Marto.

La Santa Chiesa li ha collocati nel suo firmamento, vuol dire che le loro vite sembrano poter constituire un esempio da presentare domani a tutta la cristianità, per la relativa di-chiarazione di eroicità delle loro virtù e per attribuire loro gli onori degli altari.

Perciò ho pensato intrattenermi alcuni istanti con voi medi-tando sui cammini della grazia nelle anime di Francesco e Giacinta.

Cercherò essere breve in quello che fu una grazia unica, conosciuta solo da loro; preferisco fissare gli aspetti che pos-sono essere comuni, tali da costituire più facilmente un esem-pio per tutti noi.

Cristo dichiarò che ci sono molte mansioni nella casa del Padre; e di conseguenza saranno molte le strade che con-ducono a questa casa. Lo Spirito di Dio soffia dove e come vuole; ma il senso di questo vento misterioso che porta le anime verso il Signore, segue una direzione ben definita, con traiettorie che si possono conoscere facilmente.

Un primo elemento della santità di questi due bambini è sen-za dubbio la famiglia.

Molti santi, oggi canonizzati, nacquero e crebbero in seno a una famiglia santa; alle volte abbiamo l'impressione che i genitori non abbiano trasmesso ai figli il peccato originale, ma piuttosto la grazia e la santità. I genitori di Francesco e Giacinta forse non saranno canonizzati, ma ciò non importa; non si saranno distinti molto dagli altri genitori del loro paesello, ma la verità è che nella famiglia dove nacquero questi bambini si respirava un ambiente pienamente cristia-no, ben fondato su di una solida onestà naturale.

Pure è certo che la grazia può trasformare pienamente un'ani-ma cresciuta in ambiente avverso, ma normalmente Dio sce-glie aiuole appropriate per far spuntare i suoi fiori.

L'amore alla verità - non si mentisce - era una norma fonda-mentale di educazione in quella famiglia; norma che avreb-be dovuto far soffrire abbastanza i bambini, quando alcuno dirà che la storia delle apparizioni è stata inventata da loro. E' stato proprio per non mentire che rimasero così determi-nati nelle loro affermazioni.

L'amore alla purezza, era un'altra caratteristica di questa fa-miglia; divertimenti, parole, attitudini personali, tutto era one-sto, delicato e puro.

La pietà cristiana nell'orazione, nella messa domenicale, nei ricevere i sacramenti, era un'altra caratteristica ben marcata in questa famiglia. (Forse i genitori non si distinguevano mol-to dagli altri, in queste virtù naturali e soprannaturali, ma le coltivavano con accuratezza e alla stessa maniera plasma-vano gli spiriti dei loro figlioletti.

Quando arrivò l'ora della grazia straordinaria, il Signore tro-vava già la strada aperta e il terreno preparato. Se faccio menzione a questa opera dei genitori, è perché oggi, come sempre, dobbiamo convincerci che l'educazione cristiana non può limitarsi agli individui, deve effettuarsi nelle comunità; e le famiglie continuano ad essere base e fondamento delle altre comunità.

II 13 maggio 1917 Giacinta aveva sette anni e Francesco quasi nove. In quel giorno si apre loro una nuova strada, si apre il firmamento, ed ai loro occhi spaventati si presenta una figura bianca, brillante di luce, che dice loro di venire dal Cielo.

L' Apparizione promette loro che andranno in Cielo, rivol-gendo allo stesso tempo questa domanda straordinaria:

- Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze che Egli vorrà inviarvi, in atto di riparazione per i peccati da cui Lui è offeso e di supplica per la conversione dei peccatori? - Si, lo vogliamo.

In questo dialogo di istanti, quei fanciulli fecero l'esperienza mistica che marcò la vocazione della loro vita.

Abbiamo qui gli elementi fondamentali della spiritualità dei veggenti. Gli altri incontri con l'Apparizione svolgono e ca-ratterizzano questi elementi; l'essenziale però è rinchiuso nel primo dialogo.

II primo elemento è il Cielo, il Cielo da dove viene la Signo-ra, il Cielo che Lei promette ai suoi interlocutori.

Stiamo esattamente innanzi all'escatologia della vita uma-na; Dio ci ha creati per il Cielo, il cristiano è un pellegrino, che sale verso il Cielo. La Signora viene dal Cielo, i piccoli andranno in Cielo, anche se dovranno aspettare alcun tem-po, anche se dovranno soffrire molte contrarietà e dovranno pregare ancora molto. AI Cielo è già arrivata una ragazza di loro conoscenza, morta da poco; in purgatorio, pertanto sul-la strada del Cielo, ce n'è un'altra pure loro conosciuta.

Si dice essere stato Giovanni XXIII in persona a studiare il capitolo VII della Lumen Gentium, ed il Concilio gli diede la redazione attuale.

La Chiesa vuole che i cristiani aprano gli occhi verso il Cielo verso la meta del loro pellegrinare, che pensino al Cielo, che desiderino il Cielo e facciano di tutto per arrivarci, per poter sentire un giorno la sentenza: "Venite benedetti del Padre mio, al Regno che è stato preparato per voi da tutta l'eternità".

L'altro elemento è il rischio della perdizione, il rischio dell'in-ferno, che la Signora avrebbe mostrato chiaramente ai fan-ciulli nella terza apparizione.

II peccato porta alla perdizione, porta all'inferno. I piccoli vi-dero i condannati e rimasero orrorizzati per tale visione, come pure per il presentimento di tanti che vanno per la strada dell inferno.

La Apparizione avrebbe detto loro che veniva per causa del peccato, perché Nostro Signore ne era molto offeso.

E così affiora l'elemento decisivo nel messaggio diretto ai fanciulli, con una delicatezza estrema, in forma di domanda che rispetta intieramente la libertà dei fanciulli:

- Volete offrirvi a Dio per sopportare tutti i sacrifici che Lui vorrà inviarvi, in atto di riparazione per la conversione dei peccatori?

La risposta venne spontanea, con una semplicità e genero-sità da incantare:

- Si, lo vogliamo.

E' il si della creatura alla proposta di Dio; il si della libertà e del compromesso, che marca l'indirizzo di una vita intiera. Questo dei pastorelli è il si di tutte le anime generose che dicono con sincerità: sia fatta la vostra volontà.

Quando il si è proferito senza reticenze, comporta una con-segna totale della creatura nelle mani del Creatore. In rispo-sta a questa consegna, c'é sempre, da parte di Dio, una presa di possesso. Nella bocca dei santi troviamo molte volte espressioni che dicono meravigliosamente quello che suc-cede allora: L'Onnipotente ha fatto in me grandi cose, dice la Vergine Santissima; vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me, esclama S. Paolo.

Quando succede questo, la vita umana entra veramente in orbita di Dio, per mezzo di un atto interamente libero, che permette dire con tutta verità: "io vivo, ma già non sono io che vivo".

Nel linguaggio classico della teologia spirituale, diciamo che è lo Spirito Santo coi suoi doni, che attua nell'anima. Penso che sarebbe molto interessante fare uno studio sui doni dello Spirito Santo nella vita dei pastorelli; troveremmo in loro una concretizzazione ammirevole dei dati della teolo-gia spirituale.

Mi sia permesso di parlare per esempio dei doni della fortez-za e dell'intelletto, che mi sembrano i più salienti e più in contrasto con la tenera età di questi bambini.

E' difficile sapere dove incomincia il dono della fortezza, per-ché è difficile scoprire i limiti della resistenza naturale. Ma quando vediamo bambini di questa età resistere all'insistenza della famiglia che vorrebbe portarli a disdirsi, quando li ve-diamo ricusare il denaro e i gioielli offerti perché raccon-tassero il segreto dell'Apparizione, e sopratutto quando li vediamo affrontare ben decisi la prospettiva del martirio, per non tradire tale segreto, dobbiamo riconoscere di trovarci innanzi ad attitudini che non si spiegano semplicemente con la resistenza umana.

Il cristiano abbisogna assolutamente della fortezza per es-sere fedele alla sua vocazione, per perseverare nella pratica della virtù, per vincere le tentazioni di ogni giorno. Ma ci sono ore decisive in cui possiamo trovarci innanzi al dilemma tre-mendo dell'apostasia o della fedeltà a prezzo della nostra vita. I pastorelli si trovarono in questo congiuntura, quando l'Amministratore di Vila Nova de Ourém li minacciò col pentolone di olio bollente. La minaccia era fittizia, ma i bam-bini pensavano che era vero, e si incamminarono senza ten-tennare verso la prospettiva della morte.

Pochi anni prima, un'altra fanciulla della stessa età, Maria Goretti, vide il pugnale puntato sul suo petto per indurla ad un atto impuro, e anche lei non esitò. Preferì morire e di fatto morì, trafitta da quel pugnale, piuttosto di perdere la sua verginità.

Atti come questi sono decisivi, e non si spiegano senza un intervento speciale di Dio, con un dono dello Spirito Santo. II martirio è il grande segno di fedeltà al Signore; i pastorelli non esitarono, e andarono verso un martirio che non giunse alla consumazione.

L'altro dono dello Spirito Santo che appare molto chiaro nel-la vita dei pastorelli, è quello dell'intelletto.

Nel Vangelo Nostro Signore, ringrazia il Padre per avere ri-velato i suoi misteri ai piccoli ed umili, e non ai sapienti. Il dono dell'intelletto va molto oltre l'intelligenza umana, nella penetrazione delle verità e in tutto ciò che dice rispetto al-l'ordine soprannaturale.

Uno dei misteri più difficili da penetrare, è il mistero del pec-cato e quello della sua riparazione.

Nel messaggio della Madonna il punto essenziale è quello della rivelazione di Dio offeso per causa dei nostri peccati, e poi viene la richiesta di orazioni e sacrifici in riparazione del-le offese e per la conversione dei peccatori.

II piccolo Francesco si inclinò piuttosto verso la riparazione delle offese al Signore, consolare Gesù offeso era la sua grande passione. Giacinta in vece preferì la conversione dei peccatori; lei voleva mostrare a tutti l'inferno, perché evitas-sero di cadervi.

Allora ciascuno dei piccoli cercava tutte le maniere di fare sacrifici per i peccatori: era la privazione della merenda che davano ai poveri o agli animali, era la sete prolungata che sopportavano durante i lunghi mesi dell'estate, non bevendo assolutamente o bevendo acqua sporca, per maggior peni-tenza, era la corda con cui si cingevano giorno e notte, ed era infine la sofferenza della malattia che li portò alla morte. Tutte queste mortificazioni sono impressionanti; ma il motivo che li portava a farle è più impressionante ancora: la salvez-za dei peccatori.

La storia della spiritualità cristiana offre esempi di grandi eroi della carità: è un S. Giovanni di Dio che percorre di notte le strade di Granata a raccogliere ammalati abbandonati per il suo ospitale e poi lanciandosi tra le fiamme dello stesso ospe-dale per strapparli dalla morte; è un S. Vincenzo di Paoli che corre alla casa dei poveri per portare sollievo alla loro neces-sità; à la nostra Regina Santa Isabel che distribuisce il pane e i soldi convertiti in rose, per sfamare tutti i bisognosi.

Ma oltre alla carità che va incontro alle necessità del corpo, c'é quella che cerca il rimedio ai mali dell'anima.

E' relativamente facile lasciarsi impressionare dalle neces-sità del corpo; anche senza la fede, per semplice filantropia, si pratica la beneficenza. Ma lasciarci impressionare dalla sorte di quelli che vivono in peccato, di quelli che corrono il rischio di perdersi per sempre, ciò è la carità più sublime, è frutto del dono dell'intelletto che penetra il mistero del pec-cato.

La luce di Dio penetrò nell'anima di questi bambini di Fatima. II dono dell'intelletto ha fatto loro comprendere il rischio del peccato, e li ha portati ad abbracciare una vita eroica di mortificazioni, per evitare ai peccatori di cadere nell'inferno. Noi, alle volte, pensiamo che l'eroismo delle virtù sia riserva-to appena a poche persone, predestinate da Dio, come avrà predestinato questi bambini. Pensiamo che la santità sia le-gata a circostanze straordinarie, come in questo caso di Fatima, alla circostanza delle apparizioni.

Sarebbe un errore pensare così.

Ricordiamo ancora una volta che ci sono molte mansioni nella casa del Padre, e pertanto molte strade per arrivarci. Ricor-diamo sopratutto che la santità non si può unire necessa-riamente ad avvenimenti straordinari, ma piuttosto alla fedel-tà, alla grazia del Signore.

La nostra epoca abbisogna di molta istruzione sulla santità, perché Dio vuole farci santi, ed il nostro tempo abbisogna di santi. Santi adulti e santi bambini, santi dell'umile popolo e santi delle classi più elevate della società.

E' necessario ricordare alle anime che la santità si trova in germe nella grazia del battesimo e della cresima.

Questi due sacramenti ci danno la presenza di Dio, la pre-senza dello Spirito Santo con i suoi doni che ci santificano. L'essenziale è la nostra corrispondenza a questa grazia; cor-rispondenza che in fondo consiste in quel dialogo della ap-parizione di Fatima:

"Volete offrirvi a Dio?" "Si lo vogliamo!" Questo dialogo però si ripete in tutti noi dì maniera miste-riosa, nelle varie circostanze della vita.

Le apparizioni sono un fenomeno straordinario; l'appello di Dio in forma semplice, è di tutti i giorni.

Chiediamo al Signore la grazia della fedeltà e che ci aiuti a rìspondere ai suoì appelli con quella parola così semplice, ma così meravigliosa e così compromettente: "Si lo voglia-mo." 

IL MESSAGGIO DI GIACINTA

Conferenza di Mons. Francisco Rendeiro, O.P., il 21 febbraio 1970, nell'Anfiteatro del Collegio del Cuore di Maria, Lisbona.

Ci dimoreremo per alcuni istanti a riflettere sulla vita di una fanciulla, che trascorse tra i limiti ristretti del 10 marzo 1910, data in cui nacque, e il 20 febbraio 1920, data della sua mor-te; dieci anni incompleti. Questa bimba ci appare con duplice aureola: quella del favore straordinario delle rivelazioni della Madonna e quella delle sue virtù personali.

Non voglio qui tracciare la biografia di Giacinta, che è già conosciuta tra noi, in libri che hanno il sapore dei Fioretti di S. Francesco d'Assisi; così pure non voglio analizzare pro-priamente il contenuto delle Apparizioni della Madonna, che si riferiscono a lei, che è già ben conosciuto; mi limiterò a considerare molto semplicemente l'uno o l'altro aspetto del-le reazioni delle grazie che ricevette dall'Alto, cercando così di mettere in rilievo quello che potremmo chiamare il mes-saggio personale di Giacinta.

Giacinta è una bambina. Entra nella storia a sette anni, pre-cisamente all'età che abitualmente si costuma indicare come l'inizio della vita cosciente e della ragione sufficientemente sviluppata.

In che misura una bimba sarà capace, a quest'età, di virttù propriamente dette o di santità; ecco un problema difficile da risolvere teoricamente parlando; solo l'esperienza concreta può provare fin dove arriva la capacità d'una bambina. Nor-malmente i sette anni sono lo sbocciare d'un fiore che si

apre e cresce, per dare un giorno il suo frutto maturo. Ma nell'ordine della grazia è difficile riscontrare il ritmo della natura.

La storia della spiritualità cristiana offre esempi sorprenden-ti. Tra i santi canonizzati ci sono anche bambini, ma furono quasi sempre martiri. Senza parlare dei Santi Innocenti, martirizzati prima dell'uso della ragione, por causa della na-scita di Gesù, uno degli esempi più precoci é quello di Santa Maria Goretti, martirizzata a 11 anni, con piena coscienza di quello che faceva. Senza soffrire il martirio fu canonizzato S. Domenico Savio, il piccolo discepolo di S. Giovanni Bosco, che morì a 15 anni.

Abbiamo bambini non canonizzati dell'età di Giacinta e meno ancora, che sono veramente meraviglie della grazia, ma co-stituiscono un problema per la psicologia spirituale, per il fat-to che la santità è una maturazione, e loro erano così piccoli. Abbiamo i nomi di Anna di Guignè e Guido de Fontgalland, piccoli francesi morti all'inizio di questo secolo, ambedue di 11 anni; abbiamo in Irlanda la piccola Nelly, morta nel 1908, che a 4 anni e mezzo fece la sua prima comunione e accettò eroicamente la tubercolosi ossea; in Italia (a Lucca) abbia-mo la piccola Emma Mariani che fa la prima comunione a tre anni e muore a 4, con grandi prove di devozione alla Passio-ne di Gesù; e ne abbiamo tanti altri, che è pena non siano molto conosciuti a stimolo della virtù dei nostri bambini, soprattutto in un'epoca come la nostra in cui noi, adulti, ci sentiamo così disorientati.

Parlando della maturità nella vita spirituale, non neghiamola facilmente a un bambino, non dimentichiamo che solo Dio ha in mano la misura esatta per calcolare la maturità. Come in tutte le cose umane, anche qui ci troviamo in un campo di grande relatività. Santa Teresina del Bambino Gesù, che morì a 24 anni, disse di se stessa che pensava aver abbastanza esperienza della vita, e che c'erano persone con 60 anni che ne avevano molto poca.

Potremmo dire lo stesso della maturità; ci saranno bambini molto piccoli e già abbastanza maturi, mentre uomini adulti non sono che bambini. La maturità è a gradi e a piani, che corrispondono ai carismi ricevuti.

Al grande Dottore S. Tomaso d'Aquino accadde un fatto che merita attenzione. L'autore della Somma Teologica, il Dotto-re Comune che la Chiesa apprezza in modo speciale, già alla fine della sua vita (che non fu lunga, poiché morì a 49 anni) stava un giorno a celebrar Missa e si fermò assorto in contemplazione.

A partire da quel giorno non scrisse più niente; e a chi gli domandava il perché, rispondeva: "Non posso; dopo quello che ho visto mi sembra paglia tutto quello che ho scritto". San Tomaso d'Aquino, al lasciare questo mondo, chiamò paglia la Somma Teologica. Cosa sarà successo? Sarà sta-ta solo una illuminazione intellettuale, come succede spesso al savio che medita? Sarà stato il passaggio oltre una barrie-ra della scienza teologica? O sarà stata la luce mistica so-prannaturale? Non sappiamo; e forse non interessa molto il saperlo. Basterà la testimonianza del grande maestro a con-fessare che, alla fin dei conti, la maturità è relativa. L'eroicità delle virtù da parte di fanciulli o meglio di pre-adolescenti, dall'uso di ragione fino all'età puberale, è stato il tema di una Sessione Plenaria, che si è tenuta a Roma dal 31 marzo al 2 aprile 1981, per iniziativa del Cardinale Pietro Palazzini, Prefetto della Sacra Congregazione per le Cause dei Santi.

L'eroicità delle virtù consiste o nell'accettare generosamente la morte per Cristo (martire) o nella fedele e continua custo-dia dei precetti di Dio assieme alla loro osservanza secondo i propri doveri (confessore).

L'eroismo, dunque, non implica compimento della totalità delle virtù, ma unicamente l'esercizio eroico delle virtù teologali, di quelle vincolate dal proprio stato e disponibilità sicura rispet-to a quelle occasioni che importino esercizio di virtù partico-lari. Tale eroismo si attua ad un'altezza morale e sopranna-turale singolare e prodigiosa; ma resta sempre un processo progressivo del dinamismo naturale e soprannaturale.

D'altra parte, però, non si può negare che la perfetta fedeltà ai doveri del proprio stato, mentre eleva l'uomo o il fanciullo sopra il comune modo di agire e di vivere rimane indubbia-mente qualche cosa di arduo. E l'arduità consiste fondamen-talmente nella continuità e perseveranza.

Questa perseveranza è la condizione più difficile a verificarsi nei fanciulli a motivo della brevità della loro esistenza, per quanto a darne dimostrazione sia sufficiente poter dimostra-re che vi è stato anche nella vita di un fanciullo un certo pe-riodo di tempo (non definibile matematicamente) per acqui-stare le virtù e metterle in pratica solidamente come abitudi-ni. Può darsi dunque un eroismo precoce? una precocità spirituale in rapporto alla maturità religiosa?

E' certo che vi sono prodigi di ingegno e di arte tra i fanciulli, nell'ordine naturale, tanto che si parla di bambini prodigio. Se ciò Dio opera nell'ordine della natura, può non operarlo in un ordine assolutamente superiore, che è quello della grazia? La grazia divina non può spingere l'uomo, anche nell'età del-la fanciullezza, verso ideali che sono al di sopra delle possi-bilità naturali, conferendo mezzi soprannaturali efficaci per il suo raggiungimento?

Attorno a questo tema sono stati chiamati a rispondere psi-cologi, pedagogisti, sociologi, medici, teologi nei vari rami della teologia, dalla teologia morale alla ascetica e mistica.

Il frutto di queste indagini è stato sottoposto allo studio dei Cardinali nella predetta Sessione Plenaria.

Non sfugge all'attenzione di ognuno che il problema è di so-luzione più semplice quando si tratta di fanciulli martiri. Per l'accettazione del martirio è sufficiente l'uso di ragione. D'al-tra parte l'agiografia conosce casi di fanciulli venerati come martiri. Oltre agli innocenti, la cui festa risale come pare al sec. V, nella beatificazione dei 205 martiri giapponesi, si tro-vano 15 fanciulli tra i 12 e 13 anni ed uno di due anni.

Più arduo si presenta l'argomento quando si tratta di fanciulli da beatificare e canonizzare come confessori. Il più giovane oggi nell'albo dei santi canonizzati è Santo Domenico Savio, con 14 anni 11 mesi e 7 giorni. Si può scendere sotto questo livello e quanto, come computo di anni? (L'Osservatore Ro-mano, 10.4.1981)

II problema della santità è il problema della risposta si o no che ognuno può dare agli appelli della grazia. Il "si" o "no" del bambino può essere già una risposta lucida e ferma, tale da compromettere tutta la vita.

La grazia è un appello di Dio, assolutamente gratuito, come lo dice il nome stesso, determinato solo dai motivi misteriosi della volontà di Dio, che a noi non è dato di penetrare. è un appello che affonda le sue radici nell'eternità, che si rivela nel tempo nel momento esatto del volere divino; per alcuni può essere all'aurora della vita per altri allo zenit o al crepu-scolo, non importa. Quello che importa è il "si" della creatura umana dato in maniera cosciente e permanente, a tale ap-pello. è il si, è il "fiat", dato alla volontà di Dio indipendente-mente dalla vocazione di ciascuno.

II principio fondamentale della teologia della santità si for-mula in quel voto del Padre Nostro: che io faccia la Vostra volontà.

Giacinta ci appare nella storia una bambina normale, coi di-fetti e le qualità abbastanza comuni ai bambini che nascono e crescono in seno ad una famiglia profondamente cristiana. Se parlassimo della grazia e santità della sua vita anteriore alle Apparizioni, troveremmo molto semplicemente ciò che si potrebbe dire grazia e santità comuni, che non giustifi-cherebbero i lavori di un processo di beatificazione. Ma gli avvenimenti del 1917 marcarono profondamente l'anima di Giacinta, e a partire da allora la grazia e santità irrompono come un torrente e provocano una vera inondazione di sopra-naturale.

é in questo momento che bisogna afferrare il dono di Dio per penetrare il contenuto oggettivo di questa grazia straordina-ria e della corrispondente vocazione alla santità, e poter can-tare con il salmista: mirabilis Deus in sanctis suis; Dio è ammirabile nei suoi santi (Ps. 67,36).

Pubblicato il decreto sull'eroicità delle virtù, a pieno diritto, possiamo parlare della santità di Giacinta, conviti che stiamo innanzi a una bambina che Dio predestinò straordinariamen-te, a cui confidò - oltre a quello che si chiama Messaggio di Fatima - un messaggio personale, espresso nella forma della sua personale spiritualità. è questo l'aspetto che vorrei focare. Nel messaggio di Fatima mi sembra essenziale il riferimento a Dio offeso dai nostri peccati e alla necessità della preghie-ra e della penitenza per evitare i castighi temporali ed eterni provocati dai nostri peccati.

In questi elementi essenziali del messaggio vi trovo il segno della sua autenticità, molto di più che nei miracoli, perché questi elementi coincidono con i fatti fondamentali della rivela-zione divina nella Sacra Scrittura e con le grandi linee della spiritualità cristiana.

Il peccato ha cambiato la rotta dell'opera della creazione e ha motivato il piano della redenzione.

Il Credo dice che il Figlio Unigenito di Dio discese dal Cielo per noi uomini e per la nostra salvezza.

Il mistero del peccato per quanto sembri negativo ha deter-minato il mistero della Incarnazione di Cristo che "con il sa-crificio della Croce, ci redense dal peccato originale e da tutti i peccati personali" (Paolo VI - Credo del popolo di Dio). Cristo ci redense con il prezzo del suo sangue, e ci lasciò il Sacramento del Battesimo e della Penitenza per attualizzare nel tempo e nello spazio, in ciascuno di noi, l'opera della Redenzione.

é in ciascuno di noi e in ogni momento della nostra vita che Cristo toglie il peccato dal mondo; ma lo toglie nella misura in cui noi collaboriamo con Lui, completando in noi ciò che manca alla Sua passione, facendo penitenza, cambiando vita.

Nel Messaggio di Fatima l'elemento che più impressionò la piccola Giacinta fu la visione delle conseguenze del pecca-to, l'offesa a Dio e il castigo dei condannati all'inferno. Nono-stante il fatto che la visione dell'inferno sia rimasta segreto per un tempo più lungo, subito dopo le apparizioni traspare qualche accenno nelle dichiarazioni dei veggenti.

Infatti già alla terza apparizioni la "Signora" raccomanda loro che recitino la giaculatoria: "O Gesù mio, perdonate le no-stre colpe... liberateci dalle pene dell'inferno..." e nell'ultima apparizione dice loro in forma supplichevole "Non offendano più Nostro Signore, che è già tanto offeso".

Questi due punti furono immediatamente trasmessi dai veggenti a quanti domandavano ciò che la Signora aveva detto loro.

Nel 1941 Lucia raccontò i particolari di questa parte del se-greto: "La Madonna ci mostrò un grande mare di fuoco... im-mersi in questo fuoco i demoni e le anime come se fossero delle bracie trasparenti e nere... tra grida e gemiti di dolore e disperazione che facevano inorridire e tremare di paura".

Dei tre pastorelli quella alla quale fece più impressione que-sta visione fu Giacinta. Rimase molto impressionata, non solamente in maniera sensibile come era naturale, ma so-prattutto impressionata nella sua spiritualità.

Dopo questa visione Giacinta apparve la più preoccupata per la sorte delle povere anime condannate all'inferno, cer-cando dì fare tutti i sacrifici possibili per evitare che le anime cadessero nell'abisso della condanna eterna. Siamo di fronte al grande problema della fede nella eternità, della fede nel peccato e nei suoi castighi.

Certamente i fenomeni mistici di questo genere ci appaiono ricoperti di abiti propri dell'epoca e della psicologia dei suoi protagonisti. Voglio dire che la visione dell'inferno fu certa-mente adattata alla capacità dei bambini. Però questo non vuol dire che dobbiamo demitizzare questo fenomeno fino a ridurlo a proporzioni meramente naturali.

Anzi, al contrario, è necessario tener presente che la dottri-na dei castighi eterni nel Vangelo è presentata con un reali-smo sorprendente. L'espressione sensibile delle visioni del-l'inferno non esagera per nulla questa realtà, anzi è sempre un adattamento alla limitata capacità umana di intendere il mistero.

II Santo Padre Paolo VI nel "Credo del popolo di Dio" rife-rendosi alla seconda venuta di Cristo, ci presenta la pro-spettiva dell'Amore e della Misericordia di Dio come deter-minanti della vita eterna; ma non può non aggiungere che quelli che rifiutano fino alla fine l'Amore e la Misericordia "andranno al fuoco che non si estinguerà mai più".

C'è chi parla soltanto di Amore e Misericordia e non vuole ammettere il resto. Non è Dio che rifiuta il suo amore e la sua misericordia, sono alcuni uomini che lo rifiutano fino alla fine.

è stato questo il mistero che la Madonna ha dimostrato ai pastorelli adattandolo alla capacità della loro intelligenza. Giacinta, delicata e sensibile, rimase addolorata e spiacen-te per le anime in via di perdizione.

Frequentemente si sedeva per terra o su una pietra e as-sorta cominciava a ripetere: "L'inferno, l'inferno! Quanto di-spiacere ho delle anime che vanno all'inferno".

Non si perdeva nel pensare alla colpa che queste anime ave-vano commesso o al rifiuto che avevano dato fino alla fine all'amore e Misericordia di Dio; ma si ricordava dello spetta-colo che aveva visto del grande mare di fuoco e delle anime immerse in esso tra grida di dolore.

E la povera fanciulla, alla quale la Madonna aveva promes-so che in breve tempo sarebbe andata in Cielo, soffriva di-spiacere enorme per le anime dei dannati all'inferno.

Ma il suo non era uno sterile dispiacere per quelli all'inferno, Giacinta si preoccupava straordinariamente per quelli che sono in pericolo sulla via della condanna, pregando e sacri-ficandosi per loro.

Ciò è la più bella espressione della carità cristiana, è la par-tecipazione dei giusti alla Opera redentrice di Cristo.

La piccola si ritirava abitualmente e rimaneva per lungo tem-po in ginocchio a pregare per quelli che erano in maggior pericolo di condanna. Chiamava Lucia e Francesco e do-mandava loro: "State pregando con me?" e aggiungeva: "Bi-sogna pregare molto per liberare le anime dall'inferno". Giacinta avrebbe voluto dire ciò che è l'inferno per allontana-re tutti dal pericolo di cadervici.

"Quanta compassione sento per i peccatori! Se potessi mos-trare loro l'inferno!"

E diceva a Lucia: "Io vado in Cielo; ma tu che rimani qui, di a tutti come è l'inferno, perché non facciano più peccati e non vadano là".

é stato certamente provvidenziale questo silenzio sull'infer-no, imposto ai veggenti a causa del segreto. Chi avrebbe creduto loro se avessero cominciato col parlare degli orrori dell'inferno?

Cristo dice nella parabola del ricco epulone che neppure ad un resuscitato che venisse dall'altro mondo a parlare dell'in-ferno, gli uomini avrebbero prestato attenzione.

Nei piani del Signore, questa parte dei Messaggio, che per 25 anni sarebbe stata nascosta, doveva esser creduto per la testimonianza della penitenza dei tre pastorelli. Essi com-presero mirabilmente la loro missione ed entrarono, con la più grande generosità, nella via del sacrificio per la conver-sione dei peccatori.

Quando Giacinta per mortificarsi non voleva mangiare, Lu-cia le diceva "Su Giacinta ora mangia..." "No; offro questo sacrificio per i peccatori che mangiano senza misura".

Era il sacrificio di non fare merenda, dandola ai poveri o agli animali, era il sacrificio di bere acqua sporca del pozzo op-pure di non bere acqua durante il mese di Agosto, era il sa-crificio di andare con una corda stretta ai fianchi e tante altre mortificazioni simili.

Ammalata andava a Messa e Lucia le diceva: "Giacinta, non ci venire, tu non stai bene, oggi non è domenica", risponde-va: "Non importa, vado per i peccatori che non ci vanno nep-pure alla domenica".

Per i peccatori Giacinta accettò la malattia, gli alimenti e le medicine che tanto le ripugnavano, il sacrificio di separarsi dalla famiglia e dai compagni e di andare negli ospedali, e perfino ciò che più la terrorizzava; l'idea di morire sola, come di fatto avvenne.

Tutto questo costituisce una ricchezza straordinaria della più pura spiritualità cristiana, che dovrebbe essere sempre più considerata e predicata nel nostro tempo così contrario alla croce del cristianesimo.

Oggi sembra che si comprenda sempre meno il valore della mortificazione che espia i nostri peccati e anche quelli degli altri.

é per questo che il Messaggio di Fatima ed il messaggio personale di ciascuno dei veggenti mi pare sempre più at-tuale.

Anche qui prudenza, non dobbiamo negare ad una bambina la capacità di penetrare nei misteri di Dio.

Ciò che si verificò con Giacinta ci pone davanti ad un proble-ma serio, la cui chiave si trova nel Vangelo, dove si dice che Dio ha rivelato ai piccoli ciò che ha nascosto ai sapienti. Fu dichiarata 'dottore della Chiesa' una giovane di 33 anni, che non ha mai studiato teologia, quando proprio molti teolo-gi moderni sono dichiarati ignoranti.

Caterina da Siena, assieme a Teresa d'Avita sono le prime 'Dottore della Chiesa'. Infatti Caterina - forse molti non lo sanno - era analfabeta, non sapeva nè leggere, nè scrivere; dettava. E dettò opere che ancora oggi sono meraviglia per i teologi, per l'esattezza della sua conoscenza.

Quando penso a questo fenomeno, mi sento commuovere e non so dire altro se non le parole di Gesù: "Ti ringrazio o Padre perchè hai nascosto queste cose ai sapienti e potenti di questo mondo e le hai rivelate ai piccoli".

Quanti sapienti nel 1917, al tempo di Giacinta,e in altri tempi: e Dio a questi sapienti dà soltanto una luce effimera di scien-za umana. Al fianco di questi, quanti piccoli ed analfabeti ai quali Dio concede tesori di scienza e di sapienza.

Non posso lasciare di parlare di una caratteristica peculiare della piccola Giacinta: cioè della sua devozione al Papa. In qualche aspetto essa potrà sembrare una ingenuità di bam-bini, per esempio quando domandava perché il Papa non poteva venire a Fatima, dove tante persone ci andavano. Una ingenuità, che in fondo fu una realtà il 13 maggio 1967 (13 maggio 1982 e 13 maggio 1991).

Per stabilire il legame di Fatima con il Papa, prima dei gesti personali dei Papi con Fatima, non è sufficiente ricordare la coincidenza della Consacrazione episcopale di Pio XII av-venuta il 13 maggio 1917; dobbiamo ricordare alcuni fatti ancor più misteriosi.

II primo è il riferimento diretto della Madonna alle sofferenze del Papa. Dopo la visione dell'inferno e dell'annunzio della fine della prima grande guerra, l'Apparizione diede il segno dei castighi che sarebbero, avvenuti se non avessero fatto quanto chiedeva.

"Quando vedrete una notte illuminata da una luce scono-sciuta, sappiate che è il grande segnale che Dio vi dà che punirà il mondo a causa dei suoi crimini con la guerra, la fame, la persecuzione alla chiesa e al Santo Padre... II San-to Padre dovrà soffrire molto..." Questa fu la comunicazione fatta ai pastorelli durante la terza apparizione.

A Giacinta dovevano esser state fatte personalmente altre due rivelazioni particolari, che Lucia così racconta:

"Un giorno... Giacinta mi chiama: - Non hai visto il Santo Padre? - No. - Non so come è stato, io ho visto il Santo Padre in una casa molto grande, in ginocchio davanti ad un tavolino con la te-sta fra le mani, a piangere. Fuori casa c'era molta gente, alcuni gli lanciavano pietre, altri lo maledicevano e dicevano parole brutte. Povero Santo Padre; dobbiamo pregare molto per lui..."

"In altra occasione... Giacinta mi chiama e mi dice: - Non vedi tante strade, tante vie e campi pieni di gente, che piangono dalla fame e che non hanno nulla da mangiare? E il Santo Padre in una Chiesa a pregare davanti al Cuore Im-macolato di Maria? e tanta gente a pregare assieme a lui?". Lucia ci comunica ciò in uno scritto del 31 agosto 1941.

In quella data quelle parole si potevano riferire alle sofferen-ze di Benedetto XV durante la prima guerra mondiale o a quelle di Pio XII durante la seconda.

Ma purtroppo queste sofferenze continuano ancora più ac-centuate in Paolo VI; sono le guerre, la fame e la contesta-zione di tanti cristiani, di tanti sacerdoti e perfino di qualche vescovo.

Uno degli ultimi sfoghi del papa fu nella omelia della cononizzazione di S. Maria de Soledade Torres Acosta, il 25 gennaio scorso (1970) che così diceva: "In quest'ora di tri-bolazione per la Chiesa e di amarezza per noi..."

Alla lettera non sono ancora stati lanciati sassi alla persona fisica del Papa, tutto il resto che Giacinta ha visto, è già av-venuto. II futuro lo sa solo Dio.

Ci conforta almeno una parola che la piccola veggente disse a Lucia in questa stessa occasione "In Cielo pregherò molto per te, per il Santo Padre, per il Portogallo, perché la guerra non arrivi qua e per tutti i sacerdoti".

Anche quest'ultima parola "per tutti i sacerdoti" meriterebbe la nostra attenzione, ma penso non sia ora il momento più indicato.

Io non posso indovinare la sorte che avrà il processo di beatificazione e canonizzazione di Francesco e di Giacinta. Sono stato giorni fa in San Pietro per assistere alla cerimo-nia dell'ultima canonizzazione di una santa, e ho chiesto a me stesso in quale misura il nostro tempo avrà ancora una vera sensibilità cristiana per gli esempi eroici dei santi.

La Chiesa continua a presentarceli come esempio, convinta che essi devono essere uno stimolo per gli uomini e le don-ne di tutti i tempi.

Viviamo in un'epoca difficile, non solo per le rivoluzioni so-ciali, per le guerre, per la fame.

La grande tragedia della nostra epoca è la perdita dei valori umani, naturali e soprannaturali.

In uno dei suoi sfoghi, quasi all'ordine del giorno, Paolo VI, giorni or sono, disse che i cristiani stanno perdendo la fede e il senso del sacro. Questa è la vera tragedia del mondo di oggi, assai più grave delle guerre, della fame, o meglio, sarà precisamente, la perdita della fede e del senso del sacro, la causa per cui ci sono ancora guerre e c'è tanta fame nel mondo.

Questa conferenza di Mons. Francisco Rendeiro è del 21 febbraio 1970. Oggi possiamo aggiungere il fatto del 13 maggio 1981: il terribile attentato contro la vita di Giovan-ni Paolo II.

Mentre la moltitudine a Cova de Iria, cantava lodi alla Santis-sima Vergine e pregava per il Santo Padre, che aveva invia-to uno speciale saluto ai pellegrini, in Vaticano il Papa Gio-vanni Paolo II riceveva tre criminose pallottole...

Il telegramma spedito dal Vaticano arrivò a Fatima quasi alla fine delle celebrazioni e fu letto dal Vescovo di Leiria: "Presente spiritualmente, il Santo Padre con tutti desidera unirsi alla Madonna Madre della nostra fiducia e Madre della Chiesa, per dirigersi a Cristo, Signore della storia dell'uomo e implorare che sulla stessa Chiesa discenda lo Spirito San-to e che sia sempre più vicina a tutti e a ciascun uomo, per portarli a incontrarsi con Cristo Redentore e a convertirsi a Dio, ricco in misericordia. Come pegno delle divine grazie invia a tutti l'Apostolica Benedizione".

L'Assemblea a Cova di Iria, con grande entusiasmo applau-dì e raccolse questo messaggio. In seguito fu letto il testo di risposta, redatto dal Cardinale Patriarca di Lisbona. Questo testo sarebbe giunto a Roma poco prima del criminoso at-tentato:

"Cardinali, arcivescovi, vescovi, sacerdoti, religiosi, centina-ia di migliaia di pellegrini del Portogallo e altre nazioni riuniti nel Santuario di Fatima, ringraziano commossi per il paterno messaggio e riconfortante benedizione apostolica, supplican-do alla Vergine di Fatima migliori grazie e benedizioni di Dio per l'Augusta Persona di Vostra Santità, promettendo viva comunione di fede, carità e sollecitudine pastorale".

Potrà forse il Papa soffrire ancor più di quello che Giacinta ha detto, e potrà essere più in comunione con Fatima di quel 13 maggio 1981?

Il primo anniversario di quell'attentato, Giovanni Paolo II è venuto a Fatima per ringraziare la protezione speciale di Dio e della Vergine Santissima:

"... E qui mi trovo, con voi, pellegrino tra i pellegrini, in questa assemblea della Chiesa pellegrina, della Chiesa viva, santa e peccatrice per 'lodare il Signore, perché è eterna la sua misericordia' (S. 135,1); personalmente, per cantare questa misericordia, poiché fu per la grazia del Signore che non sono stato annichilato; si, "Le misericordie del Signore non sono finite" (Lam 3,22)... In questo momento, qui nel San-tuario di Fatima, voglio ripetere già, alla presenza di tutti voi: Totus Tuus - "tutto tuo, o Madre!"

Il giorno 7 giugno 1997, Giovanni Paolo II ha solennemente benedetto la Chiesa-Santuario di Zakopane (Polonia), co-struita in rendimento di grazie per la protezione della Vergi-ne di Fatima al Sommo Pontefice. Nella sua omelia il Papa ha detto: "Qui onorate la Madonna di Fatima nella sua statua. Con la storia di questo santuario si unisce anche l'evento che ebbe luogo in Piazza San Pietro, il 13 maggio 1981. Sperimentai allora il pericolo mortale della vita e la sofferen-za, e al tempo stesso la grande misericordia di Dio. Per inter-cessione della Madonna di Fatima, mi fu ridonata la vita...

So che a quella preghiera della Chiesa in tutta la terra per il mio ritorno alla salute e al ministero di Pietro partecipava anche Zakopane... Allora nacque anche il progetto di costru-ire in questo luogo, ai piedi del monte Glewont, un santuario alla Madonna di Fatima, come voto di ringraziamento per la salvezza della mia vita. So che questo santuario, che oggi posso consacrare, venne costruito da tante mani e da tanti cuori uniti dal lavoro, dal sacrificio e dall'amore per il Papa. Mi è difficile parlarne senza commuovermi... Qui, insieme a voi, voglio ancora una volta ringraziare la Signora di Fatima per il dono della vita salvata, come feci a Fatima, quindici anni fa: Totus Tuus... "

Manca ancora conoscere la terza parte del segreto di Fatima. Si dice che Giovanni XXIII l'abbia letta e che abbia dato ordi-ne che rimanesse segreta questa parte ultima.

Vorrei affermare che questa parte non è necessaria sapersi. Noi sappiamo già abbastanza dalle prime due parti. Sappia-mo già ciò che il Signore vuole, sappiamo ciò che ci ha fatto dire dalla Sua Madre.

Sappiamo che il peccato è la causa dei castighi temporali ed eterni, sappiamo che la preghiera, la penitenza, il cambia-mento di vita, sono le vie indispensabili per la salvezza delle persone e del mondo.

Avremo l'umiltà sufficiente per fare attenzione alle parole ed agli esempi che ci vengono dai bambini come Francesco e Giacinta?

Ecco il problema!

Per terminare con una parola di ottimismo, mi permetto mo-dificare il testo evangelico e dire: "Se diventiamo piccoli come questi bambini, entreremo nel regno dei Cieli". 

IL MESSAGGIO DI FRANCESCO DI FATIMA

Mons Francisco Rendeiro OP,

ai pellegrini nel Santuario di Fatima il 13 aprile 1969

II 4 aprile 1919 morì Francesco Marto, il primo dei tre pastorelli a cui apparve la Madonna.

Dopo il cinquantenario delle apparizioni, celebrato ancora recentemente con la presenza del Santo Padre, siamo ora invitati a guardare, in maniera particolare, ai protagonisti di questi avvenimenti straordinari.

La celebrazione del cinquantenario della loro morte non sarà propriamente una esaltaziane delle loro virtù. Non possiamo prevenire il giudizio della Chiesa, a cui solo compete confer-mare, di maniera autentica, le virtù dei servi di Dio.

Ma finché la Chiesa non si pronuncia, ci sia permesso ammi-rare l'azione divina, che si manifesta nelle persone e negli avvenimenti.

Col Signore potremmo ripetere: 'Io Ti ringrazio, oh Padre, perché hai nascosto queste cose ai saggi e agi intelligenti e le hai rivelate ai piccoli'. (Mt. 11-25).

Oltre alla grazia delle apparizioni della Madonna, ammiria-mo nei pastorelli di Fatima meraviglie di vita interiore, che la grande maggioranza dei saggi non conosce.

Anche la Madonna disse di se stessa, nel cantico del Magnificat, che Dio pose gli occhi sull'umiltà della sua serva e fece in lei meraviglie; a Dio piace esaltare gli umili (Lc. 1, 48-52).

S. Paolo ripeterà la stessa affermazione dicendo: "Dio ha scelto quello che è pazzo per il mondo per confondere i sag-gi; quello che é debole per confondere i forti." (I Cor. 1-27). Fondati su queste numerose affermazioni della S. Scrittura, noi possiamo ricercare le meraviglie di Dio nell'anima dei piccoli, e innalzare inni di lode a Dio stesso, come ci invita il salmista quando dice: "Canterò eternamente le misericordie del Signore". (Salmo 88,2).

Gli avvenimenti di Fatima appartengono alla storia della sal-vezza del mondo, anche se nei ristretti limiti del loro condi-zionalismo. Ma da quando la competente autorità diocesana, dopo lungo studio, si pronunciò dichiarandoli degni di fede, noi possiamo dire, con grande fiducia, che veramente la Madonna apparve qui ai pastorelli di questi monti.

E' quello che affermano, con semplicità impressionante, i tumuli che in questa basilica conservano i resti mortali di due veggenti. Qui riposa Giacinta, qui riposa Francesco, a cui la Madonna apparve.

Approfittando la circostanza del cinquantenario della loro morte, ci intratterremo adesso per alcuni momenti a consi-derare, non tanto il fatto delle apparizioni, quanto il lavoro della grazia nell'anima di Francesco.

Francesco Marto è cugino di Lucia e fratello di Giacinta. Alla data delle apparizioni conta 9 anni, è un anno più giovane di Lucia e due più vecchio di Giacinta. Nell'insieme dei tre pur essendo l'unico maschio, ci appare in ultimo luogo, forse per il suo temperamento riservato e timido. Lucia, più vecchia e più sviluppata, è il capo gruppo; Giacinta, molto vivace ed amica di Lucia, si manifesta molto più del fratello.

Contrasto impressionante, Francesco, che poteva essere il capo gruppo, è l'ultimo; e in quei disegni misteriosi sembra il meno favorito dalla grazia: Lucia vede la Madonna e le par-la, Giacinta vede e intende, ma non parla; Francesco solo vede, non intende e non parla con la Madonna (dovrà per-tanto credere a quello che la cugina e la sorella gli confi-dano).

Più impressionante ancora è la differenza di trattamento del-la Madonna, in quel primo dialogo con Lucia:

- Anch'io andrò in Cielo? - Si, ci andrai.

- E Giacinta? - Anche lei.

- E Francesco?

- Pure lui, ma dovrà recitare molte corone.

Alle due bambine il Cielo e stato promesso incondizio-natamente; a Francesco è posta una condizione: dovrà reci-tare molte corone. Forse perché il piccolo era pigro a prega-re. Comunque sia, i disegni di Dio sono sempre meravigliosi. La condizione posta dalla Madonna ha il vantaggio di far immergere Francesco in uno stato di orazione profonda, e non solo di renderlo ripetitore meccanico delle formule del Rosario.

Questa situazione secondaria in cui egli si trova di fronte alle due bambine, questa apparente diminuzione nel trattamento della Madonna, è compensata da una grazia interiore, nien-te affatto inferiore a quella che ricevettero le sue compagne. Tentiamo penetrare adesso nel segreto di questa grazia che trasformò profondamente Francesco e lo maturò così in fret-ta, che in fondo è stato lui il primo a entrare in Cielo.

Notiamo, prima di tutto, che Francesco, sebbene sapesse che la sua entrata in Cielo fosse condizionata alla recita di molte corone, si mantenne ammirabilmente in uno stato di tranquillità e confidenza. Rimase convinto che entro poco tempo sarebbe andato in Cielo e ormai non faceva caso a nient'altro.

Si mostrò senza interesse nella scuola, non per quel disin-teresse naturale di alcuni bambini della sua età, ma perché pensava che conveniva piuttosto approfittare il tempo a far compagnia a Nostro Signore.

Quando gli domandavano sul suo futuro, quello che deside-rava essere un giorno, mostrava sempre lo stesso disinte-resse; perfino la prospettiva di diventare Padre non gli dice-va niente. Era convinto che avrebbe vissuto ancora poco tem-po, e perció pensava solo di andare al Signore.

Può sembrare strana questa maniera di affrontare la vita, in un fanciullo di 10 anni, pensando con tanta calma e tranquil-lità alla morte; non so se qualcuno sarebbe tentato a vedere nel fatto uno squilibrio psicologico.

Il piccolo era un montanaro sano, sani i suoi genitori e fra-telli; Francesco mostra in tutto un comportamento normale. Perciò il disinteresse che manifesta per le cose di questa terra ha una spiegazione molto semplice nel fatto di essere stato marcato dalle cose del Cielo. Il disinteresse per la scuo-la, il disinteresse per il suo futuro terreno, si spiega con la convinzione che fra breve salirebbe al Cielo.

Mi fa ricordare il grande dottore della Chiesa S. Tommaso d'Aquino, che nel pieno dell'età e del talento, a 49 anni, dopo una visione avuta durante la Santa Messa, cessò repentina-mente di scrivere e di dettare. E al compagno e segretario che gli domandava il perché, rispose: non posso; dopo quel-lo che ho visto, tutto il resto mi sembra paglia.

Nella spiritualità di Francesco di Fatima la nota dominante che si costuma rilevare, è la sua preoccupazione di consola-re Nostro Signore.

I pastorelli ricevettero da Dio una luce straordinaria sul mi-stero del peccato e il castigo eterno dell'inferno; loro videro le anime che si condannano, e furono invitati a pregare e a fare una penitenza riparatrice.

Questa visione li ha colpiti profondamente: da allora in poi la loro grande preoccupazione era la visione dell'inferno, non per la paura di cadervi, ma per carità verso i molti incauti che offendono Dio e si condannano. Le orazioni continue di que-sti fanciulli, i loro sacrifici enormi, con il digiuno, la privazione d'acqua in estate, la corda che li stringeva ai fianchi, e tante altre mortificazioni, sono tutte per impedire che le anime ca-dano nell'inferno.

La piccola Giacinta sopratutto sembra particolarmente im-pressionata per questa preoccupazione. Anche Francesco, ma nella sua spiritualità c'é un aspetto ancora superiore: è il desiderio di consolare il Signore oltraggiato.

Due episodi sono particolarmente rivelatori di questa spiri-tualità.

Un giorno che Francesco rimase a parte, Lucia gli domandò cosa stava a fare, ed egli rispose: "stavo a pensare a Dio che è tanto triste per causa di tanti peccati. Se io lo potessi consolare..."

E quando sarà moribondo, Lucia gli manderà le sue commis-sioni per il Cielo: "non ti dimenticherai di pregare molto las-sù per i peccatori, per il Santo Padre, per me e per Giacinta."

- Si, io pregherò, ma guarda, quelle cose chiedile piuttosto a Giacinta, che io ho paura di dimenticarmi quando vedrò No-stro Signore. E poi sopratutto Lo voglio consolare."Consolare il Signore! Sarà piccineria di bambino? Forse non mancherà chi interpreti così questa preoccupazione del pastorello.

Non dimentichiamo però che si tratta di un piccolo montana-ro, molto abituato alla vita dura. Ben lungi dall'essere un fan-ciullo delicato. Sensibilità sopranaturale, questo si.

Del resto la Teologia spirituale non ha difficoltà di spiegare questo fenomeno mistico. E' proprio uno dei più belli atteg-giamenti delle anime generose, colpite dalle profonde intui-zioni della grazia.

Il problema del peccato, ben concretizzato da Gesù nella parabola del figlio prodigo, non è appena una tragedia di colui che si allontana dalla casa del padre; è pure la tragedia dolorosa del padre che soffre l'allontanamento del figlio. Certamente il linguaggio umano ha difficoltà ad esprimere le realtà divine. Quando parliamo di Dio offeso dai nostri pec-cati, usiamo l'unico linguaggio in nostro potere. E' linguaggio umano, ma le realtà che esprimiamo sono divine.

Dio ci ha creati per farci felici, e la nostra felicità è la Sua felicità.

Quando ci allontaniamo da Lui col peccato, siamo noi i pre-giudicati, ma Lui rimane in una situazione analoga a quella del padre della parabola del figlio prodigo. Per mancanza di linguaggio migliore per esprimere questa realtà usiamo quello che abbiamo, dicendo che Dio Si offende e soffre per il no-stro allontanamento. E' questo il mistero dell'amore di un Dio che ci ama a tal punto da darci il Suo Figlio consegnandolo alla morte per salvarci.

Le anime grandi sentono pena della sorte dei peccatori e fanno di tutto per salvare i loro fratelli in pericolo di perdersi. Ma le anime veramente marcate dalla grazia dell'amore di Dio, si elevano di più, si preoccupano delle ripercussioni del peccato nel cuore di Dio, e cercano di consolare il Signore. Questo doveva essere il carisma di Francesco, più accen-tuato in lui che nelle sue compagne.

E se fu così, non ho paura di affermare che il piccolo veggente, situato in secondo piano nella storia delle apparizioni, colui che solo vedeva, non intendeva e non parlava, colui al quale l'entrata in Cielo è stata condizionata alla recita di molte co-rone, si elevò rapidamente alle maggiori altezze della spiri-tualità cristiana.

Francesco, ad appena 10 anni di età, facendo orazione e penitenza per la salvezza dei peccatori, per le anime che offendono Iddio, si sentiva attratto particolarmente dall'amo-re divino, e sua grande preoccupazione era consolare No-stro Signore.

Piccineria? domandavo io poco fa. Ma dove trovare il fonda-mento teologico di tale preoccupazione?

C'é nel Vangelo una delle scene più impressionanti: andan-do all'Orto degli Olivi il Signore scelse i tre apostoli più intimi perché vigilassero e pregassero con Lui; e loro si addormen-tarono. Ancor oggi le anime pie amano far compagnia al Si-gnore, ricordando in ispirito l'agonia dell'Orto. E Pascal dis-se che il Signore sarà in agonia fino alla fine del mondo.

La misura dell'eternità è differente da quella del tempo. Noi che viviamo nel tempo contiamo l'agonia a una distanza di quasi due mila anni; ma per il Signore il tempo non passa: è sempre presente, è sempre oggi. Per Iddio (e non dimenti-chiamo che Gesù é il Figlio di Dio fatto uomo) l'ora dell'ago-nia è l'ora del peccato, dura sempre, dura almeno dal pecca-to di Adamo fino al peccato dell'ultima creatura umana.

I nostri peccati sono adesso presenti a Gesù che agonizza e muore sulla croce, con la presenza dell'eternità, sono pre-sente e non futuro; e per noi l'agonia e la morte di Cristo non è passato, è presente: Cristo continua in agonia fino alla fine dei tempi.

Ma anche la riparazione delle anime buone entra nello stes-so conteggio del tempo e dell'eternità.

I tre apostoli che dormivano nell'Orto, non erano soli. Con loro c'erano tutte le anime buone, più o meno coscienti, più o meno sveglie, a far compagnia a Gesù agonizzante.

è questo il senso della riparazione che noi possiamo fare ora,con una attualità di presenza che si eleva al di sopra del tempo e assume le caratteristiche dell'eternità.

I pastorelli di Fatima non avevano studiato teologia, ma vi-vevano illuminati dai doni dello Spirito Santo. Non è neces-sario saper teologia per arrivare all'intuizione che, se il pec-cato offende Dio, il bene Lo conforta.

Questa é la grande lezione di Francesco Marto.

Se non ci avesse insegnato nient'altro il piccolo veggente, questa era una delle maggiori lezioni che ci poteva dare. Chiediamo al pastorello di Fatima, che ci ottenga dal Signo-re la stessa grazia, lo stesso carisma di comprensione che lo invase, affinché noi pure possiamo innalzarci alle altezze della carità divina e sentire la stessa preoccupazione che sentì lui: Consolore Nostro Signore.

Questa è certamente la parte migliore.

Che la Madonna ci aiuti ad imitare il suo veggente.

"Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli" (Mt. 18,3).

Con queste parole "Gesù esalta il ruolo attivo che i piccoli hanno nel Regno di Dio; sono il simbolo eloquente e la splen-dida immagine di quelle condizioni morali e spirituali che sono essenziali per entrare nel Regno di Dio e per viverne la logi-ca di totale affidamento al Signore. Si deve riconoscere, inol-tre, che anche nell'età dell'infanzia e della fanciullezza sono aperte preziose possibilità operative sia per l'edificazione della Chiesa che per l'umanizzazione della società" (Giovanni Paolo li, Adh. Apost. Christifideles Laici, 47, del 30 dicembre 1988). I fanciulli, infatti, in quanto partecipi dell'ufficio di Cri-sto sacerdote, profeta e re, sono chiamati ad avere parte attiva nella vita e nell'azione della Chiesa e, secondo le pro-prie forze, possono essere veri testimoni del Signore Gesù (cf. Conc. Ecum. Vat. II, Decreto sull'apostolato dei laici Apostolicam Actuositatem, 12).

Tale missione, che affonda le sue radici nel sacramento del Battesimo, è stata svolta egregiamente anche dai Pastorelli Francesco e Giacinta Marto, i quali, corrispondendo senza riserve alla grazia divina, raggiunsero rapidamente una gran-de perfezione nell'imitazione di Cristo e volentieri spesero le loro brevi esistenze nel rendere gloria a Dio e nel cooperare alla salvezza delle anime, tramite la fervorosa preghiera e l'assidua penitenza. Ci sembrano, perciò, ben appropriate le parole della Sapienza: giunta in breve alla perfezione ha com-piuto una lunga carriera (cf. Sap. 4,13).

Con queste parole il Sommo Pontifice Giovanni Paolo II ha affermato, il 13 maggio 1989, che i due bambini hanno eser-citato in maniera eroica le virtù teologali, cardinali e altre, e ha loro concesso il titolo di Venerabili. La loro santità è stata riconosciuta ufficialmente e a partire da questa data essi potevano essere venerati particolarmente come santi.

Ma perla venerazione pubblica è necessaria la Beatificazione. Perché questa avvenga, il Codice di Diritto Canonico, art. 26, prescrive un miracolo scientificamente approvato, realiz-zato per intercessione dei Servi di Dio.

"In vista della beatificazione, la Postulazione ha sottoposto all'esame della Congregazione delle Cause dei Santi una presunta guarigione miracolosa, attribuita alla loro interces-sione. Il caso riguarda Maria Emilia Santos, portoghese, la quale nel 1946, quando aveva sedici anni, cominciò a soffri-re di febbre reumatica con lieve difetto deambulatorio. Due anni dopo ebbe dolori più forti alle gambe con perdita dei movimenti. Sospettandosi la presenza di un processo infiam-matorio vertebro-midollare di probabile natura tubercolare, venne sottoposta ad un intervento chirurgico alla colonna vertebrale, ma senza successo poiché non riuscì a cammi-nare per i forti dolori agli arti inferiori. Presso l'università di Coimbra subì un secondo intervento. La situazione si aggra-vò ulteriormente per il costituirsi di una paraplegia completa agli arti inferiori. Maria Emilia rimase distesa su di un duro letto, riuscendo a muovere solo la testa e le mani. Ricovera-ta nel 1978 nell'ospedale di Leiria per la comparsa di una sindrome febbrile non ben determinata, vi restò sei anni sen-za riuscire ad ottenere neppure una diagnosi precisa. Vista l'impotenza della scienza, dopo ventidue anni di immobilità la malata ricorse fiduciosamente all'aiuto divino per interces-sione dei Servi di Dio Giacinta e Francesco Marto. Il 25 mar-zo 1987 inaspettatamente la malata avvertì un calore ai pie-di e riuscì a mettersi seduta, cosa che le era impossibile da molto tempo. Il 20 febbraio 1989 riuscì ad alzarsi e a compie-re spontaneamente i primi passi senza dolore; in seguito camminò autonomamente.

Sulla guarigione, ritenuta miracolosa, la Curia di Leiria nel 1997 ha istruito una Inchiesta diocesana la cui validità giuri-dica è stata riconosciuta dalla Congregazione delle Cause dei Santi con decreto del 21 novembre 1997. La Consulta Medica del Dicastero, nella seduta del 28 gennaio 1999 al-l'unanimità ha dichiarato che la guarigione fu rapida, com-pleta, duratura e scientificamente inspiegabile. Il 7 maggio dello stesso anno si è tenuto il Congresso Peculiare dei Consultori Teologi e il 22 giugno successivo la Sessione Or-dinaria dei Padri Cardinali e Vescovi, essendo Ponente della Causa l'Emmo. Cardinal Andrea Maria Deskur. In tutti e due gli incontri, sia dei Consultori come in quello dei Cardinali e Vescovi, posto il dubbio se si trattasse di un miracolo divino, la risposta è stata positiva.

Finalmente, fatta la minuziosa relazione di questi fatti al Som-mo Pontefice Giovanni Paolo II, dal Prefetto che pure ha fir-mato, Sua Santità, accettando i voti della Congregazione delle Cause dei Santi, ha ordinato che il decreto della riferita mira-colosa guarigione fosse promulgato.

Avendo realizzato quanto sopra detto, convocati in data odier-na il Prefetto, il Cardinale Ponente della Causa, lo stesso, vescovo Segretario della Congregazione, e tutti gli altri che sono soliti essere invitati, in loro presenza, il Beatissimo Pa-dre ha dichiarato: Consta che si tratta di un miracolo operato da Dio, per l'intercessione dei Servi di Dio Francesco Marto, bambino, e Giacinta Marto, bambina, cioè, la guarigione re-pentina, completa e duratura di Maria Emilia Santos da una "paraplegia da probabile mielite trasversa, della durata di circa 22 anni, in assenza di patologia psichica".

Sua Santità ha anche voluto che questo decreto fosse pub-blico e trascritto negli atti della Congregazione delle Cause dei Santi.

Dato in Roma, il giorno 28 del mese di giugno dell'anno del Signore 1999

José Saraiva Martins, Arcivescovo Tit. di Tubumica, Prefetto Edoardo Nowak, Arcivescovo Titolare di Luni, Segretario 

EPILOGO

"Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti" (1 Cor 1,27).

Questa frase di S. Paolo sul messaggio e la stoltezza della Croce, e come questa si presenti agli occhi del mondo, si trova nel seguente contesto:

"Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non vi sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è de-bole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio" (1 Cor,26-29).

In questo turbolento secolo XX Dio ha parlato per mezzo di uomini scelti come profeti. Sono in gran numero, ma citere-mo i più conosciuti: i Papi di questo secolo, con il loro appello a favore della pace, della libertà e dei diritti umani, coloro che hanno cercato Dio, come la martire Edith Stein, l'aposto-lo della preghiera P. Pio e Madre Teresa.

A lato di questi grandi nomi, ancora all'inizio del secolo, ap-paiono anche i Pastorelli di Fatima come protagonisti di un grande messaggio che ci hanno trasmesso con la parola e con la testimonianza della loro vita santa.

Anche a loro si applica la frase di S. Paolo: "Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti".

11 messaggio che questi bambini hanno ricevuto non è solo una rivelazione particolare per la santificazione di qualcuno. Al contrario, si tratta di un messaggio per tutto il popolo di Dio, per il mondo intero, con la previsione di avvenimenti di straordinaria portata politica. Oggi constatiamo che molte delle profezie del 1917 si sono compiute, dopo aver accetta-to gli avvisi di Fatima, e di aver forzato il Cielo con preghiere, molte volte contro tutte le speranze.

Tale messaggio è stato affidato a dei bambini ancora nella prima decade della loro vita, senza saper leggere né scrive-re, il che pareva una stoltezza agli occhi di molti uomini. Pen-siamo alle parole di Gesù: `Ti benedico, o Padre, Signore del Cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli" (Mt 1 1,25).

Si è tentato molte volte di spegnere il fenomeno Fatima spie-gandolo come psicologia infantile. Anche la Chiesa che, con grande sobrietà e rigore, esamina avvenimenti di questo genere, ha avuto un lavoro difficile. Intanto il messaggio di Fatima si è sparso e si è reso, col decorrere degli anni, un importante impulso per la vita della Chiesa in tutto il mondo. Ringraziamo il Santo Padre di aver sminuzzato con coraggio il tema "Cielo, inferno e Purgatorio", nell'udienza generale del 28 luglio 1999, nella quale disse:

"Ricorrendo ad immagini, il Nuovo Testamento presenta il luogo destinato agli operatori di iniquità come una fornace ardente, dove è «pianto e stridore di denti» (Mt 13,42, cfr 25,30.4 1), oppure come la Geenna dal «fuoco inestinguibile» (Mc 9,43)".

In modo narrativo è anche la visione dell'inferno dei Pastorelli, che si deve interpretare in forma corretta.

Il Papa continua: "Esse indicano la completa frustrazione e vacuità di una vita senza Dio. L'inferno sta ad indicare più che un luogo, la situazione in cui viene a trovarsi chi libera-mente e definitivamente si allontana da Dio, sorgente di vita e di gioia...

La "dannazione" non va perciò attribuita all'iniziativa di Dio, poiché nel suo amore misericordioso non può volere che la salvezza degli esseri da lui creati. In realtà è la creatura che si chiude al suo amore. La "dannazione" consiste proprio nella definitiva lontananza da Dio liberamente scelta dall'uomo e confermata con la morte che sigilla per sempre quell'opzio-ne. La sentenza di Dio ratifica questo stato".

Con queste parole il Papa sottolinea l'importanza straordi-naria per il nostro tempo, di questa visione dei Pastorelli, adattata alla loro giovane età e formazione religiosa.

E il Papa termina: "Per noi, esseri umani, questa vicissitudine, suona come avvertimento: è appello continuo a evitare la tragedia a che il peccato porta, a modellare la nostra esi-stenza su quella di Gesù, che si è svolta nel segno del 'si' a Dio".

Davanti a queste parole della Suprema Autorità della Chiesa ancor meglio comprendiamo quello che per i "cristiani mo-derni" pare molto strano e perfino una stoltezza, i sacrifici di ogni giorno dei Pastorelli per riparare le offese a Dio da parte degli uomini, che si trovano in pericolo di separarsi eterna-mente da Dio. Comprendiamo ora meglio la preoccupazione per la sorte dei peccatori della piccola e tanto sensibile Giacinta e la tristezza di Francesco per le offese alla santità e all'amore di Dio del "no" di tanti uomini al Suo invito amoro-so, che lo ha portato a consolare Dio.

La Chiesa ha deciso di ratificare il cammino convincente di santità dei due Pastorelli.

La loro beatificazione sarà la prima in bambini di questa età, sarà anche un grande onore per i bambini di tutto il mondo che si affidano seriamente alla volontà di Dio, alla loro tene-ra età.

Pensiamo alle parole del Signore: 'In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei Cieli" (Mt 18,3).

Possiamo stare tranquilli che il messaggio di Fatima, che tanto ha influenzato la Chiesa ed il mondo in questo finale del secondo millennio, continuerà a farlo anche nel nuovo millennio.

Le grandi solennità dell'Anno Santo del 2000 non ci devono ingannare riguardo alla situazione del cristianesimo in una Europa, una volta cristiana, ed oggi tanto precaria. A ragione ci invita il Papa ad una rievangelizzazione dell'Europa.

Il ritorno alla fede ed alla Chiesa non si fa, solo, con pro-grammi pastorali di azione, di cartelloni o di televisioni. Sap-piamo dal messaggio di Fatima dell'importanza che ha la pre-ghiera quando si vuole raggiungere qualcosa di grande, e del cammino di riparazione, nome praticamente sconosciuto nel nostro mondo.

Sforziamoci di scoprire il grande valore della riparazione nel-l'economia della salvezza. La riparazione ci lega all'opera redentrice del Salvatore e conduce al Corpo di Cristo, che è la Chiesa, nuove forze, più necessarie oggi che allora. La Chiesa del terzo millennio ha per questo una grande mis-sione.

Con fiducia nella potente assistenza della Madonna del Ro-sario che, come Madre della Chiesa, accompagna il popolo di Dio e che il Papa Pio XII ha chiamato "Vincitrice in tutte le lotte di suo Figlio"possiamo senza paura entrare perla porta del Nuovo Millennio.

Non ci scandalizziamo se tra i suoi santi la Chiesa ci presen-ta bambini come Francesco e Giacinta, i Pastorelli di Fatima, scelti da Dio con straordinario amore, come "deboli per con-fondere i forti": Dio accompagnerà gli uomini nel loro cammi-no, anche nel Terzo Millennio.

Guardando al passato ed al futuro ricordiamo la meraviglio-sa preghiera della liturgia pasquale: "Dio, i Vostri antichi pro-digi illuminino anche i nostri giorni".