IN MEMORIA DI SUOR LUCIA
breve
profilo biografico
Suor
Maria Celina di Gesù Crocifisso, OCDEdizione
Carmelo di Coimbra Segretariato dei Pastorelli
Imprimatur
Coimbra,
9 maggio 2005
+
Albino Cleto, Vescovo di Coimbra
Edizione
Carmelo di Coimbra Segretariato dei Pastorelli
©
Carmelo di Coimbra
Lucia
Rosa - questo il suo nome,
Nome
che sa di profumo e di luminosità!
Fu
fiamma ardente, fu giardino,
Donando
il buon odore di Cristo all'umanità!
Una
Luce che ha brillato sino alla fine
E
Rosa verginale di carità!
Cuore
umano di Serafino,
Nascosto
sotto i veli dell'umiltà!...
Lucia
Rosa! Nome che parla di fuoco e di spine!
Che
lei abbracciò lungo il suo cammino,
Portando
con pace la croce che le fu data!...
Splende
ora nella Luce dell'Eternità!
È
scintilla perduta nella Trinità!
Un
Fiore di Maria Immacolata!
«In
tutti i Monasteri, vi sia un libro nel quale vengano annotati i nomi delle
religiose defunte della casa e il loro profilo biografico».
«Alla
morte di una religiosa, se ne darà notizia al Preposito Generale, al proprio
Ordinario e ai Monasteri, con i quali si è più in relazione». (Cost. n° 101)
È
per assolvere a questo punto delle Costituzioni che scriverò una breve nota
biografica su Suor Maria Lucia di Gesù e del Cuore Immacolato, il cui nome di
battesimo era Lúcia Rosa Santos. In futuro, vi sarà chi, essendone
all'altezza, si proporrà di scriverne la biografia, con il lustro che merita.
Per quanto mi riguarda, riferirò semplicemente il ricordo che conserviamo di
lei, frutto di questi anni in cui ci è stato dato di vivere la stessa Regola e
sotto lo stesso tetto, condividendo la bellezza e anche la croce della vita
comunitaria.
Posso
dire che abbiamo vissuto a fianco di una Santa in cammino - come lo sono tutte
le altre Suore - impegnata nello sforzo quotidiano della ricerca del più
perfetto, e nell'accettazione umile delle piccole imperfezioni che nella vita
sono inevitabili.
Non
era una santa già fatta e da altare. Come Maria di Nazareth, ha cercato di
trasformare in gloria tutto ciò che aveva ricevuto per grazia. In questo
consiste la santità: far rendere al massimo i talenti che Dio affida ad
ognuno e accettare con umiltà il nostro essere deboli e peccatori.
A
Suor Maria Lucia venne affidato l'incarico di consegnare al mondo un Messaggio
del Cielo. E Dio sa autenticare i suoi messaggi, non con la sapienza e la
scienza del mondo, ma con la debolezza e la piccolezza degli strumenti che usa.
Così, la Signora del Messaggio venne dal Cielo per parlare a tre bambini che
non sapevano nemmeno leggere, e che neppure sapevano ciò che avveniva nel
mondo!
Non
avevano mai sentito il nome Russia! .... Per questo, parlando tra loro,
perplessi di fronte a quel nome sconosciuto, Francesco disse: «Sarà l'asina
dello zio J'equim?!...»
-
si chiamava "russa"! - al che Lucia, con maggiore cognizione,
rispose: «Io penso che sia una donna molto cattiva! ... ». Fu così, con
questa purezza di sorgente di montagna, con questa verginità di elementi
umani, che venne ricevuto e trasmesso il Messaggio del Cielo.
L'itinerario
di Suor Lucia non fu facile. Quando si viene scelti da Dio, si deve sempre
mettere in conto la croce, che è il Suo sigillo, il Suo emblema. Non appena
ebbero inizio le Apparizioni, la piccola Lucia vide trasformarsi la sua vita.
Avendo udito lei stessa dalla bocca del Parroco che era opera del demonio,
ormai decisa a non tornare all'appuntamento fissato, diceva ai cugini: «Io là
non ci torno!... Dev'essere proprio il demonio! In fin dei conti, non c'é più
stata gioia né pace in casa mia!...». E Giacinta cercando di confortarla: «Ma
il demonio è molto brutto e quella Signora è tanto bella!!! ... ». Giacinta
fu l'angelo di luce, in quel momento di oscurità della cugina, che alla fine
vinse i dubbi e si ripresentò all'appuntamento.
Che
differenza avvertiva ora nell'ambiente familiare, dove prima era una bambina
coccolata da tutti, essendo la più piccola di sette figli!... Pur essendo
passati molti anni, pareva che Suor Lucia provasse ancora nel cuore la
sofferenza che conobbe in seguito alle Apparizioni. In casa, tutti risentirono
delle privazioni e delle prove che questo avvenimento aveva loro arrecato,
tuttavia Lucia veniva additata come la colpevole principale! Quello che la
faceva soffrire di più era il fatto di essere ritenuta una bugiarda!...
Più
tardi, si aggiunse la sofferenza della separazione dalla famiglia e dalla sua
casa. Siccome la madre pensava che, se non ci fosse stata Lucia in casa,
"tutto quello" sarebbe finito, era disposta a lasciarla andare a
vivere presso le signore che glielo proponevano. Il padre, per alcuni giorni, la
lasciava andare, ma in modo definitivo, no. Dopo che questi morì, la madre
permise subito che Lucia si trasferisse a Lisbona, dove rimase per un certo
tempo in casa della signora Assungào Avelar, che la volle trasformare in una
bambina di città... La affidò alle cure di una "Miss", per educarla
e insegnarle i modi eleganti, ben diversi dal suo modo di essere, lei che si
sentiva tanto a suo agio accanto ai bambini della Serra d'Aire, o nel seno della
sua famiglia tanto amata! Ci raccontava, con molto umorismo, il disagio in cui
la mise quella tal "Miss", un giorno di visite importanti. All'epoca,
aveva tredici anni. Il suo corpo, abituato a muoversi liberamente,
improvvisamente si vide stretto in un corsetto che la soffocava! La
"Miss" le fece una toilette molto accurata prima di scendere in sala
da pranzo. Nello scendere le scale, in silenzio, pensava a come Davide, quando
Saul lo rivestì della sua armatura, «non poteva camminare con tutto
quell'equipaggiamento, perché non era abituato! ... » (cf 1 Sani 17,39).
Dopo
i saluti, si sedettero a tavola. Tra i presenti si trovavano Mons. José Alves,
Vescovo di Leiria, e il Canonico Formigào. Seduta, si sentiva ancora peggio!
Quel corsetto non la lasciava respirare e... come pensare di poter mangiare?...
in silenzio, eludendo la sorveglianza della sua educatrice e dei signori che
stavano a tavola, scivolò dalla sedia e, abilmente, uscì dalla sala. Nessuno
la seguì, poiché supponevano che uscisse per tornare, come del resto
avvenne. Solo che si ripresentò diversa!
Nella
sua stanza, dove era arrivata ansimante, si era tolta quei vestiti stravaganti
e quel malaugurato corsetto ed era tornata a vestire gli abiti che aveva portato
da Fatima. Si mise in testa il cappellino di velluto con le piume colorate, che
la mamma le aveva comprato a Lisbona, e così si ripresentò, raggiante, nella
sala. Con naturalezza, andò a sedersi al suo posto, finalmente pronta per
mangiare. La "Miss", molto sorpresa e un po' irritata, le chiese: «Signorina,
cosa è andata a fare?! ... ». Risposta pronta: «Mi scusi, ma così non potevo
mangiare! Così stretta come ero, ho visto stringere solo la sella dell'asina
da mia madre!!!». Vi fu una risata generale. Dalla casa della Signora Avelar,
ritornò, poi, da sua madre, poiché si era diffusa la voce che l'avevano
fatta sparire.
Passato
un certo tempo, e su richiesta di Mons. José Alves, Vescovo di Leiria, la madre
acconsentì alla sua uscita definitiva da casa per entrare all'Istituto Van
Zeller, a Vilar, presso Porto, come educanda - questo era un Istituto diretto
dalle Suore Dorotee. Qui cominciarono a chiamarla Maria das Dores (Addolorata),
perché non la identificassero. Suor Lucia aveva un buon ricordo di questo
periodo e ne parlava molto bene. Durante questo periodo, varie alunne
dell'Istituto furono colpite da un'epidemia di influenza, che le mise in
pericolo di morte. Il caso era così serio che la Superiora della casa si
ritenne in dovere di consigliare alle bambine di ricevere l'Unzione degli
Infermi - a quel tempo si chiamava Estrema Unzione. Una di loro, però, si
rifiutava di ricevere questo Sacramento. Allora, la Superiora, con molta
delicatezza, le disse: «Ebbene, Miquelina, non vuoi andare in Cielo? Se questa
fosse la volontà di Dio... ». La piccola rispose quasi gridando: «In Cielo ci
voglio andare, ma voglio andarci viva!». E, di tutto il gruppo, fu lei l'unica
a morire, essendosi aggravata, mentre le altre migliorarono. Quando vi fu il
funerale, Maria das Dores stava già abbastanza bene. Passando dalla portineria,
incontrò la mamma di Miquelina che piangeva. Si avvicinò e cercò di
consolarla. La povera mamma, dopo aver ascoltato le sue parole di conforto, le
disse: «Soffro molto per la morte di mia figlia... ma adesso piango, perché
non ho i soldi per tornare a casa!». Allora, in uno slancio di carità, Maria
das Dores si tolse i grandi anelli (così li chiamava) che portava alle
orecchie, che aveva portato da casa sua, e li consegnò alla povera donna
dicendo: «Vada da un orefice e li venda per avere il denaro per il viaggio».
Possiamo immaginare come quella povera madre le rimase sempre riconoscente. Di
questo episodio della sua giovinezza, Suor Lucia serbò sempre un dolce ricordo.
Fu
sua tutrice la signora Maria da Conceigào, persona di assoluta fiducia del
Vescovo di Leiria. In casa di questa signora, Maria das Dores strinse
un'amicizia che sarebbe durata tutta la vita: l'amicizia con la signora Maria
Eugenia Pestana de Vasconcelos. Erano come sorelle. Quasi della stessa età,
passarono insieme molto tempo, soprattutto il periodo delle vacanze a Braga,
presso la tenuta della Formigueira. Vi trascorrevano giorni in gioiosa
compagnia, cantando, giocando a carte o intrattenendosi in buone conversazioni
con altri giovani. Suor Lucia ricordava come erano edificanti le conversazioni
dell'allora giovane Bernardo de Vasconcelos, il quale pure si associava a questo
gruppo durante il periodo delle vacanze. Più tardi, entrò nell'Ordine di S.
Benedetto, dove morì in concetto di santità.
Le
visite, a cavallo, che facevano al "Buon Gesù" ', rimasero
indimenticabili per Suor Lucia. La signorina Maria Eugenia, però, aveva molta
paura e sceglieva l'asinello più piccolo, portando con sé una domestica
affinché la scortasse. Maria das Dores sceglieva invece il cavallo più
possente e saliva al galoppo verso il Santuario, mentre l'amica rimaneva
atterrita gridando: «Guarda che cadi!». Lucia ritornava indietro e,
trovandola quasi nello stesso punto, le dava della "fifona", e via si
lanciava di nuovo al galoppo.
Fu
qui, presso la tenuta della Formigueira, nella cappella della casa, che, il 24
agosto 1925, Maria das Dores ricevette il Sacramento della Cresima, che le venne
amministrato da Mons. José Alves. La mamma partecipò alla cerimonia e si
trattenne alcuni giorni, dal momento che la sua Lucia non era più tornata a
Fatima. Fu in quella circostanza che, dopo aver parlato a lungo col Vescovo,
accolse la richiesta della figlia di entrare nella vita religiosa. Nell'ottobre
di quello stesso anno, Maria das Dores partì per Pontevedra, dove cominciò il
Postulandato.
Alcune
volte ci aveva raccontato che, sentendo molta affinità con Santa Teresina,
aveva desiderato come lei di essere carmelitana. Ma i Carmeli, in Portogallo,
erano stati soppressi all'inizio del XX secolo, come tutti gli altri Ordini
religiosi. Le era anche venuta in mente una soluzione: imparare la lingua
francese e entrare nel Carmelo di Lisieux... Ma all'epoca non era facile
imparare una lingua! Siccome le Suore della Congregazione di Santa Dorotea si
dedicavano all'insegnamento, poterono rimanere in Portogallo come
"Maestre" - insegnanti. Fu con loro che Maria das Dores stabilì un
contatto più diretto, decidendo poi di prendere l'Abito in questa
Congregazione dove professò e visse per 27 anni, 25 dei quali in Spagna.
Arrivò
in Spagna senza conoscere lo spagnolo. Benché lo spagnolo sia una lingua molto
simile a quella portoghese, ha le sue differenze. All'inizio le capitarono
alcuni “incidenti”, ...delle vere barzellette, che poi ci raccontava con
molto umorismo. Quando era ormai Postulante, la prima volta che andò a
confessarsi, disse come poté i suoi "peccatucci" al Sacerdote che
non conosceva. Questi dopo averla ascoltata - non sappiamo se l'avesse capita
bene - le fece un'esortazione e, dopo averla assolta, la congedò affabilmente
dicendo «Vete en paz. Tus pecados quedan todos borrados! ». Maria das Dores
uscì dal confessionale con le mani sul volto, ridendo a crepapelle. La Madre
Maestra, che era presente in cappella, ne rimase molto sorpresa e andò a
interrogarla sulla causa di quel riso, dicendo: «Allora, che raccoglimento è
mai questo, dopo la confessione?!». La Postulante, con un po' di difficoltà,
spiegò che aveva riso perché il confessore le aveva detto una cosa molto
strana!... La Madre Maestra, tra il riso inevitabile, cercò di spiegarle il
significato che quell'ultima parola aveva nella lingua spagnola. Ciò non tolse
che il ricordo di questo episodio la facesse sempre ridere.
Una
volta, mentre serviva a tavola, una delle bambine del collegio le chiese della
"salsa". Immediatamente andò in cucina e ritornò portandole un
ciuffo di prezzemolo (in Portoghese, infatti, la parola "salsa"
significa "prezzemolo"), il che provocò una risata generale, poiché
in realtà la bambina voleva del "sugo"...
Di
episodi come questi, gliene capitarono molti altri... sono così tanti che si
potrebbe scriverne un libro di barzellette. Molti cercavano di vederla e di
parlarle, al che lei, se poteva, scappava, come al tempo delle Apparizioni. Una
volta, camminando per strada, incontrò alcune persone, dirette al convento,
che le domandarono dove si trovava il convento nel quale viveva la Veggente di
Fatima. Gentilmente, glielo indicò, ma li informò che a quell'ora la
Veggente non si trovava in casa, era uscita. Allora, nella speranza di poterla
vedere per strada, le chiesero come era... «Così come me», rispose, e proseguì,
con tutta naturalezza.
Qui
ebbe ancora problemi gravi di salute, a causa di una pleurite. Pensarono
seriamente che non avrebbe superato la malattia. Fu curata dal dott. Marescot,
che la operò, effettuandole un drenaggio che risultò efficace. Conservò
sempre un grato ricordo di questo medico. Per tutta la vita rimase molto amica
di una sua figlia, che le faceva visita annualmente.
Suor
Maria das Dores trascorse in Spagna il terribile periodo della guerra civile.
Con lei rimasero altre quattro Suore volontarie. Per un certo tempo, dovettero
vivere in soffitta, sorvegliate da un soldato, dato che la casa era stata
occupata da una guarnigione militare. Era lei che infondeva sicurezza nelle
compagne. Sembrava che la paura in quel cuore non potesse entrare! Era stato
loro ordinato di non uscire mai senza essere accompagnate da un soldato. Suor
Maria das Dores, senza tante cerimonie, quando aveva bisogno di andare nell'orto
a prendere qualcosa che le serviva, diceva alla sentinella: «Ho bisogno di
andare nell'orto. Se vuole venire con me, venga, in caso contrario io non ho
paura». E il soldato vi andava, per obbedire agli ordini. Un giorno, decise
di andare a Madrid per sapere come stavano le altre Suore, di cui non si avevano
notizie. Insieme ad un'altra Suora, approfittò dell'andata a Madrid di una
camionetta di militari. Inizialmente, la sua compagna di viaggio non era molto
dell'idea, ma vedendo il coraggio di Suor Maria das Dores, non osò
rifiutarsi. Suor Maria das Dores, durante il viaggio, fece cantare a tutti i
soldati il canto "Rosario da Aurora" (Rosario dell'Aurora), il che
fece affacciare a tutte le finestre le persone paurose, ma curiose di vedere
cosa stava succedendo... cosa incredibile a quel tempo!
Qui,
a Pontevedra e a Tuy, ricevette nuove visite della Madonna e di Gesù Bambino, a
completamento del Messaggio di Fatima. Nel 1946, tornò in Portogallo, per
andare a vivere presso il "Collegio di Sardào", presso Vila Nova de
Gaia. Per la prima volta, dopo tutti quegli anni, si recò a Fatima, per
identificare alcuni luoghi delle Apparizioni.
Durante
i due anni che trascorse presso il "Collegio di Sardào", vi collaborò,
nel servizio svolto con le educande, in qualità di Maestra di Lavori manuali,
per il qual incarico aveva molta perizia e competenza. Aiutava anche a badare
alle educande durante le ricreazioni. Ci raccontava che, di tanto in tanto,
facevano una passeggiata con le bambine, le quali, tutte in fila, andavano a
piedi fino al Monte della Vergine. Quando passavano per strada, vi era un gruppo
di ragazzini che le scortava marciando, e cantando: «Le Suore della Carità,
pum, pum, pum! Vivono nella casa gialla, pum, pum, pum... ecc. ecc.». Suor
Lucia non cantava il finale, che era volgare. Un giorno, invitò l'altra Suora,
che la accompagnava, a passare dall'altro lato, così che lei potesse salutarli
meglio... Quando la "fanfara" si avvicinò, ne acciuffò uno e gli
diede alcuni begli scapaccioni, al suono della loro stessa musica. Quel giorno,
finì la festa! In seguito, quando venivano per cominciare, e qualcuno di loro
identificava la Suora che gli aveva scosso di dosso la polvere, avvisava subito
i compagni dicendo: «No, queste no!».
Fu
dal "Collegio di Sardào" che uscì per entrare in questo Carmelo di
Santa Teresa, il 25 marzo 1948. Il passaggio non le risultò facile. Il
desiderio, che aveva avuto sin da ragazzina, veniva ora a riaffermarsi con
nuovo vigore: entrare al Carmelo, che in Portogallo ritornava a vivere... Non è
mai facile per una religiosa di voti perpetui lasciare l'Istituto in cui ha
professato per sempre. E Suor Maria das Dores non fece eccezione! Questo non per
cattiva volontà da parte dei Superiori; accade così, perché molte volte non
si tratta altro che di una tentazione e, per questo, è necessario essere sicuri
che sia volontà di Dio, è necessario averne delle prove, che la persona stessa
ha difficoltà a scoprire da sola.
Dopo
aver fatto domanda più volte, senza ottenere risposta, Suor Maria das Dores
scrisse a Papa Pio XII. Sua Santità ordinò all'allora Vescovo di Porto,
Mons. Agostinho de Jesus e Sousa, di disporre di permetterle di entrare in
Carmelo. Fu necessaria una seconda missiva del Papa, perché il Vescovo si
decidesse ad agire. Sorse poi la domanda: «In quale Carmelo entrare?». Il
Vescovo di Porto pensava che dovesse rimanere a Porto; il Vescovo di Leiria,
Mons. José Alves Correia da Silva, che dovesse andare a Fatima... Suor Lucia
non era propensa ad entrare in nessuno dei due - Fatima era troppo vicino al
luogo delle Apparizioni; Porto rimaneva troppo vicino alla casa in cui aveva
vissuto... La decisione rimaneva in sospeso. Suor Lucia avrebbe preferito
entrare al Carmelo di Viana do Castelo, dove era entrata anche un'altra Suora
Dorotea... Un giorno in cui il Vescovo di Coimbra si trovava malato, i due
Vescovi, già menzionati, gli fecero visita. Per "caso" entrarono in
argomento. Allora il Vescovo di Coimbra, Mons. António Antunes, fece da giudice
dicendo: «Non andrà né a Porto, né a Fatima! Viene a Coimbra e rimane a
mezza strada!». Concordarono e così pure Suor Lucia.
Dopo
aver pernottato presso la Casa dello Studente di via Filipe Simóes, il 25 marzo
1948, alle 5.30 di mattina, Suor Maria das Dores entrava nella clausura di
questo Monastero di Santa Teresa, prendendo il nome di Lucia - Suor Maria Lucia
di Gesù e del Cuore Immacolato, e la sua cella fu sempre dedicata al Cuore
Immacolato di Maria.
Entrò
così di buon mattino, per due motivi - su sua richiesta, per evitare di dare
nell'occhio, e per poter assistere alla cerimonia della Professione Solenne di
Suor Maria da Cruz, che avrebbe avuto luogo quella mattina alle ore 6. A
quell'epoca, la Professione era una cerimonia che si svolgeva in privato,
nell'intimità della Comunità, secondo la consuetudine introdotta da Santa
Teresa di Gesù. Con il Concilio Vaticano II, divenne un atto pubblico -
celebrato, quindi, in Chiesa.
Suor
Lucia, essendo di Voti Perpetui, non fece il Postulandato. Fissarono la data
della Vestizione dell'abito Carmelitano il 13 maggio, cerimonia che, nel suo
caso, venne pure celebrata in privato. A quel tempo invece, abitualmente, era
una cerimonia molto solenne. Ora, era vestita in uno dei modi in cui la Madonna
le si era voluta manifestare, il 13 ottobre 1917 - come Madonna del Carmine.
Le abbiamo sempre visto portare un grande amore a questo Abito.
Suor
Maria Lucia fece un anno di Noviziato canonico, dopo il quale, il 31 maggio
1949, fece la Professione di Voti Solenni, rimanendo ancora per un altro anno in
Noviziato, per consolidare la sua formazione di Carmelitana. Dopo questo
periodo, passò a far parte della Comunità. La sua cella fu sempre la stessa
e da lì volò al Cielo.
Quando
entrò al Carmelo, il Santo Padre Pio XII chiese alla Marchesa di Cadaval, la
signora Olga Maria Nicolis di Robilant Àlvares Pereira de Melo, di far visita a
Suor Maria Lucia con regolarità e di assicurarsi se aveva bisogno di qualcosa.
Questa signora ricevette il permesso di entrare in clausura e di visitare la
cella di Suor Lucia, concessione di cui, per delicatezza, non si avvalse
abitualmente. Il Papa dispose così, perché vi erano alcuni che dicevano che
Suor Lucia stesse passando privazioni. La Signora Marchesa fu una grande amica,
molto dedicata. Era Servita 3 e tutti i 13 del mese, alla fine del suo servizio
a Fatima, veniva a far visita a Suor Lucia, portandole i fiori della portantina
della Madonna e la corrispondenza estera, di cui faceva la traduzione. Questo
lavoro, dopo la morte della signora Marchesa, fu continuato con la stessa
dedizione dalla nipote, la signora Teresa Schdnborn. Questa amica, la signora
Teresa, fu l'ultima persona che Suor Lucia ricevette in parlatorio. La signora
le fece visita solo per sapere come stava. Non voleva che si affaticasse. Ma
Suor Lucia, con il suo profondo senso di gratitudine, disse: «È un dovere di
gratitudine! Vado!».
Quando
Suor Lucia entrò, questo Carmelo stava rinascendo. Le Suore erano tornate ad
abitarlo nel 1947. Per il fatto che era rimasto completamente danneggiato, la
ristrutturazione si stava compiendo lentamente. Con il suo temperamento
intraprendente e avvalendosi delle conoscenze e amicizie che aveva, Suor Lucia
ottenne molti aiuti a questo fine. Poiché diventava difficile riuscire a
ricostruire i muri della clausura che erano stati distrutti, per risolvere il
problema, chiese aiuto alla Madonna, promettendo di collocare una statua del
Cuore Immacolato di Maria nel giardino. I muri furono ricostruiti e la statua
del Cuore Immacolato di Maria è là, con i suoi due metri di altezza, a
ricevere, con il suo sorriso materno, le nostre visite. E ricevette le sue.
Finché le fu possibile, vi si recò a piedi, pregando il Rosario o cantando;
poi, in sedia a rotelle, e avendo ormai le mani libere dal bastone, le alzava
verso la Madonna, in atteggiamento di preghiera. Sul piedistallo di questa
statua, vi è ora un "azulejo" che ritrae i tre Pastorelli, così come
si presentano in una fotografia scattata al tempo delle Apparizioni. Vi fu
collocato in occasione del cinquantesimo di vita religiosa di Suor Lucia, il 31
maggio 1999. Fu per lei una sorpresa molto gradita. La statua, opera dello
scultore José Thedim, venne offerta dalla Marchesa di Cadaval.
Tornando
alla ristrutturazione di questo Monastero, i lavori furono compartecipati dallo
Stato. A questo fine, venivano al Carmelo un architetto e un ingegnere, per
prendere accordi su ciò che aveva bisogno di essere ristrutturato. La Madre
Priora si faceva accompagnare da Suor Maria Lucia, per indicare i luoghi che più
necessitavano di sistemazione. La scala principale presentava delle grandi
fenditure. A causa di ciò, le Suore vi cadevano spesso. Per questo, dall'alto
della scala, Suor Lucia spiegò che essa aveva bisogno di essere riparata,
perché era pericolosa... L' architetto ritenne che fosse ancora in buono
stato..., fece il primo passo per scendere e...scese più in fretta di quanto
non desiderasse! Finita la discesa, in posizione orizzontale - era andato giù
lungo disteso! - si alzò e concluse: «Ha proprio bisogno di essere sistemata!!!
». Suor Lucia ci diceva che in quel momento non sapeva come trattenersi dal
ridere e mostrare pena per l'incidente...
Come
Carmelitana, visse una vita normale - una tra le altre - mettendo in pratica il
motto "All'esterno come tutte; all'interno come nessuna!". Non era
molto robusta di salute, soffriva sempre di anemia, ma siccome aveva una grande
virtù, non si lamentava, né drammatizzava le situazioni. Sino alla fine,
affrontò le sofferenze fisiche senza drammi e persino con umorismo. Spesso,
soffriva di capogiri che chiamava "mareios", come si dice in spagnolo,
ma sapeva sdrammatizzare, dicendo che «la testa non faceva giudizio...»,
oppure che erano «le gambe che erano tonte! ... ». Quasi sin dall'inizio della
ristrutturazione di questo Monastero, fu medico di Suor Lucia e di tutta la
Comunità, il dott. Miguel Barata, di grata memoria. Era una persona che Suor
Lucia stimava molto. Era sempre disponibile per qualsiasi bisogno. Si definiva
il suo padrino, perché quando una volta Suor Lucia si trattenne presso la
"Casa de Saúde da Sofia" ("Clinica di Sofia"), le mise il
nome di Clara (ancora un altro nome!) perché non la riconoscessero.
L'assistette fino a quando, sentendosi ormai debilitato, chiese alla
"nostra" dottoressa di famiglia, la dott.sa Branca Paúl, sempre molto
disponibile, di sostituirlo.
Arrivando
al Carmelo all'età di 41 anni, Suor Lucia si trovava nel pieno delle forze.
Svolse diversi uffici, che eseguiva con perfezione. Fu Consigliera dal 1954
fino all'anno 2000, eccetto un triennio. Fu incaricata per vari anni di seguire
i lavori dell'orto; si prese cura con molto impegno e si può dire persino con
zelo degli alveari, avendo allo stesso tempo la responsabilità della dispensa e
di una parte del guardaroba. Riusciva ad arrivare a fare tutto questo, per la
sua grande capacità di lavoro e di ordine, sia interno che esterno. Ed era
edificante vederla, quando qualche Suora l'avvicinava, chiedendo la sua
presenza in un altro luogo: con tutta calma e senza mostrarsi infastidita,
lasciava quello che stava facendo e seguiva la Suora, per prestarle il servizio
richiesto. Se, mentre si trovava in cella alle prese con i suoi scritti, le
chiedevano qualcosa dal laboratorio, immediatamente si disponeva ad andare a
soddisfare la richiesta che le veniva fatta. Questo le fu possibile, finché fu
signora delle sue gambe.
Dava
molta importanza alla perfezione in tutto e a non perdere tempo. Era esigente,
quando occorreva. Nel periodo in cui fu incaricata della dispensa, e di
accordarsi per i pasti con le cuciniere, queste si mettevano in apprensione
quando si recava in cucina, perché esigeva che non ci fosse trascuratezza
nella preparazione degli alimenti, come consiglia nostra Madre Santa Teresa. Le
piaceva insegnare e per questo aveva un'abilità particolare. Metteva in pratica
bene quel versetto del libro della Sapienza: «Senza frode imparai e senza
invidia io dono ...» (Sap 7,13). Potei notare con che gioia si rese disponibile
ad insegnare la tecnica del ricamo a oro, lavoro in cui eccelleva. Valendosi di
questa tecnica, confezionò lavori meravigliosi; era un'arte che esigeva una
grande pazienza ed attenzione. Quando esaminava il lavoro di un'altra, senza scoraggiarne
il progresso, faceva sempre notare ciò che poteva essere migliorato.
Fu
lei ad insegnarci a fare i rosari e non era molto facile sentirle valutare con
un "buono" il nostro lavoro. Quando iniziavamo ad imparare, i primi
venivano sottoposti ad approvazione, fino a che ci dava il
"diploma". Questo lavoro che eseguiva con tanto amore, fu quello che
sempre, fino alla fine, persistette in voler fare. Le dita ormai deformate
dall'artrosi le rendevano difficile il maneggiare la pinza, ma volle sempre
portare con sé alla ricreazione la cesta del lavoro. Dal mese di marzo del 2004
fino alla morte, riuscì a fare tre misteri!... A volte la provocavamo dicendo:
«Allora, sta lì ferma e non lavora!». E lei rispondeva: «Non sto mancando,
perché la Santa Madre dice che durante la ricreazione si deve avere il lavoro
tra le mani!...».
Una
volta, un sabato sera, Suor Lucia chiese a nostra Madre di darle "carta
bianca", per poter preparare un pic-nic il giorno successivo - durante
l'estate a volte pranziamo in giardino, per ricrearci. Nostra Madre accettò e
lei disse che non vi voleva le novizie. Io ero novizia e, con la mia compagna,
chiedemmo alla Madre Maestra di darci dei veli neri per intrufolarci così nel
gruppo, senza farci riconoscere. Ma Suor Lucia scoprì la birichinata e ci
rincorse con un cucchiaio di legno. Era il 14 Settembre 1981. Come era felice di
poter fare delle sorprese e dar gioia alle Suore! Fu il suo commiato. Non tornò
ad occuparsi della cucina.
Così
visse, inserita con tutta naturalezza nella vita comune, fedele all'orario
integrale della Comunità, finché le forze glielo permisero, prendendo parte
con tutta l'anima alle gioie semplici, alle preoccupazioni o ai problemi che
visitavano la Comunità. Godeva solo di un'eccezione: quando la Comunità era
chiamata in parlatorio dai tradizionali nove rintocchi e da uno scampanio della
campanella, Suor Lucia non era obbligata a comparire come tutte le altre. Era
lei che decideva se doveva o meno presentarsi. Per quanto riguarda altre
visite particolari, come qualsiasi altra Suora, riceveva la famiglia e le
persone amiche. Al di fuori di questa prossimità, chi desiderava incontrarla
doveva ricorrere alla Santa Sede. Suor Lucia apprezzava molto le visite dei
familiari e si interessava di tutti con molto affetto.
Sarebbe
molto lunga la lista di coloro che durante i quasi 57 anni della sua vita di
carmelitana, visitarono questo Carmelo a motivo di lei! E lei dava sempre questa
spiegazione: « È per la Madonna che vengono!». Parlava, con la stessa
semplicità e sentendosi a suo agio, con un Cardinale, con un Principe o col
nostro giardiniere, quando, provvidenzialmente per lui, si incontravano
durante la sua passeggiata in giardino!... Per lei erano tutti fratelli, amati
dallo stesso Padre comune. Se non si rendeva disponibile a ricevere tutte le
visite, era per salvaguardare la sua vita di contemplativa, che richiede
solitudine e silenzio, vita di raccoglimento, per stare soli con Dio,
intercedendo per tutti i fratelli che, forse senza saperlo, hanno bisogno di
questo aiuto.
Tornando
ai suoi "uffici", quando era sagrestana aveva l'incarico di ornare e
pulire l'oratorio interno, dove si trova il Santissimo Sacramento. Perché non
le mancassero i fiori, aveva cura dei suoi vasi, che teneva al riparo nel
piccolo chiostro della sagrestia (nome pomposo che diamo a quello spazio).
La
rivedo ancora, con un grembiule a scacchi, tutta disinvolta, intenta a cambiare
la terra dei vasi di ciclamino, di cui aveva gran cura. Era molto contenta
quando le offrivano dei fiori. Dopo aver lasciato questo ufficio, chiedeva che
li mettessero alla Madonna. Per molto tempo, quando ormai non aveva altre
mansioni in Comunità, si incaricò di adornare la piccola nicchia all'entrata
dell'infermeria, dove si trova una statua bianca della Madonna. Con che amore e
cura lo faceva, sempre con fiori freschi. Ora, quando la portavamo con la
sedia a rotelle, desiderava sempre avere tra le mani un fiore da offrire alla
Mamma.
Compiva
il suo dovere con molta precisione e diligenza. Si potrebbe pensare che,
essendo stata ricolmata di grazie dalle tante esperienze straordinarie che le
furono concesse dal Cielo, vivesse sempre al di fuori di questa vita presente,
al di fuori della nostra orbita!... No. Come carmelitana viveva l'essenziale
della Regola, che ci ordina di «vivere in ossequio a Gesù Cristo» e di «meditare
giorno e notte la Legge del Signore», ma non si dispensava né era meno
diligente in ciò che le veniva affidato. Mentre lavorava, camminava raccolta,
in continua preghiera, con il cuore in Dio. Terminato il suo dovere, si
raccoglieva in cella o in laboratorio, dove si dedicava al suo personalissimo
ufficio di scrivere, rispondendo alle innumerevoli lettere, o scrivendo le sue
due ultime Memorie. Quando le donarono la macchina da scrivere elettronica - aveva
già più di 70 anni - non ebbe difficoltà nell'apprendere ad usarla. Si tratta
di una macchina computerizzata, che però non è stata mai collegata a internet.
Contrariamente a ciò che venne affermato, Suor Lucia non lavorò mai con un
computer, né visitò alcun "site". Un giorno la portammo a veder
lavorare al computer. Si dimostrò molto interessata, fece domande, ma alla fine
concluse: « È meglio la mia macchina!». Aveva già più di 94 anni...
A
80 anni fu operata alle cataratte dagli oftalmologi dott. Moreira Pires e dott.
Elias Cravo, medici che sempre l'assistettero con molta sollecitudine e
sincero affetto. Lei sempre li ricordava con molta gratitudine. Rimase ad
assisterla in questa specialità, dopo la morte del padre, la dott.sa Isabel
Cravo, a cui pure vogliamo manifestare il nostro riconoscimento per la totale
disponibilità con cui fu sempre pronta a qualsiasi sacrificio per prestarle
assistenza, così come per assistere tutte le Suore di questa Comunità.
Da
molti anni, come le aveva prescritto il medico, tutti i giorni faceva una
passeggiata in giardino, quando il tempo lo permetteva. Con questa passeggiata,
adempieva a due obblighi e a una devozione - obbediva al medico, pregava il
Rosario e faceva una visita alla statua della Madonna, che si trova in fondo
al giardino. E ne ricavava ancora un quarto beneficio... dava da mangiare ai
pesciolini, che chiamava così: "Belli! belli!". Ed essi salivano alla
superficie per cibarsi dei bocconcini che venivano loro offerti. A partire
dall'anno 2000, per risparmiarle le gambe ormai stanche, la portavamo in sedia
a rotelle, poiché questo tragitto a piedi le diveniva ormai faticoso. Questo fu
a partire dal mese di maggio. Dopo la Beatificazione dei Pastorelli, ritornò da
Fatima molto stanca, ma felice. Iniziò a lamentare dei dolori ad un piede.
Aveva camminato molto durante le visite che aveva fatto ai luoghi della sua
infanzia, e per le quali aveva chiesto licenza al Santo Padre. Perciò, si pensò
che avesse fatto qualche movimento brusco, o che fosse dovuto semplicemente alla
stanchezza. La visitò un ortopedico, il prof. Joaquim Rodrigues da Fonseca, che
le consigliò di usare durante un certo tempo una panciera, per alleviare il
dolore. Il dolore che sentiva al piede era provocato da un problema alla
colonna. Quando le portarono la panciera, Suor Lucia rimase molto sorpresa e
disse: «Ma insomma, mi lamento del piede e il medico mi prescrive di stringere
la pancia!?». Era di nuovo la storia del corsetto... Impiegò sei mesi a
ristabilirsi. Ma continuò anche in seguito a usare la sedia a rotelle per le
passeggiate in giardino; in casa, camminava sorreggendosi al braccio di una
consorella e usava il bastone che, come lei diceva, non serviva a niente! «Se
lo lascio andare, cade subito a terra! Allora, sono io che devo tenerlo su!
».
Frequentemente,
veniva sottoposta ad analisi cliniche, prescritte dalla nostra dottoressa,
sempre sollecita. Per effettuare queste analisi, contavamo sempre sulla pronta
disponibilità del prof. Matos Beja, così come anche dei tecnici del suo
laboratorio, sempre molto corretti e delicati. Sono state molte le visite che le
hanno fatto! Che Dio li ricompensi.
Più
o meno una volta all'anno, a meno che qualche sintomo sospetto rendesse
consigliabile qualche altro esame, faceva un elettrocardiogramma. Quando
ancora stava bene, si recava al centro di cardiografia del dott. Monteiro;
negli ultimi anni, le veniva fatto a domicilio, per la qual cosa siamo molto
grate, in quanto questa agevolazione le risparmiò molti sacrifici.
Sapeva
sempre sminuire ciò che poteva essere causa di qualche disagio o sofferenza col
suo senso dell'umorismo. Negli ultimi anni, acquisì un grande distacco, man
mano che il corpo diventava più pesante per la mancanza di forze. Sembrava che
i problemi di questa vita non la riguardassero più, ciò nonostante, si
interessava di tutto. Quando si parlava durante la ricreazione o durante le
riunioni comunitarie, voleva ascoltare tutto bene. Siccome era limitata dalla
mancanza di udito, voleva sempre avere la Priora vicino a sé, per rimanere più
vicina alla fonte di informazione. In questa fase, incominciammo a notare in
lei un notevole calo di memoria. Comprensibile, certo. Mi fu possibile
constatare, però, che per quanto si riferiva al Messaggio ricevuto dal Cielo,
la sua memoria rimaneva fresca. Poteva ormai confondersi un po' riguardo alcune
storie che ci aveva raccontato decine di volte e che ascoltavamo sempre con lo
stesso interesse, per l'espressività con cui le raccontava; per quanto riguarda
il Messaggio, però, non aveva difficoltà. A causa delle polemiche sollevate
da alcuni gruppi rimasti insoddisfatti dal testo della terza parte del
Segreto, rivelato nell'anno 2000, giunse un inviato speciale della Santa Sede,
per ascoltare di nuovo dalle labbra di Suor Lucia la conferma che non vi era
più nulla da rivelare. Le rivolse una domanda a cui non le parve necessario
rispondere in quel momento e perciò replicò: «Non mi sto confessando!».
Questo episodio rivela una grande lucidità e libertà e smentisce le affermazioni
di coloro che dicono che Suor Lucia «era comprata dal Santo Padre». No! Suor
Lucia aveva una personalità così libera, che non si sarebbe lasciata
comprare da nessuno, nemmeno dal Papa!
Il
fatto che si facesse tanta speculazione attorno al Segreto era per lei motivo
di sofferenza. Prima che fosse rivelato, era solita dire con un po' di
tristezza: «Se si impegnassero a vivere l'essenziale, che è già stato
detto!... si preoccupano solo di ciò che rimane da dire, invece di compiere ciò
che è stato richiesto, preghiera e penitenza!...». Dopo la rivelazione del
Segreto, cominciarono a diffidare riguardo l'autenticità del testo. Un giorno
le dissi: «Suor Lucia, vanno dicendo che vi è un altro segreto!». Mi rispose:
«Allora, se lo sanno che lo dicano! Io non ne conosco altri!... Ci sono
persone che non sono mai contente! Non facciamoci caso».
La
Beatificazione dei Pastorelli segnò una tappa importante nella vita di Suor
Maria Lucia. Fu una festa per il suo cuore! A partire da quella data, cominciò
a diventare più fragile, più dipendente, pur continuando a fare sempre tutto
quanto poteva, per evitare di "tenerci occupate". Si congedò dal Papa
e da Fatima! E sembra che entrambi accarezzassero il sogno di tornarvi...
Quando, ormai nel letto di morte, le pronunciavamo il nome "Fatima",
era commovente vederla rianimarsi. Questo nome le ricordava tante cose!!!...
Nel
2001, cominciai ad aprirle le lettere, per risparmiarle questo lavoro. Erano
tante! Poco dopo, cominciò a dire che si sentiva molto debole. Perciò, leggeva
le lettere, decideva a quali bisognava rispondere e me le consegnava perché vi
rispondessi con un suo biglietto. Fu così fino al 21 novembre 2004. A partire
da questa data, cominciai a leggerle le lettere e lei mi diceva a quali dovevo
rispondere. Durante l'ultima settimana, non gliele leggevo più, ma le dicevo
le intenzioni all'orecchio e lei accennava affermativamente col capo, gesto
col quale intendeva dire che affidava tutti al Signore.
Il
21 ottobre 2003, in occasione di una visita del nostro Padre Generale, il
reverendo Padre Luis Arostegui Gamboa, celebrammo in privato un'Eucaristia di
ringraziamento per i suoi 75 anni di vita consacrata al Signore nella vita
religiosa. Suor Lucia, infatti, aveva fatto la Professione di voti temporanei
a Tuy nell'anno 1928. Siccome avevamo dei lavori in corso in convento,
l'Eucaristia venne celebrata nel coro alto. Era molto felice e apprezzò molto
la presenza del nostro Padre Generale, presenza della quale ci onora molto
raramente. Al termine dell'Eucaristia, fece da "Madrina", durante la
benedizione di una statua di Gesù Bambino, che vuol essere la
rappresentazione dell'Apparizione di Pontevedra. Quando le chiedevamo se era così,
si stringeva nelle spalle senza dir parola ... chi a visto la Realtà, non si
accontenta mai di ciò che gli uomini riescono a realizzare!...
Proprio
durante la settimana in cui ricorreva il suo compleanno, allorché avrebbe
dovuto compiere 97 anni, Suor Lucia cominciò a lamentare dolori molto forti
alle gambe. A causa di questi dolori e dato che non riusciva quasi più a stare
seduta, non riusciva quasi ad alimentarsi. Il 22 marzo, la Messa era fissata
alle 11.30 e alle 11 eravamo ancora in dubbio se sarebbe riuscita a
parteciparvi o meno. Un'iniezione forte le fu di aiuto e passò abbastanza bene
il resto della giornata. Continuò a mantenersi più o meno uguale e sempre più
vincolata al letto, dove non sentiva i dolori. Per scherzo, la chiamavamo "dorminhoca",
cioè "dormigliona", al che, pronta, rispondeva, facendo rima, che
le "minhocas", ovvero i "lombrichi", vanno sotto terra.
Il
giorno di Pasqua, l' 11 aprile, si sentì ottimamente. La ricreazione del
mezzogiorno che passammo in giardino, accanto alla statua della Madonna, fu
molto gioiosa. Suor Lucia, quel giorno, era piena di vita, comunicando gioia a
tutte. Continuarono le crisi di dolore. Si fece di tutto per poterle dare
sollievo. Si fecero delle radiografie, ma non si venne a capo di nulla. Aveva,
sì, la colonna molto deformata e i dolori potevano dipendere da questo. Per
questi esami, come le altre volte, si prestava il prof. Gil Agostinho, che con
tutto il riguardo possibile ci riceveva al di fuori delle ore di servizio, per
permetterci di portare Suor Lucia in modo più discreto. Esprimiamo qui la
nostra gratitudine per tutto l'aiuto che ci è stato dato.
In
giugno, ebbe un peggioramento. Siccome ricorreva la celebrazione dei 260 anni
della fondazione di questo Monastero e lei non riusciva quasi più a rimanere
seduta, facemmo in modo che la celebrazione potesse aver luogo nella sua
cella. Il 17 giugno, quindi, nel pomeriggio, venne il Vescovo di Coimbra, Sua
Eccellenza Rev.ma Mons. Albìno Cleto, e celebrò l'Eucaristia nella sua
cella. L'anniversario di fondazione coincideva con l'anniversario della sua
uscita da Fatima, avvenuta 83 anni prima. A Suor Lucia piacque la
"festa" e ringraziò.
Fu
a partire dal 15 di questo mese, che incominciammo a rimanere con lei 24 ore su
24. Per non disturbare e, dato che faceva ancora affidamento sulle sue gambe, su
cui ormai non poteva più contare, non chiamava e per tre volte cadde. Allora,
risolvemmo di assisterla ininterrottamente. All'inizio, non sorrise molto o per
niente all'idea, soprattutto per quanto riguardava la notte. Preparammo un
calendario settimanale, dividendo le notti a metà, così che ognuna delle Suore
che rimaneva con lei potesse riposare per un certo tempo. Se il rimanere ad
assisterla comportava qualche sacrificio, diventava però anche gratificante per
la buona disposizione che vedevamo sempre in lei e che ci contagiava. Vi furono
notti in cui mi dovetti alzare per raccomandare il silenzio, poiché faceva
ridere le consorelle, soprattutto le più giovani. Ogni volta che si alzava
chiedeva dell'acqua, ma doveva essere fredda... Ora, quando la temperatura
cominciò a scendere, perché non la bevesse tanto fredda, tentavamo di
"imbrogliarla", aggiungendovi una goccia di acqua calda. Non appena la
assaggiava, restituiva il bicchiere e citava la Sacra Scrittura: «Non sei né
freddo, né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca» (Ap 3,16). «Rovinate
tutto!». Lo diceva tutta seria, ma con un volto birichino. Dopodiché non ci
rimaneva altro che darle l'acqua fredda. Al termine della ricreazione serale,
quando tornava in cella, chiedeva alla Suora infermiera: «Allora, chi rimane
oggi?». Avuta la risposta, concludeva sempre con aria scherzosa: «Oh, povera
me!». Ci sembra ancora di sentire la sua voce, ormai un po' roca, degli ultimi
mesi che chiamava: «C'è lì qualcuno?» E andavamo ad aiutarla. Era come un
bebè che tende le braccia fiduciose verso la madre che lo prende dalla culla.
Conserviamo l'immagine colma di tenerezza, del suo volto sorridente, senza
denti, che faceva pensare alla bambina che fu molti anni fa. Sì, era questa
piccolezza che vedevamo in lei. Non infantilismo, ma tornare ad essere bambini
evangelici: «Se non diventerete come i bambini....» (Mt 18,3).
Negli
ultimi tempi, viveva totalmente abbandonata nelle mani di Dio. Non si
lamentava delle sue limitazioni fisiche. Le riteneva naturali.
Diceva:
«Nessuno vuole morire, ma costa molto essere anziani!». A volte, seduta a
letto, o quando la portavamo in giardino davanti all'immagine dei Pastorelli
diceva: «Guarda che birichini, se ne sono andati in Cielo e non ne hanno voluto
più sapere niente di me! Se mi dessero delle gambe nuove!...». E in ottobre mi
confidò: «La Madonna disse che sarei rimasta qui ancora per qualche tempo...
ma ormai ne è già passato tanto!». Era la nostalgia di ciò che le era già
stato concesso di vedere e di ascoltare. In realtà, questo "ancora per
qualche tempo" stava per concludersi...
Avevamo
fissato gli Esercizi spirituali dal 12 al 20 novembre. Li avrebbe predicati un
Vescovo amico del Brasile, Mons. Joào Bosco. L'anno prima, per il periodo degli
Esercizi, Suor Lucia volle programmare insieme a me il suo orario: «Ascolto
qui (in cella) le conferenze, faccio qui l'orazione e ascolto la Messa...; vengo
in refettorio e rimango nell'oratorio durante l'ora di ricreazione del
mezzogiorno, facendo, se è possibile, una passeggiata in giardino (ormai con la
sedia a rotelle)». Mi sorprese questa precisione, alla sua età, a causa della
quale era ormai dispensata da tutto. Quell'anno 2004, non apprezzò gli
Esercizi. «Così tanti giorni!». Stava presentendo qualcosa?... Tutti i giorni
chiedeva quanto mancava alla fine degli Esercizi e, con la mano a pugno
chiuso, mi dava tre colpetti sulla fronte e diceva: «Cosa le è venuto in mente
di chiamare un Vescovo dal Brasile, per predicare gli Esercizi?!...». Fino a
che le potei annunciare: «Gli Esercizi finiscono domani!». Alzò le mani al
Cielo e disse: «Dio sia ringraziato!».
Il
20 novembre, gli Esercizi si conclusero, verso mezzogiorno, con la
celebrazione dell'Eucaristia. Dopo pranzo, ci radunammo in parlatorio per
salutare il Vescovo. Lei si sentiva molto bene, era molto gioviale, con il suo
buon umore di sempre. Il buon umore le era tanto caratteristico. La sera, ci
riunimmo di nuovo per la ricreazione in comunità. Tutte erano state informate
che, prima che iniziassero gli Esercizi, il Rev. Padre Kondor aveva chiesto di
pregare e di fare penitenza per il buon esito del suo viaggio a Roma, durante
il quale avrebbe consegnato il Processo del miracolo dei Pastorelli. Durante
questa ricreazione, ad ogni Suora che arrivava, lei, seduta sulla sua sedia nel
posto centrale, chiedeva: «Sa già la novità?». Ogni interlocutrice pensava
che la domanda si riferisse alla Canonizzazione dei Pastorelli e, con curiosità,
rispondeva negativamente. Allora Suor Lucia dichiarava, battendo le mani: «Sono
finiti gli Esercizi!!!». E tutte si associavano alla sua festa. Fu il suo
commiato. Il giorno seguente di mattina, verso le 9, durante la Messa, svenne,
sembrava giunta alla fine. La Suora che l'assisteva era afflitta, poiché non
poteva chiedere aiuto a quell'ora. La lasciò un momento e, correndo, scese in
coro ad avvertirmi. Chiamammo la dottoressa che venne immediatamente. Le
Suore, rimaste alla Messa, erano preoccupate. Non sapevano cosa stesse
succedendo, ma temevano qualcosa di grave. Da quel momento, tenemmo sempre un
telefono nella sua cella per qualsiasi emergenza.
Fu
l'inizio di una nuova tappa dolorosa e difficile l'arrivo al Calvario. Perse
molto della sua vivacità e la voce le si affievolì, così pure lo sguardo
perse lucentezza. Le si vedeva impressa sul volto la sofferenza, ma senza
angustia. Soffriva con serenità e con pace. L'alimentazione cominciò a diventare
più difficile. Non aveva proprio appetito. Ormai niente più le appetiva,
neppure ciò che prima per lei era una "tentazione", trattandosi di
alimenti che le erano stati sconsigliati, a causa dei problemi alla cistifellea.
Arrivati a questo punto, dimenticammo tutte le "proibizioni" e lei
rideva dicendo: «Quando ne volevo, non me ne davano!...». Era per noi una
grande gioia scoprire qualcosa che riuscisse a mangiare. Le dicevo di mangiare,
perché stava diventando molto magra, ma lei, ancora una volta, tirava la
conclusione a suo favore, dicendo: «È per dar meno da mangiare ai vermi».
Alla
Vigilia di Natale, la Suora infermiera ottenne un risultato migliore, quando le
disse che ci avevano portato delle frittelle e alcuni dolcetti di zucca. Suor
Lucia, con vivacità, concluse: «A quest'ora avranno già mangiato tutto e io
rimango senza niente!». L'infermiera ne rimase contenta e andò rapidamente
a prendere la leccornia desiderata per la merenda. Mentre si trovava davanti
alla tavola imbandita e si preparava al "banchetto", arrivò il
Vescovo per farle visita, cosa che era solito fare in questi ultimi mesi,
dimostrando così la sua benevolenza. Immediatamente Suor Lucia offrì della
sua tavola. Il Vescovo accettò e condivisero le frittelle, il che la rese molto
felice. Dopo comunicò la novità a tutte le Suore che le rendevano visita: «Sa,
oggi ho avuto l'onore di far merenda con il Vescovo!».
Amava
sempre offrire della sua "tavola" a chi arrivava, soprattutto quella
benedetta banana che fu la cosa più difficile... e ne doveva mangiare una al
giorno, sotto prescrizione medica. Quella "pastiglia" era molto
difficile da mandar giù! Una volta, arrivai nella sua cella e la trovai tutta
afflitta di fronte a una banana monumentale!... Ne ebbi compassione, e lei
immediatamente me la offrì. Subito dopo entrò un'altra Suora a cui piace molto
questo frutto. Pensai: renderò felici due persone. Ricevetti la banana dalle
mani di Suor Lucia, che rimase felice e a mani giunte. Sbucciai la banana e la
diedi all'altra Suora, che fu prontamente obbediente. Mentre eseguivo questa
operazione, Suor Lucia rimase in sospeso; quando vide che la banana cambiava
destinazione, l'accompagnò battendo le mani. Alla fine, invitò la sua
"aiutante" a passare di lì tutti giorni a quella stessa ora... Poi mi
chiese come mai la dottoressa non prescrivesse la banana all'altra Suora!...
Ma,
Suor Lucia amava dare non solo ciò che non le piaceva. Il privarsi con gioia
di ciò che poteva essere utile agli altri, o semplicemente piacevole, era per
lei quasi una necessità, un qualcosa di innato. Se le facevano pervenire
qualcosa, qualsiasi cosa fosse, era subito disposta a cederla. Non aveva
"colla" nelle mani e, pertanto, nel cuore! Quando, a causa di qualche
indisposizione o influenza, doveva rimanere a letto per qualche giorno, gradiva
molto che le facessimo visita, quando passavamo per andare alla ricreazione.
Allora, era solita avvertirmi, mandandomi un messaggio attraverso la Suora
infermiera, perché le portassi "qualcosa di buono" da offrire
durante queste visite. Con che gioia offriva ad ognuna il "tesoro" che
possedeva. Prima, però, lo faceva desiderare, tenendo la sorpresa ben
nascosta. Con questa sua freschezza primaverile, non era lei forse un Fiore di
Primavera?!...
Non
posso non riferire qui la gioia con cui viveva le feste di Natale e di Pasqua.
Essendo molto teresiana e avendo trascorso anche molti anni in Spagna, viveva il
Natale con vero entusiasmo e aveva molto a cuore la festa dell'Epifania, per la
quale amava sempre fare provvista di doni da distribuire quel giorno. Negli
ultimi anni non era più in grado di partecipare alla Messa di Mezzanotte, e
neppure alla Veglia Pasquale, con suo grande dispiacere. Un microfono le
permetteva di seguire la celebrazione ascoltando. Poi, voleva che andassimo
tutte nella sua cella, dove aveva sempre qualcosa da dare, per far festa. A
Natale, portavamo la statua del Bambino Gesù, che riceveva, colma di tenerezza,
con un amore incomparabile. Seduta a letto, lo prendeva tra le braccia, e tutte
insieme cantavamo, così come siamo solite cantare accanto al Presepio dopo la
Messa di Mezzanotte. Non aveva sonno. Quest'ultimo anno, diversamente dal
solito, per il fatto che era molto debilitata, andammo a trovarla durante il
giorno, perché Gesù Bambino non rimanesse senza ricevere le sue carezze. Che
nostalgia la notte di Pasqua di quest'anno!.. Lei non c'era più!...
Ma
ora, torniamo un po' indietro e accompagniamola nell'ultima fase di questo
"ancora per qualche tempo" che le rimaneva. Il 27 novembre, dopo i
Vespri, ci riunimmo nella sala dove abitualmente facciamo la ricreazione, che
era stata riscaldata e che si trova accanto alla sua cella, perché Suor Lucia
potesse ricevere ancora una volta l'Unzione degli Infermi. Era ben disposta, e
prese parte alla celebrazione presieduta dal nostro Cappellano, il Rev.
Canonico Joào Lavrador. Il giorno seguente, alle ore 20.30, ebbe una nuova
crisi. La nostra dottoressa, sempre sollecita, veniva subito alla prima chiamata.
Tanto che una volta, Suor Lucia arrivò a dirle con stupore: «Lei,
dottoressa, quando mi sento male, è sempre qui!». E passata la crisi, si
dimenticava della sofferenza e del suo malessere, spezzando, con il suo
inalterabile buon umore, l'atmosfera di apprensione in cui rimanevamo. Faceva
sempre qualche simpatica osservazione alla pettinatura della dottoressa, alle
scarpe o al vestito. Sapeva "ridere con" senza "ridere di".
Il
29 novembre, alle 2 di notte, ebbe di nuovo un leggero svenimento. Mi trovavo
con lei. Chiamai l'infermiera che dormiva nella cella vicina, e il malore passò.
Ma ormai non riuscivamo più a prendere sonno. Il giorno seguente, verso le 22,
un nuovo allarme. Il 1° dicembre, alle 21, non avevamo dubbi sulla sua
dipartita per il Cielo. Siccome non riuscivamo a contattare il Cappellano,
ricorremmo al Palazzo Episcopale. Il Vescovo venne immediatamente. Si trattenne
a pregare con la Comunità, riunita nella cella di Suor Lucia, mentre la assistevamo,
tentando di darle sollievo. Vomitò e cominciò a stare meglio. Volevamo
preparare l'ossigeno, ma nessuna di noi riusciva ad aprire la bombola, che non
era stata ancora utilizzata. Non sapevamo che, col tempo, si svuota. Venne
rapidamente un tecnico della VitalAire con una bombola nuova. Quando arrivò,
stava già meglio. Mi misi in modo da farle da riparo, perché non si accorgesse
di quella visita. Ma anche così, vide il tecnico e mi disse, questa volta con
un'aria un po' contrariata: «Perché ha lasciato entrare qui quell'uomo?».
Per tre volte mi fece la stessa domanda, alla quale rispondevo dicendo che era
venuto a fare un lavoro. Il fatto è che il Signor Joào aveva la barba!!! E a
lei la barba non piaceva! Ci raccontava che, quando era ragazzina, e si trovava
a passare le vacanze a Braga, in casa della Signora Filomena Miranda, trovandosi
là anche Mons. José Alves, Vescovo di Leiria, questa signora le chiese di
preparare una bevanda rinfrescante e di offrirla al Vescovo e ad un missionario,
che si trovava lì in visita. Mentre preparava la bevanda, Maria das Dores
guardava dalla finestra, un po' impressionata dalla lunghezza della barba bianca
del missionario!... Con un occhio guardava il suo lavoro e con l'altro
l'ospite, anche perché la Signora Filomena le aveva detto di approfittare per
confessarsi da lui, perché era molto santo. Ad un certo punto, notò che alcuni
animaletti scuri uscivano da quel "cespuglio" (cioè dalla barba) per
beneficiare del venticello fresco che c'era!... Rabbrividì. Andò ad offrire
la bevanda, la pose sul tavolo, dimenticando però di compiere il gesto di
buona educazione di versarla nei bicchieri, e si allontanò rapidamente, affinché
gli insetti sopraccitati non cambiassero residenza! E, la confessione? Neanche
per sogno! Così quando vedeva qualcuno con la barba ....si salvi chi può!!!
Desidero
esprimere qui la nostra gratitudine per la prontezza dimostrata da tutti i
tecnici della VitalAire, che a qualsiasi ora del giorno e della notte, sempre
solleciti arrivavano alla prima chiamata. Lo facevano per compiere fedelmente il
loro dovere; non sapevano, infatti, di che Suora si trattasse. Questa crisi passò
e fu l'ultima così allarmante. Per noi, queste crisi hanno rappresentato una
serie di avvertimenti molto seri. L'8 dicembre - data scelta perché l'esame
potesse essere eseguito in modo più discreto - l'accompagnammo a fare una
T.A.C. presso il Centro di radiologia del prof. Vilaga Ramos, che pure
ringraziamo per la sollecitudine e delicatezza con le quali si è reso
disponibile per fare questo esame. Serviva per accertare la causa della sua
inappetenza e del suo malessere, così come anche dei suoi svenimenti. Non fu
riscontrato nulla. Era il corpo che diceva che era ormai stanco. Fece il viaggio
senza problemi e arrivò persino a sfidare la dottoressa Branca, che ci
accompagnava con la sua macchina, a portarci a fare un giretto a Fatima...
Il
27, 28 e 29 dicembre non assunse cibo. Voleva solo acqua fresca. Dopo quei tre
giorni di assoluto digiuno, mi recai da lei. La trovai seduta sulla sedia, e un
po' raggomitolata, poiché, per quanto si riscaldasse la cella e per quanto la
vestissimo, aveva sempre freddo. Lei stessa diceva che ormai non aveva più
calore naturale. Riuscì a scaldarsi, solo quando ci ricordammo di sistemarle
nel letto una coperta elettrica. Cominciai a ricordarle tutto ciò che le
piaceva mangiare. A tutto rispondeva scuotendo negativamente il capo, con gli
occhi chiusi e arricciando il naso. Alla fine, avendo ormai esaurito il mio
repertorio, le chiesi: «Suor Lucia, cosa ne direbbe di mangiare dei lupini?...».
Alzò la testa, mi guardò sorridendo e mi chiese: «Dove sono?». Rimasi
disarmata... dar dei lupini a chi non mangia niente da tre giorni!... ma andai a
chiedere alla Suora incaricata della dispensa, se ve ne erano in casa. Non ne
avevamo! Tornai nella sua cella per darle la risposta e lei mi disse: «Mi dia
la dentiera». Risposi: «Ma... di lupini non ne abbiamo in casa!». E lei
delusa: «Ma insomma! Lei offre ciò che non ha!». Parlai con la dottoressa per
sapere se potevo darle questa "medicina" e la stessa dott.sa Branca si
diede da fare per procurare i lupini. Dopo poco, potevamo guardarla con gioia,
mentre ingeriva quelle pastiglie gialle, che ebbero la funzione di aprirle
l'appetito per un certo tempo.
Riprese
ad alimentarsi, non più ormai con pasti normali, ma, almeno, con quanto bastava
per la sua attività. Continuò così per circa un mese, dopodiché iniziò di
nuovo a perdere l'appetito per qualsiasi alimento. Il 28 gennaio fu l'ultima
volta che ingerì cibi solidi, ma praticamente non assunse quasi nulla. Il I°
febbraio cominciò ad aver bisogno della flebo e il giorno 8 dell'ossigeno. Il
giorno 3 ricevette nuovamente l'Unzione degli Infermi in un momento di grande
prostrazione. La notte tra il 4 e il 5 febbraio, si sentì molto male e continuò
così per tutta la mattina. La sera prima aveva ricevuto la visita del Direttore
degli "HUC" ("Hospitais Universitàrios de Coimbra"), cioè
degli Ospedali Universitari di Coimbra, il prof. Nascimento Costa, e del
Direttore del Servizio di Pronto Soccorso e Rianimazione, il dott. Armindo
Rebelo. Non aprì gli occhi. All'ospedale l'assisterebbero meglio?... Ritennero
di no.
Temevamo
che morisse quel giorno. Il Vescovo le fece visita nel pomeriggio. Lo guardò a
lungo con uno sguardo che pareva molto spento, ma non parlò. Baciò la Croce
pettorale e si fece il segno della croce, quando Sua Eccellenza la benedisse. La
sera, non sembrava la stessa. Passammo una ricreazione gioiosa con lei, benché
non parlasse. Fece molte carezze alla statua della Madonna di Fatima che il
Santo Padre Giovanni Paolo II le aveva inviato nel dicembre 2003 e, si segnò
varie volte davanti ad essa. La invogliammo proponendole di mangiare dei lupini
e lei fece cenno che desiderava mangiarne. Cercò con molta perseveranza di
mettersi la dentiera, ma non vi riuscì, poiché aveva delle ferite sulla
lingua. Le dicemmo che avrebbe potuto provare ancora il giorno dopo e acconsentì,
anche se tentò lo stesso di mangiare un lupino. Fu l'ultima cosa che si sforzò
di mangiare.
Il
giorno 6, era molto animata. Fu necessario innestarle di nuovo la flebo, poiché
la vena si era rotta. Costava molto assistere a questi momenti! Era molto penoso
anche per chi eseguiva il lavoro! Quel giorno, fu straziante. A quel punto, fu
possibile innestare l'ago solo nel piede. Noi eravamo in lacrime, e anche la
dottoressa e l'infermiera uscirono dalla sua cella piangendo.
La
notte tra il 7 e l'8, fu molto critica. Doveva già mancarle l'aria. Per tutta
la notte voleva vedere bene la Suora che le teneva compagnia. Se la Suora si
distendeva un momento per riposare e lei non la vedeva, si lamentava dicendo: «Mi
hanno lasciato sola!!!». La Suora si alzava e, lei, vedendola, sorrideva e le
stringeva con forza la mano. Poi diceva a intervalli: «Madonna mia! ...
Madonna mia!... Angioletti!... Angioletti!... Cuore di Gesù!... Cuore di Gesù!...».
Quel
giorno, venne il confessore. A mani giunte e molto sorridente, ricevette
l'assoluzione e si fece il segno della croce. Non proferì parola. Con un
cenno della testa accolse la proposta di inviare un "messaggio",
attraverso il confessore, alla Madonna della Cappellina delle Apparizioni.
Durante la notte ebbe uno svenimento. La Comunità si riunì per pregare, mentre
la dottoressa la assisteva con una premura quasi materna. Migliorò e la
Comunità cominciò a ritirarsi. In quel momento, Suor Lucia aprì gli occhi,
che prima teneva chiusi, e sorrise alle Sorelle. Fu un sorriso carico di
gratitudine e di affetto verso questa famiglia alla quale era legata da profonda
amicizia - amicizia che nasce dalla fede e che si riceve da Dio. I Fratelli sono
sempre un DONO di Dio!
Trascorse
tutta la notte senza dormire e con gli occhi aperti. Quando la Suora che
l'assisteva, stando in ginocchio al lato destro, chinava la testa, Suor Lucia le
dava due colpetti sulla fronte, affinché non si addormentasse e la guardava con
occhi birichini, ma colmi di tenerezza. Era un modo molto delicato di aiutare la
Sorella a compiere il suo dovere in quel momento. Quel giorno, fece la Comunione
per l'ultima volta. La gola le si chiuse. Ormai non riusciva più a deglutire
neppure l'acqua. Nei giorni seguenti, mentre portavo la Comunione ad un'altra
malata, passavo dalla cella in cui la nostra cara Pastorella consumava il suo
Sacrificio e, per alcuni istanti, le mettevo sul cuore la teca con Gesù, e lei
rimaneva in adorazione. Era un modo per darle l'occasione di fare la Comunione
spirituale. Ora si comunicava sulla Croce!
Un
giorno, parlando con Suor Lucia del fatto che ora ero io l'incaricata di
portarle la Comunione, le dissi: «Suor Lucia, lei ha ricevuto la Comunione da
un Angelo!... e adesso sono io che le porto la Comunione!...». E lei mi
rispose, dandomi una lezione meravigliosa: «Non si preoccupi. Dalle mani di
un Angelo o di un peccatore, è sempre lo stesso Signore!». Di tanto in tanto,
le ricordavamo la malattia del Santo Padre Giovanni Paolo II. Allora, alzava le
mani al Cielo e ripeteva: «Per il Santo Padre!....». Era tanto grande il suo
amore per il Papa! Si avvertiva che il cuore le sussultava al ricordo di questo
nome a lei tanto caro - amore che le fu messo nel cuore dalla Signora, che,
dal Cielo, un giorno le era apparsa in Cova da Iria. Dal marzo dell'anno scorso,
non aveva mai lasciato il rosario che Sua Santità le aveva inviato in
occasione del suo compleanno. Quando Padre Droszdek aveva annunciato al Papa
la sua venuta a Coimbra, il Santo Padre si era tolto di tasca il rosario che
usava e lo aveva inviato a Suor Lucia, che lo tenne con sé fino a che chiuse
gli occhi a questa vita. Questo rosario fu riportato al Santo Padre dallo stesso
Sacerdote, dopo il funerale di Suor Lucia. Ci sarebbe piaciuto molto tenerlo, ma
sapendo dell'amicizia che c'era tra loro, abbiamo pensato che questo rosario
avrebbe avuto per il Santo Padre un significato speciale.
A
Suor Lucia interessavano sempre le notizie riguardanti il Santo Padre. Quando
i Cardinali, o il nostro Vescovo, venivano a trovarla, approfittava per
informarsi di come stava. Quando arrivava L'Osservatore Romano, le piaceva
leggerlo, dato che la lettura in refettorio le sfuggiva per mancanza di udito.
Il giorno 10, la Suora che l'assisteva le chiese:
-
Soffre molto? - Sì!
-
Offre questa sofferenza per il Santo Padre?
-
Offro per il Santo Padre... per il Santo Padre... per il Santo Padre!...
Furono
le sue ultime parole. Si vedeva che a volte voleva dire qualcosa, ma... non
riusciva.
L'
11, baciò varie volte, con molta tenerezza, il Crocifisso che abitualmente
portava con l'abito e volle poi tenerlo sul cuore. Era il Suo posto! Di
pomeriggio, arrivò un Padre Carmelitano dall'Italia e le portò una cosa che le
fece ricordare i giorni della sua infanzia - un agnello di lana. Riuscì ancora
a fargli una carezza, benché fosse molto prostrata e non riuscisse quasi ad
aprire gli occhi. Le mancava poco ormai per andare a stare, finalmente, con
l'Agnello di Dio.
Seguì
una notte impressionante. Potei assisterla. Fu penoso vederla soffrire tanto,
senza poterle dare sollievo. Si acutizzò la tosse cronica, che da molti anni
l'accompagnava, e che di notte si sentiva in tutto il convento. Ma ora non si
trattava di quella tosse secca; ma di una tosse catarrosa e non aveva più forza
per espettorare. Passò quasi tutta la notte seduta nel letto ortopedico.
Quando sopraggiungeva un nuovo e più violento attacco di tosse, la sollevavo di
più tenendola fra le braccia, cosa che la alleviava un po'. La cambiavamo spesso
di posizione, perché questo le procurava un leggero sollievo. Ci guardava con
uno sguardo profondo, di sofferenza e di gratitudine, permeato di pace - la pace
di Gesù sulla Croce. All'alba, si rasserenò un po'.
Sabato
12, si sentì molto prostrata. Il cuore cominciò a dare segnali di aritmia. Con
tutto questo "diceva" che era stanca e voleva "partire"...
Di sera, prese il rosario e lo mise nella mia mano, forse per dirmi: «Ora prega
tu, che io ormai non posso più!». Vedendomi piangere, alzò le braccia e fece
un gesto che da lei non mi sarei mai aspettata - mi attirò a sé e mi diede un
bacio. Poi, sorrise...
In
tarda serata, arrivò la dott.sa Branca con un'altra collega, la dott.sa Célia,
e con l'infermiera Dalia, per rimetterle la flebo che aveva cessato di scendere
nel piede. I piedi e le gambe erano gelati e per quanto si facesse, non vi era
più modo di riuscire a scaldarglieli. Sembrava che ormai non avesse più
sensibilità, poiché non reagiva quando la pungevano. Fu molto penoso. Alla
fine, le innestarono la flebo nella mano sinistra. Sia le tre donne sia noi,
uscimmo tutte in pianto dalla sua cella... Desideriamo qui dire il nostro grazie
per tutta la dedizione dimostrata dalla dott.sa Branca e dall'infermiera
Dalia, che con tanta sollecitudine si sono rese disponibili, a qualunque ora
del giorno e della notte, per prestare tutta l'assistenza necessaria. In questa
fase, non esistevano né fine settimana, né orari. Bastava chiamarle e subito
accorrevano! Suor Lucia, consapevole di questa loro dedizione, ringraziava
sempre, anche quando ormai non era più in grado di esprimersi a parole. Con
uno sguardo molto dolce, faceva un cenno con la testa che diceva tutto.
La
Suora che l'assistette nella prima parte di questa notte, a mezzanotte le portò
alle labbra la statua della Madonna di Fatima, che baciò - un altro ricordo del
Santo Padre, che gliela aveva inviata, nel novembre del 2003. Fu il suo ultimo
bacio. Fu il suo saluto alla Madonna, nell'entrare nel giorno in cui,
finalmente, si sarebbero riviste di nuovo! Durante il resto della notte, mentre
la Suora che la vegliava pregava il rosario, lei faceva scorrere i grani del suo
rosario tra le dita.
Riposava
poco. Se dormiva, si trattava di un sonno molto leggero. All'alba era tutta
madida di sudore e, ora, anche le mani erano fredde e così pure il volto. Non
tollerava più un gesto per il quale prima ringraziava: quando arrivavo accanto
a lei, le prendevo il volto freddo tra le mie mani calde, per trasmetterle
calore, e a lei faceva piacere. Ora non voleva. Le lenzuola e le coperte che
prima teneva in modo tale che quasi non le si vedeva il naso, ora erano
all'altezza della vita... è vero che la cella era ben riscaldata, ma lo era
sempre stata.
Alla
fine della Messa, su consiglio della dottoressa, le togliemmo la flebo che
sembrava non stesse scendendo. Rimase con le mani libere. In quei giorni, si
segnava con molta frequenza. Questa era un'abitudine che in lei era molto radicata.
Anche quando doveva solo bere un sorso d'acqua, lei si faceva sempre il segno
della Croce. Alla mattina era molto viva e con gli occhi aperti, non sembrava
che soffrisse. Con l'indice, additai il Cielo, al che ella rispose con un cenno
affermativo del capo. Le misi il mio crocifisso a una distanza di 30
centimetri dagli occhi. Suor Lucia lo guardò intensamente, muovendo le
sopracciglia, come chi "conversa", a lungo. Poi, guardando verso di
me, portò l'indice alle labbra, chiedendomi di avvicinarle il crocifisso, e
così feci. Ormai non riusciva più a dare un bacio con le labbra, ma come deve
averlo dato col cuore!...
Mi
avvertirono che era arrivato il Vescovo. Scesi in parlatorio. Mons. Albino
veniva per consegnare il messaggio e la benedizione che il Santo Padre aveva
inviato a Suor Lucia attraverso la Nunziatura. Chiesi al Vescovo se voleva far
visita alla malata. Mi rispose che era di fretta, ma che sarebbe tornato alle
cinque del pomeriggio. Dopo averlo salutato, salii di nuovo nella cella dove si
consumava il sacrificio di quella vita tanto preziosa, al centro dell'attenzione
di tutta la Comunità. Teneva gli occhi aperti, come non accadeva da molto
tempo. Le lessi il testo all'orecchio. Ma lei stese la mano e volle prendere
il foglio che appoggiò sulle coperte che aveva abbassato all'altezza della
vita. Le misi gli occhiali e la vidi guardare attentamente il testo, non però
con lo sguardo fisso, ma seguendo lo scritto con gli occhi. In quel momento,
riuscii a scattarle una bella fotografia, a testimonianza di questa lettura.
Fu lei stessa che, trascorso il tempo necessario per leggerlo, mi restituì il
foglio col testo. Fino a mezzogiorno, si mantenne così ben disposta. Provò
ancora a parlare, senza però riuscirvi. Anche la dottoressa passò durante la
mattinata e, con l'infermiera, fissò una nuova visita alle 5 del pomeriggio...
A
partire da mezzogiorno, cominciò a "sfuggire". Cominciò di nuovo a
sentirsi prostrata, e in modo più accentuato; la respirazione divenne più
faticosa, sembrava che i polmoni non volessero più ricevere l'ossigeno.
Continuò ad aggravarsi e, quando arrivò la dottoressa, un po’ prima delle
5, le chiesi di non tormentarla più con l'inserirle gli aghi delle flebo e
delle iniezioni. La dottoressa mi rispose: «Ma io ho il dovere di fare tutto
il possibile fino alla fine!». Concordai, ma le chiesi di lasciare questa
responsabilità alla mia coscienza. Arrivò l'infermiera e poi - tutti puntuali
alle cinque! - arrivò anche il Vescovo. Mentre entrava, gli comunicai che la
nostra cara Sorella stava per lasciarci. Non avevo dubbi! Venne chiamata la
Comunità. Una volta che tutte furono riunite nella piccola cella, il Vescovo,
dopo aver chiesto alla dottoressa se pensava che fosse entrata in agonia -
agonia serena -, cominciò le preghiere del Rituale. L'emozione crebbe, al
vedere che quel Tesoro ci lasciava! Terminate le preghiere del Rituale, il Vescovo
cominciò a pregare con invocazioni spontanee, che noi ripetevamo:
-Ti
riceva Gesù Cristo al Quale offristi la tua vita!
-Ti
riceva la Signora più splendente del Sole, che ti apparve!
-
Ti riceva l'Angelo del Portogallo, che ti apparve!
-
Ti riceva il Beato Francesco, che con te vide la Vergine Maria!
-
Ti riceva la Beata Giacinta, che con te vide la Vergine Maria!
-
Ecc...ecc...ecc...
È
impossibile descrivere l'atmosfera di pace che si respirava in quel momento. Sì,
in quel momento, il suo sguardo che si spegneva a questa vita, si apriva alla
Luce Eterna di Dio! Ad un certo punto, inaspettatamente, quegli occhi che tante
volte avevano contemplato l'Invisibile, si aprirono! Guardò tutte le Suore.
Poi si volse a destra e fissò i miei occhi. Non so descrivere la profondità di
quello sguardo! Fu toccante. Posizionai il crocifisso in direzione dei suoi
occhi, dopodiché tornò a richiuderli. Fu il suo addio. Suor Maria Lucia lasciò
il suo corpo mortale per «seguire l'Agnello ovunque va, cantando il Cantico
Nuovo!», con la grazia dell'eterna giovinezza. I tre Pastorelli si riunivano in
Cielo! Erano le 17.25 del pomeriggio del 13 febbraio.
Si
sarebbe rimasti volentieri in preghiera in quella cella che, negli ultimi otto
mesi, era diventata la cella di tutte, in quella cella che fu testimone di una
vita di offerta, di sacrificio, di oblazione a beneficio di tutto il mondo!
Quella cella che fu il piccolo santuario dei suoi incontri con la Mamma, con lo
Sposo!... La cella di una carmelitana serba segreti che solo in Cielo
scopriremo...
Chi
vedeva Suor Lucia, nella sua grande semplicità, non immaginava il fuoco che
ardeva in quella figura esile e fragile! Non si esibiva mai come Veggente e di
sua volontà non avrebbe detto nulla. Diceva che era stata Giacinta a
parlare!... Quante volte la Madonna le sarà apparsa lì?... Non lo sappiamo
ancora. Un giorno, però, fui testimone di un fatto che mi fece capire con che
semplicità sfiorava il soprannaturale e la vita normale. Era il 26 maggio 2003.
Scesi con lei al coro inferiore per farle una fotografia, con la statua del
Cuore Immacolato di Maria, che ci avevano regalato da poco. È la fotografia
che compare sulla copertina di questo libretto.
Dopo
avergliela scattata, Suor Lucia rimase a guardare la statua. Non la disturbai...
Voltandosi verso di me, disse con apprensione: «La Madonna sta piangendo!!!».
La sua "semplicità", in quel momento, mi parve di una purezza
genuina. Lei che era stata favorita da tante visioni che nessun altro vedeva,
in quel momento pensò che anch'io stessi vedendo la stessa cosa. E io, credendo
che la sua affermazione fosse una domanda, risposi di no. Notai che era rimasta
come colta in flagrante, con l'aria confusa di un bambino che viene scoperto
dalla mamma mentre prende di nascosto la marmellata!... Rispettai il silenzio
che seguì. Ritenni di non dover fare domande. Ho serbato per me questo
segreto fino ad ora. E disposi che questa statua vegliasse, col suo sguardo
materno, i suoi resti mortali fino a che non l'avremmo portata nella Cattedrale
di Coimbra.
Suor
Lucia nacque un Giovedì Santo, dopo che la mamma aveva fatto la Comunione.
(Diceva che aveva fatto la sua Prima Comunione prima di nascere... ). Morì
nell'anno dell'Eucaristia e riposa a pochi metri dal Tabernacolo del nostro
oratorio interno, sotto lo sguardo della statua della Madonna di Fatima e dei
Beati Francesco e Giacinta. Occupa la tomba n° 3 - una sepoltura nuova come
quella di Gesù...
Dopo
la manifestazione di fede che fu il suo funerale, continuarono ad arrivare fiori
e candele. Dalla posta continuiamo a ricevere lettere per lei, che vengono
raccolte in un cesto e collocate così sulla sua tomba.
E
ora la nostra memoria va ai due amici - il Papa Giovanni Paolo II e Suor Maria
Lucia. Che nell'Eterna Festa del Cielo veglino su di noi!
Ogni
angolo della casa ci parla di lei!... un ricordo del suo passo, leggero o ormai
affaticato dal logorio della vita!... È rimasta l'eco della sua voce, che canta
le sue lodi alla Madonna, i canti che cantava da piccola, mentre custodiva le
pecore o in famiglia. È rimasta l'eco delle Ave Maria che recitava,
silenziosamente, come petali di rosa lanciati amorevolmente al Cuore Immacolato
di Maria, che l'aveva conquistata tanto presto!... È rimasta la sua cella,
senza la sua presenza fisica, ma piena di ricordi!... Lì, in quello spazio
solitario, luogo dell'intimità con Dio, quante pagine scrisse nel libro della
Vita e che conosceremo solo in Cielo!... Lì, quante grazie ha ottenuto al
mondo, con il suo sacrificio e con la sua preghiera! ... Lì, negli ultimi mesi
della sua vita - vita che abbiamo condiviso con tanto amore! - l'abbiamo vista
salire gli ultimi gradini della Scala della Perfezione, il Sentiero del Nulla
del Monte Carmelo!... Sì, completamente distaccata, persino dalla sua volontà,
divenne la Bambina, nelle mani di Dio, abbandonata al Suo volere!... Lì,
l'abbiamo vista spegnersi soavemente, quasi in modo impercettibile, così come
la colonna di fumo dell'incenso che si eleva silenziosamente!... Lì, è
rimasta... una scia luminosa con molta storia, che fu sempre una storia d'Amore.
Evangelicamente
piccola, Visse tuttavia per molti anni, Fu dono di fonte cristallina, Che sa
cantare allegramente mentre piange!
Patì
tutta la vita una sofferenza tanto sottile La sofferenza di non poter vivere nel
Cielo che un tempo aveva visto!...
Sino
a tornare di nuovo bambina, Come lo era al tempo in cui aveva visto la
Madonna!...
Confidente
fedele della voce del Cielo, Il corpo stanco si arrese
E
la Mamma venne a prenderla per portarla con Sé!...
Non
si dimenticherà di noi in Paradiso! Ci segue con il suo sorriso
E
camminerà al nostro fianco!...
Coimbra,
Carmelo di Santa Teresa, 13 maggio 2005
Suor
Maria Celina di Gesù Crocifisso