I
SANTI MEDICI COSMA E DAMIANO
IL
SANGUE DEI MARTIRILa
Chiesa, secondo la sua tradizione, venera i Santi e tiene in onore le loro
reliquie autentiche e le loro immagini. Le feste dei Santi, infatti, proclamano
le meraviglie di Cristo nei suoi servi e propongono ai fedeli opportuni esempi
da imitare.
I
primi Santi venerati nella Chiesa sono i Martiri, quegli uomini e quelle donne
che sparsero il loro sangue per restare fedeli a Cristo che per tutti aveva
datola sua vita sulla croce. "Nessuno ha un amore più grande di questo:
dare la vita per i propri amici" (Gv. 15, 13).
Il
titolo martire (dal greco = testimone) fu attribuito dalla Chiesa a quei
cristiani che testimoniarono con le torture la propria fede. Gesù aveva
preannunciato le persecuzioni e la morte violenta per i suoi seguaci. "Io
vi mando come agnelli in mezzo ai lupi... Sarete condotti davanti ai governatori
e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro ed ai pagani. E quando
sarete consegnati nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa
dovrete dire: non siete, infatti, voi a parlare, ma lo Spirito del Padre che
parla per voi" (Mt 10, 16-20).
La storia della Chiesa, di tutti i tempi e di tutti i luoghi, dall'età apostolica ai nostri giorni, è stata segnata dalla testimonianza di innumerevoli cristiani che sono stati arrestati, torturati ed uccisi in odio a Cristo. Ma furono i primi tre secoli della Chiesa ad essere caratterizzati da feroci persecuzioni che seminarono morti a non finire, che rivelarono la forza dello Spirito del Padre tanto che Tertulliano ( + 220) diceva ai pagani: "Ne uccidete uno, ne sorgono dieci" E, ancora, "il sangue dei martiri è sempre seme dei cristiani" (Apol. 50, 13). "I martiri nascono quando muoiono, cominciano a vivere con la fine, vivono quando sono uccisi, brillano nel cielo essi che sulla terra erano creduti estinti" (dai Discorsi di S. Pietro Crisogono, vescovo).
Leggendo
le storie dei Martiri appare evidente la forza - dello Spirito Santo - che agiva
in loro. Nella "Narrazione del martirio dei Santi Cartaginesi" (+ 203)
si dice: "Spuntò il giorno della vittoria dei Martiri e dal carcere si
recarono - all'anfiteatro, - come se andassero in cielo, raggianti in volto,
dignitosi, trepidanti più per la gioia che per la paura"; e si conclude:
"O valorosi e beatissimi martiri! Voi siete davvero i chiamati e gli eletti
alla gloria del Signore nostro Gesù Cristo".
Il
martirio è stato sempre ritenuto dai cristiani un dono, una grazia, un
privilegio, la pienezza del battesimo, perché si è "battezzati nella
morte di Gesù" (Rm 6, 3-5).
Il
Vaticano II, nella "Lumen Gentium"al n. 42, così insegna: «Già
fin dai primi tempi, alcuni cristiani sono stati chiamati, e lo saranno
sempre, a rendere questa massima Testimonianza d'amore davanti agli uomini, e
specialmente davanti ai persecutori.
Perciò
il martirio, col quale il discepolo è reso simile al Maestro che liberamente
accetta la morte per la salvezza del mondo, e a Lui si conforma nell'effusione
del sangue, è stimato dalla Chiesa "Dono insigne e suprema. prova di
carità".
La
persecuzione può essere cruenta e colpire il corpo e può essere incruenta e
colpire moralmente l'uomo, nella negazione dei suoi diritti, a partire dal
diritto alla vita, alla salute, alla stima, alla cultura, al lavoro. La via
della croce può essere allora la fedeltà, l'onestà a tutti i costi, il
rispetto di ogni uomo, il perdono e l'amore per i propri nemici, come insegna
Gesù. Ogni uomo che porta la sua croce è un martire, ma lo sono soprattutto i
cristiani torturati, incarcerati, uccisi, affamati, disonorati, calunniati a
ragione della loro fede in Cristo. Grandi e numerosi sono stati i martiri: S.
Stefano protomartire, gli apostoli, la "ingens multitudo"
sacrificata da Nerone, fino agli inizi del IV secolo d. C.
A
differenza dei pagani che ricordavano i defunti nel giorno della nascita
terrena, i cristiani ricordano i martiri nel giorno del loro sacrificio che fu
chiamato "dies natalis ", cioè "giorno della nascita al
cielo". Questa espressione è citata, per la prima volta, nel racconto del
martirio di San Policarpo, vescovo di Smirne, bruciato vivo nel 155 d. C.
In
questo racconto troviamo anche il significato del culto dei martiri: non è
un'adorazione, che va solo a Cristo "quale Figlio di Dio", ma un atto
d'amore e, quindi, di venerazione, "perché sono discepoli ed imitatori del
Signore".
Secondo
la «Passio, Cosma e Damiano, nati in Arabia, si sarebbero recati in Siria per
apprendere le scienze e in special modo la medicina. Stabilitisi ad Egea, città
della Cilicia, vi esercitarono l'arte medica, unendo però a tale loro attività
la costante diffusiorie del Cristianesimo, operando guarigioni miracolose e
procurando alla nuova religione un gran numero di adepti.
Durante
la persecuzione di Diocleziano, nel 303, furono arrestati da Lïsia, governatore
della Cilicia, il quale dopo averli sottoposti a malti tormenti, li fece
decapitare. I loro corpi furono portati in Siria e sepolti a Ciro.
L'imperatore
Giustiniano, guarito da una pericolosa malattia per l'intercessione dei due
Martiri, fece ingrandire e fortificare la città di Ciro: Cosma e Damiano,
ambedue medici praticanti la medicina senza compenso, furono oggetto nei secoli
di un larghissimo culto che, sviluppatosi in Oriente subito dopo la loro morte,
e passato ben presto in Europa, si mantenne straordinariamente vivo fino a tutto
il Rinascimento, dando luogo ad una iconografia tra le più ricche dell'Occidente,
specie in Italia, Francia e Germania.
I
Santi Cosma e Damiano, che sono considerati i protettori dei medici, sono
commemorati il 26 settembre.
Gli
Atti o la «Passio» dei Martiri Cosma e Damiano, ci fanno sapere che i Santi
Fratelli Cosma e Damiano, tanto celebri e venerati nella Chiesa Orientale ed
Occidentale, nacquero in Arabia verso la metà del III secolo. Si sarebbero poi
recati in Siria per studiare medicina e di qui in Egea della Cilicia, dove
esercitarono la loro professione. Alcuni storici e biografi dei nostri Santi
negano che i Santi Medici Cosma e Damiano siano «arabi», perchè non sono nati
nell'Arabia, ma ad Egea di Cilicia, città dell'Asia minore.
L'Asia
minore fu una delle prime regioni che assimilò la dottrina di Cristo. Vi predicò
principalmente l'Apostolo Paolo, che annunziò in modo speciale la buona novella
in Cilicia e in Cappadocia. Lo zelo ardente dell'Apostolo delle genti, che non
conosceva limiti, ostacoli o stanchezze, e dei suoi continuatori si diresse a
tutte le classi sociali.
Predicarono
prima, a somiglianza di Cristo, il messaggio di salvezza ai meno abbienti e poi
anche ai dotti e ai ricchi, riempiendo di cristiani l'amministrazione della
provincia. Dapprima si predicò nelle Sinagoghe, ma in seguito alla scissione
tra Giudaismo e Cristianesimo, si predicò nelle case private. Le prime chiese
sorsero verso la fine del primo secolo ed andarono poi aumentando nel secondo,
terzo e quarto secolo.
La
Gloria più grande di Egea, così lontana da noi, è di aver dato i natali ai
Santi Fratelli Medici Cosma e Damiano.
Il
profeta Michea, guardando la piccolezza di Betlemme di fronte alle grandi città
della Giudea, annunziò che la gloria e la grandezza le sarebbero venute, perché
in essa sarebbe nato il Messia; così può dirsi, fatte le debite proporzioni,
di Egea.
Tra
tutte le città della Cilicia essa oggi è ricordata da tanti e tanti devoti dei
Santi Medici, perché in essa Dio volle che nascessero questi due grandi atleti
della fede cristiana e taumaturghi della Chiesa di Dio.
Nessuno
degli scritti sui Santi Medici tramanda il nome del padre, per cui esso resta
ignoto. Cartofilace, vescovo di Nicomedia (880), e gli «Analecta Bollandiana»
asseriscono che era uomo di preclare virtù e ardente seguace di Cristo, e subì
in giovane età il martirio per la fede cristiana.
Della
madre invece alcuni codici dicono che si chiamava Teodora, altri Teodata, donna
timorata di Dio e ricca di eccelse virtù cristiane, quali, quei tempi difficili
per i cristiani, a causa delle persecuzioni, richiedevano.
Rimasta
vedova in giovane età, illuminata dalla fede ed emula degli esempi luminosi del
marito, col quale aveva condiviso non solo la nobiltà dello stato sociale
appartenenti a famiglie nobili e ricche di beni, ma la nobiltà della fede, e
dei costumi, pose ogni sua cura nell'educazione dei suoi cinque figli, di cui il
primo si chiamava Cosma, come è indicato nei codici antichi, o Cosimo, come
piace ai moderni, l'altro Damiano e gli altri Antimo, Leonzio ed Euprepio. La
tradizione antica dice che Cosma e Damiano non erano gemelli, gli scrittori
moderni, invece, tali li considerano. Dei cinque figli la pia e saggia mamma curò
l'educazione cristiana e l'istruzione professionale.
Le
catacombe cristiane erano delle lunghe gallerie scavate nel sottosuolo che
sboccavano in ambienti più ampi in cui si ergevano altari per il culto. Lungo
le gallerie erano scavati dei loculi per le sepolture e l'uso di riunirsi in
aree cimiteriali ebbe origine dal grande sviluppo del culto dei martiri, che
aveva notevolmente rafforzato l'unità e la vitalità della Chiesa.
Tale
culto si era sviluppato soprattutto dopo le gravi persecuzioni volute
dall'imperatore Decio. A Roma lo sviluppo delle catacombe raggiunge da 100 a
150 Km. di gallerie con circa 75.000 sepolture. Senza dubbio è un'imponente
città sotteranea, che con preziose iscrizioni, molteplici e vari utensili
testimonia la nascita e lo sviluppo della Chiesa primitiva.
Per
quanto riguarda la pittura, essa è spesso simbolica, ossia le figure
rappresentano qualcosa di diverso da ciò che sono. Così la figura del pesce
simboleggia Cristo, perché la parola pesce in greco era Ichthus, di cui ogni
lettera veniva a costituire le iniziali della frase greca Iesús Christós Theú
Uiós Sotér ossia Gesù Cristo Figlio (di) Dio Salvatore.
Altri simboli, raffigurati in affreschi e bassorilievi, sono la colomba, che rappresenta la liberazione dell'anima dopo la morte; il ramo di palma, simbolo di vittoria; quello di ulivo, simbolo di pace; il Buon Pastore che guida le sue pecore e cioé Cristo.
Il
tempio cristiano non riprese le linee di quello pagano, ma preferì ispirarsi al
modello della basilica, più adatta alle esigenze del culto: le piccole celle
dei templi pagani non potevano certo essere sufficienti ad accogliere numerosi
fedeli che si riunivano in preghiera.
(da
"Impegno" di M. Fera e P. Giannantonio - Loffredo - Na)
Le
scuole mediche erano nel 3° e 4° secolo dopo Cristo, molto diffuse in Siria
e in tutta l'Asia Minore. Gli scrittori del tempo ci fanno conoscere che
Alessandria era il centro principale della medicina con i suoi famosi maestri e
le non meno famose scuole, che in essa fiorivano e da Alessandria le scuole
mediche si diffusero in tutto l'Oriente.
Per
questo i giovani fratelli Cosma e Damiano lasciarono la città di Egea in
Cilicia, dove erano nati e vissuti fino a quel tempo, e frequentarono le più
celebri scuole mediche del tempo in Siria e forse anche nella stessa
Alessandria, dove eccellevano le scuole dei famosi Teofrasto e Galeno.
La
dottrina di Galeno, medico famoso dell'antichità, nato a Pergamo nella Misia
nel 129 d. C. e morto nel 201, creatore della fisiologia sosteneva che ogni
organismo è costruito secondo un piano fissato da un Ente Supremo e il corpo
non è che lo strumento dell'anima, incontrò il favore della Chiesa; i medici
quindi acquistarono ben presto stima e l'esercizio della professione fu
soprattutto opera di carità.
Quest'aria
di fraterno aiuto respirarono i Santi Cosma e Damiano nelle scuole che
frequentarono ed animati dallo spirito ardente di carità, a cui erano stati
formati, si distinsero per l'impegno negli studi, per diligenza e profitto.
Completati
gli studi ritornarono subito in Egea e, approfittando di un periodo di calma
di cui godeva la Chiesa, propagarono liberamente e con efficacia il regno di
Gesù Cristo.
Esercitarono
l'arte medica come missione e utilizzando l'ascendente che avevano sui pagani,
colpiti da infermità, che si affidavano alle loro cure con grande fiducia,
cercavano di convertirli alla verità della fede cristiana.
Oggi,
come ai tempi dei Santi Medici Cosma e Damiano, la gente più umile per potersi
recare da un paese all'altro, fa buon uso dell'asinello. Questi due giovani
possono benissimo farci immaginare i nostri Santi che viaggiando, guarivano e
convertivano i pagani al cristianesimo.
Dio,
in non pochi casi, concesse a Cosma e Damiano il potere taumaturgico di
operare miracoli, in aiuto della loro scienza medica, per cui ottennero
guarigioni strepitose che contribuirono a circondarli di un alone di grandezza e
di ammirazione da parte dei pagani e, quindi, a rendere più facile ed efficace
l'opera di proselitismo nella diffusione della fede cristiana.
Si
parla di miracoli operati dai due giovani medici su ciechi, muti, zoppi,
lebbrosi e indemoniati, che ricorrevano a loro per essere guariti. I loro
agiografi confermano questa verità, perché ci hanno tramandato che guarivano
le infermità più con la carità di Cristo, che con la scienza medica.
Si
aggiunga il fatto, unanimamente attestato dai loro biografi, che essi
esercitavano la loro professione medica unicamente per amore di Dio e del
prossimo, prestando la loro opera con assoluto disinteresse, senza mai chiedere
retribuzione alcuna, né in denaro, né di altro genere e non accettando
neppure la minima cosa che potesse avere ragione di ricompensa, per cui vennero
universalmente acclamati con il nome di «Anàrgiri», vale a dire senza argento
o denaro.
Questo
spiega la venerazione, l'ammirazione e l'amore di cui erano circondati,
l'ascendente che esercitavano sui pagani e le magnifiche conquiste di nuovi
cristiani che portarono alla Chiesa di Cristo, accendendo nei loro cuori una
fede viva e un amore generoso.
Una
povera donna di nome Palladia soffriva da diversi anni per un flusso di sangue e
dopo aver speso quasi tutti i suoi averi in medici e medicine e senza alcun
miglioramento, avendo ricevuto notizie dei due fratelli medici, si rivolse con
fiducia a loro in lacrime. La malattia come per miracolo cessò di esistere e
la donna esultante di gioia e di immensa riconoscenza, non rimanendole che
poche cose offrì ai fratelli un modestissimo dono: tre uova.
I
due Santi fratelli furono irremovibili nel rifiutare il dono mémori del
proposito fatto all'inizio della missione. Allora Palladia chiamò in disparte
Damiano e scongiurandolo in nome di Gesù Cristo lo convinse ad accettare il
piccolo omaggio offerto da un cuore traboccante di infinita riconoscenza; e
fece scivolare nella bisaccia le tre uova.
Appena
Cosma venne a conoscenza di questo fatto disapprovò energicamente il gesto del
fratello e, per sottolineare ancora più la sua protesta manifestò il desiderio
di non essere seppellito, una volta morto, vicino alla tomba del fratello
Damiano. Un proposito violato per rendere felice una donna miracolosamente
guarita per l'intervento caritativo dei due fratelli medici e un bisticcio tra
fratelli per essere venuto meno uno dei due al programma impostosi.
In
nome di Cristo i due medici compivano una nobile missione umana e cristiana
con carità fraterna aiutando tutti i bisognosi di cure; spesse volte
riportavano guarigioni prodigiose con l’imposizione delle mani sugli
infermi. (da M. Medillo - I SS Cosma e Damiano - Grafiche Gguglielmi)
I
due giovani medici, non guarivano solo i mali del corpo ma anche quelli
dell'anima: sempre più infatti erano i pagani che apprezzavano il loro lavoro.
Questo
spirito soprannaturale e caritativo con cui i Santi Cosma e Damiano esercitarono
la nobilissima arte medico-sanitaria al loro tempo dovrebbe essere di sprone e
di esempio per tutti i medici e per tutti coloro che si rendono utili negli
ospedali specialmente i cattolici.
Sono
da ammirare quei bravi dottori che con carità cristiana si accostano al letto
dell'ammalato, lo confortano lo sostengono nella fatica del dolore e compiono
con scienza e coscienza il proprio dovere. Cosma e Damiano, come sacrificio a
Dio gradito offrirono le primizie del proprio lavoro nel servizio ai fratelli
bisognosi senza distinzione di età, di razza o religione.
Lo
Spirito Santo, dimorando in loro sin dal giorno del Battesimo guidava i
passi di questi due giovani medici sull'esempio di Cristo: essere vicini ai
poveri, guarire gli ammalati, consolare gli afflitti e i carcerati.
La
vita di Cosma e Damiano aveva profonde radici bibliche; dalla Scrittura furono
istruiti per la salvezza, formati alla giustizia, fortificati nella missione che
svolgevano al servizio di quanti erano afflitti da sofferenze corporali.
Amando intensamente, di vero cuore i fratelli bisognosi di cure, furono
rigenerati non da un seme corruttibile, ma immortale cioè dalla Parola del
Salvatore viva ed eterna.
Ai
Santi Medici potremmo applicare quello che S. Paolo scriveva ai Cristiani di
Colossi: "... Io rendo continuamente grazie a Dio Padre del Signore Nostro
Gesù Cristo nelle mie preghiere quotidiane, per Voi Cosma e Damiano, per le
notizie che ho ricevuto circa la vostra fede in Gesù Salvatore, e la carità
che avete verso tutti i fratelli ammalati in vista della speranza che vi attende
nei cieli" (Cfr. Col. 1, 2 - 4).
Ormai
l'oro era stato saggiato nel crogiuolo e i due fratelli erano pronti a qualsiasi
"chiamata" perché nel disegno di Dio era giunta l'ora della grande
prova. Nel "terreno" di Dio avevano seminato tanto grano buono ed era
giunto il momento della mietitura: la messe era matura.
"...
Il discepolo non può essere superiore al maestro..." avevano tante volte
ascoltato nella proclamazione del Vangelo, "... e se hanno perseguitato
me, perseguiteranno anche voi..."
La
Chiesa infatti, sin dalle origini fu sempre perseguitata, basti ricordare Pietro
e Giovanni davanti al Sinedrio; il martirio di Stefano uno dei primi sette
diaconi della Chiesa in Gerusalemme, le persecuzioni a Roma ad opera
dell'imperatore Nerone nel 64 d. C. e così in tutti gli altri anni sino a
giungere anche ai tempi della famiglia di Niceforo e cioé di Cosma e Damiano.
Molte
chiese sorsero e furono dedicate ai Santi Cosma e Damiano, nei secoli IV e V, in
Panfilia, in Cappadocia, ad Edessa e a Costantinopoli dove si ebbero quattro
basiliche erette in loro onore. Di esse una ebbe grande risonanza in tutto
l'oriente, per la magnificenza dei suoi ornamenti, fatta costruire
dall'imperatore Giustiniano per una prodigiosa guarigione ricevuta per loro
intercessione.
In
questa basilica, che divenne santuario nazionale, molti ammalati si recavano a
chiedere la guarigione dai loro mali, praticando il rito della «incubazione»:
i malati passavano la notte in chiesa, dove si addormentavano. Durante il
sonno i Santi venivano a curarli, ora facendo un'operazione chirurgica, i cui
effetti si notavano il giorno dopo, ora applicando un impacco, fatto con olio
e cera, ora suggerendo rimedi, alcune volte assai strani.
Il
rito dell'incubazione è del tutto scomparso dai nostri santuari, ma il modo
d'intervenire dei Santi Cosma e Damiano presso i sofferenti è sempre lo stesso.
Le narrazioni di grazie, con le relative apparizioni dei Santi in sogno, con
operazioni da essi eseguite, con assicurazione di prossime guarigioni non sono
altro che la continuazione del loro operare nel rito antico della incubazione.
Confessiamo che molte volte restiamo sconcertati da certe narrazioni, semplici nella loro sostanza, ma ricche di straordinari particolari, apparizioni, messaggi, unzioni, dialoghi, ma mai dubbiosi sulla Onnipotenza divina, che di tutto si può servire per glorificare i suoi fedeli seguaci e per confortare e consolare i sofferenti, che si rivolgono alla loro intercessione per essere guariti. (da "Bibliotheca Sanctorum" Ist. Giovanni XXIII - vol. IV - Filippo Caraffa).
Trovandosi
in anni tormentati da continue persecuzioni, l'eco delle guarigioni, operate
pubblicamente da Cosma e Damiano, non poteva non giungere alle orecchie delle
autorità romane. Era così clamorosa la fama delle opere cristiane operate dai
fratelli medici, in nome di Cristo Signore, impressionante il numero delle
conversioni alla religione cristiana, che il proselitismo offese la
suscettibilità pagana del governatore della Cilicia, tanto da definirli un
"pericolo pubblico".
Circa
la data della cattura e della condanna a morte dei fratelli di Egea non si è
certi, le notizie non sono concordi, infatti c'è chi asserisce che sia
accaduto tra il 287 o il 288; chi invece dice sia stato nel 303, ma per quanto
si possa rilevare e dedurre dallo storico Celio Firmiano Lattanzio, si è piú
propensi per il 308, anno in cui la persecuzione toccò l'apice con lo
spargimento di sangue cristiano.
Fu
in questa persecuzione che i fratelli Cosma e Damiano incorsero nell'ira dei
persecutori romani e con loro anche i tre fratelli minori.
La
persecuzione venne propizia per vendicarsi e accusare alle autorità romane
l'opera cristiana di Cosma e Damiano. Accusati di essere Cristiani, di non aver
obbedito all'editto imperiale che ordinava di sacrificare agli déi pagani e di
guarire gli infermi con le loro stregonerie, nulla fecero per nascondersi o
sottrarsi a coloro che li cercavano.
A
nulla valsero le esortazioni dei guariti che gareggiavano a volerli ospitare,
nascondendoli nelle proprie case. Con la gioia di poter offrire a Dio la propria
vita, memori dell'eroico coraggio del padre e di tanti altri Cristiani, i
fratelli caddero vittime della ferocia dei persecutori che, dopo averli
catturati, li condussero in catene dinanzi al prefetto Lisia, che aveva il
compito della tutela della città ed esercitava la giurisdizione criminale con
procedura sommaria, contro i perturbatori dell'ordine pubblico e in particolar
modo contro, comunità religiose cristiane ostili ai riti pagani.
Alla
presenza del governatore della Cilicia i cinque figli di Niceforo non si
intimorirono, ricordavano infatti l'esortazione di Gesù: "... Metteranno
le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi e trascinandovi davanti
a re e governatori a causa del mio nome. Non preoccupatevi di quello che
direte in vostra difesa; io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri
avversari non potranno resistere, né controbattere. Metteranno a morte alcuni
di voi, ma la vostra perseveranza salverà la vostra anima..." (Cfr. Lc.
21, 12 - 19).
Interrogati
dal prefetto Lisia e indotti a rinnegare la loro Fede in cambio della libertà,
i fratelli intrepidamente respinsero l'offerta del "tentatore" e
professarono ancora una volta la Fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio e
Salvatore.
Gli
studiosi della vita dei martiri non sono in grado di garantire la veridicità
storica delle torture subite dai cinque fratelli che si ritrovano nelle
tradizioni popolari. Una cosa è certa: Cosma e Damiano e i tre fratelli Antìmo,
Leonzio ed Euprepio furono martiri per il nome di Cristo Signore.
L'Impero
Romano, che basava la sua potenza sul culto della forza e dell'autorità non
poteva passivamente accettare la nuova fede che predicava l'amore. Il
Cristianesimo, rifiutando come caducità terrene lo sfarzo, la potenza e la
gloria, colpiva l'Impero nella sua essenza; l'esaltazione, che esso faceva dei
poveri e degli umili, dei diseredati e degli oppressi, cui è riservato il
Regno dei Cieli, flagellava i ricchi e i potenti, i superbi e i vanagloriosi.
Inoltre
il rifiuto dei cristiani ad adorare come dio l'Imperatore, poiché per essi Dio
era uno solo, Spirito puro ed invisibile, accrebbe i contrasti tra i cristiani e
gli imperatori, che ordinarono ben 12 persecuzioni.
Queste
persecuzioni non vennero ordinate solo da imperatori crudeli come Nerone, ma
anche da imperatori saggi e colti come Tratano e Marco Aurelio, appunto perché
la concezione religiosa cristiana, rifiutando la venerazione dell'imperatore
che in tal modo si imponeva al rispetto e all'ubbidenza dei sudditi, minava le
basi stesse dell'Impero.
Ma
le stragi rafforzarono il Cristianesimo nascente poiché, come fu ben detto da
Tertulliano (160-230), «il sangue dei cristiani è seme». E infatti fu seme
tanto fecondo e glioso che, nel duello tra Impero e Cristianesimo, l'impero con
la sua potenza dovette piegarsi innanzi agli inermi e deboli cristiani.
Ma
il Cristianesimo non si limitò solo a proclamare nuovi princìpi morali e a
dischiudere nuovi orizzonti allo spirito umano, rinnovò anche le arti e le
lettere ponendo le premesse di una nuova civiltà.
Così
la cultura cristiana coi suoi apologisti diede nuova forza all’espressione e
portò Altra linfa nell’agonizzante mondo delle lettere pagano. (da
“Impegno” di M. Fera – P. Giannantonio – Loffredo – Napoli)
Quali
furono le torture che subirono i cinque fratelli? La "Passio" dei
Santi ce la tramanda per la nostra edificazione e per rafforzare ancor più la
nostra fede in Cristo Gesù. I cinque figli di Niceforo e Teodora erano alla
presenza del furibondo Lisia che, ancora una volta, ordinò loro di sacrificare
con un pugno di incenso agli dèi dell'Impero Romano.
La
risposta unanime dei fratelli fu un netto rifiuto, fedeli all'amore di Cristo.
Il prefetto Lisia allora ordinò che fossero legati e poi battuti, sulla schiena
nuda, con nervi di bue. Mentre ricevevano furibondi colpi sulla schiena,
elevarono la preghiera a Dio Padre a somiglianza di quella che elevò Gesù
mentre lo inchiodavano alla croce, se fosse stato possibile volgere il suo
sguardo su di essi e ascoltare la loro supplica, liberandoli dal laccio del
demonjo e dal furore del Prefetto, perché in Lui avevano sperato e Lui solo era
il vero Dio.
Dio
accolse la loro fiduciosa preghiera; li rianimò, restituendo i loro corpi
illesi agli occhi dei presenti. Il Signore Dio affermava la sua potenza contro
gli avversari sbalordendo i nemici della Fede. Nonostante ciò, il Prefetto
Lisia, non si diede per vinto: dopo averli legati con pesanti catene ed aver
fatto porre un grosso macigno al loro collo, li fece precipitare nei flutti del
mare.
Ancora
una volta l'Angelo del Signore intervenne, riportandoli salvi a riva. Non erano
ancora pronti per lasciare la dimora terrena e Dio continuava a sostenere i
cinque araldi Cristiani e lasciò che l'ira accecasse ancor più gli occhi del
Prefetto per permettergli di vedere o di ammettere, in quei prodigi l'ntervento
misericordioso di Dio e non una ipotetica magia pagana.
Il
Governatore volle dare un po' di tempo ai cinque Cristiani affinché
riflettessero circa le sue proposte e li fece condurre in prigione, forse in
quelle di Kiròs (Ciro) in Siria, attuale Cheik-et-Koras città episcopale di
Teodoreto (m. 458); attendendo che la volontà di Dio si compisse e felici di
patire per amore di Gesù.
Furono
condannati ad essere bruciati vivi, e ancora una volta Dio rinnovò il prodigio
che nell'Antico Testamento manifestò ai tre giovani gettati nella fornace
ardente di Babilonia.
Probabilmente
i fratelli di Egea elevarono la seguente preghiera che la «Passio» pone sulle
loro labbra: "A te che abiti nei cieli, innalziamo il nostro sguardo, o
Signore". Ecco, come l'occhio del servo guarda fisso le mani del suo
padrone e come l'occhio dell'ancella le mani della sua signora, così i nostri
occhi fissano il Signore Dio nostro fin quando non si muove a pietà di noi...
Abbi
pietà di noi, o Signore, abbi pietà di noi, perché l'umiliazione ci opprime.
Guardaci, o Signore, perché non ci rinfaccino quelli che non conoscono il tuo
nome... Dov'è il loro Dio nel quale hanno sperato?
Ancora
una volta gli eroici fratelli uscirono illesi dalle fiamme e il Prefetto
impaziente come premio offrì loro un'altra tortura, condannandoli al
cavalletto e poi ancora al palo, alla lapidazione, ma avveniva un fatto strano:
le pietre ritornavano a chi le aveva scagliate. E poi scelse una brava squadra
di arcieri per traffiggerli con acuminate frecce che, scagliate ritornarono
indietro colpendo gli stessi arcieri.
Il
culto della venerazione per le Reliquie dei Martiri e dei Santi hanno
documentazioni fin dai tempi più antichi del cristianesimo. I Martiri avevano
testimoniato la fede nel Cristo; avevano versato il sangue per lui perciò i
loro corpi erano raccolti dal luogo del martirio, finanche trafugati, e poi
custoditi in una tomba, che veniva ornata di fiori e di lumi. Se esistono le
venerande catacombe di Roma, di Napoli e di altre città è perché
religiosamente vi si riponevano i corpi dei Martiri e anche di coloro che
avevano dato esempio di vita intemerata e santa.
Fu
poi un'epoca di grande risveglio di Fede, quando, nel secolo XVI, vennero alla
luce, in Roma specialmente, i sepolcri sotterranei dei primi cristiani, e vi fu
una gara fra i dotti per individuare quei sacri avanzi, di interpretare le
iscrizioni e i segni dipinti o graffiti che indicavano il martirio o la vita
virtuosa dell'estinto.
Particolarmente
si rinveniva spesso il sangue che era stato versato per la fede, e che era
stato raccolto con spugne, pannolini, magari insieme al terriccio, su cui era
caduto dalle vene del martirizzato; indi conservato in ampolle di argilla o di
vetro, che venivano poi deposte nel medesimo loculo ove era stato rinchiuso il
corpo del Martire; oppure attaccate con calcina all'esterno della lapide
tombale, evidentemente per indicare che il corpo rinchiuso in quel sepolcro
era di un Martire. (G. B. Alfano - A. Amitrano, Notizie storiche e osservazioni
sulle reliquie di sangue conservate in Italia e particolarmente in Napoli,
Napoli 1951, pp. 13-14.)
Ma
può l'uomo fare qualche cosa senza Dio? L'uomo si agita e Dio lo conduce, e
nella volontà di Dio è la vera pace. Per questo i Santi Fratelli attesero
che questa volontà divina si compisse in essi tranquillamente, pregando.
Il
carnefice, umiliato nelle sue sconfitte, si illudeva ancora della sua potenza
e, infierendo nella sua cecità, ordinò che venissero decapitati. «Non temete
chi uccide il corpo, ma nulla può contro l'anima», aveva detto Gesù. E i
Santi Fratelli non temettero di affrontare questo nuovo supplizio. L'avevano
atteso lungamente ed ora bruciavano ardentemente d'incontrarsi faccia a faccia
con il loro Dio. L'avevano servito fedelmente, ora era giunto il momento del
premio.
Si
recarono tra i soldati, al luogo dell'esecuzione, e davanti ad una folla di
pagani curiosi e di cristiani oranti, ascoltarono tranquillamente e serenamente
la lettura della loro condanna alla decapitazione.
Ad
uno ad uno si inginocchiarono e le loro teste caddero sotto il colpo fatale
della mannaia.
Tutto
era finito per i figli di Niceforo, pensò Lisia, e la vittoria era sua. Quelle
bocche non parleranno più di Dio, nè di Colui che Egli ha mandato a salvare
gli uomini, Gesù Cristo; quelle mani non saranno più imposte sui malati per
essere guariti; quei piedi, che tanto cammino avevano compiuto per amore, in
cerca di sofferenti nel corpo o nell'anima, giaceranno per sempre immobili nella
loro fossa. Tutto per Essi è finito.
Questa
è la convinzione degli uomini. Ma sarà anche quella di Dio? No. È attraverso
la morte che si raggiunge la vera vita e se il grano di frumento non muore, non
può produrre la spiga. È attraverso la croce che si raggiunge la luce. «Quando
sarò sollevato da terra, allora tutto trarrò a me», aveva detto Gesù. La
morte dei Santi Fratelli tolse il limite della loro attività terrena e dette
inizio a un cammino ascensionale di vittoria e di trionfo, che il tempo, molte
volte nemico dell'uomo, non ha potuto fermare e la storia è stata costretta a
registrare.
Chi
è stato il vero sconfitto in questa dura lotta? Il Prefetto Lisia. Chi
veramente ha trionfato? I Santi Fratelli Cosma e Damiano, di cui la Chiesa
canta: «Questa è la vera fraternità che ha vinto i delitti del mondo. Hanno
seguito Gesù Cristo ed hanno meritato la gloria del cielo».
Insieme
con Essi furono sepolti anche gli altri tre fratelli minori, martirizzati
anch'essi nella stessa persecuzione di Diocleziano, come si rileva dalla «Passio»
e dal Martirologio romano.
Il
«Martirologio Romano», scritto da Usuardo, fissa la data al 27 settembre. Alla
luce però delle ultime ricerche storiche sembra che il 27 settembre sia non il
loro «Dies Natalis», ossia il giorno del martirio dei cinque Fratelli, ma in
origine, il giorno commemorativo della Basilica a loro intitolata nel foro
romano, costruita per ordine di Papa Felice IV.
Il
nuovo calendario liturgico, che ha avuto come criterio generale di attenersi,
nel fissare le feste o le armonie liturgiche dei Santi al loro «dies natalis»,
cioè, al giorno della loro morte su questa terra e all'ingresso nella gloria di
Dio, ha fissato al 27 settembre la memoria di san Vincenzo de' Paoli che morì
in quel giorno, ed ha trasferito, proprio per mancanza di certezza, quella dei
Santi Medici al 26 settembre. In base ai documenti che si posseggono, si fanno
due ipotesi. Alcuni affermano che i cinque Santi Fratelli subirono il martirio
a Ciro, città della Siria. Altri dicono che furono martirizzati ad Ëgea in
Cilicia, dove i corpi rimasero sepolti, fuori le mura della città, fino
all'editto di Costantino del 313 d. C. Dopo i loro corpi furono portati a Ciro
in Siria, dove l'imperatore Giustiniano, guarito da una malattia per
intercessione dei Santi Cosma e Damiano, fece ingrandire la città, fortificarla
e sui loro sepolcri fece costruire una Basilica in loro onore, promovendone il
culto e la devozione.
La
revisione degli «Atti dei Martiri antichi», dice «che subirono il martirio a
Ciro, città episcopale di Teodoreto (m. 458 d. C.), che li ricorda e li chiama
illustri atleti e generosi martiri».
Risulta
con certezza che sotto il Pontificato di San Gregorio Magno (590-604), e per
suo ordine, ebbe luogo la traslazione delle Reliquie dei Santi Medici e dei loro
Fratelli Minori da Ciro a Roma nella Basilica eretta e dedicata ai Santi Cosma e
Damiano dal Papa San Felice IV. Lo attesta una iscrizione riportata anche dai
Bollandisti, la quale dice che «sotto l'altare maggiore riposano i corpi dei
Santi Cosma e Damiano e dei Santi Antimo, Leonzio ed Euprepio, loro fratelli
germani, ed ivi deposti dal Beato Gregorio».
Da
Roma buona parte delle sacre reliquie dei Santi Cosma e Damiano si sparse in
molte parti d'Europa e in tanti e tanti Santuari dedicati ai loro nomi. Nel
secolo X una parte delle sacre ossa fu portata in Brema, città libera della
Germania, e da qui, nel secolo XVII, esse vennero rimosse e destinate a Monaco
di Baviera, alla Chiesa del Collegio dei Gesuiti, che, per i ripetuti miracoli
in essa operati, divenne presto un vero Santuario.
Sotto
il Pontificato di Alessandro III un signore francese, Giovanni di Beaumont,
ritornando dalla guerra santa, portò in Francia alcune delle sacre Ossa, delle
quali una parte, la parte maggiore, si venerò a Luzarches, a circa 10 Km. da
Parigi, in una Collegiale dedicata ai Santi Medici, rinchiuse in due artistici
reliquiari d'argento, profanati e distrutti nel 1793, durante la Rivoluzione
Francese, dai rivoluzionari, e una parte, la più piccola, è gelosamente
custodita nella Chiesa metropolitana della medesima Parigi.
Altre
Reliquie dei Santi Medici vantano Venezia, nella Chiesa di S. Giorgio, Verona,
nella Chiesa di S. Procolo, Amalfi, nella Cattedrale, Bologna, Imola,
Campobasso, Tagliacozzo in Abruzzo, Malta e qualche città della Spagna.
Anche
Bitonto, città a 18 Km. da Bari, vanta di possedere una reliquia insigné dèi
Sānti Cosma e Damiano, formata da due Ossa delle braccia dei Santi
Fratelli. Col diffondersi il culto dei Santi per mezzo delle loro reliquie è
connesso il sorgere dei templi alla loro memoria. Negli ultimi anni del secolo V
e nei primi del secolo VI per opera dei commercianti e in modo speciale dei
monaci Basiliani, il culto dei Santi Medici si diffuse in Occidente.
In
Italia vi sono diversi grandi Santuari dedicati ai Santi Cosma e Damiano, dai
quali la devozione s'irradia in tutti i paesi, città e regioni vicini.
Ricordiamo in Puglia i grandi Santuari di Bitonto, di Alberobello, di Oria,
detto comunemente S. Cosimo alla Macchia perché sorge in aperta campagna.
Vi
sono anche i Santuari di Elena, presso Gaeta, Secondigliano di Napoli, di
Carbonara di Nola, di Isernia, di Riace in Calabria di Ravello, e di Venezia
nel monastero di S. Giorgio, oltre le numerose Parrocchie e altari consacrati
ai Santi Cosma e Damiano in tante e tante città e piccoli paesi. Nella
provincia di Bari e in gran parte di quella di Foggia non vi è paese o città,
che non registri al suo attivo di fede la sua Chiesa, o il suo altare, o almeno
l'immagine venerata dei Santi Fratelli.
La
venerazione ai Santi Cosma e Damiano si diffuse rapidamente non solo nel
Lazio, ma anche in altre regioni della Penisola, come, per esempio, in Toscana
ove la nobile famiglia dei Medici, verso la metà del '400, elesse i due Santi
a propri Patroni, facendoli oggetto di un culto quanto mai intenso e
commissionando, a proprie spese, al Beato Angelico diverse tele di episodi
della loro vita.
La
cosiddetta pala di S. Vincenzo di Annalena, commissionata da Cosimo per
Annalena Malatesta, tra il 1430 e il 1440, mostra la Vergine e il Bambino
circondati da vari santi tra i quali Cosma e Damiano occupano il posto
d'onore. Ma è nella predella che vediamo snodarsi le varie vicende della loro
vita, dalla guarigione di Palladia fino alle molteplici fasi del martirio,
nelle prove della crocifissione e della decollazione, insieme con i fratelli.
Non
minore importanza riveste la Pala di S. Marco, di qualche anno posteriore. Anche
qui il Beato Angelico non si è accontentato di raffigurare i due medici in
posizione preminente, ma ha narrato nella predella oltre alle stesse scene
dell'opera precedente, la sepoltura dei santi e il miracolo della gamba nera.
Tale scena si riferisce al prodigio operato dopo la morte da Cosma e Damiano
sulla persona del diacono della chiesa romana ad essi dedicata, al quale venne
sostituita usta gamba cancrenosa con l'arto di un negro morta poco innanzi. (da
"Bibliotheca Sanctorum"- Vol. IV - Pontificia Università Lateranense
- Roma)
Guidati
dallo Spirito Santo, i Santi Cosma e Damiano si dedicarono alla medicina e la
esercitarono con mirabile zelo e spirito soprannaturale, facendo di essa una
missione a vantaggio dei sofferenti, per i quali, quando la loro scienza
medica non era sufficiente a guarirli, ricorrevano alla potenza di Dio,
operando per sua benevola concessione, strepitose guarigioni.
Per
questo «ab immemorabili» furono ritenuti celesti patroni dei medici e dei
sanitari, di bravi professori e illustri clinici che con le loro ricerche
scientifiche cercano di conoscere sempre di più e sempre meglio le risorse
della natura a beneficio dell'umanità dolorante e strappare ad essa i rimedi
più efficaci al superamento di tanti mali, che gareggiano con la scienza
superba dell'uomo, cercando di avere su di lui il sopravvento. Furono patroni
anche degli studenti di medicina, dei farmacisti, dei barbieri, in quanto
aiutanti dei medici e dei chirurghi, specialmente nel Medioevo, praticando la
medicina minore, cioè salassi, iniezioni, mali di denti, piccole incisioni,
slogature, e attualmente con le nuove specializzazioni sociali, anche degli
infermieri diplomati, a cui sono passate alcune mansioni, una volta praticate
dai barbieri e che vengono considerati da tanti pazienti che godono dei loro
servizi come angeli consolatori.
In
tanti quadri di cui è ricca l'iconografia dei nostri Santi, troviamo accanto ai
Santi Cosma e Damiano, che operano sui sofferenti, gli angeli che porgono loro
gli strumenti per operare o sostengono cassette di farmaci e addirittura
organi per il trapianto.
In
loro onore fin dai tempi antichi sorsero potenti associazioni di medici,
sanitari, farmacisti e di loro aiutanti in Francia, in Italia e nelle Fiandre
con sede nei loro santuari.
Ricordiamo,
fra le tante, la gloriosa Confraternita dei Santi Cosma e Damiano con sede nei
due santuari di Luzarches e di Parigi, divenuta più tardi «Collegio di
chirurgia», che fu per molto tempo la sola scuola di Chirurgia esistente in
Europa.
Obbligo
primo degli Associati, a ricordo dei fondatori, era la consultazione gratuita
degli ammalati, il lunedi di ogni settimana.
Il
loro culto oggi va sempre più diventando di viva e palpitante attualità, non
solo presso i tanti pazienti, che riempiono cliniche e ospedali, che con grande
fede e amore fanno ricorso ai gloriosi Santi Fratelli Medici, ma anche di
bravissimi Professori di Medicina e di famosi Chirurgi di Università e di
Cliniche, che coscienti dei limiti della propria scienza medica e chirurgica,
nonostante i grandi progressi da queste raggiunti o in via di conquista, nei
casi disperati si rivolgono ai Santi Cosma e Damiano, che sono, ancor oggi, come
nei secoli passati, «speranza certa di guarigione».
Un
importante intervento, anch'esso affrescato nella Basilica Feliciana a Roma è
un "trapianto" fatto in chiesa. Nella Basilica dei Santi Cosma e
Damiano, lavorava un diacono di nome Giustiniano, cui il cancro aveva divorato
tutta la gamba destra.
Una
notte, mentre riposava accanto all'altare dove si trovavano le Sacre Reliquie
dei fratelli Martiri, gli apparvero in sogno i Santi Medici, portando con loro
unguenti e strumenti chirurgici. Cosma chiedeva a Damiano dove prendere la gamba
di ricambio e Damiano rispondeva che era possibile nel cimitero di San Pietro
in Vincoli ove si trovava il cadavere di un negro dell'Etiopia, appena
seppellito.
I
Santi si recarono al cimitero, amputarono la gamba al negro e la sostituirono
alla gamba ormai tutta corrosa dal male, del povero diacono. Quando al mattino
questi si svegliò, non sentendo alcun dolore, si tastò la gamba malata, ma con
grande stupore ogni male era scomparso e si accorse di avere una gamba nera e
una bianca.
Resosi
conto del miracolo avvenuto e ricordando il sogno avuto durante la notte, corse
a narrare agli amici e familiari grande dono che i Santi Medici gli. avevano
concesso. Tornando in chiesa in lacrime, ringraziò i due Santi con tutti gli
amici che lo avevano seguito.
In
tutto il mondo i divini Fratelli, risanatori del male, furono designati
Patroni dei medici, dei chirurghi, dei farmacisti e di conseguenza, invocati
Protettori degli ospedali. (da "Bibliotheca Sanctorum"- Vol. IV -
Pontificia Università Lateranense - Roma)
«I
MEDICI DI BITONTO»
Bitonto
è una città famosa della provincia di Bari per la sua storia. Si ricordano la
battaglia di Bitonto tra Aragonesi e Austriaci, del 26 maggio 1734, alla cui
memoria fu eretto l'Obelisco che domina la piazza 26 maggio, ed i suoi
monumenti, tra cui primeggia la Cattedrale, gioiello dell'arte romanica,
riportata al suo antico splendore dal vescovo Aurelio Marena, che ne ha curato
l'isolamento dalle costruzioni adiacenti. Ma essa è soprattutto famosa per il
Santuario dei Santi Medici, i quali nelle numerose apparizioni ai devoti che
ricorrono alla loro intercessione sogliono farsi conoscere come «i Medici di
Bitonto».
Quando
e come iniziò il culto ai Santi Medici in Bitonto non è possibile
adeguatamente determinarlo.
La
loro devozione entrò quasi in sordina e si trovano le prime tracce in un
dipinto che vi era nell'antica parrocchia di San Leucio, risalente al secolo XIV.
Il dipinto raffigurava, insieme con il titolare, anche i Santi Cosma e Damiano.
I resti di tale dipinto, in cui è andata perduta l'effigie di San Damiano, sono
ora custoditi presso il museo diocesano.
Alla
stessa epoca risale l'artistico bassorilievo in pietra, raffigurante i Santi
Medici Cosma e Damiano ed alcuni devoti che accorrono ad Essi per essere
guariti. Si conservava nella cappella semipubblica della nobile famiglia Rogadeo,
dedicata a S. Anna, in via dei Mercanti, e, donato da essa al nuovo Santuario,
fa da pallotto all'altare della cripta.
Non
va collocata molto lontana dal secolo XIV la prima chiesa dedicata ai due
Santi fratelli nelle adiacenze della parrocchia di San Giorgio. Essa fu per
molto tempo il centro di diffusione del loro culto e di affluenza di numerosi
fedeli. Di essa ora non resta che il ricordo, parlandone gli Atti della visita
pastorale eseguita dal vescovo Cornelio Musso nel 1549 e quelli della vita
pastorale del vescovo Carafa nel 1624.
Al
31 gennaio 1631 la chiesetta esisteva ancora, come si rileva dagli Atti della
visita pastorale del vescovo Pierbenedetto, che, oltre a nominarla, fa
menzione del suo rettore don Lorenzo Iacobuzio, romano. Dopo quell'epoca ci fu
il declino, per essersi reso il piccolo tempio inospitale fino al punto da
essere dichiarato interdetto e sconsacrato dal vescovo Gallo con decreto del 5
novembre 1676.
A
causa dell'interdizione della chiesetta il culto dei Santi Medici passò nella
vicina parrocchia di San Giorgio e il parroco Pisanelli fece dipingere dal
pittore Carlo Rosa un quadro dei due Santi, che collocò sull'altare destinato a
loro. Nella visita pastorale eseguita dal vescovo Stella nel 1626 si parla di
due reliquiari, uno contenente parte di due braccia dei Santi Cosma e Damiano e
l'altro l'osso di uno delle braccia di San Valentino, conservati in Cattedrale.
In
seguito alla guarigione del cavaliere Girolamo Rogadeo da una grave polmonite
per intercesione dei Santi Medici, egli e la consorte Maria Sylos Calò nel 1877
sostituirono il vecchio reliquiario di legno con l'artistico reliquiario
d'argento d'orato, custodito prima in Cattedrale e attualmente, per benevola
concessione del Capitolo Cattedrale, dietro interessamento del vescovo Marena,
presso il nuovo Santuario dei Santi Medici, che nella ricorrenza della solennità
liturgica dei Santi, il 26 settembre, e in quella esterna della terza domenica
di ottobre, lo colloca nella nicchia preparatagli sotto l'altare maggiore, alla
venerazione dei numerosi fedeli.
Le
due stupende statue dei Santi Cosma e Damiano, che troneggiano al centro
dell'abside del magnifico e grandioso Santuario, ebbero una loro storia e
controverse vicende. Il sacerdote Gaetano Pasculli, profondo conoscitore e
cultore di cose patrie, il quale vantava lontane conoscenze, da cui avrebbe
attinto preziose notizie, scrive testualmente: «Le loro due bellissime statue
appartenevano - non si sa né da quando, né come - a un umile e onesto operaio,
Vincenzo Amenunno fu Domenico, che abitava sull'arco di S. Anna, nei rioni
dell'antichissima parrocchia di Santa Caterina.
Le
statue erano due manichini. Le relative teste, mani e piedi amovibili, in
legno verniciato a vivi colori, si conservavano in una modesta cassa di abete.
Ogni anno per la festa del 27 settembre - si montavano le statue e, rivestite di
abiti in costumi orientali, si esponevano alla venerazione dei fedeli nella
parrocchia di Santa Caterina. A festa finita si smontavano per riporle nella
stessa cassa».
I
discendenti della famiglia Amenunno, che vivono tuttora, narrano - per
tradizione - che una signora napoletana, di cui s'ignorano le generalità, per
intercessione dei Santi Medici, ricevette da Dio una grazia segnalata.
Le
si doveva amputare una gamba. La notte precedente la grave operazione, le si
presentarono due giovani, che dissero di venire da Bitonto e di chiamarsi
l'uno Cosma e l'altro Damiano. Le medicarono la gamba ammalata e disparvero. Il
giorno seguente la gamba era perfettamente guarita e perciò non fu più
necessario l'intervento chirurgico.
La
fortunata signora, per conoscere e ringraziare i suoi generosi benefattori, si
recò subito a Bitonto e, secondo l'indirizzo da essi ricevuto, si diresse alla
casa Amenunno. Alla viva descrizione dell'accaduto gli Amenunno non seppero
dare subito una spiegazione; ma poi alle vive insistenze della napoletana nel
descrivere le fattezze dei due giovani, quasi arrossendo per vergogna,
aprirono dinanzi a lei la cassa delle due statue.
Ella
appena vede le due teste, riconosce in esse i suoi Benefattori. Si getta in
ginocchio e, con lacrime agli occhi, le bacia e ribacia. Per ringraziamento del
miracolo ricevuto fa rinnovare i busti dei due manichini, deteriorati dal
tempo, e fa confezionare degli abiti nuovi per la festa del 27 settembre.
:Dopo
questo mirabile avvenimento gli Amenunno per mettere meglio in venerazione le
miracolose statue dei Santi Medici, le donarono con la cassa alla parrocchia
di Santa Caterina di Bitonto. (da “Leggendo la vita dei Santi Medici" di
D. Vacca – Arti Grafiche Favia – Bari)
La
conoscenza dei Santi Cosma e Damiano sarebbe troppo vaga, superficiale se ci
limitassimo a vedere in loro soltanto dei distributori di miracoli da tenere in
conto solo in caso di necessità.
Il
Martire è colui che, immolando la vita per Cristo, rivela la carità al Sommo
Grado. Perché, come dice Gesù: "Nessuno ha un amore più grande di
questo: dare la vita per i propri amici" (Gv. 15, 13). Il Martire
"brucia" la vita presente, ancorato alla promessa della 'felicità
eterna; ama Dio più di tutti i suoi cari, più di se stesso, fino a donare il
proprio sangue in un supremo gesto di amore. Dalla Divina Semente sono nati
questi due straordinari germogli: Cosma e Damiano. Nei loro meriti e nelle loro
virtù, che superano ogni capacità di espressione, non dobbiamo cogliere
nessuna diversità, nessuna distinzione, perché l'attaccamento all'amore di
Cristo visto nella sofferenza dei fratelli malati, li ha resi unici e la morte
li ha uniti nella stessa sorte.
Mettiamo
il nostro cuore accanto a quello dei Santi Cosma e Damiano e sentiremo il loro
palpito ardente, che è esortazione ad avere cura in modo esclusivo della
salvezza dell'anima. Chiediamo pure liberamente la salute del corpo, la
guarigione dalle malattie con immensa fiducia, perché i Santi sono
"quantum de sua felicitate securi, tantum de nostra salute solleciti".
Ma
chiediamo soprattutto la guarigione dalle nostre colpe, dai nostri difetti. Una
grazia assai più importante dobbiamo chiedere ai Santi Medici: essere "un
cuor solo ed un'anima sola" (At. 4,32), che nelle nostre Comunità
cristiane sia superata ogni forma di separazione, di emarginazione, di
distinzioni di quartiere o di ceto sociale.
Essi
sono simbolo della fraternità spirituale che unisce l'Oriente e l'Occidente
cristiano, ma anche tutti i devoti nella comune preghiera innalzata a Dio: figli
della stessa unica Madre: la Chiesa di Cristo, i Santi Medici costituiscono il
"ponte" ideale tra la Chiesa Orientale, in cui nacquero, vissero e
versarono il proprio sangue per amore di Gesù e la Chiesa Latina, che
gelosamente custodisce le loro ossa, sede del Vicario di Cristo, la cui linfa
vitale irrora, vivifica, santifica i Cristiani.
Tutto
il mondo è chiamato a condividere questo sacro patrimonio, a condizione però
che questa divina linfa vitale fluisca dal loro cuore nei nostri e faccia
rivivere in noi lo stesso genuino spirito fraterno dei Santi Cosma e Damiano.
Allora
soltanto si realizzerà una perfetta unione, quando la santità, vissuta fino
alle sue supreme altezze, sarà l'argomento assolutamente convincente,
irresistibile, per una piena, definitiva comunione.
Non dovremmo accontentarci di desiderare la compagnia di questi due grandi Martiri, ma di possedere le loro qualità caritative, sì da poterle col loro aiuto, vivere anche noi qui in terra e condividere con loro, "domani", la felicità nella gloria eterna.
(Tratto
da: "I santi Medici Cosma e Damiano" Papa Giovanni Sacerdoti del Sacro
Cuore Collegio Missionario Andria BA)