BREVE
BIOGRAFIANacque
in Roma il 6 agosto 1875 in Via dei Quattro Cantoni, 36.
Trascorse
la più tenera età sotto la vigile cura dei genitori: Cesare Berettoni di
Morrovalle (Macerata) ed Orsola Maria di Roma. A soli otto anni, con notevole
anticipo sulla consuetudine di quei tempi, ebbe soddisfatto l'ardente desiderio
di ricevere Gesù nel suo cuore e dalla quasi quotidiana frequenza alla Mensa
Eucaristica maturarono in quel tenero animo: l'entrata nelle Figlie di Maria;
il voto di verginità a nove anni e il distacco per il mondo, per lo spirito,
cioè, che vi domina - scriveva a dieci anni - in aperta contraddizione con
quello di Gesù. Fece, altresì negli anni giovanili, la promessa, cui tenne
fede per tutta la vita, di non negare mai cosa che le fosse chiesta nel nome di
Gesù e di Maria.
Tutte
le mie forze - scriveva - tutta la mia vita voglio spendere per far conoscere
Gesù in mezzo al popolo cristiano. Esercitò l'apostolato laicale,
caratteristica della sua vita, in ogni forma e in qualsiasi campo si presentasse
al suo insaziabile zelo: vittima specialmente per il Sacerdozio e le persone
consacrate a Dio. Insegnava le verità della Religione Cristiana a ignoranti e
persone colte, in privato e nelle parrocchie, facilitata in questo dal dono
della persuasione che le fece cogliere frutti abbondanti. Tra i giovani,
educatrice amabile e forte; tra i bambini da Gesù amati tenerissimamente
sempre materna trascorse non pochi anni della sua esistenza; tra le Figlie di
Maria prodiga, zelante fino all'ultimo giorno della sua vita e maestra
impareggiabile delle novizie nell'Ordine Francescano Secolare.
Dio
- così scrisse di lei il P. Tacchi Venturi S.I. - l'adoperava per la salute dei
peccatori induriti i quali giunti all'estremo della loro vita, dopo aver
villanamente scacciato dal loro letto il sacerdote, conquistati dalle angeliche
maniere di lei, che li assisteva nell'infermità, si davano vinti, ammettevano
il Ministro di Dio e spargevano lacrime sul Crocifisso.
Fece
opere di bene in Argentina, in Liguria, nelle Marche, dove fu per brevi periodi
di tempo; in Roma, dove passò quasi tutta la sua esistenza, profuse la maggior
parte del suo apostolato.
D'intelligenza
perspicace e pronta, vivace e faceta nelle sue conversazioni, si rendeva a tutti
amabile; dalla sua leggiadra immagine riflettente una profonda innocenza, e dal
casto suo sguardo splendeva l'affogato amore verso Gesù.
Dio
le concesse di chiudere la sua vita sul campo del lavoro, il 17 gennaio 1927 e,
come aveva pregato e predetto, pochi minuti dopo la S. Comunione, in Chiesa,
nella Basilica di S.M. Maggiore, dove aveva ricevuto la Grazia Battesimale,
innanzi alla Cappella di Maria SS.ma
"Salus Populi Romani" che tante prove le aveva dato, anche
straordinarie, della sua protezione e tenerezza ineffabile.
Roma
ne conserva le venerate spoglie, al Verano (al lotto n. 2 - Pincetto Vecchio) e
i molti ricordi del suo fecondo apostolato.
Il
soprannome che diamo a questa donnetta romana - era piccola di statura - le sta
assai bene. Ancora ragazzina si mise in testa di esser nata con una malattia
che ella stessa chiamò «la monachite»: credeva di esser predestinata a diventar
suora, e preferibilmente di clausura. Sentiva un particolare trasporto a
santificarsi standosene tutta sola con Dio.
Ma
il Signore la pensava diversamente, e cominciò col combinarle dei brutti
scherzi. Versò a poco a poco in lei certi doni e carismi, ai quali non siamo
abituati, e che finiscono per metter nei guai quelli che li ricevono.
Così
avvenne che, successivamente bussò a tre Istituti per esser religiosa. Ma dopo
qualche tempo, l'uno dopo l'altro se ne disfacevano. Quella signorina era un
soggetto scomodo: non doveva aver la testa a posto.
A
un certo momento, queste «entrate e uscite dai monasteri» cominciarono a
piacer poco alla povera Giuseppina. Appunto quando si trovava in uno di quegli
istituti, un giorno che il suo direttore spirituale, Mons. Radini Tedeschi,
allora in Segreteria di Stato, udì avanzare pareri sfavorevoli sulla sua
figliuola, uscì a dire con la fermezza che lo distingueva: «Si vocifera che la
Berettoni sia una esaltata, una isterica o che so io. Ebbene, quella ha la testa
più salda di questa parete». E picchiò con le nocche sul muro. Ma fu una
testimonianza che valse poco.
Le
suore, che avevano visto, osservato, spiato, ne sapevano più di lui. E la
Berettoni, fiutato che non c'era più niente da fare, si persuase che al posto
delle superiore, che la spedivano via, c'era il Signore. Allora concluse tra sé:
«Giacché Gesù non mi vuole in convento, io mi vendicherò di Lui... Andrò
cercando tutte le creature per guadagnarle a Dio... Non m'importa che mi
chiamino santa o indemoniata... Ho sete di anime...».
Guarita
dalla «monachite», fu messa dal Signore a trottare per tutta Roma, per il
Lazio, per l'Italia e talvolta anche più lontano. Ne fece veramente la
galoppina della sua misericordia. Si servì di lei per pescare all'amo le anime
più vicine a perdersi. Rinnovò nella piccola signorina romana molti dei
prodigi visti in Caterina da Siena e altre sante.
Divenuta
famosa per l'efficacia con cui operava tanti salvataggi «in extremis», di
solito le veniva segnalato da parenti e persone amiche dove urgeva il bisogno. E
lei correva, rapida come il vento.
Quando
non era lei a recarsi presso certe anime, ve la portava il Signore, per via di
bilocazioni. Con evidenti violazioni di domicilio, ora la faceva trovare in
mezzo a una stanza dove c'era un morente ostinato, ora in un postribolo dove se
ne moriva una povera vittima del peccato, ora accanto a un inferno alla cui
porta eran piantonate le sentinelle della massoneria.
Ma
ci fu un momento in cui, nel meglio del suo lavoro, ecco affacciarsi i guai di
quei brutti scherzi. Tanta seminagione di bene fatta a piene mani e in modi
spesso così straordinari, le sorprendenti erogazioni di danaro fatte, da lei
poverissima, a tanti poveri, quel far l'apostola in tutti gli ambienti, anche
i più spericolati, e con ogni ceto di persone, anche ecclesiastici, e parlare
in pubblico, dovunque la richiedessero e senza qualifiche, misero qualcuno in
sospetto e ci fu una denunzia al Santo Uffizio. Ma al Palazzone... furono
prudenti e rimandarono la denunziata al Vicariato di Roma.
Qui,
davanti a un «tribunale» o seduta d'inchiesta, composta da due cardinali,
alcuni vescovi e sacerdoti qualificati, Giuseppina venne interrogata e passata
al lambicco. Alla fine, il card. Vives y Tùto, la licenziò paternamente, dicendole:
«Procuri, figliuola, di farsi presto santa, così sarà risparmiata parte del
processo di canonizzazione».
«Romana
de Roma», era nata il 6 agosto 1875. Fu battezzata in S. Maria Maggiore, e
nella stessa Basilica, nel 1927 mori subito dopo aver ricevuta la S. Comunione.
Suo
padre ebbe cura di Giuseppina e le fece dare una sufficiente istruzione, che lei
più tardi completò per superare gli esami di maestra di asili, presso i quali
lavorò per anni.
«Era
destinata, scrive il padre D'Orazio, ad esercitare una missione universale, come
esempio di missionaria laica. Ne dovevano beneficiare un po' tutti:
religiosi e religiose, ecclesiastici e laici, professionisti ed operai, ricchi
e poveri, indifferenti ed atei, figlie di Maria e donne perdute, malati e
morenti, e con particolare dilezione gli innocenti bambini».
Nelle
parrocchie, negli asili, in baracche improvvisate sulla periferia di Roma, era
abilissima e solerte nel preparare prime comunioni, nell'organizzare
festicciuole d'occasione. Era brava direttrice di canto e suonava assai bene la
chitarra. Le vie di Roma, l'Agro romano, il Lazio, la Liguria, la Lombardia,
le Marche, in qualche puntata nella lontana Argentina, la videro passare
angelo benefico, disponibile a tutte le invocazioni di aiuto, a tutte le
sollecitazioni di soccorso, e prodigarsi a tutti da pia samaritana. Creatura
meravigliosa, aveva un'intelligenza vivida e versatile, una parola che avvinceva
e che tutti, a cominciare dai sacerdoti, ascoltavano incantati e con profitto.
«Tutto sapeva compiere con amabile disinvoltura, giocondissimo brio,
attraente modestia e prudenza». Aveva sempre la risposta pronta, sbrigativa
che, all'occasione, divertiva o inchiodava.
E
insieme, era tanto umile, coraggiosa, paziente nelle tribolazioni, forte nelle
contraddizioni, nella povertà che la tenne sempre alle strette, nelle
ingratitudini patite e nei perdoni subito concessi. Tutto dava, perché tutto
attingeva nella preghiera divenuta in lei altissima, dall'intensa vita
eucaristica, dai lunghi veglioni passati in adorazione, per intere nottate,
dinanzi al SS.mo Sacramento, dalla sete di sacrificio e di penitenza.
Nel
contatto con le anime, fu animata da una fiducia sconfinta nell'amore
misericordioso che Gesù ha per esse, ne fece il fulcro delle sue conquiste, il
tema prediletto dei suoi discorsi e inculcava ai sacerdoti di praticarla.
In
una lettera al suo direttore, il padre Blat, domenicano, scriveva: «Sia dolce,
indulgente con i peccatori, in modo da far sentire loro tutta la dolcezza della
misericordia di Dio, di cui egli è, specialmente nel ministero della
confessione, ministro e dispensatore. Cerchi di provocare nei penitenti
piuttosto un dolore amoroso, che timoroso. E perciò parli della bontà
divina, e non tanto della sua giustizia, mentre ella, so bene, tende ad essere
piuttosto giusto che buono». Qui temendo di essere stata troppo ardita: «Perdoni,
buon padre - aggiunge - le mie osservazioni; m'è costato fargliele; ma avrei
creduto di mancare di semplicità facendogliele in altra maniera; e non
facendogliele avrei temuto di mancare al mio dovere».
Quale
dovere? Quello di sostenere, a tutto spiano e con fermo accento, le parti della
misericordia divina. Allo stesso direttore raccomanda, quindi, parlandogli
ora col «tu» di trattare le anime «con amorevolezza somma». «Soprattutto
nel confessionale è necessario armarti di questa lente: procurar di vedere
nelle anime, che ti si presentano, attraverso le loro brutture e deformità
morali, ancorché mostruose, l'immagine di Dio. Oh, allora quale sarà la tua
compassione, la tua amabilità con esse!».
Offertasi
vittima per i sacerdoti, il Signore ne fece un'apostola presso di essi. «La
missione che ti affido a pro dei miei ministri richiede grande spogliamento e
molta orazione. Di' al tuo confessore che ti ci disponga. Egli sarà il primo su
cui la eserciterai». E verso i sacerdoti Giuseppina Berettoni usò una
sollecitudine tutta materna. Ma talvolta anche il tono forte.
Quanti
incontri le procurava il Signore per questo delicato ministero!
Una
volta è mandata nella Chiesa del Gesù per tranquillizzare, lì nel
confessionale, un padre, «una testa piena di libri, ma più piena di dubbi,
di angosce e di paure», e dirgli: «Badi, quello che sta leggendo è fede», e
basta. E gli chiude il volume fra le mani.
Altra
volta ferma su Via dei Condotti un sacerdote per rivelargli lì sulla strada,
«tutti i suoi peccati» e indurlo, prima di andare a celebrare la Messa, a
scappare nella vicina chiesa dei domenicani, a piangere e confessarsi.
Altra
volta... Ma questo bisogna raccontarlo in modo più disteso. Nell'estate del
1920, faceva un po' di villeggiatura presso una amica, a S. Stefano d'Aveto
(Genova). Un pomeriggio, prima di entrare in chiesa, si soffermarono alquanto
sul sagrato a prendere un po' di riposo all'ombra. Ecco venire verso di loro
un sacerdote che recita tranquillamente il breviario. Giuseppina lo fissa un
istante, poi scatta in piedi e dice alla compagna: «Va' a dire a quel reverendo
che desidero confessarmi». Il sacerdote chiude il breviario e se ne va al
confessionale. Dura circa un'ora quella confessione. Alla fine, lei vien via
tutta raggiante di gioia, l'altro se ne va dritto dritto all'altare, s'inginocchia
e si abbandona al pianto.
La
mattina appresso, il sacerdote, incontratosi con la signorina che aveva fatto
da intermediaria, le dice: « È cosa tremenda avvicinare un'anima santa».
Con lettera del 12 luglio 1954, a chi gli chiedeva qualche testimonianza sulla
Berettoni, ricorda ancor bene il lontano episodio e diceva: «Debbo attestare
che, nel più intimo contatto del confessionale, ella mostrò di conoscere le
interne condizioni del mio spirito, note a me solo, e debbo dire di aver
ricevuto da questo suo interessamento, nei miei riguardi, immenso profitto
spirituale». Quel pio sacerdote è tuttora vivente. P. Domenico Mondrone
S.I.
•
Il padre Tacchi-Venturi, gesuita, quando intese che finalmente si preparava una
vita di questa singolarissima apostola, scrisse: «Per più di vent'anni conobbi
la Giuseppina Berettoni... Gesù se l'era formata tutta sua e l'adoperava per la
salute dei peccatori indurati, i quali, dopo di aver scacciato villanamente dal
loro tetto il sacerdote, conquisi dalle angeliche maniere di lei, si davano
vinti, ammettevano il ministro di Dio e spargevano lacrime sul crocifisso» (28
ottobre 1954).
•
Chi si è incaricato ultimamente di organizzare archivisticamente l'enorme mole
dei documenti riguardanti Giuseppina Berettoni, raccolti dal dottor Pio Antico e
dalla consorte signora Maria Fusato ved. Antico, è padre Giovanni Coradazzi ofm,
coadiuvato dalla dott. Tiziana Possemato.
•
L'archivio in duplice copia, particolarmente quello depositato presso la
Biblioteca del Pontif. Ateneo «Antonianum» (viale Manzoni, 3 - 00185 Roma) è
accessibile per quanti desiderano conoscere e illustrare la vita di Giuseppina
Berettoni con pubblicazioni e tesi di laurea.
•
Presso ofm padre Giovanni Coradazzi (Collegio Internaz. S. Antonio, 124 - 00185
Roma) e la signora Maria Fusato ved. Antico (via S. Erasmo, 14 - 00185 Roma, è
reperibile materiale di propaganda (dépliant, immagini) e la biografia del
dottor Pio Antico, che servono ad incrementare la causa di beatificazione di
Giuseppina Berettoni.
•
La salma di Giuseppina Berettoni, Terziaria Francescana, riposa nella tomba
della famiglia Meluzzi, al Verano di Roma (Pincetto Vecchio, Lotto n. 2).
DON
SERAFINO MARCUCCI
Il
mattino del 22 gennaio 1906 Giuseppina si recò nel parlatorio del convento
Domenicano di via Condotti, allo scopo di riferire al suo Direttore, il P.
Alberto Blat, quanto le era accaduto la sera e da notte del venerdì 12 dello
stesso mese.
"Venerdì
sera andai a fare la disciplina, che lei mi aveva permesso per dieci minuti.
Smisi dopo ch'eran passati undici o dodici minuti, dato che dal luogo da cui
vedevo l'orologio m'era sembrato che ne fossero passati dieci.
Al
momento in cui m'andavo ricoprendo le spalle, quelli - cioè i demoni -
incominciarono a picchiarmi con botte da orbi. Dopo un certo tempo mi decisi a
ordinar loro, in nome di Gesù, di smettere. Solo allora si fermarono ".
Ella
si comportò secondo le istruzioni ricevute dal Domenicano. " Senonché di
lì a qualche minuto ne riapparvero tanti da empire la stanza, per il che mi
venni a trovare proprio in mezzo a loro. Nessuno in realtà mi toccava;
sogghignavano però; quasi volessero prendersi burla di me, e gli uni facevano
segni agli altri.
Rimasi
così senza saper cosa fare, non avendomi lei consigliato di comandarli in tal
caso; né volevo accostarmi a quei brutti ceffi per farmi largo verso l'uscita,
quantunque fosse ormai l'ora di andare a letto.
A
un certo momento incominciai a rivolgermi con la preghiera ai Santi: Tarcisio,
Luigi e Brunone, anche se lì per lì mi si affacciò l'idea che in quel modo mi
comportavo come i marinai, cioè mi raccomandavo a loro durante la tempesta e
non li pregavo quando tutto è tranquillo. Pensavo al contempo che quei Santi
non possono aver rancore di tal mio comportamento.
Orbene,
mentre stavo pregando, vidi, proprio cogli occhi, venir verso di me il
Caporale".
Così
ella chiamava l'Arcangelo S. Michele che, durante le visioni, in tutto quanto si
svolgeva, aveva autorità sugli altri.
"Al
suo avanzare tutti i presenti, prima disordinati, si misero in ordine,
facendogli anche ala. Avanzò fino al centro; indi mi prese la mano e si mise al
mio fianco; poi, attraverso il salotto, mi accompagnò fino alla mia stanza
".
Giuseppina
sovente faceva la disciplina nella stanza laboratorio, per non disturbare le
sorelle Borzelli che dormivano nella camera attigua alla sua.
«
Appena uscita da quella stanza m'ero ricordata che là dentro rimaneva il lume a
petrolio e quei demoni avrebbero potuto servirsene per appiccare il fuoco a
tutta la casa. Ne parlai al Caporale il quale, con un gesto, mi fece capire di
non preoccuparmene.
Giunti
alla mia camera, Egli non entrò; tuttavia, ad essa rivolto, fece il segno della
Croce.
Nella
mia camera accadde che, finite che ebbi le preghiere della sera con l'esame di
coscienza, nel mentre che m'andavo svestendo, tornarono tutti quei di prima,
con un chiasso tale da sembrar tanti ubriachi. - Adesso - pensai - sentiranno
pure le Borzellí
Sghignazzavano
e al contempo blateravano di quello e di quell'altro. Volevo coricarmi, ma non
sapevo come fare perché quei brutti ceffi occupavano tutta la stanza e stavano
tra me ed il letto ch'era pure abbassato.
A
un certo momento ingiunsi loro:
-
In nome della SS.ma Trinità, vi comando di lasciarmi andare a letto in pace
A
quell'ordine, immediatamente si scostarono; così potei coricarmi, quantunque
mezzo vestita, perché non volli spogliarmi dinnanzi a loro.
Dopo
che mi fui coricata, uno con una catena mi legò ambedue le gambe, indi si mise
a tirarle così forte, senza riuscire però nemmeno a muovermi, fino al punto
quasi di slogarmele. Mentre tirava a tutta forza, volse lo sguardo ad uno dei
compagni che sembrava il capo. Costui allora, come se parlasse a lui:
-
Questa - sentenziò - deve star così per tutto quel tempo che dovrebbe starci
quell'altro
Egli
stesso mi legò di poi le braccia, le tirò con forza ed allorché, di lì a
poco, si rivolse all'altro, quello ripeté:
-
Questa deve star così per tutto il tempo che dovrebbe starci quell'altro !
A
questo punto mi sentii addosso come una lamina pesante e pungente a guisa di
punte di aghi. Era in più talmente rovente ch'io ebbi l'impressione di doverne
morire da un momento all'altro.
Mai
durante tali vessazioni avevo smesso di pregare, e, non appena fui giunta a tal
punto di sofferenza, pregai S. Michele così:
-
Se da parte mia non è un atto d'immortificazione, prego che mi venga tolto
questo peso.
Avvertii
immediatamente come se mi stessero sollevando di dosso quella lamina.
Queste
cose avvennero fra le 10 e tre quarti e le 11 e un quarto, ore ch'io sentii
suonare ambedue, mentre non sentii le ore undici. Sollevata che fui da quel
peso, recitai tre volte per me, per lei, Padre, e per il P. Girolamo la
preghiera a S. Michele:
"Ti
saluto, o gloriosissimo Principe della milizia celeste, Duce invitto delle
angeliche squadre, Protettore speciale dei redenti, Guida sicura delle anime
interiori.
Io,
benché indegnissima, da te m'attendo aiuto e conforto contro gli assalti del
nemico infernale. A te son noti i lacci e le insidie ch'ei va tendendo ai miei
passi; deh tu mi salva dall'ira sua, o inclino mio Protettore !
Ti
ricorda che, dopo Dio e la Vergine Immacolata, tutta la mia speranza ho in Te
riposta.
Fa
che non resti delusa e, colla tua forza, partecipami ancora la fiamma della tua
carità, la chiarezza della tua luce, la dolcezza della tua pace affinché,
accesa d'amore e di santo zelo, cerchi solo Iddio, l'estensione del Suo Regno
e il compimento dell'adorabilissima e amabilissima Sua Volontà. Così
sia!".
Rimasi
di poi alquanto dubbiosa per chi altro ancora recitarla - seguita a narrare
Giuseppina - senonché mi si fece udire una voce: - Per Don Serafino!
Di
conseguenza la recitai anche per questo, pur non sapendo chi egli fosse.
Lo
seppi poco dopo, quando la recita di quella preghiera fu da me terminata ed io
mi.sentii svenire allo stesso modo dell'altra volta, allorché quelli mi misero
quel non so che dinnanzi agli occhi; questa volta peraltro la perdita dei sensi
avvenne con soavità.
Indi
mi trovai d'un baleno entro una stanza nella quale c'era un moribondo, coricato
in letto .
Alla
sua destra, seduto vicino, c'era un prete addolorato che sembrava un suo
parente; a sinistra, in piedi, un prete che doveva essere il suo confessore; e,
verso i piedi del letto, un'Eminenza che riconobbi subito: era il Card.
Cassetta.
Io
me ne stavo ai piedi del letto e chiedevo a me stessa:
-
Adesso che diranno questi nel vedere che una donna è entrata qua dentro?
A
un certo momento il moribondo - ch'io avevo intuito essere Don Serafino -
tenendo lo sguardo rivolto a me, fece un segno, e lo ripeté una seconda volta.
Fu
allora che il Sacerdote alla sua destra gli si avvicinò colla testa, forse per
chiedergli se intendesse aver vicino il Card. Cassetta.
-
Che cosa c'è ? - chiese lo stesso Cardinale.
-
Si raccomanda a S. Giuseppe - rispose quel prete.
Al
contempo io ritenni che stesse chiamando me, per cui, nell'intento di
avvicinarmi, feci un solo passo, non potendo farne altri, dato che tra me e lui
c'era il Card. Cassetta.
-
Prega la Madonna - mi disse il moribondo - affinché nel suo giorno - cioè nel
sabato seguente - mi porti in Paradiso!
A
questo suo desiderio io risposi rammentandogli una mancanza che gli rimaneva da
scontare.
-
Fai presente a Gesù - proseguì lui - quanto ho fatto perché Egli fosse
conosciuto.
Subito
incominciai a pregare la Madonna, affinché lo raccomandasse a Gesù.
Di
lì a pochi istanti il Sacerdote, suo confessore, incominciò la raccomandazione
dell'anima.
Allorché
giunsero all'invocazione di S. Michele e degli Arcangeli, apparve S. Michele. Si
andò a mettere tra il Cardinale e il parente. L'Arcangelo non guardò me, perché
tutta la sua attenzione era rivolta al moribondo.
-
Quantunque non mi guardi - pensai io - posso starmene tuttavia sicura.
A
un certo momento i presenti credettero che il moribondo fosse già morto, perché
incominciarono la recita della preghiera Subvenite. Egli invece era ancora in
vita; solamente dopo qualche istante dal suo corpo uscì l'anima, ch'io vidi
sotto la forma di un corpo, allo stesso modo in cui sono solita vedere il
Caporale; era l'anima sua, perché ne vedevo al contempo la salma sul letto.
Stette
un attimo lì, quasi trepidante, finché S. Michele non la fece appoggiare alla
sua spada e se ne andò.
Al
momento della sua morte eran le 11 e mezzo. - Come sapesti l'ora ? - chiese il
P. Blat.
Giuseppina
non seppe rispondere; non seppe, cioè, dire se l'avessero per caso annunziata
i presenti, né se l'avesse appresa in qualche altro modo. Richiesta poi se
l'avesse saputa in quel momento, rispose affermativamente.
A
questo punto ella si svegliò e, trovandosi sul letto, pensò che quanto l'era
accaduto non era stato un sogno sciocco, come in altro caso, ma ebbe l'immediata
percezione che doveva esser stato ben di più, cioè una cosa straordinaria;
seguitò perciò a pregare, secondo la volontà espressa dallo stesso Don
Serafino.
"Allorché
suonò la mezzanotte e iniziava il sabato, giorno nel quale il morente aveva
espresso il desiderio di uscire dal Purgatorio, io mi misi a pregare a tale
scopo.
Sentivo
peraltro che la Madonna non mi faceva questa grazia e pertanto seguitai a
pregare fino alle quattro. Giunta quell'ora:
-
Mio caro Don Serafino - dissi - ho già pregato molto, se tu stai ancora in
purgatorio, adesso io debbo dormire almeno un poco. In realtà verso le tre
m'ero sentita una gran pace, come se la mia preghiera fosse stata
esaudita".
Nella
giornata di sabato Giuseppina non volle di proposito andare a confessarsi;
avendo l'intenzione di chiedere al suo Direttore se poteva applicare la S.
Comunione per Don Serafino, il Domenicano le avrebbe rivolte delle domande.
Tuttavia
lo stesso giorno, nella tarda mattinata, si recò al Monastero del Bambin Gesù
per far visita alle sorelle Bianchi Cagliesi.
"Colà
- ella narra - feci chiamare Maria Agnese; senonché, invece di questa, si
presentò in parlatorio la sorella Faustina Maria. - Perché sei venuta tu? - le
chiesi - Io ho fatto chiamare Maria Agnese.
-
Mia sorella non può scendere - mi spiegò - perché in questo momento sta colle
ragazze.
-
Va bene; mi tratterrò con te.
Iniziò
subito a parlarmi delle sue cose; delle distrazioni che di solito le cagiona il
trattare colle ragazze, ecc. Poi ad un tratto mi chiese: - Hai pregato per lui ?
-
Per chi ? - chiesi io in risposta.
-
Come!? Non lo sai? Eh! si che lo saprai! - esclamò.
Indi
seguitò con una domanda dietro l'altra, come è solita fare.
-
Se, non me lo dici, non so di chi parli.
-
È morto il mio confessore Don Serafino Marcucci. Nel sentire Don Serafino,
pensai:
-
Sarà lui!
Accuii
a questo punto la mia attenzione a quanto ancora avrebbe detto per confermare la
mia idea. In realtà io non avevo mai visto, né conosciuto quel Don Serafino;
solo una volta essa me ne aveva parlato, allorché le concessi di manifestarmi
le sue cose personali. Credo che in quell'occasione mi avesse detto che il suo
confessore si chiamava Marcucci, senza peraltro dirmene il nome.
-
Io - proseguì Suor Teresa Maria - avevo ricevuta le semplici notizie ch'è
morto stanotte alle 11 e mezzo, e che è morto come un santo. Al suo capezzale
c'erano il confessore, il fratello Monsignore e, dato che il Card. Cassetta
abita.nella stessa casa, ed in quei momenti si desiderava un tale personaggio,
pure l'Eminenza era presente. Deve aver avuta qualche apparizione perché
guardava verso il fondo della stanza. Il fratello ritiene che dev'essere stato
S. Giuseppe; il confessore è dell'opinione che doveva essere Gesù, per il
quale Don Serafino ha tanto lavorato. Il Card. Cassetta:
-
Non possiamo precisare - ha dichiarato - quale Santo sia stato.
-
Sì! un santo cattivo! - pensavo io - Veramente, Padre, questo Don Serafino era
occupato. alle Cappellette, dove vengon preparati alla prima Comunione i ragazzi
di famiglie agiate e doveva farvi molto bene, tutto dedito a far conoscere Gesù
Sacramentato".
A
conferma di quanto affermato. da Giuseppina possono bastare le informazioni che
nel 1957 Mons. Giovanni Monaresi dei Missionari Imperiali Borromeo fornì al
Centro G.B. e che vengono riportate in Appendice, n. 7.
Don
Serafino Marcucci - terminò Mons. Monaresi - è ancor oggi tenuto in gran
considerazione dai Missionari, i quali, nella direzione dei ragazzi, si
riferiscono sovente a lui:
-
Don Marcucci faceva così!
Dalla
Parrocchia di S. Vito e dallo Stato Civile risulta che Marcucci Serafino fu
Carlo e fu Bonacci Antonia mori a Roma in via Liberiana il 12 gennaio 1906,
alle ore 23 e 30, all'età di 55 anni.
"Vieni!"
Nel
mese di agosto 1909, quando Giuseppina era occupata a Casa Famiglia, in via
Torre Argentina, attorno alla festa dell'Assunzione, fu pregata da una certa
giovane di fare una visita a suo fratello, degente nell'ospedale di S. Giacomo
in Augusta, allo scopo di adoperarsi per la sua conversione: Ella vi andò;
senonché le accadde che per errore parlò con un altro: un vecchio, che da
circa 16 anni non si era confessato ed era carico di peccati.
La
generosa apostola gli parlò, e ne ottenne la conversione; il vecchio, infatti,
si confessò e di lì a qualche giorno morì.
Orbene,
l'8 settembre, avendo saputo dalla suddetta giovane l'errore in cui era
incappata, volle subito andare dal fratello; senonché, al corrente che questi
non era così grave come le era stato detto, entrò dapprima nella chiesa di S.
Giacomo onde attingere dalla preghiera la forza necessaria per convertire colui
che poi sarebbe andata a visitare. All'inizio. della sua orazione ebbe non poche
varie distrazioni; indi le riuscì di raccogliersi. Fu a questa punto che,
internamente, vide l'Arcangelo S. Michele; era bellissimo per uno splendore più
intenso di altre volte; ed era vestito da guerriero.
-
Vieni ! - l'invitò l'Arcangelo.
Accadde
che, seguendolo in ispirito, uscì dalla Chiesa; le sembrò di entrare
nell'ospedale, di attraversare dormitori e di arrivare fino al letto del giovane
infermo, il cui aspetto denotava un'età di circa 18 anni. Colà l'Arcangelo se
ne stette da una parte di fronte a Giuseppina, la quale, durante il colloquio
che seguì, all'occorrenza lo guardava. Mentre Giuseppina parlava con l'infermo,
S. Michele era in atteggiamento di preghiera ed in qualche momento sembrava
che pregasse con maggior fervore.
Il
giovane aveva un'inveterata abitudine alla bestemmia; e, dicendogli Giuseppina
che, se per caso gliene sfuggiva una, dopo ch'egli aveva promesso seriamente di
non bestemmiare più, non si doveva fargliene una colpa, l'Arcangelo fece un
segno di approvazione.
Giuseppina
lì per lì ebbe anche cognizione di altri peccati dell'infermo ch'ella accennò
al medesimo; fu per questo che:
-
Ma lei è una strega! - interloquì il giovane, meravigliato.
-
Non lo sono stata mai - dichiarò - ma è il Signore che può farmeli conoscere.
Quando
l'infermo le chiese di ripetere ella stessa quei suoi peccati al confessore per
evitare a lui la vergogna:
-
La vergogna - l'istruì ella - dovrebbe aversi al momento di peccare; ma poi,
durante la confessione, bisogna sopportarla per maggior frutto e compunzione.
A
un certo momento del colloquio, avendo l'infermo dichiarato di aver conservata
la devozione alla Vergine Maria, anche se non ne portava più né lo Scapolare,
né alcuna Immagine, mostrando al contempo il petto, l'Arcangelo indicò che
vi era un'immagine di Maria; anzi, essendo Giuseppina, da quanto vedeva, quasi
persuasa dell'opposto, S. Michele alzò un tantino il cuscino; orbene sotto vi
era una medaglia, messa colà forse dalla Suora infermiera, o dalla sorella del
giovane.
Questi,
al momento che Giuseppina gliela avvicinava perché la baciasse, la guardò
meravigliato; al contempo l'Arcangelo pregava muovendo le labbra, come pure le
muoveva l'infermo, il quale, interrogato da Giuseppina di cosa dicesse:
-
Vorrei recitare l'Ave Maria - rispose - ma l'ho dimenticata. Allora la
recitarono insieme; giunti alle parole Dominus tecum, l'Arcangelo chinò il
capo, come fece anche alla parola Jesus; al contempo chinarono il capo
Giuseppina e l'infermo.
Nel
corso del colloquio Giuseppina consigliò all'infermo la devozione a S.
Michele, del quale affermò:
-
È il protettore speciale di coloro che desiderano veramente di convertirsi al
Signore - né l'Arcangelo fece alcun cenno di disapprovazione - ed è potente
contro i demoni. Costoro - prosegui - si impegnano principalmente onde sieno
commessi peccati di bestemmia e d'impurità, perché sono i peggiori: la
bestemmia - spiegò - perché è diretta allo stesso Dio; l'impurità, perché,
pur non riguardando Dio direttamente, corrompendo a fondo l'uomo, lo rende ebete
da non poter egli più comprendere le cose spirituali; ebbene - concluse - se
adesso c'è tanta miscredenza, è in dipendenza del peccato dell'impurità.
-
Io - le confidò a questo punto il giovane - domenica scorsa ebbi l'impulso di
chiamare il P. Cappuccino che stava portando il Viatico ad un infermo; ma non lo
feci per rispetto umano; tuttavia promisi alla Madonna che sarei andato a
confessarmi se fossi stato liberato dalla febbre che però da 40° è salita a
41°.
-
Questo - spiegò Giuseppina - è opera del demonio, permettendolo Iddio; cioè:
quando il nemico vede che l'uomo ha formulato un proposito, gli lancia,
secondo che gli è possibile, malattie e danni corporali, affinché egli desista
dal suo buon proposito.
L'infermo
a un certo momento promise a Giuseppina che sarebbe andato a confessarsi non
appena guarito, dato che da tre giorni era sfebbrato.
-
Ma - l'avvertì ella - tu hai la febbre!
E
questa infatti si trovò l'infermo, dopo d'essersela misurata col termometro:
aveva 40°.
Egli
se ne meravigliava, e Giuseppina gli richiamò l'insegnamento di poco prima.
Indi
il giovane volle esporre una sua difficoltà circa la SS.ma Eucaristia; cioè:
-
Come può Gesù, uomo, trovarsi sotto la piccola dimensione di un'ostia ?
-
Ciò che è impossibile all'uomo, - lo istruì Giuseppina - è possibile a Dio.
Orbene, essendo il Corpo di Cristo glorioso, avendo cioè diverse qualità, e di
Dio e di uomo, è possibile che si trovi in tal modo.
-
Io - riprese l'altro - ho una certa ripugnanza al pensiero di mangiare un uomo.
-
In realtà - così parlò Giuseppina - così avverrebbe nella specie propria di
uomo; ma appunto per questo il Signore istituì il Sacramento dell'Eucaristia
nel quale poter essere nascosto.
-
Propongo - promise l'infermo, sempre più affascinato dalla sua interlocutrice -
di non peccare mai più!
Al
che Giuseppina l'avvertì di non avere troppa fiducia in se stesso; e gli ricordò
come nelle altre Comunioni - due soltanto ne aveva ricevute dopo la prima -
aveva fatto lo stesso proposito, senza però essere poi costante nel mantenerlo;
perciò doveva dire:
-
Desidero ardentemente, colla Grazia divina, di non peccare più! In precedenza
il giovane aveva dichiarato che la sua perversione risaliva a due anni prima,
quando un suo compagno di lavoro gli teneva discorsi disonesti e gli insegnava
cose cattive. Questi era stato da lui la domenica precedente ed alla fine se
n'era andato, dispiaciuto per alcune sue parole. Per tale motivo Giuseppina lo
esortò a lasciarlo ed a salutarlo definitivamente. L'infermo promise; senonché:
-
Questo è superbia ?
L'Arcangelo
fece un cenno negativo; e, pertanto, negativa fu la risposta di Giuseppina.
Quando
verso la fine del colloquio Giuseppina lo esortava a proporre di non più
peccare ed a chiedere a Dio che gli togliesse la vita prima di commettere un
peccato mortale, l'infermo stette alquanto in esitazione davanti all'idea della
morte. Ella allora cercò di dimostrargli quanto fosse maggiore il valore
dell'anima e della vita di questa per la Grazia, rispetto alla vita del corpo.
Al giovane non rimase che concludere:
-
Ebbene: faccia Iddio ciò che vuole di me!
Fu
a questo punto che l'Arcangelo fece un segno di compiacimento, per cui
Giuseppina esortò l'infermo a ripetere tre volte la suddetta giaculatoria: Sia
fatta in me la volontà di Dio
Segni
di vero dolore si ebbero nell'infermo dal momento in cui la zelante apostola
incominciò a, parlargli della passione e della morte di N.S. Gesù Cristo.
Muto, gli occhi attentissimi ed il volto che andava atteggiandosi a molta
contrizione, a un certo punto il giovane, messo da parte qualsiasi rispetto
umano, andò per riparare gli esempi cattivi con un esempio buono:
-
Voglio confessarmi! - esplose.
Il
lettore immaginerà qual lampo di gioia illuminò l'angelo buono che gli stava
parlando; ella non gli parlò, ma tutto, l'ammantò d'un sorriso soddisfatto e
comprensivo, come quello dell'Arcangelo S. Michele; indi chiamò la Suora
infermiera che peraltro le notificò che il Padre confessore era occupato con un
moribondo.
A
questo punto l'Arcangelo si ritirò, e Giuseppina, pregando, stette a fianco
dell'infermo in un'attesa che in realtà non fu che di pochi minuti. Quando
giunse il Sacerdote ella di nuovo si trovò nella Chiesa di S. Giacomo:
inginocchiata e molto stanca, come se avesse fatto un lungo viaggio.
Si
mise a sedere per non poco tempo; poi tornò all'ospedale dove trovò la Suora
infermiera che:
-
Oh! che bellezza! - esclamò - Ma lei che ha fatto? - Lo ha fatto S. Michele! -
sussurrò Giuseppina.
La
Suora le fece sapere che l'infermo si era confessato e che, dopo l'orario
dell'ingresso in ospedale degli estranei, gli si doveva portare il Viatico.
L'apostola,
tutta sorridente, si recò al letto dell'infermo il quale, parlando, come se
proseguisse la conversazione avuta prima, dichiarò:
-
Sono veramente contento, mi sento in pace e leggero!
Or
qui è necessario che il lettore sappia come durante il colloquio precedente,
quando l'infermo si era trovato, contro ogni aspettativa, la febbre a 40 gradi,
Giuseppina gli aveva promesso - non senza all'inizio guardare l'Arcangelo che le
fece segno di proseguire - che, se si fosse confessato, si sarebbe sentito bene,
cioè sarebbe guarito e si sarebbe alzato.
Le
quali promesse forse si debbono intendere spiritualmente a riguardo della sua
anima, come avvenne in realtà.
Giuseppina
venne pure a sapere che quel giovane in seguito lesse tutto il Vangelo di S.
Matteo, lasciatogli dalla sorella.
La
interpretazione, sopra riportata, delle promesse che Giuseppina fece all'infermo
è confermata dalla morte del giovane verso la fine di settembre; morte che fu
santa ed alla quale ella assistette in ispirito.
La
sera del 17 dello stesso mese di settembre, Giuseppina stava pregando in casa
della Scardovelli, senonché la sua mente era molto distratta. Poi, nel leggere
le regole che Adelina aveva scritte circa l'Opera che la medesima stava
fondando, vi trovò cose ch'ella parecchi anni prima aveva accennate al suo
Direttore, Mons. Radini Tedeschi, circa l'Opera che le era stata detta di dover
iniziare, compresa dell'altezza dei sentimenti che esse le suscitavano, n'ebbe
una tal concentrazione spirituale da vedere, mentre questa si verificava, come
nella precedente occasione, l'Arcangelo S. Michele in abito guerriero che così
le parlò:
-
Ho da dirti grandi cose!
-
Sempre mi dite così ... - osservò Giuseppina.
-
Si deve osservare il luogo e il tempo - spiegò l'Arcangelo - nemmeno oggi ti
dirò tutto. Quelle regole - incominciò - sono state ispirate ad Adelina; però
non le fu detto il mezzo per compiere l'Opera, dato che non è essa a doverla
palesare.
Paziente
lettore, se ne parlerà in altro capitolo.
Verso
la fine di un lungo colloquio, l'Arcangelo le fece la seguente promessa:
-
Benché in avvenire la mia presenza non ti sarà sensibile, tuttavia la mia
spada sarà sempre con te!
-
Dunque, Padre, - Giuseppina si rivolge ora al suo Direttore cui ha riferito,
quanto sopra - con essa io nulla temo.
-
Ed ora - proseguì l'Arcangelo - perché tu veda quanto gradisce Iddio anche
poca cosa fatta per il SS.mo Sacramento, vieni! Ed all'istante ella si trovò
con l'Arcangelo all'Orto Botanico, dove vide un uomo sotto un arco.
-
Avvicinati per consolarlo - la esortò S. Michele.
Quegli,
non appena la vide, preso da paura, tirò fuori una rivoltella.
-
Dammela! - gli gridò subito Giuseppina. Ebbe l'arma senza opposizione alcuna.
-
Cosa volevi fare? - gli chiese di poi.
-
Uccidere lei e dopo uccidere me; - rispose quello - pensavo che lei venisse per
impedire d'ammazzarmi.
Giuseppina
allora gli rivolse quelle parole che, facilmente intuibili, a un certo punto
indussero l'uomo a interromperla:
-
Felici son coloro che son più ricchi, mentre io sono un povero miserabile;
voglio perciò farla finita con la vita.
-
Tu non sei padrone della tua vita - contrattaccò l'apostola - ma Colui dal
Quale l'hai ricevuta; pensaci bene.
-
Io non credo a niente - riprese lui - poíché, se ci fosse un Dio giusto, mi
dovrebbe annientare per la mia cattiveria.
-
Quantunque Dio sia giusto, Egli è pure Misericordia infinita - le scandì ella
con calma e chiarezza - un segno di questo che ti affermo è che Iddio m'ha
mandata a consolarti.
A
tali parole l'uomo incominciò a piangere a calde lacrime singhiozzando.
Giuseppina allora interrogò l'Arcangelo per sapere cosa quegli soffrisse.
-
Ricordagli - questa - la risposta - come quindici anni or sono, quand'era nel
collegio Angelo Mai, fece un ossequio al SS.mo Sacramento.
Ella,
dopo altre brevi parole, così gli parlò:
-
Ricordati che quindici anni fa, quand'eri nel collegio Angelo Mai, venuto a
sapere che un tuo collega il giorno seguente avrebbe fatta una Comunione
sacrilega, tu, per impedire quel sacrilegio, facesti una denuncia al Superiore.
-
Ma tu - quasi scoppiò della meraviglia quegli che l'ascoltava ad occhi
spalancati - sei il mio Angelo Custode!
-
Io non sono il tuo Angelo Custode - sorrise ella - tuttavia il Signore me l'ha
fatto sapere perché ti vuol salvare.
Ed
il pianto riprendeva profuso come prima.
-
Io - confessò poi appena un po' calmato - dopo quella denuncia, cioè il
giorno seguente, uscii dal Collegio; poi in seguito ho imboccata la via della
perdizione.
I
consigli di Giuseppina, madre ed apostola amorosa, andarono ad incoraggiare e ad
illuminare quell'animo commosso e già riconoscente:
-
Ti devi allontanare da Roma per evitare le occasioni; altrove Iddio ti darà la
salute, dei beni temporali e, se persevererai in una vita buona, sarai anche
salvo.
Indi
uscirono dall'Orto, perché i cancelli si aprirono a Giuseppina e a quell'uomo.
Poi,
in un attimo, ella si ritrovò in casa, colma di consolazione e di pace.
Nessun'altra
notizia è possibile fornire dell'uomo dell'Orto Botanico, perché nulla più
seppe di lui la stessa Giuseppina.
VITA
DELLA SERVA DI DIO
ALBERTO
BLAT O.P.
APPENDICI
BIBLIOGRAFIA ED INDICI Edizione integrata e commentata A cura di P. Giovanni
Coradazzi O. F. M. Roma, Anno 2000
Angelologia
La
presenza e l'attività angelica nel Memorandum (riguardante quel particolare
periodo della vita di Giuseppina descritta da P. Blat), è notevole, specie
durante gli anni 1905 e 1907, ma pure nell'anno 1909.
Riferimenti
dei suoi rapporti con gli Angeli non mancano anche al di fuori del Memorandum.
Così nella lettera dell'8 luglio 1916 (cf. § 1895, Vol. III, p. 1053).
L'opinione
di Giuseppina sugli Angeli è quella della tradizione cattolica. Per lei il nome
di Michele, di Gabriele, di.Caporale, etc., sono nomi di persone e non di
attività divine come i nomi di Creatore, Spirito, Sapienza, etc.. Con loro
parla, discute, li abbraccia. etc.. Non vi è dubbio per lei che non si tratti
di esseri depersonalizzati, ridotti al rango di realtà anonime o a proiezioni
di una qualche forza del cosmo o dell'inconscio umano, come, invece, si rileva,
purtroppo, nella corrente di certa cultura teologica moderna.
Essa
è più che convinta che si tratti di creature personali (come afferma anche il
catechismo cattolico n. 330) che superano in perfezione tutte le creature
visibili (di esseri, insomma, circonfusi di bellezza e di gloria). I loro
rapporti con gli uomini non sono uniformi e standardizzati. A ciascuno è
assegnato un compito, un ufficio proprio. Così S. Michele, come nel Vecchio
Testamento, è l'Angelo preposto al popolo eletto (Dn 10,21); così nel Nuovo
Testamento, è destinato alla difesa e custodia della Chiesa. Diviene anche il
maestro e custode, pertanto, di quella porzione privilegiata che sono le anime
consacrate fra le quali è Giuseppina. Così Gabriele è l'Angelo dei lieti
annunzi, in particolare dell'avvento del Messia, e pertanto del grande mistero
dell'Incarnazione.
Così
gli altri Angeli hanno incombenze consimili. All'Angelo denominato `Caporale',
comandante di una truppa scelta di celesti cavalieri, alle dipendenze del suo
superiore o principe l'Arcangelo S. Michele è affidato, ad esempio: l'impegno
di difendere a spada tratta Giuseppina tutte le volte o quasi in cui questa
poteva essere assalita dalla masnada dei diavoli. All'Angelo Bambino (Messaggero
dell'Amore), invece, la missione di istruire Giuseppina sugli aspetti più
profondi dei misteri cristiani: missione che compie, anche, però, l'Angelo
Caporale, nel rivelare a Giuseppina gli aspetti tremendi della Giustizia, ad
esempio di Dio. Di qui, giustamente, il suo appellativo di `Messaggero di
Giustizia' (anche se in posizione subalterna a S. Michele), sia per l'azione
castigatrice verso i demoni, sia per le sue cognizioni profonde sull'agire di
Dio nel quale giustizia, bontà, misericordia, si equilibrano.
Il
medesimo si premura di sottolineare come la direzione spirituale, in linea di
massima, è sempre del sacerdote, perché Dio ha stabilito che "gli uomini
siano diretti dagli uomini" (cf. § 194, Vol. I, p. 150; vedi pure § 255,
Vol. I, p. 163). In questi testi gli Angeli non vi appaiono `alati' come
solitamente si scorge nella tradizionale iconografia, ma semplicemente in
sembianze di giovani.
Trattando
degli Angeli il discorso, ovviamente, cade anche sul demonio la cui presenza in
tante circostanze si intreccia con quella degli Spiriti Celesti che prendono la
difesa di Giuseppina contro i demoni che si presentono a Giuseppina sotto le
forme più buffe... e che Giuseppina chiama con vari epiteti, particolarmente
con quelli di Farfanicchio o di Farfarello, termini in comune con quanto si
legge anche nella vita di Santa Gemma Galgani. Brevemente, dall'insieme tanto
del Memorandum quanto da altri scritti, risulta che ella come S. Gemma Galgani e
B. Pio da Pietralcina, fu tra le persone del nostro secolo più perseguitate dal
demonio. Ciò non deve meravigliarci: Giuseppina, oltrecché strappargli tante
anime, soprattutto quelle in fin di vita che egli, ormai, attendeva sicuramente
al varco... non mancava anche di far a qualcuno di loro dispetti che dovevano
apparire assai offensivi nei confronti per la loro natura di angeli, benché
decaduti. Di qui di conseguenza: pestaggi ed insulti durante un certo periodo
della sua vita, anche tutte le notti. Molte cose e avvenimenti che Giuseppina
racconta al suo Direttore, hanno profondo significato simbolico in assonanza con
i testi biblici dei Profeti e dell'Apocalisse, come succede in una visione-sogno
di Giuseppina, in cui si fa cenno di una signora che le consegna un grande libro
dorato dai bei fermagli e che lei però non riesce a leggere (§ 1351, Vol. II,
p. 489; cf. Ap 5,1-4). Così
quando si parla del trono della Vergine vi è tutta una simbologia riguardante
la sua grandezza (§§ 1019-1024, Vol. II, p. 340-343). Ma su questo punto ne
parleremo più dettagliatamente trattando di S. Michele.
A
questi rilievi di carattere generale non sembri inutile se facciamo seguire
anche un'analisi più particolareggiata di testi in cui trattasi di questi
Celesti che hanno avuto rapporto con Giuseppina.
Diciamo,
`non sembri inutile' perché in queste manifestazioni non cervellotiche, ma di
persona assai equilibrata, guidata, per giunta, da sacerdoti solidi e di grande
dottrina, rileviamo, così, come la presenza degli Angeli è una realtà
frequente, costante, non solo nell'ambito biblico, ma pure nell'ambito
ecclesiale dall'era-apostolica fino ai nostri giorni. La loro azione si dimostra
costante a favore non solo della Chiesa, ma di tutti quanti le appartengono e,
soprattutto, come dato da rilevare da questo nostro Memorandum, particolarmente
a vantaggio delle anime impegnate nella causa di Dio. E per concludere: diciamo
pure che questi soprannaturali interventi degli Angeli nella storia della Chiesa
e dei suoi singoli fedeli, come nel caso di Giuseppina, se non sono da prendersi
alla lettera in tutti i dettagli, sarebbe imprudente - a parere non solo nostro,
ma dei `buonpensanti' - escludere gli Angeli dal nostro disegno di salvezza.
'Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire
coloro che devono ereditare la salvezza?" (Eb 1,14). Per quanto concerne,
poi, il giudicare circa queste visioni, sogni o apparizioni, rimandiamo ai vari
trattati in materia più o meno specificatamente alle risposte che vengono date
dallo stesso P. Blat con competenza nelle `Confutazioni' alle obiezioni che
possono nascere contro la santa vita della Serva di Dio G. Berettoni (Cf. T. C.,
vol. VII, p. 5-17) e che vengono riportate in Appendice V (Vol. III, p. 1161).
SAN
MICHELE (GUIDA):
Si
presenta a Giuseppina in sogno-visione prima come giovane (§§ 8-16, Vol. I, p.
82-86); poi al suo fianco come `Guida' (§§ 143-153, Vol. I, p. 135137);
esplicitamente poi come Arcangelo Michele (§§ 184-198, Vol. I, p. 146151)
etc., per superare ostacoli e proteggerla, specialmente dal diavolo, ed
istruirla sulle verità di fede, di morale, etc.
Preziosi
sotto quest'ultimo impegno della istruzione i suggerimenti circa i criteri per
distinguere le vere dalle false apparizioni, così delle elocuzioni, etc.
Tutto
questo, insiste sempre l'Arcangelo, chiamato anche `la Guida', deve essere
manifestato al proprio Direttore (§§ 275-280, Vol. I, p. 169-170).
In
altre visioni, bardato con le sue insegne tradizionali (corazza contrassegnata
dalla Croce), le si presenta anche quale `Custode' della stessa Umanità di
Cristo (§ 186, Vol. I, p. 147):
"...
non perché Questi avesse bisogno di custodia essendo egli Dio ma allo stesso
modo che fa un Re, il quale quando deve arrivare in un luogo manda avanti un suo
figlio assieme ad un suo aiutante di campo per riverenza all'autorità."
Inoltre,
egli ne prende la difesa in più di una circostanza. Così (ibi): "quando
nel tempio volevano lapidarlo, fui io a impedirlo".
Così
pure (ibi): "Quando nacque Gesù, fui tra i primi Angioli che lo andarono
ad adorare. Ero innanzi a tutti e dirigevo io quella manifestazione di
giubilo".
Naturalmente
con sì alta incombenza non deve meravigliare se egli è pure il qualificato
custode della sua Chiesa o Corpo mistico e se, fra tutti i fedeli, gli vengono
affidati coloro che come Giuseppina sono perfettamente congiunte a Dio in qualità
di spose (§ 187, Voi. I, p. 148).
Benché
per natura Michele sia più grande della Madonna, questa - sia per i meriti sia
per prerogative e dignità - è comunque la creatura più potente del Cielo (§
993, Vol. II, p. 332).
È
accanto ai moribondi, bardato, ancora, di tutto punto nella sua divisa
tradizionale, sempre bellissimo, circonfuso di splendore, particolarmente
accanto a quegli infermi che lei, Giuseppina, visita, e che hanno più bisogno
di conversione (§ 1760, Vol. III, p. 912).
Altri
stretti rapporti con l'Arcangelo per via del Sacramento dell'Altare,
dell'Eucaristia. Egli la incita a farsi promotrice unitamente a una sua amica
dell'Opera che Gesù le ha fatto balenare durante una rivelazione nel giorno del
Corpus Domini del 1896: l'Opera: `Regno Eucaristico di Gesù Cristo nella
Chiesa'.
Scopo
e mezzi dell'Opera le vengono esposti in termini ben dettagliati esortandola,
pure, a devozioni speciali al buon fine dell'Opera stessa, come l'orazione da
Lui stesso ispirata: "Ti saluto gloriosissimo S. Michele, principe della
milizia celeste... ", a fare digiuni, novene, etc.
Le
ricorda pure come, essendo stato istituito il Santissimo Sacramento per gli
uomini, l'incombenza però della custodia è affidata, sempre, a loro Angeli (§
1763, Vol. III,
p. 918ss).
Non
v'è cosa che attiri poi tante benedizioni sopra una persona quanto queste
devozioni all'Eucaristia, corse anche la più piccola attenzione verso questa:
così un giovane che aveva impedito che un suo compagno facesse un sacrilegio
ricevendo la comunione, fu in seguito, per intervento di Giuseppina illuminata
dall'Arcangelo, salvato dal tentativo di suicidarsi (§ 1764, vol. III, p. 921).
Molti
poi i paragrafi dove è persistente l'invocazione di S. Michele perché le corra
in aiuto per salvarla dalle grinfie del diavolo e dei suoi gregari. È spesso
sufficiente che gridi "Michele!" che questi tristi figuri se la
squagliano o si fermano impietriti.
Nell'ambito
delle visioni - sogno, non mancano riflessioni da parte dello stesso Arcangelo
(cosa che faranno anche gli altri Angeli con i quali Giuseppina viene a
contatto), su fatti e cose che sottintendono profondi simboli analoghi a quelli
che si colgono in certe pagine dei Profeti e dell'Apocalisse.
Così:
•
La luminosità della croce che splende sulla corazza e sullo scudo
dell'Arcangelo e che ella bacia, le richiama qualcosa dello splendore del Cielo
(§ 325, Vol. I, p. 179).
•
I cavalli e cavalieri che la inseguono rappresentano la forza dirompente dei
demoni che potrà essere vinta solo se lei progredirà nelle virtù (§ 318,
Vol. I, p. 178).
.
•
Il vestito bianco, la cappa, il cappuccio nero con i quali viene rivestita
simboleggia invece lo spirito di S. Domenico di cui come figlia e seguace dovrà
essere rivestita». 322-323, Vol. I, p. 178-179).
•
I pesciolini luminosi dai colori bianchi azzurrini che lei osserva in un lago,
rappresentano invece le buone opere, mentre l'acqua limpida come cristallo e dal
sopore di un liquore dolcissimo simboleggia la carità di cui la sorgente è Dio
(§§ 178-182, Vol. I, p. 145-146).
•
L'acqua con la quale dei monaci le bagnano la testa (in senso di gratitudine per
averli liberati dal Purgatorio con le sue preghiere) significa guarigione della
testa, che solitamente è più ammalata spiritualmente (§ 324, Vol. I, p. 179)
etc.: effetto che sarebbe più radicale, ancora, se si lasciasse gettare nella
vasca piena di acqua, gesto a cui però momentaneamente ella rifiuta di
sottoporsi (dimenticando così gli effetti della piscina probatica).
•
Il torrente di sudiciume lungo il quale poi viene trasportata trova la
spiegazione nel fatto che Giuseppina dovrà subire, sempre al dire
dell'Arcangelo, nella sua vita grandi tentazioni non solo contro l'angelica virtù
ma pure contro la fede e la carità (§ 316, Vol. I, p. 178).
A
mo' di Indice seguono ora tutti i paragrafi (anche se qualcuno è già stato
richiamato nelle note), dove l'Arcangelo le appare o viene nominato.
§§
8-16 (Vol. I, p. 82-86) Apparizione sotto le sembianze di giovane
§§
143-161 (Vol. I, p. 135-139) Apparizione sotto le sembianze di giovane e di
Gnida
§
224 (Vol. I. p. 157) S. Michele la esorta di aver fiducia in Dio e in Lui
§
226 (Vol. I, p. 157) Preghiera a S. Michele
§
245 (Vol. I, p. 161) Invocazione a S. Michele
§§
249-269 (Vol. I, p. 162-166) Norme di S. Michele-Guida: colloqui istruzione
§§
255 (Vol. I, p. 163) Né S. Michele né gli altri Angeli sono abilitati alla
direzione spirituale ma devono esserlo i sacerdoti
§§
272-278 (Vol. I, p. 168-169) S.
Michele dà istruzione sulle vere e false apparizioni
§
291*(Vol. 1, p. 172) Invoca S. Michele con la preghiera di Papa Leone XIII che
in quel tempo si recitava subito dopo la Messa
§§
294-295 (Vol. I, p. 173) Si raccomanda a S. Michele e all'istante lo squadrone
demoniaco si accascia tramortito
§§
302-332 (Vol. I, p. 175-180) L'Arcangelo-Guida splendido nella sua presenza.
Dialoghi, discorsi sulla Croce ed esortazioni ad amarla (§§ 305-306), ed anche
a riempirsi dello spirito di S. Domenico (§ 323); la mette inoltre in guardia
contro le tentazioni contro l'angelica virtù, la fede e la carità (§ 316)
§
337 (Vol. I, p. 181) Invocazione a S. Michele
§
347 (Vol. I. p. 183) Cenno a S. Michele che aveva partecipato ad una. udienza
della Vergine assieme ad altri personaggi
§§
355-358 (Vol. I, p. 184-185) S. Michele appare con la Vergine e con monaci
assieme a S. Domenico
§
372 (Vol. I, p. 188) S. Michele con la Vergine e S. Domenico
§
404 (Vol. I, p. 195) Raccomandazioni pressanti a S. Michele
§
406-415 (Vol. I, p. 195-196) Presenza di S. Michele, con il suo aiutante
(l'Angelo Caporale), che fissa la punta della spada sulla fronte (§ 410)
§§
425-432 (Vol. I, p. 199-200) Invocazione a S. Michele contro i diavoli che la
torturano
§
432-438 (Vol. I, p. 200-201) Presenza. con la Vergine, l'Angelo Caporale etc.
§§
441-442 (Vol. I, p. 202) Presenza con cavalieri che disperdono i demoni
§§
445-446 (Vol. I, p. 202) Presenza con la Vergine
§
449 (Vol. I, p. 203) La Vergine la esorta ad aver fiducia in S. Michele
§
455 (Vol. I, p. 204) Cenni a S. Michele
§
459 (Vol. 1, p. 204) S. Michele-Guida lascia Giuseppina sotto la protezione
dell'Angelo Caporale
§
§ 469-470 (Vol. I, p. 206-207) S. Michele parla in latino
§§
488-493 (Vol. I, p. 209-211) Presenza di S. Michele. Giuseppina ne bacia la
croce tracciata sulla corazza
§
530 (Vol. I, p. 222) Raccomandazioni a S. Michele
§
543 (Vol. I, p. 226) Invocazione a S. Michele ed è subito esaudita e pertanto
liberata dai diavoli che l'avevano vessata in vari modi
§
549 (Vol. I, p. 227) Invocazione a S. Michele unitamente a S. Raffaele
§
574 (Vol. I, p. 231) Invocazione a S. Michele
§
592 (Vol. 1, p. 236) Invocazione a S. Michele
§
650 (Vol. I, p. 249) Invocazione a S. Michele
§
652 (Vol. I, p. 249) Il Caporale (Angelo Scudiero) esorta Giuseppina a invocare
il Principe S. Michele
§
682 (Vol. 1, p. 259) Raccomandazione a S. Michele
§§
695-697 (Vol. I, p. 262) S. Michele `bellissimo' le pone una corona ingemmata
sul Capo dicendo: "Questa ti serva per le prove che dovrai affrontare"
§§
707-713 (Vol. I, p. 265-266) S. Michele splendente come non mai con la spada
sguainata
§
717 (Vol. I, p. 267) Dispiacere perché S. Michele
non si fa vedere
§
732 (Vol. I, p. 271) Invocazione a S. Michele con la preghiera suggeritale
§
734 (Vol. I, p. 272) L'Arcangelo assiste il sacerdote Don Serafino, moribondo,
accompagnandone l'anima in Cielo
§
864 (Vol. l, p. 306) S. Giuseppe le parla anche del `Principe' S. Michele
§
1014 (Vol. II, p. 339) Prega S. Michele di non essere ingannata sulla natura dei
personaggi che 1'accompagnano
§
1050 (Vol. II, p. 351) S. Michele vuole rivestire Giuseppina di abiti adeguati
al suo ufficio di sacerdozio mistico
§
1056 (Vol. II, p. 353) Dietro consiglio dell'Angelo Bambino recita a S. Michele
la preghiera da lei stessa composta
§
1057 (Vol. II, p. 354) Testo della preghiera sua a S. Michele
§
1086 (Vol. II, p. 368) Prega unitamente alla Vergine e a S. Giuseppe anche S.
Michele per sventare gli inganni del demonio che può apparire anche sotto le
forme più graziose e vistose
§
1538a (Vol. III, p. 661) Si fa cenno a S. Michele che durante un sogno di
Giuseppina avrebbe parlato alla stessa di prospettiva in futuro di abbandono del
suo Padre spirituale
§
1760 (Vol. III, p. 912) S. Michele più bello e splendente delle altre volte la
invita a seguirlo nella visita di un giovane ammalato grave e bestemmiatore
§§
1763-1764 (Vol. III, p. 918) S. Michele esorta Giuseppina ad incrementare
l'Opera: "Il Regno Eucaristico di Gesù Cristo nella Chiesa".
Cenni
su questo Arcangelo:
•
§§ 1292-1303 (Vol. II, p. 456-459) - Bello bellissimo avvolto in una nube come
si vede nei migliori quadri dei nostri grandi Autori, l'Arcangelo S. Gabriele
istruisce Giuseppina sul mistero dell'Incarnazione. Si pone alla sinistra del
trono della Vergine per il canto dell'Angelus che viene alternato (in sublimi
armonie fino al Verbum caro factum est), tanto da una schola cantorum di celesti
persone, in parte fatta di venerandi anziani, di cavalieri e, soprattutto di
fanciulli angeli, e angeli da Gabriele, e dalla Vergine, presente Gesù stesso
su un trono (§ 1294, Vol. II, p. 456). Tutto questo ha termine con un Gloria e
un Deo gratias poderoso e solenne.
•
§ 1300 (Vol. II, p. 458) - Tutta la scienza, sicuramente, di S. Tommaso di
Leibnitz e di altri filosofi e teologi è sempre inferiore alla scienza del più
piccolo di qui (del Cielo).
•
§ 1302 (Vol. II, p. 458) - Lo stesso Arcangelo Gabriele la istruisce anche
sulla triplice maniera di come l'Incarnazione si svolge: "Il modo
dell'Incarnazione è triplice: uno per la Parola, l'altro per la Grazia e il
terzo per la Santissima Eucaristia".
Non
appare che una volta (§ 549, Vol. I, p. 227). In questa circostanza viene
invocato all'avvicinarsi di un enorme pesce che tenta di ingoiarla (cf. per
l'episodio: Tb 6,1 ss).
ANGELO
(CAPORALE).
È
una specie di 'scudiero agli ordini' dell'Arcangelo S. Michele che Giuseppina
incontra molte volte, contemporaneamente, coll'Arcangelo S. Michele (Guida).
Egli si rivela come `Messaggero di Giustizia': cf. § 683 (Vol. I, p. 259). Con
questa qualifica lo troviamo anche in § -1349-1351 (Vol. II, p. 488-489) e §
1389 (Vol. II, p. 530).
In
conseguenza di tale qualifica prestigiosa che lo rende connaturale compagno di
lotta con San Michele (che egli chiama suo Principe), difende Giuseppina contro
il Diavolo e tutte le Potestà delle Tenebre. Anche egli prende l'occasione per
istruire Giuseppina non solo sulla Giustizia Divina, ma pure su tutto quanto per
un certo verso è collegato a questa, come la bontà, la misericordia, la
mansuetudine, il dolore di Dio cagionato dal peccato.
Ecco
quanto ella riferisce al suo confessore P. Blat, della Giustizia Divina,
collegata a quanto Sopra detto, nei §§ 684, 687-689; 691-693 (Vol. I, p.
260-261):
•
Incominciò, poi, a parlarmi di questo attributo di Dio, e quello che andava
dicendo era assolutamente meraviglioso!...
•
In quel mentre il mio intelletto si trovò come rapito nell'apprendere gli
attributi della Bontà e della Giustizia di Dio. -
•
Vidi questi due attributi così: l'uno, cioè la Giustizia, quale conseguenza
necessaria dell'altro; anzi, vedevo amabile la Giustizia stessa e come Dio non
possa fare altrimenti che metterla in atto.
•
Durante la stessa visione intellettuale e verso la fine, il suo intelletto fissò
pure la Misericordia di Dio. Purtroppo non ricordo questo particolare tanto bene
da poterlo spiegare. Come debbo aggiungere che questa visione della Bontà e
della Giustizia fu per quanto si riferiscono agli uomini. Non mi è possibile
spiegare maggiormente quello che vidi.
•
Ne parlò pure del dolore di Dio causato dai peccati degli uomini. Ora, mentre
egli parlava, io mi meravigliavo in me stessa come mai pur essendo felicissimo,
potesse aversi in Dio il dolore e un dolore così grande. Il dolore, prese egli
a spiegarmi, si ha in Dio per una ragione estrinseca; non di meno esso non ne può
in nessun modo menomare la felicità, la quale in Dio è intrinseca. Mi fece
capire che Iddio punisce quasi a malincuore, quantunque il punire è necessario;
e come attui la sua misericordia verso gli uomini. Anche Dio, se soffre molto
per la cattiveria dei malvagi, viene accontentato per la bontà dei buoni,
proprio come in una famiglia che la bontà di figli buoni ricompensano un padre
per la cattiveria dei figli discoli etc..
Come
già accennato, quest'Angelo non è da meno di San Michele accanto a Giuseppina
nella difesa, al momento opportuno, dalle insidie del diavolo o dei suoi
scagnozzi. In più di una circostanza lo vediamo creare scompiglio e fuggi fuggi
di demoni in ogni direzione nella stanza di Giuseppina, allorché Egli, con la
spada sfoderata e con occhi lampeggianti e sguardi minacciosi, li fissa (e.g.cf.
§ 643, Vol. I, p. 248). Comunque, al di là del suo aiuto che certamente non
mancherà, Giuseppina deve fare leva soprattutto sulla preghiera che è la spada
più potente contro tutti questi diavoli che frequentemente le si avventano (§
651, Vol. I, p. 249). Efficace, particolarmente, la preghiera a S. Michele che
è `il nostro Principe' (§ 652, Vol. I, p. 249).
La
va preparando alla comunione (§ 655-65`6, Vol. I, p. 250) che poi gliela
amministrerà S. Domenico (§ 659, Vol. I, p. 252).
E
dopo aver rilevato gli aspetti tremendi della `Giustizia di Dio' come aveva
fatto precedentemente, si indugia sul valore della sofferenza sia in funzione
del bene degli altri, come di sé stessi dicendole (§ 1350, Vol. II, p. 488):
"Un momento di patire vale di più che molte ore o giorni di orazione,
anche delle più elevate, perché questo è dono d Dio, purché nella sofferenza
la creatura si immoli per Dio. "
Poco
dopo, anche, qualche assonanza biblica con l'Apocalisse, dove si parla di un
gran libro con taglio dorato e bei fermagli dove Giuseppina, però, non riesce a
rilevare alcun scritto parendole tutte pagine in bianco (§ 1351, Vol. II, p.
489).
Per
maggiori specifiche indichiamo anche i paragrafi seguenti:
§§
295-307 (Vol. I, p. 173-176) Presenza dell'Angelo Caporale che l'aiuta, fra
l'altro, a cavalcare
§§
348-349 (Vol. I, p. 183) Presenza con giovani e monaci
§§
389-391 (Vol. I, p. 192-193) Presenza e offerta varia di vestiti per Giuseppina
§§
407-409 (Volt- I, p. 195) Si presenta con veste e anelli e collana ed altri
oggetti con cui Giuseppina viene rivestita ed ornata
§§
436-440 (Vol. I, p. 201) Presenza con cavalieri, monaci e diavoli
§
444 (Vol. I, p. 202) Atteggiamento di compiacenza dell'Angelo Caporale
§§
459-460 (Vol. I, p. 204-205) L'Arcangelo S. Michele l'affida al suo Angelo
Scudiero il quale si offre di spiegarle molte cose
§
466-470 (Vol. I, p. 206-207) Presenza con cavalieri, monaci e giovani
§
494 (Vol. I, p. 211) Chiarificazione da parte dell'Angelo Caporale sulle
intenzioni cattive dei demoni sulle cose che inventano
§§
532-537 (Vol. I, p. 222-223) Presenza con altri personaggi: S. Luigi e S.
Tarcisio
§
584 (Vol. I, p. 233) Presenza con la Vergine
§§
643-657 (Vol. I, p. 248-251) In atteggiamento minaccioso verso i demoni:
sfoderando la. spada cui seguono altre operazioni
§§
676-694 (Vol. I, p. 258-262) Presenza con i cavalieri: Giuseppina ne viene
risollevata dalla tortura a cui la sospingono i demoni
§§
698-705 (Vol. I, p. 263-264) La conduce dinanzi ad un lago dove le viene offerto
vestiario e gioielli come l'altra volta.
§
729 (Vol. I, p. 270) Ancora aiuto contro i demoni, anche se per brevi momenti
§
888 (Vol. II, p. 312) Preannuncia purificazioni
§§
894-898 (Vol. II, p. 313) Presenza con altri personaggi: S. Giuseppe, S.
Tarcisio, S. Brunone, monaci..
e vi si aggiunge anche la Vergine. Funge da cerimoniere durante una
funzione presenti tutti questi celesti personaggi
§§
1349-1351 (Vol. II, p. 488-489) Le getta un mantello per spegnere le fiancane
provocatole dai diavoli offrendole anche un elisir come si suol fare su questa
terra per rianimare una persona. Come Messaggero della Giustizia le parla anche
di questa tremenda Giustizia che colpisce, alle volte, anche le più piccole
mancanze.
ANGELI
CUSTODI (IN GENERE).
Riferimenti
numerosi in genere. § 1395 (Vol. II, p. 536) - Gli Angeli procurano quanto
negligentemente tralasciano per la Santa Messa i sacerdoti. Suonano anche le
campane.
•
§§ 1414-1415 (Vol. II, p. 561-562) - Un Angelo inviato dalla Vergine, ma si fa
pure cenno agli Angeli che riveriscono Giuseppina. Specificatamente, oltre
l'Angelo Custode, Giuseppina ne ha un altro: § 187 (Vol. I, p. 148).
•
Testimonianze della presenza degli Angeli Custodi, in §§ 1895 (Vol. DI, p.
1053) dove viene riportata la lettera dell'8 luglio 1916. Quivi importanti
spiegazioni per il suo figlio spirituale: P. Blat in merito al suo troppo
sommario metodo di confessarsi sui peccati veniali, mentre necessita oltre che
declinare il fatto, pure il motivo e la durata questa determina anche nella
venialità la più o meno responsabilità.
ANGELO-BAMBINO: MESSAGGERO D'AMORE (PERSONIFICAZIONE DI GESÙ BAMBINO?).
§§
397- 400 (Vol. I, p. 194) - Potrebbe, dall'insieme, essere anche una
personificazione di Gesù dagli otto ai dieci anni. Sospetto che si ricava anche
dai §§ 506-513 (Vol. I, p. 216-218), sia per il gesto della Croce che traccia
con la manina sulla fronte, sulla bocca di Giuseppina, sia per la profondità
del discorso che le fa sul mistero della Santissima Trinità e
dell'Incarnazione.
Lo
stesso sospetto che sia ancora il Bambino Gesù sorge dai §§ 946-1003 (Vol.-II,
p. 323-333), come'dai dettagli che seguono.
§
953 (p. 324): le fa la croce sulla fronte, sulla bocca ed anche sul cuore;
§
950 (p. 324): ricchezza di insegnamenti sul modo di pregare, soprattutto
ripetendo le orazioni composte da Gesù e dai Santi e specialmente quelle nel
libro di Giobbe;
§
954 (p. 325): con l'espressione `purgarsi' - che si trova tre volte ripetuta
dall'Angelo Bambino -, si esorta alla Purificazione;
§
965 (p. 326): i peccatori cagionano a Dio gran dolore;
§
961-962 (p. 325): Giuseppina deve, inoltre, spogliarsi del suo sapere umano e,
§
968-972 (p. 327-328): deve imitare piuttosto S. Tommaso d'Aquino.
Inoltre:
§ 975 (p. 328): Giuseppina deve leggere il libro dei Proverbi;
§
976 (p. 328): i libri della Sacra Scrittura vanno letti purché ci sia la dovuta
preparazione, lei, però, può leggerli tutti;
§
979 (p. 329): le parla dell'ispirazione e di peccati occulti;
§§
984-986 (p. 330): comunque lei non ha mai perso la grazia.
Ancora,
§ 993 (p. 332): anche se la Madonna, benché per natura sia inferiore agli
Angeli, per suoi meriti, prerogativa e dignità è la Creatura più potente del
Cielo ed anche la dispensiera di grazia. Infine, 995 (p. 332): Pur non essendo
dogma questa seconda prerogativa però è opinione comune nella Chiesa.
§§
1013a-1036 (Vol. II, p. 338-347) - Anche questo testo. è assai ricco di
insegnamenti.
Il
Trono della Vergine confina con quello di Gesù. Ma tutti in Cielo hanno il loro
trono, soprattutto Dio. Le gemme che lo adornano sono l'umiltà del Figliolo che
si annientò nell'Incarnazione e gli si sottomise per ubbidienza; un altro è
l'atto di umiltà della Madonna nell'Incarnazione; e in riguardo a Dio, così
l'Angelo Bambino le dice: "... benché parli nel modo con cui voi
raffigurate le cose, ti dico che Iddio è trono a se stesso, allo stesso modo
che il Trono è sottoposto a chi lo occupa, perché anche Dio è umile. " (§
1020, p. 341).
Non
meno belle le riflessioni sull'Immacolato Concepimento. Pur non avendo la
Vergine il fomite del peccato, poteva peraltro peccare... Il mondo la voleva
attirare a sé; persino il nemico la insediava benché ella le avesse
schiacciato il capo (§ 1022, p. 341). Richiesto al Bambino il suo nome la
risposta che ne ebbe Giuseppina fu: "Il mostro Battesimo è Amore" (§
1033, p.346).
§§
1041-1050 (Vol. II, p. 349-351) - Il sacerdozio mistico di cui si parla qui, è
complemento del sacerdozio sacramentale. Viene offerto particolarmente alle
donne.
§§
1055-1082 (Vol. II, p. 353-366) - Esortazione a pregare il Miserere, la Salve
Regina, la Preghiera a S. Michele di Leone XIII (§ 1056, p. 353).
N.
B: al § 1061 (Vol. II, p. 356) si ha, invece, la netta impressione che il
Bambino in questione non sia Gesù. Rivelatrici sono le seguenti affermazioni:
"Devi sapere, che il mio Signore desidera unirsi all'anima tua così tanto
che per te il giorno nel quale non ricevi la comunione è come un giorno senza
sole. E anche per il mio Signore quando tu non lo ricevi lo ritiene ugualmente
un giorno senza sole ".
Dallo
stesso Bambino Angelo le viene insegnato che la Vergine non solo pregava durante
il giorno, e npll'ambito di questo S. Giuseppe la agevolava, in molte
circostanze, addossandosi le faccende domestiche, consapevole come era dello
stretto rapporto che ella aveva con Dio (cf. § 1066, Vol. II, 357). Discorso
pure sulle virtù nelle donne dell'A. T.
(cf. § 1070, Vol. II, p. 358).
Sempre
del Bambino: metodologia sul modo di condurre la lezione di catechismo (§§
1080-1082, Vol. II, p. 361-362); altri suggerimenti §§ 1086-1096 (Vol. II, p.
368-372) e chiarimenti sulle tre giovani, simbolo delle tre virtù teologali: la
Fede con la torcia, la Speranza con la torcia dalla luce verde, la Carità (§
1092, p. 371).
§§
1130-1139 (Vol. II, p. 383-385): un gruppo di Angeli - Bambini. Non è presente
il solito Angelo Caporale.
Come
detto in Nota 2, Cap. X= (Vol. I, p. 216), i Bambini Angeli sono anche
"Messaggeri dell'Amore"; e sotto questa specifica segnaliamo anche
questi paragrafi e note:
•
§ 1032 (Vol. II, p. 346).
•
Nota 12, Cap.'XLVII (Vol. II, p. 346).
•
§ 1118 (Vol. II, p. 376).
•
§ 1217 (Vol. II, p. 412).
•
§ 1289 (Vol. II, p. 455).
•
§ 1326 (Vol. II, p. 473).
•
§ 1352 (Vol. II, p. 489).
•
§ 1364 (Vol. II, p. 504).
•
§ 1366 (Vol. II, p. 506).
•
§ 1368 (Vol. IL p. 509).
•
§ 1372 (Vol. II, p. 511).
•
§ 1500-1501 (Vol. III, p. 628- 629).
•
§ 1562 (Vol. III, p. 686).
•
§ 1605 (Vol. III, p. 721).
Cenni
di questi Bambini - Angeli: Messaggeri d'amore pure § 984 (Vol. II, p. 330):
invito a 'purgarsi'; §§1130ss (Vol. II,
p. 383ss).
La
Corona Angelica è un devoto esercizio di preghiera che lo stesso Principe degli
Angeli rivelò apparendo alla gran Serva di Dio, Antonia d'Astonaco in
Portogallo. Si tratta di nove salutazioni corrispondenti ai nove Cori degli Angeli,
consistenti, ognuna, di un Pater e di tre Ave in onore delle tre Angeliche
Gerarchie; si concludono con quattro Pater: il primo ad onore di S. Michele; il
secondo di S. Gabriele; il terzo di S. Raffaele; e il quarto dell'Angelo nostro
Custode.
La
Corona materiale per la recita di quella Angelica è composta di 9 poste: ogni
posta di tre globetti - Ave Marie - preceduti da un corallo più grosso,
indicante il Pater Noster; 4 granuli che seguono immediatamente la Medaglia,
coll'effige di S. Michele e i nove Cori degli Angeli, ricordano i 4 Pater che si
debbono recitare ad onore dell'Arcangelo, ecc.; altri 4 grani ricordano i 4
Pater. da recitare in onore dei Santi Sette Spiriti assistenti al Trono di Dio;
concludono 4 grani per la recita di quattro Gloria in onore degli altri quattro
Santi Spiriti che assistono al Trono di Dio.
Tale Corona Angelica dovrà essere recitata col metodo seguente: Premesso un atto di sincera contrizione, in ginocchio avanti l'immagine del S. Arcangelo, s'inizi: O Deus, in adiutorium meum intende; Domine, ed adiuvandum me festina. Gloria Patri, ecc.
Salutazione
I. Ad interecessione di S.
Michele e del celeste Coro dei Serafini ci renda il Signore degni di una fiamma
di perfetta carità. Così sia. Un Pater e tre Ave al I. Coro Angelico.
Salutazione
II. Ad
intercessione di S. Michele e del Coro celeste dei cherubini voglia il Signore
darci grazia di abbandonare la via del peccato, e correre in quella della
cristiana perfezione. Così sia. Un Pater e tre Ave al Il. Coro Angelico.
Salutazione
III.
Ad intercessione di S. Michele e del sacro Coro dei Troni infonda il Signore nei
nostri cuori uno spirito di vera e sincera umiltà. Così sia. Un Pater e tre
Ave al III. Coro Angelico.
Salutazione IV.
Ad intercessione di S. Michele e del Coro celeste delle Dominazioni ci dia
grazia il Signore di dominare i nostri sensi e correggere le depravate passioni.
Così sia. Un Pater e tre Ave al IV. Coro Angelico.
Salutazione
V. Ad
intercessione di S. Michele e del Coro celeste delle Potestà il Signore si
degni proteggere le anime nostre dalle insidie e tentazioni del demonio. Così
sia. Un Pater e tre Ave al V. Coro Angelico.
Salutazione
VI. Ad
intercessione di S. Michele e del Coro delle ammirabili Virtù celesti non
permetta il Signore che cadiamo nelle tentazioni, ma ci liberi dal male. Così
sia. Un Pater e tre Ave al VI. Coro Angelico.
Salutazione
VII.
Ad intercessione di S. Michele e del Coro celeste dei Principati riempia Dio le
anime nostre dello spirito di vera e sincera obbedienza. Così sia. Un
Pater e tre Ave al VII. Coro Angelico.
Salutazione
VIII.
Ad intercessione di S. Michele e del Coro Celeste degli Arcangeli ci conceda il
Signore il dono della perseveranza nella Fede e nelle opere buone per poter
giungere alla conquista della gloria del Paradiso. Così sia. Un Pater e tre
Ave all'VIII. Coro Angelico.
Salutazione
IX. Ad
intercessione di S. Michele e del Coro celeste di tutti gli Angeli si degni il
Signore concederci di essere custoditi da essi nella presente vita mortale e poi
condotti alla gloria sempiterna dei cieli. Così sia. Un Pater e tre Ave al
IX. Coro Angelico.
Si
recita quindi la seguente preghiera insegnata a Giuseppina dallo stesso
Arcangelo S. Michele:
Saluto
a S. Michele Arcangelo.
Ti saluto, o glorioso Principe della milizia celeste, Duce invitto delle angeliche squadre, Protettore speciale dei redenti, Guida sicura delle anime interiori. Io, benché indegnissimo, da te m'attendo aiuto e conforto contro gli assalti del nemico infernale. A te son noti i lacci e le insidie ch'ei va tendendo ai miei passi; deh tu mi salvi dall'ira sua, o inclito mio Protettore.
Ti
ricorda che, dopo Dio e la Vergine Immacolata, tutta la mia speranza ho in te
risposta.
Fa
che non resti deluso e, colla tua forza, partecipami ancora la fiamma della tua
carità, la chiarezza della tua luce, la dolcezza della tua pace; affinché,
acceso d'amore e di santo zelo, cerchi solo Iddio, l'estensione del Suo Regno, e
il compimento dell'adoratissima e amabilissima Sua volontà. Così sia!
Indi
i quattro Pater, poi gli altri quattro Pater; ed infine quattro Gloría
(secondo le indicazioni già date). Poi:
Pregate per noi, o beatissimo nostro S. Michele, Principe nella Chiesa di Gesù Cristo.
Perché
possiamo essere fatti degni delle promesse di Lui.
Orazione.
Onnipotente,
sempiterno Dio, che con prodigio di bontà e misericordia per salvezza comune
degli uomini eleggeste a Principe della vostra Chiesa il glorosissimo
Arcangelo San Michele, fateci degni, vi preghiamo, di essere, per protezione
benefica di lui, liberati da tutti i nostri nemici, sicché nella nostra morte
niuno di essi ci molesti, ma ci sia dato di essere da lui medesimo introdotti
alla presenza della eccelsa vostra divina Maestà. Pei meriti di Gesù Cristo
Signor Nostro. Così sia.
Il
Domenicano P. Alberto Blat, Direttore spirituale di Giuseppina, volle un giorno
sintetizzare il fine, i mezzi e i membri dell'Istituto dello Spirito Santo e il
legame tra i soci del medesimo. Eccoli:
Fine
particolare dovrà essere l'ottenere alla comune Madre la Chiesa degni Ministri
e un maggior numero di anime vergini che a Gesù puramente si consacrino ed a
Lui puramente servano (sia nei conventi che fuori di essi).
Mezzi:
adorazione, immolazione, apostolato (sia nei conventi che fuori di essi) e
vivendo unicamente per dare a Gesù altre anime (secondo il suddetto fine) colla
preghiera e coll'opera.
Membri:
per quest'Opera le persone debbono essere scelte, e non entreranno tutte
quelle che vorranno parteciparvi.
S'intende
per adorazione quella pubblica e solenne per lo spazio di un'ora, due volte al
mese; questa deve istituirsi ove ci siano comunità ecclesiastiche e tra i
ragazzi d'ambo i sessi.
Legame
tra i membri dell'Opera è la recita giornaliera, ovvero in novene, della Corona
Angelica e del Saluto all'Arcangelo S. Michele.
Quest'Opera
Regno Eucaristico di Gesù Cristo nella Chiesa è affidata in modo particolare
ai Santi Angioli, quantunque istituita, come il SS.mo Sacramento, per utilità
degli uomini.
Essa
deve perfezionarsi per l'effusione dello Spirito Santo attraverso la medesima
SS.ma Eucaristia.
Segue
un accenno alla destinazione della invero copiosa mole di scritti di Giuseppina
e documenti che la riguardavano venutisi via via ammucchiando nelle mani del
Direttore fino al 1926. Il P. A. Blat nell'anno 1926 dovendo assentarsi da
Roma per andare al Capitolo Generale Domenicano in Spagna, notificò alla sua
figlia spirituale quanto aveva deciso in merito ai suoi scritti che sarebbero
rimasti in un cassetto, chiusi con una chiave, consegnata al P. Turibio Ardanza,
che, nel caso ch'egli non fosse tornato in via S. Vitale, dopo l'elezione del
Maestro Generale dell'Ordine, ne sarebbe divenuto il consegnatario.
Giuseppina
glieli aveva chiesti, anche con una certa qual insistenza, ma il Domenicano non
aveva mai acconsentito.
Tornato
a Roma, quando, nel dicembre 1926, egli seppe che nel suo ufficio presso la
Curia generalizia gli sarebbe succeduto un altro Padre, disse a Giuseppina che
intendeva consegnare a lei le sue carte e, in busta chiusa un parziale
esemplare, da lui fatto, delle grazie che ella aveva ricevute. Egli temeva
ch'ella lo avrebbe distrutto e perciò intendeva ritenere la copia più estesa
della sua relazione, comandando, tuttavia, alla sua figlia spirituale di nulla
stracciare o distruggere degli scritti avuti, e neppure di leggerli se non
quando le occorresse ricordare qualcosa; le avrebbe tuttavia dato la facoltà di
consegnarli, tutti o in parte, al suo nuovo Direttore o Confessore.
Quand'egli
fu sicuro del cambiamento accennato, chiuse il tutto in una valigetta, onde nel
caso d'una partenza improvvisa questa fosse consegnata a Giuseppina. Senonché
la sua figlia spirituale non gli parlò più di quei scritti, né più glieli
chiese, dissuadendola, forse, in proposito Annetta. Anzi una volta - Vedrà,
Padre - gli disse - che non partirà da Roma,
Ella
glielo affermava perché così vedeva, con uno dei frequenti lumi ultraterreni,
ovvero perché memore della promessa che un giorno le aveva fatta la Santa
Vergine:
-
Il tuo Padre - così a un di presso - ti dirigerà fino al giorno della tua
morte.
Di
proposito s'è voluto accennare agli scritti di Giuseppina ed ai documenti che
la riguardano perché quando nel 1956 quelli conservati in Avila furono a
disposizione del Centro Giuseppina Berettoni, risultò ben chiaro che della
relazione del P. Blat, oltre quella nell'archivio del Convento di S. Tommaso,
un'altra ce ne doveva essere, quella appunto destinata a Giuseppina.
-
Dove si trova ? - chiederà il lettore.
-
Quando il Domenicano, morta Giuseppina, si allontanò da Roma, la consegnò al
Postulatore dell'Ordine dei Frati Minori.
Purtroppo
ogni ricerca in merito esperita dal compianto P. Benedetto d'Orazio è rimasta
inutile e negativa. Si trattava di documenti di esigua importanza perché copia
ridotta.
Ti
saluto, o glorioso Princìpe della milizia celeste, Duce invitto delle
angeliche squadre, Protettore speciale dei redenti, Guida sicura delle anime
interiori.
Io,
benché indegnissima da te m'attendo aiuto e conforto contro gli assalti del
nemico infernale. A te sono noti i lacci e le insidie ch'egli va tendendo ai
miei passi; deh tu mi salva dall'ira sua, o inclito mio Protettore.
Ti
ricorda che, dopo Dio e la Vergine Immacolata, tutta la mia speranza ho in te
riposta.
Fa che io non resti delusa e, colla tua forza, partecipami ancora la fiamma della tua carità, la chiarezza della tua luce, la dolcezza della tua pace; affinché, accesa d'amore e di santo zelo, cerchi solo Iddio, l'estensione del Suo Regno, e il compimento dell'adoratissíma e amabilissima Sua volontà. Amen.
CENTRO GIUSEPPINA BERETTONI Via S. Erasmo, 14 - 00184 Roma
SS. Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo, fonte inesauribile di Santità, noi Ti ringraziamo per i doni grandi che hai elargito alla Tua Serva fedele Giuseppina Berettoni. Ti ringraziamo perché le hai concesso anche per i meriti della Vergine SS.ma di far fruttificare questi doni, sia nella preghiera ardente, come nell'attività apostolica incessante, per la Tua gloria e per la salvezza delle anime.
Se
piace alla Tua infinita Maestà e torna al bene di tutti noi, Ti preghiamo di
glorificarla già su questa terra, concedendoci per sua intercessione, la
grazia che andiamo implorando con grande fiducia... (Si chieda la grazia…)
Tre Pater, Ave, Gloria.
Quanti
ricevessero grazie per intercessione della Serva di Dio Giuseppina Berettoni,
sono pregati di notificarle con breve relazione scritta e firmata a P.
Giovanni Coradazzi, Direttore del C.G.B. (Centro Giuseppina Berettoni) -
Collegio Internazionale S. Antonio, Via Merulana 124, 00184 Roma .
Per
notizie e richiesta di biografie di Giuseppa Berettoni, rivolgersi a P. Giovanni
Coradazzi (Centro Giuseppina Berettoni) - Collegio Internazionale S. Antonio,
Via Merulana 124, 00184 Roma.