GIUSEPPE DI NAZARETH
ATTILIO
BORZI - Casa Mariana Maria SS. riel Buon Consiglio 83040 FRIGENTO (AV)
Leggendo
questo libro di A. B. ho avuto l'impressione di trovarmi, come d'incanto, di
fronte a un piccolo lago di montagna, nelle cui acque limpide e azzurre si
specchiano le cime dei monti che lo sovrastano. Così, nel fluire sereno e
chiaro di queste pagine - scritte con vivissimo senso pastorale - il lettore
potrà scoprire e ammirare la figurà gigante di quell'Uomo giusto che fu
insieme sposo di Maria, padre putativo del Figlio di Dio e custode della Santa
Famiglia: Giuseppe di Nazareth.
L’A,
già conosciuto e stimato per i suoi precedenti libri mariani, non poteva non
parlare - e non parlarne bene, di Colui che per lunghissimi anni condivise con
Maria i misteri gaudiosi e dolorosi della vita nascosta di Cristo e ora, con
Loro, vive nella gloria del cielo.
Come
per un cammino ascensionale tracciato dal Vangelo, dall'insegnamento dei Padri e
dei Dottori della Chiesa, dal Magistero ecclesiastico e dalla riflessione dei
teologi, i trentun capitoletti di questo libro guideranno il lettore alla
migliore conoscenza dell'Uomo giusto di Nazareth e ad una devozione
fiduciosissima verso di Lui.
Alla
testimonianza dei molti che furon devoti dello Sposo di Maria, l'A. sarà lieto
- in altra edizione - di aggiungere quella del Santo di Montfort, il quale
compose un cantico, che è una piccola somma teologica sul culto relativo a S.
Giuseppe, di cui descrive la corona di grandezza, di santità e di potenza.
La figura morale di S. Giuseppe ha molto da dire all'uomo contemporaneo. Se, infatti, - come avverte il Concilio Vaticano II - "l'epoca nostra, piú ancora che i secoli passati, ha bisogno della sapienza che attrae con soavità la mente a cercare e ad amare il vero e il bene", e se, oggi "è in pericolo il futuro del mondo, a meno che non vengano suscitati uomini piú saggi", allora è provvidenziale il richiamo al "servo saggio e fedele" che fu Giuseppe di Nazareth.
P.
Alberto Rum
direttore
di "Madre e Regina"
Gli
episodi riportati dagli Evangelisti sul patriarca San Giuseppe sono pochi e
brevissime le notizie che gli scrittori sacri ci danno di lui.
In
concreto, i Vangeli non ci tramandano neppure una parola di san Giuseppe, ma lo
nominano quattordici volte e parlano di lui in ventisei versetti.
Matteo
e Luca rivelano che egli discende dalla casa di David.
Matteo
lo dice sposo di Maria e, insieme a Luca e Giovanni, riferisce che era chiamato
da tutti padre di Gesù.
E'
ugualmente Matteo a informarci che il mistero dell'Incarnazione rese perplesso
Giuseppe, mentre Luca narra la sua andata.a Betlemme per il censimento ordinato
da Cesare Augusto.
Questi
due Evangelisti raccontano i restanti episodi: Matteo la fuga in Egitto e il
ritorno della Sacra Famiglia a Nazareth; Luca il ritrovamento di Gesù dodicenne
nel tempio di Gerusalemme e il suo rientro a Nazareth, ove visse sottomesso a
Maria e a Giuseppe.
Ecco
tutto.
Ma,
le affermazioni brevi e semplici del Vangelo - osserva, a ragione, Bonifacio
Llamera - "hanno una straordinaria importanza, come tutte le affermazioni
del testo sacro, perchè sono come pochi semi riboccanti di vita e di un
contenuto inesauribile. Alla loro luce è possibile scoprire orizzonti
insospettati".
E',
pertanto, possibile, attraverso quanto ci è stato trasmesso, ricostruire la
figura di questo singolare personaggio, soprattutto rilevare il suo ruolo
svolto nell'ambito della storia della salvezza e quello che egli continua a
svolgere.
Su
questa pista ci muoveremo nel presentare colui che il Vangelo definisce l'uomo
giusto, e ci asterremo con ogni cura dal ricorrere alle leggende e
all'inventiva.
E'
chiaro, tuttavia, che il nostro lavoro sarà arricchito e integrato dagli
insegnamenti dei Padri e Dottori della Chiesa, dal Magistero Ecclesiastico e
dalle riflessioni dei teologi.
In
altri termini, cercheremo di seguire fedelmente quella parte della scienza
teologica, chiamata giosefologia, la quale, partendo dai principi rivelati,
"studia il Santo Patriarca nelle sue essenziali prerogative in ordine al mistero
del Verbo incarnato e quindi al mistero della salvezza, insieme con le grazie
e privilegi che ne conseguono, per la sua persona e per la sua permanente
missione nella Chiesa".
La
giosefologia - è opportuno precisarlo - può ritenersi la più recente fra le
trattazioni teologiche, quantunque Padri e teologi, come vedremo, non abbiano
trascurato di parlare di san Giuseppe.
"Ma
è certo che per molti secoli S. Giuseppe è rimasto piuttosto nell'ombra, sia
nell'interesse teologico che nelle manifestazioni almeno pubbliche della pietà
cristiana: così come il suo ministero fu avvolto nel nascondimento e nel
silenzio. L'antica catechesi come la predicazione dei Padri, più direttamente
interessata all'affermazione e difesa dei fondamentali temi del messaggio
cristiano (Cristo e la sua opera redentrice), non si occupò gran che di lui,
anche quando con il radioso sviluppo dei dogmi cristologici presero sèmpre più
consistenza e risalto le principali verità mariologiche (divina maternità,
verginità, santità)".
I
teologi spiegano questi lunghi anni di silenzio e di oscurità con valide
ragioni: affermano che la divinità di Gesù e la verginità di Maria,
proclamati all'umanità, dovevano mettere profonde e solide radici nel cuore e
nella mente degli uomini, senza che la memoria di san Giuseppe potesse recare
ostacolo.
"Fin
da quei tempi di ombra e di oscurità, S. Giuseppe incominciò, tuttavia, ad
esercitare il suo ministero sulla Chiesa, corpo mistico di Gesù Cristo, finchè
la forza dei fatti, frutto della sua efficace protezione, gli attirò la stima e
l’amore di cui oggi gode nella devozione del popolo cristiano".
Il
primo principio della teologia di san Giuseppe è il suo matrimonio con Maria,
Madre di Gesù.
Egli
si fidanzò con lei, secondo gli usi e costumi del tempo.
Il
fidanzamento per gli ebrei equivaleva al matrimonio.
"Esso
dà luogo ad un festino (ricevimento, diremmo noi) in casa del padre della
sposa, o se essa è orfana, nella dimora della sua famiglia. Davanti ad alcuni
testimoni, il giovane, rivolto verso la fanciulla esclama: `Tu mi sei fidanzata,
secondo la legge di Mosè e d'Israele', quindi le offre un anello, ch'essa
accetta. Da questo momento egli acquista su di lei veri e propri diritti di
sposo: essa è la sua donna nè può ripudiarla, senza darle un `libello di
divorzio'".
Quantunque,
però, il fidanzamento avesse valore di matrimonio, non dava luogo nè a
coabitazione, nè a vita coniugale tra i due.
I
fidanzati proseguivano, per circa un anno, a dimorare con i genitori o
parenti.
Nel
frattempo la giovane "si preparava" i vestiti di ricambio"; lo
sposo, invece, disponeva ogni cosa per le feste nuziali, che duravano molti
giorni. Finiva anche di pagare la dote della sposa: il "mohar".
Se
era tanto povero da non poter offrire una dote, lavorava per un certo periodo di
tempo a favore del suocero.
Se
durante i mesi di attesa nasceva un figlio, lo sposo copriva del suo nome il
neonato; se la sposa era ritenuta colpevole d'infedeltà, poteva essere
denunciata al tribunale locale.
L'ultima
formalità consisteva nell'introdurre la fidanzata in casa del fidanzato con
alcune cerimonie, dopo di che iniziava la vita coniugale.
Il
fidanzamento di Giuseppe con Maria va considerato e collocato in questa
cornice: essi contrassero, pertanto, vero matrimonio, secondo la legge e la
consuetudine.
Se
vediamo quanto esposto in quest'ottica, che è la giusta, non possiamo non
riprovare la tradizione scaturita dagli apocrifi, secondo la quale Giuseppe,
quando contrasse le nozze con la Vergine, era un vecchio barbuto.
Gli
Evangelisti, è vero, non dicono nulla al riguardo, ma gli esegeti avanzano, nel
commentare il senso del Vangelo, giuste osservazioni.
Tra
l'altro essi precisano: "Era molto conveniente che tale matrimonio
conservasse una certa proporzione tra gli sposi, secondo il costume dell'epoca.
"Il
ministero divinamente affidatogli richiedeva in S. Giuseppe una giovane età.
Difatti, era stato scelto perché occultasse il mistero del Figlio di Dio, era
stato dato a Maria perché difendesse l'onore e la fama di lei. Gesù, il Figlio
di Maria, era ritenuto dai contemporanei anche come figlio di Giuseppe,
quindi, era necessario che il nostro Santo avesse un'età idonea alla
generazione; diversamente, la dignità di Maria non poteva rimanere illesa.
"Dio
volle l'unione di Maria con Giuseppe perché questi fosse la consolazione, la
difesa e l'aiuto di lei nelle cure, nelle sollecitudini per il figlio, e in
tutte le necessità della vita domestica. Giuseppe doveva, perciò, trovarsi in
un'età capace di sostenere il peso delle fatiche quotidiane".
Sorge
spontanea e legittima una domanda: che cosa Maria dona allo sposo, e come costui
contraccambia? Bossuet si è inoltrato in tale mistero e ha scritto parole di
profondo significato.
"Essi
si danno reciprocamente la loro verginità, e su questa verginità si cedono
mutuo diritto. Quale diritto? Di conservarsela l'un l'altro. Sì, Maria ha
diritto di custodire la verginità di Giuseppe, e Giuseppe ha il diritto di
custodire la verginità di Maria. Nè l'uno nè l'altro ne possono disporre, e
tutta la fedeltà di questo matrimonio consiste nel custodire la verginità.
Ecco la promessa che li associa; il patto che li lega. Son due verginità che si
uniscono per conservarsi l'un l'altra eternamente mediante una casta
corrispondenza di desideri pudichi, e ci rammentano due astri che non entrano
in congiunzione se non perché intrecciano la loro luce".
Un
matrimonio, dunque, verginale questo, che pone in evidenza il destino
trascendente delle nozze cristiane e che facilita la comprensione
dell'insegnamento di san Paolo, secondo il quale il matrimonio simboleggia
l'amore tra Cristo e la Chiesa, che vengono chiamati anche sposo e sposa.
Il
secondo principio della teologia di san Giuseppe consiste nel suo ministero
paterno nei riguardi di Gesù.
Il
Vangelo chiama san Giuseppe "padre di Gesù". San Luca nel racconto
riguardante la presentazione di Gesù al tempio, dopo aver riferito la profezia
di Simeone, soggiunge: "Suo padre e sua madre restarono meravigliati
delle cose che venivano dette di lui".
Nello
stesso capitolo, l'Evangelista narra lo smarrimento di Gesù dodicenne al
tempio e trasmette al versetto quarantotto la testimonianza di Maria Vergine
che osserva al Figlio là ritrovato: "Figlio, perchè ci hai fatto
questo? Ecco, tuo padre e io ti cercavamo angosciati". Nell'opinione
pubblica Giuseppe era considerato il padre di Gesù: lo testimoniano i tre
Evangelisti sinottici e lo conferma san Giovanni, il quale, rilevata la
meraviglia della folla alle parole di luce, uscite dalla bocca di Gesù, riporta
l'espressione degli ascoltatori: "Costui non è Gesù, il figlio di
Giuseppe, del quale noi conosciamo il padre e la madre?".
Qual
è la natura di questa paternità?
Precisiamo
subito che la paternità di san Giuseppe non fu fisica e naturale, perché non
influì in nessun modo sulla formazione della natura umana del Verbo.
Essa
è stata definita legale, putativa, nutrizia, adottiva, vicaria, verginale.
Le
prime quattro qualifiche, anche se esprimono parte della verità, non sono
sufficienti a indicare tutta l'intima relazione che intercorre tra san Giuseppe
e Gesù.
La
paternità vicaria è proclamata dalla Chiesa nella sua liturgia, specie nel
prefazio della Messa di san Giuseppe che dice: "Costui, (Giuseppe) è
l'uomo giusto che (Tu, Signore,) hai dato come sposo alla Vergine Madre di Dio,
e che hai costituito come servo fedele e prudente sulla tua famiglia, affinché
con autorità paterna custodisse il tuo unigenito, concepito per opera dello
Spirito Santo, Gesù Cristo nostro Signore".
Il
testo liturgico vuol significare che san Giuseppe, in nome del Padre celeste,
vale a dire con autorità paterna, custodì Gesù.
L'ultima
qualifica, secondo la quale il santo Patriarca è chiamato padre verginale di
Gesù, è formulata dagli autori moderni.
"La
qualifica è vera, ed è la più elevata, la più esatta di quante gli abbiano
attribuito. Da una parte salva il dogma, perché significa che il matrimonio, in
virtù del quale san Giuseppe è Padre, fu verginale; dall'altra, esprime uno
dei titoli più delicati e nobili di codesta paternità. Dire che non fu padre
perché fu vergine, significa considerare il mistero da un piano molto umano e
materiale.
"Dobbiamo
dire, però, che nemmeno questo titolo è esauriente. Difatti, S. Giuseppe è
padre verginale di Gesù, non soltanto perchè ha conservato intatta la verginità,
ma per altri titoli più profondi".
Sarebbe
grave errore concludere, dopo quanto esposto, che la paternità di san
Giuseppe nei confronti di Gesù è metaforica, onorifica, di pura finzione, e
basta.
E',
invece, una paternità nuova, unica, singolare, d'ordine superiore a quella
naturale e adottiva umane, fondata in un vincolo giuridico, morale e
spirituale: "paternità unica, singolare e nuova, come nuova, singolare e
unica (è) la dipendenza che Dio, nel Suo decreto Divino, stabilì tra il
matrimonio di Giuseppe con Maria e l'incarnazione del Suo Figlio
unigenito".
"E'
una paternità nuova, unica, singolare; ma è vera paternità - aggiungiamo con
mons. Sinibaldi -; e la Vergine, edotta nei divini misteri, potrà con ragione
`dire al suo divin Figlio: `Il Padre tuo ed io (Pater tuus et ego)'. La paternità
di san Giuseppe si distingue da tutte le altre; è unica nella sua specie, come
unico nella sua specie è il mistero, al quale essa si riferisce. Non è una
paternità proveniente da una generazione secondo natura, ma è una paternità
fondata in un vincolo morale. S. Giuseppe è realmente Padre di Gesù, come è
realmente sposo di Maria: la natura del vincolo delle due relazioni è la
stessa".
Gesù,
dunque, appartiene a Giuseppe, il quale, di conseguenza, ha diritti su di lui.
San
Francesco di Sales lo illustra con felice immagine: "Se un uccello o una
colomba portasse nel becco un dattero e lo lasciasse cadere in un giardino, non
si potrà dire che la palma nata da quel seme appartenga all'uccello, ma al
padrone del giardino. Se così stanno le cose, chi mai potrà dubitare che lo
Spirito Santo, divino Colombo, avendo lasciato cadere questo dattero divino nel
giardino chiuso della B. Vergine, giardino sigillato e circondato da ogni parte
dal voto di verginità e dalla castità immacolata, e che apparteneva a S.
Giuseppe come la sposa allo sposo, chi potrà dubitare, dico, che questo celeste
palmizio, ricco di frutti d Immortalità, non appartenga anche a questo gran
Santo?".
Congratuliamoci
con S. Giuseppe di questa sua singolare missione e supplichiamolo che conservi
nella nostra anima la presenza mistica, ma reale, di Gesù.
Il
peccato implica duplice reato: della colpa e della pena.
Gesù
Cristo cancellò, con il suo sacrificio, il primo reato, acquistandoci e
infondendoci la grazia; distrusse il secondo, soddisfacendo in modo
sovrabbondante per i delitti di tutti gli uomini.
Egli
è, dunque, il vero e unico Redentore.
La
Beata Vergine è la Corredentrice, che meritò subordinatamente a Cristo, ma
realmente, per altissima convenienza, il medesimo riscatto dell'umanità,
senza tuttavia aggiungere nulla alla Redenzione del Figlio Gesù. Ella è
associata a Cristo anche nella distribuzione di ogni grazia.
San
Giuseppe, quando fu eletto sposo di Maria Vergine e padre verginale di Gesù,
fu associato anche lui, in modo singolare, alla Redenzione del genere umano e
all' effetto o influsso causativo della grazia in noi.
Sia
la cooperazione di Maria, come quella di Giuseppe, esercitate in modo diverso
e in diverso grado e valore, sono avvenute per libera volontà di Dio, il quale
associò tanto la Vergine quanto il suo Sposo al mistero dell'Incarnazione e
Redenzione operata da Gesù.
Ma
il concorso di ambedue fu libero; in questo sono fondati il loro merito e la
loro maggiore efficacia.
La
ragione di questa cooperazione la esprimiamo e illustriamo con le parole di due
antichi scrittori: Juan de Cartagena e Giustino Miecowiense.
Juan
de Cartagena dichiara: "Se esaminiamo la cosa da un punto di vista
teologico, poichè Gesù Cristo acquistò successivamente (dopo che la Vergine
Madre gli ebbe somministrato con la sua carne la materia necessaria per farsi
uomo) una maggiore quantità di sangue per mezzo dell'alimento, e poichè quel
sangue prezioso fu l'inestimabile prezzo della nostra redenzione, bisogna
ricordare che S. Giuseppe, col sudore della fronte e col lavoro delle mani,
somministrò all'autore della nostra salvezza la materia necessaria per
ottenere il prezzo che doveva offrire all'eterno Padre sull'altare della Croce
per la redenzione del genere umano. Perciò credo che Giuseppe e Maria furono i
principali cooperatori della redenzione del genere umano e, di conseguenza,
tutto il genere umano è loro sottomesso più che agli altri Santi in forza di
un vincolo più stretto".
Giustino
Miecowiense ragiona: "L'amore divino della Vergine si manifestò
principalmente quando generò il Figlio Gesù per la redenzione del genere umano
e lo mostrò al mondo. Nemmeno Giuseppe andò esente da questo amore, perché
custodì fedelmente, educò e alimentò il Salvatore degli uomini, diventando in
un certo senso cooperatore alla nostra salvezza. Tutta la Trinità operò la
nostra redenzione poichè il Padre inviò il Figlio, il Figlio si incarnò e lo
Spirito Santo formò Gesù nel seno della Vergine. Anche in questo venerando e
mirabile matrimonio di Maria con Giuseppe, tutta la trinità, cioè: Gesù,
Maria e Giuseppe, operò la nostra salvezza. Gesù, Figlio di Dio, prese la
nostra carne; Maria gli diede il suo proprio essere; Giuseppe fomentò, nutrì
ed educò la carne somministrata e assunta. Chi, dunque, negherà che Giuseppe
cooperò con Gesù e Maria alla redenzione del genere umano? Oso dire che
Giuseppe, nutrendo ed educando Cristo, cooperò con Lui alla riabilitazione
del genere umano. Quel sangue prezioso che Cristo sparse sull'altare della Croce
per il riscatto di tutti e che offrì a Dio Padre, venne formato mediante
l'alimento preparato con il sudore della fronte di Giuseppe. Pertanto s.
Giuseppe somministrò a Colui che ci salvò la materia per produrre il prezzo
della nostra redenzione. Di conseguenza, in un certo modo, fu autore della
nostra salvezza".
Riguardo
all'effetto o influsso causativo della grazia in noi, riconosciuto a san
Giuseppe, occorre precisare che egli "non contribuì all'acquisto dei
meriti e delle grazie redentrici con la pienezza di Maria, giacchè non fu
altrettanto unito all'ordine ipostatico, nè si trovò ai piedi della
croce"; il suo concorso fu solo mediato e morale, "ma di un grado
tanto eminente che non ci è possibile determinare".
Esprimiamo
a san Giuseppe la nostra gratitudine, per il servizio da lui prestato all'opera
della Redenzione, e preghiamolo perché non permetta mai che rendiamo vani i
frutti che da essa provengono.
"La
grandezza umana - afferma, a ragione, Urbano Barrientos - si acquista e aumenta
con diversi titoli, piú o meno giusti, piú o meno dettati dalla ragione, dalla
vanità o dall'interesse degli uomini. Dinanzi a Dio vi è una sola misura di
grandezza per le creature redente: la maggiore o minore somiglianza con Dio,
mediante la partecipazione della sua natura. In altre parole: la statura
soprannaturale si misura in gradi di grazia in questo mondo e di gloria
nell'altro.
"Orbene:
l'inclusione di san Giuseppe nel decreto dell'Incarnazione, collocandolo sopra
l'ordine comune della grazia, lo colloca più in alto di tutti i santi, solo più
in basso della sua sposa".
San
Giuseppe possiede - per dirla con parole più semplici - la massima dignità,
dopo quella della Beata Vergine, perché egli sorpassa in eccellenza tutte le
creature, per il suo matrimonio con Maria e la sua singolare paternità su Gesù
Cristo.
Supera
gli Angeli. Il suo ministero si può paragonare, riguardo alla dignità, a
quello degli Angeli, ma è evidente la differenza tra i due ministeri, perché
è molto piú alto l'ufficio di custodire il Figlio di Dio e la sua Vergine
Madre di quello di custodire gli uomini.
Supera
san Giovanni Battista, il precursore di Gesú, perchè la missione di Padre
verginale è di gran lunga superiore a quella di preparargli la via.
Infatti,
"il ministero di S. Giuseppe si eleva all'ordine dell'unione ipostatica,
perchè è ordinato prossimamente all'esecuzione dell'incarnazione divina, e
fu necessariamente inserito in quest'ordine per divina disposizione, cosicchè
nessun altro santo rimane piú unito a Cristo di lui, perchè è Suo padre e
vero sposo di Maria.
"Il
ministero del Battista, invece, è posto semplicemente nell'ordine della
grazia. Esso non viene ordinato immediatamente a Cristo, ma alla salute delle
anime mediante Gesù Cristo. Pertanto, è grande in ordine alla manifestazione
del Verbo, come appare chiaro dalla testimonianza del Vangelo".
San
Giuseppe supera gli Apostoli, perché, indubbiamente, l'ufficio apostolico è
il più grande di tutti quelli che si esercitano nella Chiesa, ma è ordinato ad
applicare i frutti della Redenzione; san Giuseppe, invece, ha avuto una mansione
che lo ha posto a cooperare alla stessa Redenzione.
Supera
tutti i Santi, perchè a nessun Santo appartengono le due prerogative concesse
a lui: la sua cooperazione alla Redenzione oggettiva e il suo influsso nella
distribuzione della grazia.
"Per
il primo (titolo), Giuseppe coopera alla santità di tutti non solo con titolo
di impetrazione ma di merito; per il secondo, la sua impetrazione si fa
universale, più efficace di quella di tutti gli eletti, perché non si fonda
soltanto nella sua maggiore santità, ma in un titolo che agli altri non
appartiene; distribuisce quasi ex propriis, in quanto collaborò alla
acquisizione delle medesime grazie".
Il
Magistero della Chiesa conferma, con la sua autorità, la massima dignità di
san Giuseppe dopo quella della Vergine.
"Certo
la dignità di Madre di Dio è talmente eccelsa - dichiara Leone XIII -, che non
si può immaginare nulla di più grande. S. Giuseppe, tuttavia, siccome era
unito alla Vergine col vincolo matrimoniale, non v'è dubbio che si sia
avvicinato più di qualsiasi altro a quella altissima dignità mediante la quale
la Madre di Dio sorpassò immensamente tutte le altre creature".
"Tra
Dio e Giuseppe - asserisce Pio XI - non distinguiamo, nè possiamo
distinguere, un'altra persona più grande di Maria SS.ma, a motivo della sua
divina maternità".
Concludiamo
con una puntualizzante osservazione di Toledo, il quale, riferendosi al nome di
Giuseppe, che significa "accresciuto" o "che cresce", dice:
"Questo nome fu suggerito dal divino consiglio affinchè a maggior
diritto possiamo dire di lui: Giuseppe è un uomo che cresce, che fu innalzato a
una dignità tanto alta da meritare di essere vero sposo della Madre di Dio. A
motivo della santità e dignità che gli deriva dall'essere padre putativo del
Figlio unigentito dell'Altissimo, egli non ha uguali tra le creature".
E'
sempre interessante e di fondamentale importanza la dottrina dei Padri della
Chiesa.
P.
Ermenegildo Ramirez scrive che essi, "già nei primi cinque secoli della
Chiesa, attribuiscono a Giuseppe una partecipazione tanto speciale ed intima
nella realizzazione concreta dei decreti divini relativi alla vita e missione
di Gesù e di Maria, che non si può fare a meno di riconoscergli una santità
proporzionata agli uffici e ministeri che gli furono affidati dalla
Provvidenza divina".
I
Padri trattano ed esaltano in maniera esplicita questa santità.
"A
partire dal II secolo e, per conseguenza, allaciandosi alla stessa tradizione
apostolica - aggiunge padre Ramirez -, essi hanno mostrato le diverse e perfette
qualità dell'esemplare condotta di S. Giuseppe, tanto in relazione con Gesù,
quanto in relazione con Maria, e nei riguardi dei suoi doveri generali come capo
di famiglia, segnalando molte volte le virtú che praticò in tutte queste
circostanze, presentandoci, con le loro testimonianze, un insieme così
ammirabile di virtú e di doni, che non può a meno di essere il risultato della
santità singolare ed eminente di cui era ricolma l'anima del gran
Patriarca".
Cogliamo
dai loro scritti, senza seguire un rigoroso ordine cronologico, alcuni
insegnamenti e qualche espressione, che ci permettono di ricostruire la figura
di san Giuseppe.
San
Giovanni Crisostomo penetra profondamente nell'anima di san Giuseppe, scruta la
sua eccellente santità, medita tutta la sua vita, secondo le indicazioni del
Vangelo, ed esclama che il Santo è pieno di tutte le virtù. Il Crisostomo ci
offre un Giuseppe molto distinto, eccellente conoscitore della Parola di Dio,
pratico e realista.
Sant'Epifanio
aveva un alto concetto della santità di Giuseppe, che definisce
"degnissimo di ogni venerazione, fedele, santo, piissimo".
Sant'Ambrogio
ritiene Giuseppe l'uomo giusto per eccellenza, ricco di una santità personale
così grande, da renderlo quasi incapace di commettere il più piccolo peccato.
Dagli
scritti di san Basilio emerge il fatto che Giuseppe possedeva una perfetta
docilità, per cooperare senza difficoltà alle ispirazioni della grazia.
Sant'Efrem
qualifica la santità di Giuseppe "somma, perfetta" e afferma che solo
Gesù può tributare a lui una lode degna della sua persona.
Nelle
opere di sant'Agostino ci s'imbatte in molti passi riguardanti san Giuseppe.
Questo
grande Padre della Chiesa si rivela come il difensore del vero matrimonio di
Giuseppe con Maria. Anche se egli non si dilunga nel commentare le virtù del
santo Patriarca, lo crede e lo chiama "uomo giusto", vale a dire uomo
santo e perfetto nella virtù, così come intendono significare gli altri
Santi Padri.
Sant'Ireneo
pone in risalto la piena docilità di Giuseppe nell'ubbidire al comando divino
di prendere la sua Sposa e non abbandonarla. Lo presenta allegro e gioioso
nell'adempimento* della sua missione di padre, esercitata in tutte le
circostanze e i periodi della vita di Gesù Bambino.
San
Girolamo è il vigoroso difensore della castità perfetta di Giuseppe, non
soltanto prima del matrimonio, ma anche durante il matrimonio e dopo la nascita
di Gesù.
Egli
enumera i quattro motivi o cause per cui Gesù fu concepito da una vergine
sposata a Giuseppe, non da una semplice vergine: "La prima affinchè per la
generazione di Giuseppe fosse dimostrata l'origine di Maria; la seconda, che
Maria non fosse lapidata dai Giudei come adultera; la terza, che dovendo andare
in Egitto ne avesse una compagnia. Sant'Ignazio - è sempre san Girolamo che
scrive - ne aggiunse una quarta, cioè affinchè il suo parto restasse celato al
demonio, il quale così lo veniva a credere non figlio della Vergine, ma della
moglie"
Origene,
oltre ad affermare e sostenere la perfetta castità di Giuseppe, parla
dell'amore e della sua tenerezza affettuosa e paterna verso Gesù. Nota,
inoltre, che egli fu tanto perseverante e fedele nell'esercizio dei doveri paterni,
da meritare il titolo di padre che il Vangelo gli conferisce per bocca di
Maria.
Questa
carrellata patristica è, indubbiamente, breve e sintetica, ma ci sembra che
essa abbia sufficientemente delineato un profilo del vero volto di Giuseppe di
Nazareth.
Qualche
passo di documenti pontifici su san Giuseppe è stato già citato, ma è
opportuno e quanto mai importante esporre, sia pure in rapida sintesi, il
pensiero dei Papi su questo insigne Patriarca.
Precisiamo
subito che ci limitiamo ai Papi degli ultimi cento anni: da Pio IX a Giovanni
Paolo II.
Nel
leggere i loro documenti, si avverte come una gara tendente a incrementare il
culto di san Giuseppe, ponendo ogni cura per togliere dall'ombra e collocare nel
giusto posto questo Santo di singolare grandezza.
Pio
IX, molto devoto di san Giuseppe, accolse con gioia due postulati dei Padri del
Concilio-Vaticano I che riguardavano il Santo.
Il
primo, recante la firma di 153 Vescovi, chiedeva che il culto giuseppino
prendesse un posto più elevato nella sacra Liturgia; il secondo, sottoscritto
da 43 Superiori Generali di Ordini Religiosi, sollecitava la proclamazione
del Santo a Patrono della Chiesa universale.
Il
Papa, con il decreto Quemadmodum Deus dell'otto dicembre 1870, in coincidenza
della festa dell'Immacolata, proclamò solennemente e ufficialmente san Giuseppe
Patrono della Chiesa universale ed elevò la festa del 19 marzo al rango di rito
doppio di prima classe.
Leone
XIII, con la Lettera Apostolica Quamquam pluries del 15 agosto 1889, emanò il
documento giuseppino più ampio e più ricco che abbia mai pubblicato un Sommo
Pontefice.
Il
Papa, in questa Lettera, rivendica a san Giuseppe un vero primato
soprannaturale, dopo la Beata Vergine, e presenta il Santo come modello ideale
dei padri di famiglia e dei lavoratori cristiani.
Nel
testo pontificio è contenuta la preghiera, che ancora oggi si recita in tutto
il mondo cattolico, "A Te, o beato Giuseppe...".
Tra
i vari modi, con cui san Pio X tributò onore al castissimo sposo di Maria,
ricordiamo le Litanie di san Giuseppe, che il Pontefice fece comporre, approvò
e indulgenziò.
Nel
1919, Benedetto XV introdusse un prefazio proprio di san Giuseppe, prima di
quello degli Apostoli, nel Canone della Messa.
L'anno
successivo, profittando dell'occasione del cinquantenario della proclamazione
del Santo a Patrono di tutta la Chiesa, pubblicò il Motu proprio Bonum sane del
25 luglio 1920, ove raccomandava le associazioni erette al fine di onorare san
Giuseppe come patrono dei moribondi e stabiliva che in tutta la Chiesa si
celebrasse solennemente la storica ricorrenza, nel tempo e modi da determinarsi
dai Vescovi delle singole diocesi.
Nel
documento il Papa insegna che "da Giuseppe si va direttamente a Maria; e da
Maria a Gesù, fonte di ogni santità".
Il
Pontefice ha ordinato anche l'inserzione di "Benedetto S. Giuseppe, suo
castissimo sposo" nelle lodi che si recitano dopo la Benedizione
Eucaristica.
Pio
XI esaltò l'inclito Patriarca in alcune allocuzioni, pronunciate in occasione
di canonizzazioni di santi, nelle ricorrenze della festa del Santo del 19 marzo
e nella Lettera Enciclica Divini Redemptoris del 19 marzo 1937, in cui il
Pontefice, tra l'altro, dice: "... poniamo la grande azione della Chiesa
Cattolica contro il comunismo ateo mondiale sotto l'egida del potente Protettore
della Chiesa, san Giuseppe".
Pio
XII pronunciò non pochi discorsi su questa insigne figura; istituì la festa
liturgica di san Giuseppe Lavoratore, da celebrarsi, il 1° maggio; compose
anche una meravigliosa preghiera al Santo e l'arricchì d'indulgenze.
Rileviamo, tra le esortazioni contenute nei ricordati discorsi, quella che
sollecita i giovani sposi a porsi sotto la sicura protezione del verginale sposo
di Maria e l'altra che invita le associazioni cristiane dei lavoratori a
rendergli onore, come alto esempio e difensore invincibile delle loro schiere.
Giovanni
XXIII parlò a più riprese del Santo; confidò di averlo sempre sentito
"lungo la sua vita, quale eccellente protettore e compagno, ed ottimo
esempio"; di "averlo onorato in modo specialissimo, sin dalla sua infanzia".
Lo
nominò protettore eminente del Concilio Vaticano II nell'Epistola Apostolica
del 19 marzo 1961, in cui, tra l'altro, afferma: "... se un protettore
celeste è indicato a impetrare dall'alto, nella sua (del Concilio) preparazione
e nel suo svolgimento, quella virtù divina, per cui esso sembra destinato a
segnare un'epoca nella storia della Chiesa contemporanea, a nessuno dei Celesti,
meglio può essere affidato che a S. Giuseppe, capo augusto della Famiglia di
Nazareth, protettore della Santa Chiesa".
A
questo Pontefice spetta anche il merito di aver inserito il nome di san Giuseppe
nel Canone della Messa, dopo il nome di Maria.
Anche
Paolo VI, cui la divina Provvidenza volle riservare la solenne celebrazione
centenaria della proclamazione di san Giuseppe a Patrono della Chiesa
universale, dedicò meravigliosi discorsi a "questa elettissima
figura" che - dice il Papa - "ci appare al termine del periodo preparatorio
della Redenzione e all'inizio della nuova era: nel punto focale della storia: il
più solenne, decisivo, ricco di grandi cose e di alti misteri".
Il
Pontefice presenta Giuseppe "un uomo silenzioso, povero, ligio al dovere,
pur con la sua regale ascendenza", che "è stato il custode,
l'economo, l'educatore, il Capo della famiglia in cui il Figlio di Dio ha voluto
vivere sulla terra" e che "ci insegna non solo la fedeltà al
paradigma della vita, fissato da Dio per i nostri passi, ma è altresì un
elettissimo protettore per noi".
L'attuale
Pontefice Giovanni Paolo II unisce la sua voce a quella dei Predecessori nel
presentare ed esaltare la persona di san Giuseppe, il quale - come ebbe a dire
il Papa nell'omelia pronunciata il 18 gennaio 1981 nella parrocchia romana
dedicata al Santo, in via Trionfale, - "è quell'uomo provvidenziale, al
quale il Padre celeste affidò una particolarissima cura del suo Figlio sulla
terra. Egli custodì Gesù e Sua Madre, quando bisognava fuggire in Egitto. E'
nella sua casa nazaretana che Gesù condusse la sua vita nascosta, lavorando fin
dalla giovinezza accanto al carpentiere Giuseppe. Perciò anche la Chiesa
intera dà la sua particolare fiducia e venerazione a san Giuseppe".
Sono,
queste, soltanto alcune delle numerose testimonianze dei Sommi Pontefici,
valide, però, a offrirci una dimensione della grandezza di questo astro della
Chiesa Cattolica.
NELLA
VITA DI TERESA D'AVILA E DI GIUSEPPE MARELLO
E'
noto che il culto giuseppino ebbe un posto preminente nella vita e
nell'insegnamento di santa Teresa d'Avila.
E'
altrettanto risaputo che lei contribuì, con l'esempio e gli scritti,
all'incremento di questo culto, non soltanto nell'arco del suo tempo, ma anche
in seguito, tanto che, a ragione, le è stato conferito il titolo di modello e
maestra di devozione a san Giuseppe.
Giovanni
XXIII, nell'omelia pronunciata il 18 marzo 1962 nella basilica parrocchiale
romana, dedicata alla Santa, non esitò a dichiarare che quantunque "questo
caro santo (san Giuseppe) era già onorato e venerato, fu santa Teresa che
contribuì maggiormente a far conoscere l'ammirabile validità del suo
patrocinio"
La
Santa riformatrice del Carmelo, dottore della Chiesa, non ha scritto nè
trattati, nè libri devozionali su san Giuseppe, ma nelle sue opere si colgono
preziose indicazioni, che consentono di enucleare la sua dottrina giuseppina
essenzialmente mistica.
In
altre parole, santa Teresa offre una dottrina su san Giuseppe che è frutto di
esperienza soprannaturale vissuta, perché ella trascorreva le sue giornate in
comunione di vita con lui, al quale parlava e ricorreva come figlia a un padre
presente, vicino a sè, vivo.
La
sua - scrive Simeone della S. Famiglia - "è una testimonianza
profondamente vissuta, sviluppata nel fervore mistico fino alle ultime fibre
della sua vita interiore e confermata nelle espressioni dell'azione, offerta
alla Chiesa e all'umanità, lungo i secoli, con la meravigliosa irradiazione
apostolica e forza di convinzione di tutto il messaggio mistico teresiano".
Per
lei il santo Patriarca è "padre", "signore", "mediatore",
"avvocato".
Il
suo potere d'intercessione è grande e universale: "Ad altri santi - ella
scrive - sembra che Dio abbia concesso di soccorrerci in questa o in
quell'altra necessità, mentre ho sperimentato che il glorioso san Giuseppe estende
il suo patrocinio su tutte. Con ciò il Signore vuole farci intendere che a quel
modo che era a lui soggetto in terra, dove egli come padre putativo gli poteva
comandare, così anche in cielo fa tutto quello che gli chiede".
La
Santa confida: "Non mi ricordo finora di averlo mai pregato di una grazia
senza averla subito ottenuta".
Non
trascura di rivelare il comportamento di san Giuseppe di fronte a una richiesta
non del tutto retta: "Se la mia domanda non è tanto retta, egli la
raddrizza con un mio maggior bene".
San
Giuseppe, secondo Teresa d'Avila, è, inoltre, una guida sicura ed efficace per
conseguire progressi nell' orazione e nelle virtù: "Non ho conosciuto
persona che gli sia veramente devota e gli renda qualche particolare servizio
che non faccia progressi in virtù. Chi non avesse maestro da cui imparare a far
orazione, prenda per guida questo Santo glorioso, e non sbaglierà".
Anche
il servo di Dio mons. Giuseppe Marello è un grande devoto e maestro di culto a
san Giuseppe.
Egli
"ha messo alla portata di tutti i fedeli l'alta spiritualità dei Santi per
mezzo della perfetta devozione a S. Giuseppe, devozione che molti Santi prima di
lui avevano praticato e insegnato, ma di cui egli ha fatto come una formula di
vita spirituale, una nuova via di perfezione, una specie di itinerarium mentis
in Deum sotto la scorta di S. Giuseppe".
La
devozione del Servo di Dio, che inizia fin dai più teneri anni, cresce in tutte
le fasi della sua vita.
Dopo
l'ordinazione sacerdotale, il Marello sceglie il Santo come modello
nell'esercizio del sacro ministero. Fonda la Congregazione di san Giuseppe, ne
scrive le Regole, in cui insiste sul dovere e l'impegno dei membri, chiamati
oblati di san Giuseppe, di coltivare e propagare la devozione al santo
Patriarca.
"Non
si stancava di inculcare ad essi e con parole e, soprattutto, con l'esempio,
quella devozione a S. Giuseppe di cui aveva fatto come una formula di vita
spirituale,. che si poteva compendiare in questi tre punti: studio ed imitazione
delle virtù di S. Giuseppe; ricorso alla sua intercessione per averne aiuto,
direttive, protezione; dedizione totale a lui per appartenere unicamente e
interamente a Gesù".
Qualche
spigolatura tra le sue esortazioni ai discepoli circa i tre ricordati punti.
Sull
imitazione.
"S.
Giuseppe si trovò nelle medesime nostre circostanze nella sua vita familiare:
doveva anch'egli dedicarsi al lavoro ed alle occupazioni esteriori per
sostentare la Sacra Famiglia, e quindi non poteva sempre attendere all'orazione.
Egli però praticava le virtù umili e nascoste, mantenendosi sempre calmo,
sempre sereno e tranquillo, ed osservando in tutto una perfetta conformità ai
voleri di Dio. Noi dobbiamo imitarlo soprattutto nella pratica di queste virtù
ordinarie e comuni, che tanto piacciono a Dio e tanto aiutano l'anima a
progredire nella via del bene".
Sul
ricorso alla sua intercessione, mons. Marello diceva: "Se S. Giuseppe non
facesse grazie non sarebbe più S. Giuseppe!".
Ecco
la ragione che egli dà dell'asserto: "S. Giuseppe è così potente presso
Gesù per i servizi che gli rese su questa terra, che Gesù non sa negargli
nulla".
E
insisteva che si domandassero grazie spirituali: "A S. Giuseppe chiediamo
la familiarità con Gesù... il santo raccoglimento e l'unione intima con
Dio".
Riguardo
alla totale dedizione al Santo, mons. Marello a tutti additava tale mèta e,
specie ai suoi discepoli, inculcava la recita di questa preghiera: "Eccoci
tutti per Te, e Tu sii tutto per noi. Tu, o Giuseppe, ci segni la via, ci
sorreggi in ogni passo, ci conduci dove la Divina Provvidenza vuole che
arriviamo. Sia lungo o breve il cammino, piano o malagevole, si vegga o non si
vegga per vista umana la mèta, o in fretta o adagio, con Te, o Giuseppe, noi
siam sicuri di andar sempre bene".
I
beati Leonardo Murialdo e Luigi Guanella sono due altre figure di primo piano
nella schiera dei Santi devoti dello sposo purissimo della Vergine.
Tutti
sanno che il Murialdo fu singolare educatore di giovani lavoratori, per i quali
istituì la Congregazione Religiosa di san Giuseppe.
La
sua vita e missione sono talmente piene di san Giuseppe che, a ragione, è stato
scritto: "San Giuseppe e il Murialdo sono veramente inscindibili".
Soffermiamoci
su alcuni rilievi della spiritualità giuseppina del Murialdo.
L'anima
del Beato si assimilò a quella di san Giuseppe. Egli aveva ricevuto, per
natura, le virtù caratteristiche del santo Patriarca; "quelle cioè del
nascondimento, del silenzio, dell'umiltà e della carità. Ma, indubbiamente, l'
ambiente, le circostanze, le necessità in cui era venuto a trovarsi, avevano
così prepotentemente accostato la (sua) spiritualità a quella caratteristica
ed eccelsa di san Giuseppe da renderla tanto affine da parerne copia perfetta.
"Particolarmente
la virtù del silenzio di san Giuseppe aveva colpito la congeniale sensibilità
del Beato Murialdo. Questa qualità eminente in S. Giuseppe lo affascinava in
modo particolare tanto da attuarla con una aderenza stupenda, nella discreta
forma del parlare, nel sentirsi niente agli occhi di tutti, nel voler di
proposito essere ombra nella sua pur molteplice operosità di bene".
La
sua confidenza e familiarità verso san Giuseppe ripeteva i gesti di Teresa d'Avila
e di altri grandi devoti del Santo.
Anche
lui "si rivolgeva ad una statuetta di san Giuseppe per avere immediati e
urgenti soccorsi per la sua numerosa famiglia di artigianelli. E se san Giuseppe
stentava a farsi vivo, ne voltava la statua contro il muro fino a grazia
ottenuta".
Come
educatore, il Murialdo prese san Giuseppe a modello e sostegno: i giovani che il
Beato educava erano da lui considerati come altrettanti Gesù.
Così
voleva si comportassero anche i confratelli e maestri coadiutori: "Ogni
giovane - diceva loro - rappresenta per noi Gesù Bambino... Perciò i ragazzi
sono per noi i rappresentanti di Gesù. Conviene perciò preporci noi come
rappresentanti di san Giuseppe educatore di Gesù.
Questo
privilegio fa delle nostre Case altrettante Nazareth!".
Ai
giovani rivelava la dignità e il valore del lavoro e proponeva san Giuseppe
come modello del lavoratore: "Giuseppe - dichiarava -, il Falegname di
Nazareth, Giuseppe nobilita e santifica il lavoro, indirizzandolo continuamente
a Dio. E' il tipo dell'operaio cristiano, dell'artigiano santo".
Nel
culto a san Giuseppe il beato Luigi Guanella si affianca nobilmente al Murialdo,
evidentemente con toni e sfumature personali.
Egli
ebbe questa devozione sotto l'influsso di santa Teresa d'Avila, di san Francesco
di Sales e di sant'Alfonso M. De' Liguori.
Quando
Pio IX, il 10 settembre 1847, estese la festa del Patrocinio di san Giuseppe a
tutta la Chiesa e, l'8 dicembre 1870, proclamò il Santo Patrono della Chiesa
universale, don Guanella ricevette nuove spinte all'incremento del culto
giuseppino.
Diede
a questo la giusta collocazione: "Dopo la devozione a Dio Padre, Figlio e
Spirito Santo viene la devozione a Maria SS., Figlia, Madre e Sposa di Dio. Ma
dopo Maria occupa il primo posto il culto di S. Giuseppe, Sposo della
purissima tra le Vergini, padre putativo della Sapienza incarnata".
Padre
Annibale Difrancia, fondatore dei Rogazionisti e delle Figlie del Divino zelo,
"è stato l'uomo dei chiodi fissi. Pochi, ma ribattuti con ferma ostinazione".
Così
scrive Alessandro Pronzato nell'attraente biografia del Padre, intitolata:
"... Non hanno più pane". Tra questi chiodi, quello del suo culto a
san Giuseppe.
Il
venerabile Difrancia non è un giosefologo nel senso tecnico della parola o,
come si usa dire nel linguaggio corrente, un addetto ai lavori, ma è,
indubbiamente, un grande devoto e apostolo di san Giuseppe.
Non
ama affrontare questioni sulla dignità di san Giuseppe e sulla sua superiorità
sugli altri Santi, ma si lascia guidare dalla filosofia del buon senso e,
soprattutto, dalla fede nel suo potente patrocinio, come appare da una
dichiarazione fatta a padre Tusino.
Padre
Tusino narra che "durante la guerra, il Padre aveva aggiunto alle preghiere
prima e dopo i pasti tre Gloria, rispettivamente a S. Giuseppe, S. Michele e S.
Antonio di Padova. Un giorno intese che nella recita io preponevo S. Michele a
S. Giuseppe. Mi disse: `Io non tocco affatto la questione della superiorità di
S. Giuseppe o di S. Michele: questione oziosa; io dopo la SS. Vergine metto
subito S. Giuseppe, perchè come Gesù, Maria e Giuseppe furono sempre uniti
sulla terra, così li considero uniti anche in cielo; e credo che il glorioso
Arcangelo non se ne abbia ad offendere".
Un
profilo chiaro e autentico dell'anima giuseppina di padre Difrancia si coglie in
una pagina dello stesso biografo Pronzato che riportiamo per intero.
"Il
Difrancia aveva posto, fin dall'inizio, tutte le sue opere sotto la protezione
di san Giuseppe. Le cerimonie di vestizione e professione si svolgevano il 19
marzo.
"Nella
cappella di Mignuni (il quartiere più malfamato di Messina da lui
completamente riscattato e redento) c'era una statua (mezzobusto di legno) che
costituiva un preciso punto di riferimento nei frequenti casi di emergenza. Il
santo reggeva una sporta che gli avevano infilato al braccio. Dichiara un
testimone: `Sembrava un fattorino, carico di buste e chiavi'.
"Le
buste contenevano, manco a dirlo, le famose suppliche con relative note dei
debiti.
"Le
chiavi erano quelle delle catapecchie di Avignone (Mignuni) a mano a mano che
venivano acquistate. San I
Giuseppe
doveva considerarsi il legittimo proprietario di quei... palazzi già
appartenuti ai Signori Marchesi. "Ottenne anche un titolo particolare:
Visitatore. E fu quando si annunciarono due visite apostoliche che facevano
stare tutti col fiato sospeso.
"Allora
il Padre compose una strofetta: "D'immenso giubilo esultiamo, Sorelle e
figlie del Sacro Cor: Si ascolta l'eco d’un pio richiamo: Viene Giuseppe
Visitator... ".
"I
versi nella loro disarmante ingenuità, indicano chiaramente, che Padre
Annibale, pur rispettosissimo dell'autorità, preferirebbe fare i conti con un
Visitatore celeste e ascoltarne il pio richiamo".
Una
pietà, una devozione a san Giuseppe, dunque, di sapore semplice, genuino, che
spesso fruttava interventi straordinari da parte del Santo, profondamente amato
e fiduciosamente invocato.
Basti,
a proposito di interventi straordinari, un episodio raccontato da madre
Quaranta a padre Tusino:
"II
Padre Difrancia trovò che le suore usavano un pane immangiabile, e disse perciò:
- No, figliuole, il pane dev’essere di puro grano, altrimenti non avrete le
forze per lavorare.
-
E chi ce lo dà, Padre?
-
Chiedetelo a S. Giuseppe; anzi, fate così: prendete un sacco e mettetelo aperto
sotto il quadro di S. Giuseppe: Egli vi provvederà.
"Così
fu fatto. In quei giorni capitò il dottore, il quale volle sentire la
spiegazione e non potè non sorridere alla trovata peregrina. Fatto sta che,
contro ogni previsione, in quei giorni passò di là un ricco signore, che
lasciò alla casa una grossa moneta d'oro. `Roba - diceva Madre Quaranta - che
noi non avevamo visto mai!'. Come l'oblatore uscì, entrò una signora ad
offrirci del grano! S. Giuseppe aveva risposto alla fiducia del Padre; e il
dottore, come seppe la cosa, si intese accrescere la devozione al Santo".
La
stessa madre Quaranta depone: "(Il Padre) ci suggeriva una devozione
tenera, semplice ed ingenua al Santo Patriarca: secondo lui in ogni necessità
bisognava pregarlo col cuore ed insistentemente, anche a minacciarlo di toglierli
il Bambino, coprendolo di una carta, se non fosse venuto incontro".
Episodi,
quelli riportati, che conservano tutta la freschezza originaria e ne
trasmettono il profumo incontaminato fino a noi.
L'appellativo
di Giusto viene conferito a Giuseppe dal Vangelo.
Un
attributo, questo, sufficiente a darci le dimensioni morali e spirituali del
santo Patriarca.
"Nel
linguaggio biblico - precisa Salvatore Garofalo - è detto giusto chi ama lo
spirito e la lettera della Legge, come espressione della volontà di Dio".
Nell'Antico
Testamento - aggiunge Jean Galot - "questa qualità definiva coloro che
compiacevano Iddio eseguendo la sua volontà. Indicava la santità personale,
considerata nell'ordine della condotta morale. I giusti erano coloro che
facevano il bene; erano opposti ai peccatori.
"Di
solito i giusti erano contraddistinti dal fatto che osservavano la legge.
Infatti, leggiamo al principio del Vangelo di Luca l'elogio di Zaccaria e di
Elisabetta in questi termini: `Erano tutt'e due giusti davanti a Dio;
osservavano in maniera irreprensibile tutti i comandamenti e tutte le
disposizioni del Signore".
Alla
luce della teologia morale è giusto colui che possiede la somma e l'equilibrio
di tutte le virtù.
Questo
significato è espresso anche dai Padri della Chiesa. Infatti, dichiara Calmet:
"Per la maggior parte dei Padri uomo giusto significa uomo virtuoso, amato
da Dio, adorno di tutte le grazie dell'uomo onesto. Per esprimere tutta la
grandezza di S. Giuseppe, (il Vangelo) ha riunito in una sola espressione, uomo
giusto, i tre significati che può avere, perciò possiamo indicare con questa
parola la giustizia propriamente detta, i suoi elementi oppure la santità
totale".
San
Giuseppe fu proclamato giusto dal Vangelo quando, dopo aver avvertito nella sua
castissima sposa, tornata a Nazareth al termine dell'assistenza prestata a
Elisabetta, i segni della maternità, stava riflettendo sulla condotta da tenere
e sulla decisione da prendere.
Egli
sapeva di essere estraneo a quella maternità.
Se
fosse stato sicuro di una colpa di Maria, sollecitato dalla propria giustizia,
l'avrebbe denunciata, rendendola meritevole della morte mediante la
lapidazione.
Non
mancavano, indubbiamente, vie per evitarle la tremenda sorte, tuttavia la
procedura cui veniva sottoposta l'accusata era sempre infamante, perché essa
doveva presentarsi in tribunale per subire un giudizio.
San
Giuseppe scartò questa soluzione, perché credeva ancora nella virtù della
sposa, di cui non aveva mai dubitato.
D'altro
canto, egli non poteva accettare una paternità non sua: anche questa
soluzione gli era vietata dalla giustizia.
La
sua giustizia "non consisteva dunque nella semplice osservanza delle
prescrizioni legali, ma in un profondo rispetto dei diritti e della
riputazione altrui; era di un'onesta che oltrepassava di molto le esigenze
maggiormente esteriori della legge.
"Forse
potremo tradurre questa qualità di giusto dicendo che Giuseppe era un uomo
che agiva secondo la sua coscienza".
Allora
non gli restava che sciogliere l'impegno con Maria attraverso la consegna in
privato, dinanzi a due testimoni, del "libello" di ripudio, che
avrebbe potuto salvaguardarne l'onore.
Mentre
Giuseppe era incerto sul da farsi, ecco l'Angelo a rassicurarlo.
"Vediamo
- commenta Paolo VI - una stupenda docilità, una prontezza eccezionale
d'obbedienza ed esecuzione. Egli non discute, non esita, non adduce diritti od
aspirazioni. Lancia se stesso nell'ossequio alla parola a lui data; sa che la
sua vita si svolgerà come un dramma, che però si trasfigura ad un livello di
purezza e sublimità straordinarie: ben al di sopra d'ogni attesa o calcolo umano.
Giuseppe accetta il suo compito, perché gli è stato detto: `Non temere di
prendere Maria quale tua sposa, poichè quel che è nato in lei è opera dello
Spirito Santo"'.
San
Giuseppe ci richiama, col suo esempio, alla limpidezza d'animo, la quale
sprona ad agire con rettitudine, senza cedere alla tentazione di praticare la
giustizia davanti agli uomini, al fine di essere veduti da loro, come si
comportavano i Farisei, riprovati da Gesù.
San
Giuseppe visse le sue giornate alla luce della fede, che san Paolo definisce
"realtà di cose sperate e convincimento di cose che non si vedono" e
che il Concilio di Trento chiama l'inizio dell'umana salvezza, il fondamento e
la radice di ogni giustificazione.
Continuamente
illuminato da questa luce, Giuseppe ebbe un comportamento degno della condizione
di sposo purissimo di Maria e di padre verginale di Gesù nei singoli e diversi
periodi e situazioni della vita.
Ascoltò
e accettò tutto quanto rivelato da Dio, fidandosi completamente della sua
parola.
Vide
Dio in tutte le cose; avvertì in ogni avvenimento il suo provvidenziale
intervento; valutò tutto sotto l'ottica della verità divina.
"Quanto
ai misteri, conobbe senza dubbio quello della SS. Trinità, dell'incarnazione e
redenzione di Cristo in modo molto più pieno, perfetto e profondo degli altri a
motivo sia dell'espressa rivelazione, sia dell'istruzione ricevuta direttamente
da Gesù nelle conversazioni e relazioni avute con lui per tanti anni".
Con
l'accettazione del mistero dell'incarnazione, Giuseppe credette che il Figlio di
Dio si fece uomo per redimere il mondo; che il suo concepimento avvenne per
opera dello Spirito Santo e che la Madre rimase vergine. La sua fu una fede
viva.
'Il
mistero dell'incarnazione - osserva mons. Sinibaldi - è un complesso di
miracoli, che appaiono, non solo superiori alla mente umana, ma impossibili e
contraddittori al nostro povero criterio. Una Madre Vergine! Un Dio Uomo!
Ebbene questo mistero Dio lo presenta, prima che al mondo, al nostro Giuseppe,
perché lo accetti e vi aderisca con tutta l'energia del suo intelletto e della
sua volontà. Giuseppe deve credere che la sua sposa restando sempre Vergine,
ha concepito per virtù dello Spirito Santo ed è divenuta Madre dello stesso
Dio; che il bambino, nato da Maria Vergine, è il Figlio stesso dell' Eterno
Padre, ed è vero Dio, com'è vero Uomo. Ma come può essere? Dio, quel Bambino
che giace in una mangiatoia di animali, che.geme e piange, come il più
meschino dei bambini?! Dio, quel Bambino, che è circonciso come un peccatore,
che è riscattato come uno schiavo, che è cercato a morte e deve domandare lo
scampo alla fuga e all'esilio? Dio, quell'Adolescente, quel Giovane, che lavora
in un'oscura officina e che deve guadagnarsi il pane col sudore della fronte?!
Ma Dio ha parlato; e Giuseppe crede alla parola di Dio, e crede sempre, crede in
tutto, crede senza esitazione. Egli crede all'onnipotenza, quando non vede che
debolezza; crede alla gloria, quando non vede che umiliazione; crede alla luce,
quando non vede che oscurità. Questa fede dev'essere sommamente attiva, e
reclama i più duri sacrifici; e a questi sacrifici il Santo si assoggetta con
una generosità senza limiti, che egli trae dal suo immenso amore per Gesù.
Quanto è mai viva la fede di S. Giuseppe!".
Il
Concilio Vaticano II afferma di Maria: "Anche la Beata Vergine avanzò
nella peregrinazione della fede", cioè crebbe nella fede durante l'intero
corso della sua vita terrena, mediante l'ascolto docile, la meditazione e la pratica
amorosa delle parole e delle opere di Gesù, suo Figlio.
Anche
di Giuseppe si può affermare altrettanto. Accogliamo il richiamoo che ci viene
da questi esempi.
Non
è possibile concepire una vita autenticamente cristiana senza la fede.
E'
altrettanto impossibile pensare a una vita cristiana che si sviluppi e cresca,
senza che implichi lo sviluppo e la crescita di questa virtù, per mezzo della
quale siamo portati ad ascoltare e accettare l'invito divino, vale a dire a
credere alle verità da Dio rivelate, per l'autorità di Lui medesimo che le ha
rivelate, e a considerare cose e avvenimenti non come li vediamo attraverso i
sensi e la ragione, offuscata dalle passioni, ma come appaiono alla luce della
stessa fede.
E'
la speranza, che sprona a lavorare e perseverare con pace e gioia.
E'
virtù infusa, per mezzo della quale, ancorati sulla promessa di Dio, attendiamo
da Lui il godimento eterno e le grazie per meritarlo.
La
speranza, quindi, non si fonda sui nostri meriti, nemmeno sulla nostra buona
volontà, ma unicamente su Dio, il quale è onnipotente e sommamente buono e
misericordioso: può, pertanto, e vuole darci ogni bene.
Ci
macchieremmo di grave ingiuria verso di Lui, se ci scoraggiassimo, rifiutando di
credere alle sue promesse. San Giuseppe si rivela anche in questa virtù un modello
d'eccezione.
Riguardo
all'oggetto principale di essa, consistente nella certezza di giungere al
possesso di Dio nell'altra vita, "sappiamo con sicurezza che (la speranza
di Giuseppe) fu proporzionata alla grazia e alla fede di cui fu adorno.
"Riguardo
a Gesù Cristo esercitò questa virtù fin dai primi anni della sua esistenza,
perché la santità di cui fu arricchito lo trasformò nella persona che più
desiderava la venuta del Messia liberatore, che con più ardore la chiedeva e
con maggiore sicurezza la sperava.
"La
sua speranza si fissò in seguito sulla redenzione che Cristo doveva realizzare,
e fu alimentata dalla progressiva conoscenza che andò acquistando di questo
mistero sotto l'ispirazione dello Spirito Santo e la spiegazione del Signore
stesso".
Dal
Vangelo, poi, emergono con chiarezza la fiducia e la decisione del santo
Patriarca nell'accettazione del suo ministero, carico di responsabilità e di
sacrificio, e nell' adempimento del medesimo, con la certezza dell'aiuto di Dio
in ogni circostanza e difficoltà e con l'animo sereno, che non cedeva
all'agitazione dinanzi alla mancanza di aiuti umani.
Betl'emme,
l'Egitto, Nazareth: le palestre in cui Giuseppe si esercitò nella pratica di
questa virtù con semplicità, fermezza, operosità e pazienza.
Mons.
Sinibaldi così focalizza la speranza di san Giuseppe: "Il mistero, al
quale Dio lo ha chiamato è un mistero che porta una responsabilità
grandissima, che gl'impone doveri, immensamente superiori alle sue forze, che
gli crea ad ogni passo, sollecitudini, difficoltà, travagli di ogni sorta.
Egli sente tutta la sua debolezza; ma tutto si affida a Dio: Dio è l'unica sua
speranza! Quando l'Angelo gli comanda di fuggire verso una terra straniera, di
notte, senza risorse, per un tempo indefinito, Giuseppe non esita un istante:
Iddio, che comanda, provvederà a tutto. Ma questa speranza non è indolente.
Mentre si abbandona in Dio e tutto attende da Dio, Giuseppe non si risparmia,
e opera, e lavora sempre di giorno e di notte, per sovvenire alle indigenze
umane del Figlio di Dio".
Nel
cuore di troppi uomini, oggi, è spenta la luce della speranza o in via di
estinzione.
E'
vero che la strada che conduce al possesso di Dio è stretta e ardua, come
rivela il Vangelo, tuttavia dobbiamo chiudere la porta allo scoraggiamento,
saldi nel credere che Dio non ci negherà quel che è necessario al conseguimento
di tale fine.
Occorre,
inoltre, vivere nella certezza che l'aiuto divino è così efficace, che ci
consentirà di percorrere quella via stretta e di portare a termine un'impresa
tanto difficile e impegnativa.
San
Giuseppe c'invita a saper dare il giusto valore ai beni terreni e a quelli
celesti, per attribuire a ciascuno di essi l'importanza che merita e non di più.
Ci
esorta ad avere delle cose del Cielo grande desiderio che alimenta e
rinvigorisce la speranza, perché quanto più penseremo ai beni di lassù, tanto
più la nostra speranza attenderà solo da Dio la salvezza.
Nessun
motivo deve poterci indurre a disperate, neppure quello dei nostri peccati,
purchè siamo risoluti a farne sincera penitenza. Infatti, è scritto nella
profezia di Ezechiele: "Come è vero che lo vivo, dice il Signore Dio, non
voglio la morte dell'empio, ma che l'empio si converta dalla sua condotta e
viva".
Nel
Vangelo abbiamo una luminosa e consolante conferma di questa verità nelle
stupende parabole della dramma perduta, del figliol prodigo e della pecorella
smarrita, che termina: "... ci sarà più gioia nel cielo per un peccatore
che si converte, che per novantanove giusti, i quali non hanno bisogno di
conversione".
Senza
l'amore nessun'opera, neppure la più grande, può meritarci un premio da Dio.
E'
l'amore o carità, virtù teologale, che rende meritorie le nostre opere.
Questa
virtù è diretta su due versanti: Dio e il prossimo. C'impone di amare Dio
per Se stesso e il prossimo per amore di Dio.
Anche
nel Vecchio Testamento, oltre che l'amore di Dio, era comandato l'amore del
prossimo.
Gesù
ribadisce ambedue i precetti, indicando come debbono essere praticati e dichiara
che essi sono il fondamento della Legge e dei Profeti: "Ama il Signore
Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.
Questo è il più grande e il primo comandamento. Il secondo, poi, è simile a
questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Su questi due comandamenti si
fondano tutta la Legge e i Profeti".
In
realtà non son due precetti, ma uno solo: l'uno è contenuto nell'altro, perché,
come insegna san Tommaso, "nell'amore del prossimo è incluso anche l'amore
di Dio, quando si ama il prossimo in ordine a Dio".
La
virtù della carità, esercitata da san Giuseppe, raggiunse gradi di
singolarità.
"Se
consideriamo la perfezione della carità, che consiste nell'amare Dio tanto
quanto è possibile, allora si deve attribuire a S. Giuseppe il supremo grado
che in questa vita si può raggiungere. Effettivamente, non solo ebbe un cuore
abitualmente assorto in Dio, così da non pensare e vedere mai nulla che fosse
contrario all'amore divino, ma positivamente e attualmente fu sempre dedito a
Dio ed alle cose divine, per quanto la debolezza della natura umana lo permette.
E' certo che solo in cielo sarà possibile avere il pensiero e il cuore
attualmente assorti nel Signore. Ma anche sotto questo aspetto S. Giuseppe ebbe
grazie eccezionali, che danno a questa attualità del suo amore un grado che noi
non possiamo misurare. Se succede qualche cosa di simile ai santi negli stati
mistici, quanto più non sarà successo al santo Patriarca".
Non
dobbiamo mai dimenticare che egli visse a contatto con Gesù, per cui, aiutato
dalla grazia che gli fu abbondantemente concessa, veniva sollecitato a somigliare
al Figlio di Dio e riceveva una conoscenza sempre più profonda dell'eccellenza
divina.
Quest'esercizio
gli recava, indubbiamente, grazie su grazie, tra le quali quella di incessanti
aumenti di carità verso Dio.
Anche
l'amore, che san Giuseppe nutrì per il prossimo, fu straordinario.
Padre
Bonifacio Llamera scrive che nella "singolare carità del S. Patriarca
verso il prossimo" si possono distinguere "le note caratteristiche
della massima perfezione indicate dall'angelico Dottore": l'estensione
dell'amore, l'intensità dell'amore, la donazione di se stesso. L'amore di san
Giuseppe verso il prossimo abbracciò tutti gli uomini di ogni tempo, a
somiglianza di quello di Gesù e di Maria.
Fu
intenso: "Tutte le pene e i sacrifici della vita e del ministero di S.
Giuseppe, particolarmente l'agonia morale di tutta la sua esistenza per la
nostra redenzione, sono la testimonianza della profondità che raggiunse il suo
amore per gli uomini".
Giuseppe,
infine, nell'esercizio di questo amore immolò anche se stesso, perchè unì
il suo sacrificio a quello di Gesù e di Maria.
"Se
riguardo alla salvezza delle anime - afferma Paolino Alvarez - Gesù desiderava
con veemenza di essere battezzato nel sangue e sentiva vivissime brame che
giungesse il momento di morire per esse, S. Giuseppe, che sapeva ciò e viveva
conformato ai desideri di Cristo, quale amore di compassione avrà sentito verso
codeste anime affinchè in esse non rimanessero senza effetti i tormenti e il
sangue del Figlio Redentore! Come avrà desiderato e si sarà offerto di
soffrire per esse, e come si sarà prestato di vegliare e intercedere per il
loro bene fin da allora e per sempre!".
A
noi non è dato di poter vivere, come san Giuseppe, fisicamente accanto a Gesù,
portarlo in braccio, come faceva lui, godere della sua visibile presenza,
tuttavia ci è concesso di godere della sua presenza mistica, ma reale, insieme
a quella del Padre e dello Spirito Santo, se c'impegniamo a vivere in grazia.
Questo incrementa l'amore.
E
quanto più ci preoccuperemo di conoscere Dio, di studiarlo, di contemplarlo, di
penetrare i suoi misteri, tanto più ci attaccheremo a Lui e lo ameremo,
realizzando in noi l'augurio di san Paolo ai Filippesi: "Che la vostra
carità abbondi, di più in più, in conoscenza e intelligenza".
Da
questa conoscenza, che si trasforma in amore di Dio, scaturirà anche l'amore ai
fratelli, creati a immagine di Lui e nei quali Egli stesso si nasconde.
La
virtù dell'obbedienza rifulse in tutta la vita di san Giuseppe.
Ne
abbiamo già dato un cenno: ignorando egli il concepimento verginale di Gesù
pensava di lasciare in segreto Maria, per non esporla all'infamia. Un Angelo
gli apparve in sogno e gli rivelò il mistero di quella nascita. "Giuseppe,
destatosi dal sonno, fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese
con sè la sua sposa".
Più
tardi, dopo la nascita di Gesù, che Erode cercava per uccidere, san Giuseppe
ricevette una seconda ambasciata celeste: "... un angelo del Signore
apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: `Alzati, prendi il bambino e sua madre,
e fuggi in Egitto; e resta là fin tanto che io t'avvertirò. Perchè Erode
cercherà il bambino per farlo morire''.
Dio
non poteva sottrarre il Bambino alla crudeltà di Erode con altro mezzo, anche
miracoloso?
Non
si potevano risparmiare al Fanciullo e sua Madre i disagi e i pericoli di un
viaggio in terra straniera, di cui si ignoravano lingua, usi e costumi?
Di
che cosa i fuggiaschi si sarebbero nutriti? Dove avrebbero potuto trovare riparo
nella notte? A quale porta avrebbero bussato per ricevere ospitalità?
Alla
mente di Giuseppe si saranno, forse, affacciati questi e altri pensieri, ma la
sua risoluzione fu una sola: "Egli si alzò, prese di notte il bimbo e sua
madre, e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode".
Dopo
la morte del monarca, Giuseppe ricevette ulteriore messaggio dal cielo:
"... ecco un angelo del Signore apparire in sogno a Giuseppe in Egitto e
dirgli: `Alzati, prendi il bambino e sua madre, e torna nella terra di Israele,
perché sono morti quelli che attentavano alla vita del bambino'".
Anche
dopo questo comando, Giuseppe non chiese nulla, nè indugiò, ma "si alzò,
prese . il bambino e sua madre, e rientrò nella terra d'Israele".
In
seguito vi fu un momento di esitazione in lui, anzi il Vangelo parla di paura di
andare nella terra d'Israele. C'era, però, una giustificazione, che aveva la
sua radice nella prudenza, perché egli aveva appreso che in Giudea regnava
Archelao al posto di suo padre Erode.
Fu
di nuovo avvertito in sogno; "si ritirò nella regione della Galilea; e
andò a stabilirsi in una città chiamata Nazareth".
Giuseppe
non obbedì soltanto ai messaggeri celesti, che gli trasmettevano la volontà di
Dio, ma anche agli uomini, suoi rappresentanti, come in occasione del censimento
indetto da Cesare Augusto, il quale ordinava che ciascun suddito dell'impero
doveva recarsi nella città d' origine per farsi registrare.
"Anche
Giuseppe salì dalla Galilea, dalla città di Nazareth, verso la Giudea, nella
città di David, per farsi registrare con Maria, sua fidanzata, che era
incinta".
Non
mancarono anche in quella circostanza incomodi, disagi non lievi, soprattutto
la pena ch'egli dovette provare nei confronti di Maria, ma al di sopra di tutto
appariva il dovere dell'obbedienza.
L'obbedienza,
ch'egli sempre compì, si rivelava serena, tranquilla, perennemente sostenuta
dalla più grande fiducia nella paterna sollecitudine della divina Provvidenza.
Se
il suo cuore soffrì per tenerezza verso Gesù e Maria, in tutte le circostanze
ricordate, non fu mai scosso dalla benchè minima inquietudine.
Giuseppe
fu, dunque, un modello perfetto di obbedienza: eseguì sempre e realmente quel
che gli veniva comandato; sottomise pure internamente la propria volontà a
quella di Dio e dei suoi legittimi rappresentanti, in quanto anch'egli voleva ciò
che essi volevano; sottomise, inoltre, l'intelletto, giudicando opportuni e
buoni i comandi dati.
Obbedì
nella consapevolezza più assoluta che la pratica di questa virtù rende
l'uomo meritevole del più perfetto e nobile dei sacrifici; non lo mortifica,
nè l'umilia, ma lo fa libero, sicuro, tranquillo.
Sono
pochi, oggi, coloro che stimano in tal modo l'obbedienza.
Molti,
invece, coloro i quali non sono convinti che essa è la via più sicura per il
raggiungimento della perfezione e della salvezza.
Se
sono costretti a obbedire, lo fanno, ma con pigrizia, per forza, con
rammarico, privandosi così di quel gaudio interiore e di quella letizia
dell'animo: doni concessi ai veri obbedienti.
Quando
si ha l'animo libero da qualsiasi affetto disordinato verso i beni temporali,
si possiede la virtù della povertà.
Colui
che è adornato da questa virtù, pertanto, non desidera il superfluo, non si
rattrista, nè s'inquieta se perde o gli viene tolto qualche oggetto, anzi
ripete con estrema tranquillità le parole di Giobbe: "II Signore ha
dato, il Signore ha tolto: come piacque al Signore così è avvenuto: sia
benedetto il nome del Signore!".
La
virtù della povertà raggiunge l'espressione più perfetta nella povertà di
spirito, la quale "consiste in ciò che l'animo non solo è disposto a
svuotarsi di qualsiasi affetto disordinato verso i beni temporali, ma a cercare
ovunque le cose peggiori e di minor valore, a meno che non vi si oppongano dei
gravi motivi".
Questa
virtù non va confusa con la miseria vera e propria, nè con l'aver
semplicemente mezzi esigui, appena sufficienti per il mantenimento personale e
della famiglia.
Può,
infatti, essere povero in spirito un ricco, il quale, quantunque fornito di
beni materiali, non ha alcun affetto disordianto ad essi, e non esserlo colui
che, trovandosi in stato di reale povertà, rifiuta e disprezza questa sua
posizione e ardentemente brama di possedere la ricchezza.
San
Giuseppe fu povero di fatto e in spirito.
La
condizione di falegname rivela la sua povertà materiale.
Ai
suoi tempi, invero, questo tipo di artigianato, esercitato con pochi attrezzi e
condotto con lavoro manuale, consentiva di ricavare un guadagno assai modesto,
senza possibilità di arricchirsi.
Il
Vangelo offre una conferma della povertà di Giuseppe quando narra l'episodio
della presentazione di Gesù al tempio. Infatti, in quella circostanza Giuseppe
non diede l'offerta dei benestanti, come è scritto nel Levitico: "Per il
figlio porterà un agnello", ma quella dei poveri: due tortore o piccioni.
In
verità, "Giuseppe, più che povero di fortuna, aveva un'anima di povero.
Nell'Antico Testamento i poveri erano considerati come beneficiari di un favore
speciale da parte del Signore, e ciò non solo a causa dell'attitudine
misericordiosa di Dio che si china con maggiore sollecitudine sugli infelici,
ma in ragione di quella disposizione d'animo suscitata dalla povertà che piace
particolarmente al Signore...
"Giuseppe
dovette capire, da numerosi passi dell'Antico Testamento, il privilegio
costituito in effetti dalla povertà. Aveva accolto senza riserve questa povertà,
alla quale del resto non avrebbe potuto cambiare nulla. Accade che dei poveri
si rivoltino contro il loro stato, ed invidino i ricchi: è lo spirito di
ricchezza e d'attaccamento ai beni della terra che allora li compenetra.
Giuseppe non ebbe mai una simile reazione. Accoglieva la sua povertà come un
dono di Dio, e come un mezzo di vivere maggiormente unito al Signore".
Praticò
la virtù della povertà con allegrezza. Fu sempre contento di essere povero,
per sentirsi libero da ogni legame di beni terreni, che si svilivano a confronto
con la presenza e il possesso di Gesù: supremo dono di Dio fatto a lui e alla
sua castissima sposa.
Sì,
"perché quando si ama e si posssiede l'oggetto amato come lui possedette
il suo Gesù, come potè stringerlo al suo petto, sentire i battiti del suo
cuore divino, si è contenti anche nella povertà, si sente il contrasto tra la
pochezza delle cose umane e la grandezza dei tesori divini che vengono
comunicati alle anime che amano, a coloro che danno tutto il cuore, battito per
battito, ora per ora, giorno per giorno, anno per anno a Colui che solo è degno
di amore, Gesù, nostro Salvatore, nostro Redentore".
L'esempio
di san Giuseppe è valido a dire anche all' uomo d'oggi una parola
d'insegnamento?
Ci
sembra che il messaggio, che scaturisce da questo esempio di san Giuseppe, abbia
una particolare attualità e validità per l'uomo d'oggi, il quale vive in
permanente clima di agitazione, è corroso dalla brama delle ricchezze, non è
mai soddisfatto della sua condizione sociale, sogna l'impossibile.
A
lui il santo Patriarca svela che la ricchezza non è capace di colmare il cuore
dell'uomo; che, anzi, essa procura presto o tardi inquietudine e malcontento.
Insegna
che a nessuno è vietato di migliorare il proprio stato economico, purchè si
operi con mezzi leciti e senza la smaniosa ansietâ di chi vuole arricchire a
tutti i costi.
Soprattutto
esorta alla semplicità di vita, a non preoccuparsi per il superfluo, a non
avere avidità di denaro, a non lagnarsi della propria condizione, a
convincersi che il viaggio, che ciascuno sta compiendo verso l'aldilà, è più
spedito e meno faticoso, senza il peso di troppi beni terreni.
L'umiltà
è il grande prezzo che occorre pagare per appartenere alla schiera dei seguaci
di Gesù Cristo, il quale ha voluto quasi sintetizzare il suo messaggio in
questa virtù, quando, portando Se stesso come esemplare ai discepoli, ha
detto: "Imparate da me che sono mite e umile di cuore".
Non
sono pochi coloro che disprezzano questa virtù, perché credono che essa sia
debolezza, invece è potenza; che sia degradazione, invece è grandezza.
Infatti,
l'umiltà, che è verità: "virtù per cui l'uomo, attraverso la profonda
conoscenza di se medesimo, si riconosce per buono a nulla", riveste lo
stesso uomo della potenza e della grandezza di Dio, perché egli in Lui solo
confida e a Lui completamente si affida, riconoscendolo datore di ogni bene.
Ecco,
pertanto, come sant'Agostino prega il Signore: "Osservando tutti i beni che
posso avere, naturali o soprannaturali, di conversione, di fede, speranza, carità,
di virtù morali, di giustizia, di timore tuo, io veggo in tutto ciò tanti tuoi
doni.
"Dio
mio, misericordia mia! oh guarentigia, sotto cui nessuno deve disperare! Tu sei
la mia salvezza, perchè tu mi salvi. Tu sei il mio rifugio, perché in te trovo
scampo sicuro. Tu sei la mia fortezza, perché tu mi fortifichi. Tu sei la mia
misericordia, perché, tutto quanto io sono, è effetto della tua
misericordia".
Se
analizziamo la vita di san Giuseppe alla luce di queste considerazioni,
avvertiamo subito che egli fu un uomo di grande umiltà.
"S.
Giuseppe - diceva mons. Marello - fu sempre tanto umile da voler essere tenuto
in nessun conto, mantenendosi ognora silenzioso e nascosto e attribuendo ogni
merito a Maria. Ma, se agli occhi del mondo egli non contava nulla, oh! qual
conto faceva il Signore del suo fedele ed umile servitore!".
Giuseppe
ebbe l'umiltà dell'intelletto e quella della volontà.
La
prima gli faceva conoscere quel che egli era innanzi a Dio, Giuseppe leggeva e
meditava la Parola di Dio e non ignorava che "le nazioni sono come le gocce
di una secchia e contano quanto un pulviscolo nelle bilance... Tutte le genti
dinanzi (a Dio) sono come non fossero: una cosa che non conta nulla, un niente
di niente"; che l'uomo non è altro che "polvere e cenere".
Se,
tuttavia, Dio aveva rivolto il suo sguardo su di lui, per affidargli la
singolare missione di sposo purissimo di Maria Vergine e di padre verginale di
Gesù, lo aveva fatto per divina predilezione, non per i suoi meriti: Giuseppe
ne era profondamente convinto.
Aveva,
indubbiamente, la coscienza di volere e di operare il bene, ma, nello stesso
tempo, era consapevole che Dio produceva in lui e l'uno e l'altro. Egli
indirizzava, quindi, al Signore ogni onore e gloria e, secondo l'indicazione
dell'Ecclesiastico, nel timore del Signore stava il suo vanto.
San
Giuseppe aveva anche l'umiltà della volontà, per mezzo della quale viveva, in
pratica, umilmente. Ancorato sulla convinzione che Dio è tutto e lui . nulla, e
che ogni cosa riceveva da Dio, chissà quante volte avrà ripetuto le parole del
primo libro dei Re: "Egli è il Signore; faccia pur ciò che gli
piace!".
Ma,
soprattutto, egli sempre ricevette con umiltà quanto a Dio piacque di
mandargli.
Non
cercò mai onori tra gli uomini, ma visse solo per il Signore; non ricusò
fatiche e sacrifici per svolgere la missione di cui fu investito dalla
Provvidenza, confidando unicamente nella grazia divina e non nelle proprie
forze. Egli è un esempio splendido e una prova inequivocabile che l'umiltà
non è debolezza, nè viltà, nè inerzia, ma autentico dinamismo e vera
grandezza.
Fu
proprio per la sua umiltà che egli riuscì a operare cose grandi e sublimi,
perché portò a termine con saggezza e amore l'ufficio più alto che è stato
dato a un uomo sulla terra.
A
noi insegna che dobbiamo convincerci del nostro nulla; accettare come un dono
sia il primo come l'ultimo posto; non ricusare gl'incarichi e i compiti che la
divina Provvidenza ci affiderà, senza lamentarsi, nè cedere allo
scoraggiamento, nè alla tentazione di gloriarsi; abbandonarci in Dio, agire
in silenzio, non perdere mai la serenità, lasciarci guidare dal Signore, anche
se ci farà passare per vie oscure, stando sempre saldi nel credere che Egli
tutto dispone e vuole per il nostro vero bene.
C'è
una virtù che rende simile agli Angeli coloro che la praticano: la castità, la
quale pone un freno ai piaceri della carne, in modo che sia preservato il corpo
dalla contaminazione e venga custodita la mente dall'impurità. "E' certo
che la bellezza e l'eccellenza di questa virtù - come fa dire a Gesù il
carmelitano Giovanni di Gesù e Maria - è così nota che, quantunque siano
pochi quelli che ora la conservano, tuttavia tutti l'ammirano, perfino
gl'infedeli. Perché, sebbene essi siano schiavi della passione, sono tuttavia
costretti a riconoscere che questa virtù è una delle più belle e sublimi e
che l'uomo, che con l'aiuto della grazia divina, comprime l'impeto della carne,
diventa un uomo celeste, arca di sapienza, partecipe dei divini segreti e
deposito di questi segreti stessi".
La
castità comprende tre specie: coniugale, vedovile, verginale.
La
prima è praticata da coloro che si comportano nell'uso del matrimonio secondo i
dettami della legge morale e non commettono mai nulla di illecito; la seconda è
osservata da chi, perduto il coniuge per morte, evita tutto quel che è illecito
fuori del matrimonio, fino a quando passerà a nuove nozze; la terza è
esercitata da coloro che, essendosi costantemente astenuti dal macchiare la
carne e dal contrarre il matrimonio, si conservano immuni da ogni peccato
interno ed esterno contro la castità.
San
Giuseppe osservò per tutta la vita e in modo perfetto la castità verginale,
quantunque avesse contratto vero matrimonio con Maria.
San
Girolamo dichiara che egli si mantenne vergine per la compagnia di Maria.
Il
santo Dottore, confutando l'eretico Elvidio, che negava la verginità della
Madonna, scrive: "Tu dici che Maria non perseverò vergine; io invece di più
pretendo che san Giuseppe si sia conservato vergine per Maria". Jean Galot
osserva: "A misura che la sua esistenza trascorse accanto a colei che era
la Vergine delle vergini, egli si lasciò vieppiù compenetrare da quell'ideale
(di verginità) e ne afferrò sempre maggiormente il valore. Se fu conquistato
da Maria, fu anche trascinato sempre più con lei sulla via di un amore
spirituale. Imparò a gustare la tranquilla serenità di quell'amore che ignora
le scosse e le violenze della passione; apprezzò la saldezza del legame che
l'univa ad una Vergine tanto pura".
Non
è pia immaginazione, se pensiamo che egli difese la propria castità
vigilando con ogni cura perché nulla di immondo e di profano entrasse nel suo
cuore; che evitò sguardi e parole che potessero offuscare la virtù; che regolò
ogni suo atto secondo le norme della retta ragione e della legge di Dio; che
fortificò la volontà per renderla capace e valida a respingere qualsiasi
azione disordinata; che assoggettò il corpo allo spirito.
E'
evidente che egli ebbe da Dio grazie speciali, le quali lo resero idoneo a
vivere in questo stato di castità totale, col pensiero e l'impegno personale di
evitare anche la più piccola indelicatezza che potesse, sia pure lontanamente,
offuscare l'incantevole freschezza della verginità sua e della sposa.
A
prima vista sembra che l'esempio di san Giuseppe, proprio perché singolare e
sublime, sia destinato a restare nella sfera dell'ammirazione, senza portare un
insegnamento pratico per la nostra vita.
Il
suo, invece, è un esempio per tutti.
A
coloro che hanno abbracciato lo stato della castità perfetta egli ricorda che
essa è un grande tesoro, un dono non concesso a tutti, il quale deve essere
amato, sempre piú apprezzato, custodito sino alla fine e che conferisce il
diritto di seguire l'Agnello dovunque Egli vada.
"Per
coloro che non sono chiamati alla verginità, la castità di Giuseppe, anche se
non può essere integralmente imitata, esercita lo stesso una grande forza di
richiamo. Ci dimostra che l'unione matrimoniale deve sforzarsi di essere il più
possibile un'unione spirituale, e ci incita ad un maggiore dominio sulle
rivendicazioni dell'istinto. Contribuisce a farci apprezzare la bellezza di un
amore che ricerca solo l'anima, nella serenità e nella profondità dei
sentimenti. L'unione di Maria e Giuseppe rappresenta il limite, inaccessibile ma
attraente, a cui deve sforzarsi di giungere l'amore matrimoniale".
A
tutti san Giuseppe raccomanda di allontanare dal cuore le cose vane e inutili;
di distaccarsi dal peccato e da ogni affetto disordinato verso le creature; di
orientare la mente e il cuore a Colui che si pasce tra i gigli.
La
fortezza è una virtù cardinale, "per cui l'animo viene talmente guidato e
fortificato che nessuna difficoltà, per quanto grave, possa spingerlo a venir
meno al proprio dovere".
Può
essere considerata in senso stretto e in senso più largo: "in senso
stretto la fortezza riguarda i pericoli .gravissimi; in senso più largo anche
i pericoli lievi e le difficoltà della vita quotidiana, perché non vi è
alcuna virtù che si possa praticare senza la fortezza, almeno per lungo tempo e
con perseveranza".
Una
virtù, quindi, che reclama la pratica di tutti i giorni.
Essa
si traduce in atto attraverso altre virtù che la integrano, come la fiducia, la
generosità, la pazienza, la perseveranza.
"San
Giuseppe - scrive mons. Sinibaldi - possiede questa virtù nel più alto grado.
La missione, a lui affidata, di custodire e proteggere la vita del Figlio di Dio
contro le insidie di nemici fortissimi, esige una forza di animo veramente
sovrumana. Si devono vincere tante contrarietà e sormontare tanti ostacoli. Ma
non temiamo: ogni ostacolo, per quanto grande, ogni contrarietà, per quanto
potente, cederà al coraggio, alla magnanimità, all'amore di questo
discendente del Re Davide. Il suo amore per Gesù e per Maria è altrettanto
forte, quanto tenero. Questa forza Giuseppe l'attinge dal seno del Padre
celeste". A ragione egli è paragonato alla palma.
San
Francesco di Sales illustra il concetto così: "La terza proprietà della
palma è la robustezza, la costanza e la forza, virtú che si trovano in grado
eminente nel nostro Santo. La palma ha una robustezza, una forza e una costanza
superiore ad ogni altro albero: per questo ne è la regina. Essa mostra la sua
forza e la sua costanza in questo, che, più è ricca, più cresce in altezza,
cosa che non si verifica nelle altre piante le quali più sono cariche, più
piegano verso terra. La palma mostra la sua forza e la sua costanza nel non
piegarsi e non abbassarsi per quanto pesante sia il suo carico, è un suo
istinto quello di slanciarsi verso l'alto e non glielo si può impedire".
San
Francesco di Sales conclude: "Ben a proposito quindi san Giuseppe è
paragonato alla palma perché egli fu sempre forte, costante e
perseverante".
Basti
dare un rapido sguardo agli episodi della sua vita, trasmessi dal Vangelo, per
verificare ciò che è stato affermato.
Quanta
fortezza ci volle per svolgere il suo ministero e superare fatiche, difficoltà,
pene quando si recò con Maria a Betlemme per il censimento!
E
non diede continue prove di fortezza nella fuga in Egitto, nei disagi e nelle
privazioni incontrate durante la permanenza in quella terra straniera?
Anche
a Nazareth non gli mancarono timori, privazioni, disagi, che seppe affrontare
sempre con animo forte e diligente.
Gli
si attribuisce, a buon diritto, pure una fortezza di martire: la sua anima,
infatti, fu costantemente impressa da profondo dolore, perché egli aveva
presente la prospettiva della croce di Gesù e della spada che la sua vergine
sposa portava già confitta nel cuore.
"Dal
celeste splendore di Betlemme - osserva il Beato Bartolo Longo - Giuseppe si
trovò subito trasportato in mezzo alle tenebre del Calvario. Da quel momento
tutte le azioni di Gesù erano a lui causa di dolore; ogni sorgente di gioia un
oceano di amarezza; ogni suo sguardo sopra Gesù, ogni movimento, ogni parola
del divin Fanciullo, tutto muoveva ed aumentava il suo dolore.
"Quello
che forma la consolazione degli altri padri si mutava per lui in tormento. Se
Gesù gli porgeva le sue mani innocenti, gli pareva di vederle cariche di
catene, o trapassate dai chiodi che dovevano configgerlo all'infame patibolo. Se
gli sorrideva, se fissava sopra di lui teneri sguardi, se cercava carezze, se lo
rappresentava cogli occhi spenti e moribondi, col viso coperto di sangue e
sputi, col corpo flagellato".
Nel
cuore di Giuseppe c'era, dunque, un supplizio incessante che, per essere
sopportato, richiedeva altrettanto incessante fortezza.
Un
sereno confronto del comportamento di san Giuseppe con il nostro nelle varie
circostanze della vita ci avverte dell'avvilimento, cui cadiamo, nei piccoli
incidenti di una giornata ordinaria.
Un
nonnulla che ostacola i nostri progetti, un'inezia che provoca irritazione, una
banale contrarietà che ci turba, un gesto, una parola e un'azione
insignificanti che c'inquietano, di frequente ci rendono pessimisti e scontenti,
perché manchiamo di fortezza d'animo, che è fonte di serenità.
Quante
occasioni sciupiamo per santificarci e da quanta agitazione siamo sconvolti,
perché non c'impegniamo ad acquistare la virtù della fortezza!
Se
vogliamo godere della pace e serenità, cui aspiriamo senza posa, imitiamo san
Giuseppe nella virtù della fortezza, perché chi è forte come lui, non perderà
mai la pace e la serenità, neppure nei momenti difficili e avversi.
Tutti
i Santi svolgono un ruolo di intercessori presso Dio a favore di noi
pellegrinanti sulla terra tra necessità e pericoli.
Il
concilio di Trento ha, infatti, definito che "è cosa buona e utile
invocare supplichevolmente i Santi, ricorrere alle loro preghiere, alla loro
potenza e al loro aiuto, per ottenere i benefici da Dio, mediante il Figliuol
Suo Gesù Cristo Signore nostro, che è il solo nostro Redentore e
Salvatore".
San
Tommaso insegna che "quest'ordine è divinamente stabilito nelle cose
affinchè tutte siano dirette a Dio con i mezzi più atti e prossimi a Lui.
Quindi, siccome i Santi che si trovano in cielo sono più vicini a Dio, la
disposizione della legge divina richiede che noi, mentre viviamo nel corpo
pellegrinando verso Dio, ci avviciniamo a Lui con la mediazione dei Santi".
Anche
Giuseppe svolge lo stesso ruolo, ma con potenza d'intercessione superiore a
quella di tutti.
La
forza e l'efficacia del suo intervento scaturiscono dall'intimità che egli
anche in cielo ha con Gesù e Maria. Qui, in terra, l'unione di Giuseppe con la
sua castissima sposa "era stata perfetta al punto che desideravano solo
soddisfare i desideri l'uno dell'altro. Lo stesso succede ora: i desideri di
Giuseppe diventano immediatamente quelli della Regina dei cieli. Perciò coloro
che implorano Giuseppe hanno la certezza di commuovere anche il cuore di Maria e
di provocare l'intervento della sua onnipotente supplica. Le preghiere rivolte a
Giuseppe hanno dunque un'efficacia tanto più notevole".
Il
comportamento di Gesù nei riguardi delle suppliche di Giuseppe, che fu il suo
padre verginale, non è dissimile da quello di Maria.
Cessa,
forse, in cielo l'amore riconoscente che un figlio deve avere verso il padre?
"All'esemplare
fedeltà manifestata da Giuseppe durante la sua vita terrestre e alla
dedizione con la quale si era interamente consacrato al bene del bambino, rispondono
ora la fedeltà di Gesù nell'esaudire ogni suo desiderio, la dedizione con la
quale mette a suo servizio tutta la sua divina onnipotenza".
Un
altro motivo, comunemente rilevato dai teologa, che prova la superiorità e la
particolare efficacia del patrocinio di san Giuseppe in confronto con
l'intercessione degli altri Santi, sta nel fatto della sua dignità e grazia,
santità e gloria. Infatti, siccome egli "sorpassa tutti i santi, eccetto
la Madre di Dio, in dignità e grazia, ne deriva necessariamente che prevalga
anche il suo potere e patrocinio, che dipende nella sua misura dalla santità
e grazia, le quali proporzionano la gloria".
L'intercessione
di san Giuseppe non è soltanto la più efficace, ma anche universale, vale a
dire si estende a tutte le necessità.
In
altri termini, ogni Santo ha ricevuto da Dio il potere di soccorrere i propri
devoti in una determinata necessità, mentre san Giuseppe in tutte.
Teresa
d'Avila ne dà una testimonianza, quando, dopo aver ricordato di essere stata
favorita dal Signore di grandi grazie, ottenute per l'intercessione di questo
Santo, prosegue, come in precedenza riferito: "Ad altri santi sembra che
Dio abbia concesso di soccorrerci in questa o in quell'altra necessità mentre
ho sperimentato che il glorioso S. Giuseppe estende il suo patrocinio su
tutte".
San
Giuseppe è, dunque, un intercessore quanto mai potente, cui non si ricorre mai
invano.
Dopo
tanti secoli tenuta nell'ombra, la sua figura é emersa in tutta la grandezza, e
la potenza del suo patrocinio è stata sperimentata da moltitudine di fedeli,
che gli riconoscono il singolare ruolo di mediatore, di cui Dio lo ha dotato.
Sotto
la sua protezione si sono posti Ordini e Congregazioni Religiose, Associazioni
e Pie Unioni, sacerdoti e laici, famiglie e individui, dotti e indotti, grandi e
piccoli, supplicandolo non soltanto per l'acquisto e l'incremento di tutte
le virtù cristiane, ma anche per ottenere favori materiali, le piccole cose di
ogni giorno, l'esaudimento di modesti, ma legittimi desideri, la soluzione a
tante difficoltà.
A
questo coro implorante non deve mancare la nostra voce: proveremo anche noi la
gioia di verificare che egli è un intercessore che può e vuole esaudirci.
La
vita spirituale deve intendersi vita cristiana, nella sua realtà e pienezza,
vale a dire una pratica di esistenza integralmente impegnata all'acquisto della
perfezione, che si compendia nell'amare Dio con tutto il cuore, con tutta
l'anima e con tutta la mente e il prossimo come se stessi.
E'
evidente che la vita spirituale comprende un itinerario dinamico, il quale,
partendo dalla conversione o dall'inserimento in Cristo con la grazia
santificante, percorre le varie tappe dell'ascesi cristiana fino a raggiungere
la completa configurazione a Cristo, tanto da far ripetere come san Paolo:
"Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me".
Nella
Chiesa ci sono modelli di vita spirituale e hanno validità per noi nella
proporzione in cui essi sono un richiamo a Cristo, un aiuto all'imitazione, alla
configurazione a Lui.
Il
primo modello creato è senza dubbio la Beata Vergine. Dopo di Lei nessun altro,
come san Giuseppe, ha funzione di via a Cristo.
Dal
Vangelo si rileva in concreto e con chiarezz'a la sua missione di esemplarità.
Egli
"ha la missione legale di una verginale paternità per la quale dona il
Cristo al mondo, al mondo lo presenta. Non gli dà la vita, ma ne sostiene,
difende, alimenta la vita; educa e forma alla preghiera e al lavoro il Figlio di
Dio fatto uomo; con Gesù è in comunione ininterrotta di ideali, di
aspirazioni, di dolori, di gioie, di lavoro, di amore, in una parola di vita.
Nessuno come lui lo guarda e contempla, nessuno, attraverso tale contemplazione,
al pari di lui si trasforma nel Cristo. Per questo, a maggior diritto di san
Paolo, può dire: `Siate miei imitatori, come io lo sono del Cristo'".
In
pratica, egli è modello di vita spirituale per coloro che si muovono nella
sfera della vita attiva e per quelli i quali hanno abbracciato la vita
contemplativa.
Ai
primi egli si presenta come esempio di ogni virtù: base e struttura della vita
spirituale, rivelandosi tipo del programma evangelico.
Paolo
VI, infatti, nell'omelia pronunciata in san Pietro il 19 marzo 1969, tra
l'altro disse: "S. Giuseppe è il tipo del Vangelo, che Gesù, lasciata la
piccola officina di Nazareth, e iniziata la sua missione di profeta e di maestro;
annuncerà come programma per la redenzione dell' umanità; S. Giuseppe è il
modello degli umili che il cristianesimo solleva a grandi destini; S. Giuseppe
è la prova che per essere buoni e autentici seguaci di Cristo non occorrono
grandi cose,ma bastano ed occorrono virtù comuni, umane, semplici, ma vere e
autentiche".
E'
modello anche dei contemplativi: egli fu un vero contemplativo. "Lo fu nel
fondo dell'anima più che negli atteggiamenti esteriori. Lo fu nel suo lavoro,
in casa, in compagnia dei suoi, nella sua vita continuamente frammischiata a
quella degli altri uomini. Sebbene sia vissuto in un piccolo villaggio
circondato da colline, l'animo suo non vi è rimasto racchiuso ed ha saputo
fuggirsene in alto. Ovunque, ha.cercato Iddio e fissato la sua attenzione su di
lui.
"Il
lavoro, anzichè opporsi a quel suo stato di contemplazione, gli ha invece
permesso di svilupparlo. Lavorando con le mani, Giuseppe poteva facilmente
rivolgere il pensiero al Signore, offrirgli ciò che faceva, testimoniargli il
suo amore; o, più semplicemente, lavorava in presenza di Dio conscio di
essere dinanzi a lui".
San
Giuseppe è, pertanto, modello di vita attiva e contemplativa: non soltanto
della vita contemplativa praticata da coloro che escono dal frastuono del
mondo e conducono un'esistenza nascosta nel chiostro, ma anche di quella
abbracciata da coloro, i quali, pur restando nel mondo, aspirano alla
contemplazione nell'azione.
L'esempio
del santo Patriarca "dev'essere un richiamo al bisogno più essenziale
dell'uomo: la necessità di una contemplazione che sia un contatto segreto con
Dio nel seno di tutte le attività umane. Questo bisogno di ogni singolo uomo è
maggiormente ancora quello di un mondo in agitazione, sovraccarico di
occupazioni assorbenti. Questo mondo deve avere uomini, come Giuseppe, che
testimonino di una vita migliore e più serena, quella in cui l'anima ricerca
Dio e si unisce a lui".
Tutti,
dunque, possiamo e dobbiamo andare a Giuseppe, per modellarci sulle sue virtù;
per credere come lui, sperare come lui, amare come lui; per imparare l'arte
della preghiera; per apprendere come attaccarci a Dio, lasciarci invadere dalla
sua presenza, farci conquistare dal suo amore, senza che tutto questo distolga
chi vive nel mondo dalle attività umane e di lavoro, che anzi lo aiuti a compiere
ogni azione con maggiore energia e fedeltà.
Il
titolo di maestro Gesù lo rivendica unicamente a Sè.
Dopo
aver denunciato e stigmatizzato l'ipocrisia degli scribi, i quali, presentando
la Legge mosaica, la infarcivano di interpretazioni personali, imponendo oneri
insopportabili, che però essi non volevano smuovere nemmeno con un dito, Egli
dice ai suoi discepoli, riferendosi a Se stesso: "Ma voi, non fatevi
chiamare rabbi; perchè uno solo è il vostro Maestro".
Come
possiamo, allora, attribuire a san Giuseppe l' appellativo di maestro?
E'
indubbio che di questo titolo possono partecipare, in modo subordinato a
Cristo, tutti coloro che, aderendo a Lui, incarnano nella propria vita la sua
dottrina.
"E'
certamente il caso di san Giuseppe che, più di ogni altro Santo, con Maria si
è avvicinato a Cristo e al suo mistero, ha accolto e vissuto in disponibilità
assoluta il Vangelo di grazia, ha risposto alle sue esigenze con tono di totalità
straordinaria, pur nel silenzio, nell'umiltà, nella povertà che costituiscono
lo stile e la norma delle grandi comunicazioni di Dio. Poichè ha vissuto in
pieno il lieto messaggio del Cristo, perché più e meglio di chiunque, dopo
Maria, fu in comunione di grazia e di fedeltà col Figlio di Dio fatto uomo,
come nessuno può essere maestro dei segreti del Verbo incarnato".
L'insigne
padre Luigi Lallemant, gesuita, era pienamente convinto di tale realtà, per
questo raccomandava: "Metterci sotto la guida di S. Giuseppe perché,
avendogli Dio affidato la direzione e il governo delle azioni esterne del Figlio
e quelle di Maria, ha ricevuto perciò una missione infinitamente più nobile
che se avesse avuto il governo di tutti gli angeli e la direzione di tutti i
Santi... Avendo S. Giuseppe avuto l'incarico di governare, sotto la guida dello
Spirito Santo, il Figlio di Dio e la sua santa Madre, si è acquistato una
specie di diritto di dirigere interiormente le anime fedeli, per i meriti
della sua missione. Ed in realtà si può constatare sensibilmente che le anime
che scelgono S. Giuseppe come guida, fanno meravigliosi progressi".
Ecco
perché non pochi Santi lo credono maestro di vita spirituale, lo supplicano
affinchè sia il loro direttore ed esortano gli altri a sceglierlo come tale.
Citiamo,
fra tutti, san Giuliano Eymard e santa Teresa d'Avila.
San
Giuliano Eymard, fondatore della Congregazio ne del SS. Sacramento, si consacrò
a san Giuseppe come a suo "Padre Spirituale" e lo elesse "maestro
spirituale per quanto riguarda l'interno, al fine di vivere con lui di vita
interiore, di vita nascosta con Gesù e Maria e con lui" San Teresa d'Avila,
dopo aver rivelato la sua esperienza personale, ricca di favori ricevuti alla
scuola dì questo sicurissimo maestro dell'orazione e del progresso spirituale
dell'anima, consiglia, come già riferito in altro capitolo: "Chi non
avesse maestro da cui imparare a far orazione, prenda per guida questo Santo
glorioso, e non sbaglierà".
Occorre,
pertanto, abbandonarsi a lui, consultarlo e ascoltarlo.
L'abbandono
comporta fiducia, che suggerisce di supplicare il Santo così: O Giuseppe,
prendici per mano, come facevi con Gesù Bambino, e cammina accanto a noi e con
noi, segnandoci la via; portaci là dove Dio vuole che andiamo, sia per sentieri
agevoli e graditi, sia per quelli che richiedono sacrifici e fatiche. Se non ci
abbandonerai, il cammmino sarà sempre agile e sicuro e ci darà la gioia del
conseguimento della mèta che la Divina Provvidenza ha stabilito.
Bisogna,
poi, consultarlo, specie quando occorre prendere una decisione importante;
quando c'imbattiamo in difficoltà e pericoli per la nostra vita spirituale;
quando ci è necessaria maggiore luce per discernere quel che deve essere
evitato e quel che si deve fare, dopo di che non resta altro che metterci in
atteggiamento di docile ascolto.
Egli
non mancherà di impartirci ammaestramenti spirituali e di fornirci di lumi
celesti, impulsi soprannaturali, divine ispirazioni e grazie che ci aiuteranno
validamente a rimuovere gli ostacoli, che si oppongono al cammino della
perfezione, e a condurci avanti speditamente e senza inganni nelle vie dello
spirito.
San
Giuseppe è per eccellenza l'amico del Cuore di Gésù, e Gesù non ha amato
nessuno, dopo Maria, più di san Giuseppe.
Ecco
come la prerogativa di Amico del Divino Cuore, riconosciuta al santo
Patriarca, viene spiegata dal card. Parocchi nel discorso recitato il 18 marzo
1886, in occasione dell'erezione canonica da lui fatta dell'Associazione di
san Giuseppe, Amico del Sacro Cuore di Gesù, nella chiesa di Nostra Signora del
Sacro Cuore, in Roma: "L'oggetto della nostra Associazione è S. Giuseppe,
non solamente riguardato, come sposo di Maria, putativo padre del Verbo
incarnato, e della Chiesa Patrono universale, ma specialmente considerato
nella caratteristica prerogativa di Amico del divin Cuore. Che tale qualità
sia caratteristica in S. Giuseppe, si deve ammettere facilmente. Per quella
sapientissima economia che formava sul cuore del Nascituro il cuore della
Madre-Vergine, in Giuseppe era diffusa fin dal principio della sua vita
mortale tanta abbondanza di grazia, da rendere il cuore di Lui, quanto può
essere creatura, simile al Cuore adorabile di Gesù Cristo.
"E
questa. generica rassomiglianza prese concreti lineamenti e determinata forma,
poichè nato nella nostra sostanza il Verbo di Dio, per trent'anni, fu all'umile
legnaiolo forma di virtù, magistero di perfezione: tanto che il fedele
discepolo è divenuto il modello delle anime interne, imitabile esempio della
vita nascosta di Dio.
"Chi
dunque, dopo Maria, può vantare altrettanta comunicazione dello spirito di Gesù,
di quanta vanti meritatamente il glorioso Giuseppe? La distanza fra l'un cuore
e l'altro veramente è infinita; ma eccettuata Colei che sovra gli uomini e gli
angeli con volo d'aquila si solleva, prossima al trono di Dio, nessuno della
nostra misera stirpe sortì, nessuno educò il cuore a tanta similitudine con
quello di Gesù Cristo quanta raggiunse l'artefice nazareno. Se non è
esagerata la frase di S. Bernardo: Dio riscontrò in Giuseppe un cuore conforme
al suo, neppure è da riprendere l'oggetto della nostra Associazione: San
Giuseppe onorato, invocato quale Amico del divin Cuore".
L'Associazione
piacque a Leone XIII, il quale, volendo darle una paterna prova della sua viva
sollecitudine, l'arricchì di preziose indulgenze e la elevò alla dignità di
Arciconfraternita universale, con facoltà di aggregarle in tutto il mondo
confraternite del medesimo titolo e fine. Triplice lo scopo
dell'Arciconfraternita: Onorare san Giuseppe, che il Signore trovò secondo il
suo Cuore e a cui confidò con tutta sicurezza, il più profondo e adorabile
mistero del Sacro Cuore.
Imitare
il santo Patriarca nel suo amore e riconoscenza verso Gesù e Maria, specie
nella sua fedeltà alla grazia.
Pregarlo
per l'adempimento dei doveri cristiani nelle famiglie e per il felice esito di
tutte le cause spirituali e temporali utili all'eterna salvezza.
E'
quanto mai vantaggioso iscriversi a questo sodalizio, il quale - afferma Leone
XIII nel breve dell'11 maggio 1886 - "per la sua natura e per il suo
nobile scopo a noi si raccomanda: poichè è proprio di tale Istituzione
innalzare preci al celeste Patrono della Chiesa onde in mezzo alle famiglie, e
nei cristiani costumi risplenda la pietà e l'amore della virtù, e l'abbondanza
dei celesti favori, quasi rugiada salutare, discenda sulla mistica vigna del
Signore".
San
Giuseppe vuole guadagnarci al Cuore di Gesù. Non desidera altro che si dilati
nel mondo e in ogni persona il regno di questo Cuore divino.
Si
offre, pertanto, patrono ed esemplare a tutti coloro che aspirano a essere
amici del Sacro Cuore di Gesù, per iscriverli nel numero dei suoi più cari
devoti.
Rispondiamo
all'invito del Santo; tributiamogli un culto speciale sotto il bel titolo di
Amico del Sacro Cuore; poniamo nella nostra casa la sua immagine accanto a
quelle dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria; invochiamolo con fede e perseveranza
con la duplice giaculatoria: san Giuseppe, patrono e modello degli amici del
Sacro Cuore, prega per noi; san Giuseppe, Amico del Sacro Cuore, prega per
noi.
San
Giuseppe era investito di una autorità reale, cui corrispondeva una
sottomissione ugualmente reale da parte di Gesù e di Maria, quantunque essi
fossero superiori a lui per dignità e santità.
Egli
aveva piena consapevolezza che tale potere gli era stato dato dall'alto e che il
suo ruolo di capo della Sacra Famiglia di Nazareth non aveva il significato di
una preminenza nell'ordine e nella sfera della perfezione morale.
In
altre parole, era convinto che Dio gli aveva concesso il dono di questa
autorità e, quindi, egli usò di tale facoltà con sensi di profonda umiltà.
"Quest'umiltà
predisponeva Giuseppe ad esercitare l'autorità con la più grande delicatezza e
bontà. Sarebbe stato inconcepibile che quest'autorità s'imponesse in una
maniera brutale o severa.
"Giuseppe
nutriva un profondo rispetto per la personalità della sposa e per quella in
sviluppo di Gesù. La sua prima preoccupazione, quando vi erano decisioni da
prendere, era di tenere conto del loro modo di vedere. Faceva del suo meglio
per corrispondere alle loro esigenze ed alle loro aspirazioni".
Nell'esercizio
di capo-famiglia Giuseppe si rivelò prudente, paziente, operoso, sorridente.
La
prudenza, che è sapienza delle cose umane poichè ci fa comprendere il valore
del retto vivere, lo sollecitava a fidarsi della divina Provvidenza, ma anche
a impegnarsi a fare tutto quel che poteva e doveva, come se tutto dipendesse
da lui.
Non
dubitava di essere protetto da Gesù e da Maria, tuttavia evitava, con ogni
cura, occasioni di male, conscio che Dio non è solito operare miracoli a favore
di coloro che al male si espongono volontariamente.
"In
tutte le scene dell'infanzia del Salvatore avvertiamo non soltanto la presenza
di Giuseppe, ma il suo diretto intervento, la sua immediata azione; azione se
si vuole occulta e silenziosa, però efficace e costante".
La
pazienza accompagnò tutta la vita di san Giuseppe, il quale, vivendo sempre
nella povertà, non se ne lamentava, ma ne soffriva perché non gli era
possibile offrire a Gesù quei conforti che il suo cuore avrebbe voluto
dargli.
Fu
paziente nel lavoro di tutti i giorni che, indubbiamente, registrava momenti
di monotonia, stanchezza, patimento.
Fu
paziente specie nelle circostanze difficili e dure della vita, in cui venne a
trovarsi, e nei momenti critici che dovette subire.
San
Giuseppe fu operoso, cioè sempre occupato, al fine di guadagnare per Gesù e
Maria il pane giorno dopo giorno.
Nella
sua vita non c'era spazio per l'ozio. Di lui si può dire che impiegò bene le
giornate terrene, che gli furono concesse da Dio, e che non si potè mai
rimproverare della benchè minima perdita di tempo.
Non
è pura invenzione immaginare san Giuseppe con abituale e costante sorriso sulle
labbra, perché viveva perennemente abbandonato in Dio e la sua anima era inondata
di gaudio, di pace imperturbabile.
Nessuna
triste circostanza riuscì mai a fargli perdere la pace interiore e l'ineffabile
sorriso.
Il
padre di famiglia, tenendo lo sguardo su san Giuseppe, non deve abusare della
propria autorità e lasciarsi spingere a oltrepassarne i limiti, ma esercitarla
con fermezza, mai tuttavia disgiunta dall'umiltà e dall'amore.
Occorre
che egli non perda di vista che la sposa e i figli sono persone, le quali hanno
diritto al rispetto. S'impegni a corrispondere, per quanto è possibile, alle
legittime esigenze e aspirazioni di ogni membro della comunità familiare.
Crei
in seno a essa un clima di mutua intesa, vigilando e reprimendo con dolcezza
ingiustificati dissensi e cause di frattura.
Preservi
l'animo da intolleranza e da asprezza e respinga la tentazione dell'amor
proprio bramoso di dominare gli altri.
Non
si stanchi di essere paziente, perché con l'impazienza non vengono superati
gli inevitabili momenti di crisi, di difficoltà, di dolore, ma aggravati,
suscitando focolai d'insoddisfazione, disagio, agitazione che non giovano a
nulla e rendono più difficile il vivere insieme. Rientri in casa, dopo il
lavoro, col sorriso sulle labbra e non travasi, con livore e risentimento,
sulla famiglia eventuali amarezze ricevute nelle vicende della vita, ma apra
pure l'animo esulcerato con calma e serenità: questo atteggiamento e la serenità
dei familiari non infranta contribuiranno a far tornare nella sua anima la
pace e la tranquillità.
Si
renda convinto di non appartenere più a sè; sia tutto per la sposa e per i
figli, come Giuseppe fu tutto per Maria e per Gesù.
San
Giuseppe era operaio: un artigiano che lavorava il legno, come già detto.
Un
umile lavoratore, dunque, che nella sua modesta officina di falegname costruiva,
tra l'altro, aratri e gioghi per i buoi, come scrive Giustino, apologeta
cristiano del II secolo, nel Dialogo con Trifone.
Secondo
un Autore esperto nelle antichità orientali, la bottega di san Giuseppe non era
dissimile da tutte le altre esistenti nel luogo: una stanza bassa, di dieci o
dodici piedi di larghezza e altrettanti di lunghezza, recante all'esterno una
palma, alla cui ombra riposavano i viandanti.
In
quel posto è stata eretta una chiesa in onore del Santo.
Il
lavoro di san Giuseppe, visto dall'esterno, era come quello praticato da tanti
altri artigiani, ma considerato nell'ottica interiore, aveva dinanzi a Dio un
valore particolare per la disposizione d'animo che lo accompagnava. Egli
lavorava per guadagnarsi la vita e assicurare il sostentamento alla famiglia,
come i lavoratori del suo e del nostro tempo, ma della sua attività manuale
faceva un dono d'amore alla comunità familiare, di cui era capo e responsabile.
Fondeva
il lavoro e la preghiera, anzi convertiva la fatica quotidiana in preghiera
operosa: nel lavoro non prestava solo le mani, ma metteva l'anima, la quale,
senza lasciarsi assorbire dalle attività manuali, si elevava a Dio nella
contemplazione.
Giuseppe
praticava il lavoro per recare aiuto anche a coloro che richiedevano la sua
opera.
"Soprattutto
desiderava compiacere il Signore stesso. Il suo lavoro era un omaggio che
s'innalzava a Dio, una specie di culto che riempiva l'attività delle sue giornate.
Perché Giuseppe aveva coscienza di compiere, col suo lavoro, la volontà
divina".
San
Giuseppe ha nobilitato e santificato il lavoro, divenendo così il tipo
dell'operaio cristiano, dell'artigiano santo.
La
Chiesa, per mezzo di Pio XII, lo ha riconosciuto come tale, lo ha proclamato
modello e patrono del lavoratore cristiano e ha istituito la festa liturgica
di san Giuseppe Lavoratore, al fine che tutti riconoscano, alla luce del suo
esempio, la dignità del lavoro, che deve ispirare la vita sociale, fondata
sull'equa ripartizione di diritti e doveri.
Paolo
VI ha ripresentato alle masse operaie questo esempio di povertà e laboriosità,
ponendo in risalto che "la povertà laboriosa e dignitosa di questo Santo
evangelico ci può essere ancora oggi ottima guida per rintracciare nel nostro
mondo moderno il sentiero dei passi di Cristo, ed insieme eloquente maestra di
positivo e onesto benessere, per non smarrire quel sentiero nel complicato e
vertiginoso mondo economico, senza deviare, da un lato, nella conquista
ambiziosa e tentatrice della ricchezza temporale, e nemmeno, dall'altro,
nell'impiego ideologico e strumentale della povertà come forza d'odio sociale e
di sistematica sovversione"
L'artigiano
di Nazareth può, dunque, restituire dignità al lavoro; può elevare in ogni
lavoratore il concetto, la stima e il valore del lavoro quotidiano; può dare
alle attività umane il senso prezioso di servizio e di missione, voluti da Dio.
Se
il lavoratore entra alla sua scuola e medita sul suo esempio, non considererà
il lavoro come una preoccupazione, un'abitudine noiosa, un semplice antidoto
dell' ozio, ma un dovere.
Sarà
stimolato a unire con gioia il braccio alla mente, la mano al cuore, ogni
attività manuale e di pensiero all'offerta interiore.
Si
servirà del lavoro per liberare se stesso dall'egoismo; per vivere la sua
attività, come impegno e pratica di amore verso la propria famiglia e il
prossimo, senza conoscere, forse mai, la persona cui andrà il frutto della
sua fatica, ma consapevole di servire Dio nei fratelli. Lavorerà per
santificarsi, considerando il lavoro fonte di meriti per l'eternità; farà
del banco artigianale, della macchina, del tavolo, un altare; della fatica e del
sudore della fronte, il suo sacrificio di espiazione e di redenzione. In tal
modo, l'umile artigiano che rimane nell'ombra, l'operaio della fabbrica che si
confonde nella massa, qualsiasi altro lavoratore che, a prima vista, sembra
essere solo un numero nella moltitudine e colui che svolge un ruolo di primo
piano nel campo della storia e della scienza, sono tutti collaboratori al bene
della società e contano agli occhi di Dio non tanto per quanto fanno, ma per il
modo e le disposizioni con cui operano.
"Se
non riusciamo a raffigurarci Maria vecchia e se ci sembra che sia rimasta sempre
giovane, lo stesso dobbiamo pensare di Giuseppe: la sua giovinezza, ispirata
dalla divina giovinezza, non gli è mai sfuggita".
Questa
realtà è recepita sempre più largamente anche dagli artisti, i quali
rappresentano Giuseppe di Nazareth dall'aspetto giovanile.
Del
resto pure in marmi e avori antichi, come, ad esempio, nei sarcofaghi di Milano,
Ancona, Arles, lo Sposo di Maria è raffigurato giovane.
Ma
Giuseppe era tale soprattutto nell'anima e nel cuore.
E'
un modello meraviglioso e sempre attuale della gioventù.
Quali
sono le più alte aspirazioni del mondo giovanile?
Ne
cogliamo tre: l'ansia e il bisogno di far cose nobili e grandi, di trasformare
il mondo con le novità, di vivere nella gioia.
Nella
vita di san Giuseppe sono racchiusi questi alti e nobili ideali.
Una
volta conosciuta la sua missione, egli si consacrò ad essa con tutte le forze,
senza lasciarsi minimamente turbare da ostacoli e difficoltà.
Non
fu un debole: accettò per essa ogni sacrificio; non si scosse, ma rimase fermo
tra le prove e le sofferenze più acute.
Condusse
a termine il mandato ricevuto, con saggezza, prudenza, fedeltà, eroismo, senza
darsene l'aria, ma con la semplicità e l'umiltà di chi ripone solo in Dio la
sua fiducia.
Il
giovane non ha, forse, in san Giuseppe un esempio molto bello, cui avvicinarsi e
modellarsi?
E',
inoltre, "privilegio della gioventù il voler trasformare il mondo con le
novità. I giovani guardano al mondo come al terreno ove esercitare il loro
fresco ardore e spiegare le loro possibilità di azione, che paiono loro
illimitate, in vista di un cambiamento e di un miglioramento. Essi sognano di
ricreare il mondo per renderlo migliore. E non hanno torto di fare quel sogno,
perché è in grazia a quell'apporto costante di giovinezza rinnovantesi, che il
mondo, a poco a poco, prosegue nella sua ascesa.
"E'
con questa mentalità, propria di un giovane, che Giuseppe affrontò il mondo
quale poteva apparirgli dal suo villaggio di Nazareth. Era certamente conscio
che il mestiere che esercitava non gli avrebbe permesso di influenzare in modo
tangibile l'evoluzione dell'umanità, ma desiderava con tutta l'anima
contribuire alla promozione di un mondo migliore. Nel popolo ebreo questa
giovanile ambizione era sostenuta dall'ardente speranza messianica.
Da
lungo tempo gli ebrei attendevano con impazienza un Messia, un Salvatore...
Giuseppe non mancò neppure lui di aspirare a questo regime ideale che il Messia
sarebbe giunto ad instaurare.
"Egli
credeva dunque alla venuta di un mondo nuovo. E sebbene sapesse che l'ora di
questa venuta dipendeva dalla divina sovranità, era ben deciso a contribuire,
con la sua modesta parte, alla preparazione del regno messianico. Vi avrebbe
contribuito in speciale modo sforzandosi di essere perfettamente ciò che doveva
essere, al posto assegnatogli dalla Provvidenza. Con l'ardente fiducia della sua
gioventù, egli sperava affrettare, con una vita che piacesse particolarmente
al Signore, la formazione di un popolo nuovo, più santo".
Un'altra
aspirazione, che è di tutti, ma specie dei giovani, consiste nella ricerca
della gioia.
L'uomo
ha fame e sete di gioia. E', quindi, giusto che egli sazi questa fame e questa
sete.
Se,
però, non riesce a trovare una mobile e pura gioia, andrà a cercarla tra gli
inebrianti divertimenti del peccato, che lo rendono sempre più assetato di
nuovi piaceri, i quali, in definitiva, lasciano nell'anima amarezza, rimorso,
inquietudine.
San
Giuseppe indica al giovane i mezzi per conseguire la vera gioia.
Con
l'esempio della sua vita, costantemente serena tra disagi e sofferenze, segnata
da perenne castità verginale, spesa nell'adempimento perfetto dei suoi
doveri, e con la sua inesauribile bontà anche di fronte a persecuzioni e
rifiuti, egli insegna alla gioventù che, nell'agire così, si scopre la
sorgente ove attingere l'autentica gioia.
Grandi
sono i danni causati dal moderno paganesimo ai cuori di tanti giovani.
Occorre
avvicinarsi a questi malati e risanarli.
Essi
resistono e, a volte, si ribellano alla terapia delle parole, anche se veritiere
e buone, ma si lasciano conquistare dalla forza dell'esempio.
San
Giuseppe può essere, perciò, offerto alla gioventù di oggi, che ha la
capacità "di rinuncia, di coraggio, di servizio, di eroico amore",
come modello affascinante e imitabile.
Nel libro di Giobbe è scritto che "la vita dell'uomo sulla terra è una milizia".
La
milizia implica la lotta, e questa reca con sè inevitabilmente dolori e
sofferenze.
Ogni
uomo è, quindi, chiamato a soffrire.
L'Autore
dell'Imitazione di Cristo lo ricorda a tutti: "Disponi e ordina ogni cosa
secondo il tuo giudizio, ma troverai di dover sempre, spontaneamente o no,
soffrire qualche cosa; e così sempre t'imbatterai nella croce.
"Poichè
o sentirai dolori nel corpo, o sarai sottoposto alle amarezze dello spirito...
"La
croce dunque è sempre pronta, e t'aspetta dovunque.
"Non
puoi fuggirla, ovunque tu corra, perché in ogni luogo porti e trovi te stesso.
"Sollevati,
abbassati, osserva dentro o fuori di te, dappertutto trovi la croce".
Si è assoggettato alla legge ferrea del dolore Gesù, la vita del quale fu "croce e martirio". La sferza del dolore ha colpito anche la Madonna, la cui afflizione fu grande come il mare. Non poteva risparmiare Giuseppe.
Rileviamo
alcuni momenti dolorosi che egli dovette sostenere.
Anzitutto
il martirio che provò il suo cuore, quando egli, ignaro della miracolosa
incarnazione del Verbo, accortosi che la Vergine stava per diventare madre,
ben conoscendo la santità della sua sposa, e incapace di spiegare il mistero,
pensava di separarsi da lei tacitamente.
Che
strazio, poi, nella circostanza del viaggio con Maria a Betlemme per il
censimento! Un viaggio disastroso per la Vergine sua sposa, seguito dalla
spina del rifiuto di un alloggio.
Al
tempio, in occasione della cerimonia della presentazione di Gesù, come ebbe
ascoltato le parole profetiche della spada di dolore che lasciavano intuire il
sacrificio di Gesù e indicavano a sufficienza la profondità del martirio, di
cui sarebbe stata lacerata l'anima di Maria, Giuseppe comprese l'importanza di
quel sacrificio, rivolse l'attenzione a quella tremenda prospettiva, sentì
sanguinare il suo cuore e accettò tale sofferenza.
E
nella fuga in Egitto?
Era
d'inverno; il viaggio doveva durare tanti giorni; la strada, oltre a essere a
lui sconosciuta, era deserta e aspra.
I
viveri scarsi e nessun ricovero per riposare durante la notte.
Ai
disagi del viaggio si aggiunsero quelli dell'esilio, facilmente immaginabili.
Tornato
con Maria e il Bambino a Nazareth, Giuseppe dovette subire altri patimenti, il
più acuto dei quali nello smarrimento di Gesù.
L'ansietà
e l'angoscia lo assalirono.
"In
quel momento, non era fatale che la profezia di Simeone gli tornasse in mente?
Giuseppe si domandò se questa non era l'ora della sprula di dolore. E se fosse
l'inizio della grande prova annunciata? A cagione di quella profezia, ci si
poteva aspettare le maggiori disgrazie. "Così, al mattino seguente, dopo
una notte senza riposo e col cuore tormentato dalla inquietudine, Giuseppe
ripercorse la strada di Gerusalemme in compagnia di Maria. Si affrettava,
attanagliato dall'angoscia, e la strada gli parve terribilmente lunga. Sperava
di ritrovare Gesù fra i gruppi di pellegrini che incrociavano, ma anche questa
speranza fu delusa...
"Quando
raggiunse la città, la notte era giunta ed egli dovette rimettere all'indomani
le ricerche. L'ansietà sempre maggiore non gli permise una notte tranquilla; e
sin dall'alba decise, con Maria, di recarsi al Tempio per pregarvi e quindi
cercarvi Gesù".
C'è
chi ha scritto che mai nessun Santo provò più terribile desolazione.
In
tutte quelle prove, che amareggiarono la sua anima, Giuseppe vide la mano di
Dio, la baciò e accettò con eroica fermezza la divina volontà.
San
Giuseppe è andato innanzi a tutte le anime afflitte e tribolate, lasciando un
luminoso e commovente esempio.
Non
siamo chiamati, indubbiamente, a percorrere lo stesso suo itinerario doloroso,
ma anche noi dobbiamo soffrire.
Soffrire
significa sentire il peso di tutto ciò che è disgustoso, che provoca sospiri e
lacrime: le malattie, i rovesci di fortuna, la morte di parenti, l'abbandono
degli amici, i dispiaceri di ogni genere, le desolazioni dello spirito, le
pubbliche calamità, le difficoltà che incontriamo tutti i giorni, tutta quella
somma di pene e disagi, che le vicende della vita ci procurano.
In
ognuna di queste circostanze guardiamo a san Giuseppe: saremo aiutati a seguire
le sue orme.
Il
tema della morte è sempre attuale.
Interessa
tutti, senza alcuna eccezione, anche se si cerca di non dargli spazio nella
riflessione, perché la morte viene vista sotto falsa luce.
La
Chiesa ci ricorda solennemente ogni anno, il mercoledì delle ceneri, la realtà
della morte, quando il sacerdote tracciando un segno di croce sul nostro capo
con la cenere benedetta, dice: "Ricordati, uomo, che sei polvere e in
polvere tornerai".
Anche
san Giuseppe conobbe e sperimentò la realtà della morte.
A
nessuno è dato di ricostruire la scena del suo transito, di cui il Vangelo
non tramanda nulla.
Da
alcuni indizi del racconto evangelico si può dedurre, a buon diritto, che
egli sia deceduto prima che Gesù desse inizio alla sua vita pubblica. Infatti,
san Giuseppe non vi appare in nessuna circostanza; non è nominato tra
coloro che raggiunsero Gesù all'inizio del suo ministero. Gli abitanti di
Nazareth, secondo il Vangelo di san Marco, chiamano Gesù "il falegname, il
figlio di Maria", lasciando così supporre che sia figlio di una vedova e
che sia succeduto a Giuseppe nel mestiere di falegname. Giuseppe, inoltre, non
è dato presente nel cenacolo tra coloro che attendevano l'evento di Pentecoste:
sarebbe inammissibile l'omissione fatta dall'Autore sacro, se Giuseppe fosse
stato vivo.
Se,
tuttavia, si ignorano data e circostanze della sua morte, nessuno può
contestare che egli spirò tra le braccia di Gesù e di Maria, con i quali e per
i quali era sempre vissuto.
"E'
qui tutto il poema della sua morte; come era stato quello della sua vita.
Quest'uomo non era vissuto che per Maria e Gesù; adesso, che Gesù stava per
incominciare la sua missione pubblica, egli finiva la sua giornata. Gesù
avrebbe affermato al mondo la sua origine divina, la sua figliolanza eterna;
quel padre terreno non doveva servire ad equivoci. L'ombra di Giuseppe non
doveva oscurare la luce di Dio. E se ne andò. Scompare dalle pagine del
Vangelo in silenzio, come in silenzio vi era apparso, come in silenzio vi era
vissuto".
L'iconografia
lo rappresenta steso nel suo giaciglio, con gli occhi rivolti al cielo, in
atteggiamento di profonda serenità. Accanto a lui Gesù, che lo rimira con
sguardo filiale, e la vergine sposa, tesa a cogliere ogni desiderio del morente,
per offrirgli ogni possibile conforto. Dal volto di Maria traspare un velo di
tristezza, contrassegnata da totale rassegnazione.
Una
scena, dunque, verosimile, divina e commovente: degno e meritato coronamento
dell'esistenza dell'Uomo giusto che, come non ha eguali nella santità della
vita, così non li ha nella preziosità della morte.
Non
fu l'età avanzata, nè la violenza del male a procurargli la morte, secondo
alcuni autori, ma la chiamata del Signore che lo invitava a unirsi alla schiera
dei Patriarchi, Profeti e giusti che cessarono di vivere nella speranza del
Salvatore.
E
scese, così, anche lui nel limbo dei Santi Padri, fino a quando Gesù salì al
cielo e lo portò con Sè, per collocarlo nel trono più alto, dopo quello della
sua santissima Madre: trono che non sarà mai superato da nessun Santo, perché,
per il principio della conformità del grado di gloria a quello di grazia, carità
e santità, nessun Santo sorpasserà mai la santità di lui.
Egli
è, a ragione, il protettore dei moribondi.
Il
card. Lépicier rileva a chi san Giuseppe deve questo titolo: "...a chi
deve il santo Patriarca il favore sì straordinario di essere assistito in morte
dal Figlio stesso di Dio? Senza dubbio, a Maria che adempì per il suo sposo
fedele l'ufficio di mediatrice. Se san Giuseppe quindi verrà salutato col
titolo di Protettore dei moribondi, Egli lo deve a Maria, come a Lei era stato
debitore di venir chiamato Padre putativo di Gesù".
Diamo
l'adesione a "La Pia Unione del Transito di S. Giuseppe", di cui
precedentemente è stato fatto cenno e supplichiamo questo caro Santo, perché
c'impetri la grazia di una buona morte, con l'assistenza di Gesù, della
Vergine e sua.
Se
saremo costanti in questa implorazione, san Giuseppe ci preparerà, giorno
dopo giorno, a ben morire: c'indurrà alla penitenza dei peccati commessi; ci
esorterà alla vigilanza per vivere nell'osservanza della legge di Dio e
nell'adempimento dei doveri del nostro stato; ci otterrà coraggio nelle lotte
da sostenere, fortezza nelle tentazioni, sollievo nei dolori, aiuto in ogni
necessità; non mancherà di assisterci, insieme a Gesù e a Maria, nell'ora
della morte, che è il momento da cui.dipende l'eternità.
L'espressione
più significante e più alta del patrocinio di san Giuseppe si coglie nel
titolo conferitogli di "Patrono della Chiesa universale".
Fu
Pio IX a proclamarlo tale - come in precedenza accennato - con il decreto
Quemadmodum Deus della Congregazione dei Riti, pubblicato l'8 dicembre 1870.
La
proclamazione avvenne in tempi tristissimi, nei quali la Chiesa era attaccata da
tanti nemici e oppressa dai più gravi mali, per cui urgeva il bisogno di
affidarla a un potente protettore, come è san Giuseppe.
Il
Pontefice, il 7 luglio dell'anno successivo, nella Lettera Apostolica Inclytum
Patriarcam, dichiarò: "Noi, mossi da queste petizioni (i due postulati dei
Padri del Concilio Vaticano I) dopo aver implorato il lume divino, venimmo nella
determinazione di soddisfare tanti e così pii desideri col dichiarare S.
Giuseppe patrono della Chiesa cattolica mediante uno speciale decreto della
nostra S. Congregazione dei Riti, di cui ordinammo la pubblicazione l'8
dicembre dello scorso anno, festa dell'Immacolata Concezione, nelle nostre
basiliche patriarcali. Comandammo pure che la sua festa del 19 marzo venisse
celebrata con rito doppio di prima classe senza ottava a motivo della
quaresima".
Leone
XIII, nell'Enciclica Quamquam pluries del 15 agosto 1889, espone e illustra il
fondamento teologico del patrocinio di san Giuseppe su tutta la Chiesa.
Nel
documento pontificio, che è ritenuto la "magna carta" delle grandezze
e dei privilegi soprannaturali di san Giuseppe, il Papa afferma: "Le cause
e le singolari ragioni per cui il beato Giuseppe é stato proclamato patrono della
Chiesa, e il motivo per cui questa reiteratamente viene posta sotto la sua
tutela e patrocinio, sono costituite dal fatto che egli è stato lo sposo di
Maria e il padre putativo di Gesù. Di qui proviene tutta la sua dignità,
grazia, santità e gloria; da questa duplice dignità derivano spontaneamente
i doveri che la natura prescrive ai padri di famiglia. Così, S. Giuseppe
doveva essere legittimo e naturale custode, amministratore e difensore del
focolare divino che presiedeva. Difatti, egli esercitò veramente questi uffici
e mestieri trascorrendo in essi la sua vita mortale. Procurò con sommo amore
e quotidiana assiduità di vigilare sulla sposa e la divina prole; procurò di
acquistare col suo lavoro le cose necessarie al sostentamento e al vestito di
entrambi; salvò le loro vite dal pericolo sorto a causa dell'invidia del re
cercando rifugio per la loro sicurezza; nei disagi del viaggio e le amarezze
dell'esilio fu il compagno costante, l'aiuto, il consolatore della Vergine e
di Gesù.
"Però
la casa divina che Giuseppe governò con potestà paterna conteneva i principi
della Chiesa nascente. La Vergine SS.ma essendo Madre di Gesù Cristo, diventa
Madre di tutti i cristiani, che generò sul monte Calvario tra i supremi
tormenti del Redentore. Gesù Cristo è il primogenito dei cristiani che sono
per adozione e redenzione suoi fratelli. Ne deriva, quindi, che il Patriarca
senta come affidata a sè, per una certa singolare ragione, tutta la moltitudine
dei cristiani di cui consta la Chiesa, cioè, quella innumerevole famiglia,
diffusa in tutte le terre, sulla quale gode quasi di autorità paterna perché
è sposo di Maria e padre di Gesù Cristo. Conviene, ed è sommamente
onorifico per Giuseppe, che come in altri tempi ebbe santamente cura della
famiglia di Nazareth in tutte le sue necessità, così ora difenda e protegga
con celeste patrocinio la Chiesa di Cristo".
Paolo
VI ribadisce l'argomento di Leone XIII sintetizzandolo così: Giuseppe "è
stato... il protettore di Gesù. E la Chiesa, nella sua sapienza, ha concluso:
se è stato il protettore del corpo, della vita fisica e storica di Cristo, in
Cielo Giuseppe sarà certamente il protettore del Corpo Mistico di Cristo: cioè
della Chiesa".
San
Giuseppe non ha deluso le aspettative della Chiesa: ha costantememnte esercitato
con efficacia questo suo ufficio.
Non
mancherà di esercitarlo ancora, specie per affrettare la tanta auspicata
unione dei cristiani, infranta dallo scisma e dall'eresia.
Lui,
che seppe guidare la Sacra Famiglia con perfetto spirito d'intesa, contribuirà
a stabilire lo stesso spirito tra i cattolici e i fratelli separati, aiutando
gli uni e gli altri a essere più concilianti, più caritatevoli, a dimenticare
gli errori e le incomprensioni del passato, ad aprire, senza condizionamenti,
con sincerità e docilità, il cuore e l'anima a Cristo, che nel discorso
dell'ultima Cena pregò, rivolto al Padre: "Non prego soltanto per
questi, ma anche per quelli che crederanno in me, mediante la loro parola,
affinché tutti siano una sola cosa; come Tu, Padre, sei in me e io in te,
anch'essi siano una sola cosa in noi...".
Il
culto può considerarsi sotto diversi aspetti che comportano varie divisioni.
D'ordinario
vengono segnalate quattro classi cultuali: la latria, la dulia, l'iperdulia,
la protodulia.
Il
culto di latria è chiamato anche di adorazione e spetta solo a Dio; il culto di
dulia, detto comunemente di venerazione, è dovuto agli Angeli e ai Santi; il
culto di iperdulia è una venerazione superiore, che viene tributata unicamente
alla Beata Vergine; il culto di protodulia consiste anch'esso nella
venerazione, è una sua specie, ed equivale a somma dulia.
Quest'ultimo
spetta a san Giuseppe, come dice, tra gli altri, Cornelio a Lapide:
"Dobbiamo a Cristo un culto di adorazione o di latria; alla Beata Vergine
di iperdulia; a S. Giuseppe di somma dulia".
Lo
afferma anche il card. Gotti, indicandone la ragione: "Confesso che a S.
Giuseppe è dovuto un culto inferiore a quello di Cristo, che è di latria, e a
quello di Maria, alla quale si tributa un culto di iperdulia. Gli spetta però
un culto di somma dulia su tutti gli altri. Il culto è la testimonianza
dell'onore e dell'eccellenza di una persona. La grandezza di S. Giuseppe è la
maggiore dopo quella di Cristo e di Maria".
La
Chiesa conferma che a san Giuseppe è dovuta questa specie di culto. Infatti,
Pio IX, nel decreto Quemadmodum Deus, dichiara: "Per la sublime dignità,
che Dio concesse a questo fedelissimo suo servo, la Chiesa onorò sempre S.
Giuseppe, dopo la sua sposa, la Vergine Madre di Dio, con sommo onore e lode e
ne implorò l'aiuto nelle più urgenti necessità".
Lo
stesso Pontefice, nella Lettera Apostolica Inclytum Patriarcam, ribadisce che
la Chiesa onora san Giuseppe con culto amplissimo e lo venera con ardente devozione
e pietà.
Il
culto privato, cioè la devozione dei fedeli verso san Giuseppe, ebbe inizio fin
dai primi secoli della Chiesa. Non si può dire altrettanto del culto pubblico,
ossia ufficiale, approvato e promosso dalla Chiesa.
Oggi,
tuttavia, sia l'uno che l'altro hanno raggiunto un livello consolante.
Il
culto giuseppino è destinato a conseguire nuove mète.
Se
di Maria si dice "nunquam satis", di Giuseppe, "nondum
satis".
Ci
è gradito riportare, a questo riguardo, le famose parole di Isolano: "Lo
Spirito Santo rion cesserà di muovere i cuori dei fedeli fino a tanto che, per
tutta la Chiesa militante, non sarà onorato il divino Giuseppe con una nuova e
crescente devozione, non saranno edificati monasteri e innalzate chiese in suo
onore, non saranno celebrate da tutti le sue feste, non gli saranno offerti
voti".
Entriamo
anche noi nelle schiere dei devoti di san Giuseppe. Se già ci siamo,
rinverdiamo la nostra devozione a lui, impegnandoci a venerarlo, invocarlo,
amarlo sempre più.
Per
conseguire queste mète occorre conoscere più profondamente la sua vita, i
diversi aspetti della sua anima, il ruolo da lui svolto e che ancora svolge
nella storia della salvezza, il significato della sua santità per la nostra
vita di cristiani e cattolici.
Quanto
più profonda sarà la conoscenza di questo Santo, tanto più grande sarà la
venerazione, l'invocazione e l'amore a lui.
Da
questo nascerà, indubbiamente, l'imitazione: colui, infatti, che stima e ama
una persona tende necessariamente a esserle simile.
Una
volta arricchiti dei beni che si ricevono dal culto giuseppino, rendiamo
partecipi anche gli altri di tale ricchezza, col far conoscere a tutti la
singolare figura di questo personaggio, la cui esistenza fu la copia più perfetta
della vita di Gesù e di Maria, dalle labbra dei quali egli ascoltava con
ineffabile gioia i dolci nomi rispettivamente di padre e di sposo.
La
Liturgia è, secondo l'etimolgia della parola, "opera del popolo"
(Parsch).
In
altri termini è l'opera di tutti i chiamati a far parte della "Comunità
dei Santi", di tutti gli adunati nel tempio della Chiesa di Dio.
La
voce e l'azione di tutti diventa voce e azione di uno solo: Cristo.
In
ogni azione liturgica collaborano Gesù Cristo e l'uomo e continuano l'opera
della Redenzione. "Giustamente perciò - insegna il Concilio Vaticano II
- la Liturgia è ritenuta come l'esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo;
in essa, per mezzo di segni sensibili, viene significata in modo ad essi
proprio, realizzata la santificazione dell'uomo, e viene esercitato dal Corpo
Mistico di Gesù Cristo, cioè dal Capo e dalle sue membra, il culto pubblico
integrale".
Risulta
evidente, pertanto, la superiorità del culto liturgico su quello privato:
"Perciò - dichiara lo stesso testo conciliare - ogni celebrazione
liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo Corpo, che è la
Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun'altra azione della Chiesa, allo
stesso titolo e allo stesso grado, ne uguaglia l'efficacia".
Di
qui l'invito a dare la preferenza al culto liturgico di san Giuseppe, senza,
tuttavia, trascurare quello privato, che possiamo esercitare tutti i giorni.
Il
culto pubblico giuseppino, come già indicato, non ebbe inizio subito. Sorse
prima in Oriente nel II secolo, anche se si registrano testimonianze più sicure
nei secoli IV eV.
Nella
Chiesa Latina nacque più tardi, a partire dal IX secolo, e si propagò in tutta
l'Europa nel XV secolo.
Nei
secoli XIX e XX ha avuto notevole incremento. Nel ciclo dell'Anno Liturgico la
Chiesa pone due celebrazioni giuseppine: il 19 marzo, la solennità di san
Giuseppe sposo della beata Vergine Maria; il 1° maggio, la memoria di san
Giuseppe Lavoratore.
Come
celebrare queste feste?
Occorre
cogliere lo spirito della Chiesa, seguirlo con piena disponibilità e apertura
d'animo, apprendere gl'insegnamenti che ci vengono impartiti.
In
definitiva, la Chiesa intende istruirci sulle verità da lei professate riguardo
alla figura di san Giuseppe; spronarci alla pratica delle virtù esercitate dal
Santo;.esortarci ad amarlo e invocarlo.
Fermiamo,
a questo proposito, la riflessione anzitutto sullo schema della Messa del 19
marzo, per rilevarvi alcune indicazioni sulle tre riferite finalità.
"La
missione di san Giuseppe presso Gesù e Maria è esposta chiaramente nel
Prefazio della Messa: Giuseppe è l'uomo giusto (Mt. 1,19), sposo della Vergine
Maria, il servo saggio e fedele, custode della santa Famiglia per custodire come
padre il Figlio di Dio. La preghiera iniziale enunzia felicemente il mistero
racchiuso in questi suoi vari compiti: Dio ha affidato gli inizi della nostra
redenzione alla custodia premurosa di san Giuseppe. Il Signore ha voluto che
san Giuseppe continui nella Chiesa, corpo di Cristo, il compito che aveva
assunto, consacrandosi interamente al servizio del Figlio di Dio. Come Maria,
Madre di Gesù e Madre della Chiesa, così anche san Giuseppe, custode di Gesù,
è protettore della Chiesa".
La
Liturgia della Parola comprende tre letture: un brano tratto dal secdndo libro
di Samuele, un altro dalla lettera di san Paolo ai Romani e un passo del
Vangelo.
La
prima lettura "annunzia che il Messia sarebbe stato Figlio di Davide. Gesù
è figlio di Davide perché Giuseppe, che era discendente di Davide, prese come
sposa una giovane della sua parentela, in conformità con la legge".
Il
brano della Lettera di san Paolo ai Romani "suggerisce di considerare la
fede di Giuseppe alla luce della fede di Abramo, padre di tutti i
credenti".
La
lettura del Vangelo si può scegliere tra due passi: uno di Matteo, che narra
l'annunzio dell'Incarnazione a san Giuseppe; l'altro di Luca, che racconta il
ritrovamento di Gesù nel tempio.
La
preghiera sulle offerte è rivolta al Signore per impetrare "la stessa
fedeltà e purezza di cuore, che animò san Giuseppe nel servire" il Figlio
unico di Dio, "nato dalla Vergine Maria".
Nella
Messa di san Giuseppe Lavoratore si colgono la dignità e la preziosità del
lavoro compiuto nel nome del Signore, come fece san Giuseppe.
La
prima lettura, presa dalla Lettera di san Paolo ai Colossesi, esorta a lavorare
e a compiere ogni azione con questo spirito.
L'invito
viene ribadito nell'antifona alla Comunione, con riferimento alle parole della
stessa Lettera paolina: "Tutto ciò che fate con le parole e opere, tutto
si compia nel nome del Signore, in rendimento di grazie a Dio".
Col
salmo responsoriale supplichiamo il Signore, perché benedica "l'opera
delle nostre mani".
Con
la colletta si chiede a Dio, il quale nella sua Provvidenza ha chiamato
"l'uomo a cooperare con il lavoro al disegno della creazione", di
concedere, "per l'intercessione e l'esempio di san Giuseppe", di
renderci "fedeli alle responsabilità" che ci affida, e di ricevere
"la ricompensa" promessa.
Mai,
forse, come oggi abbiamo bisogno di incarnare gli esempi e gl'insegnamenti, che
la Liturgia giuseppina ci presenta, se vogliamo che l'odierna società diventi
davvero più umana e cristiana.
1°
O sposo purissimo di Maria Vergine, glorioso S. Giuseppe, che tanto dolore
provasti nel dubbio di dover abbandonare la tua castissima Sposa e un'immensa
gioia ricevesti quando l'Angelo ti rivelò il mistero della divina Incarnazione,
io ti prego umilmente, per questo tuo dolore e per questa tua gioia, di
consolarmi nelle sofferenze della vita e nei dolori dell'estrema agonia, con la
tranquillità di una buona vita e di una santa morte, a somiglianza della tua
vita trascorsa tra Gesú e Maria. Pater - Ave - Gloria.
2°
O glorioso Patriarca S. Giuseppe, che fosti scelto da Dio per essere il custode
dei due tesori più grandi: Gesù e Maria; che con grande gioia obbedisti
all'imperatore Cesare Augusto, per fare la volontà di Dio, e un grande dolore
provasti quando i Betlemmiti rifiutarono ospitalità alla tua Santissima Sposa e
al Redentore che stava per nascere; per questa gioia e per questo dolore,
aiutami a vedere in tutto quello che Dio permette nella mia vita la sua
adorabile volontà, per meritare le sue grazie e benedizioni. Pater - Ave -
Gloria.
3°
O felice Padre Putativo del Verbo Incarnato, che tanto soffristi nel vedere il
Figlio di Dio nascere nella piú squallida povertà e un gran giubilo
provasti'nell'udire cantare le angeliche schiere sulla grotta di Betlemme; per
questo tuo dolore e per questa tua gioia aiutami a staccare il cuore da tutti
i beni terreni, per cercare solo quelli celesti e meritare così un'eterna
ricompensa nel cielo. Pater - Ave - Gloria.
4°
O fedelissimo esecutore delle leggi e dei disegni di Dio, che tanta pena
provasti quando vedesti il Sangue prezioso sparso dal Dio Bambino nella dolorosa
circoncinsione e una grande gioia godesti quando gli fu imposto il nome di Gesú,
che vuol dire il Salvatore del mondo; per questa pena e per questa tua gioia,
aiutami a mortificare le passioni in vita, perché possa vivere portando sempre
nel cuore e sulle labbra il nome santissimo di Gesú, mio Redentore. Pater -
Ave - Gloria.
5°
O castissimo Santo, che avesti da Dio la rivelazione dei misteri della nostra
Redenzione, per la profezia del vecchio Simeone, che trapassò anche a te il
cuore, ma diede pure un immenso gaudio, perché causa della nostra salvezza,
insegnami, per tanto dolore e sí grande gioia, ad accettare dalle mani di Dio
le pene e le croci della vita, per meritare di'essere un giorno coronato di
gloria con te in cielo. Pater - Ave - Gloria.
6°
O vigile Custode della Divina Famiglia, che tanta sofferenza provasti quando
notte tempo fosti costretto a fuggire con Gesú e Maria in Egitto, per sottrarre
il divin Pargolo alla strage dell'empio Erode e una viva gioia gustasti nel
portare agli idolatri d'Egitto il Salvatore del mondo, impetrami dal Signore,
per questa tua pena e gioia, una volontà forte e generosa per fuggire prontamente
il peccato e le occasioni che al male trascinano, perché possa vivere e morire
nella grazia di Dio. Pater - Ave - Gloria.
7°
O fortissimo Santo, che ancora una volta, obbedendo all'Angelo riportasti Gesú
e Maria in Palestina, soffrendo per il lungo viaggio e insieme godendo di
ritornare all'umile dimora di Nazareth, per questo dolore e per questa tua
gioia, sgombra dal nostro cuore ogni terrena preoccupazione e fa' che pienamente
confidando in Dio, possiamo godere la pace della coscienza, vivere e morire
strettamente uniti a Gesú e Maria. Pater - Ave - Gloria.
8°
O specchio di ogni virtú, glorioso S. Giuseppe, che perdesti il fanciullo Gesú
e godesti una gioia infinita quando, dopo tre giorni di affannose ricerche, lo
trovasti che disputava nel tempio, per questo grande dolore e gioia profonda,
ottienimi la grazia di non perdere mai Gesú con il peccato mortale e, se avessi
la somma sventura di cadervi, aiutami a ritrovarlo con la stessa premura con
la quale tu lo cercasti, assieme alla tua Santissima Sposa. Pater - Ave -
Gloria.
9°
O fortunato S. Giuseppe, che avesti il privilegio di vivere l'intera vita tra
Gesú e Maria e spirare l'anima beata tra le loro santissime braccia, per il
dolore che provasti in morte nel lasciarli soli al mondo e la gioia che accompagnò
il tuo transito accanto a loro, concedi anche a me per questa pena e immensa
gioia, di averti accanto al mio capezzale di morte e confortato dalla presenza
di Gesú e Maria possa volare subito con te alla felicità del Paradiso. Amen! Pater
- Ave - Gloria.
Preghiera
per la "buona morte"
Gloriosissimo San Giuseppe, fortunato Sposo di Maria, voi che meritaste di essere fatto Custode del Salvatore del mondo, Gesú Cristo, e abbracciandolo teneramente, godeste anticipato il Paradiso, deh! ottenetemi dal Signore un intero perdono dei miei peccati, la grazia d'imitare le vostre virtú, affinché io cammini sempre per la via che conduce al cielo.
Siccome
voi meritaste di avere Gesú e Maria attorno al vostro letto in punto di morte e
tra le loro braccia dolcemente spiraste l'anima beata, vi prego di volermi
difendere dai nemici dell'anima mia in quell'ultimo punto di mia vita; di modo
che, consolato dalla dolce speranza di volare con voi a possedere l'eterna
gloria in Paradiso, io spiri pronunciando i Santissimi Nomi di Gesú, Giuseppe e
di Maria. Amen!
Signore,
pietà.
Cristo,
pietà.
Cristo,
ascoltaci.
Cristo
esaudiscici.
Padre
celeste, Dio, abbi pietà di noi.
Figlio,
Redentore del mondo, Dio, Spirito Santo, Dio, abbi pietà di noi.
Santa
Trinità, unico Dio, abbi pietà di noi.
Santa
Maria, prega per noi.
San
Giuseppe, prega per noi.
Illustre
figlio di Davide, prega per noi.
Splendore
dei Patriarchi, prega per noi.
Sposo
della Madre di Dio, prega per noi.
Custode
purissimo della Vergine, prega per noi.
Tu
che hai nutrito il Figlio di Dio, prega per noi.
Tu
che hai difeso Cristo Gesù, prega per noi.
Tu
che hai guidato la Sacra Famiglia, prega per noi.
Giuseppe
giustissimo, prega per noi.
Giuseppe
castissimo, prega per noi.
Giuseppe
prudentissimo, prega per noi.
Giuseppe
fortissimo, prega per noi.
Giuseppe
obbedientissimo, prega per noi.
Giuseppe
fedelissimo, prega per noi.
Esempio
luminoso di pazienza, prega per noi.
Amante
della povertà, prega per noi.
Modello
dei lavoratori, prega per noi.
Decoro
della vita domestica, prega per noi.
Custode
dei vergini, prega per noi.
Sostegno
delle famiglie, prega per noi.
Conforto
dei miseri, prega per noi.
Speranza
dei malati, prega per noi.
Patrono
dei morenti, prega per noi.
Terrore
dei demoni, prega per noi.
Protettore
della Santa Chiesa, prega per noi.
Agnello
di Dio, che togli i peccati del mondo, perdonaci, o Signore.
Agnello
di Dio, che togli i peccati del mondo, esaudiscici, o Signore.
Agnello
di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi.
V.
Lo costituì signore della sua casa.
R.
E principe di tutti i suoi beni.
PREGHIAMO
O Dio, che con ineffabile
provvidenza ti degnasti di eleggere il beato Giuseppe a sposo della tua
Santissima Madre, concedi che, come lo veneriamo protettore in terra, così
meritiamo d'averlo intercessore nei cieli. Tu che vivi e regni nei secoli dei
secoli. Amen.
A
te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione, ricorriamo e fiduciosi
invochiamo il tuo patrocinio dopo quello della tua Santissima Sposa.
Per
quel sacro vincolo di carità che ti strinse all'Immacolata Vergine Madre di
Dio, e per l'amore paterno che portasti al fanciullo Gesù, riguarda, te ne
preghiamo, con occhio benigno la cara eredità che Gesù Cristo acquistò con il
suo Sangue e con il tuo potere ed aiuto sovvieni ai nostri bisogni.
Proteggi,
o provvido Custode della Divina Famiglia, l'eletta prole di Gesù Cristo;
allontana da noi, o Padre amatissimo, la peste di errori e di vizi che ammorba
il mondo; ci assisti propizio dal cielo in questa lotta con il potere delle
tenebre, o nostro fortissimo protettore; e come un tempo salvasti dalla morte la
minacciata vita del pargoletto Gesù, così ora difendi la santa Chiesa di Dio
dalle ostili insidie e da ogni avversità; e stendi sopra ciascuno di noi il
tuo patrocinio, affinchè a tuo esempio e mediante il tuo soccorso, possiamo
virtuosamente vivere, piamente morire e conseguire l'eterna beatitudine in cielo.
Amen!