FRATEL
VITTORINO
PROFETA
DELLA SPERANZA SULLE ORME DI DON CALABRIA
Prefazione
Eravamo
nella cappella dell'antica chiesa di San Giacomo con i sacerdoti del Vicariato
di San Bonifacio per un ritiro spirituale.
Mangiavamo
con i religiosi dell'Opera di Don Calabria. Per caso mi trovai seduto a pranzo
vicino a fratel Vittorino.
Mi
spiego che non era un sacerdote, ma un fratello laico, che aveva fatto solo la
terza elementare, ma che era diventato il figlio prediletto di don Calabria ...
Poi
continuo la sua presentazione raccontandomi che ora viveva nella casetta vicino
alla portineria, all'inizio della salita che conduce alla casa di San Giacomo, e
qui riceveva ogni giorno dalle 20 alle 30 persone che gli volevano parlare dei
1oro problemi e aspettavano un suo consiglio.
"Venga
a vedere se non ci crede ... " concluse lo straordinario fratello.
Cosi
una mattina decido di presentarmi anch'io a San Giacomo di Vago (Verona). Si sta
celebrando e fratel Vittorino in veste bianca legge le letture della Messa.
Dopo
la Comunione, espone il Santissimo Sacramento come se si trattasse di una delle
grandi solennità dell'anno liturgico celebrate dalla Chiesa. Lo incensa e di
seguito, in processione, scende alcune scalette per accedere nella stanza di
sotto dove indirizza l'incenso verso le statue della Madonna, di San Giuseppe e
di San Michele Arcangelo. Infine passa ad incensare tutti i presenti dicendo:
"Anche a voi desidero farlo perchè avendo ricevuto il SS. Sacramento siete
diventati la Casa di Dio ... ". In me quelle Parole, quel profumo e quelle
azioni così fervorose producono una strana impressione: mi sembra di essere gia
lassù nella Casa di Dio ... Un canto e poi si passa nell'ampio corridoio dove
riceviamo il biglietto numerato per poter essere ricevuti dal fratello.
Chi
entra nello studio prega, riceve consigli, a volte e rimandato a pregare dinanzi
a Gesù Eucarestia ed alla Madonna, infine e benedetto con il crocifisso di don
Calabria. In ogni modo tutti escono confortati.
Quando
arriva il mio turno il religioso mi confida di avere un gran male di testa perché
deve sentire in continuazione sposi che si vogliono lasciare, fratelli e sorelle
che sono gravemente ammalati, persone che non sanno perdonare, gente sola con
forti bisogni spirituali o poveri che chiedono aiuto.
Mi
guardo attorno: scorgo su di un tavolo posto al centro della stanza la statua
del Santo Bambino di Praga, una vetrinetta con dei libri, una scrivania, una
sedia, i ritratti del fondatore dell'Opera, di padre Pio e di padre Leopoldo e
una borsa da donna, marrone scuro, che fratel Vittorino, nonostante qualcuno gli
facesse notare spesso l'incongruenza, continuava ad usare perché
"pratica e piena di tasche".
"Con
te voglio prendermi un momento di tranquillità" mi dice. si alza, va in un
angolo e apre la porticina di una gabbia. Torna a sedersi e da lontano ordina al
canarino di uscire ed appoggiarsi sulla sua spalla.
L'animale
ubbidiente esegue le richieste del padrone. Vittorino poi gli ordina di saltare
sopra un dito della sua mano ed il canarino non si fa attendere. Infine avvicina
l'animaletto alla sua guancia e si fa dare un "bacino".
Sono
esterrefatto per quello che vedo e penso a ciò che lo straordinario uomo mi ha
raccontato il giorno prima e che ho appena visto durante la celebrazione della
Messa.
Allora
ricordo la frase evangelica: "se non sarete come bambini non entrerete nel
regno dei Cieli".
A
Dio piace giocare con i puri di cuore. Fratel
Vittorino da alcuni era considerato un grande dello spirito, da altri un
superficiale ed un sempliciotto. Da alcuni era venerato come un santo
carismatico, da altri deriso e canzonato come un pagliaccio.
Egli
semplicemente si e sempre definito il "burattino ", il
"fazzoletto" del Signore, dimostrando di non approfittare dei doni
carismatici che gli erano concessi, ma di metterli a disposizione della comunità
per amore di Dio. Quando Gesù invitava ad essere bambini, intendeva proprio
parlare dell'umiltà, che genera serenità e pace.
Forse
non e facile, ma a volte fissando alcune persone nel profondo degli occhi, pare
vedere dei bambini, tanto e chiaro lo splendore del loro cuore. Cuore
disponibile all'amore, che solo rende grandi nella carità e maestri di vita.
Il
Papa che abbraccia e accarezza i piccoli intenerisce e mostra il suo cuore
bambino. Se davvero diventassimo tutti così il mondo sarebbe un giardino di
fraternità.
Allora
io non seppi cosa pensare di quel religioso, ma mi resi conto che chi lo
denigrava stava sbagliando.
Solo
dopo la sua morte, con la ricerca da me effettuata su numerosi documenti scritti
e ascoltando infinite testimonianze verbali, ho cominciato ad avvicinarmi alla
profonda realtà di questo mistico adoratore dell'Eucarestia, continuatore dello
spirito e delle opere del suo grande maestro don Calabria, profeta della
speranza evangelica.
Egli,
infatti, cercò di aiutare gli uomini e le donne del suo tempo ad accostare Gesù
Cristo, la strada che conduce a Dio, ad invocarlo con il nome di Padre. E' lui
il Vangelo che inaugura un modo di vivere realmente gradito agli occhi di Dio,
perchè animato dalla carità che sa spingersi fino al dono di sè.
Poter
annunciare Gesù Cristo oggi significa partecipare, in modo diretto e carichi di
parole di speranza, al dramma più grande che l'umanità sta vivendo: decidere
se chiudersi nel cerchio impenetrabile dell'autosufficienza, nei limiti
soffocanti di un'esistenza tutta racchiusa entro gli orizzonti del tempo e
nell'illusione di affidarsi solo alle cose, oppure se aprirsi alla ricerca del
volto del Dio vivo.
Farsi
predicatori della Parola, che è Gesù Cristo, significa vivere da protagonisti
il senso più profondo della storia degli uomini. Siamo chiamati a condividere
la storia del nostro tempo per aiutare a illuminare il cammino dei fratelli, così
che sappiano scorgere la direzione giusta, per confrontare la ricerca e
riaccendere la speranza di chi e stanco o s'è fermato,
Sembra
questa la descrizione dell'opera svolta da fratel Vittorino nella sua preziosa
esistenza in un sublime intreccio tra tempo presente ed eterno, tra spazio ed
infinito.
Al lettore chiedo di non esprimere un giudizio affrettato, di leggere con attenzione le testimonianze ed i fatti riportati in questo libro e solo alla fine di giudicare se veramente Dio ha operato in lui e per mezzo di lui.
L'Autore
Mons.
Fausto Rossi
1.
E'
MORTO UN SANTO
Martedì
23 dicembre 1997.
"A
Natale prendevi in mano la statuetta di Gesù e la stringevi al petto. Questa
volta sarà Lui ad abbracciarti e da lassù tu continuerai a distribuire
caramelle spirituali".
Le
parole di P. Waldemar Longo, Superiore Generale dei Poveri Servi della Divina
Provvidenza (Opera don Calabria),
sono applaudite a lungo dalla folla che vuole dare l'ultimo saluto a fratel
Vittorino Faccia, deceduto sabato 20 dicembre 1997 per i postumi di un incidente
stradale.
Sul
portoncino d'ingresso dell'Oasi di San Giacomo c'e un cartello scritto a mano:
"Fratel Vittorino è in Cielo".
Il
giorno precedente la salma era stata esposta dalle 16 alle 21 in una camera
ardente allestita nella casa madre dell'istituto don Calabria a San Zeno in
Monte con un continuo afflusso di fedeli: tantissima gente di diversa estrazione
sociale, e, tra i tanti, anche alcuni personaggi ragguardevoli della città di
Verona.
Oggi
la nuova chiesa parrocchiale di Vago di Lavagno (VR), appena costruita grazie
anche all'aiuto di fratel Vittorino, e stracolma di oltre mille persone. Fuori
sono almeno 500 quelli che non riuscendo ad entrare assistono alla funzione
funebre grazie agli altoparlanti. Sono venuti da ogni dove. Una signora in
gravidanza e arrivata appositamente dalla Svizzera. Mescolasti insieme ci sono
imprenditori, povera gente, illustri personalità, tantissimi giovani. E' uno
spaccato reale di chi si rivolgeva a lui nel piccolo ufficio presso l'Oasi di
San Giacomo.
Ha
ricordato durante l'omelia P. Waldemar:
"Fratel
Vittorino riceveva il povero e il ricco con la stessa semplicità. Aveva il dono
del discernimento anche in campo economico e benchè avesse conseguito solo la
terza elementare, riusciva a dare il consiglio giusto a chiunque. Non aveva
orari. Usciva anche di notte per portare una parola di conforto ai sofferenti
nelle case o negli ospedali. Con il suo vocione riusciva davvero a trasmettere
tutta la ricchezza che aveva dentro".
Qualcuno
si asciuga gli occhi velati di lacrime, altri sorridono con affetto quando
fratel Vittorino viene definito "pronto all' obbedienza ma anche ad una -
santa - disobbedienza per donare agli altri il carisma che aveva ricevuto in
dono".
Quel
carisma lo aveva portato ad essere insostituibile punto di riferimento per
migliaia di famiglie della provincia e fuori.
Amava
in maniera particolare i giovani. Pensava sempre nuove iniziative formative per
loro.
Padre
Longo, che ha officiato la Messa insieme ai vescovi Andrea Veggio e Maffeo
Ducoli, ha ricordato il legame con don Calabria, passando dal periodo in cui,
presi i voti da laico, Vittorino preparava il pane per i Poveri Servi, fino alla
nascita del centro San Giacomo di cui divenne prima economo e poi superiore.
"Aveva
quattro passioni - precisa il padre generale - che lo hanno accompagnato per
tutta la vita: la vocazione eucaristica, la devozione a Maria, l'imitazione di
Giovanni Calabria, la consolazione delle persone, soprattutto poveri e ammalati.
Chi
gli rimaneva a contatto ne ricavava una sensazione di serenità perchè dentro
aveva la gioia. Si definiva ignorante, ma i suoi pensieri, le sue massime, sono
vere e proprie sintesi teologiche ...
Con
Gesù aveva una confidenza particolare che a volte rasentava, per chi non lo
conosceva, l'ingenuità. Parlava con l'Eucarestia come si parla con un amico ...
".
Infine
un monito: "Qualcuno di voi mi ha chiesto se tutto quello che Vittorino ha
creato continuerà. Io rispondo che avere dei dubbi in proposito significa non
avere capito nulla. Lui si definiva un semplice burattino, perchè protagonista
di ogni colloquio è il Signore, che resta sempre in mezzo a noi".
Quando
esce il feretro al termine della cerimonia, mille mani si protendono per
l'ultimo gesto di affetto. Poi il carro funebre s'inerpica verso l'Oasi passando
proprio per la strada dove l'incidente automobilistico gli ha stroncato
l'esistenza.
Finalmente
a soli cento metri di distanza da quella che chiamano la chiesa alta, fratel
Vittorino, con intorno un cordone ancora fittissimo di amici e fedeli, viene
sepolto nella cripta insieme ad alcuni benefattori dell'Opera.
Il
parco dell'Oasi e immerso nel profumo bagnato degli alberi, i cui rami scendono
a toccare l'erba del prato. Due roselline rosse resistono avvinghiate ad un
lampione.
Nel
vischioso mattino sale dalla pianura il muggito sordo, costante, dell'
autostrada che l'alta siepe di cipressi non riesce a schermare. I banani dormono
fasciati nel cellophane. La piccola Africa dell'Oasi e immersa nel letargo
invernale.
Molti
sono convinti che "il fratello" (com'era amichevolmente chiamato)
fosse a conoscenza del suo destino.
Anna
Maria Gaspari racconta: " ... mi ero stupita quando, pochi giorni fa, disse
che mi aveva affidato nei suoi pensieri ad un altro religioso. - Non posso fare
più nulla per te - ha aggiunto -, ma poi ti butterò giù le caramelle -.
Adesso ho capito che sapeva gia tutto".
I
presenti parlano anche di miracoli, di persone gravemente ammalate guarite dopo
avergli parlato e c'e anche chi riferisce di quella volta che il fratello fece
mettere acqua di ruscello nel serbatoio del camion rimasto senza gasolio e se ne
tornò a casa col motore rombante. Si perdono i confini tra realtà e
venerazione per una figura che ha lasciato in tutti coloro che l'hanno
conosciuto un ricordo indelebile.
Bruno
Bersan, barbiere in pensione, ricorda il giorno in cui lo conobbe: "Era
l'inverno del 1963, aveva aperto da poco il centro San Giacomo. Mi si presentò
dicendo che non aveva i soldi per pagarmi il taglio dei capelli, ma che si
sarebbe sdebitato in un altro modo. E infatti venne diverse volte di mattina,
prima della Messa, per accendermi la vecchia stufa, mentre io mi preparavo per
le prime rasature. La sua disponibilità non conosceva limiti".
All'Oasi,
nei giorni successivi, si respira il clima di una serena mestizia. Nel
raccoglimento della splendida chiesa, voluta da fratel Vittorino come
"Tempio dell'Eucarestia", si prega guardando la notte di quel soffitto
- cielo illuminato di stelle, sicuri di averne ora una in più che ci osserva e
ci protegge.
2.
L'INFANZIA
Vittorino Faccia nacque a Conselve (PD) il 6 settembre 1917 da Luigi e Geltrude Berto, nono di 19 figli: Stefano, Maria (ora deceduta), Agnese (deceduta), Lorenzo, Elena (deceduta), Elena, Carlo (deceduto), Luigia, il nostro Vittorino (deceduto), Guerrino (deceduto), Giuseppe, Luigi (deceduto), Luigi (deceduto), Giovanni, Imelda (che ora e suor Paola, Superiora a Gravina di Puglia, nel convento di clausura delle Carmelitane scalze), Antonietta (suor Geltrude, che vive a Recanati in una casa di riposo per religiose presso il convento del Sacro Cuore), Benito, Gabriella (deceduta), Paolo (detto Paolino, il più giovane).
Papà
Luigi lavorava in ferrovia e nel tempo libero faceva il contadino. Teneva una
casa e cinque campi affittati dalla Curia di Padova.
Spesso
chiedeva la proroga del dovuto pagamento a don Vito, il coadiutore del parroco.
Questi lo capiva e cercava di aiutarlo in tutti i modi.
Luigi
poi comincio a fare il muratore diventando in breve un piccolo impresario edile.
Quello che pero gli aprì veramente la strada alla tranquillità economica fu il
lavoro di mediatore di vini. Pian piano si costruì una cantina e divenne
commerciante. Avendo l'abbonamento gratis sul treno, si recava in tutti i
mercati d'Italia. Non si fermava mai nella città per dormire, ma approfittava
del viaggio in treno per riposarsi. Così dopo un mese di lontananza da casa
tornava con numerosi ordini da moltissime città.
La
mamma Geltrude, sposata molto giovane a 17 anni, si trovava spesso sola a
condurre la famiglia.
Tutti
le volevano bene, anche i vicini si recavano da lei per consigli e, nonostante
la povertà, aiutava i più poveri. Non mandava mai via nessuno senza un piatto
di minestra. Diceva che se avesse potuto costruirsi una casa nuova avrebbe
voluto che dalla cucina si potessero vedere tutte le camere per controllare la
situazione di ogni figlio. Era molto religiosa, da giovane insegnava il
catechismo in parrocchia.
Il
giorno della nascita di Vittorino il padre piantò numerosi alberi da frutto in
giardino, com'era solito fare ad ogni evento, perchè i figli per lui erano come
gli alberi che crescendo danno lo stupore e la ricchezza dei frutti.
La
madre con il suo ottimismo lo educò alla felicità. Il padre lo avviò al
rigore: "L'uomo per la parola, la bestia per la cavezza" soleva
ripetere. Infatti, quando si trovava a casa, egli al mattino svegliava tutti i
figli con un campanello e non tollerava ritardi nel presentarsi alla prima
colazione.
Vittorino
da piccolo desiderava molto giocare. Crescendo frequentò volentieri i padri
canossiani che avevano un oratorio aperto anche la domenica. Fece la Prima
Comunione a 6 anni e la Cresima subito dopo.
Gli
piacevano molto i fiori. Chiamava i fratelli minori i suoi "butini" e
costruiva per loro altalene e altri giochi per farli divertire.
Alla
stazione il papà aveva fatto
costruire un semplice bar in legno. Qui Vittorino, per contribuire all'economia
familiare, aiutava la sorella Maria a servire bibite e vino.
Il
ragazzo non faceva il chierichetto, ma frequentava regolarmente la Messa. La
sorella Agnese era molto religiosa, partecipava alla Celebrazione ogni giorno e
aiutava la mamma ad educare i figli minori. Da lei Vittorino imparo la recita
delle preghiere. Come don Calabria e come da una lunga tradizione appresa
ascoltando le vite dei santi, anche lui, nella casa colonica a due piani che
ospitava la grande famiglia, aveva costruito il suo piccolo altare per la
preghiera.
I
problemi veri scoppiarono quando comincio a frequentare la scuola elementare: in
prima venne bocciato due volte, in seconda tre e in terza altre due volte.
Finalmente venne licenziato dall'obbligo scolastico grazie ad una maestra che
volle fare un piacere alla madre. Il suo scarso rendimento non era dovuto a
disinteresse, ma ad un brutto difetto della vista, riconosciuto molti anni dopo,
che gl'impediva di distinguere nettamente segni e parole. Leggere e scrivere sarà
per lui una fatica che si trascinerà per tutta la vita.
Finito
il ciclo elementare entro a tempo pieno come cameriere nel bar della stazione di
Conselve gestito dalla sorella. Qui per quattro anni conobbe svariate persone,
tra cui molte che annegavano nel vino le fatiche del lavoro nei campi o le
delusioni della vita. Il ragazzo era molto tollerante nei loro confronti, solo
una cosa non sopportava: quando si lasciavano andare con un linguaggio scurrile
e offensivo verso i santi, la Madonna o Dio. Allora il suo carattere impulsivo e
focoso lo portava a sfogare la rabbia con gesti inconsulti come cacciare fuori
dal bar con la scopa gli avventori troppo loquaci.
Una
sera, gli parve di udire anche la sorella dire una parolaccia contro Dio. Si
arrabbiò a tal punto che rovescio il vassoio, scaravento per terra una vetrina
di dolci ed esclamo: "Basta, mi qua non voi più sentirghene, non ghe sto
più in mezzo a tute ste bestemmie" e fuggi in bicicletta verso San Zeno in
Monte (Verona) da suo zio Ignazio, fratello laico dell'Opera don Calabria.
Lo
zio, fratello di papà Luigi, si era sposato, ma alla nascita del primo figlio
gli era morta la moglie ed anche il bambino. L'arciprete di Conselve, molto
amico di don Calabria, gli chiese di consolare l'uomo colpito da una così
grande sciagura. Ignazio fu tanto affascinato dalla figura di questo semplice
prete che decise di seguirlo diventando uno dei primi Fratelli dell' Opera.
3.
STORIA
DELL' OPERA DI DIO
L'Opera
venne fondata da don Giovanni Calabria, un prete veronese di umili origini,
scelto da Dio per iniziare una nuova Congregazione religiosa che si sarebbe
propagata in tutto il mondo.
Giovanni
nacque a Verona 1'8 ottobre del 1873.
L'estrema
indigenza e la morte prematura del padre l'obbligarono due volte ad interrompere
gli studi per guadagnarsi il pane con lavori umilissimi. Proprio in essi si
manifesto il crescente zelo apostolico che convinse il rettore della chiesa di
San Lorenzo, don Pietro Scapini, che si trattava di un'autentica vocazione
sacerdotale. In tre anni egli stesso lo preparò agli esami d'ammissione al
Seminario Minore di Verona. Li supero e venne ammesso come esterno.
Più
tardi, durante il servizio militare, conobbe il p.Natale di Gesù O.C.D., che
Giovanni scelse come direttore spirituale. Questi scoperse in lui "un'anima
scelta da Dio con predilezione speciale per fondare un istituto appropriato ai
tempi attuali": una Congregazione di spirito evangelico di sacerdoti e
fratelli laici aventi pari dignità, "I Poveri Servi della Divina
Provvidenza" (1907). A questa si aggiunsero più tardi un ramo femminile di
religiose, le "Povere serve della Divina Provvidenza" e, dopo la morte
di don Calabria, la Sorelle Missionarie dei Poveri, oltre ad un ramo laico, la
"Famiglia dei Fratelli esterni", per vivere tutti la stessa
spiritualità della Congregazione nelle loro famiglie e nel lavoro.
Dopo
il servizio militare, durante il quale esercito un notevole apostolato
vocazionale e di carità, il giovane Giovanni continuo con gli studi teologici e
venne ordinato sacerdote nel 1901.
Nel
1907, poi, con l'aiuto finanziario dell'avvocato Francesco dei Conti Perez, che
più tardi gli si unirà come fratello, aprì la "Casa Buoni
Fanciulli" per bambini abbandonati, che sarebbe diventata la casa Madre
della Congregazione.
II
suo apostolato era assai vasto: bambini, anziani, giovani poveri, ma con
vocazione, che egli stesso istruiva, sacerdoti in difficoltà, carcerati,
cristiani dissidenti ed una moltitudine anonima di anime abbattute che egli
riceveva dalla mattina alla sera, anche fra continue sofferenze e malattie.
L'anima
di tutto e la sua vera grandezza furono l'impegno quotidiano di conoscere sempre
più la volontà di Dio, il suo amore appassionato a tale volontà, il perdersi
in essa ed il viverla ad ogni costo.
"O
santo o morto" era il suo proposito scritto in ogni pagina del diario.
Egli credette nel Vangelo in modo radicale e conformo la sua vita ad esso.
Don
Calabria terminò i suoi giorni terreni a Verona il 4 dicembre 1954, mentre le
due Congregazioni da lui fondate si estendevano, perpetuando il suo spirito, in
Uruguay, Brasile, Argentina, Paraguay, Colombia, Angola, Cile, Russia, India,
Filippine, Romania.
*
* *
Per
Vittorino la fuga notturna in bicicletta fu il primo segno di rottura col mondo:
il seme che Dio aveva posto nel suo cuore stava maturando.
Quella
pedalata durò da mezzanotte fino alle 7,30 e l'avrebbe ricordata per tutta la
vita: infatti fu allora che il Signore diede una svolta determinante al suo
futuro.
Egli
stava pedalando con tutta forza verso Dio. Quanti chilometri percorse in quelle
ore? Più di 100: arrivando da Conselve prima a Padova, poi a Vicenza ed infine
a Verona senza alcuna sosta nella notte buia della campagna veneta.
Raggiunse
la "terra santa e benedetta" di San Zeno in Monte in tempo per la
prima Messa e subito fu colpito dall'ordine, dalla pulizia dell'altare e
dall'abbondanza di fiori nella piccola chiesa. Commenterà più tardi: "Mi
piace l'ordine, perchè Dio è ordine".
*
* *
Ecco
il ricordo di Vittorino sul giornale della Congregazione:
"Quel
giorno non finiva mai. Continuavo a pedalare su e giù per le dolci colline che
dalla provincia di Padova portano a quella di Verona. Sono passati tanti anni,
cinquanta, sessanta quasi, eppure ricordo ancora la stanchezza e la paura quando
le ombre cominciavano ad allungarsi. C'era perciò qualcosa di misterioso che mi
spingeva ad andare avanti e a non voltarmi indietro. Era una forza più grande
della paura di fare brutti incontri o dell'incertezza di sapere se al mio arrivo
avrei trovato lo zio frate che avrebbe potuto aiutarmi.
Oggi,
ripensando a quel momento, comprendo che al mio fianco (come me affannato dal
gran pedalare) c'eri tu, angelo mio custode ...
Forse
allora non pronunciavo bene tutte le parole, ma io ti parlavo, ti raccontavo
ogni cosa e tu eri sempre lì a darmi coraggio, come hai continuato a fare fino
ad oggi. Non c'erano mai stati segreti fra noi e quando la mamma ci parlava di
te, io ho sempre creduto, ed ora lo posso confermare, di non essere mai stato
tradito da te ... ".
*
* *
Quella
mattina, però, lo zio Ignazio non c'era. Era stato trasferito al santuario di
Madonna di Campagna.
Lo
venne a sapere dal fratello Gigio e da altri religiosi che l'avevano accolto per
primi con amore.
Vittorino
riprese la sua bicicletta e corse al tempio della Madonna dove confidò
i suoi problemi allo zio, piangendo davanti all'immagine della Vergine.
Quelle
lacrime illuminarono lo zio Ignazio che suggerì al nipote di tornare a casa e
di scrivere una lettera a don Calabria poiché il padre in quel luglio non si
trovava a S. Zeno in Monte.
4.
PRIMA
LETTERA A DON CALABRIA
Visto
che don Calabria non c'era, Vittorino torna a Conselve per scrivere la prima
lettera della sua vita. Come Gesù al tempio, il ragazzo era scappato da casa
per due notti e tre giorni, ma i suoi genitori non rimasero turbati da quella
fuga perchè avevano intuito le sue intenzioni.
C’era
però un problema: Vittorino, a causa di forti emicranie, non poteva leggere, ne
tanto meno scrivere.
Con
grande semplicità il ragazzo a mezzogiorno si recò nella chiesa del suo paese
chiedendo un segno al Signore.
Nell'assoluto
silenzio prese la penna, la mise nella serratura del tabernacolo e avvenne un
fatto singolare: spontaneamente le parole gli uscirono e in breve poté riempire
un foglio intero.
Vittorino
non ricordò più ciò che lo Spirito Santo gli aveva dettato, ma il Signore lo
chiamava nell' Opera e volle rivelare la sua volontà attraverso don Calabria
che rispose prontamente così: "Vittorino,
tu cerchi la gioia e la felicità nel mondo, ma non la troverai. Vieni
nell'Opera del Signore! Ciao Vittorino, ti aspetto!"
Il
ragazzo ne parlò con i genitori. Il padre rispose: "Caro, coi lupi
s'impara ad ululare, con i santi s'impara ad amare. Se tu vai da don Calabria,
io ti do’ il consenso ben volentieri".
Sua
madre però aggiunse: "Pensaci almeno tre volte, e quando prenderai la
decisione che sia quella!".
Timoroso
d'imboccare una strada sbagliata, il ragazzo si rivolse anche a padre Leopoldo
Mandic, un frate con la fama di santità residente a Padova.
Quando
il cappuccino venne a sapere che desiderava entrare nell'Opera, disse:
"Beato lei che va da questo grande santo! Don Calabria è il più grande
santo di questi ultimi cento anni. Si ricordi che lei è fortunato: don Calabria
andrà al galoppo agli altari e lei lo vedrà beato!".
*
* *
Don
Calabria e padre Leopoldo erano legati da un vincolo di amicizia: entrambi
convinti della santità l'uno dell'altro.
Fratel
Vittorino ricorda che un giorno don Calabria e don Pedrollo andarono a Padova.
Bussato alla porta del convento di Santa Croce, attiguo alla chiesa, domandarono
al frate portinaio: "Avete un pezzo di pane per questi due poveri
preti?".
Il
frate stava per dare loro qualcosa, quando padre Leopoldo venne alla porta e
riconobbe don Giovanni. All'improvviso le campane suonarono a distesa senza che
alcuno le avesse toccate... e la gente accorsa per quel richiamo insolito vide i
due uomini di Dio inginocchiati uno di fronte all'altro ...
Quindi
padre Leopoldo corse ad avvisare il superiore della loro presenza e gli chiese
di ospitarli alla loro mensa.
5.
PRIMO
INCONTRO CON DON CALABRIA
Dopo
il colloquio con padre Leopoldo, Vittorino si recò a Verona nella casa di San
Benedetto, dov'era la sede degli aspiranti.
A fine settembre del '36 erano in corso gli esercizi spirituali ed il padre predicatore, Mons. Bovo, parlò con grande fervore del mirabile Mistero Eucaristico, tanto da infiammare il cuore di Vittorino, che, finita la predica, andò nello studio di don Calabria per conoscerlo.
Qui
avvenne un fatto sorprendente, che gli avrebbe rivelato uno dei tanti doni del
padre: l'introspezione. Prima di aprire la porta del suo studio, dopo aver
bussato, il ragazzo si sentì dire: "Avanti, Vittorino, avanti, che mi godo
vederti per la prima volta".
Commenterà
il fratello anni dopo: "Egli aveva il dono di vedere prima che uno gli si
presentasse. M'inginocchiai davanti a lui. Che bene si stava vicino a don
Calabria ... ".
Di
seguito il Superiore aggiunse: "Avanti caro Vittorino, hai una missione da
compiere, sai? Vieni nell'Opera del Signore! Ringrazia il Signore!".
Infatti
l'11 ottobre 1936, al termine degli Esercizi, il giovane entrò definitivamente
in quell'Opera di Dio.
Ma
come faceva il Padre a conoscere il suo nome ed il suo futuro? Vittorino voleva
essere sicuro che fosse un Uomo di Dio ed aveva un solo modo per scoprirlo:
stargli vicino ed osservare come si comportava nelle varie circostanze ...
Per
diventare amico di don Calabria, prese l'abitudine di bussare alla porta del suo
studio tutti i giorni, e, solo dopo un paio di settimane, il Padre domandò:
"Ma
insomma, Vittorino, sei venuto ieri, l'altro ieri, l'altro ieri ancora. Che cosa
vuoi dirmi? Dimmelo?"
"Padre
- rispose - la pegoreta la vol l'erbeta e 'l butin vol el panetin!" (La
pecoretta vuole l'erbetta ed il bambino il panino).
Allora
don Calabria, con voce paterna, aggiunse: "Beh, beh, vieni quando
vuoi" e lo chiamava spesso...
*
* *
In
un'intervista sul giornale della Congregazione "L'Amico" molti anni
dopo, Fratel Vittorino così parlerà
del suo primo Maestro: "... Con don Calabria s'imparava a conoscere il
Vangelo, anzi ad essere Vangelo vivente. Diceva sempre: - Il nostro programma è
"Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia" e non preoccupatevi
di tutto il resto. Siate sicuri della Provvidenza che, grazie a Dio, ho
sperimentato molte volte -. Io ho sempre cercato di stargli vicino, a tal punto
che giunsi ad essere "il suo bambino, il suo piccolo". Imparai dalla
mia famiglia ad amare Gesù però don Calabria mi fece maturare di più, perchè
tutti i giorni mi mandava davanti a Gesù Sacramento a chiedergli questo o
quello e poi dovevo raccontargli quello che Gesù mi aveva detto. Però io
capivo che stava lì per insegnarmi a conoscere Gesù sempre di più, per
prepararmi alla missione che un giorno avrei avuto: quella di avere Gesù sempre
esposto nella casa in cui mi trovo". Tutte le volte che mi avvicinavo a lui
erano per me motivo di gioia, perché vedevo Gesù in lui, vedevo la Madonna, la
speranza, i valori della fede. I tempi vissuti con lui sono stati i migliori
della mia vita, una vera fortuna, perchè colmi di insegnamenti spirituali. Ogni
gesto, ogni parola di don Calabria erano una lezione di virtù e di spiritualità...".
L'intervistatore
conclude: "Potrebbe raccontarci un aneddoto che rifletta l'umiltà di don
Calabria?" e Vittorino subito risponde: "Un giorno dopo la guerra si
organizzò un'adorazione al Santissimo per ringraziare Dio per la pace. Bisogna
sapere che don Calabria aveva molta paura che il nemico distruggesse l'Opera di
Dio. Desiderava che avessimo molta prudenza con le donne. Ad un certo momento il
Signore m'ispiro che chiedessi alla Madonna di utilizzarmi, se fosse necessario,
per aiutarlo a togliersi questa preoccupazione. Quando egli vide tutta la
cappella piena di donne, si spaventò ed ordinò che invece di dare la
benedizione alle ore 6 si desse alle 4 affinchè la gente se ne andasse il prima
possibile ... Mi ordino di chiudere la cappella e di far uscire tutti, però il
Signore permise che capissi il contrario, cioè che dicessi alla gente che dopo
la benedizione andassero sulla terrazza che don Calabria avrebbe loro rivolto
alcune parole. Quando don Giovanni vide la terrazza piena di gente, chiese chi
aveva dato quell'ordine e mi fece chiamare: - Che hai fatto, Vittorino? Hai
rovinato l'Opera di Dio! - e mi mandò nella cappella a pregare. Ci andai e
chiesi al Signore umiliazioni per ciò che avevo fatto all'Opera, però poi
ringraziai la Madonna per avermi ascoltato, poiché ero convinto che quella
paura di don Calabria era una tentazione del nemico per paralizzarlo. Infatti
tutto andò per il meglio: vidi don Giovanni parlare alla gente e tutti erano
contenti. Subito dopo mi fece chiamare e mi chiese: - In nome di Dio, parla!
E’ stato satana che ha voluto tutto questo o Dio?. - Padre – risposi - se mi
lascia essere bambino le racconterò tutto -. E così gli descrissi tutta la mia
preghiera. Alla fine esclama: - Allora tu sei un santo! -.
-
No, Padre, non c'entra niente! - gli risposi ridendo. Però lui si gettò ai
miei piedi... ecco qui l'umiltà di don Calabria! Io non ero preparato per fare
la volontà di Dio, lo rialzai, gli diedi due baci e me ne andai correndo".
6.
CONFIDENZA
CON GESU' EUCARESTIA
Con
la semplicità Vittorino guadagnò l'amicizia del Padre, il quale ricambiò
donandogli fiducia e lo educò subito a prendere confidenza con Gesù
Eucaristico.
Coglieva ogni occasione per mandarlo in chiesa a pregare davanti al Santissimo, dicendogli: "Vittorino prega per una mia intenzione e poi vieni a riferirmi quello che ti ha detto Gesù".
Con
grande semplicità egli obbediva e, mentre era davanti al Santissimo in
fiduciosa preghiera, gli nasceva un pensiero nel cuore, oppure gli si
manifestava mentre tornava allo studio del Padre, il quale lo ringraziava sempre
e diceva che gli avrebbe fatto sapere l'esito.
Certo
Vittorino, nella sua mancanza di cultura ed esperienza religiosa, non sarebbe
stato in grado di consigliare don Calabria, ma lo Spirito Santo usava anche
questo strumento perchè il padre ricevesse la conferma di quello che pensava.
L'amore
di don Calabria per Gesù Eucarestia era fondamentale: scrive infatti a don
Stanislao, sacerdote dell'Opera a Roma: "Ove è il nostro tesoro, lì vi
sarà pure il nostro cuore ... e il nostro tesoro deve essere Gesù Sacramento
... Non dalle protezioni umane ci verrà l'aiuto per il nostro santo ministero,
ma da Gesù Sacramento" (Lettera di don Calabria ai religiosi, n. 14 dell'8
dicembre 1936).
L'Eucarestia
era il centro della vita del fondatore, tanto che, dovendo aprire la casa di
Porta Nuova (ex Gil) per i Buoni Fanciulli, vi mandò Vittorino a vedere se
c'era l'Eucarestia nella cappella e se avevano celebrato la Messa.
Diceva
infatti: "Se non c'e Gesù in casa non deve entrare nessuno. Prima bisogna
accogliere Gesù e poi i poveri".
*
* *
Un
giorno fratel Vittorino andò da don Calabria per un consiglio, ma il padre gli
disse: "Da me vieni per avere un consiglio? Da me che sono un povero
peccatore? Non te lo do il consiglio!".
"Ma
lei è un padre!" insistette l'altro.
"Eh,
caro, bisogna andare dai Santi!".
"E
chi e santo?".
"E'
quello lì ... siediti vicino al conte Francesco Perez ... è un conte, sai? E'
un santo!".
Indicò
il fratello che era seduto di fronte a lui, sul sofà, come spesso faceva: aveva
la Corona del Rosario in mano, la testa bassa, lo sguardo umile: certamente
pregava per il suo amato padre don Calabria.
Alle
parole di don Giovanni, fratel Perez si scosse all'improvviso e agitò le mani
dicendo: "No, padre, non le dica più queste parole ...!.
Vittorino
rimase edificato dall'umiltà di quel fratello laico e uscì dallo studio
contento per quello che fatel Francesco gli aveva detto: lo aveva infatti
elogiato per essere entrato nell' Opera come suo zio fratel Ignazio.
7.
LA
FESTA DEL "GROPPO"
Quella sera Vittorino tornò a San Benedetto, dove frequentava il postulandato. Ma la strada per giungere al noviziato era ancora lunga: come don Calabria ebbe numerose difficoltà per diventare sacerdote, così lui ebbe molte prove prima di essere ammesso al noviziato.
In
quel periodo il Consiglio dell'Opera non nutriva molta fiducia in lui e
commentava: "Vittorino è troppo bambino e non ha cultura!".
L'aspirante
religioso, d'altra parte, si rendeva conto dei suoi limiti nello studio
teologico, tanto che anni più tardi ammetterà:"... Quando ero molto
giovane ricordo che dormivo con il libro sotto il cuscino perchè il passaggio
tra le parole scritte e la mia testa avvenisse più facilmente. Quanta ingenuità
ed ignoranza!" .
Invece
don Luigi Pedrollo aveva stima di lui.
"E'
meglio che canti Vittorino coi suoi becanoti (strafalcioni) che voi tutti
insieme". Egli lo sosteneva perchè, oltre a lavorare molto, Vittorino
faceva divertire tutti.
Anche
don Calabria lo voleva nell'Opera e gli aveva persino detto: "Devi
diventare fratello interno, in vista della futura missione, non sacerdote, benché
tu lo desideri".
Tuttavia
il Consiglio non volle ammettere Vittorino e lo invitò ad attendere ancora un
anno.
Nel
frattempo si avvicinava la festa di San Giuseppe, patrono della Casa del
postulandato, detta "La festa del groppo" perchè gli aspiranti che
volevano entrare nell'Opera ricevevano la cravatta per diventare postulanti.
Allora
Vittorino andò a piangere davanti all'immagine della Madonna addolorata, dietro
la casa, ed ebbe un'ispirazione: scrivere una seconda lettera a don Calabria.
Con
abbandono filiale mise questa volta la penna nella piaga del Costato di Cristo.
Lo
Spirito Santo conferma la sua vocazione, tanto che don Calabria prontamente gli
rispose di non temere perchè il Signore lo voleva nell'Opera.
Bastò
una sola parola del Padre perchè Vittorino fosse ammesso: gli aspiranti avevano
indossato la cravatta il 19 marzo 1938, lui invece la mise pochi giorni dopo, il
25 marzo, festa dell'Annunciazione.
*
* *
Fù
una scelta anticipatrice dei tempi quella della Congregazione fondata da don
Calabria: riconoscere al proprio interno con pari dignità sia sacerdoti sia
fratelli laici. Venivano così valorizzate tutte le potenzialità degli aderenti
ed ognuno poteva scegliere la propria strada nella maniera più confacente al
servizio di Dio.
Vittorino,
anni dopo, commenterà: "Don Calabria ripeteva spesso: - In altri momenti,
sai nasceranno i fratelli esterni -. Diceva che questi fratelli potranno essere
chiamati anche a governare un Paese. Questo mi faceva impressione. Adesso si
capisce il perchè: occorrono delle persone oneste e dei veri testimoni per
guidare le sorti di un Paese. Alla nascita dei fratelli esterni, ricordo di aver
scritto la seconda lettera della mia vita a don Calabria. Questa lettera l'ho
scritta davanti al Santissimo e diceva così: - Caro Padre, non capisco niente,
però a modo mio intuisco il valore dei fratelli esterni, capisco che sono una
grazia tanto grande! -.
Don
Calabria infatti vedeva che i suoi figli spirituali, attraverso i fratelli
esterni, avrebbero potuto governare una città e una nazione. E così è stato.
Per esempio si sono impegnati perchè non mancasse il latte a tutti i bambini
della città ... e grazie ad un fratello esterno non e mai mancato il latte
durante la guerra. Pensate che Provvidenza!
Per
non parlare della missione del fratello esterno in campo medico, in campo
economico. Ecco perchè io sono stato spinto dai superiori, in particolare da
don Luigi Pedrollo, a portare il Vangelo nell'economia, nella vita sociale, in
quella politica e nelle varie attività, in modo da creare "cose
nuove", come santificare il lavoro, la domenica ed anche i momenti di
sollievo.
Don
Calabria aveva un programma: che i canali della Provvidenza arrivassero
dappertutto sia attraverso i Poveri Servi e le Povere Serve, sia soprattutto
attraverso i fratelli esterni, considerati la lunga mano dei fratelli interni.
Spingeva alla santità noi
religiosi perchè trasmettessimo ai fratelli esterni questo spirito dell'Opera
... Ed ecco che don Calabria pregava il S. Rosario e attraverso i 15 misteri ci
portava a comprendere la presenza del Signore".
L'atteggiamento
di profonda umanità del padre verso Vittorino divenne sempre più evidente.
Ad
esempio spesso gli offriva un "bicchierino di China per tirarsi su la
pettorina", dal momento che lo vedeva lavorare duramente e anche perchè
lui considerava vera penitenza offrire i piccoli sacrifici di ogni giorno,
mantenendosi umili, praticando la giustizia e la verità e combattendo la
superbia.
Finalmente
dopo un anno di noviziato, il 7 ottobre 1939 Vittorino, a 22 anni, vide coronato
il suo sogno facendo la sua prima professione religiosa che gli permise di
diventare "fratel Vittorino" per tutta la vita.
Anni
dopo confiderà: "In realtà non ero io quello della famiglia che doveva
entrare nell'Opera. La vocazione ce l'aveva mio fratello Gigetto, che pero morì
giovane in un incidente stradale. Questo lo sapeva anche don Calabria che
scrisse nel suo diario: - Durante l'elevazione vedo Gigetto in Paradiso -."
8.
LAVORI
A SAN ZENO IN MONTE
Alla
fine del 1939 fratel Vittorino fu trasferito dalla casa di San Benedetto a San
Zeno in Monte.
Don
Calabria gli inviò subito una "lettera di obbedienza", dandogli
l'incarico di fare il giardiniere della casa, nonché di tenere tutto pulito
perchè San Zeno in Monte era il "giardino di Dio!"
Vittorino
cominciò a svolgere i lavori più umili e più pesanti: tra questi c'era quello
di pulire i servizi igienici della casa, un lavoro che gia prima di lui fratel
Perez aveva svolto.
Per
scopare i cortili più velocemente, il nostro fratello inventò un sistema
efficace: legò la scopa in fondo ad una lunga canna e cosi puliva a ventaglio.
Don
Calabria amava molto l'ordine e la pulizia e desiderava che tutto fosse a posto
in ogni casa dell'Opera: l'ordine esteriore era un riflesso dell'armonia
interiore.
*
* *
Commenterà
anni dopo Vittorino: "Quante volte mi e stata posta la domanda: cos'e
l'ubbidienza, cos'e il servizio, perchè ubbidire equivale a garanzia di liberta
interiore? ...
Noi
qui riuniti adoriamo e contempliamo l'Eucarestia che non e solo "frutto di
redenzione", ma e pure il risultato del "Si" di Gesù al Padre,
perciò dono che scaturisce dalla dipendenza e dall'ubbidienza.
Quando,
per grazia, la persona ha compreso la grandezza di questo dono, mentre si trova
in una posizione di subalternità, deve assolutamente cercare di fare la parte
dell'asino che con fatica traina il carro per portarlo a destinazione.
Questa
dell'asino la ritengo una figura importante per chi vive in comunità, perchè
ripeté il sacrificio umile e nascosto del servo che, senza aprire bocca, porta
fino in fondo il compito assegnatogli, rendendo un grande servizio a colui che
ha la responsabilità di guidare il carro per sentieri aspri e difficili.
Quante
volte un atto di docile ubbidienza è diventato mezzo per sollevare durezze di
cuore, per trasformare asprezze di carattere in atti di misericordia. Vale
certamente la pena di fare esperienze di questo genere anche se indubbiamente
possono costare fatiche immense. Infatti piegare il proprio io sotto il giogo
della dipendenza e cosa molto dura che porta però grandi frutti. Lui ha detto:
"- Non sono venuto per essere servito, ma per servire -"
Naturalmente
l'ubbidienza non era irrazionale, ma presumeva che chi dava gli ordini
esprimesse realmente "la volontà di Dio".
Dirà
Vittorino: ''Accettando la volontà di Dio posso evitare brutte reazioni e
sofferenze nelle persone che mi circondano. Ad esempio, se perdono di cuore un
torto ricevuto, il male non rimbalza sugli altri, non si propaga a catena. E se
con l'aiuto di Dio imparo a non anteporre il mio interesse al bene degli altri,
evito loro delle sofferenze. Allora è chiaro che la strada giusta da seguire
nella vita è quella della volontà di Dio.
Certo
l'accettazione della volontà divina si presenta come un cammino difficile, una
strada stretta, perchè c'impone di mortificare alcuni nostri atteggiamenti e
convinzioni.
Ma
se - condotti per mano dallo Spirito Santo - siamo disposti a far morire il
nostro io, ad accettare la sofferenza fidandoci del Padre e a bere volentieri,
come Gesù, il calice della sua volontà, allora la sofferenza così accettata
ci purifica ed esalta, il nostro spirito si avvicina a Dio e diventiamo motivo
di benedizione per tutta la Chiesa. Morire al proprio io, infatti, vuol dire
risorgere, perchè le sofferenze morali e fisiche superate ci arricchiscono
donandoci una pace profonda ...
Per
eseguire la volontà di Dio e necessario essere pazienti nelle avversità,
liberi da noi stessi e dai giudizi della gente, umili, cioè non ritenersi
superiori agli altri.
9.
LA
GUERRA
Mentre
Vittorino raggiungeva la pienezza di membro effettivo della famiglia Calabriana,
sul mondo si stavano addensando le cupe nubi della guerra che l'avrebbe
sconvolto per più di cinque anni con distruzioni, morti, lacerazioni fisiche e
morali che neppure i decenni successivi sarebbero riusciti a sanare.
L'Opera,
fondata da don Calabria, era ormai un fatto di grande rilevanza nella città e
nella provincia di Verona, come un piccolo - grande faro che s'irradiava da San
Zeno in Monte per illuminare di speranza quei tempi tanto colmi di sventure.
Nella
Verona del primo novecento, don Calabria, che aveva vissuto sulla propria pelle
la povertà ed il dolore, s'era dato una ragione di vita nel riconoscimento e
nell'accoglienza dei più deboli e disperati, in modo particolare i ragazzi.
Fuori
dal fulgore delle luci, al riparo dagli schiamazzi, questo prete, spendendosi
per intero, abbracciò la sorte di tanti figli che non avevano futuro e diede
loro un avvenire nelle arti, nelle professioni e nella chiesa. Se è vero che
anche oggi, al di la del consumismo egoistico e del disinteresse diffuso, la
città di Verona ha comunque un cuore grande, dobbiamo riconoscere in don
Calabria uno dei "semi" che contribuirono alla formazione di questa
cultura dell'accoglienza.
La
disarmante fede nella Provvidenza di quel santo prete, faceva breccia in tanti
cuori di persone ricche e povere, che davano il sovrappiù e talvolta anche il
necessario per sfamare la "Famiglia del Calabria" che cresceva e
cresceva. C'erano inoltre alcuni che offrivano anche se stessi in dono.
All'inizio infatti San Zeno in Monte era un complesso di vecchie case diroccate
con annessa una chiesa. Venne acquistato con i soldi messi a disposizione nel
novembre del 1908 dal conte Francesco Perez che ben presto sarebbe venuto a far
parte del primo nucleo dei Poveri Servi della Provvidenza. Con grande fatica il
luogo fu trasformato e, grazie all'attività dei primi seguaci, vi sorsero
laboratori di calzoleria, di falegnameria, di sartoria, di meccanica e di
tipografia.
Per
fratel Vittorino era come ritrovarsi in casa con i suoi genitori e i diciotto
fratelli, con la differenza che sicuramente la nuova famiglia era più grande ed
impegnativa.
Cosi
Vittorino puliva, come faceva quel sant'uomo di fratel Perez, che lasciato il
titolo nobiliare si fece servo di Dio e dei ragazzi, e visse cosi brevemente da
non vedere la fine del conflitto mondiale.
10.
lL
PANE
Durante la guerra, don Luigi Pedrollo diede l'incarico a Vittorino di fare il pane insieme a fratel Ottone: alle 2 di notte entrambi si alzavano per impastare la farina e cuocerla nel forno.
Alle
9 Vittorino, essendo il più giovane, cominciava il giro per portare il pane: da
San Zeno in Monte andava al convento delle clarisse, da lì discendeva alla
Sacra Famiglia, quindi saliva alla casa di Nazareth ed infine da Castel San
Pietro tornava alla Casa Madre.
Questa
strada era quasi tutta in salita e lui la percorreva a piedi tre volte al giorno
con una gerla sulle spalle del peso di 40-50 kg (che gli provocò anche delle
piaghe).
Il
giovane era energico, ma magro ed alto, perciò cominciò ben presto a soffrire
di dolori alla schiena, causati anche dallo sbalzo continuo di temperatura cui
era sottoposto, passando dal caldo del forno al freddo della cantina.
Sopportava,
però, tutto con pazienza, pensando ai Buoni Fanciulli, perchè non mancasse mai
il necessaria alle gemme dell'Opera.
La
giornata non era finita: dopo un'ora di riposo, al pomeriggio doveva coltivare i
campi e nel poco tempo che restava doveva raccogliere pezzettini di carbone,
carta, trucioli, per portarli nel bruciatore in cantina, pregando perchè si
moltiplicassero ... e miracolosamente non mancò mai il combustibile, neanche in
tempo di guerra.
L'economo
fratel Prospero aveva ordinato di risparmiare carbone, ma Vittorino, grazie alla
Provvidenza, ne utilizzava più di 60 kg, con il permesso di don Luigi Pedrollo
che gli dava carta bianca dicendogli:
"Si,
caro, fai pure perchè ciò che conta è la sana, saporita e sufficiente
cucina!".
Alle
ore 22 Vittorino faceva il cosiddetto "levà" (inserimento de1lievito
nella farina), poi andava a riposare fino alle 2 del mattino quando si alzava
per l'impasto.
Chi
gli dava tanta forza?
Mentre
impastava la farina, il suo cuore si elevava pensando al Divin Pane e, mentre
attendeva che il pane nel forno si cocesse, pregava che il tempo trascorresse
veloce per cibarsi al Santo Convito della Messa mattutina ...
Un
giovane dei Buoni Fanciulli, che non credeva, entro un giorno nel panificio per
prendere il pane appena sfornato. Fu incuriosito da un disco bianco di carta che
Vittorino aveva posto sulla porta d'ingresso proprio per lui e chiese al
fratello cosa fosse.
"Eh,
caro, vieni domani che te lo dico!" rispose.
Il
giorno dopo tornò e chiese ancora il significato di quel segno.
"Ah,
sapessi che cos'e ... te lo dirò quando sarai più maturo".
La
questione continuò a lungo ed il giovane era sempre più incuriosito, finchè
esclamò: "Ma insomma! E' già passato un anno e lei non mi dice
niente!".
Allora
Vittorino gli rivelo: "Questo è il simbolo del Pane Divino, io voglio
rendermi presente al Presente assoluto che è Gesù".
Qualche
volta durante la guerra, il pane veniva a mancare proprio del tutto e allora si
recava dal suo "papà" e gli diceva: " Don Giovanni oggi no
gavemo gnente da darghe ai butini..." .
"A
mi te me lo disi? - rispondeva l'a1tro - Dio l'ha volù quest'Opera e Dio
provvederà. Va' in ciesa e parlaghene con Lu!".
Vittorino
non aggiungeva obiezioni e si recava in chiesa per parlare a Dio della necessità
di trovare altro pane, da amico ad amico, proprio come si fa con i confidenti più
intimi. E la Provvidenza, in qualche modo, presto o tardi, arrivava.
Poteva
trattarsi del regalo inatteso di qualche decina di quintali di grano, oppure
delle offerte di amici anonimi o di persone ricche e generose.
Parlare
cosi della Provvidenza potrebbe sembrare riduttivo, ma è la realtà di Dio che
si manifesta proprio nella semplicità.
Intendiamoci:
né don Giovanni, né fratel Vittorino, ne coloro che vivono ancor oggi lo
spirito dell' Opera vedono la Provvidenza come un intervento magico che ogni
volta corrisponda ai desideri dei suoi figli, sia pure espressi in fervente
preghiera.
La
Provvidenza è anzitutto dono. E quel "resto" evangelico che viene
dato in aggiunta a chi ha fede e a chi "cerca in primo luogo il regno di
Dio". Ma quanto e ardua la conquista di questo dono, quanta sofferenza,
quanto dolore, quanti sforzi costa il provvedere a quel "resto" per
una famiglia cosi numerosa come quella calabriana.
Fratel
Vittorino, come don Giovanni, nel cercare la Provvidenza poneva una
straordinaria fiducia in un dato molto umano: l'uso dell'intelligenza. Il
cervello è la prima Provvidenza, ecco il pensiero di don Calabria filtrato
nelle vene dei suoi figli.
11.
LA
CORONCINA ALLA DIVINA PROVVIDENZA
La
Provvidenza conosceva la strada per arrivare a San Zeno in Monte: la fede!
Racconta
don Calabria che quando l'Opera era all'inizio: " ...un giorno in cui la
povertà e l'indigenza si fecero sentire più del solito, io andavo di quando in
quando a far visita alla cassetta della posta, per vedere se fosse arrivata un
po' di Provvidenza. Così al mattino, alle ore 11, nulla. Raccolsi i Buoni
Fanciulli in chiesa e feci recitare la Coroncina della Divina Provvidenza. Poi
andai nuovamente ad ispezionare la cassetta della posta: c'erano delle
"cartelle di credito" del valore di 56.000 lire. Da allora si recita
sempre la Coroncina della Divina Provvidenza. ("Don Calabria ed i suoi
novizi" ,p.63 11 ottobre 1940)
Spesso,
quando mancavano i viveri, fratel Vittorino, insieme ad altri religiosi ed ai
ragazzi, all'ora di pranzo si riuniva in chiesa per recitare la Coroncina e
certe volte, all'improvviso arrivava la telefonata di un funzionario
dell'esercito che diceva:"Siamo pieni di provvigioni da darvi perchè
aspettavamo un reparto di soldati del reggimento, ma stranamente non e più
venuto nessuno. Venite voi a prenderle!".
Ricorda fratel Vittorino che spesso il Padre per attirare la
Provvidenza, si recava in giardino in fondo al terrazzo di San Zeno in Monte e
guardando in direzione di Belfiore e Mambrotta, pregava con intensità:
"Santissima
Provvidenza di Dio, provvedici!". Accompagnava questa preghiera aspirando
l'aria perchè diceva :"sto attirando la Provvidenza col fià" (con il
fiato).
Non
a caso il fondatore guardava quella zona: proprio da lì (anche se non solo)
sarebbero venuti tempo dopo i più grandi benefattori dell'Opera.
Don
Calabria non si limitava a pensare ai bisogni materiali. Da quella finestra
sul mondo osservava la città con le sue vicende tristi ed allegre e pregava
soprattutto per le anime più deboli.
Come
un buon padre attendeva il ritorno del figliol prodigo perchè tutti i peccatori
si convertissero e abbracciassero la Misericordia Divina; era con questo spirito
che dal loggiato adiacente il suo studio benediva ogni sera la cara Verona,
l'Italia ed il mondo intero.
12.
L'ACQUA
A SAN ZENO IN MONTE
Nel periodo della guerra mancò spesso l'acqua in città e quindi anche a San Zeno in Monte. Un giorno una suora telefona dicendo preoccupata: "Fratello, manca l'acqua qui da noi (nella casa di S. Toscana ), non ne arriva neppure una goccia!".
Fratel
Vittorino rispose: "Manca anche a San Zeno in Monte, sorella. Non tema,
abbia fiducia in Dio e vada a pregare davanti all'Eucarestia. Rimanga là fin
quando le dirò che l'acqua è tornata!".
Con
fede la suora obbedì e cominciò a recitare un Rosario dietro l'altro,
continuando tutta la notte.
Intanto
quella sera fratel Vittorino si era recato alle cisterne di fronte alla Casa
Madre cominciando a spingere con forza il pistone della pompa da sinistra a
destra, in avanti e indietro, invocando:
"Gesù, Giuseppe, Maria, datemi l'acqua, cosi sia!".
Ad
ogni preghiera un goccio di acqua saliva alla cisterna, ma se egli si fermava il
flusso si interrompeva.
Cosi
trascorse tutta la notte: spingendo ed invocando, ma i serbatoi si riempirono
pochissimo ... Verso mattina era ormai esausto e disse: "Gesù se non mi
aiuti guarda che io muoio e se io vengo in Paradiso, ricorda che tu devi
discendere ad occupare il mio posto quaggiù".
Poco
dopo l'acqua arriva con una forza dirompente, le pompe si mossero a grandissima
velocità e le cisterne furono riempite in brevissimo tempo.
Il
Signore aveva esaudito le sue preghiere!
Poco
dopo la suorina telefona, anche lei infatti era stanca, e disse: "Fratello
e ormai mattina ed io non ce la faccio più a dire tutti questi Rosari. C'e
l'acqua da voi?". Rispose: "Preghi ancora un po' ed il Signore la
esaudira!". L'acqua era arrivata miracolosamente a San Zeno in Monte anche
se si trovava in un punto molto alto, mentre la città ne era ancora sprovvista.
Solo
qualche ora dopo la suora richiamò: "Fratello, e' arrivata l'acqua, e'
arrivata".
"Si,
anche da noi -rispose Vittorino-. Ringraziamo il Signore! Ha visto che le sue
preghiere hanno ottenuto la grazia?".
***
Talvolta
la Provvidenza si faceva attendere e pregare, ma nel momento del bisogno il
Signore manifestava il suo amore in modo del tutto speciale.
Vittorino
si trovava un giorno nella stanza di don Calabria, quando entro l'economo fra
Prospero con aria preoccupata perchè si stavano costruendo i laboratori ed
altre strutture per i Buoni Fanciulli, ma egli non aveva più soldi.
Allora
si rivolse al Padre dicendo:
"Sono
due settimane che non pago gli operai... Che cosa posso fare?".
"Che
cosa vuoi che ti faccia? Bisogna pregare la Provvidenza! ... Beh, beh, vediamo,
ma hai proprio da pagare gli operai? .. Certo bisogna dar loro la mercede".
Così
il Padre estrasse dalla tasca un portafoglio piatto e gli batte forte sopra con
le mani per tre volte. Quindi tirò fuori dal portafoglio 10 lire, poi altre 10
ed altre ancora.
Vittorino
disse: "Padre continui!".
Uscirono
ancora 3 banconote da 50 lire l'una. E Vittorino insisteva: "Padre
continui, batta ancora che non sono stanco".
Che
grande impressione quando dopo le 50 lire uscirono anche i biglietti più grandi
da 100 lire, fino ad arrivare alla somma necessaria!
***
Ecco
un altro episodio con padre Venturini che testimonia come la Provvidenza lo aiutò
a costruire l'Opera del Sacro Cuore a Trento. Giunto a San Zeno in Monte disse a
don Calabria:
"Padre,
ho pagato queste tre rate, non so davvero come ho fatto, ma se non pago quest'
ultima adesso va tutto all' aria: perderò tutto!".
Il
Padre rispose: "Ah, capisco, capisco. Ma quell'Opera e' di Dio, sai?".
Quindi
tirò fuori il portafoglio e lo battè invocando per tre volte: "Santissima
Provvidenza di Dio, provvedici ... ".
E
aggiunse: "Ho solo questi soldi, vediamo se arriviamo alla somma". I
soldi erano esatti per saldare la rata.
***
Fratel
Vittorino ricorda che il vescovo mons. Bacilieri volle provare don Calabria
nello spirito di abbandono alla Divina Provvidenza e, visto che era un momento
di bisogno per l'Opera , lo invitò a chiedere l'elemosina andando di porta in
porta.
Il
Padre fece un atto di umiltà e di obbedienza al vescovo e andò con don
Pedrollo, ma la questua fu infruttuosa.
Così
mons. Bacilieri prese atto dell'originalità di questo carisma e diede lui la
somma necessaria per affrontare le spese urgenti.
13.
L'USELETO
Nel
periodo della guerra avvenne un altro fatto prodigioso. Fratel Vittorino, come
aiuto economo, aveva la responsabilità di 13 case dell'Opera ed ogni 15 giorni
faceva il menù.
Talvolta
la suora cuciniera osservava: "Fratello, non c'e niente da mangiare, come
facciamo?".
"Ma benedette suore -rispondeva l'altro- mi assumo io la responsabilità! Io ci penso con la fede e vi faccio il menu, voi dovete solo seguirlo".
Un
giorno, però, la cuoca suor Eleonora disse: "Fratello, ne ha delle belle
lei con la Provvidenza, ha la mania di preoccuparsi tanto dei giovani, ma io che
cosa do a don Calabria se non ho niente?".
"Sorella,
abbia fede, grande fede!".
Dopo
un'ora venne di nuovo: "Sono le 10 e se non metto qualcosa in pentola, don
Calabria non mangerà niente".
"Sorella,
abbia fede, grande fede!".
Ritornò
agitata per la terza volta: "Guardi fratello che sono le 10:30, che cosa
gli do io a don Calabria?".
Il
fratello rispose ancora una volta:
"Sorella,
abbia fede, grande fede ... La Provvidenza in questo momento ci penserà".
Si
udì uno sparo: un cacciatore aveva colpito in pieno uno storlino che stava
beccando un'olivetta al di li del recinto della casa. L'uccellino anziché
cadere a terra davanti al cacciatore, andò a sbattere contro il muro vicino
alla cucina della Casa madre, quindi urtò la spalla della superiora ed infine
cadde nella padella della cuoca che, subito, lo cucinò.
Vittorino
raccontò il fatto a don Luigi Pedrollo che corse a dirlo al Padre.
All'ora
di pranzo la comunità di religiosi si riunì a tavola ed ascoltò il
martirologio del giorno, quindi fu servito a don Calabria l'uccelletto con un
po' di sugo e la polenta. Il Padre quando lo vide batte col coltello sulla
bottiglia per richiamare l'attenzione e disse con voce vibrante:
"Cari
fratelli, Poveri Servi della Divina Provvidenza, don Luigi mi ha raccontato un
fatto, se volete insignificante, ma a me ha fatto una grande impressione.
Questa
missione che ha l'Opera, quest'Opera di Dio, satana vorrebbe distruggerla ...
Guai a noi! Guai a noi se non crediamo alla Provvidenza di Dio!
Questo
fatterello e un'indicazione così chiara della sua volontà. Non dobbiamo mai
dubitare, altrimenti non resteà pietra su pietra di quest'Opera perchè, se noi
dubiteremo, il Signore la darà ad altri. ..
Guai
a noi Poveri Servi! Comprendete questa missione dell'Opera".
Dopo
20 minuti di sermone, don Calabria assaggiò col coltello l'uccellino e disse:
"Ma l'e un po' dureto sto useleto, mi me basta el poceto. Prendilo ti
Vittorino. Ho fato rima? Senza pensarghe in sima? Son rimasto n’aseno come
prima".
Tutti
naturalmente scoppiarono in una salutare risata.
***
Qualche
tempo dopo la Casa di Nazareth era ipotecata e don Calabria disse a don Pietro
Murari: "Va' davanti a Gesù e stai la finché ti mando a chiamare: dì
l'Angelus Domini e prega la Provvidenza" .
Poi
il Padre ebbe un'ispirazione e diede l'ordine in portineria di far passare la
persona che sarebbe venuta a cercarlo.
Verso
l'una si presentò una vecchietta povera nell'aspetto, tanto che le chiesero:
"Vuole la carità?".
"No,
sono io che devo dare qualcosa a don Calabria ... " rispose quella.
Il
portinaio non voleva disturbare il padre, ma lei insistette e quando lui la vide
disse: "Avanti, creatura del Signore".
"Padre,
avevo fatto voto di donarle questi soldi dopo la morte, ma alle 12,15 ho sentito
dentro di me una forza che mi spingeva a portarglieli subito, perchè ha più
valore donare da viva che non da morta!".
***
Un
giorno la suora cuciniera disse a fratel Vittorino: "El se meta la man sul
cor: zupa ancò, zupa doman, zupa ancò, zupa doman, pori fioi, i gh'a la mufa!"
(Zuppa oggi, zuppa domani, i Buoni Fanciulli si stancano).
"Sorella,
batta i cassoni" disse con fede Vittorino, ma le suore presenti si misero a
ridere finché suor Carmela, chiese:
"Se
mi bato i cassoni, la vien la providenza?".
Vittorino,
mettendosi in atteggiamento di meditazione, disse ispirato: "Battete i
cassoni che arriverà la Provvidenza!".
I
cassoni che contenevano gli alimenti erano 6, ma la suora batte con le mani
sopra i primi cinque. Dopo un'ora squillò il telefono: un funzionario dell'ECA
(Ente Comunale di Assistenza) disse: "Ho qui quattro quintali di pasta
bianca, venga a prenderla subito col suo cavallo misterioso!".
Con
quella Provvidenza fratel Vittorino riempi 5 cassoni. Subito arrivò la sorella
ed egli le chiese: "Quanti cassoni ha battuto lei?".
"Fratello,
credo che la Provvidenza non mi accontenterà perchè non ho battuto l'ultimo
cassone. Crede che mi punirà? Posso ribatterlo?".
Vittorino
esclamò: "Ma benedetta sorella, adesso me lo dice? Allora batta prima il
cassone della pasta (quello rimasto vuoto) e poi quello della polenta!".
La
Provvidenza si manifestò subito generosamente, infatti telefonò un signore
dell'Annonaria (la cui sede era in
una villa oltre San Zeno in Monte, sulle Torricelle) dicendo: "Venga qui
col suo cavallo misterioso: ho 2 quintali di pasta, 2 quintali di polenta ed
in più le regalo 2 quintali di patate".
Così
tutti i cassoni furono riempiti. Allora Vittorino colse l'occasione per fare una
bella predica alle suore dicendo: "Avete visto? La Carmela, con la sua fede
semplice, ha ottenuto il miracolo dal Signore ... ".
14.
LA
PATENTE
L'angelo custode mostrò spesso il suo aiuto a fratel Vittorino, ad esempio quando prese la patente: egli infatti desiderava guidare la macchina per portare ai Buoni Fanciulli i viveri che la Provvidenza mandava. Cosi un giorno chiese a don Luigi il permesso di prendere la patente, ma il superiore rifiutò: "No, perché tu hai una missione da compiere e se guidi non avrai più tempo, perchè ti faranno autista dell'Opera".
Vittorino
suggerì: "Mettiamo un segno: vediamo se il Signore mi aiuta ... ".
Cosi
si recò alla scuola guida che si trovava oltre la chiesa di San Fermo per
chiedere il Foglio rosa. Dopo un breve dialogo il responsabile obiettò:
"Ma lei non sa niente! Bisogna fare la pratica". Fr. Vittorino salì
in macchina e ripete i gesti di guida che aveva visto fare dagli altri
confratelli: il Signore gli aveva data il dono della guida.
Poi
i1 Fratello andò nella Chiesa di San Fermo e davanti all'immagine
dell'arcangelo Gabriele disse: "Senti Angelo custode, tu conosci, vero,
l'angelo custode dell'ingegnere? Si, vero? Tu che sei bravo, fammi un piacere:
digli che mi domandi che cos'e il carburatore che e l'unica cosa che sò ... Io
non potevo studiare tutto il libro, altrimenti mi veniva il mal di testa e poi
con tutto il lavoro che c'è da fare ... Beh, insomma, tu sai tutto,
aiutami!".
Il
giorno dell'esame fratel Vittorino andò a Messa nella chiesa di San Tomio e
durante l'adorazione eucaristica pregò: "Gesù, per favore, mettiti da
parte, porta pazienza, perchè io devo parlare col Padre ... Ascolta Padre, Tu
sai che i tuoi figli hanno bisogno, aiutami a prendere la patente e concedi
che gli angeli si mettano d'accordo ... ".
Andò
quindi nella sala sopra l'attuale banca B.N.L. e l'ingegnere comincio ad
interrogare i 5 giovani che erano arrivati prima di fratel Vittorino, ma non
superarono l'esame, nonostante fossero stati respinti altre volte.
Quando
venne il turno di Vittorino, l'esaminatore gli chiese: "Che cos'e il
carburatore?".
Fratel
Vittorino si voltò verso destra e disse sottovoce: "Grazie angelo
custode".
"Che
cos'ha detto lei?" chiese minaccioso l'altro. "Ringraziavo il mio
angelo custode" spiegò semplicemente Vittorino "Adesso le parlo del
carburatore".
Fu
l'unico quel giorno a superare la prova. Alla fine quando l'ingegnere stava per
arrabbiarsi con gli altri giovani che non avevano saputo rispondere, Vittorino
lo fermò prontamente prima che cambiasse idea e disse: "Aspetti, mi metta
la firma qui perchè io ho saputo tutto!".
***
Vittorino
non credeva superficialmente all'angelo custode, ma con tutto il suo essere, a
tal punto che sovente ne parlerà all'interno del giornale mensile della
Congregazione don Calabria: "L'Amico".
Ecco
alcuni brani che ci chiariscono le sue idee in proposito:
"Ognuno
di noi più o meno consapevolmente, è autore, scrittore del libro della propria
vita, dalla nascita fino all'ultimo respiro.
Giorno
dopo giorno le pagine di questa libro si riempiono delle nostre storie: azioni
buone o meno buone, sentimenti diversi,
incontri, scontri. .. quante parole.
Se
con l'immaginazione scorro le pagine dove c'e il mio passato, scopro che saper
scrivere bene il proprio libro non e questione ne' di cultura, ne' di sapienza o
furbizia, ma è una questione d'amore, di disponibilità.
Infatti
dove il mio cuore e tutto me stesso sono stati servizio e servizio verso il
povero (inteso sia materialmente sia spiritualmente), allora la scrittura,
l'inchiostro si fa più luminoso. Allora penso: che sia stato il mio angelo
custode in persona a scrivere quelle righe? Ricordo d'averlo tanto invocato,
pensavo anzi d'averlo al mio fianco quel dato giorno, in quella situazione ... E
avanti così, pagina dopo pagina.
A
voi dico perciò che se al mattino offriamo la nostra giornata al Signore e la
concludiamo con un esame di coscienza ed un ringraziamento, alla fine del giorno
il nostro angelo custode sarà felice di scrivere a caratteri luminosi la nostra
storia! Perchè dunque non c'impegniamo ogni giorno a riempire quelle pagine di
cose buone, piene di luce?
Certo
che poi, alla fine della nostra vita, chi leggerà e giudicherà sarà solo Gesù,
L'Agnello di Dio. Lui, davanti al trono di Dio Padre, aprirà e leggerà il
nostro libro, dando l'interpretazione di ogni nostra azione secondo la sua
sapienza e onniscienza, dandone l'approvazione o la condanna.
Penso
però che avremo delle grandi sorprese perchè è molto difficile conoscere se
stessi e tanto più conoscere gli altri, sia nel bene come nella mancanza di
bene. Quando ci giudichiamo o giudichiamo i nostri fratelli, penso che l'angelo,
alla fine della giornata, cioè della pagina, metta un bel punto di domanda, così
quando non amiamo, non perdoniamo, non siamo servizio. Dio ha voluto mettere a
fianco dell'uomo un angelo buono, sapendo che il nemico infernale ci avrebbe
molestati offrendoci illusioni e distrazioni, per impedirci di riflettere con
riconoscenza sulle meraviglie non solo del creato, ma soprattutto del suo amore.
Lui, lucifero, ogni momento presenta a ciascuno di noi degli idoli perchè
adorandoli dimentichiamo Dio. Questo inganno è forte e potente, ma chi non si
lascia abbagliare e combatte le insidie del demonio, può contare sull'aiuto del
proprio angelo. L'hanno sperimentato i martiri che offrendo la propria vita nei
momenti di maggior dolore l'hanno avuto vicino, ma anche quelli non conosciuti o
nascosti che ogni giorno hanno riempito le pagine dell'loro libro con parole di
luce.
Purtroppo,
però, la missione dell' angelo custode non è compresa e perciò non viene
valorizzata come si deve. Vorrei anzi dirvi che se vogliamo incamminarci nella
via del bene i primi passi dovremmo farli in sua compagnia. Se però non siamo
ancora entrati in confidenza con lui, chiediamo a Maria SS., Regina degli
angeli, di farcelo amare, non solo lui, ma anche i tre arcangeli suoi amici: S.
Michele, per difenderci dal maligno, Raffaele, medicina di Dio, che curerà le
nostre infermità spirituali, e l'arcangelo Gabriele che ci farà comprendere
profondamente il messaggio evangelico".
In
un'altra occasione Vittorino continua:
"...
Caro angelo custode... la nostra amicizia e stata ed e una delle cose più
importanti della mia vita, anche adesso, pur col mio carico d'anni e
d'esperienze. La confidenza fra noi mi ha portato anche a vedere con gli occhi
della mente l'infinito cielo e mi porta diritto dall'uomo di Dio, don Giovanni
Calabria (ma, in confidenza, gliel'hai forse suggerito tu?). E così
quell'incontro ha segnato in modo indelebile la mia vita per sempre. Posso dire
che da allora la tua presenza si e fatta sentire sempre più forte, più viva.
Un
giorno (ricordi?), mentre stavo scendendo le scale con quattro sacchi pieni
sulle spalle, suona la campana. Che fare? L'ubbidienza vuole che si corra, ed
io, con le spalle curve sotto il peso, mi lancio a precipizio giù dalle scale.
E un attimo, mi trovo improvvisamente davanti alla botola dell'ascensore ...
Angelo mio custode, dove sei? Un soffio potente viene su dal buco della scala e
mi ritrovo sbattuto all'indietro , ma salvo. Grazie! Se non Fosse stato per
quel tuo intervento, chissà...
E
da quel giorno la nostra amicizia si
è, come dire, rinsaldata, e andata avanti in un continuo crescendo ...
Bene
ragazzi, provate anche voi. Vi assicuro: un'amicizia col vostro angelo custode
non potrà che darvi allegria e speranza .
Credete,
fate esperienza e poi ne riparleremo".
15.
INCORAGGIARE
LA PROVVIDENZA
Vittorino
cercava anche d'incoraggiare la Provvidenza andando a ripulire tutti i granai
delle persone ricche per raccogliere carta, stracci, ferro e poi rivenderli.
Succedeva così che talvolta questi signori gli davano una mancia o della farina
come ricompensa. Una volta ricevette addirittura 10 quintali di frumento. Un
giorno l'avvocato Stoia si rivolse al fratello per un consiglio: "Ho
quattro soci che vorrebbero dividere il loro camion rimorchio in quattro parti
per avere i soldi, ma per rimediare li ho convinti a regalarlo a Lei".
Fratel
Vittorino accettò quel dono inaspettato, vendette il rimorchio e diede i
soldi a Stoia perchè liquidasse i quattro soci. Tutti furono soddisfatti.
In
seguito Vittorino dovette prendere poi la patente per i mezzi pesanti.
Quando
l'ingegnere della Motorizzazione Civile lo rivide disse: "Lei non e
ignorante, sa tutto!".
"Mi
domandi qualcosa" aggiunse Vittorino. "Che differenza c'e tra i
camion?"."Ci sono quelli che vanno a benzina ed altri a diesel".
Ancora una volta gli angeli custodi si erano messi d'accordo.
Col
nuovo camion fratel Vittorino si recò dal sig. Guaita, direttore dei Magazzini
Generali, per chiedergli dello scarto di maiale per fare i salami. Fu
accontentato ed in più ricevette anche alimenti.
In
seguito Vittorino attraversò Piazza Brà chiedendo se qualcuno avesse degli
avanzi da regalare ... Riempi il camion con 200 quintali di viveri e tornato a
San Zeno in Monte suonò le campane a festa.
***
In
un'altra occasione Vittorino, appena uscito dal collegio di Madonna di Campagna,
riconobbe sul sagrato del Santuario il figlio di una benefattrice di San Zeno.
Contrariamente a quanto era solito fare con lui, il giovane finse di non vederlo
e andò per i fatti suoi.
Il
fratello capì subito che c'era qualcosa che non andava e si ricordò di dover
restituire il prestito fattogli dalla madre del giovane. Era infatti passato
diverso tempo dalla scadenza.
Si
ripromise che, tornato a casa, avrebbe chiesto all'economo fratel Francesco di
pagare subito quel vecchio debito.
Invece,
arrivato a San Zeno, fratel Francesco lo mandò a chiamare e gli disse di
prendere i soldi nel cassetto perchè erano pochi per pagare le spese di quel
giorno. Secondo il fratello economo, infatti, erano questi ad impedire l'arrivo
della Provvidenza che gli serviva.
"Finchè
i denari sono qui fermi, non arriverà mai la somma che ci occorre"
commentava il buon economo.
Vittorino
li conto: la cifra era giusta per saldare il debito al giovane intravisto alla
Madonna di Campagna.
Vittorino
lo riferì a fratel Francesco che se ne compiacque, sicuro che la somma maggiore
che gli occorreva sarebbe presto arrivata. Infatti in portineria proprio in quel
momento un anonimo benefattore lasciò una ricca offerta.
L'indomani
Vittorino si presentò a casa del ragazzo. L'accolse la madre sbalordita:
"L'halo portà qua un angelo del Signore?".
Vittorino
pensò si trattasse di un complimento esagerato per risparmiargli una brutta
figura, invece la signora spiegò: "Deve sapere, fratello, che mio figlio
s'e già fato "novisso" (promesso sposo) e si trova obbligato a spese
che non quadrano con i nostri bilanci.
L'altro
ieri mi disse: -Se non rientrano i soldi prestati, non mi sposo più!-. Lei può
ben capire la gioia di una mamma nel vedere risolversi una situazione
incresciosa. E stato proprio mandato dal Signore!".
16.
CARITA'
A TUTTO CAMPO
Don
Calabria aiutò anche i perseguitati politici nascondendoli nelle sue case,
accogliendo italiani, ebrei, stranieri.
Ricorda
che ospitò alcune suore di p. Filippo Bardellini, la cui casa aveva subito un
disastroso bombardamento. Accolse pure a Nazareth mons. Manzini e tutto
l'istituto don Mazza con un centinaio di ragazzi ed alcuni studenti del don
Bosco, trattando tutti i giovani come i Buoni Fanciulli.
La
famiglia di don Calabria non aveva nè porte nè finestre, anzi cercava di
abbatterle per creare unità tra i cristiani.
Lo
preciserà Vittorino anni dopo con questa ricordo:
"Don
Giovanni, mio padre nella fede, sentiva in modo particolare il problema
dell'ecumenismo. Vorrei dire che lui, per il suo tempo, e stato quasi un
pioniere in questa senso e per questo ha tanto sofferto, pregato e cercato di
rendere sensibili soprattutto noi suoi figli. Ripensando a lui mi sembra di
rivederlo quando usciva dalla sacrestia diretto verso l'altare per la
benedizione, avvolto dal piviale.
Io,
noi, in quei momenti, pur consapevoli di essere alla presenza del Signore
Onnipotente, tuttavia, mentre si avvicinava per prendere l'Ostensorio, sentivamo
o meglio percepivamo un qualche cosa di strano.
Sì,
era come se lui fosse coperto dalla presenza del Signore, dal piviale del suo
amore: non era lui, ma era Cristo in lui.
Ed
ogni volta era come un avvenimento nuovo, una forza nuova, che trasmetteva a
quelli che riuscivano a mettersi in sintonia. Per noi era sempre una grande
gioia. Desideravamo, aspettavamo quasi col cuore in gola, che dalla sacrestia
uscisse quel piccolo corteo ed infine don Calabria che lentamente e
profondamente si avviava verso l'altare. Perchè, mi chiedo, gioivamo tanto
quando potevamo avvicinarlo o anche solo vederlo?
Perchè
ogni volta vedevamo un uomo innamorato di Dio che, sotto il peso di grandi
sofferenze, tutto accettava e offriva per amore della Chiesa, della sua Chiesa.
Sentivamo
allora uscire da lui una forza che lo sosteneva e sospingeva in quel suo cammino
doloroso. Capivamo inoltre che questa forza era certamente nutrita dal suo
grande desiderio e volontà di unità.
Che insegnamento era per noi ogni suo atteggiamento, anche il più semplice! Quanto più lui cercava di mettersi in relazione col Padre, tanto più aumentavano in lui la ricerca ed il desiderio di unione con gli altri, soprattutto all'interno della chiesa e fra le diverse chiese…"
17.
DISCORSO
DI FATEL VITTORINO ALLA COMUNITA'
Don
Calabria desiderava che nell'opera ci fosse un'assoluta parità di diritti tra
sacerdoti e fratelli interni, per questo voleva che ciascun religioso parlasse
a turno nella propria comunità.
Quindi
nel 1945 disse a Vittorino: "Tu devi parlare ai religiosi".
"Ma
Padre non sono capace" obiettò il fratello.
"Don
Luigi ti preparerà un discorsetto . Devi obbedire!".
Il
suo turno fù nel febbraio 1945. Benché fratel Vittorino fosse stato maestro di
dottrina cristiana alle scuole elementari del suo paese, in quel momento non gli
fù di alcuna utilità e così don Luigi Pedrollo gli diede alcuni spunti che lo
lasciarono un po' perplesso, quindi decise di andare in chiesa per avere una
luce.
Entrò
facendo un segno di Croce ed abbozzando una genuflessione, perchè impedito dai
dolori, specie alle ginocchia, a causa del duro lavoro. Manifestò al Signore la
sua sofferenza lamentandosi:
"Parchè
te me ghè creà?" (Perchè mi hai creato?).
Sentiva
Gesù che gli suggeriva nel cuore: "Ma che maniere hai Vittorino di
parlarmi in questo modo?".
Come
un lampo gli balenò nella mente una risposta del catechismo: "Per quale
fine Dio ti ha creato? Per conoscerlo, amarlo, servirlo e poi goderlo in
Paradiso".
Gesù
aveva risposto.
Non
contento Vittorino chiese nuovamente: "Perchè mi hai voluto nell'
Opera?" . In quel momento di intimità divina il diavolo tentò di
distrarlo suggerendogli di andare in cucina per controllare che non mancasse
nulla, ma il religioso:
"Ehi,
lasciami stare, va' via!" disse.
Quello
insinuò: "Ma è tardi, guarda l'orologio". "Lasciami stare -
egli ripetè -, vattene via!". Finalmente potè riprendere la preghiera.
Dopo
mezz'ora all'improvviso la sua mente venne illuminata da un altro pensiero: gli
sembrò di vedere una sorgente luminosa e zampillante la cui acqua ricadeva in
una conca. Da li si diramavano numerosi canali che irrigavano il terreno,
durante il percorso, però, alcuni si seccavano. Allora gli sovvennero le parole
del Padre: "Vi raccomando: siate conche e canali; che tutta la povera
umanità possa venire liberamente a bere le acque pure e genuine del Santo
Vangelo, siate voi Vangeli viventi".
Con
la visione ebbe anche la spiegazione: don Calabria era il canale principale,
colmo d'acqua, i religiosi buoni erano i canali abbondanti, invece quelli
brontoloni e pettegoli erano acqua stagnante ... Per i religiosi che danno
scandalo, invece, vale la frase evangelica: "Meglio che si leghino al collo
una macina e si gettino nel mare" perchè il canale della loro vita di pietà
è inaridito.
Questa
fù l'ispirazione che nel febbraio 1945 permise a fratel Vittorino di parlare ai
religiosi sulla vocazione, ma, non potendo scrivere, chiese ad un confratello di
annotare queste idee. Quel giorno concluse la conferenza con le parole di don
Calabria: "Se saremo uniti e crederemo con forza, otterremo la pace, perchè
l'Opera e stata fatta per la chiesa e per il mondo e noi dobbiamo santificare
noi stessi!".
18.
RAPPORTI
CON LA FAMIGLIA
L'impegno
di Vittorino nell'Opera don Calabria non gli fece dimenticare i legami familiari
che anzi curava in ogni occasione.
Ne
è un esempio il discorso pronunciato per la festa, da lui organizzata alla fine
della seconda guerra mondiale, per ringraziare il Signore di aver preservato
tutti i membri della famiglia Faccia da eccessivi dispiaceri:
"Domenica
19 agosto 1945. Giorno di grande festa in famiglia, di ringraziamento e di
gioia. Miei cari genitori e fratelli, colgo questa occasione per dirvi una
parola che spontaneamente parte dal cuore per voi amatissimi genitori e per
tutti i miei cari fratelli e sorelle. Sia una parola di ringraziamento a Dio e
d'incoraggiamento al bene. E' giusto che io come religioso abbia a dirvi in
questa occasione bellissima una parola, tanto più che sarà ben difficile
trovare un'altra volta tutti così uniti.
Per
prima sia una parola di ringraziamento alla Divina Provvidenza. Dopo una tale
burrasca di guerra, oggi ci troviamo tutti attorno ai nostri cari genitori ed e
ben giusto che tutti siamo riconoscenti a Dio di questa grande grazia. Dov'è
una famiglia che sia rimasta illesa da ogni male di morte od altra disgrazia? La
nostra numerosissima famiglia non deve lamentarsi di nulla e quindi alziamo il
nostro sguardo di riconoscenza al Cielo e il nostro miglior ringraziamento sia
vivere una vita veramente cristiana.
Nella
casa della Divina Provvidenza vi posso dire che con mano ho toccato i miracoli,
specialmente negli ultimi anni di questa diabolica guerra. Davanti a tali grazie
si rimaneva assorti in Dio nel vedere la sua bontà e misericordia. Però anche
tutti voi potete dire di aver toccato la grazia ed il miracolo di Dio,
specialmente voi fratelli dispersi nel mondo.
Non
potevamo passare una più bella giornata di questa. Oggi tutto il Paradiso si
unisce a noi perchè riflettiamo la grazia avendoci tutti accostati ai SS.
Sacramenti. Quanta consolazione per noi accostarci al banchetto Eucaristico,
infervorati dalla calda parola di mons. Arciprete. Qui è la sostanza della
nostra Festa e della nostra gioia.
Di
cuore vi ringrazio per avermi accontentato nell'accostarvi ai SS. Sacramenti
soddisfacendo così ad una promessa che io feci e che subito vi racconto.
Un
giorno nella Santa Messa, durante il solenne momento della Consacrazione, feci
questa preghiera: - Gesù, concedimi che tutti i miei fratelli rimangano illesi
con tutta la famiglia ed i suoi beni e quel giorno in cui potremo unirci sarà
un giorno di ringraziamento nel quale tutti ci accosteremo al benefico e
splendido banchetto Eucaristico-.
Quanto
a me sento il bisogno anche di ringraziare il Signore per la specialissima
grazia che mi ha fatto col chiamarmi alla vita religiosa in una santissima sua
Casa. E' un gran dono ed una grande benedizione anche per tutti voi. Quello che
più importa e per cui vi scongiuro di pregare ogni giorno è che io corrisponda
a questa grazia santificandomi per poi santificare tutte le anime, specialmente
quelle che avvicino. Cosi attirerò grazie e benedizioni su tutti i fratelli e
sorelle e in special modo su voi miei amati e cari genitori.
Ringraziate
dunque anche voi il buon Dio di avere un' anima consacrata a lui e siate
orgogliosi di avere un fratello e un figliolo o più figlioli che si donano
interamente a Dio.
Tutte
le strade conducono a lui. La vita religiosa è la migliore, ma anche quella del
matrimonio e meravigliosa e bella.
Auguro
a voi fratelli, specialmente più anziani, di formarvi una famiglia sana e
cristiana, imitando i nostri genitori di cui non possiamo dire che bene. Come
dobbiamo essere orgogliosi di avere anime che si consacrano al Signore, così
pure dobbiamo essere orgogliosi di avere genitori sani e cristiani che per noi
danno tutte le loro energie con un continuo ed intenso lavoro, materiale e
morale. Per loro merito tutti possiamo dire di essere cresciuti senza conoscere
il male. Noi fratelli tutti cerchiamo di conservare la buona educazione ricevuta
e di trasmetterla agli altri.
Il
Signore benedica questa famiglia e mai l'abbandoni nei suoi bisogni materiali e
spirituali, anche per merito del papà e della mamma. Per questo è giusto che
ci dimostriamo a loro riconoscenti aiutandoli e gareggiando nell'amarli ...
Il
mondo ha bisogno di famiglie sane... Sia questo un nostro impegno formale ...
Finisco
con l'augurare a tutti una vita veramente cristiana, dopo la quale che tutti ci
ritroviamo uniti, come lo siamo ora, nel santo Paradiso ... Per carità: che
nessuno di noi manchi in quel luogo, dove ci aspettano i nostri santi
fratellini!
Ce
ne sia garanzia la benedizione che il mio Veneratissimo Padre di gran cuore ci
invia ... ".
Proprio
questo attaccamento alla famiglia unito alla speranza cristiana, porterà
Vittorino ad essere il consolatore dei fratelli nei momenti più tragici della
loro esistenza. Lo scopriamo soprattutto alla morte della madre
Nel
1949, infatti, un tumore al fegato fece passare nella casa celeste la cara mamma
Geltrude. Ella da tempo soffriva di nascosto e non si lamentava delle continue
iniezioni a cui era costretta. Per aiutarla, Vittorino si era recato a Monte
Berico a chiedere la grazia. Poi con altri fratelli fece un pellegrinaggio a
piedi fino al piccolo santuario della Madonna di Terrazzetta, lontano 8
chilometri dall'abitazione. Davanti a tutti Vittorino recitava il Rosario ad
alta voce con il suo vocione e tutti lo guardavano, ma lui non se ne curava.
Lui
trasformava tutti i funerali dalla tristezza in festa, perciò quando morì la
mamma consolò tutti i fratelli.
"Tu
Imelda, cossa gheto sentìo?" chiese alla sorella dopo la cerimonia
funebre.
"Una
musica" rispose l'altra.
"Anca
mi go sentio una musica". E Vittotino si mise d'accordo con la sorella
Maria per far trovare a tutti la tavola imbandita quando tornarono a casa.
Quando
un'anima santa entra nel regno di Dio, si sente dentro la gioia. Papa Giovanni
XXIII diceva: "Gli ottimisti qualche volta sbagliano, ma i pessimisti
sbagliano sempre!".
19.
AIUTO
ECONOMO
Dopo
la guerra Vittorino venne chiamato ad aiutare l'economo generale fratel
Prospero. Certo i suoi modi erano originali.
Ad esempio si coricava sopra le scorte di grano e pregava perchè i sacchi raddoppiassero in modo da avere sempre cibo a disposizione per sfamare tutti i ragazzi ed i religiosi dell'Opera. Una famiglia di Cerea decise di regalare 100 q di frumento, ma Vittorino doveva arrangiarsi per andare, per insaccarlo e caricarlo sul camion senza alcun aiuto. Non s'intimidì per il gravoso lavoro e in una giornata fece tutto da solo.
Come
vice economo s'ingegnava per aumentare le entrare a favore dell'Opera. Andava
con alcuni studenti nelle aziende agricole di sua conoscenza per spigolare la
frutta, le patate, la polenta e il frumento.
L'idea
che permise a Vittorino di risolvere definitivamente i problemi alimentari della
Congregazione gli venne quando per caso affida ad uno zio un vitellino che un
benefattore aveva regalato alla Congregazione. Lo zio lo alleva gratuitamente e
quando il vitello fu pronto per il macello lo riconsegnò al nipote.
Altri
benefattori regalavano vitellini all'Opera. Che farne? La fame era tanta e si
potevano macellare subito per regalare qualche giorno di festa ai 900 ragazzi
della Congregazione, ma ecco cosa disse Vittorino a don Calabria: "Se
invece di macellarli li diamo in custodia ad alcuni contadini della zona, che ce
li tengano per la carità del Signore e ce li crescano e li riconsegnino una
volta adulti, non sarebbe meglio? Una bestia in più in stalla è come un figlio
in più: qualcosa da mangiare glie lo si trova sempre".
Eccoli
allora i Poveri Servi e Vittorino per primo, girare in gran largo le fattorie
della provincia a proporre le loro bestie per le grandi tenute e per le piccole
stalle, a contadini che, incontrando tanta semplicità e tanto candore, finivano
per accollarsele come una benedizione. ''L'e la bestia del don Calabria par
sfamar quei pori buteleti... se la tiro su me andrà mejo anca el me
racolto".
E
quando era pronta i Poveri Servi se la portavano via con ringraziamenti
reciproci.
Col
tempo fratel Vittorino, appoggiato da un'azienda olandese che provvedeva i
vitelli, arrivò ad avere 600 capi di bestiame sparsi in diverse fattorie pur
non avendo alcun documento scritto. Teneva tutto a mente e si ricordava i tempi
di consegna. Quando poi arrivava il momento di ritirarli, mandava un volontario
con un camion. Aveva un eccezionale senso dell'orientamento per cui si ricordava
strade e indirizzi anche a distanza di anni.
Grazie
alla sua frenetica attività di economo riuscì a sfamare per tutti quegli anni
le 900 persone che gravitavano attorno a tutte le 13 Case dell'Opera ed a
ottenere denari sufficienti per pagare lo stipendio dei numerosi insegnanti
assunti dalla Congregazione. Entrava nelle case per prendersi la Provvidenza, ma
quanta dava in cambio! Gli affari ed i problemi di ogni contadino erano anche i
suoi. Dava consigli in economia e in gestione aziendale che si sono sempre
rivelati adeguati e utili. I Superiori dell'Opera riconoscevano i meriti della
sua attività, ma alcuni non gli risparmiavano critiche su questioni formali. Ad
esempio se dopo un giorno di lavoro in giro con il camion ritardava nel
rientrare a San Zeno, veniva ripreso perchè non rispettava gli orari.
Il
bene, comunque, non poteva essere fermato da semplici invidie e spesso otteneva,
col tempo, molto più di quanto si aspettava. Ecco la testimonianza di Giuseppe
Todeschini:
"Italo
bestemmiava molto e frequentava assai raramente la chiesa, Vittorino lo salutava
ma non aveva buoni rapporti con lui. Inoltre non gli chiedeva aiuto per
l'allevamento dei vitelli, dato che aveva una stalla con solo due mucche.
Un
giorno fù il contadino a prendere l'iniziativa:
"Lu
-disse- el va sempre dai siori, da noiltri pitochi nol vien mai, ai siori si el
ghe da la bestia, a mi nol me la da".
Il
religioso con calma rispose: "Eh, Italo, la bestia la costa
mantegnerla"
"Volo
che mi non sia mia bon de mantegner una bestia par lu?"
Vittorino
pensò: "Tante chiacchiere e pochi fatti, mettiamolo alla prova"
Prese
una delle bestie più mal ridotte che aveva e la consegnò allo strano
allevatore.
Italo
volle cosi bene all'animale adottato e lo seguì con tale attenzione che al
ritorno Vittorino non la riconobbe più a causa del suo grande sviluppo.
Da
allora i rapporti tra i due uomini migliorarono a tal punto che incontrandosi
discutevano volentieri dei diversi problemi della vita.
Anni
dopo, però, Italo si ammalò di un tumore alla gola e fu ricoverato
all'ospedale di Zevio con poche speranze di guarigione. Alle 5 della sera fratel
Vittorino andò a trovarlo con un sacerdote per somministrargli l'estrema
unzione. Al termine della cerimonia tutti uscirono dalla camera e il fratello si
trovò solo con l'ammalato agonizzante.
Gli
prese la mano e senti il moribondo che con Fatica sussurrava:"Mi che son un
pecatore go salva la so bestia, lu chel ze un santo elo mia bon de guarirme
mi?"
Nessuno
sa cosa successe dopo, fatto stà che Italo non morì e visse per altri vent'
anni non bestemmiando più e frequentando la chiesa.
***
Fratel
Vittorino divenne instancabile: era a tempo pieno, notte e giorno, il corridore,
il burattino nelle mani di Dio, come lui preferiva umilmente definirsi. Portava
i doni e portava le parole. Quando arrivava in una delle Case, là era una
festa. I ragazzi si radunavano nel cortile dei giochi, lui saliva su un palco
improvvisato e distribuiva a piene mani quelle sue caramelle che sempre si
portava e si porterà dietro fino agli ultimi giorni: il più modesto dei
regali, ma anche il più semplice e allegro degli approcci.
Un
gesto, il simbolo di un rapporto che non poteva non farsi subito confidenziale e
fraterno. Le caramelle gliele regalavano gli amici ed i conoscenti e lui (a meno
che fosse Quaresima, cioè tempo di penitenza) le ridistribuiva a distinti
banchieri ed imprenditori, a professionisti di fama, alla gente umile, ai
disoccupati, agli ammalati. Era uno dei suoi modi particolari di rompere il
diaframma che separa le persone. Poi venivano le parole e l'uomo si trasformava
da burattino ad apostolo.
20.
LA
CASA DI SAN GIACOMO
Don
Calabria prima di prendere una decisione, pregava a lungo, chiedeva dei segni
per essere sicuro della Volontà di Dio, inoltre domandava consigli alle persone
competenti.
Cosi
avvenne anche per la donazione della Casa di San Giacomo al Vago di Lavagno, che
nel XIV secolo era stata costruita come santuario dedicato a San Giacomo
Apostolo.
La
proprietà passò attraverso vari ordini religiosi fino ad arrivare in mano alla
famiglia Battiato che ristrutturò il complesso per donarlo a don Calabria.
Il
padre, però, rifiutò.
La
famiglia Battiato proveniva dalla Sicilia ed il capofamiglia, cav.uff. Ignazio,
era il più grande commercialista di Milano, consigliere della FIAT e della
Innocenti. Si era innamorato di San Giacomo, del suo splendido complesso.
L'aveva acquistato nel 1930 insieme ad altri 200 campi. C'era solo la villa in
alto sulla collina e vi ospitava, dopo la guerra, artisti di qualsiasi genere
(ricordiamo in particolare il pittore Pio Semeghini), che lo ricambiavano
offrendogli gratis le loro opere d'arte.
Nei
primi anni '50 senti un'ispirazione che gli suggeriva di regalare la villa a don
Calabria. Abitando a Milano, non conosceva personalmente questa Congregazione,
mentre vi erano i rappresentanti dell'Istituto Don Mazza, del don Bosco e di
altre Congregazioni che insistevano perchè cedesse loro quella proprietà.
Nell'indecisione,
il cav. Battiato volle recarsi a Verona per conoscere chi fosse don Giovanni
Calabria.
Dopo
un breve colloquio con lui, si convinse della bontà dell'Opera e gli propose di
acquisire gratuitamente la proprietà di San Giacomo.
Don
Calabria rifiutò.
Sconcertato,
il cavaliere pensava così di aver eliminato un pretendente, ma la coscienza
continuava a dirgli di insistere su quella strada.
Nel
1949 tornò da don Calabria e lo invitò a visitare il luogo per convincersi.
A
San Giacomo il santo prete esclamò: "Viste la sua insistenza e la sua fede
accetto, però sappia che mi costa sangue!".
Nessuno
seppe mai spiegarsi il perchè di un simile atteggiamento. Vittorino faceva
l'ipotesi che essendo stato un ambiente piuttosto libertino, il padre non lo
ritenesse adatto all'Opera.
Avvenuto
il passaggio di proprietà, i religiosi vi entrarono il 25 luglio 1951, festa
del Santo Patrono. Don Calabria, ispirato, lo stesso giorno dell'inaugurazione,
scrisse una lettera profetica a don Luigi Pedrollo:
"Con
la grazia del Signore, con la benedizione dell'Ecc. Vescovo, si inizia codesta
nuova aiuola della Provvidenza, secondo lo spirito dell'Opera, nell'umiltà e
nel nascondimento, ma anche nell'esultanza del cuore ...
Ed
egli manifesterà gradatamente il suo beneplacito ed i suoi disegni. E saranno
certo disegni appropriati ai tempi difficili che attraversiamo, per portare luce
e amore secondo lo spirito puro e genuino della Casa, per il trionfo del Santo
Evangelo ...
Mi
sento che non a caso il Signore mette mano a codesta aiuola della sua
Provvidenza sotto gli auspici del grande Apostolo San Giacomo. E uno dei tre che
hanno avuto predilezioni speciali dalla bontà di Gesù ed ha lavorato
grandemente in lungo e in largo con un intenso apostolato ... esteso fino alla
Spagna. Che cosa ha cercato San Giacomo? Di far conoscere il Signore a tanti
popoli, di diffondere la legge evangelica dell'amore fra la gente. Ed è passato
alla storia come uno dei più famosi nell'opera di evangelizzazione. Così,
certamente, il Signore ci chiama ad imitare questo grande apostolo, ad emulare
il suo zelo per il regno di Dio e la salvezza delle anime. I Poveri Servi non
hanno altro programma che questa e si sforzeranno di attuarlo secondo lo spirito
messo dal Signore nella sua Opera.
Oh,
beati coloro che comprendono la nobiltà nell'aiutare le Opere di Dio! Beati
coloro che si fanno degni ministri per l'esecuzione dei divini disegni! Che bel
premio si acquista per il Paradiso e che grandi benedizioni per la terra! Il
grande Santo Apostolo prenda oggi più che mai sotto la sua protezione la divina
semente che nel nome di Dio viene gettata in codesta aiuola che e a Lui
intitolata. E con la sua intercessione ottenga aiuti e grazie per
corrispondere a tutto quello che il Signore vorrà.
La
benedizione di Dio, per intercessione di San Giacomo Apostolo, scenda sui
ministri della Provvidenza e faccia loro pregustare la soddisfazione del bene
che verrà operata da codesto luogo santo.
Oh,
quanto è bello questo colle! Esso e davvero luogo santo, casa del Signore e
porta del Ciclo".
Ricorda
fratel Vittorino che, per ordine del confessore, don Calabria si recò più
volte in macchina sul colle e un giorno, davanti al loggiato del convento,
profetizzo: "Questo sarà un grande faro di luce".
Tempo
dopo anche il Card. Urbani di Venezia avrebbe espresso le medesime parole senza
sapere quello che il padre aveva detto.
Don
Calabria fece sistemare la casa di San Giacomo come luogo di ritiro per incontri
spirituali e come rettoria per la sotto stante zona abitata.
Una
piccola comunità di sacerdoti e fratelli venne delegata a gestire la nuova casa
e fu nominato Superiore padre Leone Zinaghi.
Nel
1954, dopo una visita alla casa di San Giacomo, don Calabria discendeva dal
colle col dottor Parolari ed il dottor Vantini , salutava l'immagine della
Madonna Immacolata nel capitello, faceva fermare l'automobile all'altezza
dell'attuale portineria dove si trova la Casa d'Incontri.
Allora
in quel luogo si vedevano solo sassi ed il 25 luglio, Festa dell'Apostolo, si
faceva la sagra e c'era una bancarella che vendeva le angurie.
Eppure
egli profetizzò: "Qui sorgeranno incontri d'anime!". Solo dopo alcuni
anni dalla realizzazione della Casa d'Incontri, Vittorino seppe di questa
profezia.
21.
LA
NOTTE COL PADRE
Dopo
la seconda guerra mondiale, sotto l'onda del secolarismo e del materialismo, don
Calabria sentiva che il mondo si stava scristianizzando e sottolineò che il
Povero Servo doveva testimoniare il suo spirito: "Ravvivare nel mondo la
fede nella Paternità di Dio, la fiducia ed il filiale abbandono alla sua Divina
Provvidenza: ecco il fine speciale della nostra Opera, ecco il principale nostro
dovere. Ma non possiamo ravvivare nel mondo questa fiamma se prima non arde in
noi". (9)
Era
quello che fratel Vittorino cercava di attuare, soprattutto durante il suo ruolo
di economo.
Coloro
che compresero maggiormente il fondatore e che gli furono vicini in quei momenti
difficili, erano fratel Vittorino e fratel Ottone Graziadei, verso il quale don
Calabria così si espresse: "E' Ottone, ma è d'oro".
In
seguito don Calabria confidò a fratel Vittorino con tristezza:
"Sai,
il Consiglio vorrebbe mandarmi in manicomio".
Allora
Ottone e Vittorino fecero pressione perchè i superiori non lo ricoverassero ne
a Negrar ne in ospedale psichiatrico, infatti avevano compreso che il padre era
un grande mistico, provato come Giobbe e che come San Giovanni della Croce stava
attraversando le prove della notte oscura.
Così
riuscirono a farlo rimanere a San Zeno in Monte. Intanto don Calabria scriveva
nel suo Diario il 14 aprile 1950: "Sono giorni di continue sofferenze, che
solo Gesù può misurare, umanamente parlando mi sento venir meno, vivo
nell'oscurità più profonda, nell'aridità più acuta. Oh, Gesù, dove siete?
Siate con me, perchè la sofferenza Voi Dio mio, l'avete provata. Gesù aiutami.
Tutto con la Grazia Vostra, per la mia povera anima, per l'Opera, per il mondo
che torni cristiano!".
Provato
dalla malattia, il 5 ottobre 1950 consegnò una lettera a don Luigi Pedrollo
con la quale gli conferiva la piena delega a "rappresentarlo nel governo
della diletta Congregazione".
Le
sue sofferenze fisiche l'anno successivo furono aggravate da due catarrate agli
occhi che lo resero quasi cieco.
Per
sollevare il padre da questa situazione, fratel Vittorino promosse una novena
per la festa di Pentecoste, al fine di ottenere la sua guarigione.
Corse
quindi per tutte le Case dell'Opera: San Benedetto, Nazareth, Maguzzano, Ronca,
Santa Toscana e portava i ragazzi di Verona, a gruppi di Quaranta (erano 120 in
tutto), ai piedi della Madonna di San Zeno in Monte.
Pensava:
"Noi che siamo suoi figli dobbiamo guarire il nostro padre, non possiamo
lasciarlo cosi!".
In
quei giorni cercò di stargli vicino il più possibile e fece esperienza delle
sue sofferenze offerte per il mondo e la situazione grave in cui versava la
Chiesa.
Quando
Vittorino faceva la Comunione, al termine della Santa Messa, don Calabria spesso
lo chiamava dalla cantoria per avere un conforto e sussurrava "ssst".
Certamente
aveva il dono di sentire la presenza del fratello anche se non poteva vederlo.
Verso
la fine della Novena, un giorno Vittorino gli disse:
"Padre,
mi dia il mantello che ha sulle spalle, quello della sofferenza, me lo prendo io
... ".
Per
amore desiderava fare sua la croce del Superiore. Giunse infine la domenica di
Pentecoste, 13 maggio 1951: i religiosi si recarono in chiesa per la Santa
Messa, Vittorino era con loro e portava nel cuore la certezza che, grazie alla
potente preghiera dei giovani, don Giovanni sarebbe guarito.
Prima
di leggere il Vangelo, mentre l'assemblea intonava il "Magnificat",
egli ebbe un impulso che lo spinse a correre da don Calabria e bussò alla sua
porta.
Subito
lo accolse dicendo:
"Avanti,
avanti. Grazie sai, che hai fatto pregare tutti. Me l'ha detto Gesù!"
"Padre,
abbiamo fatto questa novena con tanta fede!". "Prega Vittorino, c'e
bisogno di pregare, apri con me la preghiera della chiesa, è la prima volta
che leggo il breviario dopo tanto tempo ... Ho fatto la Comunione sai? Gesù è
venuto da me. Apri ora anche tu l'Ufficio e rispondimi".
Cominciarono
a leggere ...
"Ma
che becanoti che te disi, Vitorino" (Ma che errori che dici ... ) osservò
il Padre.
"Padre,
non ho studiato". "Beh, beh, tuto fa brodo".
Tale
episodio di guarigione prodigiosa è attestato anche da don Pedrollo che nel suo
diario scrive il 20 maggio 1951: "Don Giovanni e rinato! Deo
gratias!".
E
don Calabria, riprendendo il diario, scrisse il 22 maggio 1951: "Sia
ringraziato il Signore che dopo tanti mesi di sofferenza mi ha concesso un po'
di tregua ... Sento quanto Gesù vuole quest'Opera ... Oggi ho fatto la mia
confessione e nella mia miseria grande sento quanto Gesù mi ama".
Infatti
il Padre potè riprendere tranquillamente la sua attività apostolica con una
forza ed una gioia insperate!
***
Nel
1953, però, le prove si intensificarono: già dal 1914 don Calabria aveva
chiesto che un religioso gli rimanesse vicino durante la notte a motivo delle
sue sofferenze e anche perchè il diavolo si manifesta ai santi soprattutto
nell'oscurità. Purtroppo don Pedrollo non concesse a fratel Vittorino il
privilegio di assisterlo perchè era troppo sensibile di fronte alle sofferenze,
quindi gli disse: "Vittorino, ti no te pol star visin al Padre parchè se
no te mori" (Vittorino, tu non puoi stare vicino al Padre, altrimenti
muori).
Nel
1954 don Giovanni morì lasciando la guida della Congregazione a don Luigi
Pedrollo.
22.
LE
PROVE DELLA VITA
Fratel
Vittorino capiva di non poter evitare la sofferenza durante la vita terrena, per
cui non si stupiva delle prove che devono sopportare le persone più vicine a
Dio.
Lo scriverà chiaramente più tardi nel giornale della Congregazione:
"
... Vorrei che voi giovani (e meno giovani) capiste il valore della prova e
questa non e facile, ma vi assicuro, per la mia esperienza, che molto spesso la
prova e un dono mirabile, una profonda grazia, e non una disgrazia (come
comunemente si e portati a pensare).
Se,
appoggiandoci al Signore, sapremo superare varie prove e sperimentare qualche
vittoria, stiamo certi che, come dice San Paolo, l'accettazione e la pazienza
produrranno la fortezza, la quale darà vigore alla nostra fede. Ma se
chiudendomi in me stesso nego il mio "Si" al Signore e rifiuto di
aderire con fiducia alla sua volontà quando questa si fa difficile e
misteriosa, allora la prova fa di me tutto ciò che vuole, impedisce cioè che
la presenza del Signore penetri dentro di me, mi toglie la luce.
Non
ribellandoci alla permissione di Dio e guardando il nostro fratello maggiore Gesù,
la croce si trasforma in luce e voce, rendendoci liberi per essere fino in fondo
noi stessi. Vi ripeto: il nostro "Si", la nostra adesione al divino
volere, proprio perchè siamo poveri e limitati, fa si che la pianta selvatica
della nostra personalità dia buoni frutti. Il "Si" infatti è come un
desiderio profondo che, accettando la comunione con il Padre, s'innesta
all'albero della vita e si trasforma in frutto saporito. I nostri limiti, se
accettati, diventano alimento per la nostra vita che la generosità di Dio fa
fiorire in ogni stagione, come un buon albero, purchè il terreno sia docile e
disponibile.
Al
contrario, la prova non accettata diventa un desiderio represso, una speranza
mortificata, spegnendo in noi ogni entusiasmo e provocando delusione e apatia,
fino a rendere sterile il terreno della nostra personalità. Si, perchè oggetto
della speranza non sono i nostri poveri desideri, ma le promesse di Dio. Per
cui, quanto più avremo sperato in Lui, purificando i nostri desideri ed
entrando in consonanza con la sua volontà, tanto più godremo nell'altra
vita". (10)
A
seguito di tali considerazioni anche la sofferenza acquisisce un diverso valore
agli occhi dell'uomo. Scrive infatti Vittorino:
"
... don Calabria diceva a proposito del dolore: -Pregate per me perchè capisca
il dono, il grande dono della sofferenza ... -.
Ma
capirlo non e facile. Innanzitutto noi pensiamo che sia necessario stare bene
per operare bene. Non è invece sempre così. Anzi, vorrei dire che come il sale
serve perchè il cibo non sia insipido, cosi la sofferenza consacra, santifica e
da sapore, come il sale, alle nostre azioni.
Entrare
in questa realtà di certo è un dono. Se vogliamo avere un modello, quale
esempio migliore della Croce?
Occorre
però pregare per vedere tutto alla luce di questo grande mistero: guardiamo a
quel Dio che ci ha salvati, e salvati così, e noi ci salveremo solo così.
Diversamente non c'e speranza, perchè rifiutare la croce significa rifiutare la
partecipazione alla nostra redenzione.
Certo
è che in qualunque situazione ci troviamo non mancano i problemi: di lavoro,
di salute o di altro genere; ma importante è vederli tutti in questa chiave
di fede, in questa chiave di accettazione.
Dicevo
ieri sera ciò che il Pontefice ripete: -Sacerdote della creazione è l'uomo-.
Infatti
l'uomo in grazia è sacerdote della creazione perchè ogni sua azione viene
consacrata e anche la prova e la sofferenza quando sono accettate vengono
consacrate e prendono sapore.
L'apostolato
ha si un grande valore, però teniamo presente che maggior valore ha
l'accettazione delle varie sofferenze.
Per
la settimana santa avrei desiderato partecipare alle funzioni in San Pietro,
oppure a Medjugorie, ma meglio ancora avrei partecipato, se il Signore lo avesse
voluto, in un letto di dolore.
Da
Maria SS. ho imparato questo, perchè Maria SS. con il suo "Si" ha
ottenuto di mantenersi Immacolata, diventando Corredentrice e quindi Addolorata.
Ecco
come il nostro "Si" di amore alla croce assicura la nostra santità.
23.
IL
SOSTEGNO DELLA FEDE
Che cosa permetteva a Vittorino di superare gli ostacoli più o meno grandi della vita senza abbattersi, trascinando addirittura nelle sue attività molteplici persone?
Era
la forza della fede. Spiegava infatti:
"
.. .la tristezza è come un canale profondo che riceve alimento da numerosi
rigagnoli, problemi e difficoltà di ogni genere. Acqua, dunque, triste e amara,
che si riversa nel grande fiume della vita, inquinandolo.
L'amico
superiore al quale mi sono rivolto per chiedere aiuto mi ha suggerito, con
infinita bontà e saggezza, di usare un filtro per ogni rigagnolo: la fede.
Ho
voluto subito fare questa esperienza e vi assicuro che qualunque dolore o
sofferenza vista non come castigo, ma come dono, si trasforma in acqua limpida e
tiepida, che scorre soavemente fino a cambiare il canale profondo e oscuro in
una laguna deliziosa di pace.
Ho
imparato, come dire, a sfruttare il fatto negativo per trasformarlo in dono ed
ho così sperimentato che la fede, quando è adulta e robusta, dà vita a ciò
che sembra in apparenza morto, senza vita ... ". (2)
Successivamente
illustra meglio l'origine e l'importanza del meraviglioso dona divino: "
... Il germe della cattiveria e dell'odio sono stati seminati in noi fin dal
peccato d'origine, ma nel battesimo abbiamo ricevuto il concepimento della
nostra fede e perciò della vera libertà.
Occorre
però che noi riconosciamo e crediamo a questa dono gratuito della fede, per
poterlo così maturare e crescere, altrimenti il germe della nostra libertà
rischia di morire appena nato.
Come
dunque non far abortire il seme profondo della libertà dentro di noi?
Difendendo la presenza di Cristo in noi, perchè diventi luce che ci porta alla
conoscenza del bene da accogliere e del male da lasciare.
La
conoscenza di queste due realtà contrastanti possiamo e dobbiamo cercarla nella
parola di Dio, nel Santo Vangelo. Conoscere e mettere in pratica la Parola ci
porta naturalmente a far guerra ai nostri egoismi, alle nostre inclinazioni non
buone, alle nostre antipatie o simpatie morbose, in modo da creare armonia fra
punti di vista contrastanti e mantenerci così in equilibrio.
A
questo punto il seme della nostra liberta interiore comincerà a crescere nel
campo del nostro cuore.
Ma
tu, cuore mio, se vuoi essere terreno buono, devi lasciarti illuminare e perciò
guidare lungo la via luminosa della fede e della volontà, in perfetta sintonia
con l'intelligenza. Si, perchè quando questa è rivolta profondamente verso la
fede e da lei dipende, rimaniamo invasi dalla presenza del Signore Gesù.
Ascoltiamolo:
-Io sono la via, la verità e la vita-. Ecco, io sono la luce della vita, sono
la via, se non entrate in questo binario, se non farete questo cammino, non
troverete di certo la pace, ma la guerra.
Nella
paura, nel dubbio, io vi sarò di sostegno per poter combattere il male che è
dentro di voi, avvertendovi e illuminandovi attraverso la grazia e mettendovi in
guardia dalle lusinghe e dalle insidie dell'egoismo e dell'interesse personale.
Ciò
che rimane fuori da questo ordine viene afferrato dall'illusione e trasportato
nel terreno arido e roccioso della nostra personalità perchè venga soffocato e
abortito. La via sicura diventerà così tortuosa, la verità non più vissuta
produrrà menzogna, la vita si cambierà in morte,
Disponiamoci
dunque a vivere la Parola, a farla tessuto resistente in ogni nostro momento,
per godere la pace che è libertà dalla schiavitù di noi stessi, perchè -è
la verità che ti fa libero- (Gv 8,32),
Cambiamo
percorso, cambiamo vita!", (13)
24.
IL
TRASFERIMENTO A RONCA
L'attività del commercio di vitelli durò dal 1950 ai primi anni '60, quando fu trasferito come economo a Roncà.
Qui
dovette limitare i suoi spostamenti anche per rispondere alle numerose persone
che in continuazione venivano a trovarlo per chiedere consigli ed aiuti.
A
Roncà rimase tre anni sotto la direzione di un Superiore con cui ebbe non
facili rapporti. Questi ebbe problemi finanziari non indifferenti e Vittorino
faticò non poco a risolverli.
A
sostenerlo interveniva sempre don Pedrollo con cui Vittorino trattava con la
medesima confidenza avuta verso il fondatore.
Fare
tutto nel nascondimento, il bene non fa rumore: questo era il motto di don
Calabria e fu l'atteggiamento umile di Vittorino che riprendeva il motto del
fondatore "buseta e taneta": tutto quello che si fa non farlo per
pubblicizzarsi, ma per amore di Dio.
Il
fratello era tanto contrario a mettersi in mostra che quando un giornalista
venne ad intervistarlo lo portò in chiesa davanti al Tabernacolo e gli disse:
"Sappia che io non mi oppongo, ma sono contrario ad andare sui giomali ...
Se lei si prende la responsabilità ... Questo è il mio padrone e lei risponde
di fronte a lui". Il giornalista cambiò idea.
***
Tra
le persone conosciute da fratel Vittorino una menzione speciale spetta al
celebre cantante Adriano Celentano che incontrò alle terme di Montegrotto il 17
ottohre 1963. Si scambiarono alcune considerazioni e subito tra i due vi nacque
una reciproca simpatia.
Il
giorno dopo Celentano invitò il fratello a mangiare insieme con lui e la sua
"band".
Ricorda
Giorgio Grigolini, che era presente:
"Fratel
Vittorino risponde con esattezza a tutte le domande, anche le più difficili. Di
tutta la compagnia, però, solo Celentano e Febo Conti capiscono il suo parlare
strano'".
La
sera prima di partire, Celentano invito Vittorino a partecipare ad una sua
serata. Naturalmente il fratello non accettò.
25.
L'ECONOMIA
CRISTIANA
Per Vittorino il Vangelo aveva qualcosa da insegnare anche all'economia. Più tardi egli definirà il suo modo di entrare negli affari come "l'economia cristiana".
A
Canedole di Mantova, per esempio, il fratello aiuto un imprenditore ad uscire da
forti problemi economici e ad impostare l'impresa secondo i principi evangelici
che Vittorino proclamava. Era un'azienda ricca con 10 mila suini all'ingrasso, 8
mila tori, galline ovaiole. Venne scelto il personale, ad ognuno fu data una
casa ed un incarico. Oltre allo stipendio alla fine dell'anno il proprietario
chiamava ciascun dipendente e valutando l'andamento del suo settore, consegnava
ad ognuno una parte degli utili.
Vittorino
non disdegno di tuffarsi in prima persona nella gestione di attività
economiche.
Nel
1957 insieme ad un gruppo di amici, e con l'autorizzazione e l'incoraggiamento
di don Pedrollo, fonda una società che aveva lo scopo di raccogliere uova,
metterle nelle incubatrici e allevare i pulcini per venderli poi come galline o
polli. Di seguito fondò una società d'appoggio che doveva garantire
finanziariamente. Contribuì alla nascita di numerosi allevamenti, uniti in un
Consorzio.
Ad
ultimo si venne alla fondazione di un mangimificio che, in collegamento con le
altre società, curava l'aspetto commerciale degli alimenti per animali.
In
un discorso ai membri coinvolti in queste attività di mercato, Vittorino così
spiega la nascita delle società:
"
... A chi crede tutto e possibile ... può dare vita a qualunque attività,
mettendosi in un equilibrio evangelico. Cosi combattera l'economia immorale
facendo fiorire un'economia morale.
Ecco
la spiegazione che io sia in mezzo a voi, come anima per animare lo spirito dei
primi cristiani, inculcare l'amore fraterno fra amici di ogni categoria e di
ogni posizione sociale. Per promuovere l'entusiasmo dell'individuo all'amore
reciproco, in particolare nella famiglia e cosi avremo maggiormente un
entusiasmo reciproco di amore fra soci; creando cosi una catena di amici che si
godrà di sacrificarsi uno per l'altro, e sara chiamata la "catena
dell'amore", fondata su basi di reciproca onesta.
Solo
cosi si puo capire perche io sono in mezzo a voi. Io dovrò essere totalmente
disinteressato e sarò per voi parola viva di Gesù, che vi anima all'amore,
all'unione, alla conquista di un commercio sano.
Il
mondo di oggi sembra dire che non ci sia più posto per gli onesti, che non si
possa vivere senza imbrogliare, che la sincerità commerciale sia pericolosa ...
Queste frasi in un paese come l'Italia cristiana fanno veramente paura, perchè,
diventando detti comuni entrano nella mentalità della gente. In questa modo,
dove si andrà a finire?
Ecco
il perchè e necessario creare la "catena dell'amore", anche per
combattere questo linguaggio.
A
chi crede, ho detto, tutto è possibile. Se io individuo mi creo delle
convinzioni veramente sane e le vivo, saranno di esempio, e come l'esempio
trascina sia nel male che nel bene, tanto più se vivo nella grazia di Dio, il
mio esempio ha maggior ragione di essere imitato per il bene.
Ecco,
cari amici, la grande missione del tempo attuale. Oggi, come non mai, è il
tempo più opportuno per unirci e combattere. Con questa fede non può venire
meno l'aiuto di Dio. Per questo mi sento che è una missione affidatami dalla
divina volontà di Dio. Per la missione che avete, godo di essere il vostro vero
amico. Così godo di aiutarvi, sostenervi, spingervi a creare società con
questi sani principi.
Quante
perplessità per ogni nuova società e quante incertezze! Ma quante meraviglie,
interventi e aiuti particolari: è proprio cosi! ...
E
qui una riflessione quanto mai opportuna: siete stati voi a fare tutto questo o
è stata la Provvidenza?
Se
dall'amore e dalla vostra unione avete avuto tali meraviglie, questa ci dimostra
che è caparra di altre più grandi meraviglie ...
Facciamo
un po' di storia della prima società. Non vi sembra che sia nata da un atto di
amore? Non e stata la carità che vi ha spinto a creare questa società?
Per
Antonio (il primo presidente) la gioia era grande di far partecipare i suoi
amici ai suoi sentimenti di fede ricevuti dall'Opera e vissuti avvicinando il
padre (don Luigi Peelrollo), godendo dei frutti della fede e di quello che la
fede ha operato.
Godette
poi Antonio di far conoscere il padre ad Arrigo. Caro Arrigo, che bel felice
incontro col padre don Luigi. Anche Arrigo godette le meraviglie della fede.
A
questo punto la preoccupazione di Antonio per suo fratello Giorgio era grande.
Allora, con la benedizione di padre don Luigi, ecco Arrigo e Antonio unirsi in
società per dare a Giorgio un lavoro.
In
questi soci il desiderio di far del bene aumenta, si continua a sognare per
far del bene agli amici, dopo ogni conquista se ne desidera un'altra. Si va in
gara per far del bene.
Ecco
Antonio preoccupato di un altro amico: Tommaso. Intanto l'azienda, avendo
bisogno di un allevamento bandiera, vede in Tommaso l'amico adatto per dare il
via a questa nuovo lavoro.
Tommaso,
spinto anche lui a legare rapporti di amore coi suoi cugini, si mette d'accordo
con Arrigo e Antonio ed insieme danno vita al Consorzio ...
Quanto
è buono il Signore! Ogni prova sopportata per amore e una sorpresa di disegni
sempre più belli e grandi".
26.
TESTIMONIANZA
DEL 1963
Dei
primi anni '60 abbiamo un'eccezionale testimonianza sulla vita condotta da
fratel Vittorino grazie ad una pagina del diario di Giorgio Grigolini che qui
riportiamo integralmente:
"Montegrotto,
31 ottobre 1963. Devo confessare che il soggiorno a Montegrotto con fratel
Vittorino è stato veramente un avvenimento importante per me personalmente e
per la mia famiglia. Una villeggiatura, se così si può chiamare, intensa di
discussione, di avvenimenti strani e di perplessità. Sono stati giorni di
grazia, di contatto con Dio, con quel Dio di cui spesso se ne parla senza averne
un concetto chiaro ed esatto ... Sentivo incombere su di me una grave
responsabilità. Sentivo che il Signore mi voleva parlare attraverso il suo
"burattino", mi voleva far capire l'essenza del Vangelo, il codice per
eccellenza. Altre volte ho sentito parlare del Vangelo, ma non avevo mai pensato
che per viverlo sarebbe stato facile, perchè mi trovavo davanti ad un uomo che
lo sentiva e lo viveva con un entusiasmo ed una coerenza tale da far sbalordire
e inorridire chi non lo pratica. Facevamo le nostre pratiche di pietà
regolarmente, senza misticismo. I temi delle nostre discussioni erano l'amore,
la giustizia, la carità e l'unione.
Dopo
qualche giorno mi sono chiesto il motivo per cui fratel Vittorino ha voluto
soggiornare con me a Montegrotto durante tutti quei giorni. Era la domanda che
mi ponevo più di frequente e a cui allora non ero in grado di rispondere ...
In
verità questa periodo doveva segnare la fine del passato e l'inizio di una
condotta nuova, meglio delineata, per la gestione della società economica di
cui anch'io ero un componente. Per capire a fondo il nuovo corso era necessario
che uno di noi potesse conoscere, almeno in parte, l'ideale e la missione del
fratello, capire la sua umanità e da Quale spirito è mosso. Questo era in
sintesi lo scopo del nostro stare insieme. Ho vissuto esattamente dal 14 al 19 e
dal 21 al 26 ottobre 1963 con Vittorino a Montegrotto ...
Ho
avuto l'onore e la possibilità di capirlo un poco, poichè la profondità della
sua conoscenza di Dio e tale che per capirlo molto bisogna avere una
preparazione particolare ed una buona dose di aiuto divino. E un uomo senza
cultura, si può dire quasi analfabeta, vissuto fra due colossi quali don
Calabria e don Pedrollo.
Un
uomo che ha capito e assorbito il Vangelo alla lettera.
La
sua vita è imbevuta di atti di fede e di continui colloqui con Dio. E' un uomo
che superficialmente si puo classificare tra gli ignoranti, ma che con l'aiuto
della SS. Trinità, di cui lui è un pazzo ed un innamorato, fa sbalordire i più
sapienti...
Mi
ha narrato un po' della sua vita ed ho capito che il suo carattere è irruento ,
impulsivo e fortissimo. E' entrato in convento dopo uno scatto di rabbia, dopo
aver sfasciato una bicicletta nuova (a quei tempi ... ). .. Si è dedicato ai
suoi umili lavori di fratello con entusiasmo, con amore e con una grande fede in
San Zeno in Monte ...
In
quel tempo nella casa Buoni Fanciulli si mangiava poco e male. Dopo una serie di
fatti straordinari ha capito che la Provvidenza non si lascia vincere in
generosità. Infatti un giorno, dopo aver parlato a lungo con don Pedrollo, gli
ha detto:
"Padre,
se noi siamo i Poveri Servi di Dio, i ragazzi saranno i suoi principi, perchè
allora non li trattiamo come tali? Perchè noi Servi mangiamo meglio di loro?
Perchè non chiediamo alla Provvidenza quello che ci necessita?".
Il
Padre con gesto benevolo gli rispose: "Vittorino, tu sei l'uomo per il
quale io ho pregato il Signore per tanti anni, affinchè lo mandasse; da questo
momento fa quello che vuoi, il Signore è con te". Cosi fratel Vittorino,
con la sua fede semplice ma profonda, è riuscito in poco tempo a portare sulla
mensa dei Buoni Fanciulli un cibo sano, buono e abbondante, nonostante la
carestia del periodo. Per lui non c'erano ostacoli, Gesù era con lui. Il
Tabernacolo, l'Eucarestia, per lui erano tutto. I miracoli erano frequenti e
sbalorditivi.
Ad
un determinato momento ha sentito che il Signore lo chiamava per un'altra strada
sempre inerente al bene dei suoi ragazzi. Sentiva che il mondo aveva sete della
Parola di Dio, che bisognava immedesimarsi nelle disgrazie altrui...
L'occasione
gli fu presentata dallo zio Giuseppe che mantenne una vitellina per conto della
Casa. Le vitelline divennero in breve tempo due, tre e centinaia, poichè tanti
altri agricoltori, spinti dallo zio, seguirono l'esempio.
Le
vitelline per lui erano il motivo per cui poteva avvicinare tante persone e far
loro sentire la parola evangelica e portare il conforto.
Fratel
Vittorino intanto venne trasferito a Roncà. In Casa si temeva che mescolare il
sacro con il profano fosse impossibile. Pensavano che diventasse un semplice
commerciante, non avevano capito il suo spirito, la sua missione. Infatti lui
era spinto dallo spasimo di far del bene ai mediatori, ai commercianti, agli
agricoltori, ecc.
A
Roncà si senti solo, abbandonato dal suo stesso amatissimo padre. Le tentazioni
si susseguivano, il diavolo voleva distruggerlo, ucciderlo. Vedeva il suo piano
svanire, ma ha capito che il Signore lo metteva ancora su un'altra strada di
apostolato. Infatti dopo qualche serie di prove e di torture morali ha intuito
che per salvare il mondo c'era bisogno di apostoli laici. Iniziava cosi la sua
nuova missione inserendosi ufficialmente nella società, dopo essere stato
delegato nostro consigliere dallo stesso superiore Padre don Luigi. La sua
missione, quindi, era quella di tenerci uniti e di animare nuove attività
creando così una catena di società, denominata "la catena
dell'amore". Conoscevo Vittorino cosi, come lo possono conoscere molti
altri, ma non potevo penetrare in lui in quanto era necessario che vivessi un
po' insieme. Credo tuttavia che non sarebbe stato sufficiente se io non avessi
avuto la fortuna di incontrare in quei giorni suo fratello Benito. Ho visto in
quell'uomo la fotocopia del carattere di fratel Vittorino. Ho visto un uomo
violento e impulsivo. Non è un praticante, ma un uomo di una rettitudine
commerciale da far arrossire i cristiani più convinti. Parlando con quest'uomo
ho potuto capire un po' di più Vittorino. Le sue virtù eccezionali, in
perfetto contrasto col suo carattere, colla sua natura, sono veramente un
capolavoro della Provvidenza.
Non
si può capire Vittorino se non si conosce il suo temperamento e la sua umanità.
E' sensibilissimo, tanto da farsi sue le disgrazie altrui. In quei giorni ho
visto gli alti e bassi, i momenti di entusiasmo, di debolezza, di sofferenza,
momenti che si addicono soltanto ad un uomo di grande fede.
Dopo
queste esperienze e tante riflessioni, ho capito che non avevo a che fare con un
"santone", ma con un uomo retto e giusto che ha nel cuore amore e
nelle vene carità.".
27.
ECONOMO
A SAN GIACOMO
Nel
1963 fratel Vittorino, dopo 5 anni di economato a Roncà, fu inviato alla
comunità di San Giacomo.
Qui
la profezia, ripetuta più volte da don Calabria e confermata da don Pedrollo
"Tu hai una missione da compiere, il Signore vuole affidarti una
missione", cominciò a manifestarsi.
Infatti
le persone che prima si rivolgevano a lui per un consiglio a San Zeno in Monte e
a Roncà, lo seguirono anche a San Giacomo e a queste si unirono tante altre
anime ...
Ben
presto dovette organizzare dei gruppi a seconda della categoria sociale di
appartenenza, accogliendoli sotto le piante di San Giacomo fino a notte tarda e,
prima di recarsi al lavoro, si ritrovavano per la Messa mattutina.
Fr.
Vittorino, seguendo l'insegnamento di don Calabria, li invitava a portare il
Vangelo nel loro ambiente di lavoro per salvare l'Italia secondo l'aspetto
religioso ed economico.
Era
infatti un desiderio del padre che Verona diventasse un giardino del Signore per
contribuire alla rinascita del Paese ...
Però
quel continuo movimento di persone turbava la comunità:
"Come?
Una persona senza cultura che riceve tutta quella gente? Ma chi si crede di
essere questo Vittorino?".
D'altra
parte il fratello non poteva allontanare quelle anime. Come don Calabria era
l'uomo dell'accoglienza, così lui aveva il dovere di riceverle perchè questa
era la sua missione.
Sentendo
riportate le accuse nei suoi confronti, fratel Vittorino si aspettava da un
momento all'altro il trasferimento in un altro posto, e lui avrebbe obbedito a
qualunque disposizione, ma non accadde nulla ...
Il
Superiore, invece, decise di costruire un'altra abitazione all'inizio della
strada che sale sul colle, come portineria (proprio dove don Calabria nel1954
aveva profetizzato: "Qui sorgeranno incontri d'anime!"), in modo da
regolare e controllare l'afflusso delle persone.
A
finanziare l'opera intervennero due anziani fratelli, Virginia e Silvio Campi,
come ci racconta Giuseppe Todeschini :
"Fra
tutte le persone che si rivolgevano a Vittorino, c'erano due sorelle ed un
fratello dal paese di San Vittore, tutti da sposare, che vivevano con il lavoro
di alcuni campi. Una delle sorelle aveva avuto un tumore, ma non voleva essere
guarita perchè diceva di voler donare le sofferenze ed il suo dolore per
aiutare don Calabria. Il Padre le aveva detto: "due di voi fratelli
verranno accolti nell' Opera e lì moriranno". Dopo alcuni anni dalla morte
della sorella Teresa, Silvio e Virginia espressero a fratel Vittorino il
desiderio di vendere i loro campi donandoli alla Congregazione e di poter vivere
nell'Opera, a San Giacomo.
Erano
però dubbiosi perchè avevano ricevuto una analoga proposta: il parroco di una
vicina parrocchia aveva promesso di dar loro una conveniente sistemazione se,
con la vendita dei campi lo avessero sostenuto nella costruzione di opere
parrocchiali.
Fratel
Vittorino propose loro di chiedere un segno. "Non avete niente da chiedere
al Signore?" disse loro il fratello. Silvio e Virginia gli parlarono del
loro asinello, che da qualche giorno giaceva gravemente ammalato. Lo avevano
appena venduto e se fosse morto non avrebbero ottenuto il denaro necessario per
continuare a vivere. Vittorino visito la bestia nella stalla e gli diede un
calcio. L'asinello si alzò apparentemente guarito e la vendita potè
realizzarsi senza problemi. Con i soldi ricavati ne acquistarono un altro, ma
anche questo aveva una gamba ammalata. Chiamarono nuovamente il religioso che
con un altro calcio rimise in sesto l'animale. I fratelli, avuti questi segni,
da allora si consigliarono con lui e quando decisero di ritirarsi dal lavoro per
mettersi in pensione, pensarono di regalare ogni loro avere all'Opera.
Con
il ricavato della vendita dei campi Vittorino fece costruire nel 1963 una nuova
casa vicino alla portineria in San Giacomo e vi sistema gli anziani fratelli
ricordando la promessa fatta a don Calabria. Per risolvere il problema del
disturbo creato dall'afflusso della gente, anch'egli si trasferì nella nuova
casa. Qui comincia con più libertà a tenere incontri serali con 12-13 persone,
tra cui c'ero anch'io. Dopo le ore 21 ci mettevamo tutti attorno alla tavola in
cerchio, e cominciava con una preghiera e la frase: "Quando siete riuniti
tutti insieme nel mio nome io sono in mezzo a voi ..". Poi esponeva il suo
pensiero riguardo ai più svariati argomenti di fede o di vita vissuta. Allora
non era un oratore come poi divenne, si esprimeva molto semplicemente, non aveva
un ricco vocabolario e cercava aiuto da parte dei presenti per esprimere meglio
il proprio pensiero e sviluppandolo. I vent'anni successivi lo videro ogni sera
impegnato in questi incontri senza mai stancarsi di ripetere il suo amore per
Gesù misericordioso".
28.
SOGNO
DI GESU' MISERICORDIOSO
In
questo luogo santo, chiamato da don Calabria "Casa del Signore e Porta del
Cielo", fratel Vittorino la notte del 26 ottobre 1964 ebbe un sogno
rivelatore: sogna di svegliarsi all'improvviso perchè c'era nella sua camera un
signore che gli stava di spalle. Questi aprì la prima porta della sua stanza e
poi la seconda, facendo passare una moltitudine di persone.
Solo
allora il fratello lo vide in volto, ma non lo riconobbe ...
Il
personaggio misterioso aveva uno sguardo particolare per ognuno, con una
sfumatura diversa negli occhi a seconda della persona: guardava alcuni con
dolcezza, altri con forza o severità, sempre con amore misericordioso.
Fratel
Vittorino osservava con gioia quelle sfumature, ma si arrabbiò per quel
movimento di persone e ad un certo momento chiese: "Chi sei? Dimmi chi sei,
perchè parli con tutta questa gente qui in camera mia? Come hai fatto ad
entrare qui? Chi ti ha dato il permesso?".
Lui
si volta e lo guarda, ma non disse niente. "Chi sei?" insistette
Vittorino con tono incuriosito. "Indovina.."
Vittorino
gli parve che fosse Gesù Misericordioso e rispose:
"Vorrei
dire che sei Gesù ... Ma sei Gesù?".
"Lo
sono!".
Allora
fratel Vittorino chiese confidenzialmente per tre volte: "Me voto tanto
ben?".
"Si,
ti voglio bene".
"Ma
me voto ben davvero?". "Si, ti voglio bene".
"Ma
me voto ben sul serio?". "Ti ho detto di si".
"Posso
chiederti un favore?"
E
a questa punto del sogno il Fratello non riuscì ad esprimere il suo desiderio,
balbettò e si sveglio.
Eppure
lui era convinto di essere già sveglio. Guardo fuori dalla finestra. Dopo il
terribile temporale di quella notte, le case sembravano illuminate da un
chiarore insolito. Il fratello si rammaricò di non aver saputo chiedere il
consiglio che gli stava a cuore: infatti non sapeva come accogliere tutte quelle
persone che accorrevano a lui a San Giacomo ...
Pochi
giorni dopo si trovo a dover aiutare una famiglia che era stata coinvolta in un
fallimento.
S'incontro
con l'avvocato Candiani di Borgo Trento che era in affari con Gaetano Marzotto e
li portò a Calendole (Mantova) dove trovò per loro un nuovo impiego.
Dopo
due ore di discussione, mentre stava per salutarli, recitò una preghiera ed il
suo sguardo cadde su un quadro. Senza dire nulla penso tra se: "Toh, ma tu
sei il Gesù che ho visto quella notte. Bene se sei tu, allora ti aspetto tra 15
giorni".
Vivendo
accanto ad un santo come don Calabria, anche Vittorino come suo figlio
spirituale aveva imparato a chiedere dei segni per comprendere la volontà di
Dio.
Con
la semplicità di un bambino, egli aveva provato il Signore ... Dopo 15 giorni
il quadro gli fu regalato come segno di riconoscenza per l'aiuto ricevuto.
29.
LA
VOCE DI MARIA
Giunse
il 4 dicembre, decimo anniversario della morte di don Calabria, e fratel
Vittorino stava camminando verso il capitello dell'Immacolata (che si trova
all'inizio della salita di San Giacomo), quando all'improvviso senti una voce
che diceva: "Incontri d'anime, incontri d'anime come vuole tuo
padre!".
Si
guardo attorno per vedere chi avesse parlato e cercò anche dietro ai cespugli,
ma non c'era nessuno.
Dopo
dieci minuti di ricerca il suo sguardo cadde sull'Immacolata e chiese:
"Madonnina, sito stà ti a parlar? Alora dame un segno!".
Il
segno che fratel Vittorino aveva chiesto arrivo quattro giorni dopo, l'8
dicembre 1964, durante la Messa solenne.
Il
fratello stava porgendo al sacerdote la patena quando ebbe la netta sensazione
di essere misteriosamente raggiunto da due raggi: il primo colpi la sua mente
illuminandola, mentre una voce dentro di se diceva: "Intelligenza,
intelligenza!".
Il
secondo raggio colpi il cuore infiammandolo, mentre la stessa voce diceva:
"Volontà, volontà ... Come San Francesco d'Assisi abbagliava il mondo di
allora, ora bisogna abbagliare il mondo di oggi!".
Al
momento della consacrazione, cioè quando avviene la transustanziazione, la voce
disse:
"Questa
sostanza!".
Venne
immerso in quel mistero d'amore in cui il pane ed il vino con le parole del
sacerdote diventano la realtà del Verbo di Dio e la presenza del Figlio del
Padre.
Sarà
l'Eucarestia il libro della vita di fratel Vittorino.
Finita
la Messa, annoto il fatto su un Foglio di carta gialla e lo consegnò al
superiore, ma questi non gli attribuì un gran valore.
Il
fratello lo mostrò al signor Battiato, il quale lo lesse e con tono ispirato
soggiunse:
"Vittorino,
ma non sai che questo e un segno del cielo?".
"Davvero?
Ma vuoi che il Signore parli ad un ignorante come me?".
Solo
nel 1974 il dottor Vantini ed il dottor Parolari confermarono le parole di Maria
ed i segni ricevuti da fratel Vittorino ricordando la profezia fatta da don
Calabria sulla Casa d'Incontri nel 1954.
***
Il
nostro fratello aveva una predilezione per la Madonna. In occasione della recita
dei misteri gloriosi del Santo Rosario gli piaceva soffermarsi sull'assunzione
di Maria. Diceva che certamente la Vergine era stata portata in cielo dagli
angeli, non poteva il suo corpo immacolato restare sulla terra. Difatti vediamo
ancora oggi come sale e scende dal Cielo alla terra nelle continue apparizioni
in tutto il mondo. Vittorino seguiva con attenzione e particolare interesse ogni
informazione sull' argomento.
Riguardo
ai gruppi di preghiera che nascevano attorno a questi fenomeni rispondeva:
"Come nei monti ci sono e crescono tanti funghi, ci sono quelli buoni e
quelli cattivi, bisogna raccogliere quelli buoni e coltivarli".
Nelle
sue conversazioni sul giornale "L'Amico", il fratello accennava spesso
all'esempio offertoci dalla Madre Celeste:
"Guardando
un'immagine di Maria mentre riceve il saluto dell'angelo, penso a lei come ad
una donna dall'equilibrio perfetto, perchè in perfetta unità con Dio e quindi
con se stessa. Per la particolare e personalissima missione alla quale e
chiamata, lo Spirito Santo l'avvolge con il suo manto. Viene inondata
dall'Amore. La sua intelligenza riceve quella luce di cui non dubiterà mai e
attraverso la quale stabilisce un rapporto d'intesa perfetta con il Padre.
Pronuncia naturalmente il suo SI e lo Spirito Santo prende dimora nella sua
anima e ne diventa così il vero animatore.
Ora
dunque la sua volontà guida e dirige ogni suo sentimento, in sintonia con i
battiti del cuore di Colui che porta nel grembo. Eccola perciò in sintonia
anche con il Figlio. Questa armonia di unione alla volontà del Padre e
all'amore per il Figlio con il consenso dato allo Spirito Santo, e garanzia per
Maria di perfetto equilibrio.
Vorrei
ora suggerire a quelli che sono alla ricerca di un forte equilibrio nella fede,
che fondamentale è raggiungere questa unione con le Tre Persone Divine ... e
poi c'e Maria. Se ameremo, il suo cuore immacolato ci condurrà piano piano, per
mano, come fa una mamma con il suo bambino, verso la conquista della nostra vera
personalità. Con Maria e come Maria accoglieremo la volontà del Padre; con
Maria saremo inondati dalla luce dello Spirito Santo ... ".
E
in un'altra occasione aggiunge:
"Noi,
uomini e donne in cammino nel tempo verso la vita vera, dobbiamo sentire la
necessità di imparare a camminare, di conoscere cioè il valore dei passi che
ogni giorno compiamo in quella direzione.
La
vergine Maria può, in questa ricerca, esserci d'aiuto perchè Maria è da
sempre donna in cammino. La vediamo ancora adolescente, ben formata
naturalmente, perchè istruita nella tradizione e conoscenza della storia dei
profeti, mettersi in cammino a servizio del Tempio. Per questa sua grande
disponibilità e maturità verso le cose del Cielo, il Cielo accoglie il profumo
di santità che nasce dal suo cuore. E' un fiore che sboccia mentre ascolta un
po' turbata le parole del messaggero di Dio.
Questo
angelo del Signore è disceso per volontà dell'Amore mentre Maria, a servizio
della volontà di Dio, è nella contemplazione. Noi dunque, come cristiani,
siamo chiamati a dirigere bene i nostri passi per non imboccare un cammino
sbagliato.
Maria,
dopo di aver detto "SI" all'angelo si mette in fretta in cammino per
andare a visitare la cugina Elisabetta. Lei porta in seno il figlio di Dio, ne
è cosciente, ma oserei dire in modo ancora oscuro, proprio come una mamma in
attesa nei primissimi giorni dal concepimento. Per la sua fede aveva creduto
alle parole dell'angelo, ma la conferma e in quella sensazione meravigliosa che
prova quando Elisabetta le va incontro per salutarla ... e da qui nasce il
Magnificat, il ringraziamento umano per l'intervento divino ... ". (15)
30.
LA
CRISI SUPERATA
Quando
arrivò il nuovo Superiore a San Giacomo, questi volle rifare tutto il cortile
esterno ed alla fine presentò il conto all'economo Vittorino: 15 milioni, una
cifra considerevole all'epoca. Egli fece le rimostranze per la difficoltà di
trovare tanti soldi in breve tempo ed il Superiore si senti turbato dal
comportamento dell'economo tanto che convoco tutti i collaboratori laici di San
Giacomo il mattino seguente.
La
sera precedente fratel Vittorino radunò di nascosto tutti gli amici e disse:
"Domani davanti al Superiore non contradditelo e non difendetemi ...
Rispettatelo perchè lui è pur sempre il Superiore".
In
effetti la mattina dopo lo stesso Superiore tenne una omelia con toni
preoccupati. Nessuno parlò, lo stesso Vittorino subì qualche rimprovero con
rassegnazione e senza alcuna replica.
Nei
giorni seguenti gli sorse in cuore il desiderio di abbandonare l'Opera, ma non
era la volontà della Provvidenza.
Questa
tentazione veniva dal nemico che desiderava allontanarlo dalla sua missione.
Provvidenzialmente
don Pedrollo gli era sempre vicino e conosciuto il suo cruccio lo aiutò a
trovare la forza per superare anche questa crisi. Nello stesso periodo un altro
soccorso gli venne da Padre Pio.
Fratel
Vittorino lo conobbe in occasione di una malattia subita da don Pedrollo.
Sembrava che il successore di don Calabria avesse una forma maligna di tumore, e
cosi il fratello decise di rivolgersi a Padre Pio.
"Cosa
vuoi?" gli chiese questi al primo colloquio.
"Il
mio superiore da sei mesi sta male, sembra che abbia un tumore, ho paura che
muoia e se lui muore nessuno più mi difenderà e mi cacceranno dalla
Congregazione".
"Non
temere -fece Padre Pio- tu hai la provvidenza sulle spalle ... Va e guariscilo
da solo".
Egli
allora tornò da don Pedrollo e gli disse: "Superiore, mi ha detto Padre
Pio che devo guarirla. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Si
alzi che sta bene" e in effetti don Pedrollo da quel momento migliorò fino
a guarire completamente.
Il
fatto è confermato da Giorgio Grigolini che nel suo diario scrive:"Negrar
16-4-1962. Andiamo a guarire il Padre. Il Padre don Luigi sta molto male. E
stato operato, sembrava guarito ed è ricaduto.
Vittorino
m'invita ad accompagnarlo fino a Negrar. Durante il viaggio Vittorino parla poco
ed e preoccupato, piange. Arrivati alla stanza del Padre, Vittorino cambia
espressione, entra con slancio, esce dopo pochi minuti trasfigurato, rosso in
faccia e molto stanco. Ho capito che e accaduto qualche cosa d'insolito. Il
Padre guarirà perfettamente ... Infatti il Padre è guarito".
***
Fratel
Vittorino era anche un manager, sapeva investire i denari nel migliore dei modi
consigliando tutti. San Giacomo divenne perciò la meta di imprenditori, uomini
di cultura, disoccupati, ammalati che si recavano a trovarlo per averne una
parola di conforto, un segno. Ed egli che aveva conosciuto le campagne di tutto
il nordest e visto i contadini trasformarsi in imprenditori accompagnandone i
primi passi, era assai prodigo di consiglio Abituato a contribuire con la
provvidenza al sostentamento delle case dei Buoni Fanciulli, sapeva far di
conto, provvedere a prevedere, maneggiare i meccanismi delle entrate e delle
uscite. Ci vedeva dentro negli affari ed i suoi consigli, spontanei, ma validi,
tra una caramella e l'altra, arricchiti di fine spiritualità, erano assai
preziosi. Si formava una specie di catena di Sant'Antonio perchè, se uno aveva
bisogno di un esperto, ecco che il fratello era subito capace di coglierlo dalla
lunga fila delle sue conoscenze.
Così
accadeva per i problemi dei disoccupati e per le aziende in cerca di lavoratori
in quel periodo di grande trasformazione tra la meta degli anni sessanta e gli
anni ottanta.
In
tanto giro di gente e di denaro, il fratello non ebbe mai ad usare una lira per
il proprio conto. A tutto ciò di cui aveva bisogno (cibo, vestiti, auto)
provvedevano i suoi amici e confratelli che crescevano intorno all'Oasi di San
Giacomo.
Quel
che gli stava più a cuore era la promessa di un futuro migliore per i giovani,
per i disoccupati, per le famiglie disagiate, per i nomadi che godevano di una
sua speciale predilezione.
Le
sue doti non passarono inosservate nel Consiglio Generale dell' Opera che decise
nel 1988 di nominarlo Superiore dell'Oasi di San Giacomo. Così, ancora una
volta nella storia della Congregazione, un laico diventava Superiore di una Casa
avendo alle sue dipendenze alcuni sacerdoti, un paio di suore e un numero vario
di fratelli.
Mantenne
la carica fino al 1997.
31.
LA
COPPIA E LA FAMIGLIA
Numerosi
sono i suggerimenti che fratel Vittorino da sui problemi di coppia e sul
rapporto genitori-figli.
Vogliamo riportarne alcuni tratti dai suoi scritti:
"...
Il cammino a due, lo sappiamo, non sempre è piano, direi che lo è fintanto che
voi ancora sognate. Ma un brusco risveglio, la prima delusione, fanno subito
inciampare, camminare meno spediti.
In
sostanza più che sogni le vostre sono illusioni che vi lasciano a terra quando
l'amore tra di voi non è profondo.
Ma
come il vino porta allegria, così lo Spirito Divino porta l'amore che supera lo
scoraggiamento di una unione difficile. Quando però vi accorgete che questo
amore se n'è andato e vi ha lasciati nella tristezza, vi prego, cercatelo,
invocatelo con tutte le vostre forze, con fiducia, proprio come ha fatto Maria
nel Cenacolo...".
"Occorre
ben riflettere perchè prima di gustare la poesia, bisogna imparare a vivere la
prosa e studiare il modo di trasformarla in poesia. Ora invece il ragazzo e la
ragazza si lasciano condurre subito dalla poesia dell'amore e non da una
preparazione alla poesia d'amore che io chiamo prosa. E questo e un grande
errore.
Nel
matrimonio, infatti, la poesia oggi non esiste quasi più.
Non
si e capito ancora che nel fidanzamento dev'esserci prima la prosa che comprende
la conoscenza di se stessi e dell'altro, l'accettazione del sacrificio. Tutto
questo poi nell'unione matrimoniale viene sublimato e prende il sapore della
poesia. Per un dono dello spirito tutto si trasforma così in ordine, armonia,
luce, calore, il ghiaccio che avvolge il nostro cuore si scioglie e l'anima si
innalza.
Com'e
bello pensare all'amore! ...
Com'e
bello essere innamorati. Mi domandavo durante la S.Messa: cos'e l'innamoramento?
Da che cosa nasce?
E
improvvisamente si e accesa in me come una lampadina.
L'amore
è poesia e la poesia e canto armonioso.
Ma
ecco una voce: Vittorino, svegliati, non capisci? Questo è amore umano che il
Signore ha voluto come primo passo per condurre due persone ad unirsi in un
sacramento di grazia e benedizione.
Ma
allora se anche l'amore umano è estasi, guai se il ragazzo e la ragazza non
riflettono e non attingono luce prima di mettersi a conoscere questo canto,
questa armonia, questo incanto!".
"Che
tristezza smarrire il Signore! ...
Se
lo sposo è vero sposo e la sposa è vera sposa, cioè tutti e due maturi e
consapevoli (maturati alla scuola di Cristo), anche il loro reciproco sguardo
non può donare altro che amore, non può creare che armonia. Perchè quando
umiltà e desiderio di unità procedono in armonia, insieme danno come risultato
la sintonia perfetta. Infatti lo sguardo che ama ha incontrato la verità e la
giustizia e dalla porta aperta del suo cuore è entrata la luce ....
Occorre
però, per poter arrivare a questa disponibilità, che ben sorvegliamo i
sentimenti del nostro cuore. Sappiamo infatti che nel cuore può si abitare
l'amore, ma purtroppo anche l'indifferenza e addirittura l'odio. La mancanza di
disponibilità e attenzione verso l'altro, può facilmente farci cadere in uno
di questi sentimenti, mentre tenerezza e sensibilità possono evitarci
conseguenza anche disastrose.
Un
piccolo segnale di questo pericolo si può avvertire quando ad esempio pensando
allo sposo o alla sposa si comincia ... a non sentire più niente.
Questo
potrebbe essere il principio di una prova, uno stato d'animo che non riusciamo a
controllare, proprio come accade nella natura: in un cielo sereno
improvvisamente appare una nuvola e poi arrivano il brutto tempo e la nebbia.
Come ripararvi?
Andiamo
col pensiero a Maria e Giuseppe, al momento in cui si sono accorti che il
Bambino non era più con loro. Che tristezza! Però si amavano e tutti e due
amavano Gesù. Ansia, inquietudine, ma alla fine ecco il Bambino ritrovato.
Così
pure nell'amore tra sposi dev'esserci Gesù, cioè la fede. Questa garantisce
l'unione, allontana la divisione, il contrasto. Maria e Giuseppe infatti non si
sono scoraggiati ma subito si sono incamminati alla ricerca del loro bene più
prezioso ...
L'amore,
dunque, non è sempre sentire entusiasmo, ma è soprattutto la volontà di
mantenersi nella pace e nell'unione, mettendo a fondamento del proprio rapporto
il Signore". (18)
"Il
contrasto all'interno della coppia. Esso nasce dal fatto che vi possono essere
opinioni diverse sui più svariati argomenti, anche d'importanza vitale. In tal
caso la prudenza insegna che quando uno dei due parla, ad esempio la ragazza, tu
ragazzo non devi interromperla, lasciala parlare fino in fondo. Lo stesso vale
se a parlare è il ragazzo. Questo è rispetto. Alla fine tu potrai dire: io ho
un altro modo di pensare, però ti ho ascoltato, adesso permetti che io ti
esponga la mia tesi. La tua l'ho capita.
Forse,
a conti fatti, non c'e molta differenza tra le due opinioni, oppure il contrasto
può essere notevole. Ma se il matrimonio e costruito "sulla roccia",
non c'e da temere, il Signore aiuterà a superare gli ostacoli.
A
questo punto quello o quella di voi due che e più maturo (vorrei dire quasi più
intelligente), evita di causare ulteriore divisione e, come un bravo
giardiniere, cerca un po' alla volta di curare la piantina della personalità
che e in se stesso e nell'altro.
Come?
Con la preghiera, che e l'acqua per irrigare, e col calore del sole, cioè con
l'amore, quello vero che e dono dall'alto. Allora non siete due
"soli", ciascuno chiuso nel suo orgoglio, ma un unico
"sole". Un amore umile e fiducioso aiuta ad accettare la diversità
dell'altro e a far si che il contrasto non sia irreparabile.
Oltre
all'acqua ed al sole occorre anche l'aria: infatti senza ossigeno si muore.
L'aria è la vostra volontà, la vostra risposta al dono di Dio. Non si tratta
soltanto di volontà umana, ma di quella facoltà dell'anima che scaturisse
dall'intelligenza rischiarata dalla fede ... ".
Terminiamo
con un ultimo suggerimento alquanto singolare:
"
... Penso che anche nella vita matrimoniale ci sia bisogno di trovare il tempo
per vivere momenti di silenzio.
E'
bello allora incontrarsi, stare insieme a volte senza sentire il bisogno di
parlare per godere la poesia del silenzio.
A
questo punto mi viene da pensare all'agricoltore. Dopo il riposo, dopo il
silenzio dell'inverno, grande è l'attesa, la speranza di vedere una buona
fioritura. Allo stesso modo, per gli sposi è importante prepararsi (certamente
non nel frastuono o nella confusione), possibilmente nel silenzio e nella
riflessione, ad accogliere il dono dell'inizio, della primavera della loro nuova
vita. Solo così è possibile iniziare bene la celebrazione di questa vostra
stagione. Osserviamo alcuni momenti di una giornata volta alla ricerca della
sintonia, dell'armonia.
Al
mattino un bel saluto: buon lavoro, a stasera!
E'
bello il dialogo fra persone che si amano. La sposa, soprattutto al mattino,
deve mettere in atto la sua sensibilità e semplicità. Iniziare bene non sempre
è facile. Non è bello lasciarsi per andare al lavoro senza salutarsi, perchè
primavera è anche incontrarsi con uno sguardo, stringersi la mano.
Occorre
però chiedere aiuto al cielo perchè tenga stretto quel filo sottile che vi
unisce. Allora ne temporale ne brina potranno spezzarlo, anzi, passata la
tempesta, l'estate porterà quella pace e armonia che serviranno a rendere il
dialogo più sereno e amorevole. Sarà dunque facile parlare con dolcezza, senza
alzare la voce ...
Ecco
il Signore vi aiuterà a comprendere il valore del silenzio, della confidenza e
comunione di vita tra di voi.
Arriva
l'autunno, non roviniamo il raccolto. Preparatevi a raccogliere in sintonia le
gioie e anche i dolori della giornata. Cercate sempre l'armonia, l'unità nella
buona e nella cattiva sorte, nel bene e nel male. Sarete in grado di accogliere
il tramonto che è preannuncio dell'inverno.
Questa
è la stagione dell'aridità, del non sentire trasporto dell'uno verso l'altro.
Facciamo però memoria della bella stagione passata, che certamente con un po'
di pazienza ritornerà, ricordiamo che sempre c'è una primavera che dà la sua
fioritura.
Siamo
dunque certi che ogni stagione può dare il suo raccolto.
Impariamo
ad ogni stagione a metterlo nel granaio del nostro cuore per poterlo usare
quando il sentimento non palpita, diventa freddo ... Allora non diamogli
ascolto, ma ricordiamo che il cielo è sempre lì che aspetta, che desidera
tenere unito quel filo sottile che unisce le nostre vite".
32.
IL
SANTISSIMO SACRAMENTO A SAN GIACOMO
Il
Vescovo di Verona, Mons. Carraro, condizionato dalle voci maligne che
circondavano l'attività frenetica di Vittorino, era prevenuto nei suoi
confronti cosicché quando il fratello gli chiese un colloquio per alcuni
chiarimenti, il Presule trovò mille scuse per non riceverlo. Vittorino, tramite
alcuni amici, fu tanto insistente che alla fine il Monsignore cedette.
Allora
Vittorino con semplicità infantile inizio: "Eccellenza, lei non può non
ricevermi. Lei è il mio papà. Io
sono una pegoretta ed ho bisogno dell'erbetta ... Se sbaglio el me lo diga, ma
se fasso ben, el me incoraggia".
Commosso
Mons. Carraro si rese conto della trasparenza e bonta d'animo di Vittorino e gli
concesse di tenere il Santissimo Sacramento a San Giacomo.
Da
quell'occasione il fratello decise di portare sempre una lunga tonaca bianca,
l'abito dell'accolito, ministro dell'Eucarestia, un segno di rispetto per il
nuovo arrivato e come indicazione del maggior impegno alla purezza che il
privilegio di avere vicino Gesù Eucarestia richiedeva.
***
Senza
il contatto con il Santissimo Sacramento sarebbe stato difficile per Vittorino
condurre la sua vita seguendo le orme evangeliche. Lui stesso lo ammette più
volte negli scritti apparsi sul giornale della Congregazione:
"
... Il vero gusto della conoscenza delle cose di Dio -dice- l'ho provato
guardando a lungo e adorando Gesù nel sacramento dell'Eucarestia, per cui posso
dire che il libro per eccellenza per me è proprio l'Eucarestia ... Infatti
quando noi ci comunichiamo riceviamo il suo nutrimento che è vero aumento di
grazia. Più mi nutro perciò di questo cibo, più conosco, mi vedo e sono
contento di essere ciò che il Signore vuole che io sia. Inoltre in questo libro
ho letto ed incontrato la SS. Trinità, le tre persone divine ... ". (21)
E
ancora: " ... Quando lo riceviamo con fede, lui si dona a noi e noi a lui.
In questo scambio di amore reciproco la nostra intelligenza si trasforma per
diventare una casa nuova, ristrutturata, dove lui può abitare. Lei dunque è
presente e da questa sua presenza scaturisce un'energia formidabile e nuova: la
volontà.
Queste
due facoltà in armonia, intelligenza e volontà, sono in questo modo in grado
di guidare la nostra mente...
Quando
lui era in questa nostra nuova casa dove regna la liberta e l'amore, lui
volentieri vi rimane. Lui mi guarda, io lo guardo, anzi gli dico: -Ecco, la
sorgente dei sentimenti che zampilla in questo mio cuore l'affido a te, prendila
in mano e poiché ti amo pure con tutta la mente, ti affido questa mio computer,
guidalo!
Avviene,
cosi, un matrimonio d'amore fra l'intelligenza e la volontà da cui scaturisce
il frutto che è la libertà...". (22)
"Don
Giovanni Calabria e don Luigi Pedrollo stavano delle ore in raccoglimento prima
e dopo la celebrazione dell'Eucarestia. Ed è per questo che dopo la Santa Messa
porto tutti in cappelletta della Madonna e incenso l'immagine di Gesù. Con
questo rito cerco di evitare che succeda quello che spesso accade e cioè che
appena ricevuta la Santa Comunione si scappi fuori dal tempio. Mentre questo è
il momento più bello e propizio per ascoltare, se facciamo silenzio dentro di
noi, la sua voce. E' proprio qui che trovi un momento di Paradiso che da la
pace, che ti da la gioia d'amare anche se hai il mal di testa o qualche altro
disturbo ... ".
La
fede di Vittorino nella presenza viva di Gesù all'interno dell'Eucarestia è
uno stimolo per noi tutti ad aumentare la nostra. Ascoltiamo ancora le sue
riflessioni:
"Spesso
mi chiedo: perchè Gesù ha voluto essere presente in un pezzo di pane? Perchè
ha voluto che noi lo assumessimo come cibo? Vuol dire che l'anima nostra, per
nutrirsi, ha bisogno di questa cibo e solamente di questo.
Perciò
Gesù è dentro di me insieme con il Padre e con lo Spirito Santo, ma una volta
che lui e in me, piccolissimo cosmo, io sono ripieno di lui, ecco che forte
sento in me il desiderio di entrare in lui, infinito amore, macrocosmo. Perchè
prepotente sento il desiderio di essere preso per mano, di essere aiutato come
fa la mamma con il figlio ... ".
"Per
chi crede l'Eucarestia è Gesù vivo e in lui c'e racchiusa tutta la storia
dell'umanità, storia di schiavitù e di liberazione, storia di morte e di
resurrezione. E in particolare è presente la mia storia, la storia di ognuno di
noi, con le proprie debolezze e gli interventi liberatori del Signore della
storia ...
Il
segreto che ci fa scoprire questa presenza anche nel silenzio più profondo o
nel buio più completo è la carità ...
Quando
cioè noi siamo in grazia di Dio, dentro di noi viene ad abitare Gesù, è lui
stesso l'amore, la carità. Questa presenza ha la sua fioritura che sono i buoni
desideri. Se questi vengono accolti e coltivati con amore, lo Spirito Santo li
trasforma in frutti, cioè in azioni di carità ... e la forza e l'energia per
poter coltivare questi desideri buoni possiamo trovarla solo nell'Eucarestia,
perchè qui, e ve lo dico per esperienza, si acquisisce la volontà per
esprimerli ed il coraggio per combattere tutto ciò che è stonatura e disordine
... ".
E
per concludere un ultimo pensiero:
"
... Proviamo ora a trasportarci col pensiero in una cappella o in una chiesa
dove si celebra la Santa Messa e ascoltiamo il sacerdote. Quelle che pronuncia
sono parole misteriose quando alzando la patena la benedice. "Questo è il
mio corpo!" e alzando il calice: "Questo è il mio sangue!".
E'
l'Eucarestia, miracolo e mistero di morte e resurrezione.
Immerso,
sprofondato in questo mistero mi unisco a Gesù e per questa sintonia con il
Figlio vengo trasportato a contemplare il Padre.
Questa
è unità, comunione dove la nostra mente trova nutrimento, dove riceviamo la
vita che ci anima, ci scuote e solleva dalle depressioni e dallo scoraggiamento.
Com'e bella la fede! Solo così sapremo superare dolori e prove, sapremo come
accettarli perchè in questo atteggiamento di offerta al Padre ci sentiremo da
Lui amati, guardati perchè uniti al Figlio nel mistero del dolore.
Andiamo
dunque a ricevere con fede l'Eucarestia, dove Gesù è presente con la sua
passione, morte e resurrezione affinchè la nostra vita ne diventi un
riflesso". (26)
33.
LO
SPAZIO FIORITO MARIANO
Il gruppo "Spazio Fiorito" e le Case di San Mauro nacquero con Vittorino e don Adelio (ora Vescovo in Brasile) nel 1978 all'interno del gruppo giovani già esistente nell'Oasi di San Giacomo. Il fratello aveva sempre avuto un debole per i giovani. Teneva gli incontri settimanali a San Giacomo differenziandoli per età: dai preadolescenti ai giovani di 25 anni.
Dalla
fine degli anni '70 cominciò a chiamarli gruppi dello "Spazio Fiorito
Mariano" per dare l'idea della speranza e della bellezza insite nella
gioventù correttamente educata ad amare il Signore e la Madonna.
Egli
era con loro un fanciullo fra i fanciulli. Appassionatamente curioso della
modernità, sfogava con essi la sua straordinaria passione per l'elettronica. Li
coinvolgeva dietro quel armamentare tra fili e spine per fare in modo che la
voce predicante dalla chiesa si spandesse per tutta la casa e venisse registrata
nel suo studio. Oggi rimangono migliaia di cassette con la sua voce e pagine e
pagine scritte al computer. Aveva anche un' agenda elettronica e un computer
portatile su cui scriveva anche in automobile, quando all'improvviso gli veniva
un pensiero, una massima, un riflessione.
Per
mantenere stretti i collegamenti con i giovani decise anche di iniziare, sul
giornale mensile della Congregazione "L'amico", la pubblicazione di
una rubrica riservata ai giovani, pure chiamata "Spazio Fiorito".
***
Dal
giornale riportiamo come Vittorino considerava lo scorrere della nostra vita e
come, di conseguenza, nello "Spazio fiorito mariano" cercava di
educare i giovani a vedere i segni del Cielo nel vissuto quotidiano:
"Apriamo
l'incontro di stasera con questo pensiero: Oggi, Signore, ti offro questa pagina
della mia vita. Vorrei che tu, e solo tu, ci scrivessi sopra in modo che io,
leggendola, potessi capire ciò che tu vuoi da me ed io, cosi, diventassi
strumento della tua volontà e della tua parola.
Pensiamo
ora a questo foglio bianco della nostra anima.
Consegniamolo
al Signore, scriva pure tutto ciò che vuole. Sara il nostro documento, firmato
dal Verbo, che noi un giorno, l'ultimo, presenteremo al Padre celeste. E sarà
il nostro lascia passare ...
Ma
e veramente possibile che avvenga tutto questo? Si, ascoltate. Non è già come
se ci trovassimo in un bel parco e gustassimo tutti i colori ed i profumi della
terra e dei fiori? Signore rimani! Desideriamo ancora per un po' godere questa
spirito, questa presenza! Ed ora scusa se ti parlo con confidenza: ma tu
Signore, stai scrivendo sul nostro foglio bianco?
-Si
-mi dice- se pensi a me, se fai silenzio dentro di te ed ascolti. Sappi che solo
in questo atteggiamento puoi incontrare il Consolatore: solo quando accogli
volentieri i suoi doni, che lui e pronto a versare in abbondanza su chi lo
cerca, trasformando e sublimando limiti e povertà di ogni cuore umile di
bambino- ...
-Bene
amico, ora ho gia riempito questa tua pagina bianca, adesso dammi il tuo
spirito, il tuo corpo, perchè attraverso il mistero celebrato nell'ultima Cena
desidero entrare nel profondo del tuo essere per donarti l'amore del Padre.
Ed
ora che stai diventando strumento docile, per lo spirito di lode e
ringraziamento che è in te e nei presenti, posso far sentire al cielo le
meraviglie di un'anima capace di comunicare la pace, l'unità, la gioia e
l'allegria ricevute in dono. Custodisci bene questo tuo foglio, non sciuparlo.
E' mio e tuo insieme. Se vuoi ti aiuto a leggerlo ogni giorno, semplicemente. In
cambio desidero la tua fiduciosa perseveranza-".
In
un'altra occasione paragona la vita alla crescita del grano ricordando la
parabola evangelica: " ... il regno di Dio e come un uomo che getta il seme
nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce ...
Osserviamo i vari momenti.
-
... Poiché la terra produce
spontaneamente prima lo stelo ... -.
E'
la primavera del fiore, dell'uomo. Siamo appena agli inizi di un'esistenza. Il
freddo, la brina sono un grosso pericolo. Allo stesso modo la mancanza
d'affetto, d'attenzione può provocare dei traumi. Il bambino che è ancora
immaturo comincia col dire subito: NO! Ma noi che non siamo più bambini, stiamo
attenti a non dire "NO" alla volontà del Padre, ma cerchiamo di
favorirla in piena maturità.
-
... Poiché la terra produce spontaneamente prima lo stelo e poi la spiga ... -.
Ecco il flore, il giovane, il ragazzo, ma anche questo tempo ha la sua
sofferenza, la sua prova. Per il giovane questa è l'età del risveglio, del
piacere. Benedici Signore i giovani di questa età, ma anche chi, pur non
essendo più giovane, non ha ancora superato tali desideri. Don Calabria diceva:
Non c'e età, non c'e dignità, non c'e santità ... Questo perchè è la nostra
natura, benché riscattata dal battesimo, che porta in se le conseguenze del
peccato originale.
-
... Poi il chicco pieno nella spiga ... -. Ecco il frutto. Un chicco, più
chicchi. La gioia di aver superato la crisi ed essere frutto che da lode al
Padre. Come il tralcio quando è legato alla vite da frutto, pure noi, arrivati
alla maturazione, godiamo del risultato a gloria di Dio ed a bene delle anime.
Noi siamo tutti chiamati a questa maturazione, a questa santità
-
... Quando il frutto è pronto, si mette subito mano alla falce, perchè è
venuta l'ora della mietitura ... -. E' l'età tra i 18 ed i 20 anni. il periodo
della prova della fede. Che sofferenza, che dolore, povera pianta, che lamento!
A questo punto siamo chiamati a maturarci, a fare un ulteriore passo. Domandiamo
al Signore fede matura, fedeltà, abbandono nelle sue mani. Oh grande, immenso
dono!
-
... Ma dopo la mietitura ecco il momento della macina ... -.
Macina
è il matrimonio, la comunità, la società, il vivere insieme. Qui occorre
essere disposti a rinunciare, anzi ad essere felici di trovarsi nella sofferenza
che unisce. Infatti ogni sofferenza accettata porta in se la gioia, come il
chicco pieno quando diventa farina. Siamo noi disposti a trasformarci da grano
in farina? Questo è già cammino verso la santità. Nella vita di un uomo ci
sono tanti stadi, tanti piani ed ogni piano presenta la sua difficoltà, la sua
sofferenza, ma anche la sua gioia, se questa e vissuta alla luce della fede,
della speranza, della carità.
-
... Con la buona farina si fa poi un buon impasto ... -. E' l'unione, la
comunione. Noi tutti siamo chiamati a diventare una cosa sola con il Padre, il
Figlio, lo Spirito Santo, mistero di unità e trinità.
-
... Il buon impasto poi da un buon pane ... -. L'unità che costa sacrificio
acquista un valore immenso. Che sofferenza però essere passati al forno per
cuocere! Noi pure dobbiamo diventare un buon pane per il nostro prossimo, ben
cotto per essere digerito. Lasciamoci dunque cuocere dal fuoco dell'amore di
Dio, per lodarlo, ringraziarlo, assomigliare a Gesù che, nell'Eucarestia, ha
voluto farsi pane per essere mangiato ... (28)
34.
LE
CASE DI SAN MAURO
Col tempo crebbe il bisogno di un ulteriore spazio per radunare, almeno una volta al mese, tutti i gruppi giovanili per un fine settimana di preghiera e discussione collettiva. Durante l'estate, inoltre, per ogni gruppo si organizzavano campi scuola della durata di una settimana. D'estate ci sono ragazzi che possono andare in vacanza ed altri no, i quali restano preda di avventure occasionali.
Nelle
parrocchie è difficile creare un ambiente per loro. La Congregazione metteva a
disposizione i giovani studenti della Casa di Nazareth per aiutare fratel
Vittorino a gestire i campi scuola, ma serviva uno spazio apposito.
Ecco
come si arriva alla costruzione delle case di San Mauro secondo le parole di
Giuseppe Todeschini:
"Eravamo
un gruppetto di amici molto vicini a Vittorino. Un giorno gli proponemmo di fare
una casetta in montagna per stare insieme in compagnia. Due del gruppo avevano
un appezzamento in montagna, lo cedettero volentieri per costruirvi sopra 4
villette. Alla fine furono tutte cedute gratuitamente all' Opera don Calabria
che le usa non solo per il nostro gruppo, ma per tutte le esigenze della
Congregazione. La prima casetta chiamata "Don Calabria" e riservata ai
Superiori, la seconda chiamata "Santa Chiara" è per il ritrovo delle
ragazze, la terza "San Francesco" per i ragazzi, è la quarta per le
famiglie".
Data
la devozione di Vittorino per la Madonna, in occasione della festa dell'Assunta
a San Mauro la Congregazione organizzava una grande festa.
Vittorino
precedeva la Santa Messa con un Rosario meditato ed una piccola processione. Di
seguito invitava tutti ad un rinfresco allietato dal lancio delle caramelle
("Benedette dalla Madonna e salutari" diceva il fratello).
Tutti
coloro che incontrava nel periodo precedente li invitava a partecipare alla
festa dell'Assunta soprattutto se si trovavano in difficoltà, perchè era
convinto che in quell'occasione la Madonna avrebbe esaudito la fede e la
preghiera dei partecipanti all'incontro.
***
Dall'impegno
profuso nello "Spazio Fiorito" e nella realizzazione delle case di San
Mauro, si deduce l'importanza attribuita da fratel Vittorino alla formazione dei
giovani. Ecco chiaramente il suo pensiero scritto sul giornale della
Congregazione:
"Guardando
alla TV gli esercizi di alcuni acrobati cinesi del circo, c'era da rimanere a
bocca aperta e da domandarsi:
Com'e
possibile? Ebbene se vogliamo meditare assieme sulla nostra formazione cristiana
e, in particolare, sulla necessità di coltivare le virtù per diventare
cristiani autentici, può essere utile considerare lo sforzo che deve fare
l'atleta per poter dare i suoi meravigliosi spettacoli acrobatici.
Si
capisce allora l'importanza di esercitarci ogni giorno, con perseveranza,
altrimenti campioni non si diventa. Analogamente lo scopo per cui si frequenta
questo o altri gruppi, dev'essere quello d'imparare a dare vitalità al nostro
spirito per renderlo sempre pronto e disponibile ad ogni situazione, sia nel
bene che nel male.
Il
nostro cammino interiore mi fa anche pensare al concepimento di una creatura.
Quell'atto d'amore viene come sigillato dal Creatore. L'anima della persona
umana viene deposta nella materia del corpo per poi, insieme, svilupparsi come
uomo o donna, il cui fine è quello di entrare nell'eternità beata.
La
durata della nostra vita la paragono al concepimento ed allo sviluppo della
persona che verrà partorita, con la morte,
alla
vita eterna. La formazione spirituale ha una sua gradualità, molto simile a ciò
che avviene in natura. Osserviamo la primavera, quando ha inizio la fioritura.
E' una stagione piena di desideri, nella quale avvengono incontri meravigliosi
che sono causa di fecondazione e di maturazione con i relativi frutti. Poi
l'estate porterà la gioia del raccolto.
Non
molto diversamente accade per lo spirito. In questo cammino di formazione, pieno
di luci e ombre, ci sostiene la grazia del Signore e la cura materna della
Vergine. E accanto ad essi, non dimentichiamolo, c'e l'aiuto efficace del nostro
angelo custode. Dovremmo sentircelo sempre al nostro fianco, soprattutto nel
momento della prova, la quale può arrivare in qualunque stagione. Ma ogni
stagione può dare anche frutti gustosi e sarà proprio a lui che affideremo il
buon raccolto delle nostre azioni.
La
formazione deve portarmi ad essere proprietà dell'Amore ed a raggiungere la
pienezza della libertà. Lo Spirito Santo e l'animatore della mia anima. Devo
cercarlo, invocarlo, amarlo. Appena entrato nell'Opera io invocavo
continuamente: Vieni Spirito Santo, vieni su questo povero ignorante che non
capisce niente!
Questa
preghiera non era solo riflessione, ma anche orazione profonda, che mi portava
alla contemplazione. E il Signore mi assecondava con ogni tipo di grazia, perchè
quando pregavo, lo Spirito era in me, mi animava nell'orazione. Così lui godeva
che io godessi, perchè mi voleva sempre più libero e sempre più amante della
Verità e della Giustizia ... ".
35.
INIZIA
UNA NUOVA VITA
Quando nel settembre del 1997 venne sostituito come Superiore dell'Oasi di San Giacomo, fratel Vittorino non la visse come una decisione contro di lui, ma come un cambiamento dei piani di Dio sulla sua vita.
In
ogni modo è scritto nello Statuto della Congregazione che un superiore non
possa mantenere la carica più di sei anni.
Inoltre,
superata l'età degli 80 anni, era prevedibile che la dirigenza fosse affidata
ad un altro più giovane, don Fabio Santambrogio, con cui instauro e mantenne
sempre ottimi rapporti.
Abbandonata
l'attività più impegnativa della direzione, poté dedicarsi interamente agli
incontri personali.
Aveva
tirato la carretta per tanti anni. Ora era giunto il momento di fare la parte
dell'asino in liberta. Perciò ebbe a scrivere:
"
... Non avendo più la responsabilità diretta delle Case che dipendono da
questo centro, libero perciò da preoccupazioni e distrazioni materiali e
vivendo con letizia la parte dell'asino, la missione dell'accoglienza specifica
di questa casa prende ora un sapore nuovo, tanta e la gioia che questa nuova
esperienza trasmette. La serenità che ne risulta mi rende ancor più
disponibile verso gli ospiti di questa casa e verso tutta la comunità".
Il
fratello si alzava all' alba e verso le sette era già in chiesa a preparare
l'altare per la Messa e ad esporre il Santissimo. Con la comunità religiosa
recitava le lodi mattutine e assisteva alla prima Messa della giornata. Poi
veniva la colazione con caffelatte, panbiscotto e magari un po' di quella frutta
che a lui piaceva molto.
Alle
nove iniziavano i suoi incontri con le persone. Il fratello riceveva in uno
studio a pochi passi dalla chiesa. Sulle pareti troneggiavano i ritratti dei
suoi grandi esempi di vita e di misericordia: don Giovanni Calabria, padre
Leopoldo da Padova e padre Pio da Pietralcina. Sul tavolo di legno spiccava
l'immancabile vassoio di caramelle.
Ad
evitare che nascessero inutili polemiche, venivano distribuiti dei biglietti
numerati e così ognuno -ed erano cinquanta e a volte più- attendeva con
pazienza il suo turno nell'ampio salone accanto o nel corridoio davanti alla
porta del suo studio.
Chi
avesse voluto ingannare il tempo in maniera da non sprecarlo, poteva giocare al
gioco della Sapienza. Cera e c'e ancora -ed e diffusa in tutte le case dei
Poveri Servi- una tabella appesa al muro, con novanta pensieri denominati
"Gocce di Sapienza" e sottostante una cassettina con i numeri della
tombola. Si pesca un numero e si va a leggere il pensiero corrispondente.
Poniamo
che si peschi il n. 40. Il pensiero dice: "Il contadino sotterra ai piedi
dell'albero: frutti marci, foglie caduche ... così ciò che era sterile
contribuisce ad una nuova fecondità".
Il
n. 60: "Il Signore predilige i bambini e chi loro assomiglia." Il n.
82: "Niente è più dolce che pensare sempre bene del nostro
prossimo".
Il
n. 88: "Diffondete il santo contagio del bene".
Sono
massime di don Calabria, porticine di servizio attraverso cui si può dare
un'occhiata allo spirito dell'Opera.
A
mezzogiorno il fratello concludeva gli incontri del mattino e si concedeva una
pausa per il pranzo, assaporando ciò che passava il convento.
Nel
pomeriggio, dopo una breve pausa in cui si riposava, riprendeva gli incontri con
una Messa alle 15,30.
Caricava
su di se i problemi di tutti, anche fisicamente talvolta, come un povero Cristo
nell'orto degli ulivi sopportando forti emicranie e riempiendosi di fastidiosi
foruncoli.
Non
predicava la penitenza, ma il dovere di "custodire i sensi". Alle
costrizioni, alle flagellazioni, alle restrizioni corporali preferiva un
digiuno particolare: "il digiuno del peccato".
Ai
giovani che si apprestavano a far qualche scelta diceva:
"Il
papa, la mamma, sono d'accordo?".
E
agli sposi: "Tuo marito, tua moglie, sono d'accordo?". Era fermamente
convinto che "in un matrimonio ben riuscito i due sposi vivessero l'uno per
l'altro, prevenendo ciascuno i desideri e le necessita del partner".
Sentiamo
come lui stesso descrive il suo metodo di aiuto:
"Sono
moltissime le persone che si accostano ogni giorno alla casa di Incontri di San
Giacomo. I problemi che presentano sono i più diversi, spaziando dal campo
fisico a quello psichico, spirituale e morale ...
Il
primo problema e quello di cercare di approfondire la loro conoscenza. Più si
conosce una persona, più si comprende quanto sia difficile definire in modo
assoluto e soddisfacente la conoscenza stessa.
In
secondo luogo, se si desidera veramente aiutare il prossimo con tutti i suoi
problemi quotidiani, occorre partire spogliandosi di se stessi e chiedendo allo
Spirito il dono della sapienza e di una grande pazienza. Solo così è possibile
instaurare un rapporto di amicizia, di fiducia e di stima reciproca, anche se
spesso dall'altra parte si riscontra molta inesperienza o sfiducia.
Con
tutto questo voglio dire che la cosa più importante, nei confronti del nostro
prossimo bisognoso di aiuto, e quella di metterci in atteggiamento di ascolto e
di massimo rispetto e non pretendere subito di risolvere ogni problema.
Questo
sforzo di pazienza e di attenzione all'altro ci permette di mantenerci in un
atteggiamento di chiarezza, buonsenso e comprensione, e ciò vale molto più che
dare subito ai vari problemi delle risposte affrettate e senza fondamento.
Occorre
invece dare la speranza dove mancasse, ma soprattutto occorre condurre la
persona che domanda un consiglio o un aiuto ad avere una fede di adorazione al
divino volere.
Colui
che si trova ad operare dunque come strumento, deve una volta che e chiamato a
svolgere questa missione (perchè di missione si tratta) deve, ripeto, anzitutto
pregare. Direi che ha questo obbligo di coscienza di pregare per la persona che
intende aiutare, proprio come il nostro Padre don Calabria faceva
insistentemente.
Pertanto
più che intervenire subito e direttamente, è meglio programmare diversi
incontri, finchè, piano piano, tutto si pacifica o si risolve, ma prima di
tutto è sapiente intercedere perchè intervenga lo Spirito Santo e Colei che ne
è la sposa, affinchè portino luce sul problema.
In
conclusione, per aiutare il prossimo occorre rispetto verso la libertà della
persona che ci chiede aiuto, e solamente quando questa e entrata nella fiducia e
chiede una risposta precisa, solo allora, dopo aver pregato, si può dare un
parere, un consiglio, un indirizzo, mai pero un comando. Nessuno infatti può
delegare ad altri la responsabilità delle proprie scelte".
36.
LA
GIOIA DELLA SPERANZA
Vittorino,
nonostante le preoccupazioni personali ed il coinvolgimento in quelle altrui,
aveva un animo "bambino", era giocondo e giubilava cantando: "Me
godo parchè son contento e son contento parchè me godo", concludendo:
"Ah, quanto l'e bon el Signor!".
Così diceva: "Ai bambini, ai poveri e a tutti coloro che soffrono nella carne e nello spirito, offri sempre un sorriso gioioso parlando al loro cuore della speranza e con infinita nostalgia di Dio". Era bambino e si divertiva a giocare con gli usignoli, che aveva ammaestrato a volare sui suoi ospiti, in testa, tra i capelli, e a saltare sulle statue della Madonna e dei Santi e a dare bacini a quell'altro Bambino che era Gesù.
Giocava
con Dio e con le espressioni del dolore di don Giovanni Calabria: "Io sono
zero e miseria, però se davanti a me ci metto Gesù che fa 1, allora divento
10. Ma Gesù è più di 1, e 10, e allora io divento 100. E se Gesù è 100, io
allora divento 1.000 ... ".
Amava
i frutti, i fiori dei campi, gli uccelli dell'aria, i colombi che gli andavano
incontro per cogliere un pezzetto di biscotto e lo facevano sorridere.
Terminata
la Messa era solito portare gli ospiti giù in cappella e incensare le immagini
di Gesù Bambino, del crocifisso, della Madonna e poi le persone esclamando:
" ... e adesso me godo ancora di più, perchè, appena fatta la Comunione,
siete immagini vive!" e colloquiando con la Madonna e con il Signore:
"Mammina
-diceva-, me raccomando, ghe quela persona che ga proprio bisogno e quel'altra
che ga una bruta malatia ... Signor non bisogna che te me abandoni, aiutemo
quele persone la ... ".
Al
termine della giornata, dopo cena, il giullare di Dio partiva per le famiglie e
gli ospedali.
Ritornato
verso la mezzanotte, aveva l'eroico coraggio di ripartire immediatamente quando
fosse di nuovo chiamato per altri incontri, altri fardelli da portarsi a casa e
da caricare sulla spalle misericordiose di Dio.
Durante
il giorno raramente guardava la televisione. Era molto interessato, invece, ai
discorsi del Papa e se li faceva registrare. Poi, con qualche giovane accanto,
se li risentiva chiedendo spiegazioni. Non sappiamo se ne avesse effettivamente
bisogno oppure se lo facesse per approfondirli assieme all'interlocutore.
Non
leggeva quasi mai i giornali. Un quotidiano è fatto più di cattive notizie che
di buone e per la sua vita, che era una costante processione di sofferenze, non
avrebbe avuto molto senso leggerli.
Tre
anni prima di morire aveva visitato le missioni dell'Opera in Brasile, in
Argentina, in Paraguay ed in Umguay. Voleva andare anche in Angola, ma non ne
ebbe il tempo.
Ai
preti ed alle sorelle di quei luoghi, che parlavano un'altra lingua, lui si
espresse nel suo dialetto, facendosi comprendere grazie a quella capacita di
comunicazione che andava direttamente al cuore.
I
missionari di ritorno in Italia o di passaggio a San Zeno, non mancavano di
sostare dalle parti di San Giacomo per ascoltare le novitià del fratello
intraprendente e anche per appoggiare una causa sulle spalle del vecchio
economo, che non si risparmiava nella ricerca di soluzioni adeguate e
soprattutto di intelligente Provvidenza.
***
Considero
utile riportare la spiegazione che fratel Vittorino stesso dava del rito
dell'incenso dopo la Santa Messa:
"Anche
oggi, come sempre, dopo aver ricevuto Gesù Eucarestia nella Santa Comunione,
durante la Santa Messa o la funzione, scendiamo in cappella dalla Mamma.
Scendiamo per dirle ancora grazie di averci dato Gesù e per incensare, dopo il
SS. Sacramento, anche le immagini sacre che ci accompagnano nella vita
quotidiana.
Forse
vi fa impressione che lasci il turibolo davanti al Signore, sentite che profumo!
Questo
è un incenso speciale, viene dalla Terra Santa, chissà come lo gradisce Gesù!
Sono
certo però che molto più del profumo dell'incenso il Signore sia contento di
cogliere il nostro profumo.
Infatti
spesso io vorrei essere quell'incenso profumato che sale, sale in alto. Allora
mi dico: come faccio a donarti il mio profumo?
E
semplice, il profumo che noi possiamo donare a lui e l'ubbidienza alla sua
volontà, le buone azioni, le virtù che lo Spirito Santo ci aiuta a coltivare
dentro di noi.
Io
paragono queste opere a fiori diversi dai mille colori e mille profumi. Ogni
virtù un fiore, ogni azione di carità un profumo.
Faccio
un esempio: il profumo soave della sua umiltà ha fatto si che Maria diventasse
grembo e Madre di Gesù; il profumo soave dell'accettazione del dolore immenso
della croce, ha fatto si che lei diventasse Madre nostra. Allo stesso modo noi,
attraverso le azioni della carità e l'accettazione della volontà del Padre,
facciamo fiorire tutte le virtù le quali, a loro volta, oltre a salire come
profumo al cospetto di Dio, fecondano il nostro cuore rendendo Gesù presente
nel nostro essere e facendoci strumenti di benedizione.
Si,
perchè se ogni fiore da un profumo diverso, incontrandosi due fiori danno un
buon frutto. Questi frutti maturi e saporiti non sono opera dell'uomo, ma doni
squisiti di Dio, che riceviamo da lui in proporzione alla nostra fede.
Tutto
è dono suo, le nostre facoltà, la nostra mente, il nostro cuore: sono regali
del suo amore che dobbiamo trasformare in profumo soave per dare gloria a lui,
in segno di riconoscenza e adorazione.
Pensate
ai grandi santi, come Francesco, Antonio, S. Rita, don Calabria: il profumo
delle loro virtù non si è spento con la loro morte perchè continua a salire
al cospetto di Dio ed a trasformarsi in grazia su grazia.
Perchè
non ci impegniamo anche noi a vivere come i santi per offrire il nostro profumo
al Cielo?".
37.
LA
NUOVA CHIESA
Nel
1996 un temporale danneggiò il campanile della chiesa più alta di San Giacomo.
Nello stesso periodo venne a visitare il complesso il Sovrintendete ai Beni
Culturali della Provincia di Verona, prof. Fontana, che tra l'altro era un
vecchio amico dell'Opera.
Promise aiuti per la ricostruzione del campanile, alla condizione che venisse rifatto, fra l'altro, anche il tetto della chiesa più bassa (che a quei tempi era ancora in lamiera, come un capannone).
Entrata
in vigore, nel frattempo, la nuova legge sull'infortunistica, si era reso
necessario anche l'adeguamento della Casa Incontri per poterla rendere agibile a
norma di legge. Qualche tempo prima un noto architetto di Verona aveva ricevuto
un beneficio da fratel Vittorino e quando tornò per ringraziare, il fratello
gli fece una battuta: "Ma lei che è architetto, come vedrebbe questo
luogo? Dobbiamo adeguarlo". L'architetto andò sull'ambone e senza impegno
fece un disegno, rimanendo a fianco dell'Eucarestia che, come tutti i giorni,
era esposta in chiesa; poi uscì e mostro un progetto per la chiesa della Casa
Incontri e ... a sorpresa anche un disegno per portare a termine l'incompiuta
chiesa di san Giacomo alto. La Provvidenza rese subito disponibili anche un
ingegnere ed un maestro restauratore per quest'opera che il fratello ripeteva
insistentemente essere di Gesù: "Io non sarei mai riuscito ad immaginare
un'opera di questo genere; mi sono abbandonato a Dio ed ho lasciato che il
Divino Architetto facesse tutto!" .
Nel
gennaio del 1997 iniziarono le operazioni che dovevano riguardare solo
l'esterno. Invece l'architetto decise di modificare anche l'interno.
Vittorino
era perplesso perchè pensava alla spesa finale e alle critiche che potevano
nascere di aver sperperato soldi per un' opera troppo grandiosa.
Tuttavia
accettò le numerose varianti sia estetiche che funzionali.
Le
spese furono pagate tutte un'ora prima della morte di fratel Vittorino grazie a
provvidenziali contributi arrivati da numerosi amici.
Conferma
l'ingegnere: "Il fratello voleva un tempio dedicato all'Eucarestia per
esaudire le richieste del Signore. Ed ecco il significato dei disegni interni,
opera del pittore Osvaldo Trombini.
Il
giardino terrestre: come qui l'uomo era in contatto con Dio, così
nell'Eucarestia si ripristina il clima di confidenza e di vicinanza che i primi
uomini ebbero con la divinità. Dalla luce delle finestre entra un verde
fogliame che dipinge le pareti come un paradiso terrestre. I tronchi d'albero
slanciati verso l'alto rappresentano l'uomo che s'innalza verso Dio, il cielo e
stato dipinto con quella balconata per dare un effetto di curva naturale
accentuata dal brillare delle stelle. In definitiva si è voluto ricreare
l'ambiente del paradiso terrestre dove viveva l'uomo prima del peccato
originale. Dalla croce dell'altare viene Dio, vivo nell'Eucarestia e qui l'uomo
può riconciliarsi ed incontrarsi con Dio. Questo pensiero si è sviluppato
insieme tra fratel Vittorino, l'architetto e il pittore".
***
Fratel
Vittorino, però, non dimenticava anche la parrocchia in cui viveva ed era
inserita l'Oasi di San Giacomo: Vago di Lavagno.
In
particolare aiutò economicamente la costruzione della nuova chiesa parrocchiale
e le regalò il bassorilievo in bronzo che è posto davanti all'altare maggiore.
Esso
descrive il Paradiso come Gerusalemme Celeste. S'ispira al capitolo V
dell'Apocalisse in cui San Giovanni Apostolo, nella visione profetica che Dio
gli ha rivelato, contempla l'Agnello immolato (Cristo), ritto sul trono davanti
al Libro aperto che porta incise le lettere greche "alfa ed omega"
(l'inizio e la fine) e attorno a lui angeli e santi che gli fanno corona
proclamano in eterno: "L'agnello che è stato ucciso è degno di ricevere
la potenza, la ricchezza, la sapienza e la forza, l'onore, la gloria e la lode
per sempre!".
Fra
i santi si può notare la Madonna, la più alta delle creature. Poi un martire
che simboleggia tutti coloro che hanno dato il sangue per amore di Cristo. E
alcuni santi del terzo mondo per esprimere l'universalità della Chiesa. Un
gruppo famiglia per esprimere che la famiglia e chiamata a vivere nel suo intimo
i misteri del regno. Infine i Santi legati alla comunità parrocchiale di Vago:
San Zeno, patrono di Verona, San Francesco, patrono di Vago, il beato Giovanni
Calabria, per la comunità religiosa che e presente nella parrocchia, e don
Giobatta Tessari, il primo parroco di Vago (dal 1900 al 1945) che tutti coloro
che hanno conosciuto considerano un santo.
Don
Roberto, l'attuale parroco di Vago, così spiega la scelta dell'opera:
"Perchè
abbiamo messo il bassorilievo del paradiso nel pagliotto dell'altare maggiore?
In molte chiese c'e l'ultima cena o altre raffigurazioni o solo dei fregi
ornamentali. Secondo noi un'immagine sacra posta in chiesa deve contenere un
messaggio che diventa vivo nel momento della celebrazione. L'immagine
dell'ultima cena è un doppione tra quello che essa dice e quello che si celebra
sopra l'altare, per cui risulta inutile. L'immagine del paradiso, che io e
fratel Vittorino abbiamo scelto, ha invece un significato profondo. Mentre noi
celebriamo la liturgia di oggi, anticipiamo, pregustiamo e prepariamo la
liturgia celeste. Celebriamo la Santa Messa come pegno per l'eternità. Veniamo
redenti oggi un po' alla volta per essere redenti per sempre (beati) in Cielo.
Noi oggi poniamo sull'altare le realtà terrene perchè, trasformate da Cristo,
diventino un annuncio di quelle eterne. Noi siamo il popolo non ancora salvato,
nel Paradiso ci sono i santi che sono definitivamente salvati. Noi siamo il
"non ancora", loro sono il "già". Nella liturgia con riti,
con canti spirituali, con vesti bianchi, lodiamo il Signore per creare qui in
terra un po' di Paradiso, per far si che tutta la terra venga trasformata,
spiritualizzata. Siamo in cammino verso il Cielo, verso il Paradiso".
38.
L'ULTIMO
GIORNO
All'interno del suo computer, Vittorino teneva un diario nel quale troviamo un passo che a noi sembra opportuno ricordare nuovamente al lettore:
"Ognuno
di noi più o meno consapevolmente è autore, scrittore del libro della propria
vita, dalla nascita fino all'ultimo respiro. Giorno dopo giorno, le parole di
questo libro si riempiono delle nostre storie: azioni buone e meno buone,
sentimenti diversi, incontri, scontri. .. quante parole. Se con l'immaginazione
scorro le pagine dove c'e il mio passato, scopro che saper scrivere bene il
proprio libro non è questione ne di culture, ne di sapienza o di furbizia, ma
è una questione di amore e di disponibilità.
Infatti
dove il mio cuore e tutto me stesso sono stati servizio e servizio verso il
povero (inteso materialmente che spiritualmente) allora la scrittura,
l'inchiostro si fa più luminoso. Allora penso: che sia stato il mio angelo
custode in persona a scrivere quelle righe? Ricordo d'averlo tanto invocato,
pensavo anzi d'averlo al mio fianco quel dato giorno, in quella situazione! ...
e avanti cosi, pagina dopo pagina. A voi dico perciò che se al mattino offriamo
la nostra giornata al Signore e la concludiamo con un esame di coscienza ed un
ringraziamento, alla fine del giorno il nostro angelo sarà felice di scrivere a
caratteri luminosi la nostra storia!".
Scrisse
l'ultima pagina la mattina del 20 dicembre 1997. La dedico agli incontri
consueti con il popolo dei disperati e dei sofferenti.
Era
un po' più stanco del solito, ma disponibile come sempre ad altri incontri.
"I
miei mi chiamano. Ho chiesto al Signore che mi prenda in Cielo" aveva
scritto ed era partito poco dopo mezzogiorno dalla sua Oasi di Vago.
Alle
ore 10,30 Vittorino aveva ricevuto la visita di un nipote, Emanuele, che gli
suggerì di andare a trovare il fratello Paolo a Zevio, dato che era molto tempo
che non si vedevano.
Vittorino
chiamò allora sua nipote Daniela, che egli amava chiamare la sua
"butina", per guidare la macchina. Lei lo trovo triste e abbattuto.
"Come
stai zio?" chiese.
"Ah,
butina, son proprio stanco, non ghe la fasso più ... Ho tanti dispiaceri. ..
".
Furono
le sue ultime parole.
Verso
le ore 13, mentre la FIAT Uno guidata da Daniela procedeva regolarmente sulla
strada tra Vago di Lavagno e San Martino Buon Albergo, ad una curva la Renault,
condotta dal ventottenne Marco Bragantini di Verona, urtando la FIAT la manda a
sbattere violentemente contro un autocarro guidato da Moreno Vineo, 25 anni, di
San Martino.
Solo
fratel Vittorino e la ragazza riportarono conseguenze fisiche. Daniela venne
ricoverata al reparto di stomatologia dell'ospedale
Maggiore per fratture multiple con prognosi riservata.
Lo
scontro frontale, invece, aveva fatto sbattere lo sterno di fratel Vittorino,
senza cintura di sicurezza, contro la parete anteriore della macchina
provocandogli ferite che non sembravano così gravi come poi si rivelarono.
Quando
venne portato all'ospedale di Borgo Roma era perfettamente cosciente, nonostante
il dolore. Parlava con i
medici durante i controlli.
"Ha
sofferto con dignità -ricordano i sanitari- pregando e chiedendo scusa
addirittura per il disturbo arrecato".
Ai
dottori diceva: "Non seguite me ma la mia butina". Invece aveva una
brutta emorragia interna causata dalla rottura dell'aorta.
Negli
ultimi momenti di fratel Vittorino gli furono vicine alcune persone tra cui la
signora Floriana che asciugo il sangue uscente da sotto il mento del moribondo.
Vittorino
prese per mano la donna, che per tanti anni lo aveva aiutato, dicendo:
"Rimani vicino a me e ricordati che questa sofferenza va offerta per i
nostri fratelli ammalati, per l'Opera e per la Chiesa".
Gli
amici ricordavano che aveva parlato di incidenti nelle sue riflessioni di due
sere prima, quasi un presentimento.
Dopo
le 16 di quello stesso giorno si aggravò ed emise l'ultimo respiro.
***
Sul
giornale mensile dell' Opera don Calabria, dove per tanti anni Vittorino aveva
uno spazio assai apprezzato, qualche mese dopo così Romolo Lodetti lo ricordò:
"Dotato
di una natura esuberante e forte e di un qualcosa di imprevedibile negli slanci
della sua fede, ci ha lasciati improvvisamente come rapito su un carro di fuoco.
Solo
una forza esterna poteva rapirci quella quercia di vigore umano e spirituale.
La
Divina Provvidenza, che si serve delle cause seconde, gli ha dato il tempo di
rioffrirgli il suo irrefrenabile amore a Dio ed agli uomini.
Qualcuno
può essere rimasto sorpreso dal suo comportamento atipico, talora strano, fuori
di ogni convenienza e privo talora di quel tatto psicologico e "savoir
faire" di un politico o di un astuto intellettuale.
Ma
veniamo ad un piccolo ricordo: un giorno, a pranzo a casa mia, espande la sua
esuberanza e gioia dicendo: -Bisogna gridare a gran voce la nostra fede - e così
di colpo si alza, esclama alcune parole col suo vocione con un tono così alto
che fece vibrare, lo udimmo tutti, il nostro lampadario di vetro in mezzo alla
tavola ... ridemmo insieme.
Ma
questa sua voce divenne, con gli anni, sempre più dolce: egli aveva trasformato
il dono della sua forza in un delicato e sommesso dialogo di amore con ogni
persona.
Quale
immenso lavoro nella sua anima, che subiva, oltre a critiche ed incomprensioni,
anche sofferenze fisiche e tentazioni di ogni genere.
Il
suo maestro era don Giovanni, il suo santo, cui restò fedele come un fanciullo,
vivendo il senso della Provvidenza ad un punto tale che rasentava la follia di
una fede totale nella paternità divina del Cristo. Egli sconcertava chi non lo
conosceva bene.
Il
Vangelo che viveva era "sine glossa", ma questa radicalità non era
invasiva, se la teneva tutta e solo per se, legata al fine della fede e
dell'amore paterno di Dio.
Con
lui è morto qualche cosa di esperienza unica, vicino a don Giovanni e poi a don
Luigi Pedrollo.
Non
c'e nulla da fare, oggi le troppe prudenze turbano la fede. Sapeva con don
Giovanni che oggi occorrevano santi e lui si era gettato a capofitto nella più
grande avventura che un uomo sulla terra puo affrontare, quella della santità,
costi quello che costi.
Non
era certo suo modello quello della testa storta, tutt'altro egli sconcertava per
la sua forte personalità espansiva e per la sua varianza di atteggiamenti
psicologici che riusciva ad adattare alle più diverse condizioni di vita con i
poveri ed i ricchi, gli ammalati ed i dotati di forze imprenditoriali, i dotti
ed i semplici.
Siamo
soliti fermarci alle valutazioni superficiali dei comportamenti, ma il
"noli iudicare" del Vangelo lo impersonava ed il suo giudizio cercava
solo il buono delle persone e delle cose, come aveva imparato dal suo Casante.
Egli
era ben a conoscenza dei limiti umani e dell'ignoranza culturale. Per questo
venne un giorno apposta a Folgaria , dove mi trovavo in ferie estive, strinse
penna e quaderno e con pazienza volle spiegazioni da medico sull'uomo, sul corpo
umano. Mi meravigliavo mentre prendeva appunti e mi domandava ragione della
scienza, anzi mi avrebbe voluto con lui a San Giacomo per aiutarlo nella parte
medica.
Egli
non si spaventava dinanzi a qualsiasi richiesta che fosse una obbedienza di
amore. Allora pur con forti mal di testa cerca di far anche di conto per
l'Opera, dovette cioè fare per un certo periodo anche una specie di economo e
si dovette far aiutare da un fratello competente, ma ce la spunta.
Era
poi geloso delle sue anime, perchè le seguiva e voleva sapere. Un giorno molti
anni fa lo chiamai per il mio cuore che se ne andava in aritmia fuori dei
limiti. Mentre ero sul divano mi strinse al petto per alcuni minuti fortemente
con le sue mani sul cuore. Poi se ne andò con parole di fiducia. Mi dimenticai
di ringraziarlo e con mia sorpresa mi fece sapere a distanza di tempo che
aspettava di sapere qualcosa ... così corsi a ringraziarlo. I troppi impegni
medico-scolastici mi aveva distratto.
Seguiva,
partecipava di ogni persona che curava a modo suo,voleva sapere non per curiosità,
ma per amore di aver fatto tutto il possibile per quell'anima.
Conoscendo
quanti segreti di amore tenesse nel cuore dell'amato don Giovanni Calabria, lo
invitai a riferirmi qualcosa del padre. Venne a Pacengo, nella casa dove don
Giovanni aveva celebrato circa trecento messe e la mi aiuta a ricordare alcune
sue testimonianze dirette e riservate della vita del padre, episodi sconcertanti
che ho ripreso ne "I fioretti di don Calabria". Ciò che mi colpì era
il fatto della sua semplicità infantile nel narrare cose incredibili, mentre
chiedeva un cenno di assenso al sacerdote che lo accompagnava, se poteva o meno
dire un certo fatto.
Eccoci
allora nell'altra dimensione in cui l'amore ci fa vivere, ma ciò che fu di
esempio in lui fu l'obbedienza letterale
alle
sfumature delle parole di chi lo dirigeva. E di lavate di capo ne prese tante,
comprese quelle del suo amato don Luigi Pedrollo, che non gli perdonò certe
eccessive confidenze ... il Tabernacolo, dove egli ardiva bussare per aiutare il
suo amatissimo padre don Calabria.
La
Chiesa ci dirà col tempo il suo giudizio, molto si narrerà ancora di lui e
della intensità di varie esperienze, ma gia oggi tutti possiamo dire: abbiamo
scoperto come si può amare con sapienza anche nella povertà culturale e
nell'obbedienza, quando il cuore trabocca da tutto l'umano in tutto il divino
mistero di amore.
Egli
si attardava nella notte, la nel silenzio, quando la preghiera formale
addirittura si sospende, per divenire con il cuore diretta contemplazione
d'amore e dove l'anima si alimenta del dono ineffabile promesso: Io, Gesù, ho
mandato il mio angelo per testimoniare a voi queste cose ... Lo Spirito e la
sposa dicono: -Vieni! -. Chi ha sete venga, chi vuole attingere gratuitamente
l'acqua della vita (Ap.17).
E
lui ci ha trasmesso qualcosa del Sublime, di commovente ed inenarrabile".
39.
TESTIMONIANZE
DI RELIGIOSI
Don
Alfonso Trettene,
parroco di S. Zenone in Palù (Verona): Dicembre 1969. Ricoverato per una grave
emorragia all'ospedale di Villafranca, vivo momenti di grande paura ed
apprensione perchè sento la vita spegnersi poco a poco. I miei familiari sono
molto preoccupati e non sanno più cosa fare. Informato fratel Vittorino, che
conosco da circa tre anni, viene a trovarmi a tarda notte. Nella luce soffusa si
accosta al mio letto e, informato della mia grave situazione, tenendomi la mano
si autoinvita a mangiare il risotto a casa mia quando sarò dimesso.
Infine
mi dice: -Il Signore ha un segno su di te, ti vuole suo sacerdote- .
Abbiamo
pregato insieme con la sua benedizione come faceva sempre alla sua maniera. Lì
per lì non ho badato a quello che diceva, mi sembravano cose senza senso. Sta
di fatto che, dopo due mesi, uscito dall'ospedale debole ma ristabilito, i miei
genitori hanno mantenuto la promessa e l'hanno invitato a venire a mangiare il
risotto a casa mia.
Da
questa serata partì un incontro quindicinale, il mercoledì sera, frequentato
da una cinquantina di persone della zona.
Quando
fratel Vittorino riportò gli incontri solo a San Giacomo, io li frequentavo il
sabato sera e la domenica.
E'
stato un tempo d'intense esperienze accanto al fratello. Sono stato aiutato in
altri momenti di difficoltà che lui capiva e nei quali sapeva orientarmi. Fino
al 1977, quando, dopo un pellegrinaggio in Terra Santa, dopo aver parlato col
padre spirituale del Seminario, che mi presentò anche al vescovo mons. Carraro,
gli ho comunicato che sarei entrato in Seminario.
Allora
Vittorino mi disse: -Ecco, è arrivato il momento!-, quasi a spiegare che la
profezia aveva avuto bisogno di tempo per diventare realtà secondo la volontà
del Signore.
Quale
gioia fu per lui vedere il suo "fioleto" diventare prete e chiedermi
la benedizione del Signore.
Mercoledì
17 dicembre 1997, dopo un bel po' di tempo che non ci vedevamo (e lui mi aveva
cercato molte volte o mandato a salutare) mi ha accolto con grande gioia,
mostrandomi la casa rinnovata e ricordandomi che tre volte aveva rischiato di
morire, ma don Giovanni gli aveva detto che non era ancora pronto. Poi
aggiungeva di aver offerto la vita, davanti a Gesù Eucarestia, per le anime,
per i preti e per l'Opera.
Abbiamo
concordato un incontro di preghiera mensile a Palù, nella mia parrocchia,
com'era suo grande desiderio, perchè questa zona gli ricordava i primi anni
della sua vita nell'Opera.
Invece,
dopo tre giorni ci ha lasciato. Nella mia parrocchia l'incontro lo abbiamo
tenuto ugualmente e lui ci è parso presente a pregare con noi e per noi, perchè
anche qui si accenda e viva quel "fogheto" che scalda le persone nella
carità. Grazie, fratello!
P.
Giovanni Semenzin
di Bussolengo (il suo confessore dopo don Pedrollo): ho conosciuto fratel
Vittorino tramite un amico comune che abbiamo aiutato a costruire un'azienda. Io
ero il padre spiriruale e fratel Vittorino era il procuratore, l'ispiratore
dell'azienda grazie alla sua capacità di prevedere i buoni affari ed al suo
intuito nel mondo dell'economia.
Tra
me e lui non ci furono mai incontri conviviali come cene o inviti al bar, ma
solo incontri per scambi spirituali. Qualche volta ho partecipato alle grandi
liturgie che lui teneva a Vago aiutandolo nella confessione.
Quando
cinque anni fa sono diventato suo direttore spirituale, gli ho detto di
smetterla con gli affari materiali e di pensare di più allo spirito e lui mi ha
obbedito docilmente.
Era
un adoratore dell'Eucarestia tant'è vero che, quando seguiva un caso
straordinario, in ginocchio mi chiedeva l'autorizzazione di portare con se
l'Eucarestia all'interno di una piccola teca nascosta tra i vestiti per
affrontare meglio queste situazioni difficili. Pensava che la presenza reale del
Cristo potesse risolvere qualsiasi situazione disastrosa. Il suo animo da
bambino lo rendeva innamorato dell'Eucarestia. Alla scuola di don Calabria, poi,
aveva imparato ad avere fede.
In
altre occasioni mi chiedeva il permesso di portare il Santissimo nella sua
camera da letto per passare la notte in ginocchio davanti al Signore a pregare.
Non
viveva secondo schemi ordinari, ma quasi ispirato da Dio faceva quello che Lui
gl'ispirava di fare. Per questo non era un confratello comodo ne per i religiosi
dell' Opera ne per la gerarchia ecclesiale. Eppure era un uomo di una umiltà e
di un'obbedienza estreme. Quando io gli dicevo "no", non insisteva,
non tornava sullo stesso discorso, anzi mi baciava la mano e diceva:
"Grazie!".
L'ultima
volta che è venuto da me per la confessione mi ha salutato baciandomi tre volte
ed aveva le lacrime agli occhi: non l'aveva mai fatto. Forse si sentiva che era
proprio l'ultima volta.
Durante
il funerale quando la bara è uscita di chiesa all'improvviso un raggio di sole
è spuntato tra le nuvole grigie ed ha baciato il legno dov'era inserito fratel
Vittorino. Poi il cielo si è nuovamente chiuso e la giornata e tornata ad
essere uggiosa e fredda come prima.
Suor
Paola Faccia (sorella di Fratel Vittorino), Superiora delle Suore Carmelitane
del Convento di Clausura di Gravina in Puglia: ... Avevo 10 anni quando mio
fratello Vittorino è andato religioso "Povero Servo della Divina
Provvidenza" dell'Opera Padre Calabria e non ho avuto la possibilità di
rendermi conto dell'eccezionalità della sua personalità se non quando sono
venuta al Carmelo di Gravina.
Da
quel tempo, ossia dal '71 in poi, fratel Vittorino è venuto quasi ogni anno a
trovarci e la sua presenza tra noi era sempre una vera festa dello Spirito.
Semplice,
spontaneo, ma profondo e ispirato aveva il dono di dire sempre le cose che erano
necessarie per ciascuna e per le situazioni immediate anche se lui non ne era a
conoscenza.
Alcune
consorelle hanno sperimentato a più riprese i benefici dei suoi doni
carismatici sia nel fisico come nello spirito, doni che egli offriva, molto
spesso, spontaneamente, senza che gli si fosse detto che c'era una malattia e un
dispiacere. Si vedeva chiaramente che intuiva e si restava stupite quando faceva
il gesto di imporre le mani sulla parte dolorante senza che gliene fosse stato
fatto il minimo accenno. Sempre lo abbiamo visto portatore di una fede semplice
e potente che trascinava e convinceva senza sforzo.
L'ultima
volta che è venuto a trovarci, il 7 settembre 1997, lo abbiamo visto per pochi
attimi alla grata della chiesa e non ha parlato quasi per niente, ma nel
salutare una consorella anziana molto inferma, cieca e paralizzata, le si è
inginocchiato davanti e le ha dato il suo crocifisso dicendo: -Questo lo tieni
in mio ricordo, ora che vado in Paradiso-. Al che tutte abbiamo sorriso
pensando: è la sorella che va prima in Paradiso, cosa dice il fratello?
Ma
poi i fatti gli hanno dato ragione .. , certamente sapeva!".
Suor
Maria celeste Candeliere.
Fratel Vittorino è per me il gancio tra la terra ed il cielo, il tramite tra
l'uomo e Dio, a cui con semplicità ed umiltà parlava davanti al tabernacolo
esprimendo di ciascuno i bisogni, le pene, i problemi, le malattie ...
Con
semplicità si rivolgeva a Gesù ed a Maria e al Padre don Giovanni Calabria per
noi.
Per
me è stato il fratello maggiore, l'amico, l'aiuto, il sostegno, l'intercessore:
ha pregato ed ha ottenuto la mia guarigione dal cancro nel '90.
Lo
incontravo a Gravina (Bari) quando veniva al Carmelo da Suor Maria Paola (sua
sorella) e io sono stata più volte a San Giacomo.
Ora
continuo a pregarlo come se fosse vivo, ma mi manca tanto la sua voce, il suo
conforto, la sua consolazione.
Ora
dalla Gerusalemme celeste possa proteggerci come in vita tutti e ancora di più.
Don
Roberto Lonardoni
(parroco di Vago): "Fratel Vittorino era un' anima semplice, tanto semplice
che poteva confondere le persone che volevano "sapere" più di lui.
Le
persone che chiedevano un incontro con lui erano di tutte le categorie: gente
del popolo, sofferenti ed anche persone importanti. Lui trattava tutti allo
stesso modo, con la semplicità che gli ispirava il Signore. Trasmetteva fiducia
nel Signore e nella Sua Provvidenza. Questo affidarsi al Signore creava in lui e
negli altri una serenità spirituale che talvolta poteva favorire addirittura il
"miracolo".
Quando
gli dissi che intendevo costruire la chiesa nuova a Vago, mi ha incoraggiato,
affidandomi alla Divina Provvidenza. Era tanta la gioia che provava quando gli
facevo vedere i primi passi ed i progetti della chiesa che la sentiva come
un'opera sua.
Quando
gli ho proposto di aiutarmi nell'affrontare la spesa del "paliotto"
dell'altare, un bassorilievo in bronzo raffigurante il Paradiso, ha aderito con
entusiasmo. Avevo infatti pensato di mettere fra i santi attorno all'Agnello
divino anche il Beato Giovanni Calabria.
"Lei
me lo porti qua -mi disse-, lo mettiamo in vista nella nostra cappella ... e ci
pensiamo noi!".
Lo
faceva vedere alle persone che visitavano l'Oasi di San Giacomo e in poco tempo
raccolse i soldi per pagare tutta la spesa ..
L'anno
scorso abbiamo pensato di collocare nella chiesa di Vago una grande icona
raffigurante lo Spirito Santo che guida la chiesa veronese sulle vie della
santità.
-Quanto
è bella questa chiesa -mi diceva spesso-. Vorrei tanto venire qui a fare
qualche riunione di preghiera con tanta gente! Vorrei prendermela sulle spalle e
portarmela dovunque vado.Qui si prega vera mente bene!-.
La
sua sensibilità, lo spirito di preghiera, la semplicità del suo cuore che
creava un dialogo immediato e spontaneo, l'hanno aiutato a fare tanto bene non
solo presso la Casa Incontri di San Giacomo, ma anche alla parrocchia di Vago.
Con
tanta gioia e riconoscenza la parrocchia di Vago ha ospitato la celebrazione
delle sue esequie. Tutto ispirava serenità e ringraziamento a Dio per la
testimonianza fedele e buona che fratel Vittorino ci ha lasciato. Quasi è stata
una festa, una festa di Cielo, l'incontro con l'amico Gesù, che lui aveva tanto
amato, lo Sposo Divino che lo attendeva, nell'abbraccio del Padre, per iniziare
da quel giorno la festa del Paradiso. Una festa che durerà per sempre nel cuore
del Signore. Grazie fratel Vittorino".
Don
Giovanni d'Ercole,
Capo Ufficio della Segreteria di Stato delta Città del Vaticano: "La
notizia della morte di fratel Vittorino ha colto di sorpresa tutti. Improvvisa
ed inaspettata, violenta e inesorabile si e abbattuta su quanti conoscevano ed
amavano questo "piccolo" uomo di Dio, dalla sapienza del cuore
penetrante e dal tatto umano ricco di premure e di finezze. Si è chiusa in
poche ore la sua vicenda terrena ed è rimasto in tutti un senso di rassegnata
tristezza, illuminata dalla speranza cristiana.
La
sua morte ha reso testimonianza alla sua vita: è avvenuta mentre egli era in
servizio sulla strada per portare, come aveva fatto per lunghi decenni, il
conforto e la luce del Vangelo a persona bisognose. E se n'e andato in punta di
piedi, chiedendo scusa per il disturbo ed invitando i medici a preoccuparsi più
che di lui, delle altre persone coinvolte nel funesto incidente che ha segnato
il traguardo finale della sua esistenza terrena.
E'
morto sulla strada. Quanta strada ha percorso questo uomo saggio ed umile, di
giorno e di notte, per correre da chi aveva fame di Dio, sete di umana
comprensione, per rispondere all'appello di chi domandava spesso un aiuto non di
rado immediato e faticoso!
L'ho
conosciuto anch'io in una di queste sue frequentissime missioni. Era una sera
d'agosto ed il nostro Fratello aveva percorso centinaia di chilometri per
incontrare delle persone. Mi ha impressionato la freschezza del suo tatto ed il
garbo con cui ascoltava e parlava. Per me, abituato ad incontrare gente, è
stata una lezione di come si accolgono le persone a cuore aperto.
Egli
mi confidò che vedeva in ognuno Gesù ed era felice di poter dedicare tempo e
passione per servirlo. Fu per me una lezione di vita pratica ed una non
preventivata esperienza apostolica, di quelle che ti lasciano il segno perchè
le vedi scaturire da un'esistenza fatta di servizio d'amore a Dio ed al
prossimo. I suoi maestri erano stati maestri d'eccezione: don Giovanni Calabria,
fondatore della sua famiglia religiosa, e don Luigi Pedrollo, primo
collaboratore e poi successore del suo padre spirituale.
Parlava
con entusiasmo di loro e della Congregazione a cui apparteneva. Mi fece scoprire
la ricchezza spirituale e mistica di questi fedeli apostoli del Vangelo della
carità.
Sono
rimasto legato a lui come un amico ed un fratello. L'ho rivisto più volte, è
venuto a trovarmi in diverse occasioni, abbiamo parlato a lungo di Dio e del
prossimo, di temi spirituali e di problemi materiali, della Chiesa e del mondo,
dell'Italia e delle missioni per le quali voleva fare sempre di più.
Ho
potuto conoscere un po' il suo animo e ne sono rimasto edificato, mi sono
sentito compreso ed ho rimpianto di non aver fatto tutto quello che potevo per
venire incontro alle sue discrete e cordiali richieste di collaborazione.
Anch'io, come molti, avrei episodi e racconti da riferire che fondamentalmente
vanno a confermare quell'immagine abbastanza consolidata della sua semplicità
di spirito e di immediatezza d'equilibrio umano che lo rendevano ad un tempo
concreto nelle decisioni e geniale nelle intuizioni.
Ricordo
ad esempio il suo fanciullesco trasporto per l'Eucarestia che rendeva evidente
un amore rivestito di fede ed una fiducia senza ombra di dubbi. Come quella
volta che lo vidi quasi riposare il suo capo sul tabernacolo e parlare a Gesù
come si parla ad un amico fidato, con confidenza, chiedendo con la certezza di
aver già ricevuto quanto si domanda.
Mi
tornano alla mente i dialoghi serali, anzi notturni, al suo rientro dalle visite
alle famiglie, quando ho avuto la fortuna d'imparare da lui il tatto pastorale
per i cosiddetti "lontani" e la disponibilità a tutte le ore per i
fratelli, poiché la carità non ha ore.
Come
si fa, poi, a non ricordare il suo tenero amore per la Madonna, che leggevi nei
suoi comportamenti ed in ogni sua parola? E come non sottolineare la devozione
per il Papa che l'animava con l'entusiasmo di un giovane? Credo sia morto
offrendo la vita per il Santo Padre. Mi ha ripetuto più volte, sapendo che
lavoro in Segreteria di Stato fra i collaboratori del suo ministero apostolico
universale: "Vorrei incontrare il Papa per dirgli che la mia vita la offro
per lui, anzi -aggiungeva- diglielo tu che io prego il Signore perchè accetti
in sacrificio la mia vita e doni salute e vita a lui che sta facendo un bene
indescrivibile alla nostra umanità". Sono questi aspetti della personalità
del nostro Fratello che meritano d'essere posti in evidenza.
Fratel
Vittorino trasmetteva a tutti una illimitata fiducia nella Provvidenza divina di
cui e stato, a mio avviso, un testimone tra i più significativi del nostro
tempo. La sua vita e piena di "fioretti" che nulla hanno da invidiare
a quelli dei primi seguaci di Francesco o di altri santi dei quali leggiamo
nella corrente agiografia.
Ubbidienza
e fiducia, semplicità e tenacia, abbandono totale in Dio e fatica fisica,
sacrificio: ecco gli ingredienti di quotidiani miracoli avvenuti alla luce del
sole, molti dei quali sono sulla bocca dei suoi confratelli e di chi l'ha
conosciuto senza che essi meraviglino più di tanto.
Per
lui si trattava di cose ordinarie: semplicità dei santi che trovano normale che
il sole si fermi o la montagna si sposti quando viene domandato al Signore con
la confidenza dei piccoli. Non lo dice il Vangelo? Nulla e impossibile a Dio e
tutto diventa fattibile quando si poggia sulla onnipotenza divina. Più siamo
fragili e più sorprendente si manifesta l'intervento del Cielo.
E
proprio vero: i miracoli esistono ancora, sono i nostri occhi che non sono in
grado di riconoscerli perchè poco illuminati dalla fede.
Fratel
Vittorino è un maestro in questa campo, perchè con la sua fanciullesca fiducia
riesce ad ottenere prodigi e nulla lo ferma, nulla lo spaventa poiché e sicuro
che Dio gli è Padre e lo ama come il più piccolo dei suoi figli. Ci vuole
soltanto una francescana e disponibile accondiscendenza.
Quando
si ripensa a certi episodi della vita di questa fratello, torna alla mente il
brano evangelico di Luca: -Io ti rendo lode, Padre, Signore del Cielo e della
terra, che hai nascosto queste cose ai dotti ed ai sapienti e le hai rivelate ai
piccoli. Si, Padre, perchè così a Te è piaciuto!-.
Ecco
la realtà vera che capiscono quanti cercano innanzitutto il regno di Dio,
sapendo che tutto il resto viene dato in aggiunta. L'essenziale è Dio. Non è
superfluo ricordarlo a questa nostra umanità, assetata di contatto e comunione
e sempre pili incapace di trovare strade che conducano effettivamente alla
realizzazione di se.
Fratel
Vittorino è un discepolo che si fa maestro su questo cammino di
"semplificazione" dell'esistenza. Cerca Iddio, trovalo e mantieniti
suo amico ... tutto il resto vena da se. Questa filosofia di vita, il Fratello
più che predicarla la trasmetteva esistenzialmente, in modo immediato e
facilmente percepibile. E tutto ciò con grande serenità, con il volto ilare
d'un fanciullo. Mi torna alla mente una nota espressione di Sant'Agostino: -Il
più delle volte -egli scrive- noi spezziamo il pane ai poveri con un volto
triste e brontolando, perchè lo facciamo per toglierci d'attorno la seccatura
di chi domanda, non per rianimare le viscere di chi ha bisogno- (Enarr. in
ps.42,8).
Non
era cosi per fratel Vittorino, anzi era esattamente l'opposto e la gente se ne
accorgeva e veniva a lui come ad una fresca fontana di serenità.
Non
e forse vero che attraverso di lui veniva veicolato un messaggio di speranza per
tutti? Iddio, sembrava dire con il suo modo di essere e di agire, è nostro buon
papa perciò parliamogli con confidenza di figli affezionati e riconoscenti.
Non c'e difficoltà nella vita che non abbia una risposta dal Cielo e, se
qualche volta non arriva quel che aspettiamo, vuol dire che per noi e bene così.
E' la santità del quotidiano proposta a tutti, grandi e piccoli, giovani ed
anziani.
40.
VITTORINO,
INSEGNACI A PREGARE
Per
concludere il viaggio alla scoperta di una delle personalità più affascinanti
e misteriose dell' Opera don Calabria, facciamoci insegnare dal fratello come
pregare.
Vittorino
definì la preghiera "come l'acqua amica che spinge il fiume a scorrere
lentamente attraverso percorsi non sempre piani, a volte tormentosi, su e giù,
uno slargo, una strettoia e poi ancora un respiro ... Questo fiume silenzioso è
pieno di contrasti e di armonia è la fede che ha bisogno di essere
continuamente alimentata da nuova acqua: la preghiera umile e semplice ...
Allora il fiume scorrerà con potenza sempre crescente, perchè spinto dal
desiderio e dalla volontà di raggiungere il mare, lo spazio infinito che ha
sempre sognato ... "
Spesso
cominciava i suoi interventi pubblici con la frase:
"Mandaci
il tuo Spirito per insegnarci a pregare, e rinnoverai la faccia della
terra".
Ed
ecco a San Mauro, in una notte d'agosto, un gruppo d'incontro guidato da
Vittorino come pregava:
"PADRE
NOSTRO...
Io
sono tuo figlio, oh Signore Gesù!
Padre,
sono tuo figlio,
perchè
redento dal tuo figlio Gesù.
Ti
ringrazio di averci offerto il Consolatore
E
di averci dato questa certezza,
certezza
ricevuta nel battesimo.
CHE
SEI NEI CIELI ...
Io
sono quaggiù e tu sei lassù.
Ma
noi siamo chiamati ad entrare in quella realtà,
non
siamo fatti per la terra, ma per il cielo.
SIA
SANTIFICATO II TUO NOME...
Come
santificare il tuo nome? Attraverso l'orazione,
in
sintonia con la tua presenza riflessa in noi,
con
il tuo nome sulle labbra e nel cuore.
Così
entriamo in contemplazione!
VENGA
IL TUO REGNO...
Noi
dobbiamo vivere per questo Regno
E
siamo chiamati a dare la nostra adesione:
"Non
possiamo servire due padroni...".
SIA
FATTA LA TUA VOLONTA'...
Grazie,
o Gesù, che con questa preghiera,
che
ci hai insegnato, sei stato coerente;
infatti
hai detto:
"Non
la mia volontà, ma la tua, o Padre".
Non
c'e preghiera più bella!
Essa
è profumo e armonia.
COME
IN CIELO, COSI' IN TERRA ...
Non
è facile realizzare quanto dice questa preghiera:
sarà
più facile domani in Cielo
compiere
la volontà di Dio.
Nel
"Padre nostro" l'espressione "sia fatta la tua volontà"
Spinge
la nostra intelligenza
ad
inserirci nella volontà del Padre,
mediante
la fede che il Battesimo ci ha donato,
esso
infatti ci ha consacrati figli di Dio.
Grazie
o Gesù, perchè oltre ad averci insegnato
Questa
prima parte del Padre nostro,
con
la Resurrezione ci hai mostrato che cos'e la fede.
La
fede è
partecipazione
al mistero della tua vita immortale.
Una
volta concepita nel battesimo,
dobbiamo
nutrire la nostra fede.
Col
Padre nostro pregato, meditato e vissuto,
noi
riceviamo la forza di esercitarla
e
quindi di maturarla.
DACCI
OGGI IL NOSTRO PANE QU0TIDIANO...
Come
gli uccelli dell'aria
che
non seminano e non raccolgono, ma vivono ...
don
Calabria
ha
attuato in pieno il programma del "Padre nostro",
Ripeto,
"dacci oggi il nostro pane quotidiano",
La
Provvidenza ci offre davvero gli aiuti quotidiani:
per
la missione dell'Opera
e
per l'alimento della nostra fede.
RIMETTI
A NOI I NOSTRI DEBITI COME NOI LI RIMETTIAMO AD I NOSTRI DEBITORI...
Cioè
noi non meritiamo nulla, ma Dio ci perdona,
Mettere
in pratica questa riflessione
Significa
che
anche
noi dobbiamo rimettere i debiti ai fratelli.
Ecco
la luce che lo Spirito ci dona.
Dalla
riflessione alla contemplazione,
alla
rivelazione della grande misericordia di Dio.
NON
CINDURRE IN TENTAZIONE, MA LIBERACI DAL MALE...
Se
comprendiamo che il male...è la mancanza di bene, l'espressione significa:
liberaci
da tutto il male, anche quello fisico.
Per
chi ama il Padre ed il Figlio nulla e impossibile,
Gesù
ha detto: "Ti sono rimessi i tuoi peccati, prendi il tuo lettuccio e va in
pace".
E
ancora Gesù chiede agli apostoli:
"Quanti
pane avete? Quanti pesci?".
Ed
è la Provvidenza, con la P maiuscola che provvede.
AMEN...
L'ultima
domanda del "Padre nostro"
Ci
da la garanzia che potremo ricevere tanti miracoli sia materiali che spirituali.
O
Gesù, questa sera te ne chiedo tanti: io so che ti do un grande lavoro.
Ma
sai anche che sono convinto che sono il tuo "zero".
Ti
costa molto ascoltare quest'anima che piange?
Perchè
vorrei consolare l'anima che chiede aiuto".
RAFFAELLO
CANTERI, "Fratel Vittorino Faccia ", Il miracolo dell'accoglienza e
della parola,
I.E.T.
Edizioni, Verona, 1998
IRENE
MENEGHINI, "Don Giovanni Calabria: un profeta per la Chiesa ",
Esercitazione scritta per il conseguimento del Diploma di Magistero in Scienze
Religiose, Verona, Anno Accademico 1996/97,
"L'Amico",
il mensile della Congregazione Opera don Calabria.
Ringrazio
vivamente mons.Fausto Rossi che, dopo averci donato la biografia dell'amato
padre don Luigi Pedrollo,
accettò
l'incarico di stendere la vita di fratel Vittorino Faccia e ne uscì un'opera
documentata, scritta con intelligenza e brillante esposizione
Fratel
Vittorino ,chiamato con intuito dall'Autore"profeta della speranza",
imitò vivamente il suo maestro don Calabria e seguendone lo stile ed il carisma
, fece dell'accoglienza la sua missione , dimostrando, con la generosa e fattiva
esistenza a tanti fratelli e sorelle mendicanti di speranza, che il loro
sguardo,senza essere distolto dalla terra,deve quotidianamente essere rivolto al
Cielo.
P.Waldemar
J.Longo
Superiore
Generale
Poveri Servi della Divina Provvidenza