FRATEL
ETTORE
«Vorrei
convincervi che sono soltanto un pover'uomo. Un uomo che per tutta la vita ha
fatto soltanto la volontà di Dio, spesso senza neppure rendersene conto. Dal
Signore ho ricevuto grazie straordinarie, ma non posso vantarmi di aver sempre
corrisposto perfettamente alle grandi grazie ricevute» (Fratel Ettore Boschini).
Nelle
ultime ore della sua vita, fratel Ettore Boschini così confessava alla
fedele collaboratrice Teresa Martino: «Devo ammettere di aver accumulato
tremendi stress da contadino, e tremendi stress di lavoro a Venezia, e
tremendi stress con i poveri. Devo confessare di essere diventato terribilmente
sensibile e nervoso, ma con un bacio chiedo perdono».
La
spiacevole sensazione di tensione mista a nervosismo ed angoscia, che usiamo
chiamare stress, era tipica del nostro Camilliano.
Non
era il genere di vita a determinarla, ma la sua particolare sensibilità, quel
suo essere contemporaneamente sicurissimo di quanto stava per intraprendere
con decisione solitaria che non ammetteva commenti, e la ricerca autentica e
fedele della volontà di Dio, una volontà che - per incapacità umana - non
riusciamo a vedere chiara ed univoca subito, d'un colpo, ma comprendiamo, nella
maggior parte dei casi, per gradi, un passo dopo l'altro.
Fratel
Ettore ha avuto una vita ricca di piccoli colpi di scena. In fondo, anche in
lui vi è stato un certo contenuto di "teatralità": possedeva quello
che noi chiameremmo il "senso dello spettacolo", la capacità di
attirare l'attenzione e la simpatia. Difficile dirgli di no.
Nato
il 25 marzo 1928 in un paesino della pianura lombarda, Belvedere di Roverbella,
in provincia di Mantova, Ettore Boschini era il primo figlio maschio di una
giovane coppia di contadini intelligenti, avveduti e in un certo senso
benestanti. Il nonno Boschini era stato il primo ad introdurre nella zona, con
successo, la coltivazioni degli alberi di pesco.
La
vita tranquilla dei Boschini, quando Ettore ha appena quattro anni, viene
sconvolta da una grave carestia che li costringe a lasciare i poderi di famiglia
e la casa che avevano abitato per tanti anni, tutti insieme, per trasferirsi in
una vicina contrada, Malavicina.
Com'è
tipico della gente lombarda, papà Boschini non perde tempo a piangersi
addosso: si rimbocca le maniche e, insieme con la moglie, ricomincia da capo.
Nella nuova casa sono andati a vivere anche i genitori di lui, i nonni, anch'essi
rimasti senza beni. In totale, un bel peso sulle spalle di un giovane uomo.
A
dieci anni, terminate le elementari, per aiutare i suoi Ettore viene mandato da
certi parenti a Monzambano come garzone di stalla, lavoro piuttosto duro per un
bambino! Ettore sente nostalgia acuta della sua famiglia, della mamma in
particolare: una donna mite, buona, che sfacchina tutto il giorno senza un lamento,
per tener dietro alla famiglia.
Per
il piccolo Ettore quei giorni sono difficili: ma non molla, sa di essere
necessario anche per far crescere i fratelli. Un'infanzia triste, si potrebbe
azzardare. Non nell'opinione di fratel Ettore: un'infanzia povera, la
definisce lui, ma non triste. Ricorda: «Eravamo molto uniti fra di noi.
Solidali l'uno con l'altro. E questo legame, anche quando ero molto giovane, mi
ha sempre dato la forza di accettare le situazioni in cui mi trovavo coinvolto».
I
ritorni a casa erano rari, ma colmi di felicità. A Natale bastava il pranzetto
speciale ammannito dalla mamma (un paio di polli, qualche mandarino e qualche
pezzo di torrone) perché tutto brillasse.
Ettore
è adolescente quando scoppia la Seconda guerra mondiale. Come contadino,
andava "a giornata" dove gli capitava, assoggettandosi a qualsiasi
fatica pur di raggranellare qualcosa. Tempo cupo e doloroso quello della guerra:
fame, paura... Per Ettore c'è un cruccio in più: aveva «perso l'innocenza
dell'infanzia» - come ha dichiarato lui stesso - ed era diventato «uno scavezzacollo».
Vivendo insieme con ragazzi più grandi di lui, nelle stalle, fra il bestiame,
aveva imparato a bestemmiare: e lo faceva di gusto. Niente più
"dottrina" il pomeriggio della domenica, ma scorrerie per i campi
con i coetanei. A soffrirne in modo particolare era la mamma, donna di sicura
fede; ma anche il babbo.
Così
ha raccontato fratel Ettore alla giornalista Giuliana Pelucchi (autrice della
bella biografia: Fratel Ettore - Un gigante della carità, Edizioni Paoline,
2004): «Quando tornavo a casa, mio padre e mia madre volevano che raccontassi
loro quanto ci aveva insegnato il prete. Cercavo di cavarmela inventando
qualcosa. Ma i miei genitori si accorgevano delle mie bugie e mi facevano
saltare la cena». Metodi educativi duri, che oggi farebbero sorridere ed inorridire
nello stesso tempo, ma che hanno formato personalità solide.
La
fine della guerra coincide con il ritorno alla fede di Ettore, complice un
pellegrinaggio al santuario della Madonna della Corona a Spiazzi di Caprino Veronese.
Era un'iniziativa popolare, per ringraziare la Madre di Dio per gli scampati
pericoli bellici. Viaggio in camion (allora niente pullman gran turismo), canti
e preghiere lungo il percorso.
Racconta
ancora Ettore: «Giunti davanti alla statua della Vergine, il posto mi aveva
molto colpito e avevo provato un'emozione strana. Che non so spiegare».
Soltanto verso sera, dopo aver partecipato a tutte le funzioni, il giovane
Ettore sente il desiderio di rientrare da solo in chiesa a pregare, rivolgendosi
con fiducia e semplicità a quella che poi, nella vita, continuerà a chiamare
"cara Mamma...".
Dopo
quel pellegrinaggio la vita di Ettore Boschini cambia "da così a così":
niente più bestemmie e ripresa della pratica religiosa: «Ho incominciato a
leggere qualsiasi libro religioso mi capitasse tra le mani. Il Vangelo
soprattutto: cercavo di comprendere gli insegnamenti di Gesù».
Il
dopoguerra è drammatico - come per la maggior parte degli italiani - anche
per la famiglia Boschini. Non c'è pane per tutti e i figli vanno a lavorare
lontano da casa. Ettore va dapprima presso uno zio, poi trova una sistemazione
come garzone di stalla. Le sorelline vanno "a servizio" come domestiche
a Milano.
È
una vita di fatiche: il fisico di Ettore comincia a mostrare le prime crepe.
Il trattamento ingiusto inflittogli dai padroni lo induce alla ribellione: se
ne va sbattendo la porta. Questo gesto dignitoso gli costerà un lungo periodo
di disoccupazione. Sarà comunque una prova che inciderà sul resto della
sua vita.
Dal
punto di vista spirituale, Ettore continua la sua strada in salita: la devozione
dei "primi venerdì" del mese ispirata a santa Margherita Maria
Alacoque lo affascina. Certo, per il garzone di stalla costretto a vivere
lontano dai centri abitati, era difficile mantenere fede alla promessa di
comunicarsi ogni primo venerdì del mese. Un giorno capita che non riesce a
raggiungere in tempo la chiesa. Ma mentre se ne torna sconsolato all'alpeggio,
fa un incontro "fatale": un uomo dalla tonaca nera, con una grande
croce rossa sul petto. Era fratel Coser, il primo Camilliano che Ettore abbia
mai incontrato.
La
salute del giovane peggiora. Il mal di schiena che lo tormenta rivela un'ernia
del disco. Al tempo non esistevano cure chirurgiche: l'unica soluzione era
l'immobilizzazione in un pesante busto di gesso. Ettore non è ovviamente in
grado di lavorare: gli resta così molto tempo per sé, per pensare e pregare.
E, non appena in grado, per occuparsi degli altri degenti dell'ospedale in cui
è ricoverato. E un primo segnale della svolta che in seguito prenderà la sua
vita.
Tornato
nel calore della famiglia, comprende che il matrimonio non è la sua strada.
Altro è ciò che Dio vuole da lui. Sente il richiamo alla vita religiosa.
Chiede consiglio al parroco che lo invita ad un tempo di riflessione e di preghiera,
trascorso il quale Ettore decide: entrerà fra i Camilliani, perché «aiutano
i malati».
Il
fisico di Ettore non è robusto; la vita del Camilliano, impegnato a seguire i
malati in corsia, è tutt'altro che "riposante". Il Padre
provinciale, che deve esaminare la richiesta del giovane, è perplesso. Ma
trova una soluzione: Ettore entrerà all'ospedale Alberoni di Venezia dove si
curano le malattie ossee e dove potrà così rimettere in ordine anche la sua
schiena. Potrà curare gli ammalati e nello stesso tempo anche se stesso.
Ma
la trafila non è finita: la situazione economica della famiglia diventa di
giorno in giorno sempre più pesante, tanto da consigliare il ritorno di Ettore
fra i suoi per dare un mano. Non deve, però, restarci molto a casa, perché -
grazie a Dio - la situazione si rimette presto in sesto. Così il 6 gennaio
1952, giorno dell'Epifania, Ettore può ripartire per Venezia, con la
benedizione della mamma, per compiere il prenoviziato e nel mese di ottobre
iniziare a San Giuliano di Verona il noviziato. Il 24 ottobre dell'anno
successivo (1953), in un clima di festa Ettore emette i voti temporanei.
Tornato
ad Alberoni (Venezia), fratel Ettore passa di servizio in servizio. I ricoverati
sono anche giovani afflitti da distrofia muscolare, una terribile malattia che
rende inerti braccia e gambe, talvolta anche la testa, lasciando però assolutamente
lucidi. Il dolore impotente di quei giovani è per fratel Ettore una salutare
scuola, che mette a dura prova la sua acuta sensibilità e la sua "passione"
per il prossimo.
Per
vent'anni fratel Ettore vive senza cedimenti accanto ai suoi malati con uno
zelo che gli fa meritare, nel 1973, il premio alla bontà intitolato a "Giovanni
XXIII". Ma dopo tutti questi anni trascorsi ad Alberoni, un'altra svolta.
Tra la fine del '73 e l'estate del '74 fratel Ettore frequenta alla San Pio X di
Milano il corso di infermiere professionale. Ottenuto il diploma, i superiori
gli propongono di fermarsi presso la Casa di cura San Camillo per qualche mese
come infermiere. Ma nell'estate del '75 viene richiamato a Venezia, tra i suoi
ragazzi "raggomitolati" di Alberoni. Un grande lavoro, quello che il
semplice ex contadino fa tra quei poveretti. Ma questa volta è allo stremo
delle forze.
Chiede
di essere trasferito, e viene assegnato alla casa di Predappio, dove si curano
malati psichiatrici. I venticinque anni di lavoro in corsia avevano provato il
suo fisico; ora la vicinanza con i malati psichiatrici aggrava ulteriormente
il malessere da cui Ettore si sentiva imprigionato.
Così
viene inviato a Dimaro, in provincia di Trento. Per Ettore è come cadere
dalla padella nella brace. Un mese dopo decide di ritornare a casa per recuperare
il coraggio e ritemprare le energie... Fino a quando padre Giannino Martignoni
lo chiama alla Clinica San Camillo di Milano. È il mese di luglio 1976.
Inizia la straordinaria avventura milanese.
L'esperienza
precedente gli aveva però lasciato insicurezze, angoscia, la paura di aver
sbagliato tutto nella vita. Paura di non essere capace di avere un buon rapporto
con i pazienti. Paura del giudizio di chi lavorava con lui. Da questa
situazione lo "libera" un altro fratello, Giovanni Balgera, un uomo
come lui semplice, disponibile, molto amato nella Casa di cura. Con l'aiuto di
fratel Giovanni, Ettore recupera la stima di sé, la sicurezza.
C'è
però un nuovo ostacolo. Per Ettore è logico che il malato, oltre ad avere
buone cure mediche, debba avere anche buone cure spirituali. Questo irrita
profondamente qualche collega non credente che reagisce con violenza. Nuovo
conflitto, risolto brillantemente dal suo superiore, padre Giannino Martignoni.
Fratel Ettore si occuperà delle cure domiciliari ai malati la cui famiglia ne
facesse richiesta. A tutti i malati fratel Ettore dona la sua dedizione totale
e la sua fede "spudorata". Cura e prega; meglio se il malato e la
famiglia si uniscono alle sue preghiere.
Nei
suoi andirivieni di famiglia in famiglia, percorrendo le strade di Milano ad
ore "inconsuete", a fratel Ettore capita di incontrare strani
personaggi: uomini e donne senza fissa dimora, quelli che un saggio francese ha
chiamato "cani perduti senza collare". Uomini e donne con vite
difficili alle spalle, persone "normalissime" che ad un certo punto la
vita ha scaricato (oppure che hanno essi stessi "scaricato" dalle
proprie spalle una vita che non diceva loro più niente). Erano quelli che il
buon cuore milanese chiamava (e chiama) con una certa dose d'affetto i
"barboni".
Guardando
quei visi devastati, fratel Ettore si domandava perché fossero così ridotti,
quali erano le loro storie. Avrebbe potuto mai fare qualcosa per loro?
L'idea
gli viene un giorno, mentre passa davanti al dormitorio pubblico più popolare
di Milano. All'ingresso una lunga fila di disperati, carichi di sacchetti di
plastica in cui sono racchiuse tutte le loro ricchezze, che attendono
l'apertura delle porte per trovare un letto per la notte. Povera gente che
durante il giorno aveva percorso le strade della città stendendo la mano
per ricevere qualche spicciolo, disperati che trovavano consolazione, spesso,
in un "cartone" di vino da pochi soldi... Era l'altra faccia della
città, quella che pochi conoscevano.
Il
pensiero di quei poveretti praticamente perseguita fratel Ettore per alcuni
mesi, fino al primo Natale, in cui decide, con il permesso del suo superiore,
padre Giannino Martignoni, di andare al dormitorio con un po' di panettoni e di
vino. È una piccola festa..., dalla quale però uno dei poveretti sembra
escluso. Porta scarpe troppo vecchie e indurite che gli fanno assai male. Fratel
Ettore non trova altra soluzione che regalargli le proprie scarpe e calze, tornando
in comunità con quelle del "barbone"... Ma quel Natale non finisce
così: l'indomani mattina un altro religioso camilliano celebra nei corridoi
del dormitorio la prima Messa che in quel luogo fosse mai stata celebrata.
Il
direttore del dormitorio, impressionato dalla commossa partecipazione al rito
degli ospiti, chiede ai Camilliani di occuparsi regolarmente dell'assistenza
religiosa. Fratel Ettore organizza, poi, la preparazione e la distribuzione
gratuita di un pasto caldo ogni sera, aiutato - in questo compito - da Sabatino
Jefuniello, il primo dei "suoi" volontari, un'altra figura
straordinaria.
Era
appena l'inizio di un'avventura che nemmeno la morte di fratel Ettore ha
concluso. La Stazione Centrale di Milano, come tutte le stazioni ferroviarie
delle grandi città, da sempre era punto di raccolta di poveri e disperati d'ogni
tipo. La comunità di San Camillo è vicinissima alla Stazione: qui cominciano
ad arrivare poveri che vengono sfamati, forniti di abiti e medicine. Ma non
basta. Fratel Ettore prende a recarsi nelle sale d'aspetto della stessa
stazione, quelle dove si raccolgono i più poveri, con sacchi di panini e
pentoloni di minestra per togliere almeno l'assillo della fame. Rimane, però,
il problema della notte, trascorsa dai più avvolti in una coperta sdrucita o
in giornali, negli angoli bui della stazione, sulle panche dei corridoi o nei
vagoni sui binari morti...
È
a questo punto che balza fuori l'idea di chiedere ai responsabili delle
Ferrovie se per caso non vi fosse qualche stanzone che si sarebbe potuto adibire
a rifugio. Vengono offerti due stanzoni, privi di finestre, sotto un cavalcavia,
dove sopra passano i binari dei treni. Sono in uno stato pietoso, ma in poco
tempo, con tanta buona volontà e soprattutto l'aiuto di Sabatino, fratel
Ettore riesce a farne una prima "casa" per i senza dimora.
Il
1 ° gennaio 1979 Mons. Libero Tresoldi, vescovo ausiliare di Milano, padre
Giannino Martignoni, superiore alla Clinica San Camillo, e l'on. Vittorino
Colombo inaugurano il Rifugio di via Sammartini. La notizia che sotto i vecchi
archi della Stazione Centrale un frate ospita i poveri più poveri della città
si diffonde in un baleno. Ne parlano i giornali, la radio, la televisione. 1
due stanzoni diventano dormitorio, cucina, refettorio. In fondo al più
grande, su una specie di rialzo, viene allestito un altare dove quotidianamente
si celebra la Santa Messa.
Via
Sammartini diventa il centro di una vasta opera di solidarietà: il bene è
contagioso ed il grande cuore di Milano non può smentirsi! Gli ospiti diventano
sempre più numerosi; ai "barboni" locali si aggiungono gli
stranieri senza permesso di soggiorno, i malati di mente che non hanno altro
punto di riferimento, una piccola folla eterogenea e difficile da
amministrare...
Fratel
Ettore non perde il coraggio. La sua speranza e la sua forza sono sempre il
Signore e la santissima Madre sua, Maria.
Un
giorno, inattesa, giunge la visita del Card. Carlo M. Martini, arcivescovo di
Milano, una lunga visita, un'intera giornata che il presule vuole trascorrere
fra gli ospiti, pregando con loro, ascoltandoli con affettuosa attenzione.
All'ora
di pranzo il Card. Martini chiede a fratel Ettore un camice bianco, come quello
indossato dal Camilliano: è per servire gli ospiti, fra i quali poi, con
semplicità, resta a mangiare. Fra quei commensali c'è anche un ragazzo zairese,
vispo, intelligente, al quale Martini offre una borsa di studio.
Per
fratel Ettore quella visita è una benedizione ed una sorta di conferma:
cristiani, musulmani, atei..., nessuno è escluso da quella piccola
"corte" dove, dopo i disinganni, l'indifferenza, le disgrazie, c'è
posto per una fraterna solidarietà.
Ad
aiutare fratel Ettore arrivano nuovi volontari, gente che prega e lavora silenziosamente.
Ma presto si pongono altri problemi. L'eterogeneità degli ospiti (uomini e
donne, vecchi emarginati, tossicodipendenti, ex ricoverati negli istituti
psichiatrici, alcolisti, extracomunitari più o meno clandestini...) non
permetteva che potessero restare in quei due stanzoni di via Sammartini.
A
questo punto diventa urgente trovare altre soluzioni. «La c'è la Provvidenza!»,
potrà dire fratel Ettore, come il più noto personaggio manzoniano. Una signora
di Seveso, Adalgisa Pontiggia, offre di vendere a fratel Ettore - ma in
pratica quasi li regala - uno stabile ed un terreno nella cittadina brianzola.
Qui, con l'aiuto del sindaco e delle autorità comunali, ma anche di alcuni
industriali locali, nasce Casa Betania. E dopo Casa Betania, altri rifugi dapprima
in Italia e poi all'estero, in un vero e proprio "contagio" di carità.
Fratel
Ettore segue instancabile tutto e tutti, anche se la sua salute è sempre più
fragile, il suo volto sempre più segnato, i capelli sempre più bianchi e la
schiena sempre più curva e dolente. Per i suoi ospiti non è un benefattore, è
un padre ed una madre insieme, tenero, accogliente ma anche severo educatore.
Nei rifugi è proibito ubriacarsi, litigare. Ciononostante, a volte deve
intervenire la Polizia per sedare piccole risse in cui volano anche pugni e
schiaffi.
Fratel
Ettore cerca, insomma, di essere un educatore che tenta di recuperare al
decoro, ad una vita normale tutta questa povera gente. Una grande città è
spesso crudele e indifferente. Fratel Ettore riesce a coinvolgere tanti fra i più
fortunati, che offrono mezzi per organizzare piccole attività di lavoro. Sono
gli stessi ospiti, poi, ad essere coinvolti nella conduzione delle case, nella
preparazione dei pasti, nel riordino delle stanze, un po' come in famiglia.
Ecco, fratel Ettore vuole dare il senso della famiglia, della comunità a
gente che la vita ed i suoi disinganni costringono ad essere individualista.
«Nessun
uomo deve essere solo sulla terra»: è il principio base di fratel Ettore,
perché «la vita ha senso solo se ci si accorge di chi ci sta accanto e può
aver bisogno di noi». Un principio educativo, questo, e nello stesso tempo
"terapeutico".
La
solidarietà di chi fornisce mezzi di sussistenza non manca mai; diverso è per
i volontari: la situazione in cui si trovano ad operare è difficile, ed anche
chi inizia con ottima volontà, dopo un po' di tempo cede le armi. Ai già gravi
problemi, negli anni Ottanta, si aggiungono anche quelli della tossicodipendenza
e dell'Aids. Dopo via Sammartini e Casa Betania, c'è il Villaggio delle
Misericordie a Milano Affori; Nostra Signora di Loreto vicino a Bucchianico,
patria di san Camillo; la Sacra Famiglia a Grottaferrata (Roma). I confini d'Italia
non bastano: in uno dei suoi viaggi in America Latina fratel Ettore scopre la
Colombia con la sua capitale, Santa Fé de Bogotà, curiosa città idealmente
spaccata in due: l'una poverissima, l'altra ricchissima. E nella parte povera
tanti sbandati, poveracci senza famiglia e senza tetto da aiutare, da sfamare,
da alloggiare. Dunque, altri tre rifugi della Comunità Nazareth.
La
vita di fratel Ettore continua ad essere un cumulo di impegni, di preoccupazioni,
di avventure umane cui danno sollievo e sostegno una fede illimitata nella
misericordia del Signore e la preghiera costante. Fratel Ettore è un innamorato
fedelissimo della Beata Vergine, della quale porta in giro, con orgoglio, grandi
statue ed immagini.
Del
suo corpo, stanco e malridotto, sembra curarsi sempre di meno. A volte è
costretto a farsi ricoverare in una delle due Case di cura camilliane di Milano:
la San Pio X o la San Camillo. Ma se qualche urgenza lo richiama, se gli è
appena appena possibile, lascia il letto e corre via, con il suo viso sempre
più solcato di rughe, con la sua talare nera sempre più sdrucita.
La
sua vita è una "vita spesa" senza risparmio per gli altri, per
ciascuno che può aver bisogno di lui. Ad un certo punto, accanto a lui, il
Signore mette una presenza stabile, forte e sicura: suor Teresa Martino. La sua
è una vita "consumata" per gli altri senza risparmio. Così fino
all'ultimo giorno, abbandonato alla volontà di Dio e nello stesso tempo
desideroso di vivere, vivere ancora per portare avanti la sua
"baracca". Dice infatti poco prima di chiudere gli occhi: «Se il
Signore mi dà vita, vorrei fare una grande festa il 25 ottobre del 2005» (in
ricordo della sua professione religiosa).
Il
povero asino si è ribellato, il povero frate si è accasciato» il 20 agosto
2004.
UNA GIORNATA CON FRATEL ETTORENonostante la fragilità fisica, le malattie, l'età, tenere il passo di fratel Ettore durante una sua giornata sfiancava pure i più giovani. Ecco come Renzo Agasso, in uno scritto di qualche anno fa, racconta una giornata-tipo del Camilliano.
Balza
dal lettuccio, fratel Ettore, il riposo è finito. Afferra la tonaca nera da
la croce scarlatta, la indossa in fretta e fila in cortile.
Un
sole tiepido fa capolino tra le nuvole grigie.
Si
parte per Seveso, Casa Betania. La chiesa quadrata in vetro e cemento; dietro
un ampio cortile, il capannone dove dormono i poveri. Altre costruzioni, letti
e brandine. Eccoli quelli che i giornali chiamano "barboni": uomini
e donne dall'età indefinita, i capelli ingrigiti dagli stenti, dimessi ma
dignitosi, i vestiti in ordine. Fra loro s'aggirano premurosi i volontari di
fratel Ettore, accudiscono il vecchio che non si regge in piedi, la donnetta
fuori di testa, l'ex ubriacone attaccabrighe.
Arriva
il Camilliano e gli si fanno intorno, lui li saluta per nome. Passa fra i
letti del dormitorio, s'informa della salute di uno, rimbocca le coperte a un
altro. Lo chiama un vecchio: «Fratel Ettore, ho tutte le ossa che mi fanno male,
non riesco a stare in piedi».
E
lui: «Guarda me, ho le ossa più malandate delle tue, certe mattine ho paura
che si rompano eppure sono qui: coraggio, in piedi, ce la farai». E lo solleva,
mentre l'altro protesta: «No, no». Lo sostiene per le ascelle, finché il vecchio
mette una gamba dietro l'altra, e cammina. «Vieni, andiamo in salone a fare un
brindisi col vino bianco e i biscotti». Corre la voce, e si radunano tutti,
arrivano i bicchieri, un vassoio di dolci, caraffe di vino. I volontari distribuiscono
la merenda imprevista, ma prima fratel Ettore, in mezzo al salone, alza le
braccia, chiude gli occhi e dice: «Innanzitutto ringraziamo il Signore per
questo giorno che abbiamo vissuto. Preghiamo insieme: Padre nostro...».
Salgono
al cielo le preghiere dei poveri. Fratel Ettore passa fra loro a distribuire
il vino. La festicciola continua, lui sparisce e ricompare diverse volte. Chiama
a raccolta i suoi: «In chiesa, è l'ora del vespro».
Entrano
tutti e siedono intorno alla statua della Madonna di Fatima. Fratel Ettore
impugna il microfono e guida il canto, rispondono le voci dolenti dei poveri,
mentre l'ultimo raggio di un pallido sole penetra dalle enormi vetra
te.
Tengono in mano il libro delle preghiere. Il Camilliano parla per un poco, poi
conclude: «Ci ritroveremo ancora qui dopo cena, prima di andare a dormire,
per dire di nuovo grazie al Signore del giorno che ci ha fatto vivere». Calano
le ombre della sera sulla città della diossina. Era un luogo di morte,
Ettore
degli ultimi ne ha fatto un inno alla vita.
A
quest'ora una lunga fila di poveri si dirige verso il rifugio di via Sammartini.
S'apre il cancelletto e tornano ad animarsi i due immensi capannoni. Nel
primo
i tavoli pronti per la cena, i letti nell'altro. Sui muri bianchi stanno scritti
i dieci comandamenti: «Non avrai altro Dio...; Onora il padre e la madre; Non
dire falsa testimonianza; Non commettere atti impuri; Non desiderare la donna
d'altri; Non desiderare la roba d'altri». Ogni notte gli occhi dei poveri si
chiudono su quelle scritte. È il promemoria di fratel Ettore per i suoi ospiti.
Dopo cena passano nel secondo capannone, il letto pulito almeno per una notte.
Nel centro dello stanzone lunghe file di sedie rivolte verso l'altare. Sì, la
camera da letto dei poveri è anche la loro chiesa. In fondo, dietro una porta
scorrevole, s'intravede il tabernacolo sotto un'enorme scritta: «Gloria a Dio e
pace all'uomo. Ama il Signore e il prossimo». Lì si celebra la messa, di lì
fratel Ettore parla, predica, prega.
Al
mattino via tutti, di nuovo a vaga re senza meta per Milano. Chi tornerà, chi
no. Nuovi poveri verranno, il rifugio non è mai deserto.
Fuori,
palpita Milano. La scritta che indica il rifugio, i vasi di fiori e le immagini
sacre, sono tracce di umanità nella metropoli indifferente. S'inseguono le
automobili davanti alla casa della speranza. In alto, sul tetto del rifugio,
sferragliano e fischiano i treni in partenza e in arrivo alla Centrale. Il posto
dei poveri è un'oasi nel deserto di cemento. «lo sono il pane della vita», ha
scritto il Camilliano dentro il rifugio. Ma gli affamati stanno fuori.
Tenere
il passo di fratel Ettore...
Tener
dietro a fratel Ettore, che impresa. Ha riposato un po' alla San Pio X, dove i
confratelli gli riservano una stanzetta. Non c'è più, lo segnalano ad Affori.
II Villaggio delle Misericordie è un cantiere infinito. Lui ha deposto la
tonaca e indossa una maglietta bianca con la Madonna disegnata. Ci sono i
muratori, gente che va e viene, sta dietro a tutti, incita, grida, comanda.
Arriva un camion e l'autista lo insegue: «Fratel Ettore, bisogna caricare prima
di sera sennò come faccio a partire?».
«Eccomi,
eccomi. Forza, Robertino! Ragazzi, venite tutti: c'è da caricare il camion per
la Bosnia».
Già,
i poveri per i più poveri. «Siamo già andati più di settanta volte, laggiù
hanno davvero bisogno, sono disperati, abbiamo un carico di latte, brandine,
materassi, detersivi, forse stanotte partirò anch'io, vedremo. Forza,
ragazzi, che i poveri aspettano».
Ettore
e i suoi amici piegano la schiena e in breve le ricchezze dei poveri sono sul
camion, destinazione Bosnia. Come la vedova del Vangelo, hanno dato il niente
che possedevano. Fratel Ettore non si stanca di ripeterlo: «Noi siamo ricchi».
Torna dai muratori, grida ordini nel telefonino, poi chiama tutti: «Basta,
facciamo una pausa». Scompare nella cucina, torna con un bottiglione di
vino e i bicchieri di plastica: «Beviamo qualcosa». Scherza, e il telefonino
appeso alla cintola non dà tregua. Alla fine: «Coraggio, è rimasto un
goccio di vino, chi lo finisce? Dai, Antonio, non fare il timido: una volta ne
avresti scolato un bottiglione da solo». Una risata e via, di nuovo al lavoro
fino all'ora della preghiera e della cena.
Cosi
trascorrono i giorni...
Sul
pulmino che andrà in Bosnia con il camion stanno caricando una statua della
Madonna. «Lei viene sempre con noi». Qualcuno propone: «Facciamo una foto
prima di partire». «Sì, va bene, venite tutti qui. Un momento però».
Fratel Ettore scompare e torna con la tonaca nera e la croce rossa sul cuore.
Si mette in posa fra i suoi poveri. «La Madonna!», e corre al pulmino, prende
la statua e torna tenendola fra le braccia. «Ecco, adesso ci siamo tutti,
puoi scattare».
È
di nuovo sera, fratel Ettore ancora in movimento. Saluta due giornalisti passati
a trovarlo. «Avete in tasca un rosario? No? Aspettate». Rincorre un collaboratore:
«Hai un rosario? Dammelo». Chiama una donna che porta un pentolone: «Dammi
il tuo rosario, fai in fretta». Quella estrae la coroncina bianca, e il
Camilliano torna dai giornalisti: «Eccovi un rosario ciascuno, tenetelo in
tasca. E usatelo!».
Non
fanno in tempo a dir grazie. La tonaca nera è già lontana. I poveri attendono.
UN TETTO E UN PIATTO DI MINESTRA«Penso che quest'opera per gli ultimi, i diseredati, gli emarginati, sia stata proprio voluta dal Signore. Egli fa cose ben pigi grandi, anche solo con una mascella d'asino, dunque perché stupirci se ha fatto queste belle cose con un poveraccio come me?» (Fratel Ettore).
Per
chi non ha niente nella vita, un tetto sopra la testa, quattro mura che riparino
dal freddo e dal caldo, un letto su cui sdraiarsi la notte ed un piatto di
minestra è tutto quanto si possa desiderare di meglio. Ciò che normalmente
consideriamo il minimo indispensabile per campare, per molte persone -
inconsapevoli vittime di un progressivo degrado - diventa il massimo.
Dalla
biografia di fratel Ettore abbiamo appreso come l'idea di mettere in piedi un
"rifugio" non sia stata la prima: anzitutto egli ha cercato di
assistere il maggior numero possibile di diseredati, dando loro da mangiare,
di che vestirsi, cure mediche...
I
rifugi di fratel Ettore non sono soltanto dei "ripari", sono
soprattutto comunità di vita. Singolari comunità però, dove si fa fatica a
riconoscere un'autorità, dove magari si litiga e ci si picchia persino... Ma
l'intento di fratel Ettore è sempre stato quello di rieducare uomini e donne
ad una vita di relazione, quegli uomini e quelle donne che, forse per aver
ricevuto più sberle che carezze nella vita, si erano richiusi in sé, che rifiutavano
il mondo esterno, celebrando magari questo rifiuto con una bottiglia di vino e
annegando nella stessa il disperato bisogno di compagnia di cui ogni essere
umano ha necessità.
I
rifugi sono nati uno dopo l'altro, spesso in maniera abbastanza avventurosa.
Alla morte di fratel Ettore se ne contano nove, di cui sei in Italia e tre a
Bogotà (la capitale della Colombia). Probabilmente, se la vita di fratel Ettore
non fosse stata così repentinamente troncata, si sarebbero aggiunti altri rifugi,
soprattutto all'estero, nei Paesi più
poveri
della terra che egli, di tanto in tanto, visitava sulle orme degli altri
missionari camilliani.
Come
per i tanti fondatori di opere benefiche di cui è fortunatamente disseminata
la storia italiana, anche per fratel Ettore le realizzazioni rappresentavano
uno specchio di sé, delle proprie caratteristiche, del proprio modo di essere
come uomo e come religioso, del proprio rapporto con il Signore. Buttare un
occhio, quindi, sui suoi comporta-
menti
serve a comprendere meglio il senso e gli effetti sociali ed ecclesiali delle
sue realizzazioni.
Fratel
Ettore è stato un grande realizzatore, non un grande organizzatore. Ogni sua
iniziativa è nata un po' caoticamente, spesso senza un programma preciso, ma
solo come risposta pragmatica ai bisogni che via via si andavano evidenziando.
L'intuizione diventava allora progetto concreto che si realizzava con una
molteplicità di espressioni. Pensando al suo aspetto dimesso ed alla sua
semplicità, c'è una caratteristica del Camilliano che può sembrare incredibile,
mentre era invece straordinariamente funzionale: quella di aver intuito
l'aiuto che poteva venirgli dall'uso dei mass media e, quindi, la sua capacità
di "pubblicizzarsi".
A
suo modo, era un personaggio. Così lo ricorda padre Angelo Brusco,
suo
compagno di noviziato e poi Superiore generale dell'Ordine Camilliano: «I
mezzi di comunicazione sociale non l'hanno ignorato. Ha partecipato a
trasmissioni televisive di carattere nazionale con un alto indice di audience.
Ai cronisti di Milano non sfuggivano le sue iniziative e le sue prese di
posizione. Aveva facile accesso al Vaticano, sollevando tensioni presso gli
uomini della sicurezza incapaci di trattenerlo. Frequenti erano gli incontri
con il Card. Martini che... aveva colto la bontà della persona e dei progetti
di fratel Ettore, anche se non ne ignorava la singolarità dei modi... Non vi
sono dubbi che fratel Ettore volesse essere visibile, sbandierando le imprese
compiute e i riconoscimenti ricevuti... Non solo aderiva ad ogni proposta di
intervista, ma spesso era lui stesso a sollecitare i giornali a interessarsi
su quanto egli compiva, attirando spesso l'accusa di protagonismo e narcisismo».
In
questa situazione, non potevano mancare le critiche da diverse parti. La
visibilità lo faceva tacciare di protagonismo; il suo modo di aiutare i
poveri era criticato come forma di assistenzialismo poco incisivo per la
risoluzione dei problemi sociali... Una critica, quest'ultima, che veniva
rivolta anche ad altri soggetti, come Madre Teresa di Calcutta (oggi Beata),
come Marcello Candia, l'industriale milanese che aveva utilizzato ogni sua
ricchezza per aiutare i poveri più poveri del Brasile... Anche le processioni
cittadine da lui organizzate, la distribuzione a piene mani di rosari e
immaginette facevano arricciare il naso.
Perfino
le relazioni con i confratelli Camilliani erano spesso problematiche, anche se i
tre Superiori generali con i quali fratel Ettore ha avuto a che fare «non hanno
avuto esitazioni nel riconoscere la validità del particolare modo con cui
egli interpretava e realizzava il carisma dell'Ordine».
Più
problematico il rapporto con il Provinciale ed i superiori della comunità cui
apparteneva. A questo proposito, testimone fedele e obiettivo è sempre
padre Brusco, il quale afferma: «I loro interrogativi e le loro reazioni erano
ben comprensibili se si tiene conto che fratel Ettore muoveva le sue pedine
creando continuamente sorprese cui essi, come pure i confratelli della comunità,
dovevano far fronte. Il suo modo di osservare l'obbedienza e la vita comunitaria
(non quella fraterna!) - che andava fuori dagli schemi ordinari -, come pure
l'appellarsi ai superiori maggiori o al padre spirituale per giustificare
certe sue scelte, non era senza ripercussioni sui suoi superiori immediati...
Chi vedeva fratel Ettore da lontano, e non capiva il suo sogno, non poteva
non essere influenzato negativamente da questi e altri aspetti, certamente
creatori di disagio, ma di secondaria importanza se visti nell'insieme della
sua vita ed attività». Come ha affermato l'attuale Superiore generale
dell'Ordine Camilliano, padre Frank Monks, fratel Ettore «suscitava reazioni
positive e negative, perché l'uomo di Dio non sempre è capito da tutti. Non
era sempre facile comprenderne il pensiero, perché i santi non pensano sempre
a modo nostro».
Fratel
Ettore è stato certamente un uomo scomodo non soltanto per l'Ordine religioso
cui apparteneva, ma per l'intera comunità civile: il suo operare era allo
stesso tempo critica feroce per le negligenze nei confronti di chi è considerato
"diverso", ed invito pressante a cambiare rotta, ad intervenire, a
sporcarsi le mani con chi la società cerca di rifiutare e, a volte,
nascondere.
Fratel
Ettore era consapevole - in certo senso - di questo suo modo di essere. Un
giorno ebbe a dire: «Penso che quest'opera per gli ultimi, i diseredati, gli
emarginati, sia stata proprio voluta dal Signore. Egli fa cose ben più grandi
anche solo con una mascella d'asino, dunque perché stupirci se ha fatto queste
belle cose con un poveraccio come me?».
Ed
è vero. Dio non sceglie, per le sue opere, i migliori - dal punto di vista
umano - i più dotati, i più attrezzati culturalmente e spiritualmente. È
Pietro, povero pescatore, uomo rozzo, persino traditore del Maestro, che Gesù
sceglie per guidare la sua Chiesa!
Mutatis
mutandis, non c'è da meravigliarsi, dunque, se per avviare una grande opera
benefica Dio abbia voluto "incaricare" un santo
"pasticcione" come fratel Ettore.
Il
sostantivo che designa meglio le opere di fratel Ettore è "rifugio".
Il "rifugio" infatti rappresenta un approdo per chi è in gravi
difficoltà, ma con la speranza che la situazione muti e il "rifugiato"
possa tornare a vivere al massimo possibile la propria dignità di creatura.
In questo senso, forse con metodi non sempre indovinati, l'opera di fratel
Ettore è stata non solo assistenziale, ma anche educativa e redentiva. Alla sua
morte, come già si è detto sopra, fratel Ettore ha lasciato nove rifugi.
E
il 'figlio primogenito", quello nato grazie anche alla benefica
"creatività" ed all'intuito di Sabatino Jefuniello, uno dei primi
"aiutanti" di fratel Ettore.
Composto,
ancora oggi, da due stanzoni ricavati sotto gli archi della ferrovia, nei
pressi della Stazione Centrale di Milano, non ha cambiato fisionomia negli
anni (ne conta ormai ben ventisei, al 1° gennaio 2005). Vicino all'ingresso,
per riparare il quale è stata costruita una pensilina, vi è un locale adibito
a cucina; ci sono pure i servizi igienici. Ma il corpo principale si presenta
in una maniera singolare: ai due lati, file di brande complete di lenzuola,
cuscini e coperte, e sul fondo, installato sopra una specie di palco, un
altare. Grandi immagini di Maria e del Sacro Cuore. E dappertutto scritte,
cartelli... Due armadi, collocati vicino all'altare e accuratamente chiusi da
catene e lucchetti, fungono da "sacrestia": contengono i paramenti
sacri, particole e vasi sacri per la celebrazione eucaristica.
Oggi,
il rifugio dà accoglienza con vitto e alloggio a circa 85190 persone (con un
dormitorio di 60 posti), una umanità disperata, brulicante soprattutto nei
pressi della Stazione Centrale che, come un tempo, è il luogo dove emarginati,
disperati, poveri d'ogni genere si radunano. Attualmente, il numero
prevalente degli ospiti è rappresentato da immigrati, fra i quali non sono da
escludere alcuni clandestini. Ma vi sono ancora i classici
"barboni", persone che hanno perso i contatti con una vita regolare -
a causa della droga o dell'alcool -, oppure perché non si sentono più di
appartenere a questo tipo di vita, o se ne sentono rifiutati. Non è raro incontrare
pure persone di buona cultura, che hanno perso il posto di lavoro in una età in
cui le logiche attuali non ammettono possibilità di riciclarsi...
I
problemi da affrontare sono sempre stati tanti e grandi: con ospiti turbolenti,
violenti, in lotta l'uno contro l'altro per il possesso di piccole cose..., guerre
tra poveri, come capita in questi ambienti. A volte non bastavano fratel Ettore
ed i suoi aiutanti per placare gli animi, occorreva l'intervento della
Polizia.
All'inizio
erano in discussione anche i metodi usati dal Camilliano per dare aiuto: le
critiche sollevate da varie parti adottavano metodi diversi - a seconda
della provenienza - ma tendevano a far apparire comunque inutile se non
addirittura dannosa l'iniziativa. Visto da sinistra, il rifugio, dando tetto e
pasti caldi ad un certo numero di disperati, non faceva che aumentare il numero
dei poveri che "invadevano" la Stazione Centrale, attratti proprio da
quelle scodelle fumanti di cibo.
Nonostante
il rifugio fosse stato inaugurato con la presenza dell'allora vescovo ausiliare
di Milano, Mons. Libero Tresoldi, fra i critici vi era un consistente numero di
sacerdoti milanesi, che non vedevano di buon occhio il fatto che fratel Ettore
facesse pregare i suoi ospiti prima che questi ricevessero la loro porzione di
cibo. Secondo costoro, era un'occasione d'oro per chi voleva criticare la
Chiesa: «Tutti diranno che per i preti una minestra costa dieci Ave Maria!».
A
risolvere il dilemma clericale ci pensò monsignor Ghetti, parroco di Santa
Maria del Suffragio - una centralissima parrocchia della città - un prete
noto per il suo impegno tra i giovani. Uomo pratico e di carattere forte, Ghetti
ribatté alle critiche dei suoi confratelli: «Ma perché state a guardare se
fa recitare dieci Ave Maria prima di distribuire il pane? Non perdiamoci in
chiacchiere, aiutiamolo. Questo frate sta facendo quello che noi avremmo
dovuto fare da tempo». La frase di Mons. Ghetti fu risolutiva.
Qualche
anno dopo è addirittura il Card. Martini a visitare i disperati nei capannoni
di via Sammartini. Non si tratta di una visita di circostanza: rapida
benedizione e fuga. Il presule trascorre con loro una giornata intera (la
festa di san Carlo Borromeo ed anche il suo onomastico). Prega con queste sue
"pecorelle" poverissime e quando tutti si attendono che riprenda la
strada per l'Arcivescovado, il Vescovo chiede un camice bianco, identico a
quello indossato da fratel Ettore, e si mette a preparare le tavole, a
distribuire il pane, a scodellare le minestre, a riempire di vino i bicchieri,
a servire la frutta.
Finito
di servire, anche Carlo Maria Martini si siede a tavola, divide con gli ospiti
lo stesso pane e la stessa minestra. Secondo il modello del suo santo predecessore,
il cardinale interpreta così il suo servizio alla diocesi: farsi povero tra i
poveri. Come scriverà un attento e sensibile biografo di fratel Ettore, Luciano
Moia in Fratel Ettore, una vita per gli ultimi (Edizioni Camilliane, Torino,
2004), questa: « È una lezione importante per tanti teorizzatori astratti
della solidarietà ed è un gesto determinante soprattutto per chi ha avanzato
considerazioni non del tutto benevole sulla "scommessa" di fratel
Ettore. L' arcivescovo di Milano ha posto il suo sigillo d'amore sul rifugio del
religioso camilliano».
Non
è la sola visita illustre, quella del Card. Martini. Da via Sammartini (e da
"Casa Betania", a Seveso) passerà anche un'altra figura esemplare
della carità: Madre Teresa di Calcutta. Toccherà a Mons. Giovanni Saldarini
(più tardi arcivescovo di Torino) la sorpresa più "sorprendente": in
occasione della sua visita al rifugio, Saldarini riceve da fratel Ettore una
busta con del denaro, cosa che obbligherà lo stesso Saldarini a scrivere a
fratel Ettore queste parole: «Sono stato contento di aver toccato con mano cosa
può fare la carità... Sono rimasto confuso e un po' vergognoso per aver dovuto
accettare la sua "busta" che non immaginavo così "pesante"!
È vero che Dio dà in sovrabbondanza quello che noi doniamo! Ma i poveri più
poveri sono certamente i suoi. Comunque ho destinato la sua offerta ai nostri
sacerdoti anziani e malati. Pregheranno per Lei e per tutti i suoi ospiti».
Quella
con Mons. Saldarini non è stata l'unica volta in cui fratel Ettore ha donato
con generosità aiuti, invece che chiederne. Da lui spesso sono partiti per le
missioni - o in occasione di calamità naturali - soccorsi in alimenti,
vestiario, denaro, perfino contributi per l'Obolo di San Pietro.
Del
resto, il denaro "investito" per i poveri è quello che dà i migliori
"rendimenti". E successo più volte anche a fratel Ettore. Un
esempio fra i tanti: nel maggio 1981, dopo l'attentato al Papa, fratel Ettore si
reca a visitare il Pontefice al Policlinico Gemelli di Roma, dove è ricoverato.
Gli porta una statua della Madonna ed una busta contenente un milione di lire,
tutte le sue "ricchezze" del momento. La mattina successiva, un
anonimo benefattore consegna alla porta del rifugio di via Sammartini un'altra
busta contenente cinquanta milioni! Elargizioni ingenue, senza calcoli? No,
fiducia cieca nella Provvidenza (che mai tradirà il Camilliano).
Ben
presto via Sammartini si rivela insufficiente ai bisogni dei poveri della città.
Fra l'altro, vi sono ospitati soltanto uomini, ma tra i disperati non mancano
le donne. Per loro, fratel Ettore "inventa" uno spazio separato (da
una parete di legno). Ma di giorno in giorno il loro numero aumenta, rendendo
difficile anche il "clima" del rifugio.
Uno
sbocco temporaneo è offerto da una casa sul lago di Lecco, a Varenna,
appartenente ai padri Vocazionisti, che la destinano in uso temporaneo a fratel
Ettore. È una casa non troppo grande, immersa in uno splendido paesaggio,
lontano un paio di chilometri dal centro abitato e posta in cima ad un cucuzzolo,
cui si accede da una ripida scala mozzafiato. Diviene il posto ideale per
ospitarvi gli alcolisti. Per "farsi un goccetto", avrebbero dovuto
sottoporsi ad una notevole fatica! È quella che fratel Ettore battezza, con
ironia, la "terapia dell'astinenza forzata". Oltre agli alcolisti,
Varenna è rifugio propizio ad altri "casi difficili", come i
tossicodipendenti. Ma ospita anche fratel Ettore ed i suoi collaboratori più
stretti, per rari e brevi periodi di "sollievo".
Varenna
non è sicuramente la soluzione di tutti i problemi: è necessario trovare
subito o un terreno edificabile, o addirittura un edificio già pronto. Così il
giornalista Luciano Moia descrive questa fase della vita del Camilliano: «Fratel
Ettore si mette in cerca, riprende a bussare a tutte le porte, fa arrivare la
sua richiesta d'aiuto sulle scrivanie dei potenti. Ma Milano è sorda, fredda,
insensibile. Qualcuno arriva a chiedersi con sospetto quali progetti abbia
quel Camilliano che organizza i poveri. C'è dietro un disegno politico? Forse
un tentativo di sfruttamento commerciale? Fratel Ettore finge di non sentire. Ha
imparato a non curarsi delle opinioni dei "benpensanti", a tirare
diritto sulla via del sacrificio, ad ascoltare solo la voce della Provvidenza...
Succede anche nel febbraio 1980. Squilla il telefono: "Frate] Ettore -
urla Sabatino - c'è una signora che vuol parlare con te, dice di avere una
casa da vendere"». È
così che inizia un'altra avventura, quella di Seveso.
“Complice”
di fratel Ettore, questa volta, è la diossina, la terribile nube tossica che
alcuni anni prima aveva investito una grande casa a Barruccana di Seveso, a
poche centinaia di metri dalla superstrada Milano-Meda. Era un solido edificio a
due piani, circondato da oltre diecimila metri quadrati di terreno, abitato
dalla famiglia Pontiggia, una grande famiglia: papà, mamma e sei sorelle.
Nei sogni dei genitori, la grande casa avrebbe dovuto ospitare le future
famiglie delle figlie. Invece la diossina sconvolge i piani. I Pontiggia sono
costretti a lasciare la casa "infestata" ed a trasferirsi a Milano
dove si accaseranno anche le figlie. Tutte, tranne una - Adalgisa - che invece
tornerà nella vecchia casa, cercherà di bonificarla insieme con il terreno
circostante per riprendervi una vita normale. Tentativo fallito, perché i
tristi ricordi emergono. La signora Pontiggia viene quindi nella determinazione
di vendere tutto, ma senza risultati: lo spettro della diossina incombe
ancora.
È
qui che entra in scena fratel Ettore. Adalgisa Pontiggia lo conosce: è stata
segretaria dell'Associazione delle infermiere camilliane e ne ha seguito passo
passo la vicenda. Sa che il rifugio di via Sammartini è ormai troppo stretto e
che fratel Ettore pensa di ingrandirsi. Lo invita, quindi, a Seveso a vedere
la sua casa. È fatta: per fratel Ettore sembra adatta ai suoi progetti.
Mette quindi in moto la sua collaudata macchina della solidarietà. Raccoglie
i fondi necessari, e prima ancora che la burocrazia se ne accorga, casa
Pontiggia diventa "Casa Betania dei Cuori di Gesù e Maria", un ennesimo
"mistero" «di quell'infinito rosario del bisogno che l'amico dei
barboni recita senza stancarsi da oltre quarant'anni» (L. Moia). Nel
novembre 1980 le porte sono aperte ai primi ospiti.
Annota
ancora Luciano Moia: «Come al solito però il cammino non è tutto in discesa.
Sulle modalità di vendita del fabbricato e sulla forma giuridica per il nuovo
istituto spuntano le prime difficoltà... Mentre la casa nel quartiere
"Dossi" del centro brianzolo diventa un punto di riferimento
fondamentale nel quadro assistenziale di Milano e provincia, offrendo aiuto ed
assistenza ad un numero crescente di disperati, nullatenenti, ammalati
psichici, le trattative proseguono faticosamente per un anno e mezzo. Per
sbloccare la situazione è necessario dare vita ad un organismo associativo al
quale affidare la nuova casa d'accoglienza. La denominazione la inventa fratel
Ettore sui due piedi: Missionari del Cuore Immacolato di Maria al servizio dei
più poveri nello spirito di san Camillo... E così che fratel Ettore e i suoi
collaboratori... decidono, il 28 aprile 1981,1' acquisto di casa Pontiggia perché,
scrivono nel verbale della riunione, "molto adatta alle finalità dell'ente".
Costa 250 milioni che fratel Ettore raccoglie con l'ormai collaudato sistema del
tam tam tra amici, sostenitori, collaboratori della sua intrepida scommessa di
riscatto umano e sociale».
Anche
a Seveso sono tanti gli episodi che vedono fratel Ettore prodigarsi
eroicamente. Gli ospiti sono principalmente ammalati psichici, che l'insensata
e incompleta applicazione della Legge Basaglia ha buttato fuori dagli ospedali
psichiatrici (spesso veri e propri lager), ma che ha anche abbandonato senza
protezioni.
Nel
settembre 1989 va a fuoco un magazzino dove erano ammassati centinaia di
materassi ricevuti in dono. Accanto c'è un altro deposito di merci molto
infiammabili. Le fiamme si sviluppano velocemente e arrivano a minacciare le
case vicine. Pure i vigili del fuoco sembrano impotenti. Dopo qualche ora, però,
la catastrofe è scongiurata. Ora vanno scoperte le cause, affinché il guaio
non si ripeta. Il "giallo" è prontamente risolto: si è trattato
della "disattenzione" di un ospite (con gravi problemi psichici e
più in generale di salute) in possesso di fiammiferi. Non si può trattenerlo
oltre, perché potrebbe ripetere il gesto (peraltro non fatto responsabilmente).
Occorre avvisare i carabinieri che chiedono a fratel Ettore di far ricoverare
il pericoloso soggetto. Cosa impossibile, poiché la legge vieta il ricovero
"forzato", senza cioè il consenso del paziente e dei suoi medici.
Un
lungo calvario attende i due, l'ospite e fratel Ettore, un calvario fatto di
ricoveri, fughe, riacciuffamenti da parte della Polizia, telefonate
angoscianti e angosciate. Alla fine, la santa testardaggine del Camilliano, il
suo instancabile appellarsi alla carità altrui, riescono a trovare il modo di
risolvere il penosissimo caso, che purtroppo - in assenza di una adeguata
applicazione o di una "correzione", se ritenuta necessaria, della
Legge Basaglia - ha riguardato e riguarda altri numerosi ospiti i quali, senza
la presenza di fratel Ettore, avrebbero potuto portare a situazioni
deflagranti.
A
Seveso fratel Ettore pensa "in grande" e dà il via ad un progetto di
ampliamento di casa Pontiggia. Riesce a superare le difficoltà imposte dal
piano regolatore della cittadina ed a lanciare un progetto mozzafiato: la
costruzione di un grande edificio a ferro di cavallo con le pareti di vetro. Due
corridoi aerei con la copertura a cupola che corrono verso la cappella di
"Casa Betania". Sul retro restano un prato verde punteggiato da
alberi e aiuole. Vetro e cemento, allora, al posto di baracche e tettoie: un
ardito esempio di moderna architettura al posto dello "scandaloso"
prefabbricato
tirato su per fronteggiare in qualche modo i bisogni incombenti.
Un'avveniristica costruzione che era apparsa in sogno ad uno spaventatissimo
barbone, ospite di fratel Ettore, nella notte di Natale 1989! E come se il
cielo avesse dato il suo imprimatur alla sbalorditiva avventura.
Il
25 maggio 1990 si festeggia la posa della prima pietra, che avviene però
senza il benestare delle autorità comunali. Anzi, in consiglio ed in giunta
si innesca una lunga e dura battaglia. In ogni caso, dopo tira e molla
indecenti, il progetto va in porto. "Casa Betania" nasce sul serio
nel dicembre 1991.
Oggi
"Casa Betania" è una comunità protetta. Ospita circa 50 uomini ex alcolisti,
malati generici e psichici, oltre che semplici poveri.
Via
Sammartini e "Casa Betania dei Cuori di Gesù e Maria" sono due storie
che - con un frusto e non abbastanza significativo aggettivo - possiamo
definire "emblematiche". Gli altri rifugi nascono di conserva, un
po' avventurosamente, ma in maniera meno coinvolgente e traumatica.
È
diviso in due sezioni: a) una casa di accoglienza per 20 donne più alcune mamme
e bambini. È una comunità protetta; b) un dormitorio per 100 donne: entrano
alla sera per cena e pernottamento; escono al mattino dopo la colazione. Il
Villaggio tenta di risolvere il problema di molte donne di recente immigrazione.
Numerosa è oggi la presenza di donne che provengono dall'Est europeo, soprattutto
ucraine.
Una
curiosità: queste donne sono in maggioranza di religione ortodossa, dall'antica
tradizione liturgica, ricca di bellissimi canti sacri che arricchiscono le liturgie
"occidentali" celebrate anche negli altri rifugi.
È
la "Casa di spiritualità" dell'opera, capace di ospitare venti
persone per Esercizi spirituali e ritiri, ma è anche casa-famiglia per sette
ospiti-custodi.
Nostra
Signora di Loreto Bucchionico (Chieti)
Non
è senza significato che questo rifugio sia stato fondato nella patria di san
Camillo de Lellis, nell'Italia centrale. Poiché si trova in campagna, oggi
è destinato ad ospitare sette contadini che sono anche i custodi di una cappellina
dedicata alla Madonna dell'Annunciazione.
È
una casa famiglia destinata ad ospitare sette portatori di handicap gravi e
che fanno testimonianza di preghiera.
Santa
Fé de Bogotà, capitale della Colombia, è una metropoli enorme, di-
visa
in due vere e proprie città, dalla vita sociale, culturale, civile
differenziate. Nella parte Sud c'è la Bogotà storica, con la Casa del
libertador, l'eroe nazionale e padre della patria Simon Bolivar, con le sedi
delle principali università, il ricchissimo Museo dell'Oro, ma anche ampi
strati di povertà. Nella parte Nord, sembra di stare a Manhattan (New York
City, U.S.A.): graziose ville circondate da giardini; grattacieli; megastore e
centri commerciali dove la gente trascorre parte della giornata, con caffè,
bar, ristoranti, luoghi di ritrovo vari. Per le vie, negozi ricchi di vetrine,
un senso di opulenza. La Bogotà del Nord sembra non volersi occupare dei
gravi problemi che pone l'emarginazione sociale presente nella parte Sud. Sono
ignorati i problemi degli anziani abbandonati, dei malati di mente, dei
senza famiglia e fissa dimora, di tutta quella parte di popolazione
derelitta, comune anche nei Paesi di più ricca economia e di maggiore stabilità
politica (la Colombia, come molti altri Paesi dell'America Latina, soffre per
una guerriglia alimentata dal narcotraffico).
Le
urgenze di questa situazione non sono sfuggite a fratel Ettore. Inutile dire
che il Camilliano (appoggiato dai confratelli da anni presenti sul territorio)
si è subito dato da fare per offrire una diversa possibilità di esistenza a
quelle creature. Ha aperto a Bogotà, nella periferia Sud della città, tre
case, collegate fra loro: una per gli uomini e una per le donne. La terza è un
ostello per i malati di cancro o in dialisi che non possono pagarsi le spese di
soggiorno durante le terapie.
Il
lavoro nei rifugi, quando chi scrive li ha visitati, era portato avanti da
collaboratori di origine italiana. Si sentiva però la mancanza di una
presenza femminile locale che si prendesse cura delle donne ivi ospitate.
Oggi
però, dopo quattro anni dall'apertura, la situazione è notevolmente
migliorata e gli ospiti sono accuditi con amore e dignità.
PRESO DA SACRO FURORE«Per rimanere con i più poveri tra i poveri, bisogna avere una grande voglia di lottare. lo combatto e combatterà finché il Signore mi lascerà un briciolo di energia, per marciare con gli ultimi e prendermi sulle spalle la loro croce» (Fratel Ettore Boschini).
Non
contento di assistere gli emarginati e i senza tetto di Milano e dintorni da
tempo andava frullando nella mente di fratel Ettore l'idea di allargare il
raggio d'azione dove gli "ultimi" e i cenciosi sono una moltitudine.
Così, ascoltando la voce del cuore, nel mese di luglio del 2000 - lancia in resta
- è partito per l'America Latina: destinazione Bogotà, capitale della Colombia,
costantemente stretta nella morsa dell'indigenza e dove la "vita"
non è tenuta in nessuna considerazione.
Preso
da sacro furore e in compagnia dell'inseparabile statua della Madonna, arrivato
nella grande città, dopo pochi giorni riesce a raggiungere un accordo con il
proprietario dell'unica casa disponibile situata nella Plaza Santa Maria de
las Cruces, quasi all'ombra dell'imponente chiesa omonima e a pochi passi dal
Seminario camilliano, per dare ricetto ai primi ospiti che raccoglie dalla
strada. Non importa che al momento la casa fosse poco più che fatiscente, che
avesse bisogno di restauri prima di essere abitata. Fratel Ettore è abituato a
non andare troppo per il sottile quando è nell'emergenza. Se il risultato
estetico non è dei migliori, non fa niente, l'importante è dare un tetto a
chi è nella necessità.
Subito
si dà da fare, rimbocca le maniche, s'improvvisa muratore per dividere gli
spazi, aiutato dai giovani studenti camilliani del seminario. Come al solito
pare non aver bisogno di progetti per dare un po' di decoro a quello che dovrà
diventare il cenacolo dell'accoglienza: gli basta poco. Sfamare, curare i
malati, andarli a cercare, lavarli, vestirli è da sempre la sua passione. I
suoi ospiti sono persone rifiutate che
hanno fallito la scommessa con la vita e non hanno altro posto dove andare. La
promozione umana resta l'obiettivo principale per alleviare la loro
disperazione e riportarli ad un livello di vita dignitoso.
Un
obiettivo talvolta impossibile quando le richieste superano le capacità di
aiuto e quando troppe mani si tendono insieme a chiedere ciò che le forze di
un uomo solo non hanno la possibilità di donare. Ma la fiducia non gli ha mai
fatto difetto e il coraggio di sperare nemmeno. Ha già subìto anche
l'esperienza della violenza, è stato picchiato per non aver ceduto il cellulare
a un gruppo di disperati la notte che accompagnava all'ospedale un
disgraziato. E gli è andata bene, cavandosela solo con qualche ammaccatura.
Però ha potuto rendersi conto che le notti di Bogotà sono un po' diverse da
quelle di Milano già di per sé tristi, e che la vita di una persona in certe
circostanze può valere molto meno di un cellulare.
Sull'esempio
dei rifugi già impiantati a Milano, pure a Bogotà fratel Ettore vuole
spalancare le porte al maggior numero possibile di persone, per dare dignità
a quanti l'hanno smarrita. La strada ora è aperta e gli insondabili canali
della Provvidenza non mancheranno di far giungere la linfa indispensabile al
nutrimento della nuova opera. Le braccia aperte del religioso con la croce rossa
sul petto sono pronte, nel gelo della metropoli colombiana, a dare quel pizzico
di calore che è necessario a rasserenare il cuore e iniziare a sperare. Domenico
Fantin
Quasi subito dopo l'apertura dei primo ritugio - quello ormai "mitico" di via Sommartini - intorno a fratel Ettore, a Milano, incominciaron" radunarsi dei volontari. Persone eccezionali, sicuramente, poiché dovevano convivere con lui che, al di là delle apparenze, era un tipo "duro" che sapeva quel che voleva e lo voleva fatto come a lui garbava.
Da
solo fratel Ettore non ce l'avrebbe mai fatta. Ogni servizio da lui richiesto
ai volontari era ed è difficile, delicato. Infatti gli ospiti dei rifugi
sono persone dalle vicende complesse; agli alcolisti, ai malati mentali e ai
classici barboni, si sono aggiunti nel tempo i malati di Aids, gli immigrati
d'ogni nazionalità. Gente povera sotto tutti i punti di vista, che di sicuro
non usa avvolgersi in raffinato profumo francese.
Ai
volontari è richiesto di condividere buona parte di queste vite in tutti i
sensi: dall'invito pressante a fare una doccia, al trovare biancheria, abiti,
scarpe; al trovare le cure mediche appropriate, un ricovero ospedaliero
quando occorre. Alcuni devono essere cuochi, altri dispensieri. Tutti devono
essere capaci di ascolto, di un ascolto affettuoso delle avventure di vita più
tristi o mirabolanti.
Molti
si sono succeduti in via Sammartini, a Seveso, negli altri rifugi in Italia e
in Colombia. Ma se la solidarietà di chi ha sostenuto economicamente fratel
Ettore non è mai mancata, più difficile (quasi impossibile) è stato
trattenere a lungo i volontari che avrebbero dovuto affiancarlo nell'opera di
sostegno, di rieducazione degli ospiti nelle varie comunità. Reggere l'impatto
con storie tanto dolorose è a volte troppo stressante e persino rischioso per
la salute psichica del volontario.
Qualcuno
ha detto: «Fratel Ettore è sicuramente un santo, ma è anche un grande
confusionario che non sa organizzarsi e organizzare!». Ed era vero: spesso le
sue imprese erano caotiche. E non era facile, soprattutto per i più giovani,
tenere il ritmo in tale situazione. Ricordare tutti coloro che hanno dato un
po' del loro tempo, delle loro competenze a volte anche d'alto livello, del
loro cuore, sarebbe impresa quasi disperata. E si rischierebbero brutte figure
con chi non fosse menzionato. Ci sono però alcune storie che vale la pena
rivivere: storie che nella loro "unicità" sono davvero esemplari e
alludono a quelle non raccontate.
Carla RoccaSorella
di Francesco Rocca, a lungo sindaco di Seveso, Carla era una bella signora con
una vita serena, un buon lavoro, tanti amici... Eppure, quel tipo di vita non
la soddisfaceva del tutto: era in ricerca di qualcosa che la coinvolgesse in
maniera più profonda e decisa.
Aveva
sentito parlare di fratel Ettore, il Camilliano che si era installato ai Dossi
di Seveso con la sua gente poverella; qualcuno dei barboni l'aveva perfino
incontrato la domenica a Messa. Come gli altri abitanti della cittadina
brianzola, provava per loro un sentimento ambiguo, un misto di repulsione e di
pietà, di desiderio d'aiutarli e di non vederli più.
Aderendo
all'invito di un'amica, un giorno si reca con lei a Casa Betania. Così Carla ha
raccontato la sua avventura a Giuliana Pelucchi, autrice del bel saggio Fratel
Ettore - Un gigante della carità (edizioni Paoline, Milano, 2004).
«Tra
le molte stanze di casa Pontiggia una da sempre era stata adibita a cappella e
fratel Ettore, sin dai primi tempi, la considerò il cuore della sua attività.
Sapevo di questo: a Seveso se ne parlava. Quando, con la mia amica, entrai per
la prima volta nella cappella, subito mi sentii turbata da quel mondo che non
avevo mai conosciuto così da vicino. Fratel Ettore se ne stava ritto accanto
all'altare, con il rosario in mano. Aveva gli occhi chiusi e lentamente sgranava
la corona del rosario recitando ad alta voce le Ave Maria. Attorno a lui
vecchi, handicappati, donne dimesse. In un angolo, a testa china, tre ragazzi
che pregavano con devozione. Alla fine del rosario cominciai a parlare con
loro e scoprii l'estrema povertà in cui si viveva a Casa Betania. Erano i primi
tempi del Camilliano a Seveso e ancora non si era attivata quella catena di
solidarietà fraterna con cui la città avrebbe dimostrato di aver superato
preoccupazioni e pregiudizi nei suoi confronti».
Questo
il primo impatto di Carla che, dotata di automobile, si mise a disposizione
per accompagnare i nuovi amici all'ospedale o dovunque avessero necessità di
recarsi. Così la bella signora della borghesia brianzola iniziò ad occuparsi
degli ospiti di Casa Betania, sentendosi sempre più coinvolta.
La
conoscenza personale con fratel Ettore avvenne dopo qualche tempo ed in maniera
curiosa, mentre l'eclettico Camilliano "stava facendo il muratore",
lavorando cioè di cemento e cazzuola in cima ad un pilastro. Carla ricorda che,
quando suonò una campanella che invitava alla preghiera, fratel Ettore scese
dal pilastro, si riassettò la veste nera, si sdraiò - sfinito - per terra e
cominciò a pregare a bassa voce. Poi, finalmente, si accorse di lei, la salutò
e le disse: «Spero che non si stanchi troppo presto di noi...». Era fatta:
fratel Ettore aveva "stregato" anche lei!
Nel
suo servizio a Seveso, Carla ha avuto modo di verificare nel concreto i
piccoli-grandi "miracoli" dell'instancabile, divina Providenza. Più
di una volta, infatti, lei presente, si verificarono episodi incredibili, come
il giorno in cui c'era una cambiale in scadenza ma mancavano i soldi per
onorarla. «Preghiamo la Madonna - aveva detto fratel
Ettore
- ci penserà lei!». Ebbene, i soldi arrivarono in una busta anonima, in
misura superiore a quanto necessario.
Nel
1978 fratel Ettore incontra Sabotino, nel corso di una riunione con alcuni
giovani durante la quale si parla della situazione tragica dei suoi "ospiti".
Passati alcuni giorni da quell'incontro, Sabatino si presenta alla portineria
della Casa di cura San Camillo (ancora non c'era il primo rifugio).
Era
un ragazzo di ventisette anni, originario del Sud (Galatina in Puglia, per la
precisione), che aveva trovato a Milano un discreto lavoro come fattorino. Si
considerava, perciò, un fortunato e voleva fare qualcosa per chi viveva più
faticosamente di lui. Si mise a disposizione di fratel Ettore per aiutarlo a
dar da mangiare ai poveri che bussavano alla porte della Casa di cura.
Con
il giovane nacque subito una profonda intesa. Sabatino però ancora non
conosceva la tragica realtà della Stazione Centrale di Milano: uomini che
avevano perduto ogni dignità, insofferenti di qualsiasi rapporto, abbrutiti
spesso dall'alcool, talmente sporchi da aver appiccicati addosso gli indumenti...,
una situazione che avrebbe spaventato qualsiasi essere umano ragionevole, ma
non Sabatino.
Ricorda
fratel Ettore: «Lavoravamo insieme con entusiasmo. Al di là delle nostre forze
fisiche. Sabatino non si lamentava mai. Era un giovane allegro. Riusciva
persino a scherzare con i nostri poveri. Non si perdeva mai d'animo...».
Con
accanto il giovane Jefuniello, fratel Ettore trova la forza per richiedere un
posto da adibire a rifugio - il primo - per i suoi singolari
"amici". Ed è proprio da Sabatino che parte l'idea degli stanzoni
sotto gli archi della ferrovia. Ed è ancora la singolare capacità di
relazioni di Sabatino a coinvolgere interi gruppi parrocchiali nell'avventura
del rifugio di via Sammartini, inaugurato il 1 ° gennaio 1979.
Sabatino
intanto aveva abbandonato il suo lavoro per stare accanto a fratel Ettore, con
totale disponibilità. E così continuò per cinque anni, fino alla morte
avvenuta il 30 agosto 1982 a causa di una brutta polmonite buscata per aver
portato la cena agli amici di viale Ortles (il dormitorio pubblico di Milano) in
una freddissima sera durante un violento temporale.
«Era
buono, umano, cristiano e mariano. Disponibile con tutti e amato da tutti. Fu
molto di più di un aiutante prezioso. Divenne un autentico testimone
dell'amore di Cristo per i sofferenti». Questo diceva fratel Ettore di
Sabatino. Che, fra l'altro, fu uno dei fondatori dell'associazione
"Missionari del Cuore Immacolato di Maria al servizio dei più poveri nello
spirito di san Camillo" fondata da fratel Ettore per riunire, appunto,
volontari ed amici.
Anche
il Card. Martini ha avuto espressioni toccanti per questo giovane uomo,
nell'omelia tenuta durante la Messa nel trigesimo della sua morte: «Ho potuto
cogliere, quando ho avuto la notizia della sua morte, che si trattava della
scomparsa tra noi, per essere accolto presso Dio, di un profeta del nostro
tempo. Forse questa parola è troppo grande, ci sono dei profeti che scrivono,
che parlano, che si fanno conoscere, diciamo i profeti maggiori, e poi ci sono
i profeti minori che sono forse quelli che più fanno per il mondo, cioè quelli
che non parlano molto, quelli che si fanno poco conoscere, ma che vivono
seriamente la vita evangelica. Sono tanti questi discepoli: Sabatino è stato
uno di questi, è stato mandato in questa città per essere segno umile,
discreto della presenza del Signore».
Enrica PleboniDopo
Sabatino, Enrica. È una giovane donna poco più che ventenne, quando
s'affaccia per la prima volta al rifugio di via Sammartini. Siamo nel 1987.
Alle spalle ha anche lei una vita difficile, ma non appena si rende conto
delle tragedie che stanno dietro gli ospiti di fratel Ettore decide di donarsi
completamente al loro servizio.
Via
Sammartini e Casa Betania diventano subito la sua casa. Generosa, instancabile,
fedele ai suoi impegni, si prodiga senza risparmio e distribuisce a piene mani
gioia e speranza. È stimolo e forza non soltanto per fratel Ettore e per i suoi
poveri, ma anche per gli altri volontari, per tutti quelli che vengono in
contatto, in un modo o nell'altro, con lei.
È
molto malata, ma non confida a nessuno il suo precario stato di salute e
continua il suo impegno senza mai dare a vedere stanchezza, debolezza. Muore
nel febbraio 1990, dopo infinite sofferenze causatele da un linfosarcoma
gastrico.
«La
sua forza», scriverà fratel Ettore, «derivava dalla sua fede, e si evidenziava
in un sorriso luminoso. Il sorriso che si proietta sul volto di coloro che la
vivono profondamente. Ne ho fatto a lungo l'esperienza, tanto da chiederglielo
quand'ero in momenti di grande sofferenza. "Enrica", le dicevo,
"Sorridimi". E lei mi illuminava di virtù e di purezza, sino a
farmi pensare che, dopo Maria santissima, la mamma celeste, e Carolina, la mia
mamma naturale, lei fosse la mia mamma acquisita».
Così
ancora fratel Ettore ricorda l'ultimo Natale di Enrica: «Non conoscevo la sua
profonda sofferenza. Non sapevo che la mia malattia, una bronchite quasi
cronica durante l'inverno, avrebbe potuto scatenare in lei ben più della brutta
broncopolmonite che mi colpì pochi giorni più tardi. Quanto corremmo in
quella fine di dicembre per aiutare molti nostri fratelli e sorelle di Milano,
italiani
e stranieri, affinché anch'essi potessero godere del fuoco d'amore che, a
Natale, si sprigiona per ogni dove... Dappertutto Enrica volava con la macchina,
sospinta più dalla profonda fede che dalla sua forza fisica sempre più limitata
e precaria, e annunciava: "Presto sarà Natale. Verrà celebrata una Messa
per voi. Venite, adoriamo..."».
In
una delle ultime lettere inviate dall'ospedale Sacco dove era ricoverata, così
Enrica scrive a fratel Ettore: «Grazie, fratel Ettore, per questo splendido
Natale che ho potuto condividere con te e con i tuoi poveri nella sofferenza,
nella stanchezza, ma ancor più nell'immensa gioia dell'attesa e dell'accoglienza.
Grazie, Gesù, Giuseppe
e
Maria, che avete permesso che anch'io oggi potessi accogliervi, amarvi,
consolarvi, sorridervi, abbracciarvi e baciarvi, incontrandovi nel volto dei
consacrati, sacerdoti e laici. Nei volti dei bambini, degli oppressi, degli emarginati,
dei sofferenti, dei delinquenti, dei ladroni. Grazie perché anche oggi mi avete
donato tutto il vostro amore e il vostro calore. Grazie della grazia che ho
potuto condividere con te, Ettore, fratello mio in Gesù Cristo nostro
Signore... ».
Per
Sabatino Jefuniello ed Enrica Plebani è in corso il processo canonico di
beatificazione.
Quella
di Roberto Dubini sembra una vita ritagliata da un film.
Colpito
non sa nemmeno lui bene da quale folgorazione, decise all'improvviso di andare
in giro per il mondo. Approda nella Legione Straniera e come legionario è
paracadutato in Ciad a combattere Gheddafi. Ferito gravemente, è rimpatriato.
L'idea di tornare nella Legione Straniera non gli sorride più. Scappa, ma viene
convinto a fare il mercenario con un'alta paga, purché accompagni
clandestini dall'Italia fino al confine della Svizzera tedesca. Alla
quindicesima "missione" qualcuno lo "brucia". Catturato
dagli svizzeri, è condannato per direttissima.
Scarcerato,
torna a Milano e diventa uno di quei "randagi" che fratel Ettore
scopre alla Stazione Centrale. Così diventa un suo fedelissimo collaboratore.
Ventinove
anni, un solido impiego come bancario, Francesco Bossi un bel giorno lascia
tutto per dedicarsi agli "ospiti" del rifugio di via Sammartini.
Così
racconta lui stesso la sua "avventura": «Ogni giovedì trascorrevo
la notte assistendo soprattutto quelli che restavano fuori dal rifugio. Un
bel momento mi sono detto: voglio vivere dal di dentro, fino in fondo, questa
esperienza. Così sono andato dal mio direttore generale e gli ho chiesto sei
mesi di aspettativa. Lì per lì non ha dato peso alla mia richiesta. Mi ha
consigliato di ripensarci e di ritornare da lui dopo qualche tempo. Riteneva
che stessi facendo un colpo di testa. L'ho spuntata... Se non avessi dato
uno strappo alle mie abitudini, se non mi fossi immerso in questa realtà fino
in fondo, non avrei compreso un aspetto fondamentale di ciò che si sta
facendo in via Sammartini. Nel rifugio non si aiuta soltanto il prossimo, ma si
sta costruendo una vera comunità... ».
Luigi
Menghistu era figlio di padre italiano e mamma dell'Asmara. Nel 1979 incontra
fratel Ettore che gli fa la sconvolgente proposta di aiutarlo a tempo pieno.
Per un giovanotto ben integrato, non è certamente il massimo. Eppure Luigi
accetta diventando responsabile della comunità di Varenna. Certamente per
lui si è trattato di una scelta contro corrente, almeno a partire dalle
normali logiche di vita. Una scelta che forse disturba le nostre coscienze
sopite, che ridicolizza le nostre astuzie per conciliare Cristo con i nostri
comodi. Ma sappiamo anche che le nostre logiche non sono quelle evangeliche,
secondo le quali Dio “ha rovesciato i potenti dai troni e innalzato gli
umili”.
Carla,
Sabatino, Enrica, Roberto, Francesco, Luigi e tanti altri: vite diversamente
esemplari, fra i tanti che hanno aiutato fratel Ettore a mandare avanti le sue
"imprese". E che continuano ancora oggi, lui scomparso, ad occuparsi
dei suoi "ospiti", dei suoi amici più cari.
"Santi"
(sì, in certo senso lo sono anche i tuttora viventi), della santità
quotidiana che forse non arriverà mai ad essere ufficialmente
riconosciuta e proclamata, ma che serve a noi tutti per essere felici, di
quella contagiosa felicità che solo l'amore di Dio può darci.
Non possiamo però qui dimenticare - tra i tanti - la generosa collaborazione - durata tre anni - di un gruppetto di Figlie di San Camillo guidate dalla superiora suor Agnese, e dei religiosi camilliani, che pure sono stati collaboratori ammirevoli della sua opera, nelle persone di padre Claudio, padre Adriano, padre Albino e padre Riccardo. Desideriamo soltanto riferire quanto lo stesso Ettore ha avuto modo di riconoscere: «La presenza dei miei confratelli mi ha sempre dato motivo di credere che l'opera è del Signore, e che le ispirazioni avute e seguite erano espressioni della volontà di Dio. Senza il sostegno del mio Ordine, non sarei riuscito a dare ciò che mi ripromettevo».
LA SPIRITUALITA’INNAMORATO
DI MARIA DI NAZARETH
«Vorrei dire a tutti che con l'aiuto di Dio e l'amore della Vergine nessuno potrà mancare di compiere il proprio dovere cristiano. Nulla è impossibile a Dio, disse l'angelo a Maria al momento dell'Annunciazione. Così capiterà anche a noi se con la fede della Vergine diremo si alle varie richieste di Dio» (Fratel Ettore).
La
devozione per la Vergine è stata il dato distintivo di fratel Ettore, una
devozione "spudorata", irrefrenabile, coinvolgente. La sua preghiera
preferita era il rosario, che recitava come un innamorato recita versi alla
sua bella.
A
volte girava con agganciata al tetto della sua autovettura, a dire il vero un
po' sgangherata, una grande statua della Madonna che veneriamo a Fatima. E
nessuno poteva fare a meno di notarlo. In chi non lo conosceva, questo modo di
fare poteva suscitare ilarità, stupore. Ma non appena gli si parlava, non si
poteva fare a meno di lasciarsi trascinare nel vortice del suo stesso
innamoramento, forse un po' esagerato. «Evidentemente le statue non erano che
un segno del suo profondo amore per la Madre del Signore che si esprimeva
nello sgranare rosari e nel cantare toccanti canzoni. Nella devozione verso la
Vergine Immacolata la sua spiritualità acquistava toni fortemente affettivi.
Tra tutti i santuari, lo attirava maggiormente quello di Fatima, forse per gli
accenti di riparazione che permeano i messaggi rivolti dalla Vergine ai tre
giovani veggenti» (A. Brusco, Con tenerezza di madre e cuore di profeta, Vita
Nostra n. 247, luglio-settembre 2004).
Per
fratel Ettore, Maria era "la mamma" del Salvatore e sua, e di tutti
gli uomini e le donne del mondo. In questo modo non perdeva mai di vista il
Cristo Gesù; e la misericordia della Madre era la traccia che lo conduceva al
cuore misericordioso del Figlio. Maria, per fratel Ettore, non era mai
separata dal Figlio, ragione della Sua stessa vita e ragione di vita anche del
discepolo Ettore. Infatti, è nel discepolato fedele di Maria che Ettore trova
la strada del suo discepolato; è nel cuore misericordioso della Madonna che
Ettore trova il "modello" del suo agire per gli altri, per i poveri,
per i "dimessi" dalla società.
Maria
e Gesù: il binomio fondamentale che ha guidato tutta la vita di fratel
Ettore. Maria e Gesù: protagonisti di un amore che Ettore non voleva tenere
per sé, ma voleva che altri sentisse intorno alle proprie spalle, come scudo
e baluardo, come "coperta" che difende e protegge dal freddo del male.
Il suo modo di testimoniare la profondità di questi moti precisi e profondi
dell'animo, era semplice, spontaneo, quasi fanciullesco, come il suo modo di
essere. Distribuiva rosari e immaginette del Sacro Cuore senza risparmio e
senza curarsi troppo se chi le riceveva era credente o no. In fondo Ettore credeva
nella forza evocativa delle immagini che non potevano non smuovere i cuori,
che un giorno o l'altro non potevano non interrogare le coscienze. Poi, se
nulla succedeva, beh, allora non era affar suo ma del Signore!
Scrive
ancora, nel saggio sopra citato, padre Angelo Brusco che ha accompagnato per
un tratto il cammino di fratel Ettore: «Ciò che ha confermato in me la
certezza della sua profonda vita nello Spirito è stata la continuità del suo
slancio spirituale: nei momenti belli come in quelli oscuri e drammatici, si
esprimeva nella preghiera costante, nell'offerta della propria sofferenza, nell'azione
di grazie. Sul suo modo di pregare e di far pregare si poteva anche discutere
e certe pratiche e manifestazioni si prestavano facilmente alla critica. Ciò
che, però, non poteva essere negato, era l'autenticità dei sentimenti che lo
muovevano».
L'azione,
anche frenetica, in fratel Ettore nasceva dalla contemplazione, non fatta nel
segreto di un tempio, ma per le strade, nella vita convulsa delle grandi città.
Scrive padre Brusco: «Non vi sono dubbi che la sua carità verso i poveri e gli
ammalati non poteva che nascere da un cuore abitato dall'amore del Signore.
Pensando a questo mi è venuta in mente l'immagine del razzo che Urs von
Balthasar usa per descrivere il duplice movimento spirituale della vita
cristiana e che, a mio parere, ha trovato una bella realizzazione nell'esistenza
di fratel Ettore: "Ripido vola il raggio di fuoco dell'amore verso il
cielo, si concentra, scoppia (nell'attimo dell'estasi), e mille scintille
discendono rapide e sempre più rapide verso la terra: Dio manda te, lacerato a
pezzi, ti rimanda ai suoi fratelli"».
L'immagine
di von Balthasar è suggestiva. Ma fratel Ettore non avrebbe mai pensato di
esserne una realizzazione vivente. Il suo vivere nello Spirito aveva i toni
della semplicità, della sapienza del cuore che a volte ignora le profondità
teologiche. Il suo sogno era di spartire con chi incontrava, non soltanto la
vita materiale, ma proprio quella vita nello Spirito di cui egli stesso si
nutriva. Scrive ancora padre Brusco: «Nelle iniziative di carità egli puntava
non solo a salvaguardare la dignità delle persone, ma anche a promuovere la
loro salvezza, appellandosi alla misericordia divina. La filantropia diventava
così carità non solo perché motivata soprannaturalmente, ma anche perché
mirava alla realizzazione completa della persona, destinata alla salvezza».
Certo,
i suoi modi di fare non erano esenti da critiche. «Da alcuni è stato notato
che egli forzava un po' troppo nello stimolare i suoi poveri, e non solo
quelli, alla conversione. Anche in quei casi erano il suo stile e la sua personalità
che davano toni e accenti particola
ri
a un'intenzione di grande autenticità. Nel suo amore a Cristo misericordioso vi
era anche quella dimensione riparatrice rintracciabile nella maggior parte
delle anime mistiche, così profondamente unite al Signore da avvertire l'ansia
di riparare le offese che vengono fatte all'oggetto del proprio amore» (padre
Angelo Brusco).
Nei
visceri materni di Maria fratel Ettore trova la risposta alle sue domande di
redenzione universale, trova la realizzazione del suo sogno.
Maria
è amata da fratel Ettore perché, Madre del Signore, è la stella polare di
san Camillo de Lellis, di cui aveva attentamente studiato la biografia e gli
insegnamenti, cercando di riprodurne, nella propria vita, i tratti caratteristici.
«Del Fondatore egli ha imitato in modo particolare l'amore verso gli ultimi,
la mobilità che gli consentiva di correre là dove emergevano bisogni urgenti,
la visione di fede che lo portava ad inginocchiarsi davanti al malato. A volte...
mi è sembrato di notare in fratel Ettore un certo mimetismo, cioè la volontà
di fare propri in maniera un po' studiata gli atteggiamenti puntuali di san
Camillo. Ciò, tuttavia, non toglieva nulla alla sua sincera volontà di fare
del Fondatore un modello di vita» (A. Brusco, op. cit.).
Fratel
Ettore aveva il senso dei suoi limiti, ma desiderava che le sue opere non
cadessero nel nulla una volta che lui fosse scomparso. Uno dei suoi progetti
era quello di fondare un istituto religioso come diretta derivazione dalla sua
spiritualità e - è lecito supporlo - ispirato da una visione di Maria come
Madre della Chiesa, di una comunità, quindi. Non si può, allora, pensare a fratel
Ettore senza occuparsi di quest'altro suo sogno, che soltanto parzialmente si
realizzerà.
Nello
spiegare i motivi della parziale realizzazione ci viene ancora in aiuto il
suo confratello padre Angelo Brusco: «Nel tentare di realizzare tale progetto
egli ha proceduto con quel tipico disordine che spesso caratterizzava le sue
iniziative. Forse era sua convinzione che avrebbe potuto raggiungere quell'obiettivo
come era stato capace di creare, una dopo l'altra, le sue case di accoglienza.
Purtroppo ha dovuto scontrarsi con una realtà diversa: le norme canoniche
assai precise, la difficoltà della promozione vocazionale, la mancanza di
risorse formative per gli eventuali candidati... Il suo stesso modo di
procedere spesso affrettato e, qualche volta anche semplicistico, non gli è
stato di aiuto. Dopo aver pensato a un istituto di uomini e di donne, ha optato
per accogliere unicamente donne. Non essendovi vocazioni in Italia, ha tentato
la via della Colombia, sperando di portare in Italia un numero significativo
di donne aperte a questa vocazione. L' impresa non poteva evidentemente
avere successo, perché una vocazione alla vita consacrata ha bisogno di essere
coltivata e verificata con un serio discernimento... ».
La
continuità dell'opera di fratel Ettore è stata comunque assicurata, perché
in parte il suo sogno di "fondatore" si è realizzato in suor Teresa
Martino.
Milano
è una città "stravagante". Apparentemente i suoi abitanti sono travolti
da una frenetica attività, che dà pochi spazi al riposo e non ne riserva affatto
alla riflessione, tanto meno alla spiritualità. Una città percorsa dal desiderio
di fare soldi, i mitici "dané", di accumulare potere, di vivere
alla grande occupandosi unicamente della propria immagine.
Tutto
questo è vero, Milano ed i suoi abitanti sono in gran parte così. Ma la Milano
col "coeur-in-man", con il cuore nelle mani, generosa, attenta, non
è stata sepolta dall'arroganza e dall'indifferenza, esiste, e come se esiste!
È una città, come ha affermato il suo arcivescovo - il Card. Dionigi
Tettamanzi - nell'omelia ai funerali di fratel Ettore, «che ha le sue
contraddizioni, come peraltro avviene per tutte le grandi e moderne città,
ma che si presenta come estremamente vivace, dinamica e operosa nel
volontariato nei riguardi dei poveri, dei deboli, degli anziani, dei malati,
dei diseredati e disperati».
È
questa la Milano che ha amato fratel Ettore, che gli ha dato sostegno finanziario
e morale quasi da subito, la stessa Milano dove - alla fine dell'Ottocento -
cattolici e socialisti facevano a gara nell'aiutare quei diseredati che un
secolo dopo fratel Ettore avrebbe fatto diventare suoi fratelli. È questa la
Milano alla quale fratel Ettore «ha fatto scuola. Quante istituzioni e quante
persone hanno accolto la sua lezione di carità e l'hanno seguito e aiutato!
Lo spontaneo afflusso alla sua salma da parte di tante persone d'ogni ceto
sociale, d'ogni paese e d'ogni fede, è una splendida testimonianza»
(dall'omelia sopra citata).
Una
testimonianza andata oltre la morte: infatti la "Milano solidale" il 1
° febbraio di quest'anno ha conferito un premio speciale "alla
memoria" a fratel Ettore. Ogni anno la città festeggia i propri campioni
di generosità con un premio dal titolo evocativo: Angelo dell'anno,
consegnato a coloro che si sono segnalati nel servizio del prossimo. Giunto alla
sua sesta esizione, nel 2005 ha insignito fratel Ettore di questo speciale
riconoscimento.
Nella
cerimonia di premiazione l'applauso più lungo e commosso è stato riservato
proprio al Camilliano. Così ancora una volta è emerso il volto bello e
generoso della città.
Perché
proprio fratel Ettore? Perché è stata la sua semplicità, la sua fede
"gridata" a coinvolgere anche i cuori più duri, a risvegliare le
coscienze.
L'ha
sottolineato lo stesso Card. Martini che ha sempre apprezzato e sostenuto
fratel Ettore. Così Martini ha scritto al suo successore, Dionigi Tettamanzi,
non appena appresa la notizia della morte del religioso camilliano: «Ho avuto
modo di ammirare una carità, un disinteresse, uno spirito di sacrificio
veramente eroici, che non si tiravano mai indietro di fronte a nessuna
difficoltà. Un religioso così - mi verrebbe voglia di dire "un gigante
della carità" - fa onore al Vangelo e alla bontà della nostra gente e
merita che le sue azioni e iniziative siano ricordate tra le più significative
di questi anni nel campo dell'emarginazione».
La
vita nello Spirito di fratel Ettore è stata anche la manifestazione della sua
paternità; un "senso della paternità" che egli ricavava
dall'attenzione al Vangelo, Parola letta, meditata, adorata e proclamata con
la forza del testimone verace. Quindi Parola tradotta in gesti usuali. Parola
"mangiata" ogni giorno nel pane e nel vino eucaristici.
Anche
il Rosario, quasi un "biglietto da visita" del Camilliano, era un
percorso breve nella storia della salvezza, alla scuola del Maestro, la cui
vicenda è interamente rivissuta nei Misteri.
Nel
Rosario fratel Ettore riviveva la vita di Gesù e Maria, sentiva la voce dello
spirito, s'inginocchiava davanti alla misericordia del Padre. Era il suo
"breviario", la sua consolazione. Per questo non lo teneva soltanto
per sé: come "oggetto evocativo" regalava una coroncina a tutti
quelli che incontrava per dire loro il bene di Maria e Gesù.
È
ancora il Card. Tettamanzi a riconoscerlo nell'omelia per le esequie: «Mi
pare che la testimonianza di fratel Ettore sia inconfutabile: lui ha creduto a
queste parole, e le ha rese "carne della propria carne e sangue del
proprio sangue". Si è fatto ultimo con gli ultimi. Non li ha solo
"accolti". Li ha anche "cercati", cercati per amore e per
fede, come immagini vive e palpitanti del Figlio di Dio fattosi uomo e resosi
misteriosamente presente in ogni povero e sofferente, in quanti hanno fame e
sete, sono forestieri e nudi, malati e carcerati» (cfr. Matteo 25, 35ss).
«"Padre
dei poveri", così qualche giornale ha definito fratel Ettore. Per la verità,
c'è da dire che la Bibbia riferisce questo appellativo solo a Dio, il Pater
pauperum per eccellenza. Ma fratel Ettore è stato, con tutta la sua carica di
umanità e per un dono grande di Dio e del suo amore, una trasparenza particolarmente
luminosa, credibile ed efficace dell'infinita, misericordiosa e
compassionevole paternità di Dio».
Sono
solo un pover'uomo...
Anche
fratel Ettore era conscio del suo "debito" verso la Parola, perché così
si era più volte espresso: «Vorrei convincervi che sono soltanto un pover'uomo.
Un uomo che per tutta la vita ha fatto soltanto la volontà di Dio, spesso senza
neppure rendersene conto. Dal Signore ho ricevuto grazie straordinarie, ma non
posso vantarmi di aver sempre corrisposto perfettamente alle grandi grazie
ricevute. Questo lo dico perché nessuno, ripeto nessuno, anche l'ultimo dei
miei ospiti, si senta inferiore a me o possa pensare di non poter fare anche lui
cose simili a quelle che io, per grazia di Dio e per lo straordinario amore
della Madre, ho compiuto...».
In
ordine di tempo, in questo nostro tempo così tormentato e affascinante, fratel
Ettore è l'ultimo esempio della predilezione divina per i semplici, il
"segno" attuale della parola di Gesù che ringrazia il Padre perché
non ai sapienti ed ai potenti, ma ai piccoli ed agli umili rivela sé e il suo
mistero.
LA MALATTIA E LA
MORTE«Se dovessi raccontare della mia salute, vi trovereste a dover credere che in tutta la mia vita per ben pochi giorni ho goduto di totale salute. Posso dirvi che la sofferenza non mi ha mai abbandonato. Ma ho accettato tutto con serenità perché a grandi grazie di Dio fanno sempre da contrappeso grandi croci» (Fratel Ettore).
Vorrei
dire a tutti che con l'aiuto di Dio e con l'amore della Vergine nessuno potrà
mancare di compiere il proprio dovere di cristiano. La fede, la speranza e la
carità sono le tre virtù che convivono. Nulla è impossibile a Dio, disse
l'angelo a Maria al momento dell'Annunciazione. Così capiterà anche a noi,
se con la fede della Vergine diremo sì alle svariate richieste che Dio ci fa
ogni giorno. Anche se queste richieste richiedono umiliazioni, fatica,
dolore, morte».
Così
ha detto di sé fratel Ettore. Ed è vero: era un uomo fragile, dalla salute
malferma fin dalla giovinezza. Ma questo non gli ha impedito di lavorare, di
impegnarsi fisicamente fino alla fine, senza risparmio. Lo sanno bene i suoi
confratelli delle Case di cura milanesi San Pio X e San Camillo, che l'accoglievano
con fraterno amore tutte le volte che il suo fisico cedeva. Che s'arrabbiavano
anche (e poi cedevano le armi), ogni volta che quel loro "matto"
fratello si alzava, si rivestiva e se ne andava senza che i medici gliene
avessero dato il permesso, perché c'era qualche situazione da sistemare,
qualche povero da "riscattare".
Si
dice che la morte è la cartina di tornasole della vita, vale a dire la
riprova di come si è vissuto: chi ha vissuto bene, muore anche bene. E morire
bene non è uguale a non aver paura della morte, a non soffrire nel sapere di
lasciare la vita. Morire bene è "morire da vivi" - come ha detto un
filosofo -, è morire avendo accolto e consumato in pieno tutta la propria
esistenza.
Per
chi crede in Gesù, il Cristo di Dio, morire bene è morire nella consapevolezza
di fare la volontà del Signore, di accoglierlo senza riserve anche negli
estremi istanti. È la coscienza che non da noi viene il bene, ma dal Signore
che si serve di noi per essere visibilmente presente nella storia, nella
quotidianità.
Morire
bene per il cristiano è morire come il Crocifisso, che vive fino all'ultimo
la sua umanità totale, così "totale" da accogliere il senso
dell'abbandono perfino del Padre («Dio mio, Dio mio, perché mi hai
abbandonato... »). È quindi lasciarsi purificare, nell'ora della prova,
dalla paura, dal dolore stesso.
Nell'omelia
funebre di fratel Ettore il Card. Tettamanzi ha così commentato: «ll Signore
che l'ha purificato in continuità, attraverso le tante prove e sofferenze
della vita - quelle morali, in particolare - e che ha portato a compimento
questa purificazione con la leucemia che ha consumato il fisico di fratel
Ettore, ma non la sua volontà e passione di vivere e di vivere per gli altri,
il Signore lo accolga ora - misericordioso e benigno - nella pace
imperturbabile e nella gioia piena di quel Regno ch'egli riserva ai suoi servi
buoni e fedeli. A fratel Ettore, che non si è mai risparmiato nel dare il cibo
e la casa a tanti poveri, Dio
doni
il cibo che non perisce - quello della vita eterna - e doni la sua casa, ossia
il suo stesso cuore, come luogo di protezione, di amore e di beatitudine».
La
sofferenza è stata assidua compagna di fratel Ettore per tutto il corso della
sua vita: ogni tanto era costretto a rallentare il ritmo della sua attività
per prendersi cura della sua salute. Cosa che avveniva, naturalmente, presso le
Case di cura camilliane.
Non
nascondeva mai il peso della sofferenza, ma la univa sempre a quella del Cristo
Gesù da cui si attendeva grazie per le prove subite.
Anche
quando stava male, i tratti fondamentali del suo carattere, la sua ferrea
volontà non mancavano di mostrarsi. Dice padre Brusco: «Nella malattia si
mostrava spesso indocile, contravvenendo facilmente alle direttive dei medici
e del personale infermieristico». Uomo semplice, fratel Ettore, ma certamente
dotato di un carattere tenace, di una volontà di ferro, che la certezza di
essere dalla parte del Signore rendeva ancora più forte.
Tutti,
a Milano, anche i più lontani dalla fede in Cristo, hanno rispettato e amato
quest'uomo dolce e violento insieme, violento della violenza di chi è sicuro
nella propria fede. Tutti a Milano, alla sua morte, abbiamo pensato di avere un
"santo" in più in cielo, che possa intercedere per il bene della città,
dei cittadini, soprattutto dei più poveri. Intercessore?
L'ha riconosciuto anche il Card. Tettamanzi che ha affermato: «Sì, noi vogliamo pregare per fratel Ettore. Ma sentiamo che è soprattutto lui che ora può e vuole pregare per tutti noi, per tutti i poveri e i sofferenti che ha incontrato, per tutti i poveri e i sofferenti che continuano ad abitare le nostre città e i nostri paesi. Lui è nell'intimità gioiosa di Dio, ma il suo cuore ha impressi indelebili i segni del tanto dolore quaggiù incontrato e consolato. Preghi, allora, perché il Signore faccia sentire a tutti i poveri, gli emarginati e sofferenti della vita e a tutti quelli che hanno perso la speranza, che lui, fratel Ettore, non li ha affatto abbandonati e che altri - con il loro impegno di assistenza, di cura e di affetto - continueranno a rivelare il volto di un Dio amico dell'uomo, di un Padre che non dimentica nessuno dei suoi figli. La nostra preghiera e quella di fratel Ettore sono, per tutti noi, una straordinaria professione di fede nel significato, misterioso sì ma consolante, che per i credenti in Cristo ha la morte. Essa, in realtà, non spezza i legami, non cancella la comunicazione, non spegne il dialogo dei pensieri e degli affetti tra quanti si trovano sulle due diverse sponde dell'unico grande fiume della vita!».
Quale
eredità lascia fratel Ettore? Lo spiega ancora il porporato di Milano: «Questa
è la stessa eredità che, per primo, fratel Ettore ha attinto, a piene mani,
dalla Parola di Dio, luce e forza della sua vita, nei suoi gesti grandi e piccoli,
noti e sconosciuti. È l'eredità attinta soprattutto dal Vangelo, da quel
Vangelo vivente e personale che è Gesù Cristo stesso, Gesù crocifisso che
dona tutto se stesso per amore. Oh, quella croce rossa che lui, figlio di san
Camillo, con semplicità e fierezza ha sempre voluto mostrare a tutti! Non è
forse il segno più eloquente e forte che è lì, soltanto lì, nel Corpo
dato e nel Sangue sparso del Signore sulla croce, la sorgente e la forza per
una vita di dedizione instancabile e disinteressata ai poveri e agli
afflitti, quale è stata la vita di fratel Ettore?».
LA TESTIMONEDAL
PALCOSCENICO ALLA CROCE DI CAMILLO
Al giorno in cui fratel Ettore mi disse senza alcun preambolo che un domani avrei portato avanti la sua opera, lo guardai come si guarda uno uscito di senno e voltai i tacchi. Ma egli, non contento, aggiunse che dovevo fondare con lui una famiglia religiosa!...» (Suor Teresa Martino).
Teresa
Martino appare nella vita di fratel Ettore alla fine del 1993. È una donna
ancora giovane, attrice di teatro ma non soltanto. Per vivere si dedica pure
all'artigianato di un certo livello. Ha una bella famiglia intorno a sé che
le vuole bene. 1 suoi rapporti con il prossimo, per il suo carattere aperto, sono
felici e facili.
Teresa
non è, però, quieta. Nel profondo del cuore c'è un punto interrogativo
che non la lascia in pace, come se qualcuno la chiamasse ad una scoperta
ulteriore. Ma chi è quel qualcuno interrogante? Dove potrebbe portarla una risposta
a quell'interrogativo prepotente ma ancora poco chiaro?
L'incontro
con fratel Ettore è casuale. Teresa partecipa ad uno dei raduni parrocchiali
che il Camilliano un poco provoca ed un poco "subisce", nel senso
che spesso i parroci lo invitano a raccontare - soprattutto ai giovani - la
sua avventura di vita. Rimane sconcertata dalla semplicità e dalla radicalità
delle parole del religioso. Ma non è ancora la decisione. Si fa largo,
comunque, nella sua mente e nel suo cuore la sensazione che finalmente le sue
domande stanno trovando una risposta, una inattesa risposta.
Questa
avviene, definitiva, quando un giorno - sembra una scena da film, ma in fondo
Teresa è un'attrice ed un coup-dethéatre le si conviene - fratel Ettore, passandole
accanto, le dà un colpetto sulla testa e le dice perentoriamente: «Devi venire
con me». Da questo punto in poi Teresa vede con sufficiente chiarezza il suo
cammino. La sua vita sarà dedicata ai poveri più poveri accanto a quell'uomo
straordinario, dagli occhi fanciulleschi e dal fare imperioso.
Da
tempo fratel Ettore aveva in mente di fondare, oltre l'Associazione dei
Missionari del Cuore Immacolato di Maria, un istituto religioso nel quale
raccogliere stabilmente persone che volessero dedicare la propria vita a Dio
ed ai fratelli più poveri secondo lo stile di san Camillo. Aveva pensato ad una
presenza sia maschile che femminile, poi aveva ridimensionato il suo sogno, optando
soltanto per un istituto femminile. Si era subito scontrato, però, con molti
problemi. Innanzitutto le norme canoniche che la Chiesa ha prudentemente
predisposto: una vocazione religiosa è una scelta grande e seria, che impegna
la persona singola, ma anche l'intera comunità credente. È una scelta da
vagliare con cura, per non creare possibili "disordini" sia alla
persona, sia alla comunità.
Fratel
Ettore si imbatte, quindi, in numerose difficoltà. La prima riguarda la
promozione vocazionale: chi potrebbe occuparsene? La seconda, forse ancora
più seria, è la mancanza di risorse formative: una volta vi fossero state
candidate, chi si sarebbe occupato, oltre che del discernimento vocazionale,
della loro formazione come religiose?
Mancando
poi vocazioni in Italia (teniamo conto che gli anni Ottanta e Novanta dello
scorso secolo segnano per tutti gli Ordini e le Congregazioni religiose un
crollo abissale nelle vocazioni), fratel Ettore pensa all'estero, in particolare
alla Colombia, in America Latina, dove però fa un buco nell'acqua. L'India
sembra un serbatoio migliore, ma anche in quel Paese non si va oltre le semplici
promesse poi non mantenute.
A
rispondere "sì" è unicamente Teresa Martino, che diviene
fedelissima collaboratrice e che fratel Ettore vuole da subito co-fondatrice
della futura Congregazione, nonché "erede" della responsabilità per
le varie opere da lui fondate.
Così
racconta l'episodio la stessa Teresa, anzi suor Teresa, ormai consacrata al
Signore sia pure in forma privata: «Il giorno in cui fratel Ettore mi disse
senza alcun preambolo che un domani avrei portato avanti tutto questo (me lo
disse con un largo gesto, alle quattro di un freddo mattino invernale, guardando
in giro Casa Betania da una finestra del secondo piano della palazzina), lo
guardai come si guarda uno uscito di senno e voltai i tacchi. Ma non contento
aggiunse che dovevo fondare con lui una famiglia religiosa!... In un lampo presi
la decisione di tornarmene a casa e glielo dissi. Non erano forse trascorsi
appena dieci giorni da quando mi trovavo a Casa Betania? Cosa gli saltava in
mente di tirarmi giù dal letto a quell'ora per dirmi enormità del genere? Fu
il nostro primo litigio».
Teresa
non aveva fatto i conti con la santa ostinazione tipica dei fondatori,
soprattutto se persone semplici e non agguerriti teologi! Lo Spirito la ricondusse
da fratel Ettore. È ancora Teresa a parlare delle sue emozioni il giorno in cui
per la prima volta pronunciò i voti privati: «Ricordo la gioia con un po' di
tensione, nel cubicolo di san Camillo alla Maddalena [la Casa generalizia dei
Camilliani a Roma], per i miei primi voti. Fratel Ettore riuscì a riunire
(certo con la complicità della Madonna) alcuni consultori [i responsabili in
carica dell'Ordine Camilliano] che furono testimoni dei miei voti privati e in
quell'occasione, padre Angelo Brusco, allora padre generale dell'Ordine,
parlò esplicitamente di "nuovo carisma" (cioè un carisma distinto)
sul grande albero camilliano. E fratel Ettore metteva nero su bianco perché
usava dire: "Carta canta, villan dorme..."».
L'episodio
è confermato da padre Angelo Brusco che precisa: «Come era accaduto a
Giuseppina Vannini [fondatrice delle Figlie di San Camillo] il 2 febbraio
1892, fratel Ettore ha voluto che Teresa iniziasse il noviziato ed emettesse i
voti privati nel Cubicolo di san Camillo nella Casa della Maddalena. Mentre
presiedevo quella cerimonia il 25 marzo 1998, avevo l'impressione che egli
avesse trovato la persona giusta. Con il trascorrere del tempo tale
impressione è stata confermata».
Un
incontro, quello di fratel Ettore con Teresa Martino, davvero provvidenziale,
come riconosce sempre padre Brusco, che ne fornisce anche le ragioni: «Questa
donna [Teresa] semplice e decisa, intelligente e intraprendente, attiva ma
anche molto attenta alla vita nello Spirito, è divenuta il suo braccio destro.
Per seguire fratel Ettore ha rinunciato ad una carriera nel campo dello
spettacolo, spinta da motivi interiori che a mano a mano si sono purificati imponendosi
con decisione al suo spirito».
Teresa
ha sostenuto fratel Ettore non soltanto materialmente, nelle sue opere, ma -
avendo compreso, forse incoraggiata da un femminile intuito, il senso profondo
di tante fatiche - l'aiutava a veder chiaro in situazioni piuttosto confuse,
«accompagnandolo nel suo vagare apostolico, mettendo a disposizione
dell'opera il proprio talento femminile».
I
primi dieci anni della sua consacrazione suor Teresa li trascorre a fianco
della comunità maschile. È ancora lei a ricordare: «Ripenso ai dieci anni
trascorsi nel refettorio dei frati (tutti uomini), con nessuna possibilità di
dire la mia. Dunque, in silenzio. Un po' per volta so di aver conquistato
qualche considerazione. Specie per il modo, diciamo "originale", che
avevo ai loro occhi di amare fratel Ettore: sono sempre stata innamorata della
sua santità, ma fra i miei difetti e quelli di fratel Ettore era guerra
aperta.... Noi non avevamo paura di litigare. Le persone che si amano a me
sembra che non dovrebbero aver paura di litigare, si dispiacciono e ne soffrono,
questo sì, ma non ne hanno paura, perché comunque si giocano al tutto per
tutto fra di loro».
Un
rapporto intenso e conflittuale insieme, quindi. Come ricorda ancora padre
Brusco: «Il rapporto tra fratel Ettore e Teresa non è stato esente da
difficoltà. In più d'un'occasione sono stato chiamato a far opera di
chiarimento e di riconciliazione. E ciò che mi parve evidente era la giusta
tendenza di Teresa ad autoaffermarsi, volendo che le venisse concesso il diritto
di dire la sua parola in ciò che concerneva l'opera comune, reagendo quando
fratel Ettore interveniva come un ciclone mettendo a soqquadro quanto ella
aveva costruito ordinatamente».
L'allora
superiore generale viene chiamato più volte a mettere pace: «Anche Teresa si
rivolgeva spesso a me per sfogarsi e chiedere consigli. Lo faceva con il
desiderio di veder chiaro, domandandosi sempre cosa mai il Signore volesse
dirle attraverso quanto accadeva».
Per
suor Teresa «fratel Ettore, specie agli inizi, non sapeva capacitarsi che io
avessi idee diverse da confrontare con le sue e che le sostenessi. All'inizio,
un certo pregiudizio bloccava pure lui». Poi il dubbio che anche suor Teresa
potesse aver ragione venne superato da «quello stupore santo che lo portò a
dirmi prima di morire, con quel suo dolcissimo sorriso: "Che peccato che
voi donne non siate state valorizzate prima!"».
Le
"guerre" fra Teresa e fratel Ettore si concludevano sempre con felici
riconciliazioni che servivano da un lato ad approfondire il loro legame,
dall'altro a renderli più entusiasti nel portare avanti un progetto
condiviso. «L'affetto autentico che vi era tra loro era troppo forte per essere
infranto da quei conflitti, inevitabili se si tiene conto della personalità
di fratel Ettore e della complessità delle opere da essi gestite».
Fratel
Ettore ha voluto che fosse suor Teresa a prendere le redini delle sue opere e
della nascente congregazione. L'ha voluto in termini inequivocabili, garantendo
la sua assistenza dal cielo. Era stato fratel Ettore stesso, poco prima di
morire, a dirle: «Avrai tanto da fare, ma ce la farai. Anche se non ho fatto
in tempo a mettere nero su bianco, ce la farai».
Suor
Teresa, secondo il desiderio di fratel Ettore, è stata nominata all'unanimità
presidente dei Missionari del Cuore Immacolato di Maria al servizio dei poveri
nello spirito di san Camillo, durante l'assemblea dell'11 settembre 2004. Tocca
a lei, ora, portare avanti la difficile eredità del Camilliano.
Dell'intercessione di fratel Ettore, suor Teresa è più che mai convinta: «Senza
dubbio riceverò le grazie necessarie per dirigere l'opera che il Signore, per
mezzo di fratel Ettore, mi ha affidato».
L'eredità
è pesante per almeno due motivi, dato che la società e l'ambiente milanese
sono cambiati dal momento in cui fratel Ettore ha iniziato la sua opera. Da un
lato la società civile e la pubblica amministrazione sembrerebbero essere più
attente ai bisogni dei più poveri (con grandi lacune, però, come dimostra la
morte per assideramento di un senza tetto, probabilmente immigrato
clandestino, avvenuta in un popolato quartiere milanese nei primi giorni del
2005).
Dall'altro
lato, la stessa società (non solo milanese, ma mondiale) sta producendo nuove
povertà, forse più difficili da individuare, meno clamorose, più
dignitosamente nascoste, ma ugualmente bisognose di aiuto, di sostegno, di
riscatto.
Tutto questo farebbe pensare alla necessità
di una sorta di "specializzazione" o di diversificazione degli
obiettivi dell'opera di fratel Ettore. Suor Teresa ed i suoi collaboratori
sapranno certamente trovare le nuove risposte che la povertà oggi richiede.
LE DISCEPOLEUno
dei grandi desideri di fratel Ettore, soltanto in parte realizzato, fu
certamente la fondazione di una congregazione religiosa - possibilmente maschile
e femminile - che, nell'alveo degli insegnamenti di san Camillo, assicurasse un
avvenire alla sua opera.
Abbiamo
già detto delle difficoltà che hanno impedito la realizzazione piena del
"sogno" di fratel Ettore di fondare una congregazione religiosa.
Ciononostante, un piccolo albero è germogliato e fratel Ettore ha potuto
vedere la nascita delle Discepole di San Camillo, Missionarie del Cuore
Immacolato di Maria.
Non
sono sorte subito come congregazione. Il primo passo è stata la costituzione
di un'Associazione, anzi, così ricorda l'evento lo stesso fratel Ettore: «Dopo
venti anni mi si domanda: dopo di te, chi continuerà quest'Opera? Da sempre,
come il mio fondatore san Camillo, ho creduto che l'Opera non è mia ma Sua, del
Crocefisso; e ho sempre creduto che Lui, proprio come ebbe a dire san Camillo,
la proteggerà e la provvederà. Per ora ha provveduto ad una associazione di
"Discepole" che, noi speriamo, voglia essere il primo passo verso una
soluzione stabile per la continuazione dell'opera, divenendo famiglia
religiosa: "Discepole di San Camillo, Missionarie del Cuore Immacolato
di Maria". A tale punto potrei pregare come l'anziano profeta Simeone:
Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace...».
La
prima fra le Discepole è stata suor Teresa Martino, oggi responsabile del
gruppo che si è finora costituito, impegnata in futuro ad allargarne i
confini.
A
questo proposito gira su Internet, ma non soltanto, anche per gli abituali
canali, un messaggio d'invito che spiega modalità di accesso, finalità,
itinerario spirituale della nuova piccola famiglia. Ne riportiamo alcuni passi
che sembrano importanti: «Per ora siamo una giovane Associazione, ma
abbiamo nel cuore la fiducia di diventare una famiglia religiosa non appena
il Signore susciterà fra noi un numero maggiore di anime generose che si
consacrano a Lui, nei poveri, con un dono totale di sé. ...Vuoi anche tu
far parte del nostro gruppo? Puoi fare una prova. Anche soltanto una prova, ti
lascerà nell'animo tanta gioia e serenità per avere sperimentato e fatto
qualche cosa di significativo.
«Forse
il Signore ti chiede di più che non una vita comune. Forse vuole da te qualche
cosa che ti distingua in un mondo dedito soltanto a cercar di vivere bene,
senza il pensiero di chi soffre o è emarginato: un pensiero da allontanare,
come fosse inutile o dannoso. C'è purtroppo gente che vive così, alla giornata,
una vita piatta e grigia, solo alla ricerca del benessere materiale, come se
la vita non avesse un termine, ma fosse eterna quaggiù!
«Il
nostro Gruppo di "Discepole", invece, sceglie l'essenziale; sceglie
la vita povera e umile, come la vita di Maria Santissima; desideriamo vivere
così, come è vissuto Gesù, che ha prediletto i poveri e ai poveri ha promesso
la vera ricchezza: il Regno dei Cieli. E, secondo le divine promesse, abbiamo
avuto sempre più del necessario per vivere una vita impegnata e decorosa.
«Tu
così puoi divenire la "mamma" dei poveri e, secondo lo spirito di san
Camillo, assisterli come farebbe proprio una mamma con l'unico figlio ammalato.
Se ci contatti puoi fare quest'esperienza; vivrai una formazione non sui
banchi di scuola, ma sul campo: cioè nell'azione della carità. ... Potrai essere
un'umile "operaia" nella vigna del Signore, con orari elastici proprio
come quelli di una mamma quando i figli hanno bisogno di lei. Siamo missionari
in un Paese industrializzato, dove abbonda la tecnologia, ma c'è un grande
vuoto d'amore. Ripensa alle parole di Gesù: "Ero povero, malato,
forestiero, emarginato e voi, accogliendo costoro, avete accolto me!"
...».
Con
Teresa oggi ci sono altre due Discepole, Ester e Laura, due "promesse"
che stanno per essere mantenute.
L'istituto
ha un suo direttore spirituale nella persona del gesuita padre Domenico
Moriconi, che ha assicurato una frequente presenza e ha già programmato (ed
attuato) una serie di ritiri spirituali non soltanto per le Discepole, ma anche
per gli ospiti dell'opera di fratel Ettore. Alla formazione delle Discepole è
dedicata la Casa Alleluja di Novate Milanese. Il trio d'apertura (Teresa, Ester
e Laura) è un promettente inizio. Così lo considera suor Teresa che
sottolinea: «Diamo gloria a Dio per i suoi progetti, per i suoi disegni d'amore
di cui, nella sua tenerezza, fa partecipi anche noi, povere creature limitate
e pasticcione, ma così contente di essere amate. Cerchiamo di fare meno danni
possibile e, senza scoraggiarci, serviamo l'opera di Dio come servi amati e
inutili...».
DA VENTICINQUE ANNI IN VIA SAMMARTINIIl 1 ° gennaio 2004 il rifugio di via Sammartini ha compiuto venticinque anni. Fratel Ettore, nonostante i segni già evidenti del suo male, ha voluto celebrare la ricorrenza come da tempo aveva desiderato.
Milano
è una città piena di contraddizioni, come tutte le grandi città di questo
mondo. A Pochi passi dal lusso più lusso che c'è nelle esclusive boutiques di
via Montenapoleone, da venticinque anni si raccolgono, dietro la Stazione
Centrale, coloro che la Grande Città non vuole vedere o ignora
sistematicamente. Sono i "senza fissa dimora", quella schiera di
uomini e donne che vengono chiamati "emarginati" e che, in effetti,
sono costretti a vivere ai margini della società per mancanza di mezzi:
economici, di salute o intellettuali.
Generalmente
la Grande Città si ricorda di loro soltanto nelle feste natalizie: allora
si moltiplicano le attenzioni dei mass media. Ma poi, per il resto dell'anno,
chi dà a questi poveri un pasto caldo, abiti puliti, un tetto dove ripararsi
quando fa freddo, un letto dove riposare? Le organizzazioni ufficiali non
fanno molto: ad occuparsi di questa gente sono le organizzazioni private, in
primis quelle cattoliche (come la Caritas, che però non è la sola).
Il
1 ° gennaio 1979, esattamente un quarto di secolo fa, un "matto da slegare"
di nome Ettore Boschini, religioso camilliano, di salute cagionevole, di testa
durissima e di cuore smisurato, cominciò a voler risolvere il problema di
sussistenza dei più poveri fra i poveri (c'è una classifica anche delle povertà!),
quelli cui proprio nessuno voleva (o poteva) dare una mano. Nacque così in
Via Sammartini, in un ambiente
di
fortuna (sotto una grande campata del cavalcavia ferroviario che unisce la
Stazione Centrale di Milano con la periferia della città), il Rifugio Cuore
Immacolato di Maria. Con mezzi di fortuna fratel Ettore riuscì ad attrezzare
alla meglio l'ambiente, in modo da poter dare da mangiare e da dormire a
quanti più poveri possibile.
Un'impresa
"da matti", che soltanto un "matto per il Signore e Sua
Madre" poteva portare avanti. Con il tempo, a questo primo rifugio se ne
sono poi aggiunti altri alle porte di Milano. La Chiesa ambrosiana è sempre
stata alle "spalle" di fratel Ettore: a benedire il "primo
tetto" di via Sammartini, venticinque anni fa (1979), fu l'allora abate
di Sant'Ambrogio, Mons. Libero Tresoldi, coinvolto dallo stesso fratel Ettore
e dall'allora direttore della Caritas Ambrosiana, Mons. Riccardo Pezzoni. Pure
l'arcivescovo emerito di Milano, Card. Carlo M. Martini, ha molto amato quest'opera
(ed il suo fondatore), venendo più volte durante il suo servizio episcopale a
trovare questi poveretti e a servirli materialmente.
Per
ricordare l'anniversario, nel Rifugio Cuore Immacolato di Maria il 1 ° gennaio
2004 si è fatto una grande festa, non secondo i parametri mondani,
ma
secondo il cuore del Signore. Nonostante la debolezza fisica che lo faceva
davvero povero fra i poveri, per celebrare l'anniversario fratel Ettore aveva
convocato sia Mons. Tresoldi, sia Mons. Pezzoni, sia padre Giannino Martignoni
(il superiore camilliano che venticinque anni fa lo incoraggiò ad iniziare
questo cammino) per una solenne concelebrazione sull'altare che troneggia nel
Rifugio, in cima ad alcuni gradini.
Ai
piedi dell'altare, un presepe ed un leggio dal quale fratel Ettore ha instancabilmente
"arringato" la piccola folla dei suoi carissimi "figlioli":
soprattutto donne, molte delle quali di origine Russa ed Ucraina, per lo più
cristiane ortodosse. Ma per fratel Ettore l'appartenenza religiosa non conta,
purché si rispettino il Signore e la Madre Sua per la quale il religioso ha una
devozione smisurata e tenerissima. Insieme con i canti della tradizione
cattolica sono risuonati - belli e nostalgici - anche quelli della
tradizione russa.
Per
finire in bellezza, panettone e vin brulé per tutti... e un fratel Ettore stanchissimo,
sempre più pallido, ma felice e pronto a buttarsi in una nuova scommessa.
IL FUTURO«La morte di fratel Ettore è stata il compimento di una vita consumata nell'amore di Dio, dei malati e dei poveri. II messaggio da lui lanciato si espanderà, mantenendo vivo nell'Ordine Camilliano il profumo della carità verso chi soffre, che egli ha praticato con la tenerezza di una madre e la forza di un profeta» (Padre Angelo Brusco).
Quali
gli scopi fondamentali delle opere di fratel Ettore? Sinteticamente possono
essere riepilogati in tre punti significativi:
1)
dar da mangiare, vestiti puliti, medicine ai poveri più poveri dei grandi
centri abitati, quelli in cui più facilmente si è vittime di emarginazione,
di abbandono: questo come primissimo soccorso;
2)
ridare dignità umana a queste povere persone, a prescindere dalla loro
appartenenza di genere, razza, religione;
3)
ri-educarli (o addirittura educarli) ad una vita spirituale, attraverso la preghiera
comune e una vita comunitaria che tenga conto dello Spirito di Dio. Per questo,
ogni sede dell'opera ha una cappella, un luogo di preghiera che sia "segno"
visibile di questa preoccupazione.
Da
via Sammartini, da Casa Betania e dagli altri rifugi, sono passati centinaia
di ospiti; qualcuno si è anche fermato per dare una mano. Ai barboni, ai
senza tetto, ai senza fissa dimora, negli anni si sono aggiunti i malati
psichici, i tossicodipendenti, i portatori del virus Hiv, gli immigrati più o
meno clandestini; tutti con una caratteristica in comune: l'essere stati in
un certo senso espulsi o rifiutati dalla società del benessere, oppure
d'averne "dato le dimissioni" per incapacità a sopportarne
i
ritmi e gli stili. La morte di fratel Ettore ha reso attuale una preoccupazione
che era già del Camilliano: come continuare affinché non si perda lo spirito
iniziale, ma allo stesso tempo ci sia attenzione alle novità che i cambiamenti
sociali (oggi particolarmente rapidi) mettono in evidenza?
Attualmente
esistono due associazioni, che di fatto hanno preso il seguito delle opere.
Una, i Missionari del Cuore Immacolato di Maria al servizio dei più poveri
nello spirito di san Camillo, è di natura laica; l'altra - le Discepole di
San Camillo - è attualmente anch'essa di diritto civile, ma ha iniziato un
cammino di impegno e di formazione per essere riconosciuta dalla Chiesa come
congregazione, allorché sussisteranno le condizioni per ottenere questo
riconoscimento.
Mons.
Piantanida (a Milano, vicario episcopale per la vita consacrata) si è attivato
individuando i primi passi concreti da fare per l'erezione di una associazione
pubblica di fedeli e dare inizio così all'iter canonico necessario alla
fondazione di un istituto religioso. L'associazione pubblica di fedeli è già
un'associazione canonica e dipende dal Vescovo della diocesi di appartenenza.
Sia i Missionari sia le Discepole hanno oggi come presidente a vita suor
Teresa Martino: in questo è stata rispettata la volontà di fratel Ettore.
Per
quanto riguarda la costituenda congregazione, quando ciò avverrà, sarà retta
dal diritto canonico ed a questo dovrà fare riferimento. Ciò per quanto
riguarda gli aspetti tecnico-giuridici, importantissimi, ma non i soli cui
fare attenzione. Fondamentale è il valore dell'unione spirituale ed organizzativa
dell'opera perché continui ad essere il "sogno" di fratel Ettore,
secondo lo stile che lui vi ha impresso.
L'ha
implicitamente riconosciuto anche suor Teresa in una dichiarazione resa
all'assemblea degli associati (Missionari e Discepole): «Si vede con chiarezza
come la Provvidenza abbia aperto la strada da percorrere. Strada che il '
Fondatore aveva già profeticamente in-, dividuato e ampiamente indicato con
scritti, parole è atti. Materiale cartaceo (richieste, permessi, bozze di
statuto) tutto depositato in Curia di Milano con tenacia instancabile-Mancavano
le persone femminili che dovevano "sbloccare il sogno", ma alla
sua morte, prodigiosamente, il Signore ha provveduto».
Per
dare seguito all'associazione pubblica di fedeli, base della futura congregazione,
sarà necessario integrare e completare ciò che è scritto nello statuto
delle Discepole con l'aiuto di un esperto canonista, così da avere un primo
testo di Costituzioni da far approvare ad experimentum dal Vescovo, per tre o
più anni.
È
previsto che la futura congregazione abbia due rami: donne nubili consacrate
e uomini celibi consacrati, che emetteranno voti di castità, povertà e
obbedienza. A questa sarà affidata la responsabilità e la direzione
effettiva e totale dell'opera di fratel Ettore.
Per
quanto riguarda l'Associazione dei Missionari del Cuore Immacolato di Maria,
resterà invariata nei suoi fini ed avrà la stessa spiritualità dell'associazione
canonica, vissuta però nello stato di vita laicale.
Da
osservatori esterni, possiamo aggiungere che, come per ogni opera che ha visto
morire il proprio fondatore, anche per quella di fratel Ettore sarà forse
necessario rivisitarne di tanto in tanto il preludio e la storia; ciò potrà
aiutare a mantenere fede a quello che possiamo definire il "carisma
originario", radicato in quello Camilliano, ma anche trovare quelle
"pennellate" che lo rendono attuale, incarnato nella storia.
Avrà
bisogno anche di un periodo di assestamento. Occorre poi tenere conto che, pur
volendo agire nella massima fedeltà alla memoria di fratel Ettore, suor Teresa
non è... fratel Ettore. Ha sue caratteristiche e suoi disegni che vanno
rispettati.
Leggendo
ogni presenza nelle linee della provvidenzialità, si deve anzi sollecitare
suor Teresa a mettere nell'impresa in cui Dio l'ha coinvolta tutte le doti
d'intelligenza, di capacità pratica, di creatività, nell'ascolto dello Spirito
e in obbedienza alla Sua volontà. Questo, del resto, era ciò che ha fatto di
fratel Ettore... fratel Ettore!
Ci
saranno sempre i nostalgici («Ah, ma fratel Ettore questo non l'avrebbe fatto...,
questo l'avrebbe fatto così!»), gli incontentabili («Siamo sempre allo stesso
punto!»), i profeti di sventura («Così non può andare avanti...!»). Oggi il
segreto è di non agire da soli, ma di agire in équipe, quindi quanto più si
incrementerà la vita comunitaria, quanto più i responsabili non agiranno da
soli ma coinvolgeranno un numero allargato di persone competenti e di buona
volontà, quanto più si cercherà di essere "servi inutili" ma
profetici, tanto più l'opera troverà le sue strade non soltanto per sopravvivere,
ma per progredire.
Di
fronte ad un'opera come quella di fratel Ettore, occorre che la grande città
non venga meno nel suo appoggio economico e di competenze. C'è stata
un'intera generazione che ha preso come suoi i problemi socioassistenziali che
il Camilliano ha affrontato. Questa generazione sta invecchiando ed è destinata
a scomparire: è importante, allora, che vi siano gli eredi di questo impegno
solidale. Occorre che una più giovane generazione senta come sua questa
responsabilità.
La
nostra società, così come è oggi strutturata, parrebbe indifferente, attratta
come sembra da quella che potremmo definire, un p& banalmente, "la
bella vita" di agi, di ricchezze, l'immagini piacevoli. Questa è però
un'apparenza che nella maggior parte dei casi viene smentita da gesti di
inaudita generosità. Più che in altri tempi - almeno così pare a chi scrive
- questi gesti devono essere "provocati" (la lineetta non è un
errore di stampa), cioè quasi chiamati fuori dal cuore e dalla mente di chi li
compie. Sta all'opera aiutare questa "pro-vocazione" in maniera attenta,
saggia, produttiva.
C'è
comunque una responsabilità della cittadinanza, soprattutto milanese, che non
deve far mancare all'opera di fratel Ettore e di suor Teresa il suo abbraccio
caldo, il suo "coeur-in-man", com'era stato ed è nelle tradizioni ambrosiane.
L'augurio è che sia così.
Essere missionari, cioè annunciatori ai poveri della "Buona notizia" che è Gesù Cristo, non è una facoltà, ma un comandamento per ogni battezzato. Così lo ha interpretato e vissuto fratel Ettore.
«Andate
e ammaestrate tutte le gesti...»: per il battezzato quello di Gesù non è un
invito al quale si possa rispondere: «Sì... no... forse... vedrò», ma è un
"comandamento", è la natura stessa dell'essere discepoli. Questo
fu senz'altro ben chiaro a fratel Ettore che ha vissuto sempre da missionario,
ossia da annunciatore ai poveri delle Buona Notizia.
In
lui sono state presenti tutte le "facce" della missionarietà,
quella che siamo abituati a considerare tale: andare nei Paesi lontani (ad
gentes) ad annunciare il Vangelo e l'altra, ormai diventata urgente quanto
quella ad gentes, della "missione in casa", anche nelle nostre città.
Fratel Ettore, da buon Camilliano, ha incarnato entrambe queste
"anime". A spingerlo, come sempre, l'amore per i poveri nei quali
vedeva il volto di Cristo e della Madre sua. Come, in concreto?
Con
le sue iniziative, che magari facevano discutere, ha messo una città come
Milano davanti allo scandalo di povertà nascoste, spesso ignorate dalla solidarietà
pubblica. Per lui sarebbe stato vergognoso non occuparsene. Se n'è fatto
carico, mettendo così davanti agli occhi della città benestante l'iniquità di
questi abbandoni.
Fratel
Ettore ha così contestato, con la violenza dell'amore, la
"distrazione" di chi aveva da mangiare, di chi se ne stava al riparo
in comode case, di chi aveva documenti in regola, un lavoro... Ha annunciato con
i fatti, sporcandosi le mani, il Vangelo "in casa". Ha insegnato, ad
una città già generosa, come passare dall'elemosina alla filantropia
(attenzione concreta per le persone povere) e da questa alla carità. Se il
filantropo è un po' al di sopra di chi sta aiutando, chi vuole essere
caritatevole deve mettersi sullo stesso piano del povero, senza pretendere
gratitudine. Perché la carità è l'altro nome dell'amore, è il vero nome di
Dio.
Nei
suoi rifugi Ettore ha sempre chiesto grande attenzione alla preghiera, alla
contemplazione dell'ineffabile mistero d'amore che è il Cristo Gesù. Riteneva
che ai poveri andasse annunciato anche con le parole. Lo faceva a modo suo,
con lunghe "intemerate" che precedevano o seguivano le omelie
domenicali dei vari celebranti che si alternavano nei Rifugi, con la richiesta
di recitare il Rosario anche a chi non soltanto non ne aveva voglia, ma - forse
- nemmeno sapeva cosa fosse. Distribuendo immagini del Sacro Cuore, della
Vergine...
La
missionarietà di fratel Ettore si è sviluppata pure in senso
"classico".
Sulle
orme dei suoi confratelli Camilliani, presenti in zone di grande povertà,
aveva pensato di applicare nei Paesi visitati l'intuizione italiana: costruire
rifugi per chi era messo ai margini dalla società, e qualche volta persino
dalle organizzazioni benefiche. Per questo si era recato in India, dove i
poveri erano (e sono) massa, e dove sognava di pian
tare
le proprie tende. Ma neanche con l'appoggio dei confratelli è riuscito a dare
forma al suo "sogno indiano". Molte, troppe difficoltà d'ordine pratico
e culturale si sono messe di mezzo.
L'America
Latina è stato l'altro obiettivo di fratel Ettore: in Colombia è riuscito a
dar vita a due rifugi (a Bogotà con tre sedi, ed a Cartagena), mentre il Perù
gli è rimasto solo nel cuore!
Dovunque
fratel Ettore - anche dove il suo passaggio è stato simile a quello di una
meteora - ha lasciato una traccia: con il suo modo di avvicinare le persone,
di chinarsi sui poveri e sui malati, con il suo modo di "gridare" la
sua fede..., di distribuire santini, rosari, carezze e sorrisi, oltre che
rimbrotti quando qualche conto non tornava. Al centro della sua attenzione
un unico interesse: dire e dare l'amore di Cristo.
Come
ama ripetere spesso suor Teresa, fratel Ettore non ha mai chiesto nulla,
fidandosi ciecamente della Provvidenza (con la "P" maiuscola!), per
lui l'altro nome di Dio. Questo vuole essere ancora lo stile dell'opera.
Ciononostante,
non è "peccato" dare una mano alla Provvidenza, anzi! La generosità
si può far presente in diversi modi:
Con il denaro, la maniera più diretta per aiutare, la più
semplice, ma anche la meno coinvolgente (diciamolo con franchezza); sempre ben
venuta, però!
Con altri aiuti: derrate, materiale sanitario e per l'arredo,
vestiario ecc.
Con la propria presenza, donando il proprio tempo, il proprio
affetto, lasciandosi "tirar dentro" un mondo di povertà che alla fine
lascia sempre, paradossalmente, più ricchi.
Per
ogni offerta d'aiuto è opportuno rivolgersi a suor Teresa Martino presso:
"Casa Betania" Corso Isonzo, 90 - 20030 Seveso (Milano) Tel.:
0362.551332 - 0362.503264 Fax: 0362.540245 martinoteresa @hotmail.com
Tratto dalla rivista MISSIONE SALUTE di maggio/giugno 2005