FRATEL ETTORE

LA VITA

SEGUIRE IL BUON DIO "STRESSA"

«Vorrei convincervi che sono soltanto un pover'uomo. Un uomo che per tutta la vita ha fatto soltanto la volontà di Dio, spesso senza neppure rendersene conto. Dal Signore ho ricevuto grazie straordinarie, ma non posso vantarmi di aver sempre corrisposto perfettamente alle grandi grazie ricevute» (Fratel Ettore Boschini).

Nelle ultime ore della sua vita, fra-tel Ettore Boschini così confessa-va alla fedele collaboratrice Tere-sa Martino: «Devo ammettere di aver accumulato tremendi stress da contadi-no, e tremendi stress di lavoro a Vene-zia, e tremendi stress con i poveri. Devo confessare di essere diventato terribil-mente sensibile e nervoso, ma con un bacio chiedo perdono».

La spiacevole sensazione di tensione mista a nervosismo ed angoscia, che usiamo chiamare stress, era tipica del nostro Camilliano.

Non era il genere di vita a determi-narla, ma la sua particolare sensibilità, quel suo essere contemporaneamente si-curissimo di quanto stava per intrapren-dere con decisione solitaria che non am-metteva commenti, e la ricerca autenti-ca e fedele della volontà di Dio, una vo-lontà che - per incapacità umana - non riusciamo a vedere chiara ed univoca subito, d'un colpo, ma comprendiamo, nella maggior parte dei casi, per gradi, un passo dopo l'altro.

Fratel Ettore ha avuto una vita ricca di piccoli colpi di scena. In fondo, an-che in lui vi è stato un certo contenuto di "teatralità": possedeva quello che noi chiameremmo il "senso dello spettaco-lo", la capacità di attirare l'attenzione e la simpatia. Difficile dirgli di no.

Nato contadino

Nato il 25 marzo 1928 in un paesino della pianura lombarda, Belvedere di Roverbella, in provincia di Mantova, Ettore Boschini era il primo figlio ma-schio di una giovane coppia di contadi-ni intelligenti, avveduti e in un certo senso benestanti. Il nonno Boschini era stato il primo ad introdurre nella zona, con successo, la coltivazioni degli albe-ri di pesco.

La vita tranquilla dei Boschini, quan-do Ettore ha appena quattro anni, viene sconvolta da una grave carestia che li costringe a lasciare i poderi di famiglia e la casa che avevano abitato per tanti anni, tutti insieme, per trasferirsi in una vicina contrada, Malavicina.

Com'è tipico della gente lombarda, papà Boschini non perde tempo a pian-gersi addosso: si rimbocca le maniche e, insieme con la moglie, ricomincia da ca-po. Nella nuova casa sono andati a vive-re anche i genitori di lui, i nonni, an-ch'essi rimasti senza beni. In totale, un bel peso sulle spalle di un giovane uomo.

A dieci anni, terminate le elementari, per aiutare i suoi Ettore viene mandato da certi parenti a Monzambano come garzone di stalla, lavoro piuttosto duro per un bambino! Ettore sente nostalgia acuta della sua famiglia, della mamma in particolare: una donna mite, buona, che sfacchina tutto il giorno senza un la-mento, per tener dietro alla famiglia.

Per il piccolo Ettore quei giorni so-no difficili: ma non molla, sa di essere necessario anche per far crescere i fra-telli. Un'infanzia triste, si potrebbe az-zardare. Non nell'opinione di fratel Ettore: un'infanzia povera, la definisce lui, ma non triste. Ricorda: «Eravamo molto uniti fra di noi. Solidali l'uno con l'altro. E questo legame, anche quando ero molto giovane, mi ha sempre dato la forza di accettare le situazioni in cui mi trovavo coinvolto».

Scoppia la guerra

I ritorni a casa erano rari, ma colmi di felicità. A Natale bastava il pranzet-to speciale ammannito dalla mamma (un paio di polli, qualche mandarino e qualche pezzo di torrone) perché tutto brillasse.

Ettore è adolescente quando scop-pia la Seconda guerra mondiale. Come contadino, andava "a giornata" dove gli capitava, assoggettandosi a qualsiasi fatica pur di raggranellare qualcosa. Tempo cupo e doloroso quello della guerra: fame, paura... Per Ettore c'è un cruccio in più: aveva «perso l'innocen-za dell'infanzia» - come ha dichiarato lui stesso - ed era diventato «uno sca-vezzacollo». Vivendo insieme con ra-gazzi più grandi di lui, nelle stalle, fra il bestiame, aveva imparato a bestem-miare: e lo faceva di gusto. Niente più "dottrina" il pomeriggio della domeni-ca, ma scorrerie per i campi con i coe-tanei. A soffrirne in modo particolare era la mamma, donna di sicura fede; ma anche il babbo.

Così ha raccontato fratel Ettore alla giornalista Giuliana Pelucchi (autrice della bella biografia: Fratel Ettore - Un gigante della carità, Edizioni Paoline, 2004): «Quando tornavo a casa, mio pa-dre e mia madre volevano che raccon-tassi loro quanto ci aveva insegnato il prete. Cercavo di cavarmela inventan-do qualcosa. Ma i miei genitori si accor-gevano delle mie bugie e mi facevano saltare la cena». Metodi educativi duri, che oggi farebbero sorridere ed inorri-dire nello stesso tempo, ma che hanno formato personalità solide.

La fine della guerra coincide con il ri-torno alla fede di Ettore, complice un pellegrinaggio al santuario della Madon-na della Corona a Spiazzi di Caprino Ve-ronese. Era un'iniziativa popolare, per ringraziare la Madre di Dio per gli scam-pati pericoli bellici. Viaggio in camion (allora niente pullman gran turismo), canti e preghiere lungo il percorso.

Racconta ancora Ettore: «Giunti da-vanti alla statua della Vergine, il posto mi aveva molto colpito e avevo prova-to un'emozione strana. Che non so spie-gare». Soltanto verso sera, dopo aver partecipato a tutte le funzioni, il giova-ne Ettore sente il desiderio di rientrare da solo in chiesa a pregare, rivolgendo-si con fiducia e semplicità a quella che poi, nella vita, continuerà a chiamare "cara Mamma...".

Dopo quel pellegrinaggio la vita di Ettore Boschini cambia "da così a co-sì": niente più bestemmie e ripresa del-la pratica religiosa: «Ho incominciato a leggere qualsiasi libro religioso mi ca-pitasse tra le mani. Il Vangelo soprattut-to: cercavo di comprendere gli insegna-menti di Gesù».

Nel difficile dopoguerra

Il dopoguerra è drammatico - come per la maggior parte degli italiani - an-che per la famiglia Boschini. Non c'è pane per tutti e i figli vanno a lavorare lontano da casa. Ettore va dapprima presso uno zio, poi trova una sistema-zione come garzone di stalla. Le sorel-line vanno "a servizio" come domesti-che a Milano.

è una vita di fatiche: il fisico di Etto-re comincia a mostrare le prime crepe. Il trattamento ingiusto inflittogli dai pa-droni lo induce alla ribellione: se ne va sbattendo la porta. Questo gesto digni-toso gli costerà un lungo periodo di di-soccupazione. Sarà comunque una pro-va che inciderà sul resto della sua vita.

Dal punto di vista spirituale, Ettore continua la sua strada in salita: la devo-zione dei "primi venerdì" del mese ispi-rata a santa Margherita Maria Alacoque lo affascina. Certo, per il garzone di stalla costretto a vivere lontano dai cen-tri abitati, era difficile mantenere fede alla promessa di comunicarsi ogni pri-mo venerdì del mese. Un giorno capita che non riesce a raggiungere in tempo la chiesa. Ma mentre se ne torna scon-solato all'alpeggio, fa un incontro "fa-tale": un uomo dalla tonaca nera, con una grande croce rossa sul petto. Era fratel Coser, il primo Camilliano che Ettore abbia mai incontrato.

La salute del giovane peggiora. Il mal di schiena che lo tormenta rivela un'ernia del disco. Al tempo non esiste-vano cure chirurgiche: l'unica soluzio-ne era l'immobilizzazione in un pesan-te busto di gesso. Ettore non è ovvia-mente in grado di lavorare: gli resta co-sì molto tempo per sé, per pensare e pre-gare. E, non appena in grado, per occu-parsi degli altri degenti dell'ospedale in cui è ricoverato. E un primo segnale della svolta che in seguito prenderà la sua vita.

La decisione della vita

Tornato nel calore della famiglia, comprende che il matrimonio non è la sua strada. Altro è ciò che Dio vuole da lui. Sente il richiamo alla vita religiosa. Chiede consiglio al parroco che lo invi-ta ad un tempo di riflessione e di pre-ghiera, trascorso il quale Ettore decide: entrerà fra i Camilliani, perché «aiuta-no i malati».

Il fisico di Ettore non è robusto; la vi-ta del Camilliano, impegnato a seguire i malati in corsia, è tutt'altro che "ripo-sante". Il Padre provinciale, che deve esaminare la richiesta del giovane, è per-plesso. Ma trova una soluzione: Ettore entrerà all'ospedale Alberoni di Venezia dove si curano le malattie ossee e dove potrà così rimettere in ordine anche la sua schiena. Potrà curare gli ammalati e nello stesso tempo anche se stesso.

Ma la trafila non è finita: la situazio-ne economica della famiglia diventa di giorno in giorno sempre più pesante, tanto da consigliare il ritorno di Ettore fra i suoi per dare un mano. Non deve, però, restarci molto a casa, perché - gra-zie a Dio - la situazione si rimette presto in sesto. Così il 6 gennaio 1952, giorno dell'Epifania, Ettore può ripartire per Venezia, con la benedizione della mam-ma, per compiere il prenoviziato e nel mese di ottobre iniziare a San Giuliano di Verona il noviziato. Il 24 ottobre del-l'anno successivo (1953), in un clima di festa Ettore emette i voti temporanei.

Tornato ad Alberoni (Venezia), fratel Ettore passa di servizio in servizio. I ri-coverati sono anche giovani afflitti da distrofia muscolare, una terribile malat-tia che rende inerti braccia e gambe, tal-volta anche la testa, lasciando però as-solutamente lucidi. Il dolore impotente di quei giovani è per fratel Ettore una salutare scuola, che mette a dura prova la sua acuta sensibilità e la sua "passio-ne" per il prossimo.

Una nuova avventura

Per vent'anni fratel Ettore vive sen-za cedimenti accanto ai suoi malati con uno zelo che gli fa meritare, nel 1973, il premio alla bontà intitolato a "Gio-vanni XXIII". Ma dopo tutti questi an-ni trascorsi ad Alberoni, un'altra svol-ta. Tra la fine del '73 e l'estate del '74 fratel Ettore frequenta alla San Pio X di Milano il corso di infermiere professio-nale. Ottenuto il diploma, i superiori gli propongono di fermarsi presso la Casa di cura San Camillo per qualche mese come infermiere. Ma nell'estate del '75 viene richiamato a Venezia, tra i suoi ra-gazzi "raggomitolati" di Alberoni. Un grande lavoro, quello che il semplice ex contadino fa tra quei poveretti. Ma que-sta volta è allo stremo delle forze.

Chiede di essere trasferito, e viene assegnato alla casa di Predappio, dove si curano malati psichiatrici. I venticin-que anni di lavoro in corsia avevano provato il suo fisico; ora la vicinanza con i malati psichiatrici aggrava ulte-riormente il malessere da cui Ettore si sentiva imprigionato.

Così viene inviato a Dimaro, in pro-vincia di Trento. Per Ettore è come ca-dere dalla padella nella brace. Un mese dopo decide di ritornare a casa per re-cuperare il coraggio e ritemprare le energie... Fino a quando padre Gian-nino Martignoni lo chiama alla Clinica San Camillo di Milano. è il mese di lu-glio 1976. Inizia la straordinaria avven-tura milanese.

Il "rovescio" della grande città

L'esperienza precedente gli aveva però lasciato insicurezze, angoscia, la paura di aver sbagliato tutto nella vita. Paura di non essere capace di avere un buon rapporto con i pazienti. Paura del giudizio di chi lavorava con lui. Da que-sta situazione lo "libera" un altro fratel-lo, Giovanni Balgera, un uomo come lui semplice, disponibile, molto amato nel-la Casa di cura. Con l'aiuto di fratel Giovanni, Ettore recupera la stima di sé, la sicurezza.

C'è però un nuovo ostacolo. Per Ettore è logico che il malato, oltre ad avere buone cure mediche, debba avere anche buone cure spirituali. Questo ir-rita profondamente qualche collega non credente che reagisce con violenza. Nuovo conflitto, risolto brillantemente dal suo superiore, padre Giannino Mar-tignoni. Fratel Ettore si occuperà delle cure domiciliari ai malati la cui famiglia ne facesse richiesta. A tutti i malati fra-tel Ettore dona la sua dedizione totale e la sua fede "spudorata". Cura e prega; meglio se il malato e la famiglia si uni-scono alle sue preghiere.

Nei suoi andirivieni di famiglia in fa-miglia, percorrendo le strade di Mi-lano ad ore "inconsuete", a fratel Ettore capita di incontrare strani personaggi: uomini e donne senza fissa dimora, quelli che un saggio francese ha chia-mato "cani perduti senza collare". Uomini e donne con vite difficili alle spalle, persone "normalissime" che ad un certo punto la vita ha scaricato (op-pure che hanno essi stessi "scaricato" dalle proprie spalle una vita che non diceva loro più niente). Erano quelli che il buon cuore milanese chiamava (e chiama) con una certa dose d'affetto i "barboni".

Guardando quei visi devastati, fratel Ettore si domandava perché fossero co-sì ridotti, quali erano le loro storie. Avrebbe potuto mai fare qualcosa per loro?

L'idea gli viene un giorno, mentre passa davanti al dormitorio pubblico più popolare di Milano. All'ingresso una lunga fila di disperati, carichi di sacchetti di plastica in cui sono racchiu-se tutte le loro ricchezze, che attendono l'apertura delle porte per trovare un let-to per la notte. Povera gente che duran-te il giorno aveva percorso le strade del-la città stendendo la mano per ricevere qualche spicciolo, disperati che trova-vano consolazione, spesso, in un "car-tone" di vino da pochi soldi... Era l'al-tra faccia della città, quella che pochi conoscevano.

Nasce il primo rifugio

Il pensiero di quei poveretti pratica-mente perseguita fratel Ettore per alcu-ni mesi, fino al primo Natale, in cui de-cide, con il permesso del suo superiore, padre Giannino Martignoni, di andare al dormitorio con un po' di panettoni e di vino. è una piccola festa..., dalla quale però uno dei poveretti sembra escluso. Porta scarpe troppo vecchie e indurite che gli fanno assai male. Fratel Ettore non trova altra soluzione che re-galargli le proprie scarpe e calze, tor-nando in comunità con quelle del "bar-bone"... Ma quel Natale non finisce co-sì: l'indomani mattina un altro religio-so camilliano celebra nei corridoi del dormitorio la prima Messa che in quel luogo fosse mai stata celebrata.

Il direttore del dormitorio, impres-sionato dalla commossa partecipazione al rito degli ospiti, chiede ai Camilliani di occuparsi regolarmente dell'assisten-za religiosa. Fratel Ettore organizza, poi, la preparazione e la distribuzione gratuita di un pasto caldo ogni sera, aiu-tato - in questo compito - da Saba-tino Jefuniello, il primo dei "suoi" vo-lontari, un'altra figura straordinaria.

Era appena l'inizio di un'avventura che nemmeno la morte di fratel Ettore ha concluso. La Stazione Centrale di Milano, come tutte le stazioni ferrovia-rie delle grandi città, da sempre era pun-to di raccolta di poveri e disperati d'o-gni tipo. La comunità di San Camillo è vicinissima alla Stazione: qui comincia-no ad arrivare poveri che vengono sfa-mati, forniti di abiti e medicine. Ma non basta. Fratel Ettore prende a recarsi nel-le sale d'aspetto della stessa stazione, quelle dove si raccolgono i più poveri, con sacchi di panini e pentoloni di mi-nestra per togliere almeno l'assillo del-la fame. Rimane, però, il problema del-la notte, trascorsa dai più avvolti in una coperta sdrucita o in giornali, negli an-goli bui della stazione, sulle panche dei corridoi o nei vagoni sui binari morti...

è a questo punto che balza fuori l'i-dea di chiedere ai responsabili delle Ferrovie se per caso non vi fosse qual-che stanzone che si sarebbe potuto adi-bire a rifugio. Vengono offerti due stan-zoni, privi di finestre, sotto un cavalca-via, dove sopra passano i binari dei tre-ni. Sono in uno stato pietoso, ma in po-co tempo, con tanta buona volontà e so-prattutto l'aiuto di Sabatino, fratel Ettore riesce a farne una prima "casa" per i senza dimora.

Il 1 ° gennaio 1979 Mons. Libero Tresoldi, vescovo ausiliare di Milano, padre Giannino Martignoni, superiore alla Clinica San Camillo, e l'on. Vitto-rino Colombo inaugurano il Rifugio di via Sammartini. La notizia che sotto i vecchi archi della Stazione Centrale un frate ospita i poveri più poveri della città si diffonde in un baleno. Ne parla-no i giornali, la radio, la televisione. 1 due stanzoni diventano dormitorio, cu-cina, refettorio. In fondo al più grande, su una specie di rialzo, viene allestito un altare dove quotidianamente si cele-bra la Santa Messa.

Via Sammartini diventa il centro di una vasta opera di solidarietà: il bene è contagioso ed il grande cuore di Milano non può smentirsi! Gli ospiti diventano sempre più numerosi; ai "barboni" lo-cali si aggiungono gli stranieri senza permesso di soggiorno, i malati di men-te che non hanno altro punto di riferi-mento, una piccola folla eterogenea e difficile da amministrare...

Fratel Ettore non perde il coraggio. La sua speranza e la sua forza sono sem-pre il Signore e la santissima Madre sua, Maria.

La "benedizione"

Un giorno, inattesa, giunge la visita del Card. Carlo M. Martini, arcivesco-vo di Milano, una lunga visita, un'inte-ra giornata che il presule vuole trascor-rere fra gli ospiti, pregando con loro, ascoltandoli con affettuosa attenzione.

All'ora di pranzo il Card. Martini chiede a fratel Ettore un camice bianco, come quello indossato dal Camilliano: è per servire gli ospiti, fra i quali poi, con semplicità, resta a mangiare. Fra quei commensali c'è anche un ragazzo zairese, vispo, intelligente, al quale Martini offre una borsa di studio.

Per fratel Ettore quella visita è una benedizione ed una sorta di conferma: cristiani, musulmani, atei..., nessuno è escluso da quella piccola "corte" dove, dopo i disinganni, l'indifferenza, le di-sgrazie, c'è posto per una fraterna soli-darietà.

Ad aiutare fratel Ettore arrivano nuo-vi volontari, gente che prega e lavora si-lenziosamente. Ma presto si pongono altri problemi. L'eterogeneità degli ospiti (uomini e donne, vecchi emargi-nati, tossicodipendenti, ex ricoverati ne-gli istituti psichiatrici, alcolisti, extra-comunitari più o meno clandestini...) non permetteva che potessero restare in quei due stanzoni di via Sammartini.

A questo punto diventa urgente tro-vare altre soluzioni. «La c'è la Provvi-denza!», potrà dire fratel Ettore, come il più noto personaggio manzoniano. Una signora di Seveso, Adalgisa Pon-tiggia, offre di vendere a fratel Ettore - ma in pratica quasi li regala - uno stabi-le ed un terreno nella cittadina brianzo-la. Qui, con l'aiuto del sindaco e delle autorità comunali, ma anche di alcuni industriali locali, nasce Casa Betania. E dopo Casa Betania, altri rifugi dappri-ma in Italia e poi all'estero, in un vero e proprio "contagio" di carità.

Fratel Ettore segue instancabile tut-to e tutti, anche se la sua salute è sem-pre più fragile, il suo volto sempre più segnato, i capelli sempre più bianchi e la schiena sempre più curva e dolente. Per i suoi ospiti non è un benefattore, è un padre ed una madre insieme, tenero, accogliente ma anche severo educatore. Nei rifugi è proibito ubriacarsi, litigare. Ciononostante, a volte deve intervenire la Polizia per sedare piccole risse in cui volano anche pugni e schiaffi.

Come in famiglia

Fratel Ettore cerca, insomma, di es-sere un educatore che tenta di recupera-re al decoro, ad una vita normale tutta questa povera gente. Una grande città è spesso crudele e indifferente. Fratel Ettore riesce a coinvolgere tanti fra i più fortunati, che offrono mezzi per orga-nizzare piccole attività di lavoro. Sono gli stessi ospiti, poi, ad essere coinvol-ti nella conduzione delle case, nella pre-parazione dei pasti, nel riordino delle stanze, un po' come in famiglia. Ecco, fratel Ettore vuole dare il senso della fa-miglia, della comunità a gente che la vi-ta ed i suoi disinganni costringono ad essere individualista.

«Nessun uomo deve essere solo sul-la terra»: è il principio base di fratel Ettore, perché «la vita ha senso solo se ci si accorge di chi ci sta accanto e può aver bisogno di noi». Un principio educativo, questo, e nello stesso tempo "te-rapeutico".

La solidarietà di chi fornisce mezzi di sussistenza non manca mai; diverso è per i volontari: la situazione in cui si trovano ad operare è difficile, ed anche chi inizia con ottima volontà, dopo un po' di tempo cede le armi. Ai già gravi problemi, negli anni Ottanta, si aggiun-gono anche quelli della tossicodipen-denza e dell'Aids. Dopo via Sammartini e Casa Betania, c'è il Villaggio delle Misericordie a Milano Affori; Nostra Signora di Loreto vicino a Bucchianico, patria di san Camillo; la Sacra Famiglia a Grottaferrata (Roma). I confini d'Ita-lia non bastano: in uno dei suoi viaggi in America Latina fratel Ettore scopre la Colombia con la sua capitale, Santa Fé de Bogotà, curiosa città idealmente spaccata in due: l'una poverissima, l'al-tra ricchissima. E nella parte povera tanti sbandati, poveracci senza famiglia e senza tetto da aiutare, da sfamare, da alloggiare. Dunque, altri tre rifugi del-la Comunità Nazareth.

La vita di fratel Ettore continua ad essere un cumulo di impegni, di preoc-cupazioni, di avventure umane cui dan-no sollievo e sostegno una fede illimi-tata nella misericordia del Signore e la preghiera costante. Fratel Ettore è un in-namorato fedelissimo della Beata Vergine, della quale porta in giro, con orgoglio, grandi statue ed immagini.

Una vita spesa per gli altri

Del suo corpo, stanco e malridotto, sembra curarsi sempre di meno. A vol-te è costretto a farsi ricoverare in una delle due Case di cura camilliane di Milano: la San Pio X o la San Camillo. Ma se qualche urgenza lo richiama, se gli è appena appena possibile, lascia il letto e corre via, con il suo viso sem-pre più solcato di rughe, con la sua ta-lare nera sempre più sdrucita.

La sua vita è una "vita spesa" senza risparmio per gli altri, per ciascuno che può aver bisogno di lui. Ad un certo punto, accanto a lui, il Signore mette una presenza stabile, forte e sicura: suor Teresa Martino. La sua è una vita "consumata" per gli altri senza rispar-mio. Così fino all'ultimo giorno, ab-bandonato alla volontà di Dio e nello stesso tempo desideroso di vivere, vi-vere ancora per portare avanti la sua "baracca". Dice infatti poco prima di chiudere gli occhi: «Se il Signore mi dà vita, vorrei fare una grande festa il 25 ottobre del 2005» (in ricordo della sua professione religiosa).

Il povero asino si è ribellato, il po-vero frate si è accasciato» il 20 agosto 2004.

 

UNA GIORNATA CON FRATEL ETTORE

Nonostante la fragilità fisica, le malattie, l'età, tenere il passo di fratel Ettore durante una sua giornata sfiancava pure i più giovani. Ecco come Renzo Agasso, in uno scritto di qualche anno fa, racconta una giornata-tipo del Camilliano.

Balza dal lettuccio, fratel Ettore, il ri-poso è finito. Afferra la tonaca nera da la croce scarlatta, la indossa in fretta e fila in cortile.

Un sole tiepido fa capolino tra le nu-vole grigie.

Si parte per Seveso, Casa Betania. La chiesa quadrata in vetro e cemento; die-tro un ampio cortile, il capannone dove dormono i poveri. Altre costruzioni, let-ti e brandine. Eccoli quelli che i giorna-li chiamano "barboni": uomini e donne dall'età indefinita, i capelli ingrigiti da-gli stenti, dimessi ma dignitosi, i vesti-ti in ordine. Fra loro s'aggirano premu-rosi i volontari di fratel Ettore, accudi-scono il vecchio che non si regge in pie-di, la donnetta fuori di testa, l'ex ubria-cone attaccabrighe.

Arriva il Camilliano e gli si fanno in-torno, lui li saluta per nome. Passa fra i letti del dormitorio, s'informa della sa-lute di uno, rimbocca le coperte a un al-tro. Lo chiama un vecchio: «Fratel Ettore, ho tutte le ossa che mi fanno ma-le, non riesco a stare in piedi».

E lui: «Guarda me, ho le ossa più ma-landate delle tue, certe mattine ho pau-ra che si rompano eppure sono qui: co-raggio, in piedi, ce la farai». E lo solle-va, mentre l'altro protesta: «No, no». Lo sostiene per le ascelle, finché il vec-chio mette una gamba dietro l'altra, e cammina. «Vieni, andiamo in salone a fare un brindisi col vino bianco e i bi-scotti». Corre la voce, e si radunano tut-ti, arrivano i bicchieri, un vassoio di dolci, caraffe di vino. I volontari distri-buiscono la merenda imprevista, ma prima fratel Ettore, in mezzo al salone, alza le braccia, chiude gli occhi e dice: «Innanzitutto ringraziamo il Signore per questo giorno che abbiamo vissuto. Preghiamo insieme: Padre nostro...».

Salgono al cielo le preghiere dei po-veri. Fratel Ettore passa fra loro a distri-buire il vino. La festicciola continua, lui sparisce e ricompare diverse volte. Chiama a raccolta i suoi: «In chiesa, è l'ora del vespro».

Entrano tutti e siedono intorno alla statua della Madonna di Fatima. Fratel Ettore impugna il microfono e guida il canto, rispondono le voci dolenti dei poveri, mentre l'ultimo raggio di un pallido sole penetra dalle enormi vetra-

te. Tengono in mano il libro delle pre-ghiere. Il Camilliano parla per un poco, poi conclude: «Ci ritroveremo ancora qui dopo cena, prima di andare a dormi-re, per dire di nuovo grazie al Signore del giorno che ci ha fatto vivere». Calano le ombre della sera sulla città della diossina. Era un luogo di morte,

Ettore degli ultimi ne ha fatto un inno alla vita.

In via Sammartini

A quest'ora una lunga fila di poveri si dirige verso il rifugio di via Sammar-tini. S'apre il cancelletto e tornano ad animarsi i due immensi capannoni. Nel

primo i tavoli pronti per la cena, i letti nell'altro. Sui muri bianchi stanno scrit-ti i dieci comandamenti: «Non avrai al-tro Dio...; Onora il padre e la madre; Non dire falsa testimonianza; Non com-mettere atti impuri; Non desiderare la donna d'altri; Non desiderare la roba d'altri». Ogni notte gli occhi dei pove-ri si chiudono su quelle scritte. è il pro-memoria di fratel Ettore per i suoi ospi-ti. Dopo cena passano nel secondo ca-pannone, il letto pulito almeno per una notte. Nel centro dello stanzone lunghe file di sedie rivolte verso l'altare. Sì, la camera da letto dei poveri è anche la lo-ro chiesa. In fondo, dietro una porta scorrevole, s'intravede il tabernacolo sotto un'enorme scritta: «Gloria a Dio e pace all'uomo. Ama il Signore e il prossimo». Lì si celebra la messa, di lì fratel Ettore parla, predica, prega.

Al mattino via tutti, di nuovo a vaga- re senza meta per Milano. Chi tornerà, chi no. Nuovi poveri verranno, il rifu-gio non è mai deserto.

Fuori, palpita Milano. La scritta che indica il rifugio, i vasi di fiori e le im-magini sacre, sono tracce di umanità nella metropoli indifferente. S'inse-guono le automobili davanti alla casa della speranza. In alto, sul tetto del ri-fugio, sferragliano e fischiano i treni in partenza e in arrivo alla Centrale. Il po-sto dei poveri è un'oasi nel deserto di cemento. «lo sono il pane della vita», ha scritto il Camilliano dentro il rifugio. Ma gli affamati stanno fuori.

Tenere il passo di fratel Ettore...

Tener dietro a fratel Ettore, che im-presa. Ha riposato un po' alla San Pio X, dove i confratelli gli riservano una stanzetta. Non c'è più, lo segnalano ad Affori. II Villaggio delle Misericordie è un cantiere infinito. Lui ha deposto la tonaca e indossa una maglietta bianca con la Madonna disegnata. Ci sono i muratori, gente che va e viene, sta die-tro a tutti, incita, grida, comanda. Arriva un camion e l'autista lo insegue: «Fratel Ettore, bisogna caricare prima di sera sennò come faccio a partire?».

«Eccomi, eccomi. Forza, Robertino! Ragazzi, venite tutti: c'è da caricare il camion per la Bosnia».

Già, i poveri per i più poveri. «Siamo già andati più di settanta volte, laggiù hanno davvero bisogno, sono disperati, abbiamo un carico di latte, brandine, materassi, detersivi, forse stanotte par-tirò anch'io, vedremo. Forza, ragazzi, che i poveri aspettano».

Ettore e i suoi amici piegano la schie-na e in breve le ricchezze dei poveri sono sul camion, destinazione Bosnia. Come la vedova del Vangelo, hanno da-to il niente che possedevano. Fratel Ettore non si stanca di ripeterlo: «Noi siamo ricchi». Torna dai muratori, gri-da ordini nel telefonino, poi chiama tut-ti: «Basta, facciamo una pausa». Scom-pare nella cucina, torna con un botti-glione di vino e i bicchieri di plastica: «Beviamo qualcosa». Scherza, e il te-lefonino appeso alla cintola non dà tre-gua. Alla fine: «Coraggio, è rimasto un goccio di vino, chi lo finisce? Dai, Antonio, non fare il timido: una volta ne avresti scolato un bottiglione da solo». Una risata e via, di nuovo al lavoro fi-no all'ora della preghiera e della cena.

Cosi trascorrono i giorni...

Sul pulmino che andrà in Bosnia con il camion stanno caricando una statua della Madonna. «Lei viene sempre con noi». Qualcuno propone: «Facciamo una foto prima di partire». «Sì, va bene, ve-nite tutti qui. Un momento però». Fratel Ettore scompare e torna con la tonaca ne-ra e la croce rossa sul cuore. Si mette in posa fra i suoi poveri. «La Madonna!», e corre al pulmino, prende la statua e tor-na tenendola fra le braccia. «Ecco, ades-so ci siamo tutti, puoi scattare».

è di nuovo sera, fratel Ettore ancora in movimento. Saluta due giornalisti passati a trovarlo. «Avete in tasca un ro-sario? No? Aspettate». Rincorre un col-laboratore: «Hai un rosario? Dam-melo». Chiama una donna che porta un pentolone: «Dammi il tuo rosario, fai in fretta». Quella estrae la coroncina bian-ca, e il Camilliano torna dai giornalisti: «Eccovi un rosario ciascuno, tenetelo in tasca. E usatelo!».

Non fanno in tempo a dir grazie. La tonaca nera è già lontana. I poveri atten-dono.

Renzo Agasso 

I RIFUGI

UN TETTO E UN PIATTO DI MINESTRA

«Penso che quest'opera per gli ultimi, i diseredati, gli emarginati, sia stata proprio voluta dal Signore. Egli fa cose ben pigi grandi, anche solo con una mascella d'asino, dunque perché stupirci se ha fatto queste belle cose con un poveraccio come me?» (Fratel Ettore).

Per chi non ha niente nella vita, un tetto sopra la testa, quattro mura che riparino dal freddo e dal caldo, un letto su cui sdraiarsi la notte ed un piat-to di minestra è tutto quanto si possa de-siderare di meglio. Ciò che normalmen-te consideriamo il minimo indispensa-bile per campare, per molte persone - inconsapevoli vittime di un progressivo degrado - diventa il massimo.

Dalla biografia di fratel Ettore abbia-mo appreso come l'idea di mettere in piedi un "rifugio" non sia stata la prima: anzitutto egli ha cercato di assistere il maggior numero possibile di disereda-ti, dando loro da mangiare, di che ve-stirsi, cure mediche...

I rifugi di fratel Ettore non sono sol-tanto dei "ripari", sono soprattutto co-munità di vita. Singolari comunità però, dove si fa fatica a riconoscere un'auto-rità, dove magari si litiga e ci si picchia persino... Ma l'intento di fratel Ettore è sempre stato quello di rieducare uo-mini e donne ad una vita di relazione, quegli uomini e quelle donne che, forse per aver ricevuto più sberle che carezze nella vita, si erano richiusi in sé, che ri-fiutavano il mondo esterno, celebrando magari questo rifiuto con una bottiglia di vino e annegando nella stessa il di-sperato bisogno di compagnia di cui ogni essere umano ha necessità.

I rifugi sono nati uno dopo l'altro, spesso in maniera abbastanza avventu-rosa. Alla morte di fratel Ettore se ne contano nove, di cui sei in Italia e tre a Bogotà (la capitale della Colombia). Probabilmente, se la vita di fratel Ettore non fosse stata così repentinamente troncata, si sarebbero aggiunti altri ri-fugi, soprattutto all'estero, nei Paesi più

poveri della terra che egli, di tanto in tanto, visitava sulle orme degli altri missionari camilliani.

Come per i tanti fondatori di opere benefiche di cui è fortunatamente disse-minata la storia italiana, anche per fra-tel Ettore le realizzazioni rappresenta-vano uno specchio di sé, delle proprie caratteristiche, del proprio modo di es-sere come uomo e come religioso, del proprio rapporto con il Signore. Buttare un occhio, quindi, sui suoi comporta-

menti serve a comprendere meglio il senso e gli effetti sociali ed ecclesiali delle sue realizzazioni.

Un "pasticcione"

Fratel Ettore è stato un grande rea-lizzatore, non un grande organizzatore. Ogni sua iniziativa è nata un po' caoti-camente, spesso senza un programma preciso, ma solo come risposta pragma-tica ai bisogni che via via si andavano evidenziando. L'intuizione diventava allora progetto concreto che si realizza-va con una molteplicità di espressioni. Pensando al suo aspetto dimesso ed alla sua semplicità, c'è una caratteristi-ca del Camilliano che può sembrare in-credibile, mentre era invece straordina-riamente funzionale: quella di aver in-tuito l'aiuto che poteva venirgli dall'u-so dei mass media e, quindi, la sua ca-pacità di "pubblicizzarsi".

A suo modo, era un personaggio. Così lo ricorda padre Angelo Brusco,

suo compagno di noviziato e poi Superiore generale dell'Ordine Camil-liano: «I mezzi di comunicazione so-ciale non l'hanno ignorato. Ha parteci-pato a trasmissioni televisive di carat-tere nazionale con un alto indice di au-dience. Ai cronisti di Milano non sfug-givano le sue iniziative e le sue prese di posizione. Aveva facile accesso al Va-ticano, sollevando tensioni presso gli uomini della sicurezza incapaci di trat-tenerlo. Frequenti erano gli incontri con il Card. Martini che... aveva colto la bontà della persona e dei progetti di fra-tel Ettore, anche se non ne ignorava la singolarità dei modi... Non vi sono dubbi che fratel Ettore volesse essere visibile, sbandierando le imprese com-piute e i riconoscimenti ricevuti... Non solo aderiva ad ogni proposta di inter-vista, ma spesso era lui stesso a solleci-tare i giornali a interessarsi su quanto egli compiva, attirando spesso l'accusa di protagonismo e narcisismo».

In questa situazione, non potevano mancare le critiche da diverse parti. La visibilità lo faceva tacciare di protago-nismo; il suo modo di aiutare i poveri era criticato come forma di assistenzia-lismo poco incisivo per la risoluzione dei problemi sociali... Una critica, que-st'ultima, che veniva rivolta anche ad altri soggetti, come Madre Teresa di Calcutta (oggi Beata), come Marcello Candia, l'industriale milanese che ave-va utilizzato ogni sua ricchezza per aiu-tare i poveri più poveri del Brasile... Anche le processioni cittadine da lui or-ganizzate, la distribuzione a piene ma-ni di rosari e immaginette facevano ar-ricciare il naso.

Perfino le relazioni con i confratelli Camilliani erano spesso problematiche, anche se i tre Superiori generali con i quali fratel Ettore ha avuto a che fare «non hanno avuto esitazioni nel ricono-scere la validità del particolare modo con cui egli interpretava e realizzava il carisma dell'Ordine».

Un uomo scomodo

Più problematico il rapporto con il Provinciale ed i superiori della comu-nità cui apparteneva. A questo proposi-to, testimone fedele e obiettivo è sem-pre padre Brusco, il quale afferma: «I loro interrogativi e le loro reazioni era-no ben comprensibili se si tiene conto che fratel Ettore muoveva le sue pedine creando continuamente sorprese cui es-si, come pure i confratelli della comu-nità, dovevano far fronte. Il suo modo di osservare l'obbedienza e la vita co-munitaria (non quella fraterna!) - che andava fuori dagli schemi ordinari -, co-me pure l'appellarsi ai superiori mag-giori o al padre spirituale per giustifi-care certe sue scelte, non era senza ri-percussioni sui suoi superiori immedia-ti... Chi vedeva fratel Ettore da lonta-no, e non capiva il suo sogno, non po-teva non essere influenzato negativa-mente da questi e altri aspetti, certa-mente creatori di disagio, ma di secon-daria importanza se visti nell'insieme della sua vita ed attività». Come ha af-fermato l'attuale Superiore generale dell'Ordine Camilliano, padre Frank Monks, fratel Ettore «suscitava reazio-ni positive e negative, perché l'uomo di Dio non sempre è capito da tutti. Non era sempre facile comprenderne il pen-siero, perché i santi non pensano sem-pre a modo nostro».

Fratel Ettore è stato certamente un uomo scomodo non soltanto per l'Or-dine religioso cui apparteneva, ma per l'intera comunità civile: il suo operare era allo stesso tempo critica feroce per le negligenze nei confronti di chi è con-siderato "diverso", ed invito pressante a cambiare rotta, ad intervenire, a spor-carsi le mani con chi la società cerca di rifiutare e, a volte, nascondere.

Fratel Ettore era consapevole - in certo senso - di questo suo modo di es-sere. Un giorno ebbe a dire: «Penso che quest'opera per gli ultimi, i diseredati, gli emarginati, sia stata proprio voluta dal Signore. Egli fa cose ben più gran-di anche solo con una mascella d'asino, dunque perché stupirci se ha fatto que-ste belle cose con un poveraccio come me?».

Ed è vero. Dio non sceglie, per le sue opere, i migliori - dal punto di vista umano - i più dotati, i più attrezzati cul-turalmente e spiritualmente. è Pietro, povero pescatore, uomo rozzo, persino traditore del Maestro, che Gesù sceglie per guidare la sua Chiesa!

Mutatis mutandis, non c'è da mera-vigliarsi, dunque, se per avviare una grande opera benefica Dio abbia volu-to "incaricare" un santo "pasticcione" come fratel Ettore.

I rifugi-modello

Il sostantivo che designa meglio le opere di fratel Ettore è "rifugio". Il "ri-fugio" infatti rappresenta un approdo per chi è in gravi difficoltà, ma con la speranza che la situazione muti e il "ri-fugiato" possa tornare a vivere al mas-simo possibile la propria dignità di crea-tura. In questo senso, forse con metodi non sempre indovinati, l'opera di fratel Ettore è stata non solo assistenziale, ma anche educativa e redentiva. Alla sua morte, come già si è detto sopra, fratel Ettore ha lasciato nove rifugi.

 

RIFUGIO CUORE IMMACOLATO DI MARIA - MILANO

E il 'figlio primogenito", quello nato grazie anche alla benefica "creati-vità" ed all'intuito di Sabatino Je-funiello, uno dei primi "aiutanti" di fra-tel Ettore.

Composto, ancora oggi, da due stan-zoni ricavati sotto gli archi della ferro-via, nei pressi della Stazione Centrale di Milano, non ha cambiato fisionomia ne-gli anni (ne conta ormai ben ventisei, al 1° gennaio 2005). Vicino all'ingresso, per riparare il quale è stata costruita una pensilina, vi è un locale adibito a cuci-na; ci sono pure i servizi igienici. Ma il corpo principale si presenta in una ma-niera singolare: ai due lati, file di bran-de complete di lenzuola, cuscini e co-perte, e sul fondo, installato sopra una specie di palco, un altare. Grandi imma-gini di Maria e del Sacro Cuore. E dap-pertutto scritte, cartelli... Due armadi, collocati vicino all'altare e accurata-mente chiusi da catene e lucchetti, fun-gono da "sacrestia": contengono i para-menti sacri, particole e vasi sacri per la celebrazione eucaristica.

Oggi, il rifugio dà accoglienza con vitto e alloggio a circa 85190 persone (con un dormitorio di 60 posti), una umanità disperata, brulicante soprattut-to nei pressi della Stazione Centrale che, come un tempo, è il luogo dove emarginati, disperati, poveri d'ogni ge-nere si radunano. Attualmente, il nume-ro prevalente degli ospiti è rappresenta-to da immigrati, fra i quali non sono da escludere alcuni clandestini. Ma vi so-no ancora i classici "barboni", persone che hanno perso i contatti con una vita regolare - a causa della droga o dell'al-cool -, oppure perché non si sentono più di appartenere a questo tipo di vita, o se ne sentono rifiutati. Non è raro incon-trare pure persone di buona cultura, che hanno perso il posto di lavoro in una età in cui le logiche attuali non ammettono possibilità di riciclarsi...

Problemi e discussioni

I problemi da affrontare sono sempre stati tanti e grandi: con ospiti turbolen-ti, violenti, in lotta l'uno contro l'altro per il possesso di piccole cose..., guer-re tra poveri, come capita in questi am-bienti. A volte non bastavano fratel Etto-re ed i suoi aiutanti per placare gli ani-mi, occorreva l'intervento della Polizia.

All'inizio erano in discussione anche i metodi usati dal Camilliano per dare aiuto: le critiche sollevate da varie par-ti adottavano metodi diversi - a secon-da della provenienza - ma tendevano a far apparire comunque inutile se non addirittura dannosa l'iniziativa. Visto da sinistra, il rifugio, dando tetto e pasti caldi ad un certo numero di disperati, non faceva che aumentare il numero dei poveri che "invadevano" la Stazione Centrale, attratti proprio da quelle sco-delle fumanti di cibo.

Nonostante il rifugio fosse stato inaugurato con la presenza dell'allora vescovo ausiliare di Milano, Mons. Libero Tresoldi, fra i critici vi era un consistente numero di sacerdoti milane-si, che non vedevano di buon occhio il fatto che fratel Ettore facesse pregare i suoi ospiti prima che questi ricevessero la loro porzione di cibo. Secondo costo-ro, era un'occasione d'oro per chi vole-va criticare la Chiesa: «Tutti diranno che per i preti una minestra costa dieci Ave Maria!».

A risolvere il dilemma clericale ci pensò monsignor Ghetti, parroco di Santa Maria del Suffragio - una centra-lissima parrocchia della città - un prete noto per il suo impegno tra i giovani. Uomo pratico e di carattere forte, Ghetti ribatté alle critiche dei suoi confratel-li: «Ma perché state a guardare se fa re-citare dieci Ave Maria prima di distri-buire il pane? Non perdiamoci in chiac-chiere, aiutiamolo. Questo frate sta fa-cendo quello che noi avremmo dovuto fare da tempo». La frase di Mons. Ghetti fu risolutiva.

Visite illustri e gesti significativi

Qualche anno dopo è addirittura il Card. Martini a visitare i disperati nei capannoni di via Sammartini. Non si tratta di una visita di circostanza: rapi-da benedizione e fuga. Il presule tra-scorre con loro una giornata intera (la festa di san Carlo Borromeo ed anche il suo onomastico). Prega con queste sue "pecorelle" poverissime e quando tutti si attendono che riprenda la strada per l'Arcivescovado, il Vescovo chiede un camice bianco, identico a quello indos-sato da fratel Ettore, e si mette a prepa-rare le tavole, a distribuire il pane, a scodellare le minestre, a riempire di vi-no i bicchieri, a servire la frutta.

Finito di servire, anche Carlo Maria Martini si siede a tavola, divide con gli ospiti lo stesso pane e la stessa minestra. Secondo il modello del suo santo pre-decessore, il cardinale interpreta così il suo servizio alla diocesi: farsi povero tra i poveri. Come scriverà un attento e sensibile biografo di fratel Ettore, Luciano Moia in Fratel Ettore, una vi-ta per gli ultimi (Edizioni Camilliane, Torino, 2004), questa: « è una lezione importante per tanti teorizzatori astrat-ti della solidarietà ed è un gesto determinante soprattutto per chi ha avanzato considerazioni non del tutto benevole sulla "scommessa" di fratel Ettore. L' arcivescovo di Milano ha posto il suo sigillo d'amore sul rifugio del religioso camilliano».

Non è la sola visita illustre, quella del Card. Martini. Da via Sammartini (e da "Casa Betania", a Seveso) passerà anche un'altra figura esemplare della carità: Madre Teresa di Calcutta. Toccherà a Mons. Giovanni Saldari-ni (più tardi arcivescovo di Torino) la sorpresa più "sorprendente": in occasio-ne della sua visita al rifugio, Salda-rini riceve da fratel Ettore una busta con del denaro, cosa che obbligherà lo stes-so Saldarini a scrivere a fratel Ettore queste parole: «Sono stato contento di aver toccato con mano cosa può fare la carità... Sono rimasto confuso e un po' vergognoso per aver dovuto accettare la sua "busta" che non immaginavo così "pesante"! è vero che Dio dà in sovrab-bondanza quello che noi doniamo! Ma i poveri più poveri sono certamente i suoi. Comunque ho destinato la sua of-ferta ai nostri sacerdoti anziani e mala-ti. Pregheranno per Lei e per tutti i suoi ospiti».

Quella con Mons. Saldarini non è stata l'unica volta in cui fratel Ettore ha donato con generosità aiuti, invece che chiederne. Da lui spesso sono partiti per le missioni - o in occasione di calamità naturali - soccorsi in alimenti, vestiario, denaro, perfino contributi per l'Obolo di San Pietro.

Fiducia nella Provvidenza

Del resto, il denaro "investito" per i poveri è quello che dà i migliori "rendi-menti". E successo più volte anche a fra-tel Ettore. Un esempio fra i tanti: nel maggio 1981, dopo l'attentato al Papa, fratel Ettore si reca a visitare il Pontefice al Policlinico Gemelli di Roma, dove è ricoverato. Gli porta una statua della Madonna ed una busta contenente un milione di lire, tutte le sue "ricchezze" del momento. La mattina successiva, un anonimo benefattore consegna alla por-ta del rifugio di via Sammartini un'altra busta contenente cinquanta milioni! Elargizioni ingenue, senza calcoli? No, fiducia cieca nella Provvidenza (che mai tradirà il Camilliano).

Ben presto via Sammartini si rivela insufficiente ai bisogni dei poveri della città. Fra l'altro, vi sono ospitati soltan-to uomini, ma tra i disperati non man-cano le donne. Per loro, fratel Ettore "inventa" uno spazio separato (da una parete di legno). Ma di giorno in giorno il loro numero aumenta, rendendo dif-ficile anche il "clima" del rifugio.

I casi più difficili

Uno sbocco temporaneo è offerto da una casa sul lago di Lecco, a Varenna, appartenente ai padri Vocazionisti, che la destinano in uso temporaneo a fratel Ettore. è una casa non troppo grande, immersa in uno splendido paesaggio, lontano un paio di chilometri dal centro abitato e posta in cima ad un cucuzzo-lo, cui si accede da una ripida scala mozzafiato. Diviene il posto ideale per ospitarvi gli alcolisti. Per "farsi un goc-cetto", avrebbero dovuto sottoporsi ad una notevole fatica! è quella che fratel Ettore battezza, con ironia, la "terapia dell'astinenza forzata". Oltre agli alco-listi, Varenna è rifugio propizio ad altri "casi difficili", come i tossicodipenden-ti. Ma ospita anche fratel Ettore ed i suoi collaboratori più stretti, per rari e brevi periodi di "sollievo".

Varenna non è sicuramente la solu-zione di tutti i problemi: è necessario trovare subito o un terreno edificabile, o addirittura un edificio già pronto. Così il giornalista Luciano Moia descrive questa fase della vita del Camilliano: «Fratel Ettore si mette in cerca, ripren-de a bussare a tutte le porte, fa arrivare la sua richiesta d'aiuto sulle scrivanie dei potenti. Ma Milano è sorda, fredda, insensibile. Qualcuno arriva a chieder-si con sospetto quali progetti abbia quel Camilliano che organizza i poveri. C'è dietro un disegno politico? Forse un tentativo di sfruttamento commerciale? Fratel Ettore finge di non sentire. Ha imparato a non curarsi delle opinioni dei "benpensanti", a tirare diritto sulla via del sacrificio, ad ascoltare solo la voce della Provvidenza... Succede an-che nel febbraio 1980. Squilla il telefo-no: "Frate] Ettore - urla Sabatino - c'è una signora che vuol parlare con te, di-ce di avere una casa da vendere"». è così che inizia un'altra avventura, quella di Seveso.

 

CASA BETANIA         DEI CUORI DI GESU E MARIA

"Complice" di fratel Ettore, questa volta, è la diossina, la terribile nube tossica che alcuni anni pri-ma aveva investito una grande casa a Barruccana di Seveso, a poche centinaia di metri dalla superstrada Milano-Meda. Era un solido edificio a due piani, cir-condato da oltre diecimila metri quadra-ti di terreno, abitato dalla famiglia Pon-tiggia, una grande famiglia: papà, mam-ma e sei sorelle. Nei sogni dei genitori, la grande casa avrebbe dovuto ospitare le future famiglie delle figlie. Invece la diossina sconvolge i piani. I Pontiggia sono costretti a lasciare la casa "infesta-ta" ed a trasferirsi a Milano dove si ac-caseranno anche le figlie. Tutte, tranne una - Adalgisa - che invece tornerà nel-la vecchia casa, cercherà di bonificarla insieme con il terreno circostante per ri-prendervi una vita normale. Tentativo fallito, perché i tristi ricordi emergono. La signora Pontiggia viene quindi nella determinazione di vendere tutto, ma sen-za risultati: lo spettro della diossina in-combe ancora.

è qui che entra in scena fratel Ettore. Adalgisa Pontiggia lo conosce: è stata segretaria dell'Associazione delle infer-miere camilliane e ne ha seguito passo passo la vicenda. Sa che il rifugio di via Sammartini è ormai troppo stretto e che fratel Ettore pensa di ingrandirsi. Lo in-vita, quindi, a Seveso a vedere la sua ca-sa. è fatta: per fratel Ettore sembra adat-ta ai suoi progetti. Mette quindi in moto la sua collaudata macchina della solida-rietà. Raccoglie i fondi necessari, e pri-ma ancora che la burocrazia se ne accor-ga, casa Pontiggia diventa "Casa Betania dei Cuori di Gesù e Maria", un ennesi-mo "mistero" «di quell'infinito rosario del bisogno che l'amico dei barboni re-cita senza stancarsi da oltre quarant'an-ni» (L. Moia). Nel novembre 1980 le porte sono aperte ai primi ospiti.

Annota ancora Luciano Moia: «Come al solito però il cammino non è tutto in discesa. Sulle modalità di vendita del fabbricato e sulla forma giuridica per il nuovo istituto spuntano le prime diffi-coltà... Mentre la casa nel quartiere "Dossi" del centro brianzolo diventa un punto di riferimento fondamentale nel quadro assistenziale di Milano e provin-cia, offrendo aiuto ed assistenza ad un numero crescente di disperati, nullate-nenti, ammalati psichici, le trattative proseguono faticosamente per un anno e mezzo. Per sbloccare la situazione è necessario dare vita ad un organismo as-sociativo al quale affidare la nuova casa d'accoglienza. La denominazione la in-venta fratel Ettore sui due piedi: Mis-sionari del Cuore Immacolato di Maria al servizio dei più poveri nello spirito di san Camillo... E così che fratel Ettore e i suoi collaboratori... decidono, il 28 aprile 1981,1' acquisto di casa Pontiggia perché, scrivono nel verbale della riu-nione, "molto adatta alle finalità del-l'ente". Costa 250 milioni che fratel Ettore raccoglie con l'ormai collaudato sistema del tam tam tra amici, sosteni-tori, collaboratori della sua intrepida scommessa di riscatto umano e sociale».

Testardaggine fatta d'amore

Anche a Seveso sono tanti gli episo-di che vedono fratel Ettore prodigarsi eroicamente. Gli ospiti sono principal-mente ammalati psichici, che l'insensa-ta e incompleta applicazione della Legge Basaglia ha buttato fuori dagli ospedali psichiatrici (spesso veri e pro-pri lager), ma che ha anche abbandona-to senza protezioni.

Nel settembre 1989 va a fuoco un magazzino dove erano ammassati centi-naia di materassi ricevuti in dono. Accanto c'è un altro deposito di merci molto infiammabili. Le fiamme si svi-luppano velocemente e arrivano a mi-nacciare le case vicine. Pure i vigili del fuoco sembrano impotenti. Dopo qual-che ora, però, la catastrofe è scongiura-ta. Ora vanno scoperte le cause, affinché il guaio non si ripeta. Il "giallo" è pron-tamente risolto: si è trattato della "di-sattenzione" di un ospite (con gravi pro-blemi psichici e più in generale di salu-te) in possesso di fiammiferi. Non si può trattenerlo oltre, perché potrebbe ripete-re il gesto (peraltro non fatto responsa-bilmente). Occorre avvisare i carabinie-ri che chiedono a fratel Ettore di far ri-coverare il pericoloso soggetto. Cosa impossibile, poiché la legge vieta il ri-covero "forzato", senza cioè il consen-so del paziente e dei suoi medici.

Un lungo calvario attende i due, l'o-spite e fratel Ettore, un calvario fatto di ricoveri, fughe, riacciuffamenti da par-te della Polizia, telefonate angoscianti e angosciate. Alla fine, la santa testardag-gine del Camilliano, il suo instancabile appellarsi alla carità altrui, riescono a trovare il modo di risolvere il penosissi-mo caso, che purtroppo - in assenza di una adeguata applicazione o di una "cor-rezione", se ritenuta necessaria, della Legge Basaglia - ha riguardato e riguar-da altri numerosi ospiti i quali, senza la presenza di fratel Ettore, avrebbero po-tuto portare a situazioni deflagranti.

Una costruzione avveniristica

A Seveso fratel Ettore pensa "in grande" e dà il via ad un progetto di am-pliamento di casa Pontiggia. Riesce a superare le difficoltà imposte dal piano regolatore della cittadina ed a lanciare un progetto mozzafiato: la costruzione di un grande edificio a ferro di cavallo con le pareti di vetro. Due corridoi ae-rei con la copertura a cupola che corro-no verso la cappella di "Casa Betania". Sul retro restano un prato verde pun-teggiato da alberi e aiuole. Vetro e ce-mento, allora, al posto di baracche e tet-toie: un ardito esempio di moderna ar-chitettura al posto dello "scandaloso"

prefabbricato tirato su per fronteggiare in qualche modo i bisogni incombenti. Un'avveniristica costruzione che era apparsa in sogno ad uno spaventatissi-mo barbone, ospite di fratel Ettore, nel-la notte di Natale 1989! E come se il cielo avesse dato il suo imprimatur alla sbalorditiva avventura.

Il 25 maggio 1990 si festeggia la po-sa della prima pietra, che avviene però senza il benestare delle autorità comu-nali. Anzi, in consiglio ed in giunta si in-nesca una lunga e dura battaglia. In ogni caso, dopo tira e molla indecenti, il pro-getto va in porto. "Casa Betania" nasce sul serio nel dicembre 1991.

Oggi "Casa Betania" è una comunità protetta. Ospita circa 50 uomini ex al-colisti, malati generici e psichici, oltre che semplici poveri. 

GLI ALTRI RIFUGI

Via Sammartini e "Casa Betania dei Cuori di Gesù e Maria" sono due storie che - con un frusto e non ab-bastanza significativo aggettivo - pos-siamo definire "emblematiche". Gli al-tri rifugi nascono di conserva, un po' av-venturosamente, ma in maniera meno coinvolgente e traumatica.

Villaggio delle Misericordie - Affari

è diviso in due sezioni: a) una casa di accoglienza per 20 donne più alcune mamme e bambini. è una comunità pro-tetta; b) un dormitorio per 100 donne: en-trano alla sera per cena e pernottamento; escono al mattino dopo la colazione. Il Villaggio tenta di risolvere il problema di molte donne di recente immigrazione. Numerosa è oggi la presenza di donne che provengono dall'Est europeo, so-prattutto ucraine.

Una curiosità: queste donne sono in maggioranza di religione ortodossa, dal-l'antica tradizione liturgica, ricca di bel-lissimi canti sacri che arricchiscono le li-turgie "occidentali" celebrate anche ne-gli altri rifugi.

Casa Alleluia - Navate Milanese

è la "Casa di spiritualità" dell'opera, capace di ospitare venti persone per Esercizi spirituali e ritiri, ma è anche ca-sa-famiglia per sette ospiti-custodi.

Nostra Signora di Loreto Bucchionico (Chieti)

Non è senza significato che questo rifugio sia stato fondato nella patria di san Camillo de Lellis, nell'Italia cen-trale. Poiché si trova in campagna, og-gi è destinato ad ospitare sette contadi-ni che sono anche i custodi di una cap-pellina dedicata alla Madonna del-l'Annunciazione.

Sacra Famiglia - Grottoferrota

è una casa famiglia destinata ad ospi-tare sette portatori di handicap gravi e che fanno testimonianza di preghiera.

Comunidad Nazareth Santa Fé de Bogotà

Santa Fé de Bogotà, capitale della Colombia, è una metropoli enorme, di-

visa in due vere e proprie città, dalla vi-ta sociale, culturale, civile differenziate. Nella parte Sud c'è la Bogotà storica, con la Casa del libertador, l'eroe nazio-nale e padre della patria Simon Bolivar, con le sedi delle principali università, il ricchissimo Museo dell'Oro, ma anche ampi strati di povertà. Nella parte Nord, sembra di stare a Manhattan (New York City, U.S.A.): graziose ville circondate da giardini; grattacieli; megastore e cen-tri commerciali dove la gente trascorre parte della giornata, con caffè, bar, risto-ranti, luoghi di ritrovo vari. Per le vie, negozi ricchi di vetrine, un senso di opu-lenza. La Bogotà del Nord sembra non volersi occupare dei gravi problemi che pone l'emarginazione sociale presente nella parte Sud. Sono ignorati i proble-mi degli anziani abbandonati, dei mala-ti di mente, dei senza famiglia e fissa di-mora, di tutta quella parte di popolazio-ne derelitta, comune anche nei Paesi di più ricca economia e di maggiore stabi-lità politica (la Colombia, come molti altri Paesi dell'America Latina, soffre per una guerriglia alimentata dal narco-traffico).

Le urgenze di questa situazione non sono sfuggite a fratel Ettore. Inutile di-re che il Camilliano (appoggiato dai confratelli da anni presenti sul territo-rio) si è subito dato da fare per offrire una diversa possibilità di esistenza a quelle creature. Ha aperto a Bogotà, nella periferia Sud della città, tre case, collegate fra loro: una per gli uomini e una per le donne. La terza è un ostello per i malati di cancro o in dialisi che non possono pagarsi le spese di soggior-no durante le terapie.

Il lavoro nei rifugi, quando chi scri-ve li ha visitati, era portato avanti da collaboratori di origine italiana. Si sen-tiva però la mancanza di una presenza femminile locale che si prendesse cura delle donne ivi ospitate.

Oggi però, dopo quattro anni dall'a-pertura, la situazione è notevolmente migliorata e gli ospiti sono accuditi con amore e dignità.

 

PRESO DA SACRO FURORE

«Per rimanere con i più poveri tra i poveri, bisogna avere una grande voglia di lottare. lo combatto e combatterà finché il Signore mi lascerà un briciolo di energia, per marciare con gli ultimi e prendermi sulle spalle la loro croce» (Fratel Ettore Boschini).

Non contento di assistere gli emar-ginati e i senza tetto di Milano e dintorni da tempo andava frullan-do nella mente di fratel Ettore l'idea di allargare il raggio d'azione dove gli "ul-timi" e i cenciosi sono una moltitudine. Così, ascoltando la voce del cuore, nel mese di luglio del 2000 - lancia in re-sta - è partito per l'America Latina: de-stinazione Bogotà, capitale della Co-lombia, costantemente stretta nella mor-sa dell'indigenza e dove la "vita" non è tenuta in nessuna considerazione.

Preso da sacro furore e in compagnia dell'inseparabile statua della Madonna, arrivato nella grande città, dopo pochi giorni riesce a raggiungere un accordo con il proprietario dell'unica casa dispo-nibile situata nella Plaza Santa Ma-ria de las Cruces, quasi all'ombra del-l'imponente chiesa omonima e a pochi passi dal Seminario camilliano, per da-re ricetto ai primi ospiti che raccoglie dalla strada. Non importa che al momen-to la casa fosse poco più che fatiscente, che avesse bisogno di restauri prima di essere abitata. Fratel Ettore è abituato a non andare troppo per il sottile quando è nell'emergenza. Se il risultato estetico non è dei migliori, non fa niente, l'im-portante è dare un tetto a chi è nella ne-cessità.

Subito si dà da fare, rimbocca le ma-niche, s'improvvisa muratore per divi-dere gli spazi, aiutato dai giovani stu-denti camilliani del seminario. Come al solito pare non aver bisogno di progetti per dare un po' di decoro a quello che dovrà diventare il cenacolo dell'acco-glienza: gli basta poco. Sfamare, curare i malati, andarli a cercare, lavarli, vestir-li è da sempre la sua passione. I suoi ospiti sono persone rifiutate che hanno fallito la scommessa con la vita e non hanno altro posto dove andare. La pro-mozione umana resta l'obiettivo princi-pale per alleviare la loro disperazione e riportarli ad un livello di vita dignitoso.

Un obiettivo talvolta impossibile quando le richieste superano le capacità di aiuto e quando troppe mani si tendo-no insieme a chiedere ciò che le forze di un uomo solo non hanno la possibilità di donare. Ma la fiducia non gli ha mai fat-to difetto e il coraggio di sperare nem-meno. Ha già subìto anche l'esperienza della violenza, è stato picchiato per non aver ceduto il cellulare a un gruppo di disperati la notte che accompagnava al-l'ospedale un disgraziato. E gli è anda-ta bene, cavandosela solo con qualche ammaccatura. Però ha potuto rendersi conto che le notti di Bogotà sono un po' diverse da quelle di Milano già di per sé tristi, e che la vita di una persona in cer-te circostanze può valere molto meno di un cellulare.

Sull'esempio dei rifugi già impianta-ti a Milano, pure a Bogotà fratel Ettore vuole spalancare le porte al maggior nu-mero possibile di persone, per dare di-gnità a quanti l'hanno smarrita. La stra-da ora è aperta e gli insondabili canali della Provvidenza non mancheranno di far giungere la linfa indispensabile al nutrimento della nuova opera. Le brac-cia aperte del religioso con la croce ros-sa sul petto sono pronte, nel gelo della metropoli colombiana, a dare quel piz-zico di calore che è necessario a rasse-renare il cuore e iniziare a sperare. Domenico Fantin 

GLI AMICI

VOLONTARI E "SANTI"

Quasi subito dopo l'apertura dei primo ritugio - quello ormai "mitico" di via Sommartini - intorno a fratel Ettore, a Milano, incominciaron" radunarsi dei volontari. Persone eccezionali, sicuramente, poiché dovevano convivere con lui che, al di là delle apparenze, era un tipo "duro" che sapeva quel che voleva e lo voleva fatto come a lui garbava.

Da solo fratel Ettore non ce l'avreb-be mai fatta. Ogni servizio da lui richiesto ai volontari era ed è dif-ficile, delicato. Infatti gli ospiti dei ri-fugi sono persone dalle vicende com-plesse; agli alcolisti, ai malati mentali e ai classici barboni, si sono aggiunti nel tempo i malati di Aids, gli immigrati d'ogni nazionalità. Gente povera sotto tutti i punti di vista, che di sicuro non usa avvolgersi in raffinato profumo francese.

Ai volontari è richiesto di condivi-dere buona parte di queste vite in tutti i sensi: dall'invito pressante a fare una doccia, al trovare biancheria, abiti, scar-pe; al trovare le cure mediche appro-priate, un ricovero ospedaliero quando occorre. Alcuni devono essere cuochi, altri dispensieri. Tutti devono essere ca-paci di ascolto, di un ascolto affettuoso delle avventure di vita più tristi o mira-bolanti.

Molti si sono succeduti in via Sam-martini, a Seveso, negli altri rifugi in Italia e in Colombia. Ma se la solida-rietà di chi ha sostenuto economica-mente fratel Ettore non è mai mancata, più difficile (quasi impossibile) è stato trattenere a lungo i volontari che avreb-bero dovuto affiancarlo nell'opera di sostegno, di rieducazione degli ospiti nelle varie comunità. Reggere l'impat-to con storie tanto dolorose è a volte troppo stressante e persino rischioso per la salute psichica del volontario.

Qualcuno ha detto: «Fratel Ettore è sicuramente un santo, ma è anche un grande confusionario che non sa orga-nizzarsi e organizzare!». Ed era vero: spesso le sue imprese erano caotiche. E non era facile, soprattutto per i più gio-vani, tenere il ritmo in tale situazione. Ricordare tutti coloro che hanno da-to un po' del loro tempo, delle loro com-petenze a volte anche d'alto livello, del loro cuore, sarebbe impresa quasi di-sperata. E si rischierebbero brutte figu-re con chi non fosse menzionato. Ci so-no però alcune storie che vale la pena rivivere: storie che nella loro "unicità" sono davvero esemplari e alludono a quelle non raccontate.

Carla Rocca

Sorella di Francesco Rocca, a lungo sindaco di Seveso, Carla era una bella signora con una vita serena, un buon la-voro, tanti amici... Eppure, quel tipo di vita non la soddisfaceva del tutto: era in ricerca di qualcosa che la coinvolgesse in maniera più profonda e decisa.

Aveva sentito parlare di fratel Ettore, il Camilliano che si era installato ai Dossi di Seveso con la sua gente pove-rella; qualcuno dei barboni l'aveva per-fino incontrato la domenica a Messa. Come gli altri abitanti della cittadina brianzola, provava per loro un senti-mento ambiguo, un misto di repulsione e di pietà, di desiderio d'aiutarli e di non vederli più.

Aderendo all'invito di un'amica, un giorno si reca con lei a Casa Betania. Così Carla ha raccontato la sua avven-tura a Giuliana Pelucchi, autrice del bel saggio Fratel Ettore - Un gigante della carità (edizioni Paoline, Milano, 2004).

«Tra le molte stanze di casa Pontig-gia una da sempre era stata adibita a cappella e fratel Ettore, sin dai primi tempi, la considerò il cuore della sua attività. Sapevo di questo: a Seveso se ne parlava. Quando, con la mia amica, en-trai per la prima volta nella cappella, su-bito mi sentii turbata da quel mondo che non avevo mai conosciuto così da vici-no. Fratel Ettore se ne stava ritto ac-canto all'altare, con il rosario in mano. Aveva gli occhi chiusi e lentamente sgranava la corona del rosario recitan-do ad alta voce le Ave Maria. Attorno a lui vecchi, handicappati, donne dimes-se. In un angolo, a testa china, tre ra-gazzi che pregavano con devozione. Alla fine del rosario cominciai a parla-re con loro e scoprii l'estrema povertà in cui si viveva a Casa Betania. Erano i primi tempi del Camilliano a Seveso e ancora non si era attivata quella catena di solidarietà fraterna con cui la città avrebbe dimostrato di aver superato preoccupazioni e pregiudizi nei suoi confronti».

Questo il primo impatto di Carla che, dotata di automobile, si mise a disposi-zione per accompagnare i nuovi amici all'ospedale o dovunque avessero ne-cessità di recarsi. Così la bella signora della borghesia brianzola iniziò ad oc-cuparsi degli ospiti di Casa Betania, sentendosi sempre più coinvolta.

La conoscenza personale con fratel Ettore avvenne dopo qualche tempo ed in maniera curiosa, mentre l'eclettico Camilliano "stava facendo il muratore", lavorando cioè di cemento e cazzuola in cima ad un pilastro. Carla ricorda che, quando suonò una campanella che invi-tava alla preghiera, fratel Ettore scese dal pilastro, si riassettò la veste nera, si sdraiò - sfinito - per terra e cominciò a pregare a bassa voce. Poi, finalmente, si accorse di lei, la salutò e le disse: «Spero che non si stanchi troppo presto di noi...». Era fatta: fratel Ettore aveva "stregato" anche lei!

Nel suo servizio a Seveso, Carla ha avuto modo di verificare nel concreto i piccoli-grandi "miracoli" dell'instanca-bile, divina Providenza. Più di una vol-ta, infatti, lei presente, si verificarono episodi incredibili, come il giorno in cui c'era una cambiale in scadenza ma mancavano i soldi per onorarla. «Pre-ghiamo la Madonna - aveva detto fratel

Ettore - ci penserà lei!». Ebbene, i sol-di arrivarono in una busta anonima, in misura superiore a quanto necessario.

Sabotino Jefuniello

Nel 1978 fratel Ettore incontra Sa-botino, nel corso di una riunione con al-cuni giovani durante la quale si parla della situazione tragica dei suoi "ospi-ti". Passati alcuni giorni da quell'in-contro, Sabatino si presenta alla porti-neria della Casa di cura San Camillo (ancora non c'era il primo rifugio).

Era un ragazzo di ventisette anni, ori-ginario del Sud (Galatina in Puglia, per la precisione), che aveva trovato a Mi-lano un discreto lavoro come fattorino. Si considerava, perciò, un fortunato e voleva fare qualcosa per chi viveva più faticosamente di lui. Si mise a disposi-zione di fratel Ettore per aiutarlo a dar da mangiare ai poveri che bussavano al-la porte della Casa di cura.

Con il giovane nacque subito una profonda intesa. Sabatino però ancora non conosceva la tragica realtà della Stazione Centrale di Milano: uomini che avevano perduto ogni dignità, in-sofferenti di qualsiasi rapporto, abbru-titi spesso dall'alcool, talmente sporchi da aver appiccicati addosso gli indu-menti..., una situazione che avrebbe spaventato qualsiasi essere umano ra-gionevole, ma non Sabatino.

Ricorda fratel Ettore: «Lavoravamo insieme con entusiasmo. Al di là delle nostre forze fisiche. Sabatino non si la-mentava mai. Era un giovane allegro. Riusciva persino a scherzare con i nostri poveri. Non si perdeva mai d'animo...».

Con accanto il giovane Jefuniello, fratel Ettore trova la forza per richiedere un posto da adibire a rifugio - il pri-mo - per i suoi singolari "amici". Ed è proprio da Sabatino che parte l'idea de-gli stanzoni sotto gli archi della ferro-via. Ed è ancora la singolare capacità di relazioni di Sabatino a coinvolgere in-teri gruppi parrocchiali nell'avventura del rifugio di via Sammartini, inaugu-rato il 1 ° gennaio 1979.

Sabatino intanto aveva abbandonato il suo lavoro per stare accanto a fratel Ettore, con totale disponibilità. E così continuò per cinque anni, fino alla mor-te avvenuta il 30 agosto 1982 a causa di una brutta polmonite buscata per aver portato la cena agli amici di viale Ortles (il dormitorio pubblico di Milano) in una freddissima sera durante un violen-to temporale.

«Era buono, umano, cristiano e ma-riano. Disponibile con tutti e amato da tutti. Fu molto di più di un aiutante pre-zioso. Divenne un autentico testimone dell'amore di Cristo per i sofferenti». Questo diceva fratel Ettore di Sabatino. Che, fra l'altro, fu uno dei fondatori del-l'associazione "Missionari del Cuore Immacolato di Maria al servizio dei più poveri nello spirito di san Camillo" fon-data da fratel Ettore per riunire, appun-to, volontari ed amici.

Anche il Card. Martini ha avuto espressioni toccanti per questo giovane uomo, nell'omelia tenuta durante la Messa nel trigesimo della sua morte: «Ho potuto cogliere, quando ho avuto la notizia della sua morte, che si tratta-va della scomparsa tra noi, per essere accolto presso Dio, di un profeta del no-stro tempo. Forse questa parola è trop-po grande, ci sono dei profeti che scri-vono, che parlano, che si fanno cono-scere, diciamo i profeti maggiori, e poi ci sono i profeti minori che sono forse quelli che più fanno per il mondo, cioè quelli che non parlano molto, quelli che si fanno poco conoscere, ma che vivo-no seriamente la vita evangelica. Sono tanti questi discepoli: Sabatino è stato uno di questi, è stato mandato in questa città per essere segno umile, discreto della presenza del Signore».

Enrica Pleboni

Dopo Sabatino, Enrica. è una giova-ne donna poco più che ventenne, quan-do s'affaccia per la prima volta al rifu-gio di via Sammartini. Siamo nel 1987. Alle spalle ha anche lei una vita diffici-le, ma non appena si rende conto delle tragedie che stanno dietro gli ospiti di fratel Ettore decide di donarsi comple-tamente al loro servizio.

Via Sammartini e Casa Betania di-ventano subito la sua casa. Generosa, in-stancabile, fedele ai suoi impegni, si prodiga senza risparmio e distribuisce a piene mani gioia e speranza. è stimolo e forza non soltanto per fratel Ettore e per i suoi poveri, ma anche per gli altri volontari, per tutti quelli che vengono in contatto, in un modo o nell'altro, con lei.

è molto malata, ma non confida a nessuno il suo precario stato di salute e continua il suo impegno senza mai da-re a vedere stanchezza, debolezza. Muore nel febbraio 1990, dopo infinite sofferenze causatele da un linfosarcoma gastrico.

«La sua forza», scriverà fratel Ettore, «derivava dalla sua fede, e si eviden-ziava in un sorriso luminoso. Il sorriso che si proietta sul volto di coloro che la vivono profondamente. Ne ho fatto a lungo l'esperienza, tanto da chieder-glielo quand'ero in momenti di grande sofferenza. "Enrica", le dicevo, "Sorri-dimi". E lei mi illuminava di virtù e di purezza, sino a farmi pensare che, dopo Maria santissima, la mamma celeste, e Carolina, la mia mamma naturale, lei fosse la mia mamma acquisita».

Così ancora fratel Ettore ricorda l'ul-timo Natale di Enrica: «Non conoscevo la sua profonda sofferenza. Non sapevo che la mia malattia, una bronchite qua-si cronica durante l'inverno, avrebbe potuto scatenare in lei ben più della brutta broncopolmonite che mi colpì po-chi giorni più tardi. Quanto corremmo in quella fine di dicembre per aiutare molti nostri fratelli e sorelle di Milano,

italiani e stranieri, affinché anch'essi potessero godere del fuoco d'amore che, a Natale, si sprigiona per ogni dove... Dappertutto Enrica volava con la mac-china, sospinta più dalla profonda fede che dalla sua forza fisica sempre più li-mitata e precaria, e annunciava: "Presto sarà Natale. Verrà celebrata una Messa per voi. Venite, adoriamo..."».

In una delle ultime lettere inviate dall'ospedale Sacco dove era ricovera-ta, così Enrica scrive a fratel Ettore: «Grazie, fratel Ettore, per questo splen-dido Natale che ho potuto condividere con te e con i tuoi poveri nella soffe-renza, nella stanchezza, ma ancor più nell'immensa gioia dell'attesa e del-l'accoglienza. Grazie, Gesù, Giuseppe

e Maria, che avete permesso che an-ch'io oggi potessi accogliervi, amarvi, consolarvi, sorridervi, abbracciarvi e baciarvi, incontrandovi nel volto dei consacrati, sacerdoti e laici. Nei volti dei bambini, degli oppressi, degli emar-ginati, dei sofferenti, dei delinquenti, dei ladroni. Grazie perché anche oggi mi avete donato tutto il vostro amore e il vostro calore. Grazie della grazia che ho potuto condividere con te, Ettore, fratello mio in Gesù Cristo nostro Signore... ».

Per Sabatino Jefuniello ed Enrica Plebani è in corso il processo canonico di beatificazione.

Roberto Dubini

Quella di Roberto Dubini sembra una vita ritagliata da un film.

Colpito non sa nemmeno lui bene da quale folgorazione, decise all'improvvi-so di andare in giro per il mondo. Ap-proda nella Legione Straniera e come le-gionario è paracadutato in Ciad a com-battere Gheddafi. Ferito gravemente, è rimpatriato. L'idea di tornare nella Legione Straniera non gli sorride più. Scappa, ma viene convinto a fare il mer-cenario con un'alta paga, purché ac-compagni clandestini dall'Italia fino al confine della Svizzera tedesca. Alla quindicesima "missione" qualcuno lo "brucia". Catturato dagli svizzeri, è con-dannato per direttissima.

Scarcerato, torna a Milano e diventa uno di quei "randagi" che fratel Ettore scopre alla Stazione Centrale. Così di-venta un suo fedelissimo collaboratore.

Francesco Bossi e luigi Menghistu

Ventinove anni, un solido impiego come bancario, Francesco Bossi un bel giorno lascia tutto per dedicarsi agli "ospiti" del rifu-gio di via Sam-martini.

Così racconta lui stesso la sua "avventura": «O-gni giovedì tra-scorrevo la notte assistendo soprat-tutto quelli che re-stavano fuori dal rifugio. Un bel momento mi sono detto: voglio vivere dal di dentro, fino in fon-do, questa esperienza. Così sono anda-to dal mio direttore generale e gli ho chiesto sei mesi di aspettativa. Lì per lì non ha dato peso alla mia richiesta. Mi ha consigliato di ripensarci e di ritor-nare da lui dopo qualche tempo. Rite-neva che stessi facendo un colpo di te-sta. L'ho spuntata... Se non avessi da-to uno strappo alle mie abitudini, se non mi fossi immerso in questa realtà fi-no in fondo, non avrei compreso un aspetto fonda-mentale di ciò che si sta facendo in via Sammartini. Nel rifugio non si aiuta soltanto il prossimo, ma si sta costruendo una vera comu-nità... ».

Luigi Menghistu era figlio di padre italiano e mamma dell'Asmara. Nel 1979 incontra fratel Ettore che gli fa la sconvolgente propo-sta di aiutarlo a tempo pieno. Per un giovanotto ben integrato, non è certa-mente il massimo. Eppure Luigi accet-ta diventando responsabile della comu-nità di Varenna. Certamente per lui si è trattato di una scelta contro corrente, al-meno a partire dalle normali logiche di vita. Una scelta che forse disturba le no-stre coscienze sopite, che ridicolizza le nostre astuzie per conciliare Cristo con i nostri comodi. Ma sappiamo anche che le nostre logiche non sono quelle evangeliche, secondo le quali Dio "ha rovesciato i potenti dai troni e innalzato gli umili".

Vite esemplari

Carla, Sabatino, Enrica, Roberto, Francesco, Luigi e tanti altri: vite diversamente esemplari, fra i tanti che hanno aiutato fratel Ettore a mandare avanti le sue "imprese". E che continuano ancora oggi, lui scomparso, ad occuparsi dei suoi "ospiti", dei suoi amici più cari.

"Santi" (sì, in certo senso lo so-no anche i tuttora viventi), della santità quotidiana che forse non ar-riverà mai ad essere ufficialmente  riconosciuta e proclamata, ma che serve a noi tutti per essere felici, di quella contagiosa felicità che solo l'amore di Dio può darci.

Non possiamo però qui dimenti-care - tra i tanti - la generosa colla-borazione - durata tre anni - di un grup-petto di Figlie di San Camillo guidate dalla superiora suor Agnese, e dei reli-giosi camilliani, che pure sono stati col-laboratori ammirevoli della sua opera, nelle persone di padre Claudio, padre Adriano, padre Albino e padre Riccardo. Desideriamo soltanto riferire quanto lo stesso Ettore ha avuto modo di ricono-scere: «La presenza dei miei confratelli mi ha sempre dato motivo di credere che l'opera è del Signore, e che le ispirazio-ni avute e seguite erano espressioni del-la volontà di Dio. Senza il sostegno del mio Ordine, non sarei riuscito a dare ciò che mi ripromettevo».

 

LA SPIRITUALITA'

INNAMORATO DI MARIA DI NAZARETH

«Vorrei dire a tutti che con l'aiuto di Dio e l'amore della Vergine nessuno potrà mancare di compiere il proprio dovere cristiano. Nulla è impossibile a Dio, disse l'angelo a Maria al momento dell'Annunciazione. Così capiterà anche a noi se con la fede della Vergine diremo si alle varie richieste di Dio» (Fratel Ettore).

La devozione per la Vergine è stata il dato distintivo di fratel Ettore, una devozione "spudorata", irrefrenabile, coinvolgente. La sua preghiera preferi-ta era il rosario, che recitava come un in-namorato recita versi alla sua bella.

A volte girava con agganciata al tet-to della sua autovettura, a dire il vero un po' sgangherata, una grande statua del-la Madonna che veneriamo a Fatima. E nessuno poteva fare a meno di notarlo. In chi non lo conosceva, questo modo di fare poteva suscitare ilarità, stupore. Ma non appena gli si parlava, non si poteva fare a meno di lasciarsi trascinare nel vortice del suo stesso innamoramento, forse un po' esagerato. «Evidentemente le statue non erano che un segno del suo profondo amore per la Madre del Si-gnore che si esprimeva nello sgranare rosari e nel cantare toccanti canzoni. Nella devozione verso la Vergine Im-macolata la sua spiritualità acquistava toni fortemente affettivi. Tra tutti i san-tuari, lo attirava maggiormente quello di Fatima, forse per gli accenti di ripara-zione che permeano i messaggi rivolti dalla Vergine ai tre giovani veggenti» (A. Brusco, Con tenerezza di madre e cuore di profeta, Vita Nostra n. 247, lu-glio-settembre 2004).

Per fratel Ettore, Maria era "la mam-ma" del Salvatore e sua, e di tutti gli uo-mini e le donne del mondo. In questo modo non perdeva mai di vista il Cristo Gesù; e la misericordia della Madre era la traccia che lo conduceva al cuore mi-sericordioso del Figlio. Maria, per fratel Ettore, non era mai separata dal Figlio, ragione della Sua stessa vita e ragione di vita anche del discepolo Ettore. Infatti, è nel discepolato fedele di Maria che Ettore trova la strada del suo discepola-to; è nel cuore misericordioso della Madonna che Ettore trova il "modello" del suo agire per gli altri, per i poveri, per i "dimessi" dalla società.

Per Maria a Cristo

Maria e Gesù: il binomio fondamen-tale che ha guidato tutta la vita di fra-tel Ettore. Maria e Gesù: protagonisti di un amore che Ettore non voleva tene-re per sé, ma voleva che altri sentisse intorno alle proprie spalle, come scu-do e baluardo, come "coperta" che difende e protegge dal freddo del male. Il suo modo di testimoniare la pro-fondità di questi moti precisi e profon-di dell'animo, era semplice, spontaneo, quasi fanciullesco, come il suo modo di essere. Distribuiva rosari e immaginet-te del Sacro Cuore senza risparmio e senza curarsi troppo se chi le riceveva era credente o no. In fondo Ettore cre-deva nella forza evocativa delle imma-gini che non potevano non smuovere i cuori, che un giorno o l'altro non pote-vano non interrogare le coscienze. Poi, se nulla succedeva, beh, allora non era affar suo ma del Signore!

Scrive ancora, nel saggio sopra cita-to, padre Angelo Brusco che ha accom-pagnato per un tratto il cammino di fra-tel Ettore: «Ciò che ha confermato in me la certezza della sua profonda vita nello Spirito è stata la continuità del suo slancio spirituale: nei momenti belli co-me in quelli oscuri e drammatici, si esprimeva nella preghiera costante, nel-l'offerta della propria sofferenza, nel-l'azione di grazie. Sul suo modo di pre-gare e di far pregare si poteva anche di-scutere e certe pratiche e manifestazio-ni si prestavano facilmente alla critica. Ciò che, però, non poteva essere nega-to, era l'autenticità dei sentimenti che lo muovevano».

Azione e contemplazione

L'azione, anche frenetica, in fratel Ettore nasceva dalla contemplazione, non fatta nel segreto di un tempio, ma per le strade, nella vita convulsa delle grandi città. Scrive padre Brusco: «Non vi sono dubbi che la sua carità verso i poveri e gli ammalati non poteva che nascere da un cuore abitato dall'amore del Signore. Pensando a questo mi è ve-nuta in mente l'immagine del razzo che Urs von Balthasar usa per descrivere il duplice movimento spirituale della vita cristiana e che, a mio parere, ha trovato una bella realizzazione nell'esistenza di fratel Ettore: "Ripido vola il raggio di fuoco dell'amore verso il cielo, si con-centra, scoppia (nell'attimo dell'estasi), e mille scintille discendono rapide e sempre più rapide verso la terra: Dio manda te, lacerato a pezzi, ti rimanda ai suoi fratelli"».

L'immagine di von Balthasar è sug-gestiva. Ma fratel Ettore non avrebbe mai pensato di esserne una realizzazio-ne vivente. Il suo vivere nello Spirito aveva i toni della semplicità, della sa-pienza del cuore che a volte ignora le profondità teologiche. Il suo sogno era di spartire con chi incontrava, non sol-tanto la vita materiale, ma proprio quel-la vita nello Spirito di cui egli stesso si nutriva. Scrive ancora padre Brusco: «Nelle iniziative di carità egli puntava non solo a salvaguardare la dignità del-le persone, ma anche a promuovere la loro salvezza, appellandosi alla miseri-cordia divina. La filantropia diventava così carità non solo perché motivata so-prannaturalmente, ma anche perché mi-rava alla realizzazione completa della persona, destinata alla salvezza».

Certo, i suoi modi di fare non erano esenti da critiche. «Da alcuni è stato no-tato che egli forzava un po' troppo nel-lo stimolare i suoi poveri, e non solo quelli, alla conversione. Anche in quei casi erano il suo stile e la sua persona-lità che davano toni e accenti particola-

ri a un'intenzione di grande autenticità. Nel suo amore a Cristo misericordioso vi era anche quella dimensione ripara-trice rintracciabile nella maggior parte delle anime mistiche, così profonda-mente unite al Signore da avvertire l'an-sia di riparare le offese che vengono fat-te all'oggetto del proprio amore» (padre Angelo Brusco).

Il "modello" Camillo de Lellis

Nei visceri materni di Maria fratel Ettore trova la risposta alle sue doman-de di redenzione universale, trova la realizzazione del suo sogno.

Maria è amata da fratel Ettore per-ché, Madre del Signore, è la stella po-lare di san Camillo de Lellis, di cui ave-va attentamente studiato la biografia e gli insegnamenti, cercando di riprodur-ne, nella propria vita, i tratti caratteri-stici. «Del Fondatore egli ha imitato in modo particolare l'amore verso gli ulti-mi, la mobilità che gli consentiva di cor-rere là dove emergevano bisogni urgen-ti, la visione di fede che lo portava ad inginocchiarsi davanti al malato. A vol-te... mi è sembrato di notare in fratel Ettore un certo mimetismo, cioè la vo-lontà di fare propri in maniera un po' studiata gli atteggiamenti puntuali di san Camillo. Ciò, tuttavia, non toglieva nulla alla sua sincera volontà di fare del Fondatore un modello di vita» (A. Brusco, op. cit.).

Fratel Ettore fondatore?

Fratel Ettore aveva il senso dei suoi limiti, ma desiderava che le sue opere non cadessero nel nulla una volta che lui fosse scomparso. Uno dei suoi pro-getti era quello di fondare un istituto re-ligioso come diretta derivazione dalla sua spiritualità e - è lecito supporlo - ispirato da una visione di Maria come Madre della Chiesa, di una comunità, quindi. Non si può, allora, pensare a fra-tel Ettore senza occuparsi di quest'altro suo sogno, che soltanto parzialmente si realizzerà.

Nello spiegare i motivi della parzia-le realizzazione ci viene ancora in aiu-to il suo confratello padre Angelo Brusco: «Nel tentare di realizzare tale progetto egli ha proceduto con quel ti-pico disordine che spesso caratterizza-va le sue iniziative. Forse era sua con-vinzione che avrebbe potuto raggiun-gere quell'obiettivo come era stato ca-pace di creare, una dopo l'altra, le sue case di accoglienza. Purtroppo ha do-vuto scontrarsi con una realtà diversa: le norme canoniche assai precise, la dif-ficoltà della promozione vocazionale, la mancanza di risorse formative per gli eventuali candidati... Il suo stesso mo-do di procedere spesso affrettato e, qualche volta anche semplicistico, non gli è stato di aiuto. Dopo aver pensato a un istituto di uomini e di donne, ha op-tato per accogliere unicamente donne. Non essendovi vocazioni in Italia, ha tentato la via della Colombia, sperando di portare in Italia un numero significa-tivo di donne aperte a questa vocazio-ne. L' impresa non poteva evidentemen-te avere successo, perché una vocazio-ne alla vita consacrata ha bisogno di es-sere coltivata e verificata con un serio discernimento... ».

La continuità dell'opera di fratel Et-tore è stata comunque assicurata, perché in parte il suo sogno di "fondatore" si è realizzato in suor Teresa Martino.

Milano e la sua Chiesa

Milano è una città "stravagante". Apparentemente i suoi abitanti sono tra-volti da una frenetica attività, che dà po-chi spazi al riposo e non ne riserva af-fatto alla riflessione, tanto meno alla spiritualità. Una città percorsa dal desi-derio di fare soldi, i mitici "dané", di ac-cumulare potere, di vivere alla grande occupandosi unicamente della propria immagine.

Tutto questo è vero, Milano ed i suoi abitanti sono in gran parte così. Ma la Milano col "coeur-in-man", con il cuo-re nelle mani, generosa, attenta, non è stata sepolta dall'arroganza e dall'in-differenza, esiste, e come se esiste! è una città, come ha affermato il suo ar-civescovo - il Card. Dionigi Tettamanzi - nell'omelia ai funerali di fratel Ettore, «che ha le sue contraddizioni, come pe-raltro avviene per tutte le grandi e mo-derne città, ma che si presenta come estremamente vivace, dinamica e ope-rosa nel volontariato nei riguardi dei po-veri, dei deboli, degli anziani, dei ma-lati, dei diseredati e disperati».

è questa la Milano che ha amato fratel Ettore, che gli ha dato sostegno fi-nanziario e morale quasi da subito, la stessa Milano dove - alla fine dell'Ot-tocento - cattolici e socialisti facevano a gara nell'aiutare quei diseredati che un secolo dopo fratel Ettore avrebbe fatto diventare suoi fratelli. è questa la Milano alla quale fratel Ettore «ha fatto scuola. Quante istituzioni e quante per-sone hanno accolto la sua lezione di ca-rità e l'hanno seguito e aiutato! Lo spon-taneo afflusso alla sua salma da parte di tante persone d'ogni ceto sociale, d'ogni paese e d'ogni fede, è una splendida te-stimonianza» (dall'omelia sopra citata).

L"'Angelo dell'anno"

Una testimonianza andata oltre la morte: infatti la "Milano solidale" il 1 ° febbraio di quest'anno ha conferito un premio speciale "alla memoria" a fratel Ettore. Ogni anno la città festeggia i propri campioni di generosità con un premio dal titolo evocativo: Angelo del-l'anno, consegnato a coloro che si sono segnalati nel servizio del prossimo. Giunto alla sua sesta esizione, nel 2005 ha insignito fratel Ettore di questo spe-ciale riconoscimento.

Nella cerimonia di premiazione l'ap-plauso più lungo e commosso è stato ri-servato proprio al Camilliano. Così an-cora una volta è emerso il volto bello e generoso della città.

Perché proprio fratel Ettore? Perché è stata la sua semplicità, la sua fede "gridata" a coinvolgere anche i cuori più duri, a risvegliare le coscienze.

L'ha sottolineato lo stesso Card. Martini che ha sempre apprezzato e so-stenuto fratel Ettore. Così Martini ha scritto al suo successore, Dionigi Tet-tamanzi, non appena appresa la notizia della morte del religioso camilliano: «Ho avuto modo di ammirare una ca-rità, un disinteresse, uno spirito di sa-crificio veramente eroici, che non si ti-ravano mai indietro di fronte a nessuna difficoltà. Un religioso così - mi ver-rebbe voglia di dire "un gigante della carità" - fa onore al Vangelo e alla bontà della nostra gente e merita che le sue azioni e iniziative siano ricordate tra le più significative di questi anni nel cam-po dell'emarginazione».

La devozione al Rosario

La vita nello Spirito di fratel Ettore è stata anche la manifestazione della sua paternità; un "senso della paternità" che egli ricavava dall'attenzione al Vangelo, Parola letta, meditata, adorata e procla-mata con la forza del testimone verace. Quindi Parola tradotta in gesti usuali. Parola "mangiata" ogni giorno nel pane e nel vino eucaristici.

Anche il Rosario, quasi un "bigliet-to da visita" del Camilliano, era un per-corso breve nella storia della salvezza, alla scuola del Maestro, la cui vicenda è interamente rivissuta nei Misteri.

Nel Rosario fratel Ettore riviveva la vita di Gesù e Maria, sentiva la voce dello spirito, s'inginocchiava davanti alla misericordia del Padre. Era il suo "breviario", la sua consolazione. Per questo non lo teneva soltanto per sé: co-me "oggetto evocativo" regalava una coroncina a tutti quelli che incontrava per dire loro il bene di Maria e Gesù.

è ancora il Card. Tettamanzi a rico-noscerlo nell'omelia per le esequie: «Mi pare che la testimonianza di fratel Ettore sia inconfutabile: lui ha creduto a queste parole, e le ha rese "carne del-la propria carne e sangue del proprio sangue". Si è fatto ultimo con gli ulti-mi. Non li ha solo "accolti". Li ha an-che "cercati", cercati per amore e per fe-de, come immagini vive e palpitanti del Figlio di Dio fattosi uomo e resosi mi-steriosamente presente in ogni povero e sofferente, in quanti hanno fame e sete, sono forestieri e nudi, malati e carcera-ti» (cfr. Matteo 25, 35ss).

«"Padre dei poveri", così qualche giornale ha definito fratel Ettore. Per la verità, c'è da dire che la Bibbia riferi-sce questo appellativo solo a Dio, il Pater pauperum per eccellenza. Ma fra-tel Ettore è stato, con tutta la sua carica di umanità e per un dono grande di Dio e del suo amore, una trasparenza parti-colarmente luminosa, credibile ed effi-cace dell'infinita, misericordiosa e compassionevole paternità di Dio».

Sono solo un pover'uomo...

Anche fratel Ettore era conscio del suo "debito" verso la Parola, perché co-sì si era più volte espresso: «Vorrei con-vincervi che sono soltanto un pover'uo-mo. Un uomo che per tutta la vita ha fat-to soltanto la volontà di Dio, spesso sen-za neppure rendersene conto. Dal Signore ho ricevuto grazie straordinarie, ma non posso vantarmi di aver sempre corrisposto perfettamente alle grandi grazie ricevute. Questo lo dico perché nessuno, ripeto nessuno, anche l'ultimo dei miei ospiti, si senta inferiore a me o possa pensare di non poter fare anche lui cose simili a quelle che io, per grazia di Dio e per lo straordinario amore della Madre, ho compiuto...».

In ordine di tempo, in questo nostro tempo così tormentato e affascinante, fratel Ettore è l'ultimo esempio della predilezione divina per i semplici, il "segno" attuale della parola di Gesù che ringrazia il Padre perché non ai sapien-ti ed ai potenti, ma ai piccoli ed agli umili rivela sé e il suo mistero. 

LA MALATTIA E LA MORTE

LA FORZA DI UN UOMO FRAGILE

«Se dovessi raccontare della mia salute, vi trovereste a dover credere che in tutta la mia vita per ben pochi giorni ho goduto di totale salute. Posso dirvi che la sofferenza non mi ha mai abbandonato. Ma ho accettato tutto con serenità perché a grandi grazie di Dio fanno sempre da contrappeso grandi croci» (Fratel Ettore).

Vorrei dire a tutti che con l'aiuto di Dio e con l'amore della Ver-gine nessuno potrà mancare di compiere il proprio dovere di cristiano. La fede, la speranza e la carità sono le tre virtù che convivono. Nulla è impos-sibile a Dio, disse l'angelo a Maria al momento dell'Annunciazione. Così ca-piterà anche a noi, se con la fede della Vergine diremo sì alle svariate richieste che Dio ci fa ogni giorno. Anche se que-ste richieste richiedono umiliazioni, fa-tica, dolore, morte».

Così ha detto di sé fratel Ettore. Ed è vero: era un uomo fragile, dalla salute malferma fin dalla giovinezza. Ma que-sto non gli ha impedito di lavorare, di impegnarsi fisicamente fino alla fine, senza risparmio. Lo sanno bene i suoi confratelli delle Case di cura milanesi San Pio X e San Camillo, che l'acco-glievano con fraterno amore tutte le vol-te che il suo fisico cedeva. Che s'arrab-biavano anche (e poi cedevano le armi), ogni volta che quel loro "matto" fratel-lo si alzava, si rivestiva e se ne andava senza che i medici gliene avessero dato il permesso, perché c'era qualche situa-zione da sistemare, qualche povero da "riscattare".

La "cartina di tornasole"

Si dice che la morte è la cartina di tor-nasole della vita, vale a dire la riprova di come si è vissuto: chi ha vissuto be-ne, muore anche bene. E morire bene non è uguale a non aver paura della mor-te, a non soffrire nel sapere di lasciare la vita. Morire bene è "morire da vivi" - come ha detto un filosofo -, è morire avendo accolto e consumato in pieno tutta la propria esistenza.

Per chi crede in Gesù, il Cristo di Dio, morire bene è morire nella consapevo-lezza di fare la volontà del Signore, di accoglierlo senza riserve anche negli estremi istanti. è la coscienza che non da noi viene il bene, ma dal Signore che si serve di noi per essere visibilmente presente nella storia, nella quotidianità.

Morire bene per il cristiano è morire come il Crocifisso, che vive fino all'ul-timo la sua umanità totale, così "totale" da accogliere il senso dell'abbandono perfino del Padre («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato... »). è quin-di lasciarsi purificare, nell'ora della pro-va, dalla paura, dal dolore stesso.

Nell'omelia funebre di fratel Ettore il Card. Tettamanzi ha così commentato: «ll Signore che l'ha purificato in conti-nuità, attraverso le tante prove e soffe-renze della vita - quelle morali, in parti-colare - e che ha portato a compimento questa purificazione con la leucemia che ha consumato il fisico di fratel Ettore, ma non la sua volontà e passione di vi-vere e di vivere per gli altri, il Signore lo accolga ora - misericordioso e beni-gno - nella pace imperturbabile e nella gioia piena di quel Regno ch'egli riser-va ai suoi servi buoni e fedeli. A fratel Ettore, che non si è mai risparmiato nel dare il cibo e la casa a tanti poveri, Dio

doni il cibo che non perisce - quello del-la vita eterna - e doni la sua casa, ossia il suo stesso cuore, come luogo di pro-tezione, di amore e di beatitudine».

Un uomo indocile

La sofferenza è stata assidua compa-gna di fratel Ettore per tutto il corso del-la sua vita: ogni tanto era costretto a ral-lentare il ritmo della sua attività per prendersi cura della sua salute. Cosa che avveniva, naturalmente, presso le Case di cura camilliane.

Non nascondeva mai il peso della sofferenza, ma la univa sempre a quella del Cristo Gesù da cui si attendeva gra-zie per le prove subite.

Anche quando stava male, i tratti fon-damentali del suo carattere, la sua ferrea volontà non mancavano di mostrarsi. Dice padre Brusco: «Nella malattia si mostrava spesso indocile, contravve-nendo facilmente alle direttive dei me-dici e del personale infermieristico». Uomo semplice, fratel Ettore, ma certa-mente dotato di un carattere tenace, di una volontà di ferro, che la certezza di essere dalla parte del Signore rendeva ancora più forte.

Tutti, a Milano, anche i più lontani dalla fede in Cristo, hanno rispettato e amato quest'uomo dolce e violento in-sieme, violento della violenza di chi è si-curo nella propria fede. Tutti a Milano, alla sua morte, abbiamo pensato di avere un "santo" in più in cielo, che possa intercedere per il bene della città, dei cit-tadini, soprattutto dei più poveri. Intercessore?

L'ha riconosciuto anche il Card. Tettamanzi che ha affermato: «Sì, noi vogliamo pregare per fratel Ettore. Ma sentiamo che è soprattutto lui che ora può e vuole pregare per tutti noi, per tutti i poveri e i sofferenti che ha in-contrato, per tutti i poveri e i sofferenti che continuano ad abitare le nostre città e i nostri paesi. Lui è nell'intimità gioiosa di Dio, ma il suo cuore ha im-pressi indelebili i segni del tanto dolo-re quaggiù incontrato e consolato. Preghi, allora, perché il Signore faccia sentire a tutti i poveri, gli emarginati e sofferenti della vita e a tutti quelli che hanno perso la speranza, che lui, fratel Ettore, non li ha affatto abbandonati e che altri - con il loro impegno di assi-stenza, di cura e di affetto - continue-ranno a rivelare il volto di un Dio ami-co dell'uomo, di un Padre che non di-mentica nessuno dei suoi figli. La no-stra preghiera e quella di fratel Ettore sono, per tutti noi, una straordinaria professione di fede nel significato, mi-sterioso sì ma consolante, che per i cre-denti in Cristo ha la morte. Essa, in realtà, non spezza i legami, non cancel-la la comunicazione, non spegne il dia-logo dei pensieri e degli affetti tra quan-ti si trovano sulle due diverse sponde dell'unico grande fiume della vita!».

La radice della forza

Quale eredità lascia fratel Ettore? Lo spiega ancora il porporato di Milano: «Questa è la stessa eredità che, per pri-mo, fratel Ettore ha attinto, a piene ma-ni, dalla Parola di Dio, luce e forza del-la sua vita, nei suoi gesti grandi e pic-coli, noti e sconosciuti. è l'eredità at-tinta soprattutto dal Vangelo, da quel Vangelo vivente e personale che è Gesù Cristo stesso, Gesù crocifisso che dona tutto se stesso per amore. Oh, quella cro-ce rossa che lui, figlio di san Camillo, con semplicità e fierezza ha sempre vo-luto mostrare a tutti! Non è forse il se-gno più eloquente e forte che è lì, sol-tanto lì, nel Corpo dato e nel Sangue sparso del Signore sulla croce, la sor-gente e la forza per una vita di dedizio-ne instancabile e disinteressata ai pove-ri e agli afflitti, quale è stata la vita di fratel Ettore?». 

LA TESTIMONE

DAL PALCOSCENICO ALLA CROCE DI CAMILLO

Al giorno in cui fratel Ettore mi disse senza alcun preambolo che un domani avrei portato avanti la sua opera, lo guardai come si guarda uno uscito di senno e voltai i tacchi. Ma egli, non contento, aggiunse che dovevo fondare con lui una famiglia religiosa!...» (Suor Teresa Martino).

Teresa Martino appare nella vita di fratel Ettore alla fine del 1993. è una donna ancora giovane, attrice di teatro ma non soltanto. Per vivere si de-dica pure all'artigianato di un certo li-vello. Ha una bella famiglia intorno a sé che le vuole bene. 1 suoi rapporti con il prossimo, per il suo carattere aperto, so-no felici e facili.

Teresa non è, però, quieta. Nel pro-fondo del cuore c'è un punto interroga-tivo che non la lascia in pace, come se qualcuno la chiamasse ad una scoperta ulteriore. Ma chi è quel qualcuno inter-rogante? Dove potrebbe portarla una ri-sposta a quell'interrogativo prepotente ma ancora poco chiaro?

L'incontro con fratel Ettore è casua-le. Teresa partecipa ad uno dei raduni parrocchiali che il Camilliano un poco provoca ed un poco "subisce", nel sen-so che spesso i parroci lo invitano a rac-contare - soprattutto ai giovani - la sua avventura di vita. Rimane sconcertata dalla semplicità e dalla radicalità delle parole del religioso. Ma non è ancora la decisione. Si fa largo, comunque, nella sua mente e nel suo cuore la sensazione che finalmente le sue domande stanno trovando una risposta, una inattesa ri-sposta.

Questa avviene, definitiva, quando un giorno - sembra una scena da film, ma in fondo Teresa è un'attrice ed un coup-de-théatre le si conviene - fratel Ettore, pas-sandole accanto, le dà un colpetto sulla testa e le dice perentoriamente: «Devi venire con me». Da questo punto in poi Teresa vede con sufficiente chiarezza il suo cammino. La sua vita sarà dedicata ai poveri più poveri accanto a quell'uo-mo straordinario, dagli occhi fanciulle-schi e dal fare imperioso.

La congregazione

Da tempo fratel Ettore aveva in men-te di fondare, oltre l'Associazione dei Missionari del Cuore Immacolato di Maria, un istituto religioso nel quale raccogliere stabilmente persone che vo-lessero dedicare la propria vita a Dio ed ai fratelli più poveri secondo lo stile di san Camillo. Aveva pensato ad una pre-senza sia maschile che femminile, poi aveva ridimensionato il suo sogno, op-tando soltanto per un istituto femmini-le. Si era subito scontrato, però, con molti problemi. Innanzitutto le norme canoniche che la Chiesa ha prudente-mente predisposto: una vocazione reli-giosa è una scelta grande e seria, che impegna la persona singola, ma anche l'intera comunità credente. è una scel-ta da vagliare con cura, per non creare possibili "disordini" sia alla persona, sia alla comunità.

Fratel Ettore si imbatte, quindi, in numerose difficoltà. La prima riguarda la promozione vocazionale: chi potreb-be occuparsene? La seconda, forse an-cora più seria, è la mancanza di risorse formative: una volta vi fossero state candidate, chi si sarebbe occupato, ol-tre che del discernimento vocazionale, della loro formazione come religiose?

Mancando poi vocazioni in Italia (te-niamo conto che gli anni Ottanta e No-vanta dello scorso secolo segnano per tutti gli Ordini e le Congregazioni reli-giose un crollo abissale nelle vocazioni), fratel Ettore pensa all'estero, in partico-lare alla Colombia, in America Lati-na, dove però fa un buco nell'acqua. L'India sembra un serbatoio migliore, ma anche in quel Paese non si va oltre le semplici promesse poi non mantenute.

Tante promesse un solo "si"

A rispondere "sì" è unicamente Te-resa Martino, che diviene fedelissima collaboratrice e che fratel Ettore vuole da subito co-fondatrice della futura Congregazione, nonché "erede" della responsabilità per le varie opere da lui fondate.

Così racconta l'episodio la stessa Teresa, anzi suor Teresa, ormai consa-crata al Signore sia pure in forma pri-vata: «Il giorno in cui fratel Ettore mi disse senza alcun preambolo che un do-mani avrei portato avanti tutto questo (me lo disse con un largo gesto, alle quattro di un freddo mattino invernale, guardando in giro Casa Betania da una finestra del secondo piano della palaz-zina), lo guardai come si guarda uno uscito di senno e voltai i tacchi. Ma non contento aggiunse che dovevo fondare con lui una famiglia religiosa!... In un lampo presi la decisione di tornarmene a casa e glielo dissi. Non erano forse trascorsi appena dieci giorni da quando mi trovavo a Casa Betania? Cosa gli saltava in mente di tirarmi giù dal letto a quell'ora per dirmi enormità del ge-nere? Fu il nostro primo litigio».

Teresa non aveva fatto i conti con la santa ostinazione tipica dei fondatori, soprattutto se persone semplici e non agguerriti teologi! Lo Spirito la ricon-dusse da fratel Ettore. è ancora Teresa a parlare delle sue emozioni il giorno in cui per la prima volta pronunciò i voti privati: «Ricordo la gioia con un po' di tensione, nel cubicolo di san Camillo al-la Maddalena [la Casa generalizia dei Camilliani a Roma], per i miei primi vo-ti. Fratel Ettore riuscì a riunire (certo con la complicità della Madonna) alcu-ni consultori [i responsabili in carica dell'Ordine Camilliano] che furono te-stimoni dei miei voti privati e in quel-l'occasione, padre Angelo Brusco, allo-ra padre generale dell'Ordine, parlò esplicitamente di "nuovo carisma" (cioè un carisma distinto) sul grande albero camilliano. E fratel Ettore metteva ne-ro su bianco perché usava dire: "Carta canta, villan dorme..."».

Un incontro provvidenziale

L'episodio è confermato da padre Angelo Brusco che precisa: «Come era accaduto a Giuseppina Vannini [fonda-trice delle Figlie di San Camillo] il 2 febbraio 1892, fratel Ettore ha voluto che Teresa iniziasse il noviziato ed emettesse i voti privati nel Cubicolo di san Camillo nella Casa della Madda-lena. Mentre presiedevo quella cerimo-nia il 25 marzo 1998, avevo l'impres-sione che egli avesse trovato la persona giusta. Con il trascorrere del tempo ta-le impressione è stata confermata».

Un incontro, quello di fratel Ettore con Teresa Martino, davvero provvi-denziale, come riconosce sempre padre Brusco, che ne fornisce anche le ragio-ni: «Questa donna [Teresa] semplice e decisa, intelligente e intraprendente, at-tiva ma anche molto attenta alla vita nel-lo Spirito, è divenuta il suo braccio de-stro. Per seguire fratel Ettore ha rinun-ciato ad una carriera nel campo dello spettacolo, spinta da motivi interiori che a mano a mano si sono purificati impo-nendosi con decisione al suo spirito».

Teresa ha sostenuto fratel Ettore non soltanto materialmente, nelle sue opere, ma - avendo compreso, forse incorag-giata da un femminile intuito, il senso profondo di tante fatiche - l'aiutava a veder chiaro in situazioni piuttosto con-fuse, «accompagnandolo nel suo vaga-re apostolico, mettendo a disposizione dell'opera il proprio talento femminile».

Guerra e pace

I primi dieci anni della sua consa-crazione suor Teresa li trascorre a fian-co della comunità maschile. è ancora lei a ricordare: «Ripenso ai dieci anni trascorsi nel refettorio dei frati (tutti uo-mini), con nessuna possibilità di dire la mia. Dunque, in silenzio. Un po' per volta so di aver conquistato qualche considerazione. Specie per il modo, di-ciamo "originale", che avevo ai loro oc-chi di amare fratel Ettore: sono sempre stata innamorata della sua santità, ma fra i miei difetti e quelli di fratel Ettore era guerra aperta.... Noi non avevamo paura di litigare. Le persone che si ama-no a me sembra che non dovrebbero aver paura di litigare, si dispiacciono e ne soffrono, questo sì, ma non ne han-no paura, perché comunque si giocano al tutto per tutto fra di loro».

Un rapporto intenso e conflittuale in-sieme, quindi. Come ricorda ancora pa-dre Brusco: «Il rapporto tra fratel Ettore e Teresa non è stato esente da difficoltà. In più d'un'occasione sono stato chia-mato a far opera di chiarimento e di ri-conciliazione. E ciò che mi parve evi-dente era la giusta tendenza di Teresa ad autoaffermarsi, volendo che le venisse concesso il diritto di dire la sua parola in ciò che concerneva l'opera comune, reagendo quando fratel Ettore interve-niva come un ciclone mettendo a soq-quadro quanto ella aveva costruito or-dinatamente».

L'allora superiore generale viene chiamato più volte a mettere pace: «Anche Teresa si rivolgeva spesso a me per sfogarsi e chiedere consigli. Lo fa-ceva con il desiderio di veder chiaro, domandandosi sempre cosa mai il Si-gnore volesse dirle attraverso quanto accadeva».

Per suor Teresa «fratel Ettore, specie agli inizi, non sapeva capacitarsi che io avessi idee diverse da confrontare con le sue e che le sostenessi. All'inizio, un certo pregiudizio bloccava pure lui». Poi il dubbio che anche suor Teresa potesse aver ragione venne superato da «quello stupore santo che lo portò a dirmi prima di morire, con quel suo dolcissimo sor-riso: "Che peccato che voi donne non siate state valorizzate prima!"».

Le "guerre" fra Teresa e fratel Ettore si concludevano sempre con felici ri-conciliazioni che servivano da un lato ad approfondire il loro legame, dall'al-tro a renderli più entusiasti nel portare avanti un progetto condiviso. «L'affetto autentico che vi era tra loro era troppo forte per essere infranto da quei con-flitti, inevitabili se si tiene conto della personalità di fratel Ettore e della com-plessità delle opere da essi gestite».

Una pesante eredità

Fratel Ettore ha voluto che fosse suor Teresa a prendere le redini delle sue opere e della nascente congregazione. L'ha voluto in termini inequivocabili, garantendo la sua assistenza dal cielo. Era stato fratel Ettore stesso, poco pri-ma di morire, a dirle: «Avrai tanto da fa-re, ma ce la farai. Anche se non ho fat-to in tempo a mettere nero su bianco, ce la farai».

Suor Teresa, secondo il desiderio di fratel Ettore, è stata nominata all'una-nimità presidente dei Missionari del Cuore Immacolato di Maria al servizio dei poveri nello spirito di san Camillo, durante l'assemblea dell'11 settembre 2004. Tocca a lei, ora, portare avanti la difficile eredità del Camilliano. Dell'intercessione di fratel Ettore, suor Teresa è più che mai convinta: «Senza dubbio riceverò le grazie ne-cessarie per dirigere l'opera che il Signore, per mezzo di fratel Ettore, mi ha affidato».

L'eredità è pesante per almeno due motivi, dato che la società e l'ambien-te milanese sono cambiati dal momen-to in cui fratel Ettore ha iniziato la sua opera. Da un lato la società civile e la pubblica amministrazione sembrereb-bero essere più attente ai bisogni dei più poveri (con grandi lacune, però, come dimostra la morte per assideramento di un senza tetto, probabilmente immigra-to clandestino, avvenuta in un popola-to quartiere milanese nei primi giorni del 2005).

Dall'altro lato, la stessa società (non solo milanese, ma mondiale) sta produ-cendo nuove povertà, forse più diffici-li da individuare, meno clamorose, più dignitosamente nascoste, ma ugual-mente bisognose di aiuto, di sostegno, di riscatto.

Tutto questo farebbe pensare alla ne-cessità di una sorta di "specializzazio-ne" o di diversificazione degli obiettivi dell'opera di fratel Ettore. Suor Teresa ed i suoi collaboratori sapranno certa-mente trovare le nuove risposte che la povertà oggi richiede. 

LE DISCEPOLE

ANCORA IN GERMOGLIO

Uno dei grandi desideri di fratel Ettore, soltanto in parte realizzato, fu certamente la fondazione di una congregazione religiosa - possibilmente maschile e femminile - che, nell'alveo degli insegnamenti di san Camillo, assicurasse un avvenire alla sua opera.

Abbiamo già detto delle difficoltà che hanno impedito la realizza-zione piena del "sogno" di fratel Ettore di fondare una congregazione re-ligiosa. Ciononostante, un piccolo al-bero è germogliato e fratel Ettore ha po-tuto vedere la nascita delle Discepole di San Camillo, Missionarie del Cuore Immacolato di Maria.

Non sono sorte subito come congre-gazione. Il primo passo è stata la costi-tuzione di un'Associazione, anzi, così ricorda l'evento lo stesso fratel Ettore: «Dopo venti anni mi si domanda: dopo di te, chi continuerà quest'Opera? Da sempre, come il mio fondatore san Camillo, ho creduto che l'Opera non è mia ma Sua, del Crocefisso; e ho sem-pre creduto che Lui, proprio come ebbe a dire san Camillo, la proteggerà e la provvederà. Per ora ha provveduto ad una associazione di "Discepole" che, noi speriamo, voglia essere il primo passo verso una soluzione stabile per la continuazione dell'opera, divenendo fa-miglia religiosa: "Discepole di San Ca-millo, Missionarie del Cuore Immaco-lato di Maria". A tale punto potrei pre-gare come l'anziano profeta Simeone: Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace...».

La prima e responsabile

La prima fra le Discepole è stata suor Teresa Martino, oggi responsabile del gruppo che si è finora costituito, impe-gnata in futuro ad allargarne i confini.

A questo proposito gira su Internet, ma non soltanto, anche per gli abituali canali, un messaggio d'invito che spiega modalità di accesso, finalità, itinerario spirituale della nuova piccola famiglia. Ne riportiamo alcuni passi che sembra-no importanti: «Per ora siamo una gio-vane Associazione, ma abbiamo nel cuo-re la fiducia di diventare una famiglia re-ligiosa non appena il Signore susciterà fra noi un numero maggiore di anime ge-nerose che si consacrano a Lui, nei po-veri, con un dono totale di sé. ...Vuoi an-che tu far parte del nostro gruppo? Puoi fare una prova. Anche soltanto una pro-va, ti lascerà nell'animo tanta gioia e serenità per avere sperimentato e fatto qualche cosa di significativo.

«Forse il Signore ti chiede di più che non una vita comune. Forse vuole da te qualche cosa che ti distingua in un mon-do dedito soltanto a cercar di vivere be-ne, senza il pensiero di chi soffre o è emarginato: un pensiero da allontanare, come fosse inutile o dannoso. C'è pur-troppo gente che vive così, alla giorna-ta, una vita piatta e grigia, solo alla ri-cerca del benessere materiale, come se la vita non avesse un termine, ma fosse eterna quaggiù!

«Il nostro Gruppo di "Discepole", in-vece, sceglie l'essenziale; sceglie la vi-ta povera e umile, come la vita di Maria Santissima; desideriamo vivere così, come è vissuto Gesù, che ha prediletto i poveri e ai poveri ha promesso la vera ricchezza: il Regno dei Cieli. E, secon-do le divine promesse, abbiamo avuto sempre più del necessario per vivere una vita impegnata e decorosa.

«Tu così puoi divenire la "mamma" dei poveri e, secondo lo spirito di san Camillo, assisterli come farebbe pro-prio una mamma con l'unico figlio am-malato. Se ci contatti puoi fare quest'e-sperienza; vivrai una formazione non sui banchi di scuola, ma sul campo: cioè nell'azione della carità. ... Potrai esse-re un'umile "operaia" nella vigna del Signore, con orari elastici proprio come quelli di una mamma quando i figli han-no bisogno di lei. Siamo missionari in un Paese industrializzato, dove abbon-da la tecnologia, ma c'è un grande vuo-to d'amore. Ripensa alle parole di Gesù: "Ero povero, malato, forestiero, emar-ginato e voi, accogliendo costoro, ave-te accolto me!" ...».

In tre, un buon inizio

Con Teresa oggi ci sono altre due Discepole, Ester e Laura, due "promes-se" che stanno per essere mantenute.

L'istituto ha un suo direttore spiritua-le nella persona del gesuita padre Do-menico Moriconi, che ha assicurato una frequente presenza e ha già programma-to (ed attuato) una serie di ritiri spiritua-li non soltanto per le Discepole, ma an-che per gli ospiti dell'opera di fratel Ettore. Alla formazione delle Discepole è dedicata la Casa Alleluja di Novate Milanese. Il trio d'apertura (Teresa, Ester e Laura) è un promettente inizio. Così lo considera suor Teresa che sottolinea: «Diamo gloria a Dio per i suoi progetti, per i suoi disegni d'amore di cui, nella sua tenerezza, fa partecipi anche noi, po-vere creature limitate e pasticcione, ma così contente di essere amate. Cerchiamo di fare meno danni possibile e, senza scoraggiarci, serviamo l'opera di Dio co-me servi amati e inutili...». 

DA VENTICINQUE ANNI IN VIA SAMMARTINI

Il 1 ° gennaio 2004 il rifugio di via Sammartini ha compiuto venticinque anni. Fratel Ettore, nonostante i segni già evidenti del suo male, ha voluto celebrare la ricorrenza come da tempo aveva desiderato.

Milano è una città piena di con-traddizioni, come tutte le grandi città di questo mondo. A Pochi passi dal lusso più lusso che c'è nelle esclusive boutiques di via Montenapo-leone, da venticinque anni si raccolgo-no, dietro la Stazione Centrale, coloro che la Grande Città non vuole vedere o ignora sistematicamente. Sono i "senza fissa dimora", quella schiera di uomini e donne che vengono chiamati "emar-ginati" e che, in effetti, sono costretti a vivere ai margini della società per man-canza di mezzi: economici, di salute o intellettuali.

Generalmente la Grande Città si ri-corda di loro soltanto nelle feste natali-zie: allora si moltiplicano le attenzioni dei mass media. Ma poi, per il resto del-l'anno, chi dà a questi poveri un pasto caldo, abiti puliti, un tetto dove riparar-si quando fa freddo, un letto dove ripo-sare? Le organizzazioni ufficiali non fanno molto: ad occuparsi di questa gente sono le organizzazioni private, in primis quelle cattoliche (come la Ca-ritas, che però non è la sola).

Il 1 ° gennaio 1979, esattamente un quarto di secolo fa, un "matto da slega-re" di nome Ettore Boschini, religioso camilliano, di salute cagionevole, di te-sta durissima e di cuore smisurato, co-minciò a voler risolvere il problema di sussistenza dei più poveri fra i poveri (c'è una classifica anche delle po-vertà!), quelli cui proprio nessuno vo-leva (o poteva) dare una mano. Nacque così in Via Sammartini, in un ambiente

di fortuna (sotto una grande campata del cavalcavia ferroviario che unisce la Stazione Centrale di Milano con la pe-riferia della città), il Rifugio Cuore Immacolato di Maria. Con mezzi di for-tuna fratel Ettore riuscì ad attrezzare al-la meglio l'ambiente, in modo da poter dare da mangiare e da dormire a quanti più poveri possibile.

Un'impresa "da matti", che soltanto un "matto per il Signore e Sua Madre" poteva portare avanti. Con il tempo, a questo primo rifugio se ne sono poi ag-giunti altri alle porte di Milano. La Chiesa ambrosiana è sempre stata alle "spalle" di fratel Ettore: a benedire il "primo tetto" di via Sammartini, venti-cinque anni fa (1979), fu l'allora abate di Sant'Ambrogio, Mons. Libero Tre-soldi, coinvolto dallo stesso fratel Et-tore e dall'allora direttore della Caritas Ambrosiana, Mons. Riccardo Pezzoni. Pure l'arcivescovo emerito di Milano, Card. Carlo M. Martini, ha molto ama-to quest'opera (ed il suo fondatore), ve-nendo più volte durante il suo servizio episcopale a trovare questi poveretti e a servirli materialmente.

Per ricordare l'anniversario, nel Rifugio Cuore Immacolato di Maria il 1 ° gennaio 2004 si è fatto una grande fe-sta, non secondo i parametri mondani,

ma secondo il cuore del Signore. Nono-stante la debolezza fisica che lo faceva davvero povero fra i poveri, per cele-brare l'anniversario fratel Ettore aveva convocato sia Mons. Tresoldi, sia Mons. Pezzoni, sia padre Giannino Martignoni (il superiore camilliano che venticinque anni fa lo incoraggiò ad iniziare questo cammino) per una solenne concelebra-zione sull'altare che troneggia nel Rifugio, in cima ad alcuni gradini.

Per finire in bellezza

Ai piedi dell'altare, un presepe ed un leggio dal quale fratel Ettore ha instan-cabilmente "arringato" la piccola folla dei suoi carissimi "figlioli": soprattutto donne, molte delle quali di origine Russa ed Ucraina, per lo più cristiane ortodosse. Ma per fratel Ettore l'appar-tenenza religiosa non conta, purché si rispettino il Signore e la Madre Sua per la quale il religioso ha una devozione smisurata e tenerissima. Insieme con i canti della tradizione cattolica sono ri-suonati - belli e nostalgici - anche quel-li della tradizione russa.

Per finire in bellezza, panettone e vin brulé per tutti... e un fratel Ettore stan-chissimo, sempre più pallido, ma felice e pronto a buttarsi in una nuova scom-messa. 

IL FUTURO

FRA CONTINUITA' E NOVITA'

«La morte di fratel Ettore è stata il compimento di una vita consumata nell'amore di Dio, dei malati e dei poveri. II messaggio da lui lanciato si espanderà, mantenendo vivo nell'Ordine Camilliano il profumo della carità verso chi soffre, che egli ha praticato con la tenerezza di una madre e la forza di un profeta» (Padre Angelo Brusco).

Quali gli scopi fondamentali delle opere di fratel Ettore? Sintetica-mente possono essere riepilogati in tre punti significativi:

1) dar da mangiare, vestiti puliti, me-dicine ai poveri più poveri dei grandi centri abitati, quelli in cui più facil-mente si è vittime di emarginazione, di abbandono: questo come primissimo soccorso;

2) ridare dignità umana a queste po-vere persone, a prescindere dalla loro appartenenza di genere, razza, religio-ne;

3) ri-educarli (o addirittura educarli) ad una vita spirituale, attraverso la pre-ghiera comune e una vita comunitaria che tenga conto dello Spirito di Dio. Per questo, ogni sede dell'opera ha una cap-pella, un luogo di preghiera che sia "se-gno" visibile di questa preoccupazione.

Da via Sammartini, da Casa Betania e dagli altri rifugi, sono passati centi-naia di ospiti; qualcuno si è anche fer-mato per dare una mano. Ai barboni, ai senza tetto, ai senza fissa dimora, negli anni si sono aggiunti i malati psichici, i tossicodipendenti, i portatori del virus Hiv, gli immigrati più o meno clande-stini; tutti con una caratteristica in co-mune: l'essere stati in un certo senso espulsi o rifiutati dalla società del be-nessere, oppure d'averne "dato le di-missioni" per incapacità a sopportarne

i ritmi e gli stili. La morte di fratel Ettore ha reso attuale una preoccupa-zione che era già del Camilliano: come continuare affinché non si perda lo spi-rito iniziale, ma allo stesso tempo ci sia attenzione alle novità che i cambia-menti sociali (oggi particolarmente ra-pidi) mettono in evidenza?

Due associazioni

Attualmente esistono due associa-zioni, che di fatto hanno preso il segui-to delle opere. Una, i Missionari del Cuore Immacolato di Maria al servizio dei più poveri nello spirito di san Ca-millo, è di natura laica; l'altra - le Di-scepole di San Camillo - è attualmente anch'essa di diritto civile, ma ha inizia-to un cammino di impegno e di forma-zione per essere riconosciuta dalla Chiesa come congregazione, allorché sussisteranno le condizioni per ottene-re questo riconoscimento.

Mons. Piantanida (a Milano, vicario episcopale per la vita consacrata) si è at-tivato individuando i primi passi con-creti da fare per l'erezione di una asso-ciazione pubblica di fedeli e dare inizio così all'iter canonico necessario alla fondazione di un istituto religioso. L'associazione pubblica di fedeli è già un'associazione canonica e dipende dal Vescovo della diocesi di appartenenza. Sia i Missionari sia le Discepole han-no oggi come presidente a vita suor Teresa Martino: in questo è stata rispet-tata la volontà di fratel Ettore.

Per quanto riguarda la costituenda congregazione, quando ciò avverrà, sarà retta dal diritto canonico ed a que-sto dovrà fare riferimento. Ciò per quanto riguarda gli aspetti tecnico-giu-ridici, importantissimi, ma non i soli cui fare attenzione. Fondamentale è il va-lore dell'unione spirituale ed organiz-zativa dell'opera perché continui ad es-sere il "sogno" di fratel Ettore, secondo lo stile che lui vi ha impresso.

L'ha implicitamente riconosciuto an-che suor Teresa in una dichiarazione re-sa all'assemblea degli associati (Mis-sionari e Discepole): «Si vede con chia-rezza come la Provvidenza abbia aper-to la strada da percorrere. Strada che il ' Fondatore aveva già profeticamente in-, dividuato e ampiamente indicato con scritti, parole è atti. Materiale cartaceo (richieste, permessi, bozze di statuto) tutto depositato in Curia di Milano con tenacia instancabile-Mancavano le per-sone femminili che dovevano "sblocca-re il sogno", ma alla sua morte, prodi-giosamente, il Signore ha provveduto».

Per dare seguito all'associazione pubblica di fedeli, base della futura con-gregazione, sarà necessario integrare e completare ciò che è scritto nello statu-to delle Discepole con l'aiuto di un esperto canonista, così da avere un pri-mo testo di Costituzioni da far appro-vare ad experimentum dal Vescovo, per tre o più anni.

è previsto che la futura congrega-zione abbia due rami: donne nubili con-sacrate e uomini celibi consacrati, che emetteranno voti di castità, povertà e obbedienza. A questa sarà affidata la re-sponsabilità e la direzione effettiva e to-tale dell'opera di fratel Ettore.

Per quanto riguarda l'Associazione dei Missionari del Cuore Immacolato di Maria, resterà invariata nei suoi fini ed avrà la stessa spiritualità dell'associa-zione canonica, vissuta però nello stato di vita laicale.

Le "nuove pennellate"

Da osservatori esterni, possiamo ag-giungere che, come per ogni opera che ha visto morire il proprio fondatore, an-che per quella di fratel Ettore sarà for-se necessario rivisitarne di tanto in tan-to il preludio e la storia; ciò potrà aiu-tare a mantenere fede a quello che pos-siamo definire il "carisma originario", radicato in quello Camilliano, ma anche trovare quelle "pennellate" che lo ren-dono attuale, incarnato nella storia.

Avrà bisogno anche di un periodo di assestamento. Occorre poi tenere conto che, pur volendo agire nella massima fedeltà alla memoria di fratel Ettore, suor Teresa non è... fratel Ettore. Ha sue caratteristiche e suoi disegni che vanno rispettati.

Leggendo ogni presenza nelle linee della provvidenzialità, si deve anzi sol-lecitare suor Teresa a mettere nell'im-presa in cui Dio l'ha coinvolta tutte le doti d'intelligenza, di capacità pratica, di creatività, nell'ascolto dello Spirito e in obbedienza alla Sua volontà. Questo, del resto, era ciò che ha fatto di fratel Ettore... fratel Ettore!

Ci saranno sempre i nostalgici («Ah, ma fratel Ettore questo non l'avrebbe fat-to..., questo l'avrebbe fatto così!»), gli incontentabili («Siamo sempre allo stes-so punto!»), i profeti di sventura («Così non può andare avanti...!»). Oggi il se-greto è di non agire da soli, ma di agire in équipe, quindi quanto più si incre-menterà la vita comunitaria, quanto più i responsabili non agiranno da soli ma coinvolgeranno un numero allargato di persone competenti e di buona volontà, quanto più si cercherà di essere "servi inutili" ma profetici, tanto più l'opera troverà le sue strade non soltanto per so-pravvivere, ma per progredire.

Di fronte ad un'opera come quella di fratel Ettore, occorre che la grande città non venga meno nel suo appoggio eco-nomico e di competenze. C'è stata un'intera generazione che ha preso co-me suoi i problemi socioassistenziali che il Camilliano ha affrontato. Questa generazione sta invecchiando ed è de-stinata a scomparire: è importante, al-lora, che vi siano gli eredi di questo im-pegno solidale. Occorre che una più giovane generazione senta come sua questa responsabilità.

Che Milano non manchi!

La nostra società, così come è oggi strutturata, parrebbe indifferente, at-tratta come sembra da quella che po-tremmo definire, un p& banalmente, "la bella vita" di agi, di ricchezze, l'im-magini piacevoli. Questa è però un'ap-parenza che nella maggior parte dei ca-si viene smentita da gesti di inaudita ge-nerosità. Più che in altri tempi - almeno così pare a chi scrive - questi gesti de-vono essere "provocati" (la lineetta non è un errore di stampa), cioè quasi chiamati fuori dal cuore e dalla mente di chi li compie. Sta all'opera aiutare questa "pro-vocazione" in maniera at-tenta, saggia, produttiva.

C'è comunque una responsabilità della cittadinanza, soprattutto milanese, che non deve far mancare all'opera di fratel Ettore e di suor Teresa il suo ab-braccio caldo, il suo "coeur-in-man", com'era stato ed è nelle tradizioni am-brosiane. L'augurio è che sia così. 

IL "VOLTO MISSIONARIO" DI FRATEL ETTORE

Essere missionari, cioè annunciatori ai poveri della "Buona notizia" che è Gesù Cristo, non è una facoltà, ma un comandamento per ogni battezzato. Così lo ha interpretato e vissuto fratel Ettore.

«Andate e ammaestrate tutte le gesti...»: per il battezzato quel-lo di Gesù non è un invito al quale si possa rispondere: «Sì... no... forse... vedrò», ma è un "comanda-mento", è la natura stessa dell'essere di-scepoli. Questo fu senz'altro ben chia-ro a fratel Ettore che ha vissuto sempre da missionario, ossia da annunciatore ai poveri delle Buona Notizia.

In lui sono state presenti tutte le "fac-ce" della missionarietà, quella che sia-mo abituati a considerare tale: andare nei Paesi lontani (ad gentes) ad annun-ciare il Vangelo e l'altra, ormai diven-tata urgente quanto quella ad gentes, della "missione in casa", anche nelle nostre città. Fratel Ettore, da buon Camilliano, ha incarnato entrambe que-ste "anime". A spingerlo, come sempre, l'amore per i poveri nei quali vedeva il volto di Cristo e della Madre sua. Come, in concreto?

Con le sue iniziative, che magari fa-cevano discutere, ha messo una città co-me Milano davanti allo scandalo di po-vertà nascoste, spesso ignorate dalla so-lidarietà pubblica. Per lui sarebbe stato vergognoso non occuparsene. Se n'è fatto carico, mettendo così davanti agli occhi della città benestante l'iniquità di questi abbandoni.

Fratel Ettore ha così contestato, con la violenza dell'amore, la "distrazione" di chi aveva da mangiare, di chi se ne stava al riparo in comode case, di chi aveva documenti in regola, un lavoro... Ha annunciato con i fatti, sporcandosi le mani, il Vangelo "in casa". Ha inse-gnato, ad una città già generosa, come passare dall'elemosina alla filantropia (attenzione concreta per le persone po-vere) e da questa alla carità. Se il filan-tropo è un po' al di sopra di chi sta aiu-tando, chi vuole essere caritatevole de-ve mettersi sullo stesso piano del pove-ro, senza pretendere gratitudine. Perché la carità è l'altro nome dell'amore, è il vero nome di Dio.

Uomo di preghiera

Nei suoi rifugi Ettore ha sempre chie-sto grande attenzione alla preghiera, al-la contemplazione dell'ineffabile miste-ro d'amore che è il Cristo Gesù. Ritene-va che ai poveri andasse annunciato an-che con le parole. Lo faceva a modo suo, con lunghe "intemerate" che precedeva-no o seguivano le omelie domenicali dei vari celebranti che si alternavano nei Rifugi, con la richiesta di recitare il Rosario anche a chi non soltanto non ne aveva voglia, ma - forse - nemmeno sa-peva cosa fosse. Distribuendo immagi-ni del Sacro Cuore, della Vergine...

La missionarietà di fratel Ettore si è sviluppata pure in senso "classico".

Sulle orme dei suoi confratelli Camil-liani, presenti in zone di grande povertà, aveva pensato di applicare nei Paesi vi-sitati l'intuizione italiana: costruire ri-fugi per chi era messo ai margini dalla società, e qualche volta persino dalle or-ganizzazioni benefiche. Per questo si era recato in India, dove i poveri erano (e sono) massa, e dove sognava di pian-

tare le proprie tende. Ma neanche con l'appoggio dei confratelli è riuscito a dare forma al suo "sogno indiano". Molte, troppe difficoltà d'ordine prati-co e culturale si sono messe di mezzo.

L'America Latina è stato l'altro obiettivo di fratel Ettore: in Colombia è riuscito a dar vita a due rifugi (a Bogotà con tre sedi, ed a Cartagena), mentre il Perù gli è rimasto solo nel cuore!

Dovunque fratel Ettore - anche dove il suo passaggio è stato simile a quello di una meteora - ha lasciato una traccia: con il suo modo di avvicinare le perso-ne, di chinarsi sui poveri e sui malati, con il suo modo di "gridare" la sua fe-de..., di distribuire santini, rosari, ca-rezze e sorrisi, oltre che rimbrotti quan-do qualche conto non tornava. Al cen-tro della sua attenzione un unico inte-resse: dire e dare l'amore di Cristo. 

DIAMO UNA MANO ALLA PROVVIDENZA

Come ama ripetere spesso suor Teresa, fratel Ettore non ha mai chiesto nulla, fidandosi cieca-mente della Provvidenza (con la "P" maiuscola!), per lui l'altro nome di Dio. Questo vuole essere ancora lo stile dell'opera.

Ciononostante, non è "peccato" dare una mano alla Provvidenza, an-zi! La generosità si può far presente in diversi modi:

   Con il denaro, la maniera più di-retta per aiutare, la più semplice, ma anche la meno coinvolgente (dicia-molo con franchezza); sempre ben venuta, però!

   Con altri aiuti: derrate, materiale sanitario e per l'arredo, vestiario ecc.

   Con la propria presenza, donando il proprio tempo, il proprio affetto, lasciandosi "tirar dentro" un mondo di povertà che alla fine lascia sem-pre, paradossalmente, più ricchi.

Per ogni offerta d'aiuto è opportuno rivolgersi a suor Teresa Martino presso: "Casa Betania" Corso Isonzo, 90 - 20030 Seveso (Milano) Tel.: 0362.551332 - 0362.503264 Fax: 0362.540245 martinoteresa @hotmail.com

Tratto dalla rivista MISSIONE SALUTE di maggio/giugno 2005