«SI PUO'ESSERE FELICI»

FRATE AVE MARIA (Venerabile)

Un fanciullo come gli altri

Frate Ave Maria, il cui nome anagrafico è Cesare Pisano, nasce a Pogli d'Ortovero (Savona) il 24 feb­braio 1900 e viene battezzato il giorno successivo.

Nella sua famiglia si crede e si prega, frequentan­do tutti la parrocchiale di Maria Bambina, retta da Don Giovanni Favara, sacerdote dalle molte doti. Da lui coltivato come vispo ma buon chierichetto, Cesarino riceve la prima Comunione e la Cresima il 12 luglio 1909.

Intanto, percorrendo 4 chilometri a piedi, in com­pagnia dei suoi coetanei, frequenta le prime scuole ad Ortovero, avendo come insegnante un sacerdote, che completa le cognizioni già apprese dal fanciullo nella canonica di Pogli.

Nel 1906, in casa di Cesarino Pisano, e dopo di lui, ci sono altri tre fratellini, cui si aggiungerà nel 1918 anche una sorellina. Per questo, il papà, già agricolto­re con modesta panetteria in paese, cerca migliore for­tuna in America del Sud. A mamma Serafina resta tutto il peso dei figli e della casa.

In virtù dei sacrifici di questa donna forte e ricca di fede, Cesare e i fratelli possono crescere buoni, tra sva­ghi e piccoli servizi di casa. In particolare, mamma Serafina, prima che dormano, li fa pregare la Madon­na della Guardia e qualche volta anche Santa Lucia, affinché li guardi dal mal d'occhi, dal momento che in una vigilia di San Giovanni, un compagno aveva col­pito Cesarino a un occhio con un ramo d'ulivo. «Eppure - egli scriverà più tardi, ricordando alla mamma gli affanni di quel momento - quello non era che un prelu­dio, a colori assai sbiaditi...».

Terminate le elementari, Cesare, fattosi molto vi­vace e sensibile, viene inviato ad Albenga, presso due coniugi, perché frequenti le scuole medie; è promosso, meritando anche un posto semigratuito nel collegio di Don Isola, mentre la mamma comincia a porre su di lui, in assenza del padre, le speranze di un aiuto in famiglia.

 

Nelle tenebre

Nel pomeriggio della festa di tutti i Santi del 1912, Cesarino è a casa per qualche giorno di vacanza. Il nonno Francesco, vedendolo andare con dei compa­gni verso i boschi al seguito di un cacciatore, lo invita alla chiesa, per i vespri della solennità: ma il ragazzo finisce per dimenticare i richiami del nonno e va con gli amici. Uno di essi, Bartolomeo Vignola, trovato un vecchio fucile, fa finta di spaventare Cesarino e, cre­dendolo scarico, mira al suo volto: il colpo, purtroppo, è in canna e va a fulminare gli occhi del ragazzo. La disgrazia impressiona e commuove tutto il paese.

All'ospedale di Porto Maurizio, dove le Suore di San Vincenzo gli fanno per un mese le veci della mamma, i medici danno soltanto vaghe speranze, mentre illu­dono pietosamente il piccolo infortunato. Frattanto dall'Argentina giunge il papà, a condividere la desola­zione che afferra l'animo di Cesare allorché, lasciato l'ospedale, si accerta che anche l'occhio destro, per il quale nutriva qualche speranza, gli è stato enucleato.

Inutile la sua protesta di non voler stare al buio! Affio­rano in Cesare anche sentimenti di odio, per le ingiu­stizie compiute contro la sua famiglia, durante i pro­cessi seguiti all'infausto evento.

La nonna paterna si impegna a sostenere le spese più urgenti e l'8 maggio 1913 Cesare viene accolto al­l'Istituto per ciechi "Davide Chiossone" di Genova, dove segue i corsi scolastici in programma per apprendere il metodo di scrittura Braille, cultura, musica, impagliatura delle sedie. Vi si ferma sette anni. Nono­stante le premure di tre educatori generosi - Don Gio­vanni Gando, direttore, Suor Teresa Chiapponi, Figlia della Carità, addetta all'infermeria, e Padre Giovanni Lagomarsino, Prete della Missione, guida spirituale e presidente dell'Associazione Ligure Ciechi - l'oscurità fisica sembra spegnere in lui la luce dello spirito.

 

Un prete straordinario

Nel 1916 Cesare Pisano "non ammalato ma avvi­lito", ha già una fede spenta e una disistima per la Chiesa e la Messa, che non frequenta più. Nel 1918 si insinua nel suo cuore la disperazione, cui si aggiun­gono, o la favoriscono, difficoltà di età, di ambiente, di idee.

La crisi è profonda ed ha risonanze di bestemmia. Una luce di grazia tuttavia si accende fortunata­mente in lui di fronte alla bontà e comprensione, forte e materna, di Suor Teresa Chiapponi, che lo segue sem­pre, in attesa del momento più adatto per insinuargli pensieri e sentimenti capaci di smuovere la fredda pie­tra che sembra opprimere il suo spirito.

Nello stesso anno, la malattia e poi la morte della nonna, benefattrice di Cesare, offre a Suor Teresa l'at­tesa occasione di far breccia in lui e di condurlo ai Sa­cramenti.

Durante la licenza in paese, seguita a quella mor­te, egli le scriverà di voler tornare in Istituto "per pre­gare". Padre Lagomarsino gli è subito vicino, per favo­rire la sua volontà di divenire "diverso" da prima, nuovo nello spirito e nella vita.

La lotta, però, nell'intimo di Cesare, non è facile né breve, contro abitudini, ribellioni interne, rispetto uma­no. Suor Teresa non si offende se qualche risposta del giovane è meno gentile, anzi lo asseconda e conforta quando egli le domanda se anche a lui può essere con­cesso di darsi al Signore.

Attorno al 1920 il Beato Don Orione è già un nome molto conosciuto per le istituzioni caritative suscita­te, per la Congregazione di Sacerdoti e quella di Suore da lui fondate, gli eroismi compiuti durante i terremo­ti del 1908 e 1915 e nel corso della guerra da poco ter­minata. Suor Teresa conosce le aspiranti religiose non vedenti di Don Orione ed a lui presenta anche il giova­ne cieco, che rimane soggiogato dalla sua parola, fino a desiderare di restare sempre con lui.

«Don Orione, con grande, paterno amore mi dette dello stordito: Oh stordito - mi disse -, tu desideri i beni che poi dovresti abbandonare, di quello che avre­sti nelle tue mani, forse te ne serviresti per diventare colpevole. Tu devi vedere la luce per non correre il pericolo di andarti a fracassare; tu devi avere la sapienza dell'uomo giusto, e sta certo che non ti annoierai. Devi affidarti alla Madonna, che ti assisterà sempre, conti­nuamente, col suo materno cuore...». Questa la gusto­sa rievocazione che Frate Ave Maria fa di quel primo incontro. E aggiunge: «Conversione e vocazione mi sono nate sorelle nell'anima».

Dopo un tentativo, andato a vuoto, di Padre Lagomarsino di farlo accogliere nella Piccola Casa del Cottolengo di Torino, Don Orione lo accetta tra i suoi.

 

Ardore di convertito

Dopo un definitivo incontro illuminante e indimen­ticabile con Don Orione a Genova, facilitatogli da Suor Teresa, Cesare Pisano viene condotto a Tortona, nella Casa Madre dell'Opera: non vi trova il Beato, allora a Roma, ma rimane ugualmente bene impres­sionato dell'ambiente, dove tutto parla dei sacri amori di Don Orione, "Gesù, Papa, Maria e le anime".

Il successivo personale incontro con Don Orione, in Casa Madre, segna per Cesare Pisano l'inizio di un affetto, nutrito di ammirazione e di venerazione, che si trasformerà in filiale confidenza e comunicazione di ideali, sostenuti, nell'uno e nell'altro, dalla pratica di autentiche virtù, specialmente la fede e la carità.

I mesi dal marzo al luglio 1920 Cesare Pisano li trascorre nel Probandato dell'Opera; poi viene condot­to per i suoi primi Esercizi Spirituali nella Villa Moffa di Bra (Cuneo), che ospita un gruppo di novizi e, nel periodo estivo, giovani studenti e sacerdoti alla ricer­ca di aria buona e di raccoglimento, non disgiunti da povertà.

Al termine degli Esercizi, nella notte dell'Assunta 1920, con interiore tripudio e lacrime del giovane Pisano, Don Orione gli indossa l'abito clericale e gli fa emettere i primi Voti religiosi di devozione, promet­tendogli di vestirlo più avanti della "bianca lana" dei ciechi adoratori.

In Cesare Pisano vanno crescendo parimenti la con­vinzione di essere grande peccatore e la volontà di far­si santo: a Don Orione che gli prospetta la possibilità di mandarlo a Lourdes per ottenere la grazia della vi­sta, risponde che «per il Paradiso ormai non ha più bi­sogno la vista». Cerca piuttosto di controllare la pro­pria parola esuberante, divide e consacra i giorni del­la settimana alla preghiera per tutti, partecipa vivissimamente alle feste per il 25° di sacerdozio di Don Orione, saziandosi lo spirito di richiami alla san­tità.

Partito Don Orione per il Sud America, il chierico Pisano dal luglio 1921 al 1923 rimane a Villa Moffa. In questo proficuo felice biennio, fa proprio il program­ma labor, sudor, et fervor, sotto la guida paterna e fer­ma del maestro dei novizi Don Giulio Cremaschi, che lo aiuta a vincere gli scrupoli e a farsi "facchino e strac­cione della Santa Chiesa e del Papa", secondo lo spiri­to del Fondatore.

Medita il Vangelo, non separa l'allegria dalla com­punzione, si propone "di fare e amare quanto più può, desiderando e chiedendo al Signore ciò che non può"; vince il sonno per studiare il latino e lavora di notte, anche manualmente, allo scavo per la costruenda grot­ta della Madonna di Lourdes; si immerge nella luce di Dio, e taluni suoi atteggiamenti lo fanno credere paz­zamente felice, mentre nel petto - egli confida - gli rugge la tempesta.

Per vincersi chiede di poter affrontare mortificazioni di gola e altri sacrifici fisici; si affonda nell'umiltà, considerandosi "erbaccia tra i fiori, fango tra le perle, vizio tra virtù, diavolo fra Angeli".

Soprattutto, cerca la pietà sincera e l'alimenta con lunghe ore di adorazione - anche per supplire peniten­ze che non gli vengono concesse dall'ubbidienza - , con l'amore alla Madonna della quale si considera "schia­vo filiale".

 

Un'affascinante leggenda

Il 13 maggio 1923 il chierico Pisano si trova nell'Eremo di Sant'Alberto di Butrio (Pavia), il ve­tusto cenobio, che Don Orione aveva ottenuto dal Vesco­vo di Tortona, per farne la Casa centrale degli Eremiti della Divina Provvidenza, fondati da lui già nel 1899, con l'impegno dell'ora et labora (preghiera e lavoro) di San Benedetto e per l'assistenza ai giovinetti nelle co­lonie agricole affidate alla Congregazione.

In quello stesso mese, il Beato Fondatore diffonde in tutta la Congregazione, una sua felice rielaborazione della leggenda medievale di Frate Avemaria, avendo presente - confesserà poi - il chierico Pisano, per mez­zo del quale intendeva avviare la sezione degli Eremi­ti non vedenti, con la finalità dell'adorazione quoti­diana.

Vi si immaginava la vicenda di un giovane e bril­lante ufficiale che, abbandonata la carriera, si era ri­tirato nella solitudine di un convento, tutto e solamente intento ad amare e a far amare il Signore e la Madre sua, la Vergine Santissima.

Quando venne a morire, dopo essere vissuto di pre­ghiera e di penitenza, sulla sua tomba fiorì un giglio che affondava le radici nel suo cuore incorrotto e por­tava scritto sulla corolla, a caratteri d'oro: "Ave Ma­ria".

Don Orione narra anche di una notte, che era tutta una fioritura di stelle, sul sepolcro del santo frate: «Per­ché, o giovani miei, dovete sapere che, ad ogni nostra Ave Maria, si accende una stella in cielo e risplende in omaggio alla Madonna». E concludeva: «Far sboccia­re molti di questi gigli, far risplendere molte di queste stelle... E ogni giorno e ogni ora della nostra vita e ogni battaglia del cuore siano segnati, siano suggellati dal­la nostra preghiera: Ave, Maria!».

Don Orione intui in Cesare Pisano il nuovo devoto della Madonna, nel quale si sarebbe concretizzata, in modo originale, l'antica leggenda.

Il 9 settembre 1923 il chierico Cesare Pisano diven­ta Eremita della Divina Provvidenza, con il nome di Frate Ave Maria, assegnatogli da Don Orione.

«Cesare Pisano - annuncia il nuovo Eremita a Suor Teresa - è morto!...», e assume come programma Laus et labor, felice del nome eremitico, perché gli sembra rispecchi tutta la vita del Signore e della Madonna.

Con alcuni compagni ciechi e sotto la guida del san­to sacerdote Don Domenico Draghi, preposto da Don Orione all'Eremo e alla parrocchia annessa, Cesare si immerge con slancio generosissimo nella povertà che vi padroneggia.

Le sue condizioni fisiche non vuole siano di ostaco­lo al programma ben preciso, tante volte richiamato agli Eremiti dal Fondatore: povertà, castità, obbedien­za, amor di Dio, del prossimo, guerra ad ad ogni egoi­smo e ricerca di sé.

Cesare stesso descrive a Suor Teresa, sua confiden­te materna anche per gli anni successivi, la sua gior­nata: passa dai più diversi servizi in casa, alla stalla, nei campi e in sacrestia, con la zappa o all'umile armonium. «Le ore, i giorni, le settimane, i mesi pas­sano spaventosamente, consolantemente presto» - con­fessa -, mentre considera il lavoro penitenza e la pre­ghiera il suo principale incarico. Pago di poche ore di riposo, è sempre mattiniero nella meditazione, trascor­re in chiesa parte delle notti precedenti le festività maggiori e scandisce la giornata con molti Rosari.

 

Vita nell'Eremo di Sant'Alberto

Un anno circa dopo la vestizione eremitica, Frate Ave Maria assapora una sofferenza che, come la cecità, inciderà sull'intera sua vita. Dal 6 novembre 1924 sbocchi di sangue si protraggono per alcune set­timane, lasciando convinti il medico ed i superiori che sia gravemente tisico.

La malattia dura, con fasi alterne, circa tre anni: egli non vuole che siano avvertiti la mamma e i paren­ti. Da alcune parole scambiate fra il dottore ed il superiore dell'Eremo, capisce che è dato per spacciato, ed allora decide in cuor suo che dal quel momento l'unico suo medico sarà il Signore Gesù.

Quando il male si inasprisce, trova la forza, perfino ilare, di pronunziare i suoi «Deo gratias! Sit nomen Domini benedictum! Alleluia, Ave Maria! Fiat semper voluntas Dei! Sursum corda! Finis venit... venit finis!». Deve rinunciare, con vivo rincrescimento, a talune pratiche della piccola comunità. Dolori di vario genere gli squassano il petto, si fa continuo il bisogno di bere, unito ad inappetenza; è costretto all'inattività, rele­gato nella sua cella: a volte dura, in uno stato spaventevole, fra la vita e la morte, non di meno defi­nisce "consolante" la quantità di sangue che versa.

Più che della sua salute, Frate Ave Maria si preoc­cupa «di non essere ancora santo, dopo 26 anni di gra­zie del Signore», e si domanda: «come hai corrisposto?».

Elude amabilmente i timori ed i tentativi dei suoi parenti di averlo in famiglia e pensa con gioia che, alla fine dell'Anno Santo 1925, il Beato Fondatore gli ha promesso di fare i Voti perpetui e, in via eccezionale, il voto di fedeltà alla Chiesa e al Papa, solito a farsi dopo dieci anni dalla prima Professione.

Verso la metà del 1926 la malattia sembra perdere violenza: tutti sperano che la sua vita sia fuori perico­lo. In realtà si verificheranno saltuari ritorni del male, nei quali egli andrà preparandosi al peggio col "memento mori" (ricordati che devi morire), scherzan­do perfino sulle trascorse previsioni che lo davano già morto da tempo. I confratelli dell'Eremo e dell'Opera sono persuasi che si è trattato di una guarigione atipica e privilegiata, constatandone per molti anni ancora il marcato pallore del volto, l'abbassamento cavernoso della voce, il tossire e profondo ansimare del petto. Con tutto ciò, dalla persona di Frate Ave Maria si irradia tale candore d'anima che colpisce quanti l'av­vicinano.

Le azioni ordinarie, le parole e gli atteggiamenti, come tutto il suo contegno si rivelano palesemente ispi­rati da un ardente amore al Signore, da un'ansia di recupero di innocenza di vita, dalla volontà di rifarsi del tempo perduto, degli "anni del buio", come li defi­nisce lui, per arricchirsi dei beni spirituali.

Le sue virtù, tuttavia, non sgorgano facili neppure dopo la conversione, ma piuttosto dallo sforzo contro ogni interna ribellione, nel tentativo di modellarsi sul­l'esempio di Gesù, sulla imitazione dei santi e anche delle straordinarie anime di sacerdoti e di religiosi dei quali si sentiva, per divina benevolenza, circondato.

Il pensiero di Dio si fa sempre più vivo nella sua mente, congiunto a un onnipresente desiderio di agire solo per Lui, cercando la salvezza dell'anima propria e di quella dei fratelli: è questa la raccomandazione che più sovente fiorisce sul suo labbro e dalla sua penna.

Una prova della sua costante elevazione a Dio e alle cose celesti è la voluminosa corrispondenza, a cui si è dedicato, con sacrificio di tempo e di energie per obbe­dire ad un esplicito invito di Don Orione. In essa, più apertamente effonde la sua anima, quasi in intimi col­loqui e riflessioni, che finiscono per essere confiden­ziali confessioni o ricordi circa le grazie e i favori di cui il Signore andava arricchendo la sua anima e la sua vita. In tutti gli scritti traspare la preoccupazione di farne strumento di gloria a Dio, di salvezza spirituale e di elevazione morale per i destinatari.

Molto sensibile verso gli ammalati, il pio Eremita trova nella sua dolorosa cecità motivi di fede e di fiducia, paro­le di conforto per quanti gli manifestano sofferenze di ogni genere: giunge a promettere di pregare perché il Signore passi a lui i loro mali. Di soprannaturale conso­lazione, in ogni caso, riesce il suo esempio di sereno ab­bandono al volere di Dio, in qualsiasi circostanza, lieta o avversa. Si scopre qui il segreto della sua santità e serenità:« Io altro desiderio non ho, se non di adempiere sempre ed ovunque la santissima volontà di Dio. Questo è il desiderio che mi rende felice...».

 

Intimo martirio

Secondo lo spirito del Beato Fondatore, Frate Ave Maria nutre particolare devozione alla Pas­sione del Signore, al Divin Crocifisso, di cui custodisce a fianco del letto una grande immagine in legno: ono­ra la Croce con la quotidiana Via Crucis, con speciali omaggi durante la Settimana Santa. Partecipa alle sof­ferenze di Gesù Cristo accettando ogni fattore di ester­no ed interno disagio, di pena, di fastidio, come un se­gno di amore del Signore verso di lui e suo verso il Signore.

Di un'altra più affliggente croce, questa volta mo­rale, Frate Ave Maria sa fare completa offerta a Gesù. Fin dal luglio 1923 egli scrive a Suor Teresa Chiappo­ni: «Le confido il mio martirio. Eccolo: spesse volte mi si presentano delle persone in chiesa o fuori e mi dico­no: "Padre, desideriamo confessarci; padre, ci benedi­ca; padre, la Santa Messa!". Oh, come mi piacerebbe essere quello che non sono per poterle benedire più efficacemente!... per poter essere ministro di miseri­cordia!». «Ah, sacerdoti, esseri fortunati! - egli escla­ma a volte -...sento che morirei alla prima offerta del tremendo sacrificio...».

Per molti anni Frate Ave Maria accarezzerà in cuore la speranza di diventare sacerdote, speranza qualche volta alimentata da Don Orione, che in realtà ha fiducia - ma inutilmente - di riuscire ad ottenergli la dispensa necessaria: via via però anche il buon Eremita se ne ren­de persuaso. Si può per altro comprendere quanto egli senta rinnovarsi questa sofferenza, quando salgono a Sant'Alberto sacerdoti giovani dell'Opera, o se viene a conoscenza di sacerdoti che hanno dimenticato la gran­dezza della loro vocazione. Ad essi scrive lettere stillanti amarezza ed appassionate esortazioni a tornare sulla via della fedeltà al Signore.

Del resto, anche Don Orione desidera molto che Frate Ave Maria aiuti i sacerdoti, i religiosi e i giovani aspiranti con «una vita tutta di preghiera, con una vita nascosta»: a questa sua «missione a mani giunte», egli si dedica con ogni suo potere.

Con un atto di umiltà, degno di San Francesco d'Assisi, rinuncia al sogno più atteso. Scrive a Suor Teresa: «...più ci penso più sono portato a desiderare ciò che finora ho temuto, affinché il sacrificio sia tota­le. Morire senza Messa!».

Frate Ave Maria rimarrà per sempre un religioso laico.

 

Il "Miracolo" del pozzo

Don Orione invia al suo Eremita personaggi della letteratura, della politica, o benefattori insigni, perché risentano le gioie della fede e della grazia. Si conservano testimonianze di guarigioni fisiche, di con­versioni, di favori non ordinari, attribuiti alla preghiera e alla virtù dell'umile cieco.

Il Fondatore, non facile a lodare i vivi e piuttosto incline a tenere umili i più dotati tra i suoi figli spiri­tuali, asserisce più volte di considerare Frate Ave Maria capace di miracoli e di averlo visto qualche vol­ta, in orazione, "sollevato da terra".

Tipico è l'episodio dell'acqua del pozzo, nell'estate del 1928, motivo, tra il Beato Don Orione e il suo Fra­te, di un reciproco attribuirsene... la colpa!

Così lo narrava Don Orione: «Un anno, era già da mesi che andavo magnifican­do ai chierici di questa casa l'eremo, i suoi boschi di castagno, i frati ciechi e non ciechi, le pitture e gli af­freschi di Santi che ci sono a Sant'Alberto; e molti che mi ascoltano ben ricorderanno. Ed erano tutti entusia­sti di passare là un periodo di vacanza.

Lassù v'era un sacerdote molto colto.

Quando dunque si doveva partire da Tortona per Sant'Alberto (30 km a piedi, attraverso le colline) mi arriva uno mandato da Don Draghi (rettore e parroco) a dirmi che non c'era più acqua nel pozzo. Era stato messo in allarme da quel sacerdote colto, il quale mi suggeriva di non mandare i chierici, perché - mi dice­va - se tu mandi cinquanta o sessanta chierici, come faranno a lavarsi, ad aver acqua per la cucina? Ciò sarebbe anche contro l'igiene...

Guardate che lui era molto igienista. Ma come face­vo io a squalificarmi davanti ai miei chierici? Cosa potevo dir loro dopo aver tanto decantato e i boschi e gli uccelli e i frati e la quiete dell'eremo? Cosa avrebbe­ro pensato? Avrebbero potuto dire: - Eh, ne promette tante di cose Don Orione...

E allora dissi al giovane che mi avevano inviato: "Tornate su, perché non avremo bisogno di andare coi buoi e la botte ad attingere acqua altrove. Direte a fra­te Ave Maria che vada sulla bocca del pozzo e reciti tre Pater Noster e Dio benedirà l'obbedienza".

Quello va su, arriva e annuncia che i chierici man­dati da Don Orione erano già per la strada. Figuratevi quel sacerdote: - Ma sono matti! Ma cosa fanno?

Intanto frate Ave Maria, ubbidiente, va alla bocca del pozzo e con grande devozione dice i tre Pater Noster; e poi - così - cala giù il secchio, e tutti lì sono intorno a vedere... Con meraviglia di tutti, anche di quelli che avevano cavato dal pozzo la nita, cioè soltanto fanghiglia di fondo, melma, venne su un bel secchio d'acqua limpida, freschissima, buonissima.

E allora andarono subito a chiamare quel sacerdo­te, il quale, per assicurarsi del prodigio e sincerarsene - lui diffidente - fece tirar su ben 26 secchi d'acqua per innaffiare i suoi orticelli, le sue insalatine...

Arrivarono i chierici e ci fu abbondanza di acqua per tutti, durante il mese che rimasero là; ma il giorno dopo la loro partenza, l'acqua mancò improvvisamen­te; e questo anche a riprova del prodigio: del prodigio operato dalla obbedienza umile di frate Ave Maria».

 

Muore Don Orione

La morte di Don Orione, a San Remo il 12 marzo 1940, trafigge il cuore di Frate Ave Maria e dà l'occasione di strapparlo, per la prima volta, dal suo Eremo. Il successore di Don Orione lo vuole a Tortona per il trigesimo, celebrato presso la tomba del Fonda­tore nel Santuario della Madonna della Guardia, il gior­no 12 aprile.

La gratitudine profonda del pio Eremita verso co­lui che lo ha tratto dalla disperazione alla luce di Dio, è tutta negli scritti vergati in quei giorni dolorosi. In­vitato e quasi costretto a parlare ai Figli della Congre­gazione, Frate Ave Maria esalta con vivissimi senti­menti la bellezza della vocazione e invita tutti ad amare la comune famiglia religiosa.

Trascorre il suo tempo nella cappella dell'Istituto filosofico di Tortona, muovendosi soltanto per le insistenze dei confratelli e amici dell'Opera, ai quali tutti parla della santità e dell'obbligo della fedeltà agli esempi, agli insegnamenti e ai programmi di colui del quale si proclama «il più indegno figlio e discepolo».

In quei giorni Frate Ave Maria rivolge a Don Orio­ne una commovente preghiera, perché ispiri al suc­cessore Don Sterpi ciò che vuole da lui e si dice pronto a «fare quello che a Gesù e a Maria piace, a seppellir­mi vivo, solo per più fare penitenza dei miei pecca­ti ...», disposto a recarsi «per obbedienza in qualsiasi punto del globo», purché Don Orione lo faccia «erede di tutto il suo spirito di fede e carità...».

Sopraggiungono invece gli anni difficili e pericolosi della guerra 1940-1945, i cui echi si ripercuotono an­che nella pace di Sant'Alberto, teatro del passaggio della guerriglia partigiana. Più di prima, Frate Ave Maria sente le lacrime di madri e di spose con i propri cari al fronte; prigionieri, bombardamenti, rappresaglie, mille visioni affannose di un avvenire incerto: l'umile frate ascolta, ascolta... La corrispondenza s'ac­cumula nella sua cameretta. Restano solo i conforti della fede ed egli li effonde copiosamente, insegnando a tutti l'itinerario a Dio, tramite la fiducia, la cristia­na rassegnazione, l'impegno del bene che riempie la vacuità delle cose terrene.

Ngli anni precedenti ci sono stati per Frate Ave Ma­ria alcuni "passi" secondo le regole. Nell'aprile 1932 Don Orione ha indossato ai suoi eremiti ciechi l'attua­le divisa bianca con clavi nere.

Preparatosi con un rinnovato triennio di voti cano­nici, voluti dal visitatore apostolico, l'Abate Caronti, Frate Ave Maria emette la professione perpetua il 18 marzo 1947. Il 15 aprile fa il giuramento - allora in uso - per il mantenimento della povertà secondo lo spirito dell'Opera.

Nell'anno 1951 passa al Signore anche il successo­re di Don Orione, Don Carlo Sterpi, il quale inviando qualcuno a Sant'Alberto lo avvertiva che lassù avreb­be trovato «un vero eremita, un vero servo di Dio, come lo sognava Don Orione... un santo, un santo...».

 

Al Monte Soratte

Finita la guerra, tornata la quiete e la stabilità dell­a nazione, ai superiori sembrò utile servirsi di Frate Ave Maria per mantenere viva la vita eremitica fra gli aspiranti più giovani, distaccati negli Eremi di Sant'Oreste (Roma) e di Noto.

Frate Ave Maria non pone obiezione e si fa condurre dove l'obbedienza vuole. Lasciato Sant'Alberto il 23 gennaio 1952, giunge a Roma il 29 gennaio, dopo aver teneramente pianto, nel passare accanto alla terra nativa, da cui è partito 32 anni prima. L'indomani, condotto alle falde del Monte Soratte, insiste per otte­nere di fare a piedi, rinunciando alla cavalcatura, quel­la via benedetta ma impervia che porta all'Eremo del­la Madonna delle Grazie. Qui abita per alcun tempo la cella intitolata a San Silvestro Papa e poi, felicissi­mo, quella intitolata a Sant'Alberto di Butrio.

Dal nuovo ritiro Frate Ave Maria scrive lettere com­moventi alla vecchia mamma che lo pensa ancor più lontano di prima; trascorre molto tempo nel coretto retrostante l'altare della Madonna; fa, con gli Eremiti vedenti, qualche breve pellegrinaggio alle antiche chie­se di San Silvestro e di Santa Lucia, che fanno corona al suo Eremo. Poco conosciuto e in luogo così apparta­to, ha modo di tenere, per obbedienza, corrispondenza con quanti gli scrivono; a volte accompagna gruppi di pellegrini, richiamati, nonostante tutto, dalla sua fama o dalla bellezza del luogo.

Un giorno, da due frati viene lasciata in mezzo al corridoio una lettiera in ferro. Uscendo dalla sua stan­za, col suo passo piuttosto veloce, per recarsi alla pre­ghiera, urta violentemente nell'ostacolo. A stento trat­tiene un gemito di dolore, poi si riprende e raggiunge la comunità in cappella; non una parola, né di lagnan­za, né di rimprovero all'indirizzo dei confratelli sba­dati. E' un "fioretto" che dice molto sullo stile da lui acquisito.

Qualche volta, in mancanza di sacerdote che celebri la Messa, pur di non perderla, si fa accompagnare giù al paese di Sant'Oreste, rifacendo poi a piedi la dura salita.

Nell'estate 1954 sembra bene ai superiori assecon­dare le richieste dei parenti, ma soprattutto della mamma, di poter finalmente rivedere al paese il caro Eremita. Egli si prepara, avvertendoli però che gli si garantisca di partecipare alla Messa e che sarà lui il malato, come desidera il superiore, vale a dire tocche­rà agli altri visitarlo e non viceversa. Vi si ferma una dozzina di giorni, edificando tutti con il suo spirito di preghiera e rallegrandoli con la sua bonarietà.

Si fa accompagnare sul "luogo della disgrazia" pro­prio dall'amico Bartolomeo Vignola, che nel 1912 lo ha accecato e che non ha più incontrato da quando erano ragazzi: si abbracciano, di fronte ad una schiera di parenti ed amici commossi e in lacrime. Poi Frate Ave Maria, inginocchiato davanti al compagno di giochi, ringrazia a voce alta il Signore del beneficio concesso­gli, quel giorno lontano, privandolo della vista corpo­rale. Invita tutti ad andare nella cappella dell'Immaco­lata, presso il luogo della fucilata, per cantare il Magnificat di ringraziamento.

 

A Noto di Siracusa

La salute dell'Eremita accusa tuttavia qualche scos­sa: per questo, nell'autunno di quello stesso anno 1954, i superiori decidono di inviarlo in luogo più cal­do, in provincia di Siracusa, nell'Eremo di San Corrado di Noto. Anche là c'è un gruppo di solitari dell'Opera, che potrà trarre giovamento dall'esempio e dalla pa­rola di Frate Ave Maria.

La sua stanza è la più vicina alla chiesa di San Corrado. Divide il tempo fra cella e tabernacolo. Im­possibilitato ad aiutare i confratelli vedenti al lavoro, li accompagna con qualche viva raccomandazione per­ché non si facciano male. Lo allieta di tanto in tanto la garrula schiera degli orfanelli di Don Orione, che scen­dono dalla loro sede a trovarlo, felici di poterlo accom­pagnare un po' in giro per una boccata d'aria.

Anche qui, man mano, si diffonde la notizia del "Fra­te Santo" e si rinnova attorno a lui la frequenza dei visitatori che lo cercano.

Allorché nel settembre 1957 l'obbedienza decide il ritorno di Frate Ave Maria a Sant'Alberto, egli sente il cuore agitato da gioia e rincrescimento insieme: «pur essendo mai stato un buon frate - scrive alla mamma - desidero però assai, appunto per essere una buona volta un buon frate, di fare la santissima volontà di Dio... Per me qui è la vita - si riferisce al clima e all'ab­bondanza di frutta - ma l'ubbidienza vuole che vada, e vado...».

 

Di nuovo a Sant'Alberto

Il suo ritorno a Sant'Alberto, amici e visitatori lo ritrovano ugualmente sereno e lieto, ma fatto più diafano. Confida di avere un unico malcontento, quel­lo di non poter fare, forse, quel bene che il Signore aspetta da lui, di non poter ridire le parole che posso­no far del bene. Per questo egli aumenta l'impegno «della preghiera e della vita nascosta con Cristo in Dio... Chi può almeno balbettare - usa dire - è meglio balbetti meglio che può, per dare gloria a Dio... La vita più monotona è vita beata, quando è vissuta nell'amo­re».

Si raccoglie di più, approfondendo specialmente il Mistero Eucaristico e la considerazione della propria nullità spirituale. Con sensibilità di fanciullo, allieta con più frequenti lettere la mamma ottuagenaria e ri­chiama i parenti alla vita cristiana, rievocando i mo­menti lieti goduti nell'infanzia ai piedi dell'altare.

Nel settembre 1959 i superiori accondiscendono al desiderio della sorella Delia di averlo presente alla Prima Comunione della giovane nipote. E' tanto affe­zionato a Pogli che dice: «Solo l'amore di Dio può te­nermene lontano...»: anche stavolta però accetta, quan­do viene rassicurato di poter partecipare almeno alla Messa quotidiana, e raccomanda a sua mamma di non disturbarsi, contento di quello che c'è, che per un frate è già troppo.

In questi anni si manifesta ancor più viva, se fosse possibile, la letizia che gli inonda lo spirito. «Poiché - afferma - nella tristezza dello spirito non esiste nean­che virtù...».

«Non occultiamo Gesù sotto la nostra immagine da caricatura...», esorta. Ed insiste nel presentare Gesù come il divin cercatore delle anime: «tutti - dice - devo­no lasciarsi da Lui trovare». Rivive la gioia del divino servizio, dedica ore di riflessione alla Passione del Si­gnore, canta l'amore alla Madonna e la fiducia del Pa­radiso.

 

Nozze d'oro con la cecità

Attorno a lui crescono amicizie e nuove relazioni: particolarmente cara gli diviene quella col Movi­mento Apostolico Ciechi, che lo mette in contatto con altri "fratelli d'ombra". Proprio il M.A.C. gli offre un viaggio a Lourdes, ma egli vi rinunzia, a favore di un giovane che sia "veramente cieco". «Io in paradiso già ci sono - dice - mentre tanti poveri infelici non ci pos­sono arrivare ed è bene aiutarli nella fede. Chiedere la grazia di vederci? no, no! Sono 40 anni che sono al buio... e sto bene così. Ciechi veri sono quelli che non vedono Gesù..., quelli che non hanno fede!». Il giovane mandato in pellegrinaggio al suo posto, ritorna da Lourdes completamente trasformato. Nel suo cuore brilla la luce della fede.

Nel settembre 1962 desidera celebrare il Giubileo d'oro della sua cecità. Già nel 25° di cecità aveva fatto stampare, con l'approvazione dei superiori, una mo­desta immaginetta-ricordo, invitando tutti i suoi co­noscenti a ringraziare Dio per il "dono" da Lui ricevu­to.

L'occasione ritorna e nel novembre 1962 è pronta l'immaginetta del suo 50° con il seguente testo: Deo gratias! Frate Ave Maria, eremita dei Figli della Divina Provvidenza (Don Orione), nel 50° anno di sua cecità corporale, invita quanti gli voglio­no bene ad unirsi spiritualmente a lui per can­tare nell'intimo del cuore un solenne inno di rin­graziamento a Gesù benedetto che così mirabil­mente - per quelli che l'amano - sempre può, sa e vuole volgere ogni cosa in bene. Convertisti in luce le mie tenebre e in gioia la mia tristezza, sicché la mia luce, l'unica mia gioia sei Tu solo, o Gesù Figlio di Dio! O Gesù Dio mio! O Gesù Figlio di Maria! Eremo di Sant'Alberto - Pontenizza (Pavia) - Ognissanti 1962.

Per la circostanza, scrive ancora a Bartolomeo Vignola di non addolorarsi, ripensando all'episodio provocatore della sua cecità: «Bandisci dal tuo cuore ogni amarezza e benedici il Signore con me e con tante anime buone».

Il 1° novembre 1962 a Sant'Alberto si svolge la fe­sta in intima semplicità. Tutta la Congregazione si unisce spiritualmente a Frate Ave Maria in quel ren­dimento di grazie che attinge la sua ispirazione dal cuore di Gesù Crocifisso.

 

Ultimi anni e santa morte

Fin dall'estate 1961 la salute di Frate Ave Maria ha accennato ad un lieve abbandono di forze, che egli forse si preoccupa di nascondere nel consueto fer­vore delle pratiche di pietà e di regola, oltre che nel­l'abituale sorriso.

Gli ultimi mesi del 1963 fanno notare un più forte insorgere della tosse asmatica e l'aggravamento della bronchite, da anni consueta per lui, che giunge a chia­marla il suo "cilicio invernale".

Il 17 gennaio 1964, un venerdì, la difficoltà a respi­rare e un collasso di forze consigliano di farlo ricove­rare all'ospedale di Voghera, dove è degente in quei giorni anche il direttore dell'Eremo. Frate Ave Maria si lascia portare in ospedale solo quando gli dicono che proprio il suo superiore desidera quella visita, e sem­pre con la garanzia delle predilette pratiche euca­ristiche. Dice: «Mi vizierete tutti troppo a Voghera, e anche i miei superiori: ho vergogna; io non merito nien­te ...».

Un giovane di Sant'Aberto di Butrio si presta per il passaggio in auto. Egli ne saluta la mamma con grati­tudine e mormora: «Arrivederci in Paradiso...».

All'ospedale di Voghera, la felice coincidenza di una funzione serale in cappella lo fa deciso a chiedere la Santa Comunione, non ancora fatta quel giorno.

Una sollecita visita del primario lo imbarazza, per­ché sotto il saio porta il cilicio. Il professore gli racco­manda moderazione e decide di trattenerlo in osser­vazione.

Fuori c'è nevischio. «Qui invece c'è primavera!», dice con gratitudine Frate Ave Maria, rimproverando bo­nariamente di essere stato un po' ingannato.

Il 18 e 19 gennaio li trascorre tra dolori e momenti di sollievo: può almeno ricevere la Comunione e far passare le tre diverse corone del Rosario, che da tem­po gli fanno compagnia. Parla a fatica.

La mattina del 20 gennaio il Direttore Generale del­l'Opera, Don Zambarbieri, accorso con altri confratelli, prepara Frate Ave Maria all'Unzione degli infermi: egli la riceve aderendo molto volentieri all'invito di offrire la vita per il Papa e per l'unione dei cristiani. Confida di aver pregato tutta la vita per poter ricevere i Sacra­menti ultimi in lucidità di spirito, ed è contento. «I1 Signore mi ha tolto la vista, ora vuole la mia vita; di tutto cuore gliela offro... com'è bello fare la volontà del Signore! Tutto offro con gioia alla Madonna».

Medici, infermieri e suore sono attorno a lui, solleciti, edificati insieme agli altri ammalati: «Ricordo tutti - dice a chi gli chiede preghiere -, io poverello ringrazio tut­ti ...». Ripete il nome di Sant'Agnese, la cui festa è vicina, si tiene stretta al cuore un'effigie di Gesù Bambino ed esclama spesso: «Domani avrò la vera luce!».

La sera del 20 gennaio Don Zambarbieri lo intrat­tiene ricordandogli i bisogni dell'Opera, le missioni, le vocazioni. Rimasto solo con il chierico infermiere, Frate Ave Maria gli dice: «Preghiamo la Madonna!» e segue mentalmente la recita del Rosario, riuscendo poi a ri­spondere, con un fil di voce all'ora pro nobis delle lita­nie. Alla fine, dopo un poco di silenzio sospira: «Ora con gli uomini non ho più nulla a che fare... Per me ormai c'è solo il Signore».

A tarda sera ubbidisce ai medici che gli danno l'os­sigeno; l'asma riprende, per calmarsi solo verso l'alba. Prime ore del 21 gennaio: è la memoria di Sant'Agnese. Frate Ave Maria non è in condizione di ricevere la Comunione. Vedendolo lottare dolorosamen­te col suo male, il chierico gli chiede sommessamente se soffra molto. Non lo lascia finire la frase: «No, no, non soffro nulla, sto bene! E’ tutta bontà e misericor­dia del Signore!».

Qualche tempo dopo il chierico si accorge che il vol­to dell'infermo è disteso e gli si avvicina: placido e sen­za tormenti agonici, Frate Ave Maria è spirato. Sono le 6,40 del 21 gennaio 1964. Tra le mani, stringe affet­tuosamente una statuetta della Madonna e quella di Gesù Bambino.

«Come è dolce e desiderabile anche l'ora della mor­te - si legge in un suo scritto -, quando si è convinti della convinzione dei santi, che cioè sorella nostra morte corporale non è, per i buoni, che un felice pas­saggio alla vera vita, beatissima, eterna, dove ritrove­remo tutti quelli che ci precedettero, dove raggiunge­remo tutti quelli che seguimmo nella via della vera pace, della giustizia, della misericordia, della verità, della carità».

 

L'umile esaltato

Attorno all'umile Eremita della Divina Provviden­za ci sono superiori, confratelli, malati, personale medico e di assistenza. Accorre la buona popolazione di Voghera.

Anche il vescovo diocesano gli rende visita, a testi­monianza di gratitudine, presso il locale seminario orionino.

I funerali vengono celebrati, nel duomo cittadino il 23 gennaio: unanime è la convinzione, attorno alla sua bara, che al suffragio possa andare unita l'invocazio­ne di grazie.

Il vescovo di Bobbio accompagna Frate Ave Maria nella pace di Sant'Alberto: «Una luce, riflesso di quel­la di Cristo, si irradierà da questa tomba: Frate Ave Maria è divenuto per tutti un intercessore...».

La spoglia di Frate Ave Maria rimane per tre anni nella terra del piccolo cimitero di Butrio. Il 3 settem­bre 1967 viene collocata, in un'arca di pietra, nella severa cripta ricavata sotto l'oratorio di Sant'Antonio. Presiede il rito della traslazione il vescovo Mons. Angelo Zambarbieri, fratello del Direttore Generale del­la Piccola Opera della Divina Provvidenza. Nell'agosto del 1983 si apre, in diocesi di Tortona, il Processo canonico per la beatificazione di Frate Ave Maria, allo scopo di verificare se in lui c'è stato l'eser­cizio delle virtù cristiane sino al grado eroico. Si con­clude nel giugno del 1986.

A giudizio concorde dei confratelli che l'hanno co­nosciuto, non si poté notare in lui colpa deliberata, sia mortale che veniale, mentre brillavano le virtù teologali e morali, insieme con quelle fondamentali dell'umiltà, obbedienza e castità: tutte praticate con letizia di spirito, con costante prontezza, senza mai rimpianti o lamenti, di fronte a difficoltà, malattie, prove.

E' stata documentata, in seguito, anche una guari­gione prodigiosa, attribuita all'intercessione del servo di Dio. Si attende ora, in fiduciosa preghiera, il giudi­zio della Chiesa.

Sono passati oltre tre decenni dalla morte di Frate Ave Maria, ma la sua presenza è più viva che mai: là nella silenziosa cripta dell'Eremo c'è sempre qualcuno che sosta in meditazione e riverente preghiera.

E pare, ogni volta, di udir risuonare qualcuno dei suoi preziosi insegnamenti...

«Noi siamo metalli che dobbiamo essere temprati dal Signore; l'acqua e il fuoco che possono temprarci sono le prosperità e le avversità di questa brevissima vita mortale. La vita è un gran dono di Dio: diventa bella, se si riguarda alla luce che sempre piove dal Paradiso».

«La più bella pace, la più bella felicità, in questo mondo, è quella che si trova nel fare il proprio dovere, anche se sotto la Croce del Signore, specialmente sot­to la Croce, unicamente sotto la Croce: perché la vera santità è sotto la Croce del Signore.

... Questo povero fratello, ultimo di tutti, nella sua bassezza, è felice; perché mi pare finora di stare nella volontà di Dio. E voi sarete felici quando farete la vo­lontà di Dio.

... Ricordate chi vi dice questa verità: in questa vita si può essere felici! ».

 

PREGHIERA

O GESU', luce vera venuta nel mondo a illuminare tutte le ani­me, ti ringraziamo di aver chiamato, attraverso la sventura della cecità fisica, il tuo Servo FRATE AVE MARIA alla luminosa not­te di una vita tutta spesa, in penitenza e gioiosa preghiera, per additare agli sfiduciati le mirabili certezze della fede. Concedi anche a noi di camminare, allo splendore del tuo volto, in grazia e carità operosa a bene dei fratelli, ed esaudisci; per sua inter­cessione, la supplica che ti presentiamo... (Padre Nostro, Ave Maria, Gloria)

 

IL CANTICO DELLA LETIZIA DI FRATE AVE MARIA

AVE, MARIA! sempre!

AVE, MARIA! e avanti!

AVE, MARIA! e sempre più in alto!

AVE, MARIA! con sempre più grazia!

AVE, MARIA! con sempre più pace!

AVE, MARIA! con sempre più luce di vivida fede!

AVE, MARIA! con sempre più giocondità di speranza!

AVE, MARIA! con sempre maggior ardore di carità!

Quando ci vediamo nelle tenebre, apriamo i veri occhi, gli occhi dello spirito alla vera luce, dicendo: AVE, MARIA!

Quando ci sentiamo sconfortati e attendiamo verace ed abbondante conforto, andiamo dicendo: AVE, MARIA!

Quando ci vediamo debitori verso Iddio e verso gli uomini, per pagare ogni nostro debito diciamo e ripetiamo instancabilmente: AVE, MARIA!

Quando il diavolo o un mortale o la nostra superbia ci glorierà per le nostre buone opere, non ascoltiamo queste voci lusinghiere ma umiliamoci e diamo gloria a Dio dicendo, senza mai stancarci, AVE, MARIA!

AVE, MARIA! sino alla morte!

AVE, MARIA! per non precipitare all'inferno, quando ne sembra d'essere sull'orlo!

AVE, MARIA! per spiccare il volo verso il Paradiso!

AVE, MARIA! sino al Cuore di Maria!

AVE, MARIA! sino al Cuore di Gesù!

 

Immagini e biografie di Frate Ave Maria, come pure il periodico dell'Eremo, IL RICHIAMO DI FRATE AVE MARIA (due numeri l'anno), si possono richiedere a: Eremiti della Divina Provviden­za (Don Orione) - Sant'Alberto di Butrio - 27050 Ponte Nizza (PV) - Tel. 0383-59206. - novembre 1995