FRANCESCO GIULLARE DI DIO
P. Pietro Rossi ofm
Otto
secoli or sono, ad Assisi si è svolta una delle avventure più affascinanti
che il mondo abbia mai visto.
Un giovane di nome Francesco, ritenuto dagli amici il più fortunato perché ricco e spensierato, un giorno udì la voce di Dio che lo invitava a seguirlo: "Francesco va e ripara la mia casa che va in rovina!". Il giovane comprese che l'invito veniva dall'alto e comportava un cambiamento totale di vita: tentennò, tergiversò, ma poi accolse l'invito.
Rinunciò
alle sue ricchezze, si vestì di sacco e andò per il mondo a predicare il
bene e la pace.
In
vita non volle mai un ruolo importante; scelse di essere l'ultimo, il più
povero tra i poveri, il servo di tutti; si accorse di avere trovato il segreto
della vera felicità.
Francesco
è un mistero.
Lo
è stato per i suoi contemporanei e lo è ancor oggi. Di fronte al mistero
occorre sostare in silenzio!
Solo
riflettendo ci si accorge della sua grande personalità e ci si convince che
tutto ciò che si scrive di lui è solo un balbettio.
Tommaso
da Celano, suo biografo, ha sperimentato per primo l'insufficienza della
parola umana: "È bene che io deponga la penna!". Ciò che mi spinge a
scrivere è la ricorrenza di un evento storico: l'8° centenario dell'origine e
approvazione del carisma francescano.
Fratello!
Non
meravigliarti se ti chiamo così; per Francesco erano tutti fratelli: anche
tu. Forse è la prima volta che leggi qualche pagina sul Poverello d'Assisi.
Sarà
per te una scoperta!
Potrai
incontrare l'amico che, forse inconsciamente, da tempo, desideravi conoscere:
un uomo come te, eppure tanto diverso; una diversità che è un invito, ma
anche un dono di amicizia.
Fratello,
hai sentito?
Francesco
abbracciando il Vangelo ha trovato la libertà, ha scoperto la vera felicità.
È
quello che auguro anche a te, caro fratello.
Sono
pienamente consapevole che ormai nulla di nuovo si può scrivere su questo
grande santo.
Colgo
la ricorrenza centenaria della fondazione dell' Ordine Serafico per avvicinarlo.
Mi
sono proposto di studiare le Fonti francescane per scoprire il "vero"
Francesco, tutto l'uomo, l'uomo santo: quello posseduto da Cristo per donarlo
agli amici perché lo conoscano e lo amino.
Lo
farò con stile semplice e limpido, molto francescano.
Se
riuscirò a raggiungere, in qualche modo questo scopo, mi sentirò
sufficientemente ripagato della modesta fatica compiuta.
San
Francesco nacque ad Assisi, nella verde Umbria, giardino d'Italia, terra di
poeti e di santi.
Visse
44 anni, dal 26 settembre 1182 al 3 ottobre 1226 e portò alla Chiesa una
primavera di vita.
Paul
Sabatier lo chiamò: "Il più grande dei santi che la Chiesa cattolica ha
prodotto nei secoli".
Gandhi
disse di lui: "Ci vorrebbe un S. Francesco ogni cento anni e la salvezza
del genere umano sarebbe garantita".
Nobiltà
delle origini
Dalla mamma ricevette una spiccata educazione civile e religiosa: gentilezza e
bontà furono le sue caratteristiche. Dal babbo, Pietro di Bernardone, imparò
l'arte della mercatura. Aveva di fronte a sé un avvenire splendido! Ma
Francesco preferiva la vita spensierata, la compagnia degli amici, le allegre
scampagnate e i canti.
Re
delle allegre brigate
Ben presto i suoi coetanei si accorsero di lui; gli si strinsero attorno con
affetto e ammirazione e lo proclamarono re delle loro feste. Francesco, pur
partecipando a feste e scampagnate, conservava la sua nobiltà d'animo e si
manteneva in tutto cortese e gentile. Tommaso da Celano, suo primo biografo,
dice di lui: "Quanto era incantevole, stupendo e glorioso nella sua
innocenza, nella semplicità della sua parola, nella cortesia, nel suo aspetto
angelico!... Era dolce d'animo, amabile nel tratto, ilare nel volto, affabile
nel parlare, indulgente con gli altri e severo con se stesso, grazioso in
tutto".
Ideale cavalleresco Ai tempi di Francesco, la gioventù di tutta Italia era affascinata dagli ideali della cavalleria. Ovunque si aggiravano trovatori che cantavano le gesta di eroi, le imprese di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda. In loro onore, i giovani organizzavano splendide feste, durante le quali si raccontavano le più belle avventure. Francesco era perdutamente portato a subire l'influsso di questi ideali per il fatto che sua mamma, Giovanna Pica, era provenzale.
A
vent'anni la vita di Francesco era tutto uno sbocciare di sogni e di speranze!
Parte per le Puglie La notizia che Gualtiero di Brienne si accingeva a partire per le Puglie per combattere sotto la bandiera del Papa, infiammò l'animo di Francesco, che chiese di seguirlo sperando di coprirsi di gloria. Si fece preparare una splendida armatura, poi con un drappello di giovani si diresse verso il Sud. Ma dopo pochi chilometri, a Spoleto si ammalò.
La
voce del Signore
Costretto a fermarsi durante la notte, in sogno udì una voce: "Francesco,
che può giovarti di più: il padrone o il servo?".
Risponde:
"Il padrone!".
"Allora
- continuò la voce - perché abbandoni il padrone per seguire il servo?".
Francesco
comprese che quella era la voce del Signore; timoroso chiese: "Signore,
cosa vuoi che io faccia?".
Gli
disse la voce: "Ritorna ad Assisi, là ti sarà detto quello che dovrai
fare".
Al
mattino, Francesco si accomiatò dai suoi compagni, e ancora febbricitante,
prese la via del ritorno.
Incontra
un lebbroso
Ad Assisi, un giorno mentre stava cavalcando fuori dalle mura della città, gli
venne incontro un lebbroso. Istintivamente pensò di fuggire, ma si fermò.
Guardò con tenerezza quell'essere ripugnante; poi scese di sella, gli andò
incontro, lo abbracciò e gli scoccò un bacio. Capì che nel lebbroso era
presente Cristo sofferente.
Con
questo atto, Francesco aveva vinto la sua grande battaglia!
Giullare
di Dio
Tornato in sella, Francesco si sentiva un altro.
La scoperta di Gesù nel lebbroso capovolse nel suo cuore valori e sentimenti. Ora non più baldorie e serenate per le strade di Assisi, non più imprese guerresche per farsi un nome e una nobiltà, non più la voglia di eccellere nello sfarzo di vestiti e di denaro, non più re delle feste; ma giullare di Dio e gioioso servo di tutti.
La
chiamata a San Damiano
La voce del Signore non tardò a farsi udire ancora. Un mattino,
Francesco
si trovava assorto in preghiera nella chiesetta di S. Damiano, davanti ad un
antico Crocifisso. Nel silenzio udì una voce: "Francesco, alzati, va e
ripara la mia casa che cade in rovina!". Sulle prime la ritenne
un'allucinazione, ma la voce si fece udire ancora, più accorata:
"Francesco, alzati, va e ripara la mia casa che cade in rovina!".
Si improvvisa muratore Francesco prese alla lettera l'invito del Signore. Corse a casa e vendette molta stoffa preziosa. Il ricavato - una grossa somma - lo portò al prete custode, di nome Pietro, perché facesse riparare subito la chiesa; ma il prete non l'accettò: temeva le ire di Pietro Bernardone e il richiamo del vescovo di Assisi. Francesco non si perdette d'animo: si improvvisò muratore e con la collaborazione di alcuni amici, in breve tempo riuscì a restaurare la chiesa.
La
reazione del padre
Suo padre, Pietro Bernardone, ritenendosi offeso e danneggiato, decise di citare
il figlio davanti ai consoli di Assisi. Si recò al palazzo comunale, dove
espose le sue ragioni. I consoli lo ascoltarono e inviarono a Francesco il
mandato di comparizione. Francesco rispose con una mossa molto abile: egli già
conduceva una vita da penitente, dunque non era più soggetto alla
giurisdizione civile, ma a quella ecclesiastica.
Si
appella al vescovo
Francesco si recò dal vescovo e gli portò tutto il denaro che gli restava. Il
vescovo lo fermò e lo invitò a riflettere: "Se vuoi essere vero servo di
Dio, restituisci questi soldi a tuo padre. La chiesa non vuole che tu spenda per
lei denari non tuoi, denari di tuo padre; forse ricchezza male
acquistata!". Francesco si disse d'accordo e convenne col vescovo di
ritrovarsi in piazza, dove davanti ai suoi concittadini avrebbe restituito tutto
al padre.
Finalmente libero! Sulla piazza di Assisi, davanti al vescovo e ai suoi concittadini, Francesco rinunciò ad ogni suo diritto di famiglia, si spogliò di tutto e restituì al padre, non solo tutto il denaro, ma anche i vestiti, dicendogli: "Fino ad ora ho chiamato te padre, da questo momento chiamerò padre soltanto Dio!". Il vescovo, commosso, allargò le braccia e lo coprì col suo mantello episcopale. Con questo atto, Francesco conquistava la vera libertà: la libertà dei figli di Dio. In un impeto di gioia, sollevò lo sguardo al cielo e intonò la preghiera più bella: "Padre nostro che sei nei cieli...".
Pellegrino
senza meta
Dopo questa drammatica scena, Francesco si trovò improvvisamente solo. Era
inverno ed era poco vestito, senza casa e senza famiglia. Un domestico del
vescovo, mosso a compassione, gli regalò una camicia e un lungo mantello. Per
alcuni giorni egli vagò senza meta nei dintorni di Assisi; poi si diresse verso
Gubbio. Aveva fame e faceva freddo; tuttavia era contento ed esternava la sua
gioia cantando in provenzale le lodi del Signore.
"Sono
l'araldo del gran Re!"
Lungo la strada incappò nei briganti, che lo fermarono. Speravano di poterlo
derubare, ma non aveva nulla. Gli chiesero chi fosse. Rispose loro: "Io
sono l'araldo del gran Re"!. Delusi, lo picchiarono e lo gettarono nel
fosso, pieno di neve, gridando: "Resta lì, zotico araldo di Dio. Quello è
il tuo posto!".
Raggiunge Gubbio Quando i briganti si furono allontanati, Francesco uscì dal fosso; si scosse la neve di dosso e, cantando a voce spiegata, raggiunse Gubbio. In questa città riprese la sua attività benefica: curava i lebbrosi, avvicinava i poveri e aiutava i contadini nei campi.
La
sera si rifugiava nei fienili o nelle grotte per pregare e riposare.
Non aveva alcuna preoccupazione per il cibo: accettava quello che gli veniva dato spontaneamente, come ricompensa del lavoro prestato.
Ritorna
ad Assisi
Dopo alcune settimane, Francesco ritornò ad Assisi; aveva il volto scarno ed
era vestito di cenci. Al suo apparire, i ragazzi lungo le strade gli correvano
dietro sghignazzando: "Arriva il pazzo! Arriva il pazzo!". Egli
taceva e tutto sopportava per amore di Dio. Così, scalzo, ricoperto di sacco e
cinto di una corda, andava di rione in rione, di casa in casa parlando ai suoi
concittadini della paternità di Dio e della sua infinita misericordia.
Scende
alla Porziuncola
Un mattino scese alla chiesetta della Porziuncola, per la messa.
Al
vangelo udì le parole: "Andate e predicate il Vangelo; non portate con voi
né oro, né argento, né bisaccia, né scarpe, né bastone" (Mt 10,9). Le
ritenne rivolte a sé.
Mosso
dallo Spirito col cuore gonfio di gioia, esclamò: "Questo io voglio!
Questo io chiedo!"
Abbraccia il Vangelo Senza esitare depone la tunica di eremita e sceglie una veste ruvida con cappuccio per riprodurre in sé l'immagine della croce; si cinge i fianchi con una corda semplice annodata; getta subito il bastone, la bisaccia e i calzari: volle obbedire sul campo e osservare alla lettera i precetti della vita apostolica.
Poi
ritornò dal suo vescovo dal quale ottenne il permesso di predicare.
Predicatore
itinerante
Il mattino dopo Francesco incominciò a predicare. Andava per le campagne,
sulle piazze e nelle chiese.
Le
sua parole erano semplici, ma così piene di cordialità che tutti quelli che
l'ascoltavano si sentivano commossi.
Era
costretto ad affrontare anche eretici. Ma la sua persona e il suo esempio
erano per tutti una predica. Parlava di quello che egli stesso aveva provato,
annunciando la conversione, la brevità della vita, il premio futuro, la
necessità di giungere alla perfezione evangelica.
La predica a tu per tu Andando per le vie di Assisi, Francesco vide un muratore intento al lavoro; l'avvicinò e gli chiese: "Fratello, perché lavori?" "Lavoro per guadagnare!" Gli rispose il muratore. Francesco insistette: "Perché guadagni?". Per vivere", gli rispose. "Perché vivi?".
Il muratore non seppe rispondere; chinò la testa e rimase in silenzio. Concluse Francesco: "Fratello, il lavoro è buona cosa, ma ciò che vale nella vita è amare Dio e salvarsi l'anima!".
Una
corona dl amici
In breve tempo Francesco fu circondato da una schiera di amici. Il suo primo
biografo, Tommaso da Celano, scrive: "Era la sua parola come fuoco ardente,
che penetrava nel profondo del cuore, destando in tutti ammirazione" (1 Cel.
23).
L’ammirazione
provocava in molti il desiderio dell'imitazione.
Tra
i suoi ammiratori vi erano borghesi, contadini, cavalieri, artigiani e anche
sacerdoti.
I
primi frati
Alcuni giovani chiesero a Francesco di seguirlo e di votarsi allo stesso suo
ideale. Egli disse loro: "Se volete seguirmi, vendete ciò che possedete e
datelo ai poveri!". Il primo a seguire Francesco fu Bernardo da Quintavalle:
era uno dei più nobili e ricchi di Assisi; per distribuire ai poveri le sue
ingenti ricchezze ci vollero alcuni giorni. A Bernardo seguirono altri: Pietro
di Cattaneo, Egidio di Assisi, Silvestro, Ruffino, Leone, Giovanni della
Cappella, Ginepro, Sabbatino, Masseo, Angelo Tancredi e Morico.
Frati
minori
La gente cominciò a conoscerli e a stimarli.
Li
chiamava i "penitenti di Assisi". Ma a Francesco non piaceva tale
denominazione, perché non esprimeva il loro ideale di vita semplice, gioiosa e
fraterna. Preferì che fossero chiamati "frati minori", cioè gli
ultimi, i nullatenenti, i sottomessi a tutti. Si erano proposti, infatti, di
condividere la condizione dei poveri, di mettersi al loro servizio sull'esempio
di Gesù, che pur essendo ricco si fece povero, cioè "minore", il più
povero e umile tra i poveri.
Una
Regola
Francesco ritenne opportuno scrivere una Regola per i suoi frati. La compendiò
nell'osservanza del Vangelo: "Questa è la vita dei frati minori: osservare
il santo Vangelo vivendo in obbedienza, povertà e castità". Era un vero
programma di vita: ascetismo contemplativo e apostolato ardente, ardore di
estasi nella solitudine con Dio, ed esplosione di carità e zelo tra i fratelli.
Ma
era anche un programma che apriva orizzonti sconfinati alla libera iniziativa
dei frati.
Verso Roma La Regola necessitava dell'approvazione del Sommo Pontefice; per questo Francesco e i suoi frati decisero di andare a Roma. La loro non fu una decisione affrettata e presa con leggerezza; la loro preoccupazione era rivolta allo scopo del viaggio: ottenere l'approvazione di condurre una vita in tutto e per tutto conforme al Vangelo. Pieni di fiducia e colmi di gioia, lasciarono Assisi e partirono per Roma.
Allegra
brigata!
Era una strana comitiva quella che nella primavera del 1210 lasciò Assisi,
diretta a Roma! Dodici giovani, pieni di forza, avanzavano pregando e cantando
allegramente, confortati dalla bellezza della natura e dalla ospitalità della
gente.
Erano privi di tutto, ma nulla li turbava e preoccupava, perché avevano la piena convinzione che Dio era con loro e li avrebbe protetti.
Accolti
dal Papa
A Roma furono accolti benevolmente da Innocenzo III.
Li
ascoltò attentamente, ma prima di approvare la Regola chiese alcuni giorni di
riflessione, per ascoltare i cardinali e poi decidere insieme. A Francesco in
particolare chiese di pregare il Signore affinché Egli stesso manifestasse la
sua volontà: "Prega Cristo, o figlio, affinché per mezzo tuo si mostri la
sua volontà. Quando l'avremo conosciuta con maggior certezza, potremo accondiscendere
con maggior sicurezza ai tuoi pii desideri" (FF 1062).
Francesco
è irremovibile
Il Pontefice avrebbe preferito che Francesco avesse adottato la Regola monastica
di S. Agostino o S. Benedetto: "Figlioli miei, la vostra vita pare a noi
troppo dura e aspra, benché noi crediamo che voi siate di tanto fervore che di
voi non bisogni dubitare, non di meno dobbiamo pensare per quelli li quali vi
avranno a seguire per lo avvenire dopo di voi, che questa vita non paia a loro
troppo aspra". Ma il Santo fu irremovibile! Per i suoi frati aveva voluto
come vita l'osservanza del santo Vangelo.
Il Laterano cadente Durante la notte, il Pontefice ebbe una visione: in sogno vide la basilica del Laterano che stava per crollare.
Terrorizzato,
assisteva alla rovina ormai imminente quando sopraggiunse un uomo piccolo,
scalzo, vestito poveramente che si avvicinò alla basilica e offerse la sua
spalla per sostenerla.
In
quell'uomo, Innocenzo III riconobbe Francesco!
Approvazione
della Regola
Il mattino seguente Innocenzo III fece chiamare Francesco e i suoi compagni. Li
abbracciò uno ad uno e approvò la loro Regola. Aveva compreso il significato
del sogno: Dio si sarebbe servito di Francesco e dei suoi compagni per salvare
la Chiesa.
Sulla
via del ritorno
L'approvazione della Regola e le parole di incoraggiamento di Innocenzo III,
avevano riempito il cuore di Francesco e dei suoi frati di una gioia
incontenibile. Il pensiero di rivedere tra poco la città di Assisi con le sue
chiese, le contrade e la sua piazza, di incontrare gli amici, soprattutto i
poveri e gli ammalati, aveva suscitato in loro una profonda nostalgia.
Attesi
dalla gente
Lungo la strada erano attesi dalla povera gente che si stringeva attorno a loro
per conoscerli e ascoltarli. Francesco invitava tutti a pregare e a ringraziare
il Signore.
Si
legge nel da Celano: "Cammin facendo andava ripensando gli innumerevoli
benefici ricevuti da Dio e la cortesia con la quale erano stati accolti dal
Vicario di Cristo" (1 Cel. 34).
Dopo ogni incontro, il Santo benediceva i presenti; poi coi suoi frati riprendeva il cammino.
Aiutati
dalla Provvidenza
Il viaggio durò alcuni giorni.
Una sera vennero a trovarsi in un luogo deserto. erano stanchi e affamati e non avevano nulla da mangiare. All'improvviso, "per divina provvidenza", apparve un uomo con un cesto di pane; lo diede loro e se ne andò in silenzio. Aggiunse il da Celano: "Nessuno di loro aveva mai visto questo uomo; perciò pieni di ammirazione si esortavano l'un l'altro a confidare sempre nella divina misericordia" (1 Cel. 34).
Giungono
ad Assisi
Ad Assisi furono accolti con gioia da parenti e amici. La gente, che in un primo
tempo li guardava con diffidenza, dopo il loro incontro col Papa e
l'approvazione della loro Regola, incominciò ad avvicinarli e amarli. Chi li
incontrava per strada li salutava, e quando bussavano alle porte per l'elemosina
erano aiutati.
La
prima dimora
Come prima dimora, i frati scelsero un tugurio abbandonato alla periferia di
Assisi, in località Rivotorto.
Qui,
ogni sera si ritrovavano, scambiavano le esperienze della giornata, pregavano
insieme e consumavano il pasto dei poveri. Il rifugio era sprovvisto di tutto...
eppure, i frati vi si trovavano bene, come in una reggia: la reggia di Madonna
Povertà.
Un'oasi
di pace
A Rivotorto, i frati vivevano tranquilli, dediti alla preghiera e al lavoro.
Al mattino sciamavano e, due a due, andavano a lavorare nei campi, a curare i
lebbrosi, ad aiutare i poveri, gli ammalati e i preti anziani. La sera si
ritrovavano, si scambiavano le esperienze e dopo avere consumato il pasto dei
poveri, si coricavano sul pavimento per riposare. Non avevano alcuna
preoccupazione per il domani, ma confidavano nella Provvidenza, che non faceva
mai mancare il necessario per vivere. Tra di loro si aiutavano e si obbedivano a
vicenda.
Il
fratino
Anche un ragazzo di dodici anni chiese di farsi frate. Francesco lo accolse ben
volentieri. Era svelto, intelligente e molto caro. Un giorno, il
"fratino" venne a sapere che Francesco durante la notte si alzava per
andare a pregare nel bosco, dove avvenivano "fatti straordinari". Da
allora, ogni sera si coricava col fermo proposito di seguirlo; ma il sonno lo
raggiungeva e si addormentava. Una sera ricorse ad un'astuzia: legò il suo
cordone a quello di Francesco; così si sarebbe certamente svegliato. Ma non fu
così: il Santo si accorse di tutto; sciolse il nodo e si recò nel bosco a
pregare: ma il "fratino" aveva sentito il rumore dei passi e si era
svegliato. Aspettò che Francesco si incamminasse e lo seguì pian piano; si
addentrò nel bosco e si nascose dietro un cespuglio. Dopo pochi minuti, vide il
Santo inginocchiato, avvolto da bianchissima luce; tramortito dallo spavento,
cadde a terra svenuto. Quando rinvenne, si trovò tra le braccia del Poverello
che, accarezzandolo, gli ordinò di non dire a nessuno quello che aveva veduto.
Cacciati
da Rivotorto
Un giorno, sull'imbrunire, mentre i frati erano in preghiera, arrivò un
contadino intenzionato ad occupare il luogo dove i frati erano riuniti. Spingeva
strepitando, il suo asino: "Entra dentro, entra! Qui staremo
benissimo!".
I
frati si guardarono sbigottiti. Francesco intervenne: "Fratello, resta pure
qui, prendi il nostro posto! Noi frati non possediamo nulla qui sulla
terra!"
Rivolto
ai suoi frati disse: "Fratelli, Dio non ci ha chiamati per contestare il
posto ad un asino, ma per predicare il Vangelo. Andiamo! Troveremo altrove il
rifugio dove passare la notte".
A casa di mamma Con l'animo sereno, i frati lasciarono il loro rifugio e cantando le lodi del Signore si diressero verso la chiesetta di S. Maria degli Angeli, detta anche della Porziuncola. Si legge nelle Fonti Francescane: "Francesco, pastore del piccolo gregge, ispirato dalla grazia divina, condusse i suoi frati a Santa Maria della Porziuncola perché voleva che l'Ordine dei minori crescesse e si sviluppasse sotto lo sguardo della Madre di Dio".
La
porzluncola
La cara cappella di S. Maria degli Angeli, per Francesco era piena di ricordi;
l'aveva restaurata qualche anno prima e in essa aveva compreso pienamente la sua
vocazione. Dio gli aveva rivelato che in essa sarebbero state elargite tante
grazie. Per questo desiderava ardentemente fissarvi la sua dimora. Si rivolse ai
monaci benedettini del monte Subasio ai quali apparteneva. L'abate gli donò non
solo la chiesetta, ma anche una porzione di terra circostante.
Un
luogo sicuro
Francesco e i suoi frati, finalmente, si sentivano tranquilli, in un luogo
sicuro dove nessuno poteva disturbarli e cacciarli. Attorno alla chiesetta
costruirono cellette, intrecciate di frasche e spalmate di fango dove potevano
ritirarsi per riposare e attendere, nel nascondimento, alla preghiera e alla
penitenza, confortati dalla protezione della Madonna degli Angeli.
I
piu ricchi del mondo!
La gente di Assisi era sbigottita al vedere Francesco e i suoi compagni andare
scalzi, vestiti di sacco, sempre sereni, comportarsi come se fossero i più
ricchi del mondo. Il loro lavoro alla Porziuncola era identico a quello che
svolgevano a Rivotorto: lavoravano nei campi, curavano i lebbrosi, assistevano
i poveri e gli ammalati, aiutavano i preti e gli anziani.
Nuovo
stile
Il modo di agire e di parlare di Francesco e dei suoi compagni, era
assolutamente nuovo e originale: la gioia del Vangelo e la forza prorompente
di una nuova maniera di testimoniare e comunicare la fede. Erano poveri e
felici, parlavano la lingua della gente, non erano preti, non vestivano abiti
particolari, erano lieti e felici di avere scoperto il tesoro più grande del
mondo; erano contenti di stare insieme e di comunicare a tutti, proprio a
tutti, la gioia di un incontro che aveva cambiato la loro vita ed esaltato la
loro giovinezza.
Chiara
d'Assisi
Una delle reclute più illustri, attirate dalla santità di Francesco, fu Chiara
d'Assisi. Era giovane, ricca e bella, con una capigliatura d'oro; pareva una
figura di sogno; avrebbe potuto scegliere una vita facile. Ma, un giorno era
entrata nella chiesa di S. Ruffino per pregare. Sul pulpito stava predicando un
suo amico: Francesco di Bemardone. Parlava della tenerezza di Dio e della
caducità delle cose terrene. Fu colpita dalle sue parole.
Ritornò
a casa profondamente turbata. Capì che Francesco stava portando qualcosa di
nuovo nella chiesa e nella società.
Decide
di seguire Francesco
Chiara, una notte fuggì di casa e accompagnata da una amica, raggiunse S. Maria
degli Angeli per consacrarsi al Signore.
Narrano
i Fioretti che quella notte era più "chiara" del solito, e che le
stelle occhieggiavano dall'alto per proteggere il suo cammino.
Nella
cappella della Porziuncola, Francesco le recise i biondi capelli, la rivestì di
una rozza tonaca e cambiò la sua ricca cintura con una ruvida corda.
Le
clarisse
In pochi mesi, altre cinquanta ragazze di Assisi seguirono l'ideale di Chiara.
Chiara insieme alle amiche si rinchiuse nel monastero di S. Damiano, dove visse per tutta la vita nella preghiera e nella penitenza. Così ebbe inizio il secondo Ordine francescano, detto delle clarisse o povere donne, perché rinunciavano a tutto per seguire l'ideale di Francesco.
Pellegrini
e forestieri
In quell'epoca, il mezzo di trasporto più rapido e costoso era il cavallo.
Francesco
e i suoi compagni scelsero di andare a piedi, facendo diventare popolare il
proverbio: "Andare col cavallo di S. Francesco!". Essi non avevano
mete prefisse e viaggiavano affidandosi alla Provvidenza divina. In un primo
tempo il loro apostolato era limitato alle contrade e ai paesi vicini, poi si
estese a tutte le regioni e all'estero.
Madonna
Poverta
Spesso Francesco ritornava in convento o senza mantello o senza tonaca. I frati
non riuscivano a comprenderlo. Un giorno disse loro: "Figli miei,
ricordiamocelo bene: niente abbiamo di nostro, anche ciò che indossiamo non
appartiene a noi. Tutto ci è stato dato in prestito da madonna Povertà, fino a
quando troveremo un fratello più povero di noi. Da quell'istante è suo, e noi
dobbiamo restituirlo perché è suo!".
"Giullari
dl Dio"
Francesco voleva che i suoi frati fossero sempre lieti e sereni. Li chiamava i
"giullari di Dio". Voleva che evitassero la "pessima malattia
della malinconia", e che i loro peccati li pensassero nelle loro celle ed
ivi li piangessero".
Ritornando
tra i fratelli dovevano mostrarsi "lieti e graziosi", perché il
Signore li aveva scelti "per andare nel mondo a rallegrare gli uomini e a
muoverli a santa letizia".
La
predica del buon esempio
Francesco dava molta importanza alla predica del buon esempio. Un giorno uscì
dal convento con un confratello per andare a "predicare". Raggiunse
Assisi e si inoltrò per le via della città: teneva le mani in manica, il
cappuccio in testa e gli occhi bassi. Dopo alcune ore di cammino tornò a casa.
Il
confratello, confuso, gli chiese: "Padre, e la predica, quando la
facciamo?". Francesco, rispose gioiosamente: "Fratello, l'abbiamo già
fatta col nostro buon esempio!".
Le rondini dl Alviano Un giorno mentre Francesco predicava sulla piazza di Alviano, molte rondini garrivano con grande strepito e disturbavano. Il Santo le invitò a tacere: "Tocca a me parlare; voi avete fatto già abbastanza; ora state zitte e quiete finché il mio discorso sia finito!". Le rondini obbedirono. Colpiti dal miracolo, molti uditori meravigliati dicevano: "Veramente questo uomo è un santo!". Alcuni chiesero con insistenza di poterlo seguire, ma non potevano perché legati da impegni di famiglia. Il Poverello disse loro: "Non abbiate fretta! Penserò quello che dobbiate fare per la salute delle vostre anime!".
Nasce
il terz'ordine
Dal cuore di Francesco è nato il Terz'Ordine francescano: un vero capolavoro
che permetteva, a chi non poteva abbandonare la famiglia e i propri impegni, di
abbracciare il suo ideale vivendo secondo una Regola. Si trattava di un vero
Ordine, distinto da ogni altra fraternità: possedeva una Regola approvata
dalla Santa Sede; aveva un probandato, un noviziato e una professione come gli
altri Ordini religiosi. Chi vi apparteneva aveva il dovere di tenere, a modo suo
e secondo le sue possibilità, alla perfezione e alla santità.
Un vero capolavoro Con la fondazione del Terz' Ordine, Francesco raggiunse il vertice della genialità perché riuscì a valorizzare i laici immettendoli in un apostolato attivo, pur restando in famiglia e negli impegni di lavoro. Prima di Francesco, chi intendeva impegnarsi in un apostolato, doveva ritirarsi in un deserto o entrare nelle trappe cistercensi e nelle roccaforti benedettine.
Un
vivaio di santi
Francesco vedeva con gioia che il numero dei suoi figli aumentava di giorno in
giorno. Ai primi "dodici" se n'erano aggiunti altri. In pochi mesi la
Porziuncola era diventata un giardino, un vivaio di apostoli e di santi.
Il Poverello ricordava ad essi di ritenersi "itineranti", "pellegrini e forestieri" e li invitava a non fermarsi a lungo in nessun luogo.
La perfetta letizia Un giorno, Francesco camminava con frate Leone sulla strada che da Perugia porta ad Assisi.Nevicava e la strada era gelata. Francesco prese per primo la parola: "Frate Leone, anche se il frate minore sapesse tutte le lingue, conoscesse tutte le scienze e le Scritture, rivelasse i segreti dei cuori e profetasse le cose future, ricorda che qui non sta la perfetta letizia!". Dopo un breve intervallo, Francesco riprese il discorso: "Sappi, frate Leone, che se il frate minore sapesse predicare e convertisse tanti peccatori, cacciasse i demoni e risuscitasse un morto di quattro giorni, neppure qui sta la perfetta letizia!". Intanto continuava a nevicare; il freddo era intenso; la città di Assisi era lontana ...e frate Leone ascoltava in silenzio. Allora Francesco alzò la voce e gridò: "Frate Leone, se il frate minore parlasse le lingue degli angeli, facesse miracoli e convertisse tante anime, scrivi ancora: "Qui non sta la perfetta letizia!". Finalmente frate Leone prese la parola e domandò: "E allora, Padre, dimmi: dove sta la perfetta letizia?". Francesco tacque un istante, poi rispose: "Frate Leone, se noi bagnati e intirizziti dal freddo, giunti ad Assisi, bussassimo alla porta del nostro convento e dicessimo: "Siamo due dei vostri frati!", e il portinaio rispondesse: "Voi non dite la verità. Siete due gabbamondo!" e ci lasciasse fuori sotto la neve e il freddo; se noi accettassimo questa umiliazione e riconoscessimo che il portinaio ha detto la verità, scrivi pure frate Leone: "Qui sta la perfetta letizia!". Se poi, tormentati dal freddo e dalla fame, insistessimo a bussare alla porta e il portinaio uscisse con un bastone noccheruto e ci picchiasse "a modo", e poi ci pigliasse per il cappuccio e ci gettasse nella neve, se noi sopportassimo con pazienza queste cose per amore di Dio, scrivi pure ancora, frate Leone: "Qui sta la perfetta letizia!".
Tutto
serafico in ardore
L'Eucaristia costituiva il centro di ogni attività di Francesco.
Passava
ore e ore, di giorno e di notte, davanti al Tabernacolo.
Tutto
ciò che gli ricordava questo sacramento era da lui stimato e onorato. Per
rispetto all'Eucaristia scopava le chiese, ornava gli altari di fiori, preparava
le ostie per la messa. A Chiara aveva ordinato di confezionare lini e tovaglie
per le chiese povere.
Soprattutto
aiutava i sacerdoti anziani e ammalati.
L'eredità più bella Francesco riuscì a trasmettere la devozione all'Eucaristia nei suoi figli. Sulla loro mensa poteva mancare il pane materiale, ma non il Pane eucaristico.
Diceva
loro: "Vi scongiuro tutti, o fratelli, baciandovi i piedi e con tutto
l'amore di cui sono capace, che prestiate, per quanto potrete, tutto il rispetto
e tutta l'adorazione al santissimo corpo e sangue di nostro Signore Gesù
Cristo, nel quale tutte le cose che sono in cielo e in terra sono state
pacificate e riconciliate a Dio onnipotente".
Amico
di tutte le creature
Francesco amava teneramente ogni creatura. Soffriva nel vedere tagliare le
piante che gli ricordavano la croce di Cristo. Ai giardinieri consigliava di
lasciare incolto un angolo del giardino perché potessero crescere anche le erbe
e i fiori selvatici.
Deviava il cammino per non schiacciare un insetto. Comprava l'agnellino destinato al macello. Liberava il leprotto, le tortore e altri uccelli appena catturati. Le creature contraccambiavano il suo amore e le sue carezze. Quando si inoltrava nei boschi o camminava per strade solitarie, gli uccelli gli svolazzavano attorno e lo festeggiavano con gorgheggi a non finire. Ad Alviano uno stormo di rondini tacque per non disturbare la sua predica. A Gubbio un lupo feroce divenne suo amico.
La
predica agli uccelli
Aveva una predilezione per gli uccelli. Quando li udiva, amava unirsi al loro
canto recitando il breviario. Un giorno, nei pressi di Bevagna, gliene vennero
incontro tanti da sembrare che tutti gli uccelli della zona si fossero dati
convegno. Alcuni gli si posarono sulle spalle, altri nel cappuccio, altri nelle
mani; la maggior parte si appollaiarono ai suoi piedi. Allora egli prese la
parola e disse loro: "Fratelli miei, molto dovete lodare il vostro Creatore
poiché vi ha dato le piume per vestirvi, le penne per volare e tutto ciò che
occorre per il vostro vivere. Voi dovete amarlo e lodarlo sempre!".
Amico
del poveri
Francesco aveva una predilezione per i poveri perché in essi vedeva Gesù.
Voleva
che i suoi frati formassero una sola famiglia con loro.
Per
lui era naturalissimo che i poveri avessero diritto all'ospitalità dei frati.
Non
tollerava che si dessero giudizi poco caritatevoli nei loro riguardi. Ad un
frate che aveva detto ad un povero: "Non vorrei che tu fingessi di essere
povero, mentre non lo sei!", impose di inginocchiarsi davanti a lui e di
chiedergli perdono.
Quando faceva l'elemosina, provava tanta gioia da sembrare il beneficiato più che il benefattore e soffriva quando non aveva nulla da offrire.
La
mamma povera
Un giorno, bussò alla porta del convento la madre di due frati per chiedere
l'elemosina. Francesco ordinò al Superiore di darle più elemosina che potesse,
ma la dispensa era vuota. Il superiore, confuso, presentò al Santo il libro del
Nuovo Testamento, unica ricchezza rimasta in casa. Il Poverello gli disse:
"Dallo pure a questa nostra madre perché lo venda e possa avere denaro per
le sue necessiti".
Il
perdono di Assisi
Una notte Francesco era immerso in profonda preghiera nella chiesetta della
Porziuncola e non si dava pace al pensiero che tanti peccatori andavano
miseramente perduti. All'improvviso la chiesetta si riempì di luce e gli
apparvero Gesù e la Madonna circondati da angeli. Il Poverello non poteva
credere a quanto stava accadendo! Il primo a prendere la parola fu Gesù:
"Francesco, dimmi che cosa desideri di più?".
Il poverello alzò timidamente lo sguardo verso la Vergine come per chiedergli un appoggio; poi rispose: "Benché io sia misero e peccatore, ti chiedo che tu conceda a quanti verranno in questa chiesa: il perdono dei peccati e il condono delle pene per i peccati commessi!".
Ci fu un istante di silenzio! La Madonna rivolse lo sguardo a Gesù e lo invitò ad accondiscendere; Gesù chinò il capo e disse: "Francesco, la grazia che tu chiedi è grande, ma tu meriteresti anche di più. Ti sia concesso quanto tu chiedi!". Il volto del Poverello si riempì di gioia. Gesù gli sorrise e aggiunse: "Ora va dal mio Vicario, e fa ratificare in terra la mia volontà!".
Corre
a Perugina
Francesco non perdette tempo! Insieme a fra Masseo si recò subito a Perugia,
dove in quei giorni si trovava Onorio III. Il Pontefice ascoltò il racconto
dell'apparizione e, commosso, diede la piena approvazione dell'indulgenza. Da
quel giorno chiunque entrava nella chiesina della Porziuncola, pentito e
confessato, otteneva "ampio perdono dei peccati e il condono della pena per
i peccati commessi".
Vi
voglio tutti in paradiso
È da immaginarsi la commozione di Francesco! Col cuore gonfio di gioia, in
fretta, insieme a fra Masseo rirtornò ad Assisi. Entrò nella cattedrale di S.
Ruffino, salì sul pulpito e alla presenza del vescovo, tra lacrime di
commozione, raccontò la visione avuta alla Porziuncola e la grande grazia del
Perdono ottenuta da Gesù e approvata dal Pontefice. Concluse con le parole:
"Fratelli, vi voglio tutti in paradiso!".
Capitolo
delle stuoie
Francesco amava tutte le creature, ma soprattutto amava i suoi frati. Desiderava
incontrarli spesso e tutti, per ascoltarli e gioire insieme del bene che
facevano.
È
rimasto famoso l'incontro passato alla storia come "Capitolo delle
stuoie", al quale parteciparono 5.000 frati. Si legge nei Fioretti che
"erano accampati attorno alla chiesetta della Porziuncola, a gruppi: dove
quaranta, dove cinquanta, dove cento, dove duecento, dove trecento; tutti
occupati a ragionare di Dio. Erano sprovvisti di tutto, si riparavano con
graticci improvvisati; dormivano per terra e mancavano completamente di cibo, ma
il santo Pastore, Cristo benedetto, volendo dimostrare com' egli ha cura delle
sue pecore e singolare cura dei poveri suoi, ispirò la buona gente umbra a
rifornirli.
Ed
ecco venire uomini con cavalli carichi di pane e di vino e d'altre buone cose da
mangiare".
La
parola di Francesco
Durante questo Capitolo, Francesco lanciò un caloroso appello ai suoi frati:
"Andate, annunciate agli uomini la pace; predicate la penitenza per la
pace; predicate la penitenza per la remissione dei peccati. Siate pazienti nelle
tribolazioni, vigilanti nell'orazione, forti nelle fatiche, modesti nel parlare,
gravi nel comportamento e grati nei benefici; e in compenso di tutto questo, è
preparato per voi un regno eremo".
Il
commiato
Al termine del Capitolo, prima di ritornare alle loro fraternità, i frati si
strinsero attorno a Francesco per salutarlo. Il poverello, commosso, li
benedisse e li abbracciò uno ad uno. Tommaso da Celano descrive questo
momento con parole piene di tenerissimo affetto: "Essi ricevevano, con
gaudio e letizia grande, il precetto della santa obbedienza; si prostravano
davanti al beato Padre che, abbracciandoli con tenerezza e devozione, diceva
ad ognuno: "Riponi la tua fiducia nel Signore ed Egli avrà cura di
te!".
In terre lontane Le parole di Francesco: "Orsù, figli miei, andate nel mondo intero e predicate la pace!", furono accolte da tutti i frati con grande entusiasmo.
Alcuni
di essi decisero di partire subito, per portare il Vangelo ai pagani, in terre
lontane.
Il
Poverello, commosso, li abbracciò teneramente e li benedisse.
Francesco fu il primo a raggiungere la terra Santa: voleva vedere dov'era nato, vissuto, morto e risorto Gesù. Non vi andò come crociato, ma come pellegrino; aveva compreso che con la forza non si potevano realizzare le aspirazioni della cristianità.
Incontra
il sultano d’Egitto
Riuscì a farsi ricevere dal Sultano d'Egitto, Melek - El - Kamel, uomo dotto e
intelligente. Era la prima volta che il Vangelo e il Corano si incontravano in
una atmosfera di carità e di comprensione. Il Poverello aveva ideato un piano
sostitutivo alle crociate: un piano fondato sull'amore cristiano, che vedeva nei
musulmani dei fratelli. Il sultano capì subito la grandezza del piccolo uomo
che gli stava davanti; l'ascoltò con grande interesse e fu conquistato dalla
sua grande forza morale.
Conquista
la terra di Gesù
Con larga magnanimità, il sultano concesse a Francesco un salvacondotto che
gli permetteva di visitare liberamente i Luoghi Santi. A questo punto i
documenti ci abbandonano!
Piacerebbe a tutti seguire Francesco nella Terra di Gesù, accompagnarlo in Giudea e Galilea, a Nazareth, a Betlemme, nel Getzemani; sapere che cosa dissero al suo cuore la grotta dove nacque Gesù e la bottega dove lavorò come artigiano.
Comunque
ci sia di consolazione il pensiero che da allora fino ad oggi, i suoi figli non
hanno mai abbandonato la Terra di Gesù.
Ritorna
in patria
In Terra Santa, Francesco rimase solo pochi mesi.
Ritornò
in Italia via mare, approdando a Venezia; quindi scese a Verona, Brescia e
Mantova.
Passò il Po e raggiunse Cannetolo di Fontanellato, dove guarì un giovane epilettico; a Parma predicò in piazza; a Bologna trovò i suoi frati in una "loro casa", li fece sloggiare dal "convento" perché non conforme alla povertà.
In alcuni di questi luoghi, il suo passaggio è testimoniato da ricordi.
In luoghi solitari Ritornato in patria, Francesco amava ritirarsi in luoghi solitari. Il cuore era rimasto in Oriente, nella Terra di Gesù; ormai egli vive solo di preghiera e di silenzio.
Tommaso
da Celano scrive: "Frequentemente egli lasciava le folle e andava in luoghi
di quiete e di solitario raccoglimento, bramando di potersi occupare solo di
Dio".
Nella
valle reatina
Tra i luoghi di preghiera molto amati da Francesco, vi furono gli eremi e le
grotte della valle Reatina. Le Fonti Francescane ricordano gli eremi-santuari
di: Fontecolombo, Poggio Bustone, S. Maria de La Foresta e Greccio. Il Poverello
amava questa valle perché era abitata da tanti uccelli ed era ricca di alberi;
soprattutto l'amava perché fu il luogo della sua prima missione e perché
ospitava tanti suoi frati.
La
grotta di Greccio
Un giorno, Francesco, mentre vagava nel bosco dell'eremo di Greccio, scoprì una
grotta che gli parve tanto simile alla Grotta di Betlemme dov'era nato Gesù.
Gli
balenò subito alla mente l'idea di utilizzarla per rappresentare dal vivo la
scena del Santo Natale. Comunicò l'idea ai confratelli dell'eremo e all'amico
terziario Giovanni Velita, che l'accolsero con entusiasmo e si impegnarono di
aiutarlo nel realizzarla.
Il
presepio
La notte di Natale del 1223, i contadini e i pastori della vallata e dei paesi
vicini, salirono a Greccio con fiaccole accese, cantando pastorali. Nella grotta
trovarono, collocata sulla paglia, la statua del Bambino Gesù con a lato un bue
e un asinello.
A
mezzanotte, un frate celebrò la santa messa, assistito dai frati accorsi dagli
eremi vicini.
Al
Vangelo, Francesco, che era diacono, parlò ai presenti.
Era
tanta la gioia che regnava nel suo cuore che quando pronunciava il nome di Gesù
si lambiva le labbra. Quando alla fine, Francesco prese il Bambinello tra le
braccia, i presenti videro quella statua di legno animarsi e muoversi come se
fosse viva. Quella notte fu veramente una notte di paradiso!
Nella
valle del casentino
Nell'agosto 1224, Francesco decise di raggiungere il monte della Verna per
riposarsi e ritemprare lo spirito. In quel luogo benedetto, lontano
dall'eremitaggio dei frati, avrebbe potuto isolarsi per digiunare e dialogare
familiarmente con Gesù. Prese con sé frate Leone e intraprese il lungo
viaggio.
L'incontro
col contadino
Il viaggio fu lungo, faticoso e tormentato dal caldo e dalla sete.
Le Fonti Francescane riferiscono questo grazioso episodio: "Essendosi Francesco troppo indebolito per la fatica del viaggio, frate Leone chiese ad un contadino di mettere a disposizione il suo asino". Lungo il viaggio il contadino chiese a Francesco: "Sei tu quel Francesco del quale la gente parla tanto bene? Fa in modo che quello che si dice di te, corrisponda a verità!".
Il
Poverello scese dall'asino, si prostrò davanti al contadino e baciandogli i
piedi gli disse:
"Non
è vero. La gente si inganna. Io sono il più grande peccatore!". (FF 726,
1902).
Il
saluto degli uccelli
Quando giunsero ai piedi del monte della Verna, prima di affrontare la salita si
fermarono sotto una quercia per riposarsi. Allora stormi di uccelli accorsero a
testimoniare la loro gioia con canti e battiti d' ali.
Volteggiarono
attorno a Francesco, gli si posarono sul cappuccio, sulle spalle e sulle
braccia.
Francesco disse a frate Leone: "Io credo, caro fratello, che a nostro Signore Gesù Cristo piace che noi abitiamo in questo luogo solitario, poiché tanta allegrezza ne mostrano della nostra venuta le nostre sirocchie e fratelli uccelli" (FF 1157).
Sul
monte della Verna
L'arrivo di Francesco fu per i confratelli una gradita sorpresa. Essi
l'accolsero con grande gioia e commozione. Il poverello chiese e ottenne dai
suoi confratelli che gli fosse costruita, nel folto della selva, una capanna
dove potersi isolare e dialogare familiarmente con Gesù. Solo a frate Leone era
permesso di andare da lui in orari e dopo avere preannunciato il suo arrivo con
una parola convenzionale.
Tormentato
dai demoni
Nelle Fonti Francescane si legge che i demoni tormentarono Francesco in mille
modi. Durante il suo viaggio verso la Verna, il Santo si era fermato in una
chiesa abbandonata per pregare e riposare. All'improvviso si odi uno
"strepito" di diavoli che scorazzavano sul tetto della chiesa per
disturbarlo. Giunto alla Verna, i demoni si coalizzarono per disturbarlo durante
la notte; spesso lo picchiavano fino a ridurlo in fin di vita. Un giorno, mentre
Francesco si trovava su di un alto precipizio, assorto in preghiera e
contemplazione, sentì una spinta alle spalle. Era il demonio! Il Santo per
difendersi tentò di attaccarsi alla roccia, ma nessuna difesa umana poteva
trattenerlo. Allora il Signore accorse in suo aiuto operando un vero miracolo.
La roccia attirò il Santo verso di se, poi lo accolse e si ritirò come fosse
di cera, producendo un vero rientro e trascinando il corpo del Santo dentro di
se. Il Poverello confidava a frate Leone: "Se i frati sapessero quante
afflizioni e tribolazioni mi danno i demoni, tutti si moverebbero a compassione
e pietà di me!".
Frate
falcone
Sul monte della Verna, Francesco ebbe come grande amico un falco. Lo incontrò
mentre covava i suoi piccoli nel nido costruito in una fenditura della roccia.
Gli
si affezionò talmente da diventare suo benefattore.
Ogni
giorno lo svegliava puntualmente, all'ora della preghiera notturna. Quando
Francesco era ammalato, il falco non lo svegliava; faceva soltanto una visitina
il mattino, sul tardi.
Ardore
serafico
Francesco amò Gesù con la tenerezza di un vero amico.
Si commoveva al pensiero che egli si fosse fatto uomo per salvarci e piangeva di dolore nel contemplarlo crocifisso. Scrive S. Bonaventura: "Ogni qual volta ricordava la crocifissione di Cristo non poteva trattenersi dalle lacrime e dai gemiti, come egli stesso ebbe poi a riferire familiarmente verso la fine della sua vita" (Leg. mag, I, 5).
Le stimmate Una notte, Francesco era immerso in profonda preghiera e supplicava Gesù tra le lacrime e sospiri: "Signore mio, Gesù Cristo, fa che io senta nell'animo e nel corpo quello strazio che tu sostenesti nell'ora della tua acerbissima passione!".
Gli
apparve un serafino, con sei ali, circondato da fulgidissima luce. Gli abitanti
dei paesi circostanti credettero che la selva stesse bruciando. L'apparizione
durò a lungo. Prima che essa svanisse, il Santo sentì il suo corpo trafitto da
indicibile dolore: le mani, i piedi e il costato erano piagati e sanguinanti.
Gesù aveva accolto la sua preghiera, e gli aveva impresso nel corpo i sigilli
del suo amore: le sacre Stimmate.
Frate Leone infermiere Il primo ad accorgersi dell'accaduto fu frate Leone.
Subito
aiutò Francesco a riprendersi dal rapimento estatico; quindi con pannolini gli
fasciò le mani e i piedi ed asciugò il sangue che gocciolava copioso dalla
ferita del costato.
Da
quel giorno, Francesco scelse frate Leone come suo infermiere e incominciò a
chiamarlo familiarmente "pecorella di Dio".
Un
angelo lo consola
La preghiera e la penitenza, soprattutto il sangue perduto dalle stimmate,
avevano indebolito il fisico di Francesco.
Il Poverello, per "confortare" il corpo, pregò Dio di concedergli la grazia di assaggiare "un poco di gaudio" dei beati. Si legge nei Fioretti: "Subito gli apparve un Agnolo con grandissimo splendore, il quale aveva una viola nella mano sinistra e lo archetto nella diritta; e stando santo Francesco tutto istupefatto nello aspetto di questo Agnolo, esso menò una volta l'archetto in su sopra la viola; e subitamente tanta soavità di melodia indolcì l'anima di santo Francesco e sospesala sì da ogni sentimento corporale che egli dubitava, se lo Agnolo avesse tirato l'archetto in giù, per intollerabile dolcezza l'anima si sarebbe partita dal corpo".
Il Tau dl Francesco Francesco ebbe una predilezione per frate Leone.
Un
giorno lo chiamò a se e gli disse: "Pecorella di Dio", ti prego di
portarmi un pezzo di pergamena perché desidero ricompensarti del bene che mi
fai con la mia benedizione".
Con
la mano stigmatizzata tracciò un Tau e scrisse queste parole: "Il Signore
ti benedica e ti custodisca... Volti verso di te il suo sguardo misericordioso e
ti dia la pace. Il Signore ti benedica!". Frate Leone baciò e ribaciò
questa pergamena e la portò sul petto finché visse.
Il
commiato dai confratelli
Francesco rimase alla Verna ancora poche settimane; poi decise di ritornare ad
Assisi.
Il
conte Orlando gli mise a disposizione un asinello, perchè le stimmate gli
impedivano di camminare. Prima di partire radunò i suoi frati attorno a sé e
si congedò da loro con parole tenerissime: "Addio figli miei. Io parto da
voi con la persona, ma vi lascio il cuore. Me ne vado con frate Leone
"pecorella di Dio", e qui non farò più ritorno. Dio vi benedica.
Addio fratelli miei. Addio a tutti!".
Addio
alla Verna
Giunto sulla cima del monte Foresto, da dove poteva vedere per l'ultima volta la
Verna, Francesco chiese di fermarsi; scese dall'asinello, si inginocchiò e con
grande effusione pronunciò parole di saluto: "Addio monte di Dio, addio
monte degli Angeli. Addio rocce e faggi che vi elevate al cielo agili come
preghiere.
Addio
uccelli lieti e canori; addio frate falcone, ti ringrazio della carità che meco
usasti.
Addio
roccia, che nelle tue viscere mi nascondesti lasciando il demonio schernito.
Addio monte santo, il Signore ti benedica, non ci rivedremo più!". Poi si alzò e con la mano stimmatizzata tracciò un segno di croce e riprese il cammino.
La
gente lo attende
La notizia del miracolo delle stimmate si era diffusa rapidamente. La gente
lungo il percorso lo aspettava per vederlo, per toccargli la tonaca e baciargli
le mani e i piedi. Il viaggio durò alcuni giorni perché il Santo era molto
debole ed era costretto a fermarsi spesso. Fu per Francesco un vero trionfo!
Giunse
ad Assisi
Giunto ad Assisi, i frati si impressionarono del suo stato di salute. La piaga
del petto non cessava di sanguinare. Le mani e i piedi erano doloranti.
La
congiuntivite gli bruciava gli occhi e il mal di stomaco lo faceva contorcere
dal dolore.
Tutto
il suo corpo era martoriato.
Accolto
da Chiara Dietro le amorose insistenze di Chiara, Francesco accettò di
recarsi a S. Damiano. Le suore gli prepararono una capanna di frasche, costruita
nell'orto del monastero, dove poteva pregare e riposarsi tranquillamente. Il
silenzio era rotto solo dal salmodiare delle suore e dal canto degli uccelli. Ma
la sofferenza non accennava a diminuire.
Tormentato dal topi Ai mali fisici, si aggiunse la presenza di una moltitudine di topi che durante la notte scorrazzavano nella capanna e gli correvano fino sul viso, togliendogli il respiro. Il suo rispetto verso ogni creatura gli impediva di opporsi ad ogni loro mossa; per questo essi ne approfittavano e lo tormentavano impuniti e indisturbati.
Il
cantico delle creature
Un mattino, il dolore di Francesco divenne lancinante. Le suore, preoccupate,
temevano di perderlo. Allora si udì una voce: "Francesco, gioisci! Il
paradiso è ormai vicino!". A questo annuncio l'animo del Poverello si
riempi di gioia.
E
mentre gli uccelli gli volavano attorno e cantavano, allargò le braccia, alzò
gli occhi al cielo e intonò un canto nuovo: "Altissimu, onnipotente,
bon Signore, tue so' le laudi, la gloria e l'honere et onne benedictione!"
Dall'animo di Francesco era sbocciato il "Cantico delle creature", la
prima poesia della lingua italiana: fresca e limpida come la pupilla di un
fanciullo.
Quasi
cieco
Nel Cantico delle creature sono struggenti le parole di Francesco, ormai quasi
del tutto cieco, che continuava ad amare la luce, senza poterla più vedere.
Per Francesco la più bella delle creature, la più amata è il Sole, per la sua luce che lo fa rassomigliare a Dio.
Ora Francesco è costretto a rinunciare ad una delle creature a lui più care: la luce. I biografi sono concordi nel ritenere che la sua malattia agli occhi sia stata causata dal pianto continuo sulla Passione di Cristo.
Nel
vescovado
La salute di Francesco peggiorava di giorno in giorno.
Il
vescovo di Assisi, preoccupato, lo volle nel suo palazzo per fargli prestare
cure più efficaci.
I medici tentarono di ridargli un po' di vista: allora unico rimedio era la cauterizzazione delle tempia. Quando furono portati i ferri arroventati, i frati fuggirono terrorizzati; lo stesso Francesco per un istante ebbe paura; poi disse una preghiera: "Frate fuoco, sii benigno con me in questa ora così dolorosa; aiutami per l'amore che ti ho sempre portato.
Pace
tra vescovo e podestà
Durante la sua breve permanenza in vescovado, Francesco venne a sapere che tra
il vescovo e il podestà di Assisi regnava una profonda discordia.
Profondamente
addolorato, aggiunse al suo "Cantico" una nuova strofa: "Laudato
sii mi Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore". Poi pregò frate
Leone di invitare il podestà in vescovado e supplicò i suoi frati a cantare il
"Cantico delle creature".
Il vescovo e il podestà ascoltarono commossi e, quasi senza accorgersene, si trovarono ben presto uno nelle braccia dell'altro.
Lettera
ai fedeli
Nella quiete del vescovado, Francesco scrisse una lettera, da inviare a tutti
i fedeli. Egli aveva dedicato tutta la vita all'annuncio del Vangelo con
l'esempio e la predicazione itinerante. Ora la malattia e il limite umano gli
impedivano di avvicinare i fedeli.
Con
questa lettera gli veniva offerta la possibilità di raggiungere i luoghi più
remoti della terra e di offrire alle persone più lontane le "fragranti
Parole di Cristo Signore, che sono Spirito e Vita".
Il
suo testamento
Sentendo avvicinarsi "sorella morte", Francesco chiamò a se i suoi
frati e dettò loro il suo Testamento, cioè le sue ultime volontà, che si
possono riassumere in tre punti:
- che i frati si amino tra di loro, come io li ho sempre amati e li amo;
- che i frati osservino e amino sempre "nostra signora santa povertà";
- che i frati siano sottomessi a tutti e amino i poveri e i sofferenti.
Dal medico di fiducia Un giorno, Francesco invitò il suo medico curante di dirgli la verità e di non ingannarlo: "Fratello, che cosa dici della mia salute?". Gli rispose il medico: "La tua malattia ormai è incurabile: ti restano pochi giorni di vita!".
Francesco
lo ringraziò sinceramente ed esclamò: "Ben venga sorella morte!".
Pregò
i suoi frati di non piangere, ma di gioire con lui e di ringraziare il Signore.
L'ultimo
saluto alla sua città
Giunti a metà della strada, Francesco fece cenno ai suoi frati di fermarsi e li
pregò di voltarlo in modo da potere guardare la sua città.
Assisi era tutta davanti a lui con le sue mura e le sue torri, le sue vie in salita e le sue case di pietra rosa. Il Poverello, con grande fatica alzò le braccia e, con un filo di voce, disse: "Il signore ti benedica, o mia città diletta; in te molte anime si salveranno. Tra le tue mura abiteranno molti servi di Dio, e in te molti saranno eletti per il regno dei cieli!".
Poi
il corteo riprese, mestamente, il suo cammino.
Nudo sulla terra nuda Gli ultimi istanti della vita di Francesco furono di una bellezza radiosa.
Giunto
alla Porziuncola, appena si accorse che la sua fine ormai era immediata, si fece
stendere nudo sulla terra nuda; quindi, con voce flebile, intonò il salmo 141:
"Al Signore innalzo l'anima mia!". A frate Elia, che lo invitava a non cantare:
"Non
è dignitoso che un padre di tanti figli muoia cantando!", rispose:
"Lascia, o fratello, che io canti di gioia, perché stanno crollando le
mura che tengono prigioniero il mio spirito!".
Sorella
morte
I frati, inginocchiati accanto al loro padre, proseguirono il canto fra i
singhiozzi. Il cielo era sereno e l'ora era tiepida come in una giornata di
primavera. Mentre il canto del salmo volgeva al termine, nell'umile celletta
coperta di frasche, Francesco alzò lentamente le mani e con voce esilissima,
completò il "Cantico delle creature" con parole nuove: "Laudato
sii, mi Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullo omo vivente
po' scappare".
Volo
dl allodole
Uno stuolo di allodole, volando lentamente a ruota, accorsero e si posarono
sulla capanna per dare l'estremo saluto all'amico che tante volte aveva invitato
loro a gareggiare per lodare "l'altissimo, onnipotente bon
"Signore". Piacque a Dio che questi uccelletti, che tanto amava,
mostrassero a modo loro, al "giullare", un segno di affetto nell'ora
della sua morte (FF 1813;3 Cel. 32).