FELICE MARIA GHEBREAMLAK

Servo di Dio

Felìce Maria Ghebreamiak istitutore del monachesimo cattolico in Eritrea e in Etiopia

Nella parte sud della navatella destra della basilica di Casamari, vicino al robusto tumulo dei sei monaci-martiri dell'eucarestia, nella penombra a malapena distenebrata dal­la fioca luce che piove dalle monofore laterali, è posta, ade­guata al livello della pavimentazione, una semplice lapide tombale:

 

SAC. FELIX M. GHEBRE-AMLAK CUIUS EXUVIAE HUNC IN LOCUM TRASLATAE FUERE VI ID. OCT. A. D. MCMLXIVXXX AB OBITU RECURRENTE ANNO.

 

SACERDOTE FELICE MARIA GHEBRE-AMLAK I CUI RESTI MORTALI FURONO TRASLATI IN QUESTO LUOGO IL 10 OTTOBRE DELL'ANNO DEL SIGNORE 1964 NEL TRENTESIMO ANNO DALLA MORTE.

 

Nel villaggio di Giufa, nel territorio di Boggu, da Idris e da Hiwetà, due vedovi risposati, nasce, nella domenica del 23 giugno 1895, due giorni dopo la solennità del Sacro Cuore, un bel bambino che viene chiamato Haylemariam, Potenza di Maria. Il 23 giugno, infatti, nel­la liturgia ge'ez è la festa di Maria Vergine venerata con il titolo di Patto di Misericordia, in riferimento all'arcobaleno che, nel libro della Genesi (9, 8-17), è segno sulle nubi del cielo «dell'alleanza eterna tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne che è sulla terra». Con profonda intuizione di fede e con tenerezza filiale, la spirituali­tà alessandrino-etiopica ha visto nell'arcobaleno l'immagine di Maria Vergine, strumento della vera alleanza tra il cielo e la terra, tra Dio e l'uomo: è Lei il Patto di Misericordia di Dio. Proprio per questa provvidenziale coincidenza al bambino viene imposto il nome di Haylemariam, Potenza di Maria. E Haylemariam conserva e medita queste cose nel proprio cuore. Al di là di ogni nesso di pura casualità e di fortuita coincidenza, con sguardo di fede, egli considera il tem­po e il nome come consegna di una missione e ripone la propria vita nel cuore del Figlio e sul grembo della Madre. Sul punto di morte, 15 giorni prima del suo trentanovesimo compleanno, proprio nel giorno della solennità, egli dichiara che "il Sacro Cuore mi chia­ma".

Haylemariam ha appena quattro anni, quando la mamma si am­mala di febbre malarica. L'avvenimento, nella sua tragicità, si di­mostra provvidenziale. I genitori, infatti, si convertono al cattolice­simo e Hiwetà, prima di morire, esprime al marito il desiderio di vedere il figlio avviato al sacerdozio e muore ribattezzata sub conditione, munita dei conforti religiosi.

Haylemariam cresce docile e pio e dimostra una particolare atti­tudine per lo studio. Tralascia spesso il gioco e le distrazioni infan­tili, preferendo trascorrere il tempo presso il parroco e le suore di Keren.

Il padre, rimasto solo, nella necessità di accudire alla famiglia e al lavoro dei campi, si risposa. La matrigna, di religione cattolica, si prende cura di Haylemariam. La sensibilità del ragazzo, però, av­verte il disagio della nuova presenza e si lega sempre più alle suore e al parroco, presso i quali passa la maggiore parte della giornata. In questo ambiente comincia a manifestare, con edificazione di quanti lo avvicinano, le più nobili inclinazioni dell'animo.

La chiesa è la sua attrazione: partecipa alla santa messa, assi­ste alla benedizione eucaristica, si intrattiene fervorosamente a pregare.

Nel gennaio del 1907, il papà, che nel battesimo ha preso il nome di Ghebreamlak, e altri esponenti della tribù si recano, dal superiore del seminario di Keren perché sono stati depredati dei loro beni da una tribù nemica e desiderano un intervento autorevole per rientrar­ne in possesso. Il superiore, P. Michele da Carbonara, promette di interessarsi al caso a patto che quattro dei loro figli entrino in semi­nario. Si presenta, dunque, ad Haylemariam l'occasione per realiz­zare le proprie aspirazioni. Entra, infatti, insieme ad altri tre compa­gni, che, poi, abbandoneranno la strada intrapresa perché non ri­spondente ad un'autentica chiamata divina.

La povertà del padre non permette, però, il mantenimento negli studi. Haylemariam viene, così, affidato quasi interamente alla cari­tà. Egli stesso ricorda nelle sue memorie: «Negli undici anni che stetti al seminario, prima fui mantenuto dalla missione, poi dalla generosità della congregazione di Nayszombat».

L'ingresso nel seminario segna, nella vita del fanciullo, l'inizio di una crescente coerenza e di una progressiva maturazione spiritua­le. I principi cristiani, così bene assorbiti nell'ambito della famiglia, trovano, nel raccoglimento e nel silenzio del seminario, l'ambiente ideale per un approfondimento personale. L'umiltà, l'obbedienza, il nascondimento e la carità sono le virtù più spiccate con cui si pone al servizio degli altri con abnegazione e con spirito di sacrificio.

Il seminarista Hayle, sotto la guida sollecita e paterna dei Padri Cappuccini, del rettore P. Luigi Lanzo, eletto successivamente ve­scovo di Saluzzo, e del direttore spirituale P. Angelico da None, di cui, dopo, la morte sarà introdotta la causa di beatificazione, acqui­sisce quei lineamenti da cui sarà caratterizzata la sua spiritualità: un amore profondo per il sacramento dell'Eucarestia, una pietà teneris­sima per la Madre di Dio, una devozione ardente per il Cuore di Gesù.

Nel 1910, viene ribattezzato, sub conditione, con il rito cattoli­co; il 9 giugno, riceve la comunione e l'anno seguente è ammesso al sacramento della cresima.

Per un'anima che ha sempre indirizzato ogni intenzione e azione al raggiungimento di una comunione sempre più profonda con Dio, questi fatti assumono un'importanza straordinaria. Egli ripete con­tinuamente a se stesso le parole di san Paolo: «Vivo io, ma non più io, poiché vive in me Cristo».

Intanto si vede affidati incarichi di responsabilità: da quello di vigilanza sui compagni a quello di catechista. Mai egli approfitta della sua posizione per imporsi, per emergere, per far risaltare la propria persona e le proprie capacità. Esercita ogni attività all'inse­gna dell'umiltà, della mansuetudine, della bontà e della carità. Certi episodi e atteggiamenti rivelano il profilo singolare di un'anima ri­piena di amore di Dio e del prossimo. Le beatitudini di Cristo si concretizzano nella pratica quotidiana: catechizza i Bileni, soccorre i bisognosi, cedendo ad essi, alle volte, la sua razione di cibo, lava di nascosto gli abiti dei seminaristi malati, si mostra sempre sotto­messo e cortese, accudisce ai lavori della cucina e alla pulizia della casa, trasporta dal fiume otri pieni d'acqua caricandoseli sulle spal­le, evita di rimproverare gli altri e di mettersi in evidenza anche nelle cose sante, lavora nei campi, durante le vacanze, per dare aiuto al padre. E' per tutti un esempio di bontà, di applicazione, di man­suetudine, di purezza e di pietà. La sua vita è un vangelo vissuto nelle più scomode esigenze, che interpella, nell'autenticità di fede, quanti gli vivono vicino.

Haylemariam, al mattino, si alza per attendere l'arrivo dei sacer­doti, dispone ogni cosa con zelo e precisione, serve il numero maggiore di messe possibili e alla sera ripete ai compagni: «Andiamo ora a ringraziare il Signore per ricevere la mercede delle nostre fati­che». Ogni giovedì confeziona le particole per la mensa eucaristica per i sacerdoti che ne fanno richiesta, trovando in questo impegno, un particolare conforto. Egli nell'ostia vede Gesù dalla cui persona trae la forza che poi espande sui fratelli. Il seminarista annota: «L'ani­ma mia vale più degli astri che splendono sul mio capo. Vengo subi­to dopo gli angeli. Iddio non sa che farne delle apparenze, se non sono accompagnate dalla santità del cuore».

Il 16 gennaio 1918 riceve, nella chiesa di San Michele, la tonsura e i quattro ordini minori, il 1° e il 21 settembre, rispettivamente il suddiaconato e il diaconato, il 22, a ventitré anni e tre mesi, è ordi­nato sacerdote: abba Haylemariam.

Dopo l'ordinazione, abba Haylemariam esercita il ministero pri­ma a Keren, poi a Barentù, nella tribù Cunamà, fino al 6 marzo 1920.

Richiamato a Keren come insegnante ed assistente del semina­rio, vi resta fino all'ottobre del 1925, data della partenza per Roma. Le virtù, che prima si intravvedevano in lui, divengono luminose in una missione a più largo raggio e molto delicata. La formazione spirituale dei giovani e il ministero della confessione diventano ban­chi di prova in cui infonde impegno e carità senza limiti. Restando fedelmente e saldamente ancorato al Signore, Haylemariam si dedi­ca ad un attivo e prodigioso apostolato che fa ripetere al superiore: «Fa più lui che tutti noi».

La sua attività apostolica, sia nel seminario sia nei villaggi all'in­torno, è intensa e fruttuosa. Con spirito di sacrificio, con ardente zelo e con umile servizio, egli si dedica all'apostolato impegnando­si in una convinta opera di pacificazione tra le famiglie delle diverse tribù.

Dalla biografia emerge che i fatti non sono eccezionali in se stes­si, nella loro dimensione esterna, quanto piuttosto nella profondità della fede che trasforma il quotidiano in presenza di Dio. Le occa­sioni più comuni, le attività giornaliere sono i modesti materiali con cui costruisce pazientemente la propria santità. Egli ha scelto questa «piccola via» per scalare le alte vette della perfezione spirituale fa­cendo passare il Cristo nei gesti abituali, nelle piccole e nascoste occupazioni, nell'esercizio scrupoloso dei doveri sacerdotali.

È attento, soprattutto, a cogliere le necessità del suo popolo. Poi­ché mancano testi scolastici, traduce e stampa in tigrè un sillabario, una grammatica, un vocabolario e un sunto di diritto canonico per sacerdoti. Svolge questo servizio con gioia ed umiltà, senza apporre neanche la fima.

Si registrano, intanto, numerose conversioni. Molte anime si av­vicinano a lui nel sacramento della confessione e ritrovano la gioia del perdono e di un rinnovato fervore. La nota caratteristica del suo apostolato è l'opera di pace nelle famiglie.

Riportiamo un episodio significativo. Una volta incontra due cie­chi che se le danno di santa ragione, che solo dalla voce, o da altro rumore, possono individuare la rispettiva posizione, per cui molti colpi vanno a vuoto. Se da una parte la zuffa ha dell'umoristico, dall'altra muove a compassione per gli infelici. Haylemariam corre subito da loro, e con tutte le risorse del suo cuore cerca di rabbonirli. E poiché i due contendenti sono affidati alla missione cattolica di Keren, egli con loro trascorre insonne tutta la notte per indurli a rappacificarsi. La stessa cosa, in altra occasione, fa con due fratelli che si odiano a morte, non lasciandoli fino a quando non raggiunge l'intento.

La santa messa rappresenta il momento fondamentale della sua giornata; l'intensità della preghiera è tale che alcuni testimoni affer­mano di averlo visto sollevarsi da terra durante la celebrazione della messa. Il P. Sengal testimonia: «Possiamo dire che la sua vita sia stata una continua preghiera. Tutte le sue orazioni erano vivificate da quella purezza di intenzioni che la rendevano una continua ele­vazione della mente a Dio. Nel suo cuore ardeva un amore immenso a Gesù sacramentato e al suo adorabile cuore. Ogni giovedì, oltre alle sue consuete e fervorose preghiere, passava lunghe ore dinanzi al tabernacolo dell'amore, in adorazione».

Haylemariam cammina molto per incontrare le anime affidate alle sue cure pastorali e sa adattarsi bene agli usi ed alle esigenze della povera gente. Si rende subito conto di quanto sia maggiore l'influenza che egli, sacerdote indigeno, esercita sulla popolazione, in confronto ai missionari stranieri, e della venerazione che il popo­lo nutre per il monachesimo conto. Nasce, così, in lui l'ispirazione di un monachesimo cattolico da affiancare all'opera apostolica. L'idea prende sempre più consistenza nella mente di Haylemariam fino a divenire lo scopo della sua esistenza. Comincia a pensare concreta­mente ai modi con cui poter realizzare questa volontà di Dio. E' altresì cosciente degli ostacoli che si frappongono. Poiché in loco non vi sono monasteri cattolici, si impone la necessità di andar fuori dalla patria per trovare una Congregazione disposta ad assumersi questo gravoso e difficile impegno missionario. Conoscendo la religiosità del suo popolo, è sicuro, comunque, che sarebbe seguito da molti se riuscisse nel suo intento. Nel frattempo.prega e attende, affidandosi alla divina provvidenza.

Uno spiraglio di speranza si apre quando riceve la nomina di di­rettore spirituale e di insegnante di ge'ez, lingua liturgica, nel Ponti­ficio Collegio Etiopico a Roma.

Dopo un periodo di incertezze dovute a comprensibili motivi, parte, con la benedizione del vecchio padre e con rammarico di tutti, alla volta della città eterna: è l'ottobre dell'anno santo 1925.

Il suo primo pensiero nel mettere piede a Roma è quello di lucra­re le indulgenze giubilari visitando le quattro basiliche con le devo­zioni prescritte. Poi si dedica interamente al nuovo compito di for­mare e di istruire i seminaristi e di arricchire il proprio bagaglio spirituale e culturale. Preghiera, studio, servizio sono gli impegni che compie con dedizione raccogliendo, presso le persone con le quali viene a contatto, gli stessi attestati di stima ricevuti in patria. Alcuni giorni dopo il suo arrivo a Roma, abba Haylemariam scri­ve, in data 29 ottobre 1925, al Prefetto della Sacra Congregazione per le Chiese Orientali, dichiarandosi, ancora una volta, incompe­tente all'insegnamento del ge'ez e dell'amarico e chiede che si prov­veda al collegio con un altro sacerdote all'altezza del compito e che a lui venga concesso di entrare in qualche monastero.

Dal 19 luglio al 25 settembre 1926 visita, insieme ai seminaristi, diversi luoghi e città della penisola ed appunta, in un diario, ciò da cui resta maggiormente impressionato. Sono annotazioni puntuali ed attente che rivelano uno spirito di osservazione non comune e un animo pronto e capace di cogliere la verità delle cose.

La sua aspirazione costante rimane, tuttavia, quella di diventare monaco. Si rivolge, perciò, con insistenza alla Sacra Congregazione per la Chiesa Orientale per avere il permesso di ritirarsi in un chio­stro.

In una lettera così si esprime: «Da molti anni ho il desiderio di vita monastica; ma non sapevo come fare per condurre a buon fine questo progetto. Nel nostro paese non vi sono monasteri cattolici; eppure i monaci hanno una influenza considerevole in tutta l'Etio­pia. Quanto bene non farebbe un monastero cattolico!».

In una lettera successiva egli riferisce che parecchi monaci gli hanno suggerito che non è conveniente che gli abissini si disperda­no qua e là fuori della loro patria, ma che è necessaria l'istituzione di comunità monastiche cattoliche nella loro patria per vivere una vita di preghiera, come lampada orante per i loro connazionali. Un mese dopo sollecita di nuovo il permesso desiderato: egli scri­ve del suo desiderio di farsi monaco, di questa aspirazione che egli ha nutrito nel cuore fin dal tempo della sua formazione seminarista. Egli afferma che anche l'abate Ildefonso Schuster, assicurando la sua collaborazione, pensa allo stesso modo. Egli confessa: «Da quel giorno in poi avevo la mente sempre rivolta all'idea di questo mo­nastero». Da altre fonti, però, veniamo a sapere che non soltanto «da quel giorno», ma da parecchio tempo prima egli accarezza questo progetto.

Per attuare tale desiderio sono necessari un Ordine cenobitico che se ne assuma il compito, e persone disposte ad abbracciare la vita monastica. In attesa dell'accoglimento della domanda, Haylemariam cerca di conoscere, nella città, la comunità religiosa la cui regola risponda ai propri ideali.

Avvicina i Camaldolesi, gli Antoniani e i Maroniti, ma trova va­rie difficoltà all'attuazione del progetto.

Incoraggiato dalle parole dell'abate Schuster, abba Haylemariam insiste presso la Sacra Congregazione ed ottiene, finalmente, il per­messo di entrare presso i Benedettini: il 31 marzo 1927 egli viene accolto nell'abbazia di San Paolo fuori le Mura.

Nel corso della permanenza, parla del suo progetto con l'abate e con altri monaci rimanendo sempre più convinto della bontà dei suoi propositi. Chiede, anche, di poter essere ammesso nella comunità senza, però, ottenerne il consenso. Resta, comunque, ospite gradito prima in quel monastero e successivamente in Farfa. La sua presen­za, come al solito, è edificante perché, pur ospite, si adegua in tutto alla regola dei monaci, diventando dovunque esempio di sottomis­sione e di fedeltà.

A Farfa trova un amico nel giovane Licinio Vestri, al quale apre il cuore parlando del programma che intende realizzare. Il Vestri scri­ve di lui: «A questo ideale avrebbe voluto consacrare la vita; ma fino a quel momento non aveva potuto ottenere di più che l'autoriz­zazione di entrare in un Ordine monastico in Italia, senza precise promesse di un ulteriore sviluppo del suo progetto. In tali incertez­ze, la sua costanza e il suo spirito di perfetta sottomissione alle su­periori disposizioni non vennero mai meno. Nonostante le visibili sofferenze per tanti contrasti, non pronunziò mai una sola parola di insofferenza e di critica. Era, anzi, evidente che tali difficoltà appro­fondivano la sua vita interiore, che dava sempre più al suo aspetto ed alla sua conversazione un contenuto di profonda spiritualità». Anche in questi momenti di dubbio e di sofferenza, Haylemariam è sorretto dallo spirito di fede; pur tra incomprensioni ed incertezze, non perde mai la speranza.

Egli, figlio devoto della Madonna, depone delusioni e speranze ai piedi di Maria, affidandole il compito di intercedere per lui.

A Farfa, nel coretto del monastero, è solito pregare dinanzi ad un'immagine bizantina della Vergine, dal volto bruno, che rappre­senta la Madonna di Spoleto, verso la quale nutre una devozione particolare. Qui trascorre molte ore in fiduciosa preghiera. Un gior­no, mentre sosta in raccoglimento più intenso, vede l'immagine il­luminarsi di vivida luce. Uno splendore abbagliante emana dal viso della Madonna. Dopo un momento di estatico rapimento e di gioio­sa contemplazione, Haylemariam corre a chiamare l'amico Licinio Vestri per farlo partecipe dell'inconsueta visione. Al ritorno, però, con sua grande mortificazione, constata che tutto è tornato normale: la Vergine non splende più. Ma Haylemariam conserverà sempre nel cuore il ricordo commosso di tale avvenimento.

Informato, però, che i Padri Benedettini non credono opportuno di potersi assumere l'impegno dell'istituzione di un monachesimo cattolico in terra d'Africa, abba Haylemariam scrive alla Sacra Con­gregazione per informare sulla situazione e per domandare consi­glio sul da farsi. Da parte sua, l'abate Schuster, risponde alla mede­sima Congregazione che chiede precisazioni: «Sin da principio è stata esclusa l'ammissione all'Ordine benedettino, giacché la Rego­la ed il ritmo di vita nostro troppo corrispondono alla psicologia ed alla civiltà latina, e sembrano inopportune per mentalità e civiltà quale l'abissina».

Il 19 novembre 1929, dunque, ritorna, a malincuore, nel Collegio Etiopico a Roma e riprende il lavoro con immutato entusiasmo, com­pie con fedeltà i propri doveri e continua a sperare...

Per una informazione attenta sulla situazione missionaria nelle colonie italiane in terra d'Africa, nel 1927 viene inviato, come visitatore apostolico, mons. Alexis Henri Lépicier Il visitatore acquisi­sce una buona conoscenza dei problemi pastorali e missionari e, tra l'altro, annota che il clero locale desidera di vedere istituita la vita monastica.

Per questo motivo a lui si rivolge la Sacra Congregazione per avere lumi sulla possibilità della realizzazione di comunità mona­stiche cattoliche in Abissinia.

Lèpicier - eletto nel frattempo cardinale e prefetto della Sacra Congregazione dei Religiosi - che frequenta con amicizia e con pa­ternità la comunità di Casamari, prospetta ai superiori, nella visita del mese di luglio 1930, il progetto che viene accolto con entusia­smo e senza tentennamenti.

Dopo la notifica dell'assenso della comunità di Casamari alla Congregazione delle Chiese Orientali, si susseguono all'abbazia visite e sopralluoghi da parte di persone della medesima Congrega­zione e di mons. Chidanemariam, ordinario dei cattolici di rito ge'ez. Il tutto viene coronato il 3 settembre 1930 dall'assenso e dalla bene­dizione del papa stesso.

Con immaginabile gioia, Haylemariam riceve la sospirata noti­zia che la lunga attesa è finita e che può entrare nell'abbazia di Casamari. A lui sembra un segno del cielo il fatto che l'Ordine cistercense, a cui Casamari appartiene, sia posto sotto la protezione dell'Assunta, perché in Etiopia la Madonna è venerata in maniera speciale sotto questo titolo.

Giunge, dunque, a Casamari il 16 ottobre 1930, certo di aver ot­tenuto la grazia per intercessione della mamma celeste. Dopo aver baciata la soglia del monastero, si presenta all'abate e alla comuni­tà, e viene ospitato nel noviziato come postulante.

Dopo un breve periodo di tempo, è ammesso ad indossare la to­naca dei novizi alla vigilia dell'Immacolata del 1930, a neppure due mesi dall'ingresso. Durante il rito, il suo atteggiamento è assorto e raccolto; quando viene rivestito del candido abito, si sente profon­damente rinnovato. Nuovo l'abito, nuovo il nome... Haylemariam si chiamerà, d'ora in poi, Felice Maria. Il cambiamento di nome indica che si trova ad una svolta decisiva della vita, che sta per iniziare una missione speciale e che deve aderire perfettamente alla grazia e alla missione ricevuta da Dio.

L'anno del noviziato è il periodo di prova, il tempo cioè di speri­mentare la vita religiosa. Ma don Felice, che già presso i Benedetti­ni l'ha vissuta intensamente e con coerenza, fa una scelta definitiva fin dal giorno della vestizione.

Comincia il noviziato sotto la direzione del padre maestro don Pio Cassoni, uomo di notevole spessore spirituale che, divenuto monaco da sacerdote secolare, coglie con fine sensibilità i problemi di don Felice e lo aiuta a camminare speditamente sulla strada intra­presa. Anche gli altri confratelli intuiscono subito che egli sarà un religioso esemplare.

Don Felice ha il cuore pieno di gioia e di riconoscenza verso quelli da cui è stato aiutato a realizzare il santo proposito, soprattut­to verso il cardinale Lépicier. A lui invia una lettera affettuosa e poetica piena di concetti e di immagini che esprimono la delicatezza del suo animo: «Veramente gli etiopi, come la predica di v. eminen­za rev.ma al popolo abissino, amano le tre cose candide e bianche, e cioè l'Ostia ss., l'Immacolata Vergine e il dolce Cristo in terra, il Sommo Pontefice. Così pure la divina provvidenza per suo mezzo ha scelto per loro i bianchi monaci cistercensi, così attaccati al Som­mo Pontefice e alla Madonna ss.ma. E oggi, il giorno dell'Immaco­lata, sono vestito di candido abito, dalle mani del mio rev.mo padre abate per incominciare il noviziato. In questa mia grande gioia, il mio primo pensiero è quello di presentarmi dinanzi all'emi.za v.ill.ma e rev.ma per ringraziarla delle sollecitudini e della cura che ha avuto e che ha di beneficiare noi abissini. Per esprimere tutta la gra­titudine che sento non trovo parole adatte. L'Immacolata stessa, così invocata dagli abissini, pensi a fare la nostra vece. Il suo nome è scritto, è anzi inciso con caratteri indelebili nel cuore di tutti gli abissini. Tutti i futuri monasteri nomineranno, con reverenza, sì grande loro benefattore, e quelle anime che si salveranno per mezzo di questa santa opera canteranno assieme le lodi di Dio e dell'Immaco­lata. Ora inginocchiato ai suoi piedi chiedo la sua santa benedizio­ne, la quale mi accompagni e mi aiuti ad essere un vero monaco».

Con l'animo ricolmo di gratitudine verso Dio e verso gli uomini, don Felice dà inizo al suo noviziato.

Come al solito non si smentisce. Quando alle volte viene provato nella virtù dell'obbedienza, dell'umiltà e della carità, rende la sua buona testimonianza di anima votata interamente a Dio. Il padre maestro ripete spesso che da don Felice c'è solo da apprendere. Se l'ambientamento spirituale nella comunità è immediato, quello fisi­co trova non poche difficoltà. La diversità di clima incide sul suo organismo gracile e delicato, procurandogli molti fastidi. Sensibile al freddo, soffre di geloni e, quindi, ha sempre le mani screpolate e sanguinanti. Rinuncia all'uso dei guanti, di cui ha avuto il permesso dall'abate, solo perché il padre maestro si mostra contrario, conti­nuando qualsiasi genere di servizio mai ritenuto mortificante. Per seguire alla lettera le prescrizioni della regola, scongiura i superiori a non voler mostrare nei suoi riguardi particolari agevolazioni e favoritismi.

Non viene, perciò, esentato da alcuna attività dei novizi, tra i quali diventa esempio e fermento di bontà. Egli considera il novi­ziato una palestra di lavoro spirituale in cui esercitarsi per il raggiungimento di un sempre maggior grado di santità.

Quali risultati raccolga dai continui sforzi possiamo intuirlo da ciò che scrive di lui l'abate Angelo Savastano: «Fin dai primi giorni si fece notare ed ammirare per la mitezza e docilità di cuore... Trat­tandolo, si aveva l'impressione di trovarsi alla presenza di quel vere israelita in quo dolus non est.... Era il profumo soave della virtù che si diffondeva dagli slanci generosi dell'anima protesa sempre alla maggiore gloria di Dio e alla salute delle anime. La vita di don Feli­ce, pienamente informata allo spirito del vangelo e all'amore della Chiesa, fu un esempio trascinante di vita monastica per tutta la comunità di Casamari. Nei suoi riguardi parlare di noviziato come anno di prova è fuori posto perché la sua vita religiosa appariva, dal com­portamento e dalle azioni, già pienamente assimilata... L'abate e la comunità ebbero verso di lui una venerazione profonda per il can­dore che traspariva dalla persona e dai modi... Don Felice non vive­va per sé, ma per Cristo crocifisso che portava nel cuore e nella mente... Il fascino della vita interiore dava di lui un concetto non di uomo terreno, ma di un santo».

Dopo qualche mese, un altro sacerdote abbissino arriva a Casamari: abba Kefleyesus. Appena don Felice lo vede, lo abbrac­cia con gioia e, giocando sul nome, gli dice: «Adesso possiamo es­sere felici».

Il 19 maggio 1931 giunge a Casamari un primo gruppo di 12 aspiranti e, nel successivo 12 ottobre, un altro di altri 10 giovani: il sogno di Haylemariam inizia a realizzarsi. «Egli insegnava a noi abbissini la nostra lingua antica e, ogni domenica, ci spiegava il vangelo; ci parlava di altri argomenti spirituali» ricorda con com­mozione uno di questi primi aspiranti.

Il 1° novembre 1931, in occasione dell'inaugurazione a Roma del nuovo Collegio Etiopico, il papa vuole che sia presente il grup­po di Casamari in rappresentanza del nascente monachesimo. Il Santo Padre riceve tutti in udienza privata, li ascolta e li benedice. La con­tentezza di don Felice è indescrivibile. Si sente ormai padre di una piccola comunità verso la quale si prodiga con la direzione e la for­mazione spirituale.

II giorno dell'Immacolata dello stesso anno, don Felice fa la pro­fessione religiosa insieme ad abba Kefleyesus che ha preso il nome di don Frumenzio. Nella medesima circostanza, quattro etiopi pren­dono l'abito dei novizi conversi.

Egli annota: «L'8 dicembre feci i miei voti semplici. In quel gior­no, vedendo adempiuti i miei desideri, dissi: Signore vi ringrazio di tutte queste grazie; ora se viene la morte l'accetto volentieri e muoio contento».

Dell'avvenimento, così rende partecipe, anche a nome di don Frumenzio, il nuovo Ordinario etiopico: «Ecco è giunto il felice gior­no della nostra professione religiosa: siamo legati a Dio con i lega­mi più intimi dei sacri voti il giorno dell'Immacolata. L'anima no­stra non può spiegare tutta la gioia che sento: Ella, monsignore, aven­do lavorato molto con l'em.mo cardinale e con l'abate per procurar­ci questa gioia, il primo nostro pensiero è di presentarci a lei per ringraziarla e chiederle la santa benedizione. Questa santa benedi­zione discenda su di noi due, dandoci costanza nei nostri voti sino alla morte, e sui nostri fratelli: fra Candido, fra Michele, fra Domenico e fra Giorgio, i quali hanno incominciato il noviziato. Noi le saremo sempre grati e pregheremo per la vostra eccellenza rev.ma e per la conversione dei nostri fratelli. Ella pure preghi e faccia pregare af­finché l'opera incominciata giunga al suo termine per la gloria di Dio e per il bene delle anime».

Don Felice affianca, però, alla granitica forza spirituale una fra­gile costituzione fisica, che viene gradualmente indebolita dall'ope­rosità ininterrotta e dalle volontarie mortificazioni. Deperisce sem­pre più, tormentato da una tosse assidua e sfibrante.

Egli incomincia ad avvertire un malessere, ma, per non obbligare il monastero a spese straordinarie, soffre in silenzio. La tosse persi­stente e un dimagrimento progressivo suscitano apprensione nei su­periori e nei confratelli.

Dalla visita medica del gennaio 1933 viene, purtroppo, la con­ferma della presenza del bacillo di Koch e la diagnosi dello stato avanzato della malattia. Nessuna cura viene risparmiata, anche se non vi sono speranze di guarigione.

Egli non rimane sconvolto di fronte all'evidenza del male. E cal­mo e sereno. Con animo forte e rassegnato accetta la volontà di Dio e inizia la lunga e dolorosa via del Calvario.

Si racconta di lui che quando era ancora in patria si trovò ad assistere un malato di tisi. Sapendolo lontano da Dio, gli fu amore­volmente vicino e riuscì anche a convertirlo. Lo vide poi morire lucidissimo e confortato dal viatico. Restò talmente ammirato da quella morte che desiderò per sé la stessa fine alla maniera di san Luigi Gonzaga e di santa Teresa di Lisieux. Considerò, anzi, da allo­ra, tutti i santi, colpiti da questo morbo, come suoi intercessori.

Si sente mortificato unicamente dal pensiero di essere di peso alla comunità. Ma se lui è rassegnato e pronto a concludere l'esi­stenza terrena, afflitti e desiderosi di volerlo salvare sono i suoi confratelli.

Nel febbraio è mandato a Roma nella clinica Morgagni, per ten­tare la prova del pneumotorace, ma, dopo un mese, viene riportato a Casamari senza alcun miglioramento. Cambia aria andando al mo­nastero di Latiano (Brindisi); ma non trova giovamento. Per un ulti­mo tentativo, è ricoverato al sanatorio romano Cesare Battisti.

In questo pellegrinaggio di sofferenza, don Felice dissemina il cammino di un numero infinito di episodi che edificano e lasciano ammirare le persone da cui è avvicinato. Medici, infermieri, mala­ti, suore sono testimoni dell'autenticità cristiana e sacerdotale del­la sua vita.

Nonostante le cure dolorose e stressanti, nessun lamento esce dalla bocca di don Felice che, nei momenti di maggior bisogno, sa chie­dere aiuto con umiltà e coraggio. Quando può, dimentica il suo male per soccorrere i fratelli nel dolore. Sorride, infonde fiducia, porta anime a Dio con la sollecitudine di sempre.

Un'infermiera del Cesare Battisti ha rilasciato questa testimo­nianza: «Don Felice si fece notare nell'Istituto per la bontà d'animo, per la carità verso tutti, tanto da distribuire anche quel poco che aveva. A me chiedeva chi tra gli ammalati era più povero, in modo da poterlo aiutare. Il prof. Mendes, toccandolo affettuosamente sul­la guancia, diceva: ecco il moretto santo».

Tentata ogni cura umana, i superiori pensano alla opportunità di un pellegrinaggio a Lourdes nella speranza di un miracolo. Don Felice parte, contento, con il treno bianco del 25 agosto 1933.

Durante il viaggio, diviene l'angelo consolatore dei malati che riesce ad avvicinare, infondendo nei loro cuori un'immensa confi­denza nell'intercessione di Maria.

A lei si rivolge con una preghiera che troviamo scritta, o trascrit­ta, di suo pugno, in un piccolo libro che porta con sé:

O cara Vergine di Lourdes, come povero pellegrino mi metto davanti a te, nascondo per il dolore il mio viso e piango. Per amore della b. Bernardetta ricevi le mie lacrime e la mia preghiera. Ave Maria, Nostra signora di Lourdes, prega per noi.

O cara Vergine di Lourdes, l'anima mia è desolata, si trova in grandi angustie... Per l'umile pastorella so­lennemente glorificata, aiuta, sorreggi, consola chi ti ama e prega. Ave Maria. Nostra signora di Lourdes, prega pe noi.

O cara Vergine di Lourdes, nel mio cuore nasce la speranza che tu mi esaudirai davvero. Per i meriti della b. Bernardetta, aspetto dunque la grazia: sono tuo fi­glio, ti amerò sempre. Ave Maria. Nostra signora di Lourdes, prega per noi.

Don Felice celebra la santa messa nella grotta delle apparizioni e chiede alla Madonna Immacolata non la guarigione, ma la piena disponibilità alla volontà di Dio e la perseveranza finale, offrendosi come vittima della nuova istituzione.

È significativa la lettera indirizzata all'abate dopo il ritorno dal santuario: «Eccomi con le sue preghiere sono arrivato a Roma con­tento di una gioia che per tutta la vita non posso dimenticarmi. Rin­grazio umilmente e sentitamente la sua paterna bontà che mi ha fat­to gustare queste celestiali gioie. A dire la verità, mio rev.mo ed ill.mo padre abate, tanta è la mia contentezza sebbene non guarito nel corpo, che nel cuore ebbi una consolazione tale inspiegabile. Spero di non dimenticarmi i santi sentimenti e propositi avuti in Lourdes, per vivere secondo i desideri della ss.ma nostra madre lnnmacolata, e se così vuole Iddio, morire offrendomi in olocausto alla maestà del misericordiosissimo Signore. Io oramai sono oltre­modo contento del soggiorno a Lourdes, e credo che se la tanto buo­na madre non mi ha fatto la grazia della guarigione almeno mi avrà trovato quella della buona morte. Perciò basta la grande spesa fatta fino ad oggi. Se ella permette mi metto nelle mani della Madonna: essa sola sia il mio medico, trovando un posticino al mio caro mo­nastero, aspetterei contento la chiamata del Signore. Ella sa, padre rev.mo, che oramai medici e medicine valgono niente. Però tutto questo dico come un figlio al padre suo. In ogni modo ella faccia di me quello che vuole: sono sempre pronto ad adempiere non solo i suoi comandi, ma anche i suoi desideri. Dopo il mio ritorno, se sia per causa di gioia o per altro motivo, non so, sto molto bene. Ella continui a pregare che la Madonna ss.ma mi faccia ancora la deside­rata grazia».

Al suo padre abate don Felice manifesta, con struggente tenerez­za filiale, il desiderio di poter attendere sorella morte in un "posticino del mio caro monastero"; ma neanche in questo può essere esaudito per timore di contagio.

Nel momento in cui il sogno incomincia a trasformarsi in realtà, don Felice, perfettamente cosapevole del suo stato di salute, si offre come vittima sacrificale. In una sua lettera di risposta a mons. Cesarini, assessore della Congregazione, che gli ha comunicato la notizia dell'inizio del noviziato dei primi 10 suoi figli spirituali, egli scrive «Alla vigilia della vestizione religiosa dei 10 etiopi a Casamari, assieme alla grande gioia che sentivo, a dire la verità, sentivo pure un piccolo dispiacere per non potermi trovare al monastero per cau­sa della mia malattia... Sì, è vero, rev.mo monsignore, io avrei desi­derato lavorare, ma giacché il buon Dio vuole che io sopporti questa malattia, sia fatta la sua ss.ma volontà. E, come Lui stesso ci ha detto: "Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo, ma, se invece muore, fruttifica molto". Così eccomi! io accetto dal­le mani del mio buon Dio la morte, anzi gli offro volentieri la mia vita per la prosperità della nostra religione in terra africana. Ella

dunque, re.mo e ill.mo monsignore preghi per me che la Madonna ss.ma voglia presentare al Sacro Cuore la mia povera offerta». L'ultima sosta di don Felice nella sua abbazia avviene il 3 genna­io 1934, durante il trasferimento dal sanatorio Cesare Battisti di Roma a quello di Sora. Traboccante di gioia e di commozione risulta, so­prattutto, l'incontro con i giovani aspiranti, di cui quindici sono sta­ti ammessi, nel frattempo, alla vestizione religiosa. Così rivive l'in­contro di palpitante emozione a cinquant'anni di distanza, uno dei novizi: «Si fermò a Casamari per qualche ora e, per timore di conta­gio, ci fu proibito di avvicinarci a lui. Eravamo novizi e lui era pieno di gioia di vederci in abito religioso. Ci esortò a pregare e a perseve­rare nella vocazione: erano espressioni di commiato che avevano il tono di una consegna e l'accento di un testamento, e ci commosse fortemente».

Al ritorno da Lourdes, nella lettera al priore di Casamari, scrive, tra l'altro, di aver pregato soprattutto per la sua opera nascente: «Eccomi ritornato a Roma. E' vero, non sono guarito dalla mia ma­lattia, ma lo stesso sono oltremodo contento: sia fatta la volontà del Signore... lo, il primo giorno che arrivai a Lourdes, ebbi la fortuna di celebrare la messa alla grotta; allora pregai per il mio monastero, e in particolare per i miei superiori, per la persona del nostro rev.mo ed ill.mo padre abate e per tutti. Ho pregato che la ss.ma Vergine aiuti loro a compiere l'opera incominciata. Ma specialmente dia la costanza a ciascuno di questi giovani ad essere veri e santi monaci».

L'abate di Casamari, Angelo Savastano, afferma: «È da credere che don Felice non invocasse dalla Vergine di Lourdes la guarigione del male che lo affliggeva, ma ciò che nel cielo era predisposto nei riguardi della sua salute».

Don Felice continua, intanto, a curarsi, a soffrire, ad offrire, con­fortato dai confratelli dei vicini monasteri di San Domenico e di Casamari.

Anche sacerdoti e laici, che hanno sentito parlare di lui, desidera­no conoscerlo ed ascoltarlo. Il vescovo di Sora, mons. Agostino Mancinelli, resta edificato dalla spiritualità di don Felice ed affer­ma che ogni visita al malato gli è utile per meditare e riformare se stesso.

La malattia non riesce ad indebolire il suo spirito: è sempre sere­no, gioviale e amabile con tutti. Per ogni visitatore ha parole di gra­titudine e di scusa. Una sola cosa gli spegne il sorriso: l'impossibi­lità di poter celebrare, qualche volta, la messa, specialmente nell'ul­timo periodo, quando si vede interdetto l'uso della cappella.

Il prof. Tito Tronconi, suo medico curante, è talmente toccato dal dolore di don Felice che fa costruire un piccolo altare nel reparto sanatoriale.

Per questo gesto di squisita bontà, don Felice gli scrive, a nome suo e degli altri ricoverati, un biglietto di gioiosa riconoscenza: «Noi oggi, compresi da questo dovere, non troviamo parole adatte per ringraziarla del suo generosissimo dono, dono che veramente è de­gno di un cuore che è sentitamente cattolico. Questo altare è desti­nato a rallegrare i cuori afflitti. Essendo poi una cosa permanente in questo ospedale, tutte le anime che in appresso ascolteranno e parte­ciperanno ai divini misteri, tutti diranno: benedetta quella benefica mano che ci fa queste consolazioni».

Intanto, pur tra i dolori di un male inesorabile, manifesta il desi­derio di emettere i voti solenni, quale attestato di totale abbandono in Dio, di comunicare, in vita e dopo la morte, con i confratelli e come promessa ed augurio per la iniziata istituzione del monachesimo cattolico in Abissinia. Vuole morire monaco nel senso pieno della parola. Chiede, quindi, la dispensa per affrettare il desiderato mo­mento.

L'abate promette che, in caso di pericolo, gli permetterà la pro­fessione solenne in articulo mortis. Ma don Felice vuole offrire a Dio la consacrazione definitiva di se stesso, nel pieno possesso del­le proprie facoltà: «È meglio - dice - che io compia questo atto men­tre ho tutta la conoscenza delle mie azioni. A che mi gioverebbe compierlo quando tra gli spasimi della morte conoscessi appena quello che dovrei fare?».

A tale delicatezza di sentimenti l'abate non può opporre un rifiu­to. Così, il 4 aprile del 1934, don Felice professa solennemente. Per l'occasione annota alcuni pensieri: «Ecco oggi è per me il giorno più bello. Signore, sia fatta la vostra ss.ma volontà, io non voglio mai scostarmi da essa. O purissima Vergine, mia amatissima madre, ecco con le purissime vostre mani offro alla Ss.ma Trinità tutto me stesso: il mio Mio all'Eterno Padre... Il mio Io all'Eterno Figlio... Il mio Corpo all'Eterno Spirito Santo...».

Egli scrive all'abate per ringraziarlo del privilegio: «Per la sua grandissima bontà eccomi giunto al giorno più bello della mia vita. Oggi il molto rev.do padre priore don Maurizio, delegato della ill.ma paternità vostra, mi ha fatto fare la professione solenne. Oh quanto sono contento! La mia gioia le avrà descritta il molto rev.do padre priore stesso. Anzi la grandezza della mia gioia oggi mi ha diminu­ito pure un po' di febbre. Ora, in questo giorno della mia gioia, il mio purissimo pensiero è quello di presentarmi in ispirito dinanzi alla rev.ma ed ill.ma paternità vostra ed, inginocchiato, ringraziarla e chiederle la sua santa benedizione. Questa benedizione mi aiuti ad adempiere perfettamente i miei voti e tutti i miei buoni propositi, se mi conserva ancora; ma se è sua volontà di chiamarmi presto, la sua benedizione paterna che ora ricevo, mi sia conforto negli ultimi mo­menti della mia vita. Intanto, però sono contento e tranquillo; e ripe­to questa giaculatoria fatta da persone devote:

Ciò che tu vuoi, o Signore, ecco lo voglio anch'io: pene, dolori e morte, tutto per te mio Dio».

Le condizioni di salute peggiorano di giorno in giorno; il 30 mag­gio, il priore di San Domenico gli amministra gli ultimi sacramenti. Si teme la scomparsa imminente.

Al suo capezzale c'è un continuo accorrere di gente che vuole attestare al moribondo affetto e venerazione.

Le ultime giornate sono un susseguirsi di preghiere, di benedi­zioni richieste e ricevute, di offerte d'amore e di sofferenze soppor­tate angelicamente.

Il 2 giugno, mons. vescovo gli fa sapere che il papa gli ha impar­tito una speciale benedizione. Don Felice esclama: «Il papa che be­nedice me, un povero abissino!».

Si rivolge spesso al Sacro Cuore, di cui è particolarmente devoto, con una preghiera scritta di suo pugno nella quale promette "di fare del resto di sua vita un lungo atto di espiazione, di ringraziamento, di adorazione e di amore, per riparare il tempo perduto, e rendergli altrettanta gloria, per quanta gliene viene rapita".

A don Maurizio, che si reca al mattino presso il letto, l'infermo con voce flebile dice:

- Padre, oggi Gesù mi ha chiamato. - E tu non gli hai risposto di sì?

- Ho risposto di sì.

Chiede la santa comunione e prega assorto e silenzioso con gli occhi fissi al crocifisso posto sulla parete di fronte.

Ripete ogni tanto al confessore:

- Il Sacro Cuore mi chiama, il Sacro Cuore mi chiama. - E tu non gli rispondi «presente»?.

L'infermo sorride e annuisce. La giornata trascorre in fervorosa preghiera. Il malato ripete continuamente: «Gesù ti amo, ti amo, ti amo».

A quanti gli chiedono se ha bisogno di qualche cosa risponde con un sorriso: «Preghino e mi aiutino a pregare».

Verso le 12,30 invita la suora assistente a chiamare le altre consorelle ed il personale di servizio. Quando sono presenti, don Felice, con un filo di voce, domanda perdono a tutti per tanto distur­bo e per lo scandalo dato durante la degenza.

È facile immaginare la commozione suscitata dalle sue parole e l'ammirazione per il gesto d'umiltà che lascia gli astanti sconvolti e piangenti.

La stanza è piena di gente: il cappellano, il confessore, diversi religiosi, molte suore, qualche medico e alcuni infermieri.

Alle ore 16, quando il dolore si fa più intenso, don Felice invoca dal confessore l'assoluzione generale.

Alle ore 17 riceve, dal vescovo, la benedizione e recita con lui il confiteor. Dopo circa mezz'ora, si associa e risponde con lucidità alle preghiere degli agonizzanti.

Al vescovo che invia ancora per telefono un'altra benedizione, don Felice risponde ringraziando con un filo di voce.

Quindi allarga le braccia e con gli occhi fissi al crocifisso mor­mora: «Signore, son pronto. Sì, Gesù, ti amo, e ti voglio amare sem­pre». Si assopisce e muore. Sono le ore 18,15 dell'otto giugno 1934, festa del Sacro Cuore.

Il giorno dopo, la salma, rivestita dell'abito monastico e dei paramenti sacerdotali di rito orientale, viene esposta nella camera ardente dell'ospedale, adorna di ceri, di gigli e di fasci di fiori offerti dal popolo al «moretto santo», come don Felice è familiarmente chia­mato.

Nella mattinata del giorno 10, hanno luogo le esequie nella chie­sa di San Domenico. Nel pomeriggio il feretro viene trasportato a Casamari, dove, il giorno seguente, viene celebrata un'altra messa di suffragio. Sono presenti, assieme al padre abate e alla comunità, rappresentanti del Pontificio Collegio Etiopico, molte personalità, i padri redentoristi di Scifelli e le scolaresche della zona.

La salma viene tumulata nel cimitero dell'abbazia.

Don Colombano, spirito penetrante, padre spirituale sperimenta­to di tanti giovani monaci e di tanti aspiranti, colpito già dal primo incontro nello stesso giorno dell'ingresso di Abba Haylemariam a Casamari, è riuscito ad intuire la profondità spirituale che si cela dietro il corpo malato di don Felice: «Appariva un uomo normale, ma attraverso il velo di questa normalità sfolgoravano sprazzi di luce abbagliante che rivelavano il candore luminoso di quell'anima eletta, rivelavano i suoi grandi progressi verso la perfezione in quel­la quiete silenziosa delle sue sofferenze».

La morte di don Felice suscita echi e rimpianti nella Congrega­zione di Casamari, in patria, nel cuore di quanti l'hanno conosciuto. «L'Osservatore Romano» del 16 luglio in un lungo articolo, tra l'altro scrive: «L'8 giugno spirava a Sora, con la placidità dei santi, consumato dal male che non perdona, ma più dalla fiamma dell'amor di Dio e di un ideale bellissimo ed altissimo, il primo monaco catto­lico d'Etiopia, don Felice Haylemariam Ghebreamlak. La sua vita, tanto scarsa di fatti esteriori che si raccontano in poche righe, ma sì ricca di interiorità, rimarrà certo a testimonianza lucente e magnani­ma del come si possa servire un ideale, anche nella sola preparazio­ne e col solo desiderio fino alla grandezza del sacrificio eroico. Di­venuto luce dei suoi pensieri e alimento dei suoi affetti, quell'ideale lo accese in tutto il suo breve cammino spronandolo ai primi tenta­tivi, fattisi anche più tormentosi perché coincisero con la pena divo­rante del suo male, ma che si mutarono, in virtù del suo spirito, in luminosa palestra di una vita veramente ideale, nel senso più preci­so e più puro della parola: di una vita cioè tutta data a Dio e ai fratelli nell'olocausto perenne della preghiera, nei sacrifici della ca­rità, nell'apostolato dell'esempio».

Il «Quotidiano Eritreo», nell'editoriale del 14 agosto dal titolo «La morte dei santi», afferma: «Non vi è alcuno tra noi che non conosca abba Haylemariam per il buono odore della sua santità. Nel conoscere la santa morte molti suoi connazionali gioivano; ed ave­vano ragione di gioire, sapendo che uno di loro era divenuto l'am­mirazione di tutti. Per lui la nostra stirpe è stata onorata e stimata».

Ora le spoglie di don Felice riposano nella chiesa di Casamari, dove sono state trasferite, con un'austera cerimonia, il 10 ottobre 1964, trentennale della morte.

Il giorno successivo, numerosi vescovi e abati di ogni continen­te, la comunità religiosa e una folla di fedeli partecipano alla so­lenne liturgia presieduta dall'arcivescovo di Addis Abeba, mons. Asratemariam Yemmerù, e rendono omaggio ai resti mortali del pri­mo monaco cistercense abissino.

Attualmente la Congregazione di Casamari raccoglie e custodi­sce il frutto di un così nobile ideale, fecondato dalla santità di don Felice: nelle terre di Eritrea e di Etiopia, le prime in terra d'Africa in cui, il monachesimo cattolico è stato trapiantato, un centinaio di monaci cistercensi, in sei monasteri, con la loro vita di preghiera e di lavoro, secondo gli insegnamenti della Regola di san Benedetto, sono impegnati nell'opera di evangelizzazione e di promozione umana, «rendendo testimonianza a chiunque della speranza che è in noi» ed operano perché «Cristo sia tutto in tutti».

La tomba di don Felice nella basilica dell'abbazia di Casamari è memoriale di un confratello che, pur nel nascondimento della sua vita di monaco e nella sua fragilità fisica, in una visione luminosa, in modo nuovo e più rispondente alle tradizioni ed alla spiritualità locali, ha dato impulso vigoroso con la sua vita di preghiera, con il suo servizio generoso, con la sua immolazione gioiosa, all'impegno di missionarietà e di ecumenismo della Chiesa universale. Essa è anche pegno di un legame, di un flusso di spiritualità e di fraternità, che unisce come dalle radici ai rami, le comunità della Congrega­zione di Casamari alle case monastiche dell'Africa in un impegno di ideali e di vita, al di sopra di ogni barriera umana.

Il primo biografo ha lasciato scritto: «Don Felice è scomparso nella sua persona fisica, ma è rimasto e rimarrà nella sua persona morale in quell'opera grandiosa da lui voluta ed iniziata che più non morrà, in quel grande ideale per il quale visse ed operò, per il quale volle immolarsi vittima di olocausto; è rimasto e rimarrà con i fulgidi esempi delle sue preclare virtù cristiane, monastiche sacerdotali, è rimasto e rimarrà con quel profumo di santità che tutti ha pervaso, e più non si dileguerà».

Don Felice ha mostrato sempre - e soprattutto nel tempo di una malattia dolorosa che condanna ad una inesorabile segregazione - un atteggiamento eroico di fortezza e di pazienza, addolcite, però, da un abbandono filiale alla volontà di Dio, con un comportamento permeato di serenità, di mitezza, di cortesia, di amabilità, di pace, di modestia, di mansuetudine, di bontà, di dolcezza, come doni e frutti dello Spirito Santo. Dovunque egli sia passato ha lasciato il «buon profumo di Cristo», così da essere indicato con l'appellativo, tra­boccante di simpatia e di venerazione, di «moretto santo».

La fama di santità di don Felice, sostenuta da grazie ottenute per sua intercessione, è andata sempre crescendo, per cui da più parti è stato avanzato il desiderio che la Chiesa lo proponga come modello ai fedeli tutti ed, in modo particolare, ai religiosi. Il vescovo di Sora, nel 1955, ha raccolto questo sentimento diffuso e ha dato inizio alla Causa di beatificazione.

Negli anni 1956-60 è stato celebrato, infatti, il processo informa­tivo ordinario e, promulgato il decreto con l'autorizzazione a proce­dere della sacra Congregazione per le Cause dei Santi, sono stati istruiti, negli anni 1980-84, i processi presso la Curia di Sora e quel­la di Asmara.

Dopo l'esame dei consultori teologi del 24 marzo 1992, e la di­chiarazione, nel 20 ottobre, dei cardinali e dei vescovi riuniti in Congregazione ordinaria del Dicastero nel palazzo apostolico, il Santo Padre Giovanni Paolo II, nel concistoro del 21 dicembre suc­cessivo, ha solennemente dichiarato che "il servo di Dio Felice Hayleghebreamlak in modo eroico ha esercitato le virtù teologali, cardinali e tutte le altre con queste connesse".

Un'altra stella risplende nel firmamento luminoso della Chiesa d'Africa.