ENRICHETTA
BIANCHI IN CAROLLO
“PICCOLA MAMMA”
Via
Poli 8 – 38060 Mattarello (TN)
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PRESENTAZIONE
Preceduta da alcuni opuscoli, nei quali si accennò ai momenti più significativi della vita di Enrichetta Bianchi Carollo, esce oggi la prima biografia della cosiddetta "Piccola Mamma".
L'autrice,
che per lunghi anni condivise ideali e quotidiana esperienza di vita con la
signora Carollo, ha profuso cuore e mente in queste pagine, nelle quali i
ricordi e le nostalgie affettuose si mescolano con l'implacabile necessità
della precisione storica. Non è stato per la biografa un lavoro facile. Ella è
pienamente consapevole delle lacune che ancora rimangono, dovute, in parte, al
rispetto verso persone tuttora viventi e che giustamente ritengono di non dover
essere esposte alla pubblica considerazione; e in parte anche a quegli spazi di
insufficiente documentazione legati al trascorrere del tempo soprattutto in
relazione ai più lontani eventi dell'infanzia e della giovinezza di Enrichetta.
Nata
a Ravazzone di Mori il 20 ottobre 1898, Enrichetta Bianchi Carollo si spegnerà
a Mattarello di Trento il 13 novembre 1986. Nell'arco di 88 anni ella conoscerà
esperienze le più significative. Orfana di madre all'età di tre anni, accolta
con affettuoso amore da famiglia amica fino al settimo anno di età, consegnata
poi alle cure amorevoli delle suore di un orfanotrofio, sarà ricondotta dal
padre in famiglia accanto alla matrigna, espletando poi il lavoro di
collaboratrice domestica al termine delle scuole elementari.
E
qui inizia un'avventura incredibile. Il 10 giugno 1914, 18 giorni prima
dell'attentato omicida di Seraievo, che provocherà, il 28 luglio successivo, lo
scatenarsi della prima guerra mondiale, una giovane poco più che quindicenne si
avvia, a piedi, da Mori a Montagnaga di Pinè, spinta da un irresistibile
impulso interiore. Il colloquio interrotto a tre anni con la madre terrena si
sviluppa, intimo, lassù tra i monti, con la Madre del Cielo.
Il
pellegrinaggio al santuario di Pinè rappresenta un punto nodale nella vicenda
terrena della giovane. Al ritorno a casa di Enrichetta seguiranno, 48 giorni
dopo, i richiami alle armi, l'internamento dei trentini nei campi per profughi
dell'Impero, le angosce, i lutti, la fame, che l'immane conflitto mondiale a
poco a poco riverserà tragicamente sulla popolazione inerme.
In
quegli anni Enrichetta si trasferisce a Trento presso la famiglia Corsini, per
svolgervi gli umili lavori domestici. Due anni dopo la fine del conflitto, il 20
novembre 1920, subisce un intervento chirurgico all'ospedale di Rovereto. Nello
stesso ospedale ritorna a causa del tifo pochi mesi dopo. Guarita, l'esperienza
della sofferenza patita e quella constatata negli altri, la inducono a scegliere
di rimanere nell'ospedale ad assistere gli ammalati. Il lavoro infermieristico
le offre l'occasione d'incontrare un giovane di Calliano, che viene a visitare
la mamma ricoverata all'ospedale. Tra i due - infermiera e visitatore - sorgono
sentimenti di particolare simpatia: quel giovane è Giovanni Carollo, che il 21
aprile 1923 diverrà suo sposo. Vicende alterne porteranno i due coniugi prima a
Calliano, poi a Feldkirch in Austria, e quindi al Duomo di Trento, ove
dall'ottobre 1925 Giovanni Carollo con amore e puntualità svolgerà le funzioni
di sacrestano fino al 7 ottobre 1974, giorno del suo decesso.
E
qui, nell'Oratorio e poi nel Castelletto del Duomo, i due coniugi, in perfetto
affiatamento tra loro, sviluppano quell'azione apostolica di assistenza ai
giovani e di accoglienza talvolta anche tra le pareti domestiche, che inciderà
profondamente in alcuni di loro.
Ma
è l'amorevole cura di Enrichetta che in quei tempi emerge. Il suo apostolato
attinge dalle radici profonde del dolore patito una straordinaria forza
interiore. Il 25 marzo 1927 inizia infatti la manifestazione della malattia che
costituirà il suo progressivo calvario; ed inizia, tale evento, precisamente
nella solennità dell'Annunciazione, quasi come presagio di fecondità
spirituale legato all'evento mariano più significativo.
Non
sarà comunque, un evento facile facile, accolto senza difficoltà. Il primo
anno costituirà per Enrichetta il dramma maggiore della sua esistenza: il
vedersi ridurre giorno dopo giorno, sia pure lentamente, da una vita
movimentata, ricca di possibilità, ad un'altra segnata dall'impotenza fisica,
provocherà in lei gemiti interiori indicibili, accuratamente nascosti agli
altri, ma sofferti con dilacerante pena intima. Ma il travaglio si muterà
successivamente in amorosa accoglienza della Volontà divina, fino a tramutare
in gioia il dolore, in una nascosta e perseverante offerta al Dio dell'Amore e
della Vita.
Ma
ci saranno ancora altre tappe importanti nel cammino spirituale di Enrichetta:
quella del voto di umiltà del 12 giugno 1942, unito all'offerta di «vittima
dell'Amore misericordioso», sulla scia rispettivamente di suor Benigna
Consolata Ferrero e di s. Teresa di Gesù Bambino; quella del 14 settembre 1942
con la vestizione dell'abito di terziaria carmelitana; per non parlare poi
dell'altra importante data del 1° novembre 1943, quando il Signore le concederà
la grazia della «santa indifferenza» al divino Volere, suprema tappa della
conformità alla Volontà divina, traguardo della perfezione cristiana.
Su
tutto questo panorama si diffondono le fosche luci della seconda guerra mondiale
con i travagli gravi che Enrichetta dovrà sopportare a causa dei successivi
trasferimenti in vari luoghi per evitare situazioni difficili per lei, resa
pressoché impotente dall'infermità.
E
poi il susseguirsi di fatti mistici che dal 1948 andranno via via segnando
sempre più il suo rapporto personale con Dio; fatti mistici da lei
ripetutamente respinti con il pregare il Signore di cercarsi altre anime più
degne. Ma le scelte divine non sempre combaciano con i desideri umani: così
avvenne anche per Enrichetta Bianchi Carollo.
Altre
pene, comunque, accompagneranno il progressivo realizzarsi della Volontà divina
in lei. E siccome i progetti divini si innestano alle situazioni specifiche
nelle quali la vita di ciascuno viene a trovarsi, ecco che al compito di
attendere alle «cose» della chiesa nel Duomo di Trento affidato alle cure
amorose del suo Giovanni, si accompagna l'affidamento di Gesù alla preghiera e
all'immolazione di Enrichetta nel più vasto e sconfinato orizzonte della Chiesa
quale Mistico Corpo del Signore con un particolare cenno all'Ordine Sacerdotale.
Il
22 aprile 1958 dal Castelletto del Duomo Enrichetta trasloca al Palazzo Pretorio
portando con sé il primo nucleo della famiglia spirituale che, con il
consenso dello sposo Giovanni, si va formando attorno a lei. Il soggiorno,
comunque, nel Palazzo Pretorio terminerà tre anni dopo con il successivo
trasferimento dell'abitazione a Piazza d'Arogno, dove Enrichetta rimarrà fino
al 3 ottobre 1978, giorno del definitivo passaggio alla residenza di Mattarello
a sette chilometri da Trento. Ma, nell'arco di questi anni, eventi importanti si
succedono: dalla morte dello sposo Giovanni Carollo (7-10-1974) al progressivo
consolidarsi della «Piccola Opera del Divino Amore».
Non
solo. Man mano che l'azione divina penetra sempre più nell'anima di Enrichetta,
dilatandone la carità verso Dio e verso i fratelli, il fisico di lei si va
sempre più rattrappendo, fino ad inchiodarla nel letto del dolore, divenuto
altare d'immolazione dell'ultima offerta di sé come vittima dell'Amore
misericordioso.
Ora
lascio al lettore il compito di scoprire, nelle pagine che seguiranno, i singoli
risvolti di una vita straordinaria, nella quale in un modo unico e per molti
versi irrepetibile, amore di Dio e amore dell'uomo s'intrecciano, passando
addirittura attraverso l'esperienza felice dell'amore sponsale. Forse in questo
intrecciarsi misterioso si nasconde l'aspetto più avvincente dell'esperienza
mistica di Enrichetta Bianchi in Carollo.
E
non ci si meravigli se perfino le persone che convissero con Enrichetta e ne
possono tutt'oggi testimoniare la felice, armonica composizione tra amore di
Dio, amore sponsale e amore al prossimo, non riuscirono nemmeno loro a rendersi
perfettamente conto di come fosse possibile mettere insieme, giorno dopo giorno,
in mezzo a difficoltà d' ogni genere, questo meraviglioso connubio. D'altronde
la naturalezza con la quale le vicende familiari si svolgono è talmente
perfetta, da sembrare perfino ovvio ciò che oggi, a tanti anni di distanza,
appare per molti versi sbalorditivo. E come non può definirsi tale il mettere
insieme armonicamente amore di coppia e intromissione nell'ambito familiare di
persone estranee che convivono e realizzano giorno per giorno una diversa e più
vasta unità spirituale?
Spetterà
ad una biografia più estesa affrontare ed illustrare anche questi problemi. Per
ora sia sufficiente indicarli. Il Diario di Enrichetta e il Diario della figlia
spirituale che ha steso queste pagine, insieme alla ricchezza dell'epistolario
scritto dalla protagonista di questa avvincente esperienza mistica,
consentiranno di delineare con ancora maggiore evidenza le singole fasi,
attraverso le quali l'amore di Enrichetta Bianchi Carollo è andato via via
esprimendo la sua totale donazione a Dio e ai fratelli.
Le
pagine che seguono, redatte con semplicità ma sostenute da una inconfondibile
ammirazione, potranno farci intravvedere le meraviglie che l'azione divina è
andata progressivamente realizzando nel cuore di una giovane che, orfana ancor
bimba di madre, riuscì a riscoprire nella maternità verginale di Maria
l'ideale di una donazione del cuore, espresso nell'umile denominazione di «Piccola
Mamma».
A
noi, ora, seguire passo passo lo svilupparsi dell'azione divina, cercando di
capire come riesca l'amore di Dio ad avvincere il cuore, superando qualsiasi
suggestione, riuscendo ad attecchire anche là, dove l'umiliazione del dolore e
l'impotenza fisica parrebbero costituire terreni impossibili. Ma «niente è
impossibile a Dio»" e queste pagine largamente lo mostrano.
Roma,
10 giugno 1994.
P.
Tito M. Sartori O.S.M.
Molti
lettori conoscono Enrichetta Bianchi Carollo, la Piccola Mamma, attraverso i
volumetti editi negli anni scorsi, e si sono incontrati soprattutto col pensiero
e la spiritualità che emerge dai suoi Scritti.
E’
dunque necessario a questo punto presentare una prima biografia, che metta a
contatto il lettore con i fatti della lunga vita della Piccola Mamma, dal suo
sorgere fino al tramonto.
Si
è cercato di evitare i commenti, per non prevenire il giudizio della santa
Chiesa, e di descrivere soltanto, seguendo un filo cronologico, circostanze,
opere, avvenimenti, fatti, e di corredarli con una seria documentazione.
È
da sottolineare che i testi originali, tolti dagli Scritti, sono riportati con
rigorosa fedeltà, non solo per quanto riguarda il contenuto, ma anche la forma,
benchè quest'ultima, nella sua espressione grammaticale ed ortografica, lasci a
desiderare.
Volumi
ben più capaci di questo sarebbero necessari per esporre quanto Enrichetta ha
detto, compiuto e scritto, ma, dando tempo al tempo, si arriverà anche a questo
traguardo.
L'importante
è che le anime, accostandosi a queste pagine con cuore libero, si sentano
impegnate ad intraprendere un deciso cammino di perfezione a cui Dio chiama ogni
battezzato.
È
questo l'augurio che formuliamo agli affezionati lettori, unendoci costantemente
alla loro preghiera, sofferenza ed offerta spirituale. Voglia il Signore, alla
cui gloria indirizziamo questo semplice lavoro, benedire tutti e ciascuno, per
mezzo di Maria, figlia del Padre, madre del Figlio e sposa dello Spirito Santo.
Mattarello
(Trento), 5 agosto 1994.
È
opportuno, dopo la breve Prefazione, fissare alcune note aggiuntive e offrire al
lettore alcune delucidazioni, per far comprendere meglio il testo biografico,
soprattutto per quanto riguarda le fonti a cui si è attinto per redigere il «lavoro»,
e le motivazioni, che hanno spinto Enrichetta Bianchi Carollo, a scrivere i «diari»,
di cui provvidenzialmente siamo in possesso.
L'inquadratura
storica riesce così più agevole e risulta più chiara la serietà e la
precisione con cui sono stati documentati i vari passi della biografia.
Le
fonti, che hanno alimentato la stesura della vita di Enrichetta nei suoi aspetti
essenziali, provengono da due scaturigini principali: gli Scritti della Piccola
Mamma e i Diari di una sua figlia spirituale.
Inoltre
vi si trovano fatti e circostanze da lei raccontati alle sue figlie spirituali,
nonché numerose testimonianze di persone che l'hanno conosciuta.
Gli
Scritti, conservati nell'archivio della Casa della Piccola Opera del Divino
Amore, comprendono 13 (tredici) quaderni di uno spessore che varia dal grosso,
al sottile, al normale, uno dei quali si presenta sotto forma di calendario,
scritto sulla parte bianca. Vi sono altri brevi scritti su fogli staccati o
piccoli notes. Il tutto copre un arco di tempo che va praticamente dal 1937 al
1976, con qualche nota del 1977 e con interruzioni più o meno lunghe.
Negli
Scritti, che si riferiscono agli anni 1937 - 1942, troviamo, accanto alle note
personali, numerose trascrizioni di consigli e pensieri di anime sante,
soprattutto della serva di Dio suor Benigna Consolata Ferrero, poi di san
Salvatore da Horta e suor Camilla Chiara del Divino Amore e qualche cenno alla
beata Elisabetta della Santissima Trinità.
A
questo punto diciamo, dato che il discorso ce lo mette sulla bocca e sulla
penna, che non erano solo quelle accennate or ora le Anime a cui si ispirava
Enrichetta. Noi sappiamo che altre sorgenti genuine di spiritualità
alimentavano, non si può definire in quale misura, il suo spirito, come santa
Teresa d'Avila, san Giovanni della Croce, san Francesco di Sales, santa Gemma
Galgani e soprattutto santa Teresa di Gesù Bambino, nella sua piccola via di
confidenza e abbandono, come si spiegherà meglio in seguito.
Ma
quando, specialmente dal 1948 in poi, l'Aquila divina scese su di lei e ne fece
la sua preda, la devozione a questi Santi, pur restando nel cuore, lasciò il
posto totalmente a Dio, che tutta la infuocò e la consumò sulla Croce.
Riprendendo,
dopo questo inciso, il discorso sugli Scritti della Piccola Mamma, affermiamo
che per redigere la seguente biografia non si è fatto ricorso all'epistolario
che in minima parte, nell'ultimo capitolo, essendo, come ognuno capisce, un
settore ancora delicato da sviscerare.
Il
secondo filone, che ha guidato ed assicurato la storicità dei fatti e delle
parole, è la raccolta dei diari di una sua figlia spirituale, i quali constano
di sei quaderni, comprese grosse agende, che vanno dal 1955 al 1977, con varie
note porteriori. Sono stati scritti nella convinzione che non si poteva lasciar
perdere un tesoro così ricco e prezioso di insegnamenti e di fatti, utili in
futuro per la comunità e per quanti - se ne aveva sentore - avrebbero redatto
la sua biografia.
Passiamo
ora a un'altra annotazione. Ci viene chiesto qual'è stata la motivazione, che
ha spinto Enrichetta Bianchi a iniziare e continuare la stesura dei suoi diari.
Siamo in grado di rispondere in modo esauriente.
I
suoi Scritti iniziano con queste parole: Mi sento spinta, o Gesù mio, a
scrivere qualche cosa della tua immensa bontà e della pace e gioia che dai a
quelli che cercano di servirti, ed amarti, mi sento attratta a Te, o Gesù mio,
mi sembra di essere in una prigione in questo mondo finché non sarò libera di
venire a Te, Gesù mio!
Queste
parole si leggono su un foglio staccato, stilato il 20-5-1930, mentre si trovava
ancora all'Oratorio del Duomo, e non ci si spiega come manchino poi quaderni
scritti da lei fino al 1937. Il diario, che si riferisce appunto a questa data
porta la seguente introduzione: Piccolo diario e pensieri a Gesù buono,
cominciato l'anno 1937 - decimo di mia malattia, ricchi questi anni di grazie e
benedizioni celesti, perché ricchi di tanta sofferenza, e dolore, e in questi,
ci avviciniamo sempre più a Gesù.
In
seguito, specialmente dal 1948 in poi, si capisce chiaro, leggendo i suoi
quaderni, che è lo stesso divin Maestro che le rivolge l'invito di scrivere,
come, ad esempio, il 29 marzo 1948, dove si legge: Scrivi, mia amatissima figlia
...
Lei
stessa lo afferma, quando nel gennaio 1948 scrive
Ore
24 sera tardi quando andai a letto, perché rimasi a scrivere del mio dolce Gesù
l'obbedienza sua; e Gesù ... «Non temere, mia piccola sposa, che queste ore
che lavori per la mia gloria, te le pago con tanta generosità.»
E,
se ancora può servire, portiamo un'altra chiarificazione, dell' 11 febbraio
1950, un passo dove Enrichetta scrive un messaggio di Maria Santissima ai
sacerdoti; lei si firma col nome che le ha dato Gesù: La piccola segretaria di
Gesù e Mamma!!! Infatti così si era espresso Gesù il 29 aprile 1948: ...« a
Roma c'è la privilegiata della cara Mamma a Trento Città del Concilio c'è la
mia piccola segretaria.»
Messo
in chiaro l'argomento sulla motivazione degli Scritti, aggiungiamo, anche se ne
abbiamo appena accennato e se ne parlerà ancora, che Enrichetta spendeva gran
parte della notte a scrivere, sia per adempiere al dovere della corrispondenza
epistolare, come per fissare sulla carta quanto troviamo nei suoi Scritti.
A
parte i «dettati», che seguivano la prassi normale della contemporaneità,
possiamo arguire che Enrichetta scriveva, generalmente, i messaggi, le consegne,
i pensieri immediatamente su foglietti e poi li trascriveva a tempo libero,
soprattutto di notte. E siccome aveva buona capacità di memorizzare, non è
escluso che certe cose le abbia ritenute e poi scritte. A conferma di ciò,
siamo in grado di affermare che le cose soprannaturali rimanevano tanto impresse
nella sua mente, da non dimenticarle mai e di ripeterle esatte a distanza di
anni e decenni, proprio come si trovano nei suoi Scritti.
Concludiamo
così le note introduttive del testo, rinnovando ai lettori l'augurio formulato
nella Prefazione, assicurando a ciascuno la nostra preghiera ed offerta
spirituale, perché il seme gettato, con l'aiuto di Dio, fruttifichi a sua
gloria e lode.
Mattarello,
10 agosto 1993.
I
La
culla
Chi
sale dalla stazione di Mori (Trento) e percorre lo stradone che porta alla
borgata omonima, incontra, ad un certo punto, una strada che svolta a destra,
imboccando subito un gruppo di case allineate su un poggio che domina la valle:
è Ravazzone di Mori.
Il piccolo villaggio conta ora 270 abitanti circa, dediti la maggior parte all'agricoltura, che produce in abbondanza uva, frutta, ortaggi. La popolazione è buona e ospitale, aperta ed espansiva. La domenica si riunisce nella chiesetta, dedicata a s. Bernardino da Siena, col grande quadro della Madonna del Rosario, per partecipare alla s. Messa, benché i fedeli facciano capo alla parrocchia arcipretale di Mori.
In
questo paesino, il 20 ottobre 1898, nasce Enrica Bianchi, figlia di Eugenio e
Maria Peroni, comunemente chiamata Enrichetta. In famiglia l'hanno preceduta due
fratelli: Anna e Luigi.
La
casa natale è stata ristrutturata, tuttavia si può ancora vedere l'ubicazione
della stanza ove nacque, il cortile e altri particolari.
Viene
battezzata al più presto e cresce felice nella sua famiglia, calda d'affetto
e di fede, fino a quando muore la mamma, lasciando il marito con tre figli
orfani e segnando la tenera esistenza di Enrichetta con un dolore profondo ed un
vuoto incolmabile.
Il
2 luglio 1958, quando la Piccola Mamma può ancora permettersi qualche breve
viaggio di carità, ben appoggiata in macchina, e portata a due per le scale,
andiamo a trovare i suoi parenti.
Giunti
a Ravazzone, lei ci parla del luogo e dei primi nostalgici ricordi della sua
infanzia. Vuole fermarsi nella chiesetta del paese, curata tuttora dai suoi
cugini, ed in seguito sostare all'arcipretale di Mori, per mostrarci il fonte
battesimale, dove era diventata figlia di Dio e membro vivo della Chiesa.
Chi
era con lei, ripensando a quella circostanza, collegandola con altre sue
espressioni, più volte ha compreso quale incidenza abbia avuto il Battesimo
nella vita cristiana di Enrichetta.
Dopo
la morte della moglie, Eugenio Bianchi, trovandosi solo coi tre figlioletti,
affida la minore, Enrica, alla famiglia Pola del paese, che ha cura della
bambina fino all'età di sette anni e cioè fino al trasferimento della famiglia
Bianchi a Riva.
Di
questa famiglia ospitale la Piccola Mamma serberà sempre un ottimo ricordo.
II
I
genitori
Maria
Peroni, nativa di Tragno, comune di Crosano di Brentonico (Trento), è una donna
di fede incrollabile e di grande pietà, virtù che trasmette, accanto
all'affetto materno, alla figlia Enrichetta.
Il
Signore, che prepara i suoi nel crogiolo del dolore, segna con la croce ancora i
primi anni della loro esistenza; infatti, il 21 giugno 1901, muore la mamma, ed
Enrichetta porterà per tutta la vita il ricordo nostalgico di lei.
Un
giorno, parlando di questo argomento alle sue figlie spirituali, manifesta il
desiderio di andar presto in Paradiso, anche per vedere la sua mamma ...
Non
vedo l'ora - soggiunge - era tanto buona! Non l'ho conosciuta in terra, ma Gesù
me la farà vedere in Cielo.
Tiene
poi con cura gelosa il grosso libro della "Filotea", usato dalla sua
mamma per pregare e servire meglio il Signore. Si riporta l'intestazione
autografa a detto libro di devozione.
Su
un quadernino dalla copertina nera, tipo notes, con un ovale rappresentante
l'immagine della Madonna Ausiliatrice, staccato dagli altri Scritti, si trovano
varie notizie, che ci interessano molto.
Fra
il resto, si trova questo appunto riguardante la mamma: Ai 21 giugno 1901 Gesù
chiamò in mezzo a tanto dolore la mia cara, buona e venerata Mamma che sempre
ricordo sebbene non ebbi la fortuna di conoscere perché piccolina, e la amo
tanto.
Gesù
da la pace la gioia che non ebbe in terra concedi come spero che sia vicino a Te
o Gesù mio e preghi per tutti i suoi cari.
Eugenio
Bianchi è conosciuto ai suoi tempi e nel ricordo dei posteri come un uomo tutto
d'un pezzo, pieno di fede, forte, retto, tenace; educatore instancabile dei suoi
figli, specialmente dopo la morte della moglie Maria.
La
Piccola Mamma lo chiamerà, parlandone alle figlie spirituali, «predicatore» e
tale si mantenne fino alla morte.
Il
cappellano e le suore dell'ospedale, dove viene ricoverato e muore, sono
concordi nell'affermare che fra i malati fa più del bene lui che non loro, col
suo comportamento e con la parola franca, ricca di fede genuina.
L'anziana,
ma arzilla e ardita signora Giacomina Sandrinelli di Ravazzone, che abbiamo
intervistato, ricorda Eugenio Bianchi che faceva udire sulla strada la sua voce
sonora, quando, dopo il trasferimento della famiglia a Riva, veniva sovente al
paese natio per gli impegni del suo lavoro.
A
Riva egli passa a seconde nozze e allora vuole con sè i suoi tre figli e così
richiama Enrichetta dall'orfanotrofio ove si trova, come si spiegherà meglio più
avanti.
Si
sa che fa rigar dritto i suoi figli; è affettuoso, ma severo, forse un po'
troppo rigido per la nostra mentalità. Ed è intransigente soprattutto nel
campo spirituale.
La
Piccola Mamma racconterà a proposito qualche episodio, che è utile
riportare:
La
piccola Enrica, lei cioè, deve alzarsi prestissimo per andare alla santa Messa.
Un giorno ha tanto sonno e piange, perché preferirebbe dormire.
Il
papà chiede cos'ha da piangere la bambina e, saputo il motivo, la prende e la
carica di sculaccioni con le sue mani capaci: è infatti un uomo alto e forte.
Commentando
il fatto, la Piccola Mamma concluderà dicendo: Quel momento soffèrsi, ma ora
ringrazio il mio caro babbo di avermi educata con fortezza.
Molti
conoscono la giaculatoria: «Sia fatta, lodata e in eterno esaltata la
santissima, giustissima, amabilissima Volontà di Dio, in tutte le cose».
Ebbene, papà Eugenio è un pedagogo meraviglioso nel farla ripetere ai
figlioletti e la Piccola Mamma, ricordando queste cose alle sue figlie
spirituali, scandirà le parole della giaculatoria, assumendo la serietà
dell'atteggiamento paterno, e ne imiterà la voce, aggiungendo che, se l'uno o
l'altro dei figli sbagliava una parola, gliela faceva ripetere, accompagnando
con la sua voce grave e sicura quella incerta dei bimbi.
«Vita
breve, morte certa. Del morire l'ora è incerta» ... con quanto segue, è pure
una preghiera, che accanto alle altre, egli fa recitare ogni giorno ai suoi
figli.
Così,
tra esortazioni, preghiera e dottrina, tiene ben accesa in famiglia la fiamma
della fede e del buon costume. Eugenio Bianchi morirà come visse.
Sullo
stesso notes di cui s'è parlato, la Piccola Mamma scriverà a modo di diario
queste brevi righe sulla morte del papà: Ai 9 novembre 1935 Gesù chiamò a Se
l'anima buona, retta del mio caro Papà. Tu Papà che vedi tutti i nostri dolori
ottienici aiuto conforto, e la grazia a tutti noi di raggiungerti in Cielo.
Avvisata
della gravità della malattia e della fine imminente del papà, Enrichetta
attende che lo sposo, signor Giovanni, termini il servizio serale in Duomo - è
sempre lei che racconta - poi partono subito alla volta dell'ospedale.
A
notte tarda l'infermo è giunto alla fine, ed Enrichetta, che lo assiste da
qualche ora, prega la suora infermiera di chiamare il sacerdote.
Al
che l'infermiera risponde: «È tanto tardi, ho riguardo a svegliarlo, guardi
che suo papà è pronto, ha ricevuto i sacramenti e tutti i conforti religiosi».
Di
fronte però all'insistenza della figlia, che vuole il sacerdote accanto al
morente, va a chiamarlo.
Morto
il padre, Enrichetta chiede scusa al cappellano dell'ospedale per averlo
disturbato a quell'ora e ne adduce la motivazione.
Il
cappellano la ferma dicendo: «La ringrazio invece. Avrei avuto dispiacere se
fosse morto senza la mia presenza, perché, signora, Lei non sa il bene che ha
fatto suo padre in questo ospedale».
III
Infanzia
e fanciullezza
Enrichetta
ha circa tre anni, quando le muore la mamma.
Ognuno
può intuire il suo dolore, quello dei fratelli e di papà Eugenio, trovandosi
in famiglia privi della presenza affettuosa, pia ed energica della mamma, che è
sempre il sole ed il conforto della casa.
La
piccola Enrica viene accolta, come si è detto, dai signori Pola al paese natio,
che la tengono come una loro figlia.
Ma sentiamo ora dal suo diario come descrive in brevi righe la sua infanzia e fanciullezza: Un mio primo ricordo quando mi trovavo presso quella buona famiglia ottima di Ravazzone di Mori e rimasi fino all'età di 7 anni essendo andata in Cielo la mia buona e venerata mamma nel 1921 - 21 giugno e io avevo l'età di tre anni, la famiglia era buona, Ottima dove mi trovavo fino ai 7 anni dove a quest'età mi misero all'Orfanotrofio di Mori, piansi tanto nell'entrare perché amavo molto la mia buona mamma come la chiamavo ma piansi pure nell'uscire da questo essendosi sposato nuovamente il mio papà e prese con se tutti tre i suoi figli rimasi solo un anno in detto Orfanotrofio e ricevetti in questo la S. Comunione e la S. Cresima,
Dai
8 anni 1906 fino al 1914 10 giugno rimasi a Riva ed intorni di Riva un po' con
la famiglia, un pò a servizio, ne passai solo quanto il buon Dio può sapere,
ma unita a Gesù fui sempre forte e serena in qualunque prova.
Aggiungiamo
a questo punto qualche episodio, che potrà far piacere ai lettori.
Parlando
della sua vita alle sue figlie spirituali, le «piccole», come le ha sempre
chiamate lei, raccontava di non essere mai stata capace di giocare come facevano
le sue coetanee, ma nella pausa, ad esempio, delle lezioni, si raccoglieva
tutta sola a pregare presso un capitello del cortile.
La
nostra scolaretta non è neppure capace di far capannello e mettersi a
chiaccherare con le compagne.
Come
mai? Ci si chiede. Sappiamo che anche bambini santi giocavano volentieri. La
risposta si dà con le affermazioni stesse della Piccola Mamma: non era per
sostenutezza e scontrosità, ma solo perché nel cuore aveva tanto dolore e
soprattutto perché si sentiva attratta verso il Signore.
Anche
dopo l'uscita dall'orfanotrofio mantiene il suo atteggiamento raccolto e
riservato.
Frequenta
la scuola con ottimi risultati, senza poter frequentare tuttavia l'intero corso
delle elementari, per motivi ed esigenze di famiglia.
Al
termine delle lezioni si dirige svelta verso casa; le amichette preferirebbero
trattenerla un po' con loro, ma non potendolo fare, le gridano dietro battendo
le mani: «Bianchi, Bianchini, la dorme tra i cosini!»"
E
lei saluta sorridendo e riprende veloce la strada. Si sa pure che Enrichetta ha
la passione - mai potuta realizzare - d'insegnare.
Da
fanciulla la esplica come può: nei ritagli di tempo libero si siede sulla
scala di casa con una bacchettina in mano e fa scuola ai gradini, esortandoli
così: State attenti! State zitti!
Mai
naturalmente, ci furono scolari più obbedienti e silenziosi a tali ordini.
Dopo
il racconto di tali fatti, la Piccola Mamma concludeva sorridendo: Come mi
piacerebbe vedere ancora quella scala!
Accanto
a questi solitari, innocenti trastulli, Enrichetta trascorre le ore della
giornata accudendo alle faccende domestiche, recandosi a lavare alla fontana,
anche durante i rigori invernali, preparandosi in tal modo ad andare «in
servizio», prima a Riva e poi a Trento, come si vedrà in seguito.
Dio
forma sempre i suoi eletti attraverso la sofferenza, e chi è vissuto con la
Piccola Mamma sa, nonostante la sua grande riservatezza, quanto lei abbia
sofferto anche in questo primo periodo della sua vita.
IV
Una
data determinante
Dio
ha una chiamata per ogni persona per attirarla a Sé. Se l'anima vi risponde,
Egli continua il lavoro della grazia, fino a portare la creatura, in proporzione
della sua corrispondenza, alle vette della santità. Così è per la giovane
Enrichetta.
La
chiamata di cui si parla ora, è un intervento diretto da parte di Dio, oppure
una forte ispirazione interna, lo Spirito Santo?
A
questa domanda non sappiamo rispondere, né sappiamo se precedentemente ella
abbia avuto rapporti straordinari con Dio.
Sta
di fatto che la data del 10 giugno 1914 segna per lei l'inizio d'un cammino, che
non sarà mai più arrestato e la porterà di luce in luce e di grazia in grazia
verso il Signore.
Nell'aprile
1942, su dei fogli e poi su un quaderno che raccoglie i momenti più salienti e
determinanti della sua vita, lei stessa descrive questo fatto, che riproduciamo
integralmente.
Nel 1914 sentii forte, tanto forte la voce interna che mi chiamava di salire in alto verso il buon Dio, non era più tempo di essere bambina, ma sola, e abbandonata in mano della Provvidenza partii il 10 giugno 1914 la mattina per tempo e mi trovavo in servizio presso un'ottima famiglia Sign. Pizzini vicina alla Chiesa Maggiore, e sola invocando sulla lunga via che conduce da Riva a Trento invocavo con singulti e preghiere la mia venerata mamma che dal Cielo interceda e protegga la piccola che segue la voce di Gesù senza sapere ne dove ne come, ne cosa vorrà il buon Dio; la mia meta era in alto vicina al buon Dio e sola staccata da tutti.
Arrivai
in Città Trento la sera verso le 8 vigilia del Corpus Domini ed in ogni Chiesa
che passai andavo a trovare il mio Gesù!
Ho
quanto amo Gesù! Mi sostenne in ogni prova, mi diede l'aiuto così grande che
sembrava d'avvero ora pensando che il buon Dio ne fosse contento del fiat della
sua piccola che ignara, e non sapendo ne dove ne come, risposi solo: Gesù
vengo, Gesù buono aveva i suoi disegni sopra la sua piccola, e mi volle
staccata da tutti.
O
Gesù mio perdono di tutte le mancanze che posso aver commesso, abbi pietà,
pietà di questa tua creatura, e converti le mie angoscie, e i miei dolori, le
mie mancanze in tante perle preziose, e dona aiuto, e grazie ai poveri
peccatori.''
Veramente
le vie di Dio sono infinite e misteriose. Noi siamo troppo piccoli per capirle,
anche perché spesso divergono dai nostri programmi e dalla nostra mentalità (cfr.
Is. 55, 8-9). Alla fine però si scopre da quale mano di Padre siamo stati
condotti.
Si
aggiunge ora qualche altra notizia riguardante questa circostanza, sentita
raccontare da lei stessa.
Arrivata
nel pomeriggio vicino a Mattarello, incontra un uomo che conduce la bicicletta
con un piccolo carico. Enrichetta gli chiede quanta strada ci sia per arrivare a
Trento; lei intende infatti pernottare in città.
«Aspettami
- risponde l'interlocutore - porto questa roba in quella casa e poi ti
accompagno io. Poréta ti se no te me speti ...» (poveretta te se non mi
aspetti! ... ).
L'anima
delicata della giovane, a queste parole, è presa da tale timore, che
zoppicando, data la grande stanchezza, corre fino alla chiesa del paese e vi
rimane per circa due ore.
Supposto
poi che il presunto pericolo sia passato, si dirige verso Trento.
Sosta
in Duomo, partecipando alla funzione della «Tredicina di S. Antonio di Padova»,
all'altare del Santo, situato di fronte a quello dell'Addolorata. Una signora,
sentendo che la giovane Enrichetta cercava alloggio per la notte, le offre
ospitalità.
Quando
Enrichetta entra nella stanza assegnatale, vede con stupore appesa alla parete
la fotografia di un sacerdote, che individua subito per il cooperatore di
Mattarello, da lei incontrato quella sera nella chiesa del paese.
Esprime
la sua meraviglia alla buona signora, la quale risponde sorridendo: «Sì, è
mio figlio, che si trova in cura d'anime a Mattarello, e questa è la sua stanza».
Il
suo nome è don Benedetto Pedrotti.
L'indomani
Enrichetta, ristorata e riposata, riprende la strada verso il santuario di Pinè.
Arrivata
a Montagnaga, cerca ospitalità alle prime case del paese e viene accolta dalla
famiglia di Enrichetta Moser, la quale sposerà in seguito Luigi Zanei «el
Gigio de Piné», con abitazione nel maso sottostante la «Comparsa», in una
ridente località tra prati e campagne, che si vede benissimo, salendo da
Montagnaga verso il «monumento al Redentore». Da quel giorno fra la giovane
Bianchi e la «Richeta de Piné» (Enrichetta Moser), si instaurerà
un'amicizia, che continuerà tra le rispettive famiglie Carollo e Zanei.
In
seguito, Enrichetta e Giovanni Carollo, suo consorte, saranno padrini di
Battesimo dei figli Lina e Giovanni Zanei, gesto questo di affettuosa
riconoscenza verso quella famiglia sempre buona e generosa.
Quando
Lina frequenterà a Trento il corso di taglio presso le suore di Maria Bambina,
sarà ospitata con grande gioia al Castelletto del Duomo, allora abitazione del
sacrestano Giovanni Carollo.
Dopo
il matrimonio di Lina, Enrichetta continuerà a seguirla, tenendo anche a
battesimo la primogenita Maria Assunta, ed allestirà per l'occasione una
piccola festa di famiglia, a cui parteciperà pure il sacerdote ministrante,
monsignor Modesto Revolti, arciprete del Duomo.
Rimarrà
poi particolarmente vicina a Lina nel grave lutto per la morte del marito Luigi
Leonardelli, schiantato da un tronco d'albero nel bosco, dove stava tagliando la
legna.
Abbiamo
così riportato delle notizie indicative, anche se frammentarie. Se poi il
lettore vuol saperne di più, vada a Montagnaga di Piné dalla signora Lina
Zanei ved. Leonardelli, la quale è sempre lieta quando può parlare della sua
«gudaza» o «santola», come chiama lei in dialetto la Piccola Mamma, cioè
madrina.
Noi
invece, dopo questa digressione, dobbiamo continuare, con l'adolescente
Enrichetta, la via del ritorno, dopo la pausa spirituale d'incontro col Signore
a Piné. A Trento fa ancora una sosta nella casa di don Benedetto, per
riprendere poi, come è ovvio pensare, più riposata, la strada verso la dimora
di Riva, da cui era partita senza denaro, con la sola Filotea della mamma.
V
Giovinezza:
in servizio a Trento e infermiera a Rovereto
Come
un fiore, turgido di rugiada, schiude i suoi petali alla luce e a1 calore del
sole, così l'animo giovanile di Enrichetta, irrorato dalla rugiada della
sofferenza, si affida al Sole divino, che la inonderà coi suoi raggi benèfici,
traendone bellezza e profumo interiore.
Si
lascia guidare da Lui, che, attraverso vie imprevedibili, la porterà alla
realizzazione del piano divino su di lei.
Dopo
aver prestato servizio a Riva, come si è visto in precedenza, la giovane
Enrichetta passa a Trento, presso la famiglia Corsini, che abita vicino a Santa
Maria Maggiore, nella casa situata tra via delle Orfane e la piazzetta Lainez.
La casa è attualmente in ristrutturazione, e ci si deve accontentare, per capire l'ubicazione della stanza della domestica Bianchi, di uno schizzo tracciato sotto indicazione della signora Antonietta Luchi, la cui abitazione era allora proprio attigua a quella dei coniugi Corsini. La stessa signora Antonietta Luchi pone questa testimonianza: lo nacqui nel 1916 e mio padre Aldo era già internato. La mia mamma era sola con un bambino di due anni e con me appena nata. Enrica Bianchi si trovava allora in servizio presso la famiglia Corsini, il cui padre era impiegato-capo alla ragioneria delle poste. La moglie, signora Margherita, nata de Tisi, era buona e voleva bene alla giovane domestica.
Dato
poi che noi abitavamo nella casa a fianco, la lasciava venire spesso a farci
compagnia e così mi teneva sulle sue ginocchia. Alludendo a questo fatto, mi
diceva spesso la Piccola Mamma, quando andavo a trovarla: Ricordati che ti ho
tenuta sulle ginocchia quand'eri piccolina. Non puoi dimenticarmi neppure se
vuoi, perché ti porto nel cuore.
La
mia famiglia ha sempre tenuto relazione con Enrichetta Bianchi, e lei, dal canto
suo, mai dimenticò le attenzioni dei miei genitori.» Nella foto che segue, ad
esempio, Enrica indossa proprio la camicetta e la catenina prestatale per
l'occasione dalla mia mamma. Avevo quattro anni quando lei lasciò la famiglia
Corsini, per andare a Rovereto.
Come
già dissi, ho sempre tenuto con lei un legame di amicizia. Fra i tanti episodi
che confermano questo fatto, ne riporto solo uno: alla nascita del mio
primogenito, Federico, per esprimere il suo riconoscente affetto, mi regalò un
completino azzurro di lana, da lei confezionato; era infatti abilissima in
lavori di maglia, cucito e ricamo, finché la salute glielo permise».
Ed
ora ritorniamo sui nostri passi, seguendo le vicende relative a Enrichetta.
Gli
anni dal 1915 al 1918 sono duri per l'Italia e più ancora per le nostre
popolazioni, situate in zona di confine: infierisce infatti la prima guerra
mondiale, che miete più vittime per la fame e la «spagnola» di quante non ne
muoiono al fronte, pur tanto numerose.
Soffre
anche Enrichetta di tale situazione: contrae la terribile epidemia e patisce la
fame.
Lei
stessa, raccontando i fatti tristi di quel periodo, dirà alle sue figlie
d'anima che un giorno cadde svenuta per l'estrema debolezza, causata dalla
mancanza di cibo.
E
non era certo la sola, se si pensa che i prigionieri russi andavano perfino
negli immondezzai a cercare qualcosa da mettere sotto i denti o nei campi per
trovare un torsolo di cavolo o simili residui.
Finalmente
anche la guerra finisce, quel conflitto che la Piccola Mamma ricorderà nelle
varie fasi e momenti tragici o decisivi.
Ella
rimane ancora due anni circa presso la famiglia Corsini e poi, come si è
accennato, passa a Rovereto, in ospedale.
Nel
prossimo capitolo si parlerà delle vicende di questa permanenza a Rovereto.
Qui
ricordiamo solo come la passione per i malati non abbandonerà mai Enrichetta, e
in quell'ambiente la esplicherà a suo agio, sia nel lavoro come nell'assistenza
ai degenti.
La
superiora delle suore dell'ospedale, suor Giulia Cristofoletti, le vuole bene
per la sua obbedienza e sollecitudine, ma le colleghe che prestano il medesimo
servizio ne sono invidiose e chiedono alla superiora come mai abbia sempre sulla
bocca la Bianchi.
Per
tutta risposta dice loro: «Fate anche voi come lei».
In
seguito si saprà anche di più. Infatti un giorno arriva al Castelletto del
Duomo di Trento, dove abita la Piccola Mamma, una di quelle infermiere di cui si
è parlato, a chiederle scusa.
«Sono
venuta - dice - a chiederti perdono del male che ti ho fatto e che abbiamo
cercato di farti presso la superiora dell'ospedale».
La
Piccola Mamma non solo concede a piene mai il suo perdono, ma le dà la sua
benevolenza da estendere anche alle altre infermiere coinvolte nella medesima
colpa.
Suor
Giulia, nell'ultimo periodo della vita, viene trasferita all'ospedale di Santa
Chiara a Trento, situato allora in via Tre Novembre. Ammalatasi poi
gravemente, chiede di poter vedere Enrichetta: Il desiderio è reciproco. Così
viene fissato l'appuntamento, una sera, poco prima della sua morte, avvenuta il
16-1-1966.
In
pochi minuti con la macchina si raggiunge la casa delle suore, attigua
all'ospedale, e la Piccola Mamma, un po' portata a braccia, un po' sostenuta
dalle sue figlie spirituali, arriva alla porta della stanza di suor Giulia.
In
un batter d'occhio la notizia passa di bocca in bocca e sbucano suore da ogni
parte del corridoio per vedere questo straordinario incontro.
Suor
Giulia giace in un bianco letto ed ha una mano segnata da grandi macchie scure.
Dopo
un intimo colloquio, si lasciano, e suor Giulia dice: «Per me questa visita è
stata come un raggio di sole».
Abbiamo chiesto a suor ER dell'Istituto Maria Bambina di Trento la data di morte di suor Giulia, da lei assistita per ben due anni e, dopo averci informate, aggiunse che ricordava benissimo quell'incontro e come la Piccola Mamma veniva portata nella salita delle scale con una sedia. Confermò pure quanto abbiamo detto e cioè come suor Giulia amasse Enrichetta, ricordando con stima ed affetto la sua presenza cristianamente esemplare d'infermiera a Rovereto.
VI
Sposalizio
Avvenimenti vari
All'Oratorio
del Duomo
Inizio
della malattia
All'ospedale
di Rovereto, Enrichetta conosce Giovanni Carollo di Calliano (Trento), giovane
che veniva a trovare la mamma, ivi ricoverata per malattia.
È
lecito pensare che un'infermiera qual'era la Bianchi, seria, premurosa,
servizievole, abbia colpito il giovane Carollo. Egli infatti le manifesta la sua
intenzione di sposarla.
Sappiamo
che lei avrebbe voluto farsi religiosa, per essere tutta di Dio, come anelava il
suo cuore, ma non avendo potuto realizzare tale scopo e comprendendo ormai la
Volontà del Signore a suo riguardo, finisce con l'accettarla.
Lo
sposalizio si celebra nel Duomo di Trento, all'altare dell'Addolorata, il 21
aprile 1923.
Durante
il primo anno di matrimonio, i coniugi Carollo rimangono a Calliano nella casa
paterna. Cercano poi una sistemazione a Trento, aprendo un piccolo negozio in
città, che devono ben presto chiudere, perché, non avendo né l'uno, né
l'altra l'abilità del commercio, stanno andando «in malora», come si suol
dire in gergo trentino, cioè in fallimento.
Che
fare dunque? Oltre al resto, come si è saputo dopo la sua morte dalla stessa
signora A.L., Enrichetta ha in questo periodo grandi dolori che le fanno
soffrire il cuore e di cui non ha mai parlato, certamente per non mancare alla
carità verso le persone che ne erano state la causa più o meno volontaria.
E
noi, per il momento, dobbiamo imitare lo stesso silenzio, lasciando scritta ogni
cosa nel libro di Dio.
Che
fare - si diceva sopra - per sistemarsi?
Il
signor Giovanni ha una sorella sposata in Austria, la quale gestisce col marito
un albergo in una località sovrastante la città di Feldkirch. Gli sposi
Carollo si rivolgono a loro, e la signora Luigia in Gadner, col consorte,
accolgono il fratello e la cognata per una sistemazione, necessaria in quel
momento, anche se provvisoria e di transizione.
Giovanni
ed Enrichetta rimangono in Austria meno di un anno e cioè dal novembre 1924
all'ottobre 1925, e questo in grazia di una nuova, assicurata prospettiva di
lavoro a Trento.
Perché
occorre sapere che nel frattempo il signor Giovanni aveva inoltrato domanda per
un posto di sacrestano in Duomo a Trento, dato che il medesimo incarico lo aveva
svolto precedentemente a Calliano.
All'arrivo
della risposta di accettazione, è tale la gioia di Enrichetta, che cade
svenuta: la certezza di ritornare in patria e il sapere, come più volte lei
stessa esprimerà, che il marito avrebbe lavorato in una chiesa, a contatto con
Gesù Eucaristia, fanno perdere i sensi al suo fisico delicato.
Ringraziamo
il Signore di ogni cosa. Rimasi in famiglia del mio caro Sposo Giovanni fino al
maggio 1924 poi per affari di negozio ci fermammo in Città Trento fino novembre
1924 ed al 27 novembre fino all'Ottobre 1925 siamo andati a Feldchirch dove
abita la sorella del mio caro Giovanni.
Qui
finisce lo scritto autobiografico, relativo a questo periodo; e noi proseguiamo
un po', riferendo ulteriori notizie.
Arrivati
a Trento, al signor Giovanni viene affidato l'incarico di sacrestano del Duomo e
ad ambedue la mansione di custodire l'oratorio maschile, situato allora, come
adesso, in via Madruzzo.
Tale
compito è preso come una missione, che gli sposi Carollo svolgono con amore e
dedizione totale.
Molti
ex oratoriani, ora anziani o deceduti, hanno ricordato o ricordano Enrichetta
sempre accogliente verso i ragazzi, gli assistenti ed i sacerdoti, sollecita
nell'eseguire i suoi doveri ed attivissima nei lavori.
La
fotografia precedente rappresenta la Piccola Mamma negli ultimi decenni della
sua vita, con uno fra i più cari oratoriani, benemerito della Cattedrale ed
insignito delle decorazioni di Cavaliere di Malta e di altre benemerenze, Cesare
Ziglio.
Egli,
quando veniva in Duomo per presenziare ai pontificali o per dirigere le
processioni, non mancava mai di fare una visita alla Piccola Mamma con tanta
affettuosa gratitudine, gesto che ripeterà anche dopo il trasferimento della
Piccola Opera del Divino Amore a Mattarello.
Chi
ha vissuto con la Piccola Mamma sa quanti uomini sono passati ed hanno sostato
in casa Carollo, onorati di chiamarsi «vecchi oratoriani», partendo poi sempre
con qualche carica spirituale in più.
Avremo
modo di toccare ancora tale argomento, riportando un fatto, relativo ad
un'assistenza caritativa singolare, donata dalla famiglia Carollo, poco prima
del decesso del signor Giovanni, a delle persone conosciute all'Oratorio.
In
questo ambiente, l'Oratorio, dove svolge il suo compito con tanto amore,
Enrichetta si ammala.
Il
25 marzo 1927 segna l'inizio della manifestazione della malattia, data da lei
ricordata di anno in anno come un disegno di Dio a suo riguardo.
Enrichetta
ha 29 anni ed è nel pieno vigore delle sue forze e della sua attività.
Piange
per un anno intero, come ebbe poi ad esprimersi, non tanto per la prospettiva
del male, alle ossa (osteite) e al cuore, che dovrà sopportare, quanto perché
capisce che pian piano diventerà impotente al lavoro.
Ma
quest'angoscia interna si cambia via via in rassegnazione e perfino in gioia di
soffrire.
A
questo proposito si legge nel diario del 1976: ... fu nel primo mese della mia
malattia marzo 1927 che soffersi solo quanto il buon Dio sa, e fu l'inizio di un
lento martirio che dura da 49 anni, ma fu una lode, e ringraziamento continuo,
dopo il primo anno, che ebbi la grande gioia del Dolore, e rassegnazione dalla
dolcissima Mamma Celeste, e la Piccola S. Teresa del B. G. perche non potevo
rassegnarmi, perche ero troppo attaccata al lavoro e donazione alla Casa, e
potendo capire che lentamente verrò sempre meno per il lavoro era
un'angoscia!!!, ma nessuno si accorse del mio martirio!!!
Tale
data e circostanza, lei la chiama, come vedremo in seguito, «prima fase»,
prima tappa nella via dello spirito, nel cammino verso l'intimità divina.
La
prima pagina che apre i suoi Scritti porta la data del 20 maggio 1930, e già si
vede il lavoro fatto dal Signore nella sua anima, espresso in tre concetti, «atteggiamenti»
essenziali:
-
Parlare dell'immensa bontà di Gesù e della gioia e amore che dona a chi lo
.serve.
-
Sentirsi attratta verso di lui, nel desiderio di possederlo eternamente.
-
Impegnarsi a compiere la sua divina volontà in ogni cosa.
Ed
ora, prima di chiudere la trattazione di questo periodo, di cui non conosciamo
molte notizie, vogliamo riportare due fatti che parlano di bontà.
All'Oratorio,
Enrichetta tiene con sè una vecchia cugina del consorte, Domenica, chiamata
affettuosamente dai familiari con un diminutivo dialettale del nome: «Mincòta».
In seguito la Piccola Mamma mostrerà con compiacenza alle sue figlie d'anima la
seggiolina su cui si sedeva l'anziana cugina, conservata tuttora in casa della
Piccola Opera del Divino Amore.
Abitava
poi vicino all'Oratorio, con la mamma, mons. Oreste Rauzi, allora professore in
Seminario e più tardi vescovo ausiliare di Trento. Che fa Enrichetta?
Quando
la buona mamma è sola ed in faccende, va a trovarla ed aiutarla, nel silenzio e
nella carità, ma appena avverte l'arrivo del figlio sacerdote, torna lesta a
casa, perchè solo l'occhio di Dio deve scorgere le buone opere.
Con
questi pensieri, seguendo la parola e gli Scritti della Piccola Mamma, partiamo
dall'Oratorio, con la famiglia Carollo, per raggiungere insieme la nuova dimora
al Castelletto del Duomo.
VII
Dall'Oratorio
al Castelletto del Duomo
Chi
dalla piazza del Duomo osserva il complesso monumentale della Cattedrale vede,
tra la chiesa e il Palazzo Pretorio, emergere un edificio merlato affiancato
dall'esile campanile di S. Romedio: è appunto il Castelletto del Duomo.
Le
finestre, caratteristiche trifore, si affacciano alcune sulla piazza, altre su
via Garibaldi e altre su piazza d' Arogno.
Qui vi era un'abitazione, che fu data nel dicembre 1936 al sacrestano del Duomo, Giovanni Carollo, quando la consorte Enrichetta, impossibilitata dalla malattia di cui si è parlato, non era più in grado di accudire al lavoro dell'Oratorio.
Si
accedeva all'appartamento attraverso una lunga e stretta scala di pietra, che
partiva dal pianerottolo d'ingresso alle sacrestie e saliva fino a un piccolo
andito, quindi ad una grande sala, continuando poi per due rampe di scale di
legno, in cima alle quali c'era la porta dell'abitazione.
Chi
scrive rivede ancora sulla soglia la Piccola Mamma che accoglieva ed
accompagnava, spesso a braccia aperte, le persone. Così, dopo aver dato alcune
necessarie delucidazioni sull'ambiente, parliamo dei fatti più salienti della
vita di Enrichetta nella nuova dimora, enunciandoli prima per sommi capi.
È
significativo che il Signore, volendo affidarle la missione di preghiera e
immolazione per la Chiesa, l'abbia collocata anche in senso materiale, nel cuore
della Diocesi, in seno alla Cattedrale.
In
questo luogo diverrà la «piccola prigioniera di Gesù», riceverà doni
mistici elevati, qui Egli compirà il lavoro più intenso nella sua anima e porrà
le basi della Piccola Opera del Divino Amore, che in questo ambiente sorgerà ed
avrà i suoi primi sviluppi.
In
questo luogo Dio le affiderà un numero sempre crescente di anime sacerdotali,
religiose e di laici da seguire ed aiutare.
Qui
piangerà la morte di persone care e preparerà la cappella alla Madonna nel
locale centrale dell'appartamento.
La
sua presenza al Castelletto subirà un'interruzione durante la guerra, quando
andrà pellegrinando come «sfollata».
La
data e la motivazione di questo trasferimento dall'Oratorio al Castelletto viene
da lei segnata nei suoi Scritti ed accostata ad un richiamo spirituale. Dice:
Nel 1936 Gesù permise che venissi sempre più sofferente e dall'Oratorio Duomo,
venissi portata al Castelletto Duomo.
Dicembre
1936 con il mio carissimo Giovanni, e Nipote mia, perchè potessi seguire la Via
della Perfezione nell'Amore e nel Dolore, e richiamo di Dio nell'anima mia, e le
finezze di Amore di Gesù; e sentendo continui questi richiami alla santità,
avevo paura di sbagliare, e nel medesimo tempo non avevo Pace finchè non
parlavo. (Scritti 1936 - pag. 18)
Partendo
così da questi pensieri, inseriamo i tratti essenziali del cammino di
purificazione e di perfezione da lei compiuto in questa dimora.
S.
Agostino, dopo la sua conversione, guardando alla meta raggiunta da molte anime
nella via della santità, si domandava: «Se questi e quelle, perchè non io?»
E,
dopo aver percorso un cammino di purificazione, si librò sulle ali dell'amore
divino, tendendo a una santità eminente.
I
santi sono creature umane coi loro limiti e imperfezioni, divenuti poi con la
grazia di Dio e la loro fedeltà, «conformi all'immagine del Figlio suo»
(Romani 8,29).
Anche
Enrichetta, chiamata da Dio ad una particolare missione nella Chiesa e quindi
alla perfezione cristiana, scoprendo in se stessa mancanze e difetti, dovrà
lasciarsi purificare dal Signore e combattere da parte sua, per togliere quanto
a Dio dispiace.
Percorriamo
dunque questo cammino, seguendo le linee direttrici dei suoi Scritti, su questo
argomento.
Nella
prima pagina del «Piccolo diario», iniziato l'anno 1937, decimo della sua
malattia, così si esprime: O Gesù mio aiutami ... ad essere buona, umile, che
sia forte nelle contraddizioni, forte nei dolori fisici, e morali aiutami o Gesù
mio nell'annientamento di me stessa, abbi pietà e misericordia per i meriti
delle tue sante Piaghe.
È
il 15 giugno 1937.
Cinque
giorni dopo, il 20 giugno, scrive fra il resto:... Oggi resistetti alla Grazia
di Gesù che continuamente mi invitava alla calma, e perchè possa èssere forte
nel silenzio; Perdono o Gesù mio.
Simili
espressioni s'incontrano nel diario per varie pagine, con un crescendo di
dolore, amore e fiducia; dopo ogni mancanza o imperfezione infatti lei si
rialza, corre da Gesù per farsi perdonare e purificare.
Non
aveva Egli chiesto un giorno anche a san Girolamo ... «Girolamo, donami i tuoi
peccati, perchè io li possa ancora una volta lavare nel mio Sangue e provi
un'altra volta la gioia divina di perdonarteli?»
Riportiamo
a questo proposito, fra le tante, una sola frase del 31 ottobre 1937. Dopo aver
ringraziato Gesù della visista eucaristica fattale il giorno di Cristo Re,
aggiunge: ... Accetta il mio cuore, le mie sofferenze, le mie stesse mancanze,
distruggile o Gesù mio al fuoco dell'amore, e convertile in bene per le anime.
Tu solo sei buono, Te solo amo. Regina del santo Rosario prega per noi.
Nel
dicembre 1937 scrive: Gesù mio alla tua presenza, e di Maria Santissima nostra
Mamma Celeste, e di tutti i Santi faccio promessa di voler soffrire qualunque
strazio pur di non mancare alla promessa che ti faccio o Gesù mio di essere
buona, e con carità, umile accettando tutte le occasioni che mi darai per
mortificarmi, soffrire, umiliarmi; non mi permetterò più di offenderti con
parole gravi mancando alla carità.
Mamma
mia, prendimi sotto la tua protezione. Gesù mio misericordia.
E
ancora: Buon Gesù propongo di volere in tutto il mio operare, cercare la sola
tua gloria ...
Buon
Gesù aiutami perchè possa nel mio lento martirio di ogni giorno venir piccola,
piccola che possano calpestarmi, umiliarmi, farmi soffrire ed abbia la forza,
anzi sia contenta, per amore tuo, Gesù.
Nel
periodo 1938 - 1942 Enrichetta continua con fortezza il cammino intrapreso.
Dai
molti passi dei suoi diari stralciamo alcune cose: 2 febbraio 1938: O Gesù mio
corri vieni in mio aiuto voglio cominciare una santa battaglia contro l'amor
proprio, schiacciarmi, soffrire, ma quanto è terribile l'amor proprio! Ho tanto
desiderio di soffrire, ma sostienimi sulle tue braccia o Gesù come una bambina!
L'
11 dello stesso mese si consacra come vittima al Cuore di Gesù con queste
parole: Oggi o Gesù mio ho fatto la mia consacrazione di vittima olocausto al
tuo Sacro Cuore, per il Tuo Regno, che venga il tuo Regno di pace, e di amore
che tutti possano amarti.
Nella
prova si rinsalda l'amore.
Nella
pagina che segue la data del 15 novembre 1941 si legge: In questo periodo a
quali prove o Gesù passai! La vita spirituale si intensifica sempre più, è da
piccola che stai preparandomi a questo. La sofferenza fisica aumenta
maggiormente, e mi trovo fra due mari di dolori spirituali e fisici! Ma in mezzo
a tutto questo dolore, Gesù buono dai una gioia, una pace profonda dell'anima
che non si può spiegare.
Quanto
Gesù ti amo, e desidero di farti amare! L'amore per me è tutto!
Il
31 marzo 1942 - viene segnata perfino l'ora, le due pomeridianescrive: L'anima
mia con Gesù: Glorificami .... dammi gloria nella tua persona ... parole di Gesù
all'anima mia: «voglio glorificarmi in te ... »
Dopo
avergli protestato la sua indegnità, come si capisce dal testo, Enrichetta
riprende: Risposta di Gesù alla mia: Appunto perchè sei la più ingrata, ed
indegna ...
O
Gesù mio perdono, e misericordia alla tua più ingrata creatura, annientami,
distruggimi; ma non vedi come a niente son capace? Lo stesso giorno parla di tre
tappe della via mistica, come le sentiva lei, forse illuminata dalla lettura o
dall'ascolto di qualche biografia di santi.
Il
primo passo della via mistica che vuoi farmi percorrere è fatto cioè le
dolcezze tue, o Gesù; il secondo invece l'abbandono o Gesù mio tuo, e di chi
dovrebbe essermi vicino coll'aiutarmi; e sostenermi.
Gesù
grazie; a tutte le gioie sensibili preferisco mille volte il dolore. Così è
tua volontà fiat! Il terzo è dell'Oscuramento, Gesù Gesù mi fa paura, ma
unita a Tè ogni cosa supererò.
L'8
aprile dello stesso anno, notte dalle dieci alle dodici, scrive: Gesù mi parlò
all'anima: ... senti voglio mondarti dalla lebbra del peccato, voglio farti
morire a tè stessa; devi essere come morta ai capito? voglio sradicare ogni più
piccola cosa in tè, mondarti perché possa glorificarmi in tè.
E
lei, dopo aver chiesto a Gesù di consumarla nell'amore, riprende: Si Gesù lo
sento così forte al cuore, mi vuoi un po' come St. Teresina vittima dell'amore,
e la semplicita nelle piccole cose, un po' come St. Gemma perche passo delle
cose un po' misteriose, e dolorose, e questo desiderio così forte per la
salvezza delle anime; un po' come St. Francesco di Sales per la sua grande
dolcezza, ed umiltà."
Per
aderire maggiormente al piano di Dio su di lei e per assicurare un impegno più
deciso e totale al suo spirito, si consacra a Dio con i voti di umiltà e di
amore.
Era
la festa del Sacro Cuore 1942, alle ore 19, quando fece il voto di umiltà.
Sentiamo
come ne parla: Gesù mi invita a fare il voto di umiltà come a Suor Benigna
Consolatta che consiste nell'amare di essere sconosciuta, nel desiderare di
essere disprezzata, nel riconoscere che da mè stessa sono incapace di qualunque
cosa senza l'aiuto di Dio, ma che al contrario devo compiere tutto ciò che Egli
mi domanda senza altre viste, senza preoccupazioni, e senza indugio.
Nello
stesso giorno fa il voto d'amore con queste parole: Faccio voto d'amare il mio
Dio con tutto l'amore del mio cuore, e per amor suo procurerò d'amare il
prossimo come Egli stesso m'ha insegnato.
Tuttavia
teme sempre di sé, della sua fragilità; per questo - lo si nota continuamente
seguendo i suoi Scritti e la sua vita - chiede aiuto a Dio per non offenderlo e
per farlo contento.
A
questo punto può sorgere un interrogativo. Sapeva il suo padre spirituale
dell'emissione di questi voti? Lei non lo dice, ma solo: «Gesù mi invita a
fare il voto di umiltà» (vedi pagina precedente) e così sarà stato per
quello di amore.
Noi
però, conoscendo i suoi Scritti e la testimonianza della vita, possiamo
affermare che niente faceva senza il consenso del suo confessore o direttore
spirituale.
A
conferma di questa asserzione è utile riportare alcune righe in cui lei parla a
Gesù, appunto dei suoi rapporti col padre spirituale. La data è del febbraio
1942.
O
Gesù, del mio buon Padre poi non è necessario te lo dica, lo sai quanto vorrei
fare per ricompensarlo un po' del tanto bene, e sacrifici che ha fatto per me!
Grazie
Gesù che mi hai concesso in questi ultimi 5 anni quest'anima Sacerdotale tanto
cara al Cuore tuo O Gesù! Essa fu il mio sostegno, la mia Guida sicura,
silenziosa, e come sentinella vigile, e prudente mi condusse sempre più vicino
a Tè, staccandomi da ogni cosa che sa di terra. Grazie Gesù, ancor da
piccinina avrei desiderato essere guidata così, solo il dolore, e l'angoscia
dell'anima mi ottenne tale grazia!
E
ora, dopo questa necessaria digressione, proseguiamo.
Il
3 luglio 1942 descrive una delle prove dolorose, purificatrici dello spirito:
Caro e dolce Gesù Lo vedi come sempre a meno sono capace di fare? ebbene sempre
più amo Te o Gesù mio anche se mi tieni da qualche tempo in un sotteraneo
molto scuro, cioè non vedo nulla, non sento nulla, solo la grande Fede, amore,
fiducia e confidenza che ho in Te mi sorregge, sostiene, e conforta, e poi Gesù
mio anche se dormi nella mia nave lo sento che ci sei, dormi, dormi in pace, non
Ti sveglierò aspetterò proprio la riva del Ciel per contemplarti o Gesù, e
godere per tutta l'Eternità non sperando nulla da mè, ma tutto dalla tua
misericordia.
Simili
prove le passerà ancora nella sua vita con fortezza ed amore. Accanto
all'azione purificatrice del Signore, c'è da parte sua lo sforzo costante e
tenace per vincere se stessa.
Riportiamo
a questo proposito un passo del 13 luglio 1943: ... Ma Tu Gesù lo vedi quanto
ho bisogno della tua Misericordia abbine tanta o Gesù della tua piccola che ti
ama assai, ma vedi quanta resistenza che mi fa l'amor proprio, la suscettibilità,
e perdo la padronanza di me stessa, Gesù pietà, lotto, e lotterò fino
all'ultimo mio respiro per correggermi e morire a me stessa.
Lasciamo
ora a Gesù di venirle incontro ed aiutarla, mentre noi, riservandoci di
riprendere questi argomenti ed inserirli nelle fasi successive della sua vita,
passiamo a vedere altri aspetti della vita di Enrichetta negli anni trascorsi al
Castelletto del Duomo: fatti, circostanze, rapporti con le persone, esempi di
carità.
Siamo
al 7 maggio 1938, cinque mesi circa dal suo arrivo al Castelletto, e scrive sul
Diario: Da quasi due mesi, caro Gesù mi ai dato due figliole spirituali; provo
grande gioia al vedere, come accontenti fino i miei più piccoli desideri, non
ebbi la fortuna di essere chiamata mamma, e Tu mi dai figliuole che mi chiamano
con questo caro, e dolce nome; senti faccio tutto quanto sta in mè per farti
amare sempre più, e vedere in loro tanta virtù di cui sei tanto contento, ma
lo sai che a niente son capace e perciò Le affido completamente a Tè, ed alla
nostra Mamma Celeste. GuardaLe. Tu o Gesù mio, e guidale per mezzo del suo Pa..
Spi.. e fa che restino a Tè fedeli.
Dopo
aver chiesto a Gesù, grazie particolari per loro, conclude: Accetta parte della
mia sofferenza morale, e fisica anche per questo scopo ...
Si
comprende, naturalmente, che queste non sono le figlie spirituali della Piccola
Opera del Divino Amore, di cui non le è stato ancora parlato, ma anime da
seguire e tenere anche presso di sé, per indirizzarle verso un cammino di
perfezione cristiana.
Una
di esse, Maria Luisa Avancini in Seaman, seguita da Enrichetta con tanto cuore,
prima e dopo il matrimonio (in Inghilterra), verrà pure ospitata al Castelletto
del Duomo per un lungo periodo, in un momento di grande sofferenza, verso gli
anni 1953 - 1954.
Questa
signora, deceduta nel 1993, serberà sempre un'affettuosa riconoscenza verso la
sua benefattrice, ed annualmente verrà a trovarla nel suo breve soggiorno in
Italia; le sue lettere poi sono una viva testimonianza del bene ricevuto.
L'altra,
C.O. seguirà la chiamata di Dio nella vita religiosa, col nome di sr. Ausilia.
A
questo proposito, il 7 agosto dello stesso anno, scrive fra il resto: ... Ti
raccomando pure le mie figliuole spirituali. Si, Gesù mio grazie, quanta
riconoscenza e amore Ti debbo per la consolazione che mi hai dato di queste una
è arrivata presto al suo sogno di essere tua sposa, tutta tua o Gesù fa che
diventi una vera Suora di carità e di amore, e dappertutto dove va assistendo
gli ammalati porti Tè nelle famiglie, porti la pace, fede e conforto, e si
faccia santa, l'altra che possa continuare bene nella sua via che Tu sai o Gesù
...
E
il 12 aprile 1940, dopo l'entrata in convento di quella figlia spirituale,
annota:Ti ringrazio della consolazione che mi dai di quella figliuola spirituale
Suora Gesù mio grazie.
Faceva
infatti e fa tuttora tanto bene nel suo Istituto (Suore di Gesù Nazareno, Via
Einaudi - Torino) assistendo a domicilio i malati e occupandosi pure con
indefesso lavoro delle Missioni nel Madagascar.
Nel
1952 suor Ausilia sarà adottata come figlia dai coniugi Carollo. Sul cassettone
della stanza della Piccola Mamma c'è ancora la fotografia che conferma il fatto
accennato.
Nella
nuova dimora, al Castelletto, Enrichetta ha modo d'incontrarsi con sacerdoti e
persone di ogni ceto e di aiutarle non solo materialmente, ma soprattutto
spiritualmente e moralmente.
Avendo
infatti molto sofferto fin da piccolina, è in grado di comprendere meglio i
dolori, le necessità e i mali altrui; il suo cuore li sente, li vive con
profonda partecipazione.
Da
quando si apre il Duomo - giacchè l'entrata è unica - finchè si chiude alla
sera, le persone possono accedere al Castelletto per incontrarsi con lei e sono
davvero senza numero coloro che salgono quelle lunghe, interminabili scale,
tornando poi alle consuete occupazioni con una nuova carica spirituale.
Ogni
mattina viene a trovarla per brevi momenti una sua anziana amica, sorella di
mons. Luigi Degasperi, arciprete di Santa Maria Maggiore. Va alla santa Messa in
Duomo e poi sale al Castelletto, continuando questa sua visita di carità fino
al suo decesso. Sarà in seguito ospitata da Enrichetta nei giorni
dell'alluvione (novembre 1966), quando verrà allagata la parte nord di Trento.
Manderà
anche le sue figlie spirituali ad aiutarla ed a portarle qualche soccorso
nell'ultimo periodo della sua vita.
Su
questa scia possiamo ricordare un altro soccorso da lei donato alla famiglia del
fratello Luigi Bianchi, che perse la moglie Maria il 10 marzo 1927.
Quell'avvenimento aveva toccato in profondità il cuore di Enrichetta, la quale
si era prestata per sollevare il coniuge superstite e i quattro figli orfani,
prendendo poi in casa la nipote A.B., che resterà per molti anni presso gli zii
Carollo come una figlia.
Quel
lutto è ricordato con brevi righe in un quadernino nero, trovato fra gli
Scritti: Gesù mio abbi per Lei, per quest'anima tanta bontà, concedi la gioia
del Paradiso e possa pregare per tutti i suoi Cari.
Enrichetta
l'aveva pure assistita durante la malattia mortale.
Chi
familiarizza con i suoi Scritti, come del resto chi l'ha conosciuta, avverte
subito che il primo anelito del suo spirito si rivolge alle anime, per aiutarle
a vincere il male e salire sempre più verso Dio, anche se la carità abbraccia
tutta la persona umana ed ha molteplici aspetti nel suo donarsi.
Così,
ad esempio, scrive nel 1937: Prometto di non parlare mai male di nessuno, e di
evitare che altri parlino così cercando sempre di compatire, e nascondere anche
i difetti degli altri a meno che non sia obbligata a parlare per evitare il
male, od imponga la carità.
Bisogna
essere angeli di pace, diceva a questo proposito alle sue figlie spirituali.
D'altro
canto lei è forte nel togliere il peccato come offesa di Dio, specialmente
nelle anime che deve formare, e quando le persone si rivolgono a lei per un
consiglio, dà la sua risposta in base al Vangelo, all'insegnamento della Chiesa
e dei santi o secondo coscienza, anche se questo dispiace a chi lo riceve, perchè
- spiega alludendo alle parole di s. Teresa di G.B. - Chi non vuol sentire la
verità, non venga a cercarmi.
Al
tempo stesso ha cuore di madre per i dolori e le miserie umane. E come può
essere diversa, quando Gesù, con voce accorata, le dirà: La carità non è
conosciuta, la carità non è amata.
L'amore
per le anime cresce di pari passo con l'amore a Gesù. Questo fuoco che la
consuma è espresso in molti passi dei suoi Scritti. Ne scegliamo qualcuno a
titolo indicativo.
Il
12 maggio 1938 domanda a Gesù: Dammi, dammi anime!
Ed
ancora più significativo quello stilato il 15 agosto 1941 dove dice: Dimmi Gesù
come posso fare a calmare questa sete, e questo fuoco che brucia nel mio sangue,
nel mio cuore, in tutta la mia vita, per la donazione di me stessa agli altri,
vorrei consolare tutti, sollevare, prendere parte a tutti i dolori; e non posso
causa sono in tali condizioni. Intende dire le condizioni fisiche, la malattia.
Così
tale sete e tale impossibilità di azione hanno la loro valida realizzazione
nell'offerta quotidiana del dolore, dell'annientamento di sé, come si legge
anche nel Diario del 1937: Mio Gesù, mi domandi anime con tanto amore e mi fai
capire che queste si salvano solo col sacrificio, Gesù accettami come la tua
piccola vittima. Domando perdono in primo luogo delle mie continue ricadute in
mancanze di pazienza, umiltà, e carità, mi rialzo nuovamente col tuo perdono,
e prometto vita nuova, Gesù è solo col sacrificio mi rispondi che queste si
salvano ebbene ti prometto di non negarti nulla, brucia, consuma tutto ciò che
trovi in me, e che possa lodarti, e cantare le tue glorie in eterno.
Alle
sue figlie spirituali dirà poi: Per le anime non si soffre mai abbastanza.
Al
centro dell'appartamento al Castelletto del Duomo è collocata la cappellina con
la statua della Madonna Immacolata della Medaglia Miracolosa, quella che ora si
trova nella stanza della Piccola Mamma, donatale nel 1949 da Pompea Pocher. Qui
lei accoglierà le persone, per ascoltarle e pregare con loro.
Anticipando
i tempi e per restare in argomento, diciamo che nel 1952 arriverà la statua
grande, che vediamo anche adesso nella cappella della Piccola Opera del Divino
Amore. Alla statua Enrichetta fece aggiungere il Cuore Immacolato, circondato
dalle spine.
Il
rovescio della Medaglia, secondo il modello indicato dalla Vergine a santa
Caterina Labouré nel 1830, viene dipinto e preparato dalle Suore di Gesù
Nazareno a Torino, dove si trova sr Ausilia, di cui si è parlato.
Nel
quadro sono pure raffigurate rose bianche, rosse e gialle, quale consegna
particolare fatta alla Piccola Mamma, con un significato specifico.
La
statua è un dono della stessa persona Pompea Pocher, una figlia spirituale che
non è mai stata definitivamente nella Casa, ma che avrà per molti anni intensi
rapporti d'anima con Enrichetta, soprattutto dopo che Enrichetta avrà ricevuto
il mandato di essere «mamma di anime», e segnatamente nel periodo '48 - '54
circa; poi le starà ancora vicina, come pure la sorella e la zia.
Questa
statua sarà portata perfino in cattedrale, in sostituzione di quella di Fatima,
che doveva subire una riparazione, nell'anno in cui per le città d'Italia si
faceva la Peregrinatio Mariae.
Di
sante Messe ne ha poche in questo periodo.
Ad
esempio negli anni 1952 e oltre, il suo padre spirituale don Costantino Giacom,
ha il permesso di celebrare la santa Messa una volta all'anno, il 27 dicembre,
festa di san Giovanni evengelista. La data è certamente scelta dagli
interessati.
Permessi
particolari, per ulteriori celebrazioni in particolari circostanze, vengono
chiesti di volta in volta alla Curia Arivescovile di Trento. Un giorno
Enrichetta dice al suo padre spirituale: La Mamma Celeste vuole che vengano
celebrate molte sante Messe in questa cappellina.
Al
che egli risponde: «Io ho il permesso di celebrarne una all'anno». E lei,
senza scomporsi, risponde che se il Signore vuole così, penserà Egli stesso a
realizzarlo.
Da
quel tempo in poi, la celebrazione della santa Messa nella Casa avrà un
crescendo meraviglioso di anno in anno, verificabile dai registri delle
celebrazioni.
Dapprincipio
saranno dei padri di san Camillo, che hanno facoltà di celebrare la santa Messa
nella casa dei malati, a venire nei periodi estivi; poi diremo nei capitoli
seguenti quanto saprà fare il buon Dio.
Oltre
a queste consolazioni dell'anima, Enrichetta dal Castelletto del Duomo potrà
vedere, udire e seguire le solenni liturgie svolte nella piazza sottostante, in
occasione di Congressi Eucaristici e Mariani; le finestre della cucina infatti
davano proprio su piazza Duomo e questo sarà per lei di non poco conforto, data
l'impossibilità fisica di uscire di casa.
Nel
periodo in cui Enrichetta non ha il conforto della santa Messa, Gesù le si dona
nell'Eucaristia, se non subito, almeno dopo un certo tempo della sua dimora al
Castelletto. Per ben quindici anni don Dario Beber, allora vice-direttore e
amministratore del Seminario Minore, le porterà la santa Comunione alle 5.30
del mattino.
In
seguito, altri sacerdoti si avvicenderanno in questo caritatevole ufficio nei
periodi e giorni in cui non sarà celebrata alcuna santa Messa in casa.
Il
14 settembre 1942 avviene un fatto che darà una tonalità nuova alla sua
spiritualità. È il giorno dell'Esaltazione della santa Croce, che Enrichetta
festeggerà sempre con grande gioia e riconoscenza a Dio. Togliamo di peso le
parole dal suo Diario: In questi giorni farò la S. Vestizione di Terziaria
Carmelitana, lo sai (sta rivolgendosi a Gesù) perché aspiro a questo ed è per
poter essere un po' vicina alla Piccola Teresa, perché siami di aiuto sempre più,
e si compia la tua santa Volontà o Gesù sia anche la mia in tutto, e sempre.
Mamma Celeste, Angeli e Santi del Cielo, Piccola Teresa soccorrimi, e fa che sia
fedele a quanto prometto. Mamma mia lo sai che ti amo tanto tanto, benché da un
po' di tempo mi tieni in un sotterraneo come diceva la piccola Teresa, cioè
tutto buio, oscuro per l'anima mia, è Gesù che vuol tenermi così perché viva
nell'umiltà, e nell'annientamento di me stessa ...
Queste
frasi sono del 12 settembre 1942. Quattro giorni dopo scrive: Grazie, Gesù ora
sono un po' più sorella di santa Teresina, la Mamma tua cara e nostra scelta
perche mi sia ancor più vicina, e mi aiuti ad essere la vera amante della
Croce.
Tu
solo puoi sapere quale gioia, quale felicità provai nell'anima il giorno della
santa Vestizione come Terziaria Carmelitana col nome di Maria Teresa della
Croce, dato proprio da Te, avendo inteso il desiderio del mio cuore, ispirasti
il Rev.do Padre a darmi questo.
Prima
mi hai fatto passare un periodo di prova nel dolore, e nel buio più fitto
dell'anima, restai però sempre tranquilla perché lo sapevo che ci ami, e non
puoi abbandonare le tue creature perche ci ami tanto, pure la Mamma cara non
sentivo più, sola, sola e nel dolore più fitto mi preparai a questo!
Ma
il giorno della Vestizione fu un raggio di luce, luce viva, profonda ...
Della
professione di Terziaria Carmelitana si parlerà nel prossimo capitolo.
Ora
diciamo qualcosa sui lutti che hanno colpito i parenti più intimi della
famiglia Carollo-Bianchi.
Nel
primo decennio della residenza al Castelletto muoiono alcune persone care a
Giovanni ed Enrichetta.
Sul
quadernino-notes sopra accennato lei scrive così: Ai 11 agosto 1941 il Signore
chiamava la nostra Mamma, la Mamma del mio amatissimo Sposo che io pure amai
tanto e Gesù nella sua infinita bontà si faceva sentire tanto vicino ad Essa
nella sua malattia che sembrava cosa da nulla, e Le diceva, anima mia vengo a
prenderti preparati!
O
Gesù quanto sei buono e quanto amore ci porti quali finezze adoperi colle
anime!
Concedi
alla nostra cara Mamma il possesso di te o Gesù nel Cielo e vegli, preghi per
tutti noi. Si chiamava Angela Masera, in Carollo.
Alcuni
anni dopo muore anche il suocero. Brevi righe descrivono questo dolore: Ai 17
agosto 1945 Gesù chiamò a sè quasi improvvisamente il nostro caro papà del
mio sposo. Gesù, abbi pietà e Misericordia!!!
E
che ne è della sua malattia in questo periodo? Occorre fermarsi a parlarne un
po'.
Già
nel 1937, iniziando il diario di quell'anno, scrive: Piccolo diario e pensieri a
Gesù buono cominciato l'anno 1937. decimo anno di mia malattia, ricchi questi
anni di grazie e benedizioni celesti perche ricchi di tanta sofferenza, e dolore
ed in questi ci avviciniamo sempre più a Gesù.
Il
7 agosto 1938, in un momento di acuta sofferenza scrive: Con questi dolori di
testa così continui più ho meno forti lo sai caro Gesù che presto non son più
capace a nulla, ne di pensare ne di agire, e soffro tanto vedendo che anche nei
lavori di famiglia vado lentamente sempre al meno, si Gesù mio Tu lo sai,
ebbene finché ancora son capace ti protesto il mio amore ti dono la mia vita,
tutto quello che ho e m'appartiene ...
Il
primo novembre 1943 scrive di aver ricevuto da Gesù una grande rassegnazione
nella lunga sofferenza e malattia. Egli stesso le insegna - dice - a mettere in
pratica la santa indifferenza, nonostante il peso del dolore che la fragile
natura risente. Così - afferma ancora - la sottomissione al divino Volere è al
di sopra e la conserva nella pace.
Quando
poi l'amore di Dio avrà raggiunto in lei traguardi più alti, dirà alle sue
figlie spirituali: Se potessi, nasconderei la mia sofferenza anche a Gesù. Mi
basta di farlo contento.
Per
dovere di coscienza si usano i mezzi umanamente possibili per cercare la
guarigione: radiografie, ingessatura, applicazioni, fanghi, interventi tutti che
si devono interrompere, perchè il cuore non regge.
La
scienza è impotente di fronte al suo fisico, di cui solo Dio vuole avere
l'esclusiva padronanza.
Gesù
infatti le dirà più avanti: Resta in Me ed Io in te. Non voglio controlli
sulla mia opera. Da quel momento
Egli solo sarà il suo medico per sostenerla in vita e prolungarne l'esistenza
ancora per vari decenni, cosa umanamente impossibile. Questo l'aveva già
confermato nel 1937 il radiologo, che, rivolto al marito, disse: «Come fa a
vivere questa donna? Cuore non ne ha più», tanto era consumato.
Vengono
a proposito le parole della Sacra Scrittura, che dice: «Il Signore fa morire e
fa vivere, scendere agli inferi e risalire» (1 Samuele 2, 6).
Parecchie
volte arriverà anche in seguito in punto di morte e le verrà amministrata
l'Unzione degli infermi. Poi ritornerà al consueto stato di sofferenza.
Il
23 luglio 1943 rimane sette ore distesa per terra per mancanza di respiro e
monsignor Modesto Revolti, arciprete del Duomo, le è accanto con l'Olio degli
infermi e col santo Viatico, che peraltro non può dapprincipio sumere a causa
del soffocameto.
Nessuno
dei presenti crede che possa riaversi, ed invece vivrà ancora a lungo oltre
ogni previsione umana.
Di
questa circostanza fa memoria nel suo Diario con queste parole, in data 27
luglio 1943: Ai 23 cor. Gesù Tu lo sai come trascorsi in quelle 7 ore in cui mi
fu data l'Estrema Unzione, e Tu o Gesù sei venuto a trovarmi Sacramentalmente a
farti mio Cibo e mia,fortezza, grazie Gesù quanta pace, quanta gioia vi èra
nell'anima mia!
Grazie
Gesù! Lo sentivo che ancora non era l'ora del tuo incontro o Gesù, ma ora
lascia che domandi il permesso al mio Padre di poter venire a Te Gesù! mi trovo
così desolata in questa terra, desidero, sospiro, muoio perché non posso
morire dal desiderio di vederti, e poi Gesù così non fò più peccati, lo vedi
a niente sono capace, sono debole, sfinita, e non avrò più la forza di
correggere, di essere forte senza mancare di carità, ed allora prendimi Gesù!
Della
sua malattia, si dovrà parlare a lungo anche in seguito.
Ora
diciamo solo, prima di concludere il capitolo di questo periodo, alcuni suoi
comportamenti ed attività che il Signore l'aiuta a compiere, nonostante i
dolori fisici e le altre sofferenze.
Dimentica
di sé, accudisce alle faccende domestiche, con l'aiuto di qualcuno s'intende,
fino agli estremi delle forze.
Insegna
a cucire, a ricamare, e negli intervalli di tempo lavora a uncinetto e a maglia.
Quando arrivano persone amiche sue o del signor Giovanni, si siede accanto al
consorte e sferruzza, ascoltando. Quando però le viene rivolta direttamente la
parola, smette di lavorare e risponde con affabilità. Naturalmente questi sono
«momenti», che poi variano da circostanza a circostanza, sempre sotto il segno
della carità.
Al
suono del campanello, va senza indugio ad accogliere le persone che vengono
sempre più numerose a visitarla, per avere un consiglio, una parola di conforto
e l'aiuto della sua sofferente preghiera.
È
disponibile verso le anime in qualunque momento, anche durante i pasti, perché,
suole dire:
Chi
può fare queste scale, se Dio non glielo permette?
E
la corrispondenza? Le persone lontane scrivono e desiderano una risposta alle
loro richieste o una parola di aiuto alle loro sofferenze. Quando smaltisce
Enrichetta questo lavoro? E quando scrive i suoi diari e quaderni? Generalmente
di notte, copiando le parole di questi ultimi magari da foglietti provvisori e
rispondendo alle lettere, in una veglia che le costa un sacrificio misurato da
Dio solo.
Un
giorno il consorte la trova ancora sveglia, nell'atto di smettere il lavoro per
andare a riposo, alle quattro del mattino, quando egli si alza per andare in
Duomo, e le dice: «Ma vai a letto adesso?»
Simile
constatazione la faranno anche le sue figlie spirituali più tardi,
nell'abitazione di piazza d' Arogno, 7.
VIII
Gli
anni della guerra 1940-1945
Nel
1943 siamo già in piena guerra mondiale, Trento però fin verso la fine
dell'estate non è ancora oggetto delle incursioni aeree.
Così
noi, prima di seguire Enrichetta nel suo pellegrinare come «sfollata»,
vogliamo, segnalando qualche pagina del suo diario, entrare nell'intimità del
suo cuore.
27
luglio 1943: sono trascorsi solo quattro giorni da quando era stata sette ore in
agonia, fatto già descritto nel capitolo precedente, e scrive: Gesù mio,
accetta ogni mia goccia di sangue in riparazione a tanti miei peccati, abbi pietà
della tua piccola!
Gesù Ti amo prendimi con Te! Ora sono ai piedi della Croce tua o Gesù, presto sono in croce come Tu mi vuoi Gesù, e poi prendimi presto con Te, Gesù, Gesù.
E
ripetendo più sotto il concetto, fa presente al Signore, con semplicità e
confidenza, che s. Teresa del Bambino Gesù e santa Gemma Galgani, le ha prese
presto con sé ... ed allora via accontentami! - conclude.
Le
sembra infatti, da come prosegue nel dare testimonianza della sua vita, che la
sua missione in terra sia terminata, perché ha dato se stessa senza riserve per
il bene spirituale, morale e materiale della famiglia. Non solo, ma in questo
momento sente troppo struggente il desiderio di unirsi al Signore ... ora vedi
mi sento morire, bruciare, il mio povero cuore si strugge dal desiderio di
amarti, farti amare e vederti in Cielo!
Tuttavia
comprende che la Volontà di Dio può avere disegni diversi, dal momento che lei
si è offerta come vittima, e dice, sempre nello stesso contesto: O caro Gesù
Tu mi fai capire che per morire è gioia in un'anima
che
ti ama, questo è ben vero, invece per essere vere Vittime come mi son offerta
nuovamente per il Santo Padre, è meglio vivere e soffrire!
Vivrà
infatti e soffrirà per molti anni ancora, ignara per ora di quanto le chiederà
e affiderà il Signore.
La
volontà è orientata al Volere divino, ma il «desiderio» si fa sentire ancora
e le frasi di implorazione - diremo così - precedono una pagina (sempre alla
stessa data: Dal letto 27 - 7 - 43), che vogliamo riportare per intero, in
quanto contiene come un piccolo testamento spirituale, a conforto di quanti
soffrono.
Prendimi
Gesù Ti prego Gesù prendimi!
Gesù
mio è da alcuni mesi che mi ai dato questo grande desiderio di fare la S.
Professione di Terziaria Carmelitana, ma senti Gesù se in terra non posso
arrivare ad averla, La farò in Cielo assieme alla Santa Madre Teresa, a St.
Teresina, a tutto l'Ordine Carmelitano, e mi proteggerà la Mamma Celeste! ove
spero nella Misericordia di Gesù, di arrivare in Cielo a cantare in eterno le
Misericordie e la bontà di Gesù (stacchiamo ora le parole che si vogliono
sottolineare)
passerò
il mio Cielo nel far del bene sulla terra, perché certo non voglio essere
innativa finché ci sarà un'anima in terra da aiutare, ma specialmente i
sofferenti per ottenere la grande rassegnazione e la gioia del soffrire, perché
questa si cambi in tanta gloria a Gesù, a Gesù piacendo se è per il suo bene
delle anime cercherò ottenere pure la guarigione, tutto e sempre rendere Gloria
e onore a Gesù!
Questi
saranno i miei Prediletti!
O
Mamma cara Addolorata, Santa Madre Teresa, S. Teresina, S. Gemma, Angeli e Santi
tutti del Cielo pregate per me per ottenermi Misericordia, e che venga esaudita
questa mia ardente supplica al Cuore Divino di Gesù.
Sia
Gloria al Padre, al Figliuolo ed allo Spirito Santo, ora ed in eterno.
Dal
letto 27 -7 - 43 Trascorre poco più di un mese da questa data, quando si
abbatte su Trento il primo spaventoso bombardamento, che distrugge parte della
città stroncando la vita a tante persone, e le bombe arrivano a pochi passi
dalla Cattedrale.
È
il 2 settembre 1943. Enrichetta non può ormai rimanere a Trento, perché il
pericolo è troppo forte. È vero che i sotterranei del Duomo sono un rifugio
ritenuto sicuro contro i bombardamenti, ma lei non può far le lunghe scale per
scendervi, ed allora il marito, preoccupato, pensa di portarla altrove.
E
così andrà pellegrinando come sfollata e come malata a Pergine presso la
famiglia Frisanco, a Calliano e a Besenello dai parenti ed infine al Grill di
Piné dove rimarrà fino alla conclusione della guerra presso una famiglia di
anziani coniugi.
Degli
orrori di questa guerra '40 - '45 Enrichetta aveva avuto sentore ancora nel
1928, quando, in una notte, il Signore le fece vedere chiaramente un quadro di
terrore, che poi si avvererà.
Sentiamo
le sue parole, scritte a Pergine il 24-12-43. Iniziano con un atto di abbandono
alla Volontà di Dio e poi proseguono col racconto che ci interessa.
O
caro Gesù la mia preghiera non venne esaudita cioè che avrei desiderato il
Cielo, per i motivi che ti spiegai; pazienza Gesù la tua Volontà Gesù, è la
mia e perciò sempre fiat!
Caro
Gesù, ecco l'ancella tua fa di me ciò che Tu vuoi, ma sai Gesù che da alcuni
anni specie questi ultimi tempi poi mi viene da riflettere seriamente!
Gesù
ti amo tanto tanto, ma altro non ho, e quale delicatezza usi con quest'anima,
vedi Gesù è 15 anni che mi prepari a questa prova di dolore!
Gesù
come potevo pensare che succedesse veri tali dolori, e tali distruzioni che mi
facevi vedere attraverso il sogno. Ho Gesù quali delicatezze usi con le anime!
Sai
Gesù solo ai 2 settembre prova dolorosa che toccò alla nostra Città, e più
avanti cominciai a vedere più chiaro in questo sogno! Si Gesù ora lo capisco
tutta questa povera gente che scappava ai monti ancor nel 1928. Oh Gesù ti
prego abbi pietà di tutti, per un periodo di tempo il mio dolore la mia
angoscia nello svegliarmi era quanti morti! tanti e poi tanti, mi svegliavo
sotto l'impressione di questa grande prova che doveva succedere, il terribile
flagello all'Umanità perché tropo Gesù furono i peccatti!
A
Gesù, Gesù usa Misericordia! scegli delle anime Vittime che possano riparare,
e ottenere conversione a tutto il mondo!
E
più sotto continua: È dai 6 settembre che mi trovo lontana da casa qui presso
una buona famiglia con mia A., da parte mia ho fatto il possibile per rimanere
vicina al mio Sposo caro Gesù, ma la Volontà tua o Gesù fu così ... e in
fondo conclude: Tu solo puoi sapere cosa soffersi!
La
casa che la ospita è provvidenzialmente vicina all'abitazione delle suore, così
può avere frequentemente il dono della s. Comunione, che le è di tanto aiuto e
conforto in un momento di molteplice dolore: per se stessa, per lo sposo, che
vive a Trento in mezzo ai pericoli della guerra, e per l'umanità che vive sotto
il peso di un così grave conflitto.
Nonostante
tutto, chiede al Signore la grazia di non preoccuparsi eccessivamente di niente
e di rimanere, nell'atteggiamento dell'anima di Maria SS.ma
ai piedi della Croce, morente di angoscia - scrive - ma forte nell'anima, perché
l'amore che ti portava e l'abbandono che fece coll'Ecce Ancilla Domini ... ogni
cosa poteva superare ecco o Gesù come voglio rimanere.
Enrichetta
rimane presso la famiglia Frisanco fino al maggio 1944, conservando per le
persone che l'hanno ospitata un caro ricordo e un'amicizia duratura.
Dimora
in seguito presso la famiglia del consorte a Calliano e poi da altri parenti a
Besenello, fino al 24 gennaio 1945, quando si stabilirà definitivamente al
Grill di Pinè, nella casa di due anziani coniugi, fino alla fine della guerra.
Vale
la pena raccontare l'episodio del viaggio da Besenello al Grill di Piné.
Si
è in piena guerra, il transito degli automezzi è difficile e scarseggia, i
pericoli sono molti, ma il Signore viene incontro col suo aiuto: c'è un camion
militare che parte per la valle di Piné; non è certo l'ideale, ma, fidando
solo in Lui, si pensa di approfittarne.
«Guardi
- le dicono i soldati per togliersi ogni responsabilità - che se a Trento suona
l'allarme, noi abbandoniamo il camion e andiamo al sicuro».
Non
succederà niente, state tranquilli! risponde Enrichetta.
Così
viene «caricata» sopra l'automezzo provvidenziale e coperta alla meglio.
La
cugina Erminia, stacca il paiolo e versa l'acqua bollente, preparata per la
polenta, in una «scaldina» e la mette vicino al corpo esile e malato di
Enrichetta, per proteggerlo dal rigore invernale durante il viaggio da
Besenello a Piné, che sarà tranquillo, senza pericoli di incursioni aeree,
proprio come aveva detto lei.
Al
Grill, come si è accennato, rimane fino alla fine della guerra, benvoluta da
tutti, specialmente dalla famiglia in cui si trova, che è povera ma ospitale e
sa condividere con lei il poco che ha.
Di
questo ringrazia il buon Dio e lo prega di ricompensare i suoi benefattori, come
pure eleva il suo grazie commosso per averla portata in luoghi prediletti da
Maria Santissima, vicino a Montagnaga, ove sorge il noto santuario di Piné.
Quante
volte prega la Mamma Celeste per gli uomini, suoi figli, che gemono sotto il
peso degli orrori della guerra, chiedendo misericordia per l'umanità colpevole!
Basta leggere nel Diario del 1937/ 1945 le pagine che riguardano questo periodo,
per rendersene conto.
Al
tempo stesso offre la sua sofferenza, solitudine, isolamento, lontananza dal
consorte, che vive a Trento in mezzo ai pericoli della guerra, tutto
abbandonando nelle mani della divina Provvidenza.
Per
seguire argomenti che ci premevano e l'itinerario di Enrichetta, si è
tralasciato un fatto, che merita di essere ricordato: la morte dell'arcivescovo
Montalbetti, tanto caro a lei e al popolo trentino, che lo riteneva un degno e
santo pastore.
Il
presule morì durante un bombardamento ad Anna di Melito Porto Salvo (Reggio
Calabria), mentre si trovava in visita pastorale: una bomba stroncò non solo la
sua vita, ma anche quella delle persone che gli erano vicine.
Egli
aveva coperto negli anni precedenti la carica di vescovo coadiutore a Trento ed
aveva tenuto con Enrichetta rapporti d'anima frequenti, l'aveva aiutata nel
cammino di perfezione, ma soprattutto nel soccorso ad anime spiritualmente
bisognose.
Dopo
la sua partenza da Trento continuerà a seguire Enrichetta, di cui aveva intuito
la missione, mediante corrispondenza, fino al suo decesso, avvenuto appunto il
31 gennaio 1943. Nei suoi Scritti lei lo ricorderà sempre con grande
venerazione.
IX
Anni
particolari di grazia e di consegne
Finita
la guerra, Enrichetta ritorna a Trento, alla sua vita consueta: lavoro,
sofferenza e donazione, con un lento, ma progressivo peggioramento della
malattia e con un cammino di unione con Dio sempre maggiore.
Nel
1948 prende la direzione della sua anima don Costantino Giacom, amico e
successore del venerato don Eugenio Bernardi nella guida spirituale dei
seminaristi.
Don
C. Giacom segue Enrichetta e sarà detentore dei segreti di Dio verso la sua
prediletta per un lungo e delicato periodo, coadiuvato da mons. Saverio Mochen,
canonico preposito della Cattedrale e padre spirituale di buona parte del clero
diocesano.
Sempre
nel 1948 e 49 si susseguono due fatti, due decessi, che interessano da vicino la
famiglia Carollo e segnatamente Enrichetta. Ci piace ricordarli, perché fanno
del bene all'anima ed hanno riferimento su quanto diremo in seguito.
M.
E. è un nipote indiretto, a lei carissimo, che ha sempre accompagnato durante
gli studi in Seminario e dopo, con la preghiera e l'offerta della sua
sofferenza, come sentiremo dalle parole tolte dai suoi Scritti.
Ammalatosi
gravemente a soli 22 anni, si fa portare, dall'ospedale in cui è degente, al
Castelletto del Duomo, per essere assistito dalla zia Enrichetta.
Il
suo desiderio è accolto, e muore il 18 giugno 1948 in modo edificante, lodando
e benedicendo Dio, pronunciando parole di esortazione e conforto agli astanti e
specialmente alla sua mamma che piange sconsolata.
La
Piccola Mamma, rievocando questo fatto alle sue figlie spirituali, dirà che il
morituro sembrava un predicatore sull'altare, desideroso di andare in Paradiso
dal Signore, dove pensava già d'incontrarsi con i suoi cari che l'avevano
preceduto, in particolare col papà, morto da poco.
A
lei aveva detto prima di morire: «Zia, tu hai fatto l'impossibile per me; verrò
presto a prenderti». Questo «presto» alla luce dell'Eterno durerà fino al
1986, anno della morte di Enrichetta.
Ecco
il testo di cui abbiamo parlato sopra, indicativo di molti altri, che costellano
gli Scritti e la parola viva su questo argomento.
Porta
la data del 5 marzo 1942, quando M.E. era ancora in Seminario a Trento.
Gesù
mio, non è necessario ti dica quanto amo nostro nipote M. e la sua cara anima
che tutta si consacrò al tuo amore ancora in tenera età.
Gesù
mio prendi parte delle mie sofferenze fisiche e quanto sai, per il bene, l'aiuto
e possa arrivare se è tua volontà ad essere tuo Sacerdote.
Fà
che diventi un'anima veramente grande, perché il Sacerdote ci vuol santo, pieno
di zelo, ardore e premura per le anime, prudente, umile, puro e con grande carità
senza confini; questa è che vorrei che avesse in modo speciale.
Mamma
Celeste, tu che seì la nostra cara Mamma, ti prego sostieni questa creatura
nelle lotte che avrà nella vita, e saranno dure, dolorose; sostienilo perché
possa arrivare a Gesù, essere il tuo Sacerdote, far conoscere, far amare Gesù.
In
questi tempi tanto tristi e dolorosi è necessario vi siano proprio Sacerdoti
forti, santi, perché col loro eroismo siano capaci di far conoscere far
risplendere la verità che si vede attraverso la purezza, il sacrificio ed il
dolore.
Mamma
cara accompagnalo ovunque, e benedicilo il tuo, e nostro caro M.
Il
secondo decesso riguarda don Bruno Bonvecchio, sacerdote conosciuto e seguito da
Enrichetta fin da chierichetto e oratoriano del Duomo, quando lei abitava
appunto all'Oratorio della parrocchia omonima. Lo accompagnerà poi con affetto
e preghiera durante gli anni del suo intenso apostolato sacerdotale ed avrà
perfino da Gesù indicazioni su quest'anima eletta.
Per
gli imperscrutabili disegni di Dio si ammala e si ammala gravemente e, sentendo
ormai prossima la fine, si fa portare dall'ospedale di Arco (TN) a Trento, per
morire (d'accordo con Enrichetta e il marito, ed in perfetta consonanza col
volere espresso da Gesù) al Castelletto del Duomo, abitazione dei coniugi
Carollo.
Se
non che, per circostanze non imputabili ad Enrichetta, tale desiderio e
decisione non vengono realizzate, e don Bruno muore all'ospedale di Trento col
dolore di quella privazione.
È
la vigiia di Natale dell'anno 1949.
Dopo
aver così accennato a questi fatti, passiamo a dire le cose principali
sull'argomento fissato nel titolo. Con la data infatti, scritta qui sopra, siamo
già entrati in pieno clima di grazie e di doni speciali concessi da Dio alla
sua serva.
Su
questo punto però Enrichetta terrà sempre un geloso riserbo e nascondimento
anche con le figlie spirituali che le vivono accanto. Dopo la sua morte, gli
Scritti hanno manifestato quanto si poteva capire o intuire e quanto poteva
trapelare da qualche sua frase o comportamento.
Per
questo ci limiteremo anche noi in questa prima stesura della sua vita a scrivere
i fatti più salienti che riguardano questo argomento, a costo di essere
episodici e frammentari.
È
risaputo che quando Enrichetta comprende che il Signore vuole concederle doni
straordinari, lo prega ripetutamente di cercarsi altre anime più degne, di
lasciarla stare, sia perché si sente una povera creature, sia perché teme di
queste cose. A conferma di ciò, ecco alcune frasi: Pregavo Gesù a scegliersi
altra anima avendo paura di questo mistero di Grazia che è in me... e Gesù
consolava la sua piccola a essere forte e glorificarlo...
Ai
3 aprile provai di nuovo a pregare così ... capisco Gesù ora che è mistero di
Grazia, è il lavoro, la santificazione e l'unione di Dio, e l'anima... ma ho
troppa paura per queste cose grandi che mai intesi... ti prego Gesù... e poi mi
chiese Gesù Come ti chiami e chi sei... e suggerisce... sei la piccola
dell'Amore; questo è il tuo nome; e la piccola innamorata di Gesù... e allora?
non può Gesù tuo Divin Sposo e tuo Re Divino compiere in te i suoi divini
disegni?
Per
quanto riguarda la preparazione alle grazie mistiche, scrive, dopo il 9 gennaio
1949: Era da tempo che Gesù mi preparava, mi purificava... e lavorava
nell'anima mia perché venissi come il suo divin Cuore mi voleva ... poi mi dava
la parola di Ordine da recitare tutto il giorno; gli ultimi prima dell'Unione
Mistica era questo...
Oh!
mio Gesù brucia consuma tutto ciò che trovi, e non è tuo. Arriviamo così
alla festa dell'Immacolata 1948, che Gesù sceglie per celebrare le sue nozze
mistiche con lei. Il 9 gennaio seguente, festa allora della Sacra Famiglia, Gesù
le ordina di registrare tale sposalizio. Sentiamo dalle frasi che seguono la
breve ma chiara descrizione del fatto: 9 gennaio, festa dlla Sacra Famiglia.
Scrivi,
mia pccola sposa la data del tuo sposalizio con il tuo Gesù e la Mamma Celeste
che fu il giorno 8 dicembre 1948.
Scrivi
mia piccola sposa la data dal tuo matrimonio mistico che Io Gesù tuo Signore
Gesù Cristo, in merito del tuo grande amore per il tuo Gesù, delle tue
sofferenze fisiche e morali e per i miei altissimi fini per Opera dello Spirito
Santo, mi unii intimamente e profondamente alla mia diletta e amatissima Sposa.
Sempre
nel gennaio 1949 si legge fra le altre cose: ... dopo la S. Comuione ...
nell'unione stretta con il mio Dolce Sposo Gesù, e diceva alla sua piccola
nell'Unione ... bacia allora le tue mani che sono tue mia sposa e mie del tuo
Gesù, e obbedii...
Avvolta
dalla grazia di quest'ora, continua: Mi sembra impossibile poter vivere e
rimanere quaggiù, ma in tutto e sempre la Divina volontà e la sua Gloria!
Più
unione di così non vi può essere che in Cielo!
L'ebbrezza
è tale che si prova in questa Unione Mistica finché dura quest'atto che si
griderebbe, e il fisico si piega tutto sotto questa dolcezza, è il compimento
del vero martirio dell'amore, e del dolore.
Ed
è su quest'ultimo che il Signore punta, per provare l'amore e la fedeltà della
sua creatura. Infatti, oltre alle soffernze fisiche che ha ormai da molti anni,
ne chiede altre. Così scrive: Mi sento un peso tale sulle spalle che penetra
fondo fondo queste ... il mio cuore poi è trafitto da spine pungenti; e Gesù
all'anima mia...
-
Figlia mia vuoi aiutarmi a portare la Croce?
-
Oh! si mio Gesù aiutami; sostienimi; e in tutto la divina Tua Volontà.
Presentiamo
ora qualche data e fatto posteriore, indicativi di molti altri, in modo slegato
e come richiamo o riferiemnto a grazie precendenti o ulteriori.
3
novembre 1949: Sulle mie spalle, nel mio cuore sento pesante la Croce di Gesù.
Dopo la S. Com. Gesù all'anima mia fece ripetere... «Porto la Sicla; e le
stimate di Gesù Nostro Signore» e questo varie volte.
Da
allora si poteva vedere una piccola croce bianca, ben evidente sul dorso della
mano sinistra.
1
dicembre 1951: In questi giorni che precede la festa tanto grande all'anima mia
invocai specie le preghiere del mio Padre; il III anno del Sposalizio mio con
Gesù Festa dell'Immacolata Concezione presente la Mamma Celeste ... e tutto il
Cielo nell'anima mia; mentre ai 9 gennaio 1949 festa della S. Famiglia fu
l'Unione Mistica con Gesù e l'anima mia; solamente Gesù e l'anima mia era
presente!!!
8
febbraio 1951: Questa è l'Era dello Spirito Santo tu mia piccola sposa in cui
è sceso in te miracolosamente devi donarlo a tutte le anime del mondo intero, e
così sia o Gesù aiutami a compiere ciò che Tu vuoi La tua piccola serva e
sposa.
10
ottobre 1951: Nelle parti sofferte di Gesù Nostro Signore sento dolori acuti più
o meno. Ci piace ora portare uno squarcio di lettera, scritta il 18 febbraio
1952 al suo padre spirituale don Costantino Giacom, che chiarifica il suo
atteggiamento di fronte agli interventi soprannaturali e la sua risposta
concreta.
...
Ma alle cose straordinarie ne ho tanta paura; che finché potei cioè fino in
autunno 1948 pregavo sempre così; ti prego Gesù lasciami
stare; e cercati altre anime; ne vedi quante ve ne sono di buone ...
lasciami stare ... ma dal momento che Dio sotto forma di Spirito Santo
misteriosamente in me è sceso nel modo descritto nel gen. 1949 ... più non
potei dire a Gesù lasciami stare; e cercati altre anime; non posso Padre Lo
creda perché lo porto con me e non è una domanda all'anima mia come mi faceva
capire; e non sapevo di che si tratta; sentivo solo che vi è del mistero
grande; e basta; ma ora non posso sentendo la mia nullità; e la grandezza di un
Dio in me stessa ...»
Concludiamo
questa parte del Capitolo IX con una chiarificazione: Viene chiesto il
significato delle parole: «nel modo descritto nel gen. 1949». Si spiega. Lo
Spirito Santo è sceso in lei, conferendole una specifica maternità spirituale
«generare anime» - le dirà Gesù nel 1976 - mediante la sofferenza ... nella
analogica, mistica configurazione a Maria Santissima, sulla quale lo Spirito
Santo è sceso in modo unico e straordinario e l'ha resa Madre del Verbo
incarnato, e Madre degli uomini.
Di
qui deriverebbe l'analogia : Grande Mamma e Piccola Mamma. Passiamo ora a
parlare delle «consegne» date da Gesù a Enrichetta, consegne che hanno avuto
una preparazione e una continuazione nella sua vita, fino alla morte. Quella
della «Chiesa» rimane come eredità e impegno primario della Piccola Opera del
Divino Amore.
Vediamo
innanzitutto come Gesù affida alla preghiera e all'immolazione della sua
prediletta la Chiesa ed in modo particolare l'Ordine Sacerdotale. Non solo, ma
dovrà farsi portavoce, come sentiremo, di un messaggio ecclesiale che richiama
quello evangelico.
I
riferimenti saranno pochi, rispetto ai molti che si trovano nei suoi Scritti e
nelle sue parole, ma sufficienti per capire l'importanza della consegna.
Intanto
è bene fermare un momento l'attenzione sul fatto che lei diventa terziaria
carmelitana e vederlo come un disegno di Dio, per prepararla alla missione che
le avrebbe affidato, ben sapendo che l'Ordine del Carmelo ha per scopo
principale la preghiera e l'immolazione per la Chiesa.
Così
il 12 settembre 1942 - siamo in piena guerra - scrive: In questi giorni farò la
S. Vestizione di Terziaria Carmelitana ... Mamma Celeste, Angeli e Santi del
Cielo, Piccola Teresa soccorrimi, e fa che sia fedele a quanto prometto ...
E
il 16 novembre dello stesso anno, esprime il suo ringraziamento con queste
parole: ... Grazie, Gesù! ora sono un po' più sorella di Santa Teresina, la
Mamma tua cara e nostra scelta perché mi sia ancor più vicina, e mi aiuti ad
essere la vera amante della Croce. Tu solo puoi sapere quale gioia, quale
felicità provai nell'anima il giorno della S. Vestizione come Terziaria
Carmelitana col nome di Maria Teresa della Croce, dato proprio da Te, avendo
inteso il desiderio del mio cuore, ispirasti il Rendo Padre a darmi questo
[nome].
....
il giorno della Vestizione fu un raggio di luce, luce viva, profonda e piena di
forza ...
Il
discorso continua ancora, ma noi ci portiamo al 24 dicembre 1943, per stralciare
alcune righe dal suo diario, in cui parla della sua professione carmelitana,
fatta a Pergine, in casa Frisanco, dove si trovava come sfollata.
Ai
25 settembre feci la mia santa Professione di Terziaria Carmelitana, Ho come
spiegare questo momento! a letto sofferente e con i colpi della contraerea che
sembrava tante bombe, il mio cuore al pensiero di Giovanni sembrava si
spezzasse, questo fu per un momento dopo non capivo più nulla di cose di terra,
ma mi sembrava di abitare in un luogo ove non v’é dolore, ed il cuore si
scioglieva di amore e riconoscenza a Gesù in unione di spirito, e seguiva la
Funzioncina, poi mi accorsi ancora di essere sulla terra nell'aspettativa di
venire a Te, o Gesù. Non posso spiegare tale momento! Mamma cara ti prego
implorami misericordia da Gesù e fa che venga fedele a quanto le promisi...
Questa
appartenenza, sia pur come terziaria, all'Ordine Carmelitano, si può vedere nel
piano di Dio come una componente della preparazione che Egli stava facendo per
affidarle la missione di preghiera-immolazione e parola verso la Chiesa,
missione lasciata poi come preziosa eredità alla Piccola Opera del Divino
Amore.
Dopo
questa necessaria o per lo meno opportuna introduzione, entriamo nel vivo di
questa sua missione nella Chiesa e per la Chiesa, che tanto le sta a cuore.
Negli
ultimi anni della sua vita, un giorno, dopo aver recitato il santo Rosario con
alcune persone amiche, che sostavano accanto al suo letto, parlò con forza e
ardore di cose spirituali. Fra le altre, disse questa frase: Gesù, la Chiesa me
l'ha data ancor prima dell'Opera. Il discorso è inciso su una bobina. Quel suo
modo di dire ... la Chiesa, me l'ha data ... significa che gliel'ha data da
amare, immolandosi per essa e trasmettendole quanto il Signore voleva
comunicarle.
Quanto
sia stata fedele a questo compito di donazione ed aiuto, non è possibile
descriverlo nel corso di questa semplice biografia.
Le
persone, le lettere, i fatti ne daranno testimonianza e saranno oggetto di una
ulteriore trattazione. Qui se ne parlerà solo come punti di riferimento,
lasciando invece spazio a vari passi dei suoi Scritti, che presentano un'idea
chiara su questo argomento.
1942:
Dobbiamo parlare con grande rispetto e prudenza dei Sacerdoti e Superiori, perché
ci vuol poco a incorrere in gravi mancanze, facendo altrimenti.
Febbraio
1942: Fà, o Gesù che vi sia tanti Sacerdoti santi scegli tante piccole anime
che possano sacrificarsi, ed ottenere tali grazie.
5
marzo 1942: Scriviamo due capoversi, tolti dalla preghiera fatta al Signore per
suo nipote M. E. chiamato al sacerdozio: Gesù mio prendi parte delle mie
sofferenze fisiche, e quanto sai, per il bene e l'aiuto e possa arrivare se è
tua volontà ad essere tuo Sacerdote.
Fa
che diventi un'anima veramente grande, perché il Sacerdote ci vuol santo, pieno
di zelo, ardore e premura per le anime, prudente, umile, puro, e con grande
carità senza confini ...
Come
si è già detto, Enrichetta ebbe la grazia di avere come guide illuminate per
la realizzazione del disegno divino in lei, il venerato vescovo mons. Enrico
Montalbetti e padre Mario Venturini, fondatore dei «Figli del Cuore di Gesù
Sacerdote»: figure elette, che lasceranno una traccia profonda nella sua anima.
Lo
stesso mr. Montalbetti, già insignito della carica di arcivescovo di Reggio
Calabria, centrando lo scopo primario delle sofferenze di Enrichetta, le scriverà,
riportando le parole di san Paolo: «Compio nella mia carne quello che manca ai
patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Colossesi 1,24).
E
per stare in tema di «anime grandi», diciamo che Enrichetta ebbe un rapporto
indiretto anche con il beato don Giovanni Calabria.
In
che modo? Alcuni sacerdoti di Trento, che si occupano del caso della Piccola
Mamma, forse perplessi per quanto Dio sta operando in lei, vanno ad assicurarsi
a Verona appunto da don Calabria, che già vive in fama di santità.
Alla
loro perplessità, egli risponde: «State tranquilli: Tutto bene.»
Il
fatto è riportato negli Scritti il 16 settembre 1949, così: Giorno di viaggio
dei Reverendi ... a Vero ... (Verona) ... e Gesù alla sua piccola ... «Di che
vadino con animo sereno e tranquillo; Io tuo Gesù faro Luce nella Verità.»
Il
14 ottobre 1951 poi, Gesù avrà un richiamo per quella data e quel fatto;
leggiamo infatti: «A Verona andarono per far luce (sett. 1949), a Trento
vengono per cercare la luce."
Proseguiamo
ora a presentare l'argomento in modo il più possibile cronologico, anche se la
trascrizione delle frasi vien fuori in maniera slegata.
13
dicembre 1948: Così leggiamo, riguardo a don Bruno Bonvecchio, di cui si è
parlato nel capitolo precedente: È Divina Volontà che venga qua a morire don
Bruno ..... sì la Vittima cara del Divin Cuore di Gesù. È Divina Volontà e
desiderio di Gesù per tanti motivi ma in modo speciale per la Gloria Sua di Gesù
e in riconoscenza per il bene, preghiere che ha fatto per noi don Bruno. Gesù
glorificati nel tuo Sacerdote!!!
Nonostante
queste affermazioni, il 16 dello stesso mese, chiede a Gesù dopo la s.
Comunione:
perché
Gesù vuoi che venga qua Don Bruno per venire in Cielo? Al che Egli risponde: «Queste
son cose, note solo al Signore; e nei suoi divini disegni.»
Qualche
settimana dopo, Gesù le fa sentire la sofferenza della Chiesa, rispondendo alla
domanda fatta da Enrichetta: ...e proprio nel tuo divin Cuore che soffri?
«Si
mia amatissima sposa, soffro, soffro gridalo forte, soffro perché amo le mie
Creature, e non sono amato, ma deriso, calunniato, e maltrattato. Io stesso tuo
Gesù, la mia Chiesa, il mio Vicario in terra, i miei Sacerdoti, i miei
prediletti, tutti soffrono, amami, amami, e ripara, » ed è tutto il giorno che
sono in un mare di amore, e di dolore!
29
marzo 1949: «Scrivi, mia amatissima figlia: La Mamma (Maria SS.ma) viene presto
a schiacciare i demoni»; e insiste per il Sacerdote di fare: Confortare ogni
anima che soffre per ogni dolore ma specie per le ingiustizie; e preparare ogni
anima a questa venuta di Gesù, e Mamma per il trionfo della Chiesa.
24
giugno 1949: Festa del SS. Cuore di Gesù. Dopo la S. Com. Gesù alla sua picc.
«Noi
Tre verremo a te e stabiliremo la nostra dimora in te» ... Ero angosciata e
sofferente; sentivo tutto il riflesso delle sofferenze del Cuore SS. di Gesù
per i peccati, e ingratitudine degli Uomini; specie i suoi Prediletti...
17
luglio 1949: Questa è l'epoca dei Sacerdoti santi .... ho veramente buoni;
oppure cattivi non vi è più via di mezzo: ho con Gesù e per Gesù oppure
contro ... che spavento ...
23
luglio 1949: insiste Gesù che vincerà la Chiesa, ma è necessaria una
purificazione, e perciò la sofferenza, e penitenza per poter formare in questa
la nuova Chiesa rinnovata, e purificata!!!
«Il
Seminario deve essere la casa della carità; e del perdono perdonare sempre
ogni volta si mostreranno pentiti, così è, e deve essere la mia Chiesa.»
11
gennaio 1950: Dopo la S. Comunione Gesù nella luce dell'anima per i piccoli
Seminaristi ... Gesù ... Devono avere la loro dignità e sentirsi portatori di
Cristo. Sempre alla stessa data lei scrive: Gesù Nostro Signore insiste perché
il Sacerdote possa dare luce alle anime e splendore alla veste Sacerdotale della
Chiesa.
E
perché l'azione sacerdotale nelle anime sia di luce e splendore nella Chiesa -
aggiunge il 26 dello stesso mese - devono fare vita mortificata sotto ogni e
qualsiasi aspetto.
Il
29 gennaio poi, ribadisce il concetto: Solo il cuore mortificato e nella
penitenza può conservarsi buono. Così il giorno prima, sempre parlando del
Sacerdote afferma: ... Il Sacerdote le deve salvare le anime.
aprile
1950: Dopo aver fatto una preghiera ed un colloquio di offerta e di amore con
Gesù, annota: ...E poi durante il giorno (Gesù) mi parla frequente così: «Dove
si trova ora la Mamma Maria Santissima deve essere come un'altra Pentecoste» e
nella luce dell'anima capii che deve essere una pioggia di Rose per
intercessione della Mamma Regina del Cielo coi doni dello Spirito Santo per
tutti i Sacerdoti ... e Seminaristi che si trovano vicino a Maria S.S. la Mamma!
e quanti andranno a visitarla!!!
Questo
passo si riferisce certo alle celebrazioni dell'Anno Mariano come conclusione
della Peregrinatio Mariae.
Pasqua
1950: Si riporta per intero il passo, anche se l'inizio sembra staccato dal
contesto che segue.
Nella
luce dell'anima capisco chiaro che Gesù vuol che sia chiamata la Mamma sua e
Mamma nostra Regina dell'Universo: e poi soffro tanto tanto per le sofferenze
della Chiesa anche oggi sebbene è festa grande; e chiesi a Gesù il perché ...
e Gesù all'anima mia. «Non posso essere contento finché non vi sarà un solo
Ovile sotto un solo Pastore.; e questo verrà presto ... si la Mamma viene a noi
e ci salverà ...
17
aprile 1950: Per desiderio di Gesù scrivo quanto segue ... Un'anima che a
gustato la bellezza del Creatore che ha gustato le bellezze della sua Bontà;
che a gustato i Suoi Baci; le Sue carezze, il Suo Amore non può più
appartenere alla terra; e preferire questa al Suo Divin Cuore; al Suo Amore ...
e per queste vi fu il richiamo e istruzioni per le anime Sacerdotali e tutte le
anime ancor nel 1948 ... da parte di Gesù e tenere una regola di vita quale fu
descritta ... che nessuna cosa poi farà paura ... perché vi è grazie maggiori
del Buon Dio ...
Riguardo
alle istruzioni, di cui si è appena parlato, avute da Gesù circa i sacerdoti e
il Seminario, furono consegnate a suo tempo a chi di dovere. Tuttavia negli
Scritti si trovano molti richiami su questo argomento. Ne riporteremo qualcuno,
come il seguente, del
3
luglio 1950: Insiste poi Gesù sull'Opera per il Sacerdote e così Gesù ...
Il
Sacerdote a la pienezza della Grazia; e si deve mantenere in tale stato; da
essere un altro Gesù cui serve da ponte; e sostegno per condurre le anime al
Cielo; dunque se questo non è ben solido, le anime che conduce è facile cadano
nell'abisso, e Lui pure con queste.
Alcool
niente; e poco vino, le anime scielte per la via di Immolazione e Amore
assolutamente niente anche di questo.
Questa
seconda categoria di anime, si capisce che hanno una chiamata particolare.
E
il testo continua poi:
Gesù
ripaga con generosità tale privazione ancor in questa terra. Queste anime
vengono piene di Luce; e di grande fortezza, e vedono i pericoli da lontano.
La
Mamma Maria S.S. farà per il Sacerdote finezze di amore nell'anima Sua
Sacerdotale e così non temerà nessun pericolo perché è protetto difeso
aiutato dalla Mamma Maria Santissima, quale Mamma e Sposa dell'anima Sua.
19
novembre 1948: ... «La Chiesa fu formata bene con tutte le Grazie e aiuti
necessari ma pochi dei miei Sacerdoti vi sono che corrispondono ... » E il 13
giugno 1948 Gesù aveva riversato in lei l'amarezza del suo Cuore.
Dalle
varie pagine, appartenenti a questa data, riportiamo solo poche righe.
«...
Vado in cerca di anime, e poche ne trovo che ascoltano la mia Voce, tutte hanno
troppi lavori, troppe occupazioni, e il mio Avversario fa strage nelle anime in
tutte le maniere, e in tutte le forme ... Oh il Sacerdote che vive da vero
Sacerdote, e Religioso, le strappano le anime al mio Avversario ... »
«...
Scrivi che desidero e comando i miei Sacerdoti riconoscano la loro dignità di
Sacerdote che sono altrettanti Gesù, ed ho donato a Nota:
Loro
tutta la mia Potenza, tutta la mia Grazia .... ma devono vivere, essere come gli
vuole il mio Divin Cuore .... Oh i miei Sacerdoti se li amo! .... scrivi figlia
che tanto, tanto soffro per questi ... tanti tanti c'è che invece che darmi
anime, me le rubano sai tu figlia il dolore che provo per questi!!! La più
piccola mancanza di uno dei miei Sacerdoti è mille volte più di una grande
mancanza di un'altra anima, predica a Loro e di che colla carità avranno ogni
mia Grazia per poter resistere ad ogni prova, ad ogni tentazione, senza la carità
non possono nulla...»
«...Carità,
di amore reciproco in Loro, donazione completa nelle anime ..
Ed
Enrichetta conclude: Basta basta per ora Gesù ... Gesù te li affido
completamente, ed ogni cosa farò con la tua Grazia, aiutami Gesù ...
Per
questo, lei condividerà con Gesù, fino alla morte, le sofferenze della Chiesa,
delle anime e particolarmente dei prediletti; questa partecipazione alle
confidenze e al dolore del divin Maestro la porterà ad una sempre più eroica
offerta di sé.
Tuttavia
la consolerà il pensiero di un prossimo luminoso avvenire. Dirà infatti
spesso, accompagnando le parole con la felicità del volto e dell'atteggiamento:
La Chiesa verrà bella bella, come non è mai stata, con anime piene di luce ...
Era dello Spirito Santo.
Così
scrive anche nel novembre 1949: La prova continua fino a Roma, e da Roma
comincerà un'Era nuova per la Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana.
E
Gesù, nel novembre 1948, dando un messaggio sul futuro della Chiesa e
dell'umanità, conclude con le stesse prospettive di luce e di conforto: «... e
poi pace, pace, pace, e trionfo delle anime; della mia Chiesa; santificata,
purificata, e trionferà come non fu mai!!!»
È
opportuno ora vedere e riportare qualcuno dei passi sull'accostamento di Maria
Santissima al sacerdote ed alla Chiesa, di cui Ella è Madre e modello, come
afferma il Concilio Vaticano II (Costit. dogm. s. Chiesa n. 63).
Festa
della cara Mamma 11 febbraio 1949 Lourdes: ... La dolce Mamma è stata tutto il
giorno assieme al suo Gesù che si trova nella sua piccola ... ... e per
manifestare apertamente nell'anima mia i suoi desideri, i suoi dolori, e l'amore
che porta ai Prediletti suoi Sacerdoti!
Oh!
la Mamma quanto li ama; e sa Padre, cosa vuole? Amore completo per il suo Gesù;
per la Mamma; e vivano tutti per le anime dimentichi di se stessi; sicuri che la
Mamma li veglia, protegge, e provvede ogni cosa ... e la Mamma che dice ... «Ho
compassione dei miei Sacerdoti, gli amo tanto, gli proteggo e difendo, scrivilo
questo figlia, e lo sappiano tutti i miei Sacerdoti, che li amo e sono vicina a
Loro in ogni momento.
Poi
voglio che siano uniti nella carità senza riserva tra loro; e vivere prendendo
solo il stretto necessario ...»
Il
messaggio prosegue con materne parole ed esortazioni. Noi ci fermiamo qui,
riportando invece alcune righe di un'altra manifestazione di Maria Santissima ad
Enrichetta.
1950:
25 luglio verso le 10 La dolce Mamma Celeste all'anima mia, con tanto, tanto
amore ...
«...
Per i miei figli Prediletti, per i miei Sacerdoti, voglio essere come Figlia più
affettuosa; come sposa più tenera come Mamma più soave. »
Alla
fine del messaggio precedente, Enrichetta conclude: Però quanto dolore, quanta
angoscia mi fanno quelli che combattono la Chiesa, il suo Vicario in terra, i
Sacerdoti!
Non
fa meraviglia, dunque, se dopo tante luci avute da Dio, Enrichetta abbia non
solo amato la Chiesa, pregato ed offerto per essa, ma abbia «vissuto la Chiesa,
Corpo mistico di Cristo».
Noi
abbiamo stralciato solo qualche passo indicativo dei numerosi di cui sono
costellati i suoi Scritti, specialmente dal 1948 in poi. Questa «vita» nella
Chiesa, la trasmette alle persone e soprattutto alle sue figlie spirituali, che
ne avrebbero poi dovuto accogliere l'eredità.
Sul
rispetto, l'amore e l'obbedienza alla Chiesa è inesorabile. Non tollera
critiche; la parola del Papa è un ordine, un dolce obbligo da non discutere;
tale è pure la venerazione per il Vescovo e le sue direttive.
Quando
vengono da lei i sacerdoti, si china a baciare la mano consacrata, come a un «altro
Cristo».
Un
giorno le si fa non so quale obiezione e lei subito: La Chiesa è Madre: Cammina
con lei.
Spesso
riferisce il detto di suo papà, che è poi il concetto espresso da san
Francesco d'Assisi sulla dignità del Sacerdote e cioè: «Se tu incontrassi un
Angelo e un Sacerdote, chi saluteresti per primo? - L'Angelo. - No! Prima il
Sacerdote, perché l'Angelo non ha il potere di far scendere Gesù sull'altare
nella santa Messa.»
Quanto
poi offrirà di preghiere e sofferenze per il Concilio Vaticano II! E quanto farà
pregare le sue figlie spirituali, dicendo fra il resto: Lasciate da parte tutte
le vostre intenzioni ora e pregate per il grande Concilio.
La
notte di quell' 11 ottobre 1962. nel momento dell'apertura solenne a Roma, per
unirsi al Papa ed ai Padri Conciliari, ci manderà in Duomo, per partecipare
alla solenne veglia Eucaristica indetta allo scopo.
Per
restare ancora in argomento, anche se anticipiamo le date, affermiamo che
accoglierà con docile e perfetta sottomissione le prescrizioni, la riforma
della liturgia, le innovazioni - non gli abusi - messe in atto dalla Chiesa.
Acquisterà
il nuovo Messale, i Lezionari, i messalini, tutto come in Cattedrale.
Nell'abitazione
di piazza d'Arogno le viene ingiunto un giorno, nell'ultimo scorcio del 1974 o
all'inizio del 1975 - non si ricorda bene - di cambiare la disposizione
dell'altare nella piccola cappella della Madonna, dove spesso, per facoltà
avuta da sua eccellenza l'arcivescovo mr. A. M. Gottardi, si celebra la s.
Messa.
Senza
indugio fa eseguire quanto è richiesto dall'autorità ecclesiastica più come
invito che come imposizione.
Domenica
18 aprile 1993, sua santità Giovanni Paolo II ha dichiarato «beata», la serva
di Dio Suor Faustina Kowalska e con ciò stesso viene resa ufficialmente
credibile la rivelazione di Gesù Misericordioso.
Riandando
nel tempo, diciamo che vi fu un periodo, qualche decennio fa, in cui la Chiesa,
dovendo esaminare la cosa, sospese questa devozione.
Sebbene
molto cara ad Enrichetta, senza lamento né discussione, fa ritirare dalla sua
casa tutte le immagini che riguardano questa devozione, e ne ferma, da parte
sua, la diffusione, finché la Chiesa, dopo qualche tempo, non ne permetterà di
nuovo il culto.
I
fatti si potrebbero moltiplicare; noi invece preferiamo per adesso concludere il
capitolo, con una parola sul suo amore al papa, «il dolce Cristo in terra»,
come lo chiamava santa Caterina da Siena.
20
marzo 1954: È certo una lettera, manca però l'intestazione e comunque la prima
parte. È diretta a sua santità Pio XII. O Santo e Beatissimo Padre,
senta
tutta la angoscia, tutta la venerazione, tutta la nostra cooperazione per il Suo
lungo e duro calvario, che porta alla redenzione; sì, è un altro Gesù in
terra ... sì, il martirio vivo e quanto serve per la salvezza e redenzione
delle anime ... dei popoli ...
O
Santo Padre, senta una piccola Oasi di anime unite a Lei, Beatissimo Padre, che
incessantemente Le sono vicine, senta tutto il nostro amore, la nostra
riconoscenza per il suo lungo martoriato soffrire!!! Senta la nostra preghiera
il canto perfino, diretto [a Lei nelle] parole e preghiere rivolte a Gesù e
Maria, perché La sostengano e confortino.
Beatissimo
Padre, umilmente chiedo la Santa Benedizione e il ricordo nella sua [preghiera]
davanti a Gesù e Maria. obbligatissime povere serve piccole anime di Gesù e
Maria.
2
marzo 1956: compleanno del santo Padre.
Enrichetta
dirige la sua lettera al suo padre spirituale. Dice: Per la festa Natalizia del
santo Padre - 2 - III – 1956 Non è necessario Le spieghi il nostro amore per
il Santo Padre, e tutta la Venerazione, il rispetto, ma sopratutto la immensa
riconoscenza che deve sgorgare dal nostro cuore; prima verso Gesù di questo
grande dono che ha fatto all'umanità col dare un Dolce Cristo in terra che
proprio tiene tutte le sue caratteristiche!!! che dire della Dolcissima Mamma
che tanta predilezione tiene per il Santo Padre?
Il
nostro augurio, la nostra preghiera, il nostro affetto deve solo basarsi sulla
grande riconoscenza che dobbiamo avere verso Gesù Maria, e cercare che sempre
più possa avere quei aiuti, e grazie sopranaturali per preparare bene come vuol
Gesù Maria tutta l'Umanità per la loro Venuta, e Trionfo della Chiesa!!!!!
Ecco
solo allora potrà dirsi compiuta l'Opera del Dolce Cristo in terra quale è il
Santo Padre!!!
La
prego, Padre mio, ad avere la Bontà appena è possibile celebrare una Santa
Messa di ringraziamento per tutto quanto scrissi sopra, e sia diretta proprio
alla dolcissima Mamma Addolorata cui tante volte il Santo Padre avrà
conosciuto, e visto da vicino il Suo Dolore .....
Ringraziare
la Dolce Mamma per tutto quanto ha fatto per il Santo Padre, e ottenga dal Suo
Gesù le grazie, e le conquiste più belle alla Chiesa per mezzo del Santo
Padre, e la Santità più eccelsa!
Queste
frasi riguardano sua santità Pio XII, verso cui nutriva una particolare
predilezione, ma la stessa unione di spirito, amore e venerazione avrà per la
persona del sommo pontefice Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I e per
l'attuale papa Giovanni Paolo II.
Quando
sta compiendo i suoi viaggi apostolici, lo segue, soffrendo più del solito.
Alle volte sembra giunta all'estremo, ma le sue figlie lo sanno e ripetono la
stessa frase: «Il santo Padre è in viaggio pastorale ...» Così, dal suo
letto di dolore, accompagna il vicario di Cristo e con lui si offre per la santa
Chiesa di Dio.
Non
le aveva forse detto Gesù il 5 settembre 1950: «Figlia mia, la tua missione è
sacerdotale?»
E
nel 1952: ... «Figlia mia,la tua missione non è quella delle anime? Non è
quella sacerdotale? E dunque?»
E
nel diario 1951-52, il 18 dicembre 1951, c'è una frase, staccata dal contesto;
si legge: Gesù all'anima ... «Nel Cuore della Chiesa vi è tanto dolore» Di
questo amore alla Chiesa, al papa, al vescovo ... vi è un richiamo visibile
anche nel giardino della Piccola Opera del Divino Amore a Mattarello (TN).
Infatti la Piccola Mamma, vi ha fatto costruire un capitello, con la statua di
Maria SS.ma e il Bambino, con la scritta, a caratteri marcati: Madre della
Chiesa
L'altra
grande consegna, che il Signore affida ad Enrichetta, è la Piccola Opera del
Divino Amore.
Delle
sue finalità, dei principi indicativi e dello spirito che deve animarla, si
parlerà in un capitolo a parte e precisamente al termine di questa biografia.
Ora
si danno solo alcuni cenni su qualche precedente e sul suo sorgere, dato che il
fattore cronologico ce lo impone.
Da
tempo Gesù prepara Enrichetta ad essere «mamma di anime». Mamma di anime: in
senso lato si tratta di tutte quelle anime che lei aiuterà spiritualmente e che
vivranno, pur stando nel mondo, gli ideali e la spiritualità dell'Opera; in
senso specifico sarà la «mamma» della Piccola Opera del Divino Amore, che
genererà a Dio nell'immolazione totale di sé.
Stando
agli Scritti ed ai fatti, questa sembra essere la spiegazione giusta.
Il
18 novembre 1951, Gesù le ripete una frase già detta precedentemente e che
indica quale deve essere il suo atteggiamento abituale davanti al Signore e da
lasciare come finalità primaria della spiritualità dell'Opera.
Ecco
le parole: «Resta in adorazione di spirito, come i miei Serafini in Cielo.»
E
lei aggiunge: Questa fu delle ultime preparazioni di Gesù prima di concedere
tale Grazia!!! e l'Opera di Dio.
Del
resto l'invito, rivolto a lei personalmente, Gesù l'aveva espresso in forma
plurale già nel 1948-49: «Rimanete come i miei Serafini in Cielo, col volto
proteso a terra in ispirito di adorazione».
Al
che fa eco un'altra frase di Gesù detta nel 1948 e richiamata negli Scritti del
1952, il 4 gennaio, che indica il clima in cui queste anime adoratrici dovranno
vivere la loro vocazione:
«Rimanete
nascoste, che si senta di voi solo il profumo». L'anno di battesimo - diciamo
così - dell'Opera, è il 1952. Infatti, il 22 febbraio 1952, festa della
Cattedra di san Pietro in Roma, Gesù fa conoscere il nome: Piccola Opera del
Divino Amore, ossia dello Spirito Santo, con festa principale a Pentecoste.
Quattro
giorni dopo, il 26 febbraio, l'Opera viene consacrata alla Madonna del Divino
Amore del noto santuario di Roma, da parte del Padre R.M.C. dei Servi di Maria,
di cui si parlerà brevemente nel capitolo seguente.
Concludiamo
adesso questo argomento, per riprenderlo in seguito nella forma già espressa.
Del
resto, d'ora in poi, la Piccola Mamma camminerà sempre con le sue figlie
spirituali nell'Opera nascente e nei suoi primi sviluppi ... anche su queste
pagine ...
X
Al
seguito del Re divino
Vicende
posteriori S
offerenze
Opere
di carità
Dopo
i doni ricevuti e la missione di cui è stata insignita dal Signore, grazie
che continueranno del resto anche negli anni successivi, Enrichetta prosegue il
suo cammino in semplicità di vita.
Accudisce,
fin dove le forze glielo permettono, alle faccende domestiche, cura le sue
prime figlie spirituali, avviandole verso una vera vita cristiana e all'intimità
con Dio, dimentica se stessa per darsi a tutti e cerca sempre il nascondimento.
Che la distingue c'è solo quell'attrattiva e quella pace, che sogliono infondere le anime che vivono di Dio in coloro che le avvicinano. La sua preghiera ed il suo atteggiamento di straordinario non hanno altro che un grande amore di Dio e del prossimo, segnato questo da una sofferenza che diventa sempre più forte.
Segnaliamo
ora, per stare in argomento, i fatti principali che caratterizzano questo
periodo che va dal 1952 circa fino all'ultimo trasloco a Mattarello di Trento,
nel 1978.
Chi
legge, ricorda che nei capitoli precedenti si è accennato a due signorine, a
cui Enrichetta aveva offerto aiuto, ospitalità e amore di mamma, appunto perché
sole e bisognose. Una di loro, come abbiamo visto, si era consacrata al Signore
e dopo vari anni dalla sua entrata in convento, nel marzo 1952 viene adottata
come figlia carissima da Giovanni ed Enrichetta Carollo, che ormai suor Ausilia
chiamerà «papà» e «mamma», rinsaldando così il vicendevole affetto che già
li legava da lungo tempo.
Enrichetta
continua la sua vita d'immolazione ed aiuta spiritualmente e materialmente le
persone che il Signore le manda; in particolare cura una signorina, di cui si è
parlato P. Pocher, orfana, che vive con la zia e la sorella, trascorrendo però
buona parte del tempo al Castelletto del Duomo, dove vive Enrichetta, chiamata
già Piccola Mamma.
Con
l'aiuto di Dio cura poi con tanto amore una ragazza, che vive con lei, per darle
una mano nei lavori domestici, M.S., che sembra orientata verso gli ideali
dell'Opera nascente. Più tardi invece il Signore la chiamerà per un'altra
strada.
Alla
fine di settembre 1952, sette-otto signorine, fra cui due vicentine che
conoscono la Piccola Mamma, scendono da Tiarno, in Val di Ledro, a Trento. Sono
vigilatrici di una colonia di ragazzi di Ferrara, scelte a scopo di apostolato
dal vice-rettore del Seminario Minore di Trento, don D. Beber, il sacerdote
che porta giornalmente la santa Comunione ad Enrichetta ed è coinvolto, per
volere di Gesù, nel piano che riguarda la missione sacerdotale di lei.
È
già sera all'arrivo delle vigilatrici in Città. La cena viene loro offerta in
Seminario, ma dove pernottare? Ormai non si possono più raggiungere i
rispettivi paesi, perché l'ora è tarda.
Enrichetta,
informata di ciò, ospita tutte le signorine, unendo letti e improvvisandone
degli altri. L'indomani poi, tornate dalla s. Messa in Duomo, offre loro pure
una colazione.
Quest'atto
generoso e la preghiera fatta assieme a lei, nella piccola cappella della
Madonna, situata al centro dell'appartamento, lascerà una profonda risonanza
nel cuore delle beneficate, due delle quali diventeranno in seguito, sue figlie
spirituali.
Questo
è un esempio, ma quante volte lei ospita persone nella necessità, dando vitto
e alloggio con carità e sacrificio!
Le
suore di Borgo Sacco (Rovereto), allora questuanti a bene delle orfanelle che
assistono, sanno dove sostare a mezzogiorno, prima di continuare i loro
itinerari: al Castelletto del Duomo c'è chi le accoglie con amore!
I
poveri non sono mai rifiutati. Non deve forse Enrichetta vedere Gesù in loro?
C'è
un vecchietto che vive miseramente. Viene, si siede in cucina, e lei non solo
gli dona il ristoro materiale, ma lo ascolta con pazienza, anche quando si ferma
a raccontargliela lunga.
Un
giorno ad un povero dà legna e mattonelle di carbone per scaldarsi. Un'altra
volta, offrendo un piatto di brodo a un misero, gli dice: Prenda e beva, è un
brodo che le dà la vita.
Nel
1956 viene portata all'ospedale una persona conoscente, lontana dai suoi. Quasi
tutti i giorni, ad un ora o ad un'altra, manda le sue figlie spirituali a
trovarla con i necessari ristori materiali, utili da prendere nel periodo
post-operatorio. Vi aggiunge sempre, anche se sfinita, un breve scritto, che
riesce di non poco conforto alla degente, e quando viene dimessa dall'ospedale,
la tiene con sé per tutto il tempo della convalescenza. Non risparmia un
momento per confortarla e consigliarla.
Pure
una vecchina conoscente si trova all'ospedale, ed Enrichetta manda a portarle il
caffè, per sostenerle il cuore.
In
questo periodo si incontra con una cara persona, che vive alla Casa di riposo in
via s. Giovanni, di fianco alle scuole Crispi di Trento. È sofferente, affetta
da encefalite e tremito, da lunghi anni. La tiene come una figlia e la casa di
Enrichetta è sempre aperta per lei, come del resto per tutti. Una volta alla
settimana vi passa tutta la giornata, con grande suo conforto. Molto spesso,
quando le dà il caffè, Enrichetta glielo porta alla bocca con la tazza. Si è
vista pure prenderle il fazzoletto e soffiarle il naso, per evitarle
l'umiliazione di far avvertire il tremito della mano. Quando poi è ora di
partire, l'accompagna alla porta e la saluta finché non sente più i suoi
passi.
La
Piccola Mamma non vuole che si chiuda subito la porta appena uscite le persone,
ma che si attenda un momento e che poi si accosti con gentilezza. È un atto
delicato verso chi esce di casa, a cui lei ci tiene molto.
Del
resto, finché le forze glielo permetteranno, sarà sempre lei ad accogliere ed
accompagnare le persone, anche quando sarà tanto sfinita e sofferente.
Se
le sue figlie spirituali le dicono di riguardarsi un po', lei risponde che ha
tutta l'eternità per riposare.
Altri
fatti si potrebbero narrare e qualcosa si dirà anche in seguito. Ora
sospendiamo questo argomento, per inserire altri episodi e altre vicende di
questo periodo.
Nel
1951 Enrichetta s'incontra con padre R. M. C. dei Servi di Maria, che viene, al
dire dei suoi Scritti, come figlio e come giudice istruttore ... per cominciare
davvero a formare quella legione di anime piccolissime votate all'immolazione
del Amore e del Dolore ...
E
siccome, nella luce dell'anima, lei capisce che deve manifestargli i disegni di
Dio su di sé e sull'Opera e sente al tempo stesso il desiderio preponderante di
rimanere nascosta, si rivolge a Gesù in cerca di aiuto. Egli allora le dice fra
il resto: «Sei alla presenza di Dio; e rimani.
E
nella luce dell'anima; fa quello che ti dirò. Riversa l'anima tua nella sua.
Dio
ti comunica la sua forza e la sua potenza. »
La
spiritualità di questo sacerdote e padre poneva l'accento soprattutto sull'atto
incessante d'amore a Gesù e Maria, sull'esempio di suor Consolata Betrone.
Di
questi incontri con padre R. M. C. si parla ripetutamente nei diari di
Enrichetta del 1951 - 1952 - 1953.
In
seguito, per divergenze di idee circa l'impostazione dell'Opera (la Piccola
Mamma segue una linea più forte e impegnativa), decide, col consenso del suo
padre spirituale, di staccarsi dalla collaborazione del sunnominato padre, pur
rimanendo fra loro un ricordo spirituale di vicendevole stima e preghiera.
Nel
corso dell'anno 1955 arrivano due figlie spirituali B. Z. e R. M. B., che
rimangono in casa di Enrichetta, per essere guidate e formate secondo i voleri
del Signore nell'Opera nascente.
Ogni
missione affidata da Dio a un'anima, ogni generazione spirituale comporta
dolore, ed Enrichetta che tende all'immolazione totale dell'amore e del dolore,
paga il suo contributo: il governo della casa, la guida e l'aiuto dato alle
persone interne ed esterne, la sofferenza morale, anche per l'indagine
giustamente condotta dai superiori per una verifica sull'autenticità dei fatti,
e altre forme di dolore note solo a Dio, ne sono la prova.
Non
parliamo poi della sofferenza fisica, che aumenta di anno in anno, di mese in
mese, con punte di patimento grave e apparentemente mortale.
Ne
descriviamo qualcuna a titolo d'esempio, tolte dal diario di una sua figlia
spirituale.
20
- 12 - 1955: «Questa notte la Piccola Mamma ebbe un fortissimo assalto al
cuore, durato più di un'ora. Era l'una e tre quarti quando ci siamo sentite
chiamare. Siamo subito accorse con grande apprensione, sapendo che ci doveva
essere qualche cosa di grave, altrimenti fa qualunque cosa piuttosto che
disturbare il sonno [degli altri].
L'abbiamo
trovata gonfia, con le labbra scure e senza respiro. Credevamo che morisse...
Si
preparò subito un caffè forte, ma non poteva sorbirlo per la mancanza di
respiro .....
Dopo
qualche tempo si adagiò sul cuscino e trovò ancora la forza di pensare a noi e
mormorava: Piccole mie, andate a letto, sto meglio ...
Al
vederla era un'edificazione: serena e bella, pur nella contraffazione del viso
per il gonfiore. Non un lamento, ma solo una grande pace.
Verso
le otto, si alzò come al solito ed alle otto e un quarto andò con noi in
cappellina e ricevette Gesù Eucaristia, inginocchiandosi come le altre volte,
con sforzo grande, che cercava però di nascondere come sempre.
Poi
è rimasta in piedi tutto il giorno, distendendosi di tanto in tanto sul canapè
sempre gonfia e rossa di febbre. [Anche] la mano ed il braccio sinistro sono più
rossi ed enfiati del solito. Tuttavia ha aperto alle visite, le ha ascoltate e
si donava con tanta carità ...
Non
ha mangiato nulla, ma solo bevuto qualche cosa.
Noi
si vorrebbe moltiplicare le cure, ma si sa, non vuole che pensiamo a lei, ma che
preghiamo e stiamo buone ....»
9-2-
1956 È il giovedì grasso. La Piccola Mamma e qui a letto con la febbre alta e
tanto sofferente: Non c'è parte del suo debole corpo che non soffra ... è qui
distesa sul canapè in cucina e non vorrebbe nulla fuorché acqua. Chi entra non
legge sul suo volto gli spasimi delle membra malate: così una signora, venuta a
trovarla e vedendola sorridere, dice: "Ma non sembra il viso di una
malata."
Fuori
si fa carnevale e qui, sotto le finestre, si suona, si canta e passano le
maschere, quasi a rendere più stridente il contrasto fra i piaceri e il dolore,
il divertimento e la riparazione».
Anni
prima una persona le aveva chiesto: «Come fai a sopportare questi dolori
continui?» Ed ebbe in risposta: Anche tutta l'eternità, se così a Gesù
piacesse.
Per
le anime - dice poi - non si soffre mai abbastanza. E ancora: È bello soffrire
per chi si ama.
Il
suo amore raggiunge poi questa delicatezza: Se potessi, nasconderei le mie
sofferenze anche a Gesù: Mi basta di farlo contento.
E
ne dà la motivazione, che si cerca di spiegare alla meglio: Gesù soffre a
dover provare le anime e allora non si deve fargli sentire che fatichiamo a
portare questa croce.
Alle
volte, nei momenti di maggior sofferenza, con voce sommessa, rivolgendosi a
Maria SS.ma, chiama: Mamma!
Un
giorno si ode mormorare: Mamma, aiuto!
Vediamo
poi che alle sofferenze fisiche, aggiunge la mortificazione volontaria.
La
frutta le piace assai, tuttavia la mangia solo per obbedienza o se prevede che
andrà a male. Noi cerchiamo di industriarci per fargliela prendere e qualche
volta ci accontenta, mangiandone un piccolo pezzetto e dice: Per me non
occorrono, mentre per voi sono medicina.
La
mattina prende solo il caffè; per noi invece prepara una buona colazione. A
mezza mattina prende qualche bevanda ed assaggia qualche cosa. È moderata e
parca, ma senza ostentazione. Fuori dei pasti non vuole nulla, se non per
qualche particolare necessità. Quando ci sono cose molto buone, o non ne prende
o si limita ad un assaggio. Alcoolici non ne usa di alcun genere.
Senza
mortificazione - dice - non è possibile conservarsi buoni; è come voler
passare il mare senza bagnarsi o il fuoco senza scottarsi.(" Da notare che
prima della malattia, neppure acqua prendeva fuori dei pasti. Da quel momento
però in cui le fu detto che l'acqua era indispensabile per il suo fisico,
quando sentiva lo stimolo della sete, obbedì e cominciò a berla.
Questi
brevi cenni riguardano la mortificazione della gola soltanto,
ma
si può affermare con verità che in ogni altro campo era sobria e mortificata.
Piace
a questo punto dire due parole sul modo di governare la casa per quanto riguarda
l'ordine e pulizia.
Introduciamo
l'argomento con alcune sue affermazioni, tolte dagli Scritti del 1951-52.
Ora
da un po' di tempo non sento più nemmeno mia la roba di casa; e come fossi una
brava massaia che deve tenere bene la roba dei Padroni, e dispone tutto a suo
(leggi: loro) piacimento; l'anima mia la sento così ...
E
ancora: Dio è il Padrone assoluto della casa nostra, e governo e cerco far bene
ogni cosa, e Lui solo possa disporre a suo piacimento per chi vuole, mandi,
prenda, faccia tutto quello che vuole; a me il governar bene ogni cosa, anche di
tutte le cose private così è.
È
questa la motivazione soprannaturale e la spiegazione delle semplici cose che
diremo qui sotto e che illuminano la quotidiana vita domestica.
Togliamo
alcuni fatti e comportamenti dal diario di una testimone oculare, una sua figlia
spirituale: ... «L'amore e il sacrificio hanno fatto in modo che Gesù in ogni
angolo possa trovare le sue compiacenze e che in casa ci sia, frutto di economia
e di responsabilità, quanto si può adoperare, dagli oggetti più utili a
quelli che si usano meno.
Nulla
viene buttato via: né scatole, né cartoni, né bottigliette, né altro, ma
ciascuna cosa prende il proprio posto ed è lì pronta per quando si cerca.
Negli
armadi la biancheria .... è [messa] in modo perfetto, con la lista dei capi, e
guai se vi entra la polvere; gli armadi [internamente] sono coperti da tendine.
Si
battono materassi, si spostano letti e si puliscono in ogni cantone. I vetri
vengono periodicamente lavate e foderate ed ogni lavoro
viene
eseguito con precisione.
La
polvere è la grande nemica della Piccola Mamma ... Anche lei, nonostante i
dolori, prende lo strofinaccio e spolvera, riordina e pulisce. Le vetrerie, i
bicchieri ecc. li vuole tersi perché - dice - devono essere trasparenti come
l'anima.
Ogni
cosa al suo posto e un posto per ogni cosa - dice ancora ... C'è una scatola
sgualcita? Fa scaldare della colla. Si prende carta e la si rimette a nuovo.
C'è
la cestina della biancheria un po' sciupata (compie i trent'anni), ma serve
ancora; allora la fa lavare e pulire e quand'è asciutta, vi si mette la
vernice.
Vi
sono bauli scoloriti, casse dove si mettono le trapunte? Vengono puliti,
riparati e coperti di fodera, chiusa con bottoni ...
Non
solo i materassi e i guanciali hanno le loro fodere, ma anche i `lastici' dei
letti; perfino il [rotolo] della tela cerata per i pasti ha il suo vestito, (la
fodera) in cui riporla ....
I
gomitoli di lana vecchi sono raccolti in scatole apposite.
La
macchina da cucire ha più di trent'anni e sembra nuova tanto è tenuta bene.
Anch'essa è coperta da una veste bianca, secondo la sua forma.»
E
non si finirebbe tanto presto, anche volendo stare solo a quanto è detto nel
diario, ma noi dobbiamo chiudere, per dare spazio ad altri fatti ed episodi,
prima di passare al prossimo capitolo.
Siamo
in un pomeriggio di primavera del 1957. Le valli e i monti cantano la gloria di
Dio con le mille voci delle fronde e degli uccelli, e i boschi e i prati ridono
con la varietà dei colori e delle forme: una scolaresca di 15 alunni della
pluriclasse unica di Camposilvano (Vallarsa - Trento), scendono a Trento per una
visita culturale e religiosa con la maestra, che è figlia spirituale della
Piccola Mamma. Dove mangiare? Dove passare la notte?
Nella
casa di Enrichetta si trova un posto ed un piatto per tutti: cena,
pernottamento, colazione e pranzo, e si capisce con quale sacrificio viene
preparato un posto a dormire per ciascuno.
Lei
pensa pure a dar loro occasione di ricevere i santi Sacramenti (Confessione e
Comunione) e di partecipare alla santa Messa in Duomo. Episodio questo
eloquente, che ne sottintende però molti altri, che fioriscono sul cammino di
Enrichetta...
Il
bello è che quando lei compie opere di misericordia si sente la «beneficata»
e non viceversa, per aver avuto l'occasione di far contento Gesù nel fratello.
E
ci tiene al modo con cui si usa la carità.
«L'altro
giorno - si legge sempre nelle annotazioni della medesima persona - dopo aver
fatto l'elemosina ad un povero, come sa fare lei, ci disse: Non è il dono che
fa contenti, ma il cuore e la carità con cui si porge. »
Un
altro atteggiamento ed insegnamento suo è questo: La carità non è solo dare
un pezzo di pane, ma soprattutto questo: soffrire e dimenticare se stessi per
donarsi agli altri, non dare il più piccolo dispiacere a nessuno, specialmente
in casa. Ed ancora: Se non c'è la carità, nulla vale. (Cfr.
1 Cor 13, 1-3).
Per
far contento il consorte e altre persone, affronta pure qualche viaggio; questo,
si comprende, finché le forze glielo permetteranno e con quale sofferenza solo
il Signore lo sa.
Così
avviene, ad esempio, il 2 luglio 1958.
Prima
della partenza le sue figlie spirituali la portano con una seggiolina, scendendo
gradino per gradino, per le lunghe e strette scale che dal Castelletto del Duomo
portano alla sacrestia e alla piazza, l'aiutano a mettersi in macchina bene;
sanno infatti che, quando è appoggiata e quasi distesa, resiste, le sofferenze
sono sopportabili e con l'aiuto di qualche po' di caffè lungo il giorno, il
cuore pulsa discretamente.
Si
fa una sosta a S. Martino d'Arco (TN) per salutare il nipote di Enrichetta frate
Enrico Bianchi, novizio nel Convento dei Cappuccini, quindi si tocca Riva, dove
lei ha vissuto la fanciullezza e adolescenza, e di qui si passa a Mori. Si
visita la chiesa arcipretale, soffermandosi un po', dopo l'adorazione al
Santissimo, presso il fonte battesimale, dove Enrichetta è diventata figlia di
Dio e membro della Chiesa.
Ravazzone,
piccolo villaggio poco discosto dalla borgata di Mori, come si è detto
all'inizio del libro, è l'ultima tappa del viaggio.
Qui,
dopo una breve visita alla chiesetta del luogo, la piccola comitiva si ferma
presso la famiglia Bianchi, dove abitano i cugini di Enrichetta.
Prima
della partenza da Ravazzone si passa a vedere la casa natale della Piccola
Mamma, con grande gioia delle sue figlie spirituali e certo con dolore da parte
sua, quando si pensa che lì è morta la sua cara mamma, mentre lei viveva la
tenera età di non ancora tre anni.
Così,
un po' tenuta a braccia, un po' portata in due con la seggiolina, è riuscita a
compiere questo «viaggio di carità», che non è il primo né l'ultimo, fino
all'aggravarsi del male e alla quasi totale immobilità, che andrà segnando
l'ultimo periodo della sua vita.
Nei
capitoli precedenti si è parlato delle grazie e favori ricevuti da Enrichetta
al Castelletto del Duomo, particolarmente negli anni 1948 - 1952, delle consegne
avute e altro, tutte cose che avranno del resto una continuità. Il Castelletto
era poi inserito e collegato col Duomo. Le era dunque molto caro quel luogo.
Ma
venne il giorno in cui il Signore le chiese il sacrificio del distacco, la
fatica del trasloco, il disagio di un appartamento più scomodo e meno adatto.
È
il 22 aprile 1958. «Trasloco - si legge nel diario sunnominato - dall'amato
Castelletto al Palazzo Pretorio. La Piccola Mamma ha già preparato ogni cosa in
ordine come sa fare lei. È ammirevole la pace e la serenità di spirito, il
sorriso con cui accetta questa prova».
Si
passa dall'una all'altra abitazione attraverso un'angusta e buia scala segreta,
che a malapena si può scendere, simile a quella degli antichi castelli
medioevali, che serviva per evadere in caso di pericolo.
Questo
passaggio tuttavia è prezioso in quest'occasione, in quanto abbrevia il
tragitto all'ammalata.
Al
Palazzo Pretorio Enrichetta, col primo nucleo delle sue figlie spirituali,
rimane poco più di tre anni, e delle vicende e peripezie di questo periodo si
parlerà a suo tempo.
Nel
novembre 1961, al canonico tedesco mons. Franceso Raifer viene assegnato un
appartamento che a lui non serve, in piazza Adamo d'Arogno. Egli vedendo le
strettezze in cui versa la famiglia Carollo, con le prime figlie spirituali di
Enrichetta, dato il suo ufficio di canonico in Cattedrale, dove si trova come
sacrestano Giovanni Carollo, gli offre la possibilità di accedere a quella
abitazione.
E
così Enrichetta si accinge al duro lavoro di un altro trasloco. Sembra debba
essere una sistemazione provvisoria, ma, con l'erezione della diocesi di
Bolzano, suffraganea di quella di Trento, la parte tedesca dei chierici e del
clero, verrà trasferita in quella città e così l'abitazione di piazza Adamo
d'Arogno rimarrà alla famiglia Carollo ed alla nascente Piccola Opera del
Divino Amore, fino al 3 ottobre 1978, giorno in cui Enrichetta e le figlie
spirituali, si stabiliranno definitivamente nella casa di Mattarello.
Le
vie della Provvidenza sono grandi e imprevedibili! L'appartamento in piazza d'Arogno
al n° 7, a fianco della canonica del Duomo, è più spazioso che al Palazzo
Pretorio e per di più ha annesso un orto, che Enrichetta può vedere dal
poggiolo.
Certo
che avere spazi di terreno coltivabile nel centro di una città è cosa più
unica che rara, ma questa volta entriamo anche noi nell'eccezione.
Dal
canto suo la Piccola Mamma ringrazia commossa il Signore di aver ascoltato il
desiderio, che da tempo teneva nel cuore, di vedere un giorno o l'altro le sue
figlie spirituali coltivare l'orto e prendere aria.
Appena
sistemato l'appartamento, viene installato il telefono; così, fino agli ultimi
giorni della sua vita, Enrichetta potrà far del bene alle anime impossibilitate
a recarsi personalmente da lei.
Nella
nuova dimora, lei continua la sua vita di carità, d'immolazione e di intimità
con Dio. Il male fisico peggiora, con punte di sofferenza acuta e di collassi,
che fanno temere della sua vita.
Ma
qui almeno è diminuito il pericolo dei piccioni. Infatti al Castelletto del
Duomo svolazzavano di continuo i piccioni intorno ai muri ed alle finestre,
lasciando i loro escrementi. Da questi poi uscivano dei piccoli insetti neri,
che entravano in casa.
Dalle
analisi effettuale a Bologna risultava che tali insetti erano innocui per
persone sane, ma pericolosi per individui malati, specialmente di cuore. Fatto
sta che le loro punture provocavano in lei una specie di avvelenamento con
conseguente soffocazione.
Il
caffè è sempre stata l'unica medicina per sostenere il cuore della Piccola
Mamma. Mai glielo fece mancare la Provvidenza, neppure durante la guerra del
1940-45, quando tutto era razionato.
Se
non avessi il caffè - suole dire - non potrei reggermi in piedi, dovrei stare a
letto.
E
ancora: Prendere il caffè per me, è come mettere olio in un lumino che si
spegne. Non per questo abuserà mai di questa bevanda, anzi la prenderà solo
nella necessità e, d'ordinario, molto leggera. Si preparerà concentrato solo
in caso di collassi o scompensi cardiaci.
Anche
qui, come nelle precedenti abitazioni, è lei che accoglie e accompagna fino
alla porta le persone che vengono sempre più numerose per avere un aiuto
materiale, ma più ancora spirituale, una parola, un consiglio, un conforto. Si
dona senza misurare né tempo, né forze.
E
quando il male si fa troppo acuto ed il cuore non regge, va a distendersi sul
divano, quel tanto da poter poi stare in piedi per le anime e per la casa. Le
ginocchia non può piegarle. L'ultima volta che riuscì a scendere le scale - ed
è bene ricordarlo - fu nel 1937, quando uscì col consorte Giovanni e la nipote
A. B. Arrivati in piazza della Mostra, di fronte al Castello del Buon Consiglio
di Trento, dovettero adagiarla per terra, perché non riusciva più a camminare.
Da
quel giorno divenne la piccola prigioniera di Gesù, prima al Castelletto e poi
nelle varie abitazioni successive. Per un po' di tempo, dopo il fatto narrato,
con notevole sforzo, scendeva le prime scale, che dal Castelletto portavano ad
una gran sala, quindi a un andito, da dove poteva partecipare alla santa Messa
del Duomo, attraverso una finestrella che dava sull'interno della Cattedrale.
Poi,
nemmeno questo. Era l'immolazione completa.
Era
serena e contenta ugualmente. Il suo unico ideale era fare la volotà di Gesù.
Monsignor
Saverio Mochen, di santa memoria, soleva rispondere a chi gli chiedeva conto
della sua salute. «,,Come vol Gesù" la dis la Richeta del Dom» (Come
vuole Gesù - dice Enrichetta del Duomo).
In
seguito però sostituirà questa frase un un'altra e precisamente: Nella Volontà
di Dio. Il perché, lo manifesterà un giorno alle sue figlie spirituali,
dicendo: Quando compresi che dire «come vuole Gesù», era troppo poco
specifico e significativo per me, cominciai a dire semplicemente: «nella Volontà
di Dio».
Perciò
a chi le chiedeva e le chiederà in seguito: Enrichetta o Piccola Mamma, come
sta? Rispondeva e risponderà sempre: Nella Volontà di Dio; frase del resto,
che racchiude un solo anelito e cioè la gloria di Dio e la salvezza delle
anime.
Dopo
questa opportuna digressione, riportiamo qualche fatto spirituale e caritativo
del periodo che staimo trattando.
Nell'abitazione
di piazza d'Arogno, benché un tantino discosta dal Duomo, si può udire e
partecipare - tranne alcuni mesi d'interruzone - alle celbrazioni della
Cattedrale mediante un collegamento di altoparlante. Che grazia singolare!
Vi
si clebrano anche molte sante Messe, da sacerdoti conoscenti o di passaggio,
soprattutto dopo che la bontà di sua eccellenza l'arcivescovo A.M.Gottardi nel
Natale 1963 darà alla nuova istituzione che sta per sorgere, quale conforto
alla Piccola Mamma, inferma, il permesso di celebrare nella cappella della casa
ai sacerdoti che lo desiderano, senza rivolgersi ogni volta in Curia.
Anche
i due padri Camilliani, che si conoscono, vengono spesso a celebrare la s.
Messa, con grande conforto di Enrichetta.
La
piccola cappella della casa è anche centro di continua preghiera, da parte di
singoli, di gruppi, e anche di pellegrinaggi, e l'eco delle parole e dei canti
si spande nell'abitazione a lode di Dio e di Maria Santissima.
Naturalmente,
ogni grazia ed ogni conquista di anime domanda un contributo personale di
sacrificio, preghiera e donazione.
Ed
Enrichetta offre la sua completa immolazione nel servizio, nell'unione con Dio e
nella dedizione senza riserva.
C'è
un povero, che viene costantemente una o più volte in settimana a mangiare o a
farsi cuocere vivande che riceve qua e là. Enrichetta è sempre disposta ad
accoglierlo. La chiama «mammina», e lei lo lascia dire, anche se questo nome
in diminutivo non le piace, perché le sembra sdolcinato. Gli permette perfino
di mettersi a disegnare, allargando grandi fogli sul tavolo, come fosse a casa
propria.
Anche
un altro poverello viene spesso a mangiare e le dà l'appellativo di «madre».
Teniamo
pure una diapositiva che rappresenta Enrichetta in Piazza d'Arogno, assieme alle
zingare ed ai loro bambini, mentre li saluta e li accarezza, sulla soglia
dell'appartamento.
Neppure
la febbre la trattiene dall'adempiere al dovere di carità. Si legge, sempre sul
diario nominato"': «Ieri, 4 novembre 1961, benché raffreddata e con 38 di
febbre, per non dare un dispiacere al consorte, lo accompagnò in macchina,
sotto un vento freddo, al cimitero di Calliano sulla tomba dei genitori Carollo
e del nipote M.E. ed a salutare i parenti, assistendo dalla casa, alla
processione votiva della parrocchia.»
Sullo
stesso diario viene registrato, fra i tanti, un altro fatto: «La sera di S.
Giuseppe 1962 è arrivata per desiderio della Piccola Mamma, una sua cognata
Luigia Carollo in Gadner. È sola e molto malata. Lei, più malata ancora, vuole
assisterla. Fa portare un'ottomana accanto al letto dell'inferma e vi si
distende così, senza materasso, per riposare la notte, almeno di tanto in
tanto, mentre veglia la degente».
Non
è certo questa né la prima né l'ultima volta che usa questi atti di carità.
Nel
dicembre 1963 muore improvvisamente la cognata Maria mentre sta per uscire
dall'ospedale di Milano, dove era stata precedentemente ricoverata per infarto.
«La
nostra casa - si annota - in questi giorni è ritrovo dei membri della famiglia
Carollo, nel dolore comune.
La
Piccola Mamma deve essere alla testa di tutti per aiutare, confortare,
consigliare. Il giorno di santo Stefano, nonostante il freddo e le sofferenze
fisiche, accompagna il marito a Calliano, in automobile, per partecipare al
funerale. Per più di un'ora rimane nella gelida chiesetta di san Sebastiano,
dove è collocata la bara con la salma, a pregare e recitare il s. Rosario. Poi,
sempre in macchina, ci segue fino alla chiesa parrocchiale e poi al cimitero».
In
questo stesso periodo, compie ripetutamente un grande atto di carità. Accoglie
in casa una cara malata Maria Decarli, colpita da infarto, fino al completo
ristabilimento, preparando pure il vitto per i due fratelli anziani, che vivono
con lei.
La
famiglia Decarli aveva conosciuto Enrichetta quando questa era ancora
all'Oratorio del Duomo e quando, a suo tempo, ne aveva assistito la mamma. Ed
ora, in questa dolorosa circostanza, si rivolge ancora a lei, certa del suo
aiuto.
Enrichetta,
non avendo altre stanze a disposizione, sistema l'inferma nella cappellina della
Madonna e la cura con fraterna premura e competenza d'infermiera, sollecita
anche di notte, se la necessità lo richiede.
Il
medico curante, dott. D. Frattin, ne è edificato.
Nel
corso dell'anno 1964 la stessa anziana signorina subisce altri due infarti, ed
altrettante volte Enrichetta la fa portare a casa sua in piazza d'Arogno, per
assisterla fino alla guarigione completa, offrendo ai fratelli di lei, come in
precedenza, il medesimo ristoro fisico e morale.
E
quando il 4 ottobre del 1967 M. Decarli morirà improvvisamente, Enrichetta, pur
tanto sofferente, si farà portare per ben due volte a casa dell'estinta, in via
Mazzini a Trento, per confortare i fratelli, rimasti ormai soli, e manderà
varie volte le sue figlie spirituali con questa o quella cosa di cui essi hanno
necessità.
Non
solo. Offre pure la sua casa ai due anziani fratelli, accogliendoli per
consumare i pasti, per scambiare una parola di aiuto e consolazione, per stirare
e aggiustare i loro indumenti, finché il Signore aprirà un'altra strada.
Nel
1964 un altro lutto colpisce la famiglia del consorte Giovanni: muore
improvvisamente la cognata Albina. Anche in questa dolorosa occasione,
Enrichetta è accanto ai familiari con la sua carità e la sua parola
illuminata. Vuole poi raggiungere Calliano per seguire spiritualmente il
funerale ed assistere il marito della defunta, che sembra venir meno per il
dolore.
In
questi casi, come in qualsiasi prova della vita, Enrichetta rimane fiduciosa e
abbandonata alla divina Volontà, anche se il cuore sembra spezzarsi. Così sarà
negli anni seguenti, quando la malattia e la morte coglieranno il fratello Luigi
Bianchi e la sorella Anna B. Camper. Certo, questa serenità interiore non le
impedisce di essere sollecita e di usare ogni mezzo a sua disposizione e
possibilità, per aiutare e confortare.
A
Trento vive sola e depressa un'anziana signorina, che conosce Enrichetta e la
prega di venirle incontro. Cosa fa la Piccola Mamma? La tiene in casa per un
lungo periodo, durante il giorno; le sta vicina e le usa una carità, che della
terra non ha ormai più nulla.
Quando
arrivano i parenti di Enrichetta e ci sono altre persone da ascoltare, lascia i
primi per queste. «Così - si legge nelle annotazioni - è successo ieri con
suo nipote, col quale le premeva molto di parlare. Poté stargli insieme solo
pochi minuti».
Commenterà
poi il fatto: Per tutto il tempo, che è rimasto il mio E. ho lodato e benedetto
il Signore per la privazione di parlargli. Noi siamo ciechi e non possiamo
comprendere i fini di Dio, perché permette queste cose. Comprenderemo
nell'eternità.
Poi
si rivolge a Gesù e lo prega così: Confortali e aiutali Tu. Tale disposizione
interiore si riscontra in lei anche quando arrivano contemporaneamente più
persone e non può dedicarsi a tutte e a ciascuna come vorrebbe. Si abbandona
alla Volontà di Dio, soggiungendo: Oh, quanto ringrazio il Signore, pur nel
dolore, di aver permesso così! Quando non dipende da noi, dobbiamo rimanere
serene nella Volontà di Dio e dirgli grazie.
Tutti
sanno che il 5 novembre 1966 una grande alluvione ha inondato parte della città
di Trento e altre zone della Provincia. Enrichetta non cessa di pregare per i
colpiti, ma bisogna anche agire. Ospita per questo una sua amica molto anziana,
che proviene dalla zona allagata di Santa Maria Maggiore. Manda poi le sue
figlie spirituali col triciclo a portare alla Pontificia Opera di Assistenza
offerte, indumenti, materasso, coperte e biancheria da letto per i sinistrati.
Nel
1969 viene ricoverato il più anziano dei due fratelli Decarli di cui si è
parlato in precedenza. Dopo la sua dimissione dall'ospedale, viene accolto in
casa stabilmente per un paio di mesi.
Riavutosi,
ritorna alla propria dimora, seguito ancora da Enrichetta, che gli manda le
vivande preparate, accompagnando il ristoro fisico con parole di conforto,
consigli e indicazioni per la salute, tramite il fratello.
Qualche
volta dice scherzosamente alle sue figlie: Penso che su questa casa ci sia
scritto: «Chi ha qualche dolore, venga qui».
Quando
poi le forze vengono meno, soggiunge: Tu Gesù, sai tutto, io non so nulla.
Gesù
fa bene tutte le cose - aggiunge - ripetendo la frase del piccolo Stefano
Andreolli, morto a Genova in odore di santità.
Queste
frasi acquistano maggior valore, se si pensa che oltre il campanello della porta
c'è anche il telefono che squilla con frequenza, anche di notte, se vi sono
casi gravi o disgrazie. Non ci sono orari per la carità, e non ammette
assolutamente di staccare il telefono, ad esempio, durante i pasti.
È
magari appena stesa sul canapè, perché il cuore sembra non reggere più a
causa dei dolori, e suona il campanello o trilla il telefono. Si alza
immediatamente.
Ed
alle sue figlie, che sono in apprensione, ricorda che ha tutta l'eternità per
riposare, oppure: Chi può far le scale, se Gesù non lo permette?
A
conferma di quanto si è detto, trascriviamo, a volo d'uccello, qualche
episodio, tolto sempre dagli appunti dello stesso diario.
9
luglio 1972: «La mattina e il pomeriggio non mancano mai gli "amici"
della Piccola Mamma, come li chiama lei, ossia zingare, zingarelle, mendicanti
.... Ne viene uno, minorato, che dopo aver ricevuto l'elemosina, scendendo le
scale, si volta a guardarla, per ricevere il sorriso che sempre gli fa».
Quando
arrivano bisognosi all'ora di mezzogiorno, durante i pasti, se qualcuno si
lamenta, risponde:Bisogna aver misericordia con tutti; è solo in questo modo
che possiamo far del bene alla loro anima.
In
data 8 novembre 1972: «Oggi a pranzo la Piccola Mamma aveva appena preso la
minestra, quando suona il campanello. Smette subito di magiare, apre, accompagna
in cappella della Madonna una persona, che ha premura di parlarle. Rientra in
cucina, distribuisce svelta il cibo agli altri e via in cappella. Nel frattempo
suona un altro campanello: è il solito mendicante ... Dopo aver servito il
poverello e dopo circa mezz'ora di colloquio con quella persona, entra in cucina
e una sua figlia si lamenta di questa gente che non ha ore.
Al
che: Non è un dono di Dio? - risponde».
L'esempio
che abbiamo portato è indicativo di tanti altri, dati da lei, scritti dal
Signore, ma non su queste pagine. E per stare in tema, piace riordare un fatto
particolare.
Siamo
al 12 ottobre 1972. L'unico superstite dei tre anziani fratelli, di cui si è
parlato in precedenza, viene colpito da trombosi cerebrale, mentre sta pregando
in Duomo. Lo portano in due a casa Carollo. La Piccola Mamma lo fa adagiare sul
divano in sala e lo veglia ....
A
un certo momento della notte si ode un tonfo: il malato è caduto a terra, e
lei, avvicinandosi per soccorrerlo in qualche modo, inciampa e cade.
Che
momento! Uno a terra, impotente a muoversi, dall'altra parte Enrichetta, caduta
lei pure sul fianco. Con sforzo si rialza l'uno e si aiuta l'altra, temendo per
lei qualcosa di grave e magari irrimediabile, avendo le ossa della spalla rotte
e le altre consunte.
Ma
il Signore protegge. E l'indomani lei stessa si meraviglia di poter stare in
piedi dopo una simile notte. Vedendo poi la gravità del povero degente, chiama
il cugino, il sacerdote per i conforti religiosi e il medico, il quale fa subito
ricoverare in sospedale il paziente, che morirà alcuni giorni dopo.
A
Natale di quello stesso anno, si ammala il consorte di Enrichetta, Giovanni.
Se
lei ha viscere di carità per tutti, senza calcolo, molto più e giustamente le
avrà per lo sposo terreno. Per assisterlo e curarlo finisce per ammalarsi anche
lei, giacché il cuore non regge più alla fatica e ai dolori. Così, quando
arriva l'arcivescovo per la consueta visita natalizia, li trova ambedue a letto.
Una
sera, misuratasi la febbre, dice di averne 39, ma poi dev'essere salita ancora,
perché toccandola prima di andare a letto, bruciava. Quella stessa notte,
essendo uscita un momento, trascinandosi a stento, rientra, e, buttandosi sul
letto, dice al consorte: Mi sento morire. Ed egli le risponde: «Diciamo un'Ave
Maria e poi moriamo insieme». Questo si è saputo in seguito, perché nessuna
delle sue figlie spirituali era ad assisterla, in quanto non vuole assolutamente
che perdiamo il sonno per lei. È pure questo un aspetto della sua carità da
sottolineare.
Che
poi da parte nostra si preghi, si vegli, si vada un tantino vicino alla sua
porta per udire, per intuire come va, questa è un'altra cosa. Il 28 gennaio
1973, il signor Giovanni, marito di Enrichetta, non si sente bene, ma vuole
andare in Duomo lo stesso, dove ha già ripreso il suo servizio di sacrestano.
Verso le 18 si alza perché ha da suonare la campana per il Vespro dei canonici,
anche se le gambe non reggono come al solito. Enrichetta lo prega ripetutamente
di fermarsi, lo trattiene quasi con la mano, ma egli guarda l'orologio e parte.
Passano
forse trenta o quaranta minuti quando arriva una telefonata dal Duomo che il
signor Giovanni è caduto sugli scalini dell'altar maggiore.
L'indomani,
riscontrata dai medici la frattura del femore, viene ricoverato al Centro
Traumatologico di Villa Igea a Trento, dove si decide di operarlo. L'operazione
riesce bene, ma tornerà a casa solo verso i primi giorni di marzo, per
trascorrere un altro periodo di immobilità.
Durante
la sua degenza in ospedale persone buone e parenti conducono Enrichetta a Villa
lgea una - due volte in settimana, permettendole così di vedere il consorte e
il suo stato di salute. Nella discesa e nella salita delle scale la si porta con
la seggiolina, mentre all'ingresso dell'ospedale, gli infermieri la mettono su
una carrozzella, che spingono fino al letto del paziente.
Certo
solo il Signore sa la sofferenza fisica e morale della Piccola Mamma in questi
periodi, anche se in buona misura la capisce chi le vive accanto.
Ma
sentiamo come Dio interviene.
Il
30 marzo 1973, il signor Giovanni viene di nuovo portato - notiamo bene - con
l'autolettiga a Villa Igea. La prospettiva della guarigione completa sembra
dunque ancora lunga. E non c'è da meravigliarsi, quando si pensa alle
condizioni del paziente: età avanzata, frattura del femore, operazione, due
mesi di letto senza mettere piede in terra ....
E
invece, cosa succede? Di notte all'ospedale si alza per conto suo dal letto ed
esce di camera. E la mattina seguente, lo vedono girare per i corridoi,
tenendosi alle pareti.
Il
fatto desta meraviglia in tutti, nei medici per primi, i quali non tardano a
dargli la lettera di dimissione.
Al
ritorno dall'ospedale ci sono i parenti ad attenderlo. Ed Enrichetta manda a
prenderlo in fondo alle scale con una sedia; ma la sedia ritorna vuota ed egli
sale da solo le scale.
Il
Signore - dice Enrichetta - non fa le cose a metà. Ed è certa che l'ha guarito
perché lei non avrebbe più avuto la forza di assisterlo come prima.
Ora
cammina meglio dell'anno scorso, tanto che il 28 aprile 1973 può festeggiare il
cinquantesimo di matrimonio.
La
santa Messa della ricorrenza è celebrata, con la partecipazione di molti
parenti e amici, nella cappella dell'Arcivescovado dallo stesso arcivescovo, sua
eccellenza mons. A.M. Gottardi, ed il pranzo viene preparato in una delle sale
della residenza vescovile di San Nicolò.
Ma
verrà l'autunno 1974, in cui il Signore chiamerà a sé il suo servo fedele.
La
sera, dopo essersi coricato per il riposo notturno, il signor Giovanni accusa
dolori fortissimi all'addome, e niente riesce a calmarli. Al mattino seguente il
medico fa del suo meglio per sollevare il malato, ma ormai si avverte che ogni
rimedio è vano: verso mezzogiorno del 7 ottobre 1974, rende l'anima a Dio, dopo
aver ricevuto i conforti religiosi.
È
la festa del santo Rosario, a lui tanto cara.
Il
dolore di Enrichetta è veramente grande, tanto che in certi momenti sembra
venir meno, perché il cuore è troppo distrutto ed esausto, per sostenere
questa sofferenza.
La
fede tuttavia e l'abbandono alla divina Volontà le danno forza non solo per
superare con offerta generosa la prova, ma anche per accogliere le numerose
persone che vengono da lei in questa circostanza.
La
salma è ricomposta nella cappellina della Madonna, attigua alla camera dove il
defunto è spirato.
L'arcivescovo,
assente in quei giorni da Trento per motivi pastorali, invia un telegramma, di
cui riportiamo il testo: «Festa Rosario inaugura eterna festa nostro caro
Giovanni unitevi sua letizia accompagnandolo preghiera offerta provvisorio
distacco Cordialmente A. M. G. arc.»
Nella
cappella, accanto alla salma, si susseguono nella preghiera parenti, sacerdoti e
altre persone. Vengono pure celebrate varie sante Messe, ultima quella del
funerale, che avrà luogo il 9 ottobre ad ore 9.30 in cattedrale, dove egli ha
prestato servizio di sacrestano per ben 47 anni.
Il
Duomo è affollato per partecipare alla concelebrazione solenne e alle esequie
in suffragio dell'anima del conosciutissimo «Gioani del Dom».
Poi
la salma viene portata nella chiesa di Calliano, paese natale, dove si celebra
un'altra santa Messa; si accompagna poi fino al cimitero, per essere tumulata
nella tomba di famiglia.
Enrichetta,
causa le sue condizioni di salute e il dolore della circostanza, non ha potuto
partecipare al funerale, ma ha seguito la s. Messa e le esequie per mezzo del
l'altoparlante, istallato da tempo in casa e collegato, come si è detto, col
Duomo. Ognuno può immaginare con quale sofferenza ha pregato e ascoltato.
Il
medesimo sacrificio, cioè la privazione di accompagnare all'estrema dimora i
suoi cari, lo farà con serena fortezza anche alla morte del fratello Luigi e
della sorella Anna, negli anni seguenti. Lei sente il vuoto di chi è deceduto e
non vede più, ma la sua anima si volge a Dio, in cui trova tutto e tutti, e
comprende che ora, libera da ogni impegno familiare, deve dedicarsi totalmente
all'Opera e alle anime, che affluiscono con un crescendo di persone e di
pellegrinaggi.
Arrivano
perfino dalla Germania i pellegrini, coi loro sacerdoti e monsignori che
celebrano la s. Messa, e sostano in preghiera e canti nella piccola cappella
della casa, riempiono il corridoio e la scala.
Ci
vorrebbero pagine a non finire per raccontare fatti di persone afflitte, malate
di anima e di corpo, che affluiscono per trovare sollievo, pace e aiuto.
Ne
basta uno a titolo indicativo: mercoledì 17 marzo 1976 viene portato di peso da
due-tre persone uno spastico di 22 anni, della provincia di Vicenza,
accompagnato da madre Palma R. e da una signorina anziana che gli fa da mamma.
Enrichetta
lo fa stendere sul canapè in cappella e gli usa una carità di tratto, di
preghiera e di parola, che è impossibile descrivere. Mentre partecipa alla s.
Messa, celebrata da d. A., si nota che è in una sofferenza profonda ma
contenuta, e così durante la preghiera mentre guarda e accarezza quella povera
creatura. Poi prepara il pranzo per
tutti
e si dedica ai convenuti fino all'ora della partenza.
Abbiamo
detto che in questi anni c'è un aumento di anime bisognose che vengono da
Enrichetta, alla Piccola Opera del Divino Amore, per pregare con lei, chiedere
con lei e col contributo della sua sofferenza, grazie materiali e spirituali
alla Mamma Celeste, Regina della Casa e Mediatrice presso il Figlio Gesù.
Ma,
accanto a questo aumento di persone, c'è un crescendo del male fisico, con
affaticamento estremo del cuore e frequenti attacchi e collassi.
Ne
descriveremo qualcuno.
La
sera del 4 dicembre 1974, Enrichetta, dopo aver accompagnato alla porta una
persona, entra in cucina e accudisce come può per preparare il necessario per
la cena. Ma subito deve appoggiarsi al tavolo per passare da qui a lì. In quel
momento, certo spinta dall'Angelo Custode, esce da un altro locale una sua
figlia spirituale e vede che la Piccola Mamma non si regge in piedi, avverte
pure che la gamba sinistra fa un movimento come di uno che cade per distorsione.
Allora emette un grido di richiamo ed accorre l'altra figlia spirituale e
sostengono per le braccia lei che sta accasciandosi piano piano, senza parole.
Per
il momento non si può muoverla per timore che ceda il cuore. Allora si prega in
lacrime, si accosta una sedia e la si appoggia su quella per brevi momenti,
sostenendola sempre.
Poi
piano piano la si trascina, portandola quasi, sul canapè della sala. Si prega
intensamente l'«Ave Maris Stella» e il «Memorare» di san Bernardo.
In
seguito a questo fatto dovrà rimanere a letto per vari giorni, senza poter
prendere cibo, ma solo bevande. E quanta gente in questi giorni arriva!
E
vuole che tutti entrino in camera sua, li saluta, li ascolta e parla loro,
nonostante l'estrema debolezza. È una grande fatica per lei, ma di fronte alla
missione per le anime, affidatale dal Signore, noi bisogna tacere e lasciar
fare. Ci si limita a dire alle persone di non affaticarla troppo ... ma fuori di
stanza, che non senta ... In questi casi bisogna ricordare le sue parole, dette
e ripetute: Chi può far le scale, se Dio non lo permette?
Oppure
la sua accorata raccomandazione, che, pur trovandosi moribonda, guai se si
mandano via le persone! Che entrino in camera e la vedano almeno, anche se non
può loro parlare.
Pur
nel dolore, loda e ama.
«Ieri
- si legge nel diario del febbraio 1976 - la Piccola Mamma era in condizioni
pietose e non riusciva a trascinare la gamba sinistra, avendo il cuore tanto
affaticato.
Oggi
sta meglio ... e continua il ritornello: Amore, Amore, Amore! volgendo il suo
animo a Gesù».
È
la forza di Dio che la sostiene, Lui che è padrone della vita e della morte.
Lei
stessa afferma: Se vivo è proprio perché si vede che il Signore domanda ancora
qualcosa a me, altrimenti sarebbe impossibile vivere così.
Ed
è sempre serena, gioiosa, e le persone non si accorgono che soffre e si
consuma. A conferma di questo sono significative le sue affermazioni del 30
maggio 1976: Sono quasi cinquant'anni che soffro e cerco di non mostrare a
nessuno la mia sofferenza, di essere serena con tutti, perché non voglio essere
compassionata e non voglio che facciano soffrire Gesù, dicendo magari: «Perché
il Signore permette queste sofferenze?».
Guai
se ode solo lontanamente lamentarsi contro il Signore! Interviene subito
dicendo: Non toccare il mio Gesù!
Ed
anche in condizioni fisiche di tanto male, ha una forza di riprendere e togliere
il peccato, benché minimo, che non è sua. Soprattutto lo vuol togliere in chi
le vive accanto e si è consacrato al Signore.
22
agosto 1976. Da qualche giorno Enrichetta è più sofferente del solito.
«Ieri,
si vedeva che, pur potendolo, di proposito riposava solo quel tanto da reggersi
in piedi. Passava adagio in sala, in cucina, in laboratorio ... celando la
fatica del passo e del respiro, con una volontà ferrea di tutto dare per
l'amore di Dio e per salvare le anime, per i consacrati soprattutto .... eterea
in volto, ma piena di serena pace.
Verso
le 18 sembrava che fosse in uno sfinimento mortale. Si cercava di metterla a
letto, ma lei preferì distendersi sul sofà, davanti alla statua di Maria
Santissima. Le astanti pregavano intensamente e lei di tanto in tanto ripeteva:
Sto meglio. Le vostre preghiere hanno ottenuto di lasciarmi ancora con voi,
finché il Signore vorrà.
Oggi
va più bene, ma non si risparmia. Prendendo fra il resto, uno spunto
occasionale, ci parla per ben venti minuti, con profonda meditazione, dei tempi
presenti, del peccato e sulla necessità dell'obbedienza per i consacrati.»
Vivrà
ancora, finché il Signore vorrà, ha detto nelle righe precedenti. E noi la
lasciamo così, nelle mani di Dio, sospendendo questo argomento, per riprenderlo
a suo tempo, quando parleremo delle sue ultime sofferenze. Sorvolando ora altri
fatti, che saranno oggetto di un'ulteriore più estesa biografia, passiamo
all'altro capitolo, accennando solo, prima di chiudere, a una delicatezza di Gesù,
usata alla sua piccola vittima ed alle sue figlie spirituali, a un «preludio
Eucaristico» - diciamo così - che diventerà realtà nella residenza
definitiva di Mattarello.
Ognuno
comprende il desiderio di Enrichetta e dei membri della Piccola Opera del Divino
Amore di avere Gesù Eucaristia in casa stabilmente. Ma siccome per il momento
questo non sembra possibile, Gesù ha voluto darci una dolce caparra.
Si
prendono le parole di peso dalle annotazioni dei ben noti diari.
«25
gennaio 1976. Sono le ore 15 e 3/4 di questo radioso giorno per noi. Abbiamo Gesù
Eucaristia in cappella. Per uno sbaglio [Egli] ci ha fatto un regalo ed ancora
una volta di più ci manifesta come voglia restare, venire, realmente presente
nel Tabernacolo, nella nostra casa.
Ieri
sera, alle 18 circa, un prelato celebrò la s. Messa nella nostra cappellina.
Come
sempre, la Piccola Mamma mette la scatoletta contenente le particole, perché il
Sacerdote prenda da essa e quindi consacri quelle che occorrono per i presenti.
Lui, invece, abituato magari a celebrare in chiese più grandi, le consacrò
tutte. Dopo la celebrazione ne rimasero quindi molte ed era tardi. Che fare?
Gesù
è rimasto con noi, amato, adorato, lodato. Ed è ancor qui sull'altare, nella
piccola Pisside dorata e coperta. La Piccola Mamma vi mise sotto il tronetto
dell'Ostensorio, che useremo quando Gesù vorrà .... Il Santissimo sarà con
noi fino a stasera alle 18, ora in cui verrà celebrata la s. Mssa.»
Un'altra
volta un Sacerdote del Bresciano ha lasciato l'Eucaristia nella cappella della
casa durante la notte. Così si è potuta fare adorazione per lungo tempo. Il
sacerdote infine è rimasto solo a vegliare Gesù.
Bisogna
sapere che le figlie spirituali della Piccola Mamma, avevano acquistato in
precedenza un piccolo ostensorio, nel desiderio intimo di questa «attesa
Eucaristica».
Ora,
24 aprile 1977, Gesù pare voglia suggellarla con un tratto di divina
accondiscendenza: una signorina di Bolzano, che viene la domenica con la sua
mamma, dona alla Piccola Opera del Divino Amore un meraviglioso ostensorio, col
trono d'appoggio.
In
questa stessa settimana sono state inviate alla casa centomila lire per acquisto
di un tabernacolo, ed un sacrestano di Bassano ha portato delle particole,
confezionate da lui. Non sono questi «segni» della bontà di Dio, che destano
gioia e stupore nell'anima?
Così
si è lodato e ringraziato assieme il Signore, ed Enrichetta, visibilmente
commossa, ci ricorda anche in questa circostanza le parole dette a lei da Gesù
nel 1948-49: «I fatti comproveranno la realtà di ogni cosa. »
Alla
fine di questo capitolo che parla della morte di Giovanni Carollo, consorte di
Enrichetta, si rende necessario dire qualche cosa sulla sua persona, sul tenore
di vita, sui suoi rapporti con le persone estranee, che hanno vissuto nella sua
casa, occasionalmente o definitivamente.
Lo
faremo dapprima, trascrivendo una breve relazione, che ci è stata richiesta
qualche anno fa.
«Un
pensiero di testimonianza e riconoscenza particolare va a questa figura
singolare di sposo e collaboratore, che ha sempre favorito il lavoro spirituale
e caritativo della Piccola Mamma, con fede e disinteresse, anche quando non
capiva che cosa volesse fare il Signore della sua casa e della sua sposa, data
la riservatezza e il nascondimento di lei riguardo al lavoro straordinario di
Dio nella propria anima e nell' "Opera".
Si
può affermare che mai egli ha posto ostacoli o che qualcuno l'abbia sentito
lamentarsi.
Non
fu dunque soltanto un sacrestano esemplare e stimato in Duomo, ma fu pure uno
strumento docile e fedele per la realizzazione del piano di Dio sulla Piccola
Mamma e sulla Piccola Opera del Divino Amore.
Questo
atteggiamento era dovuto non solo al suo cuore buono, ma anche al fatto, che
egli era legato ad una promessa di disponibilità totale al lavoro di Dio nella
sua casa. Nel 1950 infatti fu guarito miracolosamente da nefrite acuta.
Durante
un assalto mortale con soffocazione, per l'albumina levatasi fino alla gola,
Enrichetta, che stava facendo il ringraziamento della s. Comunione nella
medesima stanza, si rivolse a Gesù con accorata, fiduciosa preghiera: Gesù, se
tu vuoi, puoi guarire il mio Giovanni e noi della tua casa, faremo quello che
vuoi.
Da
notare l'aggettivo possessivo "tua", considerata dunque non propria,
ma già del Signore.
Da
quel momento scomparve l'assalto ed ebbe inizio la guarigione.»
Così
egli si è reso ancor più generoso e disponibile, fino al giorno della morte,
sia per le persone che affluivano con frequenza da Enrichetta per manifestarle
dolori e difficoltà ed avvalersi del suo aiuto e consiglio, sia verso le figlie
spirituali che vivevano sotto il suo tetto. I comportamenti di queste ultime con
il signor Giovanni, anche per la oculata vigilanza della consorte, sono sempre
stati cordiali, ma riservati. Le figlie spirituali della Piccola Mamma avevano i
loro locali per dormire, per eseguire le varie attività giornaliere e,
naturalmente, ci si trovava anche assieme, come in famiglia, quando le
circostanze lo richiedevano e specialmente all'ora dei pasti, allacciando fra i
commensali e con lui un dialogo breve e rispettoso.
Ci
si può chiedere: Come ha fatto Enrichetta ad armonizzare i doveri verso la
famiglia e la sua missione spirituale? Rispondiamo semplicemente e con verità.
Lei,
che aveva un senso profondo dell'unità familiare, come è risaputo, con l'aiuto
di Dio, riuscì a conciliare il dono di carità di sé per tutti, senza
trascurare o togliere qualcosa allo sposo terreno e agli impegni familiari. E
questo a prezzo di grande sacrificio e dimenticanza di sé.
Diamo
un esempio: il servizio di sacrestano del Duomo, assorbiva il consorte per molte
ore del giorno; quando arrivava a casa però desiderava, non esigeva, che
Enrichetta fosse anche disponibile per lui, e giustamente; cosa, che nel limite
del possibile, lei cercò sempre di fare.
Per concludere l'argomento attinente a Giovanni Carollo, trattato brevissimamente, ci piace ricordarlo sotto questa luce: egli ha coperto un ruolo, in relazione alla consorte ed alla Piccola Opera del Divino Amore, simile a quello di san Giuseppe, alla distanza che compete fra
i
due, s'intende; nel silenzio, donando senza chiedere e indagare sui misteri di
Dio nella sua casa, gettando anche nei momenti di prova, il suo umorismo che
rasserenava.
Era
un uomo di fede, di grande fede.
XI
Verso
la dimora di Mattarello
Prima
di entrare nell'argomento centrale, vogliamo introdurre questo capitolo con la
descrizione che Enrichetta fa delle «fasi» della sua vita spirituale, che si
trovano a pag. 15 degli Scritti del 1976 e bene si legano con quest'ultimo
periodo della sua esistenza terrena.
Scrive
così:
I
- II - III Fase della vita, vuol dire le tappe della vita cui l'anima si eleva
sempre più nella vita dello spirito e lo sforzo che fa perseguire la Divina
Volontà.
Dunque,
la I proprio dovrebbe essere alla età di 15 anni ... quando totalmente e
affettuosamente mi abbandonai al richiamo di Gesù per la sua piccola che mi
voleva portare dove e come voleva Gesù per i suoi divini disegni, ma non posso
chiamare tappa perché non mi costò nulla tanto era il desiderio grande e
richiamo di Dio di staccarmi dal mondo, e essere sola con Lui; invece la prima
tappa fu nel 1927 quando l'Amore per Gesù fece di mè un passo grande nella Via
dello spirito, e Gesù prese possesso completamente dell'anima mia! fu nel primo
mese della mia malattia marzo 1927 che soffersi solo quanto il buon Dio sa, e fu
l'inizio di un lento Calvario che dura da 49 anni, ma fu una lode e
ringraziamento continuo, dopo il primo anno che ebbi la grande gioia del dolore,
e rassegnazione dalla dolcissima Mamma Celeste, e la piccola S. Teresa d. B. G.
perché non potevo rassegnarmi perché ero troppo attaccata al lavoro e
donazione alla Casa, e potendo capire che lentamente verrò sempre al meno per
il lavoro era un'angoscia!!!, ma nessuno si accorse del mio martirio!!!
Nel
1936 Gesù permise che venissi sempre più sofferente, e dall'Oratorio Duomo
venissi portata al Castelletto Duomo - dicembre 1936 - con il mio carissimo
Giovanni, e Nipote mia, perché potessi seguire la Via della Perfezione
nell'Amore, e nel Dolore, i richiami di Dio nell'anima mia, e le finezze di
Amore di Gesù, e sentendo continui questi richiami alla santità avevo paura di
sbagliare, e nel medesimo tempo non avevo Pace finché non parlavo.
II
Tappa nella vita dello spirito.
Nel
febbraio 1937 andai dal Venerato Padre Venturini, e mi confermò la Volontà di
Dio e disegni suoi, allora per la fatica che feci a parlare, Gesù mi diede
tanta Pace sempre più; e serenità, ma per breve passai la lotta terribile del
Nemico del Bene, ma Dio èra con la sua piccola, e trionfò sul Nemico.
Invece
in febbraio 1976, Gesù mi richiama ad una terza Fase della mia vita, ad un
passo grande nell'Amore, e nel Dolore, a Gesù!!! dissi ad occhi chiusi: chiedi,
quanto e come vuoi, sono tua e questo mi basta!
Dolcissima
Mamma, quanto ti chiamo nell'Amore! e nel Dolore!!
Il
lavoro che Dio fece nella sua piccola creatura dal 1937, ad ora 1976 non posso
spiegarlo ne descriverlo perche Dio stesso lo farà vedere nella sua
Onnipotenza, sono troppo stanca, sfinita, e sofferente, piena di impegni e Gesù
avrà Misericordia della sua piccola creatura che tanto ama, e tante meraviglie
fa in mè.
L'offerta
«ad occhi chiusi», fatta alla divina Volontà nel febbraio, trova riscontro al
5 maggio sempre del 1976, quando dice: Eccomi Gesù, a far la tua Volontà!!! ai
cominciato ora, a far più sentire forte e insistente questo richiamo di amore!
e Tu lo sai che non desidero altro che la tua Volontà, e perciò la mia ora è
così ... non so ancor, cosa Tu farai con questa tua piccola creatura, Tu sai,
che è tanti anni che vivo in una maniera tale che solo Tu puoi capire ....
nella Immolazione completa della Tua Volontà.
Questo
mistero in mè, è sempre più grande e la Tua piccola creatura ai detto proprio
bene Gesù nel 1948-49 Ti lascio mancanze, e difetti per coprire l'Opera mia in
te, e così mancanze e difetti ne tengo parecchi; a me basta, non offenderti Gesù,
lo vedi la più piccola caduta di impazienza, di carità, o di imprudenza subito
ne soffro .... chiedo perdono a Te o Gesù, e cerco subito riparare con l'Amore
e dopo sentendomi così .... parlo a Gesù, e ringrazio della umiliazione che
ricevetti Ti offro questa e riparo con l'Amore.
...
Ed ora più vado avanti meno son capace rimanere in piedi; e soffro tanto, tanto
mi sento parte della mia vita come una piaga viva ... e tutto in maniera tale le
ossa ... il cuore ... ma sono contenta poterti consolare poter darti anime ...
anime ...
L'amore
di Dio nell'immolazione e la salvezza delle anime sono l'anelito del suo cuore,
anelito che diventerà sempre più forte negli anni che percorreremo ora, con
lei, per sommi capi.
Dopo
la morte del consorte, Enrichetta comprende che suona l'ora voluta da Dio, per
dare sistemazione e configurazione alla Piccola Opera del Divino Amore.
Col
consenso dell'Autorità Ecclesiastica, con l'aiuto del padre spirituale della
Piccola Mamma, si effettuano ricerche, non senza difficoltà, per trovare una
casa, quale dimora definitiva per il nuovo Istituto.
Il
Signore, nei suoi imperscrutabili disegni, provvede a darla a Mattarello,
frazione di Trento, distante circa 7 Km dalla città; la casa fa parte del
complesso appartenente all'«Opera S.Vigilio».
Per
essere funzionale però al nuovo scopo, deve essere ristrutturata quasi
completamente: un grande lavoro e un'ingente spesa.
Ma
la Provvidenza segue e accompagna la realizzazione di questo piano in modo
meraviglioso e la Casa sarà pronta per abitarvi nell'autunno 1978.
Per
stare al concreto diciamo che dal giorno in cui è stato firmato il contratto
per l'acquisto della Casa - maggio 1977 - il Signore ha provveduto, attraverso
buone persone, a fornirci di generi alimentari e perfino di capi di vestiario e
detersivi, come non mai; ha provveduto ancor più ad aprire strade e cuori, per
facilitare il compimento dei suoi disegni sull'Opera nella nuova dimora.
Enrichetta
segue docile il manifestarsi della Volontà di Dio, senza anticipare e senza
posticipare con iniziative di sua testa. Non l'ha mai fatto.
Sia
sulle cose straordinarie, che riguardano la sua anima, sia nella missione
affidatale dal Signore, attende che Egli dimostri chiaramente i suoi divini
disegni, le ore, i tempi, attraverso la parola dei superiori, i fatti, le
circostanze ...
Il
suo comportamento è bene espresso nel motto che le è caro e abituale: Tu, Gesù,
va' davanti, e io ti vengo dietro.
Così,
verso la fine dell'estate 1978, ci si accinge al duro lavoro dei preparativi per
il trasferimento.
La
fatica del trasloco è grande, nonostante le molte buone persone che aiutano la
piccola Comunità, composta di cinque membri, Piccola Mamma compresa, che ha
l'età di ottant'anni.
Nonostante
i dolori fisici e l'estremo affaticamento, aiuta e segue ove può i lavori, i
preparativi per il trasloco.
Poi,
la sera del 3 ottobre, dopo un saluto all'amata casa, all'amato Duomo, all'amata
città, che certo le costa sangue del cuore, parte in automobile, sotto una
pioggia torrenziale, che oscura ancor più le ombre del crepuscolo, verso la
nuova dimora, dove ci sarà tutto da collocare, sistemare, riordinare.
Sostiene
anche quest'ultima fatica, aiutata dalle sue figlie spirituali e da buone
persone.
Viene
subito installato il telefono ed è sempre lei a rispondere, tolti i momenti di
collasso o di sofferenza più acuta.
Preparata
la cappella della Madonna al primo piano e collocata la statua della Vergine
tanto venerata, fa mettere in fondo al locale un divano, in modo da potersi
adagiare durante la preghiera, quando il cuore non regge più ai dolori.
Avuto
in seguito il permesso dell'Ordinario diocesano di conservare il Santissimo
Sacramento nella cappella a pianoterra, con quale trasporto lei scende con
l'ascensore e partecipa alla s. Messa o all'adorazione, seduta su una sedia! E
questo lo farà fino a quando un'infermità completa la costringerà per sempre
a letto.
Portata
a termine la sistemazione interna della Casa, si dà mano allo spazio
retrostante l'abitazione, per liberare il terreno, con lungo e lento lavoro, dai
sassi e dalla sterpaglia, per farne un giardino e un orto meravigliosi, che
andranno arricchendosi di anno in anno di fiori, frutta e verdura. La Piccola
Mamma si compiace di tutto ciò, osservando dalla finestra, e ne loda il
Signore. Qualche volta però viene, portata di peso con una seggiola o altro,
anche lei nell'orto, a godere per breve tempo un po' d'aria e le meraviglie del
buon Dio.
A
Mattarello la Casa è più spaziosa e perciò capace di accogliere più persone.
Enrichetta può così ospitare gruppi che vengono col loro sacerdote per fare
ritiri o a scopo di pellegrinaggio.
Frequentemente
giungono pullmans di pellegrini tedeschi, che passano per recarsi a qualche
santuario e, nell'andata o nel ritorno, sostano nella Casa della Piccola Opera
del Divino Amore, per pregare. Sfilano poi a uno a uno davanti a Enrichetta, per
ricevere da lei una parola di conforto e di benedizione.
C'è
poi un pullman di pellegrini austriaci, che fa periodicamente il suo giro e
arriva a mezzanotte, perchè i partecipanti si mettono in viaggio la sera, dopo
il lavoro della giornata. Cantano, pregano nella cappella e poi vengono
anch'essi accolti singolarmente dalla Piccola Mamma.
Ripartono
quindi contenti nelle primissime ore del mattino, stanchi per il mancato riposo
della notte, ma con tanta pace nel cuore, perché è bene sapere che era una
caratteristica tutta sua quella di donare la pace e la serenità alle anime,
come l'hanno testimoniato e lo testimoniano le persone che si sono incontrate
con lei.
E
non si creda che Enrichetta sia stata una persona di molte parole, di «prediche»
continue. No no. Quando c'era di mezzo la salvezza delle anime e la gloria di
Dio e si rendeva necessario dire la verità, era forte e decisa, franca, senza
riserve e compromessi, e non si risparmiava. Altrimenti, era suo stile di vita
ascoltare, pregare, tacere, e rispondere solo a quanto le veniva chiesto, dando
alle persone la sua affettuasa comprensione e partecipazione.
Ma
il suo silenzioso nascondimento, unito alla preghiera ed immolazione, otteneva
le grazie dal Signore.
E
dato che siamo in tema di rapporti con le anime, diciamo che non tollerava
discorsi vani. Lasciava parlare fiché lo richiedeva la necessità, ma se udiva
parole inutili, tagliava corto, iniziando lei stessa la recita del s. Rosario o
comunque una preghiera.
Una
signora, amica di casa, che aveva conosciuto Enrichetta quando era già a letto
inferma, richiamò questo fatto affermando: «Vi ricordate? Non voleva saperne
di pettegolezzo e di cose vane e cominciava subito il segno della Croce: Nel
nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». La signora, nel pronunciare
le parole del santo segno, sorrideva, imitando col gesto della mano la Piccola
Mamma.
Dopo
queste necessarie riflessioni, proseguiamo con l'argomento iniziato.
Per
sentire come seguiva le anime, anche in quest'ultimo periodo della sua vita,
quando il suo stato fisico era già in forte declino, trascriviamo alcune frasi
della testimonianza di Nereo Marsi, scritte subito dopo la sua morte: «... Fu
attratta dall'infinito Amore e si offrì come agnellino mansueto sull'altare del
sacrificio per donargli anime.
Da
allora famiglie intere, vecchi e bambini, ricchi e poveri, sacerdoti e laici,
sentirono una profonda attrattiva per Mamma Enrichetta, che tutti accoglieva col
suo grande cuore di mamma premurosa, ricca di insegnamenti evangelici e con
tanta semplicità e sagacia per ogni problema difficile da risolvere.
Quando,
come Giobbe, fu cieca e costretta all'immobilità, nel suo lettino di
sofferenze, talvolta indicibili, ma accolte sempre "nella Volontà del
Signore", sentiva trillare continuamente il telefono come fosse quello di
un centralino, pur sfinita e pallida sollevava la cornetta, ascoltava
pazientemente le richieste dei tribolati ed oppressi; la sua risposta era
immancabilmente rassicurante di preghiere e incitamento a confidare nella Mamma
Celeste e nel Signore ...»
...
di giorno e anche di notte - aggiungiamo noi rivivendo quegli anni - quando le
persone la chiamavano per casi urgenti e dolorosi, implorando una preghiera e
una parola.
Quel
telefono è ancora lì al suo posto, a testimonianza e richiamo di quanto
bisogna donare e dimenticarsi per il bene delle anime.
E
il suo amore non finirà sulla terra. Continuerà poi dal Cielo. Ce lo ha detto
lei stessa, come un testamento, ancora nel lontano 1943: ... passerò il mio
Cielo a far del bene sulla terra, perché certo non voglio essere inattiva finché
ci sarà un'anima in terra da aiutare, ma specialmente i sofferenti per
ottenerle la grande rassegnazione e la gioia del soffrire, perché questa si
cambi in tanta gloria a Gesù, a Gesù piacendo se è per il suo bene, delle
anime, cercherò ottenere pure la guarigione, tutto, e sempre rendere gloria e
onore a Gesù!
Questi
(i sofferenti) saranno i miei Prediletti!
Estate
1979. Un signore austriaco, oriundo del Trentino, un vero apostolo della Madonna
di Fatima, ha organizzato una grande solennità per la notte tra il 14 e il 15
agosto, in onore di Maria SS.ma, per impetrare la sua benedizione sulla zona e
sul mondo.. Si svolgerà al lago di Caldonazzo. La statua della Madonna di
Fatima farà la traversata del lago, collocata su una barca, appositamente
allestita, infiorata e illuminata; vi saranno la fiaccolata, preghiere, canti,
celebrazioni, secondo il programma prestabilito. Dei sommozzatori porteranno
pure una statua della Vergine Santa sul fondo del lago, dove rimarrà per
sempre, quale segno di protezione e di intercessione.
Si
prevede una numerosa partecipazione di fedeli, provenienti anche dall'estero.
Ora,
siccome l'organizzatore austriaco conosce bene Enrichetta, vuol fare un dono
singolare a lei e alla sua piccola Comunità: far sorvolare l'elicottero, che
reca la statua benedetta, sopra la Casa della Piccola Opera del Divino Amore,
una sosta quasi del velivolo nel tragitto dall'aeroporto di Mattarello alla
spiaggia di Caldonazzo.
La
sera dunque del 14 agosto si porta la Piccola Mamma in cortile, si adagia su una
specie di lettiga, la si copre, e si attende l'ora fissata. Accanto a lei ci
sono le sue figlie d'anima e altre persone, venute per la circostanza.
Un
rombo che si avvicina dà l'avviso dell'arrivo dell'elicottero. Gli occhi sono
tutti puntati in alto.
Il
velivolo passa, sorvolando la Casa ed il cortile a bassa quota, tanto che si
vede l'immagine di Maria Santissima, che troneggia a fianco del pilota.
Contemporaneamente scendono piano piano per l'aria foglietti e striscioline con
preghiere e parole di saluto alla Madonna, posandosi via via sui fiori, sugli
erbaggi e sulle piante dell'orto.
Enrichetta
è visibilmente commossa e prega in silenzio.
Poi
l'elicottero prende quota e si allontana, lasciando nei presenti gioia, silenzio
e meditazione.
Stupendo
e indimenticabile questo vespero vigiliare dell'Assunta! Lo stesso signore donerà
in seguito alla Piccola Opera del Divino Amore un grande Crocifisso con accanto
la Madonna di Fatima, curandosi egli stesso della sistemazione nel piccolo prato
a fianco dell'orto, all'ombra del cedro tanto caro ad Enrichetta.
Lei
invece, nel 1980, fa acquistare una statua della Vergine Santissima da porre al
centro del cortile della Casa, e la costruzione del capitello che l'accoglie
viene conclusa verso la Pasqua del 1980. La statua della Madonna col Bambino,
illuminata e ben collocata, è quanto mai dolce e amabile nella sua espressione
materna.
Per
volere della Piccola Mamma vengono incise sul piedistallo queste parole: MADRE
della CHIESA, quasi a sigillo della missione di preghiera e immolazione,
affidata a lei ed alla Piccola Opera del Divino Amore.
Nell'estate
del 1980 viene accompagnata con l'ascensore e a braccio nel cortile della Casa
per pregare davanti a questo capitello. Ci sono le sue „figlie" e alcune
persone venute dal Veneto. Mentre si prega, Enrichetta si sente male e sembra
mancare. Allora la si porta di peso in casa e la si adagia sul sofà, finché si
riprende. Simili collassi e crisi cardiache ne subirà varie volte nell'ultimo
periodo della sua vita e più volte riceverà l'Unzione degli infermi.
Il
giorno poi che segna l'inizio della fase finale del suo olocausto è il 10
ottobre 1980.
È
sera tarda, quando si sente venir meno, il respiro infatti è difficile e
affannoso. Si fa portare alla finestra, mentre due figlie spirituali corrono in
farmacia a prendere, per la prima volta, la bombola dell'ossigeno. Vuol venire
a provarla il farmacista stesso e rimane accanto ad Enrichetta, finché la vede
un po' ripresa.
Da
quel giorno non si muoverà più dal letto; dapprima si alzerà di tanto in
tanto per mettersi in poltrona, poi sempre meno. Negli anni seguenti, per un
certo breve periodo si farà perfino allestire un letto di emergenza vicino alla
finestra, perché le sembrerà di respirare meglio con l'aria pura, che entra
dal giardino.
Dopo
il collasso, come si è detto, del 10 ottobre, la Piccola Mamma perde
completamente la vista. Già nel periodo precedente ci vedeva poco e quando
andava in cappella o in altro locale ad ascoltare e aiutare le anime che
venivano, si trascinava, tenendosi alle pareti con le mani, oppure la si
accompagnava a braccio.
Ora
si trova, come dice lei, somigliante a san Francesco d'Assisi, divenuto pure
cieco negli ultimi anni della sua vita.
Quando
constata la sua completa cecità, due lacrime le cadono dagli occhi, ma dice con
amorosa accettazione: Offro la mia cecità, perché i Sacerdoti abbiano luce.
I
momenti in cui lei soffre maggiormente sono il carnevale e la quaresima, oppure
quando accompagna spiritualmente il papa Giovanni Paolo II nei suoi viaggi
apostolici e quando qualche persona le si raccomanda, per ottenere da Dio grazie
particolari di conversione o guarigione.
Pasqua
1981. Ma il suo dolore ha pure altre dimensioni. Accetta con atteggiamento di
silenziosa preghiera e abbandono in Dio le prove e le sofferenze, inseparabili
da chi ha il compito di «generare» e presiedere alla fondazione di una
famiglia religiosa ed ai suoi primi sviluppi, non tanto sul piano materiale,
quanto su quello spirituale.
Fa
suoi i dolori della Chiesa e delle anime bisognose che si raccomandano alle sue
preghiere.
C'è
da aggiungere un'altra sofferenza dell'anima sua, che possono capire solo quelli
che vogliono tanto bene al Signore. Lei ama immensamente il suo Gesù, perciò
l'offesa di Dio da parte degli uomini ed in modo speciale le infedeltà dei
prediletti, delle anime consacrate, hanno una ripercussione sul cuore, che si può
con verità chiamare martirio, che fa parte di quel binomio „di amore e
dolore" con cui si è offerta e che ha caratterizzato la sofferenza di
tutta la sua vita.
Hai
sempre chiesto ancor da bambina il martirio dell'Amore e del Dolore - aveva
detto Gesù all'anima sua il 3 marzo 1976 - e allora nella terza Fase della tua
vita devi viverlo ancor più intensamente, e così poter dar più grande gloria
a Dio.
Nel
febbraio dello stesso anno le aveva pure detto: Ama, soffri e adora, a cui lei
aggiunse: I Con l'amore corrispondo alla mia missione che è proprio l'Amore, ed
è per questo che Gesù nei anni scorsi un giorno mi chiese, sai quale è il tuo
nome? Nò Gesù ... Sei la piccola dell'Amore, ossia l'innamorata di Gesù.
II.
Con la sofferenza posso aiutare Gesù a salvare le anime e poter glorificare il
Signore!!!
III.
Con la adorazione che non passa un attimo che in me stessa non ami, adori Gesù
in noi, e nella Casa perche sento che e proprio sempre presente la Presenza di
Dio!!!
XII
L'ora
della partenza
Abbiamo già visto in precedenza, almeno nelle circostanze e negli aspetti principali, quanto riguarda la malattia della Piccola Mamma. Riprendiamo ora l'argomento, corredato di qualche notizia in più, per arrivare poi a parlare della consumazione e della morte di questa umile vittima di Gesù e Maria.
Dal
suo letto di dolore, dove giace dall'ottobre 1980, lei segue le sue «piccole
figlie» nelle loro preghiere ed attività. Continua il suo compito di «mamma»
con l'ammonirle, esortarle, anche con forza, pur di farle camminare sulla via
tracciata dal Signore, rincuorandole al tempo stesso e offrendo per la Chiesa e
per loro, il sacrificio della sua vita consumato giorno su giorno.
Un
altoparlante porta nella sua stanza la voce della Liturgia e delle funzioni, che
si svolgono nella cappella della Casa, con grande conforto della sua anima ed
ogni giorno ha la grazia, come in antecedenza, di ricevere la santa Comunione.
Su
di un piccolo tavolo a fianco del letto, come è stato scritto, c'è il
telefono, che squilla con tanta frequenza, e porta voci che chiedono aiuto e
conforto: sono persone lontane, che non possono venire sempre a Mattarello, per
comunicare direttamente con lei; le ascolta di giorno e di notte. Chi le vive
accanto sa poi quanto deve soffrire ber venire incontro a chi chiede grazie e
favori al Signore per mezzo di lei: giornate di sofferenze indicibili, periodi
in cui mangia poco o niente, vivendo solo di bevande.
Così,
fra acute sofferenze e brevi riprese, passano i giorni, finché si giunge al
1986, in cui suona l'ora dell'incontro col Signore.
In
un piccolo notes nero, che reca l'immagine dell'Ausiliatrice, in data 20-9-1941
- ore 13 si legge: ... soffrire, soffrire, soffrire ... Affrettati che l'ora
della partenza è vicina.
Questa
frase fa eco a quella dell'anno seguente: Gesù vuole amore amore e sofferenza,
affrettati che l'ora della partenza è vicina ( 21-3-42) (')
Come
mai Gesù le parla di partenza vicina più di quattro decenni prima? Non
sappiamo. Sappiamo solo che agli occhi di Dio il tempo è nulla e che la
preparazione ad una santa morte impegna tutta la vita.
Ed
ora, che sta per concludersi l'esistenza terrena di Enrichetta, è bello
richiamare queste parole e guardare a lei che sempre più va configurandosi al
Crocifisso e alla Vergine Addolorata. Quante volte aveva ripetuto alle persone
quale era stato l'atteggiamento di silenzio e di fortezza di Maria Santissima
nella passione e morte di Gesù!
Ora
tocca a lei riprodurne i lineamenti, come del resto tutta la vita ha cercato di
fare, seguire cioè l'esempio di questo modello luminoso che fu la Santissima
Vergine, a cui si era consacrata totalmente.
Perciò,
nel martirio delle sofferenze fisiche e morali, sale il suo calvario silenziosa
e forte, invocando accorata l'aiuto materno ... - Mamma dolcissima rimani vicina
alla tua piccola ... sostienimi - si legge negli Scritti del 28 marzo 1976.
Mai
un lamento e non lascia farlo nemmeno agli altri. Non ammette commiserazioni in
chi si lamenta perché la vede soffrire tanto; le sembra che tocchino il suo Gesù
...
Del
resto non c'era stata un'intesa meravigliosa fra lei e il suo Re Crocifisso,
quando, con dolce comando, le aveva detto, il 19 dicembre 1948: «Lasciati
inchiodare bene sulla Croce, e non temere».
E
non aveva lei data la risposta alle esigenze dell'amore divino, quando in un
colloquio notturno con Gesù, gli chiese: Dammi la fortezza per seguirti sulla
via del Calvario in ogni prova ed essere inchiodata come fosti tu o mio Gesù.
Lo
stesso concetto, con altre parole, lo troviamo negli Scritti del 30 settembre
1976: Gesù mio mentre mi svegliavo con tanta bontà e angoscia mi facevi
repetere.... - Crocifiggimi Signore! Crocifiggimi Gesù!!!
Sì,
Gesù ti ripeto tante volte, come, e quanto vuoi, non posso dirti altro che Ti
amo, e Questo basta, soffro come Tu solo lo sai, altro non desidero che la
salvezza della anime! e possa amarTi in Cielo!!!
A
distanza di dieci anni circa, dopo aver ripetute queste parole chissà quante
volte nel suo cuore, Enrichetta entra nel suo „venerdì santo".
Già
nell'ultimo anno, e specialmente nella primavera e nell'estate 1986, si nota un
progressivo indebolimento delle forze, con collassi e sofferenze acute; si
avverte un crollo, che, pur con delle riprese, lascia capire in modo evidente
l'inizio di un declino del suo stato di salute. Si arriva così all'autunno.
Il
20 ottobre 1986, giorno del suo compleanno, sta relativamente bene ed è in
grado di accogliere parenti e persone che vengono a festeggiarla.
La
sera, naturalmente, è sfinita dal male e dalla fatica.
Nei
giorni seguenti, ai soliti dolori si aggiunge la bronchite, che prostra e
indebolisce il fisico e specialmente il cuore.
Il
7 novembre, un giovane frate, padre Carmelo che lei aveva incamminato e seguito
nella sua vocazione sacerdotale e religiosa, celebra la santa Messa nella sua
stanza ed unisce al sacrificio di Gesù anche quello della sua piccola vittima
che sta tanto male.
Da
quel giorno, possiamo dire, inizia la sua lenta, serena, silenziosa agonia,
anche se chi le sta attorno non se ne rende conto, pensando che si riprenderà,
come è successo tante volte nel passato. La tosse continua insistente e la
respirazione è un rantolo.
La
domenica 9 novembre riceve la visita dell'arcivescovo A. M. Gottardi, presente a
Mattarello per l'amministrazione della Cresima, ma non ha la forza che di
sorridere e di dire qualche parola con un fil di voce. Passano tre giorni.
Il
mercoledì chiede di chiamare il suo padre spirituale, don Bonaventura Bassetti,
il quale l'indomani mattina celebra la santa Messa nella sua camera, dandole la
s. Comunione come Viatico, preceduta dalla Confessione sacramentale. Le
conferisce inoltre il sacramento dell'Unzione degli infermi, accolto e ricevuto
anche questo da lei con tanta gioia e trasporto spirituale. La sposa è pronta,
adorna per le nozze del suo Re.
Verso
mezzogiorno viene a trovarla il medico, non certo per visitarla o darle
medicine; anzi, quando la figlia spirituale che l'assiste, vuol farle prendere
un cucchiaio di sciroppo per la tosse, lo rifiuta dicendo: Gesù non vuole.
Verso le 17, si sta recitando il santo Rosario attorno al suo letto, e l'inferma
sembra profondamente assopita.
Ad
un certo momento ci si accorge che gli occhi si cerchiano di rosso e di scuro.
Si
prova a chiamarla, a darle con la cannuccia un po' d'acqua zuccherata, ma non c'è
nessuna reazione. Piano piano anche il viola degli zigomi cede il posto ad un
pallore mortale.
Allora,
solo allora, ci si rende conto che la Piccola Mamma è nella sua ultima agonia.
Si pone il Crocifisso sulle sue labbra e fra lo smarrimento e le lacrime si
continua a pregare:
«Salve
Regina» «Ave Maris Stella» «Nelle tue mani, Signore, raccomando il suo
spirito» «Angeli, Arcangeli ...»
A
pregare con noi ci sono due persone «di casa» diremo, venute come sempre per
visitare la Piccola Mamma.
In
quel momento giunge anche don Dario Fumanelli e, vedendola così, la benedice
con una benedizione particolare, poi esce soggiungendo: «Vado in cappella a
celebrare la santa Messa per il suo miglioramento», poiché la crede solo
svenuta.
Si
tocca il braccio per sentire il polso ... oh, batte ancora! ... «Bisogna
cantare il Magnificat», ci si dice l'una all'altra, come ha scritto e
ripetutamente chiesto Enrichetta di fare alla sua morte dagli astanti, quale
ringraziamento per i grandi favori elargiti da Dio alla sua anima.
Ma
chi è capace di cantare? Allora lo si recita, sempre con gli occhi fissi su di
lei.
Ecco,
dopo alcuni respiri quasi impercettibili, uno più staccato e più avvertito: è
l'ultimo.
Poi
reclina il capo dalla parte destra, dal lato ove si trova la piccola statua di
Maria SS.ma Il volto si ricompone via via nella pace del Signore. La Piccola
Mamma è spirata.
È
il giovedì 13 novembre 1986, ore 17.30.
Su
quel letto si è conclusa la sua lunga «messa» offerta con Gesù, e in
cappella si inizia ora la celebrazione del santo Sacrificio.
È
il mese e l'ora benedetta della Madonna della Medaglia Miracolosa ed il giorno
13, che ricorda Fatima, devozioni e ricorrenze carissime ad Enrichetta e da
lei trasmesse alle anime.
Qualche
ora prima di morire, aveva fissato gli occhi estasiati in alto, e la figlia
spirituale che in quel momento l'assisteva le aveva chiesto: «Cosa vedi, mamma?»
Al
che rispose: Oh, che bello, che bello!
Era
certo un preludio del gaudio eterno, che il Signore le faceva pregustare per
aiutarla a superare l'estrema agonia.
Aveva
tanto desiderato il Paradiso nella sua vita, però diceva sempre: Non un minuto
prima, né un minuto dopo, ma quando vuole il Signore.
Ora
che Egli è venuto a prenderla, piace metterle in bocca le parole, che chiudono
l'Apocalisse, a lei tanto care e ripetute chissà quante volte nella sua anima.
Si
riferiscono alla Chiesa, sposa di Cristo. Ma l'anima può farle sue: «Lo
Spirito e la sposa dicono: Vieni! E chi ascolta ripeta: Vieni! ... Sì, verrò
presto! Amen. Vieni, Signore Gesù.» (Apoc. 22, 17.20)
La
notizia della morte si diffonde in un baleno e ben presto arrivano parenti e
intimi da Trento e da Bolzano.
Dal
momento del transito, giovedì sera, fino a quello della sepoltura, lunedì nel
primo pomeriggio, nella cappella della Madonna, dove è stata ricomposta la
salma, è stato un susseguirsi ininterrotto di preghiere e anche di canti.
«Venerdì,
14 novembre - si legge nel diario di una figlia spirituale sono state celebrate
ben cinque sante Messe, davanti al corpo esanime della Piccola Mamma; e gente,
venuta da ogni parte, si alternava in cappella e metteva a contatto con le mani
e col volto della cara Estinta fazzoletti, rosari e altro ancora.
Anche
l'Armata Azzurra dell'Apostolato di Fatima, ha fatto la sua bella ora di canto e
preghiera ...
Domenica
16, fin dal primo mattino e lungo tutto il giorno, è continuato l'afflusso
delle persone dal Trentino, dal Veneto, dall'AltoAdige e dall'Estero.
La
preghiera è stata ininterrotta e tutto si è svolto in un clima di silenzio e
di raccoglimento.
Alle
17 don Dario Fumanelli ha celebrato la s. Messa nella cappella del Santissimo,
al piano terra, mentre un altro sacerdote, don V. direttore della `Piccola Casa
di Nazareth' nel centro Italia, ha celebrato davanti alla salma della `Piccola
Mamma', che aveva conosciuto in precedenza. Le sue parole sono state così
commoventi e piene di venerazione verso questa creatura, tanto da far piangere
i presenti.
Anche
durante la notte e per tutte quattro le notti, dalla morte alla sepoltura,
alcune pie signore hanno voluto vegliare in preghiera presso la salma, sotto lo
sguardo della Mamma Celeste.»
Lunedì
17 novembre 1986, giorno del funerale.
Trascriviamo
ancora qualche pagina dal Diario-ricordo, cui si è accennato.
«....
Ma venne anche il lunedì, ore 13, quando si doveva chiudere la bara.
Enrichetta
era già nella bara aperta, dal giorno precedente, per quelle precauzioni
sanitarie, che hanno consigliato di osservare.
Invero,
non c'era proprio necessità di farlo, giacché l'estinta era bella, fresca, col
suo vestito bleu, col colletto ed i polsini bianchi, col velo pure bianco in
testa, che le scendeva dalle spalle ai fianchi ... come una regina, anche nelle
sue spoglie mortali, che attende il ritorno del suo amato Re, quando riunirà il
corpo all'anima, nel giorno della risurrezione della carne.
...
Siamo verso le ore 13.
Le
persone vengono fatte uscire dalla cappella, tranne gli intimi e noi.
Si
dà l'ultimo saluto alla Piccola Mamma, poi la bara viene chiusa. Solo Dio può
sapere cosa abbiamo provato nel cuore.
La
bara viene quindi portata in cortile, davanti al capitello di Maria SS.ma, ....
per una lunga sosta di preghiera .... poi viene spinta da alcune pie signore,
intime della Casa, fino alla chiesa di Mattarello, dove già si sta recitando il
santo Rosario. Alle 14.30 il feretro viene portato in cima alla chiesa, sotto il
presbiterio.
La
chiesa è piena, stipata, da non potersi muovere. Molte persone sono salite
sull'orchestra cantoria, dove Tarcisio Gremes, di sua iniziativa, sta filmando
la cerimonia.
Noi,
figlie della Piccola Mamma siamo nel primo banco, dalla parte sinistra per chi
entra dalla porta maggiore.
...
Inizia la s. Messa, concelebrata da sacerdoti della nostra e di altre diocesi.
Il
parroco di Mattarello, don Renzo Agostini, presiede la concelebrazione e
rivolge al Vangelo una breve omelia, puntualizzando la vita di semplicità,
preghiera, nascondimento ed offerta totale della Defunta per le anime.
La
frase più bella rimane questa: "Lo straordinario di quest'Anima è stato
quello di aver amato straordinariamente Dio".
Il
coro "Torre Franca", del luogo, esegue, fra gli altri, due canti
proprio intonati alla spiritualità della Piccola Mamma:
"Vieni,
Signore, vieni Gesù! ..." e "Io cerco il tuo Volto! ..."
Nell'uscire dalla chiesa, un sacerdote rosminiano di Rovereto, che ha
partecipato alla solenne cerimonia ed ha visto la folla interminabile delle
persone, dentro e fuori dal tempio, si è fatto spazio ed avvicinatosi a noi, ci
ha detto forte: "Solo i santi possono avere tale gloria!"
La
bara è portata a spalla da vari uomini, affezionati alla Casa e beneficati
dalla Piccola Mamma, a turno.
Lungo
il tragitto verso il cimitero, anche il sole ha voluto far capolino nel suo
tramonto, in mezzo a un cielo tutto coperto.»
Dopo
le preghiere di rito al momento della sepoltura e dopo le parole commoventi di
Luigi Pagani un signore di Como, durante la tumulazione, si è vista una cosa
insolita: del cuscino di fiori, posto sopra il feretro, non è rimasto che il
sostegno spoglio. Tutto ha portato via la gente, per ricordo: i fiori, i rami,
le foglie.
Ora
le spoglie mortali della Piccola Mamma riposano nel cimitero di Mattarello, dove
dal novembre 1991 hanno una tomba nuova, costruita anche per i membri della
Piccola Opera del Divino Amore, in attesa della risurrezione finale.
*
20-10-1898 +13-11-1986 Alle 17.30 del 13 novembre, mese della Medaglia
Miracolosa, lasciava la terra per il cielo, l'anima eletta di Enrica Bianchi
Carollo
PICCOLA
MAMMA Fondatrice della Piccola Opera del Divino Amore
Piccola
Mamma,
la
tua vita, fatta di nascondimento e di semplicità, donata solo per Dio, per la
Chiesa, per le anime tutte ed in modo speciale per la Piccola Opera, si è
consumata in questi ultimi anni sul letto della tua sofferenza, divenuto ormai
altare del tuo sacrificio con Gesù.
Il
tuo cuore, pieno d'amore, irradiò sempre bontà e pace, accogliendo tutti fino
all'ultimo respiro, consolando con gesto umile e spontaneo tante anime afflitte.
Guardare
a te era pensare subito a Maria, della quale dovevi riprodurre, come è
possibile a povere creature, i lineamenti e la luminosità interiore.
La
volontà di Dio era la tua parola, e più la sofferenza aumentava, più
ripetevi: Grazie! - Anime, anime, Gesù!.
Aiutaci
a proseguire il tuo cammino.
Tu
dal Cielo benedici e accompagna con la tua presenza invisibile, ma reale e
confortatrice, noi tue figlie e quanti sulla terra, privi del tuo volto e della
tua voce, t'invocano.
«Santo,
Santo, Santo, il Signore, Dio, l'Onnipotente, Colui che era, che è e che viene!»
(Apocalisse, 4,8)
XIII
La
Piccola Opera del Divino Amore
Dopo
aver fatto cenno precedentemente alla nascita e al bettesimo, diremo così,
della Piccola Opera del Divino Amore, ne vediamo ora le finalità, le
caratteristiche e lo sviluppo.
A
queste domande risponderemo nelle pagine seguenti, mentre ora iniziamo
l'argomento lasciando la penna a lei, che racconta in modo semplice e vivace il
sorgere e il primo muoversi dell'Opera.
...
Quando Gesù all'anima mia chiedeva di essere Mamma, non mi spiegava chiaro di
quali anime dovevo essere così: pensavo fossero anime da salvare ...
Dal
1949 in poi capii che la mia missione era di essere mamma di anime le quali
dovevano essere simili a piccoli serafini, cioè anime adoratrici, ma nel
silenzio, nel nascondimento e nel lavoro, anime che devono adorare continuamente
in ispirito e restare tali in mezzo a qualunque occupazione ...
Questo
è l'ideale primario dell'Opera, a cui si affianca lo scopo della nostra
preghiera ed immolazione per la Chiesa e segnatamente l'Ordine Sacerdotale. «Il
nostro spirito assomiglia a quello del Carmelo».
Enrichetta
passa quindi a parlare di alcuni particolari che fanno parte della fase iniziale
dell'Opera, che noi ora tralasciamo, pur riportandone in seguito qualche tratto.
Tracciamo
invece brevemente le linee essenziali dell'Opera, raggruppandole, a scopo
esplicativo, in tre punti ampiamente documentati.
L'atteggiamento
abituale dei componenti la Piccola Opera del Divino Amore dev'essere, come è
stato accennato, quello di anime adoratrici, a somiglianza dei Serafini in
Cielo, non solo nelle ore di preghiera, ma anche in ogni occupazione e
circostanza.
1948/49
- Gesù: «Rimanete come i miei Serafini in Cielo, col volto proteso a terra in
ispirito di adorazione»
1948
- Gesù: «Rimanete nascoste, che si senta di voi solo il profumo. »
Il
«Sanctus» dei Serafini, deve essere il canto caratteristico, che risuona nella
Casa, e a questo proposito piace ricordare un episodio, che si trova negli
Scritti del 16 marzo 1952:
In
questi giorni - dice Enrichetta - continuamente con l'immolazione amore e
dolore; e un pronunciare con la mente, con il cuore, e tutta me stessa ...
Santus, Santus, Santus, e avanti; tutta la recita in latino; Gesù mi fa da
Maestro; dove manco mi corregge fino all'Osanna in Ecelsi!!! apro poi un libro
ed è il Santus della Santa Messa ...
A
Dio sia Onore e Gloria a me l'umiliazione.
I
membri della Piccola Opera del Divino Amore, devono poi essere anime, che vivono
in uno spirito d'immolazione costante. A conferma di ciò si legge:
Gesù
all'anima mia ... «Piccola mia, devi far conoscere questa nuova via, che è di
immolazione e amore ... » (9 giugno 1950) A conclusione di un capoverso del I°
settembre 1951, è scritto: ... formare questa legione di piccolissime anime,
votate all'immolazione del Dolore e dell'Amore, immolazione totale.
E
con quale finalità specifica? Lo spiega la giaculatoria, consegnata ad
Enrichetta come atto duplice d'amore, a Dio, in Gesù e Maria, e ai fratelli: «Gesù,
Maria, vi amiamo, salvate anime».
È
da notare che la formula dell'atto di amore, insegnata da Gesù alla serva di
Dio suor Consolata Betrone, è espressa al singolare: «Gesù, Maria, vi amo,
salvate anime». Questa invece è al plurale, con tono spiccatamente comunitario
ed ecclesiale.
Ma
lo scopo essenziale dell'immolazione dei membri che vivono nell'Opera è per la
Chiesa.
Così
Gesù ci vuole: serafini adoratori, come Maria: Lei fu il primo serafino che
adorò Gesù, ma la nostra vocazione, il perché ci sacrifichiamo, è per i
Sacerdoti.
Anche
l'apostolato, esercitato nella Piccola Opera del Divino Amore, è quello che si
addice ad anime adoratrici e nascoste: apostolato della preghiera, della
contemplazione e della carità, donata in vari modi, all'interno della Casa,
nell'accoglienza di persone desiderose di pregare in questo luogo, oppure
bisognose di conforto, consiglio e aiuto, anche materiale.
In
appoggio a quanto si afferma, si può presentare, fra gli altri, un passo, tolto
dagli Scritti del 1976, 22 febbraio. Dice Enrichetta: La nostra Casa deve essere
come di piccole anime adoratrici, ma sopratutto in questa Casa deve risplendere
sovrana la carità. Questa sempre ci deve essere, per consolare, confortare,
aiutare e lenire ogni Dolore, da una creatura che [in] ogni casa il Buon Dio darà
come segno della presenza della sua Dolcissima Mamma che [viveva] nella sua Casa
di Nazaret [dove] regnava sempre Pace e Carità.
Ed
è tanto esigito questo comportamento dal divin Maestro, che il 10 giugno 1952 -
per non citare che una data - le aveva chiesto l'esercizio della carità in modo
eroico.
Fin
qui si è delineata a modo di sintesi, la fisionomia spirituale dell'Opera.
Resta
ora da dire qualche cosa sulle attività lavorative della stessa. Anche il
lavoro ha come finalità primaria il tempio, il culto, il sacerdote.
Sentiamo
le parole di Enrichetta: Vi è una grande lacuna nella Chiesa e cioè che i
conventi ed istituti, per il grande lavoro che tengono nell'educazione e
formazione della gioventù e tante altre occupazioni, non si dedicano ai lavori
di Chiesa ed aiuto materiale da dare al Sacerdote, ossia non vi sono persone che
pensino a loro e si occupino per aiuto a lavori di cucito ... per cui tante
volte si devono vedere sacerdoti così trascurati per se stessi come per la
Chiesa...
Dal
1959 in poi si potè capire chiaro cosa Gesù voleva da noi, oltre
all'adorazione di spirito.
La
Provvidenza segnerà poi via via, attraverso fatti e circostanze, il ruolo delle
attività della Piccola Opera del Divino Amore in questo settore.
Dopo
il trasloco e la sistemazione della Casa a Mattarello, oltre alla pulitura e
stiratura della biancheria, inamidatura dei corporali e recupero dei paramenti,
secondo le persone e le forze di cui si dispone, si è provveduto all'impianto
di un laboratorio per la confezione delle «particole», aggiornato e
funzionale.
Offerta
così ai lettori una breve traccia sui punti essenziali che caratterizzano
l'Opera, dedichiamo ora qualche pagina all'aspetto concreto di essa e vediamo
con quale spirito e dedizione la Piccola Mamma conduceva le sue figlie
spirituali.
E
diciamo subito: con dolcezza materna e nello stesso tempo con grande fortezza.
Già
prima ancora aveva curato e aiutato le anime che teneva vicino o che
desideravano incontrarsi con lei, partecipando loro anche la spiritualità che
Gesù veniva via via formando in lei, ma dopo il 1952 incomincia a far comunità
con alcune giovani, che condividono lo spirito dell'Opera: il primo nucleo, che
dovrà poi sostituirsi in parte con altre persone ed avvicendarsi anche in
seguito con nuovi elementi.
Lei
però si sente impari a questo compito e lo esprime anche nel suo diario in data
16 marzo 1952, quando, parlando dell'accoglienza fatta ad una sua futura figlia,
dice:
...
l'accolsi come una picola figlia dell'Opera Piccolissima; cui mi sento la
missione di essere mamma spirituale. Si lo sento; e nel medesimo tempo; ne sento
tale la responsabilità che mi sento smarrire della mia miseria e nullità, ma
contando sull'Onnipotenza di Dio che tutto puo; faccia Gesù tutto quanto vuole
di questa povera creatura per la sua gloria.")
Con
questo divino appoggio dona se stessa per la causa di Dio, pagando di persona
con la sofferenza fisica, morale, spirituale nelle difficoltà dello sviluppo
dell'Opera, e guida le sue figlie secondo il disegno del Signore.
Suo
intento è che esse vivano come Gesù vuole, con lo sguardo a Maria Santissima,
per la gloria di Dio, la salvezza delle anime e la santificazione dei sacerdoti.
Soffre, se vede in loro il peccato, specialmente di superbia o mancanza di
carità; esige rettitudine di parole e comportamento, ma sa anche compatire,
pazientare e attendere.
Addolcisce
l'esortazione e la severità con tocco veramente materno, non appena l'anima
assume un contegno di umiltà.
Cerchiamo
ora di rendere più vivo l'argomento, presentando qualche stralcio di lettera,
indirizzata alle sue figlie spirituali, e numerosi pensieri, direttive,
esortazioni, per aiutarle nel cammino spirituale della loro specifica «chiamata».
20
ottobre 1969 Mie carissime Piccole di Gesù e Maria... dopo una lunga
introduzione scrive:
Noi
cerchiamo corrispondere il più possibile al Suo Amore cerchiamo il più
possibile corrispondere ai Suoi desideri, e non temete per qualche mancanza, Gesù
la permette anche per tenerci nell'umiltà facendoci conoscere che siamo nulla
quando confidiamo sulle nostre forze. L'umiltà sia la nostra divisa unita alla
Carità, e con queste vi sarà la Semplicità e Rettitudine, e con queste non
temeremo più niente, ma fortificate nell'Amore e nell'Abbandono saremo qui in
terra nella Unione intensa con Gesù e Dolcissima Mamma Celeste, e otterremo
Grazie abbondanti per quanto ci sta a cuore nella Chiesa, e persone Care.
Con
affetto tanto grande invoco su Noi, e quanti ci sta a cuore da Gesù e Maria
ogni Grazia e santità..
la
vostra Piccola Mamma che tanto vi ama.
Nella
festa di Cristo Re del 1971, 21 novembre, scrive alle medesime figlie: Con tanti
auguri di santità alle Mie carissime Piccole, che possano d'avvero consolare e
confortare i SS.mi Cuori di Gesù e Maria, essere veramente Serafini d'amore,
vivere alla Presenza di Dio salvare tante anime e glorificare la Chiesa.
Con
tanto, tanto affetto
implora
su noi, e nostri Cari la Benedizione del Signore la Vostra Piccola Mamma
Festa
di Cristo Re e Presentazione al Tempio della Dolcissima Mamma Celeste (1971).
Un
altro richiamo, che è pure un testamento e un programma di vita, è scritto in
un momento di grande sofferenza per lei; forse pensava di essere prossima alla
partenza...
Viva
Gesù Ave Maria
Carissime
Piccole mie di Gesù e Maria
Sono
tanto stanca, e sfinita non so cosa Gesù vuole, in tutto e sempre la Divina
Volontà!!! Vi prego Piccole mie state tanto buone, amativi tanto, tanto come
sapete che desidero cercate corrispondere alla Grazia, usate carità sempre con
tutti vivete la vostra vita di Piccoli Serafini, vivete alla presenza di Dio
amate tanto la Dolcissima Mamma Celeste, state serene, Gesù è con noi, e Vi
aiuterà in tutto per seguire la sua Volontà!!!
Vi
abbraccia Vi benedice la Vostra piccola Mamma che tanto Vi ama!
e
dal Cielo come spero per la Misericordia e grande Amore a Gesù Vi sarò sempre
vicina.
La
Vostra Pic. Mamma!
Trento
6-3-1975.
Anche
la seguente lettera sottolinea il concetto ricorrente dell'atteggiamento di
adorazione. Porta due date: quella del giorno e del luogo in cui è stata
scritta e quella del giorno e del luogo che riguardano l'entrata nell'Opera
della figlia spirituale a cui è diretta la lettera.
Castello
del Duomo: 1/11/1955 - entrata nell'Opera – P.OD.A. Piazza d'Arogno 1/11/1975
- data anniversario dell'entrata Dopo l'introduzione, che è del tutto
personale, Enrichetta prosegue: ... coraggio E., la tua p.m. ti è vicina con
l'Amore più grande che ci possa essere perchè è lo stesso che vedi e senti
quello di Gesù, e Mamma Nostra, che anno una predilezione per la Loro Pic. E.,
come pure per tutte le anime che seguiranno la Vita dei Piccoli Serafini che
adoreranno in terra incensantemente il suo Nome!!! con il Santus!! La Dolce
Mamma Nostra ci aiuti a ringraziare, Lodate e Benedire il Signore sempre!!!
La
Tua Piccola Mamma.
Riportiamo
ora alcune indicazioni, raccomandazioni e direttive, che focalizzano gli aspetti
vitali della spiritualità dell'Opera, anche se esposti in maniera frammentaria.
È
bene ribadire a questo punto quello che è stato accennato in precedenza e cioè
che Enrichetta non è una moralista che opprime con prediche ed esortazioni
continue. Affatto. Lei parla, anche se le costa sacrificio, quando viene
interrogata o quando si presenta l'occasione.
Ascoltiamola
dunque, pensando che si rivolge ad anime consacrate; ma dalle sue parole ognuno
può trarne vantaggio.
Addormentatevi
recitando il Sanctus e poi svegliatevi recitando ancora quello. Anche durante il
sonno potete essere in ispirito di preghiera, se il vostro cuore è unito a
Gesù nell'amore. (2 - 2- 1956)
Piccole
mie, recitate e cantate il Credo; è la professione di fede da fare anche per
coloro che negano Dio e rifiutano di credere alla Chiesa. (2 febbraio 1956)
Fatevi
furbe della furbità dei Santi, che è questa: scegliere sempre la parte dove più
si ha da soffrire.
Chi
corre nella nostra via, più ha da soffrire e più la sua anima si riempie di
gioia: Non dobbiamo chiedere nulla al Signore, ma accettare quello che ci manda
momento per momento ed allora si è sicuri di avere la forza di sostenerne il
peso.
La
nostra via è di pace, di serenità e di soavità. (27 luglio 1956) (22)
L'intemperanza ottenebra lo spirito, rende deboli (di fronte) ai nemici
dell'anima e il demonio prende il sopravvento.
Non
vi domando digiuni e penitenze; prendete tutto quello che è necessario,
tuttavia ci deve essere sempre il margine alla mortificazione. (luglio 1960)
(23)
Su
questo punto già il 3 luglio 1950 Gesù aveva dato una specificazione
precisa, accostando la missione del sacerdote a quella delle piccole anime
dell'Opera... ...alcool niente e poco vino, le anime scelte per la via di
Immolazione e Amore assolutamente niente anche di questo.
Gesù
ripaga con generosità tale privazione ancor su questa terra.
Enrichetta
ne ha dato l'esempio. Mai si è vista prendere vino e liquori. Permetteva di
sorbirne un po' alle sue figlie spirituali per stretta necessità o come
medicina.
Continuiamo
ancora ad esporre la raccolta dei pensieri, che si presentano in forma slegata,
perché seguono il filo cronologico, ma che danno un'idea di come la Piccola
Mamma viveva e come desiderava far vivere.
Se
dobbiamo essere dei piccoli serafini, non si addice a noi essere in tristezza e
tenere la faccia scura, ma il volto sempre sorridente e luminoso. Anche in mezzo
ad un mare di dolori, quando c'è la pace dell'anima, si è sereni e pieni di
gaudio. Guardiamo la Mamma Celeste ai piedi della Croce ... » (agosto -
settembre 1960)
Dove
regna la carità è un paradiso, perché vi è Dio e dove regna Dio c'è il
paradiso, mentre il più grande martirio è vivere dove non regna la carità.
L'amore vicendevole deve essere la vita della nostra Opera. (ottobre 1961)
Chi
comprende e vive la santa Messa, ha compreso il centro della vita del
Cristianesimo.
La
nostra vita dev'essere un'unione continua col sacrificio di Gesù. (21 ottobre
1962)
Il
Vangelo dobbiamo sempre averlo a portata di mano e di cuore. (29 settembre 1963)
Su
di un'anima obbediente il demonio non ha nessuna forza. (dicembre 1961)
Se
conosceste quanto piace a Dio l'umiltà e che pace dona, cogliereste tutti i
motivi per potervi umiliare. (giugno 1962)
E
nell'estate del 1959 aveva detto, sempre parlando dell'umiltà: L'anima umile è
serena, tranquilla e nelle offese e sofferenze dice: «Mi merito questo e anche
di più». Bisogna considerarsi gli infimi ed aspettarsi tutto da tutti ... Le
umiliazioni sono una gioia.
È
risaputo quanto lei ci teneva che le sue figlie d'anima vivessero alla presenza
di Dio, come un mezzo sicuro per evitare il peccato e raggiungere la perfezione
a cui il Signore chiama i consacrati.
Racchiudiamo
tutto in una frase, la quale, nella sua brevità, è un programma di vita:
Un'anima
che vive alla presenza di Dio, diventa santa. (30 agosto 1957)
Si
può completare questo pensiero, accostandone un altro dell'estate 1962, che
riguarda l'imitazione di Maria Santissima.
È
così bello pensare ed imitare la vita della Mamma Celeste, che si passa quasi
il paradiso in terra. Cercate di riprodurre in voi, per quanto minimamente è
possibile, la vita di Gesù e di Maria e sentirete quanta forza ne verrà
all'anima! Non scomponetevi per nulla se non per il più piccolo peccato e
lodate il Signore nel caldo, nel freddo, nelle gioie, nei dolori, in ogni più
piccola cosa, rimanendo sempre abbandonate e fiduciose nella Volontà di Dio,
perché solo così si imita la vita di Maria, che fu tutta una lode anche nei
momenti più dolorosi. In altro modo non si può concepire la vita di un'anima
religiosa.
Diamo
ora un po' di spazio a qualche aspetto vivo sull'argomento trattato nel
capitolo.
La
Volontà di Dio è la parola d'ordine di Enrichetta e il termometro della sua
malattia.
-
Come sta? - le chiedono le persone.
-
Nella Volontà di Dio - è la risposta invariabile.
Un
giorno, per dirne una, si parla dell'età di san Giovanni Evangelista ed una
sua figlia interviene dicendo: «Io non vorrei vivere fino a 120 anni».
Al
che la Piccola Mamma risponde: Io invece voglio solo quello che vuole il
Signore. Se vuole che viva tremila anni sono pronta. Se vuole invece ch'io muoia
mentre eseguo questo lavoro, sono contenta. Io desidero ciò che Egli vuole di
me e dei miei cari. Egli è il padrone, io sono la sua serva. (22 agosto 1965)
L'adesione
alla Volontà di Dio porta alla pace interiore. Infatti, nel corso di una
lettura spirituale, che fa alla sua piccola comunità, così afferma: Prima vi
dicevo di godere la vera libertà di spirito, ma ora vi dico di più. Gioite di
tutto quanto permette il Signore. Per chi vive immerso nel Cuore di Dio, nulla
lo può turbare di quanto avviene fuori.
Mette
poi in guardia le sue figlie d'anima dal desiderare le cose straordinarie, come
estasi, visioni, ecc: ed esorta a non chiedere mai al Signore queste cose, ma di
cercare la santità nell'esatta osservanza del proprio dovere per amore di Dio,
nella disponibilità al suo volere e nella valorizzazione delle piccole cose.
Non
vuole nemmeno che si cerchino le consolazioni e le gioie interiori, che il
Signore può dare. Dice che non bisogna far consistere in questo il progresso
dello spirito e che l'anima deve perfezionarsi nell'aridità, per mezzo
dell'umiltà e dell'abbandono all'amore di Dio.
Trasfonde
pure nell'Opera il suo amore alla Chiesa, la docilità alle direttive del papa,
alle disposizioni della gerarchia. La volontà dei superiori è per lei un
ordine da eseguire, costi quel che costi.
Sente
anche fortemente il privilegio di essere al servizio della cattedrale e nel
Natale 1964 esplode con sentimento di riconoscenza in queste parole: Se sapeste
quale gioia avete pensando che Gesù vi ha dato in mano (riguardo alla cura, al
lavoro, al dècoro) proprio la chiesa-madre della diocesi e vi ha fatte nascere
spiritualmente nel cuore della Chiesa! A me si scioglie il cuore di commozione
al pensarci!
E
con quale precisione vuole che si portino a termine i lavori riguardanti il
culto eucaristico e i sacri ministri. Se nel cucire, ad esempio, manca
l'esattezza, fa disfare e rifare, perché esige attenzione e cura, per le cose
di Dio in particolare.
Del
resto, sollecitala coscienza e il senso del dovere per ogni attività e
nell'accudire alle faccende domestiche.
Suole
dire: Lasciate magari sporco in mezzo, ma pulite bene i cantoni, dove si posa lo
sguardo di Dio.
E
insiste: Ogni cosa al suo posto e un posto per ogni cosa.
E
col solo intento di far piacere al Signore.Afferma infatti di non levare nemmeno
una paglia da terra per la lode degli uomini.
Se
sapessi - dice - che questa notte andrà la casa per aria (è un modo di
parlare), pulirei tutto fino all'ultimo momento, perché Gesù potesse trovar
tutto bello.
Esorta
sempre ad agire solo per amore di Dio. All'amore dà il primato in ogni cosa.
Dice, ad esempio, nel giugno 1961: Agite sempre per amore di Gesù. Il movente
di ogni azione dev'essere solo l'amore.
Così
scrive pure il 27 settembre 1971, tracciando in poche parole la linea direttrice
di ogni operato spirituale e materiale: ... Tutto si può con l'amore.
Nell'eternità tutto svanisce, solo l'amore rimane. (cfr. 1 Corinti 13,8)
Chiudendo
in cuore la dolcezza dell'amore di Dio che sprigiona da queste parole,
proseguiamo nella trattazione dell'ultima parte del capitolo.
Fin
qui si è parlato della spiritualità dell'Opera in modo teorico, mettendo in
evidenza il carisma che la distingue da altre Istituzioni, come pure i principi
e le norme che la Fondatrice ha fissato quale programma di vita per i membri
della Piccola Opera del Divino Amore.
Naturalmente
- e l'abbiamo già detto - sono stati riportati i punti essenziali.
Ora
vediamo concretamente i rapporti che correvano tra la Piccola Mamma e le sue
figlie spirituali e come era vissuta agli inizi la spiritualità dell'Opera.
Saremo
molto brevi.
Enrichetta
incomincia praticamente ad accogliere le prime figlie spirituali e a seguirle
secondo l'indirizzo già descritto in questo capitolo verso il 1955, anche se
prima di questa data lei va formando le giovani che entreranno in Casa e qualche
altra anima che sembra aspirare a questi ideali.
Diciamo
francamente che Enrichetta si dona senza sosta, dimentica di sé, per il bene
dell'Opera, delle persone che scrivono o che accedono alla sua dimora per aiuto
soprattutto spirituale, e per adempiere alla sua missione di anima immolata per
la Chiesa.
Con
le figlie spirituali, le sue «piccole», come le chiama sempre, è affettuosa,
ma anche severa ed esigente, specialmente per quanto concerne l'umiltà, la
carità e l'obbedienza.
Non
si risparmia per esortare, correggere, consigliare e portare all'unione con Dio;
dice che vuol morire con l'arma in bocca.
Non
ammette scuse e mancanze di rettitudine, quando l'anima viene rimproverata e
ripresa. Ma se le sue figlie, dopo le mancanze, dimostrano umiltà e fiducia,
trovano subito in lei il perdono e l'amore, proprio come fa il Signore con
l'anima umile e confidente. Infatti Enrichetta tutto riferisce a Lui.
Nel
richiedere l'obbedienza non usa imposizioni e imperativi, ma piuttosto un
invito, tale però che induce e muove a compiere quell'ordine.
Riguardo
all'orazione e all'istruzione religiosa, si può ben dire con verità, che è
stata abbondante fin dagli inizi, benché, vivente ancora lei, non si può
parlare di un orario fisso di tipo strettamente conventuale, sia perché,
tranne negli ultimi anni, manca il Santissimo Sacramento in Casa, sia perché si
frequenta assiduamente la cattedrale nelle celebrazioni e funzioni ordinarie,
come in quelle solenni.
Le
occasioni di preghiera poi sono abituali, quelle quotidiane e quelle recitate
assieme alle persone che frequentano la Casa, sole, a gruppi, o nei
pellegrinaggi, che sostano alla Piccola Opera, i cui pellegrini affluiscono
devoti alla cappellina, dove si canta, si prega, si ascolta.
E
quante sante Messe vengono celebrate in Casa, da padri Camilliani, da sacerdoti
diocesani, da sacerdoti e prelati anche esteri! Accanto alle celebrazioni
eucaristiche ed alle pie pratiche, prima fra tutte la recita del santo Rosario,
si prega dapprima col Piccolo Ufficio della Madonna e, dopo la Riforma
Liturgica, col libro della Liturgia delle Ore.
La
catechesi è sostanziata da un solido apparato ecclesiale, con la partecipazione
domenicale alla «dottrina degli adulti» in duomo, oltre alla catechesi
spicciola delle Messe feriali. Ma non basta. La Piccola Mamma, ancor nei primi
anni di vita comune, fa imparare, o meglio rispolverare e interiorizzare, il
catechismo allora in uso di san Pio X e la Storia Sacra, attenta sempre a quanto
la Chiesa propone o ripropone.
Dal
suo sorgere e nei primi anni di vita, la piccola famiglia spirituale trova un
valido aiuto, nella sua ascesi verso l'intimità con Dio, nell'ascolto
silenzioso di un sacerdote, che viene ogni giorno, per breve tempo, a parlare di
Dio: don Dario Beber, cui si è accennato precedentemente.
C'è
anche un canonico onorario della cattedrale, amico di casa, che viene spesso a
dare istruzioni e spiegazioni sulla Bibbia. Enrichetta fa poi approfondire la
conoscenza del Libro sacro, iscrivendo una sua figlia a un triennale corso in
proposito, per corrispondenza, al Centro «Ut unum sint» di Roma.
Da
parte sua la Piccola Mamma, appena ha un ritaglio di tempo, chiama attorno a sé
le sue figlie e legge, lei stessa, anche se con fatica, biografie di Santi e
altri argomenti di spiritualità e meditazione. E questo lo farà finché le
condizioni di salute glielo permetteranno.
Ma,
sopra ogni altro libro, lei ci tiene al Vangelo e ne raccomanda con insistenza
la lettura, l'approfondimento e la pratica.
È
poi ammirevole nell'aiutare le sue figlie a vivere alla presenza di Dio e
nell'intimità con Lui nelle varie occupazioni della giornata, attualizzando
quanto è più possibile tale atteggiamento, prendendo a modello Maria
Santissima. Potrebbe essere definito: un colloquio con Dio a tempo pieno,
un'attività intrisa di preghiera, almeno col desiderio e col cuore.
Non
che le sue figlie spirituali abbiano sempre vissuto questo spirito, ma tale è
l'ideale a cui tendere.
In
quanto ai voti di povertà, castità e obbedienza, i direttori spirituali e
superiori dell'Opera, in un primo tempo, credono opportuno di dare un consenso
di formularli a modo di promessa, poi concedono di emetterli in forma privata ed
in fine di fare la professione annuale pubblica degli stessi.
Attualmente
si rinnovano o si emettono annualmente, al termine degli Esercizi Spirituali.
Dopo
tale atto, viene consigliata, come è scritto nelle Regole, la Consacrazione
personale a Maria Santissima, secondo il Santo di Montfort, Luigi Maria Grignion.
La
Piccola Opera del Divino Amore, che risiede a Mattarello (Trento), ha ricevuto
l'approvazione e l'inserimento nella diocesi il 2 aprile 1991 da parte di sua
eccellenza l'arcivescovo Giovanni Maria Sartori. Al tempo stesso si è riavuto
il permesso della presenza stabile di Gesù Eucaristia con l'erezione di un
oratorio pubblico, come pure il riconoscimento dello Statuto dell'Opera stessa.
A Dio solo l'onore e la gloria. Amen.
XIV
Testimonianze
Dopo la morte di Enrichetta, le persone hanno continuato ad affluire a Mattarello con un crescendo continuo, singolarmente, a gruppi e a volte in pellegrinaggi organizzati.
Arrivano,
sostano nella cappella della Casa e poi accedono alla stanza della Piccola Mamma
e pregano accanto al suo letto.
Infine
scrivono le loro testimonianze o richieste di grazie sui quaderni appositamente
preparati: sono laici, religiosi, sacerdoti; ciascuno ha la sua parola da dire.
Anche
la tomba al cimitero è visitata con frequenza e spesso abbellita dai visitatori
con lumi e fiori.
Numerose
persone hanno portato i «cuori ex voto», per grazie ricevute attraverso
l'intercessione della Piccola Mamma, e anche queste dicono chiaramente come
siano vere le parole dette da lei: Passerò il mio cielo a far del bene sulla
terra, perché certo non voglio stare inattiva, finché ci sarà un'anima sulla
terra da aiutare, ma specialmente i sofferenti, per ottenere loro la grande
rassegnazione e la gioia del soffrire, perché questa si cambi in tanta gloria a
Gesù (27-7-19).
Riportiamo
ora alcune testimonianze, fra le moltissime, che si trovano nell'archivio della
Piccola Opera del Divino Amore e che ci sono state consegnate in questi anni da
persone di ogni ceto e condizione.
Esse
sono più eloquenti di ogni parola, per dar gloria a Dio e rinnovare il nostro
fiducioso ricorso a colei, che Egli si è degnato di associare alla sua Passione
e scegliere come Fondatrice della Piccola Opera del Divino Amore.
Incominciamo
con alcune testimonianze di ordine spirituale, scritte da persone, che hanno
conosciuto la Piccola Mamma e hanno voluto ritrarre alcuni lineamenti della sua
spiritualità.
1.
Da una lettera scritta alle sorelle della Piccola Opera del Divino Amore.
«Ho
conosciuto la Piccola Mamma e spesso sono venuta al suo capezzale: la sua
figura, le sue parole, hanno operato dei miracoli nel mio essere, ... nella mia
anima ...
Venire
da madre Enrichetta era riempirsi interiormente di gioia divina, anche se le
preoccupazioni terrene erano tante, andavo via con il cuore e l'anima gioiosa.
Quanto
conforto, quanto amore si attingeva da quel letto di sofferenza, dalla dolcezza
della voce, dalla piena disponibilità e condivisione di gioie e dolore! ...»
Belluno,
3-6-1989.
Rosaria
lhemolo
2.
La lettera, da cui stralciamo la parte che ci interessa, e sempre diretta alla
Comunità P.O.D.A. in Mattarello.
«Ricordo
la prima volta, che ebbi la gioia di conoscerla. Delle persone a me care, mi
condussero nella stanza, dove la Piccola Mamma giaceva in un lettino. La vidi:
era quasi trasparente; pensai: non è più lei che vive, ma Gesù. La stanza era
un cenacolo; ovunque giravo lo sguardo, tutto mi parlava dell'amore del Signore,
o Piccola Mamma, crocifissa anche tu per l'amore delle anime.
Mi avvicinai al suo lettino e poggiai la mia mano sulla sua e lei mi avvicinò a sé con tanto amore e mentre diceva: Anime, anime, anime, Gesù, mi aggiunse quanto Egli mi amasse. Il suo volto si irradiava di gioia e di luce. Quegli attimi di paradiso restano nel mio cuore. Così pure il mio figliolo desiderava poggiar su lei la corona del Rosario come benedizione. Cara piccola mamma Enrichetta, non solo la posò su di te, ma lo hai anche accarezzato e coperto dell'amore di Gesù e della Mamma Celeste. Che grande dono sei stata, Piccola Mamma! Andammo a casa beneficati, con un cuore carico dell'amor di Dio ...» Busto Arsizio, 6-1-1990.
M.
C.
3.
La seguente consta di alcuni passi tolti da una lunga testimonianza e
focalizzano i tratti più salienti della figura di Enrichetta Bianchi Carollo.
«Conobbi
la signora Enrichetta Carollo nel 1969 e da allora periodicamente le ho
telefonato e sono andata a trovarla, fino alla sua morte...
Nel
continuo dolore fisico, del quale peraltro non parlava molto, era eroicamente
disponibile verso tutti coloro che la avvicinavano o le telefonavano.
Era
affettuosa verso ciascuno ... intercedeva per ognuno e riconosceva il bene
nelle persone, rassicurava e pregava per il bene spirituale, umano e fisico,
per la pace dell'anima.
Diceva:
Mi senti vicina? Sentimi vicina, perché ti ricordo sempre ... Ho pregato molto
per te.
I motivi del mio ricorrere a lei potevano essere anche a volte un po' futili ed egoistici ... ma per lei tutto era degno di essere ascoltato e considerato, senza espressioni critiche. Le sue parole erano sempre piene di benevolenza, di esortazione al bene, alla speranza, alla preghiera e all'amore verso i familiari. Gioiva autenticamente della gioia degli altri e soffriva del loro dolore.
Gioiosamente
mi accoglieva quando andavo a trovarla, come se le facessi un grande regalo
visitandola. Così era verso tutti, penso. Ricordo che le telefonai proprio nei
giorni, in cui mori suo marito, nell'ottobre 1974, e seppi di ciò che era
accaduto solo alla fine della telefonata, quando, dopo avermi ascoltata e
rincuorata, mi disse appunto con grande serenità, che era venuto meno il suo
amato Giovanni. Quando ancora agli inizi degli anni '70, ancora camminava, il
quasi incessante affluire di persone, nulla toglieva alle cure, che aveva per
il marito. Prima che uscisse di casa, lo aiutava a vestirsi (a indossare la
giacca o il cappotto) e lo accompagnava alla porta.
Penso
che ci sia un motivo molto profondo e vero nel fatto che sia chiamata Piccola
Mamma, semplicemente perché lo era per tutti in modo squisito, era
autenticamente mamma, come ognuno desidera che sempre sia la sua mamma, alla
quale si può affidare aprendosi completamente nei suoi timori e nella sua
povertà, trovando rinnovata fiducia nel ritornare ai propri doveri. Era un
importante aspetto della sua vocazione ...
Riterrò
sempre un grande dono di Dio averla conosciuta ...» Bolzano, 12 - 1 - '90.
E.
I. P.
4.
Diamo ora spazio a una breve intervista fatta al cav. Cesare Ziglio, un vecchio
oratoriano del Duomo, insignito di cariche e decorazioni per le sue benemerenze.
L'intervista
porta la data del 25 - 2 - 1990 - domenica. - Quando conobbe la Piccola Mamma?
-
«Ho conosciuto la Piccola Mamma da fanciullo, quando frequentavo la parrocchia
del Duomo, il cui cappellano era allora don Cornelio Giovanella. Erano gli anni
1926-1927 circa. Egli ci seguiva sempre all'oratorio.
Enrichetta
e Giovanni Carollo, sacrestano del Duomo, sono subentrati come custodi
dell'Oratorio, dopo la partenza da esso del signor Pallavicini, che ivi operava
appunto, con la sorella.
Il
rapporto con Enrichetta era, in quel periodo, quotidiano e posso dire che ci
accoglieva sempre tanto volentieri ... a braccia aperte» - spiegava
l'interlocutore ripetendo il gesto con le proprie braccia.
-
E poi?
-
«In seguito andavo di tanto in tanto a trovarla, perché mi sembrava di mancare
a non farlo, e questo fino alla sua morte; avevo una specie di venerazione per
lei e mi piaceva, perché il nostro discorso era sempre impostato sulla
spiritualità.
Andavo
da lei soprattutto in occasione delle grandi feste, quando mi recavo in Duomo
per il mio ufficio di cerimoniere laico.»
-
Che cosa dice di Enrichetta e i sacerdoti?
-
«Devo dire che la Piccola Mamma aveva una delicatezza e sensibilità speciale
per i sacerdoti: ne aveva infatti la missione ...»
-
C'è qualche ricordo particolare da segnalare?
-
«Sono stato invitato alla singolare cerimonia del 50° di matrimonio [di
Enrichetta e Giovanni], celebrato dall'arcivescovo A. M. Gottardi,
nella
cappella dell'Arcivescovado ed io, anche in quell'occasione ho fatto da
cerimoniere ...»
Mattarello,
25 - 2 - 1990.
Cesare
Ziglio
5.
Testimonianza sulla vita e sulla spiritualità di Enrichetta B. C. di don Dario
Beber
Il 21 gennaio 1990, nel pomeriggio, ad ore 14, è venuto da noi questo sacerdote, accettando gentilmente di rispondere alle nostre domande. Si sapeva che egli aveva penetrato molto bene e capito lo spirito di Enrichetta. Seguiamo dunque le sue risposte ed asserzioni, valide anche per dare una spinta al nostro cammino interiore.
-
Entro quale periodo, Lei don Dario, ha conosciuto ed è stato vicino alla
Piccola Mamma e con quali mansioni?
-
«Ho conosciuto la Piccola Mamma verso il 1947.
Dopo
la mia ordinazione sacerdotale sono sempre stato in Seminario e venivo in Duomo
a celebrare la prima Messa nella Cappella del Santissimo e del santo Crocifisso.
Così,
tramite il sacrestano del Duomo suo consorte, Giovanni Carollo, ho conosciuto
Enrichetta, e tutti i giorni verso le 5,30 le portavo la s. Comunione. Questo
l'ho fatto, tolti periodi di eccezione, fino al 1965, anno in cui venni
trasferito a Rovereto.
1
contatti con la Piccola Mamma prima, e poi con il primo nucleo della Piccola
Opera del Divino Amore, erano frequenti. Quasi ogni giorno mi recavo nel primo
pomeriggio a parlare di Dio, di vita interiore, ecc. C'erano anche altre
occasioni, volute da Dio, in cui c'incontravamo.»
-
Lei, padre, per volontà di Dio entrò a far parte del mistero soprannaturale di
Enrichetta. Come ha visto Lei questa creatura:
a)
nella sua spiritualità,
b)
nelle relazioni mistiche con Dio,
c)
nelle rivelazioni avute,
d)
nella sua missione ecclesiale e specifica per la Piccola Opera del Divino Amore?
-
Ho sempre aspirato alla vita contemplativa e quando conobbi la Piccola Mamma,
vivevo nella mia anima già in questo clima, perciò mi è stato facile capirla,
anche nella sua ascesi mistica, di cui, per volere di Dio, ha dovuto mettermi a
parte.
I
nostri colloqui però ed anche quelli con le prime sue figlie spirituali, erano
tanto semplici: senza entrare nello straordinario della mistica - anche perché
la Piccola Mamma amava il nascondimento ed era un martirio per lei parlare di se
stessa e dei doni straordinari che Dio le concedeva - si parlava di Dio, di
unione con Lui e di vita interiore.
Come
ho detto, aspiravo alla vita contemplativa ed avevo approfondito lo studio
teologico sulla mistica, particolarmente di s. Giovanni della Croce e di s.
Teresa d'Avila, sempre nella prassi della Chiesa e del Diritto Canonico.
Così
ho potuto accogliere il discorso della Piccola Mamma. Evidentemente [lei]
pensava di avere una missione, ma questa si è rivelata un po' alla volta. Non
solo pensava, ma aveva la convinzione di avere una missione. Gliel'ha
manifestata gradualmente il Signore. Anche nella Bibbia Dio rivela il suo
mistero ed il suo piano un po' alla volta.
Pensiamo
anche a Gesù, il Figlio di Dio, che ha avuto trent'anni di preparazione nella
vita nascosta di Nazareth. Poi il Padre ha parlato. Così pure nei grandi
mistici, Dio comunica lentamente le sue grazie e in proporzione alla risposta e
corrispondenza dell'anima.
Anche
per la Piccola Mamma è stato così. All'inizio era un'unione con Dio semplice.
Parlava di vita interiore, di Volontà di Dio; lei lo amava veramente; e si è
fatta poi rigorosamente interiore, perché, dopo che Dio ha domandato e l'anima
ha risposto, Egli la impegna. Ma il maturare di questo progetto di Dio si è
attuato lentamente.
La
Piccola Mamma mi parlava delle stigmate e mi diceva di averle,
ma
invisibili; ed io ci scherzavo sopra, non perché non le credessi, ma così ...
Sono doni di sofferenza, di partecipazione alle sofferenze di Cristo, che Dio dà
a certe anime per salvare il mondo, sempre in proporzione alla disponibilità e
disposizione dell'anima al piano di Dio in lei.»
A
questo punto don Dario è passato a parlare della vita mistica, che l'anima
purificata e fedele può vivere, anche senza alcuna manifestazione
straordinaria; ha quindi lumeggiato il mistero di Maria Santissima. Ma noi
tralasciamo questo discorso e lo allacciamo al punto che ci interessa
direttamente.
Il
sacerdote dunque prosegue dicendo: «Il matrimonio spirituale, anche senza i
carismi particolari e sensibili come nella Piccola Mamma, è un
"fiat", in modo perfetto alla Volontà di Dio, in modo che non vi sono
più due volontà, ma una sola. Dio e io siamo una cosa sola; sono assorbito da
Dio ...»
E
conclude questa parte: «Per me, il colloquio con la Piccola Mamma era una
dialogo di gioia, una spinta, un impegno»
Fra
le varie domande che sono state rivolte a questo sacerdote, per avere delle
risposte e delle conferme, ne segnaleremo ancora qualcuna. - La Piccola Mamma
parla molte volte di aver ricevuto la missione di essere "mamma" di
"una nuova generazione di anime" e che a tale scopo deve vivere
immolata nel fisico e nello spirito. A volte sembra riferirsi a un gruppo
specifico, a volte sembra abbracciare una moltitudine di anime.
Vuol
dare una spiegazione?
-
«Questa nuova generazione di anime, a cui la Piccola Mamma deve dar vita, col
suo martirio ... non si limita alla Piccola Opera del Divino Amore, gruppo
diciamo, che deve continuare la sua Opera, ma si estende a tutte quelle anime,
sparse nel mondo, che vivono lo spirito suo e lo irradiano attorno.
È
come la grande Famiglia, ad esempio, di san Francesco d'Assisi. Non tutti sono
frati francescani; moltissimi tuttavia, fuori del convento, ne vivono la
spiritualità e la espandono nel mondo. È da intendere cosi, e secondo il posto
che Dio assegna a ciascuno nella Chiesa.»
Nel
corso dell'intervista, don Dario, riguardo alla missione di Enrichetta di essere
"mamma di anime", così si era espresso: «Ogni matrimonio, salvo le
eccezioni, si sa, genera figli. Così nel matrimonio spirituale l'anima genera
figli a Dio, nella "perfetta unione con Lui". Questa unione è
percepita anche a livello fisico, perché l'anima è invasa dalla gioia. Quello
che si prova, però, è un mistero, che non si può spiegare con le parole ...»
Riguardo
alla Piccola Opera del Divino Amore, don Dario la vede come una «comunità di
preghiera», per continuare il suo problema primario, la sua missione per la
Chiesa e il mondo.
Mattarello,
21 gennaio 1990.
don
Dario Beber
6.
Riportiamo ora la testimonianza di un signore, che ha conosciuto Enrichetta
negli ultimi anni della sua vita. Egli scrive così: «Sul mio onore a gloria di
Dio testimonio quanto segue: Ho conosciuto nel 1983 la Piccola Mamma, in un
momento delicatissimo della mia vita spirituale e l'ho frequentata per tutto il
resto dei suoi giorni con assiduità, constatandone i doni che l'Altissimo ha in
lei profuso.
Ho
visto passare davanti a lei migliaia di persone bisognose, disperate, da
tutt'Italia, dalla Francia, Germania, Austria, e trovare al suo capezzale una
parola di conforto, amore, sollievo, pace.
Ecco,
proprio la pace interiore (portare Gesù e la Mamma Celeste ai fratelli) era per
quelli che l'avvicinavano, il carisma più frequente, che notavo in lei.
L'ho
vista, in situazioni di estrema gravità, conservare una calma celestiale, segno
di intima unione con Dio, anche in questi momenti eccezionali. Pace interiore,
che esprimeva anche alle anime più lontane tramite il telefono che, a lei
vicino, non lasciava nemmeno durante la notte.
Il
suo motto era "anime, anime". Tutto sacrificava: la sua malattia,
quello che poteva delle sue risorse, tutta se stessa per attirare anime a Gesù.
Spesso mi ripeteva la sua disponibilità totale per il bene delle anime.
Sono
stato testimone tante volte anche di "estasi" ed in particolare quella
dell'8-12-1984, durante la quale la Piccola Mamma ripeteva, rivolta alla
Madonna: Sì, cara, sì cara. Mamma Enrichetta in quell'occasione aveva il volto
come trasfigurato e permeato di una luce insolita, occhi aperti e rivolti in
contemplazione di un'entità a noi non percepibile.
Mi
ha sempre molto colpito la sua discrezione, umiltà, ma soprattutto la sua
fedeltà alla Chiesa.
Oltre
ai momenti di conforto e saluti, solo la preghiera era ammissibile e desiderata,
perché le parole inutili, apprezzamenti vari, constatazioni sull'andamento
delle vicende umane erano "tempo perso" e pertanto da evitarsi
decisamente.
È
stata veramente maestra di vita, con l'esempio della sua vita.» In fede Lavis
(Trento), - 5 - 9 - 1991.
Nardi
Ruggero
La
prossima testimonianza è stata redatta per il giornale quotidiano «L'Adige»
in occasione del quinto anniversario della morte di Enrichetta: 10 novembre
1991.
7.
«Enrichetta Carollo, nata Bianchi, spentasi a 88 anni dopo 60 anni di inaudite
sofferenze, compresa la cecità al termine della sua esistenza, è una figura di
donna che sopravvive alla cronaca per il suo carisma eccezionale. Chi ha avuto
la grazia di vederla soffrire, ha trovato la risposta che cercava, e
improvvisamente la Croce di Gesù illuminava la sua vita. I suoi connotati
sembrano fuori del nostro tempo e sorprendono. Il suo ricordo emerge con
prepotenza: annichilita nella consapevolezza della sua nullità, quasi
inesistente, persa nella Volontà adorabile di Dio, trasfigurata a volte nelle
sembianze, ella appariva come un riflesso della divina nobiltà dolorosa del
Santo Volto sindonico. Ma il suo segreto non era per tutti, ma per chi soffriva.
E ne aveva autorità di farlo, perché il suo letto non era solo una cattedra,
ma un altare del sacrificio. Era un mistero come potesse sopportare tanti
patimenti senza morire. Esile e fragile come un'ombra. Il fatto poi che lei
chiedesse a Dio maggiori sofferenze per la salvezza delle anime quasi sgomenta.
Non
meraviglia come, per l'ultima ricorrenza della sua morte, sia accorsa tanta
gente al rito di suffragio, con S. Rosario e solenne Concelebrazione. Sarà
nuovamente il coro parrocchiale di S. Maria del Carmine di Rovereto ad animare
la liturgia domenica 10 novembre nella chiesa del Santissimo a Trento, alle
14,30, per la celebrazione del quinto anniversario. E si prevedono pullman anche
dall'estero.
La
Piccola Mamma è la fondatrice della Piccola Opera del Divino Amore, una Comunità
di Sorelle che ha sede a Mattarello in Via Poli, 8. Ente morale giuridicamente
costituito ed ora canonicamente riconosciuto dall'Autorità Ecclesiastica.
Quello che è sorprendente è la continua richiesta di aiuto che arriva nella
dimora della Piccola Mamma dove il telefono continua a squillare. Il suo letto,
sul quale un poster ricorda la sua figura, è sommerso da ex voto e
testimonianze per grazie ricevute. Ed è un accorrere di pellegrini; ed è voce
di popolo che questa creatura è una benedizione di Dio per la nostra Diocesi e
risponde subito con i suoi favori.
Ora
che la Curia ha nuovamente concesso la presenza delle Sacre Specie Eucaristiche
nella chiesa dell'Istituto, la gente sente più viva la presenza della Piccola
Mamma, e si ricorda che lei diceva: il Tabernacolo è il mio centralino
telefonico. Ma si sa che i Santi amano tornare nei luoghi del loro patire, e
prima di morire, lei era solita ripetere che non si fermerà in Cielo, ma finché
sulla Terra vi sarà un'anima bisognosa del suo aiuto, le sarà vicina.
Quando
il 27 novembre dello scorso anno è stata esumata la salma della Piccola Mamma
per collocarla nella nuova tomba donata alla Comunità, presenti le Consorelle e
gli amici più intimi, una grande trepidazione prendeva tutti nell'atto di
aprire la bara, per la speranza di rivedere intatto il suo corpo. Non fu così;
e la Piccola Mamma amò rimanere nascosta anche in questo e fu grande il dolore
di vedere la bara come svuotata. Eppure dai suoi lineamenti traspariva ancora
una pace incantevole. E rimase in sospeso un enigma. Dopo che la cassa di zinco
fu sigillata, tornò alla mente un particolare molto strano. Come mai, tutti si
chiedevano, le mani erano rimaste intatte, bianche come d'avorio? Ma quelle mani
accarezzavano e benedivano. Non è la mia mano, avvertiva lei, ma quella della
Mamma del Cielo. La quale Mamma appunto si serviva della sua.
Una
grande festa dunque l'anniversario della Piccola Mamma, per la riconoscenza a
Dio che si rende mirabile nei suo Santi. Ma le sofferenze di questa nobilissima
creatura restano per noi un tesoro nel Cielo, insieme al suo amore».
Paolo
Gremes
Seguono
ora testimonianze di grazie ricevute per la preghiera e la sofferenza di
Enrichetta, quand'era ancora in vita o per sua intercessione dopo la morte.
8.
«Conoscevo da poco tempo la Piccola Mamma, quando nel 1974 mio marito venne
ricoverato d'urgenza in ospedale. Già da vario tempo veniva ricoverato
annualmente in ospedale per una presunta ulcera, che però nessuno gli
riscontrava mai. Nel 1974 appunto, dopo qualche giorno di degenza, nonostante le
cure, mio marito era notevolmente peggiorato e gli esami clinici non riuscivano
a chiarire di che tipo di malattia soffrisse.
Disperata
andai dalla Piccola Mamma, che dopo avermi rassicurata mi disse le seguenti
testuali parole: Rita, fallo operare subito, senza perdere tempo poiché gli
vedo dentro uria cosa nera.
Confidando con tutto il cuore in queste parole, parlai con i dottori che tra l'altro erano giunti alla stessa conclusione: operare per capire. Il giorno dopo fu operato e si scoprì che era affetto da una ciste sul pancreas, che stava per rompersi da un momento all'altro: solo il provvidenziale intervento chirurgico aveva evitato di poche ore la rottura della ciste e la conseguente setticemia che avrebbe senz'altro ucciso mio marito.
La
fede e la fiducia nella Piccola Mamma salvarono mio marito e non fu l'unica
volta.
Infatti
da lì a due anni mio marito fu nuovamente ricoverato in ospedale con quasi gli
stessi sintomi: dolori di stomaco e l'impossibilità a trattenere il cibo.
I
medici ipotizzarono si potesse trattare di occlusione in seguito all'operazione
precedente: la loro decisione fu di operarlo nuovamente. Appena saputo ciò,
telefonai alla Piccola Mamma in cerca di consiglio e di aiuto.
La
Piccola Mamma, dopo che le ebbi sottoposta la situazione, mi vietò nella
maniera più assoluta di farlo operare e mi disse d'aver fiducia.
In
effetti mio marito non fu operato, perché il giorno dopo ... sentì
distintamente il rumore di tre sassolini che cadevano nel water.
Una
decina di giorni dopo, completamente ristabilito, lasciava l'ospedale.»
Vigolo
Vattaro, 1990.
Rita
M. Rigotti
9.
La seguente brevissima testimonianza è di una signora, che Enrichetta ha
sorretto e accompagnato con la sua parola, preghiera e sofferenza, perché
potesse realizzarsi il suo desiderio.
«Io
M. Z. dichiaro di poter essere riconoscente alla Piccola Mamma, per le grazie
ricevute, attraverso Lei, per mio figlio Fabio, che non doveva nascere; invece
ha 9 anni, è sanissimo e molto intelligente; e mia mamma che migliora di giorno
in giorno, dopo che nella sua stanza
è stata appesa sopra il suo letto la sua (della Piccola Mamma) immagine (fotografia). Grazie, Piccola Mamma. Tua
Bolzano,
21 - 9 - 1989.
Marisa
Zoppolat
10.
Anche la seguente testimonianza riporta un fatto, che risale a quando Enrichetta
era ancora in vita ed è successo nel Padovano. «Ho sempre amato e stimato la
Piccola Mamma come un'anima prediletta da Dio. Lei pure mi voleva molto bene ...
Riporto
un solo fatto per testimoniare la verità di queste parole. La notte del 16
luglio 1982 ero andata a letto a mezzanotte; dormivano con me due nipotine; mio
marito era già morto nel 1980. Verso l'una e mezzo, mi sento svegliare da una
voce, che subito ho individuato per quella della Piccola Mamma ... Maria! Maria!
Immediatamente mi sono alzata ed ho avvertito odore di gas. Contrariamente al
solito, ho sentito di non dover accendere la luce. Scesi le scale e al primo
piano ho avvertito ancor più l'odore. Ho chiuso subito il contatore, da cui
proveniva la perdita, aprendo al tempo stesso le finestre.
Alle
otto del mattino, quando arrivarono gli operai per riparare il guasto, turandosi
il naso col fazzoletto, per l'odore che ancora impregnava tutta la casa,
dissero:
`Accenda
una candela a s. Antonio."
Se
avessi accesa la luce, sarebbe successo uno scoppio e un incendio; se non avessi
spento il gas, ci saremmo asfissiate tutte tre.
La
Piccola Mamma mi aveva chiamata in tempo.
Allora
era ancora viva; ma anche adesso la invoco in ogni difficoltà e necessità,
dopo ed assieme alla Mamma Celeste, nella certezza del suo aiuto e della sua
intercessione presso il Signore.»
In
fede, 13 - 12 - 1989
Maria
Donà
11.
Un'anziana signora, trentina, ma che è vissuta per la maggior parte della vita
in Francia e che ha conosciuto Enrichetta nel 1976, testimonia quanto segue: «Io
Bianca Bianchi testimonio la seguente grazia ricevuta per la preghiera e la
sofferenza della Piccola Mamma. Il Signore si è degnato di ascoltarla.
Il
19 gennaio 1980 ero stata invitata a cena dai miei amici di Ex Les Bains in
Francia ed ho accettato dopo molte incertezze, causate da un presentimento, che
m'impediva di uscire di casa.
Nello
scendere le scale, caddi malamente; fui trasportata immediatamente all'ospedale
dagli amici ... con l'ambulanza. Purtroppo il dottore di guardia rimandò al
lunedì e poi al mercoledì il ricovero e così tornai a casa.
La
caviglia e la gamba inferiore erano già enormemente gonfie, perché nel cadere
sul marmo e contro il muro, sono stata per qualche tempo così sola, priva di
sensi. Erano le sette di sera.
Il
male peggiorava. La contusione diventava sempre più grave, tanto che il medico
dovette poi tagliare e spremere la grande quantità di liquido formatosi nella
gamba.
Anche
tutta la parte sinistra del corpo era offesa da tendinite e sofferente.
Dopo
due mesi, non essendosi rimarginata la ferita, mi disse che fra otto giorni mi
avrebbe fatto la plastica. Saputo questo, gli amici che erano venuti a trovarmi
telefonarono alla Piccola Mamma, ai quali ella rispose: Non gliela faranno.
Passati
gli otto giorni, il medico visitandomi mi disse: "Vedremo fra otto
giorni". Al che risposi : "Ma, dottore, c'è qualcuno che prega e
soffre per me."
-
"Ne ha lei della fortuna!" - disse di rimando il dottore.
Il
medico attese altri otto giorni e dopo, non trovando alcun peggioramento, anzi
un miglioramento, disse che avrebbe atteso altri dieci giorni.
Al
termine di questi, con grande mia gioia e sorpresa dei medici, l'intervento per
l'applicazione della plastica non fu più necessario.» «Una seconda guarigione
ottenni, venendo dalla Piccola Mamma. La tendinite forte di cui ho parlato, cioè
il dolore provocato da essa, cessò d'improvviso sulla soglia della casa della
Piccola Mamma, al momento del mio arrivo.
Il
male si protraeva da un anno e mezzo.
Una
terza grazia ho ricevuto nello stesso tempo, mentre la Piccola Mamma era ancora
viva e mi teneva sempre vicina nella sua preghiera e sofferenza.
In
Francia, andando al negozio per far delle spese, ho urtato contro un supporto di
metallo, ferendomi alla gamba.
Dopo
un anno di medicamenti, senza guarigione, arrivata qui dalla Piccola Mamma,
mentre volevo, come al solito, fare la medicazione, mi sono accorta che la
ferita era chiusa (Periodo della Pasqua 1981).» Mattarello, 14 novembre 1989.
In fede
Bianca
Bianchi
12.
Una persona che ha conosciuto Enrichetta ancora quando abitava al Castelletto
del Duomo scrive: «Conobbi la Piccola Mamma tanti anni fa, quando abitava
ancora sopra la sacrestia del Duomo. Ho continuato ad andare da lei fino agli
ultimi suoi giorni ...
La
Piccola Mamma mi ha sempre aiutata nei miei problemi, mi consolava nelle mie
ansie e preoccupazioni e mi dava forza per continuare.
Non
posso fare a meno di raccontare un fatto ...
Avevo una causa d'avvocato da molti anni, aggravata e prolungata dal fatto che un'agenzia mi aveva perso un documento e non si poteva procedere. Un giorno dovevo andare a Milano per un periodo, ma ero preoccupata perché forse l'avvocato avrebbe avuto bisogno di qualche mia firma.
Allora
andai dalla Piccola Mamma a chiederle se mi aiuta[va] a pregare perché
[potessi] assentarmi. Lei mi ha detto queste parole: Stai tranquilla che le tue
carte le trovi, e andrà tutto bene.
lo
non credevo molto a queste parole; però sono andata subito dall'avvocato, che
abitava dieci minuti distante, e gli ho chiesto se potevo assentarmi per qualche
giorno.
Lui
prese il fascicolo della mia pratica e pazientemente la sfogliò pian piano e
con grande sorpresa trovò le carte che l'agenzia aveva perso! Non credevo ai
miei occhi! Per me è stato un miracolo, dopo circa 10 anni di lunga agonia ...
Lode
al Signore e grazie alla Piccola Mamma.» Trento, settembre 1989.
A.
B.
13.
La signorina A. S. di Merano (BZ) ha mandato le sue testimonianze. Ne riportiamo
una.
«Era l'anno 1982. Da tempo sentivo parlare molto bene della Piccola Mamma da una mia amica e collega. Più volte essa mi aveva invitata a conoscere questa sublime creatura che splendeva per la sua carità e dedizione in una grande dimensione della sofferenza. lo, veramente, non mi sentivo tanto attratta e rimandavo sempre questo invito.
Ma
un giorno del gennaio 1983 un triste evento piombò nella mia famiglia. Era nata
una nipotina con gravissimi problemi fisici e psichici.
Toccata
al cuore per questa grande sofferenza, mi precipitai, con la mia amica, dalla
Piccola Mamma per trovare in Lei un po' di aiuto e conforto. La Piccola Mamma
con tanta serenità e carità comprese la mia preoccupazione e sofferenza e mi
disse di non disperare ma di avere grande fiducia in Gesù e nella Madonna, di
pregare e di fare tutto ciò che la scienza offre in questi casi e la bambina
senz'altro, gradatamente, migliorerà e acquisterà il 90 %.
In
Lei trovai tanta forza e fiducia che accettai con serenità questa prova dal
Signore. Mi misi in contatto con la cognata - mamma della bambina - e fiduciose
abbiamo sempre sperato in un futuro migliore per questa piccola creatura.
Infatti la Piccola Mamma aveva previsto bene, perché la bambina, attraverso
controlli medici, e soprattutto sorretta dalle cure amorose della sua mamma,
migliorava di mese in mese, ed ora si può dire che veramente ha acquistato il
90 %.»
Merano,
8 - 3 - 1990.
A.
S.
14.
«M. G., mio marito, era da molti anni affetto da una brutta ulcera allo
stomaco, sempre curata e mai guarita. Ad un certo momento la cosa destava molta
preoccupazione al medico curante [il quale avvertì] che, terminata l'ultima
cura e fatta ancora l'endoscopia, l'avrebbero operato, anche se l'operazione si
presentava difficile.
Prima
però, io volli sentire il parere della Piccola Mamma. Era l'inizio dell'anno
1984; insieme andammo a Mattarello. Esponemmo il caso a Mamma Enrichetta. Dopo
aver pregato, sorridendo ci incoraggiò, dicendoci che non c'era affatto bisogno
dell'operazione. Così avvenne. Gastone da quel momento si senti bene e tuttora
sta bene. È avvenuto come ha detto la Piccola Mamma.»
Menà
VR, 14 - 1 - 1990.
In
fede M. N.
15.
Segue ora la descrizione detagliata di una guarigione davvero straordinaria.
L'ha deposta la signora M. C. D. di Piedicastello (TN). «Mio marito Renzo era
stato ricoverato all'ospedale di Santa Chiara a Trento, per artrite reumatoide e
versamento - pleura.
Il 16 luglio 1980, era anche il suo compleanno, un medico, di cui si vuol tacere il nome, nel siringare l'acqua della pleura, sbagliò posto e forò la milza.
Subentrò
immediatamente un'emorragia interna, portando il malato ad uno stato tale, che
peggiorava di ora in ora.
Si
chiamò il Padre, che gli amministrò il Sacramento dell'Unzione degli infermi e
mentre si pregava, seguendo il rito, si avvicinò a me un signore, che credevo
un sacerdote, col rosario in mano; si unì alla preghiera e poi mi chiese se
l'infermo fosse mio marito.
-
Sì - risposi - con cuore angosciato.
-
Allora - proseguì - telefono subito alla Piccola Mamma.
Io
nemmeno sapevo esistesse. Ma quel signore, R. B., la conosceva molto bene.
Veniva
poi di tanto in tanto con la corona rossa del Rosario, presa in Palestina e la
metteva a mio marito sui fori del ventre, da cui spurgava sangue e sterco.
Il
medico non confessò lo sbaglio fatto; andava e veniva con evidente agitazione
e costernazione, somministrando questo o quello. Anche gli altri medici,
pensando che tale stato del paziente fosse dovuto a complicazioni della pleura o
dei polmoni, curavano questi organi, mentre, avendo saputo il fatto, con una
pronta operazione, avrebbero messo in salvo il paziente, che andava sempre più
aggravandosi.
La
Piccola Mamma pregò e soffrì quanto il Signore sa. Ed io, conosciutala
attraverso R. B., le telefonavo in preda a grande angoscia. E lei mi rispondeva:
Preghiamo perché i medici abbiano luce, per capire ed intervenire.
Il
professor Manara, primario in chirurgia, mi disse: "Vede, signora, le
condizioni del malato sono tali che, operarlo o no, deve morire; arrischiamo
l'operazione."
Si
era andati avanti dal mercoledì al venerdì.
Dopo
l'operazione, che rivelò ogni cosa, il primario mi disse: "Adesso,
signora, non le resta che pregare Dio solo, perché la vita di suo marito è
attaccata a un filo ... Che facciamo? Durerà mezz'ora. Denunciamo il
medico?"
Ed
io risposi: "No. Gesù ci ha chiesto di perdonare e io gli perdono. Se
voglio ricevere la grazia per mio marito, devo perdonare."
Andai
nella cappella dell'ospedale a pregare e rinnovare i miei sentimenti di perdono
e benevolenza verso quel medico.
Dopo
la prima operazione, ne vennero fatte altre tre, fra cui quella della
peritonite, prodotta dal sangue dell'emorragia marcito nell'intestino. Il sangue
infatti era andato nella sacca intestinale e ne circolava solo mezzo litro. Mio
marito era infatti floscio e cadente come un moribondo. Di solito il sangue,
quando succede un'emorragia interna, sale e produce la soffocazione.
Lo
stesso Professore me l'ha confermato, che in tali casi l'infermo vive poche ore.
Infatti due degenti lì all'ospedale morirono in poche ore. Invece mio marito
non peggiorava, rimaneva stazionario ed il suo stato, piano piano, migliorò.
Ora
vive ancora e, tranne i disturbi dell'artrite, sta bene, fa l'assistenza
volontaria al geriatrico e soccorre tutti.
Quanto
devo ringraziare la Mamma Celeste e il buon Dio, che, attraverso le preghiere e
sofferenze della Piccola Mamma, ha salvato la vita di mio marito.
Affermo
che quanto è scritto sopra l'ho dettato io, ed è solo la verità.»
Piedicastello
(Trento), 3 - 7 - 1990.
Renzo
e Maria C.
16.
Paolo Gremes di Lavis (Trento), di cui abbiamo già riportato la testimonianza a
livello spirituale, notifica pure una sua guarigione, attribuita
all'intercessione di Enrichetta Bianchi Carollo, a due anni dalla sua morte.
«Sono
lieto di deporre la mia dichiarazione per la grazia ricevuta dalla Piccola Mamma
il 24.10.1988.
Ero
sofferente di artrosi lombare per deformazione a fungo delle teste femorali e
sclerosi del margine superiore dell'acetabolo, per cui fui ricoverato al Centro
Traumatologico di Villa Igea a Trento nel periodo luglio-agosto 1988. Inutili
anche i medicamenti revulsivi e le cure chiropratiche eseguite a Bolzano e
Treviso.
Non
riuscivo più a camminare se non a prezzo di dolori spasmodici e nemmeno potevo
stare in piedi, e tuttavia ne ero obbligato, non potendo assentarmi dal
servizio.
Quella
sera, al momento di coricarmi, appoggiai sull'anca un ritaglio del fazzoletto
che la Piccola Mamma teneva attorno al collo prima di morire, avuto dalle care
sorelle della Piccola Opera del Divino Amore, sicuro che la Piccola Mamma
avrebbe fatto qualcosa.
La mattina seguente mi alzai dal letto, e sopra pensiero camminavo senza ricordarmi del male che mi tormentava da oltre tre mesi. Sapevo bene che quella sofferenza era preziosa ancor più della guarigione, ma ero felice e mi pareva di sognare.
Posso
anche aggiungere che immancabilmente la Piccola Mamma ha risposto subito a tutte
le mie invocazioni, e il suo amore mi fa trasalire di gioia.»
Lavis,
li 12.11.1991.
In
fede Paolo Gremes
17.
In occasione del quinto anniversario della morte di Enrichetta, il giovane
Massimiliano Chinaglia, ha posto questa testimonianza.
Io
Massimiliano Chinaglia 21 anni, sono in ottima salute.
Lo
devo alla grazia ricevuta dal Signore e dalla Vergine Maria, mediante le
preghiere d'intercessione della Piccola Mamma Enrichetta. Avevo 11 anni quando
ebbi una prima crisi di epilessia.
La
mamma preoccupatissima, nonostante fossi assistito dalle cure mediche, volle
condurmi dalla Piccola Mamma, la quale, accarezzandomi il capo, mi confortava e
mi incoraggiava, dicendomi che sarei guarito.
Alla
domanda della mia mamma se le crisi sarebbero continuate, mamma Enrichetta
rispose:
ancora
un paio di volte.
Infatti
avvenne proprio così, le ebbi due volte e poi più: sono già passati 10 anni.
Continuo a pregarla perché dall'alto dei Cieli mi protegga sempre e interceda
presso l'Altissimo ogni benedizione.
10
novembre 1991.
In
fede Chinaglia Massimiliano
18.
Segue una testimonianza recente di una professoressa di Bolzano, che ne desidera
la pubblicazione.
Scrive: «Questa è la mia storia.
La
Mamma Piccola io la conosco da anni, sono andata a trovarla tante volte, ho
parlato con lei ed ho pregato con lei, assieme ad altri fedeli.
Tre
anni fa mi sono ammalata di "sinosite". Sebbene sapessi che avrei
dovuto farmi visitare da un medico, non ho voluto saperne e così il male si è
aggravato tanto, che infine fui costretta a farmi visitare. Ebbi la visita il
22.3.'93 nell'ospedale di Bolzano, dal Dottor Günther Anstein.
Purtroppo
il male si era già aggravato tanto, che non era più possibile far delle cure,
ma ormai era necessario operare. Il medico mi chiese se avevo mal di testa ed io
risposi di no; allora il medico disse: Aspettiamo, coll'operazione; ma se avesse
mal di testa, venga subito da me, perché allora deve essere operata subito.
Purtroppo
il male progredì ancora ed io ricevetti mal di testa, che aumentò di giorno in
giorno. Con la mia amica mi recai alla tomba della Mamma Piccola e poi al suo
convento, al letto dove soffrì e morì. La implorai con tutte le mie forze
della sua intercessione, perché io non dovessi essere operata.
Il
giorno dopo mi recai dal medico e questo, sentendo del mio sopraggiunto mal di
testa, volle assolutamente operarmi al più presto; ma io lo pregai di farmi per
prima un'altra radiografia. II medico acconsenti. Nel frattempo pregai sempre più
insistentemente la Mamma Piccola, perché mi aiutasse. E Mamma Piccola mi aiutò.
Dalla
seconda radiografia risultò un visibile miglioramento, così che non dovetti
essere operata e, come per incanto, pian piano anche il mal di testa passò,
sempre senza cure. Uno si chiede: Ma come mai io ad un tratto migliorai, si può
dire da un momento all'altro, senza operazione, senza cure, se prima riguardo
questa malattia ho sofferto per tre anni?
Appena
avuta la possibilità sono ritornata alla tomba e al letto della Mamma Piccola,
per ringraziarla. Devo aggiungere pure, che io preparo i giovani per gli esami
del bilinguismo ed ho detto alla Mamma Piccola che se debbo essere operata non
posso più aiutarli, invece così ho potuto continuare il mio lavoro ed agli
esami sono passati tutti quanti.
Ancora
tante tante grazie alla Piccola Mamma!! Bolzano, 19-6-1993.
Elena
Santifaller
Seguono
i referti medici, conservati nell'archivio della Casa, assieme alla
testimonianza, alle date: 16-3-93 ; 22-3-93 ; 24-4-93.
19.
- Quanto la Piccola Mamma sia vicina alla sua piccola comunità, è cosa che si
constata ogni giorno.
Fra
le molte grazie ricevute per la sua intercessione, ne riportiamo una, ricevuta
da una nostra consorella.
«Io,
Marie Claude Zepp, con grande riconoscenza verso la Piccola Mamma, depongo
questa testimonianza.
Il
giorno 16 settembre 1994 partiti per la Francia per assistere la mamma ammalata.
Nei
pressi di Aosta la mia auto fu tamponata violentemente. Gettata contro il
guardrail di cemento, sono stata poi rimbalzata sulla corsia, mentre la macchina
si rovesciava sul fianco.
La mia automobile era sfasciata ed io non potevo muovermi, perché le porte erano bloccate. La polizia stradale ha dovuto rompere il finestrino per farmi uscire.
Con
grande stupore dei presenti sono uscita incolume senza neppure un graffio e
psicologicamente tranquilla.
Il perché lo so io: al momento dell'incidente mi sono sentita protetta dalla mano invisibile della Piccola Mamma, che in quell'ora, come in tante altre, mi era vicina per intercedere presso il Signore. Mi sentivo infatti come avvolta da un manto di ovatta.
Grazie,
Piccola Mamma! La tua fotografia, che sempre tenevo davanti al volante, sarà un
ricordo e una testimonianza.
Mattarello,
25 settembre 1994.
Marie
Claude Zepp
20.
- Mi chiamo Maria Grazia e sono madre di quattro figli.
Ho
conosciuto la "Piccola Mamma" nel 1975, attraverso un sacerdote
salesiano, missionario del mio paese.
Mi
ricordo la prima volta, quando suonai il campanello della sua abitazione, vicino
al Duomo di Trento, "La Piccola Mamma" mi apri la porta, ebbi
l'impressione come se lei già mi conoscesse da tempo, perché mi accolse
proprio come una Mamma.
Lei
mi portò dinanzi alla bella statua della Medaglia miracolosa e recitammo
assieme tre Ave Maria, con la giaculatoria: "O Maria, concepita senza
peccato, pregate per noi che ricorriamo a Voi". Infine chiese a Maria la
sua materna benedizione.
Certamente
la "Piccola Mamma" aveva intuito fin dal primo incontro con me, quanto
avrei avuto necessità del suo sostegno morale e preghiera, nel lungo calvario
degli anni seguenti, sia per me che per la mia famiglia.
Da
quel giorno la Casa della Piccola Opera del Divino Amore divenne per me un luogo
di rifugio, di sollievo e d'incoraggiamento nei momenti di angoscia e di forza
per superare nella fede le dure prove che si sarebbero avvicendate. Posso
affermare che non sono mai uscita da quella casa, senza sentirmi più serena,
penso che Gesù provasse la stessa cosa, ogni volta che visitava la casa di
Betania.
Il
mio calvario iniziò nel mese di maggio 1976, quando mio figlio Andrea aveva tre
mesi di età.
Mi
ammalai di forte esaurimento (da parto) e venni ricoverata in Casa di cura a S.
Guiliana di Verona, per la prima volta. Fui costretta a lasciare i miei tre
figlioletti, rispettivamente di quattro, tre anni, e 3 mesi, che dovetti
affidare ai parenti.
Nell'arco
di sei mesi feci la spola da una casa di cura all'altra, senza notevoli
miglioramenti.
Lascio
immaginare il mio avvilimento e la mia angoscia nel sapermi incapace di accudire
ai miei figli di trovarmi nella necessità di dipendere in tutto da tutti.
La
"Piccola Mamma", con la quale ero sempre in comunicazione
telefonica,
sentiva, come diceva lei, tutte le mie sofferenze, le prendeva su di sè per
sollevare me, offrendo la sua angoscie, per ottenere dal Signore, per
intercessione di Maria Santissima, la grazia della guarigione.
In
seguito fui dimessa dalla casa di cura di Quinto in Valpantena ed ebbi una
ripresa.
Nel
luglio 1979 ebbi la gioia di diventare mamma per la quarta volta, di un bambino
meraviglioso: Paolo, nato in perfetta salute.
La
Piccola Opera del Divino Amore aveva già preso dimora in quel tempo a
Mattarello ed io, appena uscita dall'ospedale col neonato, passai dalla
"Piccola Mamma", che personalmente consacrò il mio bambino alla
Madonna della Medaglia Miracolosa, rappresentata nella statua della cappella
dell'Istituto.
In
quell'occasione ringraziai di cuore mamma Enrichetta, per avermi seguita con la
preghiera e la sofferenza lungo tutto il corso della gravidanza.
Purtroppo
nella primavera del 1980 ebbi una nuova ricaduta, con conseguente ricovero in
ospedale a Mezzolombardo e nella casa di cura a Quinto in Valpantena.
La
"Piccola Mamma" continuava a seguirmi con la preghiera e quando non ne
potevo più mi diceva: "Coraggio, Maria Grazia! Dobbiamo strappare questa
grazia alla Madonna, perchè sei mamma di quattro figlioletti."
Nel
novembre 1984 subiì una nuova ricaduta con altri due rivoveri a Bolzano e a
Quinto Val Pantena.
Tornata
a casa, seguivo i centri di igiene mentale, continuando le cure a domicilio;
questo per tutto l'anno 1985-86.
Un
giorno la "Piccola Mamma" mi disse: "Tu avrai tanto da soffrire,
ma coraggio, che io ti sarò sempre vicina con la preghiera e la
sofferenza".
Io
avevo fiducia cieca in lei e la sentivo più vicina di qualsiasi altra persona,
partecipe come era dei miei dolori e sempre paziente e premurosa, anche se le
telefonva di notte, quando ero in preda a forte agitazione e insonnia.
Se
mi scusavo per il disturbo che le arrecavo, lei mi rispondeva di non prendermi
alcun pensiero, perchè era sempre pronta di giorno e di notte per sollevare
quanti domandavano il suo aiuto, perchè era questa la sua missione di carità.
Mi
veniva sovente da pensare quanto dev'essere grande la bontà di Gesù, se una
sua creatura la possedeva in questo modo.
Per
concludere posso testimoniare di fronte a chiunque, che dopo la morte della
"Piccola Mamma" io smisi di mia iniziativa, senza il consiglio di
alcuno, di prendere qualsiasi medicinale antidepressivo o calmante di qualunque
genere.
Non
ebbi più ricadute, nè bisogno di praticare cura alcuna relativa alle mie
precedenti malattie mentali, nè ricoveri in ospedale.
Ho
sempre dormito di notte e dormo tuttora, nonostante le difficoltà e le
preoccupazioni della mia situazione attuale. Infatti, dopo la morte della
"Piccola Mamma", dovetti addossarmi il peso dell'amministrazione della
ditta familiare, perchè mio marito aveva aperto altre attività fuori Provincia
e all'estero, e questo lavoro si deve porrre accanto alla cura della mia
famiglia.
Ognuno
comprenda se in simile situazione non avrei avuto mille motivi per ricadere
nell'esaurimento, ma la "Piccola Mamma" ha mantenuto la sua promessa
di preghiera affinchè la Mamma Celeste intercedesse la grazia della salute per
me.
Me
l'ha ottenuta, dopo che si è ricongiunta con Dio.
Grazie
"Piccola Mamma"! Le tue parole: "Vi benedico; dal cielo ricorderò
tutti.... i sofferenti saranno i miei prediletti, sono state vere. Grazie, Gesù,
per averci donata Mamma Enrichetta.
Con
immensa riconoscenza
Maria
Grazia.
Si
potrebbe continuare ancora, ma noi sospendiamo lasciando alla Chiesa la parola
definitiva e autorevole.
L'abbiamo
fatto con tanta semplicità, riportando fedelmente quanto le persone beneficate
hanno scritto, dettato o deposto, sapendo che l'onore e la gloria vanno a Dio
solo, il quale, per elargire le sue grazie, si serve spesso di strumenti
piccoli, umili, ma totalmente abbandonati a Lui.
Mattarello
(Trento), 1994
A
nome di tutte le piccole consorelle Elisabetta della Trinità