DON DOLINDO
RUOTOLO (Servo di Dio)
"SACERDOTE
SANTO" (Padre Pio)
POSTULAZIONE
GENERALE DEI FRANCESCANI DELL'IMMACOLATA
Casa
Mariana Editrice "Apostolato Stampa"
1a
Edizione
Imprimatur
+
Antonio Di Donna
Vescovo
Ausiliare di Napoli
12
marzo 2008
Casa
Mariana Editrice "Apostolato Stampa"
Vico
Strettola Santa Teresa degli Scalzi, 4
80135
Napoli
Tel/Fax
081/5447003
Da molti si avvertiva e si avverte la
necessità di avere una vita di Don Dolindo Ruotolo che non impegni alla lettura
per mesi interi, ma che si possa leggere in pochi giorni venendo a conoscere
le cose più importanti e più edificanti dell'esistenza di questo «Santo
Sacerdote», di questo «Santo Apostolo di Napoli», come san Pio da Pietrelcina
definì Don Dolindo.
Orbene,
con il presente volumetto su Don Dolindo Ruotolo, si vuole appunto accontentare
quanti aspettano una breve, ma ricca vita di Don Dolindo, per conoscere la sua
eccezionale personalità di santo sacerdote, di grande apostolo, di geniale
scrittore, di ardente predicatore, di straordinaria guida spirituale, in oltre
sessant'anni di Sacerdozio.
Ciò
non significa, però, che si debba rinunciare a leggere anche altre biografie
più voluminose e, soprattutto, conoscere la sua grande autobiografia che,
insieme ai suoi numerosi scritti, costituisce una vera miniera di cose sante ed
edificanti per illuminare e rafforzare la nostra vita di fede, la nostra vita
cristiana oggi così insidiata e messa in pericolo da questo mondo «posto
tutto sotto il maligno» (1 Gv 5,19).
Quel
che si chiede, a chi legge Don Dolindo, è l'impegno a vivere cristianamente
secondo la fede viva e la pratica delle virtù, alla scuola di Don Dolindo, e,
nello stesso tempo, l'impegno particolare di pregare perché si affrettino i
tempi di avanzamento e di conclusione del processo canonico di Beatificazione e
di Canonizzazione di Don Dolindo, a gioia nostra e di tutta la Chiesa.
INTRODUZIONE
Per
conoscere Don Dolindo...
Il
titolo dato al volume che per la prima volta raccolse la storia di Don Dolindo
Ruotolo, fu questo: Fui chiamato Dolindo, che significa dolore.... E dolore,
infatti, fu la vita di Don Dolindo Ruotolo: dolore che lo purificò fino a
renderlo cristallo tersissimo attraverso cui la Parola di Dio sgorgata dalla
Sorgente si diramò in mille e mille rivoli di luce che illuminano ancora oggi
menti e cuori.
Veramente
difficile è parlare del sacerdote Dolindo Ruotolo nello spazio di questo
libretto. Ma vale la pena tentare di catturare l'attenzione di quanti ancora non
lo conoscono.
Apparentemente,
un sacerdote come tanti, nella città di Napoli, Don Dolindo certamente volle
essere uno fra i sacerdoti più poveri e nascosti, laddove con il suo ingegno
e con i suoi talenti avrebbe potuto diventare ben famoso ed apprezzato. In realtà,
dietro la figura alquanto dimessa di Don Dolindo si celava un gigante della
spiritualità. Una via di mezzo, potrebbe dirsi, tra un francescano ed un
carmelitano, tra san Francesco e san Giovanni della Croce: innamorato della più
assoluta povertà e del più geloso nascondimento; innamorato ancora più
"follemente" della Santissima Eucaristia e della Madonna, della
Chiesa, del Papa, del Sacerdozio, della preghiera e delle anime; immerso per
quasi tutta la vita nella notte oscura di prove e tentazioni indicibili.
La
missione che Dio volle affidargli è difficilmente sintetizzabile nelle poche
righe qui a disposizione. Essa si potrebbe definire come opera universale di
affermazione di Gesù Cristo Nostro Signore in tutte le attività, in tutti gli
aspetti, gli ambienti ed i momenti della vita umana, a gloria di Dio Padre
per intercessione di Maria Santissima.
Un
bel programma, non c'è che dire... Ma come si sarebbe sviluppato?
Lo
dice lui stesso in una lettera ad una figlia spirituale:
«[
...] io l'ho sintetizzata (quest'Opera) sempre in questo programma semplicissimo:
fare
risorgere la coscienza cristiana, in noi e negli altri;
propagare
la Fede cattolica e viverne; conoscere le verità divine ed apprezzarne la
magnificenza;
servire
Dio in tutto e cercarlo in tutto; onorare la Vergine Santissima, l'Angelo
Custode, i nostri Santi avvocati».
Niente
di straordinario, dunque: quello che già conoscevamo ma, nota Don Dolindo:
«E
sempre doloroso il constatare che a tanti cuori cristiani e sacerdotali possa
apparire novità!».
Ma
come realizzare questo progetto di «nuova evangelizzazione»? Risponde ancora
Don Dolindo:
«I
mezzi che possono condurci alla realizzazione di questo programma, neppure
sono nuovi assolutamente parlando:
chi
ha fede si mette in comunione intima con Gesù;
chi
ha fede spera in Lui la grazia per operare;
chi
ha fede si abbandona totalmente in Lui;
chi
ha cognizione del proprio nulla, riconosce tutto da Dio solo!
A
me pare che questo non sia né un esaltarsi né una novità!».
Tutto
questo, per la mediazione del sacerdote. Non di Don Dolindo, si badi bene, ma
del sacerdote, colui al quale Gesù stesso demandò il compito della
mediazione fra Lui ed il genere umano: «Che Gesù possa comunicarsi ad un sacerdote
suo è strano? Ma se Egli gli ha dato la sua stessa potestà, come potrebbe
essere strana una comunicazione sua? [...]». Don Dolindo, infatti, non dette
mai importanza alla propria persona. Nonostante abbia vissuto esperienze
mistiche veramente incredibili per noi poveri mortali, nella sua inconcepibile
umiltà disse di sé:
«Si
badi ora a questo che dico: io credo di non essere mai stato elevato alle unioni
mistiche con Dio, dalle quali sento come sono lontano; ma il Signore a sprazzi
mi ha fatto intendere, con un piccolo saggio passeggero, che cosa esse fossero».
Ma
poi, contraddicendosi con la sua proverbiale ingenuità, in tante e tante
occasioni dovette ammettere che nessuna cosa egli faceva o scriveva che non
fosse, in realtà, mossa da Gesù, presente in lui per il suo carattere
sacerdotale e per il particolare rapporto che egli aveva con l'Eucaristia.
Ed
ecco il senso dell'Opera di Dio: una rinnovata vita eucaristica, cioè il
contatto personale e consapevole dell'uomo con Gesù vivo e vero, la
disponibilità a lasciarsi trasformare in Lui come rimedio alle miserie che
affliggono l'uomo e che si riflettono su scala sempre più ampia fino ad
investire il mondo intero e le sue lotte fratricide.
I
doveri e le varie attività del sacerdote: la celebrazione eucaristica
quotidiana, la recita del Breviario, la cura delle anime con la confessione, i
sacramenti e la direzione spirituale, i conforti religiosi agli ammalati e ai
moribondi, la Parola di Dio: tutto fatto in unione e per la mediazione di Gesù
Cristo Nostro Signore, il quale solo, può rendere gloria a Dio nella maniera
veramente adeguata, può riparare per le nostre miserie, e dare valore alla
nostra preghiera ed alle nostre attività.
Ma
non solo il sacerdote: i laici devono ugualmente attingere alla vita
eucaristica, e possono farlo con quasi uguale profitto.
Molto
scrisse, Don Dolindo, su questo tema, anzi: moltissimo! Si tratta di opere
prestigiose per il loro contenuto teologico, ma anche gradevolissime per il
suo modo di scrivere semplice, chiaro, comprensibilissimo da tutti; e talora
delicato, poetico. L'opera più famosa è il Commento alla Sacra Scrittura in 33
volumi. Ma sono stati pubblicati, o sono in corso di pubblicazione, altri
scritti molto significativi di carattere ascetico e mistico. Notevole anche la
sua produzione di musica sacra. Negli ultimi anni è stata incisa su CD una
gradevole selezione di brani musicali per organo composti da Don Dolindo.
Per
la diffusione delle sue opere Don Dolindo fondò l'Apostolato Stampa.
Quest'opera è rimasta attiva fino ai nostri giorni grazie all'instancabile
lavoro delle ultime figlie spirituali di Don Dolindo. Diamo merito alle
signorine Enzina Cervo e Nina Scotti - da poco passate al Cielo - e ad Ester
Scelzi, ancora fra noi, per quest'opera.
L'Apostolato
Stampa, oggi condotto dai Francescani dell'Immacolata, è attualmente impegnato
nella diffusione a livello mondiale delle opere di Don Dolindo, anche mediante
traduzioni; il sito www.dolindo.org
attivato da un gruppo di volontari devoti di Don Dolindo ha conferito nuovo
impulso alla diffusione delle sue opere.
Don
Dolindo potrebbe apparire, fermandosi alla lettura di questa premessa, un
contemplativo... serioso, lontano dalla realtà della vita e tutto concentrato
nel suo dolore e nei suoi voli mistici. Non è così. Piuttosto, anche solo ad
una prima spigolatura fra i suoi scritti, Don Dolindo cattura per la simpatia di
napoletano verace, con la quale spessissimo si esprime con i suoi figli
spirituali, e per la semplicità del suo dialogo, a volte proprio giocoso, con
Gesù. La sua sensibilità e la sua carità lo spingevano ad accostarsi alle
miserie dell'uomo in un sacrificio che fu abnegazione totale, per tutta la vita.
Né
rimase "separato" dalle vicende del mondo, belle o brutte che
fossero. È un sacerdote proiettato nel futuro in ogni senso. Tra l'altro, non
disdegnava di interessarsi anche di scienze; spesso, in futuro, avrebbe attinto
alle scienze ed alla tecnologia del suo tempo per utilizzarne esempi che
inseriva nelle sue "parabole" e "paragoni" - come il Maestro
Gesù - per farne applicazioni della fede alla vita quotidiana, comprensibili
per le anime. Su questi temi si mantenne aggiornato per tutta la vita,
informandosi attraverso la stampa e attraverso alcuni figli spirituali dotti
nei vari campi. Riportiamo, a questo proposito, un paragone per spiegare il
senso della vita eucaristica, è del 1921 ed è scritto in nome di Gesù...
«Voi
pensate molto a voi stesse, vi preoccupate di voi e non riflettete che Io (Gesù)
sono in voi come una corrente che ha bisogno di essere applicata per muovere
tutto.
Che
cosa ne fate di un telegrafo voi se non chiudete il circuito elettrico? L'apparecchio
che poteva fare sentire la vostra voce nei posti più remoti e più solitari, è
inutile quando non è applicato. Che importa che voi dalla stazione
trasmittente non avvertite che rumori e non vedete nulla? Applicate la corrente,
ed infallibilmente all'altra stazione voi avrete uno scritto, un telegramma.
Oh,
quanta attività potreste voi avere nel cielo per mezzo mio, se aveste fiducia
in me! Ogni volta che mi state davanti in un atto di fede, ogni volta che mi
adorate, che mi pregate, io mi dilato verso di voi; allora sono veramente vivo
per voi, allora la mia misericordia si diffonde. Rinnovate spesso la vostra fede
e fate tutto alla mia presenza, pregandomi solo di guardarvi. Il mio sguardo
è vita, il vostro sguardo è supplica; Io guardandovi vi illumino, voi guardandomi
vi umiliate... In questo sguardo scambievole sta il segreto di una vita completamente
eucaristica!».
...
ed anche questo gustosissimo... autoritratto spirituale:
«
... Io non ho altro dono straordinario che la mia stupidità e la mia miseria.
Di
questa nullità sono lieto, come sono lieto di quelli che riconoscendola, mi disprezzano.
Mi farebbe pena il disprezzo che mi attribuisse intenzioni che non ho, come
quello di chi pensasse che io mi creda qualche cosa; ma anche questo penoso disprezzo,
penoso per mancanza di verità, è un isolatore benefico dell'anima, che le
impedisce i... "corti circuiti" della natura e lo spegnersi della luce
di Dio.
Ogni
compiacenza di noi è come un corto circuito, un polo, che a contatto con la
terra, polo negativo, scintilla, scarica la corrente della grazia, fulmina la
valvola di sicurezza, che è la santa umiltà, e lascia l'anima al buio. Io non
ho altra ricchezza spirituale che questi isolatori della corrente di grazia
che passa per la mia nullità, come sacerdote, nel compimento della missione
che il Signore mi ha dato: illustrare la sua Parola, glorificare la Chiesa sua
nella mia immolazione, annunziare il suo Regno con la tenacia di una speranza
che non si scrolla.
Nelle
tempeste. La mia speranza è come il salvagente tra i flutti: è sospinto,
sballottato, ma non affonda.
Sono
come una povera valvola di radio, che sta tutta nel suo stesso vuoto e, chiusa
nella cassetta dell'apparecchio, non brilla, non si accende, ma raccoglie l'onda
e la trasmette. Non può fare altro.
Non
sono un occhio aperto sul futuro; non sono una corrente di radiografia che
irradia i raggi Roentgen e penetra nel segreto: io sono un nulla, un vuoto dove
risuona la voce del Signore, come vibra una corda su cassa armonica. La cassa
non è la corda e se volete che vi dia un suono, non può darvelo. E se la
percuotete, ha una cupa risonanza di vuoto che non serve a nulla».
Ancora
più originali, le Considerazioni sul volo di Glenn, scritte nel 1962 in
occasione di uno dei primi voli spaziali, a cui Don Dolindo pose come
sottotitolo: Elevazione dell'anima nella via della perfezione e nella conquista
dell'eterna vita, in cui paragona le diverse fasi tecniche del volo spaziale
a quelle dei moti dell'anima anelante a Dio: dal volo spaziale al volo dell'anima,...
ma... sono troppo lunghe per riportarle in questa sede; bisogna leggerle e
meditarle a fondo.
Per
Don Dolindo, del resto si sa, la scienza e la tecnologia non sono un elemento
negativo della civiltà; anzi, sono un'adeguata manifestazione dell'intelletto
donato all'uomo dal suo Creatore: solo, bisogna tutto rapportare a Dio,
altrimenti la scienza e la tecnologia diventano strumenti diabolici di
distruzione dell'uomo e del suo ambiente. E non pare, questa, una vera
"profezia" rispetto a ciò che stiamo constatando ai nostri giorni,
allorché vediamo cosa possono diventare le acquisizioni scientifiche e le loro
ricadute tecnologiche nelle mani di ricercatori senza "credo" e
senza scrupoli?
Ricordiamo al lettore che per questo lavoro valgono le disposizioni di S.S. Urbano VIII in ossequio alle quali "ai fatti narrati in questo volume va prestata soltanto la fede voluta dalle testimonianze addotte; non si intende prevenire in alcun modo il giudizio della Chiesa".
Nascita,
infanzia, adolescenza...
6
ottobre 1882. In una Napoli popolare, quella dei quartieri più poveri del
centro storico, in Vico Carbonari a Forcella n. 12 o 16, 3° piano, nasce,
dall'ing. Raffaele Ruotolo e da Silvia Valle, il piccolo Dolindo: biondo,
paffuto e tranquillo bambino, il cui avvenire avrebbe lasciato una traccia
profonda nella Chiesa non solo napoletana. Una vita intensissima,
nell'apparente mediocrità del quotidiano lavoro ministeriale; tanto intensa e
significativa che Don Dolindo riceverà l'obbedienza di lasciarne una memoria
scritta da ben due confessori.
Lo
scrupolo col quale Don Dolindo segnò i particolari piacevoli e spiacevoli della
sua vita può testimoniare quanto egli tenesse alla verità dei fatti e non si
può escludere che l'autobiografia, scritta da lui "col giuramento
solenne di dire la verità", così come constava a lui e come se ne
ricordava, può essere una guida sicura nel seguire le fasi di questa esistenza
singolare e tutta donata a Dio. La sorella Emma, ultima superstite della sua
famiglia, che aveva letto e riletto con immensa sua soddisfazione le pagine
dell'autobiografia, affermava che tutto, proprio tutto quello che vi era scritto
era vero.
Raffaele
Ruotolo era figlio di un sarto, Silvia Valle discendeva invece da famiglia
nobile, "quasi tutta caduta in povertà". Dal loro matrimonio
nacquero 11 figli; Dolindo era il quinto figlio.
Scrive
Don Dolindo:
«Papà
mio aveva per abitudine di imporre ai suoi figli nomi che spesso coniava egli
stesso con un significato speciale: dopo la morte di Giuseppina, egli impose sempre
i nomi di Gesù o di Maria ai suoi figli. Il mio nome Dolindo significa dolore;
lo formò egli stesso, e mi confidò, quando avevo 14 anni, che me lo aveva
imposto con una previsione curiosa. Egli mi diceva: "Io sento che tu devi
essere non già un sacerdote comune, ma un apostolo, e sento che non per caso
ti ho maltrattato tanto nell'infanzia".
Egli
mi aveva reso veramente "dolore", come si rileverà da quello che dirò.
Fui
battezzato il giorno 11 dello stesso mese di ottobre».
La
differenza di ceto sociale fra i genitori si faceva avvertire sempre più, e il
matrimonio entrò in crisi molto presto.
Don
Dolindo, ricordando la sua prima infanzia, rivive penosi episodi di dolore.
«Papà
mio era nervoso. Essendo l'unico in casa che si era elevato ad una condizione
più civile, egli era riguardato come padrone, e questo concorreva ad inasprire
il suo carattere. Com'era, poi, abituato in una famiglia dove si viveva di
lavoro, era molto economico, da rasentare l'avarizia. Si ricorda fra i parenti
che egli, con i pochi "grani" che il nonno dava ai suoi figli ogni
settimana, aveva avuto la costanza di accumulare 25 "pezze" di
argento. Papà mio, quindi, aveva nel suo carattere una ristrettezza che
contrastava col carattere e con l'educazione di mamma.
Mia
madre era nobile, abituata in un ambiente signorile, servita da servitori in
livrea. I suoi zii e le sue zie erano alla corte del Re di Napoli. Un suo zio,
sacerdote, Francesco Valle, era cappellano del Re Ferdinando di Borbone».
La
madre era di carattere mite e cercava di attenuare o evitare gli scontri
violenti... i figli erano divisi fra la tenerezza materna e la violenta
severità del padre, e il piccolo Dolindo ne soffrì molto.
Della
severità del padre spesso parlava anche la sorella Emma; Don Dolindo scrive:
«Papà
era estremamente nervoso e per un nonnulla ci batteva. Egli ci percoteva con un
finocchietto le carni emaciate dalle privazioni. Era tanto il terrore di papà
che, quando sentivamo il campanello della porta, Elio ed io correvamo a
nasconderci. Io mi nascondevo persino in uno dei cassettoni laterali di una
scrivania, dove vi entravo rannicchiandomi, tanto ero piccolo».
E,
a proposito dell'estrema povertà della famiglia, aggiunge:
«Ricordo
che per sfamarmi in un modo qualunque, andavo raccattando i residui delle erbe
dalle immondizie: torsoli di finocchi, foglie di ravanelli e simili, e li facevo...
ad insalata. Avevo un poco di olio e di aceto mescolati insieme, che conservavo
in un manico vuoto di tegame di Marsiglia; con quello condivo l'insalata e poi
scuotevo le foglie e i torsoli appena unti, per conservarlo novellamente per
un'altra volta.
Andavamo
sempre mezzo scalzi per mancanza di scarpe, o dovevamo adattarci a mettere gli
stivaloni vecchi di papà. Era un problema trascinarli appresso, e non
difendevano dal freddo».
Già
dalla prima infanzia, però, Dolindo sentiva arcani raccoglimenti e desideri
di penitenza e raccontava che a meno di quattro anni - quando gli riusciva -
metteva in bocca della polvere di chinino per sentirne l'amaro e partecipare un
pochino alle sofferenze di Gesù.
«Quando
la mamma si levava al mattino, verso le quattro, io mi levavo con lei e le
stavo vicino mentre, facendo il caffè, essa pregava.
Ero
tanto piccolo, che la mia testa non arrivava a superare l'altezza del focolare.
Ricordo che, avendo solo tre o quattro anni al più, stando in piedi e poggiato
sulle ginocchia materne, le dicevo: Io sarò sacerdote...
Ricordo
che amavo la solitudine, benché fossi molto vivace. Ero attratto assai dagli
spettacoli naturali e soprattutto dal sole. Quando entrava il sole nella stanza,
io mi sentivo pieno di gioia, mi sedevo in terra e mi sentivo l'anima tratta in
Dio.
Non
sapevo pregare ancora e ricordo che mi sentivo una tranquillità interna, una
pace che mi faceva rimanere immobile e pensavo a Dio».
«Difficile
e selvaggia» egli definisce nell'autobiografia la sua adolescenza.
Sull'infanzia innocente era scesa una cortina che - egli affermava - ne velò
l'intelligenza, a renderlo quasi ebete. Le liti in famiglia, l'incomprensione
fra i genitori, un regime di fame sconvolsero l'intimo sensibile del giovinetto.
Egli non divenne un ribelle ma si isolò in un mondo suo, sofferto tra miserie e
disordini. Gli insuccessi scolastici si ripetevano e lo convinsero di essere
scemo. Il perché di questi insuccessi, nella confusione mentale che li
provocava, trova radici anche nel metodo assurdo preteso dal padre di
costringere Dolindo a studiare in casa sotto la guida dei fratellini che ne
sapevano... quanto lui, e su libri la cui conoscenza doveva calargli in testa
copiandoli meccanicamente e imparando tutto a memoria. Per di più, era
costretto, per non sporcare il tavolino di casa, a studiare «per terra,
appoggiato ad un gradino di marmo» che d'inverno lo faceva gelare. Con simile
preparazione Dolindo era stato presentato agli esami di ginnasio ... e con
arguto umorismo egli ne ricordava gli episodi che si concludevano con la
bocciatura.
Di
quel periodo, Don Dolindo racconta anche un episodio tragicomico:
«Il
mio abbigliamento era originale: un vestito unto e sdrucito, un berretto ingrassato
a visiera, le scarpe rotte... In giorni determinati della settimana, dopo lo
studio di classe vi era, in palestra, a scuola, la lezione di ginnastica. Era
allora che io... mettevo in esposizione i miei cenci.
Una
volta non avendo cosa mettermi addosso, fui costretto ad indossare un vecchio
calzone di... papà, al quale raccorciai io stesso, semplicemente, con una
sforbiciata, i gambali. Me lo fermai, quindi, alla vita con uno spago.
Ero
pronto per la palestra.
Com'era
logico, fui deriso dai compagni;
ma
il colmo avvenne quando fui chiamato per il salto alla balestra.
-
Pronti? Viaaa!
E
corsi al salto. Si spezzò lo spago che reggeva i calzoni e lasciamo andare quel
che avvenne...
Mi
allontanai pieno di vergogna.
Alla
fine dell'anno, feci gli esami; fui riprovato, ebbi un mondo di percosse e
dovetti ripetere la classe ancora una volta. Comunque, nella scuola, non appresi
nulla: né il bene né il male».
Nei
particolari di questa fase della sua vita egli riconosceva un misericordioso
disegno di Dio che gli velò l'intelligenza in un periodo in cui la malizia
avrebbe potuto renderlo più colpevole e rovinargli per sempre l'anima. Neanche
la prima Comunione scosse l'apatia del giovanetto, che si accostò a Gesù a 11
anni: «non capì nemmeno di ricevere Gesù».
Ma
«Gesù Sacramentato non venne invano nel (suo) cuore». Poco a poco Dolindo
cominciò a provare un certo trasporto per la vita spirituale e "sentì"
rinascere nel (suo) cuore i santi raccoglimenti dell'infanzia.
Dio
si faceva spazio in quel cuore di fanciullo, sul caos di un mondo interiore che
ne aveva spento ogni luce, anzi, proprio la Santissima Eucaristia avrebbe
assorbito la sua vita, ogni suo interesse e sarebbe stata la missione della sua
vita.
Dolindo
aveva 14 anni quando il padre e la madre giunsero dolorosamente alla
separazione, ma non fu nemmeno allora la pace.
La
sensibilità del fanciullo risentì moltissimo tutto il peso della drammatica
situazione. Lasciata la casa, sua madre si trasferì in casa del fratello con i
suoi otto figli: nuovi disagi e nuove privazioni. Venne allora la decisione di
chiudere in collegio i due figli più grandi: Elio e Dolindo. Essi furono
accettati nella Scuola Apostolica dei Preti della Missione di san Vincenzo dei
Paoli, in via Vergini, a Napoli.
«Mio
fratello ci entrò molto a malincuore - scrive Don Dolindo - ma non ebbe il
coraggio di dirlo. Io ci entrai come un ebete: io non capivo nulla...».
In
realtà - diceva Padre Dolindo - sia la madre che i figli credettero
erroneamente che si trattasse di un collegio come un altro, dal quale, a vocazione
accertata, si poteva uscire come sacerdote secolare. Ma non era così. Il
collegio preparava alla vocazione vincenziana.
Iniziava
per Dolindo un altro erto sentiero che s'inerpicava fra triboli e spine verso il
mistero di un tormentato cammino di Dio.
Era
l'8 giugno 1896. Fu un giorno memorabile per Elio e Dolindo Ruotolo.
Nel
racconto che ne fa Don Dolindo nell'autobiografia e che tante volte ricordava
a voce, è viva l'impressione di pace, di solennità che l'ambiente della
grande casa che li accoglieva fece sull'anima sua ancora agitata per le dolorose
vicende familiari.
La
vita ordinata del collegio ed il cibo sufficiente certamente dovettero
rimettere un po' in sesto il suo fisico sciupato ed esile. L'inizio della scuola
con gli studi regolari riportò il giovinetto alle dolenti note dei suoi
trascorsi scolastici. E ritornarono - anche se in tono più spento - le
incomprensioni provate a casa sua.
Scriverà
dopo molti anni, in una lettera: «Come spiegare che, andato nella casa
religiosa dei Vergini, passai i primi tre anni fra umiliazioni e pene di ogni
genere, e mi si tolsero gli abiti nuovi, per rivestirmi di cenci, fino al punto
che mi proibirono di uscire? Erano anche strani i compagni che mi odiavano, il
professore che mi metteva zero in tutto, pur essendo il primo della classe, che
mi faceva avere castighi ogni giorno per questi zeri; erano strani il prefetto
che mi puniva, il Rettore che mi batteva, il censore che mi metteva zero alla
lingua quando parlavo bene, zero al silenzio quando facevo scrupolo della più
piccola mancanza di regola?».
Ancora
si andava sviluppando il misterioso disegno di Dio, ma a questo punto il giovane
Dolindo incominciava ad intravedere la meta luminosa che gli si prospettava: il
sacerdozio. E comprese che solo due binari ben fermi nella vita potevano
condurlo al traguardo: l'intelligente consapevolezza della vocazione e tanto
amore a Dio, da testimoniare con l'esercizio delle virtù.
Nel
cammino dell'esercizio delle virtù si inoltrò decisamente, incoraggiato e
guidato dai superiori; alla sua intelligenza... pensò la Madonna, alla quale
chiese aiuto. Ed in proposito egli narra nell'autobiografia, un episodio che
egli definisce "strano" e che fu certamente singolare, se ne determinò
l'intelligenza da un'ora all'altra; così scrive Don Dolindo:
«[...]
Recitavo con i condiscepoli il Santo Rosario, ed avevo davanti a me questa
immagine, appoggiata ad un libro. Dissi alla Madonna: O mia dolce Mamma, se mi
vuoi sacerdote, dammi l'intelligenza, perché lo vedi che sono un cretino.
D'un
tratto, genuflesso come ero, mi assopii, l'immagine si mosse, per vento o per
grazia speciale, non so dirlo, mi toccò la fronte e mi risvegliai
dall'assopimento con la povera mia mente pronta e lucida. Discorrevo di tutto,
verseggiavo, ero un altro; ma solo, allora come ora, per ciò che glorificava
Dio. Per il resto ero e sono un autentico cretino. Ricorro a te, Mamma mia, e tu
m'illumini... quanto sei bella! [...]».
Da
un giorno all'altro Dolindo divenne, così, un allievo intelligente, anzi
geniale e studioso.
Questa
immagine della Madonna egli la conservò e la chiuse in una comicetta a
formare un quadretto che ancora oggi è conservata fra i ricordi di Don
Dolindo.
La
prima confessione generale fu per lui un momento di grazia: avvenne nel 1898 ed
egli da questa data fa iniziare quella che chiama la sua conversione.
Gli
esercizi spirituali gli fecero un gran bene e dopo un periodo tormentato dalla
malattia degli scrupoli, finalmente ritrovò l'equilibrio interiore che lo portò
al noviziato con grande fervore e consapevolezza.
Anche
questo periodo fu tribolato come risulta dalla sua testimonianza giurata,
nell'autobiografia. Ne scrisse in questi termini:
«Era
strano al noviziato anche quell'unico compagno col quale ero (eravamo due
soltanto) che mi colmava di insulti e di maltrattamenti, che diceva che doveva
avere la soddisfazione di vedermi all'inferno? Tutto questo non poteva
derivare da stranezza ma da un disegno di misericordia, da un disegno che
preparava il cuore mio. Dio non ne ha avuto che gloria ed amore!».
Con
questo compagno ebbe un chiarimento e tutto finì in una cara amicizia.
Il
periodo dello studentato - egli racconta - fu veramente felice.
«I
compagni, qui, mi volevano bene - racconta -. Io ero il più piccolo di tutti e
mi consideravano capo: mi chiamavano "papà" e nelle questioni che
facevano, l'arbitro ero sempre io. Dicevano allora "vediamo papà che
decide" e come dicevo io così facevano».
Pronunziò
i voti religiosi nella più grande aridità di spirito, «solo
intellettivamente»; era compreso dell'atto di immolazione che egli faceva al
Signore. Furono voti religiosi, voti "vincenziani" dai quali egli
avrebbe potuto sentirsi libero (tranne quelli che lo legavano al sacerdozio)
una volta uscito di Comunità: egli invece li osservò tutti e per tutta la
vita, come risulta da centinaia di testimonianze.
I
voti vincenziani erano quattro; oltre la castità, povertà, e obbedienza,
c'era quello della perseveranza nella congregazione col dovere di evangelizzare
i poveri.
Egli
afferma:
«Per
misericordia di Dio, fui fedele agli obblighi contratti e il Signore non permise
che io li avessi rescissi neppure quando uscii di comunità, perché anche
allora io non volli firmare la carta nella quale mi si esortava a domandare la
dispensa dai voti. Vivendo nel mondo, io li ho sempre osservati anche più
rigorosamente, specialmente la povertà, la castità e il voto di evangelizzare
i poveri».
In
modo particolarissimo osservò il voto di obbedienza, non certo alla maniera dei
religiosi - non lo avrebbe potuto, dopo che uscì dall'Ordine dei Vergini per
diventare sacerdote secolare - ma fu obbediente al confessore, ai vescovi, alla
santa Chiesa: fino all'eroismo. Di questo diremo in seguito.
Il
24 giugno 1905 Don Dolindo fu ordinato sacerdote. Con le disposizioni d'animo di
cui parla nella sua autobiografia: come per la professione dei voti, egli
chiese al Signore di non dargli fervore sensibile perché potesse seguire tutta
la cerimonia in piena consapevolezza, aderendovi intellettivamente in piena
lucidità.
Intanto
Don Dolindo continuava ad appassionarsi anche alla letteratura: amava molto
leggere la Divina Commedia; questo periodo, però, lo considerò sempre un tempo
di dissipazione.
Il
dolore di un'incomprensione lo riportò al fervore: il dolore è sempre
purificatore, egli affermava. Nel 1906 fu trasferito a Taranto.
Don
Dolindo non aveva mai fatto un viaggio; il più lungo, forse, era stato quello
di NapoliSecondigliano, dove con la famiglia, talvolta si trasferiva in estate
e dove la madre prese residenza dopo che si divise dal marito. Secondigliano
era un centro rurale alle porte di... Napoli.
Di
natura timida, inceppata per l'educazione ricevuta, il viaggio a Taranto gli
sembrò un viaggio al... Polo Nord. Per giunta il compagno che gli fu dato, il
padre Volpe, era la sua antitesi. Più anziano di parecchi anni, padre Volpe era
una vocazione adulta. Nella vita privata era stato commerciante. Svelto, pratico
della vita, sembrava al giovane Don Dolindo l'appoggio naturale per la sua
timidezza. Si aggiunse che il sacerdote era anche il suo superiore e Don Dolindo
gli si affidò ad occhi chiusi, subendone tutte le stranezze, quante con la
solita lealtà egli ne racconta nelle sue pagine d'autobiografia. Scriverà poi:
«Non
avrei mai immaginato che con il superiore che mi era stato dato io avrei
incominciato a Taranto un secondo, ma vero noviziato. [...] Quando egli scendeva
in cappella per predicare, io gli andavo appresso, gli toglievo la zimarra,
gliela rimettevo dopo la predica, lo servivo, e poi rimanevo tra i seminaristi
ad ascoltare e pregavo.
La
mia preghiera era continua perché la lotta interiore era grande. Il demonio mi
tentava in tutti i modi: mi tentava a non scendere in cappella, a non fare al
Padre i servizi che gli facevo, a rimproverarlo; ma grazie a Dio, vincevo e
tacevo, anzi mi sforzavo di fargli con vero amore le più grandi cortesie e...
ne ero pagato con sbaruffi che più mi acuivano poi la lotta interiore.
La
mia missione di annientamento era cominciata».
Taranto
fu una tappa della sua vita addirittura disastrosa, eppure egli, pur
ricordandone i momenti che dovettero essere dolorosissimi, ne parlava con
serenità, come di avvenimenti che non mancavano a volte di umorismo, ed i suoi
racconti erano così vivaci e arguti che non potevano non suscitare spesso
l'ilarità più schietta in mezzo alle sue brave figlie spirituali.
Un
piccolo gruppo di lettere ai familiari ci riporta a questo periodo passato ai
Vergini dal diaconato al sacerdozio. Si tratta di lettere di un certo interesse
dalle quali si ricava qualche linea del carattere di Don Dolindo. Anzitutto che
Don Dolindo non aveva la testa tra le nuvole e pensava talvolta anche alle...
cose di quaggiù: senza drammi e in piena serenità. Spesso allegramente, come
stiamo per leggere:
Napoli,
9 giugno 1905
Scrive
alla mamma e dandole la notizia che sarebbe stato ordinato sacerdote il 24
giugno la informa di attendere la sua venuta «per quelle piccole spesoline che
potranno occorrere» e continua:
«[...]
se fosse possibile, essendo io professore di 16 alunni, desidererei una guantiera
di dolci come quella che fece per Elio, per darla ad essi, ed una più piccola
per i miei compagni...» E poi, da buon napoletano, continua: «Intanto,
mettendoci soli 12 centesimi a secco e senza dirlo a nessuno, giochi 9, 12, e
24. Se il Signore vuole, potrà benedirla.. . ».
Taranto,
7 gennaio 1906
Sappiamo
quante difficoltà ebbe a Taranto, ma scrive alla madre:
«Mi
fa piacere che lei gode perché io qui sto contentissimo, ma non mi fa piacere
quella parolina ambigua che lei soggiunge nell'ultima sua del 13 ottobre
"contento relativo all'umanità che soffre sempre". No, cara mammà,
ha sbagliato il numero e il portone: contento assolutissimo, senza che l'umanità
ne soffra niente; contento tale da non potersi immaginare che da me che lo ho!
Come ho scritto ad Elio non è tanto l'ambiente, no, è il compagno che mi fa
stare contento, e quindi lei può stare sicurissima di tutto».
Se
si legge l'autobiografia di questo periodo... si nota che Don Dolindo stava
attraversando un periodo per niente facile, e il suo "compagno"
che lo fa "stare contento" è lo strano superiore che quando mancava
il servo gli faceva fare i servizi più umili del servo: pulire la ritirata del
Seminario, spazzare il corridoio, lavare i piatti, trasportare mobili, ecc., a
lui... sacerdote..., fin quando il Signore non dispose diversamente.
Taranto,
aprile 1906
Scherza
con la madre, preoccupata per il figlio Elio, in procinto di partire per il
servizio militare...
«...lei
nientemeno pensa di avvertire Elio di non rispondere ai superiori quando dovrà
fare il soldato per evitare di essere fucilato. Oh, povera mamma a che mai lei
va a pensare? Nientemeno alla fucilazione di Elio? E se Elio dovrà essere
fucilato, io dovrò essere per lo meno scannato, e Maria (la sorella) impiccata.
... Lei sa che deve fare? Deve pensare che Elio sia diventato papa ed io vescovo
di Panecuocolo... Deve figurarsi che Elio mandi lettere per tutto il mondo, per
comandare ai vescovi di dargli dei... denari, e che io, dall'alto di una cattedra
faccia la figura del caciocavallo o del citrullo ... ».
Dolindo
giovane era allegro e rimase così fino all'ultimo della sua vita. Con i suoi
cari era affettuosissimo, pieno di premure e di delicati pensieri. Non
terminava la lettera senza mandare alla mamma e ai fratelli mille baci e gli
dispiaceva sapere i suoi in gravi difficoltà economiche.
In
una lettera dell'aprile 1906 si firmava: aff.mo figlio ecc. cappellano della
pezzenteria e pezzente egli stesso con il seguito dei titoli ecc. ecc. e
consigliava due... terni per il gioco del lotto.
Sempre
da Taranto tranquillizzava la madre scherzando sulle sue preoccupazioni per i
figli:
24
novembre 1906
«...i
suoi sogni corrispondono disgraziatamente alla più schietta realtà; qui di
notte i lupi si arrampicano fin sulle finestre e per discacciarli occorrono i
medesimi fucili che serviranno ad Elio quando dovrà fare il soldato: già io
nell'altra lettera le avevo narrato il mio viaggio ad Oria e l'assalto funesto
dei lupi e dei briganti» (cioè... di qualche tafano!)...
In
una lettera al fratello Elio, il 7 gennaio 1907, Dolindo gli raccomanda di
essere tranquillo per lui perché - dice - «non ho passato nessun guaio
venendo qui». Ma di lì a poco è trasferito a Molfetta.
Il
trasferimento a Molfetta fu dovuto allo scontro con un tale, protetto dal
vescovo; il trasferimento da Molfetta a Napoli per lo scatenarsi di «una
fiera lotta» contro di lui e contro il padre Volpe che, nel frattempo, era
stato trasferito a Lecce per un brutto malinteso di cui Don Dolindo avrebbe
subito le conseguenze fino alla fine dei suoi giorni (ed oltre... !).
Attraverso
il padre Volpe, Don Dolindo aveva conosciuto una umile donna di Catania alla
quale si attribuivano doti di veggente: «Era una donna del volgo, dell'età di
35 o 36 anni» scrive Don Dolindo. Si chiamava Serafina Gentile e viveva a
Catania, lavorando come infermiera o donna di servizio.
Nell'autobiografia
c'è un ampio racconto dei fatti che determinarono calunnie di credulità e di
ignoranza contro Don Dolindo e padre Volpe.
Credettero
alle "visioni" della Gentile? Il padre Volpe certamente sì. Don
Dolindo seguì ciecamente il padre Volpe in tutto quanto questi gli diceva sul
conto della donna; la conobbe, però, personalmente; ebbe occasione di
esaminarla per alcuni giorni e ne ebbe una buona impressione, che gli faceva
escludere ogni ribalderia o inganno dalle intenzioni di lei.
La
presenza di un bimbo, figlio della sorella di Serafina, un bimbo che ella
chiamava Amore, rovinò la situazione. S'imbrogliarono le lingue, si diffuse la
voce che la Gentile parlasse addirittura dell'.incarnazione dello Spirito
Santo in quel bambino, e si aggiunse la diceria che Don Dolindo e padre Volpe
credessero a questa panzana.
Chiamato
a chiarire, il padre Volpe difese la Gentile contro i superiori dell'Ordine.
Trattandosi di difendere il suo superiore ormai nei guai, a sua volta Don
Dolindo credette suo dovere il dire che il padre Volpe non era colpevole e che
non aveva affermato essere quel bimbo l'incarnazione dello Spirito Santo. Se
pure si fosse potuta supporre una manifestazione dello Spirito Santo in forma di
bambino, come ne avvenne la manifestazione in forma di colomba sulle rive del
Giordano e di fuoco nel cenacolo - come è riportato nella Sacra Scrittura -
questo era ben diverso dal parlare dell'incarnazione dello Spirito Santo: ce ne
correva di distanza!
Non
fu creduto. Si continuò a dire che col Volpe aveva sostenuto quell'idiozia
(sarebbe troppo chiamarla... eresia) e fu deferito al Sant'Uffizio.
Padre
Volpe, un po' strano, Don Dolindo giovane senza esperienza, andarono al
Sant'Uffizio con l'idea di compiere un'alta missione di giustizia e di carità.
Fecero leggere gli scritti della donna (quasi analfabeta) e l'impressione che ne
riportarono i giudici fu negativa. Volevano che Don Dolindo avesse firmato una
dichiarazione in cui doveva affermare che la donna era una "briffalda",
un'ingannatrice. Egli non volle firmare, non potendo in coscienza affermare una
cosa simile.
Fu
privato della Messa e spedito a Napoli. Col padre Volpe fu espulso dall'Ordine.
Sospeso a divinis, fu accolto in casa dalla madre.
In
principio fu accolto con circospetta bontà, poi, nonostante ogni buon
proposito, i familiari incominciarono a dubitare della sua innocenza e lo
isolarono come... scomunicato.
Egli
raccontava tanti episodi di questo periodo (come il teschio di cartapesta
messogli sul letto dalla sorella Cristina, quale richiamo alla conversione), e
sapeva raccontare con tale spirito di umorismo che chi ascoltava quasi
dimenticava che in quel periodo il povero Don Dolindo soffrì la fame, il freddo
e il disprezzo delle persone che egli amava di più.
Nell'autobiografia
è narrata la... "sceneggiata" dell'esorcismo, che egli ricordava
spesso quando riandava a quegli anni lontani di dolore. Ma senza amarezza, solo
con una profonda riconoscenza al Signore che lo aveva purificato in tal
maniera per dargli forza a proseguire nel cammino che gli aveva tracciato.
Con
la sua formidabile memoria storica e col suo abituale umorismo, egli raccontava
che un giorno... verso le dieci del mattino...
«Giunsero
alla spicciolata due fratelli della madre, uno dei quali con la moglie. Un
parlottare a bassa voce, un evitare di proposito il povero Don Dolindo.
Un'altra
bussata di campanello; entra una certa Marietta, amica di famiglia, e porta in
mano, con aria ammiccante, una bottiglina... Ultimo arrivo: Il penitenziere
della Cattedrale di Napoli, mons. Andrulli. La sorella Cristina avvicinò Don
Dolindo, dicendogli che il penitenziere della Cattedrale desiderava
parlargli...
-
Signore, pensaci tu! - disse con santa rassegnazione, ed entrò in salotto.
L'assemblea era plenaria. Con mons. Andrulli c'erano la mamma, le sorelle, gli
zii, la zia e donna Marietta.
Entrato
Don Dolindo, donna Marietta aprì la bottiglina misteriosa, gli gettò addosso
tutta l'acqua santa che conteneva e con aria spiritata fuggì via.
Gli
zii, urlando, si lanciarono sul povero Padre e lo tennero fermo perché pensavano
che appena fosse cominciato l'esorcismo, il diavolo che, secondo loro dogmaticamente
doveva stargli in corpo, avrebbe dato in smanie...
La
mamma e le sorelle piangevano... Don Dolindo, tra lo stupito e lo sdegnato,
domandò cosa fosse quella scena da manicomio.
Mons.
Andrulli allora, l'unico che era in quel momento perfettamente compos sui, con
dolcezza disse che era venuto per esorcizzarlo: si temeva per lui un caso di
ossessione diabolica... Tutta la calma, la costanza che dimostrava in tanto
infuriare di tempesta non era certo cosa ordinaria... E se c'entrava il demonio?
Accettava, in piena libertà, di lasciarsi esorcizzare?
Don
Dolindo si dichiarò felice di sottomettersi, attraverso l'esorcismo, ad una
benedizione della Chiesa ma, naturalmente, a patto che tutti uscissero dalla
stanza.
Il
Padre durante le preghiere si sentì in un raccoglimento profondo, avvertì una
grande pace, un'unzione tutta soprannaturale, una grande unione con Dio.
Finite
le preghiere, con quel senso di umorismo che non lo abbandonava mai, nemmeno nei
momenti più tragici della sua vita, Don Dolindo disse al Penitenziere: «Monsignore,
è tanta la pace che sento nell'anima che due sono i fatti: o io non ho il
diavolo in corpo o Voi... non lo sapete cacciare!».
Mons.
Andrulli, commosso, gli rispose: «Coraggio, figlio mio, Dio è con lei: Egli le
darà la forza a tanto patire!».
Nel
frattempo i fatti - abbondantemente travisati - furono riportati sulla stampa
e contribuirono a peggiorare la reputazione del nostro protagonista; in
conseguenza di questi ultimi fatti sia Don Dolindo sia padre Volpe si trovarono
completamente emarginati.
...
Ma anche questo faceva parte del piano divino.
Non
mancò neanche la denuncia in questura come... promotore di una setta segreta,
che si trasformò per lui e il padre Volpe in un'ottima occasione per
parlare di Dio al Commissario e ai poliziotti presenti. Della cosa
s'impossessarono i giornali dell'epoca e si conservano ancora copie di quei
fogli che si gettarono sul ghiotto boccone della "veggente" Serafina
Gentile e dei due preti che sostenevano "l'incarnazione dello Spirito
Santo". In famiglia naturalmente fu la bufera. «Divenni l'obbrobrio di
tutti - scrive nell'autobiografia - abbandonato da tutti, trovai conforto solo
in Gesù: solo con Gesù io potevo sfogarmi!». L'aveva abbandonato infatti
anche il padre Volpe, per la cui difesa egli si era rovinato.
Non
potendo continuare ad essere totalmente di peso alla famiglia, colse l'occasione
di un incontro fortuito e di un invito... generoso da parte di parenti che ne
ebbero pena e lo vollero accogliere per dargli un po' di aiuto. Ma presso di
loro si ritrovò a lavorare come factotum in un negozio e in ultimo lo si
ridusse quasi ad essere servo dovendo egli spazzare, spolverare e adattarsi ad
altri servizi.
Egli
ricordava quei giorni in piena serenità e affermava che anche questo era la
volontà di Dio sulla sua vita. I suoi cugini erano molto buoni e non si
accorgevano nemmeno di quanto egli soffrisse. Egli non lo mostrava certamente
e d'altra parte voleva guadagnare il boccone che gli veniva offerto; ma il suo
patimento era principalmente il sentirsi un sacerdote ridotto così.
La
situazione, intanto, si faceva insostenibile e la famiglia lo pressava.
Il
vescovo di Rossano Calabro, mons. Mazzella, che Don Dolindo aveva conosciuto a
Taranto e a cui chiese aiuto, lo accolse nella sua diocesi e lo nominò suo
segretario. Gli ottenne da Roma anche la facoltà di celebrare la Santa Messa.
Fu
in questo periodo che egli, pur tanto povero, fece il voto di celebrare la
Santa Messa senza riceverne l'obolo.
Alla
mamma, che, allarmata insieme ai suoi di famiglia, lo pregava di non obbligarsi
con un voto che lo avrebbe costretto alla povertà, «essendo - diceva ella -
la Messa l'alimento del prete», Don Dolindo rispose con una lettera nella quale
apre l'anima sua, chiarendo i motivi del voto:
«Rossano,
16 giugno 1910
Carissima
mamma,
...
il consiglio suo, riguardo al mio voto è ispirato da una prudenza che è umana,
sì, ma che in questi limiti è pure saggia. So bene che, in linea generale,
come stanno oggi le cose, la Messa è l'alimento del prete, ma io voglio fare
un'eccezione e mettermi nelle mani di Gesù ed immolargli tutto me stesso, ma
tutto, senza alcuna riserva... Facendogli voto di non pigliare elemosina mai, io
gli cedo il mezzo del mio alimento, dirò, e mi vengo a costituire nelle sue
Santissime Mani in un abbandono più che filiale, in una dedizione completa...
...Dopo
di essere stato tre anni in tanta miseria, alla mia natura piacerebbe avere un
sollievo materiale; ma io voglio essere vittima del Cuore di Gesù, voglio
immolarmi per Lui, nella rinunzia totale, completa di me e delle cose mie! Lei
mi dice che sono giovane e che non so "ciò che mi succederà nella
vita"... Oh, sì, mio Gesù! È il fiore fresco che io voglio offrirti, il
fiore che fa pena a strappare, ed io prostrato sul tuo cuore, voglio sfrondarlo
per te, impallidisca per te, muoia per te solo. Oh, Gesù! Qual sacrificio
sarebbe il mio se ti offrissi ciò che non mi bisogna, ciò che è superfluo
alla mia vita?».
Dopo
qualche tempo, la famiglia, adducendo gravi motivi di necessità economiche, a
insaputa di Don Dolindo, scrive al Vicariato di Roma perché gli fosse
dispensato il voto e il Santo Padre concesse la dispensa.
«Ne
ebbi un dolore profondo - scriverà nell'autobiografia Don Dolindo -. Comunque,
avevo fatto quel voto per amore di Gesù; per lo stesso amore curvai la fronte
dinanzi alla volontà del Papa...».
Il
periodo di Rossano Calabro fu denso di apostolato con gran frutto di bene
spirituale. Fin negli ultimi decenni della vita di Don Dolindo, dalla Calabria
andavano da Don Dolindo anime che da lui erano state dirette; tra queste le sig.ne
baronessine Laura e Gabriella De Rosis e la sig.ra Teresa Ariani. Quest'ultima,
anch'ella di nobilissima famiglia, ha lasciato un'interessante testimonianza del
periodo in cui Don Dolindo fu segretario di mons. Mazzella. Ella scrive tra
l'altro:
«Roma,
28 dicembre 1972
...conobbi
Don Dolindo Ruotolo nell'anno 1912, a Rossano Calabro. Dal dotto e santo arcivescovo
mons. Mazzella, mio direttore spirituale, ho sentito solo elogiare lo spirito
di preghiera, di umiltà, di penitenza, l'intelligenza non comune del giovane
religioso, suo ospite...
A
Rossano, l'edificante comportamento di un si' povero e pio sacerdote destava
devozione e ammirazione, ed alcune anime di elevata condizione sociale si
stimavano fortunate di avvicinarlo, chiedergli preghiere e la sua edificante
parola...».
Nel
1913 - lo apprendiamo dalla sua autobiografia - a Napoli Don Dolindo incominciò
un fervente apostolato di carità negli ospedali e fu chiamato anche a predicare
il mese di maggio nell'Albergo dei Poveri ed in varie chiese vicine.
Fu
in quella occasione che con fermezza e coraggio potette contribuire alla
riabilitazione post mortem di un sacerdote, calunniato in mezzo al popolo e
passato all'eternità subito dopo aver celebrato la Messa, ai piedi dell'altare.
«Don
Dolindo - commenta il vescovo mons. Costantini nella sua nota all'autobiografia
- che nei propri confronti cede sempre e lascia che... Dio ci pensi, nel
confronto degli altri non dubita mai di prendere posizioni chiare di difesa
dell'innocenza e della giustizia».
Fu
anche in questo periodo che cominciò a scrivere pensieri, esortazioni e
anche... rimproveri dietro le bellissime immaginette che si procurava anche a
prezzo di sacrifici economici. Ne scriveva ogni volta che aveva un ciclo di
predicazioni e le distribuiva come capitava: arrivavano quasi sempre alla
persona giusta.
E
i pensieri dietro le immaginette divennero uno strumento di apostolato
validissimo. Ne scrisse nella sua vita centinaia di migliaia e moltissime sono
conservate nell'archivio dell'Apostolato Stampa; tantissime di quelle immagini
furono apportatrici di luci singolari, di risposte individuali e intime alle
anime, spesso straordinarie intuizioni di avvenimenti a lui ignoti: infinite
testimonianze lo asseriscono.
La
scuola di religione
Le
prime figlie spirituali
Don
Dolindo predicava nella chiesa di San Gennariello in zona Materdei, chiesa che
fu abbattuta per lasciar sorgere la "Casa dello scugnizzo".
Carmela Uccello, la domestica di casa La Rovere, andò ad ascoltare le prediche. Ne rimase entusiasta e ne parlò alla sig.ra La Rovere e alle figlie invitandole a venire ad ascoltare una parola di Dio che "scendeva nell'anima".
Era
il 1916. Più per condiscendenza che per entusiasmo, Lia e Maria La Rovere vi si
recarono con la madre. Ne restarono letteralmente colpite.
Contemporaneamente
Linda Lancerotto faceva la medesima esperienza, ascoltando quelle prediche che
sembravano penetrare nell'intelligenza e nel cuore, e svuotarli delle cose
terrene per riempirli di Dio.
Chi
erano Maria e Lia La Rovere? Chi era la loro mamma? Chi era Linda Lancerotto?
Sono
state le prime figlie spirituali dell'Opera di Don Dolindo e furono al fianco di
Don Dolindo fino alla morte, rimanendogli vicine anche nel momento della lotta
più aspra, come vedremo.
Mamma
La Rovere non aveva grande cultura, era tuttavia intelligentissima, pratica, e
piena di fede. L'incontro con Don Dolindo la rese la "donna forte" che
seppe dare esempi di religiosità e di vita evangelica degni dei santi.
Lia
La Rovere era già maestra titolare di scuola elementare, nonostante la
giovanissima età, poco più di venti anni, quando conobbe Don Dolindo. Ne
ricevette il nome di vocazione: Lia di Gesù buono e le fu affidato il compito
di "rappresentare", per esserne riparatrice, la ragione umana.
In
queste due linee, c'è tutto il profilo di Lia: un cuore santamente generoso e
tenero per i poveri; un'intelligenza superiore, critica, acuta, freddamente
ragionatrice.
Anche
Maria La Rovere insegnava nelle scuole elementari avendo vinto brillantemente
il concorso ad appena diciotto anni. Quando conobbe Don Dolindo, frequentava
l'università dove si laureò in lettere e filosofia.
Maria
di Gesù Eucaristia rappresentava nell'Opera il mondo. Intelligenza brillante,
speculativa; era attivissima ed aveva il carisma dell'organizzazione, con la
sorella Lia, e questo... temperamento dinamico dovette mitigarsi con molta
fatica se nel 1937 Don Dolindo fu costretto a... prescriverle una terapia
medica piuttosto drastica:
«Sciroppo
di concentrato di carocchie contro la litocefalite acuta (testa di pietra).
Distillato
di càuci (calci) per le volute deficienze alimentari: concentrato di logica
per regolare le tue attività.
Contro
l'insonnia: andare a letto e dormire».
Dott.
Asino di Cavezza».
Di
queste consorelle sarà il caso di dire ancora qualcosa in seguito, quando la
loro vita si innestò in pieno alla croce di Don Dolindo.
Linda
Lancerotto, laureata in filosofia, insegnava nelle scuole elementari. Quando
incontrò Don Dolindo aveva circa quarant'anni. Fu una delle colonne dell'Opera
e veniva chiamata "primogenita". Linda era una letterata,
un'intelligenza superiore, un'anima assetata d'amore di Dio, ma che visse
sempre nel deserto di un'aridità dolorosissima. Ciò non le impediva di essere
in continua preghiera. Spesso la notte la passava in ginocchio con l'anima tesa
nella volontà fermissima di amare il Signore adorandolo nei tabernacoli del
mondo.
Il
primo epistolario di Don Dolindo ad essere pubblicato, Il piccone che scava i
brillanti, contiene un buon gruppo di lettere rivolte a lei. Il Rev.mo padre
Gabriele Allegra O.F.M. - il noto biblista chiamato il san Girolamo d'Oriente ed
oggi Venerabile - la definì «anima santa e privilegiata». Queste le prime
anime che conobbero Don Dolindo e per le quali la sua predicazione fu una
folgorazione di Dio.
Nell'agosto
del 1916 Maria La Rovere chiese a Don Dolindo di andare a casa sua per istruire
la sua famiglia nella religione e chiarire alcuni dubbi che nella scuola
universitaria venivano profusi "a piene mani"...
Don
Dolindo accettò non senza esitazioni. Egli era naturalmente restio ad ogni
iniziativa e il più delle volte il Signore doveva "forzarlo" a fare
qualcosa di particolare nell'apostolato: non per pigrizia, no, ma per non
intralciare, diceva lui, il piano di Dio sulla sua vita. Temeva sempre di sé e
non prendeva mai decisioni avventate, e per ogni cosa diceva sempre: «Preghiamo
e chiediamo al Signore che ci dia luce».
A
mamma La Rovere e alle sue figlie «si aggiunse poi anche il papà, l'avvocato
La Rovere». L'intera famiglia godette di quelle chiarissime, luminose
spiegazioni, tanto da sentire il bisogno di comunicare ad altri la propria soddisfazione.
All'università, molte studentesse erano in crisi di fede e vollero conoscere
Don Dolindo aggiungendosi al piccolo gruppo familiare. Divennero numerose, al
punto da spingere il Padre a chiedere il permesso per tali riunioni.
Gli
fu concesso dal vicario, mons. Laviano. La sua fu "alta scuola" di
teologia: l'uditorio era esigentissimo, critico e ferrato in umane e... aberranti
teorie laiciste. Si unì, dunque, anche Linda Lancerotto con la sorella Romilda
alla frequenza delle lezioni in casa La Rovere.
Interessante
anche dire qualcosa sull'entrata di Ersilia Cavaccini e di Elena Montella.
Ersilia
Cavaccini era coetanea di Don Dolindo e sua ex compagna di scuola; era
laureata in Medicina e Chirurgia e specializzata in Pediatria, Psichiatria,
Ginecologia, ed in piena attività professionale. Ersilia era reduce da una
esperienza sentimentale-religiosa. Richiesta in sposa da un collega, ella quasi
ne aveva accettato la proposta, tanto più che questo medico intendeva sposarla
per poi partire insieme con lei alla volta dell'Africa, in Eritrea, dove
avrebbero lavorato come medici missionari.
Ma
il medico era protestante e questo, per Ersilia, era un motivo grave di
perplessità. Un matrimonio misto? La differenza di credo avrebbe resa
perfetta la loro unione? In alternativa di sì e di no, prevalse il no.
Fu
anche in questo periodo che, aprendo a caso l'Imitazione di Cristo, Ersilia vi
aveva letto delle parole che le erano rimaste scolpite nell'anima: «Magister
adest et vocat te: il Maestro è qui e ti chiama».
«Dopo
profonda crisi spirituale - scrive Ersilia - mi restò un vivo desiderio di
conoscer meglio la mia fede, di approfondirla, di viverne concretamente».
Passarono
due anni. Ersilia, sperando sempre di concretizzare la sua vocazione come medico
missionario, si iscrisse all'Orientale per un corso di lingua araba. Fece
amicizia con l'unica allieva del corso, Ester Panetta (che divenne poi insegnante
di arabo proprio nell'Istituto Orientale di Napoli).
Ester
Panetta era tra quelle che frequentavano il corso di religione di Don Dolindo, e
risolse di presentare Ersilia a Don Dolindo. Ne fu felicissima e prese a
frequentare il corso.
«In
un giovedì di novembre, Don Dolindo trattò l'altissimo mistero della Trinità...
l'esposizione dottrinale del mistero, arricchita da paragoni e analogie sempre
incalzanti, tratte da ogni campo dello scibile, concentrò pienamente la mia
attenzione. La parola limpida e calda di fede era così avvincente che a un
dato momento la mia mente fu tratta in alto, quasi in un'estasi intellettuale.
Quando
entrò nell'Opera, Ersilia si chiamò, per questo, Ersilia della Santissima
Trinità.
Tra
le prime chiamate abbiamo anche quella di Elena Montella.
Era
allieva dell'Istituto Superiore del Magistero di Napoli.
«L'insegnamento
di filosofia era tanto letale al mio spirito - scrisse poi Elena - che bevevo
stoltezze ed errori senza che quasi me ne accorgessi».
Di
carattere analitico, critico, Elena era una letterata.
Lo
studio in lei era una passione e vi si era dedicata con tutto l'entusiasmo dei
suoi vent'anni. D'Annunzio era dei suoi autori preferiti avendone letto e
gustato tutte le liriche e qualche pagina delle prose. Di D'Annunzio ella
amava lo stile (allora molto di moda) e il pensiero poetico e ci volle il bello
e il buono, da parte di Don Dolindo, per sradicare queste deviazioni cerebrali
dalla mente sua, come da quella di tutte le sue figliuole scienziate e
letterate.
Non
poteva mettere, il Signore, intorno a Don Dolindo, delle menti più difficili da
plasmare. Elena cominciò a frequentare il corso di religione.
Di
quelle lezioni Elena e Maria facevano tesoro: esse riferivano a Don Dolindo
tutte le teorie filosofiche che venivano loro insegnate da professori massoni
ed atei e Don Dolindo chiariva ogni cosa nella verità dell'ortodossia cattolica,
provocando nell'Istituto universitario gustosi dibattiti fra professori e
discepole nei quali, molto spesso, i professori si dichiaravano vinti. E vennero
altre reclute alla scuola di religione.
Anna
Rocco: studentessa in matematica e fisica, che poi si sposò e insegnò negli
istituti superiori; ebbe attività sindacale e difese sempre con serietà e
profondità di principi il Movimento Cattolico nella scuola.
Maria
Curcio: anch'ella studentessa di matematica. La giovane presto si ammalò
gravemente e fu curata dalla carità di Linda e Romilda Lancerotto. Guarita
miracolosamente a Lourdes, dopo il matrimonio tornò ad ammalarsi e morì
giovane.
Tra
le più vicine a Don Dolindo, in quel periodo, anche due sorelle figlie di
genitori atei... militanti. Da loro avevano assorbito tutto lo spirito
critico, calandolo in un temperamento di una sensibilità particolarmente
accentuata. Letterate, nei loro scritti c'era tutto lo stile dell'epoca, un po'
di maniera, molto sofisticato, obbediente alle più severe regole
dell'estetica...
Per
la frequentazione con l'ambiente di Don Dolindo, i genitori delle due ebbero una
conversione miracolosa.
Tra
le giovani del corso di religione, vi fu anche Pina Ferraro, studentessa
universitaria che, dopo la laurea, prese il velo religioso presso le suore
Benedettine del Santissimo Sacramento di Catania.
Ricordiamo
qui anche la terza sorella di Linda Lancerotto: Angelica, che visse un po' più
ai margini dell'Opera perché risiedeva in provincia di Napoli, dove insegnava.
La sua caratteristica era la carità eroica.
Per
quasi tutte ci fu, periodicamente, un... profilo psicoattitudinale; ne
riportiamo uno fra i tanti (i corsivi traducono per i non napoletani); quello
che segue è dell'agosto 1921:
«Lia,
figlia mia, tu hai bisogno di obbedire; hai fatto molti passi avanti in questo
ma non è tutto. In certe cose devi dipendere. Se avessi obbedito a Maria, ora
non saresti ammalata. Io volevo farti una ricetta per la tua malattia, e se la
vuoi sentire te la scrivo, così ti... consoli:
Finocchietti...
paia tre. Due a papà, due a Salvatore e due a Maria (frustini). Paccheri col
pepe e sale, piatti tre, anzi una grande zuppiera solo per te (e un tipo di
pasta tradizionale, ma anche una buona dose di busse)
Sciroppo
di... carocchie un litro al giorno (carocchie, invece di carote, cioè: bótte).
Estratto di... piperina o di piperno, più duro della tua testa, grammi 100 (è
una roccia lavica molto dura).
E
poi volevo farti pure il ritratto... Lia con la bocca aperta, ma non so...
disegnare.
Tu
sei un angelo, povera figlia, e la tua carità io la ammiro e ne benedico Dio;
ma ecco che per fare a modo tuo poi manchi alla carità, perché dai agli altri
il dolore di vederti inferma. Volevo esprimere graficamente la tua meraviglia
ma non ci riesco! Ora che stai già inferma, fatti curare ed obbedisci. Dio ti
benedica.
Io
poi scherzo pure un poco, ma vorrei sapere disegnare per fare lo schizzo di
tutte le pecorelle testa dura.
Per
Elena dovrei avere davanti la... modella, in varie pose. Ne volete un saggio?
... Elena che... batte il tempo musicale con le mani a paletta... il cappello
è quello... con la piuma di struzzo e non me lo dimentico mai... Elena che
piglia armi e bagagli e scappa: fazzoletto pregno di lacrime, borsa, ombrellino,
impermeabile. Elena che... ragiona! Sarebbe un capolavoro! Volendolo esprimere
con uno schizzo, dovrei fare così, su per giù: ossia, lacrime dagli occhi, e
dal capo irradiazioni di cocozzielli (zucchine), testa di asino!
Se
volessi esprimere poi Romilda? Dovrei fare solo il muso lungo e gli sbuffi! Per
disegnare Maria di Gesù basta un disegno più semplice: un cielo stellato, e
la novella Newton che scopre la gravitazione universale. Che bella cosa se
sapessi disegnare! Ma i saggi di questa pagina sono sufficienti a darvene
un'idea! Obbedire, figlie mie, obbedire, annientare se stessi! Ecco la via per
raggiungere Dio, in un momento».
Fu
questo il periodo in cui Don Dolindo cominciò a pensare alla Cittadella del
Bene, una città cristiana, con piccole case ariose e confortevoli, costruite
concentricamente intorno alla parrocchia, che veniva ad essere, così, centro
di spiritualità cristiana vissuta concretamente. Don Dolindo non realizzò
questo progetto, e sperò che potesse farlo il suo figlio spirituale Don Salvatore
La Rovere, ma questi morì prematuramente; fino ad oggi la Cittadella del Bene
non è ancora stata edificata, ma... chi può dire cosa riserva il futuro
dell'Opera di Dio?
Ancora
la Scuola di Religione.
Prime
nubi
Con
un uditorio così esigente, e con queste anime da curare, Don Dolindo si diede
alle lezioni di religione con tutto lo zelo che gli fu possibile.
Una lettera di Lia La Rovere al fratello che iniziava lo studio della teologia avviandosi al sacerdozio (e per esso aveva lasciato gli studi di medicina) ci rende noto l'indirizzo totalitario a cui Don Dolindo orientava queste anime. In questa lettera del 14 luglio 1917 così scrive Lia, tra l'altro:
«...È
il concetto del Padre Ruotolo che io voglio far mio, che tu devi far tuo. Non è
vero? Non è questa la via magna per la quale cercare Gesù? Non tante cose, non
tanti pensieri, la mente si affastella, il cuore si scoraggia. Dio solo! Dio
nelle arti, Dio nelle scienze, Dio nelle amicizie, Dio nella vita di ogni
giorno...».
Tutto
andava bene. Dalle lettere dell'epoca, risulta un sereno ascolto della Parola di
Dio e un dialogo aperto, franco, spesso minuzioso, sui vari punti delle lezioni
di teologia e di ascetica.
Non
sempre le lezioni si tenevano in casa La Rovere: qualche volta era Linda che
ospitava il numeroso gruppo, altre volte si riunivano in casa del Prof. Corsaro.
Maria
La Rovere, che abitava in via Sant'Agostino degli Scalzi, nei pressi del convento
degli agostiniani, aveva conosciuto un sacerdote, superiore generale del suo
Ordine, e si era rivolta a lui esponendogli anche la gioia dell'anima sua che
viveva, dopo aver conosciuto Don Dolindo, in una più aperta e ampia dimensione
dello spirito.
Fu
in questo periodo che Maria accennava a questo sacerdote qualche pensiero sul
sacerdozio verginale della donna, innestandolo ad uno scritto che Don Dolindo
diceva essergli stato ispirato dalla Madonna. Il senso dello scritto entusiasmò
il Padre agostiniano, e quando nel luglio del 1917 venne a Napoli, si incontrò
con Maria e poi volle conoscere le altre giovani che frequentavano la scuola di
religione; fu anche invitato a casa La Rovere, dove conobbe Don Dolindo. In
principio ne comprese lo spirito; dopo, per qualche infelice interferenza di
estranei che dovettero rimescolare i fatti di Catania ed i motivi che avevano
escluso Don Dolindo dall'Ordine dei Preti della Missione, questo sacerdote non
ebbe più un sereno giudizio nei suoi riguardi e nei riguardi dell'ambiente.
Egli continuò a frequentare casa La Rovere, ma per indagare e per trovare
motivi di critica più che di ascolto obiettivo.
E
la sua presenza fu dissociativa anche per la famiglia La Rovere e per le altre
giovani. La mamma di Lia e Maria, che attraversava una... crisi di materne
apprensioni ebbe forse una parte notevole in questa foschia. Insieme con la
madre, Lia La Rovere ebbe un lungo momento di turbamento che la portò a
diffidare profondamente dell'Opera di Dio fino a coinvolgere alcune delle altre,
vicine a Don Dolindo. L'occasione del ripensamento venne da una predica per le
Quarantore nella chiesa di Sant'Agostino.
Pur
nel suo grande dolore, Don Dolindo non perdeva il suo umorismo tutto
napoletano e tracciava, proprio in quei giorni amari, il suo autoritratto: «Ah,
Gesù mio dolce, io fo tanto il pulecenella e non penso a svegliare me stesso?
Ah mio Gesù, sei stato troppo misericordioso con me! Tu lo sai quanto sono
brutto! Una cicatrice sulla faccia, le mani perforate, la voce di caccavella
scassata, gli occhi miopi, l'andamento curvo... quant'aneme so' brutto!
Eppure
mi ami!... Ah, Gesù mio, toglimi di mezzo, ché non sono buono a niente!
E
Gesù dirà: "La Mamma tua celeste ti ha lavorato la sciammeria".
[...]
Ah Gesù buono, quale scelta hai fatta tu? Il più stupido, il più cretino, il
più cattivo?
E
Gesù buono: "Non far chiacchiere; io ti ho fatto sapiente della mia
parola, ti ho fatto ricco di me". Ed il servo: "Signore mio, io mi
metto dove tu vuoi; sono un nulla, fa' di me quello che vuoi"».
Il
Padre aveva dunque denunciato il corso di religione come un incentivo alla
formazione di una setta pericolosa per la Chiesa e, a Napoli, i superiori,
impressionatissimi, erano intervenuti a proibire a Don Dolindo ogni
insegnamento.
La
bozza di una lettera scritta da Linda Lancerotto a mons. Laviano, vicario in
Napoli, può forse dare un'idea delle denunzie fatte contro la scuola di
religione. Dal foglio manoscritto di Linda si ricava tutto lo stupore sdegnato
di certe accuse contro le istruzioni che Don Dolindo faceva in casa La Rovere
alle maestre e studentesse di cui sopra:
«Non
vani misticismi - scrive Linda - non esalamenti, non deliri di una pietà falsa
o d'un bigottismo insensato, ma la fede illuminata e il coraggio di
professarla a fronte alta, di viverla nella vita di ogni giorno, di farla
rispettare da ogni indegno attacco; la pietà cristiana che attinge forza nei
Santi Sacramenti della Chiesa, il rispetto, la devozione per la Chiesa
medesima, che tutta la sua nobiltà e grandezza trae da Gesù Cristo che vive in
Lei...».
Ma
cosa scriveva, Don Dolindo, che potesse essere giudicato come eretico? Ne diamo
qualche saggio:
Scritti
come quello che stiamo per leggere non possono essere dettati da un opportunista
in cerca di affermazione:
È
notte, o Gesù... è il primo momento di questo nuovo giorno, che può portare
le prime nuove dei tuoi trionfi eucaristici! Nuove remote, sì, ...pallide come
lontane aurore, ma sempre primi sprazzi della tua misericordia!
Sto
pregando già da circa tre ore, sto pregando intensamente perché venga il tuo
regno eucaristico, o Gesù mio! Io sento la tua vitalità infinita, la ricchezza
della tua dedizione eucaristica e non mi so esprimere, non posso esprimermi!
Sei
un oceano infinito, o Gesù; semplice e sterminato... solitario e pieno di
ospiti misteriosi. Io guardo l'oceano, e quella solitudine mi pare vivificata
dal mistero del solenne!... Così sei tu nell'Eucaristia: Amore e semplicità
sterminata, ...silenzio pieno di profonde parole, solitudine piena di compagnia,
solitudine saziata da te!... Sei come un sole fulgente... disco luminoso che non
può guardarsi che nella sua attività diffusa sul mondo; visto direttamente,
abbaglia.
Io
ti scorgo nella vita che tu spandi dal Sacramento del tuo Amore; essa è tutta
una fulgida luce che illumina, è pace che consola, è attività che eleva! Sei
come un fiore pieno di profumi. Chi lo coglie non lo riguarda che come un
piccolo gingillo, eppure quanti misteri vi sono in quella umile apparenza!
Sei
un mistero, o Gesù buono, un mistero di fede, un mistero di vita, un mistero
di amore! Chi ha mai attinto la vita da te, o Salvatore mio, chi l'ha gustata
ancora, se sei tutto sconosciuto in questo Sacramento?
Apritevi,
o fonti perenni di Vita, diffondetela dovunque, poiché noi non troviamo
salvezza e ricchezza che in queste fontane di perenne pace! Apritevi, o fonti di
Amore del Redentore mio buono; voi non potete affermare la vostra purezza che
diffondendovi! Scendete, scendete al piano, alla valle, all'umile tugurio,
perché la gente è fatta così stolta e così pigra che non salirà sulla
montagna per attingere, se non si è dissetata, se non si è fortificata
prima!...
Apri
il tuo cuore, o Gesù buono, come porta della vita eterna; dilatalo nella tua
infinita carità; non aspettare che le creature vengano a te, perché non ti
conoscono; esse ti conosceranno quando potranno gustarti, quando potranno apprezzarti
praticamente! Usaci questa grande misericordia, o Signore, poiché solo tu puoi
spezzare le catene che hanno resa l'umanità schiava del gusto depravato del
mondo!
Quanto
sei buono, o Gesù! Io mi sento come liquefare nel dire questa parola, ora
specialmente che sono tribolato! Sì, ora più che mai io sento la tua infinita
bontà, perché vedo il ricamo splendido che tu intessi nella mia stessa
umiliazione! Ma chi è che conosce la tua bontà? È necessario cibarsi di te
per sentirla! Certe persone se non si trattano non si conoscono; Tu, mio Gesù,
sei il Dio nascosto e sconosciuto se non si vive di te! [...]».
Anche
la sua direzione spirituale era semplice e limpida: sempre orientata a
congiungere l'anima con Dio - e non a se stesso - sempre dolce, addirittura
mite con le anime che gli si affidavano, tranne quando c'era da fare una
riprensione per il bene di quell'anima; sempre esortativa all'impegno più serio
per progredire nelle vie dello spirito.
A
Pina Ferraro scrisse un giorno:
«Nelle
vie dello spirito chi non va avanti retrocede, e voi avete bisogno di rifare
molto cammino. Abbiate fiducia in Dio, ed anziché sfiduciarvi, umiliatevi
profondamente, affinché il Signore trovi in voi il campo preparato a
misericordie più belle e più grandi. Non vi dissipate poi troppo nelle
amicizie frivole del mondo e soprattutto non vi fate influenzare dal triste
ambiente della scuola».
Ma
ormai anche il Santo Padre - a cui il sacerdote agostiniano aveva riferito ciò
che gli era sembrato eretico - raccomandava che tutto s'interrompesse e tolse
a Don Dolindo la facoltà di insegnare e di predicare.
L'ambiente
era dissestato. Don Dolindo si ritirò a vita di preghiera ma continuò ad
esercitare il suo ministero nella chiesa di contrada Sant'Anastasia a Madonna
dell'Arco: il vescovo di Nola gli aveva dato e confermato ogni facoltà e così
diceva Messa, predicava e confessava.
Alcune
delle giovani della scuola di religione, non potendo fare a meno della sua
parola e della sua guida, spesso lo raggiungevano in quella chiesa e tra esse
Ersilia Cavaccini, che ricordava spesso l'episodio dell'omelia interrotta nel
giorno e nell'ora in cui quel sacerdote di cui dicevamo parlava al Santo
Padre, episodio a cui fu presente: Don Dolindo sembrò "sentire" che
la Chiesa gli spegneva la parola e, improvvisamente, fu costretto a tacere da
una forza che gli troncava l'omelia che stava pronunciando.
Maria
La Rovere, Ersilia Cavaccini, Linda Lancerotto, Elena Montella furono tra quelle
che meno si lasciarono influenzare dalle incomprensioni che nascevano in quel
periodo intorno al loro ambiente. Quel Padre rivelò ben presto la natura delle
sue contraddizioni: una lunga nevrosi che lo portò sull'orlo della pazzia,
come Don Dolindo narra nell'autobiografia: qualche anno dopo, è ammalato e
tormentato dagli scrupoli per quello che aveva fatto contro di lui, ma Don
Dolindo lo conforta, lo abbraccia, lo dispensa da ogni ritrattazione, lo mette
in pace.
S'era
comunque infiltrata una certa diffidenza tra le figlie spirituali (non
dimentichiamo la loro giovanissima età e la complessità delle cose che
avvenivano intorno a loro). Don Dolindo sentiva che la via della croce, già
iniziata, lo avrebbe portato ben presto al Calvario e lo diceva talvolta alle
sue figlie.
Quando,
in seguito a quella strana, incomprensibile catena di accuse, fu denunziato al
Sant'Uffizio come eretico, Don Dolindo conclude così una sua lettera:
«...
Le creature sono un semplice strumento nelle mani di Dio. Le creature non
possono far nulla, senza la sua disposizione...».
E
accettò la croce come dono di Dio.
Anno
1921
Il
1921 fu l'anno della passione.
Le
accuse partite da un piccolo gruppo napoletano divennero capi di imputazione
in un processo intentato contro di lui al Sant'Uffizio che gli costò un anno di
agonie tremende in una condizione di vita ai limiti della sopravvivenza «privo
di tutto, di biancheria, di abiti, e fra molte sofferenze fisiche e morali» e
senza poter celebrare la Santa Messa, secondo la prassi del Sant'Uffizio.
Se
la Chiesa indugiava, doverosamente, in un puntuale esame critico dei fatti, che
tralasciavano per la natura stessa del tribunale ecclesiastico ciò che in essi
vi era di soprannaturale, i due confessori che Don Dolindo ebbe in Roma gli
affermarono in più occasioni, ed in Nome di Dio, che l'Opera era
autenticamente ispirata dal Signore, e gli chiesero di scrivere la storia della
sua vita.
Don
Dolindo obbedì, e la intitolò: La storia della mia vita nel piano della grande
misericordia di Dio. Si fermerà al 5° volume e non avrà il tempo di
ricopiarla perché spunteranno, in quegli anni successivi al 1925, le prime
radici dell'opera di commento e meditazione alle Sacre Scritture, di cui
diremo fra poco.
Nel
1921, da Roma Don Dolindo scrisse innumerevoli lettere alle sue figlie
spirituali. Egli sentiva la responsabilità delle anime che erano state affidate
al suo ministero e, sollecitato dalle loro lettere, pazientemente rispondeva a
ciascuna.
Gran
parte di questi scritti è stata pubblicata in diversi volumi di Epistolario e
nelle pagine scelte dall'autobiografia; molto ancora rimane da pubblicare.
Straordinariamente
belle sono le lettere scritte in nome dell'Immacolata; ne riportiamo qualche
brano da una di quelle del mese di maggio di quell'anno; l'Immacolata spiega la
sua Maternità divina e la sua mediazione fra l'uomo e Gesù Cristo:
Il
mistero della mia divina maternità vi è ancora sconosciuto, figlie mie, perché
è tanto profondo, ed a voi stesse sembra approssimativo, relativo, questo
titolo di Madre di Dio... Oh, se voi ponderaste che la Mamma vostra è la Madre
di Dio, avreste altra fiducia in me, vi affidereste a me ed io vi genererei
veramente, generando in voi Gesù Cristo! ... Ma voi siete ancora fiacche in
questa devozione vitale verso di me; vi rivolgete a me per aiuto, o per una
certa tenerezza spontanea, o per una compassione verso di me addolorata; non
vi rivolgete ancora a me come a fontana di misericordia e di grazie, come a
Madre di Dio! Eppure la Chiesa non vi fa pregare che in questo senso sempre:
"Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi"! [...]
E
un mistero altissimo, figlie mie, ma voi potete intravederlo ed intenderne la
logica da quello che vi dico. Non considerate poi l'uomo nella moltitudine delle
creature, degli individui della stessa natura; consideratelo semplicemente
nella sua espressione più semplice: l'uomo è creato ad immagine e somiglianza
di Dio perché doveva da lui nascere il Dio uomo e doveva nascere dal principio
del Dio uomo, dalla Madre di Dio. Tutta l'umanità quindi si riduce in Gesù
Cristo, e nasce per me: Egli è il Redentore, io sono la Madre universale. Tutta
l'umanità forma un solo Corpo mistico con Gesù; chi non entra in Lui è come
il tralcio separato dalla vite, è avvilito, è di inferiore natura, è
destinato ad ardere.[...]
Voi
vedete, figlie mie, che io non sono Madre di Dio "in un certo senso",
ma lo sono veramente, poiché io chiudo il circolo misterioso della creazione e
sono la creatura fatta ad immagine di Dio, che si congiunge al suo infinito
Amore e genera il suo Verbo. Il Verbo fatto carne poi glorifica il Padre
attraendo tutto a sé, e manifestando in tutto la gloria di Dio.
[...]
Tutta la creazione è diffusione della sua bontà, ne manifesta la gloria, ne
rivela l'amore; essa quindi è come un circolo, una circonferenza di esseri che
partono da Dio, principio semplicissimo, e non possono che ritornare a Lui.
Senza questo ritorno la creazione sarebbe un capriccio, non una vera diffusione
di bontà. Ed allora tutta la creazione termina nell'uomo, che è fatto ad
immagine e somiglianza di Dio. L'uomo è formato di milioni di individui, ma ha
una sola natura, forma una sola specie; è dunque la natura umana e non
l'individuo, che deve congiungersi a Dio. La natura umana ci si congiunge dunque
logicamente in un uomo che può tutta raccoglierla in sé e formare il suo
Corpo mistico. L'uomo che è terminato dalla divina persona, è Gesù Cristo; il
suo Corpo mistico è la Chiesa. Questo uomo doveva essere perfettissimo,
doveva essere generato in una maniera perfettissima, ed ecco che io, donna, sono
concepita immacolata, esente da ogni colpa in previsione dei meriti del
Redentore futuro, redenta anticipatamente da Lui. Il circolo ammirabile si
chiude - dirò così - in senso inverso: Padre, Figliuolo e Spirito Santo, poi
la creazione: i cori angelici, i mondi, gli astri, la terra, le creature
inferiori. Poi la chiusa delle opere di Dio: l'uomo. Dall'uomo il nesso fra lui
e Dio: Maria Immacolata. Il circolo si chiude in me in senso inverso, ripeto:
lo Spirito Santo mi feconda, genero il Verbo fatto carne, il Verbo fatto carne
riporta tutto al Padre, in Dio! [...]».
Pressato
dalla famiglia, non avendo una obbedienza diversa dal Sant'Uffizio ma potendo
in questo obbedire al suo confessore, il 31 dicembre 1921 Don Dolindo fa ritorno
a Napoli.
Gli
scritti di Linda Lancerotto (10 ottobre 1921), di Maria La Rovere (22 ottobre
1921), dell'Avv. Antonio La Rovere (del 1921) dicono come l'ambiente accolse la
notizia della condanna: in perfetta unione alla volontà di Dio, che si
manifestava attraverso la Chiesa, dimostrando tutta la solidità della
preparazione spirituale ricevuta. Essi non ebbero una parola sola di critica,
disposti a rinunziare a tutto quanto era stato per loro un soccorso d'importanza
esistenziale: la direzione spirituale di Don Dolindo e la partecipazione al
suo apostolato.
Ecco
una lettera di Salvatore La Rovere a conforto di Don Dolindo:
«Gesù
ha detto: "Io sono la risurrezione e la vita, e chi crede in me anche se
fosse morto vive, e chi vive e crede in me non morrà in eterno!". Sicché
Gesù non è altro che Risurrezione prima, e vita poi... Se il seme caduto in
terra non muore, non fruttifica, ma se muore dà il cento per uno, cioè vive
per cento.
Beato
te, piccolo seme del cielo caduto in terra, assimilato alla terra per il tuo
involucro. Ora non gemere, perforato da tutte le parti dal terreno, cedi ad esso
la tua vita e muori. Isolato dalla spiga materna, non eretto sul gambo, non più
in relazione coi profumi dell'atmosfera, con le stille di rugiada, con le
carezze del vento, coi moscerini e le farfalle che di te si nutrivano, non
essere tenace della tua vita, involucro della vita di Dio, ma muori solo e
sepolto, perché dalle tue ceneri risorga non tu, ma Cristo in te morto e confitto;
perché Cohaeredes Christi, si tamen compatimur ut et conglorificemur e dopo
la risurrezione: vivo autem, jam non ego: vivit vero in me Christus! E veramente
muore quello che deve morire, perché viva solo quel che deve vivere...
Le
opere di Dio essendo vive in loro stesse, sono simili a creature viventi, ed
anche di esse si può dire: se il seme non cade in terra e non muore, non porta
frutto. Le opere non muoiono con la lama dei coltelli, ma coi giudizi degli
uomini che devono accoglierle, come i semi muoiono con gli umori del terreno che
li riceve. Solo così è possibile alla Provvidenza ordinaria incanalare le
correnti del pensiero verso il germe di Dio, orientare il cuore dell'uomo contro
quello che di fuori è morto, per introdurlo in quello che dentro vive...».
Quelle
che seguono sono testimonianze postume che indicano la stima che aveva di Don
Dolindo chi lo aveva conosciuto personalmente e ne aveva valutato l'apostolato
senza prevenzioni.
In
una busta verdognola e scolorita, abbiamo trovato un foglietto con una preghiera
all'Addolorata che si venera alla Scala Santa e c'è il ritratto di padre
Leonardo Passionista. Sulla busta c'è scritto (la grafia è di Elena Montella):
«La figura acclusa contiene il ritratto di padre Leonardo Passionista che fu
tutore di Don Dolindo Ruotolo del Sant'Uffizio, quando questi stette alla Scala
Santa nel 1921. Gli è stata inviata in ricordo nel febbraio 1962. Quando
padre Leonardo veniva per la cura termale presso Napoli, non mancava di visitare
il Padre che stimava molto».
Un
parroco di Napoli, nella testimonianza richiestagli per l'eventuale processo di
canonizzazione, scrive tra l'altro: «...Cercavo un Padre Spirituale. Un padre
Passionista, padre Piergiovanni, me lo (Don Dolindo) consigliò e mi disse di
chiedere alla Scala Santa (Roma) notizie più sicure a padre Leonardo. "È
stato con noi per lungo periodo (quando fu assegnato come ospite alla Scala
Santa dal Sant'Uffizio) dandoci esempio di ogni virtù e fu a tutti di
edificazione", fu la risposta».
Il
Rev. padre Germano Ventura, Passionista della Casa Generalizia di Roma, scrive:
«Dai nostri Padri della Scala Santa in cui è stato Don Dolindo, ormai
deceduto, ho sentito parlare e per le sue opere e per le sue virtù manifeste...
Di lui mi hanno parlato come di un'anima bella, sottomessa, ubbidiente,
umilissima... In quel periodo (Don Dolindo) pianse molto... versò fiumi di
lacrime... Non ricordo se quel Padre si chiamava Girolamo o Alfonso, ma mi
raccontò che un giorno (Don Dolindo) fu trovato davanti al Ciborio aperto, a tu
per tu con Gesù, dato che non poteva fare neppure la santa Comunione, che
pregava con angelica adorazione, ragionava con Gesù, si sfogava e piangeva...
».
Sospeso
a divinis, cioè dall'esercizio di qualunque facoltà del ministero
sacerdotale - di fatto, se non per legge -, al suo rientro a Napoli Don Dolindo
viene accolto dall'affetto dei suoi cari e cerca di dare il suo contributo
economico alla famiglia in difficoltà. Questo è il momento in cui si afferma
un altro aspetto dell'apostolato di Don Dolindo: la musica sacra.
Don
Dolindo si era dedicato alla musica sacra fin da giovanissimo; nei primi anni
del 1900 aveva pubblicato due lavori sulla riforma del canto gregoriano, molto
apprezzati per diversi anni. Successivamente, fu assorbito dall'evolversi della
storia dell'Opera che Gesù andava compiendo in lui.
Tornato
a Napoli, dunque, potette dedicarsi di nuovo a questa forma di apostolato
suonando l'organo e cantando nelle chiese per le feste liturgiche. In questo
periodo di dolore, egli compone molte pagine musicali, e con l'autolito (una
specie di "fotocopiatrice" dell'epoca) le stampa. È ormai noto a
Napoli per la sua voce di baritono e per lo zelo che pone nel suo lavoro: in
molte chiese ne richiedono le prestazioni musicali ed è gradito anche perché,
disinteressato ed umile, si fa voler bene da tutti.
Quando
cantava, Don Dolindo pregava. Poneva tutta l'anima sua in quel canto e i
fedeli ne erano presi. Bice Tavassi, una figlia spirituale entrata più tardi
nell'Opera, ricordava di essere rimasta impressionata di quel canto in cui c'era
tanto amore a Dio.
Per
tutti gli anni in cui non potette celebrare Messa, Don Dolindo fece la comunione
quotidiana quasi sempre nella chiesa di Caravaggio in Piazza Dante, o in altre
chiese di Napoli (spesso nella chiesa di Santa Teresa al Museo).
Passano
gli anni...
Vani
furono i tentativi di Don Dolindo perché gli avessero ridata la facoltà di
celebrare. Ed egli, umilmente, pazientemente, aspettava l'ora di Dio.
Nel
1920 si era spenta Anna La Rovere, dopo breve malanno; si spegne santamente
assistita dalle preghiere del Padre.
Nel
1934 si era spenta anche Romilda Lancerotto: santamente.
Padre
Dolindo aveva insegnato alle sue figlie spirituali ad accettare la morte dei
propri cari lodando il Signore. Anche se nel pianto del distacco, il
Magnificat fu la prima preghiera che le sue figlie pronunziarono dinanzi alla
morte delle due, suggellando con la lode a Dio l'unione perfetta alla Sua
volontà, che è amore.
Le
figlie spirituali rimaste, intanto, continuarono la loro vita di apostolato
nelle scuole e nelle varie professioni. Maria La Rovere divenne propagandista
di Azione Cattolica e incominciò per lei un lavoro intensissimo di conferenze
in vari circoli di Gioventù Femminile dell'Italia meridionale. I vescovi ne
richiedevano la presenza piuttosto spesso. A Gravina di Puglia e in altre
località della Calabria, Maria fu chiamata a parlare dinanzi ad assemblee di
sacerdoti. In Maria La Rovere tutto l'insegnamento di Don Dolindo si esprimeva
attraverso un modo di parlare brillante che colpiva gli ambienti più
difficili. 1 suoi discorsi, seguiti poi sempre da colloqui personali richiesti
dagli ascoltatori, erano densi di dottrina e di fede e tutti si chiedevano da
dove Maria avesse attinto tanta cultura religiosa. Con Maria spesso viaggiava
anche Elena Montella ed insieme avvicinarono talvolta anche sacerdoti in
crisi, presentati dai loro vescovi. Alcuni di essi tornarono felicemente al
loro ministero, dopo tali incontri.
Si
volle sapere da chi queste giovani missionarie erano state preparate e molti
vollero conoscere personalmente Don Dolindo alla cui paternità spirituale
esse riferivano, naturalmente, tutta la loro preparazione.
Anche
Lia La Rovere si diede all'apostolato di Azione Cattolica e centinaia e
centinaia di giovani la seguivano con stima e affetto. Lia volle darsi al
popolo meno colto e ne trasse tesori di fede e di amore a Dio.
A
causa della sua salute precaria, Elena donava le ricchezze di sapienza
soprannaturale ricevute da Don Dolindo più con le lettere, con gli scritti,
che con discorsi e conferenze.
Ersilia,
medico-chirurgo, non viveva che per i poveri ai quali donava assistenza medica,
medicine e denaro. Aveva colto dall'insegnamento di Don Dolindo la carità
verso i bisognosi.
Tutte
poggiavano le loro attività ed il loro cammino di perfezione cristiana sulla
vita e sugli insegnamenti di Don Dolindo. Ma lui, nella sua umiltà sconfinata
e con il solito umorismo, una volta scrisse:
«Voi
dite che vi appoggiate alla mia fede... Ahimé, figlie mie, io sono così
fiacco e povero nella fede! Spero, sì, contro ogni speranza; ma la mia povera
fede è ancora tanto imperfetta e vuota.
Per
carità, non vi appoggiate a me, se non volete... sconocchiare! (cadere sulle
proprie ginocchia).
Io
credo di sapere porre solo ostacoli al Signore, e me ne rammarico tanto innanzi
a Dio».
L'attività
apostolica intensissima di queste brave sorelle nell'Azione Cattolica attirò
l'attenzione di Armida Barelli, - prossima novella "Beata"! - che
subito si legò a Lia e a Maria con forte e santa amicizia. In seguito, Armida
volle conoscere Don Dolindo e quando veniva a Napoli, spesso lo incontrava
trattenendosi a volte fino alle undici di sera insieme alle figlie dell'Opera,
per ascoltarlo.
Mons.
Francesco Olgiati, celebre professore dell'Università Cattolica del Sacro
Cuore, si unì anch'egli ad Armida Barelli nell'amicizia con i La Rovere e -
come vedremo in seguito - divenne un entusiasta ammiratore degli scritti di
Don Dolindo fino a subirne, poi, gli attacchi polemici di avversari.
IL
BIBLISTA ALL'OPERA...
Don
Dolindo continua intanto la sua vita: lavoro musicale, stampe musicali, ore e
ore di adorazione a Gesù Sacramentato nelle varie chiese di Napoli (preferiva
la chiesa delle Suore Adoratrici del Santissimo Sacramento dette le "Sacramentine")
all'angolo di Via Duomo in Piazzetta San Giuseppe dei Ruffi.
Alla
preghiera univa, poi, il quotidiano studio approfondito della Sacra Scrittura
nel commento dei Santi Padri, faceva visita agli ammalati nelle case, si recava
a confortare gli infermi negli ospedali, i vecchi e i poveri negli ospizi.
Un
giorno, Elena Montella incontrò un sacerdote: aveva nel viso l'espressione di
un profondo sconvolgimento spirituale... Elena gli rivolse qualche parola di
conforto alla quale egli si mostrò gratissimo e riconoscente e accettò
subito l'invito a conoscere un sacerdote che aveva molto sofferto e che offriva
al Signore ogni suo dolore con pazienza ed amore.
Ma...
lasciamo raccontare la storia a Don Dolindo, così come la espose nel 1942 a
mons. Giovanni Sanna, vescovo di Gravina, responsabile dell'opera scritturale,
il quale gli aveva chiesto un pro-memoria sull'argomento:
«[...]
Nel 1925 mi fu presentato un povero sacerdote traviato perché gli parlassi
tentando di ricondurlo a Dio. Era colto, aveva studiato alla Gregoriana e da
quegli studi aveva riportato, purtroppo, un'autentica avversione alla Sacra
Scrittura, con conseguente odio per il Divino Ufficio e una vita di disordini e
di odio alla Chiesa, al Papa, al Sacerdozio.
Cominciai
ad indurlo, dopo i primi approcci, ad una necessaria confessione da un buon
sacerdote: egli non lo faceva da molti anni pur continuando a celebrare.
Poi,
per fargli capire la bellezza della Sacra Scrittura e quindi dell'Ufficio
divino, cominciai a meditare con lui e con le anime che me lo avevano
presentato, la Genesi.
Chi
assisteva prese gli appunti di ciò che dicevo e poi me li diede pregandomi di
svilupparli, per servirsene nell'apostolato. Fu così che si cominciò a
diffonderli fra persone di cultura e fra molti sacerdoti e teologi illustri.
Essi
cominciarono a richiedere questi scritti con frequenza sempre maggiore e,
avendoli divulgati, da ogni parte d'Italia mi giunsero esortazioni a pubblicarli
e farne un tutto organico per il bene che avrebbero potuto fare.
Era
un assurdo pensare di poterli pubblicare, data la mia umiliazione e la mancanza
di mezzi.
Le
anime buone che avevano preso gli appunti misero tutto il loro avere per quest'opera:
fu l'obolo della vedova e la bontà di Dio fece il resto. [...]
Si
incominciò e la Provvidenza ci venne incontro con continui e molteplici ricami:
ogni settimana si rimaneva al verde, ed ogni settimana si riusciva a pagare il
tipografo».
A
questo punto, ci permettiamo un'interruzione...
Le
figlie spirituali dell'Opera ricordano che quando Don Dolindo si recò dal
tipografo per ordinare la pubblicazione dei primi fascicoli, avendo dato
pochissimo danaro che aveva racimolato, disse col suo candore abituale: «Al
resto penserà la Provvidenza di Dio, perché io non ho neanche un soldo». Al
che il tipografo risentito, disse: «Padre, cosa mi dite! Se non avete i soldi
per pubblicare non si fa niente. È un bel dire pagare con la...
Provvidenza...». Don Dolindo lo sfidò: «Voi stampate, e sarete pagato fino
all'ultimo centesimo! Ve lo garantisco in nome di Dio».
«Ma
io non stampo confidando nelle profezie dell'aiuto di Dio...!».
«Confidando
nell'aiuto di Dio io vi dico che vi pago tutta l'opera e mi compro anche la
vostra tipografia!», aggiunse il Padre il quale non comprò... la tipografia,
ma fu sempre puntualissimo nei pagamenti.
Vi
furono fatti molto belli che punteggiarono di fede e di straordinari aiuti la
stampa di quest'opera. Una volta, ad esempio, era sabato, Don Dolindo doveva
pagare il tipografo. Apre il portafogli: mancavano alla cifra alcune centinaia
di lire. Andò da Maria La Rovere che teneva la cassa della stampa e le chiese
un po' di rifornimento. Maria non aveva nemmeno un centesimo da dare: cassa a
zero! Cassa... personale, zero.
Don
Dolindo, come sempre, non si turbò, disse: «Dio ci penserà» e proseguì per
la sua strada sbrigando alcune commissioni per tutta la mattina. Erano le 13 e
si ricordò improvvisamente che doveva andare in tipografia a portare il
danaro... Ma il grazioso fu che... dimenticò di non avere la cifra
necessaria... Recatosi in tipografia, chiamò il proprietario, e gli pagò
tutta la cifra richiesta settimanalmente; anzi, rimasero nel portafogli 250 lire
(dell'epoca!).
Tornato
a casa, Don Dolindo rientrò in sé e... ricordò di non avere avuto i soldi per
pagare ma che... aveva pagato: parlava chiaro la ricevuta... Ancora più strano
fu il trovarsi nel portafogli il resto...
Nel
pomeriggio s'incontrò con Maria La Rovere e le disse: «Maria, sai farmi questo
conto? Dovevo pagare... mi mancavano... tu non mi desti nulla perché soldi in
cassa non ce n'erano. Ecco la ricevuta del pagamento, ed ecco 250 lire che mi
sono avanzate... Mi sai fare questo conto?». E tutto finì a... laude di
Cristo, amen.
Sembra
una pagina dei fioretti di san Francesco...
Ma
lasciamo continuare Don Dolindo.
Nel
1930 si riuscì a varare il primo volume dell'opera e, poco dopo, il secondo.
L'accoglienza fu lusinghiera.
Ci
furono molte conversioni.
Si
ebbero giudizi entusiasti dell'opera da cardinali e da vescovi. La provvidenza
non mancò con interventi palesi e si andò avanti.
Il
sacerdote che aveva offerto a Don Dolindo l'occasione di meditare sulla Sacra
Scrittura, fu il primo a convertirsi: radicalmente. Menò vita di penitenza e
d'intensissima preghiera, nonché di apostolato fervente e pieno di sacrificio.
Morì
santamente, alcuni anni dopo, mentre di notte portava la Comunione ad una
moribonda. Da una lettera del 1940 a mons. Giuseppe M. Palatucci O.m.Conv.,
vescovo di Campagna, che difese l'opera con cuore eroico, veniamo a sapere come
questa opera colossale fu scritta:
«Eccellenza
Rev. ma,
alla
sua venerata lettera con la quale mi domanda in quale modo e con quali criteri
scientifici io scrivo le mie povere opere, e soprattutto quelle sulla Sacra
Scrittura, rispondo come posso, sforzandomi di essere chiaro.
La
preparazione remota agli studi Biblici io l'ebbi sia da una mia naturale
inclinazione intellettiva alla meditazione, che io ho considerata sempre un dono
di Dio, sia dagli studi filosofici e teologici di cui fui sempre un
appassionato, in seminario e dopo. Ma ciò che mi ha sempre attratto è
stata la dottrina della Chiesa.[...]
Ma
la preparazione prossima è venuta nel periodo più tribolato della mia vita:
quello che dura tuttora. Il Signore mi ha condotto sempre per un cammino di
dolori e di grandi umiliazioni. È stato in quest'ultimo periodo estremamente
penoso della mia vita che s'è compiuta la mia preparazione prossima alle mie
pubblicazioni.
Umiliato
e ridotto al nulla, nella povertà, nelle privazioni, per l'amore grande che
ho alla Chiesa, attratto dalla sua infallibile verità, ho speso i miei anni
di silenzio nell'approfondirla e meditarla facendone alimento della mia vita.
Le
tribolazioni attraverso le quali passai, mi dettero grandi esperienze pratiche
della vita. Non avevo però animo né avrei avuto la presunzione di scrivere
opere in proposito. A questo ci sono stato condotto sempre da circostanze
provvidenziali e per esortazione di quelli che hanno guidato l'anima mia.
[...] Ho ispirato il mio povero studio alle direttive di Leone XIII ed alla
esortazione di Pio XI. [...]
Ho
seguito la via tradizionale dei Padri, colmando forse una lacuna riconosciuta
oggi da tutti, negli studi critici della Sacra Scrittura. Ho tenuto anche conto,
come può vedersi dai 13 volumi già stampati, di tutto ciò che è moderno,
senza rendere però principale ciò che è secondario ai fini per i quali Dio ci
ha dato la sua parola.
Il
consenso e la benedizione di 34 cardinali e moltissimi arcivescovi e vescovi,
nonché quello di teologi e professori di Scrittura; l'entusiastica accoglienza
fatta ai volumi da numerosissimi sacerdoti, religiosi e laici di vasta
cultura; il bene, soprattutto il bene ottenuto e raccolto nelle anime di ogni
condizione, dimostra che l'opera risponde ad un bisogno lungamente sentito».
In
questo piccolo lavoro non possiamo approfondire di più il seguito della
lettera, ma citiamo, anche se in maniera incompleta, ancora un brano molto
importante, che ci aiuta a capire cosa c'è dietro al profondo impegno di studio
di Don Dolindo; egli scrive:
«Ecco,
sommariamente, il modo come scrivo i volumi:
l.
Premetto allo studio lunghe preghiere e mi confesso spessissimo per implorare la
grazia di Dio e dargli un cuore, il più che mi è possibile, puro.
2.
Dopo aver pregato, studio il testo del capitolo che scrivo e lo studio accuratamente
[...].
Molte
comunità religiose pregano per ottenermi da Dio i lumi, l'aiuto e la forza
per continuare in quest'arduo lavoro».
Ecco
il segreto di Don Dolindo: la sua lunga preghiera, la preghiera dei figli
spirituali, quella di intere comunità religiose che lo avevano conosciuto in
modi diversi e che volevano sostenere il suo lavoro chiedendo a Dio, per lui, la
luce ed il sostegno!
Quante
volte il nostro lavoro, per quanto serio ed accurato, sembra non riuscire
proprio a dare frutti... ! E la preghiera? Dove abbiamo sepolto l'aspetto
soprannaturale della nostra vita? Dovremmo ben ricordare le parole divine del
salmista: «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i
costruttori» (Sal 127,1).
Chi
vorrà leggere qualcuno dei volumi del Commento alla Sacra Scrittura, noterà
che sono firmati da un certo Dain Cohenel. ...E Don Dolindo?
Ancora
dalla lettera a mons. Giovanni M. Sanna, veniamo a sapere chi è Dain Cohenel:
«In tutto il lavoro dell'opera La Sacra Scrittura io cercavo di rimanere il più
che era possibile nel nascondimento, e per amore di questo nascondimento mi
servii di uno pseudonimo anziché del mio nome. [Ricavando il nome dalla lingua
ebraica] Mi chiamai Dain Cohenel.
Nella
mia intenzione il significato era questo: D, cioè Dolindo; e poi, il nulla,
sacerdote di Dio. Pregai un valoroso ebraista a coniarmelo; ma egli tradusse
il nulla per ain, forse pigliando un... granchio, giacché ain significa occhio
e fonte. Ad ogni modo mi servii dello pseudonimo come me l'aveva coniato Lui».
A
questo proposito c'è un aneddoto che racconta Don Dolindo in uno scritto del
1938: dopo aver spiegato ad un sacerdote che ormai a Roma preferivano che usasse
il nome di Dain Cohenel, questi replica garbatamente:
«Se
è così, se Roma lo desidera, non ne parliamo più. Del resto la violetta,
quando è nascosta, dà maggiore profumo».
Io
ho risposto: «...E l'immondezza, quando è nascosta, dà maggiore puzza!».
L'autorità
ecclesiastica di Napoli consigliò di cercare un vescovo per la revisione e
l'imprimatur, che in quell'epoca erano i permessi obbligatori per le
pubblicazioni di carattere religioso.
Per
un intreccio della provvidenza, il manoscritto fu portato a mons. Sanna
O.f.m.Conv., il quale ne intuì il valore e ne curò la revisione dando poi
1'imprimatur.
Furono
pubblicati: Genesi, Esodo e Levitico. Si ebbero subito giudizi entusiastici
sull'opera da vescovi, da professori di Sacra Scrittura, da teologi. Veri
miracoli di provvidenza aiutarono per le spese e l'opera andò avanti. E le
pubblicazioni giunsero all'VIII volume.
Nel
1932 gli Editori La Rovere mandarono una copia dei volumi sulla Sacra Scrittura
fino allora pubblicati a due periodici di importanza ecclesiale per una
revisione.
I
responsabili dei rispettivi periodici, ciascuno per proprio conto, fecero
rilevare che il loro censore aveva dato una valutazione "non molto
favorevole" dell'opera scritturale, ma che essi ritenevano che comunque
valesse la pena continuarne la pubblicazione.
Purtroppo,
però, i censori dei due periodici erano... la stessa persona. A lui Don Dolindo
si rivolse, quindi, con una lettera umilissima, chiedendogli che gli
segnalasse ciò che riteneva non corretto, perché si potesse dare corso alle
correzioni.
Per
tutta risposta, però, un terzo periodico altamente specializzato pubblicò una
recensione contraria all'opera di Don Dolindo, a firma... dello stesso autore!
L'opera
intanto stava andando avanti con la benedizione di cardinali e di vescovi, ed
aveva una diffusione larghissima. Ma... il censore non si acquietò affatto.
Si
ricorse, allora, al papa Pio XI che, premurato da Armida Barelli, curò la
questione personalmente e dopo che l'opera fu ripetutamente esaminata, a cura
del Sant'Uffizio, concesse che se ne continuasse la pubblicazione.
Il
povero Don Dolindo doveva passarne proprio di ogni colore... !
Il
21 maggio 1937, frattanto, Don Dolindo viene sottoposto a visita psichiatrica
per ordine del Sant'Uffizio. Non era la prima volta: era già accaduto nel 1906!
Con
umiltà, ma con un grandissimo dolore nell'anima, egli obbedisce. Lo visita un
primario dell'epoca di fiducia del cardinale Ascalesi, il prof. Sciuti, il quale
- come già a suo tempo il
prof.
De Sanctis di Roma - trova Don Dolindo in perfetto equilibrio mentale.
Anzi,
il prof. Sciuti aggiunse al cardinale: «Eminenza, noi ci troviamo di fronte ad
uno di quei casi di esseri sottoposti a grandi pene dalla provvidenza perché
compiano qualche opera grande di bene. Non si tratta di squilibrio, ma di prove
penose a cui è sottoposto questo sacerdote, la cui conversazione mi edifica».
Il
cardinale Ascalesi da allora, dopo la relazione del prof. Sciuti, divenne
protettore di Don Dolindo, lo difese sempre e gli fu vicino anche nella prova a
cui dopo tre anni il Signore ancora lo sottopose per l'opera scritturale.
Quando
Sua Eminenza si ammalò dell'ultima malattia che lo condusse alla morte, volle
ogni giorno Don Dolindo al suo capezzale per averne conforto.
Risultata
dunque favorevole la visita medica, il 18 luglio del medesimo anno, per ordine
del Sant'Uffizio, Don Dolindo fu riabilitato alla Messa, che celebrò per la
prima volta dopo 16 anni e mezzo, dopo la sospensione del 1921, nella chiesa di
Santa Teresa al Museo, in Napoli.
Si
era nell'ottavario della Madonna del Carmine; egli fu felice di ricominciare il
suo ministero con la Messa della Madonna e nessuno potrà mai descrivere la
gioia intima, la commozione più profonda che Don Dolindo avrà provato nel
risalire finalmente l'altare per celebrare il divin Sacrificio della Santa
Messa!
Tutto
procedeva ottimamente. Si era nel 1939. Continuava vivissimo l'apprezzamento nei
confronti dell'opera della Sacra Scrittura. Mons. Olgiati, dell'Università
Cattolica del Sacro Cuore, avendo letto e meditato i due volumi sui salmi (X -
XI) volle spontaneamente scrivere un articolo su Rivista del Clero per
presentare all'ammirazione ed alla gratitudine del clero italiano l'opera del
Cohenel, e particolarmente i due volumi sui Salmi. L'articolo molto favorevole
al Padre ebbe vasta eco; vi furono moltissime richieste, e alcune riviste estere
richiesero di recensire l'opera.
Ma...
il famigerato censore rimaneva in agguato e non desistette dallo spingere fino
in fondo l'attacco all'opera scritturale: come un buon giocatore di scacchi, in
poche mosse dette scacco matto al povero (ricchissimo in grazia di Dio) Don
Dolindo.
Vi
riuscì nel 1940 ottenendo per l'opera scritturale il decreto definitivo di
condanna all'indice dei libri proibiti, sia pure con la clausola «donec
corrigatur» che vuol dire fino a quando non siano state apportate le correzioni
suggerite».
...
Ma le indicazioni delle correzioni da fare non arrivarono mai e poi mai... !
Il
24 novembre 1940 era stata indetta dal Santo Padre Pio XII la giornata della
penitenza mondiale.
Proprio
questa data fu scelta per la pubblicazione del decreto di condanna. La notizia
giunse del tutto inaspettata, senza alcun preavviso.
Al
Padre Dolindo la notizia fu portata di primo mattino dal rag. Ugo Montella,
fratello di Elena, che l'aveva appena letta sul quotidiano Il Mattino di Napoli.
Era
giornata di preghiera e di penitenza: le figlie spirituali presenti quel giorno,
ricordavano che Don Dolindo si sedette immediatamente all'harmonium che aveva
in casa e compose un bellissimo Sanctus che successivamente inserì in una
composizione per Messa composta da lui; se ne conserva una registrazione
eseguita da un coro di frati ed anche chi non è esperto di musica avverte
subito che quelle note dovettero sgorgare da un animo fortemente addolorato ma
pur sempre innamorato di Dio e della Santa Chiesa. Subito dopo, celebrò la
Santa Messa per offrire al Signore questo suo urgente dolore secondo le
intenzioni del Santo Padre.
Don
Dolindo, poi, raccomandò alle figlie spirituali di cogliere «si' bella
occasione» per offrire tutto al Signore e ringraziarlo. Non ebbe una parola
di ribellione né permise che ne fossero pronunziate in sua presenza; nel suo
oppositore non vide l'avversario ma solo lo strumento che, dalla mano di Dio, lo
arricchiva della croce. Immediatamente, poi, scrisse al Papa e al Segretario
del Sant'Uffizio, il cardinale Ottaviani, la sua illimitata sottomissione,
supplicando umilmente che gli fossero segnalate le correzioni da fare.
In
realtà - si capì poi - non c'erano parti da correggere: era stato messo in
discussione il metodo dell'esposizione che Don Dolindo faceva della Sacra
Scrittura. Era stato considerato poco scientifico. Ma Don Dolindo non aveva mai
inteso fare un'opera scientifica, critica, esegetica; fatta salva la
precisione e la correttezza di ciò che scriveva, che fosse in pieno accordo con
quanto afferma la Santa Chiesa cattolica, a lui importava solo che la gente
comune - quelli come noi, che non possiamo comprendere i rigidi schemi e le
teorie della teologia e dell'esegesi - potesse essere avvicinata alla
comprensione della Sacra Scrittura per ciò che essa ha di formativo dello
spirito e dell'uomo nella sua totalità, per quello che in essa ci permette di
accogliere la rivelazione che Dio, nel suo infinito amore, ha voluto fare di
Se stesso all'umanità.
È,
in pratica, il metodo di insegnamento che usarono i Santi Padri della Chiesa,
che ancora si lasciano leggere affascinando per freschezza e semplicità e per
quel "qualcosa" di soprannaturale che commuove e spinge ad essere un
pochino migliori. E se dai frutti si riconosce l'albero, quello di Don Dolindo
è un... baobab di proporzioni gigantesche, per i magnifici frutti di
conversione di cui ancora oggi giungono attestati, anche per via telematica.
Vorremmo
fare un esempio più calzante, ma quello che segue è forse abbastanza chiaro -
se non proprio pertinente - per far capire come Don Dolindo comprendesse le
difficoltà in cui si trovava la gente comune nei confronti della Sacra
Scrittura, e perché, quindi, si ripromise di scriverne un commento
"divulgativo".
Nel
suo stile "popolare", riferendosi particolarmente al misterioso
Libro dell'Apocalisse, egli scrive nel 1923:
«L'Apocalisse
è un libro che si spiegherà con gli eventi futuri; si spiegherà quando servirà
alle creature alle quali Dio l'ha diretto. Per noi diventa solo un libro che ci
manifesta che in Dio ci sono misteri imperscrutabili.
Se
un fanciullo che non conosce il mare, i pesci, le navi, ma conosce solo gli
uccelli della sua terra, le farfalle, i rettili e le... pozzanghere d'acqua, è
portato in riva al mare, egli dirà: "Ho visto un... lavarone, che aveva i
margini come le montagne...
Dentro
vi erano delle lucertole con le... ali, che camminavano volando nell'acqua.
Sopra vi erano delle farfalle enormi con le ali bianche ed anche dei fornelli
che si muovevano e mandavano fumo e sopra vi erano uomini che stando nel fumo
non si bruciavano.
Ecco
il linguaggio "apocalittico" del mare, visto da chi non ne ha
un'altra idea. Quando uno legge questa descrizione non ne capisce nulla, ma se
si va in riva al mare e lo vede di fatto, allora capisce che... il "lavarone"
era il mare, che le lucertole con le ali erano i pesci, che le farfalle
bianche erano le navi a vela; che il fornello era un piroscafo...».
Dopo
la condanna dell'Opera
Anno
1941
Per amore alla Santa Chiesa tutti, dunque, tacquero, e Don Dolindo chinò il capo alla volontà di Dio. Tuttavia, sollecitato da tante voci autorevoli, non si scoraggiò e non desistette, ma continuò nel suo assiduo lavoro di meditazione sulla Sacra Scrittura, e riuscì a completare l'opera in forma di manoscritti che rimasero tutti sotto chiave per molti anni, fino a quando, cioè, dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, e dopo la morte di Don Dolindo, si potette riprendere felicemente il cammino della pubblicazione dei singoli volumi, con la revisione e l'Imprimatur dell'Eccellentissimo vescovo mons. Vittorio Maria Costantini.
Il
10 luglio 1941 - va ricordato per la storia - moriva di cancro una delle figlie
spirituali di Don Dolindo: Amalia Fellico. Aveva offerto la sua vita per
l'Opera.
Intanto
si preparava un'altra vittima volontaria per il bene dell'Opera e di tutta la
Chiesa. Il 19 aprile 1941 in una lettera a Maria La Rovere, il vescovo di
Alberobello, mons. Antonio Lippolis, scriveva tra l'altro: «...Alla
generosissima immolazione del Padre (Don Dolindo), unisco ben volentieri la
povera mia, in tutte le sue possibili manifestazioni...». Dopo non molto, il 28
aprile 1942, il vescovo Antonio Lippolis moriva tra indicibili sofferenze per
cancro alla lingua.
Ma
passati i momenti più dolorosi, Don Dolindo riprese il suo buonumore. Molti,
in quel periodo, avrebbero voluto che alzasse finalmente la voce per difendere
un'opera che stava facendo tanto bene nella Chiesa; volevano che si difendesse,
e Don Dolindo volle affidare la cosa in mano ad un tribunale speciale:
«Ho
nominato un avvocato principe, assistito da un collegio di difesa coi controfiocchi,
composto tutto di avvocati "traffichini", di polso. Mi sono già
costituito parte civile impostando la causa su quattro capisaldi... giuridici
ai quali non si potrà opporre nulla.
La
causa è stata rimessa a ruolo il 18, Aspettazione del parto di Maria. E sarà
trattata per direttissima in pochi giorni. Sono stato assicurato dell'esito
clamoroso che, a suo tempo, farà epoca nella storia forense e renderà celebre
l'Opera nei secoli.
Non
potevo fare diversamente e sono sicuro che anche voi vi associerete alla causa
perché io vi ho citato come uno dei testimoni.
[...]
L'avvocato principe è Maria Santissima. Il collegio degli avvocati: san
Giuseppe, san Gioacchino e sant'Anna; gli Angeli tutti di Dio, san Michele, san
Gabriele e i santi tutti di Dio... le anime del Purgatorio, specialmente quelle
sacerdotali.
Che
collegio spettacolare di difesa!
Mi
sono costituito parte civile così: ho perdonato a quelli che, senza volerlo o
per debolezza umana, mi hanno perseguitato e li ho amati tanto e li amo pregando
per loro.
[...]
Ho chiesto a Gesù di colmare di grazie tutti quelli che hanno avuto parte
alla condanna, benché io non li conosca».
Pochi
avrebbero... contrattaccato così... !
Padre Dolindo, vice parroco nella chiesa-santuario di Lourdes in san Giuseppe dei Vecchi
Il
14 aprile 1942, Padre Dolindo fu nominato vice parroco nella chiesa in cui suo
fratello Elio era stato eletto parroco. Era la chiesa diroccata di cui, come
dicemmo prima, Don Elio fece un santuario mariano, dedicato alla Madonna di
Lourdes.
L'esperienza
parrocchiale gli fu preziosissima e lo portò in mezzo al popolo a viverne le
ansie e le vicende dolorose. Si era in piena guerra mondiale e i due fratelli
Ruotolo furono attivissimi nell'aiutare chiunque a sanare le ferite morali che
la guerra, giorno per giorno, portava ai quartieri di Napoli.
Non
c'era notte, si può dire, che il lugubre ululato della sirena non segnalasse
l'avvicinarsi di incursioni nemiche e tutti si precipitavano nei rifugi
antiaerei. Anche la famiglia Ruotolo. Ma lui, Don Dolindo, preferiva restar solo
in casa per avere la libertà di offrire le preghiere e le penitenze di lunghe
discipline in quei momenti di pericolo per Napoli. Talvolta, suonata la sirena
del passato pericolo, nell'attesa del ritorno dal rifugio antiaereo delle
sorelle con le quali viveva, Don Dolindo s'improvvisava cuoco e cameriere e
faceva trovare la casa in ordine e il pranzo più o meno pronto.
Ogni
giorno, perfino durante le quattro giornate di Napoli, si recava in parrocchia
col fratello per venire in aiuto dei parrocchiani. Come ogni giorno, di
pomeriggio, girava per le visite agli ammalati e ai poveri e andava alla Casa
della Scrittura dove s'incontrava con le sue figlie spirituali, per pregare e
sbrigare la corrispondenza che gli giungeva all'indirizzo dell'Apostolato
Stampa.
Don
Dolindo amava la sua città: pregava ed espiava per Napoli. Raccontavano le
figlie spirituali che spesso, quando pioveva, Don Dolindo benediceva l'acqua
che cadeva dal cielo sulla città perché giungesse al suolo come acqua santa
sulla sua gente!
Per
essere ancora più efficace, un bel giorno decise di fare un giro in elicottero
per alzare la sua mano consacrata sulla sua Napoli martoriata.
Le
giornate terribili della guerra sono ormai al tramonto. Nella carità e
nell'attività più intensa di un'ardente predicazione, passano gli anni.
Mistica e ascetica nella vita di Don Dolindo si uniscono in una crescita e una
trasformazione sempre più raffinate della sua anima sacerdotale. L'umiltà, fra
le virtù, è quella che pilota oramai da anni la sua vita. Notevole è di
questo periodo la sua meditazione sulla morte.
Era
il 17 maggio 1944 e in una clinica di guerra, Don Dolindo si era fatta fare la
radiografia del suo capo. Dinanzi al teschio che ne venne fuori egli sostava -
moderno anacoreta - in meditazione, e il 17 ottobre del 1944 scrisse una
meditazione di cui trascriviamo qualche brano:
«Eccomi
innanzi a te, mio Dio, nell'abisso del mio nulla, come un verme al tuo
cospetto, umiliato profondamente innanzi alla tua maestà infinita.
Davanti
al mondo che adorna, stribia, riveste di broccati questo misero corpo, che tanta
gloria ti ha sottratto e ti sottrae, io mi presento come un verme; anzi, spoglio
il mio capo di tutto quello che lo riveste, ridotto un nudo teschio prima
ancora che la morte abbia corrose le mie carni e scoperto le nauseanti tenebre
del sepolcro, della mia nullità.
Un
raggio invisibile e imponderabile di luce mi ha attraversato e, quasi avesse in
un attimo corrose le mie carni, m'ha vuotate le orbite, m'ha infossate le
robuste mandibole, m'ha tolto ogni espressione, e mi ha dato la gelida
espressione della morte. [...]
E
bastato un raggio più penetrante di luce creata per scoprire quello che io
sono:
occhi
senza luce, orbite incavate, testa scheletrita, senza espressione, senza sorriso
alcuno, senza vita! Che cosa sarei io se mi penetrasse un raggio d'increata
luce, e se mi vedessi nella tua luce, o Signore? Un raggio elettrico è capace
di togliermi ogni esteriorità che mi distingue dagli altri; un raggio tuo mi
farebbe scorgere nella mia estrema viltà, e sarei innanzi a te quasi non fossi.
[...]
Sono
contento di vedermi così, mio Dio, sono lieto di essere questa estrema nullità
che io vedo, poiché questa nullità canta la tua gloria.
Sono
contento, perché la tua misericordia mi libererà un giorno dalla carne della
morte, e mi rivestirà della carne gloriosa. Ti loderò e vivrò della tua
gloria, nella tua luce.
E
giusto che non vi siano più gli occhi che videro le miserie della terra, che
non vi siano più i sensi che percepirono quello che passa, inesorabilmente
passa, poiché al posto di queste marcite pupille ci saranno gli occhi che tu mi
ridarai per vederti faccia a faccia come sei, e al posto dei sensi ci saranno
quelli che scruteranno la tua ineffabile bellezza, per goderne eternamente.
[...]».
Vorremmo
trascriverlo tutto, ma qui non è possibile, per cui rimandiamo alle pagine di
autobiografia.
Dalle
testimonianze che da questo periodo in poi s'infittiscono, ricaviamo proprio
questo: che Don Dolindo si avvia verso la seconda parte della sua vita
scomparendo sempre più dinanzi a Dio, e dinanzi a se stesso. Ma la fiaccola non
fu messa "sotto il moggio" nonostante egli volesse scomparire anche
dinanzi agli uomini.
Don
Dolindo continuò a scrivere - come dicevamo - e gli scritti di ascetica e di
mistica, insieme alle meditazioni scritturali, si alternavano ad una
fittissima corrispondenza che non era più quasi esclusivamente diretta alle sue
figlie spirituali dell'Apostolato Stampa, ma agli innumerevoli figli spirituali
che la lettura dei suoi libri o la sua parola ascoltata in chiesa aveva reso
avidi di una luce individuale di verità, di conforto, di pace.
Gente
di ogni ceto, letterati, scienziati, perfino attori chiedevano il suo aiuto
spirituale anche per iscritto. E abbiamo lettere conservate in archivio che
testimoniano l'amicizia spirituale che Don Dolindo ebbe con personaggi illustri
come il prof. Enrico Medi, i duchi d'Aosta, i cugini del Papa Pio XII: i conti
Gerini Pacelli, e altri. E attori come Carlo Campanini e Gianrico Tedeschi.
L'em.mo
cardinale Ascalesi volle che Don Dolindo predicasse ai sacerdoti, nei seminari,
nei noviziati, e nelle case religiose, e abbiamo un numero notevolissimo di
testimonianze di queste anime consacrate che affermano di aver ricavato bene
spirituale dalle sue predicazioni.
Il
carisma della parola, reso valido da un esemplare comportamento di vita,
suscitava anche nel popolo un gran fermento di entusiasmo e di fede.
Don
Dolindo parlava semplicemente: sono conservate su nastro alcune delle
meditazioni che teneva per le figlie spirituali e, con la stessa semplicità e
chiarezza, come detto altrove, scriveva. Si faceva capire da tutti, era lepido,
interessava, trascinava a Dio. Da quello che si rileva dalle testimonianze
conservate presso l'Apostolato Stampa, anche oratori celebri dell'epoca, come il
rev. padre Izzo, francescano e padre Ciuti, domenicano, andavano ad ascoltarlo
e seguivano le sue prediche con gusto e ammirazione.
Ecco
poi come Don Dolindo si preparava per le prediche, che spesso raggiungevano il
numero di sette oppure otto nella stessa giornata, tra ritiri spirituali,
tridui, novene e ottavari nelle chiese, nei conventi, nei seminari.
Anche
in questo caso egli premetteva anzitutto la preghiera, che nella notte gli
prendeva molte ore. Si levava in genere alle 2,30 di notte. Celebrava la Santa
Messa e poi ancora faceva l'adorazione eucaristica. Si preparava quindi sui vari
testi scritturali, biografici o ascetici, tenendosi al corrente delle più
recenti pubblicazioni che gli venivano segnalate. La sua giornata, comunque, era
un Rosario continuo. Aveva sempre la corona in mano e ogni minimo intervallo
di solitudine era riempito dalle Ave Maria della corona. Pregava lungo la
strada, pregava se si spostava nei viaggi, pregava prima di ogni incontro con
le anime.
Il
rev. padre Giovanni Recupido ricorda che il viaggio a San Giovanni Rotondo fu
tutto un Rosario da Napoli a San Giovanni Rotondo, recitato da Don Dolindo,
dal vescovo Palatucci suo zio e da padre Luigi Casillo che viaggiava con loro,
nella medesima automobile. Notevoli sull'argomento le testimonianze di molti
sacerdoti e laici.
Alla
preghiera che lo preparava alle prediche e, diceva, lo riempiva di amore a Gesù,
univa poi, sempre che poteva, la santa confessione. Era per lui il... collirio
che gli schiariva l'anima. Si confessava anche ogni giorno, se predicava ogni
giorno. Anche su questo è notevole la testimonianza di padre Giovanni
Recupido e di altri sacerdoti.
E
così la parola di Dio "passava per il piccolo servo suo" come la luce
attraverso una lastra di cristallo o la corrente attraverso un conduttore (lo
riportiamo da una pagina dell'opera ancora inedita "Parabole e
riflessioni"):
«La
parola è di Gesù, quando vi passa; ma - subito egli chiarisce - il servo non
può essere considerato dagli altri come Gesù. Sarebbe un errore stolto. Il
sole passa per la lastra: tutto quello che vedi è sole, ma non puoi dire perciò
che la lastra sia il sole. Se tu vuoi comunicare con la lastra quando il sole
è nelle nubi non vedi nulla e rimani oppresso dal freddo e dalla lastra. Il
piccolo servo di Gesù è come il filo percorso dalla corrente: tu tocchi il
filo per comunicare con la corrente, ma non dirai mai che il filo è la
corrente. Il filo è una nullità ed è una condizione indispensabile, in quel
caso, al percorso della corrente».
Con
questo scritto, che è del 1° agosto 1926, egli chiariva invero anche il... qui
pro quo di chi lo aveva accusato di credersi... Gesù perché talvolta scriveva
- nello stile dell'Imitazione di Cristo - delle esortazioni che iniziavano: Gesù
all'anima, oppure: Sono io, Gesù... Egli, in realtà, si considerava il
"piccolo servo di Gesù"; si considerava solo uno strumento nelle mani
di Dio, paragonandosi di volta in volta alla "lastra" da tergere o al
filo da rendere idoneo alla "corrente" luminosa dello Spirito Santo.
E
per questo si preparava per le prediche con la confessione sacramentale e con la
preghiera.
ANCORA
APOSTOLATO.
Il lavoro di stampa e la diffusione dei libri: nuovo apostolato nella Casa della Scrittura Oramai l'opera scritturale era sepolta, in attesa della ...risurrezione. Don Dolindo tuttavia continua a scrivere, ma l'attività intensa di stampa è troncata quasi del tutto. Va avanti, comunque, il libro per i sacerdoti: Nei raggi della vita sacerdotale, che è benedetto dal cardinale e, più tardi, l'operetta sullo Spirito Santo: Peni, Sancte Spiritus pubblicata nell'aprile 1949.
Sono
due libri-miniere sul Sacerdozio e sullo Spirito Santo, che hanno seminato e
seminano luce sui passi di tanti sacerdoti e di tanti cristiani chiamati ad
essere testimoni di Cristo con il sacramento della Confermazione.
Ma
nella Casa della Scrittura, l'apostolato delle sue figlie dirette da lui
continua intensissimo. La scuola, gli uffici, la politica sociale, il diretto
contatto con le anime per un rinnovamento dello spirito ne sono ampio campo
d'azione. Don Salvatore La Rovere, primo figlio spirituale di Don Dolindo ad
essere diventato sacerdote, santificato dal dolore di una lunga malattia muore
il 31 gennaio 1946 mentre stava per realizzare il disegno di una
parrocchia-modello, sul tipo di quella sognata da Don Dolindo nel 1916-1918;
lasciava l'eredità di 20 sacerdoti, fioriti dalla sua missione sacerdotale. Le
sorelle Lia e Maria, assistendolo a turno, non interrompono tuttavia il loro
intensissimo lavoro di apostolato. Lia dà vita a Napoli al Sindacato dei
Maestri cattolici, Maria e Lia insieme fondano con la sig.ra Notarianni ed
altre anime buone il movimento femminile della Democrazia Cristiana. Maria viene
eletta consigliera comunale (senza un minimo di spese elettorali di
propaganda) e attraverso la Pontificia Opera di Assistenza salva migliaia di
fanciulli napoletani dalla propaganda atea.
La
loro casa, diventa - con la casa dell'Apostolato Stampa - un vero porto di
mare a cui approdano tutte le creature bisognose di aiuto materiale e
spirituale.
Nella
scuola, l'orientamento è più specificamente apostolico. Elena Montella, che
insegna italiano e storia, orienta al Signore scolaresche intere e riesce a far
convertire al cattolicesimo colleghi massoni e atei, accostandoli a Don Dolindo.
Così le altre figliuole spirituali che lavorano nella scuola o negli uffici.
Ma ogni successo è nel seme nascosto della formazione ricevuta da Don
Dolindo; è nel segreto di accostare prima o poi le anime a lui, sacerdote
secondo il cuore di Dio.
La
provincia domenicana napoletana stampava nel 1951 - gennaio-febbraio - un
bigliettino sul Rosario perpetuo. Nell'esortare poi oltre che alla preghiera
anche all'apostolato attivo, lo stampato aggiungeva: «... ho visto in certe
chiese napoletane un gruppetto di signorine, guidate da dotto e santo oratore,
condurre alla predica e poi al confessionale giovani e vecchi, operai e
professionisti, reclutati dalle case, dalle officine, dalle strade. Perché non
imitare simili apostole?...». Il dotto e santo oratore «era Don Dolindo».
E
l'apostolato era il "compelle intrare" ispirato da Don Dolindo,
guidato e benedetto da lui. Era sorto così, spontaneamente, dalla sua parola
predicata.
In
una pagina del diario scritto in relazione a questo apostolato da una sua figlia
spirituale dell'Opera troviamo scritto: «Elena Montella ed io eravamo state ad
ascoltare la Messa di Don Dolindo. Era la seconda domenica dopo Pentecoste del
1947. Il Vangelo quel giorno aveva parlato dell`invito alla cena" da
molti rifiutato e della conseguente decisione del Signore di mandare il suo
servo a cercare... invitati per le strade, nei crocicchi delle strade perché
anche con la forza fossero spinti entro la sua casa... Che fossero entrati per
il banchetto i ciechi, gli zoppi, i rifiuti della società, insomma...
Don
Dolindo, quella mattina, aveva parlato, come sempre del resto, con una tale
forza di persuasione, con tal energia soprannaturale, che la parola sua era
scesa nelle anime nostre come forza ed energia di zelo e le aveva trasformate.
Sentimmo quasi come un invito ad un apostolato fatto di attività nuova: ci
sembrò che ciascuna di noi poteva essere quel "servo" che dovunque,
anche nei "crocicchi delle strade" avesse potuto rivolgere l'invito
pressante, l'invito energico dell'Amore alle povere anime cieche nelle vie di
Dio, zoppe nei loro peccati, storpie in qualsiasi movimento soprannaturale.
Elena comunicò subito a me quella fiamma di zelo che bruciava nel cuore suo e
insieme, per la prima volta, trepide e col cuore in gola, cominciammo a
rivolgere per le strade l'invito alla Grazia, al Banchetto divino, all'Amore di
Dio... ».
Da
allora, comunicata al Padre l'iniziativa, se ne ebbero tutte le benedizioni e
l'aiuto della preghiera, e questa forma di apostolato che trova l'appoggio
nella parabola del Vangelo e nell'iusta opportune et importune di san Paolo,
fu chiamata da Elena compelle intrare. E, benedetto anche dal cardinale Mimmi,
esso aprì le chiuse della Grazia a inondarne migliaia di anime.
GRAZIA
DI CONQUISTE.
PADRE
PIO
Per
l'apostolato del "compelle intrare", in obbedienza a Don Dolindo,
alcune delle sue figlie spirituali scrissero un diario che fermò nel ricordo
centinaia di episodi dai quali traspare tutto l'aiuto di Dio in questa forma di
apostolato e anche la fecondità di un'anima sacerdotale, quando trabocca di
amore per Dio e per le anime.
Dal campo politico, Don Dolindo si tenne ai margini, ma in questo campo di apostolato egli per le sue figliuole "cacciatrici" fu guida, padre, aiuto quotidiano; il piccolo "drappello" ogni giorno, prima della "caccia" era benedetto da lui.
Si
conservano i quaderni che imprigionano questi raggi di luce nei quali la mano
benedicente di Don Dolindo si leva ad assolvere, dopo che la sua parola ha
conquistato le anime... Ne riportiamo qualche pagina presa a caso, sia pure in
sintesi:
Gennaio
1950 - chiesa di San Domenico Soriano
Chiamato
dalla strada, un giovane dall'aria stravolta si lascia persuadere ad entrare in
chiesa. Ascolta la parola del Padre che predica, si commuove, è esortato a
confessarsi, cede. Voleva suicidarsi, ritrova la pace e si dimostra felice.
21
marzo 1950 - chiesa di San Carlo alle Mortelle
Un
padre e una figlia polemizzano davanti alla chiesa: la figlia - una signorina -
si era assentata senza dire dov'era andata e il padre la rimproverava
aspramente. Invitato ad entrare in chiesa, l'anziano signore accetta e viene
presentato a Don Dolindo. La figliuola, sbalordita, chiede dove sia andato il
padre... forse a confessarsi - le si risponde. Mio padre confessarsi?!! Mio
padre confessarsi! Lo sapete, signorine, che sono più di quarant'anni che non
si confessa? - Dopo un po' di tempo, il padre ritorna col volto trasfigurato
dalla gioiosa commozione: Mi sono confessato! Capite? Mi sono confessato! Che
santo, quel sacerdote, che santo!
Il
giorno seguente si accosta alla Comunione con molta pietà e dice: «Non potete
immaginare l'impressione che mi ha fatto la figura di quel sacerdote! Che
dolcezza, quale garbo nella confessione! ... Sento nell'anima un mondo nuovo!».
Lo abbiamo ancora rivisto - prosegue il diario - egli segue con passione e
assiduità le prediche del Padre e afferma: «Dal pulpito è un gigante ed è un
genio. Avvicinatelo e lo trovate tanto umile. Tutti così i grandi uomini».
Maggio
1950 - chiesa del Carmine
Il
vecchio è un omaccione zoppo, è un "guappo" dei Ventaglieri (lo si
saprà dopo).
Entra
in chiesa invitato dalle signorine. Vi entra un po' bofonchiando, poi si siede -
tossisce, ansima: malato. «Tutto a un tratto - citiamo alla lettera dal
diario - Don Dolindo fece una di quelle solite volate sulla salvezza dell'anima,
sul conto che bisogna rendere a Dio dei peccati commessi e sulla
trascurataggine che certe anime hanno nell'osservare i precetti della chiesa.
L'omaccione si scosse, guardò con più attenzione il Padre, e finita la
predica, accettò subito di venire con me in sacrestia per avere una benedizione
dal Padre predicatore. Si confessò, gli feci fare la penitenza (non ricordava
nessuna preghiera) e tutto contento andò via dicendo che l'indomani si sarebbe
fatta la Comunione.
La
gente lo guardò meravigliata. Il vecchio era tristemente noto per la sua vita
senza Dio. Dopo alcuni giorni ritornò e mi indicò un signore perché
invitassi anche lui a entrare in chiesa... sapeva che da molto tempo era
lontano dai Sacramenti».
Il
vecchio era diventato apostolo. Ma questo accadeva spessissimo.
Giugno
1950 - chiesa di San Giuseppe dei Vecchi
Don
Dolindo predica il mese di giugno. Il giovane è fermato mentre... sta per
salire sul pullman che deve portarlo al Vomero. Invitato a venire in chiesa,
prima si oppone, poi cede. Presentato al Padre s'inginocchia ai suoi piedi e
prima di confessarsi gli dice: «Padre, sono ai vostri piedi per miracolo di
Dio. Mi hanno fermato quando mi disponevo ad andare al Vomero per rissarmi con
uno che mi ha insultato. Siccome sono di carattere violento, la cosa sarebbe
finita male. - E ha mostrato al Padre la cicatrice di tre coltellate ricevute in
rissa. - Ero da parecchi anni lontano da Dio e invece di andarmi a rissare, per
finire in carcere a Poggioreale o al Camposanto di Poggioreale, ho avuto la
grazia... di Dio!». E non finiva di ringraziare.
Aprile
1950 - chiesetta dell'Immacolata a San Raffaele
Viene
fermato un uomo sulla cinquantina dall'aspetto civile. Invitato a entrare in
chiesa dice che è lontano dal Signore, ha fatto in vita sua solo due o tre
Comunioni; afferma di essere una "pecorella smarrita". La cacciatrice
insiste perché entri.
Appena
entra in chiesa, la sua attenzione si blocca su Don Dolindo, che sembra
rivolgere la predica a lui, tanto è appropriata la sua parola a quell'anima,
che subito accetta di confessarsi da lui ed esce felice dalla confessione.
Gennaio
1951 - Quarantore nella chiesa di San Severino
Un
vecchio da vari anni lontano dai Sacramenti, decisamente anticlericale e quasi
ateo. Entra, invitato, in chiesa. Ascolta la predica di Don Dolindo e afferma:
«[Nell'ascoltarlo] mi sono svaniti tutti i pensieri che avevo nella mente.
Adesso capisco che devo seguire un'altra via, che devo fare un'altra propaganda
(era attivista comunista). Mi voglio confessare questa sera stessa». Si
confessò e ne rimase felice.
L'apostolato
del compelle intrare piacque a molti sacerdoti i quali, quando la
"pesca" era abbondante (durante le tre ore di agonia del Venerdì
Santo, nelle chiese del Carmine, di San Lorenzo o di San Domenico Maggiore
erano invitati per la confessione anche 40 uomini) venivano in aiuto delle
cacciatrici e rimanevano presi dall'amore di Dio che pareva si fosse messo alla
ricerca delle sue creature per abbracciarle nei modi più miracolosi.
Molte
anime si confessarono anche nella chiesa di Santa Chiara. Il servo di Dio
padre Nicola Assuad, che era negli ultimi anni della sua vita, ne confessò
molte e un giorno disse ad una delle cacciatrici letteralmente così: «A vostra
gioia, devo dirvi che delle molte decine di anime che mi avete presentato, non
una è venuta senza una buona disposizione, non una si è allontanata senza
gioia». Avevano toccato il "filo" pieno di corrente, erano state
illuminate dal Sole che passava per la "lastra".
Avevano
ascoltata la parola di Dio predicata da Don Dolindo e si erano incontrate con
padre Nicola: un altro santo.
L'apostolato
in questa forma durò fino all'anno in cui la legge... Merlin, essendo state
chiuse le case di prostituzione, rese pericoloso fermare gli uomini per le
strade e si poteva essere arrestate per... adescamento. Don Dolindo non volle
che le sue figlie spirituali - alcune ancora giovani - si fossero messe in
tale pericolo.
Non
si girò più per le strade ma, per molti anni ancora, fino al 1967, qualcuna
continuò con l'apostolato per le case, dove si sapeva che vivevano famiglie
irregolari. E si provvide a regolarizzare decine e decine di unioni con
matrimoni per i quali, il più delle volte la ricerca dei documenti fu una
vera odissea. Per alcuni documenti si dovevano fare ricerche perfino all'estero.
Nel
diario delle "cacciatrici" sono segnati i dati precisi che di questi
matrimoni ricordano persone, indirizzi, eventi e date.
Poi,
la morte picchiò di nuovo nel piccolo ambiente dell'Apostolato Stampa. Ed in
pochi anni portò via: Angelica e Linda Lancerotto, Lia e Maria La Rovere, Elena
Montella e Franca Penturo (che era una delle ultime arrivate, la più giovane).
Si
aggiunsero gravi sciagure familiari ad inchiodare al dovere di carità alcune
delle figlie spirituali: tutto, insomma, contribuì a bloccare il compelle
intrare che, diceva poi Don Dolindo, sarebbe continuato silenzioso e più
efficace nella ricerca delle anime, con l'offerta di tanti dolori.
È
degli anni '50 l'incontro di Don Dolindo con padre Pio da Pietrelcina. Negli
anni precedenti, più volte le sue figlie spirituali si erano recate da padre
Pio per averne conforto e luce sulle travagliate vicende dell'Opera, ma Don
Dolindo non aveva mai avuto la possibilità di recarsi a San Giovanni Rotondo.
In quell'autunno del 1953, si realizzò invece l'atteso incontro. Nei suoi
ricordi Don Dolindo scrive tra l'altro le parole incredibili che padre Pio gli
disse con fervore di spirito:
«Mi
abbracciò, e benedicendomi mi disse: "Tutto il Paradiso è nell'anima tua.
C'è stato sempre, c'è, e ci sarà per tutta l'eternità"»
Poi
gli donò dei ceci benedetti che Don Dolindo potette dispensare tra i suoi figli
spirituali devoti del santo di Pietrelcina.
Don
Dolindo non aveva mai avuto un fisico forte. Da bambino era smunto, un po' per
la povertà ed un po' per i maltrattamenti; da giovane si presentava minuto,
nel suo metro e sessanta (approssimati per eccesso...), tranne una parentesi
di... "supernutrizione penitenziale" quando fu sotto processo a Roma
nel 1921; da anziano e da vecchietto, poi, non mancarono bronchiti recidivanti,
l'artrosi che a poco a poco ne incurvava la spina dorsale e giunse a piegargli
il collo ad uncino sul petto, in una dolorosa morsa cervicale (in alcuni
momenti somigliava a sant'Alfonso dei Liguori, curvo com'era diventato);
problemi di circolazione gli piagarono le gambe limitandogli fortemente il
camminare; non mancarono nemmeno l'ernia ombelicale, la congiuntivite e tante
altre complicazioni che derivarono da una intera vita di penitenze durissime
in espiazione dei mali del mondo.
Quante
volte andava alla Casa della Scrittura - ci hanno detto le figlie spirituali
dell'epoca - ed aveva la febbre alta! Non accettava rimedi di sorta. E poco dopo
lo sentivamo predicare in chiesa, come non avesse nulla. È per questo che
sembrava non dovesse mai morire.
Enzina
Cervo, che fu per anni l'amorevole infermiera di Don Dolindo, raccontava spesso
che, ormai molto avanti negli anni, Don Dolindo continuava ad abitare una
piccola stanza che d'inverno era veramente gelida. Non era possibile fargli
accettare una coperta e nemmeno una stufetta. Allora Enzina escogitò una...
caritatevole bugia; gli disse più o meno: «Padre, io non riesco più
nemmeno a servirvi bene per il freddo che fa in questa stanza: per favore, posso
portare una stufetta per scaldarmi un po'?». Don Dolindo, fu costretto a cedere
per non fare del male alla sua diletta Enzina e, finalmente, Enzina vinse la sua
battaglia!
Oramai,
la sera, dopo la predica, sempre qualcuno si prestava ad accompagnarlo ma...
non per ricondurlo a casa. Quasi ogni sera lo accompagnavano in casa di
infermi o presso famiglie nelle quali una parola buona poteva rimettere in sesto
una situazione critica... Ed il ritorno a casa spesso andava oltre le ventidue.
La sveglia era sempre alle 2.30 di notte: a quell'ora iniziava la preghiera e
poi scriveva le sue splendide pagine spirituali o sbrigava la corrispondenza che
si faceva sempre più intensa.
Questo
ritmo inarrestabile di lavoro non poteva durare per sempre. Don Dolindo aveva
raggiunto oramai i 78 anni e non dava alla sua giornata un attimo di riposo.
Quante volte nemmeno gli davano il tempo di consumare il povero pasto in
famiglia. Andavano a bussare alla sua porta a tutte le ore. Egli non rimandava
mai via nessuno: «Sono anime che vengono da me, che sono sacerdote, e vengono
da me perché sono sacerdote» - diceva - e non permetteva che qualcuno di casa,
per pietà verso la sua stanchezza, tentasse di allontanare il visitatore
indiscreto. Continuavano le predicazioni, continuavano le visite agli ammalati.
La
sera del 31 ottobre 1960 predicò nella chiesa di Caravaggio. E come sempre,
dopo la predica, rimase ad ascoltare le persone che si erano avvicinate. Lo
accompagnarono poi alla visita di un infermo. Don Dolindo, stanchissimo, si sentì
barcollare. La signora di cui aveva visitato il figlio infermo se ne accorse e
non permise che fosse tornato a casa con l'autobus. Noleggiò un taxi che lo
portò a casa.
Nella
notte, Don Dolindo volle alzarsi ma venne meno e cadde; rimase a terra per più
di un'ora fin quando la sorella se ne accorse e, aiutata da gente del palazzo,
lo mise a letto. Aveva il lato sinistro intorpidito e sbandava camminando: era
stato colpito da una trombosi cerebrale.
Il
parroco, avvertito, gli portò subito l'olio degli infermi. Fu chiamato il
medico, vennero anzi molti medici, contro la sua volontà; erano chiamati dai
familiari e da amici devoti.
Il
male non andò oltre e dopo un mese, ancora mezzo paralizzato, Don Dolindo
ricominciò ad uscire per il suo apostolato di carità.
In
tutto il periodo della malattia - hanno raccontato le figlie spirituali - egli
visse in dolcissima unione, anzi, in adorazione della volontà di Dio, pronto a
"partire", come a rimanere ancora su questa terra d'esilio.
Un
nuovo grande dolore: la morte di S. Ecc.za mons. Palatucci.
Il
declino fisico continua
«Venerdì
santo, quasi all'ora della morte di Gesù - scrive Don Dolindo - moriva mons.
Giuseppe Maria Palatucci».
Dopo
la morte del cardinale Ascalesi, questo fu un altro grande dolore per Don
Dolindo; era morto un grande amico che per la difesa dell'Opera aveva subito
dolori e umiliazioni. Era morto da santo, dopo la comunione del venerdì santo,
"abbracciato" a Gesù crocifisso.
Sempre
più raffinato dal dolore, sempre più sofferente, Don Dolindo continua la sua
vita di apostolato; solo che le uscite sono meno frequenti. E le anime corrono
a lui.
In
una lettera del novembre 1964 egli scrive:
«Dio
si serve di me per illuminare, per confortare, come ci si serve di uno zolfanello
per accendere la fiamma, di una scopa per pulire, di un misero ago per cucire,
e perfino di rifiuti putridi, per concimare...».
Ma
non perde la sua serenità e trova la forza di scherzare su se stesso, sulle sue
malattie, sulla sua... "sciosciammoccaggine" diceva lui.
I
malanni aumentano. Anche il lato destro subisce un danno circolatorio, il
camminare per lui diventa un tormento. Ma esce ancora nonostante le gambe
gonfie e piagate. E quando gliele medicano il dolore è forte ma egli lo cela
con un sorriso e scherza sui suoi malanni come sempre, salutandoli ad ogni
risveglio con un «Ciao!». Ma esce ancora per le sue visite di carità: gli
infermi hanno bisogno di conforto... Come se lui fosse stato sano...!
Sulla
scrivania intanto si ammucchiano decine e decine di lettere che egli mette in
turno di data e di importanza di carità. E stentatamente continua a scrivere,
continua a dare conforto, luci, consigli ai lontani che chiedono aiuto. E
continua a scrivere sulle immaginette: Gesù all'anima..., Maria all'anima...,
Sono io, Gesù...
Il
"cristallo" è terso e lascia passare il raggio di sole.
Siamo
nel 1965... Dietro ad una immaginetta della Madonna, Don Dolindo scrive un
pensiero per un signore polacco che... non conosce, e gli annuncia in nome di
Maria che la salvezza del mondo verrà dalla Polonia, ricordando espressamente
la celebre figura di Giovanni Sobiesky:
«Maria
all'anima - Il mondo va verso la rovina, ma la Polonia, come ai tempi di Sobiesky,
per la devozione che ha al mio Cuore, sarà oggi come i ventimila che salvarono
l'Europa e il mondo dalla tirannia turca. Ora libererà il mondo dalla più
tremenda tirannia comunista. Sorge un nuovo Giovanni, che con marcia eroica
spezzerà le catene, oltre i confini imposti dalla tirannia comunista.
Ricordalo...».
La
storia di questa immaginetta è proprio singolare. Nessuno sapeva di questo
scritto; si giunse al 1978 quando lo si scoprì, per caso, trascritto in
copia in uno dei quaderni dell'Apostolato Stampa. La figlia spirituale che lo
lesse ne rimase quasi stordita, ne parlò con le altre: era importante
recuperarne l'originale. Ma come fare? Per... canali provvidenziali che solo il
Signore può attivare quando lo ritiene necessario, si giunse, dopo molte ed
avventurose ricerche, a trovare l'originale poggiato sul fondo in una cassa
colma di documenti custoditi fedelmente dal vescovo mons. Paolo Hnilica, di
venerata memoria.
Ma
era proprio necessario ritrovarla: quella immaginetta era la profezia del
pontificato di Giovanni Paolo II. Ne parlarono i giornali del tempo, e se ne
parla ancora oggi.
Don
Dolindo, intanto, scrive, continua a scrivere, e scrive messaggi che talvolta
sembrano profezie. Scrive con caratteri sempre più incerti perché vede poco e
la mano destra funziona male. E ancora continua a ricevere persone, curvo,
spezzato in due, tanto da non poter sollevare il capo.
Il
Rev. padre Vincenzo Stefanelli diceva che quando andava a visitarlo, Don
Dolindo, curvo curvo, prendeva il cordone francescano e diceva: «Oh, san
Francesco! Chi è questo fraticello francescano...?» E si mostrava contento.
E
quando riceve visite, ancora parla, ascolta, richiama, ammonisce, illumina, con
la sua verve instancabile nel comunicare sempre qualcosa della pienezza di
grazia e di luce che egli possiede e che vuole donare fino all'ultimo, senza
riserve.
Una
delle ultime visite che Don Dolindo ricevette prima della sua morte fu quella
di padre Stefano Maria Manelli, il quale aveva conosciuto e frequentato Don
Dolindo fin dal 1948, e il 2 agosto 1970, dietro la spinta del Documento
Conciliare sulla Vita religiosa "Perfectae charitatis", iniziava
l'esperienza della Casa Mariana a Frigento, sui monti dell'Irpinia, per una vita
francescana rinnovata sui passi di san Francesco, di santa Chiara e di san
Massimiliano, guidato personalmente da padre Pio da Pietrelcina, che era stato
suo Padre Spirituale fin dall'infanzia.
A
padre Stefano Maria Manelli, Don Dolindo disse cose splendide sulla Casa Mariana
e proclamò espressamente di voler fare parte anche lui della Comunità dei
frati di Casa Mariana, profetizzando anche, a chiara voce, la futura Fondazione
dei Frati Francescani dell'Immacolata che sarebbero stati presenti su tutta la
terra, come di fatto sta avvenendo!
Oh,
la gioia di Don Dolindo con padre Stefano in quell'incontro! Ed era sempre così,
per lui, quando riceveva i sacerdoti, i religiosi!
Si
addolorava, invece, quando i sacerdoti andavano da lui senza la talare, nel
post-Concilio. Quanto se ne addolorava, internamente ed esternamente! E non
riusciva a tacere, per questo, sulle conseguenze terribili che egli vedeva
legate all'infedeltà dei sacerdoti e dei religiosi.
Le corde spezzate...
Non
si arrendeva però alla sofferenza fisica come non si era mai arreso a quella
morale e spirituale degli anni più bui. Tuttavia, sentiva pian piano venir
meno l'energia del passato, come nel racconto che segue:
«Al
celebre violinista Paganini, ad una ad una si spezzarono tre corde del violino,
re, la, mi, e vi rimase il sol, sul quale fece una meravigliosa armonia.
Scrosciarono gli applausi nella sala del concerto, e lo spezzarsi delle corde fu
un trionfo.
Nella
vecchiezza par che si spezzino le corde dell'umana attività, ad una ad una; ne
rimane una sola, e su quella può suonarsi la trionfale armonia della eternità:
sol, solo Dio! ... O Sol benedetto del mio violino, unica nota della mia
vecchiezza, o Dio solo, armonia nello stridore del mondo moderno che erra,
senza fede, tra errori ed illusioni, scordature di uno strumento sfasciato ...
».
«Vorrei
cantare un cantico alla Madonna... - aveva scritto l'11 febbraio 1960 - e mi
sento così miserabile... Scrivo piangendo... un impeto di zelo vorrebbe fare
aprire il cielo, vorrei essere un vento turbinoso che dissipa le fosche
nubi...».
Un
corpo ormai disfatto dalla sofferenza e dalle malattie, ma... non ci sembra di
rivedere l'indomito ed indimenticabile Giovanni Paolo II quando, nell'estremo
tentativo di parlare ancora ai suoi figli, pur sconfitto dal male inesorabile,
ebbe un estremo gesto che espresse tutta l'energia che ancora dirompeva dal
suo spirito gigantesco?
All'Immacolata
volle dedicare la sua ultima fatica di apostolo scrittore.
Tre
grossi volumi scritti a sbalzi, negli intervalli tra un'udienza e l'altra
delle anime, di notte. È una vera contemplazione di Paradiso che appena ai
nostri giorni si è in procinto di pubblicare.
Don
Dolindo sembra vivere solo nel desiderio del Cielo, che pure non gli è
sensibilmente aperto. Spiritualmente egli si sente al buio. Ma quando parla e
scrive è incandescente di amore di Dio. La vita continua stentata fisicamente
ma spiritualmente è un volo a cui trascina le anime, senza che egli stesso se
ne accorga.
Anche
in casa di Don Dolindo si era fatto il vuoto. Era morta la sorella Bianca, poi,
come già accennammo, il fratello parroco Elio. Dopo qualche anno ancora un
appello dal Cielo: è per la sorella Cristina. Nel 1968 muore anche il fratello
mons. Ausilio.
Dopo
la morte di questo fratello, Don Dolindo non ha più la forza di uscire. I
quattro piani, a scalini alti, del suo palazzo, diventano ormai un ostacolo
troppo grave. Egli non si regge quasi più neppure in piedi.
Il
6 agosto 1970 ha come un presagio della prossima morte. Si sente male e scrive
alle poche figlie spirituali superstiti della sua Opera, una lettera piena di
amore paterno e di dolore; in essa c'è tutto il rammarico di lasciarle, ma egli
desidera anche il silenzio. La terra è sempre più lontana, ... ma non ancora
sparita dall'orizzonte.
Nel
mondo cominciano i primi sconvolgimenti e le innumerevoli persone - laici e
religiosi - che vengono a visitarlo gliene riferiscono l'eco. Si era alle prime
"scivolate" del '68. La televisione incominciava ad entrare anche
nei conventi per essere seguita non solo nelle notizie politiche o religiose...
Il
post-Concilium è drammatico, gli comunicano le notizie più nefaste a
riguardo e se ne spaventa. Quasi sempre lo si trovava con le lacrime agli
occhi e in un'agonia di assorto dolore. E diceva che il suo pianto era per la
Chiesa, che egli vedeva dilaniata dai suoi stessi figli; la sua agonia era per
il baratro verso cui vedeva correre l'umanità, impazzita in una smania suicida.
Il
cuore ormai è indebolito, la circolazione compromessa gravemente. Una semplice
influenza, il 16 novembre 1970, si trasforma in broncopolmonite con focolai
virali di eccezionale violenza. Egli vorrebbe ancora alzarsi, lo tenta, ma
bisogna sorreggerlo e riaccompagnarlo a letto.
I
malanni non abbattono Don Dolindo. Egli, si può dire sul letto di morte, ancora
scherza sulla sua malattia: cerca di dare coraggio a chi gli è accanto e... si
illude ancora.
È
la sera del secondo giorno. Nel delirio della febbre gli sembra di vedere una
suora... suor Giuseppina dei Ponti Rossi? Sì, conferma. La Beata una volta
predisse che Don Dolindo sarebbe morto di novembre, per bronco-polmonite: è
novembre. È la polmonite. ...Un triste presentimento... Ancora si tenta di
salvargli la vita.
19
novembre 1970. Un nuovo medico, un professore universitario devoto di Don
Dolindo, ora morto, ordina altre cure e un'ipodermoclisi. Alle 17.15, mentre un
infermiere tenta l'endovena, un gemito, e il cuore del Padre cessa di battere.
È la morte.
Don
Dolindo aveva raccomandato la massima povertà nei funerali. Ne aveva scritto
in una lettera alla sig.ra Emma Chapel, data in copia dattiloscritta da mons.
Penitenti e lo aveva confermato a voce più volte.
Per
quanto fu possibile, si cercò di accontentarlo.
Portato
in chiesa, nella sua parrocchia dell'Immacolata di Lourdes, in San Giuseppe, la
mattina del 20 novembre 1970, il popolo cominciò a sfilare con viva
commozione, per salutare la salma.
La
chiesa si riempì di gente e fu necessario l'intervento di agenti dell'ordine
pubblico per disciplinarne l'accesso. Intorno alla bara si dovette formare un
piccolo cordone di giovani di buona volontà, tra cui alcuni sacerdoti, per
evitare che l'espansione popolare eccedesse nel voler toccare a tutti i costi
colui che essi chiamavano il "prete santo".
Vennero
per la dolorosa occasione molti figli spirituali che risiedevano all'estero,
alcuni dal Belgio, altri dalla Francia. Altri ne vennero dal Veneto, moltissimi
da Roma, molti dalle Puglie.
Un
figlio spirituale di Don Dolindo, allora studente universitario, oggi
ricercatore di fisica nucleare all'ENEA volle far prendere il calco in gesso del
volto e della mano destra, che generosamente ha donato all'Opera.
Il
giorno 21, dopo un corteo breve, per evitare confusione nell'incrocio del
Museo, che è affollatissimo svincolo stradale, si raggiunse il cimitero, dove
la bara fu interrata, secondo l'uso locale, nella cripta della Cappella dei
Figli del Carmelo, nel Viale Scala Santa del vecchio cimitero napoletano di
via Poggioreale.
17
novembre 1972 - Erano passati due anni dall'inumazione.
La
salma di Don Dolindo, esumata, doveva passare altrove. Per interessamento di un
parroco, figlio spirituale di Don Dolindo, e di un suo parrocchiano, il sig.
Liguori che conosceva e amava Don Dolindo, fu offerta per la deposizione nella
tomba una cappellina avuta allora in eredità dai parenti: la Cappellina
Capuano, che si trova a sinistra del Viale dei Cipressi, dall'ingresso Nord
del vecchio cimitero. Un marmo ne chiuse il loculo e vi fu scolpita questa
epigrafe con le parole che egli tante volte ripeteva e che tante volte scrisse
nelle sue lettere, in cui esortava alla fiducia in Dio:
Confida
in Dio! Quando verrai alla mia tomba, tu bussa, anche dalla tomba io ti
risponderò: confida in Dio!
Avvenne
anche un fenomeno strano: dalla salma ormai mummificata, anche se ancora flessibile
- tanto che la si potette rivestire anche di cotta e stola - vennero fuori dalla
nuca e dall'alluce del piede sinistro alcune gocce di liquido rosso vivo.
Alcuni, accostarono un fazzoletto per assorbirle. Sembrava sangue: ne fu
affidata l'analisi all'Istituto di Medicina Legale il cui Direttore, prof.
Goffredo Sciaudone, confermò l'intuizione.
Ancora
un particolare: un sacerdote francescano conventuale aveva deposto sul petto
di Don Dolindo, perché lo accompagnasse nella tomba, lo scapolare del
terz'ordine francescano, di cui Don Dolindo faceva parte. Nell'esumazione, i
vestiti, le calze, tutto fu ritrovato logoro e a pezzi: intatti, integralmente
intatti, solo lo scapolare francescano e la stola, che ancora conservano
tuttavia il cattivo odore di terra tombale.
Si
cominciò subito a chiedere, intanto, plebiscitariamente dal popolo della
parrocchia e dalle migliaia di anime che lo avevano conosciuto in vita, che la
salma di Don Dolindo fosse traslata in chiesa.
Per
consiglio di Sua Eminenza il cardinale arcivescovo di Napoli, Corrado Ursi, si
raccolsero le firme di quanti desideravano la traslazione. Se ne riempirono
quattro grossi volumi, pieni di migliaia di firme (precisamente, ventimilasettecentoventisei)
e con tutti i documenti si presentò la pratica che, nella sua illuminata bontà
e con l'adesione del collegio curiale, il cardinale approvò in pieno. La
pratica fu completata anche nei suoi particolari di garanzie mediche e civili e
il giorno 12 ottobre 1974, con enorme partecipazione di popolo, la salma fu
portata nella parrocchia dell'Immacolata di Lourdes e San Giuseppe dei Vecchi in
via Salvatore Tommasi e, con solenne concelebrazione presieduta dal vescovo
mons. Vittorio Longo, fu tumulata accanto all'altare di san Giuseppe, nella
navata della grotta di Lourdes.
Quando
si trattò di scegliere le parole adeguate per comporre il testo
dell'epitaffio, ci si chiese cosa scrivere. Due figlie spirituali si recarono
al cimitero, nella cappella che ancora custodiva la salma di Don Dolindo, e
con semplicità filiale pregarono il Signore perché Don Dolindo le avesse
aiutate a scegliere tra i suoi scritti quello che lui avrebbe preferito...
Aprirono a caso il libro dell'autobiografia, che avevano portato con loro. Le
pagine si aprirono sul "cantico alla Chiesa" riportato poi sulla
tomba:
Mi
lasciasti come mutilato nel mio sacerdozio, o santa Chiesa di Dio, potato dalla
tribolazione; ma nessuno mai poté distaccarmi da te... E il mio sacerdozio fiorì
proprio nell'umiliazione terribile e come edera dalle cento radici s'avvinghiò
al tuo Sacerdozio eterno, o Gesù.
L'Opera
di Don Dolindo dopo la sua morte.
Gli
eredi
Il
grave cruccio di Don Dolindo era il futuro dell'Opera. La stampa dell'opera
scritturale era bloccata, è vero, ma c'erano tutti i manoscritti inediti che
egli, nella luce di Dio, vedeva come seme che presto sarebbe fiorito nella
Chiesa: decine di migliaia di pagine da stampare ancora. Chi avrebbe potuto
guidare, dopo la sua morte, le sue figliuole rimaste in poche? E nessuna giovane.
E nessuna che desse affidamento di capacità organizzative: le migliori se
n'erano andate in Paradiso... a chi affidare l'Opera?
Nel 1968, Padre Dolindo aveva conosciuto mons. Giulio Penitenti. Gliene avevano parlato alcuni amici di Roma, e poi qualcuna delle sue figlie, che aveva avuto occasione di conoscerlo a Roma, nella sede dell'Oikoumenikon, l'opera da lui fondata.
In
principio fu una semplice conoscenza. Venivano tanti sacerdoti da lui, e mons.
Penitenti era uno di questi.
Finalmente
la decisione.
Don
Dolindo, un giorno, alle poche figlie spirituali rimaste, disse:
«Dopo
aver molto pregato, sento che è volontà di Dio che devo lasciare erede
dell'Opera mons. Penitenti».
Tuttavia,
dopo un primo, lungo periodo di assidua partecipazione al lavoro dell'Opera di
Don Dolindo, i membri dell'Oikoumenikon, pressati dai loro propri impegni di
apostolato ecumenico, preferirono lasciare alle figlie spirituali di Don
Dolindo ogni iniziativa riservandosi la supervisione del lavoro svolto.
Il
Signore intervenne sempre con la sua bontà a sostenere il lavoro intenso ed
incessante delle figlie di Don Dolindo; e questo aiuto non mancò mai fino a
quando esse furono in vita ed alla guida dell'Apostolato Stampa.
Mai
stampato un libro: della stampa, infatti, fino al 1940 si era sempre occupato
personalmente Don Dolindo con l'aiuto delle prime sorelle dell'Opera.
La
generosità di Ersilia Cavaccini, in effetti, procurò il denaro necessario per
il primo volume da stampare. Si riuscì a trovare una tipografia affidabile, fra
le tante. Attraverso alcuni sacerdoti, figli spirituali di Don Dolindo,
inoltre, si potette affidare la revisione delle prime due pubblicazioni al
vescovo di Sessa Aurunca, mons. Vittorio M. Costantini, e così per le
successive pubblicazioni. Il Vescovo di Sessa Aurunca, con paterna bontà, ne
accettò l'onere, e da allora fu guida generosa e paziente per ogni lavoro.
Si
iniziò, dunque, la serie delle pubblicazioni, incominciando con un libro in
nome della Madonna. Perchè con un libro mariano? Perchè era facile pensare che
così avrebbe cominciato anche Don Dolindo..., e il libro scelto portava il
titolo: Maria, chi mai sei tu?
Il
ricordo di Don Dolindo non si è mai potuto spegnere nella memoria di quanti lo
hanno conosciuto personalmente. Molti ne parlano ai più giovani; molti altri
"incontrano" Don Dolindo per le vie più strane ed inimmaginabili.
Tutti ne ricevono grazie, specialmente quella della conversione o di un
maggiore approfondimento della vita spirituale, per merito soprattutto dei suoi
scritti. È dunque comprensibile come alcuni anni dopo la sua morte, dopo aver
valutato nella preghiera l'opportunità di questa iniziativa, si sia
costituito un foltissimo comitato per la richiesta dell'apertura del processo
canonico per la causa di beatificazione e di canonizzazione di Don Dolindo.
Per
circa trent'anni, di fatto, si è svolto, a cura di padre Antonio Maglione
O.f.m. Conv., il lavoro di raccolta delle testimonianze e di trascrizione
degli inediti delle opere di Don Dolindo, ma moltissimo lavoro resta ancora da
fare e si cercano volontari che vogliano concorrere per poter ridurre i tempi
di lavoro.
Si
giunge così ai primi anni del terzo millennio. Le sorelle dell'Opera sono
ormai troppo avanti negli anni per proseguire da sole. Insieme con i successori
di mons. Penitenti si concorda di trasferire la proprietà dell'Opera in altre
mani... più giovani. Attualmente, la proprietà e la direzione dell'Opera
nata dalle mani di Don Dolindo per volontà di Dio, e della causa di
beatificazione, sono pervenute nelle mani dei Francescani dell'Immacolata
(frati, suore e laici) di padre Stefano Maria Manelli, al quale Don Dolindo
disse, profeticamente: «Vengo con te... Faccio parte della tua comunità... Vi
affido alla Madonna!».
Al
di là dei tempi necessari per la conclusione della causa di beatificazione -
che, per ragioni tecniche, potrebbero essere anche molto lunghi - i Francescani
dell'Immacolata si stanno occupando prevalentemente della diffusione degli
scritti, avendone attivato anche la traduzione in lingue straniere, e la
conoscenza dell'Opera di Dio attraverso canali mediatici.
Ma
c'è da pensare di far conoscere la spiritualità di Don Dolindo anche
attraverso centri di studi aperti a sacerdoti, religiosi e laici, guidati da
sacerdoti che conoscano e condividano gli insegnamenti di Don Dolindo.
Anche
questo progetto richiederà, però, anni di preparazione prima di poter essere
attivato convenientemente e fruttuosamente.
Sul
bene che le anime ricevono dagli scritti di Don Dolindo c'è intanto la
testimonianza di varie centinaia di lettere di altissime personalità, di
vescovi, di sacerdoti, di religiosi e religiose, di teologi, e di laici.
Insomma,
c'è tanto e tanto lavoro da svolgere. Tante volte ci si sente insufficienti ad
affrontare tanto impegno futuro ma, con Don Dolindo, rivolti a Gesù, ripetiamo
sempre:
Confido
in Te!