DON DOLINDO RUOTOLO (Servo di Dio)

"SACERDOTE SANTO" (Padre Pio)

POSTULAZIONE GENERALE DEI FRANCESCANI DELL'IMMACOLATA

Casa Mariana Editrice "Apostolato Stampa"

1a Edizione

 

Imprimatur

+ Antonio Di Donna

Vescovo Ausiliare di Napoli

12 marzo 2008

 

Casa Mariana Editrice "Apostolato Stampa"

Vico Strettola Santa Teresa degli Scalzi, 4

80135 Napoli

Tel/Fax 081/5447003

 

PRESENTAZIONE

Da molti si avvertiva e si avverte la necessità di avere una vita di Don Dolindo Ruotolo che non impegni alla lettura per mesi interi, ma che si possa leggere in pochi giorni venendo a conosce-re le cose più importanti e più edificanti dell'esi-stenza di questo «Santo Sacerdote», di questo «Santo Apostolo di Napoli», come san Pio da Pietrelcina definì Don Dolindo.

Orbene, con il presente volumetto su Don Dolindo Ruotolo, si vuole appunto accontentare quanti aspettano una breve, ma ricca vita di Don Dolindo, per conoscere la sua eccezionale perso-nalità di santo sacerdote, di grande apostolo, di geniale scrittore, di ardente predicatore, di straor-dinaria guida spirituale, in oltre sessant'anni di Sacerdozio.

Ciò non significa, però, che si debba rinuncia-re a leggere anche altre biografie più volumino-se e, soprattutto, conoscere la sua grande auto-biografia che, insieme ai suoi numerosi scritti, costituisce una vera miniera di cose sante ed edificanti per illuminare e rafforzare la nostra vita di fede, la nostra vita cristiana oggi così insi-diata e messa in pericolo da questo mondo «posto tutto sotto il maligno» (1 Gv 5,19).

Quel che si chiede, a chi legge Don Dolindo, è l'impegno a vivere cristianamente secondo la fede viva e la pratica delle virtù, alla scuola di Don Dolindo, e, nello stesso tempo, l'impegno particolare di pregare perché si affrettino i tempi di avanzamento e di conclusione del processo canonico di Beatificazione e di Canonizzazione di Don Dolindo, a gioia nostra e di tutta la Chiesa.

La Postulazione Generale dei Francescani dell'Immacolata

 

INTRODUZIONE

Per conoscere Don Dolindo...

Il titolo dato al volume che per la prima volta raccolse la storia di Don Dolindo Ruotolo, fu questo: Fui chiamato Dolindo, che significa dolore.... E dolore, infatti, fu la vita di Don Dolindo Ruotolo: dolore che lo purificò fino a renderlo cristallo tersissimo attraverso cui la Parola di Dio sgorgata dalla Sorgente si diramò in mille e mille rivoli di luce che illuminano ancora oggi menti e cuori.

Veramente difficile è parlare del sacerdote Dolindo Ruotolo nello spazio di questo libretto. Ma vale la pena tentare di catturare l'attenzione di quanti ancora non lo conoscono.

Apparentemente, un sacerdote come tanti, nella città di Napoli, Don Dolindo certamente volle essere uno fra i sacerdoti più poveri e na-scosti, laddove con il suo ingegno e con i suoi talenti avrebbe potuto diventare ben famoso ed apprezzato. In realtà, dietro la figura alquanto dimessa di Don Dolindo si celava un gigante della spiritualità. Una via di mezzo, potrebbe dirsi, tra un francescano ed un carmelitano, tra san Francesco e san Giovanni della Croce: in-namorato della più assoluta povertà e del più geloso nascondimento; innamorato ancora più "follemente" della Santissima Eucaristia e della Madonna, della Chiesa, del Papa, del Sacerdo-zio, della preghiera e delle anime; immerso per quasi tutta la vita nella notte oscura di prove e tentazioni indicibili.

La missione che Dio volle affidargli è difficil-mente sintetizzabile nelle poche righe qui a disposizione. Essa si potrebbe definire come o-pera universale di affermazione di Gesù Cristo Nostro Signore in tutte le attività, in tutti gli a-spetti, gli ambienti ed i momenti della vita uma-na, a gloria di Dio Padre per intercessione di Maria Santissima.

Un bel programma, non c'è che dire... Ma come si sarebbe sviluppato?

Lo dice lui stesso in una lettera ad una figlia spirituale:

«[ ...] io l'ho sintetizzata (quest'Opera) sempre in questo programma semplicissi-mo:

fare risorgere la coscienza cristiana, in noi e negli altri;

propagare la Fede cattolica e viverne; conoscere le verità divine ed apprezzarne la magnificenza;

servire Dio in tutto e cercarlo in tutto; onorare la Vergine Santissima, l'Angelo Custode, i nostri Santi avvocati».

Niente di straordinario, dunque: quello che già conoscevamo ma, nota Don Dolindo:

«E sempre doloroso il constatare che a tanti cuori cristiani e sacerdotali possa apparire novità!».

Ma come realizzare questo progetto di «nuo-va evangelizzazione»? Risponde ancora Don Dolindo:

«I mezzi che possono condurci alla rea-lizzazione di questo programma, neppure sono nuovi assolutamente parlando:

chi ha fede si mette in comunione intima con Gesù;

chi ha fede spera in Lui la grazia per ope-rare;

chi ha fede si abbandona totalmente in Lui;

chi ha cognizione del proprio nulla, rico-nosce tutto da Dio solo!

A me pare che questo non sia né un esal-tarsi né una novità!».

Tutto questo, per la mediazione del sacerdote. Non di Don Dolindo, si badi bene, ma del sacer-dote, colui al quale Gesù stesso demandò il com-pito della mediazione fra Lui ed il genere umano: «Che Gesù possa comunicarsi ad un sa-cerdote suo è strano? Ma se Egli gli ha dato la sua stessa potestà, come potrebbe essere strana una comunicazione sua? [...]». Don Dolindo, infatti, non dette mai impor-tanza alla propria persona. Nonostante abbia vis-suto esperienze mistiche veramente incredibili per noi poveri mortali, nella sua inconcepibile umiltà disse di sé:

«Si badi ora a questo che dico: io credo di non essere mai stato elevato alle unioni mistiche con Dio, dalle quali sento come sono lontano; ma il Signore a sprazzi mi ha fatto intendere, con un piccolo saggio pas-seggero, che cosa esse fossero».

Ma poi, contraddicendosi con la sua prover-biale ingenuità, in tante e tante occasioni dovette ammettere che nessuna cosa egli faceva o scrive-va che non fosse, in realtà, mossa da Gesù, pre-sente in lui per il suo carattere sacerdotale e per il particolare rapporto che egli aveva con l'Eu-caristia.

Ed ecco il senso dell'Opera di Dio: una rin-novata vita eucaristica, cioè il contatto personale e consapevole dell'uomo con Gesù vivo e vero, la disponibilità a lasciarsi trasformare in Lui come rimedio alle miserie che affliggono l'uomo e che si riflettono su scala sempre più ampia fino ad investire il mondo intero e le sue lotte fratricide.

I doveri e le varie attività del sacerdote: la celebrazione eucaristica quotidiana, la recita del Breviario, la cura delle anime con la confessione, i sacramenti e la direzione spirituale, i conforti religiosi agli ammalati e ai moribondi, la Parola di Dio: tutto fatto in unione e per la mediazione di Gesù Cristo Nostro Signore, il quale solo, può rendere gloria a Dio nella maniera veramente adeguata, può riparare per le nostre miserie, e dare valore alla nostra preghiera ed alle nostre attività.

Ma non solo il sacerdote: i laici devono u-gualmente attingere alla vita eucaristica, e pos-sono farlo con quasi uguale profitto.

Molto scrisse, Don Dolindo, su questo tema, anzi: moltissimo! Si tratta di opere prestigiose per il loro contenuto teologico, ma anche grade-volissime per il suo modo di scrivere semplice, chiaro, comprensibilissimo da tutti; e talora delicato, poetico. L'opera più famosa è il Commento alla Sacra Scrittura in 33 volumi. Ma sono stati pubblicati, o sono in corso di pubblica-zione, altri scritti molto significativi di carattere ascetico e mistico. Notevole anche la sua produ-zione di musica sacra. Negli ultimi anni è stata incisa su CD una gradevole selezione di brani musicali per organo composti da Don Dolindo.

Per la diffusione delle sue opere Don Dolindo fondò l'Apostolato Stampa. Quest'opera è rima-sta attiva fino ai nostri giorni grazie all'instanca-bile lavoro delle ultime figlie spirituali di Don Dolindo. Diamo merito alle signorine Enzina Cervo e Nina Scotti - da poco passate al Cielo - e ad Ester Scelzi, ancora fra noi, per quest'opera.

L'Apostolato Stampa, oggi condotto dai Fran-cescani dell'Immacolata, è attualmente im-pegnato nella diffusione a livello mondiale delle opere di Don Dolindo, anche mediante traduzio-ni; il sito www.dolindo.org attivato da un gruppo di volontari devoti di Don Dolindo ha conferito nuovo impulso alla diffusione delle sue opere.

Don Dolindo potrebbe apparire, fermandosi alla lettura di questa premessa, un contemplati-vo... serioso, lontano dalla realtà della vita e tutto concentrato nel suo dolore e nei suoi voli mistici. Non è così. Piuttosto, anche solo ad una prima spigolatura fra i suoi scritti, Don Dolindo cattura per la simpatia di napoletano verace, con la quale spessissimo si esprime con i suoi figli spirituali, e per la semplicità del suo dialogo, a volte pro-prio giocoso, con Gesù. La sua sensibilità e la sua carità lo spingevano ad accostarsi alle miserie dell'uomo in un sacrificio che fu abnegazione totale, per tutta la vita.

Né rimase "separato" dalle vicende del mon-do, belle o brutte che fossero. è un sacerdote proiettato nel futuro in ogni senso. Tra l'altro, non disdegnava di interessarsi anche di scienze; spesso, in futuro, avrebbe attinto alle scienze ed alla tecnologia del suo tempo per utilizzarne esempi che inseriva nelle sue "parabole" e "paragoni" - come il Maestro Gesù - per farne applicazioni della fede alla vita quotidiana, com-prensibili per le anime. Su questi temi si manten-ne aggiornato per tutta la vita, informandosi attraverso la stampa e attraverso alcuni figli spi-rituali dotti nei vari campi. Riportiamo, a questo proposito, un paragone per spiegare il senso della vita eucaristica, è del 1921 ed è scritto in nome di Gesù...

«Voi pensate molto a voi stesse, vi pre-occupate di voi e non riflettete che Io (Gesù) sono in voi come una corrente che ha bisogno di essere applicata per muovere tutto.

Che cosa ne fate di un telegrafo voi se non chiudete il circuito elettrico? L'appa-recchio che poteva fare sentire la vostra voce nei posti più remoti e più solitari, è inutile quando non è applicato. Che impor-ta che voi dalla stazione trasmittente non avvertite che rumori e non vedete nulla? Applicate la corrente, ed infallibilmente all'altra stazione voi avrete uno scritto, un telegramma.

Oh, quanta attività potreste voi avere nel cielo per mezzo mio, se aveste fiducia in me! Ogni volta che mi state davanti in un atto di fede, ogni volta che mi adorate, che mi pregate, io mi dilato verso di voi; allora sono veramente vivo per voi, allora la mia misericordia si diffonde. Rinnovate spesso la vostra fede e fate tutto alla mia presen-za, pregandomi solo di guardarvi. Il mio sguardo è vita, il vostro sguardo è suppli-ca; Io guardandovi vi illumino, voi guar-dandomi vi umiliate... In questo sguardo scambievole sta il segreto di una vita com-pletamente eucaristica!».

... ed anche questo gustosissimo... autoritratto spirituale:

« ... Io non ho altro dono straordinario che la mia stupidità e la mia miseria.

Di questa nullità sono lieto, come sono lieto di quelli che riconoscendola, mi di-sprezzano. Mi farebbe pena il disprezzo che mi attribuisse intenzioni che non ho, come quello di chi pensasse che io mi creda qualche cosa; ma anche questo penoso di-sprezzo, penoso per mancanza di verità, è un isolatore benefico dell'anima, che le impedisce i... "corti circuiti" della natura e lo spegnersi della luce di Dio.

Ogni compiacenza di noi è come un corto circuito, un polo, che a contatto con la terra, polo negativo, scintilla, scarica la corrente della grazia, fulmina la valvola di sicurezza, che è la santa umiltà, e lascia l'anima al buio. Io non ho altra ricchezza spirituale che questi isolatori della corren-te di grazia che passa per la mia nullità, come sacerdote, nel compimento della mis-sione che il Signore mi ha dato: illustrare la sua Parola, glorificare la Chiesa sua nella mia immolazione, annunziare il suo Regno con la tenacia di una speranza che non si scrolla.

Nelle tempeste. La mia speranza è come il salvagente tra i flutti: è sospinto, sballot-tato, ma non affonda.

Sono come una povera valvola di radio, che sta tutta nel suo stesso vuoto e, chiusa nella cassetta dell'apparecchio, non brilla, non si accende, ma raccoglie l'onda e la trasmette. Non può fare altro.

Non sono un occhio aperto sul futuro; non sono una corrente di radiografia che irradia i raggi Roentgen e penetra nel segreto: io sono un nulla, un vuoto dove risuona la voce del Signore, come vibra una corda su cassa armonica. La cassa non è la corda e se volete che vi dia un suono, non può darvelo. E se la percuotete, ha una cupa risonanza di vuoto che non serve a nulla».

Ancora più originali, le Considerazioni sul volo di Glenn, scritte nel 1962 in occasione di uno dei primi voli spaziali, a cui Don Dolindo pose come sottotitolo: Elevazione dell'anima nella via della perfezione e nella conquista del-l'eterna vita, in cui paragona le diverse fasi tec-niche del volo spaziale a quelle dei moti dell'ani-ma anelante a Dio: dal volo spaziale al volo del-l'anima,... ma... sono troppo lunghe per ripor-tarle in questa sede; bisogna leggerle e meditarle a fondo.

Per Don Dolindo, del resto si sa, la scienza e la tecnologia non sono un elemento negativo della civiltà; anzi, sono un'adeguata manifestazione dell'intelletto donato all'uomo dal suo Creatore: solo, bisogna tutto rapportare a Dio, altrimenti la scienza e la tecnologia diventano strumenti dia-bolici di distruzione dell'uomo e del suo ambien-te. E non pare, questa, una vera "profezia" rispet-to a ciò che stiamo constatando ai nostri giorni, allorché vediamo cosa possono diventare le acquisizioni scientifiche e le loro ricadute tecno-logiche nelle mani di ricercatori senza "credo" e senza scrupoli?

 

Ricordiamo al lettore che per questo lavoro valgo-no le disposizioni di S.S. Urbano VIII in ossequio alle quali "ai fatti narrati in questo volume va presta-ta soltanto la fede voluta dalle testimonianze addotte; non si intende prevenire in alcun modo il giudizio della Chiesa".

 

 

INIZIA LA SUA VITA

Nascita, infanzia, adolescenza...

6 ottobre 1882. In una Napoli popolare, quella dei quartieri più poveri del centro storico, in Vico Carbonari a Forcella n. 12 o 16, 3° piano, nasce, dall'ing. Raffaele Ruotolo e da Silvia Valle, il piccolo Dolindo: biondo, paffuto e tranquillo bambino, il cui avvenire avrebbe lasciato una traccia profonda nella Chiesa non solo napoleta-na. Una vita intensissima, nell'apparente medio-crità del quotidiano lavoro ministeriale; tanto intensa e significativa che Don Dolindo riceverà l'obbedienza di lasciarne una memoria scritta da ben due confessori.

Lo scrupolo col quale Don Dolindo segnò i particolari piacevoli e spiacevoli della sua vita può testimoniare quanto egli tenesse alla verità dei fatti e non si può escludere che l'autobiogra-fia, scritta da lui "col giuramento solenne di dire la verità", così come constava a lui e come se ne ricordava, può essere una guida sicura nel seguire le fasi di questa esistenza singolare e tutta donata a Dio. La sorella Emma, ultima superstite della sua famiglia, che aveva letto e riletto con immen-sa sua soddisfazione le pagine dell'autobiografia, affermava che tutto, proprio tutto quello che vi era scritto era vero.

 

La famiglia e la prima infanzia

Raffaele Ruotolo era figlio di un sarto, Silvia Valle discendeva invece da famiglia nobile, "quasi tutta caduta in povertà". Dal loro matri-monio nacquero 11 figli; Dolindo era il quinto figlio.

Scrive Don Dolindo:

«Papà mio aveva per abitudine di im-porre ai suoi figli nomi che spesso coniava egli stesso con un significato speciale: dopo la morte di Giuseppina, egli impose sem-pre i nomi di Gesù o di Maria ai suoi figli. Il mio nome Dolindo significa dolore; lo formò egli stesso, e mi confidò, quando avevo 14 anni, che me lo aveva imposto con una previsione curiosa. Egli mi diceva: "Io sento che tu devi essere non già un sa-cerdote comune, ma un apostolo, e sento che non per caso ti ho maltrattato tanto nell'infanzia".

Egli mi aveva reso veramente "dolore", come si rileverà da quello che dirò.

Fui battezzato il giorno 11 dello stesso mese di ottobre».

La differenza di ceto sociale fra i genitori si faceva avvertire sempre più, e il matrimonio en-trò in crisi molto presto.

Don Dolindo, ricordando la sua prima infan-zia, rivive penosi episodi di dolore.

«Papà mio era nervoso. Essendo l'unico in casa che si era elevato ad una condi-zione più civile, egli era riguardato come padrone, e questo concorreva ad inasprire il suo carattere. Com'era, poi, abituato in una famiglia dove si viveva di lavoro, era molto economico, da rasentare l'avarizia. Si ricorda fra i parenti che egli, con i pochi "grani" che il nonno dava ai suoi figli ogni settimana, aveva avuto la costanza di accumulare 25 "pezze" di argento. Papà mio, quindi, aveva nel suo carattere una ri-strettezza che contrastava col carattere e con l'educazione di mamma.

Mia madre era nobile, abituata in un ambiente signorile, servita da servitori in livrea. I suoi zii e le sue zie erano alla corte del Re di Napoli. Un suo zio, sacerdote, Francesco Valle, era cappellano del Re Fer-dinando di Borbone».

La madre era di carattere mite e cercava di attenuare o evitare gli scontri violenti... i figli erano divisi fra la tenerezza materna e la violen-ta severità del padre, e il piccolo Dolindo ne sof-frì molto.

Della severità del padre spesso parlava anche la sorella Emma; Don Dolindo scrive:

«Papà era estremamente nervoso e per un nonnulla ci batteva. Egli ci percoteva con un finocchietto le carni emaciate dalle privazioni. Era tanto il terrore di papà che, quando sentivamo il campanello della porta, Elio ed io correvamo a nasconderci. Io mi nascondevo persino in uno dei cas-settoni laterali di una scrivania, dove vi entravo rannicchiandomi, tanto ero picco-lo».

E, a proposito dell'estrema povertà della fami-glia, aggiunge:

«Ricordo che per sfamarmi in un modo qualunque, andavo raccattando i residui delle erbe dalle immondizie: torsoli di fi-nocchi, foglie di ravanelli e simili, e li fa-cevo... ad insalata. Avevo un poco di olio e di aceto mescolati insieme, che conservavo in un manico vuoto di tegame di Marsiglia; con quello condivo l'insalata e poi scuote-vo le foglie e i torsoli appena unti, per con-servarlo novellamente per un'altra volta.

Andavamo sempre mezzo scalzi per mancanza di scarpe, o dovevamo adattarci a mettere gli stivaloni vecchi di papà. Era un problema trascinarli appresso, e non difendevano dal freddo».

Già dalla prima infanzia, però, Dolindo sen-tiva arcani raccoglimenti e desideri di penitenza e raccontava che a meno di quattro anni - quan-do gli riusciva - metteva in bocca della polvere di chinino per sentirne l'amaro e partecipare un pochino alle sofferenze di Gesù.

«Quando la mamma si levava al matti-no, verso le quattro, io mi levavo con lei e le stavo vicino mentre, facendo il caffè, essa pregava.

Ero tanto piccolo, che la mia testa non arrivava a superare l'altezza del focolare. Ricordo che, avendo solo tre o quattro anni al più, stando in piedi e poggiato sulle ginocchia materne, le dicevo: Io sarò sacer-dote...

Ricordo che amavo la solitudine, benché fossi molto vivace. Ero attratto assai dagli spettacoli naturali e soprattutto dal sole. Quando entrava il sole nella stanza, io mi sentivo pieno di gioia, mi sedevo in terra e mi sentivo l'anima tratta in Dio.

Non sapevo pregare ancora e ricordo che mi sentivo una tranquillità interna, una pace che mi faceva rimanere immobile e pensavo a Dio».

 

L'adolescenza

«Difficile e selvaggia» egli definisce nell'au-tobiografia la sua adolescenza. Sull'infanzia innocente era scesa una cortina che - egli affer-mava - ne velò l'intelligenza, a renderlo quasi ebete. Le liti in famiglia, l'incomprensione fra i genitori, un regime di fame sconvolsero l'intimo sensibile del giovinetto. Egli non divenne un ribelle ma si isolò in un mondo suo, sofferto tra miserie e disordini. Gli insuccessi scolastici si ripetevano e lo convinsero di essere scemo. Il perché di questi insuccessi, nella confusione mentale che li provocava, trova radici anche nel metodo assurdo preteso dal padre di costringere Dolindo a studiare in casa sotto la guida dei fra-tellini che ne sapevano... quanto lui, e su libri la cui conoscenza doveva calargli in testa copiandoli meccanicamente e imparando tutto a memoria. Per di più, era costretto, per non sporcare il tavolino di casa, a studiare «per terra, appoggiato ad un gra-dino di marmo» che d'inverno lo faceva gelare. Con simile preparazione Dolindo era stato presentato agli esami di ginnasio ... e con arguto umorismo egli ne ricordava gli episodi che si concludevano con la bocciatura.

Di quel periodo, Don Dolindo racconta anche un episodio tragicomico:

«Il mio abbigliamento era originale: un vestito unto e sdrucito, un berretto in-grassato a visiera, le scarpe rotte... In gior-ni determinati della settimana, dopo lo studio di classe vi era, in palestra, a scuo-la, la lezione di ginnastica. Era allora che io... mettevo in esposizione i miei cenci.

Una volta non avendo cosa mettermi addosso, fui costretto ad indossare un vec-chio calzone di... papà, al quale raccorciai io stesso, semplicemente, con una sforbi-ciata, i gambali. Me lo fermai, quindi, alla vita con uno spago.

Ero pronto per la palestra.

Com'era logico, fui deriso dai compagni;

ma il colmo avvenne quando fui chiamato per il salto alla balestra.

- Pronti? Viaaa!

E corsi al salto. Si spezzò lo spago che reggeva i calzoni e lasciamo andare quel che avvenne...

Mi allontanai pieno di vergogna.

Alla fine dell'anno, feci gli esami; fui ri-provato, ebbi un mondo di percosse e dovetti ripetere la classe ancora una volta. Comunque, nella scuola, non appresi nulla: né il bene né il male».

Nei particolari di questa fase della sua vita egli riconosceva un misericordioso disegno di Dio che gli velò l'intelligenza in un periodo in cui la malizia avrebbe potuto renderlo più colpevole e rovinargli per sempre l'anima. Neanche la prima Comunione scosse l'apatia del giovanetto, che si accostò a Gesù a 11 anni: «non capì nemmeno di ricevere Gesù».

Ma «Gesù Sacramentato non venne invano nel (suo) cuore». Poco a poco Dolindo cominciò a provare un certo trasporto per la vita spirituale e "sentì" rinascere nel (suo) cuore i santi raccogli-menti dell'infanzia.

Dio si faceva spazio in quel cuore di fanciullo, sul caos di un mondo interiore che ne aveva spento ogni luce, anzi, proprio la Santissima Eu-caristia avrebbe assorbito la sua vita, ogni suo interesse e sarebbe stata la missione della sua vita.

 

La tragedia familiare

Dolindo aveva 14 anni quando il padre e la madre giunsero dolorosamente alla separazione, ma non fu nemmeno allora la pace.

La sensibilità del fanciullo risentì moltissimo tutto il peso della drammatica situazione. Lasciata la casa, sua madre si trasferì in casa del fratello con i suoi otto figli: nuovi disagi e nuove privazioni. Venne allora la decisione di chiudere in collegio i due figli più grandi: Elio e Dolindo. Essi furono accettati nella Scuola Apo-stolica dei Preti della Missione di san Vincenzo dei Paoli, in via Vergini, a Napoli.

«Mio fratello ci entrò molto a malincuo-re - scrive Don Dolindo - ma non ebbe il coraggio di dirlo. Io ci entrai come un ebete: io non capivo nulla...».

In realtà - diceva Padre Dolindo - sia la madre che i figli credettero erroneamente che si trattas-se di un collegio come un altro, dal quale, a voca-zione accertata, si poteva uscire come sacerdote secolare. Ma non era così. Il collegio preparava alla vocazione vincenziana.

Iniziava per Dolindo un altro erto sentiero che s'inerpicava fra triboli e spine verso il mistero di un tormentato cammino di Dio.

 

LA VITA RELIGIOSA

Collegiale nella casa dei Vergini

Era l'8 giugno 1896. Fu un giorno memora-bile per Elio e Dolindo Ruotolo.

Nel racconto che ne fa Don Dolindo nell'auto-biografia e che tante volte ricordava a voce, è viva l'impressione di pace, di solennità che l'am-biente della grande casa che li accoglieva fece sull'anima sua ancora agitata per le dolorose vicende familiari.

La vita ordinata del collegio ed il cibo suffi-ciente certamente dovettero rimettere un po' in sesto il suo fisico sciupato ed esile. L'inizio della scuola con gli studi regolari riportò il giovinetto alle dolenti note dei suoi trascorsi scolastici. E ritornarono - anche se in tono più spento - le incomprensioni provate a casa sua.

Scriverà dopo molti anni, in una lettera: «Come spiegare che, andato nella casa religiosa dei Vergini, passai i primi tre anni fra umiliazioni e pene di ogni genere, e mi si tolsero gli abiti nuovi, per rivestirmi di cenci, fino al punto che mi proibirono di uscire? Erano anche strani i compagni che mi odiavano, il professore che mi metteva zero in tutto, pur essendo il primo della classe, che mi faceva avere castighi ogni giorno per questi zeri; erano strani il pre-fetto che mi puniva, il Rettore che mi bat-teva, il censore che mi metteva zero alla lingua quando parlavo bene, zero al silen-zio quando facevo scrupolo della più picco-la mancanza di regola?».

Ancora si andava sviluppando il misterioso disegno di Dio, ma a questo punto il giovane Dolindo incominciava ad intravedere la meta luminosa che gli si prospettava: il sacerdozio. E comprese che solo due binari ben fermi nella vita potevano condurlo al traguardo: l'intelligente consapevolezza della vocazione e tanto amore a Dio, da testimoniare con l'esercizio delle virtù.

Nel cammino dell'esercizio delle virtù si inol-trò decisamente, incoraggiato e guidato dai supe-riori; alla sua intelligenza... pensò la Madonna, alla quale chiese aiuto. Ed in proposito egli narra nell'autobiografia, un episodio che egli definisce "strano" e che fu certamente singolare, se ne determinò l'intelligenza da un'ora all'altra; così scrive Don Dolindo:

«[...] Recitavo con i condiscepoli il Santo Rosario, ed avevo davanti a me que-sta immagine, appoggiata ad un libro. Dissi alla Madonna: O mia dolce Mamma, se mi vuoi sacerdote, dammi l'intelligenza, perché lo vedi che sono un cretino.

D'un tratto, genuflesso come ero, mi as-sopii, l'immagine si mosse, per vento o per grazia speciale, non so dirlo, mi toccò la fronte e mi risvegliai dall'assopimento con la povera mia mente pronta e lucida. Discorrevo di tutto, verseggiavo, ero un altro; ma solo, allora come ora, per ciò che glorificava Dio. Per il resto ero e sono un autentico cretino. Ricorro a te, Mamma mia, e tu m'illumini... quanto sei bella! [...]».

Da un giorno all'altro Dolindo divenne, così, un allievo intelligente, anzi geniale e studioso.

Questa immagine della Madonna egli la conser-vò e la chiuse in una comicetta a formare un qua-dretto che ancora oggi è conservata fra i ricordi di Don Dolindo.

La prima confessione generale fu per lui un momento di grazia: avvenne nel 1898 ed egli da questa data fa iniziare quella che chiama la sua conversione.

Gli esercizi spirituali gli fecero un gran bene e dopo un periodo tormentato dalla malattia degli scrupoli, finalmente ritrovò l'equilibrio interiore che lo portò al noviziato con grande fervore e consapevolezza.

 

Noviziato e studentato

Anche questo periodo fu tribolato come ri-sulta dalla sua testimonianza giurata, nell'auto-biografia. Ne scrisse in questi termini:

«Era strano al noviziato anche quell'uni-co compagno col quale ero (eravamo due soltanto) che mi colmava di insulti e di maltrattamenti, che diceva che doveva avere la soddisfazione di vedermi all'infer-no? Tutto questo non poteva derivare da stranezza ma da un disegno di misericor-dia, da un disegno che preparava il cuore mio. Dio non ne ha avuto che gloria ed amore!».

Con questo compagno ebbe un chiarimento e tutto finì in una cara amicizia.

Il periodo dello studentato - egli racconta - fu veramente felice.

«I compagni, qui, mi volevano bene - racconta -. Io ero il più piccolo di tutti e mi consideravano capo: mi chiamavano "papà" e nelle questioni che facevano, l'ar-bitro ero sempre io. Dicevano allora "vediamo papà che decide" e come dicevo io così facevano».

 

I voti religiosi

Pronunziò i voti religiosi nella più grande a-ridità di spirito, «solo intellettivamente»; era compreso dell'atto di immolazione che egli fa-ceva al Signore. Furono voti religiosi, voti "vin-cenziani" dai quali egli avrebbe potuto sentirsi libero (tranne quelli che lo legavano al sacerdo-zio) una volta uscito di Comunità: egli invece li osservò tutti e per tutta la vita, come risulta da centinaia di testimonianze.

I voti vincenziani erano quattro; oltre la ca-stità, povertà, e obbedienza, c'era quello della perseveranza nella congregazione col dovere di evangelizzare i poveri.

Egli afferma:

«Per misericordia di Dio, fui fedele agli obblighi contratti e il Signore non permise che io li avessi rescissi neppure quando uscii di comunità, perché anche allora io non volli firmare la carta nella quale mi si esortava a domandare la dispensa dai voti. Vivendo nel mondo, io li ho sempre osser-vati anche più rigorosamente, specialmente la povertà, la castità e il voto di evangeliz-zare i poveri».

In modo particolarissimo osservò il voto di obbedienza, non certo alla maniera dei religiosi - non lo avrebbe potuto, dopo che uscì dall'Ordine dei Vergini per diventare sacerdote secolare - ma fu obbediente al confessore, ai vescovi, alla santa Chiesa: fino all'eroismo. Di questo diremo in seguito.

 

SACERDOTE DI CRISTO

Sacerdote in eterno

Il 24 giugno 1905 Don Dolindo fu ordinato sacerdote. Con le disposizioni d'animo di cui parla nella sua autobiografia: come per la pro-fessione dei voti, egli chiese al Signore di non dargli fervore sensibile perché potesse seguire tutta la cerimonia in piena consapevolezza, ade-rendovi intellettivamente in piena lucidità.

Intanto Don Dolindo continuava ad appassio-narsi anche alla letteratura: amava molto leggere la Divina Commedia; questo periodo, però, lo considerò sempre un tempo di dissipazione.

Il dolore di un'incomprensione lo riportò al fervore: il dolore è sempre purificatore, egli affermava. Nel 1906 fu trasferito a Taranto.

 

A Taranto

Don Dolindo non aveva mai fatto un viaggio; il più lungo, forse, era stato quello di Napoli-Secondigliano, dove con la famiglia, talvolta si trasferiva in estate e dove la madre prese resi-denza dopo che si divise dal marito. Secondi-gliano era un centro rurale alle porte di... Napoli.

Di natura timida, inceppata per l'educazione ricevuta, il viaggio a Taranto gli sembrò un viag-gio al... Polo Nord. Per giunta il compagno che gli fu dato, il padre Volpe, era la sua antitesi. Più anziano di parecchi anni, padre Volpe era una vocazione adulta. Nella vita privata era stato commerciante. Svelto, pratico della vita, sembra-va al giovane Don Dolindo l'appoggio naturale per la sua timidezza. Si aggiunse che il sacerdote era anche il suo superiore e Don Dolindo gli si affidò ad occhi chiusi, subendone tutte le stranez-ze, quante con la solita lealtà egli ne racconta nelle sue pagine d'autobiografia. Scriverà poi:

«Non avrei mai immaginato che con il superiore che mi era stato dato io avrei incominciato a Taranto un secondo, ma vero noviziato. [...] Quando egli scendeva in cappella per predicare, io gli andavo appresso, gli toglievo la zimarra, gliela rimettevo dopo la predica, lo servivo, e poi rimanevo tra i seminaristi ad ascoltare e pregavo.

La mia preghiera era continua perché la lotta interiore era grande. Il demonio mi tentava in tutti i modi: mi tentava a non scendere in cappella, a non fare al Padre i servizi che gli facevo, a rimproverarlo; ma grazie a Dio, vincevo e tacevo, anzi mi sforzavo di fargli con vero amore le più grandi cortesie e... ne ero pagato con sba-ruffi che più mi acuivano poi la lotta inte-riore.

La mia missione di annientamento era cominciata».

Taranto fu una tappa della sua vita addirittura disastrosa, eppure egli, pur ricordandone i momenti che dovettero essere dolorosissimi, ne parlava con serenità, come di avvenimenti che non mancavano a volte di umorismo, ed i suoi rac-conti erano così vivaci e arguti che non potevano non suscitare spesso l'ilarità più schietta in mezzo alle sue brave figlie spirituali.

 

Alcune lettere ai familiari

Un piccolo gruppo di lettere ai familiari ci riporta a questo periodo passato ai Vergini dal diaconato al sacerdozio. Si tratta di lettere di un certo interesse dalle quali si ricava qualche linea del carattere di Don Dolindo. Anzitutto che Don Dolindo non aveva la testa tra le nuvole e pensa-va talvolta anche alle... cose di quaggiù: senza drammi e in piena serenità. Spesso allegramente, come stiamo per leggere:

Napoli, 9 giugno 1905

Scrive alla mamma e dandole la notizia che sarebbe stato ordinato sacerdote il 24 giugno la informa di attendere la sua venuta «per quelle piccole spesoline che potranno occorrere» e con-tinua:

«[...] se fosse possibile, essendo io pro-fessore di 16 alunni, desidererei una guan-tiera di dolci come quella che fece per Elio, per darla ad essi, ed una più piccola per i miei compagni...» E poi, da buon napoleta-no, continua: «Intanto, mettendoci soli 12 centesimi a secco e senza dirlo a nessuno, giochi 9, 12, e 24. Se il Signore vuole, potrà benedirla.. . ».

Taranto, 7 gennaio 1906

Sappiamo quante difficoltà ebbe a Taranto, ma scrive alla madre:

«Mi fa piacere che lei gode perché io qui sto contentissimo, ma non mi fa piacere quella parolina ambigua che lei soggiunge nell'ultima sua del 13 ottobre "contento relativo all'umanità che soffre sempre". No, cara mammà, ha sbagliato il numero e il portone: contento assolutissimo, senza che l'umanità ne soffra niente; contento tale da non potersi immaginare che da me che lo ho! Come ho scritto ad Elio non è tanto l'ambiente, no, è il compagno che mi fa stare contento, e quindi lei può stare sicurissima di tutto».

Se si legge l'autobiografia di questo perio-do... si nota che Don Dolindo stava attraversan-do un periodo per niente facile, e il suo "compa-gno" che lo fa "stare contento" è lo strano supe-riore che quando mancava il servo gli faceva fare i servizi più umili del servo: pulire la ritirata del Seminario, spazzare il corridoio, lavare i piatti, trasportare mobili, ecc., a lui... sacerdote..., fin quando il Signore non dispose diversamente.

Taranto, aprile 1906

Scherza con la madre, preoccupata per il fi-glio Elio, in procinto di partire per il servizio militare...

«...lei nientemeno pensa di avvertire Elio di non rispondere ai superiori quando dovrà fare il soldato per evitare di essere fucilato. Oh, povera mamma a che mai lei va a pensare? Nientemeno alla fucilazione di Elio? E se Elio dovrà essere fucilato, io dovrò essere per lo meno scannato, e Maria (la sorella) impiccata. ... Lei sa che deve fare? Deve pensare che Elio sia diventato papa ed io vescovo di Panecuocolo... Deve figurarsi che Elio mandi lettere per tutto il mondo, per comandare ai vescovi di dargli dei... denari, e che io, dall'alto di una cat-tedra faccia la figura del caciocavallo o del citrullo ... ».

Dolindo giovane era allegro e rimase così fino all'ultimo della sua vita. Con i suoi cari era affet-tuosissimo, pieno di premure e di delicati pensie-ri. Non terminava la lettera senza mandare alla mamma e ai fratelli mille baci e gli dispiaceva sapere i suoi in gravi difficoltà economiche.

In una lettera dell'aprile 1906 si firmava: aff.mo figlio ecc. cappellano della pezzenteria e pezzente egli stesso con il seguito dei titoli ecc. ecc. e consigliava due... terni per il gioco del lotto.

Sempre da Taranto tranquillizzava la madre scherzando sulle sue preoccupazioni per i figli:

24 novembre 1906

«...i suoi sogni corrispondono disgrazia-tamente alla più schietta realtà; qui di notte i lupi si arrampicano fin sulle fine-stre e per discacciarli occorrono i medesimi fucili che serviranno ad Elio quando dovrà fare il soldato: già io nell'altra lettera le avevo narrato il mio viaggio ad Oria e l'as-salto funesto dei lupi e dei briganti» (cioè... di qualche tafano!)...

In una lettera al fratello Elio, il 7 gennaio 1907, Dolindo gli raccomanda di essere tranquil-lo per lui perché - dice - «non ho passato nessun guaio venendo qui». Ma di lì a poco è trasferito a Molfetta.

 

A Molfetta e poi a Napoli, richiamato dai superiori

Il trasferimento a Molfetta fu dovuto allo scontro con un tale, protetto dal vescovo; il tra-sferimento da Molfetta a Napoli per lo scatenarsi di «una fiera lotta» contro di lui e contro il padre Volpe che, nel frattempo, era stato trasferito a Lecce per un brutto malinteso di cui Don Do-lindo avrebbe subito le conseguenze fino alla fine dei suoi giorni (ed oltre... !).

 

La veggente di Catania

Attraverso il padre Volpe, Don Dolindo aveva conosciuto una umile donna di Catania alla quale si attribuivano doti di veggente: «Era una donna del volgo, dell'età di 35 o 36 anni» scrive Don Dolindo. Si chiamava Serafina Gentile e viveva a Catania, lavorando come infermiera o donna di servizio.

Nell'autobiografia c'è un ampio racconto dei fatti che determinarono calunnie di credulità e di ignoranza contro Don Dolindo e padre Volpe.

Credettero alle "visioni" della Gentile? Il padre Volpe certamente sì. Don Dolindo seguì ciecamente il padre Volpe in tutto quanto questi gli diceva sul conto della donna; la conobbe, però, personalmente; ebbe occasione di esaminarla per alcuni giorni e ne ebbe una buona impressione, che gli faceva escludere ogni ribalderia o ingan-no dalle intenzioni di lei.

La presenza di un bimbo, figlio della sorella di Serafina, un bimbo che ella chiamava Amore, rovinò la situazione. S'imbrogliarono le lingue, si diffuse la voce che la Gentile parlasse addirit-tura dell'.incarnazione dello Spirito Santo in quel bambino, e si aggiunse la diceria che Don Dolindo e padre Volpe credessero a questa panza-na.

Chiamato a chiarire, il padre Volpe difese la Gentile contro i superiori dell'Ordine. Trattan-dosi di difendere il suo superiore ormai nei guai, a sua volta Don Dolindo credette suo dovere il dire che il padre Volpe non era colpevole e che non aveva affermato essere quel bimbo l'incarna-zione dello Spirito Santo. Se pure si fosse potuta supporre una manifestazione dello Spirito Santo in forma di bambino, come ne avvenne la mani-festazione in forma di colomba sulle rive del Giordano e di fuoco nel cenacolo - come è ripor-tato nella Sacra Scrittura - questo era ben diverso dal parlare dell'incarnazione dello Spirito Santo: ce ne correva di distanza!

 

Espulso dall'Ordine dei Vergini

Non fu creduto. Si continuò a dire che col Volpe aveva sostenuto quell'idiozia (sarebbe troppo chiamarla... eresia) e fu deferito al Sant'Uffizio.

Padre Volpe, un po' strano, Don Dolindo gio-vane senza esperienza, andarono al Sant'Uffizio con l'idea di compiere un'alta missione di giu-stizia e di carità. Fecero leggere gli scritti della donna (quasi analfabeta) e l'impressione che ne riportarono i giudici fu negativa. Volevano che Don Dolindo avesse firmato una dichiarazione in cui doveva affermare che la donna era una "brif-falda", un'ingannatrice. Egli non volle firmare, non potendo in coscienza affermare una cosa simile.

Fu privato della Messa e spedito a Napoli. Col padre Volpe fu espulso dall'Ordine. Sospeso a divinis, fu accolto in casa dalla madre.

 

RIDOTTO A SERVO DI FAMIGLIA

In casa, dopo l'espulsione

In principio fu accolto con circospetta bontà, poi, nonostante ogni buon proposito, i familiari incominciarono a dubitare della sua innocenza e lo isolarono come... scomunicato.

Egli raccontava tanti episodi di questo periodo (come il teschio di cartapesta messogli sul letto dalla sorella Cristina, quale richiamo alla conver-sione), e sapeva raccontare con tale spirito di umorismo che chi ascoltava quasi dimenticava che in quel periodo il povero Don Dolindo soffrì la fame, il freddo e il disprezzo delle persone che egli amava di più.

Nell'autobiografia è narrata la... "sceneg-giata" dell'esorcismo, che egli ricordava spesso quando riandava a quegli anni lontani di dolore. Ma senza amarezza, solo con una profonda rico-noscenza al Signore che lo aveva purificato in tal maniera per dargli forza a proseguire nel cammi-no che gli aveva tracciato.

Con la sua formidabile memoria storica e col suo abituale umorismo, egli raccontava che un giorno... verso le dieci del mattino...

«Giunsero alla spicciolata due fratelli della madre, uno dei quali con la moglie. Un parlottare a bassa voce, un evitare di proposito il povero Don Dolindo.

Un'altra bussata di campanello; entra una certa Marietta, amica di famiglia, e porta in mano, con aria ammiccante, una bottiglina... Ultimo arrivo: Il penitenziere della Cattedrale di Napoli, mons. Andrulli. La sorella Cristina avvicinò Don Dolindo, dicendogli che il penitenziere della Catte-drale desiderava parlargli...

- Signore, pensaci tu! - disse con santa rassegnazione, ed entrò in salotto. L'assemblea era plenaria. Con mons. An-drulli c'erano la mamma, le sorelle, gli zii, la zia e donna Marietta.

Entrato Don Dolindo, donna Marietta aprì la bottiglina misteriosa, gli gettò addosso tutta l'acqua santa che conteneva e con aria spiritata fuggì via.

Gli zii, urlando, si lanciarono sul povero Padre e lo tennero fermo perché pensa-vano che appena fosse cominciato l'esorci-smo, il diavolo che, secondo loro dogmati-camente doveva stargli in corpo, avrebbe dato in smanie...

La mamma e le sorelle piangevano... Don Dolindo, tra lo stupito e lo sdegna-to, domandò cosa fosse quella scena da manicomio.

Mons. Andrulli allora, l'unico che era in quel momento perfettamente compos sui, con dolcezza disse che era venuto per esor-cizzarlo: si temeva per lui un caso di osses-sione diabolica... Tutta la calma, la costan-za che dimostrava in tanto infuriare di tempesta non era certo cosa ordinaria... E se c'entrava il demonio? Accettava, in piena libertà, di lasciarsi esorcizzare?

Don Dolindo si dichiarò felice di sotto-mettersi, attraverso l'esorcismo, ad una benedizione della Chiesa ma, natural-mente, a patto che tutti uscissero dalla stanza.

Il Padre durante le preghiere si sentì in un raccoglimento profondo, avvertì una grande pace, un'unzione tutta sopranna-turale, una grande unione con Dio.

Finite le preghiere, con quel senso di umorismo che non lo abbandonava mai, nemmeno nei momenti più tragici della sua vita, Don Dolindo disse al Penitenzie-re: «Monsignore, è tanta la pace che sento nell'anima che due sono i fatti: o io non ho il diavolo in corpo o Voi... non lo sapete cacciare!».

Mons. Andrulli, commosso, gli rispose: «Coraggio, figlio mio, Dio è con lei: Egli le darà la forza a tanto patire!».

Nel frattempo i fatti - abbondantemente tra-visati - furono riportati sulla stampa e contribui-rono a peggiorare la reputazione del nostro prota-gonista; in conseguenza di questi ultimi fatti sia Don Dolindo sia padre Volpe si trovarono com-pletamente emarginati.

... Ma anche questo faceva parte del piano divi-no.

Non mancò neanche la denuncia in questura come... promotore di una setta segreta, che si tra-sformò per lui e il padre Volpe in un'ottima occa-sione per parlare di Dio al Commissario e ai poli-ziotti presenti. Della cosa s'impossessarono i giornali dell'epoca e si conservano ancora copie di quei fogli che si gettarono sul ghiotto boccone della "veggente" Serafina Gentile e dei due preti che sostenevano "l'incarnazione dello Spirito Santo". In famiglia naturalmente fu la bufera. «Divenni l'obbrobrio di tutti - scrive nell'auto-biografia - abbandonato da tutti, trovai conforto solo in Gesù: solo con Gesù io potevo sfogar-mi!». L'aveva abbandonato infatti anche il padre Volpe, per la cui difesa egli si era rovinato.

 

Servo in casa dei parenti

Non potendo continuare ad essere totalmente di peso alla famiglia, colse l'occasione di un incontro fortuito e di un invito... generoso da parte di parenti che ne ebbero pena e lo vollero accogliere per dargli un po' di aiuto. Ma presso di loro si ritrovò a lavorare come factotum in un negozio e in ultimo lo si ridusse quasi ad essere servo dovendo egli spazzare, spolverare e adat-tarsi ad altri servizi.

Egli ricordava quei giorni in piena serenità e affermava che anche questo era la volontà di Dio sulla sua vita. I suoi cugini erano molto buoni e non si accorgevano nemmeno di quanto egli sof-frisse. Egli non lo mostrava certamente e d'altra parte voleva guadagnare il boccone che gli veni-va offerto; ma il suo patimento era principalmen-te il sentirsi un sacerdote ridotto così.

La situazione, intanto, si faceva insostenibile e la famiglia lo pressava.

 

IN CALABRIA E IN CAMPANIA

A Rossano Calabro

Il vescovo di Rossano Calabro, mons. Maz-zella, che Don Dolindo aveva conosciuto a Ta-ranto e a cui chiese aiuto, lo accolse nella sua diocesi e lo nominò suo segretario. Gli ottenne da Roma anche la facoltà di celebrare la Santa Messa.

Fu in questo periodo che egli, pur tanto po-vero, fece il voto di celebrare la Santa Messa senza riceverne l'obolo.

Alla mamma, che, allarmata insieme ai suoi di famiglia, lo pregava di non obbligarsi con un voto che lo avrebbe costretto alla povertà, «es-sendo - diceva ella - la Messa l'alimento del prete», Don Dolindo rispose con una lettera nella quale apre l'anima sua, chiarendo i motivi del voto:

«Rossano, 16 giugno 1910

Carissima mamma,

... il consiglio suo, riguardo al mio voto è ispirato da una prudenza che è umana, sì, ma che in questi limiti è pure saggia. So bene che, in linea generale, come stanno oggi le cose, la Messa è l'alimento del prete, ma io voglio fare un'eccezione e met-termi nelle mani di Gesù ed immolargli tutto me stesso, ma tutto, senza alcuna riserva... Facendogli voto di non pigliare elemosina mai, io gli cedo il mezzo del mio alimento, dirò, e mi vengo a costituire nelle sue Santissime Mani in un abbandono più che filiale, in una dedizione completa...

...Dopo di essere stato tre anni in tanta miseria, alla mia natura piacerebbe avere un sollievo materiale; ma io voglio essere vittima del Cuore di Gesù, voglio immolar-mi per Lui, nella rinunzia totale, completa di me e delle cose mie! Lei mi dice che sono giovane e che non so "ciò che mi succederà nella vita"... Oh, sì, mio Gesù! è il fiore fresco che io voglio offrirti, il fiore che fa pena a strappare, ed io prostrato sul tuo cuore, voglio sfrondarlo per te, impallidi-sca per te, muoia per te solo. Oh, Gesù! Qual sacrificio sarebbe il mio se ti offrissi ciò che non mi bisogna, ciò che è superfluo alla mia vita?».

Dopo qualche tempo, la famiglia, adducendo gravi motivi di necessità economiche, a insaputa di Don Dolindo, scrive al Vicariato di Roma per-ché gli fosse dispensato il voto e il Santo Padre concesse la dispensa.

«Ne ebbi un dolore profondo - scriverà nell'autobiografia Don Dolindo -. Comun-que, avevo fatto quel voto per amore di Gesù; per lo stesso amore curvai la fronte dinanzi alla volontà del Papa...».

Il periodo di Rossano Calabro fu denso di apo-stolato con gran frutto di bene spirituale. Fin negli ultimi decenni della vita di Don Dolindo, dalla Calabria andavano da Don Dolindo anime che da lui erano state dirette; tra queste le sig.ne baronessine Laura e Gabriella De Rosis e la sig.ra Teresa Ariani. Quest'ultima, anch'ella di nobilissima famiglia, ha lasciato un'interessante testimonianza del periodo in cui Don Dolindo fu segretario di mons. Mazzella. Ella scrive tra l'altro:

«Roma, 28 dicembre 1972

...conobbi Don Dolindo Ruotolo nell'anno 1912, a Rossano Calabro. Dal dotto e santo ar-civescovo mons. Mazzella, mio direttore spiri-tuale, ho sentito solo elogiare lo spirito di pre-ghiera, di umiltà, di penitenza, l'intelligenza non comune del giovane religioso, suo ospite...

A Rossano, l'edificante comportamento di un si' povero e pio sacerdote destava devozione e ammirazione, ed alcune anime di elevata condi-zione sociale si stimavano fortunate di avvicinar-lo, chiedergli preghiere e la sua edificante paro-la...».

 

Di nuovo a Napoli

Nel 1913 - lo apprendiamo dalla sua autobio-grafia - a Napoli Don Dolindo incominciò un fervente apostolato di carità negli ospedali e fu chiamato anche a predicare il mese di maggio nell'Albergo dei Poveri ed in varie chiese vicine.

Fu in quella occasione che con fermezza e co-raggio potette contribuire alla riabilitazione post mortem di un sacerdote, calunniato in mezzo al popolo e passato all'eternità subito dopo aver celebrato la Messa, ai piedi dell'altare.

«Don Dolindo - commenta il vescovo mons. Costantini nella sua nota all'autobiografia - che nei propri confronti cede sempre e lascia che... Dio ci pensi, nel confronto degli altri non dubita mai di prendere posizioni chiare di difesa dell'in-nocenza e della giustizia».

Fu anche in questo periodo che cominciò a scri-vere pensieri, esortazioni e anche... rimproveri dietro le bellissime immaginette che si procurava anche a prezzo di sacrifici economici. Ne scriveva ogni volta che aveva un ciclo di predicazioni e le distribuiva come capitava: arrivavano quasi sem-pre alla persona giusta.

E i pensieri dietro le immaginette divennero uno strumento di apostolato validissimo. Ne scrisse nella sua vita centinaia di migliaia e moltissime sono conservate nell'archivio dell'Apostolato Stampa; tantissime di quelle immagini furono apportatrici di luci singolari, di risposte individuali e intime alle anime, spesso straordinarie intuizioni di avvenimenti a lui igno-ti: infinite testimonianze lo asseriscono.

 

L'INSEGNAMENTO E LA GUIDA

La scuola di religione

Le prime figlie spirituali

Don Dolindo predicava nella chiesa di San Gennariello in zona Materdei, chiesa che fu ab-battuta per lasciar sorgere la "Casa dello scu-gnizzo".

Carmela Uccello, la domestica di casa La Rovere, andò ad ascoltare le prediche. Ne rimase entusiasta e ne parlò alla sig.ra La Rovere e alle figlie invitandole a venire ad ascoltare una paro-la di Dio che "scendeva nell'anima".

Era il 1916. Più per condiscendenza che per entusiasmo, Lia e Maria La Rovere vi si recaro-no con la madre. Ne restarono letteralmente col-pite.

Contemporaneamente Linda Lancerotto fa-ceva la medesima esperienza, ascoltando quelle prediche che sembravano penetrare nell'intelli-genza e nel cuore, e svuotarli delle cose terrene per riempirli di Dio.

Chi erano Maria e Lia La Rovere? Chi era la loro mamma? Chi era Linda Lancerotto?

Sono state le prime figlie spirituali dell'Opera di Don Dolindo e furono al fianco di Don Dolindo fino alla morte, rimanendogli vicine anche nel momento della lotta più aspra, come vedremo.

Mamma La Rovere non aveva grande cultura, era tuttavia intelligentissima, pratica, e piena di fede. L'incontro con Don Dolindo la rese la "donna forte" che seppe dare esempi di religiosi-tà e di vita evangelica degni dei santi.

Lia La Rovere era già maestra titolare di scuo-la elementare, nonostante la giovanissima età, poco più di venti anni, quando conobbe Don Dolindo. Ne ricevette il nome di vocazione: Lia di Gesù buono e le fu affidato il compito di "rap-presentare", per esserne riparatrice, la ragione umana.

In queste due linee, c'è tutto il profilo di Lia: un cuore santamente generoso e tenero per i poveri; un'intelligenza superiore, critica, acuta, freddamente ragionatrice.

Anche Maria La Rovere insegnava nelle scuo-le elementari avendo vinto brillantemente il con-corso ad appena diciotto anni. Quando conobbe Don Dolindo, frequentava l'università dove si laureò in lettere e filosofia.

Maria di Gesù Eucaristia rappresentava nell'Opera il mondo. Intelligenza brillante, spe-culativa; era attivissima ed aveva il carisma del-l'organizzazione, con la sorella Lia, e questo... temperamento dinamico dovette mitigarsi con molta fatica se nel 1937 Don Dolindo fu costret-to a... prescriverle una terapia medica piuttosto drastica:

«Sciroppo di concentrato di carocchie contro la litocefalite acuta (testa di pie-tra).

Distillato di càuci (calci) per le volute deficienze alimentari: concentrato di lo-gica per regolare le tue attività.

Contro l'insonnia: andare a letto e dor-mire».

Dott. Asino di Cavezza».

Di queste consorelle sarà il caso di dire an-cora qualcosa in seguito, quando la loro vita si innestò in pieno alla croce di Don Dolindo.

Linda Lancerotto, laureata in filosofia, inse-gnava nelle scuole elementari. Quando incontrò Don Dolindo aveva circa quarant'anni. Fu una delle colonne dell'Opera e veniva chiamata "pri-mogenita". Linda era una letterata, un'intelligen-za superiore, un'anima assetata d'amore di Dio, ma che visse sempre nel deserto di un'aridità dolorosissima. Ciò non le impediva di essere in continua preghiera. Spesso la notte la passava in ginocchio con l'anima tesa nella volontà fermis-sima di amare il Signore adorandolo nei taberna-coli del mondo.

Il primo epistolario di Don Dolindo ad essere pubblicato, Il piccone che scava i brillanti, con-tiene un buon gruppo di lettere rivolte a lei. Il Rev.mo padre Gabriele Allegra O.F.M. - il noto biblista chiamato il san Girolamo d'Oriente ed oggi Venerabile - la definì «anima santa e privi-legiata». Queste le prime anime che conobbero Don Dolindo e per le quali la sua predicazione fu una folgorazione di Dio.

Nell'agosto del 1916 Maria La Rovere chiese a Don Dolindo di andare a casa sua per istruire la sua famiglia nella religione e chiarire alcuni dubbi che nella scuola universitaria venivano profusi "a piene mani"...

Don Dolindo accettò non senza esitazioni. Egli era naturalmente restio ad ogni iniziativa e il più delle volte il Signore doveva "forzarlo" a fare qualcosa di particolare nell'apostolato: non per pigrizia, no, ma per non intralciare, diceva lui, il piano di Dio sulla sua vita. Temeva sempre di sé e non prendeva mai decisioni avventate, e per ogni cosa diceva sempre: «Preghiamo e chiedia-mo al Signore che ci dia luce».

A mamma La Rovere e alle sue figlie «si aggiunse poi anche il papà, l'avvocato La Ro-vere». L'intera famiglia godette di quelle chiaris-sime, luminose spiegazioni, tanto da sentire il bisogno di comunicare ad altri la propria soddi-sfazione. All'università, molte studentesse erano in crisi di fede e vollero conoscere Don Dolindo aggiungendosi al piccolo gruppo familiare. Divennero numerose, al punto da spingere il Padre a chiedere il permesso per tali riunioni.

Gli fu concesso dal vicario, mons. Laviano. La sua fu "alta scuola" di teologia: l'uditorio era esi-gentissimo, critico e ferrato in umane e... aber-ranti teorie laiciste. Si unì, dunque, anche Linda Lancerotto con la sorella Romilda alla frequenza delle lezioni in casa La Rovere.

Interessante anche dire qualcosa sull'entrata di Ersilia Cavaccini e di Elena Montella.

Ersilia Cavaccini era coetanea di Don Do-lindo e sua ex compagna di scuola; era laureata in Medicina e Chirurgia e specializzata in Pediatria, Psichiatria, Ginecologia, ed in piena attività pro-fessionale. Ersilia era reduce da una esperienza sentimentale-religiosa. Richiesta in sposa da un collega, ella quasi ne aveva accettato la proposta, tanto più che questo medico intendeva sposarla per poi partire insieme con lei alla volta dell'Africa, in Eritrea, dove avrebbero lavorato come medici missionari.

Ma il medico era protestante e questo, per Ersilia, era un motivo grave di perplessità. Un matrimonio misto? La differenza di credo avreb-be resa perfetta la loro unione? In alternativa di sì e di no, prevalse il no.

Fu anche in questo periodo che, aprendo a caso l'Imitazione di Cristo, Ersilia vi aveva letto delle parole che le erano rimaste scolpite nel-l'anima: «Magister adest et vocat te: il Maestro è qui e ti chiama».

«Dopo profonda crisi spirituale - scrive Ersilia - mi restò un vivo desiderio di conoscer meglio la mia fede, di approfondirla, di viverne concre-tamente».

Passarono due anni. Ersilia, sperando sempre di concretizzare la sua vocazione come medico missionario, si iscrisse all'Orientale per un corso di lingua araba. Fece amicizia con l'unica allieva del corso, Ester Panetta (che divenne poi inse-gnante di arabo proprio nell'Istituto Orientale di Napoli).

Ester Panetta era tra quelle che frequentavano il corso di religione di Don Dolindo, e risolse di presentare Ersilia a Don Dolindo. Ne fu felicissi-ma e prese a frequentare il corso.

«In un giovedì di novembre, Don Dolindo trat-tò l'altissimo mistero della Trinità... l'esposizio-ne dottrinale del mistero, arricchita da paragoni e analogie sempre incalzanti, tratte da ogni campo dello scibile, concentrò pienamente la mia atten-zione. La parola limpida e calda di fede era così avvincente che a un dato momento la mia mente fu tratta in alto, quasi in un'estasi intellettua-le.

Quando entrò nell'Opera, Ersilia si chiamò, per questo, Ersilia della Santissima Trinità.

Tra le prime chiamate abbiamo anche quella di Elena Montella.

Era allieva dell'Istituto Superiore del Magi-stero di Napoli.

«L'insegnamento di filosofia era tanto letale al mio spirito - scrisse poi Elena - che bevevo stol-tezze ed errori senza che quasi me ne accorgessi».

Di carattere analitico, critico, Elena era una letterata.

Lo studio in lei era una passione e vi si era dedicata con tutto l'entusiasmo dei suoi vent'an-ni. D'Annunzio era dei suoi autori preferiti aven-done letto e gustato tutte le liriche e qualche pagi-na delle prose. Di D'Annunzio ella amava lo stile (allora molto di moda) e il pensiero poetico e ci volle il bello e il buono, da parte di Don Dolindo, per sradicare queste deviazioni cerebrali dalla mente sua, come da quella di tutte le sue figliuo-le scienziate e letterate.

Non poteva mettere, il Signore, intorno a Don Dolindo, delle menti più difficili da plasmare. Elena cominciò a frequentare il corso di reli-gione.

Di quelle lezioni Elena e Maria facevano te-soro: esse riferivano a Don Dolindo tutte le teo-rie filosofiche che venivano loro insegnate da professori massoni ed atei e Don Dolindo chia-riva ogni cosa nella verità dell'ortodossia catto-lica, provocando nell'Istituto universitario gu-stosi dibattiti fra professori e discepole nei quali, molto spesso, i professori si dichiaravano vinti. E vennero altre reclute alla scuola di religione.

Anna Rocco: studentessa in matematica e fisi-ca, che poi si sposò e insegnò negli istituti supe-riori; ebbe attività sindacale e difese sempre con serietà e profondità di principi il Movimento Cattolico nella scuola.

Maria Curcio: anch'ella studentessa di ma-tematica. La giovane presto si ammalò grave-mente e fu curata dalla carità di Linda e Romilda Lancerotto. Guarita miracolosamente a Lourdes, dopo il matrimonio tornò ad ammalarsi e morì giovane.

Tra le più vicine a Don Dolindo, in quel pe-riodo, anche due sorelle figlie di genitori atei... militanti. Da loro avevano assorbito tutto lo spi-rito critico, calandolo in un temperamento di una sensibilità particolarmente accentuata. Letterate, nei loro scritti c'era tutto lo stile dell'epoca, un po' di maniera, molto sofisticato, obbediente alle più severe regole dell'estetica...

Per la frequentazione con l'ambiente di Don Dolindo, i genitori delle due ebbero una conver-sione miracolosa.

Tra le giovani del corso di religione, vi fu anche Pina Ferraro, studentessa universitaria che, dopo la laurea, prese il velo religioso presso le suore Benedettine del Santissimo Sacramento di Catania.

Ricordiamo qui anche la terza sorella di Linda Lancerotto: Angelica, che visse un po' più ai margini dell'Opera perché risiedeva in provincia di Napoli, dove insegnava. La sua caratteristica era la carità eroica.

Per quasi tutte ci fu, periodicamente, un... profilo psicoattitudinale; ne riportiamo uno fra i tanti (i corsivi traducono per i non napoletani); quello che segue è dell'agosto 1921:

«Lia, figlia mia, tu hai bisogno di obbe-dire; hai fatto molti passi avanti in questo ma non è tutto. In certe cose devi dipende-re. Se avessi obbedito a Maria, ora non saresti ammalata. Io volevo farti una ricet-ta per la tua malattia, e se la vuoi sentire te la scrivo, così ti... consoli:

Finocchietti... paia tre. Due a papà, due a Salvatore e due a Maria (frustini). Paccheri col pepe e sale, piatti tre, anzi una grande zuppiera solo per te (e un tipo di pasta tradizionale, ma anche una buona dose di busse)

Sciroppo di... carocchie un litro al gior-no (carocchie, invece di carote, cioè: bótte). Estratto di... piperina o di piperno, più duro della tua testa, grammi 100 (è una roccia lavica molto dura).

E poi volevo farti pure il ritratto... Lia con la bocca aperta, ma non so... disegnare.

Tu sei un angelo, povera figlia, e la tua carità io la ammiro e ne benedico Dio; ma ecco che per fare a modo tuo poi manchi alla carità, perché dai agli altri il dolore di vederti inferma. Volevo esprimere grafica-mente la tua meraviglia ma non ci riesco! Ora che stai già inferma, fatti curare ed obbedisci. Dio ti benedica.

Io poi scherzo pure un poco, ma vorrei sapere disegnare per fare lo schizzo di tutte le pecorelle testa dura.

Per Elena dovrei avere davanti la... modella, in varie pose. Ne volete un sag-gio? ... Elena che... batte il tempo musi-cale con le mani a paletta... il cappello è quello... con la piuma di struzzo e non me lo dimentico mai... Elena che piglia armi e bagagli e scappa: fazzoletto pregno di lacrime, borsa, ombrellino, impermeabile. Elena che... ragiona! Sarebbe un capola-voro! Volendolo esprimere con uno schizzo, dovrei fare così, su per giù: ossia, lacrime dagli occhi, e dal capo irradiazioni di cocozzielli (zucchine), testa di asino!

Se volessi esprimere poi Romilda? Dovrei fare solo il muso lungo e gli sbuffi! Per disegnare Maria di Gesù basta un dise-gno più semplice: un cielo stellato, e la novella Newton che scopre la gravitazione universale. Che bella cosa se sapessi dise-gnare! Ma i saggi di questa pagina sono sufficienti a darvene un'idea! Obbedire, figlie mie, obbedire, annientare se stessi! Ecco la via per raggiungere Dio, in un momento».

Fu questo il periodo in cui Don Dolindo cominciò a pensare alla Cittadella del Bene, una città cristiana, con piccole case ariose e conforte-voli, costruite concentricamente intorno alla par-rocchia, che veniva ad essere, così, centro di spi-ritualità cristiana vissuta concretamente. Don Dolindo non realizzò questo progetto, e sperò che potesse farlo il suo figlio spirituale Don Salva-tore La Rovere, ma questi morì prematuramente; fino ad oggi la Cittadella del Bene non è ancora stata edificata, ma... chi può dire cosa riserva il futuro dell'Opera di Dio?

 

INCONTRO ALLE TEMPESTE

Ancora la Scuola di Religione.

Prime nubi

Con un uditorio così esigente, e con queste anime da curare, Don Dolindo si diede alle le-zioni di religione con tutto lo zelo che gli fu pos-sibile.

Una lettera di Lia La Rovere al fratello che ini-ziava lo studio della teologia avviandosi al sacer-dozio (e per esso aveva lasciato gli studi di medi-cina) ci rende noto l'indirizzo totalitario a cui Don Dolindo orientava queste anime. In questa lettera del 14 luglio 1917 così scrive Lia, tra l'al-tro:

«...è il concetto del Padre Ruotolo che io voglio far mio, che tu devi far tuo. Non è vero? Non è questa la via magna per la quale cercare Gesù? Non tante cose, non tanti pensieri, la mente si affastella, il cuore si scoraggia. Dio so-lo! Dio nelle arti, Dio nelle scienze, Dio nelle amicizie, Dio nella vita di ogni giorno...».

Tutto andava bene. Dalle lettere dell'epoca, risulta un sereno ascolto della Parola di Dio e un dialogo aperto, franco, spesso minuzioso, sui vari punti delle lezioni di teologia e di ascetica.

Non sempre le lezioni si tenevano in casa La Rovere: qualche volta era Linda che ospitava il numeroso gruppo, altre volte si riunivano in casa del Prof. Corsaro.

Maria La Rovere, che abitava in via Sant'Agostino degli Scalzi, nei pressi del con-vento degli agostiniani, aveva conosciuto un sa-cerdote, superiore generale del suo Ordine, e si era rivolta a lui esponendogli anche la gioia del-l'anima sua che viveva, dopo aver conosciuto Don Dolindo, in una più aperta e ampia dimen-sione dello spirito.

Fu in questo periodo che Maria accennava a questo sacerdote qualche pensiero sul sacerdozio verginale della donna, innestandolo ad uno scrit-to che Don Dolindo diceva essergli stato ispirato dalla Madonna. Il senso dello scritto entusiasmò il Padre agostiniano, e quando nel luglio del 1917 venne a Napoli, si incontrò con Maria e poi volle conoscere le altre giovani che frequentavano la scuola di religione; fu anche invitato a casa La Rovere, dove conobbe Don Dolindo. In principio ne comprese lo spirito; dopo, per qualche infeli-ce interferenza di estranei che dovettero rimesco-lare i fatti di Catania ed i motivi che avevano escluso Don Dolindo dall'Ordine dei Preti della Missione, questo sacerdote non ebbe più un sere-no giudizio nei suoi riguardi e nei riguardi del-l'ambiente. Egli continuò a frequentare casa La Rovere, ma per indagare e per trovare motivi di critica più che di ascolto obiettivo.

E la sua presenza fu dissociativa anche per la famiglia La Rovere e per le altre giovani. La mamma di Lia e Maria, che attraversava una... crisi di materne apprensioni ebbe forse una parte notevole in questa foschia. Insieme con la madre, Lia La Rovere ebbe un lungo momento di turba-mento che la portò a diffidare profondamente dell'Opera di Dio fino a coinvolgere alcune delle altre, vicine a Don Dolindo. L'occasione del ri-pensamento venne da una predica per le Quarantore nella chiesa di Sant'Agostino.

Pur nel suo grande dolore, Don Dolindo non per-deva il suo umorismo tutto napoletano e tracciava, proprio in quei giorni amari, il suo autoritratto: «Ah, Gesù mio dolce, io fo tanto il pule-cenella e non penso a svegliare me stesso? Ah mio Gesù, sei stato troppo misericor-dioso con me! Tu lo sai quanto sono brut-to! Una cicatrice sulla faccia, le mani per-forate, la voce di caccavella scassata, gli occhi miopi, l'andamento curvo... quan-t'aneme so' brutto!

Eppure mi ami!... Ah, Gesù mio, toglimi di mezzo, ché non sono buono a niente!

E Gesù dirà: "La Mamma tua celeste ti ha lavorato la sciammeria".

[...] Ah Gesù buono, quale scelta hai fatta tu? Il più stupido, il più cretino, il più cattivo?

E Gesù buono: "Non far chiacchiere; io ti ho fatto sapiente della mia parola, ti ho fatto ricco di me". Ed il servo: "Signore mio, io mi metto dove tu vuoi; sono un nulla, fa' di me quello che vuoi"».

 

DENUNCIA E SOPPRESSIONE

La scuola di religione viene soppressa

Il Padre aveva dunque denunciato il corso di religione come un incentivo alla formazione di una setta pericolosa per la Chiesa e, a Napoli, i superiori, impressionatissimi, erano intervenuti a proibire a Don Dolindo ogni insegnamento.

La bozza di una lettera scritta da Linda Lan-cerotto a mons. Laviano, vicario in Napoli, può forse dare un'idea delle denunzie fatte contro la scuola di religione. Dal foglio manoscritto di Linda si ricava tutto lo stupore sdegnato di certe accuse contro le istruzioni che Don Dolindo face-va in casa La Rovere alle maestre e studentesse di cui sopra:

«Non vani misticismi - scrive Linda - non esalamenti, non deliri di una pietà falsa o d'un bi-gottismo insensato, ma la fede illuminata e il coraggio di professarla a fronte alta, di viverla nella vita di ogni giorno, di farla rispettare da ogni indegno attacco; la pietà cristiana che attinge forza nei Santi Sacramenti della Chiesa, il rispet-to, la devozione per la Chiesa medesima, che tutta la sua nobiltà e grandezza trae da Gesù Cristo che vive in Lei...».

Ma cosa scriveva, Don Dolindo, che potesse essere giudicato come eretico? Ne diamo qualche saggio:

Scritti come quello che stiamo per leggere non possono essere dettati da un opportunista in cerca di affermazione:

è notte, o Gesù... è il primo momento di questo nuovo giorno, che può portare le prime nuove dei tuoi trionfi eucaristici! Nuove remote, sì, ...pallide come lontane aurore, ma sempre primi sprazzi della tua misericordia!

Sto pregando già da circa tre ore, sto pregando intensamente perché venga il tuo regno eucaristico, o Gesù mio! Io sento la tua vitalità infinita, la ricchezza della tua dedizione eucaristica e non mi so espri-mere, non posso esprimermi!

Sei un oceano infinito, o Gesù; semplice e sterminato... solitario e pieno di ospiti misteriosi. Io guardo l'oceano, e quella solitudine mi pare vivificata dal mistero del solenne!... Così sei tu nell'Eucaristia: Amore e semplicità sterminata, ...silenzio pieno di profonde parole, solitudine piena di compagnia, solitudine saziata da te!... Sei come un sole fulgente... disco luminoso che non può guardarsi che nella sua attivi-tà diffusa sul mondo; visto direttamente, abbaglia.

Io ti scorgo nella vita che tu spandi dal Sacramento del tuo Amore; essa è tutta una fulgida luce che illumina, è pace che consola, è attività che eleva! Sei come un fiore pieno di profumi. Chi lo coglie non lo riguarda che come un piccolo gingillo, eppure quanti misteri vi sono in quella umile apparenza!

Sei un mistero, o Gesù buono, un miste-ro di fede, un mistero di vita, un mistero di amore! Chi ha mai attinto la vita da te, o Salvatore mio, chi l'ha gustata ancora, se sei tutto sconosciuto in questo Sacra-mento?

Apritevi, o fonti perenni di Vita, diffon-detela dovunque, poiché noi non troviamo salvezza e ricchezza che in queste fontane di perenne pace! Apritevi, o fonti di Amore del Redentore mio buono; voi non potete affermare la vostra purezza che diffonden-dovi! Scendete, scendete al piano, alla valle, all'umile tugurio, perché la gente è fatta così stolta e così pigra che non salirà sulla montagna per attingere, se non si è dissetata, se non si è fortificata prima!...

Apri il tuo cuore, o Gesù buono, come porta della vita eterna; dilatalo nella tua infinita carità; non aspettare che le crea-ture vengano a te, perché non ti cono-scono; esse ti conosceranno quando po-tranno gustarti, quando potranno ap-prezzarti praticamente! Usaci questa grande misericordia, o Signore, poiché solo tu puoi spezzare le catene che hanno resa l'umanità schiava del gusto depravato del mondo!

Quanto sei buono, o Gesù! Io mi sento come liquefare nel dire questa parola, ora specialmente che sono tribolato! Sì, ora più che mai io sento la tua infinita bontà, perché vedo il ricamo splendido che tu intessi nella mia stessa umiliazione! Ma chi è che conosce la tua bontà? è necessario cibarsi di te per sentirla! Certe persone se non si trattano non si conoscono; Tu, mio Gesù, sei il Dio nascosto e sconosciuto se non si vive di te! [...]».

Anche la sua direzione spirituale era semplice e limpida: sempre orientata a congiungere l'ani-ma con Dio - e non a se stesso - sempre dolce, addirittura mite con le anime che gli si affidava-no, tranne quando c'era da fare una riprensione per il bene di quell'anima; sempre esortativa all'impegno più serio per progredire nelle vie dello spirito.

A Pina Ferraro scrisse un giorno:

«Nelle vie dello spirito chi non va avanti retrocede, e voi avete bisogno di rifare molto cammino. Abbiate fiducia in Dio, ed anziché sfiduciarvi, umiliatevi profonda-mente, affinché il Signore trovi in voi il campo preparato a misericordie più belle e più grandi. Non vi dissipate poi troppo nelle amicizie frivole del mondo e soprat-tutto non vi fate influenzare dal triste ambiente della scuola».

Ma ormai anche il Santo Padre - a cui il sa-cerdote agostiniano aveva riferito ciò che gli era sembrato eretico - raccomandava che tutto s'in-terrompesse e tolse a Don Dolindo la facoltà di insegnare e di predicare.

L'ambiente era dissestato. Don Dolindo si riti-rò a vita di preghiera ma continuò ad esercitare il suo ministero nella chiesa di contrada Sant'Ana-stasia a Madonna dell'Arco: il vescovo di Nola gli aveva dato e confermato ogni facoltà e così diceva Messa, predicava e confessava.

Alcune delle giovani della scuola di religione, non potendo fare a meno della sua parola e della sua guida, spesso lo raggiungevano in quella chiesa e tra esse Ersilia Cavaccini, che ricordava spesso l'episodio dell'omelia interrotta nel gior-no e nell'ora in cui quel sacerdote di cui diceva-mo parlava al Santo Padre, episodio a cui fu pre-sente: Don Dolindo sembrò "sentire" che la Chiesa gli spegneva la parola e, improvvisamen-te, fu costretto a tacere da una forza che gli tron-cava l'omelia che stava pronunciando.

Maria La Rovere, Ersilia Cavaccini, Linda Lancerotto, Elena Montella furono tra quelle che meno si lasciarono influenzare dalle incompren-sioni che nascevano in quel periodo intorno al loro ambiente. Quel Padre rivelò ben presto la natura delle sue contraddizioni: una lunga nevro-si che lo portò sull'orlo della pazzia, come Don Dolindo narra nell'autobiografia: qualche anno dopo, è ammalato e tormentato dagli scrupoli per quello che aveva fatto contro di lui, ma Don Dolindo lo conforta, lo abbraccia, lo dispensa da ogni ritrattazione, lo mette in pace.

S'era comunque infiltrata una certa diffidenza tra le figlie spirituali (non dimentichiamo la loro giovanissima età e la complessità delle cose che avvenivano intorno a loro). Don Dolindo sentiva che la via della croce, già iniziata, lo avrebbe por-tato ben presto al Calvario e lo diceva talvolta alle sue figlie.

Quando, in seguito a quella strana, incom-prensibile catena di accuse, fu denunziato al Sant'Uffizio come eretico, Don Dolindo con-clude così una sua lettera:

«... Le creature sono un semplice stru-mento nelle mani di Dio. Le creature non possono far nulla, senza la sua disposizio-ne...».

E accettò la croce come dono di Dio.

 

ACCUSE E PROCESSO

Anno 1921

Il 1921 fu l'anno della passione.

Le accuse partite da un piccolo gruppo na-poletano divennero capi di imputazione in un processo intentato contro di lui al Sant'Uffizio che gli costò un anno di agonie tremende in una condizione di vita ai limiti della sopravvivenza «privo di tutto, di biancheria, di abiti, e fra molte sofferenze fisiche e morali» e senza poter cele-brare la Santa Messa, secondo la prassi del Sant'Uffizio.

Se la Chiesa indugiava, doverosamente, in un puntuale esame critico dei fatti, che tralasciavano per la natura stessa del tribunale ecclesiastico ciò che in essi vi era di soprannaturale, i due confes-sori che Don Dolindo ebbe in Roma gli afferma-rono in più occasioni, ed in Nome di Dio, che l'Opera era autenticamente ispirata dal Signore, e gli chiesero di scrivere la storia della sua vita.

Don Dolindo obbedì, e la intitolò: La storia della mia vita nel piano della grande misericordia di Dio. Si fermerà al 5° volume e non avrà il tempo di ricopiarla perché spunteranno, in quegli anni successivi al 1925, le prime radici dell'ope-ra di commento e meditazione alle Sacre Scrit-ture, di cui diremo fra poco.

Nel 1921, da Roma Don Dolindo scrisse in-numerevoli lettere alle sue figlie spirituali. Egli sentiva la responsabilità delle anime che erano state affidate al suo ministero e, sollecitato dalle loro lettere, pazientemente rispondeva a ciascuna.

Gran parte di questi scritti è stata pubblicata in diversi volumi di Epistolario e nelle pagine scel-te dall'autobiografia; molto ancora rimane da pubblicare.

Straordinariamente belle sono le lettere scritte in nome dell'Immacolata; ne riportiamo qualche brano da una di quelle del mese di maggio di quell'anno; l'Immacolata spiega la sua Maternità divina e la sua mediazione fra l'uomo e Gesù Cristo:

Il mistero della mia divina maternità vi è ancora sconosciuto, figlie mie, perché è tanto profondo, ed a voi stesse sembra approssimativo, relativo, questo titolo di Madre di Dio... Oh, se voi ponderaste che la Mamma vostra è la Madre di Dio, avre-ste altra fiducia in me, vi affidereste a me ed io vi genererei veramente, generando in voi Gesù Cristo! ... Ma voi siete ancora fiac-che in questa devozione vitale verso di me; vi rivolgete a me per aiuto, o per una certa tenerezza spontanea, o per una compassio-ne verso di me addolorata; non vi rivolgete ancora a me come a fontana di misericor-dia e di grazie, come a Madre di Dio! Eppure la Chiesa non vi fa pregare che in questo senso sempre: "Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi"! [...]

E un mistero altissimo, figlie mie, ma voi potete intravederlo ed intenderne la logica da quello che vi dico. Non considerate poi l'uomo nella moltitudine delle creature, degli individui della stessa natura; conside-ratelo semplicemente nella sua espressione più semplice: l'uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio perché doveva da lui nascere il Dio uomo e doveva nascere dal principio del Dio uomo, dalla Madre di Dio. Tutta l'umanità quindi si riduce in Gesù Cristo, e nasce per me: Egli è il Redentore, io sono la Madre universale. Tutta l'umanità forma un solo Corpo mistico con Gesù; chi non entra in Lui è come il tralcio separato dalla vite, è avvili-to, è di inferiore natura, è destinato ad ardere.[...]

Voi vedete, figlie mie, che io non sono Madre di Dio "in un certo senso", ma lo sono veramente, poiché io chiudo il circolo misterioso della creazione e sono la creatu-ra fatta ad immagine di Dio, che si con-giunge al suo infinito Amore e genera il suo Verbo. Il Verbo fatto carne poi glorifica il Padre attraendo tutto a sé, e manifestando in tutto la gloria di Dio.

[...] Tutta la creazione è diffusione della sua bontà, ne manifesta la gloria, ne rivela l'amore; essa quindi è come un circolo, una circonferenza di esseri che partono da Dio, principio semplicissimo, e non possono che ritornare a Lui. Senza questo ritorno la creazione sarebbe un capriccio, non una vera diffusione di bontà. Ed allora tutta la creazione termina nell'uomo, che è fatto ad immagine e somiglianza di Dio. L'uomo è formato di milioni di individui, ma ha una sola natura, forma una sola specie; è dunque la natura umana e non l'individuo, che deve congiungersi a Dio. La natura umana ci si congiunge dunque logicamen-te in un uomo che può tutta raccoglierla in sé e formare il suo Corpo mistico. L'uomo che è terminato dalla divina persona, è Gesù Cristo; il suo Corpo mistico è la Chiesa. Questo uomo doveva essere perfet-tissimo, doveva essere generato in una maniera perfettissima, ed ecco che io, donna, sono concepita immacolata, esente da ogni colpa in previsione dei meriti del Redentore futuro, redenta anticipatamen-te da Lui. Il circolo ammirabile si chiude - dirò così - in senso inverso: Padre, Fi-gliuolo e Spirito Santo, poi la creazione: i cori angelici, i mondi, gli astri, la terra, le creature inferiori. Poi la chiusa delle opere di Dio: l'uomo. Dall'uomo il nesso fra lui e Dio: Maria Immacolata. Il circolo si chiu-de in me in senso inverso, ripeto: lo Spirito Santo mi feconda, genero il Verbo fatto carne, il Verbo fatto carne riporta tutto al Padre, in Dio! [...]».

Pressato dalla famiglia, non avendo una ob-bedienza diversa dal Sant'Uffizio ma potendo in questo obbedire al suo confessore, il 31 dicembre 1921 Don Dolindo fa ritorno a Napoli.

 

IN ATTESA, CANTORE E ORGANISTA

Ancora nel 1921: alcuni scritti dei figli spirituali dell'epoca

Gli scritti di Linda Lancerotto (10 ottobre 1921), di Maria La Rovere (22 ottobre 1921), dell'Avv. Antonio La Rovere (del 1921) dicono come l'ambiente accolse la notizia della con-danna: in perfetta unione alla volontà di Dio, che si manifestava attraverso la Chiesa, dimostrando tutta la solidità della preparazione spirituale rice-vuta. Essi non ebbero una parola sola di critica, disposti a rinunziare a tutto quanto era stato per loro un soccorso d'importanza esistenziale: la direzione spirituale di Don Dolindo e la parteci-pazione al suo apostolato.

Ecco una lettera di Salvatore La Rovere a con-forto di Don Dolindo:

«Gesù ha detto: "Io sono la risurrezione e la vita, e chi crede in me anche se fosse morto vive, e chi vive e crede in me non morrà in eterno!". Sicché Gesù non è altro che Risurrezione prima, e vita poi... Se il seme caduto in terra non muore, non fruttifica, ma se muore dà il cento per uno, cioè vive per cento.

Beato te, piccolo seme del cielo caduto in terra, assimilato alla terra per il tuo involucro. Ora non gemere, perforato da tutte le parti dal terreno, cedi ad esso la tua vita e muori. Isolato dalla spiga materna, non eretto sul gambo, non più in relazione coi profumi dell'atmosfera, con le stille di rugiada, con le carezze del vento, coi moscerini e le farfalle che di te si nutrivano, non essere tenace della tua vita, involucro della vita di Dio, ma muori solo e sepolto, perché dalle tue ceneri risorga non tu, ma Cristo in te morto e con-fitto; perché Cohaeredes Christi, si tamen compa-timur ut et conglorificemur e dopo la risurrezione: vivo autem, jam non ego: vivit vero in me Christus! E veramente muore quello che deve morire, perché viva solo quel che deve vivere...

Le opere di Dio essendo vive in loro stesse, sono simili a creature viventi, ed anche di esse si può dire: se il seme non cade in terra e non muore, non porta frutto. Le opere non muoiono con la lama dei coltelli, ma coi giudizi degli uomini che devono accoglierle, come i semi muoiono con gli umori del terreno che li riceve. Solo così è possibile alla Provvidenza ordinaria incanalare le correnti del pensiero verso il germe di Dio, orientare il cuore dell'uomo contro quel-lo che di fuori è morto, per introdurlo in quello che dentro vive...».

Quelle che seguono sono testimonianze po-stume che indicano la stima che aveva di Don Dolindo chi lo aveva conosciuto personalmente e ne aveva valutato l'apostolato senza preven-zioni.

 

Padre Leonardo Passionista e due testimoni postumi

In una busta verdognola e scolorita, abbiamo trovato un foglietto con una preghiera all'Ad-dolorata che si venera alla Scala Santa e c'è il ritratto di padre Leonardo Passionista. Sulla busta c'è scritto (la grafia è di Elena Montella): «La figura acclusa contiene il ritratto di padre Leonardo Passionista che fu tutore di Don Dolindo Ruotolo del Sant'Uffizio, quando questi stette alla Scala Santa nel 1921. Gli è stata invia-ta in ricordo nel febbraio 1962. Quando padre Leonardo veniva per la cura termale presso Napoli, non mancava di visitare il Padre che sti-mava molto».

Un parroco di Napoli, nella testimonianza richiestagli per l'eventuale processo di canoniz-zazione, scrive tra l'altro: «...Cercavo un Padre Spirituale. Un padre Passionista, padre Piergio-vanni, me lo (Don Dolindo) consigliò e mi disse di chiedere alla Scala Santa (Roma) notizie più sicure a padre Leonardo. "è stato con noi per lungo periodo (quando fu assegnato come ospite alla Scala Santa dal Sant'Uffizio) dandoci esem-pio di ogni virtù e fu a tutti di edificazione", fu la risposta».

Il Rev. padre Germano Ventura, Passionista della Casa Generalizia di Roma, scrive: «Dai nostri Padri della Scala Santa in cui è stato Don Dolindo, ormai deceduto, ho sentito parlare e per le sue opere e per le sue virtù manifeste... Di lui mi hanno parlato come di un'anima bella, sottomessa, ubbidiente, umilissima... In quel periodo (Don Dolindo) pianse molto... versò fiumi di lacrime... Non ricordo se quel Padre si chiamava Girolamo o Alfonso, ma mi raccontò che un giorno (Don Dolindo) fu trovato davanti al Ciborio aperto, a tu per tu con Gesù, dato che non poteva fare neppure la santa Comunione, che pregava con angelica adorazione, ragionava con Gesù, si sfogava e piangeva... ».

 

A Napoli, cantare e suonare

Sospeso a divinis, cioè dall'esercizio di qua-lunque facoltà del ministero sacerdotale - di fatto, se non per legge -, al suo rientro a Napoli Don Dolindo viene accolto dall'affetto dei suoi cari e cerca di dare il suo contributo economico alla famiglia in difficoltà. Questo è il momento in cui si afferma un altro aspetto dell'apostolato di Don Dolindo: la musica sacra.

Don Dolindo si era dedicato alla musica sacra fin da giovanissimo; nei primi anni del 1900 a-veva pubblicato due lavori sulla riforma del canto gregoriano, molto apprezzati per diversi anni. Successivamente, fu assorbito dall'evolversi della storia dell'Opera che Gesù andava compiendo in lui.

Tornato a Napoli, dunque, potette dedicarsi di nuovo a questa forma di apostolato suonando l'organo e cantando nelle chiese per le feste li-turgiche. In questo periodo di dolore, egli com-pone molte pagine musicali, e con l'autolito (una specie di "fotocopiatrice" dell'epoca) le stampa. è ormai noto a Napoli per la sua voce di barito-no e per lo zelo che pone nel suo lavoro: in molte chiese ne richiedono le prestazioni musicali ed è gradito anche perché, disinteressato ed umile, si fa voler bene da tutti.

Quando cantava, Don Dolindo pregava. Po-neva tutta l'anima sua in quel canto e i fedeli ne erano presi. Bice Tavassi, una figlia spirituale entrata più tardi nell'Opera, ricordava di essere rimasta impressionata di quel canto in cui c'era tanto amore a Dio.

Per tutti gli anni in cui non potette celebrare Messa, Don Dolindo fece la comunione quoti-diana quasi sempre nella chiesa di Caravaggio in Piazza Dante, o in altre chiese di Napoli (spesso nella chiesa di Santa Teresa al Museo).

 

FIGLIE SPIRITUALI IN AZIONE

Passano gli anni...

L'attività d'intensissimo apostolato delle sue prime figlie spirituali

Vani furono i tentativi di Don Dolindo perché gli avessero ridata la facoltà di celebrare. Ed egli, umilmente, pazientemente, aspettava l'ora di Dio.

Nel 1920 si era spenta Anna La Rovere, dopo breve malanno; si spegne santamente assistita dalle preghiere del Padre.

Nel 1934 si era spenta anche Romilda Lan-cerotto: santamente.

Padre Dolindo aveva insegnato alle sue figlie spirituali ad accettare la morte dei propri cari lodando il Signore. Anche se nel pianto del di-stacco, il Magnificat fu la prima preghiera che le sue figlie pronunziarono dinanzi alla morte delle due, suggellando con la lode a Dio l'unione per-fetta alla Sua volontà, che è amore.

Le figlie spirituali rimaste, intanto, continua-rono la loro vita di apostolato nelle scuole e nelle varie professioni. Maria La Rovere divenne pro-pagandista di Azione Cattolica e incominciò per lei un lavoro intensissimo di conferenze in vari circoli di Gioventù Femminile dell'Italia meri-dionale. I vescovi ne richiedevano la presenza piuttosto spesso. A Gravina di Puglia e in altre località della Calabria, Maria fu chiamata a par-lare dinanzi ad assemblee di sacerdoti. In Maria La Rovere tutto l'insegnamento di Don Dolindo si esprimeva attraverso un modo di parlare bril-lante che colpiva gli ambienti più difficili. 1 suoi discorsi, seguiti poi sempre da colloqui personali richiesti dagli ascoltatori, erano densi di dottrina e di fede e tutti si chiedevano da dove Maria avesse attinto tanta cultura religiosa. Con Maria spesso viaggiava anche Elena Montella ed insieme avvi-cinarono talvolta anche sacerdoti in crisi, presen-tati dai loro vescovi. Alcuni di essi tornarono feli-cemente al loro ministero, dopo tali incontri.

Si volle sapere da chi queste giovani missiona-rie erano state preparate e molti vollero conosce-re personalmente Don Dolindo alla cui paternità spirituale esse riferivano, naturalmente, tutta la loro preparazione.

Anche Lia La Rovere si diede all'apostolato di Azione Cattolica e centinaia e centinaia di giova-ni la seguivano con stima e affetto. Lia volle darsi al popolo meno colto e ne trasse tesori di fede e di amore a Dio.

A causa della sua salute precaria, Elena do-nava le ricchezze di sapienza soprannaturale ri-cevute da Don Dolindo più con le lettere, con gli scritti, che con discorsi e conferenze.

Ersilia, medico-chirurgo, non viveva che per i poveri ai quali donava assistenza medica, medi-cine e denaro. Aveva colto dall'insegnamento di Don Dolindo la carità verso i bisognosi.

Tutte poggiavano le loro attività ed il loro cammino di perfezione cristiana sulla vita e su-gli insegnamenti di Don Dolindo. Ma lui, nella sua umiltà sconfinata e con il solito umorismo, una volta scrisse:

«Voi dite che vi appoggiate alla mia fe-de... Ahimé, figlie mie, io sono così fiacco e povero nella fede! Spero, sì, contro ogni speranza; ma la mia povera fede è ancora tanto imperfetta e vuota.

Per carità, non vi appoggiate a me, se non volete... sconocchiare! (cadere sulle pro-prie ginocchia).

Io credo di sapere porre solo ostacoli al Signore, e me ne rammarico tanto innanzi a Dio».

L'attività apostolica intensissima di queste brave sorelle nell'Azione Cattolica attirò l'atten-zione di Armida Barelli, - prossima novella "Be-ata"! - che subito si legò a Lia e a Maria con forte e santa amicizia. In seguito, Armida volle cono-scere Don Dolindo e quando veniva a Napoli, spesso lo incontrava trattenendosi a volte fino alle undici di sera insieme alle figlie dell'Opera, per ascoltarlo.

Mons. Francesco Olgiati, celebre professore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, si unì anch'egli ad Armida Barelli nell'amicizia con i La Rovere e - come vedremo in seguito - diven-ne un entusiasta ammiratore degli scritti di Don Dolindo fino a subirne, poi, gli attacchi polemici di avversari.

 

IL BIBLISTA ALL'OPERA...

Incomincia l'opera di commento alla Sacra Scrittura

Don Dolindo continua intanto la sua vita: lavoro musicale, stampe musicali, ore e ore di adorazione a Gesù Sacramentato nelle varie chie-se di Napoli (preferiva la chiesa delle Suore Adoratrici del Santissimo Sacramento dette le "Sacramentine") all'angolo di Via Duomo in Piazzetta San Giuseppe dei Ruffi.

Alla preghiera univa, poi, il quotidiano studio approfondito della Sacra Scrittura nel commento dei Santi Padri, faceva visita agli ammalati nelle case, si recava a confortare gli infermi negli o-spedali, i vecchi e i poveri negli ospizi.

Un giorno, Elena Montella incontrò un sacer-dote: aveva nel viso l'espressione di un profondo sconvolgimento spirituale... Elena gli rivolse qualche parola di conforto alla quale egli si mo-strò gratissimo e riconoscente e accettò subito l'invito a conoscere un sacerdote che aveva molto sofferto e che offriva al Signore ogni suo dolore con pazienza ed amore.

Ma... lasciamo raccontare la storia a Don Dolindo, così come la espose nel 1942 a mons. Giovanni Sanna, vescovo di Gravina, responsa-bile dell'opera scritturale, il quale gli aveva chie-sto un pro-memoria sull'argomento:

«[...] Nel 1925 mi fu presentato un pove-ro sacerdote traviato perché gli parlassi tentando di ricondurlo a Dio. Era colto, aveva studiato alla Gregoriana e da quegli studi aveva riportato, purtroppo, un'au-tentica avversione alla Sacra Scrittura, con conseguente odio per il Divino Ufficio e una vita di disordini e di odio alla Chiesa, al Papa, al Sacerdozio.

Cominciai ad indurlo, dopo i primi approcci, ad una necessaria confessione da un buon sacerdote: egli non lo faceva da molti anni pur continuando a celebrare.

Poi, per fargli capire la bellezza della Sacra Scrittura e quindi dell'Ufficio divino, cominciai a meditare con lui e con le anime che me lo avevano presentato, la Genesi.

Chi assisteva prese gli appunti di ciò che dicevo e poi me li diede pregandomi di svi-lupparli, per servirsene nell'apostolato. Fu così che si cominciò a diffonderli fra perso-ne di cultura e fra molti sacerdoti e teologi illustri.

Essi cominciarono a richiedere questi scritti con frequenza sempre maggiore e, avendoli divulgati, da ogni parte d'Italia mi giunsero esortazioni a pubblicarli e farne un tutto organico per il bene che avrebbero potuto fare.

Era un assurdo pensare di poterli pubbli-care, data la mia umiliazione e la mancan-za di mezzi.

Le anime buone che avevano preso gli appunti misero tutto il loro avere per que-st'opera: fu l'obolo della vedova e la bontà di Dio fece il resto. [...]

Si incominciò e la Provvidenza ci venne incontro con continui e molteplici ricami: ogni settimana si rimaneva al verde, ed ogni settimana si riusciva a pagare il tipografo».

A questo punto, ci permettiamo un'interruzio-ne...

Le figlie spirituali dell'Opera ricordano che quando Don Dolindo si recò dal tipografo per ordinare la pubblicazione dei primi fascicoli, a-vendo dato pochissimo danaro che aveva raci-molato, disse col suo candore abituale: «Al resto penserà la Provvidenza di Dio, perché io non ho neanche un soldo». Al che il tipografo risentito, disse: «Padre, cosa mi dite! Se non avete i soldi per pubblicare non si fa niente. è un bel dire paga-re con la... Provvidenza...». Don Dolindo lo sfidò: «Voi stampate, e sarete pagato fino all'ultimo centesimo! Ve lo garantisco in nome di Dio».

«Ma io non stampo confidando nelle profezie dell'aiuto di Dio...!».

«Confidando nell'aiuto di Dio io vi dico che vi pago tutta l'opera e mi compro anche la vostra tipografia!», aggiunse il Padre il quale non com-prò... la tipografia, ma fu sempre puntualissimo nei pagamenti.

Vi furono fatti molto belli che punteggiarono di fede e di straordinari aiuti la stampa di quest'ope-ra. Una volta, ad esempio, era sabato, Don Dolindo doveva pagare il tipografo. Apre il porta-fogli: mancavano alla cifra alcune centinaia di lire. Andò da Maria La Rovere che teneva la cassa della stampa e le chiese un po' di rifornimento. Maria non aveva nemmeno un centesimo da dare: cassa a zero! Cassa... personale, zero.

Don Dolindo, come sempre, non si turbò, disse: «Dio ci penserà» e proseguì per la sua stra-da sbrigando alcune commissioni per tutta la mattina. Erano le 13 e si ricordò improvvisa-mente che doveva andare in tipografia a portare il danaro... Ma il grazioso fu che... dimenticò di non avere la cifra necessaria... Recatosi in tipo-grafia, chiamò il proprietario, e gli pagò tutta la cifra richiesta settimanalmente; anzi, rimasero nel portafogli 250 lire (dell'epoca!).

Tornato a casa, Don Dolindo rientrò in sé e... ricordò di non avere avuto i soldi per pagare ma che... aveva pagato: parlava chiaro la ricevuta... Ancora più strano fu il trovarsi nel portafogli il resto...

Nel pomeriggio s'incontrò con Maria La Rovere e le disse: «Maria, sai farmi questo conto? Dovevo pagare... mi mancavano... tu non mi desti nulla perché soldi in cassa non ce n'era-no. Ecco la ricevuta del pagamento, ed ecco 250 lire che mi sono avanzate... Mi sai fare questo conto?». E tutto finì a... laude di Cristo, amen.

Sembra una pagina dei fioretti di san Fran-cesco...

Ma lasciamo continuare Don Dolindo.

Nel 1930 si riuscì a varare il primo volume dell'opera e, poco dopo, il secondo. L'accoglienza fu lusinghiera.

Ci furono molte conversioni.

Si ebbero giudizi entusiasti dell'opera da car-dinali e da vescovi. La provvidenza non mancò con interventi palesi e si andò avanti.

Il sacerdote che aveva offerto a Don Dolindo l'occasione di meditare sulla Sacra Scrittura, fu il primo a convertirsi: radicalmente. Menò vita di penitenza e d'intensissima preghiera, nonché di apostolato fervente e pieno di sacrificio.

Morì santamente, alcuni anni dopo, mentre di notte portava la Comunione ad una moribonda. Da una lettera del 1940 a mons. Giuseppe M. Palatucci O.m.Conv., vescovo di Campagna, che difese l'opera con cuore eroico, veniamo a sapere come questa opera colossale fu scritta:

«Eccellenza Rev. ma,

alla sua venerata lettera con la quale mi domanda in quale modo e con quali criteri scientifici io scrivo le mie povere opere, e soprattutto quelle sulla Sacra Scrittura, rispondo come posso, sforzandomi di esse-re chiaro.

La preparazione remota agli studi Biblici io l'ebbi sia da una mia naturale inclinazione intellettiva alla meditazione, che io ho considerata sempre un dono di Dio, sia dagli studi filosofici e teologici di cui fui sempre un appassionato, in semina-rio e dopo. Ma ciò che mi ha sempre attrat-to è stata la dottrina della Chiesa.[...]

Ma la preparazione prossima è venuta nel periodo più tribolato della mia vita: quello che dura tuttora. Il Signore mi ha condotto sempre per un cammino di dolori e di grandi umiliazioni. è stato in quest'ul-timo periodo estremamente penoso della mia vita che s'è compiuta la mia prepara-zione prossima alle mie pubblicazioni.

Umiliato e ridotto al nulla, nella pover-tà, nelle privazioni, per l'amore grande che ho alla Chiesa, attratto dalla sua infallibi-le verità, ho speso i miei anni di silenzio nell'approfondirla e meditarla facendone alimento della mia vita.

Le tribolazioni attraverso le quali passai, mi dettero grandi esperienze pratiche della vita. Non avevo però animo né avrei avuto la presunzione di scrivere opere in proposi-to. A questo ci sono stato condotto sempre da circostanze provvidenziali e per esorta-zione di quelli che hanno guidato l'anima mia. [...] Ho ispirato il mio povero studio alle direttive di Leone XIII ed alla esorta-zione di Pio XI. [...]

Ho seguito la via tradizionale dei Padri, colmando forse una lacuna riconosciuta oggi da tutti, negli studi critici della Sacra Scrittura. Ho tenuto anche conto, come può vedersi dai 13 volumi già stampati, di tutto ciò che è moderno, senza rendere però principale ciò che è secondario ai fini per i quali Dio ci ha dato la sua parola.

Il consenso e la benedizione di 34 cardi-nali e moltissimi arcivescovi e vescovi, nonché quello di teologi e professori di Scrittura; l'entusiastica accoglienza fatta ai volumi da numerosissimi sacerdoti, reli-giosi e laici di vasta cultura; il bene, soprattutto il bene ottenuto e raccolto nelle anime di ogni condizione, dimostra che l'opera risponde ad un bisogno lunga-mente sentito».

In questo piccolo lavoro non possiamo appro-fondire di più il seguito della lettera, ma citiamo, anche se in maniera incompleta, ancora un brano molto importante, che ci aiuta a capire cosa c'è dietro al profondo impegno di studio di Don Do-lindo; egli scrive:

«Ecco, sommariamente, il modo come scrivo i volumi:

l. Premetto allo studio lunghe preghiere e mi confesso spessissimo per implorare la grazia di Dio e dargli un cuore, il più che mi è possibile, puro.

2. Dopo aver pregato, studio il testo del capitolo che scrivo e lo studio accurata-mente [...].

Molte comunità religiose pregano per ot-tenermi da Dio i lumi, l'aiuto e la forza per continuare in quest'arduo lavoro».

Ecco il segreto di Don Dolindo: la sua lunga preghiera, la preghiera dei figli spirituali, quella di intere comunità religiose che lo avevano cono-sciuto in modi diversi e che volevano sostenere il suo lavoro chiedendo a Dio, per lui, la luce ed il sostegno!

Quante volte il nostro lavoro, per quanto serio ed accurato, sembra non riuscire proprio a dare frutti... ! E la preghiera? Dove abbiamo sepolto l'aspetto soprannaturale della nostra vita? Do-vremmo ben ricordare le parole divine del salmi-sta: «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori» (Sal 127,1).

 

Dolindo Ruotolo o... Dain Cohenel?

Chi vorrà leggere qualcuno dei volumi del Commento alla Sacra Scrittura, noterà che sono firmati da un certo Dain Cohenel. ...E Don Do-lindo?

Ancora dalla lettera a mons. Giovanni M. Sanna, veniamo a sapere chi è Dain Cohenel: «In tutto il lavoro dell'opera La Sacra Scrittura io cercavo di rimanere il più che era possibile nel nascondimento, e per amore di questo nascondimento mi servii di uno pseudonimo anziché del mio nome. [Ricavando il nome dalla lingua ebraica] Mi chiamai Dain Cohenel.

Nella mia intenzione il significato era questo: D, cioè Dolindo; e poi, il nulla, sacerdote di Dio. Pregai un valoroso ebrai-sta a coniarmelo; ma egli tradusse il nulla per ain, forse pigliando un... granchio, giacché ain significa occhio e fonte. Ad ogni modo mi servii dello pseudonimo come me l'aveva coniato Lui».

A questo proposito c'è un aneddoto che rac-conta Don Dolindo in uno scritto del 1938: dopo aver spiegato ad un sacerdote che ormai a Roma preferivano che usasse il nome di Dain Cohenel, questi replica garbatamente:

«Se è così, se Roma lo desidera, non ne parlia-mo più. Del resto la violetta, quando è nascosta, dà maggiore profumo».

Io ho risposto: «...E l'immondezza, quando è nascosta, dà maggiore puzza!».

L'autorità ecclesiastica di Napoli consigliò di cercare un vescovo per la revisione e l'imprima-tur, che in quell'epoca erano i permessi obbliga-tori per le pubblicazioni di carattere religioso.

Per un intreccio della provvidenza, il mano-scritto fu portato a mons. Sanna O.f.m.Conv., il quale ne intuì il valore e ne curò la revisione dando poi 1'imprimatur.

Furono pubblicati: Genesi, Esodo e Levitico. Si ebbero subito giudizi entusiastici sull'opera da vescovi, da professori di Sacra Scrittura, da teologi. Veri miracoli di provvidenza aiutarono per le spese e l'opera andò avanti. E le pubblica-zioni giunsero all'VIII volume.

 

NUOVE CROCI E SANTA MESSA

La prima croce sulla Sacra Scrittura

Nel 1932 gli Editori La Rovere mandarono una copia dei volumi sulla Sacra Scrittura fino allora pubblicati a due periodici di importanza ecclesiale per una revisione.

I responsabili dei rispettivi periodici, cia-scuno per proprio conto, fecero rilevare che il loro censore aveva dato una valutazione "non molto favorevole" dell'opera scritturale, ma che essi ritenevano che comunque valesse la pena continuarne la pubblicazione.

Purtroppo, però, i censori dei due periodici erano... la stessa persona. A lui Don Dolindo si rivolse, quindi, con una lettera umilissima, chie-dendogli che gli segnalasse ciò che riteneva non corretto, perché si potesse dare corso alle corre-zioni.

Per tutta risposta, però, un terzo periodico altamente specializzato pubblicò una recensione contraria all'opera di Don Dolindo, a firma... dello stesso autore!

L'opera intanto stava andando avanti con la benedizione di cardinali e di vescovi, ed aveva una diffusione larghissima. Ma... il censore non si acquietò affatto.

Si ricorse, allora, al papa Pio XI che, premu-rato da Armida Barelli, curò la questione perso-nalmente e dopo che l'opera fu ripetutamente esaminata, a cura del Sant'Uffizio, concesse che se ne continuasse la pubblicazione.

 

Riabilitato alla Santa Messa

Il povero Don Dolindo doveva passarne pro-prio di ogni colore... !

Il 21 maggio 1937, frattanto, Don Dolindo viene sottoposto a visita psichiatrica per ordine del Sant'Uffizio. Non era la prima volta: era già accaduto nel 1906!

Con umiltà, ma con un grandissimo dolore nell'anima, egli obbedisce. Lo visita un primario dell'epoca di fiducia del cardinale Ascalesi, il prof. Sciuti, il quale - come già a suo tempo il

prof. De Sanctis di Roma - trova Don Dolindo in perfetto equilibrio mentale.

Anzi, il prof. Sciuti aggiunse al cardinale: «Eminenza, noi ci troviamo di fronte ad uno di quei casi di esseri sottoposti a grandi pene dalla provvidenza perché compiano qualche opera grande di bene. Non si tratta di squilibrio, ma di prove penose a cui è sottoposto questo sacerdote, la cui conversazione mi edifica».

Il cardinale Ascalesi da allora, dopo la rela-zione del prof. Sciuti, divenne protettore di Don Dolindo, lo difese sempre e gli fu vicino anche nella prova a cui dopo tre anni il Signore ancora lo sottopose per l'opera scritturale.

Quando Sua Eminenza si ammalò dell'ultima malattia che lo condusse alla morte, volle ogni giorno Don Dolindo al suo capezzale per averne conforto.

Risultata dunque favorevole la visita medica, il 18 luglio del medesimo anno, per ordine del Sant'Uffizio, Don Dolindo fu riabilitato alla Messa, che celebrò per la prima volta dopo 16 anni e mezzo, dopo la sospensione del 1921, nella chiesa di Santa Teresa al Museo, in Napoli.

Si era nell'ottavario della Madonna del Carmine; egli fu felice di ricominciare il suo ministero con la Messa della Madonna e nessuno potrà mai descrivere la gioia intima, la commo-zione più profonda che Don Dolindo avrà prova-to nel risalire finalmente l'altare per celebrare il divin Sacrificio della Santa Messa!

 

ALL'INDICE DEI LIBRI PROIBITI

Il preludio e la condanna del 1940

Tutto procedeva ottimamente. Si era nel 1939. Continuava vivissimo l'apprezzamento nei con-fronti dell'opera della Sacra Scrittura. Mons. Olgiati, dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, avendo letto e meditato i due volumi sui salmi (X - XI) volle spontaneamente scrivere un articolo su Rivista del Clero per presentare all'ammirazione ed alla gratitudine del clero ita-liano l'opera del Cohenel, e particolarmente i due volumi sui Salmi. L'articolo molto favorevole al Padre ebbe vasta eco; vi furono moltissime richieste, e alcune riviste estere richiesero di recensire l'opera.

Ma... il famigerato censore rimaneva in ag-guato e non desistette dallo spingere fino in fondo l'attacco all'opera scritturale: come un buon giocatore di scacchi, in poche mosse dette scacco matto al povero (ricchissimo in grazia di Dio) Don Dolindo.

Vi riuscì nel 1940 ottenendo per l'opera scrit-turale il decreto definitivo di condanna all'indice dei libri proibiti, sia pure con la clausola «donec corrigatur» che vuol dire fino a quando non siano state apportate le correzioni suggerite».

... Ma le indicazioni delle correzioni da fare non arrivarono mai e poi mai... !

 

I libri all'Indice dei libri proibiti

Il 24 novembre 1940 era stata indetta dal Santo Padre Pio XII la giornata della penitenza mondiale.

Proprio questa data fu scelta per la pubblica-zione del decreto di condanna. La notizia giunse del tutto inaspettata, senza alcun preavviso.

Al Padre Dolindo la notizia fu portata di primo mattino dal rag. Ugo Montella, fratello di Elena, che l'aveva appena letta sul quotidiano Il Mattino di Napoli.

Era giornata di preghiera e di penitenza: le figlie spirituali presenti quel giorno, ricordava-no che Don Dolindo si sedette immediatamente all'harmonium che aveva in casa e compose un bellissimo Sanctus che successivamente inserì in una composizione per Messa composta da lui; se ne conserva una registrazione eseguita da un coro di frati ed anche chi non è esperto di musica avverte subito che quelle note dovettero sgorgare da un animo fortemente addolorato ma pur sem-pre innamorato di Dio e della Santa Chiesa. Subito dopo, celebrò la Santa Messa per offrire al Signore questo suo urgente dolore secondo le intenzioni del Santo Padre.

Don Dolindo, poi, raccomandò alle figlie spi-rituali di cogliere «si' bella occasione» per offri-re tutto al Signore e ringraziarlo. Non ebbe una parola di ribellione né permise che ne fossero pronunziate in sua presenza; nel suo oppositore non vide l'avversario ma solo lo strumento che, dalla mano di Dio, lo arricchiva della croce. Im-mediatamente, poi, scrisse al Papa e al Segretario del Sant'Uffizio, il cardinale Ottaviani, la sua illimitata sottomissione, supplicando umilmente che gli fossero segnalate le correzioni da fare.

In realtà - si capì poi - non c'erano parti da correggere: era stato messo in discussione il metodo dell'esposizione che Don Dolindo faceva della Sacra Scrittura. Era stato considerato poco scientifico. Ma Don Dolindo non aveva mai inte-so fare un'opera scientifica, critica, esegetica; fatta salva la precisione e la correttezza di ciò che scriveva, che fosse in pieno accordo con quanto afferma la Santa Chiesa cattolica, a lui importava solo che la gente comune - quelli come noi, che non possiamo comprendere i rigidi schemi e le teorie della teologia e dell'esegesi - potesse esse-re avvicinata alla comprensione della Sacra Scrittura per ciò che essa ha di formativo dello spirito e dell'uomo nella sua totalità, per quello che in essa ci permette di accogliere la rivelazio-ne che Dio, nel suo infinito amore, ha voluto fare di Se stesso all'umanità.

è, in pratica, il metodo di insegnamento che usarono i Santi Padri della Chiesa, che ancora si lasciano leggere affascinando per freschezza e semplicità e per quel "qualcosa" di soprannatu-rale che commuove e spinge ad essere un pochino migliori. E se dai frutti si riconosce l'albero, quel-lo di Don Dolindo è un... baobab di proporzioni gigantesche, per i magnifici frutti di conversione di cui ancora oggi giungono attestati, anche per via telematica.

Vorremmo fare un esempio più calzante, ma quello che segue è forse abbastanza chiaro - se non proprio pertinente - per far capire come Don Dolindo comprendesse le difficoltà in cui si tro-vava la gente comune nei confronti della Sacra Scrittura, e perché, quindi, si ripromise di scri-verne un commento "divulgativo".

Nel suo stile "popolare", riferendosi partico-larmente al misterioso Libro dell'Apocalisse, egli scrive nel 1923:

«L'Apocalisse è un libro che si spiegherà con gli eventi futuri; si spiegherà quando servirà alle creature alle quali Dio l'ha diretto. Per noi diventa solo un libro che ci manifesta che in Dio ci sono misteri imper-scrutabili.

Se un fanciullo che non conosce il mare, i pesci, le navi, ma conosce solo gli uccelli della sua terra, le farfalle, i rettili e le... pozzanghere d'acqua, è portato in riva al mare, egli dirà: "Ho visto un... lavarone, che aveva i margini come le montagne...

Dentro vi erano delle lucertole con le... ali, che camminavano volando nell'acqua. Sopra vi erano delle farfalle enormi con le ali bianche ed anche dei fornelli che si muovevano e mandavano fumo e sopra vi erano uomini che stando nel fumo non si bruciavano.

Ecco il linguaggio "apocalittico" del ma-re, visto da chi non ne ha un'altra idea. Quando uno legge questa descrizione non ne capisce nulla, ma se si va in riva al mare e lo vede di fatto, allora capisce che... il "lavarone" era il mare, che le lucertole con le ali erano i pesci, che le far-falle bianche erano le navi a vela; che il for-nello era un piroscafo...».

 

OLOCAUSTO. VICE PARROCO

Dopo la condanna dell'Opera

Anno 1941

Per amore alla Santa Chiesa tutti, dunque, tac-quero, e Don Dolindo chinò il capo alla volontà di Dio. Tuttavia, sollecitato da tante voci autore-voli, non si scoraggiò e non desistette, ma conti-nuò nel suo assiduo lavoro di meditazione sulla Sacra Scrittura, e riuscì a completare l'opera in forma di manoscritti che rimasero tutti sotto chia-ve per molti anni, fino a quando, cioè, dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, e dopo la morte di Don Dolindo, si potette riprendere felicemen-te il cammino della pubblicazione dei singoli volumi, con la revisione e l'Imprimatur dell'Ec-cellentissimo vescovo mons. Vittorio Maria Costantini.

 

Olocausti di amore

Il 10 luglio 1941 - va ricordato per la storia - moriva di cancro una delle figlie spirituali di Don Dolindo: Amalia Fellico. Aveva offerto la sua vita per l'Opera.

Intanto si preparava un'altra vittima volontaria per il bene dell'Opera e di tutta la Chiesa. Il 19 aprile 1941 in una lettera a Maria La Rovere, il vescovo di Alberobello, mons. Antonio Lippolis, scriveva tra l'altro: «...Alla generosissima im-molazione del Padre (Don Dolindo), unisco ben volentieri la povera mia, in tutte le sue possibili manifestazioni...». Dopo non molto, il 28 aprile 1942, il vescovo Antonio Lippolis moriva tra indicibili sofferenze per cancro alla lingua.

Ma passati i momenti più dolorosi, Don Do-lindo riprese il suo buonumore. Molti, in quel periodo, avrebbero voluto che alzasse finalmente la voce per difendere un'opera che stava facendo tanto bene nella Chiesa; volevano che si difen-desse, e Don Dolindo volle affidare la cosa in mano ad un tribunale speciale:

«Ho nominato un avvocato principe, assistito da un collegio di difesa coi contro-fiocchi, composto tutto di avvocati "traffi-chini", di polso. Mi sono già costituito parte civile impostando la causa su quat-tro capisaldi... giuridici ai quali non si potrà opporre nulla.

La causa è stata rimessa a ruolo il 18, Aspettazione del parto di Maria. E sarà trattata per direttissima in pochi giorni. Sono stato assicurato dell'esito clamoroso che, a suo tempo, farà epoca nella storia forense e renderà celebre l'Opera nei secoli.

Non potevo fare diversamente e sono si-curo che anche voi vi associerete alla causa perché io vi ho citato come uno dei testi-moni.

[...] L'avvocato principe è Maria Santis-sima. Il collegio degli avvocati: san Giuseppe, san Gioacchino e sant'Anna; gli Angeli tutti di Dio, san Michele, san Gabriele e i santi tutti di Dio... le anime del Purgatorio, specialmente quelle sacer-dotali.

Che collegio spettacolare di difesa!

Mi sono costituito parte civile così: ho perdonato a quelli che, senza volerlo o per debolezza umana, mi hanno perseguitato e li ho amati tanto e li amo pregando per loro.

[...] Ho chiesto a Gesù di colmare di gra-zie tutti quelli che hanno avuto parte alla condanna, benché io non li conosca».

Pochi avrebbero... contrattaccato così... !

 

Padre Dolindo, vice parroco nella chiesa-santuario di Lourdes in san Giuseppe dei Vecchi

Il 14 aprile 1942, Padre Dolindo fu nominato vice parroco nella chiesa in cui suo fratello Elio era stato eletto parroco. Era la chiesa diroccata di cui, come dicemmo prima, Don Elio fece un san-tuario mariano, dedicato alla Madonna di Lourdes.

L'esperienza parrocchiale gli fu preziosissima e lo portò in mezzo al popolo a viverne le ansie e le vicende dolorose. Si era in piena guerra mondiale e i due fratelli Ruotolo furono attivissi-mi nell'aiutare chiunque a sanare le ferite morali che la guerra, giorno per giorno, portava ai quar-tieri di Napoli.

Non c'era notte, si può dire, che il lugubre ulu-lato della sirena non segnalasse l'avvicinarsi di incursioni nemiche e tutti si precipitavano nei rifugi antiaerei. Anche la famiglia Ruotolo. Ma lui, Don Dolindo, preferiva restar solo in casa per avere la libertà di offrire le preghiere e le peniten-ze di lunghe discipline in quei momenti di peri-colo per Napoli. Talvolta, suonata la sirena del passato pericolo, nell'attesa del ritorno dal rifu-gio antiaereo delle sorelle con le quali viveva, Don Dolindo s'improvvisava cuoco e cameriere e faceva trovare la casa in ordine e il pranzo più o meno pronto.

Ogni giorno, perfino durante le quattro giorna-te di Napoli, si recava in parrocchia col fratello per venire in aiuto dei parrocchiani. Come ogni giorno, di pomeriggio, girava per le visite agli ammalati e ai poveri e andava alla Casa della Scrittura dove s'incontrava con le sue figlie spi-rituali, per pregare e sbrigare la corrispondenza che gli giungeva all'indirizzo dell'Apostolato Stampa.

Don Dolindo amava la sua città: pregava ed espiava per Napoli. Raccontavano le figlie spiri-tuali che spesso, quando pioveva, Don Dolindo benediceva l'acqua che cadeva dal cielo sulla città perché giungesse al suolo come acqua santa sulla sua gente!

Per essere ancora più efficace, un bel giorno decise di fare un giro in elicottero per alzare la sua mano consacrata sulla sua Napoli martoriata.

 

PREDICAZIONE... PREDICAZIONE

Il periodo post-bellico

Le giornate terribili della guerra sono ormai al tramonto. Nella carità e nell'attività più intensa di un'ardente predicazione, passano gli anni. Mistica e ascetica nella vita di Don Dolindo si uniscono in una crescita e una trasformazione sempre più raffinate della sua anima sacerdotale. L'umiltà, fra le virtù, è quella che pilota oramai da anni la sua vita. Notevole è di questo periodo la sua meditazione sulla morte.

Era il 17 maggio 1944 e in una clinica di guer-ra, Don Dolindo si era fatta fare la radiografia del suo capo. Dinanzi al teschio che ne venne fuori egli sostava - moderno anacoreta - in meditazio-ne, e il 17 ottobre del 1944 scrisse una meditazio-ne di cui trascriviamo qualche brano:

Innanzi al mio teschio

«Eccomi innanzi a te, mio Dio, nell'abis-so del mio nulla, come un verme al tuo cospetto, umiliato profondamente innanzi alla tua maestà infinita.

Davanti al mondo che adorna, stribia, riveste di broccati questo misero corpo, che tanta gloria ti ha sottratto e ti sottrae, io mi presento come un verme; anzi, spo-glio il mio capo di tutto quello che lo rive-ste, ridotto un nudo teschio prima ancora che la morte abbia corrose le mie carni e scoperto le nauseanti tenebre del sepolcro, della mia nullità.

Un raggio invisibile e imponderabile di luce mi ha attraversato e, quasi avesse in un attimo corrose le mie carni, m'ha vuo-tate le orbite, m'ha infossate le robuste mandibole, m'ha tolto ogni espressione, e mi ha dato la gelida espressione della morte. [...]

E bastato un raggio più penetrante di luce creata per scoprire quello che io sono:

occhi senza luce, orbite incavate, testa scheletrita, senza espressione, senza sorri-so alcuno, senza vita! Che cosa sarei io se mi penetrasse un raggio d'increata luce, e se mi vedessi nella tua luce, o Signore? Un raggio elettrico è capace di togliermi ogni esteriorità che mi distingue dagli altri; un raggio tuo mi farebbe scorgere nella mia estrema viltà, e sarei innanzi a te quasi non fossi. [...]

Sono contento di vedermi così, mio Dio, sono lieto di essere questa estrema nullità che io vedo, poiché questa nullità canta la tua gloria.

Sono contento, perché la tua misericor-dia mi libererà un giorno dalla carne della morte, e mi rivestirà della carne gloriosa. Ti loderò e vivrò della tua gloria, nella tua luce.

E giusto che non vi siano più gli occhi che videro le miserie della terra, che non vi siano più i sensi che percepirono quello che passa, inesorabilmente passa, poiché al posto di queste marcite pupille ci saranno gli occhi che tu mi ridarai per vederti fac-cia a faccia come sei, e al posto dei sensi ci saranno quelli che scruteranno la tua inef-fabile bellezza, per goderne eternamente. [...]».

Vorremmo trascriverlo tutto, ma qui non è possibile, per cui rimandiamo alle pagine di au-tobiografia.

Dalle testimonianze che da questo periodo in poi s'infittiscono, ricaviamo proprio questo: che Don Dolindo si avvia verso la seconda parte della sua vita scomparendo sempre più dinanzi a Dio, e dinanzi a se stesso. Ma la fiaccola non fu messa "sotto il moggio" nonostante egli volesse scom-parire anche dinanzi agli uomini.

 

La sua predicazione

Don Dolindo continuò a scrivere - come di-cevamo - e gli scritti di ascetica e di mistica, insieme alle meditazioni scritturali, si alterna-vano ad una fittissima corrispondenza che non era più quasi esclusivamente diretta alle sue figlie spirituali dell'Apostolato Stampa, ma agli innumerevoli figli spirituali che la lettura dei suoi libri o la sua parola ascoltata in chiesa aveva reso avidi di una luce individuale di verità, di confor-to, di pace.

Gente di ogni ceto, letterati, scienziati, per-fino attori chiedevano il suo aiuto spirituale anche per iscritto. E abbiamo lettere conservate in archivio che testimoniano l'amicizia spirituale che Don Dolindo ebbe con personaggi illustri come il prof. Enrico Medi, i duchi d'Aosta, i cugini del Papa Pio XII: i conti Gerini Pacelli, e altri. E attori come Carlo Campanini e Gianrico Tedeschi.

L'em.mo cardinale Ascalesi volle che Don Dolindo predicasse ai sacerdoti, nei seminari, nei noviziati, e nelle case religiose, e abbiamo un numero notevolissimo di testimonianze di queste anime consacrate che affermano di aver ricavato bene spirituale dalle sue predicazioni.

Il carisma della parola, reso valido da un esemplare comportamento di vita, suscitava anche nel popolo un gran fermento di entusiasmo e di fede.

Don Dolindo parlava semplicemente: sono conservate su nastro alcune delle meditazioni che teneva per le figlie spirituali e, con la stessa sem-plicità e chiarezza, come detto altrove, scriveva. Si faceva capire da tutti, era lepido, interessava, trascinava a Dio. Da quello che si rileva dalle testimonianze conservate presso l'Apostolato Stampa, anche oratori celebri dell'epoca, come il rev. padre Izzo, francescano e padre Ciuti, dome-nicano, andavano ad ascoltarlo e seguivano le sue prediche con gusto e ammirazione.

 

Preparava le prediche

Ecco poi come Don Dolindo si preparava per le prediche, che spesso raggiungevano il numero di sette oppure otto nella stessa giornata, tra riti-ri spirituali, tridui, novene e ottavari nelle chiese, nei conventi, nei seminari.

Anche in questo caso egli premetteva anzi-tutto la preghiera, che nella notte gli prendeva molte ore. Si levava in genere alle 2,30 di notte. Celebrava la Santa Messa e poi ancora faceva l'adorazione eucaristica. Si preparava quindi sui vari testi scritturali, biografici o ascetici, tenen-dosi al corrente delle più recenti pubblicazioni che gli venivano segnalate. La sua giornata, comunque, era un Rosario continuo. Aveva sem-pre la corona in mano e ogni minimo intervallo di solitudine era riempito dalle Ave Maria della corona. Pregava lungo la strada, pregava se si spostava nei viaggi, pregava prima di ogni incon-tro con le anime.

Il rev. padre Giovanni Recupido ricorda che il viaggio a San Giovanni Rotondo fu tutto un Ro-sario da Napoli a San Giovanni Rotondo, recita-to da Don Dolindo, dal vescovo Palatucci suo zio e da padre Luigi Casillo che viaggiava con loro, nella medesima automobile. Notevoli sull'argo-mento le testimonianze di molti sacerdoti e laici.

Alla preghiera che lo preparava alle prediche e, diceva, lo riempiva di amore a Gesù, univa poi, sempre che poteva, la santa confessione. Era per lui il... collirio che gli schiariva l'anima. Si con-fessava anche ogni giorno, se predicava ogni gior-no. Anche su questo è notevole la testimonianza di padre Giovanni Recupido e di altri sacerdoti.

E così la parola di Dio "passava per il piccolo servo suo" come la luce attraverso una lastra di cristallo o la corrente attraverso un conduttore (lo riportiamo da una pagina dell'opera ancora inedi-ta "Parabole e riflessioni"):

«La parola è di Gesù, quando vi passa; ma - subito egli chiarisce - il servo non può essere considerato dagli altri come Gesù. Sarebbe un errore stolto. Il sole passa per la lastra: tutto quello che vedi è sole, ma non puoi dire perciò che la lastra sia il sole. Se tu vuoi comunicare con la lastra quan-do il sole è nelle nubi non vedi nulla e rima-ni oppresso dal freddo e dalla lastra. Il pic-colo servo di Gesù è come il filo percorso dalla corrente: tu tocchi il filo per comuni-care con la corrente, ma non dirai mai che il filo è la corrente. Il filo è una nullità ed è una condizione indispensabile, in quel caso, al percorso della corrente».

Con questo scritto, che è del 1° agosto 1926, egli chiariva invero anche il... qui pro quo di chi lo aveva accusato di credersi... Gesù perché talvolta scriveva - nello stile dell'Imitazione di Cristo - delle esortazioni che iniziavano: Gesù all'anima, oppure: Sono io, Gesù... Egli, in real-tà, si considerava il "piccolo servo di Gesù"; si considerava solo uno strumento nelle mani di Dio, paragonandosi di volta in volta alla "lastra" da tergere o al filo da rendere idoneo alla "cor-rente" luminosa dello Spirito Santo.

E per questo si preparava per le prediche con la confessione sacramentale e con la preghiera.

 

ANCORA APOSTOLATO.

"COMPELLE INTRARE"

Il lavoro di stampa e la diffusione dei libri: nuovo apostolato nella Casa della Scrittura Oramai l'opera scritturale era sepolta, in at-tesa della ...risurrezione. Don Dolindo tuttavia continua a scrivere, ma l'attività intensa di stam-pa è troncata quasi del tutto. Va avanti, comun-que, il libro per i sacerdoti: Nei raggi della vita sacerdotale, che è benedetto dal cardinale e, più tardi, l'operetta sullo Spirito Santo: Peni, Sancte Spiritus pubblicata nell'aprile 1949.

Sono due libri-miniere sul Sacerdozio e sullo Spirito Santo, che hanno seminato e seminano luce sui passi di tanti sacerdoti e di tanti cristiani chiamati ad essere testimoni di Cristo con il sacramento della Confermazione.

Ma nella Casa della Scrittura, l'apostolato delle sue figlie dirette da lui continua intensis-simo. La scuola, gli uffici, la politica sociale, il di-retto contatto con le anime per un rinnovamento dello spirito ne sono ampio campo d'azione. Don Salvatore La Rovere, primo figlio spiri-tuale di Don Dolindo ad essere diventato sacer-dote, santificato dal dolore di una lunga malattia muore il 31 gennaio 1946 mentre stava per rea-lizzare il disegno di una parrocchia-modello, sul tipo di quella sognata da Don Dolindo nel 1916--1918; lasciava l'eredità di 20 sacerdoti, fioriti dalla sua missione sacerdotale. Le sorelle Lia e Maria, assistendolo a turno, non interrompono tuttavia il loro intensissimo lavoro di apostolato. Lia dà vita a Napoli al Sindacato dei Maestri cat-tolici, Maria e Lia insieme fondano con la sig.ra Notarianni ed altre anime buone il movimento femminile della Democrazia Cristiana. Maria viene eletta consigliera comunale (senza un mini-mo di spese elettorali di propaganda) e attraverso la Pontificia Opera di Assistenza salva migliaia di fanciulli napoletani dalla propaganda atea.

La loro casa, diventa - con la casa dell'Apos-tolato Stampa - un vero porto di mare a cui approdano tutte le creature bisognose di aiuto materiale e spirituale.

Nella scuola, l'orientamento è più specifi-camente apostolico. Elena Montella, che insegna italiano e storia, orienta al Signore scolaresche intere e riesce a far convertire al cattolicesimo colleghi massoni e atei, accostandoli a Don Dolindo. Così le altre figliuole spirituali che la-vorano nella scuola o negli uffici. Ma ogni suc-cesso è nel seme nascosto della formazione rice-vuta da Don Dolindo; è nel segreto di accostare prima o poi le anime a lui, sacerdote secondo il cuore di Dio.

 

L'apostolato del "compelle intrare"

La provincia domenicana napoletana stam-pava nel 1951 - gennaio-febbraio - un biglietti-no sul Rosario perpetuo. Nell'esortare poi oltre che alla preghiera anche all'apostolato attivo, lo stampato aggiungeva: «... ho visto in certe chie-se napoletane un gruppetto di signorine, guidate da dotto e santo oratore, condurre alla predica e poi al confessionale giovani e vecchi, operai e professionisti, reclutati dalle case, dalle officine, dalle strade. Perché non imitare simili aposto-le?...». Il dotto e santo oratore «era Don Dolindo».

E l'apostolato era il "compelle intrare" ispira-to da Don Dolindo, guidato e benedetto da lui. Era sorto così, spontaneamente, dalla sua parola predicata.

In una pagina del diario scritto in relazione a questo apostolato da una sua figlia spirituale dell'Opera troviamo scritto: «Elena Montella ed io eravamo state ad ascoltare la Messa di Don Dolindo. Era la seconda domenica dopo Pente-coste del 1947. Il Vangelo quel giorno aveva par-lato dell`invito alla cena" da molti rifiutato e della conseguente decisione del Signore di man-dare il suo servo a cercare... invitati per le stra-de, nei crocicchi delle strade perché anche con la forza fossero spinti entro la sua casa... Che fos-sero entrati per il banchetto i ciechi, gli zoppi, i rifiuti della società, insomma...

Don Dolindo, quella mattina, aveva parlato, come sempre del resto, con una tale forza di per-suasione, con tal energia soprannaturale, che la parola sua era scesa nelle anime nostre come forza ed energia di zelo e le aveva trasformate. Sentimmo quasi come un invito ad un aposto-lato fatto di attività nuova: ci sembrò che ciascu-na di noi poteva essere quel "servo" che dovun-que, anche nei "crocicchi delle strade" avesse potuto rivolgere l'invito pressante, l'invito ener-gico dell'Amore alle povere anime cieche nelle vie di Dio, zoppe nei loro peccati, storpie in qual-siasi movimento soprannaturale. Elena comunicò subito a me quella fiamma di zelo che bruciava nel cuore suo e insieme, per la prima volta, trepi-de e col cuore in gola, cominciammo a rivolgere per le strade l'invito alla Grazia, al Banchetto divino, all'Amore di Dio... ».

Da allora, comunicata al Padre l'iniziativa, se ne ebbero tutte le benedizioni e l'aiuto della pre-ghiera, e questa forma di apostolato che trova l'appoggio nella parabola del Vangelo e nell'iu-sta opportune et importune di san Paolo, fu chia-mata da Elena compelle intrare. E, benedetto anche dal cardinale Mimmi, esso aprì le chiuse della Grazia a inondarne migliaia di anime.

 

GRAZIA DI CONQUISTE.

PADRE PIO

Diario delle "Cacciatrici"

Per l'apostolato del "compelle intrare", in obbedienza a Don Dolindo, alcune delle sue fi-glie spirituali scrissero un diario che fermò nel ricordo centinaia di episodi dai quali traspare tutto l'aiuto di Dio in questa forma di apostolato e anche la fecondità di un'anima sacerdotale, quando trabocca di amore per Dio e per le anime.

Dal campo politico, Don Dolindo si tenne ai margini, ma in questo campo di apostolato egli per le sue figliuole "cacciatrici" fu guida, padre, aiuto quotidiano; il piccolo "drappello" ogni giorno, prima della "caccia" era benedetto da lui.

Si conservano i quaderni che imprigionano questi raggi di luce nei quali la mano benedicen-te di Don Dolindo si leva ad assolvere, dopo che la sua parola ha conquistato le anime... Ne ripor-tiamo qualche pagina presa a caso, sia pure in sintesi:

Gennaio 1950 - chiesa di San Domenico Soriano

Chiamato dalla strada, un giovane dall'aria stravolta si lascia persuadere ad entrare in chie-sa. Ascolta la parola del Padre che predica, si commuove, è esortato a confessarsi, cede. Vole-va suicidarsi, ritrova la pace e si dimostra felice.

21 marzo 1950 - chiesa di San Carlo alle Mortelle

Un padre e una figlia polemizzano davanti alla chiesa: la figlia - una signorina - si era assentata senza dire dov'era andata e il padre la rimprove-rava aspramente. Invitato ad entrare in chiesa, l'anziano signore accetta e viene presentato a Don Dolindo. La figliuola, sbalordita, chiede dove sia andato il padre... forse a confessarsi - le si risponde. Mio padre confessarsi?!! Mio padre confessarsi! Lo sapete, signorine, che sono più di quarant'anni che non si confessa? - Dopo un po' di tempo, il padre ritorna col volto trasfi-gurato dalla gioiosa commozione: Mi sono con-fessato! Capite? Mi sono confessato! Che santo, quel sacerdote, che santo!

Il giorno seguente si accosta alla Comunione con molta pietà e dice: «Non potete immaginare l'impressione che mi ha fatto la figura di quel sacerdote! Che dolcezza, quale garbo nella con-fessione! ... Sento nell'anima un mondo nuovo!». Lo abbiamo ancora rivisto - prosegue il diario - egli segue con passione e assiduità le prediche del Padre e afferma: «Dal pulpito è un gigante ed è un genio. Avvicinatelo e lo trovate tanto umile. Tutti così i grandi uomini».

Maggio 1950 - chiesa del Carmine

Il vecchio è un omaccione zoppo, è un "guap-po" dei Ventaglieri (lo si saprà dopo).

Entra in chiesa invitato dalle signorine. Vi entra un po' bofonchiando, poi si siede - tossi-sce, ansima: malato. «Tutto a un tratto - citiamo alla lettera dal diario - Don Dolindo fece una di quelle solite volate sulla salvezza dell'anima, sul conto che bisogna rendere a Dio dei peccati com-messi e sulla trascurataggine che certe anime hanno nell'osservare i precetti della chiesa. L'o-maccione si scosse, guardò con più attenzione il Padre, e finita la predica, accettò subito di venire con me in sacrestia per avere una benedizione dal Padre predicatore. Si confessò, gli feci fare la penitenza (non ricordava nessuna preghiera) e tutto contento andò via dicendo che l'indomani si sarebbe fatta la Comunione.

La gente lo guardò meravigliata. Il vecchio era tristemente noto per la sua vita senza Dio. Dopo alcuni giorni ritornò e mi indicò un signore per-ché invitassi anche lui a entrare in chiesa... sape-va che da molto tempo era lontano dai Sacramenti».

Il vecchio era diventato apostolo. Ma questo accadeva spessissimo.

Giugno 1950 - chiesa di San Giuseppe dei Vecchi

Don Dolindo predica il mese di giugno. Il gio-vane è fermato mentre... sta per salire sul pull-man che deve portarlo al Vomero. Invitato a veni-re in chiesa, prima si oppone, poi cede. Presen-tato al Padre s'inginocchia ai suoi piedi e prima di confessarsi gli dice: «Padre, sono ai vostri piedi per miracolo di Dio. Mi hanno fermato quando mi disponevo ad andare al Vomero per rissarmi con uno che mi ha insultato. Siccome sono di carattere violento, la cosa sarebbe finita male. - E ha mostrato al Padre la cicatrice di tre coltellate ricevute in rissa. - Ero da parecchi anni lontano da Dio e invece di andarmi a rissare, per finire in carcere a Poggioreale o al Camposanto di Poggioreale, ho avuto la grazia... di Dio!». E non finiva di ringraziare.

Aprile 1950 - chiesetta dell'Immacolata a San Raffaele

Viene fermato un uomo sulla cinquantina dal-l'aspetto civile. Invitato a entrare in chiesa dice che è lontano dal Signore, ha fatto in vita sua solo due o tre Comunioni; afferma di essere una "pecorella smarrita". La cacciatrice insiste per-ché entri.

Appena entra in chiesa, la sua attenzione si blocca su Don Dolindo, che sembra rivolgere la predica a lui, tanto è appropriata la sua parola a quell'anima, che subito accetta di confessarsi da lui ed esce felice dalla confessione.

Gennaio 1951 - Quarantore nella chiesa di San Severino

Un vecchio da vari anni lontano dai Sacra-menti, decisamente anticlericale e quasi ateo. Entra, invitato, in chiesa. Ascolta la predica di Don Dolindo e afferma: «[Nell'ascoltarlo] mi sono svaniti tutti i pensieri che avevo nella mente. Adesso capisco che devo seguire un'altra via, che devo fare un'altra propaganda (era attivi-sta comunista). Mi voglio confessare questa sera stessa». Si confessò e ne rimase felice.

L'apostolato del compelle intrare piacque a molti sacerdoti i quali, quando la "pesca" era abbondante (durante le tre ore di agonia del Ve-nerdì Santo, nelle chiese del Carmine, di San Lo-renzo o di San Domenico Maggiore erano invi-tati per la confessione anche 40 uomini) veniva-no in aiuto delle cacciatrici e rimanevano presi dall'amore di Dio che pareva si fosse messo alla ricerca delle sue creature per abbracciarle nei modi più miracolosi.

Molte anime si confessarono anche nella chie-sa di Santa Chiara. Il servo di Dio padre Nicola Assuad, che era negli ultimi anni della sua vita, ne confessò molte e un giorno disse ad una delle cacciatrici letteralmente così: «A vostra gioia, devo dirvi che delle molte decine di anime che mi avete presentato, non una è venuta senza una buona disposizione, non una si è allontanata senza gioia». Avevano toccato il "filo" pieno di corrente, erano state illuminate dal Sole che pas-sava per la "lastra".

Avevano ascoltata la parola di Dio predicata da Don Dolindo e si erano incontrate con padre Nicola: un altro santo.

L'apostolato in questa forma durò fino all'an-no in cui la legge... Merlin, essendo state chiuse le case di prostituzione, rese pericoloso fermare gli uomini per le strade e si poteva essere arresta-te per... adescamento. Don Dolindo non volle che le sue figlie spirituali - alcune ancora giova-ni - si fossero messe in tale pericolo.

Non si girò più per le strade ma, per molti anni ancora, fino al 1967, qualcuna continuò con l'apostolato per le case, dove si sapeva che vi-vevano famiglie irregolari. E si provvide a rego-larizzare decine e decine di unioni con matrimo-ni per i quali, il più delle volte la ricerca dei documenti fu una vera odissea. Per alcuni docu-menti si dovevano fare ricerche perfino all'este-ro.

Nel diario delle "cacciatrici" sono segnati i dati precisi che di questi matrimoni ricordano perso-ne, indirizzi, eventi e date.

Poi, la morte picchiò di nuovo nel piccolo ambiente dell'Apostolato Stampa. Ed in pochi anni portò via: Angelica e Linda Lancerotto, Lia e Maria La Rovere, Elena Montella e Franca Penturo (che era una delle ultime arrivate, la più giovane).

Si aggiunsero gravi sciagure familiari ad in-chiodare al dovere di carità alcune delle figlie spirituali: tutto, insomma, contribuì a bloccare il compelle intrare che, diceva poi Don Dolindo, sarebbe continuato silenzioso e più efficace nella ricerca delle anime, con l'offerta di tanti dolori.

 

L'incontro con Padre Pio da Pietrelcina

è degli anni '50 l'incontro di Don Dolindo con padre Pio da Pietrelcina. Negli anni precedenti, più volte le sue figlie spirituali si erano recate da padre Pio per averne conforto e luce sulle trava-gliate vicende dell'Opera, ma Don Dolindo non aveva mai avuto la possibilità di recarsi a San Giovanni Rotondo. In quell'autunno del 1953, si realizzò invece l'atteso incontro. Nei suoi ricordi Don Dolindo scrive tra l'altro le parole incredibi-li che padre Pio gli disse con fervore di spirito:

«Mi abbracciò, e benedicendomi mi disse: "Tutto il Paradiso è nell'anima tua. C'è stato sempre, c'è, e ci sarà per tutta l'eternità"»

Poi gli donò dei ceci benedetti che Don Dolindo potette dispensare tra i suoi figli spiri-tuali devoti del santo di Pietrelcina.

 

IL PESO DEL LAVORO SENZA SOSTE

Il ritmo di lavoro spezza la fibra di Don Dolindo

Don Dolindo non aveva mai avuto un fisico forte. Da bambino era smunto, un po' per la po-vertà ed un po' per i maltrattamenti; da giovane si presentava minuto, nel suo metro e sessanta (approssimati per eccesso...), tranne una parentesi di... "supernutrizione penitenziale" quando fu sotto processo a Roma nel 1921; da anziano e da vecchietto, poi, non mancarono bronchiti recidi-vanti, l'artrosi che a poco a poco ne incurvava la spina dorsale e giunse a piegargli il collo ad uncino sul petto, in una dolorosa morsa cervicale (in alcu-ni momenti somigliava a sant'Alfonso dei Liguori, curvo com'era diventato); problemi di circolazione gli piagarono le gambe limitandogli fortemente il camminare; non mancarono nemmeno l'ernia ombelicale, la congiuntivite e tante altre complica-zioni che derivarono da una intera vita di peniten-ze durissime in espiazione dei mali del mondo.

Quante volte andava alla Casa della Scrittura - ci hanno detto le figlie spirituali dell'epoca - ed aveva la febbre alta! Non accettava rimedi di sorta. E poco dopo lo sentivamo predicare in chiesa, come non avesse nulla. è per questo che sembrava non dovesse mai morire.

Enzina Cervo, che fu per anni l'amorevole infermiera di Don Dolindo, raccontava spesso che, ormai molto avanti negli anni, Don Dolindo continuava ad abitare una piccola stanza che d'inverno era veramente gelida. Non era possibi-le fargli accettare una coperta e nemmeno una stufetta. Allora Enzina escogitò una... caritatevo-le bugia; gli disse più o meno: «Padre, io non rie-sco più nemmeno a servirvi bene per il freddo che fa in questa stanza: per favore, posso portare una stufetta per scaldarmi un po'?». Don Dolindo, fu costretto a cedere per non fare del male alla sua diletta Enzina e, finalmente, Enzina vinse la sua battaglia!

Oramai, la sera, dopo la predica, sempre qual-cuno si prestava ad accompagnarlo ma... non per ricondurlo a casa. Quasi ogni sera lo accompa-gnavano in casa di infermi o presso famiglie nelle quali una parola buona poteva rimettere in sesto una situazione critica... Ed il ritorno a casa spesso andava oltre le ventidue. La sveglia era sempre alle 2.30 di notte: a quell'ora iniziava la preghiera e poi scriveva le sue splendide pagine spirituali o sbrigava la corrispondenza che si faceva sempre più intensa.

Questo ritmo inarrestabile di lavoro non po-teva durare per sempre. Don Dolindo aveva rag-giunto oramai i 78 anni e non dava alla sua gior-nata un attimo di riposo. Quante volte nemmeno gli davano il tempo di consumare il povero pasto in famiglia. Andavano a bussare alla sua porta a tutte le ore. Egli non rimandava mai via nessuno: «Sono anime che vengono da me, che sono sacer-dote, e vengono da me perché sono sacerdote» - diceva - e non permetteva che qualcuno di casa, per pietà verso la sua stanchezza, tentasse di allontanare il visitatore indiscreto. Continuavano le predicazioni, continuavano le visite agli ammalati.

La sera del 31 ottobre 1960 predicò nella chiesa di Caravaggio. E come sempre, dopo la predica, rimase ad ascoltare le persone che si erano avvicinate. Lo accompagnarono poi alla visita di un infermo. Don Dolindo, stanchissimo, si sentì barcollare. La signora di cui aveva visita-to il figlio infermo se ne accorse e non permise che fosse tornato a casa con l'autobus. Noleggiò un taxi che lo portò a casa.

Nella notte, Don Dolindo volle alzarsi ma venne meno e cadde; rimase a terra per più di un'ora fin quando la sorella se ne accorse e, aiu-tata da gente del palazzo, lo mise a letto. Aveva il lato sinistro intorpidito e sbandava camminando: era stato colpito da una trombosi cerebrale.

Il parroco, avvertito, gli portò subito l'olio degli infermi. Fu chiamato il medico, vennero anzi molti medici, contro la sua volontà; erano chiamati dai familiari e da amici devoti.

Il male non andò oltre e dopo un mese, ancora mezzo paralizzato, Don Dolindo ricominciò ad uscire per il suo apostolato di carità.

In tutto il periodo della malattia - hanno rac-contato le figlie spirituali - egli visse in dolcissima unione, anzi, in adorazione della volontà di Dio, pronto a "partire", come a rimanere ancora su questa terra d'esilio.

 

PROFEZIA SUL PAPA GIOVANNI PAOLO II

Un nuovo grande dolore: la morte di S. Ecc.za mons. Palatucci.

Il declino fisico continua

Aprile 1961

«Venerdì santo, quasi all'ora della morte di Gesù - scrive Don Dolindo - moriva mons. Giuseppe Maria Palatucci».

Dopo la morte del cardinale Ascalesi, questo fu un altro grande dolore per Don Dolindo; era morto un grande amico che per la difesa dell'O-pera aveva subito dolori e umiliazioni. Era morto da santo, dopo la comunione del venerdì santo, "abbracciato" a Gesù crocifisso.

Sempre più raffinato dal dolore, sempre più sofferente, Don Dolindo continua la sua vita di a-postolato; solo che le uscite sono meno frequenti. E le anime corrono a lui.

In una lettera del novembre 1964 egli scrive:

«Dio si serve di me per illuminare, per confortare, come ci si serve di uno zolfa-nello per accendere la fiamma, di una scopa per pulire, di un misero ago per cuci-re, e perfino di rifiuti putridi, per concima-re...».

Ma non perde la sua serenità e trova la forza di scherzare su se stesso, sulle sue malattie, sulla sua... "sciosciammoccaggine" diceva lui.

I malanni aumentano. Anche il lato destro subisce un danno circolatorio, il camminare per lui diventa un tormento. Ma esce ancora nono-stante le gambe gonfie e piagate. E quando glie-le medicano il dolore è forte ma egli lo cela con un sorriso e scherza sui suoi malanni come sem-pre, salutandoli ad ogni risveglio con un «Ciao!». Ma esce ancora per le sue visite di carità: gli infermi hanno bisogno di conforto... Come se lui fosse stato sano...!

Sulla scrivania intanto si ammucchiano de-cine e decine di lettere che egli mette in turno di data e di importanza di carità. E stentatamente continua a scrivere, continua a dare conforto, luci, consigli ai lontani che chiedono aiuto. E continua a scrivere sulle immaginette: Gesù all'anima..., Maria all'anima..., Sono io, Ge-sù...

Il "cristallo" è terso e lascia passare il raggio di sole.

 

Il Comunismo e Giovanni Paolo II

Siamo nel 1965... Dietro ad una immaginetta della Madonna, Don Dolindo scrive un pensiero per un signore polacco che... non conosce, e gli annuncia in nome di Maria che la salvezza del mondo verrà dalla Polonia, ricordando espressa-mente la celebre figura di Giovanni Sobiesky:

«Maria all'anima - Il mondo va verso la rovina, ma la Polonia, come ai tempi di So-biesky, per la devozione che ha al mio Cuore, sarà oggi come i ventimila che salvarono l'Europa e il mondo dalla tirannia turca. Ora libererà il mondo dalla più tremenda tirannia comunista. Sorge un nuovo Giovanni, che con marcia eroica spezzerà le catene, oltre i confini imposti dalla tirannia comunista. Ricordalo...».

La storia di questa immaginetta è proprio sin-golare. Nessuno sapeva di questo scritto; si giun-se al 1978 quando lo si scoprì, per caso, trascrit-to in copia in uno dei quaderni dell'Apostolato Stampa. La figlia spirituale che lo lesse ne rima-se quasi stordita, ne parlò con le altre: era impor-tante recuperarne l'originale. Ma come fare? Per... canali provvidenziali che solo il Signore può attivare quando lo ritiene necessario, si giun-se, dopo molte ed avventurose ricerche, a trovare l'originale poggiato sul fondo in una cassa colma di documenti custoditi fedelmente dal vescovo mons. Paolo Hnilica, di venerata memoria.

Ma era proprio necessario ritrovarla: quella immaginetta era la profezia del pontificato di Giovanni Paolo II. Ne parlarono i giornali del tempo, e se ne parla ancora oggi.

 

DON DOLINDO E PADRE STEFANO MARIA MANELLI

Don Dolindo, intanto, scrive, continua a scri-vere, e scrive messaggi che talvolta sembrano profezie. Scrive con caratteri sempre più incerti perché vede poco e la mano destra funziona male. E ancora continua a ricevere persone, curvo, spezzato in due, tanto da non poter solle-vare il capo.

Il Rev. padre Vincenzo Stefanelli diceva che quando andava a visitarlo, Don Dolindo, curvo curvo, prendeva il cordone francescano e diceva: «Oh, san Francesco! Chi è questo fraticello fran-cescano...?» E si mostrava contento.

E quando riceve visite, ancora parla, ascolta, richiama, ammonisce, illumina, con la sua verve instancabile nel comunicare sempre qualcosa della pienezza di grazia e di luce che egli possiede e che vuole donare fino all'ultimo, senza riserve.

Una delle ultime visite che Don Dolindo ri-cevette prima della sua morte fu quella di padre Stefano Maria Manelli, il quale aveva conosciuto e frequentato Don Dolindo fin dal 1948, e il 2 agosto 1970, dietro la spinta del Documento Conciliare sulla Vita religiosa "Perfectae chari-tatis", iniziava l'esperienza della Casa Mariana a Frigento, sui monti dell'Irpinia, per una vita francescana rinnovata sui passi di san Francesco, di santa Chiara e di san Massimiliano, guidato personalmente da padre Pio da Pietrelcina, che era stato suo Padre Spirituale fin dall'infanzia.

A padre Stefano Maria Manelli, Don Dolindo disse cose splendide sulla Casa Mariana e pro-clamò espressamente di voler fare parte anche lui della Comunità dei frati di Casa Mariana, profe-tizzando anche, a chiara voce, la futura Fon-dazione dei Frati Francescani dell'Immacolata che sarebbero stati presenti su tutta la terra, come di fatto sta avvenendo!

Oh, la gioia di Don Dolindo con padre Ste-fano in quell'incontro! Ed era sempre così, per lui, quando riceveva i sacerdoti, i religiosi!

Si addolorava, invece, quando i sacerdoti an-davano da lui senza la talare, nel post-Concilio. Quanto se ne addolorava, internamente ed ester-namente! E non riusciva a tacere, per questo, sulle conseguenze terribili che egli vedeva legate all'infedeltà dei sacerdoti e dei religiosi.

 

Le corde spezzate...

Non si arrendeva però alla sofferenza fisica come non si era mai arreso a quella morale e spi-rituale degli anni più bui. Tuttavia, sentiva pian piano venir meno l'energia del passato, come nel racconto che segue:

«Al celebre violinista Paganini, ad una ad una si spezzarono tre corde del violino, re, la, mi, e vi rimase il sol, sul quale fece una meravigliosa armonia. Scrosciarono gli applausi nella sala del concerto, e lo spezzarsi delle corde fu un trionfo.

Nella vecchiezza par che si spezzino le corde dell'umana attività, ad una ad una; ne rimane una sola, e su quella può suonar-si la trionfale armonia della eternità: sol, solo Dio! ... O Sol benedetto del mio violi-no, unica nota della mia vecchiezza, o Dio solo, armonia nello stridore del mondo mo-derno che erra, senza fede, tra errori ed illusioni, scordature di uno strumento sfa-sciato ... ».

 

Ma non cede

«Vorrei cantare un cantico alla Madon-na... - aveva scritto l'11 febbraio 1960 - e mi sento così miserabile... Scrivo piangen-do... un impeto di zelo vorrebbe fare apri-re il cielo, vorrei essere un vento turbinoso che dissipa le fosche nubi...».

Un corpo ormai disfatto dalla sofferenza e dalle malattie, ma... non ci sembra di rivedere l'indomito ed indimenticabile Giovanni Paolo II quando, nell'estremo tentativo di parlare ancora ai suoi figli, pur sconfitto dal male inesorabile, ebbe un estremo gesto che espresse tutta l'ener-gia che ancora dirompeva dal suo spirito gigante-sco?

 

Il canto del cigno

All'Immacolata volle dedicare la sua ultima fatica di apostolo scrittore.

Tre grossi volumi scritti a sbalzi, negli inter-valli tra un'udienza e l'altra delle anime, di notte. è una vera contemplazione di Paradiso che appena ai nostri giorni si è in procinto di pubbli-care.

Don Dolindo sembra vivere solo nel deside-rio del Cielo, che pure non gli è sensibilmente aperto. Spiritualmente egli si sente al buio. Ma quando parla e scrive è incandescente di amore di Dio. La vita continua stentata fisicamente ma spi-ritualmente è un volo a cui trascina le anime, senza che egli stesso se ne accorga.

 

IL PASSAGGIO NELL'ALDILA'

L'ultimo male e la morte

Anche in casa di Don Dolindo si era fatto il vuoto. Era morta la sorella Bianca, poi, come già accennammo, il fratello parroco Elio. Dopo qual-che anno ancora un appello dal Cielo: è per la sorella Cristina. Nel 1968 muore anche il fra-tello mons. Ausilio.

Dopo la morte di questo fratello, Don Do-lindo non ha più la forza di uscire. I quattro pia-ni, a scalini alti, del suo palazzo, diventano or-mai un ostacolo troppo grave. Egli non si regge quasi più neppure in piedi.

Il 6 agosto 1970 ha come un presagio della prossima morte. Si sente male e scrive alle po-che figlie spirituali superstiti della sua Opera, una lettera piena di amore paterno e di dolore; in essa c'è tutto il rammarico di lasciarle, ma egli desidera anche il silenzio. La terra è sempre più lontana, ... ma non ancora sparita dall'orizzonte.

Nel mondo cominciano i primi sconvolgimen-ti e le innumerevoli persone - laici e religiosi - che vengono a visitarlo gliene riferiscono l'eco. Si era alle prime "scivolate" del '68. La televisio-ne incominciava ad entrare anche nei conventi per essere seguita non solo nelle notizie politiche o religiose...

Il post-Concilium è drammatico, gli comu-nicano le notizie più nefaste a riguardo e se ne spaventa. Quasi sempre lo si trovava con le la-crime agli occhi e in un'agonia di assorto dolore. E diceva che il suo pianto era per la Chiesa, che egli vedeva dilaniata dai suoi stessi figli; la sua agonia era per il baratro verso cui vedeva correre l'umanità, impazzita in una smania suicida.

Il cuore ormai è indebolito, la circolazione compromessa gravemente. Una semplice influ-enza, il 16 novembre 1970, si trasforma in bron-copolmonite con focolai virali di eccezionale vio-lenza. Egli vorrebbe ancora alzarsi, lo tenta, ma bisogna sorreggerlo e riaccompagnarlo a letto.

I malanni non abbattono Don Dolindo. Egli, si può dire sul letto di morte, ancora scherza sulla sua malattia: cerca di dare coraggio a chi gli è accanto e... si illude ancora.

è la sera del secondo giorno. Nel delirio della febbre gli sembra di vedere una suora... suor Giuseppina dei Ponti Rossi? Sì, conferma. La Beata una volta predisse che Don Dolindo sareb-be morto di novembre, per bronco-polmonite: è novembre. è la polmonite. ...Un triste presenti-mento... Ancora si tenta di salvargli la vita.

19 novembre 1970. Un nuovo medico, un pro-fessore universitario devoto di Don Dolindo, ora morto, ordina altre cure e un'ipodermoclisi. Alle 17.15, mentre un infermiere tenta l'endovena, un gemito, e il cuore del Padre cessa di battere. è la morte.

 

I funerali

Don Dolindo aveva raccomandato la massi-ma povertà nei funerali. Ne aveva scritto in una lettera alla sig.ra Emma Chapel, data in copia dattiloscritta da mons. Penitenti e lo aveva con-fermato a voce più volte.

Per quanto fu possibile, si cercò di acconten-tarlo.

Portato in chiesa, nella sua parrocchia dell'Immacolata di Lourdes, in San Giuseppe, la mattina del 20 novembre 1970, il popolo comin-ciò a sfilare con viva commozione, per salutare la salma.

La chiesa si riempì di gente e fu necessario l'intervento di agenti dell'ordine pubblico per disciplinarne l'accesso. Intorno alla bara si do-vette formare un piccolo cordone di giovani di buona volontà, tra cui alcuni sacerdoti, per evita-re che l'espansione popolare eccedesse nel voler toccare a tutti i costi colui che essi chiamavano il "prete santo".

Vennero per la dolorosa occasione molti figli spirituali che risiedevano all'estero, alcuni dal Belgio, altri dalla Francia. Altri ne vennero dal Veneto, moltissimi da Roma, molti dalle Puglie.

Un figlio spirituale di Don Dolindo, allora stu-dente universitario, oggi ricercatore di fisica nucleare all'ENEA volle far prendere il calco in gesso del volto e della mano destra, che genero-samente ha donato all'Opera.

Il giorno 21, dopo un corteo breve, per evita-re confusione nell'incrocio del Museo, che è affollatissimo svincolo stradale, si raggiunse il cimitero, dove la bara fu interrata, secondo l'uso locale, nella cripta della Cappella dei Figli del Carmelo, nel Viale Scala Santa del vecchio cimi-tero napoletano di via Poggioreale.

 

L'esumazione

17 novembre 1972 - Erano passati due anni dall'inumazione.

La salma di Don Dolindo, esumata, doveva passare altrove. Per interessamento di un parro-co, figlio spirituale di Don Dolindo, e di un suo parrocchiano, il sig. Liguori che conosceva e amava Don Dolindo, fu offerta per la deposizio-ne nella tomba una cappellina avuta allora in ere-dità dai parenti: la Cappellina Capuano, che si trova a sinistra del Viale dei Cipressi, dall'ingres-so Nord del vecchio cimitero. Un marmo ne chiu-se il loculo e vi fu scolpita questa epigrafe con le parole che egli tante volte ripeteva e che tante volte scrisse nelle sue lettere, in cui esortava alla fiducia in Dio:

Confida in Dio! Quando verrai alla mia tomba, tu bussa, anche dalla tomba io ti risponderò: confida in Dio!

Avvenne anche un fenomeno strano: dalla salma ormai mummificata, anche se ancora fles-sibile - tanto che la si potette rivestire anche di cotta e stola - vennero fuori dalla nuca e dall'al-luce del piede sinistro alcune gocce di liquido rosso vivo. Alcuni, accostarono un fazzoletto per assorbirle. Sembrava sangue: ne fu affidata l'ana-lisi all'Istituto di Medicina Legale il cui Direttore, prof. Goffredo Sciaudone, confermò l'intuizione.

Ancora un particolare: un sacerdote france-scano conventuale aveva deposto sul petto di Don Dolindo, perché lo accompagnasse nella tomba, lo scapolare del terz'ordine francescano, di cui Don Dolindo faceva parte. Nell'esuma-zione, i vestiti, le calze, tutto fu ritrovato logoro e a pezzi: intatti, integralmente intatti, solo lo scapolare francescano e la stola, che ancora con-servano tuttavia il cattivo odore di terra tombale.

 

La traslazione in chiesa

Si cominciò subito a chiedere, intanto, plebi-scitariamente dal popolo della parrocchia e dalle migliaia di anime che lo avevano conosciuto in vita, che la salma di Don Dolindo fosse traslata in chiesa.

Per consiglio di Sua Eminenza il cardinale arcivescovo di Napoli, Corrado Ursi, si raccolse-ro le firme di quanti desideravano la traslazione. Se ne riempirono quattro grossi volumi, pieni di migliaia di firme (precisamente, ventimilasette-centoventisei) e con tutti i documenti si presentò la pratica che, nella sua illuminata bontà e con l'adesione del collegio curiale, il cardinale appro-vò in pieno. La pratica fu completata anche nei suoi particolari di garanzie mediche e civili e il giorno 12 ottobre 1974, con enorme partecipazio-ne di popolo, la salma fu portata nella parrocchia dell'Immacolata di Lourdes e San Giuseppe dei Vecchi in via Salvatore Tommasi e, con solenne concelebrazione presieduta dal vescovo mons. Vittorio Longo, fu tumulata accanto all'altare di san Giuseppe, nella navata della grotta di Lourdes.

Quando si trattò di scegliere le parole ade-guate per comporre il testo dell'epitaffio, ci si chiese cosa scrivere. Due figlie spirituali si reca-rono al cimitero, nella cappella che ancora custo-diva la salma di Don Dolindo, e con semplicità filiale pregarono il Signore perché Don Dolindo le avesse aiutate a scegliere tra i suoi scritti quel-lo che lui avrebbe preferito... Aprirono a caso il libro dell'autobiografia, che avevano portato con loro. Le pagine si aprirono sul "cantico alla Chiesa" riportato poi sulla tomba:

Mi lasciasti come mutilato nel mio sacerdozio, o santa Chiesa di Dio, potato dalla tribolazione; ma nessuno mai poté distaccarmi da te... E il mio sacerdozio fiorì proprio nell'umiliazio-ne terribile e come edera dalle cento radici s'avvinghiò al tuo Sacerdozio eterno, o Gesù.

 

LE OPERE DEI SANTI DURANO SEMPRE

L'Opera di Don Dolindo dopo la sua morte.

Gli eredi

Il grave cruccio di Don Dolindo era il futuro dell'Opera. La stampa dell'opera scritturale era bloccata, è vero, ma c'erano tutti i manoscritti inediti che egli, nella luce di Dio, vedeva come seme che presto sarebbe fiorito nella Chiesa: decine di migliaia di pagine da stampare ancora. Chi avrebbe potuto guidare, dopo la sua morte, le sue figliuole rimaste in poche? E nessuna giova-ne. E nessuna che desse affidamento di capacità organizzative: le migliori se n'erano andate in Paradiso... a chi affidare l'Opera?

Nel 1968, Padre Dolindo aveva conosciuto mons. Giulio Penitenti. Gliene avevano parlato alcuni amici di Roma, e poi qualcuna delle sue figlie, che aveva avuto occasione di conoscerlo a Roma, nella sede dell'Oikoumenikon, l'opera da lui fondata.

In principio fu una semplice conoscenza. Venivano tanti sacerdoti da lui, e mons. Penitenti era uno di questi.

Finalmente la decisione.

Don Dolindo, un giorno, alle poche figlie spi-rituali rimaste, disse:

«Dopo aver molto pregato, sento che è volontà di Dio che devo lasciare erede dell'Opera mons. Penitenti».

Tuttavia, dopo un primo, lungo periodo di assidua partecipazione al lavoro dell'Opera di Don Dolindo, i membri dell'Oikoumenikon, pressati dai loro propri impegni di apostolato ecumenico, preferirono lasciare alle figlie spiri-tuali di Don Dolindo ogni iniziativa riservandosi la supervisione del lavoro svolto.

Il Signore intervenne sempre con la sua bontà a sostenere il lavoro intenso ed incessante delle figlie di Don Dolindo; e questo aiuto non mancò mai fino a quando esse furono in vita ed alla guida dell'Apostolato Stampa.

 

La pubblicazione delle opere inedite

Mai stampato un libro: della stampa, infatti, fino al 1940 si era sempre occupato personal-mente Don Dolindo con l'aiuto delle prime so-relle dell'Opera.

La generosità di Ersilia Cavaccini, in effetti, procurò il denaro necessario per il primo volume da stampare. Si riuscì a trovare una tipografia affidabile, fra le tante. Attraverso alcuni sacerdo-ti, figli spirituali di Don Dolindo, inoltre, si potet-te affidare la revisione delle prime due pubblica-zioni al vescovo di Sessa Aurunca, mons. Vit-torio M. Costantini, e così per le successive pub-blicazioni. Il Vescovo di Sessa Aurunca, con paterna bontà, ne accettò l'onere, e da allora fu guida generosa e paziente per ogni lavoro.

Si iniziò, dunque, la serie delle pubblicazioni, incominciando con un libro in nome della Madonna. Perchè con un libro mariano? Perchè era facile pensare che così avrebbe cominciato anche Don Dolindo..., e il libro scelto portava il titolo: Maria, chi mai sei tu?

 

La causa di beatificazione

Il ricordo di Don Dolindo non si è mai potuto spegnere nella memoria di quanti lo hanno cono-sciuto personalmente. Molti ne parlano ai più giovani; molti altri "incontrano" Don Dolindo per le vie più strane ed inimmaginabili. Tutti ne ricevono grazie, specialmente quella della con-versione o di un maggiore approfondimento della vita spirituale, per merito soprattutto dei suoi scritti. è dunque comprensibile come alcuni anni dopo la sua morte, dopo aver valutato nella pre-ghiera l'opportunità di questa iniziativa, si sia costituito un foltissimo comitato per la richiesta dell'apertura del processo canonico per la causa di beatificazione e di canonizzazione di Don Do-lindo.

Per circa trent'anni, di fatto, si è svolto, a cura di padre Antonio Maglione O.f.m. Conv., il lavo-ro di raccolta delle testimonianze e di trascrizio-ne degli inediti delle opere di Don Dolindo, ma moltissimo lavoro resta ancora da fare e si cerca-no volontari che vogliano concorrere per poter ridurre i tempi di lavoro.

 

Il futuro dell'Opera di Dio

Si giunge così ai primi anni del terzo millen-nio. Le sorelle dell'Opera sono ormai troppo avanti negli anni per proseguire da sole. Insieme con i successori di mons. Penitenti si concorda di trasferire la proprietà dell'Opera in altre mani... più giovani. Attualmente, la proprietà e la dire-zione dell'Opera nata dalle mani di Don Dolindo per volontà di Dio, e della causa di beatificazio-ne, sono pervenute nelle mani dei Francescani dell'Immacolata (frati, suore e laici) di padre Stefano Maria Manelli, al quale Don Dolindo disse, profeticamente: «Vengo con te... Faccio parte della tua comunità... Vi affido alla Madonna!».

Al di là dei tempi necessari per la conclusione della causa di beatificazione - che, per ragioni tecniche, potrebbero essere anche molto lunghi - i Francescani dell'Immacolata si stanno occupan-do prevalentemente della diffusione degli scritti, avendone attivato anche la traduzione in lingue straniere, e la conoscenza dell'Opera di Dio attraverso canali mediatici.

Ma c'è da pensare di far conoscere la spiritua-lità di Don Dolindo anche attraverso centri di studi aperti a sacerdoti, religiosi e laici, guidati da sacerdoti che conoscano e condividano gli insegnamenti di Don Dolindo.

Anche questo progetto richiederà, però, anni di preparazione prima di poter essere attivato convenientemente e fruttuosamente.

Sul bene che le anime ricevono dagli scritti di Don Dolindo c'è intanto la testimonianza di varie centinaia di lettere di altissime personalità, di vescovi, di sacerdoti, di religiosi e religiose, di teologi, e di laici.

Insomma, c'è tanto e tanto lavoro da svolgere. Tante volte ci si sente insufficienti ad affrontare tanto impegno futuro ma, con Don Dolindo, rivolti a Gesù, ripetiamo sempre:

Confido in Te!