DON
CARLO DE AMBROGIO Un Prete che seppe reinventare il cuore
di
Nino Barraco
Un sorriso alla storia
“Amate,
irradiando gioia"' se volete sapere chi sia stato don Carlo De Ambrogio,
eccolo qui, in questo mandato che egli affidava ai giovani.
Amare,
non si vive se non si ama, se non si sa di essere amati, di essere amati da
Qualcuno che ama di più.
Irradiare
gioia, riempirsi di gioia, dare un sorriso alla storia, avere il volto di gente
salvata, il cuore di gente che salva.
Con
don Carlo la spiritualità, la missionarietà si riappropria, davvero, della
luce, della gioia, del presagio, dell'Apocalisse, della "Donna vestita di
sole", di Cristo risorto e vivente.
L'impossibile
è avvenuto, l'incredibile si è avverato. Cristo risorto, l'evento che ha fatto
entrare l'umanità nella sua più grande trasformazione storica.
La
lunga notte, il fuoco, 1'Exultet che irrompe, la nuova antropologia di
liberazione, di speranza. È trepidante quel canto: "Le tue mani, fratello,
sono piene di fiori. dove li portavi, fratello mio? Li portavo alla tomba di
Cristo, ma l'ho trovata vuota, sorella mia. Alleluia, alleluia, alleluia!".
Sì,
dovremmo avere più emozione per questo Dio ucciso e risorto. È qui la grande
speranza, creduta, vissuta, annunziata appassionatamente da don Carlo.
Questo
prete che, nell'ora dell'Apocalisse, di Maria - la Bellezza più forte del dragone
- si ritrovò con i giovani a preparare il Regno del Figlio dell'uomo, la
primavera della Chiesa, la civiltà dell'amore.
Con
fiamma di fuoco e beatitudine di fanciullo.
Certamente,
posso dirvi quando don Carlo nasce, il suo diventare prete, che cosa fa:
-
nasce il 25 marzo 1921 ad Arsiero (Vicenza); - è ordinato sacerdote il 1947;
-
si laurea in filosofia e lettere nel 1948 e si perfeziona in greco, ebraico,
aramaico;
-
insegna all'Istituto salesiano di Pordenone; quindi, direttore, dal 1956 al
1971, della Rivista "Meridiano 12"; - dà vita nel 1975 al Movimento
ecclesiale, eucaristico, mariano, G.A.M. (Gioventù Ardente Mariana);
-
è incardinato nel 1977 nell'Arcidiocesi di Napoli da Sua Em.za il Cardinale
Ursi, che diventa confondatore del Movimento;
-
si lascia saccheggiare dall'amore per la Chiesa, i giovani, la Madonna;
-
muore il 7 novembre 1979, povero tra i poveri, quando aveva dato tutto al
"dolcissimo Abbà Celeste".
Sì,
è la scheda brevissima di don Carlo. E però tutto incomincia daccapo.
Come
dire della vita di un uomo, di un prete in particolare? Siamo circondati dal
mistero, siamo penetrati dal mistero, siamo mistero noi stessi.
Quale
sarà, domani, il volo delle rondini? Come raccontare l'infinito, il
sotterraneo, il "nascosto" dell'anima? Ricordo l'Apocalisse. Giovanni
non riesce ad aprire il libro: "Ed io piangevo...". Uno solo è degno
di sciogliere i sigilli, l'Agnello immolato (cfr. Ap 5, 2-14).
Sì,
è un mistero la vita dell'uomo. Un mistero che sottostà ai fatti,
all'evidenza, alla biografia.
La
vita di don Carlo... sappiamo soltanto che portavamo alla Confessione
l'assenza di speranza, l'assenza di gioia, l'assenza di amore. Ed egli ci
assicurava una esperienza di cielo, di resurrezione, di impegno: "Nella
Confessione il giovane sente scorrere nella sua anima il sangue di Gesù, gli
entra nel cuore l'alta marea della gioia... prima, mettere a posto l'anima in un
bagno di grazia e di gioia, poi proiettare i giovani nel futuro di Dio".
Don
Carlo rifondava la speranza, sprigionava energie, dava a tutti noi -
"stanchi di parole umane" - la Parola di Dio come Parola infinita.
Questa
Parola resta il segreto di don Carlo. Questa Parola che "affascina in
maniera sorprendente". Che ci pone alla ricerca di qualche segno, sulla
traccia di una vita tutta dentro al mistero di Dio, dove affondano le nostre
radici.
La
verità è che la vita di don Carlo non è sua. Appartiene allo Spirito.
È
lo Spirito l'autore. È lo Spirito il protagonista. Lo Spirito, il soggetto
primario. Lo Spirito, datore di ogni bene, consolatore perfetto, padre dei
poveri.
Lo
Spirito che dà la vita, che frequenta la storia degli uomini, che lo colloca
nel tempo, nello spazio. Che lo sceglie, che lo vuole come dono per tutti noi.
È
lo Spirito che può raccontare la sua vita. Lo Spirito che fa il mistero della
storia.
Il
mistero di due libertà, la libertà dello Spirito che si incontra con la libertà
di ogni uomo.
La
sua scelta, il "sì" di un incontro che consacra don Carlo sacerdote.
Sacerdote,
uomo preso dagli uomini, e però uomo che diventa "altro". Il
sacerdote fa miracoli. L'altare celebra questo miracolo di ogni giorno. Dio gli
ubbidisce!
La
grazia, l'annunzio, il servizio. E il cuore si dilata, l'amore prende il
sopravvento.
Farsi
carico della responsabilità della terra, vivere la dolorosa e gaudiosa
esperienza della Chiesa. Una vocazione che impegna don Carlo alla profezia e
al coraggio, alla missionarietà, alla testimonianza decisiva, alla competenza
dell'amore.
La
competenza dell'amore, che abbatte i muri, che apre finestre, che dà la mano,
che incrocia tutte le assenze di amore, tutte le nostalgie di accoglienza. Che
fa comunione, dove ognuno sa di poter essere chiamato per nome, accettato con
le sue esperienze, con i suoi limiti, con i suoi fallimenti. Dove ognuno sa di
poter essere sostenuto, incoraggiato, aiutato. Dove non c'è nessun uomo
povero che non abbia un dono da fare.
Non
si capisce niente della vita di don Carlo se non si raccoglie questo bisogno di
amore.
In
comunione con i confratelli, in vicinanza contemplativa con tutte le suore,
nel fremito di un mondo giovanile, nel respiro incondizionato di amore al Papa:
"È necessario testimoniare con la vita la Chiesa, mobilitarci a difendere
il dolce Cristo in terra".
Fu
la sua competenza. Fu il segno dello Spirito in lui, la spazialità del suo
sacerdozio dentro la Chiesa, in docilità di amore. Quell'amore che
costituisce la Chiesa. Che ha un solo potere, quello della misericordia. Che ha
una sola autorità, quella della liberazione. Che ha una sola forza di
persuasione, quella del proprio martirio.
Attesta
il Cardinale Ursi, Arcivescovo emerito di Napoli: "Don Carlo De Ambrogio mi
fu presentato da don Ricceri, Rettore Maggiore dei Salesiani, con parole
elogiative e impegnative, a viva voce, e, quindi accettato e incardinato nella
Chiesa di Napoli. Mi impressionò subito il suo volto candido, radioso,
esultante di gioia. Nei discorsi, egli, pur discreto e umile, mi scese nel
profondo. Lo ritenni un dono di Dio".
Continua
il Cardinale Ursi: "Veniva trapiantato dalla Congregazione dei Salesiani al
Movimento della Gioventù Ardente Mariana (G.A.M.) per quel mistero, non nuovo
nella Chiesa, che lo Spirito di Dio suscita secondo i bisogni del tempo. Restò,
nonostante tutto, indissolubilmente legato allo spirito di san Giovanni Bosco,
di cui assorbì la semplicità, direi, infantile, la luminosità della fede,
l'ardore della carità, l'afflato della preghiera assidua, l'apertura sognante e
feconda degli ideali frementi, la forza dell'azione apostolica e missionaria. Il
tutto in uno stile di povertà personale totale".
Povero,
sì, don Carlo, eppure ricco dello Spirito che lo chiama alla novità. Un modo
nuovo di ridare stupore alla fede: il nostro Dio è un Dio di cui dobbiamo
ancora meravigliarci; di dare significato alla vita: l'uomo ha bisogno di
risposte superiori alle sue stesse domande; di dare tenerezza alla storia: in
un tempo disperato e disperante, quale è il nostro, di uomini crudeli e feroci,
egli seppe rendere il mondo più affettuoso.
Nessuna
compromissione in questo. Il Vangelo per don Carlo è autenticità,
testimonianza, radicalità dello Spirito. Un impegno: "Assaporare ogni
giorno, in lettura fatta lentissimamente, una pagina di Vangelo".
Niente
di devozionalismo, di formalità, di pietismo. Testimonia il Cardinale
Pappalardo, che lo ebbe a conoscere: "Seppe sempre abbinare al culto la
dottrina, la catechesi, la teologia".
Un
annunzio, quello di don Carlo, fondato su una profonda cultura biblica e
teologica, ma comunicato con vivacità, con singolare semplicità e chiarezza.
Vissuto con la passione dello Spirito.
Egli
stesso chiarisce: "La mistica, ossia l'esperienza intima di Dio, la
preghiera che attira la presenza dello Spirito Santo con la sua unzione
spirituale, dovrebbe sempre impregnare, permeare tutta la teologia, altrimenti
questa diventa pura teologia razionale che non costruisce nulla, anzi
disorienta".
Fa
fede della sua spiritualità, e, nello stesso tempo, del suo rigore di dottrina,
una "produzione di stampa copiosa" che venne elogiata dallo stesso
Paolo VI.
Tra
le tante pubblicazioni di rilievo, le traduzioni, i commenti della Genesi, di
Isaia, dell'ultima Cena, i quattro Vangeli, l'Apocalisse, le Collane ricchissime
di intensità e di illuminazione. Basti dire che, proprio nel momento in cui la
Chiesa bussa insistentemente alle porte della Cina, i suoi libri sul Vangelo di
san Giovanni e di san Luca vengono tradotti, appunto, in lingua cinese.
Mistero
dello Spirito che "soffia dove vuole... e tu non sai da dove viene" (cfr.
Gv 3,8).
Lo
Spirito, che il Cielo ha assicurato alla terra. Dono assolutamente gratuito, che
libera, che salva. Mistero dello Spirito che sceglie, che conferma i ministri
della sua Chiesa.
Che
ha chiamato don Carlo alla gioia del calice, con effusione di grazia, di
profezia.
Diciamo
così, fu profeta del cuore. Il suo fu un radicamento totale, concreto,
viscerale, nel cuore di Dio, nel sangue di Dio.
Il
sangue di Dio, l'Eucaristia, che comunica l'amore, che libera la storia degli
uomini dalla brutalità, dal cinismo, dall'aridità. Che immerge il desiderio
della vita, della gioia, nel cuore della Chiesa. Che fa partecipe del cuore
degli uomini il cuore amante della Madonna.
Profezia
del cuore, la sua, che ebbe a sollevare i giovani, gli anziani, gli ammalati,
su ali d'aquila. Gioia del cuore, provocazione del cuore, vibrazione del cuore,
stupore, ottimismo del cuore.
È,
vorrei dire, lo specifico del suo essere prete, la pienezza della gioia,
l'inventiva, il sogno, la bellezza, l'entusiasmo dell`oltre".
Tanti
anni di sacerdozio, come non ammettere che si possa essere stanchi, ripetitivi?
Ed invece in don Carlo c'è sempre novità, speranza, futuro.
Futuro,
ottimismo. Il suo sacerdozio ha la gioia, il vento dello Spirito. Egli ama
appassionatamente la vita, vive la speranza, trova la terra meravigliosa, giura
su questo mondo. Un mondo che è stato salvato da Cristo, una umanità che,
nonostante tutto, cammina verso la sua riuscita definitiva. Nonostante le
paure, le violenze, le solitudini, le disperazioni.
È,
infatti, qui che l'amore salva, che libera, che guarisce. Qui, la più grande
domanda di questo nostro tempo. Qui, la risposta.
Trovare
braccia di misericordia, occhi ospitali, gesti di accoglienza, la competenza del
cuore. È tutto.
Abbiamo
bisogno di essere accolti, di essere capiti, di essere ascoltati, di essere
perdonati, incoraggiati. Abbiamo bisogno di essere amati, di essere consolati,
di non essere scomunicati.
È
il dono della Chiesa. Una Chiesa aperta a tutti, in cui nessuno è estraneo,
nessuno è lontano, nessuno è escluso. Quando i passi dell'uomo arrivano in
Chiesa arrivano nella propria casa.
L'amore
di don Carlo fonda questa speranza del cuore. Il cuore per pregare, il cuore per
soffrire, per vivere, per cantare. Il cuore che crede, che vuole.
La
sconvolgente vicenda di Ezechiele ("Vi darò un cuore di carne") ci fa
capire come il cuore sia, davvero, il luogo teologico in cui l'uomo si ritrova
visto, amato, liberato da Dio, e, perciò, capace di vedere, di amare, di
lottare con i fratelli, nei quali è presente Dio stesso.
Ebbe
a scrivere stupendamente Giovanni Paolo II nella "Redemptor hominis":
"L'uomo non può vivere senza amore. Egli rimane, per se stesso, un essere
incomprensibile, la sua vita rimane priva di senso, se non gli viene rivelato
l'amore, se non si incontra con l'amore, se non lo esperimenti, se non lo fa
proprio, se non vi partecipa vivamente".
Don
Carlo dispone di molteplici competenze, ma è questo amore a fargli disporre
di tutte le competenze specifiche. Non vale, no, essere cofani di cultura, di
tecniche persuasive. Vale il cuore, dove Dio celebra il mistero.
È
stata inventata da un Vescovo la "fractio gaudii", questo spezzare,
questo condividere la gioia, l'amore con i fratelli. È la vocazione di don
Carlo, la sua originalità, la reinvenzione del cuore, la riappropriazione del
cuore, la sua cultura del cuore, la sua competenza del cuore, la sua pastorale
del cuore, la preghiera del cuore.
La
Pentecoste del cuore. Insiste il Cardinale Ursi: "Ogni giorno più,
divampava in tutto il suo essere il fuoco del Risorto. Una fiamma di fuoco che
trovò in Maria - la tuttapiena di Spirito Santo - il segreto dell'amore
totalitario e gioioso a Dio ed ai fratelli in termini di Magnificat. Un messaggio
rovente, il suo, che però scaturiva sempre da un volto luminoso di fanciullo,
in toni dolci, limpidi, penetranti".
Il
cuore, lo ripeto, ma anche il bisogno, la ricerca, la profezia della strada.
Il
cuore e la strada, perché non riusciremmo mai ad immaginare don Carlo
senza... la visita di Maria ad Elisabetta. Egli ha il bisogno della strada, la
passione, la sofferenza per quelli che non ci sono, per i giovani soprattutto.
La strada dove ci sono gli ultimi, gli esclusi, i non amati della città, del
quartiere, dove ci sono i "lontani". I lontani, oppure quelli che
abbiamo allontanato noi.
La
strada, dove ci sono i fratelli con i quali, forse un giorno, eravamo insieme, e
che oggi non ci sono più. Fratelli ai quali dovremmo chiedere perdono se in
qualche cosa siamo stati di scandalo, di ostacolo, di ritardo. Con i quali
abbiamo il desiderio, la sofferenza, l'urgenza di tornare a pregare insieme, a
celebrare insieme, a lavorare insieme. La strada, dove ci sono quelli che non
credono, quelli che hanno difficoltà nella fede - ed è difficile credere! -
per i quali noi dovremmo essere prova di Dio. Con i quali dovremmo condividere
insieme la grande verità, che, cioè, la prima, fondamentale, via della Chiesa
è l'uomo.
Dio
fissa il suo appuntamento con il Samaritano non nel tempio di Gerusalemme, dal
quale, tra l'altro, era escluso, ma sulla strada. La strada che da Gerusalemme
scende a Gerico, normalmente infestata dai briganti.
La
strada di Gerico, la strada di Emmaus, la strada di Damasco.
Le
nostre strade. Dove si soffre, dove si lotta, si muore, strade attraversate dal
cuore degli uomini, da nomi, da volti, da mani che uccidono, che amano, che
fondano la speranza.
Rileggo
il "Vangelo di San Giovanni", dove don Carlo sa cogliere "la
potenza inaudita", il "fascino inimmaginabile" dell'amore.
Ebbene, proprio qui, nel dialogo con la Samaritana, nell'incontro notturno con
Nicodemo, egli non fa che ripetere: `Alla salvezza corrisponde l'andare, il
portare un annuncio di gioia, di novità".
Il
cuore e la strada. Si possono collocare come frontespizio della vita di don
Carlo.
La
sua storia, la sua gioia, il suo mistero.
Se
fosse vissuto a lungo, certamente sarebbe stato con i suoi giovani a Loreto.
Loreto,
la Casa di Maria, di questa ragazza ebrea che con il suo "sì"
concepisce l'inconcepibile, la novità del mondo.
A
Loreto, con i giovani per sognare. Quelle parole del Papa: "Non abbiate
paura di sognare'; e, quindi, il mandato: "Tocca a voi cambiare il
mondo".
Sognare,
credere nel Dio "impossibile":
-
lasciarci costringere dal sogno, reinventare noi stessi nel sogno, nella
concretezza del sogno, nel metodo del sogno, nella forza del sogno;
-
essere "contestuali" al tempo e però "inattuali", capaci di
sognare quello che non c'è, di credere che ci sarà. Cambiare il mondo,
pensare, immaginare, volere, costruire un giorno che non è mai esistito.
Sognare, pagare i sogni.
Sognare
non è alibi, è operazione estrema:
-
è capire che non c'è più posto, nella situazione di chi soffre, per un
Vangelo di delega, per un Vangelo evasivo, inoffensivo, innocuo (il messaggio
pose Cristo in conflitto mortale con il suo tempo);
-
è affermare la speranza cristiana come la speranza più completa e non
alienante delle domande temporali (noi non respingiamo la speranza terrena,
diciamo che essa non ci basta).
Sognare,
cambiare il mondo, costruire amore, la forza più violenta, più dinamica,
quella che defatalizza la storia dalla fatalità stessa del domani.
Rivivo,
in questo momento, quella veglia di preghiera nella mia parrocchia, a
"Regina pacis". Don Carlo veniva da uno dei tanti paesi di Sicilia,
era visibilmente stanco, e però, così pieno di sogno, così felice!
Mi
colpì la sua felicità di credere, di sognare con i giovani, di giurare sul
futuro, di fare festa con il Cielo.
Il
suo stupore nella fede, le sue intuizioni di Vangelo, i suoi silenzi nella
preghiera, la sua maniera meravigliosa di dare Cristo e Maria all'assemblea,
la sua capacità di penetrare il profondo del cuore, furono per me bisogno di
adorazione, esperienza di luce, agape di alleluia, missione per gli altri.
Profeta
di Eucaristia, di Chiesa, don Carlo parlava di "cose viste". Sacerdote
di altare, aveva l'urgenza dell'amore di anime. Il suo volto, il suo sorriso,
così semplice, così pieno di fiducia, di riconciliazione. Per lui era già, in
arrivo, il "giorno nuovo". Egli, un uomo "altro",
all'orizzonte dell'Apocalisse, impegnato ad annunziare questi tempi nuovi.
Sognare,
cambiare il mondo. Don Carlo fondava ogni incontro su questo futuro. Egli, che
conosceva profondamente le Sacre Scritture, sapeva riviverle in prospettiva di
questo domani. Le assumeva, le riproponeva con la novità e l'ebbrezza dello
Spirito.
Con
fiducia completa. Sì, bisogna sottolinearlo questo. Egli aveva fiducia nei
giovani. Una operazione, un investimento di coraggio che dovremmo fare anche
noi.
Sono
giovani atei, si dice. Giovani violenti, cinici. Ma sono davvero atei, lontani,
oppure li abbiamo allontanati noi? Quale Dio abbiamo loro annunziato? Sono
violenti, oppure sono violentati da questa società mercenaria, consumistica,
ossessiva? Sono cinici, oppure sono stati derubati di un sogno? L'orrore di
tanti crimini di oggi è l'orrore di giovani senza sogno.
Si
parla tanto della "vertenza educativa". Certamente, è il tempo
dell'insignificanza. È la grossa crisi che ci interroga, la presenza di una
antropologia alternativa, la scomparsa di un soggetto capace di interrogarsi
di fronte alla vita e al mistero. La crisi di una civiltà postmoderna, non
atea, non eretica, ma indifferente, agnostica.
Senza
accorgercene, senza persecuzione, senza sangue, ci siamo tutti dentro. È un
cambio di cultura, in cui, noi stessi assumiamo ogni giorno criteri di vita, di
pensiero, che sono pagani, che ci fanno pagani.
"In
principio erat verbum". Ci giochiamo tutto qui. Don Carlo lo intuì. Andò
incontro ai giovani, si ritrovò giovane, annunziò loro un messaggio giovane,
capace di rivoluzionare la terrestrità della storia, di dare cieli nuovi e
terra nuova alla vita.
Vicenza,
Verona, Genova, Milano, Conegliano, Trieste, Caltanissetta, Lercara (come citare
tutti gli incontri?), Roma, San Pietro, i due grandi Cenacoli GAM del 1° Maggio
e dell'8 Dicembre 1976... i giovani assecondavano don Carlo oltre ogni
previsione. Si sentivano trascinati, calamitati. Attraverso la Parola di Dio,
egli presentava in modo tutto suo, originale, la gioia di esserci.
Attesta
il prof. Micheletti, primario del Servizio di Cardiologia, U.S.S.L. Torino VII:
"Ho un ricordo indelebile di quella notte in cui nacque il Movimento GAM,
festa di Maria Ausiliatrice dell'Anno Santo 1975. Impensabile a quei tempi
vedere, dalle sette della sera al mattino dopo, migliaia di giovani riuniti per
pregare anche sotto la pioggia. I canti originali, i misteri meditati del
Rosario, la Confessione, l'Eucaristia. Un instancabile don Carlo per una notte
di entusiasmo".
Continua
il prof. Micheletti: `Avevo organizzato una cameretta per il pronto soccorso.
Che preoccupazione al vedere frammenti di bottigliette di vetro rotti, sul
selciato. Come li toglievi, se ne facevano altri. I giovani, che erano presenti
alla veglia, non provenivano infatti soltanto da oratori o istituti, ma anche
dalla strada, con la loro esuberanza. Pensai a quello che mi aveva detto don
Carlo: «Affidiamo tutto alla Mamma nella preghiera». Così, restai inoperoso
per tutta la notte".
Segno
dell'amore di Dio, meraviglia della storia degli uomini, messaggio di fede, di
ottimismo, di fiducia nel mondo, della speranza che ci libera: "State
sempre lieti... non spegnete lo Spirito!" (1 Ts 5, 16-19).
Avevamo
una sete immensa. Una voragine dentro. Un vuoto vivente, reclamante di essere
riempito. Implorazione dei profeti, vigilia di una creazione sempre nuova, che
soffre i dolori del parto.
Travaglio
affaticato d'infinito, di un evento, di una genesi. Sete di stabilire un
rapporto eterno con la vita. Bisogno di esistere come uomini, in questo
labirinto di miti, di bugie, in questa terra deserta, di scorpioni velenosi,
di ossa aride.
E
avvenne l'impossibile. E nacque Maria, l'Immacolata, la senza macchia, vergine
della gioia inaspettata, la canzone più bella di Dio. La Madre che diventa la
capacità smisurata di accogliere l'infinito, la donna "vestita di
sole" per l'Apocalisse della storia.
Una
speranza di nome Maria. Un canto che si leva, che si dilata, che si infiamma nel
cuore di quanti!
`Ave
Mamma, tutta bella sei. Come neve al sole, il Signore è con Te, piena sei di
grazia e d'amor".
Mamma,
il volto della Madonna, il volto di don Carlo, il volto dei giovani, il volto
dei fanciulli, il volto del futuro. Segno del volto materno di Dio. Ha ragione
il Prefetto della Congregazione per il Clero, mons. Dario Castrillón Hoyos,
quando, parlando di don Carlo, afferma: "Il sacerdozio cattolico non può
che essere mariano, nel senso che colui che rappresenta Cristo, cioè il
ministro ordinato, che è «alter Christus», si deve, effettivamente ed
affettivamente, sapere spiritualmente generato da Colei che è Madre della
Chiesa, essendo Madre del Fondatore Gesù".
Le
sue meditazioni, così splendide di luce, così biblicamente fondate, la
concretezza dei segni... come dimenticare le innumerevoli, imprecisabili corone
di Rosario, offerte da don Carlo al cuore dei giovani, degli ammalati, di quanti
allungavano le mani per stringerle al cuore?
Diciamo
Rosario e diciamo Cristo. Certamente, il cuore di Dio che, nel sangue di Maria,
diventa carne, storia di salvezza, Eucaristia, contemplazione ravvicinata,
sorprendente, per l'eternità.
Un
Dio che si fa corpo da mangiare per la fame di ogni uomo mendicante, che ha
bisogno di futuro, di questo margine che spiega il senso della navigazione
cosmica sulla quale tutti viaggiamo.
Il
futuro, la nostra ferita insaziabile. Il futuro dell'uomo che ha raggiunto
prospettive quasi illimitate nella compenetrazione della natura, e che però
rimane trafitto da domande sempre aperte al suo domani.
L'Eucaristia,
il sangue che don Carlo offre a tutti, assieme alla Corona. La preghiera del
Rosario che contempla il volto di Cristo. Scrisse Giovanni Paolo II:
"Dobbiamo riscoprire la profondità mistica racchiusa nella semplicità di
questa preghiera".
Il
Rosario, per ripetere alla Madre le parole dell'amore. È dal suo grembo di
Vergine, che abbiamo ricevuto la nascita di un Dio sulla terra, la liberazione
dalla paura, dalla morte, dal peccato.
È
nei suoi misteri di gaudio, di luce, di dolore, di resurrezione, che
ritroviamo la gioia di Qualcuno accanto, la speranza sui chiodi della croce, la
luce al pozzo delle nostre cecità, la comunione con il Cristo risorto, nella
potenza dello Spirito.
Il
Rosario per innamorarci di Maria, per la speranza di tutti noi, per i nostri
limiti, le nostre sconfitte, le nostre distanze, per gli ammalati, i bambini, i
vecchi, coloro che chiedono di essere amati, di amare per vivere.
Il
Rosario per le famiglie, per i fanciulli. Il Rosario per i giovani, sì. Don
Carlo fa sentire ai giovani che Maria è una di loro, compagna dei loro sogni,
amica della loro vita, canzone, festa, mistero.
Mistero
e carne, nello stesso tempo, della gioia che non finisce. Maria, la ragazza di
Dio (ma Dio non è geloso!) che ogni giovane può sognare. Sono i sogni più
belli. Quelli che si avverano. Quelli che non sono ancora esistiti. Quelli che
servono per la gioia del cuore.
Don
Carlo crede in tutto questo. Corre da un punto all'altro, scrive, annunzia
l'Eucaristia e il Rosario, raduna, costituisce i Cenacoli, soffre, ama. Il
Cardinale Ursi, il Cardinale Pellegrino, il Vescovo Vallainc, quelli che lo
conoscono si accorgono della nuova, prorompente, missionarietà di Chiesa.
I
raduni G.A.M. sono la sua ala. C'è l'inondazione dello Spirito. I suoi commenti
della liturgia eucaristica, il foglio volante "Per me Cristo", i suoi
foglietti di preparazione catechetica ai sacramenti, i suoi Diari scolastici, i
suoi libri, il suo volantinaggio sulla strada, nelle scuole, nelle fabbriche,
negli ospedali, nei posti di lavoro, nelle case - alla maniera di san Francesco
di Sales, patrono dei giornalisti - è novità straripante, dappertutto. Sono
giovani che, addirittura, dall'Italia partono per l'Argentina.
I
Papi benedicono l'ispirazione. Così Benedetto XVI in occasione della
dedicazione della Chiesa Santa Maria Stella dell'Evangelizzazione, a Roma:
"Carissimi tutti, responsabili, ragazzi, giovani, famiglie della Gioventù
Ardente Missionaria... vi esorto a perseguire nella vostra opera di formazione
per la missione, sempre fedeli a quelli che amate definire i vostri amori
bianchi, l'Eucaristia, Maria Santissima e il Successore dell'Apostolo
Pietro".
Sempre
puntuale, il Cardinale Ursi spiega: "L'Eucaristia, l'Immacolata, il Papa,
trovavano in don Carlo una espressione esultante... pare che don Bosco gli
avesse impresso un'enorme capacità di fremiti, di sorriso, di penetrazione
calamitante per gli adolescenti e anche per gli adulti, che sentono l'infanzia
dello spirito':
Fascino
della fede, che, in Maria, incontra Cristo. Ed in Cristo i fratelli, in
comunione di Chiesa.
Una
vita, un semplice approccio - che potevo scrivere? - dentro una spazialità di
infinito.
Volevo
dire che la vita di ogni uomo è mistero, che la vita di don Carlo fu questo
mistero. Un mistero in cui è stato possibile intravedere solo alcuni segni.
Segni
che riconducono, tutti, ad una "itineranza". Verso un
"altrove". Verso un "Altro".
La
nostra gravitazione più vera è il cielo, non è la terra. È il futuro che ci
spiega. Veniamo dal futuro, siamo i figli dell'Apocalisse, non della Genesi.
Scrive
mons. Peradotto: "Don Carlo era un uomo del Cielo. Parlava del Cielo, del
"Regno di Dio". con una sensibilità spirituale che gli permetteva
di intravedere già, in qualche misura, che cosa succede in Cielo, in intimità
con Dio e con la Madonna. Sono convinto che per lui la conoscenza del Cielo
fosse quasi anticipata già sulla terra... aveva il raccoglimento come stato di
vita abituale per cui quello che scriveva nasceva tecnicamente all'ultimo
momento, ma era frutto di un pensare a quelle cose che, poi, esprimeva con
sintesi, concisione e chiarezza".
Don
Carlo viveva il futuro. Non solo, ma accompagnava anche il nostro "già"
al "non ancora", poneva ciascuno di noi in questo
"frattempo" di grazia, in questa opportunità di gioia, di amore, di
domani.
Un
domani che, prendendo speranza da Maria, ci fa incontrare Qualcuno, vivo e
risorto in mezzo a noi.
Lo
so, il mondo ci ha tolto lo scandalo di questa "Notizia". Scriviamo,
diciamo cose che "sappiamo". Non abbiamo più sorpresa, sgomento. Non
c'è innamoramento nei nostri occhi. Dov'è l'inimmaginabile del nostro credere?
Credere
è consegnare la propria vita all'Invisibile: - esperienza misteriosa di un
evento
-
sorpresa di sentirsi chiamati per nome
-
gioia di rispondere a Qualcuno che ci ama di più - comunione di sacramento con
il dolore dei fratelli - anticipo della visione beatifica del Cielo.
La
luminosità, la limpidezza, la soavità, l'altra terra ("Cieli nuovi e
terra nuova"), è l'emozione che trovavamo, tutti, nell'accostare don
Carlo.
D'altra
parte, egli stesso testimonia: "Lamore e purezza, e per questo si riflette
in noi la luce di Gesù". Altrove: "Ho notato una cosa inaudita, la
nostalgia che sentono i giovani della purezza, della immacolatezza della
Madonna". Questa nostalgia di un giorno, di una terra, di una Persona
"altra", lo rendeva ospite del tempo, eppure abitante del Cielo.
Un
esempio. Sentiamo tutti parlare della morte, e ne allontaniamo la verità.
Avvicinavi don Carlo, e le cose erano diverse. Questa realtà faceva parte di
ascolti invisibili ma così meravigliosi che veniva quasi desiderata ed amata.
La
sua notizia, quella principale, di ogni giorno: "Oggi è un giorno di meno
per arrivare a Casa".
Sembrava
che vedesse quello che diceva. Un futuro in cui si ritrovava dentro.
Maggio
1978 a Roma in San Giovanni in Laterano. Una partecipazione strabocchevole. Chi
ha convocato tutta questa marea di gente? «La Madonna - risponde don Carlo-
è l'ora della Donna vestita di sole. È Lei che ci precede e prepara il Regno
del Figlio dell'uomo. Come il Battista ha precorso la prima venuta di Gesù e
viene chiamato "il testimone della luce"; così Maria adesso
precorre e prepara la seconda venuta del Figlio dell'uomo, la più splendida».
È
la fede di don Carlo, testimone delle cose future.
La
Bibbia parla di Mosè che, dopo aver parlato con Dio, aveva la pelle raggiante
di luce. L'ascolto, la provocazione, la follia, la sfida della Parola.
Credere
è, davvero, uscire dall'abitudine, evento strabiliante di novità. È
domandarsi: sarà vero? È sperare: se fosse vero... È cadere in ginocchio,
nella potenza dello Spirito. È gridare per tutte le strade: è vero, è vero!
La
fede "folle" di don Carlo. La fede che ci chiede la capacità di
trasalire, la frequentazione dello stupore, la competenza dell'amore, il
presagio del futuro.
Il
futuro che Dio volle affidare alla Madre. Se la nostra fede fosse un'idea, noi
non avremmo bisogno della Madre. Ma la nostra fede è vita, e non c'è vita
senza la madre.
Come
ringraziare don Carlo per aver giurato e averci fatto giurare sulla Madre? Egli
nasce il 25 marzo, la solennità di quel "sì" di Maria che diventerà
la sua annunciazione inesauribile, accogliente, gioiosa.
Il
suo "sì", che a nove anni lo fa entrare dai Salesiani, che gli farà
comunicare forza, novità, speranza, canto.
Musica
e canto. Egli suona il pianoforte, l'organo, la fisarmonica. Compone musica
con le parole del Vangelo, anima i progetti, la liturgia, i gruppi. Vitalità
avvincente, che ha il coraggio dei sogni, lo stupore delle conquiste, la nostalgia
di Dio, l'ulteriorità del ritorno, la domanda del futuro.
Il
futuro che si chiama terra d'Asia. Egli sarà in Iran, in Thailandia, in Corea,
Giappone, Hong Kong, Filippine, Ceylon, Formosa, Macao, Pechino.
Il
futuro come predicazione della strada, del viaggio, dell'arrivo. Viene chiamato
dappertutto. Confessore e maestro di Esercizi Spirituali, richiesto da
Istituti, Comunità religiose e claustrali, giovani, studenti, professori universitari.
Si ritrova umilmente, premuroso, nella Piccola Casa della Divina Provvidenza
Cottolengo, è tra gli ammalati, gli anziani, i fanciulli.
Davvero,
come narrare tutto, come fare l'inventario delle missioni mariane, di tutti gli
incontri GAM? Straordinari, lo abbiamo ricordato, i grandi Cenacoli a San
Pietro, in San Giovanni in Laterano, al Santuario del Divino Amore, determinante
l'animazione di tutta la città di Roma, per incarico del Vicariato, in
occasione del passaggio della Madonna di Fatima, pellegrina nel maggio 1978.
Il futuro come fede, come grazia. Il futuro che si chiama Concilio, che si
chiama missione, circuito di sangue: "Ogni giovane ha, a sua
disposizione, un campo operativo immenso... il servizio sociale più grande,
più bello, che potrete fare a tutta l'umanità è l'evangelizzazione".
I
giovani - formati spiritualmente nei Cenacoli - quali protagonisti
dell'evangelizzazione, nel loro ambiente e dovunque. Così li vuole don Carlo.
Giovani
SABRA (una piantina del deserto del Negheb che resiste a tutti gli sbalzi di
temperatura), l'anagramma della parola in: Sempre Adorare, Benedire,
Ringraziare, Annunciare.
Adorare,
annunciare, azione della terra che lascia la parola all'eternità, benedire,
ringraziare:
-
soffrire la nostalgia dell'Altro, da incontrare, da amare - riconoscere
nell'Altro le ragioni della mia felicità
-
morire dalla voglia di stare insieme
-
ritrovarmi come un dono che Dio vuole fare agli altri - reinventare la vita, la
storia, il mondo, con Qualcuno.
È
così che torna a Dio un uomo che ha "toccato" Dio sulla terra. Che,
nell'ansia dell'arrivo, ha chiesto allo Spirito figli "Sacerdoti GAM",
Sorelle di vita consacrata.
Un
prete che entra di diritto nell'evento di quest'Anno Sacerdotale. Afferma il
Papa - il Papa meraviglioso che abbiamo, la pacatezza del credere, la serenità
evangelica, l'intelligenza amica della fede, la giustizia per i deboli - dicevo,
afferma il Papa: "Ho deciso di indire uno speciale Anno Sacerdotale per
favorire la tensione dei sacerdoti verso la perfezione spirituale, dalla quale
dipende l'efficacia del loro ministero".
È
questo ritrovarsi in Dio che rende accettabile, che rende il prete
"referente credibile" di Dio.
Troppe
macerie, di uomini impazziti e assassini, troppo terrorismo, troppe ingiustizie
hanno travolto questo nostro tempo. Troppo smarrimento. Il Papa affida ai
sacerdoti l'attualità come futuro: "Questa può essere l'ora di Dio...
la forza e l'efficacia interiore della Parola genera un cammino di speranza
verso la pienezza della vita".
Nel
mistero di questa interiorità, don Carlo ebbe a vivere. Questa interiorità
ebbe ad annunziare, in un mondo che soffre oggi la perdita più grave, l'amnesia
delle origini, l'insignificanza del viaggio, il rifiuto della Casa.
Don
Carlo, una storia davvero vissuta al futuro. L'annunzio del "sempre".
Il tempo non ci basta, il tempo sfugge al nostro possesso. L'anima chiede
l'Infinito, l'Inaccessibile, l'Inafferrabile, il Tutto.
Una
domanda di "ulteriorità" di cui don Carlo fu testimonianza e
notizia, esplosione e canto, martirio e festa, dono e speranza.
Una
speranza alleata di Maria. Egli trova in Maria la Madre: "Figlio, ecco tua
Madre" (Gv 19,27). Trova in Maria la fede del cammino: "Maria immagine
della Chiesa peregrinante" (LG 68). Trova in Maria l'arrivo dell'umanità
redenta: "Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di
sole" (Ap 12,1).
Sì,
don Carlo, un pellegrino venuto dal Cielo, che sospirava il Cielo.
Un
prete che, sulla strada, seppe frequentare in anticipo il Cielo. Compimento e
sempre inizio del Salmo: "Verrò all'altare di Dio, al Dio della mia gioia,
del mio giubilo. A te canterò con la cetra, Dio, Dio mio" (Sal 42,4).