DISMA
Il Santo
Ladrone
Dismas e Geflas
Isaia,
profetando, li definisce due scellerati, perché empi, perfidi, inumani. S.
Giovanni Grisostomo dice che fossero ebrei della giudea, come sostengono anche
S. Anselmo, S. Giovanni Damasceno e S. Pietro Damiano, nativi dell'Egitto.
Quanto al nome, unanimemente gli storici sostengono di chiamare il ladro
buono, DISMAS, e GEFLAS il cattivo. Di questo secondo, i Padri dicono che fosse
assassino di strada e che avesse esercitato tale losca professione per tutto il
tempo della vita; caduto infine nelle maglie della giustizia, fosse stato
condannato alla croce e crocifisso a sinistra del Redentore, con l'iscrizione
sulla croce "Hic est Geflas latro". Questi non venne legato al
tronco con funi, come si vede in alcuni dipinti, ma affisso con chiodi che
trapassavano mani e piedi. Allorché gli vennero spezzate le gambe, fu
trasportato da Lucifero nell'inferno, perché è opinione di molti che fosse
stato precipitato negli abissi insieme col corpo, onde S. Girolamo scrive nel
suo "Calvar": "Il ladro cattivo scese vivo nell'inferno" e
lo storico Bocardo, afferma di aver visto coi propri occhi sul Calvario, alla
parte sinistra ove pendeva e fu sepolto il ladro cattivo, essersi fatta una
larga apertura, ancora imbrattata di sangue, di capacità di un corpo umano,
che arrivava nelle profondità, per cui si vuole che il ladro bestemmiatore
piombasse in essa con l'anima e col corpo; e S. Luciano parlando della
crocifissione del Cristo chiama la rupe aperta sotto la croce "porta d'Averno",
per cui il perfido Geflas scese all'inferno.
Molti dottori, tra cui Pietro de' Natali, Bollando, Teofilo, Idelfonso,
scrivono del buon ladrone DISMAS, nativo dell'Egitto e figlio di un famoso
ladro, come dicono S. Anselmo e Landolfo; allevato nell'infame professione ed
istruito in essa e nell'esercizio di essa, divenne capo degli altri, attendendo
ad insidiare i passi dei viandanti, assalendoli e spogliandoli della roba e
spesso della vita. S. Agostino, S. Anselmo ed il vescovo Esquilino riferiscono
che la Santa Vergine, fuggendo in Egitto col suo caro Figlio Gesù, accompagnata
dal suo dilettissimo sposo Giuseppe, incappasse nei ladri che pretendevano
derubarla, ma ne fosse liberata grazie all'intervento di Dismas, capo dei ladri,
che, avendo con i suoi compagni assalito i tre divini passeggieri per
spogliarli, nel guardare Maria col Figlio Gesù in braccio, colpito dalla
modestia della Vergine e dalla bellezza del Bimbo, sopraffatto da illuminazione
divina e preso dallo stupore, non solo si astenne dal rubarli, ma la stessa sera
li ospitò nella propria casa e li rifocillò.
Si
dice per antica tradizione che tale Dismas avesse in casa un figlio, quasi
lebbroso; ed avendo sua moglie preparato a Maria un bagno perché dentro vi
lavasse Gesù, ispirata da Dio vi abbia immerso successivamente il bimbo
ulcerato con la speranza di vederlo rimondato, cosa che successe; appena l'acqua
toccò le carni piagate di quel fanciullo, questi risanò. Perciò Dismas e la
moglie adorarono il Divino Bambino e il ladrone scortò la sacra famiglia, per
sicurezza, fino alla più vicina città.
Pietro
de' Natali cita che, prodigiosamente, il pargoletto Gesù aprendo le labbra
promise al fortunato ladro la ricompensa nei cieli. Vero è che Dismas, abituato
al vizio, non cessò dalla infame professione, ma moltiplicando i ladrocini ed
invecchiato nelle scellerataggini, avendo oltre 50 anni di età, finalmente
caduto nella prigione di Pilato, fu crocifisso alla destra di Gesù Cristo e
sulla croce fu posta l'intitolazione: Hic est Dismas latronum Dux (Questo
è Dismas capo dei ladri). Dice Teofilo che sulla croce fu dapprima blasfemo,
ma improvvisamente cambiato; per illuminazione divina si fece predicatore
dell'innocenza di Cristo conquistando il Paradiso. I padri greci Eutimio,
Teofilo e Grisostomo, affermano che ciò avvenne per le preghiere del Redentore,
memore del beneficio apprestatogli nel viaggio in Egitto, e della stessa
Vergine Maria, ai piedi della Croce. Il padre S. Agostino dice che Cristo non
lasciò in terra il corpo del ladro Dismas, ma lo rapì al cielo, onde S.
Luciano aggiunge che Dismas, vivente, salì al cielo. Perciò in terra non si
trovano reliquie di S. Dismas, benché si trovi la sua croce in Bari, perché
assunto in cielo in anima e corpo, come scrive il Padre agostiniano Donato Calvi
di Bergamo nel libro oggetto della nostra ricerca. Ed a suggello di quanto
detto, lo stesso riferisce ciò che Nicodemo scrive nel Vangelo, e cioè che,
avendo il Redentore estratto i Padri Santi dal limbo ed introdotti nel Paradiso
terrestre, perché qui dimorassero fino alla sua e loro ascesa al cielo, vi
ritrovarono già intromesso in quella felice condizione il buon ladrone con
la croce sulle spalle. Interrogato da essi su chi fosse e come fosse entrato in
quel luogo, rispose di essere uno di quei ladri che furono crocifissi con Cristo
ed avendo in Gesù creduto e pregatolo di aver memoria di lui, il Redentore gli
aveva promesso il Paradiso e data quella croce, che mostrata all'angelo custode
di quel luogo, ne permise l'ingresso. Giambattista Mercorio
Signore
Gesù Cristo, che al ladrone pentito facesti la grazia di passare dalla croce
alla gloria del Tuo regno, ricevi l’umile confessione delle nostre colpe e
nell’ora della morte apri anche a noi la porta del Tuo Paradiso.
* *
*
(…)
Tutti e due, apprendiamo dai Vangeli, vengono messi in croce sul Calvario insieme con Gesù: uno alla sua destra, l’altro alla sua sinistra, come precisano Matteo, Marco e Luca. Quest’ultimo ci dà poi la narrazione più diffusa di quei momenti (Luca 23, 39-43). Uno dei due condannati, dalla sua croce, si mette a gridare insulti contro Gesù, deridendolo come fanno anche i soldati-carnefici: «Non sei il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». Ed ecco il rimprovero dell’altro condannato per quelle ingiurie: «Neanche tu hai timor di Dio, benché condannato alla stessa pena? Noi giustamente, poiché riceviamo il giusto per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».
A
questo punto l’uomo ha già meritato la qualifica di “buon ladrone”. È
uno, infatti, che sa riconoscere di meritare per i suoi delitti la pena massima
e infamante. Un pentito, insomma, ma che si pente espiando; non per scansare
l’espiazione. Infine, un uomo che nel suo soffrire è anche capace di
compassione per i dolori di Gesù, che è stato condannato pur essendo
innocente.
In genere l’attenzione per l’uomo si ferma qui. Ma lui parla ancora,
rivolgendosi direttamente a Gesù: «Ricordati di me quando entrerai nel tuo
regno». E questo è il suo tranquillo e totale “attodi fede” in Gesù, che
in questo momento non sta compiendo miracoli come quelli che meravigliavano le
folle e incoraggiava noi discepoli: ora Gesù pende agonizzante dalla croce, tra
ingiurie e disprezzo. Ma lui gli parla come a un sovrano in trono. Lo riconosce
Signore di un regno nel quale supplica di essere accolto, senza una parola di
rimpianto per la sua vita terrena che sta finendo. Ha quella fede che Gesù si
sforzava di instillare nei suoi discepoli, e che ora egli premia nel ladrone con
la breve risposta: «Oggi sarai con me nel paradiso».(Tratto da “Santiebeati”.
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(…)
Però
hanno conservato tutta la drammaticità della confessione estrema, che ha fatto
di lui il primo “pentito” della storia, senza ottenere con ciò sconti di
pena, garanzie o protezioni, ma qualcosa di ben più importante, almeno per un
cristiano: il perdono e l’ingresso immediato in paradiso. E con una procedura
“per direttissima” che rasserena e conforta: da quel momento in poi nessuno,
per quanto male abbia utilizzato i suoi giorni quaggiù, può dubitare di
ottenere il perdono e di salvare l’anima. A condizione che abbia il coraggio
di gridare ad alta voce la sua fede in Cristo, confessare umilmente i suoi
peccati, sperare che anche per lui ci sia un posto nel “suo Regno”. Proprio
come ha fatto il “malfattore pentito”. (…) Di sicuro era un uomo che molto
ha sbagliato e che per questo ha pagato, come il “collega” crocifisso con
lui, ma, a differenza di questo, senza disperare, che Gesù anche in extremis
avrebbe potuto cambiargli il cuore e regalargli un destino nuovo oltre la morte.
Di sicuro c’è un giorno per festeggiarlo, il 25 marzo; un grande santuario a
san Josè dos Campos, in Brasile; una devozione abbastanza diffusa in varie
parti del mondo. In particolare è il protettore degli agonizzanti, soprattutto
di quelli la cui conversione nell'ultimo momento sembra più difficile; gli
affidano la protezione delle case e delle proprietà contro i ladri; lo invocano
nelle cause difficili, specialmente nei problemi finanziari, per la conversione
e la correzione degli alcolizzati, dei giocatori d'azzardo e dei ladri; è il
protettore dei prigionieri e delle carceri, dei cocchieri e dei conducenti di
veicoli. (Tratto da “Santiebeati”.
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di
mons. Charles Molette
(…)
testimonianza ricevuta da un prete canadese.
"Un prete, che aveva lasciato da molto tempo il suo sacerdozio, stava morendo di AIDS. Una buona cristiana l'ha avvicinato e gli ha offerto un'immagine del Buon Ladrone. Lui l'ha accettata. Lei ha pregato il Buon Ladrone per lui, e lui si è convertito, ha chiesto di vedere il proprio vescovo e si è riconciliato con lui, si è confessato ed è morto con l'immagine del Buon Ladrone sul cuore, mentre ripeteva: 'Mio Padre mi aspetta'. È accaduto in un ospedale Montréal".
(…)
"La sollecitudine del Buon Ladrone verso questo infelice sacerdote è un motivo di conforto, di riconoscenza e di gioia. Per noi, rappresenta anche un'esortazione alla preghiera per i morti e per metterci sotto la sua protezione nel momento della morte. Ogni venerdì, a None, la chiesa ci fa domandare a nostro Signore di aprire, per i nostri morti, le porte del Paradiso. Del resto, forse voi conoscete ciò che ha scritto il card. Saliège: 'Pregare il Buon Ladrone è fare un atto di umiltà, è mettersi al suo posto, un posto di peccatore... E quando Dio trova l'umiltà in un'anima, non si trattiene, e precipita su di lei il torrente delle Sue grazie'.
Numerose
conversioni in extremis sono attribuite all'intercessione del Buon Ladrone.
Preghiamolo con fiducia. Era la festa del Buon Ladrone (il 12 ottobre scorso).
(…) (Tratto da:” Chretiens Magazine” 2000.