CONCHITA de ARMIDA

(Serva di Dio)

UNA LUCE DAL MESSICO

Lia Carini Alimandi - © 1981, Città Nuova Editrice, via degli Scipioni 265 - 00192 Roma

Nihil obstat n. 51:

Traianus Crisan, Subsecretarius S. Congregationis Pro Causis Sanctorum Romae, die 28 Februarii a. 1981

Nihil obstat:

Ferdinandus Galea ofm Romae, die 31 Iulii a. 1981

Imprimatur: Aloisius Liverzani, Episcopus Tusculanus Tusculi, die 3 Augusti a. 1981

 

PREFAZIONE

Il padre Michel Marie Philipon o. p., teologo fran-cese assai famoso scomparso recentemente, espositore autorizzato della spiritualità di Marìa Concepción Ca-brera de Armida, di fronte alla enorme mole di scritti da studiare per redigere il Diario spirituale di una ma-dre di famiglia (cioè di Conchita), si trovò in difficol-tà e « non si sarebbe accinto a una simile fatica se non fosse stato invitato a farlo dai superiori e non fosse stato convinto di rendere un grande servizio alla Chie-sa ».

Questa mia semplice biografia della Serva di Dio messicana intende rendere un servizio soprattutto alla donna e alla famiglia, perché mi è stato chiesto di met-tere in risalto, in forma narrativa e piana, in modo par-ticolare l'umanità di Conchita, la sua femminilità, la sua vita di sposa e di madre più unica che rara. An-che spoglia dell'alone mistico che la caratterizza, ella è una figura femminile « gigante ». Per affrontarla, ci è voluto molto coraggio: che potrebbe essere scambia-to per superficialità o presunzione... E allora devo di-re che ci ho pensato un paio di anni prima di accetta-re, che ho rimosso più volte l'impegno trovando più di un alibi per non doverlo fare, che sono entrata let-teralmente in crisi, che ho letto e riletto decine di libri, opuscoli, ciclostilati, foglietti, lettere, aneddoti, agen-de domestiche e persino ricette di cucina (in spagnolo e francese), e parlato molto di lei, proprio come di una contemporanea presente tra noi, con alcuni Padri Mis-sionari dello Spirito Santo messicani che abitano a Ro-ma e che mi hanno onorato dell'incarico; in partico-lare i Padri: Luis Ruiz, Jorge Ortiz, Rafael Ledesma, verso i quali serberò sempre stima e gratitudine.

Ho vissuto decine di mesi con Conchita-donna, fi-no al punto di farmela amica quotidiana, per poterla - dopo - capire un po' anche come anima eccezio-nale di cui Dio si è servito « per proporre alla Chiesa un messaggio, al mondo una speranza, ai laici un im-pegno, alle donne un modello validissimo ».

Potrei dire che il personaggio di Conchita mi ha sgomentata per la vita mistica e contemplativa di così alto livello e per la sua dottrina; ma questo è scontato: su questo piano Conchita ha sbigottito eccellenti teo-logi, altro che me! Dirò, invece, che il mio stupore scaturiva proprio dal considerare la maniera tanto natu-rale con cui Dio dimostra di concedere a chi Lui vuole la possibilità di continuare a vivere, agire, amare, pen-sare, pregare, soffrire, gioire in una maniera tanto uma-na e, contemporaneamente, toccare gli altissimi vertici spirituali ai quali è pervenuta la « nostra » Conchita.

Che il Signore possa suscitare santi immensi in crea-ture umilissime, in laici comuni, che ci vivono accanto e non notiamo neppure, va bene; ma che in un'anima si possano fondere fino al punto raggiunto da Concbi-ta l'umanità e la perfezione, questo può essere uno choc. In Concbita lo straordinario e l'ordinario sono talmente connessi da formare un tutto omogeneo, com-patto e inscindibile. Ma poi ci si ricorda che questo prodigio, il prodigio, cioè, di divinizzare la creatura umana, il Signore lo ha iniziato quando volle per Fi-glio un Uomo-Dio e per Madre un'umile vergine na-zarena, e allora si constata che Egli nei suoi santi ope-ra proprio così: non annullandone l'umanità ma ser-vendosene, per trasformarla e sublimarla: per santifi-carla.

Scegliendo Concbita, Iddio le diede grandissima semplicità, per velare il mistero che Egli le aveva nasco-sto nell'anima, fede perché lei potesse accingersi a un singolarissimo compito, speranza e costanza per il rag-giungimento delle Opere alle quali l'aveva chiamata, pu-rezza perché in lei potesse abitualmente vivere lo Spiri-to Santo, amore, perché senza amore non c'è unione con Dio, e sacrificio, perché senza sacrificio non c'è amore. « Non saprei dire - afferma qualcuno che ha conosciu-to bene Conchita - se la caratterizza più la semplici-tà, l'amore o il dolore ».

Senza dubbio, la frase che la pennelleggia egregia-mente e ne esprime la vera essenza e: « Essere madre ». Padre José Guadalupe Trevino, fecondo scrittore messicano, oggi novantenne, che fu uno dei primissimi Missionari dello Spirito Santo e braccio destro del pa-dre Félix Rougier, conobbe assai bene la signora Ar-mida, avendo vissuto per quasi vent'anni vicino a lei.

Egli ne scrisse la prima biografia e la intitolò: Un Apo-stol de la Cruz; in italiano suona al maschile, e la cosa mi piace: nella sua fine femminilità, questa Serva di Dio ha tuttavia un carattere virile.

Della dottrina di Conchita è stato detto: «E lo straordinario nello straordinario »; a sua volta, padre Roberto de la Rosa, M.Sp.S., postulatore della causa di canonizzazione di Conchita, riferendosi al Diario spi-rituale di una madre di famiglia curato dal padre Phi-lipon, lo definisce: « Lo sguardo di un teologo nell'ani-ma di Concepción Cabrera de Armida ». Il padre Do-menico Mondrone, gesuita di chiara fama, il quale di Conchita ha tracciato uno splendido medaglione in uno dei suoi libri contenenti biografie brevi e intitolato: I santi ci sono ancora, la ritiene « un caso unico nella mistica d'oggi ». Sua Em. Il card. Miranda, arcivescovo Primate del Messico, la definisce: « Una bellissima ani-ma, molto semplice, affascinante agli occhi di Dio e de-gli uomini ».

Ma la definizione che ha colpito personalmente me, donna, moglie, mamma, lavoratrice... della penna, è quella del padre Medina, M.Sp.S. Egli la definisce sim-paticamente: « mujer misteriosa y cercana », cioè: don-na misteriosa e vicina. E la definizione mi piace: ini-zialmente, nella esistenza di Conchita mi ha incantato il mistero. In questa mia storia ho dato gran rilievo alla sua semplicità, non ho fatto che mettere in luce la sua grande naturalezza; ma non può sfuggire che, sin dalle prime ore di vita (anzi ancor prima di nascere) Con-chita si presenta come un personaggio singolarissimo.

Nonostante ta normalità, lei esce dalle solite regole, in-curiosisce e conquista prima di tutto per l'aura di mi-stero che la circoscrive; ma il mistero di Conchita non ammicca da remoti orizzonti da favola (non è una fata) né si isola su vette celestiali, di trascendenza (non è un angelo, un puro spirito): è una donna.

Una donna tutta a lettere maiuscole, una donna completa e totale: quindi « vicina ». E se il suo mistero ce la fa ammirare, la sua vicinanza ce la fa amare. Una donna del nostro tempo: moderna, senza frustrazioni né complessi, sempre protesa in avanti, proiettata verso il futuro, in linea retta verticale; una donna che non sfug-ge al suo ambiente, non declina impegni e responsabi-lità; che considera suo dovere restare negli obblighi del-la sua condizione sociale, che sa aggiornarsi (viaggian-do, leggendo, ascoltando la radio), che non intende stac-carsi dagli altri (suona, canta, danza, cavalca, frequenta riunioni, racconta per la gioia altrui aneddoti e barzel-lette), e soprattutto sa essere una madre che, per i figli, può diventare - all'occorrenza - sorella e amica. « Mamacita encantadora » la chiamava la figlia Concha, guardandola affettuosamente, prima di spirare.

Già soltanto come donna e come madre, anche pri-va dei mirabili doni soprannaturali, questa « mujer mi-steriosa y cercana » è davvero eccezionale, meritevole di essere conosciuta, amata e imitata. Può essere un vero polo di attrazione per le famiglie di ogni conti-nente.

Nella famiglia, cellula viva della società, « vera-mente, più che in ogni altro campo della vita - ha detto recentemente il Papa - si gioca il destino dell'uo-mo ». E naturalmente... della donna. Una decina di don-ne come Conchita potrebbero cambiare la faccia del mondo, le famiglie sarebbero orientate verso Cristo, la società sarebbe salva e la Chiesa poggerebbe su saldis-sime speranze. Apostola secolare, Conchita si santifica-va nel quadro familiare e sociale del suo tempo, che è il nostro tempo: quindi, donna moderna e attualissima, con immense possibilità di attirare e... convincere donne moderne. Per questo, sicuramente, Conchita ci è stata mandata. Io ci credo.

l'Autrice

Roma, 4 febbraio 1981

 

COME L'ERBA DEI CAMPI

Conchita ragazza acqua e sapone

Conchita tirò le briglie e fermò il cavallo, allun-gando lo sguardo sull'immensa distesa di cactus, mezquites, nopales, magueyes e altre tipiche piante del-la desertica zona, invasa da cardi e cespugli spinosi; nell'attraversare la canada [=burrone], tra le ripide pareti che tagliano la montagna, aveva assaporato paro-la per parola la semplice preghiera che, spontanea, le nasceva dal cuore.

Erano partite al galoppo, lei e Clara, sui bellissimi destrieri, uno splendido frigio e un magnifico baio, in compagnia del babbo. Avevano piacevolmente cavalca-to. Ora lei provava un gran bisogno di appartarsi. Le accadeva spesso, quando si sentiva invadere l'anima di una inquietudine sottile. « Eppure ho tutto per essere felice! - pensava -. Perché, allora? ».

La ragazza si riscosse: il babbo e la sorella l'aveva-no parecchio distanziata; spronò il suo bell'animale e li raggiunse. Lungamente trottò in silenzio accanto a lo-ro, pensierosa, finché - custodita da una robusta mu-raglia di antichissima costruzione - apparve la gran-de casa, con davanti un vasto giardino. La hacien-da [=fattoria], molto curata, era esuberante di vege-tazione e aveva un aspetto stupendo; riposante, mal-grado le mandrie turbassero l'aria quieta con i loro muggiti. Che bello!

Conchita saltò giù da sella, si tolse il sombrero e se lo sventolò sul viso accaldato. Un viso molto grazioso di lineamenti e assai espressivo. No, lei non era una bellezza appariscente; anche perché non conosceva truc-co: non s'impiastricciava la pelle con creme e colori co-me le stelle dello spettacolo (pur se molte sue coeta-nee amavano farlo), né si adornava come un bel pac-chetto-dono. Ragazza acqua e sapone. Con un sorriso lieto persino quando nel suo cuore c'era qualche spina.

Soprattutto, due incantevoli occhi azzurro chiaro, dolci, pieni di candore e di cordialità. Vero specchio del-l'anima, emanavano un fuoco interiore. Il tesoro, questa prospera ragazza messicana, lo celava dentro: era do-tata di un fascino che valeva molto più della bellezza sfolgorante e attirava quanti l'avvicinavano.

Conchita scrollò le spalle e sorrise. Bella, ricca, cor-teggiata, amata. Eppure... qualcosa le mancava. E pro-prio questo « qualcosa » di fondamentale lei voleva as-solutamente possedere. Un desiderio di azzurro, un'an-sia di eterno che si faceva sentire specialmente nel silenzio. La natura la elevava sempre fino a Dio. Se, assurda ipotesi, lei non lo avesse conosciuto fin da pic-cina, avrebbe certamente scoperto da sola l'esistenza del Creatore, tanto ne avvertiva dentro di se la presen-za, la bellezza, l'amore. Dio lo trovava in tutta la na-tura. Lungo le canadas e i campos, lungo le prode ver-di e stelleggiate di colori, lungo i viali alberati e le ser-re fiorite, più ancora che nel chiuso della sua stanzetta, lanciava l'anima verso il Signore, lo cercava, lo ringra-ziava di tanta bellezza da Lui profusa sulla terra per la gioia degli uomini. Ma anche nei momenti di riposo trascorsi in terrazza godeva infinitamente a contemplare il cielo col desiderio di « trapassarlo col suo cuore ».

Conchita si appoggiò alla schiena del suo magnifico cavallo ancor tutto sudato e lasciò vagare gli occhi pen-sosi sulla vasta distesa su cui correva il vento: anche lei era cresciuta come l'erba dei campi, secondo la sua na-tura, che era di estrema semplicità. Infanzia, adolescen-za, prima giovinezza trascorse in un continuo viavai per dalla città alle haciendas del nonno materno e ai ran-chos [=poderi] di suo padre. E questi verdi anni a di-retto contatto con la natura, nel calore della famiglia, tra la gente della fattoria, Conchita, allora diciassetten-ne, aveva voluto fissare in una specie di diario-racconto che aveva intitolato Historieta de una muy pacifica fa-milia. Aveva segnato sotto il titolo un « importante » pensiero di Quevedo: « Lo fugitivo permanece y du-ra » e (grande scrittrice in erba!) aveva iniziato in bellezza: « Era una mattina di aprile, in cui sembrava sor-ridere tutta la natura... ».

Pagine fresche e vivaci, tutte candore e semplicità. Vi erano descritte le belle passeggiate che alla Peregrina e a Jesùs-Marìa variavano tutti i giorni: a piedi o a ca-vallo attraverso le grandi estensioni agricole: le ore fe-lici in barca lungo le rive del fiume, a remare e a pe-scare fino a quando la luna appariva all'orizzonte; far ribaltare per divertimento, senza alcun pericolo, la zat-tera; bagnarsi nel ruscello con le giovani campesinas [ = contadine] mentre il cane fedele sorvegliava dal-la riva... Al tempo della semina e della mietitura l'al-legria giovanile sconfinava: un po' volavano nell'aria ri-sate e motteggi, si combinavano scherzetti « atroci » che davano filo da torcere soprattutto al maggiordomo.

Le ore pìù gradevoli si trascorrevano nella huertita [ = orticello ] vicino alla casa, chiamata « El Tecolote » [ = Il Gufo] perché era la zona preferita dai gufi ed al-tri uccelli notturni. E che pranzetti coi fiocchi! Saporo-sissimo « caldo de pastor », agnello e selvaggina arrosto, e tanta frutta che donava il frutteto. E come si riposava bene sotto la frondose aguacates [ = avogadi ], mentre si scambiavano aneddoti e barzellette! A sera, poi, la campagna scintillava di lucciole a mille a mille. Fan-tastico! Ma, allora, era il momento di rientrare alla ha-cienda per un viale che le ombre degli alberi rendevano pieno di mistero.

Nella Historieta Conchita aveva segnato anche, e soprattutto, le ore feconde: visite alle famiglie dei con-tadini, dalle quali si tornava col cuore pieno di gioia e le braccia cariche di piccoli doni. Le domeniche, Conchi-ta le impiegava nella scoletta messa su da lei per i bim-bi poveri, perché, oltre la dottrina, imparassero a legge-re e scrivere, e a rispettare le più elementari nozioni di igiene e di galateo... Erano rapporti spontanei e cordia-li, ma con la spinta a donare non solamente tempo e co-se, anche un po' di sé, a infondere nell'animo di quei contadinelli sentimenti buoni.

Se non con lo stesso slancio di Conchita, i ragazzi della famiglia Cabrera, per il loro buon cuore e per lo spirito nel quale erano stati educati, si mescolavano vo-lentieri, quotidianamente, con la gente semplice e i di-pendenti di papà, stimando, amando e aiutando tutti indistintamente.

A Conchita sembrava, quella, la più bella delle esi-stenze. E' vero, c'erano anche le ore pesanti: la fatto-ria esigeva una fatica incredibile: correre di qua e di là dall'orto al recinto delle mucche; allevarle, mungerle, trasportare enormi secchi di latte, così bianco e spumo-so che era tutto un invito al solo vederlo; e scremarlo, fare il burro e il formaggio per consumo proprio e an-che da vendere al paese vicino; e impastare il pane per la numerosa famiglia e per i peones [ = braccianti]. Quanto ce ne voleva!

Senza alcuna superbia, i padroncini aiutavano i di-pendenti anche nei lavori dei campi e della fattoria. Oh, non che lo facessero sempre volentieri! Era così grade-vole il dolce far nulla... Ma il babbo era un esempio vi-vente dell'operosità e della virtù; la mamma, nemica acerrima dell'orgoglio e dell'ozio, lavorava sodo, non perdeva un solo minuto, riusciva a prodigarsi anche per i dipendenti e per i poveri, ed esigeva che le figlie, sep-pure signorine di ottima famiglia, sapessero fare pro-prio di tutto: cucito, rammendo, ricamo, pulizia della biancheria e della casa; dovevano sapersela cavare so-prattutto in dispensa e in cucina; a 12 anni, Conchita dalla mamma aveva già imparato un po' di tutto e ave-va sulle spalle il peso della casa, dato che Emilia, la so-rella maggiore, si era sposata giovanissima.

Ma era un'esistenza invidiabile! Tutti operosi, uti-li a se e agli altri. Giornate colme colme. E quando si sentiva il lento scampanìo giungere dalla cappella vi-cina, s'interrompeva la fatica per una lode al Signore. Alla fine del dì, la famiglia Cabrera tornava a casa, se-guita dai fedelissimi cani, e il babbo - fisionomia gra-ve, carattere forte e... cuore in mano - entrava nella cappella di famiglia, che subito si riempiva di figlioli e di dipendenti; con voce sonora, dava allora inizio al-la recita del rosario: tutti gli rispondevano in coro, con rispetto e con fede. Chiudeva la funzione il canto delle laudi che dilagava fino alla campagna.

Peones e campesinos si dirigevano verso le loro modeste e tranquille capanne, i padroni si raccoglieva-no nella sala da pranzo, che improvvisamente risonava di allegre voci giovanili; dopo cena, l'immancabile par-tita a carte (preferito fra tutti il gioco della Malilla), una bella strimpellata al piano, un affettuoso scambio di confidenze, poi... tutti a nanna! Silenzio profondo attorno alla hacienda, interrotto solo dai latrati dei ca-ni che vegliavano, vigili custodi, e non lasciavano dormire... Al loro abbaiare rispondeva il prolungato ululo del coyote e il canto mesto dei gufi.

Era quella l'ora preferita da Conchita: si sentiva più che mai elevare dalla terra al cielo. Qualcosa di fortemente dolce e triste, qualcosa d'inesprimibile, che lei chiamava «levantamientos bacia el Creador » [ - elevazioni verso il Creatore].

Sentiva queste cose specialmente nel silenzio. Lo avvertiva anche adesso, perché era sola. Quante volte nelle lunghe escursioni campestri col babbo e Clara pensava al modo di poter vivere in una grotta, tra quei monti, lontanissima da ogni sguardo umano, indistur-bata, senza testimoni, in preghiera e penitenza, a suo completo piacimento! Questa idea la incantava, l'atti-rava sempre più. E allora persino quella impalpabile inquietudine che sovente la permeava svaniva in una grande serenità.

Ecco, anche ora, la nuvoletta grigia e lieve le si scioglieva dentro... L'animo rasserenato, Conchita co-minciò a cantare. Era dotata di una bellissima voce intonata: anche la musica e il canto la elevavano ver-so il Signore; e spesso lei andava cantando per gli an-goli della fattoria e per i sentieri del bosco, dilettata dall'immensa solitudine così piena di Dio.

A un tratto, nel fiabesco tramonto d'estate, l'ani-ma di Conchita fu invasa di amore e di gratitudine. Che dono, la vita! Eccola qui, giovane, entusiasta, vi-va... Eppure, secondo la scienza umana, lei non avrebbe dovuto nascere. Glielo aveva raccontato proprio la mamma... La ragazza sedette all'ombra di un grande banano e, come in un film in technicolor, vide snodarsi la sua giovane vita: rivisse, assaporandoli, i suoi fre-schi vent'anni.

 

La creatura che non doveva nascere

Seguiamo anche noi Conchìta sul filo della memo-ria e fermiamoci a quel giorno estivo del 1862 in cui don Octaviano Cabrera, guardando impacciato e triste la moglie, le disse: - Clarita, mi dispiace davvero, ma devi essere ragionevole: questa nostra creatura non può, non de-ve nascere...

Dona Clarita ebbe un moto di stupore e alzò viva-cemente la testa; nel suo sguardo si fondevano per-plessità e timore: forse Octaviano scherzava! Oppure era impazzito? Purtroppo, il viso di lui era serissimo e la voce stentava a mantenersi ferma e normale. Giornata triste nella bella casa di Via Suàrez, in cui abitavano i Cabrera, una delle famiglie più in vista e più distinte tra le famiglie potosine. Don Octaviano era in angustia. Il medico, uscito da poco, gli aveva assicurato che dona Clarita, a causa della strana malat-tia che le aveva tolto le forze, non avrebbe potu-to portare a termine la sua settima gravidanza. Era stato categorico.

- Senor Cabrera - gli aveva detto con la cruda sincerità di chi è costretto a vivere e operare quoti-dianamente fra tutte le miserie fisiche del prossimo, - volete salvare la... creatura o la madre? Purtrop-po, non rimane che sacrificare l'una o l'altra. Sceglie-te voi!

Era stato un autentico pugno allo stomaco. Questo non ci voleva! Era una responsabilità enorme. Don Octaviano, uomo onesto e religiosissimo, si era dibat-tuto nell'atroce dilemma. Inutile dire che alla fine, messo alle strette, per non privare gli altri figli della loro madre...

- Mi hai sentito, querida (= cara]? Bisogna salvare la tua vita! Abbiamo sei bei figlioli, dopotutto, no? O vorresti lasciarli orfani in così tenera età? Su, coraggio! Ragiona...

Clarita scosse la testa e non rispose. Mancavano cinque mesi alla nascita della creatura. Avrebbe spe-rato, pregato fervorosamente. Avrebbe strappato la grazia alla Madonna. Ma sacrificare un figlio... non ci pensava neppure! In quel tempo dona Clarita aveva 31 anni ed era una splendida signora nel pieno delle speranze. Si era sposata a 17 anni con don Octaviano Cabrera Lacavex, che allora ne aveva 24, potosino co-me lei, e come lei anima retta, franca e pia. Dal felice matrimonio erano nati Manuel, Octaviano, Emilia, José, Luis, Juan... Ora Manuel aveva già quasi 13 anni, ma Juanito ne aveva solo 2, ed era un folletto irrequietissi-mo, ma così simpatico...

Donna distinta, intelligente e istruita, la sgnora Clarita Arias Cabrera, rimasta orfana a soli due anni, aveva sofferto parecchio; ora dava ai figlioli tutto l'af-fetto di cui lei aveva avvertito la mancanza; e con la sua mitezza, sapientemente sostenuta dalla fermezza, riusci-va a tenere a freno l'esuberanza della tribù minuta così come l'effervescenza di don Octaviano, che aveva un magnifico carattere allegro e generoso ma un tantino violento.

Abbassò il capo dunque, e non rispose; però era chiaro che seguire il consiglio del medico proprio non intendeva. Dio provvede... Clarita portò avanti, serena-mente, la sua difficile maternità, e un bel mattino inver-nale... Era 1'8 dicembre 1862, e da Colei che doveva diventare la sua grande Protettrice la settima figlia dei signori Cabrera prese il nome. Si poteva pretendere di piu?

Pallida, emozionata, dona Clarita sorrise a don Oc-taviano come a dire: - Vedi? Che ti dicevo? Anche stavolta ce l'ho fat-ta. Bisogna aver sempre fiducia nel Signore, mio caro! Sì, era nata. Ma così delicata che i medici non le da-vano speranza di vita. Condannata prima a non nascere; ora ch'era nata, la condannavano già a morire. Talora la scienza umana non lega davvero con la misteriosa vo-lontà di Dio onnipotente. Certo la nina [ = bimba] non era granché come neonata: aveva tutta l'aria di una micetta senza neppure il fiato per miagolare. Ma dimen-tichiamo che su lei si stendeva la luce azzurra... dell' oroscopo mariano? Alla Madre, il Figlio non nega mai grazie. Quella bimba doveva nascere perché avrebbe fatto cose grandi, e per questo sarebbe vissuta. Ma al-lora lo sapeva solo Iddio.

Per gli uomini, non era che una chica [ = piccola] nata per forza. Meglio... meglio farne subito una cri-stiana, perché chissà se poteva sopravvivere? Fu bat-tezzata due giorni dopo dallo zio canonico, nella chie-sa di San Juan de Dios, vicina alla casa paterna, e fu chiamata Marìa de la Concepción Loreto Antonia.

Dona Clarita, così debole e sofferente, non poteva allattare la piccina: con suo grande dispiacere si vide costretta ad affidarla a una balia. Ma le difficoltà furo-no enormi. Cominciò una... processione di popolane verso casa Cabrera. Assunte e licenziate. Se ne avvicen-darono addirittura sette, poiché nessuna risultava essere fra le più adatte. Chi non amava la pulizia, chi era bu-giarda, chi aveva le mani lunghe e rubava in casa quan-to più poteva... Una, poi, stava addirittura per affama-re la neonata già così stentatella, perché pur di guada-gnare qualcosa non aveva confessato di non aver latte. Conclusione: meglio latte d'asina! L'asinella seppe fa-re meglio d'ogni nutrice il suo dovere e Conchita comin-ciò a riprendersi. Ma quanto a fiorire! Non era certo una vivida rosa, bensì un pallido fiorellino.

- Subito, subito lontano dalla città, sengor Cabre-ra! - sollecitò il medico -. Questa figlia di grattacapi ve ne ha dato e ve ne darà. Portatela al più presto in una delle vostre haciendas o... vi muore!

Erano infatti così gravi le condizioni della bambina che, durante il viaggio da San Luis Potosì alla hacienda, dona Clarita non volle mai scoprirle il faccino affondato tra i veli per timore di vedersela morta tra le brac-cia. Fortunatamente, respirava! Ora ci avrebbe pensa-to Mauricia ad allattarla. E la senora Clarita guardava con gratitudine quella donna generosa - la moglie del portiere - che per compassione si era offerta di seguire i Cabrera fino alla hacienda per nutrire col suo latte, particolarmente buono e abbondante, la nina dalla cre-scita difficile, affidando il proprio nato a una balia.

Alla generosità di Mauricia, Conchita dovette la vi-ta, anche se buonissima salute non godette mai. Fu sem-pre delicata e gracile, e solo verso i due anni, quando già veniva al mondo il fratellino Primitivo, lei comin-ciò a raddrizzarsi como un gato Placo [ = come un gat-to magro].

Venivano al mondo al ritmo costante di uno ogni biennio, i piccoli Cabrera. Due anni dopo Primitivo, nasceva infatti Clara; in seguito vedevano la luce Car-lota e Constantino, per vivere meno che le effimere: tre anni la prima, solo sei giorni il secondo. Quando nacque Francisco de Paula, il dodicesimo figlio dei Ca-brera, l'ultimo, Conchita aveva compiuto i 10 anni ed Emilia era già sposa. Una bella famiglia davvero!

 

Nina querendone y dicharachera Bambina troppo affettuosa e chiacchierona

Ora Conchita s'immaginò bambina... Si rivide, mor-tificata, zitta zitta in un angolo del giardino. Era stata una giornata senza sapore e senza colore. Come spesso le accadeva, si era annoiata, aveva litigato con i fratelli, disubbidito ai genitori; aveva colto frutta e mangiato dolci senza il permesso; aveva detto persino una bugia... Eh, mica era nata santa, lei! Era come le altre. Come la sorellina Clara, le cugine, le amiche della città e della campagna. Solo che amava tanto il Signo-fe e sovente parlava con Lui, raccontandogli tutto di se e di quanto le stava a cuore. Dopo i bisticci e i rim-proveri, quando soffriva a studiare e ad eseguire certi lavoretti, per ogni piccola pena, correva nel suo rifugio per dirlo a Gesù. E forse fu proprio per assicurarle che la sua ingenua fede gli piaceva che Lui, un giorno, quan-do Conchita aveva circa sei anni...

Fu sogno o fu visione? Lei, allora, non lo aveva ca-pito perfettamente, ma l'episodio le era rimasto impres-so nella mente e soprattutto nel cuore. Aveva visto Ge-su vivo e palpitante, rivestito di una tunica di velluto scarlatto, le si avvicinava fino a reclinare la testa su di lei, che era seduta sul pavimento. Conchita aveva comin-ciato a giocare con quei riccioli setosi, carezzando la santa fronte con rispetto e amore; e Lui di tanto in tan-to la guardava, girando i suoi occhi azzurri e verdi « como el mar cerca de Alessndrìa » [ = come il mare presso Alessandria].

Quello sguardo d'immensa tenerezza che la imbeve-va di sensazioni misteriose era durato un buon istante e Conchita, a distanza di anni, lo ricordava ancora co-me fosse accaduto il giorno avanti. Lo avrebbe ricor-dato per tutta la vita. Così come spesso pensava al gior-no del suo decimo compleanno, quando aveva fatto la prima comunione. « Purtroppo - talora rifletteva -, per la mia tepidezza e sventataggine, di quel giorno non ricordo niente di particolare, tranne quella sensazione di piacere interiore e la soddisfazione d'indossare un bell'abito bianco e un velo fine. Che sciocca bambina ero! ».

Per non dire della prima confessione... Da ridere, via! L'aveva fatta verso gli otto anni; qualcuno le ave-va consigliato di confessare anche alcuni « peccati gros-si » e lei innocentemente se n'era accusata. Solo molto tempo dopo si rese conto di non averli commessi, di non conoscerli nemmeno. E dovevano essere colpe gra-vi, perché il confessore si era affacciato per vedere la... grande peccatrice che, sollevata sulle punte dei piedi, ar-rivava appena alla grata del confessionale, e l'aveva sgri-data severamente; più per la bugia che aveva detto che per quei peccati non commessi, le aveva assegnato co-me penitenza la recita di quattro rosari... Mammamia! Eppure Conchita tornò presto e spesso a confessarsi; ma era una tale chiacchierona confusionaria... « Dio mi perdoni per tanta leggerezza e tanto poco dolore delle mie mancanze! » Conchita si diceva spesso, ma ricono-sceva di essere, allora, davvero un'ochetta bianca...

- Siete sposata? - una volta si senti domandare.

- No!

- Siete donzella?

- No! - lei rispose, perché sapeva che le donzelle erano le dame d'onore di certe signore altolocate.

- E allora che cosa siete? - la rimbrottò il confes-sore, irritato. E lei, preoccupata, cominciò a lambiccar-si il cervello: « Dio mio, che sarò mai? Perché qualcuno devo pur essere! ».

- Sono... sono una qualunque... - rispose -. So-no Conchita Cabrera, ecco!

Era Conchita Cabrera e aveva avuto il dono di ec-cellenti genitori. Soprattutto la mamma. Non aveva po-tuto allattarla, ma le aveva comunicato l'amore all'Eu-caristia e alla Madonna. Con quanto amore dona Clari-ta leggeva ai figli i buoni libri che riempivano lo studio del fratello don Luis, con quanto amore insegnava loro a pregare!

Dona Clarita per allenare i figli al coraggio e al sa-crificio li abituava a fare il contrario della propria vo-lontà. Costava, ma fruttava tanto per la formazione del carattere. Molte domeniche, con la scusa di una bella passeggiata, se li tirava dietro nelle visite ai poveri e ai malati. Quando in famiglia o fra i dipendenti c'era qualche infermo, li abituava a vegliarlo, a servirlo nel limite delle loro possibilità, persino ad assistere alla lo-ro agonia; così i piccoli Cabrera non avevano paura del-la morte, che non era la fine della esistenza ma l'inizio di una vita migliore, eterna, nella gran luce di Dio: la vera vita.

Era saggia, dona Clarita, a educare i figlioli con pol-so fermo. Conchita aveva sentito fin da bambina un for-te richiamo interiore, una grande inclinazione alla pre-ghiera e, senza neppure saperne la ragione, amava sacri-ficarsi. Ma siccome nessuno aveva intenzione di... mar-tirizzarla, ci pensava da sé, infliggendosi piccole morti-ficazioni: sceglieva i lavori meno graditi, non si difen-deva quando l'accusavano, perdonava sempre, rinuncia-va al dolce, e questo le costava davvero tanto!

Un'altra caratteristica di Conchita era l'umiltà. Il Signore stesso s'incaricava di coltivare questa inclina-zione mettendola in grado di poterla esercitare quasi abitualmente: scuola e fucina di umiltà, specie in certi periodi della sua vita, furono le contrarietà. Niente di ciò che lei si accingeva a fare riusciva come si deve. Aprivano bocca o alzavano un dito Emilia e Clara? Tac! Come avere la bacchetta magica: un successone! Inter-veniva Conchita? Ecco che tutto andava a carte qua-rantotto. Un disastro! Lei, poverina, ce la metteva pro-prio tutta; eppure... Ma perché, perché « tutto si but-tava a perdere »? Era diventato proverbiale in fami-glia che Conchita non era buona a nulla, non serviva a niente. Non aveva gusto, né abilità, né buona sorte. Arrivarono al punto di non voler fare comunella con lei, perché temevano che ogni cosa andasse a cata-fascio.

Di questa situazione, Conchita soffriva, si vergogna-va. Ma quando si rese conto che era il Signore, per i suoifini, a volerla umiliare, non fece più nulla per strapparsi di dosso l'ingloriosa qualifica e l'accettò come volontà divina. Non era affettazione, Conchita si sentiva dav-vero inferiore a tutti. Si riteneva persino ignorante. Ma si sottovalutava.

Certo, non era molto istruita, aveva un'istruzione assai elementare. Non per colpa dei genitori, ché anzi, data la condizione sociale elevata, nonostante la men-talità e l'uso, si preoccupavano di dare anche alle ra-gazze un'educazione accurata. Purtroppo, nello studio Conchita non faceva scintille. Un po' a causa della sua negligenza e poca applicazione, un po' per i con-tinui trasferimenti dalla città alle haciendas, ma so-prattutto per le circostanze. Come già per essere allat-tata dovette cambiare sette balie e ripiegare sull'asi-nella, anche per l'istruzione fu un continuo cambiare...

Dopo essere stata affidata alle Santillana (certe vec-chiette-bambinaie che le insegnarono a leggere), Con-chita passò da Madame Negrete, ma vi rimase solo un paio di mesi; fu messa nel collegio delle Sorelle della Carità e vi si trovò bene, ma durò solo sei mesi, perché le suore, il 6 gennaio 1875, furono espulse dal Go-verno. Siccome a 12 anni Conchìta sembrava già una signorina e dona Clarita non trovava opportuno man-darla in giro, preferì farla studiare in casa: assunse per le figlie dei bravi insegnanti che dessero una com-pleta istruzione primaria e, in più, lezioni di cucito e di musica, come esigeva la condizione di distinte se-n"oritas. Conchita si dedicò soprattutto alla musica. La deliziava suonare il pianoforte e cantare, in modo par-ticolare le lodi alla Vergine e le canzoni popolari così piene di fuoco, di vivacità, di sentimento e di colore folclorico.

Fino a una certa età, a chi non si curava di appro-fondire l'esame, Conchita appariva una ragazza insi-gnificante, né bella né brutta, né carne né pesce, tutta da maturare. Era di una ingenuità madornale, tanto che i fratelli si burlavano di lei e la chiamavano Inocencia. Conchita se ne mortificava, e talora s'indispettiva, per-ché credeva volesse dire « tonta ». Era invece il dono di una purezza singolare. Il Signore la custodiva gelo-samente. Una ragazza che viveva tra uomini (Emilia era già sposa e Clara era una marmocchietta...), i suoi giochi si svolgevano sempre tra fratelli e amici dei fratelli; abitando più che altro nelle haciendas, spesso lei aveva occasione di sentire dai peones e dai mozos molte « co-se ». Ma lei stessa se ne stupiva: era come se « una spugna divina » cancellasse dalla sua mente tutte le cose non buone « come da una lavagna »; al punto che neppure sforzandosi era possibile ricordarle.

Dei doni eccezionali che il cielo le aveva concesso, Conchita aveva piena coscienza. « Grazie a Dio - spesso si diceva -, il Signore ha messo in me buone disposizioni; ma io sono colpevole di non aver saputo farle fruttificare come avrei dovuto... Poverino Gesu, quante inquietudini mi offuscano l'anima! ».

Spesso si accusava anche di essere stata una nina dicharachera y querendona. Chiacchierona e ipersensi-bile, sì! Nemmeno ad essere la principessa del pisello della celebre fiaba! Troppo affettuosa, attaccaticcia... Soffriva e piangeva persino a separarsi da parenti e amici nei frequenti andirivieni da San Luis alle fattorie e viceversa. Sì, il suo maggior martirio era il cuore.

Pensare che all'apparenza era indifferente e fred-dina... Soffriva, nel timore di essere incomunicabile, di non saper suscitare simpatia. « Non posso fare la commedia - si doleva -. Nel mondo soffro perché non riesco a mostrare quel che non sento... Non riesco a sostenere una conversazione di un quarto d'ora senza provare fastidio, sebbene mi sforzi di nasconderlo... Allontano le persone e son convinta di essere pochis-simo o niente amata... ».

Era tutt'altro che fredda. Voleva bene a tutti, vo-leva il bene di tutti, non poteva vedere qualcuno sof-frire, sentendosi degna solo lei di sofferenza. E un tale desiderio di fare del bene, così grande da non essere capita. Tuttavia, in certi momenti particolari, quanta felicità dentro di lei! Una gioia sottile e misteriosa, quasi un'estasi...

In questa ragazza giocherellona e un po' monella, con tutti i difetti dell'età, già ribollivano, come in atto di esplodere da un cratere vulcanico, aspirazioni gigantesche. Aspirazioni a che cosa? Conchita ancora non lo sapeva, e attendeva il manifestarsi della volontà divina, pronta ad uniformarvisi.

 

Sangue spagnolo e anima messicana

Conchita aveva vissuto i primi 13 anni durante il turbolento periodo della « Intervención francesa » e del secondo impero messicano (1862-67), della ditta-tura di Juarez (1867-72) e di Lerdo (1872-76). Ma questo periodo di disordine e di anarchia non aveva turbato la pace dei Cabrera, i quali trascorrevano lun-ghi periodi nelle loro proprietà campestri. Del bisa-volo Manuel, i nipoti ricordavano soprattutto l'episodio drammatico che aveva convinto i discendenti a starsene alla larga da certe situazioni...

Secondo i racconti che circolavano in famiglia, lo stesso giorno in cui scoppiava la guerra d'indipendenza don Manuel veniva arrestato e, con altri spagnoli d'im-portazione, condannato alla forca; solo per miracolo era riuscito a farla franca, tuttavia, avanzato negli anni e pieno di acciacchi, il bisnonno morì pochi giorni dopo quella terribile prova. I figli non vollero collaborare con coloro che consideravano dei criminali, e si disper-sero per località diverse in cerca di tranquillità e di nuo-va fortuna.

Uno di essi, Francisco de Paula, aveva allora circa 19 anni. Dopo aver vagato senza residenza fissa, nel 1818 si stabilì a San Luis Potosì, capitale dello Stato omonimo, a nord-est della Repubblica messicana, dove il suolo era desertico e la vegetazione scarsa, dove il clima - notti molto fredde e giorni troppo soleggiati - era inclemente e la gente viveva della fatica mine-raria; ma nella regione sorgevano molte haciendas in cui, con un po' di genialità e di costanza, e con tanta fatica, era possibile lo sviluppo dell'agricoltura e del-l'allevamento di bestiame.

Qui, il giovane Cabrera si fece una posizione; si sposò due volte e dal secondo matrimonio, con Marìa de Jesus Lacavex, originaria di Navarra, ebbe cinque figli, di cui il primo, Octaviano, era il padre di Con-chita.

Nonno Francisco de Paula era morto quando Con-chita era nata da poco, e lei non lo ricordava. Ricor-dava invece con molto piacere e ammirazione nonna Marìa de Jesùs. Che donna in gamba! Era quasi un mito, in famiglia e tra la gente di San Luis. Laboriosis-sima, instancabile, mattiniera: alle quattro era già in piedi e, prima di ogni cosa, subito a messa! Era così devota che aveva fondato in città la « Veglia perpetua al Santissimo Sacramento », e aveva un bellissimo ca-rattere: sempre amabile con tutti; così caritatevole che a volte tornava dalle visite ai poveri appena col vestito indosso: talora donava anche la camicia.

Conchita ascoltava intenta quanto dicevano sulle sue ave, ammirava, assimilava. Anche lei, un giorno... Oh, certamente non sarebbe stata da meno della mam-ma, della nonna e della bisnonna! Tanto più che l'am-biente era quanto mai adatto al fiorire completo dei piccoli Cabrera.

Ammirando la sconfinata distesa dei campi, la fio-rentissima hacienda e il grande caseggiato su cui pio-veva l'ultimo sole, Conchita pensava... Era fiera del suo sangue spagnolo. Era contenta di avere avuto nonni come don Francisco de Paula e dona Marìa de Jesus e bisavoli come don Manuel Cabrera e dona Maria An-drea Alderete.

Don Manuel era malagueno, di Villa Macharaviaye (a non più di 17 km. dal porto di Malaga), allora fio-rente paese, famoso per le sue carte da gioco. Giovane e pieno d'iniziativa, verso la seconda metà del seco-lo XVIII si era imbarcato per l'Oceano Pacifico ed era sceso in Messico, ma non con propositi di avventuriero, come facevano allora molti suoi connazionali. Onesto e capace, aveva fatto fortuna, era diventato qualcuno. Stimatissimi anche per la religiosità e le salde virtù, i suoi discendenti se ne stavano lontani da tutte le fa-zioni politiche, dedicandosi alla cura delle baciendas.

Anche per linea materna, Conchita aveva sangue spagnolo. Ma di quei bisnonni lei sapeva ben poco. La mamma raccontava che suo nonno, don Antonio Arias, era arrivato dalla Vecchia Castiglia all'inizio del seco-lo XIX con un bel gruzzoletto che gli aveva consentito di acquistare diverse baciendas (Peregrina, Soledad, An-gostura...) a Santa Marìa del Rìo, la terra dei famosi rebozos: gli splendidi tessuti con cui le donne usavano coprirsi il capo.

Uno dei suoi figli, José Luis, sposando Ignacia Ri-vera, aveva avuto tre figli: Rafael, Luis, Clara. Clara era la mamma di Conchita. Lo zio Rafael, per vari mo-tivi, si distingueva nella società di S. Marìa del Rìo, suo paese natio, in cui avrebbe fatto in seguito molte opere valide, diventando persona influente. L'altro zio ma-terno, sacerdote molto stimato nella diocesi di San Luis, era canonico, insegnava diritto nel Seminario Guada-lupano Josefino, era dotto e amante della poesia, co-nosceva molte lingue, compreso l'italiano. Ed era il pa-rente che Conchita amava e frequentava di più, perché don Luis viveva con la sorella Clarita. Lo zio canonico era per Conchita una valida guida e un sostegno pre-zioso.

 

Tra una galoppata e un ballo

Col cuore pieno di gratitudine, Conchita rimontò in sella e prese la via della hacienda. Il sole calava... I campesinos interrompevano il lavoro... I peones si affrettavano nel governo delle bestie... Presto tutti si sarebbero recati in cappella per la recita del rosario. La ragazza spronò il cavallo e lo lanciò al galoppo per guadagnare le distanze.

Era un'abilissima cavallerizza! Come suo padre (che amava allevarne tanti), fin da piccolissima aveva dimo-strato un grande amore per i cavalli. Era una tempra di valiente galopera [ = valente amazzone]. Come lo so-no in genere i messicani. E Conchita, in tutte le sue mani-festazioni, era fedele alla sua razza. Autentica figlia del Messico, terra dei vulcani e dei cactus, terra di violenza e di contrasti, ma anche della Vergine di Guadalupe.

Ecco, il frustino schioccava. Gli zoccoli equini sfio-ravano appena il terreno, facendone scaturire scintille. Un nugolo di polvere si sollevava nell'aria bruna. Bestiole e campesinos si scansavano. Arriva Conchita! Coi cavalli bisognava lasciarla fare. Neanche un ragazzaccio! « Qué teo! Qué hombre he sido yo! » pensava so-vente. Ma nonostante temesse fosse cosa brutta e ver-gognosa essere come un uomo, sotto sotto se ne ralle-grava. Le piaceva il rischio! Sì, d'accordo, lei voleva essere buona, pia, addirittura santa (se possibile), ma non trovava fatto sulle sue misure il ruolo di femmi-nuccia. Era una ragazza estroversa e allegra, che ama-va percorrere la campagna e giocare coi fratelli.

Sissignori, coi fratelli! Perché lei snobbava gli sva-ghi allora riservati alle bambine: saltare con la corda, far rimbalzare la palla, cullare bambole... Vi pare po-tesse avere passatempi così futili? Lei, così arrischiata, forte e ardente? Per il suo modo di essere, e anche per-ché in fondo trascorreva le giornate tra i fratelli e gli amici, si era impresso in Conchita un carattere virile.

Per molti magari era incomprensibile che, anziché giocare alla mamma, lei giocasse a fare... il sacerdote; organizzare processioni, distribuire la comunione con le ostie che le regalava il sacrestano della chiesa a pochi passi da casa, imparare dai libroni dello zio canonico brani di prediche per tenere desto un mini-uditorio, an-ziché leggere e raccontare favole, era un gran diletto per lei.

Alle haciendas, poi, con i campesinos... che vita! Da loro aveva imparato a seminare con l'aiuto dell'aratro e dei buoi, a condurre gli armenti, a scorrazzare su carri, cavalli e muli, a pescare nello stagno, a remare, a nuo-tare... Quei maschi spericolati le insegnavano i giochi più difficili, l'addestravano a camminare sulla corda, a volare sul trapezio, a buttarsi giù dallo scivolo, per-sino (che vergogna!) a maneggiare il lazo. Proprio come quei suoi amiconi, Conchita non conosceva ostacoli.

Una volta, alla Peregrina, aveva esposto sciocca-mente la vita. Stava con Clara nel corral [ = recinto] a guardare gli herraderos intenti a marchiare le bestie e aveva proposto alla sorellina: - Chiamiamo quel toro! Vediamo se ci sente... -. Pìù a dirlo che a farlo. Era eccitante stuzzicare 1'animalone. Ma il toro non era dello stesso parere: s'infuriò e l'imprudente se la vide brutta; se non fosse sopraggiunto il babbo a frenare l'animale...

Né la risparmiarono sempre i cavalli, nonostante il suo prestigio di cavallerizza di classe. Una volta... Con-chita conobbe sul serio il sapore acre della polvere, il brivido della paura e l'amarezza della sconfitta. Era ac-caduto un paio di anni prima, quando aveva circa 18 anni, nella hacienda di Jesus-Marìa. C'erano quel giorno molti ospiti e, quando tutti si prepararono per una bella escursione attraverso i boschi, per Conchita non rimase che un cavallino muy mafioso y malo, che non era mai stato cavalcato da una donna perché non sopportava selle, lui!

Conchita lo affrontò, cercando di domarlo. Mac-ché! S'imbizzarriva sempre più; cominciò a nitrire, a scalpitare, a scalciare. Non ne voleva sapere di indivi-dui sul groppone (chiaro?); fosse pure una magnifica amazzone dagli occhi azzurri e dalla ricca chioma scura.

Quando Conchita credette di avere la situazione (e le briglie) in mano, mise il piede nella staffa ma non fece in tempo a montare... Il cavallino prese la fuga, disarcionò l'imprudente, la scaraventò sui solchi e la trascinò lungo la valle di magueyes, calpestandola con gli zoccoli ferrati. E fortuna che non le frantumò la faccia delicata...

Salva per miracolo, l'eroina ne usci con un braccio slogato, scalza, scarmigliata, sbrindellata, incerta sulla propria integrità fisica; mentre l'indomito quadrupede correva ancora, sparpagliando lembi di stoffa attraverso gli spinosi cespugli di huizaches. Spaventata e malcon-cia, mortificata di essere soccorsa come l'ultima delle cavallerizze, la trasportarono... barellata alla fattoria, do-ve le fu rimesso a posto il braccio; e per alcuni giorni, immobilità forzata, ossa peste e, per soprammercato, un occhio tumefatto tutto blu. Non era carina...

Otto giorni dopo, appena Conchita si rimise un po' dalla batosta, il babbo le consigliò di riprendere subito l'equitazione (ma quel cavallino mai più!) e lei sentì, per la prima volta, paura. Fu un attimo di debolezza. Passò presto... E di nuovo a volare lungo le rive delle acque, tra i sentieri del bosco e le canadas, col volto fiero al vento, anche se con le tracce delle escoriazioni ancora fresche.

Del resto, non era la prima « vergognosa » stramaz-zata al suolo. Brava amazzone non si diventa senza prove e pericoli. Spiritosamente, con brio, aveva superato brillantemente un altro cascatone all'inizio della sua car-riera... cavalleresca. I signori Cabrera non amavano le leziosaggini, coi figli usavano maniere rudi: fin dai pri-mi anni li avevano abituati a non temere niente. A sei anni issarono Conchita su un cavallo, sola per la prima volta. L'animale, improvvisamente ombroso, si inalberò e la rovesciò da sella. Niente moine, niente a pobre-cita [ = poverina], ti sei fatta la bua? ». Senza dare importanza alle perle che gocciavano dalle ciglia della chica, il babbo arrivò con un rimedio pìù efficace: giù un bel bicchier d'acqua per cacciar via lo spavento; e su-bito su, in sella, per proseguire la cavalcata. Come nien-te fosse accaduto.

Improvvisamente, Conchita smise di temere i ca-valli, anzi ci prese confidenza, giungendo a montare, per vanità, i più focosi, proprio quelli che gli altri non riuscivano a prendere per il morso, e che solo a lei il babbo permetteva di avvicinare. Così, a capo eretto, a occhi chiari, a cuore forte e puro, lieta e mite nell'in-timo anche se in groppa a cavalli balzani, Conchita di-venne cavallerizza audace, aggraziata, instancabile, ca-pace di stare in sella per più di 12 leghe filate per recarsi da una hacienda all'altra. Pareva nata per l'equitazione. Tra le canadas della proprietà come per le vie e i par-chi di San Luis, caracollava con garbo ed equilibrio, in modo tale che non poteva passare inosservata.

Tanto più che era giovanissima, graziosa, elegante anche senza volerlo, contegnosa senza saperlo, e con un fascino che doveva per forza conquistare. E chissà perché attirava tanto? La sua bellezza non era ostenta-zione di incanti femminili, esteriorità, frasi brillanti: era tutta semplicità. Ma qualcosa di speciale in lei cer-tamente c'era. E se ne accorse persino il governatore...

Ogni tanto Conchita ricordava quel periodo, quel baldo signore così compito e importante, che si era vi-vamente interessato a lei. Cresciuta così rapidamente da ammalarsi, i medici le avevano prescritto, oltre la dieta particolarmente sostanziosa e le medicine rico-stituenti, molte passeggiate anche durante il soggiorno in città. Felice di ciò, Conchita si fece portare dalla hacienda le bardature, il frustino, la tenuta di amazzo-ne e tutto il resto, e cominciò a uscire ogni mattina.

E un giorno, per le strade signorili di San Luis Po-tosì si vide girare a cavallo questa guapa [ = bella], dritta sul gagliardo corsiero portato appositamente da don Octaviano dalla hacienda. Accanto a lei, baldanzo-so, un simpatico giovanotto: qualcuno dei fratelli; op-pure un fiero signore: il babbo. Siccome per abitudine, come sua madre, Conchita non amava coltivare molte amicizie, faceva vita ritirata e usciva di rado, i poto-sini la conoscevano poco. Appena la videro, i giovanotti in specie le lasciarono gli occhi addosso. Ammirati di tanta grazia (quando capirono che non era la moglie di qualcuno dei giovani Cabrera ma la sorella), comincia-rono a farle la corte. Uno di essi era... nientemeno che il governatore di Stato Dìaz Gutiérrez.

Persona distinta, intellettuale, abitudinaria, usava uscire a cavallo ogni mattina. Che coincidenza incon-trare sempre quella simpatica adolescente! Ma era solo una coincidenza? Al governatore piaceva molto la se-conda figlia di don Octaviano Cabrera. Fosse stato un ragazzo, avrebbe fatto delle avances senza star troppo a riflettere. Ma era un'autorità, un signore importante e noto, doveva rispettare la dignità e le apparenze. Però nel suo cuore il focherello si era acceso. Con una scusa, aveva avvicinato garbatamente l'amazzone e l'accompa-gnatore.

Poi era diventata una piacevole abitudine: il gover-natore si univa alla cavalcata dei Cabrera per le vie di San Luis e godeva nel conversare con la senorita Con-chita. Soprattutto gli era gradito ascoltarla, prestando più interesse a come lei parlava che a quanto lei diceva. Perché... di che cosa parlava, tanto vivacemente, Con-chita? Non sapendo che dire, ingenuamente gli raccon-tava di Aladino e della sua lampada. Proprio così, di Aladino!

Non poteva certo interessare Aladino a un signore come quello. Ma lei aveva letto da poco le Mille e una notte e, colpita da tanta fantasia orientale, rac-contava fiabe... al governatore! E lui tendeva l'orecchio e l'animo, e non era interessato ad Aladino ma a due occhi che splendevano più della celebre lampada fatata; era la voce di quella creatura che pareva uscire da un'at-mosfera fiabesca ad incantarlo come musica.

La incontrava, l'accompagnava, l'ascoltava. E non osava... E lei non si accorgeva di lui né poco né punto. In quel periodo, a un ballo, aveva conosciuto Pancho.

 

Il prescelto

Dalla hacienda arrivarono, vibranti, le note argen-tine della campanella. Conchita pungolò il cavallo; non voleva far tardi: quando lei entrava in ritardo in cap-pella, il babbo alla fine della funzione la rimproverava; talora le diceva che le sue preghiere sarebbero rimaste a vagare in eterno nel purgatorio perché nessuno le vo-leva, tanto erano distratte. Tuttavia, quando qualche impegno glielo impediva, affidava proprio a lei la re-cita del rosario.

Conchita lasciò il cavallo a uno dei mozzi e andò in cerca della sua cameriera fidata, quella che conosceva i suoi segreti di cuore e alla quale affidava il suo « te-soro ». Quando non lo portava con sé, si capisce. Aprì la borsetta e... sorrise ancora una volta a « qualcosa » che aveva preso tra le dita, frugando tra il fazzoletto, il pettinino, la boccetta di profumo, il portacipria e altre piccole cianfrusaglie che si trovano solitamente nella borsa di una ragazza moderna, anche se non molto va-nitosa. E al suo sorriso... rispose un altro sorriso. Cosa c'era, dunque, nella borsetta, di tanto importante per Conchita? Cos'è che la deliziava così?

Il ritratto di Pancho! Il suo Francisco. Un bel gio-vanotto dallo sguardo dolce e insieme caliente [ = ar-dente] a cui Conchita da diversi anni voleva bene. Tan-to bene che, ogni qualvolta lo vedeva, non si stancava di ammirarlo in silenzio. Ma in estate Pancho restava a San Luis ed era proprio quella sua assenza che rattri-stava alquanto la meravigliosa vita nella hacienda. Conchita si consolava guardando spessissimo la sua foto-grafia. La portava con sé in tutti i viaggi e spostamenti con la famiglia, ma per timore di perderla e soprattutto perché, scoprendola, i fratelli non la canzonassero, pre-feriva farla tenere alla sua cameriera: ogni tanto gliela chiedeva in prestito. E sovente le accadeva di conversa-re con la foto di Pancho.

« Guarda che monte alto! - gli diceva -. Che folto bosco! Come son verdi questi alberi! Una bellez-za, vero? E quest'ombra profumata... Oh, Pancho, po-tessi godere anche tu questo tramonto di fiamma, que-sto delizioso scroscio di acqua pura... Pancho caro, per-ché non sei qui con me? Godremmo meglio, in due, queste meraviglie che parlano di Dio ».

Pareva un fantastico gioco di giovane donna rima-sta dentro un po' bambina. Invece era cosa seria, che la faceva soffrire. Si addormentava pensando a Pancho e, al risveglio, subito dopo la preghiera, spalancava la finestra e posava sul davanzale la foto perché Pancho ascoltasse, con lei, il gorgheggiare degli uccelli matti-nieri. Era proprio come se lui ci fosse. In mancanza del-l'originale, meglio che niente. Appena rientrava a San Luis, il ritratto non valeva molto ai suoi occhi (perché colui che esso rappresentava le era ogni giorno vicino) e tornava nel sicuro ripostiglio: in fondo alla borsa della cameriera.

Pancho era, dopo Dio, l'unico a riempire il cuore di Conchita. Lo aveva conosciuto che aveva appena 13 anni... Ma era tanto robusta che sembrava una donna. E pensare che era così contenta di essere chica! Quando rifletteva che anche lei doveva diventare adulta, pro-vava disagio e persino timore. Secondo la moda del-l'epoca si erano dati da fare per allungarle la gonna; lei non lo sopportava e, se per le strade cittadine si ras-segnava al « lungo », appena in casa preferiva tornare al « corto ».

Forse aveva ragione di sentirsi una sciocchina, tale e quale le ragazze potosine del suo tempo, ma con una buona dose di semplicità e di ingenuità in più: la prima volta che un signore la chiamò rispettosamente seno-rita, si fece di mille colori e scoppiò in lacrime. Ed en-trare in società, quanto le era costato...

San Luis Potosì è una delle più belle e colte città della Repubblica messicana. Vi si svolgeva allora una intensa vita sociale. Le migliori compagnie nazionali ed europee di prosa e di opera che visitavano Città del Messico non mancavano mai di esibirsi anche a San Luis. I più raffinati potosini erano intenditori d'arte, appassionati particolarmente di zarzuela [ = operetta] e accorrevano al teatro « Alarcón » per applaudire ar-tisti locali e stranieri; il tifo si faceva principalmente per il poeta Manuel José Othón e il pianista Julian Carrillo, famosissimo.

Il locale più rinomato e frequentato dalla bella gen-te era chiamato « Sociedad Potosina » o « La Lonja ». I soci appartenevano alle famiglie più distinte: tra i primi, fin dall'inizio, vi figuravano i Cabrera: don Octa-viano, con i fratelli Florencio e Manuel e con i figli maggiori, più i cugini e gli amici di questi, tra cui i fra-telli Armida: Francisco e Ildefonso.

A « La Lonja » si riunivano ogni giorno i « signo-ri » dell'alta borghesia per prendere il caffè, giocare al biliardo, conversare, leggere il periodico locale e i gior-nali che portavano fin li le notizie internazionali. Mas-sima attrazione de « La Lonja » erano i frequenti con-certi nei quali, emozionate ed eleganti, le giovinette si esibivano al piano e nel canto. Ma il periodo in cui il locale era frequentatissimo era da Natale all'Epifania e a Carnevale. Perché vi avevano luogo i grandi balli.

Un'occasione attesissima che nessuna dama ricer-cata si lasciava sfuggire, perché vi si poteva fare sfoggio di abiti e gioielli preziosi e si riusciva a far parlare per giorni tutta San Luis sulla donna più elegante e sulla più abile ballerina; ci poteva scappare persino una bella segnalazione sul periodico cittadino « El Estandarte », figuriamoci!

Conchita Cabrera eccelleva nella danza, primeggia-va nel valzer. Bisognava vederla girare, sfiorando ap-pena il suolo con le scarpine! A lei piaceva ballare, per-ché come ogni spagnolo che si rispetti il ritmo e l'armo-nia li aveva nel sangue. Ma... avrebbe ballato anche con una sedia! Dei balli, infatti, non amava l'atmosfera fe-staiola, fatta di frivolezze, di pettegolezzi e di monda-nità. Tuttavia, la buona società potosina usava molto frequentare i balli, e appena le ragazze si ritrovavano in gonna lunga, era obbligatorio partecipare. Dovette farlo anche Conchita, per non contrariare il babbo e i fratelli.

Quando, il 12 dicembre 1875, fu stabilito che lei intervenisse per la prima volta al ballo dato dalla sua famiglia, aveva molta più voglia di andare a dormire che di abbigliarsi: perse tantissimo tempo, sperando che si dimenticassero di lei; ma si era impegnata e dovette prendervi parte. Tanto più che uno dei suoi fratelli vo-leva presentarle il suo amico Francisco Armida, gran bravo ragazzo...

La notte di Natale, Conchita si recò a un ballo ad-dirittura a « La Lonja » e rivide Francisco. Le piaceva, quel tipino. Lui le diceva parole di commossa ammira-zione, le faceva calorosi complimenti e lei, sentendoli sinceri, li gradiva più che quelli di ogni altro. All'inizio, a dire il vero, a « La Lonja » non si era sentita a suo agio; quindi ci aveva preso gusto e aveva trovato per-sino piacevole sentirsi tanto ammirata, corteggiata, ri-chiesta. Ormai moltissimi uomini invitavano Conchita a ballare. Lei se ne rallegrava e nel contempo si vergo-gnava.

« Non so che cosa gli è preso a tutti questi signo-ri! - pensava -. Mi trovano davvero di loro gusto? Strano! Perché mi scelgono? Non sono bella! ».

Proprio perché non si sentiva bella, non era sfio-rata dalla vanità e usciva di casa il meno possibile, pre-ferendo alla compagnia di chiunque quella di sua ma-dre, l'unica vera grande amica. In nessuno aveva fidu-cia come in lei. Bene. Nonostante la semplicità e lo... smisurato candore, Conchita era sempre rìchiestissima. Però, che stupidaggine ballar tanto! Quanti cavalieri a ronzarle intorno... Che volessero prenderla in giro? Era assurdo questo enorme successo come ballerina. Un con-tinuo inchinarsi davanti a lei, un continuo volteggiare fra ondate di musica scintillante...

Quando la invitò per un valzer di Strauss Franci-sco Armida, Conchita si sentì avvampare. Era giova-nissimo, ed era tanto innamorato.

Ed era così emozionato da far tenerezza. Anche Con-chita s'innamorò di lui. Proprio di lui, il meno brillante dei moltissimi corteggiatori. Un giorno, per divertirsi, la bella figlia di don Octaviano Cabrera contò il numero dei suoi pretendenti: ventidue! Molto ricchi e raffinati. Ma lei non faceva caso a nessuno. Preferiva Francisco Armida. Ormai aveva scelto. E ciò era avvenuto pro-prio a « La Lonja », tra un valzer e l'altro, al « Ballo de Reyes », cioè per l'Epifania del 1876.

Era stata una cosa spontanea e indimenticabile. Conchita aveva, anche quella volta, un carnet pieno pie-no di nomi: quello di Francisco era il meno risonante, e lui capiva di essere, fra tutti, quello con meno spe-ranze. Durante un intermezzo, lei si accorse che il gio-vane Francisco... piangeva...

- Usted Mora? [ = Lei piange? ] . Beh, che suc-cede? - gli chiese: il candore la rendeva disinvolta. E lui le rispose che piangeva proprio per lei:

- Io le voglio molto bene, senorita; e lei non me ne vuole!

Conchita rimase sbalordita: non aveva mai sentito parlare d'amore, e questo qui le diceva che sarebbe stato infelice se lei non corrispondeva al suo sentimento. Era possibile piangere per così poco? Eppoi... lei non si sentiva degna né capace d'ispirare tanta tenerezza e di cagionare quella pena d'amore. Trovava sorprendente che qualcuno potesse piangere solo perché lei non lo amava.

- Se è per questo... - gli disse con semplicità -. Non è il caso di tormentarsi. L'amerò, Francisco, non c'e problema.

Era cominciato così quell'amore precoce e solido che doveva durare per sempre. Le era sembrato, lì per lì, la cosa più semplice e naturale. Ma rincasando, non si sentiva tranquilla: avvertiva come un peso nel cuo-re. Affanno e persino... spavento. Meglio dirlo subito alla mamma, la confidente.

- Non mi sembra il caso di scrivergli, per il mo-mento... Mi sembra prematuro allacciare una relazio-ne... - aveva deciso dona Clarita. E con ragione, visto che Conchita era troppo giovane e anche lui non aveva nemmeno 18 anni! Non rimaneva che aspettare...

E doveva durare ben nove anni quel fidanzamento! Una costanza straordinaria da ambo le parti. Una gran-de certezza. Conchita aveva fatto la sua scelta e il bab-bo, nonostante molti continuassero a presentarsi per chiedere la mano della sua secondogenita, le lasciò am-pia libertà di decidere a suo gradimento. Pancho!

 

Il vuoto nel cuore

Malgrado il sincero e forte sentimento di Pancho e tutto l'amore di cui egli la colmava, il cuore di Con-chita avvertiva un senso di freddo, di pena. In mezzo a tanti successi mondani, le pareva di sentire una voce interiore che l'avvertiva: « Tu non sei nata per questo, la tua felicità è altrove ». Dove, dunque? Forse il Si-gnore la voleva tutta per sé? Forse... una vocazione re-ligiosa? No, non poteva essere una chiamata alla ver-ginità, perché lei non sapeva neppure cosa di preciso volesse dire. Lei, e così le cugine e le amiche tutte, si riteneva destinata al matrimonio. Era quella la meta obbligata. Suore? Soltanto lo zio canonico, qualche vol-ta, le aveva parlato della bellezza della verginità e della sublimità del martirio cristiano, ma Conchita non pen-sava lontanamente che fossero anche per lei. Casomai, avrebbe preferito il martirio, perché... era valiente, lei!

Niente da fare, era nata sposa e madre. Fin dalla nascita, con questa patente. Eppure... il vuoto nell'ani-ma si scavava sempre più fondo. Stanca e disgustata di tanta mondanità e leggerezze, alternando tra il fer-vore e la tepidezza, persino durante i balli, le feste, i teatri, Conchita continuava a mortificarsi. Tante volte, sotto i begli abiti di seta, di raso e di velluto, questa esuberante ragazza tanto corteggiata portava il cilicio: per comperarlo di nascosto, si era fatta prestare dalla cuoca un peso y cincuenta centavos: un capitale! E ave-va dovuto sgobbare per poterli restituire!

Chi avrebbe immaginato che, in certi momenti, il sorriso della senorita Cabrera era... eroismo? Come avrebbe potuto pensarlo la sua sarta, che sempre si com-plimentava con lei per le belle forme di quel giovane corpo su cui le toilettes cadevano a pennello? Come po-teva immaginarlo Pancho?

Conchita era inquieta, pregava e si mortificava. Ma quando si raccoglieva e si metteva alla presenza di Dio, l'anima si rischiarava d'immensa luce, le cose terrene apparivano piccole piccole, inutili, effimere, uggiose. Restava solo cielo. Ma presto queste impressioni so-prannaturali sparivano e Conchita ripiombava nella me-diocrità, come tante altre ragazze con alcune doti e molti difetti; una Conchita un po' inconcludente e dispersiva, che si sprecava in faccende domestiche, cavalcate, balli e strimpellate al piano. No, non era questo il suo ideale. Non si sentiva realizzata.

Non sapeva che il Signore le stava preparando una grande via proprio dandole, in un « oceano di vanità », il desiderio di piacere a Gesù infinitamente e di amarlo in tutto e in tutti: anche e specialmente nell'amore fe-dele per Pancho. Cos'era questo desiderio continuo di pregare, di sacrificarsi? E questo grande amore all'Eu-caristia? Eccezionalmente, dai 15 anni in poi le era stato concesso di comunicarsi quasi tutti i giorni, e lei era così candida che riteneva di poterlo fare, senza sentirsi minimamente in dubbio, anche dopo aver partecipato al ballo.

Tuttavia, disorientata, spiritualmente sola, senza guida, Conchita trascorse in maniera incerta e scialba molti tra gli anni più belli della prima giovinezza. Quan-do un giorno, recandosi in una chiesa di S. Marìa del Rio, trovò consiglio e sostegno in padre Castillo, un prete molto buono e saggio, il quale le disse con sem-plicità: - Vi è nella vostra anima una grande docilità, senorita; vi è indispensabile un confessore fissa. Conchita lo ascoltò. Ma continuava a credere che il vuoto immenso del suo cuore si sarebbe colmato solo sposando un uomo affettuoso e buono come Pancho. Francisco in cima ai suoi pensieri. Sì, il matrimonio era l'unica via in cui il suo cuore sarebbe stato felice e la sua anima avrebbe servito il buon Dio. Per placare la sua sete di amore, spesso gli diceva: - Signore, io mi sento incapace di amarti come vorrei; per questo voglio sposarmi; perché tu mi dia molti bambini che ti amino più di me!

Ma l'inquietudine perdurava, il grigiore s'infittiva, diventava tristezza, affanno, pena. Tanto buio, che nes-suno sfoggio di luce de « La Lonja » riusciva a illumi-nare. Anche in questa sera di fine estate, l'anima di Con-chita alternava attimi di serenità e momenti d'inquietu-dine. E rientrava alla hacienda piuttosto triste. Non riusciva più, come prima, a vivere qui del tutto con-tenta, perché senza Pancho il mondo le appariva un deserto. Per fortuna, a San Luis lui c'era... Presto, vi-cina a lui, sarebbe stata felice.

Non sapeva che, solo alcuni giorni dopo il ritorno a San Luis... Il 15 settembre 1883, uno di quei terribili colpi provvidenziali con i quali Iddio atterra e ferisce, rialza e purifica, l'avrebbe staccata totalmente dal mon-do e avvicinata intimamente a Dio. Una prova doloro-sissima che avrebbe steso sulla famiglia Cabrera un velo luttuoso. Manuel, il fratello maggiore, quello che Conchita amava moltissimo...

Manuel, magnifico giovane trentaquattrenne, spo-sato e con tre bambini, trovandosi nella hacienda di Jesùs-Maria, aveva ricevuto la gradita visita del suo amico Francisco Cayo. Compìto com'era, Manuel lo ave-va trattenuto a pranzo. Alla fine, Cayo si era alzato; ma rimettendosi a sedere per prendere il caffè, non si era accorto che il grilletto della pistola che portava alla cin-tola si era agganciato alla spalliera della sedia... Uno sparo tremendo! La pallottola colpisce alla testa Ma-nuel, che si accascia al suolo, morto sull'istante.

Ricevuta a San Luis la straziante notizia, la senora Clarita, prima di dare sfogo al suo immenso dolore di madre, si lascia cadere in ginocchio: - Signore, è senza misura questa prova... Ma sia fatta la tua volontà. Salva, te ne supplico, l'anima del mio amatissimo primogenito...

La famiglia Cabrera si precipita a Jesùs-Maria. So-no le 10 di notte quando Conchita, affranta, si pone al capezzale del fratello. Prega! I genitori, disfatti dal do-lore ma rassegnati. Non accusano nessuno, accettano anche questo dalla mano di Dio. è il segor Cayo, piut-tosto, a soffrire in modo atroce: poveretto, è proprio disperato...

Una notte tremenda, di dolore e di grazia. Primi-tivo, splendido diciannovenne, che era stato presente al-l'incidente, era scioccato; misurava a lunghi passi il pa-vimento del terrazzo, nonostante i lampi e i tuoni che incendiavano il cielo e assordavano la tragica notte, perché all'improvviso si era scatenato un temporale. Primitivo era già così buono e pio... Da quella sciagura che lo toccava profondamente, scaturì la sua vocazione: proprio quella notte lui decideva di farsi gesuita.

E Conchita?

Per lei, più che per gli altri membri della famiglia, il colpo crudele sarebbe stato salutare. Anche dopo il lutto, decise di staccarsi definitivamente da ogni vanità. La morte di Manuel fu per lei vero punto di partenza di una vita nuova, che la orientava decisamente ver-so Dio.

Però, con Dio, c'era sempre l'amore di Pancho a illuminarle il cuore.

 

UN FOCOLARE MESSICANO PIENO DI CIELO

Gioie e gioielli

Conchita vide Pancho svoltare all'angolo della via e, sparito lui, la strada le apparve fredda e deserta. Sa-pendo che, per recarsi al lavoro, a quell'ora egli passava sotto la sua finestra, lei si affacciava ancora elegante e adorna, appena rientrata dalla messa. Provava gioia ad essere fresca, gradevole; voleva che la trovasse ca-rina; voleva fargli fare bella figura, visto che Pancho ci teneva tanto ed era così fiero di lei. Seguiva la cor-rente: una brava fidanzata sente il bisogno, e ha il do-vere, di piacere a colui che ama. Ma per Conchita era anche questo amare il Signore.

Dell'ammirazione altrui le importava poco; sceglie-va abiti e accessori con molto gusto, aveva molta cura della sua persona, ma si ornava solo quando sapeva che lui l'avrebbe vista; per lei, seta, velluto o tela grosso-lana sarebbe stata la medesima cosa. Ma Pancho era sempre molto corretto nel vestire, fine nel suo tratto; oh, sì, era proprio un bel ragazzo: snello, agile, un bel profilo, due baffoni alla moda e due begli occhi... quasi da gitano. Sarebbe piaciuto a molte senoritas!

Don Francisco Armida era, come lei, di origine spagnola: il padre, don Ildefonso, era andaluso (di Je-rez de la Frontera, in provincia di Cadice); aveva spo-sato dona Petra Garcìa y Delgado e aveva avuto otto figli: Francisco, il quarto, era nato il 17 marzo 1858 a Cadereyta, a pochi chilometri da Monterrey, ma si era trasferito all'età di 9 anni a San Luis Potosì. Una bella tradizionale famiglia anche la sua: solo che la re-ligione non vi era vissuta come nella famiglia Cabrera. Lontani, indifferenti. Ma ora, anche Francisco amava molto il Signore.

- Il mio Pancho - pensò Conchita - è un mo-dello di ragazzo. Il buon Dio me lo ha scelto davvero eccezionale. Sarà un marito virtuoso, un padre straordi-nario. Dios sea alabado! [ = Dio sia lodato! ] .

Glielo dicevano tutti, anche il confessore, che nes-sun giovane sarebbe stato adatto per lei come Francisco Armida. Fidanzato discreto, rispettoso, pieno di de-licatezze e di cortesia che raramente i giovani posseg-gono; correttissimo, non abusava mai della sua sempli-cità di donna-bambina. C'era una grande naturale retti-tudine nella sua anima e a Conchita non era stato dif-ficile condurlo a Dio, inclinarlo alla pietà; fin dal primo momento gli aveva parlato dei doveri religiosi, della gioia di un amore forte, puro e benedetto.

Conchita si ritirò dalla finestra e cominciò a togliersi le spille, le collane, gli orecchini, tutte le cose preziose che la imbarazzavano e la opprimevano con la loro lucente vanità. Gioielli, gioie. La vera gioia lei la nascondeva nell'anima. Tutto ciò che brilla ma è falso ed effimero la infastidiva: sentiva cose molto più vere in fondo al cuore.

Guardò il braccialetto d'oro che portava al polso: quello non se lo toglieva mai. Per la festa di San Ra-fael, il 24 ottobre 1884, Pancho gliene aveva fatto dono per segnare la data del fidanzamento ufficiale e lo aveva chiuso al suo polso con una chiavetta che conservava lui. Che tipo! Conchita sorrise e si sentì felice. Quan-d'era bambina, spesso aveva l'impressione di essere sola, trascurata; da quando aveva conosciuto Pancho non si sentiva mai sola.

- Così bello, così buono, come mai ha scelto pro-prio me? - si chiese. Migliore giovane non avrebbe potuto incontrare, e pensare che aveva creduto che nes-suno l'avrebbe scelta, perché era convinta di non avere il fascino, quel qualcosa che attira i ragazzi. Invece... Quasi nove anni erano passati dal primo incontro. Non erano più due adolescenti, ma un uomo e una don-na; e padre Francisco Pena, il confessore di Conchita, che conosceva tutti i passi della sua relazione con Pan-cho, pensò che l'attesa era durata abbastanza; era ora che si sposassero: avvisò i signori Cabrera che gli Ar-mida avrebbero chiesto la mano di Conchita. Senten-dosi chiedere formalmente in sposa, lei - tanto aveva le lacrime in tasca... - pianse.

Era un luminoso giorno di marzo quando don Oc-taviano:

- Dunque, che ne pensi? - le chiedeva -. Vuoi proprio sposarlo? E perché?

- Perché lo amo. Perché mi piace, lo stimo e, benché non sia ricco e brillante, lo preferisco a tutti: perché è buono!

Don Octaviano, soddisfatto della risposta, stabilì la data delle nozze.

Il fidanzamento si era andato sviluppando con lim-pida chiarezza e la sua luce illuminava il cammino di due giovani modello. Possibile non incontrare nell'amo-re di un uomo nessun ostacolo all'amore totale di Dio? Per Conchita era possibilissimo. Mai l'amore pieno di tenerezza per Pancho le aveva impedito l'appartenenza al Signore. A lei era così facile unire le due cose! Quan-do stava sola, pensava sempre a Pancho, e prima di ad-dormentarsi pensava che l'indomani avrebbe ricevuto Gesù nella comunione; il pensiero di Pancho non le impediva di pregare.

Lo amava con stupenda semplicità; tutto avvilup-pando nel suo amore per Gesù, non vedeva altro cam-mino verso di Lui che quel camminare, mano nella mano, con Pancho. Quando nelle sue letture c'erano pensieri, strofe di versi, brani belli, Conchita li copiava e li dava a leggere a Pancho. Lui faceva lo stesso. Si comunicavano reciprocamente idee elevate che riflette-vano il loro pensiero e il loro sentire. Si conoscevano mutuamente, lanciando sempre più in alto lo sguardo dell'amore.

Conchita, in particolare, era una di quelle anime che, per la profondità della loro fede e la generosità del loro sentire, hanno la prerogativa di avvertire Dio in tutti i palpiti della vita umana non solo come Creatore e Signore ma come amico. « Tutte le cose umane, per-ché create da Dio, sono belle - pensava -, ma le più belle, come l'amore di due cuori, entrano nel piano del-l'amore di Dio ben inteso... ».

Nove anni di fidanzamento candido e puro. In ge-nere, attese così lunghe sono sconsigliate, perché non sempre giungono al matrimonio e perché la familiarità finisce col logorare e stancare, facendo sovente sconfi-nare l'amore verso altri sentimenti. All'inizio, infatti, Conchita non vedeva spesso Pancho: i genitori avevano chiesto che la relazione crescesse a poco a poco: cono-scersi, intendersi, collaudare amicizia e stima. Mai Con-chita aveva vacillato; mai aveva pensato di cambiare oggetto dei suoi sogni, nonostante molte occasioni e tentazioni di vantaggi mondani.

Un lungo fidanzamento romantico, non passionale. Mai niente di esagerato e di volgare, niente che non po-tesse piacere al Signore. Quella vita di novios [ = fi-danzati] era un esempio per tutti. Una vita di trepida gioia. Tutto: lavorare, pregare, frequentare la chiesa e « La Lonja », assistere a una partita di pelota o a una sfilata di moda, godere o soffrire, e soprattutto amare, aveva un sapore di estrema naturalezza. Fidanzata de-licata e amabile, tenera e pura, preoccupata solo di pia-cere a Pancho e a Dio, per Conchita vivere era come inaugurare il mondo ogni giorno.

Tutta la felicità terrena di Conchita era in quel-l'amore. Un orizzonte roseo oltre il quale lei sentiva l'eterno. Faceva anche molti sogni. Una volta sognò di osservarsi allo specchio: indossava un abito religioso. Si svegliò con un senso di perplessità. Forse aveva una vocazione diversa ma... faceva tacere il cuore? Ma l'im-pressione subito si disperse. Era un sogno, solo uno stupido sogno menzognero. Lei era fatta per il ma-trimonio.

Dall'amore di Dio il fidanzamento di Conchita fiorì e maturò, permettendole di avanzare, trepida e fervente, con un giovane uomo così onorato, sul sentiero trac-ciato dalla Provvidenza per il compimento di una mis-sione, sotto l'apparenza comune, eccezionale.

La vita di Conchita scorse così, serena e senza al-cunché di straordinario, nell'attesa di un avvenire feli-ce. E il giorno arrivò...

 

Lacrime e fiori d'arancio

Era un giorno d'autunno in apparenza come gli al-tri, ma era la vigilia di un gran giorno. Conchita era turbata: una strana ombra appannava alquanto la tanto attesa felicità. Che cosa le accadeva? Grande aria di festa in casa Cabrera. Il ricchissimo corredo era pronto. Fioccavano i biglietti di auguri, arrivavano le visite, i regali: moltissimi e di valore. Dagli scatoloni mandati dai più rinomati negozi venivano fuori abiti e accessori eleganti. Arrivò infine l'abbigliamento della sposa: sontuoso, esclusivo. Che impressione provò Conchita alla vista del suo abito bianco, prezioso, tutto sbuffi e gale, all'ultima moda; sfiorando il velo adorno di zagare che non erano soltanto un simbolo ma il vero riflesso della sua anima!

Restò invece indifferente (come sempre) davanti ai gioielli: magnifici orecchini con perle sfavillanti, un ricco collier con stupenda croce di brillanti, anelli, spil-le... Ma Conchita che cosa provava? Un senso di delusa inquietudine. Domani, domani... si coronava il bel so-gno, finiva la lunga attesa. Perché, dunque, non era fe-lice come aveva immaginato?

L'alba del gran giorno, 8 novembre 1884, la trovò in preghiera. Dopo aver recitato il rosario intero, alle 6, insieme con Pancho, si era recata a San Juan de Dios per ricevere il Signore. Dopo, ognuno a casa propria per preparare bene ogni cosa. Francisco era raggiante. Tutto doveva essere straordinario, favoloso; niente era troppo per quell'amata ragazza che presto avrebbe con-diviso con lui tutte le ore di gioia e di pene.

Conchita, al contrario, nascondeva sotto l'ombra del sorriso una sofferenza indefinibile, una tristezza in-teriore, un senso di timore.

« Perché invece di sentire gioia, una strana mestizia opprime il mio cuore? O mio Dio, non mi pentirò? ». Davanti alla specchiera, mentre si rivestiva di tutto quel candore spumeggiante, mentre l'aiutavano ad or-narsi di gemme e di fiori, Conchita non smetteva di pregare: - Signore, fa' di me una buona sposa, che possa rendere felice l'uomo che mi hai donato come compagno!

Un ultimo sguardo allo specchio. Si appuntò sul velo la corona di fiori d'arancio e si presentò ai genitori per chiedere la benedizione. Don Octaviano era visi-bilmente commosso. Gli occhi di dona Clarita luccica-vano troppo; per nascondere l'urgenza di pianto:

- Vamos, querida! - la sollecitò -. La cerimo-nia ha inizio alle 8. Bisogna essere puntuali: mio fra-tello magari ha già indossato i paramenti.

Il canonico Arias, il carissimo zio di Conchita, era infatti pronto per celebrare nella chiesa del Carmine, il gioiello architettonico di San Luis Potosì, adorna in maniera fantastica: un torrente di luce, una nevicata di corolle bianche, un'ondata di armonie. Le nozze della nipote prediletta... Eccola lì, pallida, conscia del mo-mento impegnativo e solenne, mentre don Francisco Armida la riceveva all'altare dal braccio di don Octa-viano. Ora i promessi sposi assistevano alla messa con devozione grande. Il sì era stato pronunciato...

Conchita si sentiva sulle nuvole. Come in sogno, si ritrovò nella casa paterna per la cerimonia civile d'uso e per gli scambi d'auguri. Quanti parenti ed amici! E le amiche a girarle intorno con affettuosa invidia: che sposa meravigliosa, che sposa fortunata! E dopo, la tap-pa d'obbligo: dal fotografo per la foto-ricordo. Infine, il sontuoso banchetto nuziale in un raffinato locale alla « Quinta de San José ». Festa grande! Le pietanze e i dolci squisiti, le bibite... a fiume! Gente facoltosa, gen-te in vista. Un avvenimento da commentare per settimane. Durante il pranzo, al momento del brindisi, a colui che era già il suo compagno per la vita ed oltre, con la semplicità di una bambina. Conchita disse:

- Pancho caro, avrei due cose importanti da chie-derti come dono di nozze.

- La mia Concha non ha che da domandare. Che cosa?

- Primo: desidero che tu mi lasci libertà di co-municarmi quotidianamente.

- Concesso. E la seconda promessa?

- Non dovrai essere geloso...

Francisco rise dell'ingenua richiesta, perché davvero lui era gelosetto, ma promise: pur se questo dono gli sarebbe costato di più.

- Ho per te una sorpresa, cara... Vedrai, quando saremo nella « nostra » casa...

Si danzò fino al cader della notte. Allora il giovane Octaviano si avvicinò alla sorella e le parlò in un orec-chio: desiderava che gli sposi se ne andassero alla che-tichella in modo che dona Clarita non se ne accorgesse: già soffriva molto nel doversi staccare dalla seconda figlia. Conchita avvertì un malessere inesprimibile. In silenzio, le lacrime agli occhi, terribilmente confusa, la-sciò la sala risonante di voci e di musica e alla svelta, senza dar nell'occhio, entrò con Pancho nel cocchio in cui Octaviano li aspettava.

Si trovò abbattuta sulla spalla di Pancho, che la consolava. Lei si vergognava di andarsene sola con lui. Aveva un'idea mezzo infantile del matrimonio: allora le ragazze apprendevano molto tardi e sommariamente tutto quanto era inerente a questo stato. Apprendevano con naturalezza, senza traumi; una iniziazione che an-dava di pari passo col senso comune e con la grazia di Dio che illuminava e faceva capire l'essenza dei propri diritti e dei propri doveri alle ragazze di buona volontà e di retta intenzione. Comunque, talora l'impatto po-teva essere scioccante.

Conchita era un'anima candida e lo sappiamo; fu come prendere all'improvviso piena coscienza del suo futuro. Non era come nelle favole! Senza saper come, si trovò sola con Pancho nella nuova casa, la loro casa in Calle de La Cruz (oggi 5 de Mayo) tutta illuminata e piena di fragrantissime rose bianche! Era questa la « sorpresa » di Pancho, che già le rivelava la sua tenera delicatezza.

Commossa e grata, Conchita si sentiva sempre più imbarazzata. Francisco era molto premuroso, e per in-coraggiarla faceva di tutto per mostrarsi disinvolto e più cavaliere che mai. Ma la capiva. Ed era come se le dicesse: - Devi fidarti totalmente di me, Conchita. Guarda, è tutto tuo! Ti piace? è il tuo regno. Tu sei la regina... - e le faceva percorrere la casa da cima a fondo, mostrandole ogni cosa, spiegandole tutto.

Infine le tolse la coroncina di fiori appuntata sui bei capelli. La rassicurava, l'accarezzava: ma lei non riusciva a frenare le lacrime e il buon Francisco, preoc-cupato, pensò d'invitare a cena qualcuno della famiglia per mettere a suo agio quella cara creatura che nell'ele-gante appartamento nuovo e sconosciuto appariva di-sorientata, insolitamente spaurita: proprio un pulcino nella stoppa, lei così... valiente! Quanta innocenza... Ma anche quanta ignoranza su certe cose! Era la forma-zione severa alla quale allora le figlie venivan tirate su in attesa del principe azzurro. Per Conchita era anche qualcos'altro di più importante, e Pancho lo compren-deva bene.

L'indomani, domenica, dopo la messa Conchita con Pancho si recarono in visita ai genitori. Iniziava la nuova vita.

 

La prima culla

8 dicembre. A un mese dalle nozze, nella bella casa dei giovani signori Armida si festeggiava allegramen-te il 22° compleanno di Conchita. Ma lei non po-teva godere di quell'animazione in suo omaggio perché era indisposta. La vita coniugale non è fatta di rose; e la ragazza così esuberante ma ingenua, aveva dovuto rendersene conto troppo presto, perché i primi mesi di vita in due non erano stati così facili...

Francisco era una perla di marito, pieno di premu-re, di rispetto e di amore, ma a Conchita dalla prima maternità veniva molta sofferenza fisica. E anche un senso di oppressione morale. Provava anche « paura, peso e noia come Eva », soleva dire; ma la gioia del-l'attesa faceva superare ogni disturbo e teneva più che mai uniti i due sposini.

Le circostanze, tuttavia, per essi non si dimostra-vano benigne. Una notte, quando la gravidanza di Conchita era già avanzata, un grande spavento... Fiamme e fumo da tutte le parti, l'incendio si propaga. Nel cuore della notte, Francisco si preoccupa soprattutto di met-tere in salvo Conchita. Era durata poco la completa fe-licità. Erano entrati nove mesi prima nella casa traboc-cante di fiori e di luci, con tanti sogni radiosi, e ne uscivano in tutta fretta, atterriti e danneggiati. Non sa-pevano che al primo nido non sarebbero tornati più...

Pancho e Conchita, col figlio in arrivo, si sistema-rono in una casa molto vicina a quella dei Cabrera (oggi Los Bravo), di fronte a Piazza San Juan de Dios, e qui la notte del 28 settembre 1885 sbocciava il primo fiore di un puro lungo amore. Con tanta sofferenza Conchita diede alla luce il suo primo figlio. Ancor pri-ma che nascesse lo aveva offerto al Signore, e quando lo ebbe fra le braccia, provò la gioia immensa che solo le vere madri, in ogni tempo e sotto ogni latitudine, hanno provato e provano per, ogni dono di maternità.

Pancho era alle stelle: commosso, in ginocchio, ren-deva grazie a Dio. Il piccolo Francisco fu battezzato sei giorni dopo dallo zio canonico, padrini furono i quat-tro nonni, esultanti.

Conchita allattò Francisco per otto mesi poi, tardi come si usava allora, lo svezzò: latte di asina. « Il più simile al mio! » scherzava la giovane madre, riferendosi alla sua... nutrice a quattro zampe e anche alla sua « asi-naggine ». Ed era così ingenua che, più tardi, provò tri-stezza quando Francisco pronunciò la prima parola e invece di « mamma », come lei avrebbe voluto, disse... « gato ».

E così, come in tutte le famiglie, le luci si alterna-vano alle ombre, le ore di serenità a quelle di preoccu-pazione. Conchita si accorgeva che neppure le gioie del matrimonio riuscivano a colmare completamente il suo animo, che anzi si slanciava pìù che mai verso il Signo-re. E un giorno Gli chiese un golpe de gracia [ = un colpo di grazia], per supplire alla sua miseria e per essere tutta sua. Il Signore la prese in parola.

Da quel giorno, la vita normalissima di Conchita, giovane sposa e madre, cambiava radicalmente, la sua ansia di perfezione cresceva a dismisura, l'amore per Gesù non ebbe più limiti. Per appartenerGli maggior-mente, Conchita s'iscrisse al Terz'Ordine Francescano. La cosa meravigliosa era che essere sposa e madre non era minimamente di ostacolo alla sua vita spiri-tuale. Ché, anzi, la sua fedeltà a Pancho, alla maternità, alla famiglia, si era intensificata. L'allevamento, come già l'attesa e la nascita di Francisco, le cure materiali della casa, la facevano molto penare, ma lei compiva ogni suo dovere con accresciuta cura e con straordina-rio amore.

Di pari passo alla vita spirituale si perfezionava la sua vita di donna. Le due cose si conciliavano e prodi-giosamente si fondevano per realizzare un capolavoro che era ancora nella mente di Dio.

 

I fiori si moltiplicano

« Dammi tanti bambini, perché ti mino come io non so amarti! » Conchita aveva domandato al Signo-re. E anche in questo Lui la prendeva in parola. Dentro la culla, ricoperta dal suo leggiadro velo nuziale, Con-chita, dopo Francisco, ne avrebbe adagiato molte altre di creature.

Ventisei anni di età, circa cinque anni di vita con Pancho, due bimbi (il 29 marzo 1887 era nato Carli-tos) rallegravano l'atmosfera di casa Armida e im-pegnavano le giornate di dona Concepción; e già un'al-tra creatura era in arrivo; quando la gioia della nuova maternità viene offuscata da un grande dolore: nel no-vembre 1888 don Octaviano, il babbo, chiudeva a 64 anni la sua vita esemplare. Conchita gli fu accanto nelle ore estreme, lo aiutò a morire serenamente.

Caro papà Cabrera! Era stato sempre molto buono, di carattere gioioso e franco; era stata sempre assai spiccata la sua carità verso i poveri: non poteva ve-derne uno senza sentire il bisogno di soccorrerlo. Esem-pio nel vivere, lo fu soprattutto nel morire: diede a tutti una grande lezione di fortezza e di umiltà. Pre-parò lui stesso l'altare del viatico. Chiese perdono alla moglie e ai figli del « cattivo esempio » e della man-canza di edificazione di cui aveva potuto essersi reso colpevole. Li abbracciò a uno a uno, distribuendo bene-dizioni e consigli.

Nel testamento raccomandava di seppellirlo senza lapide marmorea, senza tomba, senza nemmeno il suo nome: sui suoi resti mortali, solo una croce. Nonostan-te il dispiacere di doverlo fare, la famiglia credette do-veroso esaudire le ultime volontà di un uomo ricco vissuto e morto evangelicamente da povero; dopotutto don Octaviano un monumento a se stesso lo aveva eret-to, incrollabile, nella mente e nel cuore dei suoi e di quanti lo avevano conosciuto e stimato.

Conchita sofferse moltissimo per la perdita del-l'amato papà, ma il lutto e il dolore dovevano essere illuminati due mesi dopo, quando il 28 gennaio 1889, nella Via del Rosario (oggi Escobedo) dove avevano traslocato, nasceva Manuelito. Era 1'Ave Maria e a quell'ora si spegneva un santo sacerdote; Conchita of-fre a Dio il neonato per rimpiazzare padre José Ca-macho.

Ed era come se, per ogni figlio, l'amore per il Si-gnore crescesse e si affinasse nella giovane madre, so-prannaturalizzando l'umano, operando straordinaria-mente in lei al punto che, ormai, ciò che non era Dio, per lei era come se non esistesse. Era possibile questo, per una donna comune in uno stato di vita comunissi-mo? Era possibile, dato che era vero: Conchita cercava costantemente qualcosa, una circostanza che le presen-tasse l'occasione di avanzare nella vita spirituale, di volare...

E l'occasione si presentò quella stessa estate, quan-do (Manuelito aveva già sei mesi) arrivò, a San Luis, padre Antonio Plancarte per predicare nel collegio del Sagrado Corazon [ = Sacro Cuore] frequentato sovente da Conchita. Ecco l'avvenimento provvidenziale! La senora Concepción fece per la prima volta gli Esercizi spirituali e ne rimase illuminata, sconvolta. Ascolta-va davvero cose nuove, sentiva incendiarsi dall'amore divino.

Frequentare richiedeva infiniti sacrifici: padrona di casa, madre, con un marito puntuale e un po' geloso, non poteva isolarsi nel cerchio di un ritiro chiuso; vi partecipava in un viavai dalla casa al collegio, perché non poteva lasciare a lungo ad altri i tre bambini. Ma lo Spirito raggiunge le anime dove vuole e come vuole e andò a « pescare » Conchita tra la culla e i fornelli. Non vi è luogo che tenga per certi prodigi: sotto la spinta irresistibile dello Spirito Santo, nel cuore di que-sta giovane senora, nota solo in un raggio che spaziava da una città ad alcune haciendas messicane, si sarebbe sprigionata una fiamma apostolica che si sarebbe poi estesa alle intere dimensioni della Chiesa.

Nella sua incantevole semplicità, all'inizio Conchita non si rese conto dei disegni di Dio su lei in tutta la loro ampiezza e consistenza. La sua visuale non poteva spingersi oltre le pareti domestiche e l'ambito ristretto della sua infanzia e giovinezza. Ma, a pensarci bene, cosa c'e di più sicuro, di più magnetico di un focolare domestico in cui la grande fiamma che accende ogni altra fiammella è Dio? Solo Lui poteva servirsi di una donna come tante altre, ma docile e appassionata, per disporla a incommensurabili dimensioni di spiritualità, per affidarle un grande compito di apostolato e di re-denzione.

In uno di quei giorni, questa giovane sposa e madre messicana sente chiaramente in fondo al suo spirito, senza possibilità di dubbio, parole che la stupiscono e la fanno rabbrividire: « La tua missione è di salvare le anime ». Lei non comprende (umanamente non po-trebbe comprenderlo) come ciò sia realizzabile. « Certo mi si chiede di dedicarmi, sacrificarmi totalmente alla mia famiglia » pensa. Rinfocola il suo fervore e, per tutti quei giorni, gli Esercizi sono il suo paradiso.

Ma passa continuamente dal rapimento alla realtà più ordinaria e più cruda. Tornare nel mondo, obbligo di passare tra le fiamme senza bruciarsi, tra il male sen-za farsene contaminare. Un cumulo di doveri da non rimuovere, da non sentire come peso ma da trasfor-mare in oro, sublimandoli. In Conchita la fiamma cre-sce, lo zelo di partecipare ad altri la felicità da lei at-tinta agli Esercizi spirituali la divora. L'unica cosa che le preme è « salvare anime » e questo chiede a Dio.

La sua nuova sete la spinge immediatamente a cose concrete. In quel periodo, con i bambini, deve andare a villeggiare per qualche tempo a Jesus-Maria, la grande fattoria del fratello Octaviano. Ecco, organizzerà gli Esercizi per le donne dell'hacienda e dei dintorni. Espo-ne il suo piano al fratello, che l'ama con predilezione. Egli è molto buono e devoto: acconsente e l'aiuta nella realizzazione.

Conchita non stava in sé dalla gioia, in quei giorni. Non si poneva problemi. Saprò parlare come si deve? Cosa dirò a queste creature? E' forse una presunzione da parte mia? Scacciava queste tentazioni. Il suo desi-derio era rettissimo e il Signore l'avrebbe aiutata. Lei desiderava soltanto infiammare altri cuori col fuoco che ormai bruciava il suo, e sapeva che a dire e ad agire sarebbe stato Dio.

Eccola dunque nella cappella della hacienda, non certo assisa davanti a una cattedra ma seduta su una seggiolina. Su, coraggio, il difficile è spezzare il ghiac-cio, cominciare... « Amigas, vorrei dirvi... ». E dona Concepción comincia a parlare, a parlare... E chi gliele metteva sulle labbra le parole? Non erano frasi comuni, non erano concetti umani, anche se esposti con termini elementari, accessibili alle 60 partecipanti, tutte don-nette contadine e senza istruzione.

« Misericordia - dona Concepción pensava -, co-me oratrice valgo zero. Mi sto esprimendo proprio alla buona. Ma... nel paese dei ciechi, chi ha un occhio è re; ed ecco come queste poverette mi stanno ad ascoltare! ». Pendevano proprio dalle sue labbra, gustavano cose che per, la prima volta arrivavano alle loro orecchie e ai loro cuori, piangevano, avrebbero addirittura voluto confessarsi con dona Concepción...

Ormai, dopo essere partita al piccolo trotto, lei ga-loppava. Infervorata, felice, non si sentiva intimidire neppure dalla presenza di Octaviano, che qualche volta riusciva a intrufolarsi in cappella per vedere cosa com-binava la sua... sorellina che, Dio non voglia!, era un po' ammattita e, anziché fare l'amazzone o, meglio an-cora, la mamma (ché quello era il suo posto!), faceva la missionaria. Caramba, che scilinguagnolo! Questa qui avrebbe dato fuoco non solo alla hacienda, ma a San Luis, a tutto il mondo... se la lasciavano fare.

E il Signore benedisse tanta fatica e tanta genero-sità; i frutti si notarono presto: alla fine del corso, Octaviano dovette mettersi le mani nei capelli e darsi un gran da fare, chiamare numerosi preti a Jesùs-Maria per amministrare confessioni e comunioni. Ecco cosa era riuscita a fare Conchita!

Quanto a lei, era enormemente felice. Nella madre si era innestata l'apostola. E mai si era sentita a posto come in queste... vesti. Una vocazione che in certo mo-do l'aveva contagiata fin da bambina, quando predicava ai fratellini e agli amici e distribuiva ostie smozzicate. Però... ora sentiva la necessità assoluta di un direttore spirituale comprensivo e forte per poter avanzare con maggior sicurezza e più speditamente verso Dio, senza essere costretta a segnare il passo e ad arrangiarsi da sola. E non era facile, con quel bisogno incontenibile di far traboccare sulle anime tutto quel che aveva nella sua. Ma era volontà di Dio che il buon sacerdote cui si era affidata non la capisse. Parlava a Conchita « della poesia della natura, magari su quanto toccava Dio ma mai su Dio stesso ». E lei proseguiva a tentoni per una via di fede oscura e senza speranza di progressi veri. E il mondo lottava per trascinarla a sé e le creature ancora l'attiravano...

Ancora troppo umana, nonostante il golpe de gra-cia, Conchita passava il tempo a imboccare e cullare i suoi bambini, a dare istruzioni ai domestici, a prepa-rare buoni pranzetti e, nei ritagli di tempo, a suonare il piano e a consultare i giornali di moda; e il rimorso la invadeva, finché Iddio la ispirò di non guardarli più.

Delusa e triste per non essere aiutata da chi avrebbe dovuto farlo, raddoppiò le preghiere finché il Signore, nel 1893, le inviò la guida di cui aveva bisogno: il padre Alberto Mir, gesuita prudente e colto, che l'aiutò nei primi 10 anni di ascesa verso la perfezione. Fu me-rito di questo sacerdote, profondo conoscitore delle vie spirituali, se l'anima di Conchita affondò solidamente le radici in una straordinaria vita ascetica, progredendo eroicamente nelle virtù e in particolare in quelle del-l'ubbidienza e dell'umiltà.

 

Il numero uno dopo Dio

Conchita amava moltissimo Pancho, ma ancor di più, sopra di tutti e prima di tutti, il Signore. Con l'amore per Cristo, con l'amore per i figli, con la pas-sione per le anime, cresceva nel suo cuore la gratitu-dine per Pancho. Era anche merito suo se lei poteva percorrere la via di luce così insolita per una giovane sposa e madre. Aveva promesso il giorno delle nozze di lasciarle piena libertà di vivere la sua vita di pietà e aveva sempre mantenuto.

Caro Pancho, com'era buono e paziente! Era riu-scito persino ad addolcire il suo temperamento impe-tuoso e irritabile. S'incendiava come un cerino, parlava forte; ma era come la polvere da sparo: subito dopo, cessava il fuoco e lui restava afflitto e mortificato. Con-chita sapeva da che verso prenderlo, sapeva placarlo. Conosceva bene ormai qual era il momento giusto per parlare e quello per tacere; così le nuvole si dissipa-vano prima di addensarsi e trasformarsi in temporale. Gli inevitabili contrasti si sanavano prima di diventare cosa spiacevole. La mamma e le sorelle di Pancho si meravigliavano che egli fosse cambiato così: da scapolo era persino violento!

Un marito eccezionale: non s'impicciava di cose che non spettassero a lui di diritto, non le impediva di pre-gare, leggere, scrivere; la lasciava in pace. Era soddi-sfattissimo di lei, che dal canto suo si faceva in quattro per soddisfarlo, adempiendo sempre e al massimo i do-veri del proprio stato. Considerava i rapporti coniugali con grande naturalezza e semplicità, sicché tutto si svol-geva nella pace e nella mutua comprensione. Erano si-curi l'uno dell'altra.

Conchita giudicava le cose umane senza vedere male e peccati dappertutto; il suo senso della purezza non era ignoranza; il suo disinteresse per tutto ciò che è materiale non era pigrizia e incuria. Pancho l'ammirava e il suo rispetto lo dimostrava anche nel volere che fosse lei a scegliere e comperare tutto a gusto suo, an-che se si accorgeva che, inesperta com'era di certe cose, e disinteressata per giunta, talora - poverina! - sce-glieva male.

Usava anche parlarle del suo lavoro, chiederle per-sino consigli, pur sapendo che non era in grado di dar-gliene. Amava procurarle piccole gioie, ridendo del suo entusiasmo per cose da nulla, ché in alcune cose Con-chita era rimasta fresca e facile a stupirsi come una bambina. E siccome continuava a nutrire una grande passione per i cavalli, sapendo di farle gran piacere, la portava spesso a vedere le sfilate e le cavalcate. L'affettuosa pazienza di Pancho veniva fuori in mo-do speciale quando la moglie stava poco bene (e questo accadeva spesso, perché Conchita non aveva mai go-duto ottima salute e perché le maternità erano frequen-ti): l'assisteva giorno e notte personalmente, poiché non voleva delegare ad alcuno il compito di vegliarla. Aveva ragione Conchita di parlare di lui come di un marito eccezionale.

Don Francisco Armida era veramente un uomo intelligente e di gran cuore, onestissimo lavoratore, sensibile a ogni sofferenza altrui; affettuoso e protet-tivo con lei, rispettoso e delicato con tutti; un uomo la cui gioia erano soltanto la moglie e i figli, che amava molto la casa e non cercava alcuna distrazione, salvo quelle imposte dalla sua condizione.

Per la verità, questo era anche merito di Conchita; con la sua buona influenza, aveva aiutato il lavorio della grazia; aveva saputo ricorrere agli accorgimenti e alle sacrosante furberie a cui si appigliano le mogli innamorate e accorte: per abituarlo a rincasare presto e fargli amare sempre più l'intimità familiare, lei pro-curava che Pancho trovasse in casa le attrazioni che prima cercava fuori; ma era convinta che egli non po-tesse troncare le relazioni di lavoro e di società, e sic-come mai e poi mai lui sarebbe andato senza di lei a una festa o a una manifestazione, sia pure contro vo-glia, e nonostante la sua indifferenza per l'eleganza e l'insofferenza per le riunioni mondane, quando glielo

chiedeva lo accompagnava senza far notare quanto le costasse.

Visite di etichetta, riunioni sociali, spettacoli, feste danzanti... ecco la senora Armida presente! E abbi-gliata come si deve (lei che avrebbe indossato lo stesso vestito per la messa come per il teatro) per non fare sfigurare Pancho, per farlo contento. Una sera, prepa-randosi per un ballo, Conchita se ne stava al buio a pettinarsi in una maniera un po' più elaborata e, an-ziché guardarsi allo specchio, pregava. Arriva Pancho.

- Concha, ma cosa stai a pettinarti senza luce né specchio? - domandò scoppiando in una risata -. Ma tu non sei una donna! Davvero la natura con te deve essersi sbagliata...

Rise allegramente anche lei e disse: - Consolati, mio povero Pancho, e convinciti che, tanto, sono ugual-mente brutta, con o senza specchio!

Naturalmente, lui era convinto proprio del contra-rio. Anche se quell'amata sciocchina arrivava a provare davvero pena per lui che, così simpatico ed elegante, così esposto all'ammirazione o alle critiche della bella gente, « gli era toccato il peggio ».

Conchita pensava sul serio così, specialmente da quando a « La Esmeralda », la gioielleria in cui lavo-rava Pancho, avevano erroneamente creduto che la se-nora Armida fosse Clara. E Conchita ne era assur-damente contenta, perché... era chiaro che la sorella era molto meglio di lei e così suo marito faceva bella figura. « Quanto mi dispiacerebbe - pensava - se si dicesse che Pancho ha avuto tanto cattivo gusto da scegliere una come me! ».

Al contrario, Conchita era in gambissima anche in materia di abbigliamento e in società ci sapeva stare e come (se voleva!). Durante le feste di Carnevale, pro-prio in quel tempo, il periodico locale « El Estandar-te » segnalava la senora Concepción Cabrera de Armi-da come « la donna più elegante di San Luis Potosì ». Ed era tanto attraente che Pancho, pur conoscendola benissimo, stentava a smorzare le fiammelle della ge-losia.

Di onestà specchiata, disinteressata alle lodi, sorda ai pettegolezzi, corazzata contro le frecciate, la senora Armida andava avanti a fronte alta e col sorriso sulle labbra; chi avrebbe avuto il coraggio di schizzare fango su una fronte così pura? Di frantumare una re-putazione così cristallina? Eppure... nemmeno una co-me lei sfuggiva al veleno delle malelingue. Ci fu chi trovò gusto a calunniarla. Chi non ha da soffrire qual-cosa per le menzogne e le malevolenze del mondo?

In qualche situazione, Conchita dovette trovarsi a contatto con « una persona di molto rispetto, fonda-mentalmente buona, irreprensibile nei costumi, che si comportava degnamente con tutti »; e con lei in spe-cie. Senza volerlo né pensarlo, Conchita diede allora occasione di pettegolezzo. Quelle maldicenze la faceva-no soffrire molto, sentendole motivo di sofferenza per Pancho. Nonostante nessun dubbio lo sfiorasse, la cosa lo innervosiva moltissimo e una volta ne parlò con veemenza, alzò la voce, insomma le fece una classica scenata di gelosia... Accade a tutti.

Già. Il fatto che Conchita fosse una moglie più unica che rara e che Pancho fosse un modello di marito non vuol dire che difficoltà non ve ne fossero. Sarebbe stato innaturale. La serenità e la concordia, in qualsiasi convivenza, sono frutto di sforzi reciproci, sono una conquista. E quasi sempre, il segreto è in mano alla donna. Dona Concepción lo aveva capito ben per tem-po: quando don Francisco era dispiaciuto di qualcosa, tanto più se era lei la causa, lo guardava in silenzio, desolata; si umiliava, chiedendogli perdono per le sue mancanze vere e anche inesistenti; e questo le costava una lotta interiore non indifferente: neppure a una donna virtuosa come lei era facile vincere l'orgoglio, specie quando non si sentiva in colpa...

Quando il carattere di Pancho usciva al naturale e si annunciava... la bufera, Conchita stava ancora più attenta al suo dovere. Sempre piena di tenerezza con lui, sempre sottomessa come dovevano essere allora le spose, cercando di fargli piacere in ogni grande o piccola cosa.

« Prima di tutto quel che vuole Pancho ». Era il suo motto e lo ripeteva a tutti, ai figlioletti in parti-colare.

Pancho! Era e sarebbe stato il suo unico amore. Lo circondava di rispetto e di attenzioni infinite; il suo affetto glielo dimostrava in cento modi, talvolta molto infantili, non badando neppure all'assurdo e al ridicolo. Un esempio. Per l'onomastico di Pancho, soleva fargli

almeno una ventina di regali, e le sembravano poco, perché lui altro che questo meritava...

Ma prima che ogni altra cosa, voleva soddisfarlo come padrone di casa, tanto più che lui era ordi-nato fino alla pignoleria, abitudinario, esigentissimo su tutto quanto riguardava l'ambiente domestico. Dun-que: tutto a puntino, tutto lindo; e lei ci aggiungeva un pizzico di fantasia e anche un po' di poesia, ché non guasta mai.

Certo, all'inizio, Pancho non era stato un marito perfetto. E non soltanto per colpa del suo carattere irascibile... Ma con tanta prudenza e tanto affetto, Con-chita era riuscita a ottenere... quell'esemplare che molte le invidiavano. Al punto che, come lei, Pancho ormai riusciva a porre Dio in cima a ogni suo pensiero e ad ogni sua azione. Assegnare a Dio il primo posto (è in fondo quello che ogni vero cristiano deve fare, qualun-que sia il suo stato), il resto viene da sé. E viene bene...

Accanto a una compagna come Conchita, l'indiffe-rente e buon Pancho progrediva persino sul piano spi-rituale; anche se non poteva assorbire nella stessa mi-sura il valore del « divino » e dell'« eterno », poiché Conchita era in questo eccezionale; ma era abbastanza devoto per pregare sovente, recarsi a messa tutte le do-meniche e permettere a lei di comunicarsi tutti i giorni. Anzi, perché potesse sempre farlo, prima di uscire per recarsi al lavoro, si occupava lui dei bambini.

Certo, alle pratiche di pietà Conchita dedicava pa-recchio tempo; e come riuscisse a tutto, senza trascu-rare mai la casa, il marito e i figli, era già un prodigio.

Nei momenti in cui non era impegnata nei lavori do-mestici, prima che Pancho rincasasse, Conchita prega-va, leggeva, scriveva. Scriveva, sissignori! Lui non riu-sciva a penetrare fin nel profondo la spiritualità della donna che il Signore gli aveva affidato, e non preten-deva di cacciare il naso nei più delicati segreti di lei. Spesso, vedendola intenta a scrivere con tanta atten-zione, le chiedeva:

- Conchita, che cosa scrivi? Il tuo Cuenta de con-ciencia [ = Resoconto di coscienza] ? Continua, con-tinua pure, Concha! - aggiungeva, sorridendo; e se lei, qualche volta, lo invitava a leggere, declinava l'in-vito, spiegando: - Grazie, cara, ma son cose spirituali quelle che tu scrivi e sai bene che di questi argomenti non me ne intendo.

Aveva provato a leggere una volta, povero Pancho! Ma non ci si era raccapezzato. Eh, sì, lui era ferratis-simo solo in industria e commercio, non s'intendeva di cose così... sottili. Ma era rispettoso di tutto ciò che la moglie faceva e pensava. Se non capiva il conte-nuto dei suoi scritti, capiva che lei era libera di scri-vere, e lui doveva permetterle di realizzarsi come donna e come cristiana autentica, senza intromissioni e divieti neppure da parte sua: il che è tutto dire...

 

Lo straordinario nell'ordinario

Cosa c'è di più comune e normale di una famiglia umana? Ma in quel focolare messicano si era accesa una fiamma divina, il cielo vi aveva trovato posto e tutto intero lo riempiva. Nell'assoluto silenzio, com'è nello stile di Dio, in un segreto di mistero, gelosamente, Egli andava formando un'anima grande tutta sua. « Le-gata » profondamente ai suoi cari e nello stesso tempo « distaccata » per essere interiormente libera di donarsi a Dio, Conchita conduceva una vita di semplicità e na-turalezza e nulla faceva intuire in lei una donna straor-dinaria: solo un po' più pia e più virtuosa di tante altre. Ma niente di trascendentale.

Donna normalissima: tale la ritenevano parenti e amici, tale la ritenevano marito e figli, tale si riteneva lei medesima. Mortificata dalle proprie debolezze, con-tinuava a dire: « Non servo a niente; sarebbe un mi-racolo un mutamento tanto completo in me, e Dio non fa miracoli tutti i giorni ». Viceversa, era un continuo nascosto miracolo quello che in lei si andava compien-do. Ma Conchita voleva donare Dio agli altri e si do-leva di non essere comunicativa, accattivante.

« Non so parlare con facilità... - confidava al suo direttore spirituale. - Solo di Dio. Questo si. Allora son capace di comunicare con gradevolezza, procuran-dogli gloria. Lo sa, Padre, che a volte dimentico per-sino di salutare la gente? Un po' perché sono distratta, un po' perché mi annoiano le visite, i complimenti, le parole affettuose non sincere, tutto ciò che non è ve-rità. Tuttavia mi dispiace di non possedere quelle che mi sembrano buone qualità, mi dispiace tenere a di-stanza la gente, essere ritenuta tanto semplice o povera di spirito, o addirittura orgogliosa. A volte trovo meglio prendere le cose per scherzo, facendomi più stu-pida di quel che sono, nascondendo le poche doti che ho, cercando l'occultamento e l'abbassamento che tanto bene han fatto all'anima mia ».

Effettivamente, come da bambina e da giovinetta, così da sposata, fin dall'inizio le umiliazioni furono la scuola in cui lei ebbe modo di formarsi sempre meglio alla virtù dell'umiltà. Ché ostacoli e pene non si face-vano desiderare, arrivavano puntualmente. E le mag-giori, le più aspre, le venivano proprio dalle relazioni con i nuovi parenti.

E' notorio che il rapporto tra suocera e nuora ra-ramente è tranquillo. Salvo le eccezioni, « suocera e nuora, tempesta e gragnuola », come sostiene un vec-chio proverbio italiano. Ma credo sia validissimo anche per il Messico e per ogni regione del mondo, perché le donne più o meno si rassomigliano. Se per Conchita non fu così, lo si doveva solo alla sua virtù fuori della norma e alla scelta fatta da lei fin dal primo giorno di vita matrimoniale: umiliarsi, soffrire e non far sof-frire, le offese riceverle e perdonarle, mai farle!

Nonostante la sua buona volontà, all'inizio non sempre fu facile. Negli undici anni che trascorse da sposa a San Luis Potosì (dopo si trasferirono a Città del Messico) incontrò con la famiglia di suo marito non poche occasioni di mortificarsi e di patire. E que-sto è un punto di fondamentale importanza per una donna, perché è lo scoglio contro il quale, purtroppo, spesso s'infrangono tutti i buoni propositi prematri-moniali e naufragano anche i più bei matrimoni d'amore iniziati così bene... Ci vuole allora grande equilibrio, nervi saldi e sopportazione reciproca. Docilità della nuo-ra, prudenza della suocera e che, possibilmente, non ci mettano il naso le care cognate...

Conchita dovette soffrire parecchio anche lei... Era entrata in una famiglia in cui erano diverse dalla sua le convinzioni, le abitudini. Il suo orgoglio soprattutto dovette soffrire molte ferite, perché la scambiavano per ipocrita, la trovavano buona a nulla, non brillante, pri-va di gusto, troppo « casa e chiesa », e altre cose an-cora...

Sposa novella, aveva l'ambizione di realizzare a re-gola d'arte tutte le cose che sono il vanto di una brava donna di casa, ma niente di quanto diceva piaceva alle sue parenti, niente di quanto faceva riusciva come avreb-bero voluto loro. Insuccessi che la facevano vergognare e soffrire e che la mettevano sulla bocca di quanti an-cora non la conoscevano bene: malevolenza, critiche... Quando era sola, invece, tutto le riusciva a puntino. Dunque era il Signore che voleva questo? Allora, avanti con le umiliazioni e le figuracce!

Ma era un continuo crogiolo, in quanto all'inizio molte volte anche Pancho dava ragione a sua madre e alle sorelle, sicché la sposina cercava, con la grazia di Dio, di vincersi di anno in anno, di purificarsi e forti-ficarsi a forza di macerare l'orgoglio. Con tutta l'inespe-rienza della giovane età, con tutte le illusioni dei venti anni, inizialmente sottomettersi le costò molto. Ma per amore di Pancho, voleva assolutamente andare d'accor-do in tutte le cose con i parenti acquisiti. E ci riuscì.

Però, come la faceva tribolare l'indifferenza delle nuove parenti! Per mortificarla, a tutti ricorrevano per favori meno che a lei, così desiderosa di donare e di donarsi. Per conservare la pace familiare, mai Conchita riferì a Pancho quel poco che sentiva dire sulla sua famiglia. Lodava la suocera e le cognate e accusava se stessa, ma non per finzione o per farsele per forza ami-che. E fu proprio questo comportamento a farle, infine, conquistare la più grande stima della famiglia Armi-da, e soprattutto la stima, la riconoscenza, l'affetto di Pancho. Ma aveva pagato con tanta pazienza, tanta mor-tificazione e tanto amore!

« Mio suocero - confidava al direttore spiritua-le - mi ha voluto sempre bene. Da tanto non frequen-tava i Sacramenti e io lo pregavo di farlo... Iddio mi concesse questa grazia: egli lo fece, quando qualche tempo dopo morì, all'improvviso. Mia suocera poi mi disse che quando mi sposai non mi amava affatto; dopo, mi volle bene davvero tanto. Ed era affetto autentico. Mi difendeva persino con mio marito. Mi cercava e io le parlavo di Dio, le spiegavo alcune meditazioni come meglio potevo. E siccome era un'anima molto pu-ra e buona, anche se priva di cultura, per lei andava bene... Quando morì, ne soffersi molto. Mi confortava il fatto che, mentre prima era lontana dalla Chiesa, da quando cominciò a volermi bene cominciò anche a fre-quentare i Sacramenti e divenne molto fervorosa. Cre-do, in coscienza - continuava Conchita -, che per mezzo mio, sono piovuti molti benefici celesti sulla sua anima, e anche sugli altri parenti. I quali così toccarono con mano il frutto della verità, dopo tante inter-pretazioni contorte e malintesi ».

Ma l'ostilità maggiore Conchita la incontrò in una parente ricca e importante, sempre in punto e virgola, sempre informata di tutto; conduceva vita mondana e non perdeva occasione di lanciare frecce e frizzi su una parente così... poco desiderabile. « è inelegante! è troppo pia! è fissata! Ridicola e fissata! ». Quando non scoccavano addirittura velenose calunnie. Conchita sop-portò sempre in silenzio, seppure con vergogna e pena, la cattiva propaganda che di lei si faceva nelle riunioni dell'alta società in cui la parente brillante le rivolgeva la parola a malapena, solo per ricordarle quanto la ur-tasse il suo tenore di vita, quanto non avesse impor-tanza per lei una donnetta così...

Cosa curiosa, mentre diceva di non volerci avere a che fare, parlava continuamente di lei! Conchita riuscì a compatire e ad amare sempre e, anziché occasione di vendicarsi, il Signore le offrì occasione di dimostrarsi utile e piena di carità.

Quando, per le inesplicabili vicende della vita, la dama orgogliosa si ammalò e cadde in bassa fortuna, fu abbandonata da tutti. Si trovò vicino solo la parente disprezzata, la quale si stabilì presso di lei, l'assistette giorno e notte, la curò fino all'ultimo respiro, suscitando lo stupore, il rimorso, la stima di chi non l'aveva mai capita, anzi l'aveva cordialmente combattuta. Conchita aveva vinto col silenzio, l'amore e l'umiltà. Grande ve-rità evangelica: « chi si umilia sarà esaltato... ».

 

SALVALOS!

L'ombra gelida

E fra tanti avvenimenti comuni e straordinari, la vita proseguiva in casa Armida. Alba radiosa quella del 29 settembre 1890 quando, dopo tre maschietti, arrivò finalmente l'attesissima bambina. Conchita l'ave-va tanto implorata, l'aveva chiesta come un dono pre-zioso, ed eccola tra le sue braccia. Fu chiamata come lei e come la Madre celeste: Concepción. Trepidarono molto quando, a soli sei mesi dalla nascita, stavano per perderla per una grave malattia. Concha visse, invece, e divenne la beniamina di casa.

Fu un breve periodo di serenità per tutti. Gli anni 1892 e 1893 furono invece ricchi di croci per Conchi-ta: malattie, desolazione, pene spirituali, necessità mate-riali, mutamenti nella piazza d'affari che influirono ne-gativamente nel bilancio familiare e nel lavoro di Pancho, costringendolo a trasferirsi, con la famiglia, nella capitale.

Ma il dolore dei dolori fu la perdita di Carlitos, il secondogenito. Sei anni, intelligenza vivacissima, ma-turità precoce: un pimpollo [ = germoglio] gonfio di speranze; invece viene stroncato da una forma gravissima di tifo: allora la medicina non aveva fatto i progressi a cui è giunta oggi. Fu una lunga agonia durante la quale Carlos, pur così bambino, ripeteva in continuazione: « Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra... ».

70 ore di tormento per la madre, che contò a uno a uno non solo le ore ma i minuti. Non giovarono cure né preghiere; il 10 marzo 1893 l'angioletto spirò, mentre Conchita si struggeva in lacrime e con accorate preghiere accompagnava il suo volo verso il cielo. Fu un calice amarissimo da bere. Non riusciva a staccarsi da quel lettino, nonostante le esortazioni di Pancho; non smet-teva di baciare il suo tesoro, di contemplarlo... Infine, volle chiudergli lei gli occhi belli, rivestirlo, restituirlo innocente come l'aveva accolto, al Signore di cui accet-tava, nonostante il martirio del cuore, la volontà santa.

Fra tutte le prove serenamente superate sino allora, non ne aveva sperimentata una eguale. Aveva sofferto moltissimo per la dipartita di papà, ma non c'era con-fronto: ora si trattava di una creatura « sua », nata dal suo sangue, dal suo amore. Un fiore in boccio, dolce, bello! Fu un colpo terribile. Il suo cuore era stato (come lei diceva) « desgarrado » [ = lacerato].

Unica consolazione di Conchita era tenere per ricor-do un vestitino di Carlos, ma un giorno il Signore le ispirò di fare un estremo sacrificio: privarsi di quel ricordo materiale. Fu una lotta aspra tra sentimenti umani e ideali soprannaturali, ma vinse anche questa volta la parte migliore della sua anima: Conchita un giorno chiamò un bimbo povero e lei stessa gli mise in-dosso l'abitino del figlio. Quando il piccolo se ne andò, lei sentì un crudele strappo al cuore, come se le rubas-sero di nuovo, e per sempre, il suo Carlitos.

« Quien no sea madre - scrisse nel suo diario - no podrù comprender esto ». Sì, il cuore stracciato. Conchita non poteva soffocare in lei la madre. Intanto, una voce interiore le chiedeva distintamente: « Chi ami più dei due, Carlitos o me? Chi preferisci vedere? ». E lei si dibatteva nella lotta crudele. Non sapeva cosa rispondere. Era ancora tanto umana e la ferita troppo viva le doleva forte. Infine l'anima purificata da tutto quel dolore rispose: - Amo soprattutto Te, voglio vedere Te, Signore; anche se lui non lo vedrò... fino al cielo!

Fu premiata da una gioia immensa. Poco tempo do-po, trovandosi nella chiesa vicina alla sua casa, mentre pregava vide repentinamente illuminarsi l'altare e... tra una moltitudine di angeli riconobbe (ne ebbe una cer-tezza assoluta) il suo Carlitos, raggiante di felicità, in adorazione del Santissimo. Un angelo « proprio suo » vicino al Signore!

Malgrado ciò, Conchita era troppo mamma perché la ferita si cicatrizzasse del tutto. Fu una pena lunga da far tacere. Lei stessa se ne stupiva. « Ancora vengono le lacrime ai miei occhi; così dunque sono debole e poco generosa con Gesù? è un dolore che al mondo non ne esiste uno più grande né più tenero ». Tanto Con-chita amava i suoi figli!

E le sventure non vengono mai da sole, si sa: è come se l'una se ne tiri dietro un'altra. In quegli stessi giorni ci fu un rialzo di valori e gli affari di Pancho andarono al peggio; al punto che per la tomba di Carlitos si do-vette fare un prestito. Fu un periodo di grosse difficoltà e di umiliazioni grandi. Inoltre, Conchita era crucciata da una penosa aridità spirituale. Più era vivo il suo de-siderio di perfezione, più si sentiva impedita di volare. Insensibilità, poco fervore, peso e noia, distrazione nelle preghiere. « Dio mio - gemeva -, perché ti sei allon-tanato da me? ».

Sognava spesso Carlitos: era come fosse con lei e, dopo, il risveglio era più amaro. Allora gli diceva: « Ah, figlioletto mio, che sei stato il mio sangue, diglielo tu quanto desidero amarLo, quanto Lo amo: come desi-dero essere perfetta per piacergli! ».

Era l'ora dell'agonia del cuore, la stessa provata da Gesù nell'orto del Getsemani: la più difficile da supe-rare. « Non sai, Signore, che sono come chi avendo biso-gno di buon latte riceve solo pane duro e tutto crosta? » gli diceva. E finalmente il Signore ebbe pietà di lei: le nuvole si dissiparono, la luce vinse l'oscurità.

Eppure, ancora, nel secondo anniversario della mor-te di Carlitos la madre poteva scrivere nel suo diario: « Il tempo della prova va passando... Ma troppo cruda è stata e troppo grande per il mio miserabile cuore. Pene morali, necessità finanziarie, abbattimento. Poi, ohimè, mio Gesù, mi strappasti il figlio dalle braccia, lacerando il mio cuore di madre. Lo hai trapiantato in cielo lasciando nella mia anima una ferita che non si cicatrizzerà mai. Ti rendo grazie per questa dichosa [ = felice] separazione; però lasciami piangere, Signore! Accoglile queste lacrime, non di ribellione alla tua santis-sima volontà, che fluiscono da questo cuore di carne. La parte superiore si rallegra, la inferiore patisce, però in pace, rifugiandomi tra le braccia del mio Padre amatis-simo ».

Parole che non hanno bisogno di commento. Ma co-me ce la fanno sentire vicina, questa giovane messicana, donna in tutte le sue espressioni, mamma al cento per cento, istintiva e indomabile se non per forza di un'al-tra specie di amore, che tutto brucia, consuma e sublima per trasfigurare nell'eterno. Lei, pur dolo-rante, accetta perché sa che i figli non sono delle madri ma di Dio. Maria ha « generato » Gesù, ma lo ha « of-ferto » al mondo. Per la salvezza degli uomini. E Con-chita voleva fare proprio questo: aiutare Gesù a salvare le anime. Dopo la morte di Carlitos, sentiva nella sua anima un grande slancio verso la perfezione. Un amore a Cristo e alle anime sempre più forte e più vivo. Le venivano spesso alla mente quelle parole avvertite «den-tro » anni prima: « La tua missione è di salvare le ani-me ». Ma come, come? In che modo?

Per il momento, soffrendo pene e godendo gioie di mamma. La gioia della nascita di Concha era stata pa-gata con la morte di Carlos, ma la culla non era rimasta a lungo vuota: il posto di Carlitos era stato rimpiazzato dal piccolo Ignacio, venuto al mondo 1'8 aprile dello stesso anno in cui il fratellino volava al cielo.

Intanto, nell'anima di Conchita avvenivano, in se-greto, vicende sempre più misteriose e più grandi, co-nosciute solo da Dio.

 

Il monogramma

Conchita continuava la sua vita, dedicandosi al ma-rito e agli amatissimi figli, ricordando Carlitos, com-piendo i suoi doveri materiali e spirituali; nella sua inte-riorità, ormai, viveva una donna diversa, ardente e tor-mentata da una misteriosa sete. Trascorreva molti giorni piangendo, sola col Signore, ai limiti dello scoraggia-mento e, talora, della disperazione. Così umiliata e mi-sconosciuta, nell'incomprensione degli uomini ma nella predilezione di Dio (ma senza neppure la gioia di ren-dersene conto), progrediva prodigiosamente nella via dello spirito.

Nel 1893, compiendo 31 anni, sotto la guida del suo direttore rinnovò i voti di povertà, ubbidienza e ca-stità nel matrimonio. Ma proprio allora ebbero inizio le prove più tremende: forti tentazioni, paure inconce-pibili. Si sentiva indegnissima dei favori divini. Si sen-tiva persino una sposa e una mamma fallita, una donna incapace, un'anima miserabile. Riconosceva, tuttavia, che molte volte aveva ricevuto grazie straordinarie; inol-tre la Madonna le aveva promesso di « tenerla tra le sue braccia come una piccina, sostenendola perché non soc-combesse sotto il peso della croce ».

Sempre aveva amato Gesù, ma dopo il matrimonio il desiderio di essere tutta di Dio si era intensificato. La morte del babbo e specialmente quella di Carlitos l'ave-vano staccata ancor più dalle cose terrene.

Il suo spirito anelava di « essere di Gesù, tutta di Gesù », segnando indelebilmente persino il suo corpo, per appartenergli totalmente. Proprietà di Cristo! Non sapendo in che maniera tangibile dimostrare al Signore questa appartenenza a Lui, pensò di imprimersi sul pet-to il monogramma JHS. Aveva sempre visto, nelle haciendas di suo padre, gli herraderos che marcavano gli animali per segnare l'appartenenza al proprietario; perché non lei, pecorella di Dio?

Ma il suo direttore non glielo permetteva assoluta-mente. Solo dopo tante insistenze, intuita la volontà di Dio, le diede il permesso. E il 14 gennaio 1894, festa del Nome di Gesù, in uno slancio di grande fervore, a Conchita parve normale soddisfare il suo lungo desi-derio.

« E in quel momento - scrisse più tardi - dimen-ticai me stessa perché un sentimento nuovo, grande e straordinario, mi rapì e mi fece esclamare tra la fede più viva: "; Jesùs, Salvador de los hombres, shlvalos, sàlvalos!"... E sentendo nell'anima quel peso... un bi-sogno superiore a favore di altre anime, una sete infi-

nita di grazie per il mondo, non potei reggermi; caddi in ginocchio con la fronte sulla polvere, avvolta da un non so che di soprannaturale e santo, con un impeto molto intimo nell'anima invocai mille e mille volte dal cielo un qualcosa del quale sentivo un insaziabile bisogno: quel qualcosa era la salvezza delle anime. Il Signore coprî con un velo la mia mente per dimenticare me stessa... Mi lasciò solo quel bisogno imperioso d'invocare per gli altri la salvezza, mediante Gesù, il loro Redentore... Ma non sospettai mai che quella fosse l'"ora del Signore", nella quale Egli aveva disposto di effondersi in grazie, grazie stupende per tutto il mondo... Mossa da un im-pulso segreto e straordinario che non era mio, chiesi la salvezza degli uomini... E in quell'istante, prostrata per terra dalla veemenza soprannaturale di mille sentimenti di santo zelo che si levarono nell'anima, è stato gene-rato l'Apostolato della Croce, ossia l'Opera della Croce con tutto ciò che essa comporta ».

Il monogramma fu una conseguenza naturale di un amore ardente e coerente con il contesto della esistenza di Conchita.

Come scrive padre Ignacio Navarro, Missionario dello Spirito Santo, recentemente scomparso: « L'im-portanza di questo fatto nell'itinerario di Conchita sta non tanto in ciò che lei fece, quanto nella risposta di Dio: generosissima, sovrabbondante, divina. Torrenti di grazia... ».

Dopo il monogramma, e un'eccezionale inondazione di doni divini.

E' allora che si inaugura una fase nuova dell'esistenza di Conchita, le cui ripercussioni si faranno sen-tire non solo nella sua vita personale, ma nel suo « irra-diamento apostolico », in un « modo carismatico », con illuminazioni divine per il bene della Chiesa. Cresce il suo desiderio di perfezione, riceve grazie speciali, un grande amore alla sofferenza, una docilità piena, una luce chiarissima sulle virtù.

- Preparati a grandi grazie! - le dice un giorno il Signore.

E lei: - Quali saranno queste grazie?

- Hai molto da soffrire per causa mia. Tu mi da-rai molte anime ma ti costeranno molto più dei tuoi figli...

Così inondata di favori celesti, Conchita non ha che un desiderio: assomigliare sempre più a Cristo, sacrifi-care tutto per Lui. « Vorrei essere un'apostola, percor-rere il mondo, proclamare, manifestare, far conoscere chi è Gesù... ». « Darei la vita per procurargli un ato-mo di gloria ».

Ma non le si chiede di percorrere il mondo, bensì di restare fra le pareti domestiche, ad alimentare il pro-prio focolare. Con la felicità indicibile di appartenere tutta a Gesù. Con la speranza di salvare anime... Così colma dell'amore divino, Conchita ora amava sempre più appassionatamente la sua famiglia, ma « come avvol-ta in quel medesimo amore »; perché Cristo non mutila l'amore, anzi lo intensifica, lo trasfigura e lo divinizza. Conchita ormai viveva tutta in Dio, sempre in Dio.

« Mi sento come trasportata in un'altra atmosfera... Non posso né pensare né muovermi se non in Dio. In me, Dio è tutto dentro di me ed io sono tutta in Lui, in una sfera di luce e di cose divine ». In lei si è ope-rata una completa trasformazione. Ora lei sa che l'unio-ne divina è inseparabile dalla sofferenza. A mano a ma-no che si avvicina più a Cristo, la croce si leva sempre più in alto, si fa sempre più vicina all'orizzonte. Gesù fu il primo apostolo della croce: non vi e altro mezzo di redenzione. E non per altra via si sale al cielo che per la croce.

Poco tempo dopo, mentre pregava in una chiesa, Conchita ebbe la visione dello Spirito Santo sotto forma di « colomba tutta bianca, con le ali distese, che copri-vano, non so come, tutto quel torrente di luce. Due giorni dopo questa visione - cosa inspiegabile - vi-di... nella stessa chiesa una colomba bianca in mezzo a un gran fuoco, da dove si partivano raggi scintillanti di luce. Al centro c'era la colomba, sempre con le ali tese, e sotto di lei, sul fondo di questa immensità di luce, una croce molto grande con un cuore al centro... Sotto la croce uscivano migliaia di raggi che non si confonde-vano con la luce bianca della colomba, né col fuoco delle nubi. Erano come tre grandi gradi di luce... ».

Questa visione si presentò più volte a Conchita. La luce, il Padre; il cuore, il Figlio; la colomba, lo Spirito Santo. Ma... « Che cosa significa? Che vuole da me il Signore? » - si chiedeva Conchita. Infine capì che Gesù le chiedeva la salvezza delle anime mediante l'Apostolato della Croce.

La domenica di Carnevale tradizionalmente si orga-nizzava a « La Lonja » un gran ballo per l'alta società potosina. Dato che Pancho la lasciava libera di sce-gliere, quest'anno Conchita intendeva rinunciarvi: la sua anima era troppo piena di cose misteriose e subli-mi per poter sopportare quel « mondo di menzogne e di vanità ». Invece, guarda caso, proprio ora il Si-gnore si fa sentire: « Voglio che tu vada al ballo! »

Possibile che Egli le chieda questo? Conchita cerca di esimersi: « Ma Signore... ». Lui insiste: « Non hai detto che avresti fatto ciò che avrei voluto da te? ».

Tutto, certo! Ma come poteva pensare dona Con-cepción che Gesù le chiedesse di recarsi a una festa profana, rumorosa e frivola quanto mai? Però, se era Lui che lo voleva... Ormai Conchita lo sapeva bene: come la vita familiare, così la vita sociale col suo con-torno di visite, riunioni, teatri e balli, costituiva una parte del cammino di santificazione e di apostolato che Iddio aveva « inventato » per lei.

Ubbidì, andò al ballo. Come non mai, quel mondo le si rivelò falso, opprimente, pericoloso. Vide tanti peccati umani e provò raccapriccio e pena per coloro che li commettevano. Tutta umanità da salvare! E vide anche un mondo straordinario di virtù, di rinunce, di gioia nella sofferenza e si rese conto di quanto fosse straordinario il dono che Gesù le aveva fatto, volen-dola tutta per sé. Crebbe in Conchita il disprezzo del mondo, lei vide chiaramente sulle virtù e sui vizi, in-gigantì il suo amore per la croce. Sì, Gesù le chiedeva la salvezza del mondo mediante la croce.

« Il mondo riceverà un esempio del mio potere e molte anime si santificheranno per questo mezzo... ».

« Il mondo non ama più il sacrificio e non si conosce la sua dolcezza. Voglio che regni la croce. Oggi essa si presenta al mondo col mio cuore perché attiri le anime verso il sacrificio... Non c'è amore senza la croce... Mar-gherita Maria ha rivelato al mondo il mio Amore, tu rivelerai il mio Dolore... ».

è evidente che Gesù, dopo averne trasformato la vita personale, vuole preparare questa sconosciuta ma-dre messicana alla missione di « apostola della croce ». E lei vi si dispone con docilità assoluta: « Compresi che al Signore piace far brillare la sua bontà su una povera sposa... Io non voglio pensarci, chiudo gli oc-chi e cammino abbracciata alla croce e solo per ubbi-dienza... ».

E un giorno... « Ero in preghiera, quando tutt'a un tratto si presentò al mio sguardo interiore una pro-cessione indefinita di religiose che portavano una gran-de croce rossa... Esse camminavano in fila per due e impiegarono molto tempo a passare... ».

Ancora qualche giorno dopo, Gesù le disse: « Ci sarà anche una congregazione di uomini dopo la fon-dazione femminile, ma di questa ti parlerò al momento opportuno... ».

Terribile e sublime! E' chiaro che il Signore vuol trasformare questa semplice madre di famiglia in... ispi-ratrice e fondatrice di Ordini religiosi. Assurdo? A Dio tutto è possibile: dal « monogramma » nasceranno le Opere della Croce. E la prima di queste Opere nasce il 3 maggio 1894, quando nella hacienda di Jesùs-Maria s'innalza la prima Croce dell'Apostolato. Nato per una massa di fedeli, ha uno scopo semplicissimo e insieme oltremodo importante: offrire tutte le proprie gioie, sofferenze, azioni, in unione con Cristo, per la salvezza delle anime.

L'opera salvifica di Cristo continuava sul mondo per questo stuolo di generosi messicani che ben presto sarebbero giunti a ottomila.

L'Apostolato della Croce ebbe la prima approva-zione canonica nel 1895 e, da Roma, nel 1896. Con-chita, intanto, era intenta come sempre alla sua vita di famiglia, che si stava per arricchire di altri figlioli...

 

Un « dulce de leche » ma... fatto d'amore (un dolce di latte...)

Per capire Conchita, non bisogna andare in cerca dei fenomeni straordinari dei quali il protagonista è Iddio; la sua prerogativa è l'eroismo del quotidiano; in lei ogni donna si potrebbe specchiare: qualche lato della sua fisionomia e certamente imitabile. Perché pri-ma di tutto lei è una sposa e una madre.

Nel matrimonio, Conchita ha trovato la felicità umana. Però, oltre la realizzazione umana, trova in maniera più profonda anche Dio. Pancho è il migliore dei mariti, ma a lei un amore umano, sia pure grande e completo, non può bastare: il suo cuore cerca il tutto in Dio e in tutto vuol trovare Dio. « Vedendo che mal-grado la grande bontà di mio marito il matrimonio non rispondeva alla pienezza che mi ero figurata, istin-tivamente il mio cuore si avvicinava sempre più a Dio... ».

« Il vuoto non si era colmato, si era allargato. In mezzo alle più grandi gioie dell'amore, sentivo i limiti e il carattere effimero di ogni amore umano ».

Non si tratta di frustrazione né tanto meno di de-lusione. E' qualcosa di più. E' l'inquietudine di Ago-stino: « Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te ».

Nei primi anni di matrimonio, Conchita aveva avu-to modo di conoscere le religiose del Sagrado Coraxón, le quali avevano fondato un collegio a San Luis, e ave-va cominciato a frequentare la loro cappella. Con loro parlava di cose spirituali, chiedeva consigli; le si schiu-devano davanti agli occhi dell'anima orizzonti nuovi. Tuttavia, in famiglia si trovava nel suo vero elemento. La sera, al calar del sole, riusciva a trovare un po' di tempo per recarsi in chiesa e davanti al tabernacolo svuotava il suo cuore vicino a Gesu: Gli raccomanda-va il marito, Gli offriva i figli, Gli domandava luce, forza e prudenza per compiere bene « tutti » i suoi do-veri. La sua ascesa costante verso la perfezione si at-tuava attraverso i minimi avvenimenti quotidiani, in mezzo alle faccende domestiche.

Per tutta la vita, Iddio occupò il suo cuore, quasi senza che lei lo sapesse. Eppure credeva di vivere una vita tutta esteriore. La vera caratteristica di Conchita non sono le rivelazioni, le visioni, i colloqui con Dio, il misticismo, le grandi penitenze (questo avrebbe anche potuto non esserci nella sua vita), bensì la sempli-cità, il dovere compiuto alla perfezione, per amore alla famiglia e al Signore, per la gloria di Dio e la salvezza delle anime.

E' quasi inconcepibile pensare a uno stato di mi-sticismo spinto fino agli alti gradi, per una sposa e ma-dre. Ma tutto in Conchita avveniva naturalmente da una parte e in grado eroico dall'altra. Di pari passo progredivano la sua vita di madre e quella di apostola. Il 9 febbraio 1895 nasceva un altro figlio: Pablo; il 12 ottobre dello stesso anno lei riusciva a far piantare la Croce dell'Apostolato sul Tepeyac, la collina dove era apparsa all'umile indio la Vergine di Guadalupe. Nel 1896 veniva approvato a Roma l'Apostolato della Croce, il 19 giugno dello stesso anno nasceva Salvador. Non è possibile essere pìù madre di così, nonostante i grandi impegni di « ispiratrice ». Nel maggio del 1897 ecco sbocciare infatti il disegno della seconda Opera: la Fondazione delle Religiose della Croce, con-templative di adorazione perpetua che offrono la loro vita per la Chiesa, specialmente per i sacerdoti, unen-dosi in spirito notte e giorno, nell'ora sofferta da Gesù nel Getsèmani.

E sempre avanti... In una maniera naturale e spon-tanea, nel silenzio e nell'umiltà, come una qualunque donna del popolo, non troppo istruita, animata solo d'amore, di pazienza, di capacità di sacrificio. Ma, per effetto della grazia, in Conchita ogni pensiero, ogni azione, ogni palpito aveva il carisma particolare della prescelta da Dio.

Chi avrebbe potuto immaginarlo, osservando que-sta giovane signora nel pieno delle ordinarie funzioni di donna di casa? Ma come le veniva in mente di « ispi-rare » e « fondare », di farsi santa e di trascinare anime e anime alla santità, mentre era immersa nella vita così comune, cosa banale, a volte? E con tutti quei figli? Tanti figli sono come altrettanti problemi moltiplican-do per cento altrettante preoccupazioni. Più Pancho! E allora? Come se la sarebbe cavata? Perché non si era fatta suora, dunque?

La grazia divina permetteva a Conchita di portare a buon fine tutto quanto « le chiedeva il Signore », proprio perché era Lui che glielo chiedeva. Le Opere si moltiplicavano e progredivano, fuori... Nell'ambito della famiglia, lei era solo la moglie, la madre. E come lavorava! La brava donna di casa non va a nascondere in un angolo la scopa per mettersi in ginocchio a mani giunte e occhi chiusi: prega mettendo in azione cuore, mente e mani. Purché lo voglia, si fa santa spazzando i pavimenti, lavando la biancheria, nutrendo l'ultimo nato. In questo meraviglioso « monastero » che è la famiglia, Conchita diventava santa e santificava quanti le vivevano accanto, sia frequentando la chiesa e idean-do Regole per le suore, sia rimanendo a casa, seduta al piano o allo scrittoio.

Eccola con la penna in mano... Senora Concepción, scusi, lei sta per caso segnando le parole di luce detta-tele dalla « Voce »? No, non sempre. In questo mo-mento sta semplicemente alle prese con la sua agenda domestica. Segna alcuni compiti da sbrigare. Segna alcune spese. Entrate e uscite. Telefono pesos 9,50, Cria-dos [ = domestici] pesos 30, Doctor pesos 60. E già che c'è... trascrive l'ultima ricetta gastronomica fornitale da una conoscente. « Circa 20 gr. di grana o cochinilla da disfare in un po' d'acqua, unire alcool e mescolare. Si agita e si lascia alcuni giorni a riposare. Si filtra, si aggiungono 3 gr. di essenza inglese di menta e s'im-bottiglia ». Un economico e ottimo liquore-medicinale suggerito da un certo dottor Oier. Muy bien! Piacerà a Pancho...

Senora Concha, lei sta facendo i conti della spesa? No, veramente... ora sta affidando al suo diario di Cuenta de conciencia dettati di alta teologia; ma all'im-provviso i figlioletti che ancora non vanno a scuola vengono a distrarla. Chi le tira la gonna, chi le getta le braccia al collo. El dulce! El dulce!

Conchita non s'inquieta. Certo, il dolcino! Lo ave-va promesso... Sorridendo, pianta tutto (scandalo, quel-le cose così celestiali!?), si alza, e i figlioletti trotterel-lanti dietro a lei. Eccola in cucina, allegramente, tra fornelli e pentolini. Si dà da fare e canticchia. Non oc-corre ricetta! Il « dolce di latte » è uno dei più con-sueti in casa Armida. Conchita ripete mentalmente, aprendo barattoli e dimenando cucchiai di legno: « 2 li-tri di latte, 2 etti di zucchero, un etto di farina, aro-mi... ». A questo punto la crema si ritira dal fuoco, si mescola ben bene, si lascia raffreddare. Che leccornia per i suoi cari muchachos!

Sempre così; la naturalezza e la semplicità di Con-chita anche con il Signore, era immensa, quasi sconcertante. Qualche volta, ricevendo da Dio un'improv-visa « illuminazione », mentre era in tutt'altre faccende affaccendata, Gli diceva: - Aspetta un momento, Si-gnore, ché non ho qui né carta ne lapis! -. Qualche volta arrivava a dirGli: - Devi aver pazienza, Gesù! In questo istante non posso piantare in asso... don Fu-lano, che ha da parlarmi!

Don Fulano è come per noi dire « Tizio, Sempro-nio, Caio ».

Avveniva anche che, mentre Conchita stava scri-vendo, che so, sulla « generazione del Verbo o sull'eter-nità », ecco che venivano a chiamarla per il pranzo. Correva a tavola e, piena di gioia, sedeva in mezzo al marito e ai figli; finito il pasto, ritornava a scrivere ciò che il Signore le dettava, magari sugli « abissi della Trinità e sugli alti misteri di Dio », riprendendo esat-tamente dal punto interrotto...

« Santa si, monaca no! » aveva sempre detto Con-chita. E con la sua vita ci dice che tutte le occupazioni, anche le più comuni, sono oro per l'eternità; che tutta una vita senza alcunché di rilevante e di eccezionale, se vissuta nella volontà di Dio e nell'amore, può es-sere la via giusta per arrivare sino a Lui.

 

Il chiostro interiore

Quella degli Armida era diventata una simpati-cissima famiglia dove abbondavano l'allegria, la con-cordia e l'affetto, ma, come in tutte le famiglie normali, non mancavano difficoltà, ristrettezze, infermità, dolori piccoli e grandi, e specialmente scaramucce tra i ra-gazzi: otto figli, mica pochi! L'11 febbraio 1898 era nata Guadalupe e il 20 gennaio 1899 Pedrito; mentre l'ultimo della nidiata strillava dentro la sua culla, Fran-cisco, sedicenne, ritenendosi uomo fatto, vantava di-ritti di primogenitura e alzava la voce per non farseli soffiare da Manuel ed Ignacio, i quali lo seguivano a ruota e lo imitavano: nel modo di vestire e di petti-narsi e anche facendo a gara per superarlo negli studi.

Conchita li covava con occhi pieni di amore e di fierezza materna: com'era diventato alto, Francisco! Molto alto, troppo, forse: così sottile sottile sembrava un bel pioppo; ma era simpaticissimo e quanto a ca-rattere... tutto suo padre! Erano assai belli pure Ma-nuel e Ignacio; Concha, poi, prometteva di diventare una splendida segorita con quei magnifici capelli e que-gli occhi stupendi! Pancho la coccolava: era la sua be-niamina. Pablo e Salvador, poverini, erano buoni solo a mangiare, giocare e combinare pasticci; Guadita e Pedro sembravano due micini. Quanto da fare le da-vano! E gioie e preoccupazioni in parti uguali.

Conchita guardava con occhio indifferente le cose transitorie e tendeva solo all'essenziale, all'eterno; ma era una madre! Non trascurava mai niente, neppure le inezie, e doveva lottare nel suo intimo per non attac-carsi troppo a quei figli (che erano non suoi ma di Dio) e per non inorgoglirsene. « Ho avuto la gioia di vedere assegnati ai miei figli molti premi al Collegio e sentirli molto applauditi - scriveva nel suo diario; « ciò mi ha procurato dei moti di vanità, anche se mi sono sforzata di scacciarli. Ho offerto al Signore tutti i regali ricevuti, rimanendo nella mia cara povertà. Tremo per la mia debolezza, il mondo ci offre così tante occasioni di cedere e io mi sento capace di tutto... ».

Conscia che il suo posto era prima di tutto in mezzo alle sue creature, scriveva: « Devo formare il cuore dei miei figli, lottare contro i loro diversi caratteri, im-pedire il male, svilupparvi il bene. Una lunga pazienza, un grande amore e molta prudenza sono necessari per compiere santamente questa missione di madre. In tutte le mie preghiere, il primo grido del mio cuore e per chiedere grazie per mio marito e per i miei figli... è evidente che spero tutto dall'alto, tutto da questo Dio infinitamente buono e da Maria, Madre di tutti noi, alla quale li ho in modo speciale affidati e raccoman-dati... O Vergine, mantienili sotto il tuo sguardo! Sono tuoi prima di essere miei ».

Nella trama di una esistenza femminile apparente-mente identica a quella di ogni altra donna messicana, il Signore preparava al mondo una sua testimone ca-ratterizzata dalla semplicità evangelica e da un amore divino stupefacente. Sublime contrasto tra un metodo di vita sempre più soprannaturale sotto l'aspetto della più assoluta ordinarietà. Ma era una vita quotidiana trasfigurata. Una vita operante. Amare e fare. Nessu-no aveva mai visto Conchita in ginocchio con gli occhi estatici e a mani giunte: tutti, invece, vedevano quelle mani fasciare neonati, carezzare testoline, aggiustare la cravatta di Pancho, lustrare maniglie, volare sui tasti del piano, dispensare elemosine, curare malati... Con-chita concepiva la perfezione modellata sul calco del Vangelo.

Da quando aveva fatto i primi Esercizi spirituali, e trovatili così fruttuosi che li aveva ripetuti tutti gli anni, aveva segnato le sue « risoluzioni » e non le aveva trasgredite mai. Si trattava di 17 punti per le sue rela-zioni con Pancho, 23 per il suo comportamento con i figli e 7 per il suo atteggiamento di giustizia e carità verso i domestici. Vogliamo vedere alcune di queste risoluzioni? « Con mio marito: farò ogni sforzo per non perdere la sua fiducia, ma anzi per conquistarla sem-pre più... M'informerò dei suoi affari, chiederò a Dio la luce per suggerirgli buoni consigli... Farò in modo che trovi in me consolazione, santità, dolcezza, totale abnegazione... Eguaglianza di carattere in tutte le cir-costanze e anche, sì, fino a un certo punto, che veda trasparire Dio nelle mie azioni per il suo profitto spiri-tuale... Mai, in alcun modo, parlerò male della sua famiglia; la scuserò sempre, starò zitta, avendo cura che anche lui rispetti la mia. Avrò cura dell'economia senza cadere in eccessi, molto attenta a che non manchi nulla a nessuno, facendo personalmente molte cose che verrebbero a costare... Sarò ingegnosa in ogni circo-stanza. Farò l'elemosina nella misura del possibile. Quanto all'educazione dei miei figli, agirò in modo che siamo sempre in pieno accordo, con energia e ret-titudine da parte dell'uno e dell'altra...

Con i miei figli: avrò una cura speciale e vigilante...

Raccomanderò loro la carità verso i poveri, suggerendo di privarsi di quello che hanno per uso personale... Non li sovraccaricherò di preghiere, rendendo loro la pietà fastidiosa, anzi mi sforzerò di renderla piacevole ai loro occhi, perché la ricerchino... Studierò il carattere di ciascuno di loro e li esorterò quanto conviene, senza mai lasciarmi piegare dal mio affetto naturale... In ge-nerale, non cederò e, senza deviare, non cambierò le mie decisioni e risoluzioni. Saprò imporle loro e nello stesso tempo attirare la loro fiducia... Farò in modo che vedano praticare dal loro padre certi atti di pietà, affinché il suo esempio sia loro utile in tutto... Ne farò degli uomini che sanno dominarsi nelle più piccole cose, e che non offendano mai Dio... Con mia figlia agirò in modo del tutto particolare...

Con i domestici: sarò dolce e leale... Veglierò sulla loro moralità... Li aiuterò economicamente e personal-mente, se possibile, in caso di malattia... Avrò cura speciale della loro anima, dando loro la possibilità di ascoltare prediche, istruendoli sul piano religioso, e as-sicurandomi che compiano il loro dovere di assistere alla messa... ».

Oh, ma questo è il programma di una donna non solo cristiana, ma intelligente e accorta, energica e per-sino... furba! Magari noi mamme così comuni riuscis-simo a far nostra qualcuna di queste risoluzioni!

Ma la « Regola di vita » di Conchita continua con altre note che danno la misura della sua fedeltà a Dio e della sua disposizione a servire il prossimo per amo-re. « Mi propongo di compiere sempre il più perfetto... di cercare in tutto Gesù e la sua croce, in conformità al suo santo volere... di mirare agli interessi di Cristo e non ai miei... Non m'inquieterò se le circostanze mi impediscono di osservare la mia Regola di vita. Con-tinuerò tranquillamente. Sarò elastica davanti alle dif-ficoltà, con umiltà... Poi, avanti, sempre avanti! ».

Ecco dunque che, animata da questo spirito di ret-titudine, guidata da questa Regola, dividendo dettaglia-tamente le sue ore secondo un « orario » stabilito d'ac-cordo con il suo direttore spirituale, ma sempre dispo-sta ai mutamenti dovuti alle... sorprese divine, Con-chita può procedere nella sua vita senza sottrarsi nep-pure a quelli che sono i doveri mondani. Ovunque con-tinuano a vederla. Il sorriso sulle labbra, magari il ci-licio sotto le belle vesti. Il cuore tutto di Cristo e della sua famiglia.

E nel suo diario lei continua a segnare: « Questa notte, sono andata al circo ». Oppure: « Tra poco vado a teatro. Io, che fuggirei il mondo con tutto il cuore, devo presentarmi ad esso sorridente... guardandomi be-ne dal manifestare la minima scontentezza, che baste-rebbe a causare a mio marito un grande dispiacere. Ec-comi sulla croce da tutte le parti. O Gesù, aiutami! ». Ed eccola tuffata nel clamore del Carnevale, non per godere ma per compatire e portare lo sguardo di Cristo su quella umanità che si diverte follemente: « Ieri non ho potuto scrivere. Nel pomeriggio ho dovuto ac-cettare di andar con mio marito per quattro ore in vet-tura scoperta, in mezzo a un "atroce" frastuono di folla. Per quanto ho potuto, ho moltiplicato atti di amo-re, di riparazione, di penitenza ».

E in risposta a una fede e ad una fedeltà di questo calibro, Gesù le dice: « Voglio fare di te una santa conosciuta solo da me... Voglio che tu sia uno specchio di virtù nascoste... nulla di esterno... Tu sei mia se mi ascolti, se ti disprezzi, se vai al di là di tutto, senza la-sciarti trattenere da niente; infine se il tuo sguardo e il tuo cuore sono continuamente fissi su me, realizzerai ciò che io attendo da te ».

E lei, contrappuntando: « Voglio essere una santa. Questa aspirazione senza limite non mi lascia, nono-stante il peso della mia miseria... Voglio una santità oscura, simile alle tenebre della notte, che solo Dio possa vedere ».

Per poter vivere nascosta, per poter essere unita intimamente a Dio in mezzo alle cure quotidiane e il rumore mondano, Conchita si rifugiava nel suo « chio-stro interiore », dove trovava Cristo. E Lui costante-mente le diceva: « Non voglio che tu ti perda con le creature. La tua missione è un'altra e devi corrispon-dere con fedeltà estrema... Devi vivere nel santuario tutto interiore della tua anima, perché è li che risiede lo Spirito Santo... è in questo santuario che tu devi vivere e morire... Non cercarlo altrove, non lo trove-rai... Non ce n'è altro... Non basta murare il proprio corpo per essere religiosa... Non devi uscire da questo santuario interiore, anche in mezzo ai tuoi impegni esterni... ».

Così vivendo nel cuore del mondo ma circoscritta e tuffata in Cristo, fedele a quanto le chiedeva il Si-gnore, nel suo « chiostro interiore » Conchita scopre orizzonti nuovi, muta di ammirazione, contemplando « le bellezze affascinanti e i terribili abissi della vita spirituale, le sue delizie e i suoi pericoli », aspetta i doni e i frutti dello Spirito Santo per la sua santifica-zione, e, attraverso di lei, per la glorificazione di Dio.

E nel nascondimento, con la sua preghiera, col suo amore, col suo operare, col suo patire... spingeva avanti le sue Opere di Apostolato che aveva affidato alle auto-rità ecclesiastiche. Nonostante la massima discrezione di Conchita, il caso più unico che raro di una madre di famiglia ispiratrice di Opere religiose suscita curio-sità, consensi e opposizioni. Anche l'Arcivescovo di Città del Messico vuole appurare e approfondire. Con-sultato dal clero, decide di procedere ad un esame della vita e degli scritti della senora Concepcion Cabrera de Armida.

Lei, docile agli insegnamenti e agli ordini ecclesia-stici, nel 1900 si sottopone all'esame. E il 1° ottobre, esultante, può scrivere: « Oggi, dopo un rigoroso esa-me e dopo aver pregato, il rev. padre Melè mi ha assi-curato che il mio spirito era da Dio e che era disposto a testimoniarlo ».

Ma il successo delle due Opere della Croce da lei già fondate fissavano le radici nella sua preghiera e so-prattutto nella sua sofferenza. Conchita sopportava le gioie e il divertimento con lo stesso spirito con cui sop-portava la fatica e il dolore. Perché nella sua famiglia preoccupazioni e malattie non mancavano. Quando gua-

riva uno si ammalava l'altro: dieci esistenze offerte al volere divino. Diverse volte qualcuno dei suoi figli sfiorò la morte. Lei stessa...

« Secondo i suoi disegni superiori - scrive nel suo diario -, il Signore mi ha richiamato dalle porte del-l'eternità, dall'orlo della tomba. Una tremenda pol-monite stava per avviarmi verso la morte... Un altro mio bambino è colpito da grave malattia contagiosa; dolore lacerante per un cuore di madre. Che tu sia be-nedetto, Signore! ».

E molte altre croci pesavano sulle sue fragili spalle: « Solo l'aiuto di Dio mi ha permesso di sopportare tutto questo con pazienza. Ho visto la morte da vicino. Ho dovuto mettere in pratica l'abbandono totale di Dio, staccata dai miei figli, io sposa e madre, ciò che alla natura costa molto. Ho trovato una grande pace, a ogni istante, nel mantenermi alla presenza di Dio. Talora la paura mi veniva a turbare e una notte, rannicchian-domi fra le sue braccia, dissi al Signore: "Ho paura". "Non temere" mi rispose, "sta' tranquilla"; e a par-tire da quel momento ho sentito tornare la pace nel-l'anima e una fiducia illimitata, con la certezza che non sarei morta ».

Per tutta la vita Conchita era stata fragile e mala-ticcia, varie volte si era ammalata gravemente. « L'amo-re con Gesù e con me - scriveva - si effettua solo per mezzo della croce. Da molti anni a questa parte non ricordo di aver passato un giorno con salute e senza dolore... Il Signore mi ha detto: - Non lamentarti delle tue sofferenze davanti agli estranei. Non lasciar vedere loro questi tuoi dolori, questo diminuirebbe il tuo merito. Soffri in silenzio. Lasciami operare in te e passa sulla terra in silenzio e oscuramente... ».

Ma il Signore la stava preparando a perdite sempre più gravi e più dolorose.

 

Il bisturi nell'anima

Da circa sette anni la famiglia Armida, per il la-voro di don Francisco, abitava a Città del Messico. Qui Conchita aveva inaugurato l'Apostolato nel collegio del Sagrado Corazón e sognava l'estendersi delle Opere della Croce. La sua vita, così piena di Dio e di amore materno, era talmente impegnata da non lasciarle re-spiro. Con una simile famiglia e una mole enorme di doveri religiosi e sociali, non le restava un minuto per se: tutta per Dio e per gli altri. Ma era felice.

Il 19 giugno 1901 aveva gioito per le nozze del fratello minore Francisco de Paula con la brava Am-para Davila; quando si presentò la prova delle prove: la malattia di Pancho. Ora le riusciva difficile persino recarsi in chiesa ed era lui a chiederle: - Conchita, sei andata a ricevere Nostro Signore? Su, va', va' tran-quilla, ai bambini penso io.

« Povero amico! » pensava Conchita col cuore stretto. « E' sempre stato così buono! Dio lo ricom-penserà certamente per tanta sensibilità ai miei biso-gni. Lui sa che l'Eucaristia costituisce tutta la mia vita! ».

Purtroppo, l'infermità di Pancho si rivelò cosa se-ria; le sue condizioni si aggravarono; si spense ogni speranza. Pancho era condannato. Durante quei giorni, una sola preghiera palpitava continuamente sulle lab-bra di Conchita: « Sia fatta la tua volontà! ». Piena di paura e di dolore, sentiva che soltanto una forza so-prannaturale le consentiva di accettare con serenità il terribile colpo che presto avrebbe ferito il suo cuore e avrebbe strappato a tutti quei figli il padre. In meno di dieci giorni.

Non appena le condizioni di Pancho si aggravaro-no, comprendendo il suo desiderio Conchita si preoc-cupò di fargli ricevere gli ultimi sacramenti. Mentre as-sisteva il marito, rivisse altri distacchi dolorosi: ri-cordò le 5 ore consecutive in cui aiutò il babbo a mo-rire e le 70 ore di agonia di Carlitos; si sentiva « di-staccare l'anima con una sofferenza barbara » e solo accostandosi a Cristo riceveva coraggio, possibilità di imporre silenzio al suo carattere appassionato e assor-bire tutta quella amarezza.

Fu una cosa straziante. Già Pancho aveva sempre dimostrato molta paura della morte: leggendogli l'Imi-tazione di Cristo, quando usciva a sorte il capitolo che riguardava appunto l'ultima tappa umana, lui credeva che Conchita lo facesse apposta, per ridere della sua paura. Ora che il momento si avvicinava, non temeva, era lui ad essere il più forte. Si dimostrava preparatis-simo e sereno. Dopo aver fatto la confessione generale, il timore della morte si cambiò in perfetto abbandono alla divina volontà. Al punto che era lui a rassicurare e confortare Conchita. - Dio sa quel che fa... - le disse quando lei, il cuore pieno di angoscia, si chiedeva cosa avrebbe fatto con tutti quegli orfani -. Hai ragione, anch'io penso che e il momento in cui i miei figli sentiranno troppo la mancanza del papà; ma Dio sa quel che fa, e io vo-glio solo la sua volontà.

Segno evidente che Pancho riteneva compiuta la sua missione.

Alla moglie che si struggeva in lacrime, diceva: - Concha, io muoio...

E lei: - No, tu vai a vedere Dio. Pancho, ecco i tuoi figli, ti sono tutti vicini. Benedicili!

E Pancho distribuì i suoi ultimi consigli e li be-nedisse a uno a uno.

- Concha, ti raccomando il più piccolo, Pedri-to... - insisteva.

- Puoi andartene tranquillo, mio caro... - sin-ghiozzava Conchita -. Pancho, benedicimi, perdona-mi, ti supplico, se per caso ti ho ferito...

- Ti benedico. E perdonami tu...

- Mi sono sempre sforzata di farti piacere. Se Dio ti chiama, voglio seguire le tue ultime volontà. Cosa desideri da me, Pancho?

- Che tu sia tutta di Dio e tutta dei tuoi figli... Quattro dei figli, i maggiori, circondavano il letto di Pancho, assistendo al suo distacco. Nel momento estremo, Conchita impose assoluto silenzio; nell'istante solenne due sacerdoti diedero al morente l'estrema unzione, e la moglie lo aiutò a spirare serenamente, pre-gando, partecipando alla sua agonia, finché l'amato compagno raggiunse Dio.

A soli 43 anni! Subito Conchita, cadendo in gi-nocchio, intonò la preghiera dei defunti. Ma cosa pro-vava il suo cuore! Continuava a chiedergli perdono per ciò che aveva potuto talvolta addolorarlo per causa sua, ma aveva la consolazione di sentire che, ora... ora che lui vedeva tutte le cose nella chiara luce, poteva com-prendere anche il perché dei suoi segreti spirituali con lui.

Notte di solitudine, di sofferenza inaudita, quella del 17 settembre 1901 ! Dopo averlo aiutato a morire, aiutata dal figlio Francisco, Conchita depose con le proprie mani le spoglie di Pancho nel feretro. Lo guar-dò a lungo come ad imprimersi per sempre quella im-magine negli occhi e nell'anima. Rifletteva... Lui che era così a puntino e vanitoso, caro buon Pancho, lui che ci teneva tanto, per l'ultimo viaggio l'aveva pre-gata di mettergli indosso un vecchio abito francescano e di sotterrarlo, per umiltà, in seconda classe. Don Francisco Armida Delgado! Un cavaliere messicano di sangue andaluso. Il suo sposo. Il papà dei suoi figli. Non c'era più. E lei... « Ho sentito il bisturi divino nella mia anima che tagliava tutto quanto l'attaccava alla terra » avrebbe detto poi.

Dopo 17 anni di matrimonio, Conchita restava ve-dova a meno di 40 anni, senza sostegno, senza aiuti, con tutti quei figli quasi tutti piccoli, uno ancora... poppante. Le rimaneva solo Iddio! Con la fronte sulla fronte di colui che era stato con lei così affettuoso, così caro, che era stato per lei tutto, dopo Dio, Conchita si consacrò per sempre al Signore. Tutta sua! Di Dio e dei suoi figli. Cominciava una nuova esistenza.

Ma i primi giorni di vedovanza furono tremendi! I parenti e i medici credevano che Conchita ne sarebbe morta. Il ricordo del marito la seguiva sempre e ovun-que. Ciò che consolava la cruda realtà era il pensiero che Pancho aveva edificato tutti con la perfetta dispo-sizione alla volontà di Dio. Altro conforto trovava nella preghiera e nella direzione spirituale. Un grande sfogo era il suo diario...

« Il 17, alle sette meno cinque della sera - se-gnava il 27 settembre 1901 -, il Signore mi ha ri-preso lo sposo che mi aveva dato sulla terra per sedici anni, dieci mesi e nove giorni. Il Signore me l'aveva dato, il Signore me l'ha tolto, sia benedetto il suo no-me! La mia anima era disposta, ma il mio cuore di carne si rifiutava, resistendo... Durante quei terribili gior-ni, attingevo presso il tabernacolo il sostegno e la forza. Oh, se non fossi stata sostenuta da Lui! la mia grande debolezza avrebbe ceduto! Vedevo, constatavo momen-to per momento, che mio marito perdeva la vita. Che modello di sposo, che padre! Che uomo retto! Che fi-nezza, che delicatezza nei suoi rapporti con me, così rispettoso in tutti i suoi atti, così cristiano nei suoi pen-sieri, così onesto, così perfetto in tutte le sue azioni! Dio mio!... Man mano che vedevo avvicinarsi la se-parazione, la tenerezza del mio cuore verso di lui pren-deva proporzioni sempre più considerevoli. Sentivo che non avevo più testa né fede, né ragione, ma sola-mente un cuore. Provavo come un orrore per la vita spirituale... Che giornate! Che notti! Oh, grazia di Dio, di che cosa sei capace! Una grazia potente mi spinge a intraprendere, nel mio nuovo stato, una nuova vita di perfezione, di sacrificio, di solitudine, di vita nascosta... ».

La morte del marito cambiò bruscamente la vita di Conchita, lasciandola in uno strano stato d'animo: si sentiva al tempo stesso coraggiosa e smarrita. E il suo diario accoglieva i suoi lamenti e i suoi propositi: « Oggi - scriveva il 28 settembre di quell'anno - mio figlio primogenito compie sedici anni. Anche quan-do mi domino, attraverso momenti di accasciamento, le mie lacrime scorrono molto spesso senza che le possa fermare. Il mio cuore di carne si ricorda di mille tristi cose. Soffro inghiottendo dolore a grandi sorsi. Dio sia benedetto per tutto... Il lamento dei miei figli che piangono il loro padre mi trafigge l'anima... Il mio cor-po è sfinito; e adesso che risento della fatica, perché non mi ero allontanata dal mio malato né di giorno né di notte, assistendolo personalmente in tutto, sino alla morte. Ho dei ragazzi malati, specie il più piccolo... ». « Oggi - scrive il 30 settembre - termina il mese nel quale ho sofferto più di tutta la mia vita. Ricordati, o Madre Maria, che mai si è sentito dire che qualcuno di quelli che sono ricorsi a te sia stato abbandonato... Io spero in te... ho fiducia in te, mi rifugio sotto la tua protezione. Maria, aiutami con i miei otto orfani! ».

E il 2 ottobre aggiunge: « Il Signore mi sostenga con la sua croce! ».

Il 4 ottobre di quell'anno l'attendeva un compito ingrato. « Che giorno doloroso per il mio cuore di spo-sa e di madre - scrisse allora - il giorno della festa di mio marito. Dominando la mia natura, sono andata alla sua tomba con i miei figli, per passarvi la matti-nata, vicina alle sue spoglie, pregando e piangendo... Che realtà, mio Dio, che tema di meditazione... Mi sono ricordata allora del Signore che piangeva su Lazzaro... Che cosa di serio e terribile è la morte! Là, si pesa il tempo e l'eternità, il bene e il male; come passa e quanto e effimero ciò che è terreno di fronte al reale e all'eterno! Mio Dio! Quanto ho riflettuto, sofferto e compreso! La terra che ricopre colui che ho tanto amato, è ancora umida e smossa come di recente. Le lacrime dei miei figli e mie bagnarono quelle zolle dalle quali siamo stati fatti e alle quali ritorneremo. Allora tornarono alla nostra immaginazione, in rapido volo, gli anni trascorsi e i loro ricordi: pene, gioie e sogni. In un istante, tutto era svanito come fumo, al soffio della morte. Oh, com'è breve la nostra esistenza! "Come sono vicini il presente e il passato! Che facciamo mai quando non spendiamo questo tempo solo per Dio? ».

Nell'anima di Conchita l'azione della grazia com-piva intanto cose sempre più sublimi. Ma l'aveva pa-gato caro. Capiva a fondo che il vero senso della vita era l'unione totale con Dio. Il 9 ottobre, sempre di quell'anno, scrive nel diario: « In un batter d'occhio ho sentito la mia vita cambiare. Una pagina era stata definitivamente voltata nel libro della mia vita... Tocco con mano ora quanto il mio cuore era attaccato alla terra, quanto amavo mio marito, di un amore vera-mente puro e santo, ma senza misurarlo, senza neanche supporne l'esistenza, sino al momento in cui l'ho per-so... E nella mia vita di sposa, su quanti punti ho dei rimpianti! Non ho saputo essere né figlia né sposa: vediamo se, come vedova, continuerò sulla via della perfezione e diventerò una santa compiendo i doveri sacri di una madre ».

Santa. Ma sempre convinta che la sua via di per-fezione era quella di una madre nel senso pieno della parola.

 

ANIMA SACERDOTALE

Un incontro... una luce... un messaggio...

Rimasta vedova, Conchita continuò la sua vita di lavoro, di preghiera e di penitenza, ma si staccò com-pletamente dal mondo, lanciandosi in una vita di virtù così grande da meritare grazie particolari, carismi, ispi-razione per innumerevoli opere di dottrina e di mistica. Aveva tuttavia delle parentesi buie in cui la fede era la sua unica luce. Smarrita eppure animata da un im-pulso a fare cose sempre più grandi per Dio e per le anime, volendo dare maggiore slancio alle Opere da lei fondate, si attendeva la grazia di un nuovo aiuto spirituale; quando ebbe un incontro storico, provvi-denziale.

Il pomeriggio del 3 febbraio 1903, apprese che al « Collegio delle Ragazze », nella parrocchia francese di Nostra Signora di Lourdes nella quale non si recava da almeno un paio d'anni, c'era un sacerdote, superiore dei Padri Maristi, molto buono, colto ed energico, e da quel momento "un forte impulso la spinse a cer-carlo. L'indomani, una forza misteriosa la condusse verso quella chiesa.

Già da un anno padre Rougier si trovava a Città del Messico e, dopo tanti viaggi e fatiche missionarie, stanco e bisognoso di riposo e serenità, stava attra-versando una lotta interiore; non che fosse scontento, ma si trovava a un nodo centrale della sua esistenza: era come sentirsi in sospeso, con dentro qualcosa che lo stimolava a cose più grandi.

Da vari giorni il padre Rougier chiedeva al Signore di ispirarlo, di chiamarlo a una vita di maggior perfe-zione. E la Provvidenza - come spesso era avvenuto nella sua avventura spirituale - ancora una volta si nascondeva in una circostanza da nulla. Sono le lo del 4 febbraio, egli dovrebbe uscire di casa ma c'e qual-cosa che lo trattiene: tre volte tenta di uscire, tre volte desiste. E' pronto, col cappello in mano. Però e un impedimento misterioso. Lui sente che un avvenimento straordinario sta per accadergli e prega: - Spirito Santo, illuminami!

Proprio in quel momento, una signora in nero en-tra nella sua chiesa. Incerta, disorientata. Desiderava avvicinare il Marista sconosciuto, ma aveva resistito a quella che le sembrava una tentazione: era andata a confessarsi, invece, nella chiesa di Santo Domingo. Più tardi si era recata a far visita a sua madre, dopo era entrata in una farmacia per comperare una medicina per uno dei suoi figli, che stava male. Aveva ripreso il tram per rincasare... e il tram passava proprio vicino a Nostra Signora di Lourdes.

« Mi sono appena ora confessata, non devo anda-re! - s'imponeva -. Mi sembra abusare del Sacra-mento! ». Ma quasi senza accorgersene, senza volerlo, la signora discende dal tram, entra nella chiesa, s'ingi-nocchia davanti alla cappella della Madonna; poi spinta da una forza interiore, si dirige verso un confessionale e suona il campanello.

- Chi confessa qui, il superiore dei Maristi? - chiede al sacrestano, che è subito accorso -. Può chia-marlo, per favore?

Padre Félix Rougier sta rientrando per la terza volta nella sua camera, quando vengono a dirgli che una signora vuol confessarsi con lui. Si reca subito in chiesa: nota soltanto che la signora è in lutto stretto; una vedova, forse. Non porta cappello ma solo un velo nero semplicissimo. Tutto lui può pensare e non che proprio quella donna sarà lo strumento scelto da Dio per permettere a lui grandi realizzazioni.

La signora lo scorge appena, perché il sacerdote è già entrato nel confessionale. Si inginocchia, si con-fessa brevemente. Ma all'improvviso... la donna « vede con chiarezza il fondo dell'anima di questo sacerdote sconosciuto » e, costretta da un impulso soprannatu-rale, comincia a parlargli a cuore aperto, lei stessa si stupisce di quel fuoco che Dio metteva nelle sue pa-role, dicendo con incredibile sincerità e naturalezza « ciò che a Dio piaceva e ciò che non gli piaceva nell'anima di lui » e si rendeva conto che quel sacerdote si commuoveva profondamente.

A sua volta, padre Félix scopre la grande bellezza di quest'anima, di cui nessuna piega recondita rimane nascosta, e ne è meravigliato, ammirato. « Questa è un'anima mandata a me da Dio - pensa -. Sento nella mia anima la verità di tutto quel che questa si-gnora sconosciuta dice. Non possono essere parole sue, ma dello Spirito Santo ».

E accade una cosa insolita: è il confessore ad ac-quistare subito immensa stima, fiducia completa nella nuova penitente. E lei « lo sente ». Si rende conto della reazione che avviene nell'anima del Marista francese. Una luce rivela a entrambi la nuova strada e sentono di ricevere dall'alto una potente spinta per poterla se-guire. Certa di essere capita e di poterlo conquistare ai suoi ideali, la signora allora gli parla delle Opere della Croce da lei fondate e dello spirito che le anima. E a lui tutto sembra talmente bello che chiede: - C'è una Congregazione anche di sacerdoti? - No - lei risponde -. Però ci sarà.

Vi è una tale certezza in questa risposta, che il pa-dre Rougier ne resta colpito. Da ciò che nasce in questo attimo di grazia, verrà tanta gloria a Dio e tanto bene alle anime. In questa inattesa conversazione, la vita del sacerdote francese, già così virtuoso e zelante, si orienta verso nuovi orizzonti. Suona il mezzogiorno alla torre del campanile. Due ore sono volate e non se ne sono accorti! ? Padre Rougier insiste per avere l'in-dirizzo della signora, perché trova opportuno contimare sull'argomento; lei esita, infine glielo dà, ma non dice il suo nome. Pensa: « Se è volere di Dio, mi troverà... ».

Ma un'anima privilegiata come quella non poteva passare invano accanto a un'altra anima apostolica e altrettanto eletta qual era quella del padre Rougier.

« Di tutti gli uomini che ho incontrato nella mia vita - doveva dire più tardi il padre Gillet, maestro gene-rale dei Domenicani - nessuno mi ha prodotto un'im-pressione così grande di santità ».

La senora Armida, infatti, rincasò molto impressio-nata da questo « incontro sorprendente che pareva per la gloria di Dio ». Tuttavia, pensava che non avreb-be più riveduto il Marista francese, perché aveva dato, senza rendersene conto, l'indirizzo incompleto. In attesa della volontà di Dio, scrisse, alle Suore della Croce di pregare per le sue intenzioni.

Dal canto suo, risalendo nella sua stanza, padre Rou-gier vi si chiude e si accorge di essere tanto commosso da non riuscire nemmeno a pranzare. Piange! è come se la sua vita, all'improvviso, sia cambiata. Tanta luce! E in quella luce, una croce. Ma una croce trasfigurata dallo Spirito Santo. La croce che alla sconosciuta vesti-ta di nero si era rivelata. Perché proprio quella donna? Chi era?

Quel pomeriggio stesso il padre Rougier si trovò in Calle 7° de Alzate n. 3224. A 15 minuti di tram dal centro. Informandosi, chiedendo di una « senlora con tanti bambini », con la scusa di prendere Il Manuale dell'Apostolato che lei gli aveva promesso, egli comparì in casa Armida. Si salutarono, conoscendosi per la prima volta. Subito cominciarono a parlare delle Opere della Croce.

Padre Rougier, fine psicologo e acuto osservatore, non si lasciò sfuggire nulla di quella famiglia, di quella casa. Una casa distinta, piuttosto piccola ma arredata con gusto (il salone, anzi, di « medio lusso »): il piano-forte, il divano, molte grandi fotografie dei familiari, bei quadri a olio della sorella Clara... Casa ordinata e pulitissima, tranquilla nonostante il vocio allegro dei bambini, i quali vestivano con molto decoro indumenti confezionati dalla mamma. Come le rimaneva il tempo, dopo tutto il resto, di tagliare e cucire con le sue mani quei capi di vestiario? E come riusciva, oltre tutto, a scrivere, a suonare, a fondare... Opere?

Già, le Opere della Croce. L'unica cosa sempre pre-sente nel cuore e nei pensieri di Conchita, dopo Dio e i figlioletti. Parlarono a lungo, entusiasmandosi, ap-passionandosi. Il risultato fu che, per segni divini ma-nifesti, il padre Félix divenne direttore spirituale della senora Armida. Lei credette doveroso informarne subito il suo direttore spirituale, che si trovava a Oaxaca, e questi le rispose, entusiasmato, approvando ogni cosa: - Cento uomini come questo - diceva - danno fuoco al mondo!

Proprio vero che il Signore, per le sue opere più grandi, si serve di creature già in possesso di eccellenti qualità umane che siano di ausilio alla sua grazia. Il padre Rougier aveva una forte e ricca personalità: era serio e amabile, impulsivo e tenace, audace e prudente, ottimista e pratico, colto e umile; era capace di pro-grammare e anche di attuare. Aveva superato, nella sua fatica di missionario, prove e pericoli enormi, ed era docile ai richiami della Provvidenza: diciottenne, men-tre da sempre era stabilito che diventasse Gesuita, un improvviso slancio di generosità lo aveva convertito in Marista missionario. Ora...

Ora la senora Conchita sentiva di non aver « mai incontrato una corrispondenza tanto pronta, un potere di grazia tanto grande »; toccava con mano che Dio stesso aveva colpito il padre Rougier e che quella era la persona giusta. Seppe valutarne la tempra di ardente apostolo e non ebbe esitazioni: lui avrebbe fondato l'Opera maschile.

Il padre Rougier entrò così per sempre nella vita di Conchita. Fu l'appoggio sicuro, il consigliere delle Suore contemplative in un'ora difficile e delicata e, dopo aver tanto pregato e riflettuto, anche lui non ebbe alcun dubbio: quella chiamata era di Dio. La Congregazione maschile della Croce sarebbe nata. Per ispirazione di Conchita e per impegno di entrambi. Con la grazia dello Spirito Santo...

 

Nella desolazione

Conchita, come sempre, pagò molto presto e molto cara quell'ora di luce. Il 7 aprile dello stesso anno, mar-tedì santo, fu un giorno terribile per il suo cuore di madre. Era iniziato male quel giorno di primavera...

Durante la messa, lei era stata inquieta assai, e senza un vero perché, si sentiva stimolata a rincasare in tutta fretta.

Entra in casa. Respira: niente di anormale, per for-tuna. Tutto a posto. Conchita, grata al Signore, si di-spone ad eseguire le solite faccende. Dopo, si mette a cucire. Ma ad un tratto... una voce interiore che le dice: « Pedrito è nella vasca del giardino ». Ha la sen-sazione che egli la chiami - Mamita! -. Vorrebbe ri-dere delle sue paure, soffocare quell'accorata vocetta infantile, ma è costretta a ripetersi macchinalmente quella frase. « Pedrito è nella vasca... ».

Si alza, lasciando cadere il lavoro; in preda al ter-rore corre nel patio. I ragazzi, vedendola, le gridano: - Sì, mama, è qui! - e fanno cenni verso la vasca.

Conchita non vedeva Pedrito, non vedeva nulla; non si rendeva conto di ciò che avveniva. Si trovò col figlioletto tra le braccia, grondante, raggelato... Già ca-daverino! E non poteva darsi pace: pochi minuti prima era in casa, al suo fianco. E ora... annegato in maniera così strana, in una fontana così poco profonda; e non era incustodito: c'erano i fratelli, gli amici, e anche tre domestici vicino alla vasca; e nessuno l'aveva visto ca-dere in acqua? Com'era potuto avvenire?

- Ha detto che andava ad attingere un po' d'acqua per i piccioni! - spiegavano insieme i fratellini. E Conchita si sentiva impazzire. Lottò disperatamente per richiamarlo alla vita, ma il cuore di Pedrito non batteva più, gli occhi erano dilatati e senza conoscenza. Nell'anima lacerata dal dolore, la madre avvertiva an-che l'amarezza del rimorso. Non era stata colpa sua? Della sua negligenza? Se poi pensava a come glielo aveva raccomandato Pancho! Quante volte aveva ripe-tuto il nome di Pedrito, durante l'agonia... Come fosse presago!

Ma non trovava in sé alcuna responsabilità. I do-mestici, i fratelli, i compagni di gioco perché non si erano accorti del tuffo di Pedrito in acqua? Inesplica-bile volontà di Dio... E la dolente mamma dovette af-frontare tutto da sola: la visita del medico, per consta-tare il decesso; quella del commissario di polizia per stendere l'atto ufficiale. Sola e senza alcun conforto da parte di chi avrebbe potuto consolarla; il Signore le chiedeva una sofferenza totale: Conchita si era affret-tata ad avvertire la madre, ma questa poté venire solo dopo cinque ore. Anche il padre Félix poté giungere solo nella nottata, perché la lettera gli era stata conse-gnata tardi.

Conchita non trovò altro conforto che ai piedi del Crocifisso: prostrata, bagnandogli i piedi di lacrime, gli offrì il sacrificio del cocco di casa. Passò la not-te vegliando le piccole spoglie, ripetendo all'infinito: -- Sia fatta la tua volontà!

Né andavano bene, in quel periodo, le sue opere apostoliche. La fede del padre Rougier, come quella di Conchita, era fortissima e tale da resistere a tutte le calunnie presenti e agli attacchi futuri. Era nei disegni di Dio che il padre Félix diventasse fondatore e lui ne era ormai certissimo. Credeva nella signora Ar-mida anzitutto « perché lei aveva scoperto non solo la disposizione della sua anima, ma anche certi fatti della sua vita conosciuti solo da lui », perché « mentre lei parlava si era sentito investire di luce soprannaturale », perché « l'Opera di cui lei parlava gli sembrava eccel-lente », « perché era grandissima l'opinione che vesco-vi, teologi e competenti avevano di lei, della sua gran-de virtù, della materia dei suoi scritti spirituali ».

Quell'incontro era stato per il padre Rougier la prima chiamata alla nuova missione. Per provarne l'au-tenticità e meritarne il privilegio, egli aumentò la pre-ghiera, la penitenza e la fatica apostolica. Del suo cam-biamento tutti si accorsero. La sgnora Conchita mede-sima era sorpresa del lavorìo della grazia e della corri-spondenza di padre Félix, la cui fede - come lei ebbe a dire in seguito - era « più grande di quella di Abramo ».

Ma nell'anima del padre Rougier si era levata una tempesta che lo faceva molto soffrire. Da una parte si sentiva attratto verso l'Opera della Croce, dall'altra si riteneva incapace di accingersi all'impresa e ne temeva le logiche conseguenze. Doveva lasciare l'amata So-cietà in cui si trovava da 25 anni? E che avrebbero detto i superiori? Lo avrebbero chiamato folle e infe-dele? E avrebbe avuto, lui, la forza d'animo di soppor-tare tutte le incomprensioni e gli attacchi che si avven-tano, all'inizio, su ogni fondatore? E... ne era degno? Ma il padre Rougier sentiva che Dio voleva questo da lui e, da perfetto religioso, rese fedelmente conto ai suoi superiori dell'inatteso incontro in cui credeva di scoprire una particolare chiamata di Dio. E all'ini-zio del 1904, pensando che i tempi erano maturi, de-sideroso di far presto, insieme con la senora Armi-da scrisse la « Costituzione della nascita della Congre-gazione » e pose la prima pietra in un terreno avuto in dono. Ma un'opera simile, oltre che da virtù, capa-cità, volontà, esigeva di essere fecondata da molte sof-ferenze; e il padre Rougier non si faceva illusioni.

Tornò in Europa per parlare col padre generale dei Maristi, il quale giudicò diversamente e lo trattenne in Francia. Padre Félix avrebbe potuto chiedere la di-spensa dai voti ma, con ammirevole ubbidienza, volle sottomettersi e attendere in silenzio l'ora di Dio. Co-minciava il suo martirio morale, la grande mortifica-zione, l'ubbidienza spinta fino all'eroismo. Perché la volontà di Dio lui voleva vederla attraverso la volontà dei suoi superiori. Furono 10 anni di sofferenza in-tensa e segreta, in Spagna e in Francia, col divieto di scrivere alla senora Armida, alla quale naturalmente quella croce non pesava meno, e di parlare delle opere apostoliche... stroncate prima di nascere in terra mes-sicana.

Le difficoltà di Conchita si moltiplicavano, oppri-mendole il cuore. Difficoltà di apostolato e pene fa-miliari. La sofferenza e i distacchi erano ormai diven-tati il suo pane quotidiano. La vera desolazione. Dopo la morte di Pedrito e il rimpatrio di padre Félix, una notte sognò che la mamma (mentre lei sapeva che stava benissimo) era morta. Conchita accorse presso di lei. Era il 20 febbraio 1905; la cara, buona Clarita aveva avuto un attacco ed era rimasta 12 ore senza conoscenza. Ma il Signore le concesse il tempo di lu-cidità bastante per ricevere i sacramenti e salutare per l'ultima volta i suoi figli.

Era un'anima amata da Dio, aveva praticato molte virtù nascoste e la sua sofferenza era stata ignota a tutti. Morì fra le braccia di Conchita e il dolore di questa per tanta perdita fu grande. Eppure si era com-portata con tanta serena fermezza (era ben lontana la nina dicharachera y querendona!) che qualcuno osò di-re: « Conchita non ama più la madre ».

Quasi non bastassero tutte quelle pene, 8 mesi do-po, il 25 ottobre 1905, si spegneva, non ancora qua-rantenne, la carissima sorella Clara. Quella che le era stata sempre più vicina: erano nate alla distanza di soli quattro anni ed erano le due uniche sorelle che vivessero a Città del Messico (a 24 anni, Clara aveva sposato un bravo medico, Manuel Gallegos, e si era stabilita nella capitale, dove Conchita risiedeva da 5 anni), si erano sempre amate in maniera speciale e ave-vano le stesse inclinazioni.

Clara aveva carattere molto dolce e collaborava ge-nerosamente alle Opere della Croce, anche se la so-rella non le aveva mai scoperto la sua anima; con i ni-poti Armida, specie dopo ch'erano diventati orfani, era affettuosissima e generosa: non veniva mai in casa della sorella a mani vuote. Clara era morta im-provvisamente e Conchita si sentì strappare « un pezzetto della sua anima ». Visse ore di angoscia e di diso-rientamento.

Impiegò quei giorni occupandosi di casa Gallegos, cercando di far sentire meno penosa la mancanza di una donna come sua sorella, consolando il vedovo e 1'orfanella di soli 4 anni, che si chiamava come la ma-dre - Clara - e, come lei, era bella, dolce e intel-ligente.

 

La « grazia centrale

E in un continuo gioco provvidenziale di luci e di ombre, di arrivederci e di addii, sempre più sola nel-l'anima, Conchita avanzava verso Dio. Doveri del pro-prio stato (soprattutto cura dei figli) e apostolato della Croce. Attraverso una via di perfezione molto singo-lare Iddio trarrà Conchita fino alle vette più alte del-l'ascetica e del misticismo. « Non capisco - lei aveva detto nel 1905 a mons. Leopoldo Ruìz y Flores -, non capisco come il Signore si sia servito di questo po-vero strumento per farvi passare tante grazie ».

E che grazie! La « grazia centrale », in cui culmi-nano tutti i favori e alla quale il Signore l'aveva gra-datamente preparata, si attua il 25 marzo 1906.

Grandissima, straordinaria, la « grazia centrale » che il Signore promette a Conchita è una « incarnazio-ne mistica ». Di primo acchito, questa espressione può suscitare stupore, disorientamento; può lasciare persino sconcertati. L'incarnazione nel seno di Maria, che è opera dello Spirito Santo e si trova nel cuore della nostra confessione di fede, non è forse una realtà unica, irri-petibile? E allora, com'è possibile...?

Il concetto è troppo importante ed esige un oppor-tuno e illuminante chiarimento, che può venirci solo da un teologo o un esperto in materia. Mi avvalgo, quindi, di una limpida e accessibile spiegazione del padre Ro-berto de la Rosa, M.Sp.S. e postulatore della causa di beatificazione di Conchita. Come deve intendersi questa « grazia centrale »? « Il Signore - puntualizza padre Roberto - parla di una "incarnazione mistica", real-tà non fisica ma spirituale e che è grazia dello Spirito Santo. In effetti, in che consiste il mistero dell'incarna-zione? La fede ci dice che il Verbo di Dio ha fatto sua fino all'unità personale un'umanità formata per opera dello Spirito Santo nel seno verginale di Maria.

Che cos'è un'incarnazione mistica? è la presa di possesso di Cristo, nell'ordine spirituale, di un uomo non già in unità personale bensì in "unità di pienez-za d'amore", secondo la parola di Paolo: "Vivo, pe-rò non sono io colui che vive, e Cristo che vive in me". Questa unione spirituale di Cristo col cristiano ha inizio nel battesimo, ma deve consumarsi attraverso la purificazione e le virtù esercitate in grado perfet-to, in maniera tale che Cristo possegga tutta la mente, tutto il cuore, tutte le intenzioni di colui che si è di-sposto con generosità piena e assoluta all'azione trasfor-matrice in Cristo, che lo Spirito Santo realizza.

Qual e il fine di questo possesso spirituale di Cri-sto di tutto l'essere del cristiano? E' l'associarlo profondissimamente alla sua missione glorificatrice del Padre nella salvezza degli uomini. è fargli vivere in pienezza il suo sacerdozio battesimale. è far sì che il cristiano tra-sformato in Cristo sia con Lui sacerdote e vittima per salvare il mondo. L'incarnazione mistica realizza in ma-niera eminente il sacerdozio spirituale di tutte le mem-bra del Popolo di Dio ».

La « grazia centrale », quindi, è la chiave della dot-trina spirituale di Conchita e della sua vera missione nella Chiesa. Ora che abbiamo capito meglio in che co-sa consiste questa grazia eccezionale, la cosa ci sembra ancora più bella e più grande, e si capisce anche come, da quel momento, il diario di Conchita s'infittisca di te-mi sempre più vasti sulle verità della fede... Ma rima-ne un suggestivo mistero; e la cosa più sorprendente per noi è notare come, dopo questi eventi strabilianti, lei potesse riuscire a riprendere con spontaneità e natura-lezza i doveri più comuni del suo stato in una vita tan-to ordinaria. Alla conclusione del ritiro memorabile, il 30 marzo poteva agevolmente annotare: « Ora ritor-nerò a casa mia per adempiere ai miei doveri e rive-dere le mie creature che mi sottraggono un tempo che è tuo e per mantenere un certo contatto indispensabile col mondo. Ma poiché Tu lo vuoi, anch'io lo voglio... Sono venuta qui sola, riparto con Lui... ».

 

Tutta di Dio... tutta dei figli...

Proprio come desiderava Pancho. E ricominciarono le gioie e i dolori, con normalità. I figli in cima ai pensieri (dopo Cristo), Con infinito affetto e sollecitudine non comune, Conchita seguiva ciascuno di essi, rispet-tandone sempre la personalità. Massima cura aveva di quei due che dimostravano una salda vocazione reli-giosa. Manuel e Concha ebbero in lei non soltanto una madre ma una guida spirituale espertissima, vigile e amorosa.

Tuttavia, anche in queste cose, Conchita li lasciava liberi, avendo cura di non influenzarli. Infatti, lei che aveva sognato di vedere Manuel tra i Preti della Cro-ce... che dovevano nascere, lo vide invece entrare gio-vanissimo nella Compagnia di Gesù; accettò tutto con grande serenità e fu per lui di grande appoggio con la fitta corrispondenza che si scambiarono durante tutta la vita, sempre uniti da affetto umanissimo e divino insieme.

« Abbandònati al Signore, nella verità e con tutta l'anima, senza mai riprenderti - gli scriveva -. Di-mentica le creature e sopra tutte le cose dimentica te stesso... Non posso concepire un religioso che non sia un santo... Non bisogna darsi a Dio a metà... Prega sempre, prega molto per me... Ti ho avvolto nel manto di Maria sin dall'infanzia, ella sarà la tua Madre, amala senza limiti... Tieni i piedi per terra, ma la tua anima e il tuo cuore abitino lassù in cielo .

E i distacchi seguivano ai distacchi. Il 5 gennaio 1908 Conchita ebbe la triste notizia che Emilia, la so-rella maggiore, era gravemente malata. Avrebbe voluto correre a San Luis Potosì a cerrarle los ojos, ma aveva la figlioletta Lupe molto malata. Appena seppe che Emilia aveva lasciato la terra, partì immediatamente per il suo paese natale, dopo 12 anni che non vi ritor-nava. Amava la sua terra con naturalezza, senza reto-rica né campanilismo, vi si recava sempre con gioia e con affanno: li l'affetto scaturiva dalla solida tradi-zione; vi ritrovava le rocce e i cactus, la vecchia casa, il muro di mattoni, la terrazza, i corridoi, la culla, il suo sgabello, l'appartamento di ragazza, il pianoforte...

Lì era nata. Da li era uscita giovane sposa; e la sorella Emilia prima di lei, sposando don Ismael Sa-las, quando lei aveva circa 9 anni. Da quella grande carissima casa erano usciti per sempre il babbo, Con-stantino e Carlota. Ora a San Luis non c'era più nem-meno Emilia; e Conchita, dopo aver partecipato al fu-nerale, in preda al dolore più profondo, versò altre la-crime sulla tomba di papà Octaviano e di Carlitos. Dopo fece una visita a Jesus-Marìa dove poté vede-re come si era diffuso il culto dell'Apostolato che aveva avuto inizio quando lei aveva consigliato al fratello Octaviano di piantare la Croce nella sua hacien-da. Vedendosi attorniata dall'affetto di tutti i fratelli riuniti per la triste circostanza familiare, l'anima di Con-chita provò molta consolazione.

Altra consolazione grande il 30 novembre 1909, quando fu approvata da Roma la terza Opera da lei ideata, per i laici molto impegnati. L'aveva chiamata « Alleanza d'amore » e vi appartenevano le persone che nel proprio stato di vita s'impegnano a cercare la perfezione secondo la spiritualità della Croce.

In quello stesso anno, però, altro distacco per il suo cuore di madre, ma questa volta il dolore si fon-deva alla gioia: Concha sceglieva lo stato religioso.

La figlia prediletta specialmente dal babbo. Quanto dolore quando, all'età di circa 6 anni, un terribile male stava tentando, per la seconda volta, di strapparla al-l'affetto della famiglia!

Divenuta una ragazza splendida e virtuosa, Concha attirava uno stuolo di giovanotti profondamente in-namorati, attratti dalla sua grazia, e Conchita riviveva in lei la sua giovinezza. Ma Concha a 15 anni aveva già deciso di donarsi interamente al Signore, e al ter-mine di un corso di Esercizi ritornò a casa raggiante: - Mamma, ho scelto Cristo per sempre!

Cosa provare? Gioia, dolore, tutt'e due? Accom-pagnandola fino al tram che doveva trasportare la figlia fino all'Istituto che l'avrebbe accolta e protetta come un fiore di serra, la madre provò sensazioni inespri-mibili. Il 16 agosto 1909 scriveva nel suo diario: «L'ho seguita con lo sguardo mormorando un Ma-gnificat!».

Concha sarà, con Manuel, la creatura alla quale la mamma sarà legata intimamente con lettere continue e affettuose. Intanto, come in tutte le famiglie, in ma-niera molto normale, ogni tanto qualche virgulto si staccava dalla pianta-madre per continuare a vivere auto-nomamente. Il 2 agosto 1910, il primogenito dei fra-telli Armida andava sposo.

Era un fior di ragazzo: 25 anni, una bella figura, un fisico alto e snello, intelligente, sveglio, capace, ma soprattutto molto retto, uomo d'onore e grande cri-stiano: come suo padre; e come suo padre di tempera-mento impetuoso e infiammabile.

Alla morte del babbo, Francisco aveva 16 anni; ma aveva dimostrato molto coraggio e una grande saggezza mettendosi subito a lavorare per aiutare la madre a tirar su tutti quei fratelli, di cui molti piccolissimi. Per loro era un secondo padre. E poiché il secondogenito, Manuel, era lontano, anche se Ignacio prometteva di essere un ragazzo in gamba, a Conchita ora veniva me-no un valido sostegno. Però, contentissima del passo compiuto dal figlio maggiore, quel giorno gli scriveva: « Pancho, hijito muy querido... ».

« Pancho, figlioletto carissimo, non una benedizio-ne ma mille te ne vorrei dare, mio tesoro, in questo giorno, avvolgendo in esse tutte le grazie del cielo. Ho per grazia di Dio una gioia che poche madri possono avere: quella di portarti all'altare e offrirti alla sposa che la Madonna ti ha dato puro come ti ho ricevuto. Che fortuna andare, come giglio, come angelo a rice-vere la grazia del sacramento matrimoniale; oggi più che mai, sorriderà il tuo papà dal cielo, chiedendo per te un matrimonio santo...

Passi a un altro stato, figlio della mia anima, però anche in esso si può essere puri, ci si può santificare e formare anime, se Dio ti dà dei figlioli, per la sua gloria. Benediciamo il Signore per tanti benefici! Sei stato un figlio modello, e spero che sarai uno sposo cristiano, degno, innamorato e nobile, come lo fu tuo padre: così farai veramente felice Elisa, che con tanta bontà unisce la sua sorte con la tua, con la fiducia che si ha nel primo amore...

Quanto ho pregato il Signore perché ti desse una sposa che ti capisse e con la sua virtù addolcisse il tuo carattere: che conservasse nel tuo cuore i buoni semi che con affanno e sacrificio ho procurato di seminare nella tua anima: che ti sia compagna, che asciughi le tue lacrime, che ti sostenga nelle tante pene della vita, addolcendo col suo amore le tue amarezze e to-gliendo le spine dal tuo cammino!

Iddio si è degnato di ascoltare le mie povere pre-ghiere perché mai trascura quelle di una madre, e hai incontrato questo ideale sulla terra. Oggi vai a rice-verlo dalle mani della Chiesa, è un deposito sacro: sarà lei il centro della tua felicità, quella che formerà un fo-colare cristiano, che sarà la madre dei tuoi figli; rispet-tala, dunque, e amala, e stimala, che lei sarà quel che tu vuoi che sia.

Evita qualunque disgusto, e per conservare la pace in casa tua, e con la sua famiglia, nessun sacrificio ti pesi. Val meglio piegarsi che infrangersi; con prudenza, educazione e una certa condiscendenza, eviterai molti mali... Sii riconoscente, figlio mio, riconosci sempre con gratitudine la paterna tenerezza di Dio sopra di te, e dimostragli con opere la tua corrispondenza filiale, amandolo molto, osservando i suoi comandamenti, non vergognandoti mai di essere cristiano...

Voglio darti alcuni santi consigli, espressi direi dal cuore che più ti ama su questa terra. Conserva sempre la fede... ed educa in essa i figli che Dio ti darà, inse-gnando loro ad amarla e rispettarla, come la cosa più grande della terra. Con Elisa comportati con dolcezza, preferendo il convincimento e la ragione alla forza e al-l'autorità, e pensa che nel matrimonio è molto peri-coloso spegnere la fiamma dell'amore, del rispetto e della stima.

Non portare con frequenza amici a casa tua, però non cadere nell'odioso « cliché » del geloso, perché i mariti diffidenti fanno poco onore alla loro dignità. Con la famiglia di tua moglie, non usare troppa fami-liarità: una stima sincera, degna e costante, evitando disgusti anche se dovessi sacrificarti. Non aver mai per Elisa parole dure, men che meno offensive; quando sei adirato, calmati ai primi impulsi, e non ti pentirai mai.

Sii dignitoso con tutti, ma mai orgoglioso. Che la tua anima sia sempre pulita (ché la povertà non mac-chia né disonora) e sarai felice... L'economia evita nel matrimonio molte pene. Men che meno devi essere avaro: un giusto medio, conservando la tua posizione decente e decorosa, evitando il lusso anche se tu arri-vassi ad essere ricco. I poveri siano per te uno dei tuoi affetti ordinari, e Dio non ti mancherà mai.

Non abbandonare i tuoi fratelli, se io verrò a man-care, continua ad essere per loro il padre, come sempre hai rappresentato; abbi cura del loro avvenire, special-mente della loro anima, e Dio ti benedirà...

Passo a benedirti con tutta l'anima a nome di tuo padre e mio... Sii felice nel tuo matrimonio, e lo sarai, sempre che farai la volontà di Dio e la porti in mezzo al cuore. La tua povera madre che ti benedice. Concep. ».

Una intensissima vita familiare e una sorprendente vita mistica non impedivano a Conchita di occuparsi anche dei suoi fratelli. Tra lei e Primitivo, nato solo due anni dopo di lei, c'era molta affinità spirituale, e quando nel 1892 egli era entrato nella Compagnia di Gesù, Conchita aveva sentito molto il distacco. Dispia-cere superato dalla gioia di avere un fratello che faceva davvero onore alla Compagnia (sarebbe diventato uno dei più grandi missionari che il Messico abbia mai avuto).

Al contrario, Juan, nato due anni prima di lei, era... il figliuol prodigo di casa Cabrera. Lontano dalla chie-sa, e anche dalla famiglia; aveva avuto 5 figli e nes-suna fortuna, ed era finito in miseria. Il 5 aprile 1911 Conchita apprese che Juan era malato grave. Non lo vedeva da 14 anni ma, senza sapere come il fratello l'avrebbe accolta, volle andare ugualmente a trovarlo, sperando di occuparsi almeno della sua anima.

Lo trovò, con un figlio anche lui malato di tifo, in una casupola della periferia, senza neppure un ta-volino per preparare l'altare. Un colpo al cuore. Che miseria! Così si era ridotto il baldanzoso Juan? Meno male che lei aveva portato con se un po' di roba e del danaro... Addolorata per quel fratello così sfortunato e caro, lo aiutò a morire, contenta di essere riuscita a penetrare nel suo cuore indurito: Juan spirò, rispondendo alle sue preghiere, il 9 aprile 1911, a 51 anni. Tutti i fratelli si occuparono della sua sepoltura.

Il 19 gennaio 1912, invece, una grande gioia: Conchita realizzava la quarta Opera della Croce: la « Lega Apostolica », per i vescovi e i sacerdoti che vo-gliono vivere la spiritualità della Croce, con la missione di promuovere la santità sacerdotale e la diffusione delle Opere. Fu per Conchita un anno di attività e di grande fervore.

L'anno successivo, al contrario, un altro segno lut-tuoso avrebbe inciso un nuovo asperrimo dolore nel-l'animo di Conchita: il Signore le chiedeva un altro dei figli. I suoi tesori! Nell'ottobre 1908 aveva scritto nel suo inesauribile diario la preghiera che faceva per cia-scuno di essi:

- Signore, conserva a Pancho la sua rettitudine, il giudizio equilibrato di cui l'hai dotato. Che sia sem-pre uomo d'onore come suo padre...

- Signore, Ignacio mi dà preoccupazioni. E' così giovane e in mezzo ai pericoli...

- Signore, che Salvador impieghi la vivacità del suo carattere per il suo bene e per la tua gloria...

- Signore, che questa Lupe così piena di vita, così ben disposta alle virtù, non devii mai dal suo dovere...

- Signore, a Manuel e Concha, quelle due anime pure per le quali, dalla loro giovane età, hai scelto la parte migliore, accorda la perseveranza, sostienili nella loro vocazione...

- Signore, che i miei due angeli che sono nel cielo, Carlos e Pedro, ti assistano sempre presso il tuo trono...

- Signore, che Pablo sia tutto tuo. Sviluppa la sua umiltà e la sua ubbidienza...

E Pablo doveva essere tutto di Dio, ma non su questa terra.

Due giorni prima di ammalarsi, dopo cena, aveva detto: - Mamita, presto qui avrai un morto.

Cosa provò allora Conchita! « Che questo calice si allontani da me! - continuava a ripetere, agghiac-ciata e trepida -. Però la tua volontà sia fatta e non la mia ». Un magnifico giovane di 18 anni, candido e meraviglioso. Si ammala, e il 1° giugno 1913 riceve gli ultimi sacramenti.

- Non chieda la salute per Pablo, senora... - le dice il confessore, conscio della gravità della malattia. - Non conosce il male, e un'anima pura; lo lasci an-dare in cielo...

E il 27 di quel dolce mese, pieno di tepore e odo-roso di gigli, la provatissima madre si vede, per la ter-za volta, strappare di tra le braccia una sua creatura, mentre si abbandona tutta alla Madre dei dolori...

Conchita si sentiva mezzo distrutta. Quasi atter-rata. Ora men che meno qualcosa faceva pensare che Dio avesse scelto proprio quella vedova poco più che quarantenne, tanto modesta, dedita unicamente all'edu-cazione dei figli minori, per farne un'anima eletta che fosse guida e modello non solo per famiglie cristiane ma per comunità religiose. Però molti vescovi messi-cani, constatando i risultati dell'Apostolato della Croce, agognavano una Fondazione come quella delle suore

per il ramo maschile. Rivolsero per questo una peti-zione a Roma, adducendo come motivo l'urgenza di sacerdoti per il popolo messicano.

In un primo momento, da Roma il permesso fu accordato; ma dal Messico cominciarono ad arrivare notizie diffamatorie e calunnie, sicché, per l'approva-zione dei Preti della Croce, siccome si trattava di cosa legata a rivelazioni private, la senora Armida, per ordine della Congregazione dei Religiosi, fu invitata a scrivere un riassunto della sua vita, utilizzando il dia-rìo che teneva per obbedire al suo direttore spirituale, e spedirlo a Roma. Nonostante la sua umiltà e il suo pudore ne soffrissero molto, Conchita ubbidì e con grande semplicità manifestò tutti i segreti della sua anima all'autorità della Chiesa.

Il 2 marzo 1910, mons. Ramón Ibarra, arcivescovo di Puebla, infaticabile promotore delle Opere della Croce, aveva ricevuto una lettera di papa Pio X: si fa-cesse coraggio, perché un'opera gradita a Dio, malgra-do tutte le difficoltà, non poteva essere fermata da una opposizione. Ma si segnava il passo... Per affrettare questa soluzione definitiva, mons. Ibarra decise di ac-compagnare Conchita a Roma per un esame diretto, fa-cendo coincidere questa occasione con un pellegrinag-gio di messicani in Terra Santa.

 

Turista... pellegrina

Era un'occasione rara: un. viaggio lungo e impor-tante sotto tutti gli aspetti, che doveva durare ben 6 mesi. Un viaggio ispirato alla devozione ma anche al desiderio di visitare l'Europa e avrebbe avuto, quin-di, scopi culturali e turistici. Sicché Conchita volle por-tare con sé due dei suoi figli: Ignacio, già magnifico ventenne, e Lupita, splendida quindicenne, vispa, estro-sa, con un caratterino tutto pepe e una personalità tutta sua. Naturalmente, mentre la mamma era emo-zionata, tutta compresa della immensa importanza che comportava questo viaggio in Terra Santa, e soprat-tutto a Roma, dove si doveva decidere la « cosa » che più le stava a cuore, i figli avevano il morale alle stelle. In casa Armida non si parlava che di quel viaggio.

La partenza avvenne il 26 agosto del 1913; alle 6 del mattino, la comitiva da Città del Messico si diri-geva verso Veracruz. Lì, 1'indomani, Conchita trovò il figlio maggiore con la nuora Elisa, venuti per salu-tarla. Quando il vapore si staccò dal porto, lei provò un vivo dolore a separarsi dai figli e dalla patria. Fu una cosa indimenticabile: trentadue sacerdoti e due arcivescovi, mons. Ibarra e mons. Ruìz, intonarono il Veni Creator per implorare la grazia di un ottimo viag-gio su quei ferventi pellegrini messicani.

Il 30 agosto, arrivo a L'Avana: la senora Armi-da non può scendere con gli altri: sta male. Il viag-gio verso l'Europa si rivela subito piuttosto difficile: mare agitatissimo, burrasca; dieci giorni di viaggio che Conchita, nonostante il tremendo mal di mare, annota nel suo diario, stupita soprattutto dalla splendida vista dello Stretto di Gibilterra, passando da Cadice (la terra d'origine di suo marito) fino a Barcellona.

Il 22 settembre, l'aspra bellezza di Montserrat col celebre santuario mariano. Ma un attacco di appendi-site di Lupe costringe gli Armida a scendere e rag-giungere il gruppo dei pellegrini per Marsiglia, su di un vapore tedesco. Il 7 ottobre, arrivo ad Alessandria, treno rapido per il Cairo. Emozionatissima, Conchita ammira quei luoghi biblici di cui aveva sempre letto e sentito parlare, fin da bambina: palme, cammelli, be-duini; deserto, acque verdazzurre del Nilo, piramidi; aranceti, acacie e sicomori; ricordi di profeti, di schiavi e faraoni...

Al Cairo, interessantissima visita della città e della Università musulmana Al-Azhar, con i suoi 5 mila stu-denti che approfondiscono la conoscenza del Corano; le tombe dei Mamelucchi, Matarieh e i ricordi della Sacra Famiglia. Indescrivibile tramonto sul Nilo! Poi partenza dal Cairo per Porto Said. Un vapore turco fa approdare a Giaffa i pellegrini messicani, e il 13 otto-bre... Gerusalemme!

« Felice e grandissimo giorno della mia vita! Dio mio, sii benedetto! » annota Conchita. E quando, dopo aver attraversato « immense distese di aranci e di uli-vi » e incontrato « numerosi greggi con i loro pastori » ed essere passati « tra colonie ebraiche e luoghi sto-rici », si vede apparire la Città Santa, i pellegrini ca-dono in ginocchio e Conchita recita il Te Deum. Il giorno successivo, sparge lacrime di commozione sul Cal-vario, sul Sepolcro; contempla i luoghi dove ha tanto patito il suo Gesù. « Le emozioni si succedevano - scrisse - e il mio cuore era troppo piccolo per so-stenerle ».

Non meno commovente la visita all'Orto degli Uli-vi, alla Grotta dell'Agonia e, più tardi, agli altri Luoghi santi: Betlem, Ain-Karim... Il 22, addio a Gerusalem-me e partenza per Giaffa, Nazareth e altre località di Galilea, tanto care al cuore di tutti i cristiani.

« Nazareth domina tutto - scrive Conchita nei suoi appunti -: e la città della Vergine, il luogo dove si è realizzato il più grande dei miracoli, dove è acca-duto il fatto più importante della storia degli uomini e dell'universo; l'incarnazione di un Dio... Quello che ho sentito li, non sono in grado di spiegarlo... Non e per caso, mi disse il Signore, che sei venuta in questo luogo. La mia bontà ti ha attirata per darti una nuova grazia. Qui ti consacrerai in modo del tutto speciale alla Santissima Trinità... ».

Il pellegrinaggio in Terra Santa si conclude a Da-masco nel Libano e dopo... Beirut, Porto Saìd, Ales-sandria: si punta verso Roma! Brindisi, Napoli, Pom-pei, Capri, Sorrento: nomi celeberrimi, meraviglie della costa sud-italiana, da tanto tempo sognate. E finalmen-te... la Città Eterna! La patria della cristianità uni-versale.

« Qui - scrive Conchita - inizieranno i combat-tìmentì, con il trionfo o la disfatta delle Opere della Croce. Sarà il punto finale, definitivo. Ma perché du-bitare, se il Signore ha voluto che venissi? ».

Purtroppo, la sera stessa dell'arrivo, mons. Ruìz, che l'attendeva alla stazione, le dà cattive notizie. Ma Conchita spera contro ogni speranza, serenamente vi-sita Roma, piena di ammirazione e di stupore per la città dei Cesari, per la città dei martiri cristiani. Quanti ricordi, quanti sentimenti si agitano dentro di lei! Nel novembre del 1913 scrive: « Eccomi dunque vicina al Papa. Questo mi sembra incredibile. Desidero vederlo e tremo a questo solo pensiero. Dio mio, sono a tua disposizione sino al martirio, se questa è la tua vo-lontà ».

E il 17 di quel mese: « ...l'udienza privata col Papa era fissata per le 10,30 di stamani. Felice sorpresa... Non so quale emozione ho provato. Ero nel suo ufficio con mons. Ibarra, davanti a lui. Mi sono inginocchiata piangendo e lui mi ha parlato. Alla fine, mi sono ri-presa ed egli mi ha chiesto quello che desideravo. "Prego Sua Santità di approvare le Opere della Cro-ce". Ho formulato questo e lui mi ascoltava, senza ri-tirare la sua mano appoggiata contro il mio volto.

"Sono approvate, non abbia timore, le do una be-nedizione specialissima per lei, per la sua famiglia e per le Opere". E io: "Santissimo Padre, gli ho detto, non voglio essere un ostacolo per queste Opere. Mi si metta pure da parte e non si tenga più conto di me". "Ho parlato con Monsignore; tutto sarà regolato que-st'anno".

Mi guardava negli occhi col suo sguardo penetrante e dolce e io mi sentivo come fossi ai piedi di Nostro Signore. Più volte mi benedisse: "Prega per me", mi diceva. Posò la mano sulla mia testa e mi guardò lun-gamente. Ebbi l'ardire di prendere la sua croce pet-

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torale e di baciarla... Uscii raggiante e felice, rendendo grazia a Dio. Oh, data indimenticabile! Dio mio, sii benedetto! ».

Ma il colloquio temuto da Conchita era ancora da affrontare. Si trovò finalmente davanti a mons. Do-nato Sbarreti, segretario della Congregazione dei Reli-giosi, sotto una pioggia di domande: sul suo Paese, sulla sua vita, sulla sua famiglia, soprattutto sulle ori-gini dell'Apostolato della Croce e sulle religiose con-templative. Mons. Sbarreti le chiese anche se era dav-vero lei l'autrice di quei... volumi manoscritti arri-vati a Roma. Le domandò se scriveva davvero con tanta facilità e Conchita rispose di sì. « Anche se non co-nosco la grammatica » aggiunse; ma lui non volle cre-derlo.

Conchita aprì il suo cuore; con grande semplicità parlò delle rivelazioni e delle visioni, della Croce e dello Spirito Santo... di tutto; e concluse dicendo che non desiderava « essere né apparire impegnata con esse, che avrebbe obbedito in tutto e per tutto alla santa Chie-sa ». Il 17 dicembre scriveva: « La mia anima traboc-ca di allegrezza. Credo di sognare... Sono 18 anni che tu me l'hai annunziato... Quanti dolori, quante peni-tenze... Preghiere, calunnie, sentimenti di invidia, per-secuzioni e lacrime, tutto questo mi è costato. Ma è poca cosa... ».

Il 22 dicembre scriveva ancora: « Mentre pregavo davanti al Santissimo Sacramento, il Signore mi ha detto: "Ringraziami. Tutto è definitivamente conclu-so". E subito ho recitato il Te Deum ».

Ottenuto a Roma lo scopo principale, il viaggio di Conchita continuò serenamente attraverso le città più belle e più artistiche d'Italia: dopo una decina di giorni dedicati a Roma, a Firenze, a Padova, a Venezia, a Mi-lano... Poi in Francia! Lione, Paray-le-Monial, Parigi, Lisieux. « 19 gennaio. Sono andata a Lisieux a visitare la tomba di Suor Teresa del Bambino Gesù, il suo convento e la sua casa. Nevicava e faceva un freddo incredibile. Sono andata a ringraziarla perché, appunto, le avevo raccomandato le Opere della Croce... ».

21 gennaio 1914, arrivo a Lourdes. Indescrivibili le emozioni di Conchita. Davanti alla Vergine apparsa alla pastorella Bernadette prega a lungo e fervorosa-mente per le sue amate Opere, per i suoi cari rimasti laggiù, e per il « povero Messico ». Nel diario scrive: « Ci si sente così bene qui, all'ombra di Maria, che non si vorrebbe partire più ».

Invece, si prende il treno per la Spagna dove at-tende Manuel, il figlio prediletto, che può così festeg-giare con la mamma e i fratelli i suoi 25 anni e visitare con loro Loyola, culla del suo fondatore: Sant'Ignazio. Ore felici e indimenticabili! Ai margini di un ruscello, la mamma legge a Manuel il suo diario di viaggio. Ma arriva presto l'ora dell'addio... Il distacco. Fino a quando?

E dopo San Sebastian, Pamplona, Barcellona, Va-lenza, Cadice, Las Palmas, le isole Canarie... arrivo a Porto Rico (1° marzo) e poi L'Avana, Veracruz... Il 14 marzo di nuovo a Città del Messico, con la gioia di unga grazia grande: il permesso di tenere in casa un oratorio col Santissimo.

Primo pensiero di Conchita, correre ad abbracciare i figli. Poi, ai piedi di Nostra Signora di Guadalupe per ringraziarla. Da Roma è rientrata sollevata e ri-conoscente a Dio e alle autorità ecclesiastiche. La Croce aveva trionfato. Le Opere della Croce erano al sicuro! Ma, come d'uso, per ogni gioia il Signore le chie-deva una pena: subito al ritorno dall'Europa, Conchita apprese la morte del fratello Luis, il 10 settembre 1913, nella città natale. Aveva vissuto 27 anni con la buona e giovane moglie Carlota Wilson y Urquidi, aveva avuto 5 figli, tutti meravigliosi e pii: Luis era entrato nella Compagnia di Gesù, Guadalupe e Carlota erano diventare religiose del Sagrado Coraxón. Conchita non aveva rivisto più il caro fratello! Non le rimase che pregare per lui...

 

Nel cuore della persecuzione fiorisce la speranza

Sposa e madre, mistica, fondatrice, ardente in tutte le sue manifestazioni, Conchita era in sommo grado figlia del Messico, amato con tutta l'anima. Nella sua grande sensibilità, dovette soffrire più che ogni donna messicana la tempesta che si era avventata sulla sua nazione. Specie quando, nel 1914, la rivoluzione so-ciale si trasformò in persecuzione religiosa, il suo dia-rio di figlia attaccatissima alla Chiesa risonava di ac-centi dolorosi.

« Agosto 1914. Cominciamo questo mese nelle an-gosce della guerra, con in più una persecuzione che si avvicina. Non ho alcuna notizia dei miei fratelli che sono a San Luis, a Oaxaca e a Querétero ».

« 15 agosto. Giorno di angoscia. Vorrebbero re-quisire la Casa de la Crux (il convento delle contem-plative) come quartiere generale e come alloggio degli ufficiali. Oggi sono entrati ventimila càrrancistas, e ne entreranno tre o quattro volte di più. Ho provato nella mia anima una tristezza mortale, come se Satana fosse entrato nel Messico... La guerra contro la Chiesa si ac-centua. Il mio direttore spirituale si è dovuto nascon-dere. I preti si vestono in borghese. Si avvicina una persecuzione paurosa... ».

Le cose peggiorano di giorno in giorno. Oltraggi al nome del Signore. Rapine nelle case e nelle chiese; fucilazioni, rapimenti di ragazze, difficoltà di ogni spe-cie; espulsione di religiosi, confisca dei beni ecclesia-stici. La persecuzione, dopo Carranza, ingrossò con Obregón e Calles, per raggiungere il parossismo più tardi, negli annì 1926-1927. Con ìntrepìdo coraggìo, fa senora Concepci6n nascondeva spesso in casa sua ve-scovi, religiosi, suore, sacerdoti... E annotava: « Puebla in potere degli anticlericali... E' stata pro-fanata quella cattedrale così cara al mio cuore! Sono stati espulsi i canonici e bruciati i confessionali... In-cominciano gli oltraggi e si commettono orrori!... Men-tre mi lamentavo col Signore di ciò che accadeva a Puebla, egli mi ha detto: "La prova passerà!».

"Abbiamo già un grande numero di martiri. E' l'ora di soffrire e di preparare... Sperare contro ogni speranza il trionfo e la pace, che senza alcun dubbio Dio ci darà. Il Messico non perderà la fede finché re-sterà unito a Maria ».

La fede di Conchita era condivisa, oltremare, da un'altra anima grande: padre Félix Rougier. Dieci anni aveva trascorso in Spagna e in Francia, nell'ubbidienza assoluta, ma il Messico era costantemente nei suoi pen-sieri e nel suo cuore. « E' più facile che il respiro di un bimbo appanni il sole che io mi dimentichi del-l'Opera della Croce » pensava.

Passando dalla Francia, durante il suo viaggio in Europa, la senora Armida aveva tentato di mettersi in contatto con padre Félix, ma per essere al massimo fe-dele alla prova di ubbidienza, lui... riuscì a non farsi incontrare. Ma mons. Ibarra si precipita a Lione e chie-de ai Maristi di « imprestargli » padre Rougier per formare la Congregazione dei Preti della Croce e ottiene di averlo per soli due anni. Meglio che niente, per co-minciare. Poi... Dio provvede!

Era scritto Messico. E Messico era stato. Dieci anni d'esilio... finalmente nell'estate 1914 padre Rougier può compiere l'agognato viaggio, e il 10 agosto sta già davanti al vapore per Veracruz. I biglietti tutti esauriti, c'è posto solo sopra coperta della « Esperan-za ». Ma lui... è disposto a viaggiare persino « appeso a uno degli alberi maestri », pur di arrivare. E dopo infi-nite peripezie, l'ardimentoso prete francese rivede le so-gnate montagne messicane dominate dalla maestosa ci-ma del vulcano Orizaba... E il 14 agosto, a mezzogiorno, neppure lui sa come si trovi a Veracruz, in contempla-zione della innevata cima del Pico. Incontra mons. Fran-cisco Orozco, arcivescovo di Guadalajara, il quale...

- Lei sta sognando, padre Félix! - gli dice, sba-lordito -. I missionari rientrano in patria e lei vuole andare? Le chiese e i collegi si chiudono e lei vuol fon-dare?

- Sì, Monsignore. Nonostante tutto!

- Ma in Messico non solo non si può fondare niente; attualmente non si può esercitare neppure il mi-nistero. Per ora il Messico sta in agonia. Venga, venga con me e l'aiuterò.

- Attendo da dieci anni, Monsignore. E ho la cer-tezza che questa Congregazione deve nascere durante l'agonia della nazione.

- Padre Félix, umanamente parlando, è una pazzia voler iniziare un'Opera di questa natura in questo mo-mento; però, se è Dio che lo vuole, vada in pace... - conclude mons. Orozco, impressionato da tanta auda-cia e perseveranza. Solo creature guidate da Dio pos-sono cogliere nei momenti più drammatici i segni dei tempi e il pensiero di Dio.

Il 15 agosto, festa dell'Assunta, padre Rougier prende il treno per Puebla: spera d'incontrare mons. Ibarra; ma non c'è: è nascosto a Città del Messico a causa della persecuzione religiosa. La situazione è esat-tamente come gliel'hanno descritta: gravissima! E pa-dre Rougier arriva in momenti come questi?

Sicuro! Egli arriva a Città del Messico, si presenta a Monsignore; lo stesso giorno piomba in casa Ar-mida e...

- Eccomi, senora Conchita, sono pronto. Le mie idee in merito all'Opera della Croce non sono minima-mente cambiate. Non lo ha sempre detto anche lei che la Congregazione nascerà nell'agonia della Nazione? Non c'e tempo da perdere. Dopo dieci anni di attesa, ho solo due anni a disposizione per agire...

Il tempo di disporre bene ogni cosa e, il 25 dicem-bre di quell'anno, i raggi del sole che si leva sulla cima del Tepeyac illuminano un Natale memorabile. Lo scop-pio delle armi strazia con rombo continuo il cuore della notte. Tremule e pallide le fiamme dei ceri rischiarano la cappella de Las Rosas, vicino alla Basilica di Guada-lupe, dove ha luogo una cerimonia che ha carattere di cospirazione. Il gruppetto è entrato di nascosto: alcuni preti e suore, l'arcivescovo Ibarra in borghese, padre Félix, la senora Armida e, in prima fila, due gìovanì: Moisés Lira e Domingo Martìnez, i due primi novizi.

Sulle loro giovani esistenze si innesterà una pianta che germoglierà e darà grandi frutti. Tra il sibilo ester-no dei proiettili, nella cappella si leva il canto gioioso e possente: Veni Creator Spiritus! Dopo la messa, l'Ar-civescovo legge il Decreto papale. « Non è per caso, fi-glioli, ma è provvidenziale che i Missionari dello Spirito Santo... nascano il giorno in cui nacque Cristo... » dice.

Sì, un doppio Natale. Data significativa: da Maria è nato Gesù, dalla Madonna di Guadalupe nascono i Missionari di padre Félix e di Conchita, anche se per volere della Santa Sede non si chiameranno « Preti della Croce » ma « Missionari dello Spirito Santo », destinati da Dio a divenire, nella nostra epoca, gli apo-stoli di un rinnovamento del mondo con la Croce e sotto l'impulso dello Spirito.

Commozione indescrivibile per padre Félix, anche se proprio lui non potrà far parte della Congregazione, e per Conchita, la quale per questa sua quinta Fonda-zione ha tanto pregato e patito...

« Dammi molti sacerdoti e anime sacerdotali » - le aveva detto il Signore; ma aveva aggiunto: « Hai da soffrire molto... e con dolore hai da compiere grazie per

i tuoi figli. Il premio del tuo dolore sarà il cielo e molte anime ».

La volontà di Dio aveva trionfato. Era sorta l'Ope-ra che mancava; un'Opera prettamente sacerdotale, de-dicata specialmente alla direzione delle anime e alla santificazione dei ministri di Dio.

 

MISSIONE PROFETICA

La grande soledad

Inizia nell'esistenza di Conchita il canto della soli-tudine. Unitissima a Maria, specie nella partecipazione alla solitudine terrena della Madonna, per condividerne l'opera di mediazione tra Cristo e le anime.

Il cuore di Conchita è stato tutto dolore perché è stato tutto amore. E il culmine del dolore ha inizio il 2 febbraio 1917, quando il Signore le annuncia: « Ti ri-mane da percorrere l'ultima tappa della tua vita, imi-tando mia Madre per ottenere grazie per le Opere della Croce. Verranno su di esse delle tempeste come sulla Chiesa, ma esse trionferanno e saranno la tua corona. Coraggio e forza! Continua la tua missione, imita le vir-tù di Maria nella sua "solitudine", che fecero crescere in lei la sua unione con me, la sua adesione alla mia volontà e il suo desiderio di cielo ». E Conchita comincia a sperimentare la « grande soledad » perdendo, quel giorno, la sua illuminata guida, il vero padre della sua anima: Mons. Ramón Ibarra y Gonzalez, che l'aveva diretta dal 1912 sino alla morte, anima santa, grande teologo, avvocato, filosofo, vescovo di Puebla, personalmente apprezzato da Leone XIII.

« Ritornando dai funerali di mons. Ramón Ibarra - scrisse Conchita il 2 febbraio 1917 - la fronte ap-poggiata sul tabernacolo... il cuore lacerato, mi sono offerta alla volontà divina. Allora è cominciata per me la grande soledad e con essa l'ultima tappa della mia vita ». Il 16 novembre dello stesso anno scriveva: « So-no nella solitudine dell'anima più totale, è la volontà di Dio... Non capisco più nulla, sono in un caos... Che cambiamento si è operato in me! Vedo chiaramente che tutto passa, cambia, finisce; tutto quello che non è... La terra con tutte le sue cose, tutte, sono soltanto un appoggio per innalzarsi verso di Lui. Tutto si perde in Dio: gli amori, i dolori, i sogni, le speranze, i desideri, gli slanci, tutto, tutto scompare in Lui.

Se ripercorro la mia vita passata, se consulto il mio cuore, scopro i miei affetti. Essi sono passati. I suoi desideri più ardenti sono passati. Le sue vanità e per-sino le sue colpe e i suoi atti disordinati, i suoi ardori esagerati per questa o quella cosa, tutto questo è pas-sato, definitivamente passato. Ho molto amato mio ma-rito. è passato. Ho desiderato ardentemente essere re-ligiosa, ora tutto mi è indifferente: essere o non essere, morire là, o morire in un cortile miserabile, nella mia casa, sola o circondata, amata o aborrita o disprezzata. Non ho più che un desiderio: che si compia in me la volontà divina ».

E tuttavia, rimaneva sommersa da tutti i suoi do-veri e dai suoi affetti. Sempre più attaccata, però in una maniera tutta diversa: più avanzava nella sua unione con Dio, più i suoi affetti erano trasfigurati in Cristo. Ma, col suo « cuore di carne », come lei soleva dire, era sensibile anche alle più piccole e comuni cose della vita.

Amava allo stesso modo tutti i suoi figli e li se-guiva ciascuno nel proprio itinerario, rispettandone la personalità. Era santamente orgogliosa di loro. « Non sono degna dei figli che Dio mi ha dato » diceva. E voleva che avessero una educazione perfetta e completa su tutti i piani: religioso, culturale, sociale e finanche profano; esigeva per essi ottimi collegi e scuole, e si imponeva sacrifici per farli frequentare dai Gesuiti e dalle Dame del Sacro Cuore. Poiché dopo la morte del marito le possibilità non erano molte, trovò sempre nel fratello Octaviano, uomo importante e facoltoso, un so-stegno prezioso. Anche Panchillo, il figlio maggiore, l'aiutò molto nel difficile compito.

La sua affettuosa prudenza di madre la rendeva capace di correggere i figli con energia ma sempre con serenità; e siccome - malgrado il molto tempo donato all'apostolato e alla sua medesima spiritualità - mai lei trascurava il minimo dei doveri familiari, nessun fi-glio deviava dalla buona strada. Certamente, sei figli era-no ancora per lei fonte di molte gioie e preoccupazioni.

« Sono incantata dalle virtù di Concha, ora suor Teresa di Maria Immacolata - aveva scritto nel diario il 17 gennaio 1915 -. Sono diventata rossa di vergo-gna nel vedermi già vecchia e senza virtù, mentre lei è cresciuta come un gigante ». E il 23 ottobre 1916, quan-do Concha, o suor Teresa, pronunciava i voti perpetui, la madre scriveva: « Ho provato una gioia ineffabile, una umiliazione profonda e una gratitudine senza li-mite ».

Nel 1919, invece, doveva venirle da Manuel una grande pena « umana »: aveva appreso che gli era stata amputata una parte di un dito della mano destra: avrebbe potuto diventare più sacerdote? Conchita ri-cordava con nostalgia... Mentre Manuelito nasceva, mo-riva un prete e lei aveva offerto il figlio al Signore per-ché, un giorno, lo sostituisse... E Manuel aveva aspirato a questo fin dall'infanzia. Quando lui aveva circa 7 anni, il babbo, a tavola, aveva detto ai figli: « Ho fretta che cresciate, chiquitos [ = bambini], per aiutarmi a soste-nere le spese di casa ». Manuel aveva risposto subito: « Io ti aiuterò sì, papà, ma sul piano spirituale, perché non sono nato per guadagnar danaro, che è cosa di que-sta terra e vanità ».

Si erano guardati negli occhi, Pancho e Conchita, sorpresi di questa risposta. Che poi si doveva avverare: perché il loro terzogenito era buono, gioioso, docile, af-fettuoso fino all'esagerazione, e soprattutto pio: nel 1908, non ancora ventenne, era diventato gesuita e viveva in Spagna. Ed ora?

Ora, per ottenere da Dio (nonostante... il dito) la grazia del sacerdozio, Manuel aveva offerto al Signore un sacrificio che sarebbe pesato sul suo cuore ma forse ancor più su quello della madre: aveva deciso di non tornare mai più in patria. E Conchita non lo avrebbe rivisto sulla terra...

« Triste notizia, vero, mamita? - le aveva scritto allora -. Sì, se si considerano le cose soltanto dal punto di vista della carne e del sangue... So che pian-gerai leggendo questa lettera. Le tue lacrime cadranno nel più profondo del mio cuore di figlio che ti ama. Unite alle mie, tu saprai offrirle al Signore... Mamita carissima, sei tu che mi hai indicato la strada... Che Dio mi conceda di andare avanti... senza lasciarmi fermare dal sacrificio della sola cosa che possiedo, la mia vita, per la gloria di Dio e la salvezza delle anime... Sai, ma-mita, lungi dal diminuire con l'assenza, l'amore cresce... E tu, indimenticabile mama, manda la tua benedizione al tuo Manuel, affinché, nel suo sacrificio, la sua gioia sia perfetta». La sofferenza di Conchita è indicibile. Ma soffre e accetta da par suo, scrivendo nel suo diario: « ...con l'aiuto di Dio ho accettato e offerto questo sacrificio di non vederlo più sulla terra, anche quando potrò an-dare in Spagna. Ho rinunciato alla gioia di assistere alla messa della sua Ordinazione, di ascoltare la sua predica, di ricevere la comunione dalle sue mani... Che il Signore si degni di accettare il mio povero e imper-fetto sacrificio che fa sanguinare il mio cuore di madre. Non sono degna di un simile figlio! » (giugno 1920).

è una specie di gara di generosità e di eroismo tra la madre e Manuel, il prediletto. Conchita ha tanti figli spirituali (i Missionari dello Spirito Santo), il suo vero figlio... non lo avrà mai. Patisce, offre e paga. Poi scri-ve a Manuel un capolavoro di lettera, come solo lei poteva fare.

Due anni dopo, il figlio sarà ordinato sacerdote; e la madre è felice... da lontano. Prega e piange. Alla data fissata, si alza nella notte, tenendo conto della diffe-renza di orario tra Messico ed Europa, per assistere col pensiero e con l'anima alla prima messa del suo Manuel. Col quale inizia un fitto e intimo scambio di lettere... fino alla propria morte.

Così come appassionata e fittissima (centinaia di lettere) era la corrispondenza con Concha, che lei con tanta fantasia chiamava in diversi e graziosi nomi: Mi Concha de jesùs, Teresa de Marìa, hijita de mi alma, hija mia muy amada en el Senor, querida sor Teresa de jesùs y mia, Terita, Tere de mi corazón...

« Ti voglio oggi parlare dell'amore - le scriveva nell'agosto 1923 -. La santità, dice san Tommaso, non consiste nel conoscere molto, nel meditare molto, nel pensare molto, ma nell'AMARE MOLTO! Gesù non è amato, e tu hai per vocazione scelto di amarlo per mille anime ...Ama, ama, però con amore di umiltà, perché noi siamo santi per quanto noi siamo piccoli ».

La vita di Conchita si avvia sempre più verso la solitudine. Nel 1919 si sposa il figlio Ignacio. Nel 1923 si ammala seriamente il padre Rougier. Il 4 aprile di quello stesso anno, Conchita perde uno dei suoi fratelli più cari: José, detto per affetto Pepe.

« Era un santo occulto - disse allora lei -. Un martire del corpo e dell'anima ». Pepe aveva infatti sof-ferto atrocemente a cagione dell'udito fin da quando aveva 8 mesi, ed era stato operato più volte, invano. Aveva anche tribolato per un piede malato e gli era stata amputata prima una gamba, poi l'altra. Allora la fidanzata lo aveva lasciato, sposando un altro, e il gio-vane aveva dovuto ingoiare anche questo dolore.

Pepe era rimasto accanto alla mamma, sicché alla morte di questa si era trovato solo; ma aveva superato pene e solitudine serenamente, perché aveva cuore mol-to amoroso, rassegnazione e pazienza eroica. Tempera-mento attivo, ottimista, socievole, aveva sgominato la disperazione della solitudine; aiutava gli altri, anzi, quando poteva, e non chiedeva niente. Soltanto quando si aggravò, Pepe accettò l'ospitalità del fratello Octa-viano, fino agli ultimi suoi giorni. La morte di Pepe riaprì molte ferite nel cuore di Conchita. Ma una nuova e ben più profonda se ne doveva incidere presto... Concha! Suor Teresa...

Dopo pochi anni di vita santamente vissuta in con-vento, Tere si ammalò gravemente e si spense, tra do-lori fortissimi in tutto il corpo. « Ieri, 19 dicembre, all'una e tre quarti del pomeriggio, Teresa è morta! - scrive Conchita nel diario il 20 dicembre 1925 -- Dio del mio cuore, sii mille volte benedetto! Dopo ven-tinove giorni di sofferenze acute in tutto il corpo, è morta la figlia della mia vita... Fu un angelo, una vit-tima, una santa

E nel diario di questa provatissima madre si sus-seguiranno date di distacchi e di addii. Sempre più sola!

Uno dopo l'altro, i figli si staccano da lei: si sposano, a breve distanza l'una dall'altro, anche Guadalupe e Salvador. E' la legge della vita; accade in tutte le famiglie; ma l'anima di Conchita si va colmando di buio e di gelo.

Conchita soffre... I figli l'amano con tenerezza, la circondano di cure, ma hanno ormai la loro famiglia, il loro lavoro, le loro preoccupazioni. Anche il suo apo-stolato, dal lato esteriore diminuisce. La sua è ormai più che altro opera di preghiera e di donazione totale. Dio le ha chiesto il distacco da tutto e da tutti; vuole che attraverso la sua solitudine misuri la solitudine e la desolazione di Sua Madre. Solitudine del cuore, soli-tudine dell'anima. In apparenza, distacco persino da Dio: anche Gesù si sentì abbandonato dal Padre, sulla croce... e si lamentò!

In questi anni tremendi, Conchita riceveva l'appog-gio di alcuni vescovi e sacerdoti che avevano capito la sublimità della sua anima eletta e la validità delle sue Opere. Mons. Leopoldo Ruìz y Flores, arcivescovo di Morelia e delegato apostolico, ad esempio, fu per lei padre pieno di bontà, protettore speciale. In tal modo le Opere di Apostolato, pur se in tempi tanto difficili, avanzavano; ma ad ogni passo costavano a Conchita un dolore speciale: morte prematura dell'amatissimo spo-so, morte di Pablo, di Pedro, di Concha... Umiliazioni e calunnie le venivano dalle sue stesse Opere, talora anche da parte dei buoni.

E le durissime penitenze fisiche (per volere divino mai notate dai familiari) alle quali ancora Conchita si sottoponeva, erano niente rispetto all'aridità, al mar-tirio del dubbio, al silenzio di Dio da cui era ormai af-flitta. « Ti prego e non mi rispondi! Ti cerco e non ti trovo! », gemeva la poverina. Quasi lei stessa non si riconosceva.

Dopo il matrimonio di Salvador, una nota tristis-sima nel suo diario: « Ora tutto è finito per me, Dio mi ha dato nove figli, e me ne ha ripresi nove. Sia benedetto! Gli uni religiosi, gli altri morti o sposati, tutti, uno dopo l'altro sono stati strappati al mio materno cuore. Mi sono spo-gliata di dieci "letti", compreso quello di mio marito, ed eccomi ora sola, sola. Ma no, non sono sola, possiedo Cristo che non muore, che non si allontana e che non mi abbandonerà mai. Una madre, per i suoi figli che si sposano, non è più che un supplemento di tenerezza; ma la loro madre è felice del suo sacrificio; nella sua solitudine si rallegra della felicità dei suoi figli ».

Pene morali e sofferenze fisiche: quando non c'era malato qualcuno dei suoi cari, c'era lei. Conchita si am-malava spesso. Il 28 giugno 1928, sentendosi in fin di vita, scrisse ai suoi figli una stupenda lettera-testamen-to: « Si me muero... ».

« Hijitos mìos, Pancho, Ignacio, Salvador e Lupe... Se muoio, se a Dio piace già chiamarmi, vi raccomando di restare autentici cristiani validi e pieni di fede, senza rispetto umano, praticando con fedeltà gl'insegnamenti della Chiesa, fieri di appartenervi. Abbiate cura di adempiere ai suoi precetti. Siate generosi con Gesu che vi ama tanto, al quale dovete tanto e che vuole salvarvi. Vi prego di trasmettere la vostra fede ai vostri figli, con i vostri insegnamenti ed esempi, non indietreg-giando davanti al sacrificio per assicurare loro un'edu-cazione cristiana, curando in maniera particolare di for-mare la loro anima e di istruirli nella religione. Al di sopra di tutto vi raccomando l'unione, l'unione, l'unio-ne... ».

Ma Conchita non morì: la sua sarebbe stata una lunga solitudine. Una sofferta e totale solitudine lunga vent'anni!

 

Una penna per infiammare il mondo

Un simile esempio di donna doveva per forza tra-scinarsi dietro molte anime. Altre madri volevano di-ventare come lei, fare come lei. Entravano nella sua casa per capire cosa vi succedeva... Avevano ascoltato i vagiti dei suoi bambini, l'avevano vista dondolare la culla, nutrire le sue creature; avevano ascoltato il suo pianto per il marito e i figlioletti che la morte prema-turamente le aveva strappato, e il suo riso per le gioie di quelli che avevano trovato l'amore, si erano formati una famiglia, godevano e soffrivano come ogni normale famiglia umana.

La vedevano pregare con fervore, parlare con chia-rezza e convizione, agire con impegno e dignità, evi-tando sempre le discordie e gli scandali. Vedevano un focolare benedetto in cui regnava Dio. E cominciarono a chiedere a Conchita come faceva, come si poteva, cosa si doveva fare per migliorare il loro matrimonio, santi-ficare la loro famiglia. Com'era riuscita così bene, lei, col marito, coi figli, coi parenti, coi domestici, con tutti? C'era un segreto?

C'era! E lo si poteva scoprire, vedendola vivere: Conchita voleva piacere a Dio. Era l'unico esempio da seguire, per chi voleva intraprendere una profonda vita cristiana nell'ambito familiare.

Molte famiglie desiderarono aprire la porta a Dio. Dio in tutto! Come sarebbe stato bello raggruppare queste anime volenterose in un movimento, un'équipe a disposizione della quale lei con entusiasmo e sincerità avrebbe messo a disposizione le sue esperienze... Come sarebbe stato fiero di lei, Pancho! Conchita cominciò a sognare...

Molte anime si avvicinavano a lei nella speranza di perfezionare o almeno salvare la loro unione matrimo-niale. Costruire famiglie modello. E allora Conchita, or-mai in età avanzata, molto maturata e martellata, e sempre in linea con Cristo e con la Chiesa, nel 1935, prima di concludere la sua intensissima esistenza, si impegnò nella fondazione della Crociata di anime vitti-me in favore della famiglia. Nel proprio stato di vita, esse si sarebbero offerte, nella stessa spiritualità della Croce, per la gloria del Padre e per espiare le colpe nel matrimonio e nella società.

Ed ecco Conchita aiutare i compagni di équipe a capire come si porta la croce quotidiana, come si vive il quarto mistero doloroso del rosario, avanzando verso il Calvario col legno sulle spalle, ma in vista della resurrezione e della gioia eterna. Piccola grande croce, sep-pure scelta ed amata, quella di una madre di famiglia. Perché non trasformarla in motivo di speranza, in mo-neta eterna per meritare il cielo e per salvare altre anime?

Conchita si era chiesta spesso: « Io non sono nata per questo stato. Perché Nostro Signore non ha per-messo che fossi religiosa? ». E Dio glielo aveva detto più volte: « Tu mi darai molti figli... Tu sei nata per essere madre spirituale... di molti figli e io ti ho prepa-rata per quello... Per mia volontà ho voluto che fossi madre, perché l'amore sovrabbondante del tuo cuore si sviluppi in favore dei sacerdoti... Ho i miei fini che non conosci... ».

« Essere madre ». In queste due parole si compen-dia tutta la vita di Conchita e si racchiudono tutti i disegni di Dio su questa umile grande donna messicana. Per gli alti fini di Dio, perché brillassero maggior-mente il suo amore e la sua gloria, per dimostrare che il laicato, il matrimonio non sono incompatibili con gli obblighi di pietà e non impediscono l'unione con Lui, per la santificazione di tante anime, per l'espiazione dei peccati contro l'amore, contro la purezza, contro la vita...

Conchita non sa di essere, in questo senso, una pio-niera. Non sa, e solo più tardi il Signore le svelerà i suoi disegni d'amore, le farà capire di averle dato una missione nuova, di segno profetico per i nuovi tempi: la santità e la fecondità nella Chiesa di una donna se-colare e sposata, e madre di molti figli. Conchita allora si mette a completa disposizione, conscia della propria miseria ma anche degli straordinari favori celesti, e cor-risponde con la preghiera e con la sofferenza, in tutti i modi e in qualunque istante, con il lavoro e anche con gli scritti. Scritti che, come dice padre Philipon, suo biografo, « sono un messaggio spirituale per l'intera Chiesa e per tutti gli uomini di oggi ».

Conchita è la mistica della Chiesa che ha scritto di più. Un'opera immensa: più di 100 volumi sono stati sottoposti all'esame per il processo di canonizzazione introdotto in data 29 settembre 1959. Il suo Diario spirituale (la Cuenta de conciencia) con i suoi 66 volumi costituisce un insieme più vasto della Somma teologica di san Tommaso. Senza contare gli scritti vari, le lettere, che sono un'infinità...

Nessuna preoccupazione letteraria la spingeva, tan-to meno la minima ombra di vanità. Lei supplicava i direttori spirituali di distruggere quanto per obbedienza aveva scritto, ma si opponevano recisamente. Nel 1929, mons. Martìnez, suo ultimo direttore, le scriveva: « Né lei, né alcuno conosce i tesori spirituali contenuti nelle Confidenze. Molti uomini e molti anni saranno neces-sari per utilizzarli.... Io credo che lei stessa non può rendersi conto delle ricchezze racchiuse nel Diario... Fin-ché sarò suo direttore non le permetterò di distruggerne una sola pagina ».

Il temperamento mistico era la caratteristica di Conchita. Non aveva ricevuto una formazione letteraria o teologica, ma amava molto la lettura; leggeva soprat-tutto per nutrire il suo spirito. « Nei libri mistici ho trovato il riposo, la luce e la distensione » scriveva il 1° aprile 1894 nel suo Diario. E scrivere le piaceva. Aveva sempre sperato di farlo. Una volta aveva chiesto a santa Teresa d'Avila, che ammirava moltissimo, la « grazia di scrivere ».

Padre Alberto Mir, suo primo direttore, le ordinò di tenere un Diario, le proibì ogni lettura spirituale, salvo l'Imitazione di Cristo, e le proibì di rileggere quello che aveva scritto. Il Signore stesso le mise la penna in mano: « Scrivi, scrivi, se vuoi darmi gloria. Scrivi, voglio che tu scriva... perché lo voglio io. Quando io non lo vorrò, anche se tu lo desiderassi, non potresti farlo ».

E Conchita: « Permettimi di dirti una cosa: ho paura di trascurare i miei doveri ». Ed ebbe una precisa rassicurante risposta: « Se vedessi questo, non te lo ordinerei. Cerca il tempo, puoi farlo, sistema, prevedi e ordina, fa' tutto quello che puoi da parte tua e poi scrivi e prega » (marzo 1894).

« Domandami una vita lunga per soffrire molto e scrivere molto... E' questa la tua missione sulla terra... Tu sei destinata alla santificazione delle anime, special-mente di quelle dei sacerdoti... Fa' amare la Croce at-traverso il regno dello Spirito Santo » (29 giugno 1903).

Inondata da Dio di eccezionali doni di sapienza e di esperienze mistiche che lei avrebbe voluto tenere na-scoste, scrisse per obbedienza ed è evidente nella sua attività di scrittrice un intervento speciale di Dio. « Questo non è di una donna - disse un cardinale messicano, davanti alle decine di migliaia di pagine, che non trattano solo della relazione dell'anima con Dio ma di tutti i più grandi temi del cristianesimo -, ma di una persona ispirata da Dio ».

« Per la profondità e sublimità dei suoi scritti - ag-giunge padre Philipon - Conchita è l'emula di una Caterina da Siena e di una Teresa d'Avila. E' lo straor-dinario nello straordinario ».

Tra le grandi anime di laiche che hanno scritto, Conchita spicca per la mole delle sue opere, l'alta qua-lità, la dottrina teologica e spirituale che contengono. Ammirevole la sua vita, straordinaria la sua dottrina. Stile infuocato, precisione dogmatica dei più alti mistici. Scriveva per ispirazione cose che lei stessa non capiva sul Verbo, sullo Spirito Santo, sulla Trinità, sul Sacerdozio, sulle relazioni dell'anima con Dio, affron-tando i grandi temi del cristianesimo: Dio, Cristo, Ma-ria, il mistero della Chiesa, il senso eterno di tutta la vita umana; scritti nei quali all'esame delle autorità ecclesiastiche non risultò disaccordo con la dottrina del-la Chiesa che lei amava « più della vita », e alla quale voleva in tutto « sottomettersi senza riserve, con tutto il cuore ».

Scritti che sono una ricca fonte per chiunque voglia attingervi, perché, come con la vita così con gli scritti, Conchita si rivolge a tutte le categorie: sacerdoti é ve-scovi, laici e sposati, piccoli e adulti, ricchi e poveri, santi e peccatori.

Ma se era già prodigioso che una donna per certi aspetti comune e di non eccelsa cultura potesse spin-gersi agevolmente sino alle più sublimi elevazioni mi-stiche e teologiche, è ancora più sbalorditivo che lo potesse fare contemporaneamente alle cure quotidiane, alternandole persino alle ricette di cucina di perfetta padrona di casa, senza sforzo e spesso con passaggi bruschi.

La maggior parte dei suoi scritti sono del tempo della vedovanza, ma Conchita scrisse molto anche da giovane, quando non poteva nemmeno sedersi allo scrit-toio, tante erano le occupazioni materiali; e il Signore... passava a suo piacere: lunghi mesi senza dire nulla; poi interveniva all'improvviso e Conchita doveva scrivere, scrivere... In certe ore si sentiva addirittura stanca e francamente annotava nel diario: « Vorrei non scrivere più, dimenticare tutto, voltare pagina e cambiare vita... Ma mi domino, con la grazia di Dio. Mi rinnego senza pietà e vado avanti, dovessi pur morire nella lotta » (26 marzo 1897).

Vanità? Speranza di successo? Anche il padre Félix presto si rese conto delle qualità letterarie di Conchita e la entusiasmò all'apostolato della stampa, in modo che le anime potessero approfittare delle luci che Gesù le ispirava; 46 opere stampate di Conchita, alcune tra-dotte in varie lingue (e oggi rieditate) circolavano in vari Paesi di Europa e di America nei primi decenni del nostro secolo. Ma lei non teneva assolutamente alla sua fama; solo voleva fare del bene. Invece di firmare col suo nome, ricorreva a questo artificio: faceva allu-sione a qualcuna delle sue opere precedenti di modo che nessuno la identificasse. Lo pseudonimo più cono-sciuto era: « Por el autor de Ante el Altar », che è il titolo del libro che ebbe maggior diffusione. Altro pseudonimo delle sue prime pubblicazioni rivela la sua umiltà: « Opùscolo escrito por una pecadora arrepen-tida ». Godimento personale? Si sentiva addirittura « crocifissa » alla sua penna...» « Tu sarai madre di un grande numero di figli spirituali, ma essi costeranno mille martirii al tuo cuore » (29 giugno 1903).

Anche il martirio della penna, certamente...

 

Ma chi è questa Senora?

« La mia vita scorre davanti a me come un film - scriveva Conchita negli ultimi suoi anni -: gioie e sofferenze, il mio matrimonio, i miei figli, le Opere della Croce... ».

Una vita densa di amore e di dolore, tutta piena di opere e di... Dio! Ma cosa pensavano di questa di-stinta e normale dona Concepcion Cabrera de Armida, coloro che la conoscevano e l'avevano sempre davanti? Come la vedevano? Ormai era nota a molte persone, le autorità ecclesiastiche ne avevano una grande opi-nione: vescovi, sacerdoti e religiosi la veneravano, l'ave-va approvata persino il papa. Ma gli altri, la gente co-mune, la famiglia stessa che ne pensava? Avevano intuito la profondità della sua vita cristiana?

Non sembra proprio. Ha un fondo di verità il pro-verbio che dice: « Non ci si accorge del fiore che ci sta sempre sotto gli occhi ». Del resto, lei stessa si riteneva una donna comune di cui certamente non avrebbe dovuto occuparsi la storia. La sua bellezza spirituale era tutta interiore: nessuno sospettava quali rari tesori lei si chiudeva dentro. Solo dopo, quando si cominciò a parlare di virtù eroiche, i parenti capirono e se ne meravigliarono. « Dicono che è una santa! - qualcuno mormorò perplesso -. Chi lo avrebbe so-spettato? Perché non me lo dissero prima? ». Un'amica di San Luis Potosì esclamò addirittura: « Concha san-ta?! Qué va! Se andavamo insieme a ballare a "La Lonja"! ».

Nessuno dei suoi figli si sarebbe sognato di pensare che la mamma vedesse il Signore e parlasse diretta-mente con Lui: nessuno la vide mai in estasi; nella preghiera appariva come una qualunque persona molto devota, senza alcun atteggiamento di esagerazione, senza collo storto e mani sul petto. Tra i suoi cari amava pregare semplicemente: le normali orazioni, il rosario... come ai tempi dell'infanzia, con papà. Molte volte par-lava a Dio addirittura cantando canzoni popolari, ac-compagnando da sé, al piano, i motivi che le piacevano, sostituendo le parole; o magari eseguiva inni composti da lei stessa per l'Apostolato della Croce. La sua devo-zione era apparentemente ordinaria, tanto che una volta una ragazzina, dopo avere assistito alla messa vicino alla senora Concepción di cui aveva tanto sentito par-lare, le si avvicinò e le chiese: - Senora, cómo reza, usted?

Era per la curiosità di conoscerla e vederla in ora-zione; Conchita mangiò la foglia e non si lasciò intrappolare: pregò con la piccola impertinente alla maniera delle « vecchiette » di una volta e la ragazzina la guar-dò stizzita: le cose semplici non interessano nessuno. Ma quando pregava, Conchita pregava davvero, con-versando intimamente col Signore, specie durante la comunione: allora, sì, talvolta la gente ci faceva caso e rimaneva sconcertata.

Conchita pregava continuamente, anche mentre la-vorava, mentre gioiva e soffriva, mentre era tra i suoi figli, e persino al teatro o a « La Lonja », ma soprat-tutto la notte, quand'era sola. A volte le bastava star vicino a Lui, senza parole, senza particolari sentimenti: felice solo di starGli accanto. Le grandi intimità e le rivelazioni non erano il pane quotidiano, piuttosto le rare chicche che addolcivano l'amaro delle frequentis-sime aridità. Conchita godeva della presenza di Dio, non avrebbe mai smesso di pregare, ma era capace di spezzare bruscamente il più dolce istante di raccogli-mento, se il dovere la chiamava.

Della Eucaristia non poteva fare a meno da quando, sedicenne, aveva cominciato a comunicarsi tutti i gior-ni. Era tale il desiderio di ricevere Gesù che una delle volte in cui, molto malata, non poté farlo, sognò che un angelo le dava la comunione e, svegliandosi, provò lo stesso effetto che per la comunione sacramentale.

Arrivata persino alla mistica unione, Conchita sen-tiva Dio presente in ogni istante: « Sempre, Lui è stato unito a me... Il Signore non mi lasciava né giorno né notte con quella sua persecuzione amorosa... ». Eppure era come se un velo impedisse ai figli di scoprire la santità della loro madre: in vita, non lo capirono. Capivano molto, invece, la sua straordinaria pre-mura materna. Lei non li opprimeva, anche se era prodiga di consigli: « Caro Pancho - scriveva al figlio maggiore, già uomo maturo -, soffro per la distanza che c'è nel-l'intimità del tuo matrimonio, ella cerca l'affetto che interiormente le manca in te... Compi i tuoi doveri... Sorveglia molto i tuoi figli; stanno in balia dei servitori per moltissime ore... Hanno poca pietà; li stanno edu-cando in un'atmosfera che pregiudicherebbe il loro futuro... ».

« Querido Nacho - scriveva ad Ignacio, - mi preoccupa la tua mancanza di fede... Sii molto fedele a Chabela. Educa i tuoi figli nella religione... e curati delle loro anime, ancora più che del corpo. Sii felice, hijito, però non perdere di vista il cielo».

A Lupe, bellissima ragazza, franca e spontanea, vi-vacissima, che fino alle nozze aveva dormito con lei, la mamma tirò spesso l'orecchio e fece parecchi rim-proveri, perché era troppo disinvolta: « Cara figlioletta Lupe, perché non hai scritto? Domani tua figlia Tere va al ritiro alla Croce con 47 bambine... Quando le mandi i vestiti? Cara Lupe, se muoio, voglio darti al-cuni consigli. Domina il tuo carattere, anche per non mettere in ridicolo Carlos e per non dare cattivo esem-pio a Teresita... Attiralo con l'affetto; credo che tu sia molto fredda, e chissà che altre cose ancora... Pensa alla modestia di Teresita... Fa' che conservi il suo pudore... Non dimenticarti di pregare per me... Ti ab-braccio con ricordi per Carlos e bacetti per Carlitos... ». Lupe e Salvador erano i due « discoletti » della fa-miglia ma avevano un grande cuore. Per essi e per i loro bimbi, Conchita pregava e trepidava. Per Salvador chiese insistentemente al Signore la fortuna di una buona sposa. Fu esaudita: si sposò a 33 anni ed ebbe anche lui una bellissima famiglia. Proprio a sua moglie, un giorno, Conchita confidò: « Sono stata molto felice con mio marito ».

Voleva bene a Elisa, moglie di Francisco, ma forse soprattutto a Chabela (Celita, Chita, Chalita), sposa di Ignacio. La trattava come una figlia: nelle sue frequen-tissime lettere, le parlava anche di gelatine ricevute in dono e di dolci, certi speciali bunuelos, ricetta speciale da passare a Lupe.

Alle nuore e al genero Conchita non fece mai la morale, li lasciava liberissimi; i soli consigli da lei dati erano sulla frequenza religiosa e sulla concordia fami-liare. Quanto ai nipotini... Essi le volevano molto bene e la chiamavano affettuosamente Mane. La trattavano con grande confidenza e lei ne era felice. Una volta, discutendo tra loro di ciò che avrebbero fatto da grandi (Io l'ingegnere! Io l'aviatore!), uno dei nipotini le chiese:

- E tu, abuelita, che farai da grande? - e lei, ridendo:

- Ay, hijo! Si yo ya fui! (Ahimè, figlioletto! Io già... sono stata!).

Li amava moltissimo, quei cari birbanti, li teneva spesso presso di sé, li divertiva più che le loro mamme, raccontando storie, cantando canzoni e suonando il pia-no. E, naturalmente, confezionava squisiti dolciumi; perché lei li capiva: le piacevano troppo i dolci, spe-cialmente la frutta sciroppata. Secondo i figli, era pro-prio questo l'unico difetto della mama. Lo diceva lei stessa alla figlia Lupe: « Se passo davanti a una gioiel-leria, resto sempre indifferente, ma quando passo da-vanti a una certa pasticceria di Celaya, mi viene l'ac-quolina in bocca ». Ma non le diceva che spesso alle leccornie rinunciava proprio perché, preferendoli, così mortificava la gola.

Sì, era golosetta! Si racconta al proposito un aned-doto curioso. Sapendo come le piacessero le « cose dolci », le sorelle della Croce solevano offrirgliene di due specie. E lei, con la semplicità di una bambina, diceva: « è molto difficile scegliere: meglio darme-ne di tutt'e due! ». E poi scherzava: « Il lunedì li prendo con rimorso. Il martedì con rassegnazione. Il mercoledì con allegria... ».

Ma, di nascosto, faceva tali penitenze che così rudi « raramente si trovano nelle vite dei santi ». « Fanno molto bene il loro dovere: sono brave! - disse una volta, accarezzando le spine di un ramo di huizache, per suo incarico, il padre Trevino le aveva portato da San Luis.

Le mortificazioni, Conchita le riservava a se stessa. Per gli altri, per i figli specialmente, aveva tutte le at-tenzioni. Ma, sia pure amorosissima, era parca di dimo-strazioni di affetto. Il suo amore era nascosto, discreto e calmo: né ai figli nè ai nipotini, che adorava, fece molte carezze. Il suo affetto si manifestava per mezzo dell'abnegazione, ma con tanta naturalezza che il sa-crificio passava inosservato.

Naturalmente, Conchita bruciava di carità: i suoi preferiti erano i poveri. Fosse stato pure l'essere più ripugnante, se stava per morire... lei era lì, pronta a tutti i servizi, anche i meno gradevoli. Col tempo, que-sta scintilla si convertìi in fuoco divoratore. « Mi pia-ceva visitarli e sfamarli - scrive -; giunsi persino ad invidiarli... ».

« Ho visto chiaramente - scriveva il 14 gennaio 1902 - come dal vero amore di Dio scaturisca spon-taneamente l'amore del prossimo, e quasi senza ren-dersene conto: ma l'una e l'altra cosa vengono solo da lassù, poiché l'uomo di per sé tende soltanto alla terra ».

Conchita fu molto calunniata (anche gravemente e persino presso la Santa Sede); non solo non provò mai risentimento, ma neppure si difese. Lei praticava la prima e massima virtù cristiana anche, e forse di più, con chi l'aveva offesa. Se queste persone non osavano avvicinarla e si tenevano lontane, era lei a far di tutto per incontrarle. E, quando era necessario, si prestava a tutti i servigi, come una serva... Logico che tutti le volessero bene! I domestici, avevano per lei una vera venerazione: l'atteggiamento della senora verso di loro era stato sempre normale, senza far pesare la diversità dei ruoli. Li trattava con bontà e affabilità.

« Mi domina talora una malintesa dolcezza - scriveva, - preferendo molte volte soffrire anziché dare disturbo. Una parola dura mi costa uno sforzo grandis-simo. Non ho il dono del comando, no, non credo che il comando sia fatto per il mio carattere... Mai mi è costata fatica obbedire. Al contrario... Tuttavia ricono-sco che grazie a Dio ho una certa forza di volontà ed energia nei casi terribili della vita. Una serenità a tutta prova, potendo, in tali casi, dominare il cuore, piegan-dolo davanti alla volontà di Dio... Sì, mi convinco che tutto quel che si vuole si può con la grazia di Dio. Mi son vista in casi... quasi senza uscita, di diversa natura, morale e materiale, sempre ne sono uscita bene per l'energia e la rettitudine del mio procedere... Nien-te glorifica tanto Dio come un'anima tranquilla nel dolore..».

Quanti le vivevano accanto riconoscevano i suoi pregi di donna equilibrata, mai nervosa, che sapeva compatire le mancanze e partecipava alle sofferenze al-trui. Nelle situazioni difficili, aveva il dono di pacifi-care tutto. Riconoscente e giusta nel giudicare, molti la consultavano e lei non si stancava mai. Conchita ve-deva anche l'interiore delle anime (e lo abbiamo visto con il padre Rougier); conosceva il livello della perfe-zione e l'entità dei difetti, ma ciò non faceva che ac-crescere in lei la sofferenza per il male e la carità per il prossimo di cui conosceva la debolezza. Aveva una tale delicatezza d'anima che sentiva anche « la polvere della imperfezione appannare le anime » e il movimento in loro della grazia, e si sentiva più colpevole di ogni altro per il torrente di grazie che il Signore faceva scorrere, senza suo merito, nella sua anima che, secondo lei, era sprecato, quanto meno non utilizzato al massimo. La prerogativa di conoscere le anime e presentire la loro disposizione permetteva a Conchita di illumi-nare e salvare. Una volta, passando per Celaya, inviò un sacerdote in casa di un massone al quale i soci im-pedivano di confessarsi; la sorella del morente aveva chiamato vari preti ma non erano potuti entrare. Con-chita era rimasta in chiesa a pregare; si era alzata solo per andare incontro al sacerdote di ritorno, sicura della morte serena di un'anima riconciliata col Signore; sba-lordito, il sacerdote le raccontava di aver trovato il moribondo con le lacrime agli occhi, invocando la gra-zia degli ultimi sacramenti: lui si era introdotto in qualità di... conoscente e, in borghese...

Un'altra caratteristica di Conchita era l'amore al-l'ordine e alla pulizia del corpo e dell'anima. Fin da bambina, restava incantata davanti al bianco. Lei stessa confessava al direttore di « non aver avuto mai mali-zia »: « Padre, sembra menzogna che io ignori la metà delle cose del mio stato. E avendo avuto tante occa-sioni! Però, mi creda, questo è solo perché brilli di più la bontà di Dio nella sua povera pinacate (un ba-cherozzo, un insetto disgustoso e nero) ».

Per ingenua, in certe cose lo era sempre stata sul serio. Già sposa e mamma, ancora faceva al marito certe domande che lo lasciavano sorpreso. Gli pareva impos-sibile che non le sapesse. Ma non gliele spiegava: la rispettava e non voleva strapparle « la benda dagli occhi ». Comunque talvolta, ridendo, diceva che lei, invece di essere la mama, era il suo decimo figlio. Non per nulla, conoscendola, il padre Salustiano Carrera, gesuita, le aveva detto che « Dio le aveva dato come ad Adamo ed Eva, una grazia originale ». Anche padre Rougier sosteneva che, quando l'aveva conosciu-ta, Concepción aveva 41 anni ma ne dimostrava molti di meno e in confessionale sembrava una ragazzina quindicenne. Lei non si era data conto, da giovane, di come Dio la salvava dai pericoli contro la purezza. Lo capì dopo, di aver percorso il cammino della vita a occhi bendati, di essere passata nel fuoco senza bru-ciarsi. Era tanto il desiderio di perfezione di Conchìta che una volta un confessore occasionale, non sapendo che era sposata e madre di figli, le fece intravedere... le bellezze della vita religiosa! E così, pura, serena, ardente, col sorriso sulle labbra nonostante le frequenti malattie e le penitenze volontarie, conquistava la fidu-cia e attirava la simpatia. « Quando ti pianta quegli occhi blu, color di cielo, nei tuoi occhi - diceva uno dei figli - ti senti penetrato... ».

Riusciva così a farsi obbedire dai figli sorridendo (e questo stupì il padre Félix che lo notò fin dalla sua prima visita in casa Armida); anche se lei cre-deva, invece, di essere troppo severa coi figli e poco energica con gli altri.

Conchita era una perfetta donna di società. Non amava le facce buie e la tristezza né in casa né fuori. Era molto allegra, spiritosa, suonava il piano, cantava, ascoltava la radio, leggeva il quotidiano, raccoglieva in un suo taccuino los chistes [ = barzellette] e li tirava fuori con grazia e naturalezza al momento opportuno. Era felice di vivere tra i suoi cari, ma si trovava perfetta-mente a suo agio in società sia con le persone impor-tanti che con le modeste. Molto attiva, specie dopo la morte di Pancho, faceva e riceveva molte visite.

A San Luis Potosì, quando si recava dal fratello Octaviano nella cui casa avevano luogo ricevimenti di gente influente e distinta, Conchita era sempre al centro delle riunioni, anima delle feste; accanto a lei si pas-savano momenti deliziosi. Conversava cordialmente con gli invitati, dirigendo amabilmente le conversazioni, fa-cendo sì che rimanessero sempre sul piano della de-cenza e della carità cristiana, evitando incidenti spia-cevoli e pettegolezzi e avviandole, non appena le si presentava il destro, verso Cristo, che amava al diso-pra di tutto e di tutti. Era affettuosissima ma ripren-deva con energia chi si comportava male.

« Passare un attimo in conversazione con dona Con-cepción - diceva qualcuno - equivale a fare degli Esercizi spirituali ».

Ma non vi era nulla di bigotto o di eccentrico nella sua condotta e nel suo aspetto; nessuno aveva mai po-tuto accusarla di musoneria; gioviale com'era, e sempre desiderosa di fare la felicità degli altri, non si faceva mai pregare di sedersi al piano e di cantare. Una delle sue canzoni popolari preferite diceva: « Tienen tus ojos un raro encanto; tus ojos tristes como de nin"o... »? E si capiva che le frasi di candido amore umano, interior-mente, lei le trasformava in amore divino.

Le piaceva anche fare scherzi innocenti. Già an-ziana, con tutti i guai fisici e le pene morali che l'af-fliggevano, aveva ancora voglia di fare quelli che noi chiamiamo « pesci d'aprile ». Il giorno dei Santi Inno-centi è usanza messicana enganar qualcuno e questo e, chiamato bacer inocente. Nel 1930, il 28 dicembre Conchita arrivò a Morelia, ospitata in quella che era allora la Casa delle Suore della Croce, assai vicina a quella di mons. Ruìz.

Arrivata a tarda sera, si ricordò di non aver « fatto innocente » a Monsignore e riuscì a farsi ricevere no-nostante la severa guardia di don Pedrito (un vero cerbero) volesse impedirlo: - Monsignore! - gridò Conchita da dietro il portone - non vogliono lasciar-mi passare... Vengo a recarle disturbo: mi servono 50 pesos.

Monsignore l'accolse volentieri e le fece avere la somma. Ma non era niente vero e, giunta a casa, lei si affrettò a restituire il danaro, scrivendogli la strofetta d'uso: « Inocente palomita / que te dejaste enganar / sabiendo que este dia... / nada se puede prestar... »., Una giovialità tutta messicana, che riesce a far sorridere anche nei momenti più drammatici. Chi lo ha detto che santa è una persona che non sa ridere e sor-ridere, gioire e amare? Al contrario, anzi... La santità è la perfezione umana e divina di un individuo che è stato elevato per la grazia del suo battesimo alla dignità di figlio di Dio; il santo non deve necessariamente di-stinguersi, non ha bisogno di lasciare intorno sospiri e santini...

Conchita non aveva l'aspetto austero e venerabile che hanno alcune anime che han fatto grandi progressi nella virtù. Donna straordinaria ma normale, ricca di doti umane e cristiane ma avvolta come nel velo di una ingenuità eternamente bambina. Per semplice, era sem-plice davvero, né riuscì a cambiarla la maturità. Il gior-no che ricevette la notizia che era morto il padre Salu-stiano Carrera, scoppiò in lacrime e, dopo aver pianto un bel po' silenziosamente, col suo caratteristico can-dore esclamò: « Ora che mi ricordo, non devo pian-gere! Il dottore mi ha detto che il pianto mi fa male. Però... non posso! è stato tanto fedele alle Opere della Croce padre Carrera! ».

è questo uno dei tanti simpatici florecillas [ = fio-retti] dal francescano incanto che racconta il padre Trevino, il quale ebbe la fortuna di frequentarla assi-duamente per 19 anni, e nel 1949 scrisse la prima bio-grafia di Conchita: Un Apóstol de la Cruz. Egli rac-conta un altro gustoso episodio sulla semplicità della senora Armida. Avendo conservato il suo stile di don-na di classe anche nella maturità, pur se ormai vi-veva da povera, un giorno in cui doveva fare un viaggio in sua compagnia, il giovanissimo Missionario vide in-dosso alla senora un vestito nero che, insieme al cap-pello con veletta che le copriva il viso, a lui sembrò persino troppo elegante. E lei: « E' l'unico che posseggo... L'ho acquistato quando si è sposato mio figlio Pancho! » Quanti anni aveva, dunque, quel vestito!? Dona Concepción viveva ormai nella povertà evangelica: si era disfatta di ogni cosa, persino della croce di brillanti che le aveva regalato Pancho per le nozze: ne aveva fatto ricavare la palo-mita dell'ostensorio per la cappella delle Suore con-templative.

Ma neppure la povertà, né le malattie, né gli anni toglievano fascino alla personalità e alla persona di Con-chita. Anche nella piena maturità, quando sulle sue spalle si erano assommati molti anni e nel suo cuore si erano avvicendate sofferenze e delusioni di ogni specie, il suo aspetto non si era mutato molto: non era più, è logico, la deliziosa giovinetta snella e agilissima, la ca-vallerizza spericolata, la ballerina tanto ammirata, ma piuttosto una simpatica, seria e placida matrona grassot-tella; ma la sua faccia era rimasta da adolescente: la pelle bianca, fresca, senza rughe, la fronte ampia e se-rena, e i suoi occhi... quegli occhi di un pallido azzurro, dallo sguardo franco che - come sottolinea il padre Félix, mentre lei parlava guardavano negli occhi - erano rimasti sempre giovani, nuovi...

 

Ultimi palpiti

Pìù Conchita avanzava negli anni e nell'unione con Dio, più risplendeva la sua umanità. Il suo ricordo era fedelissimo a tutti gli avvenimenti familiari, il suo cuore partecipava anche alle più piccole feste e ricorrenze, sempre presente in spirito, quando non era possibile fisicamente, alle gioie e alle pene dei figli, sempre in-tenta a strappare a Dio grazie per loro.

« La malattia non mi ha abbandonato - scrive nel maggio 1931 -. Sofferenze intime e pene familiari, vedendo ogni giorno avvicinarsi la rovina dei miei figli, accompagnata da umiliazioni. Ciò tortura il mio cuore, benché abbia accettato e accolto la santissima volontà di Dio. Tuttavia questo non mi toglie il dolore mate-riale che avvolge tutto un mondo di sofferenze... Do-lori profondi mi attraversano il cuore come una spada. Ho visto piangere uno dei miei figli che, dopo trent'anni di lavoro, si vede minacciato nei suoi affari, dalla ca-tastrofe che ci colpisce tutti. Ognuno dei miei figli, oltre alla vergogna di una prossima liquidazione dei suoi affari, si troverà in mezzo a una strada con una famiglia numerosa... Signore, ti chiedo solo di darmi la forza necessaria e sostieni la fede dei miei figli ».

Già sessantanovenne, questa sorprendente madre cristiana riesce a far salire a Dio un'ardente supplica tutta umana: « Patisco nel vedere soffrire i miei figli. Sembra che Dio non voglia che i loro affari si sistemino e non vadano verso il disastro. Signore, sia fatta la tua volontà, anche se il mio cuore è a pezzi e crocifisso. Per me, buon Gesù, non desidero nulla. Lasciami an-dare in miseria, abbandonata da tutti, a vivere di ca-rità. Posso non pensare a me, ma non posso dimenti-care i miei figli. Piango nel vederli piangere, soffro nel vederli soffrire ».

E nel 1932, non avendo mai dimenticato il suo Pancho, ancora Conchita poteva scrivere: « Sono tren-tun anni che sono vedova, che Gesù mi ha tolto lo sposo caro che mi aveva dato sulla terra. Signore, au-menta la sua gloria e va' a salutarlo per me. Vero? Son sicura che lo farai. Tu che sei così buono a fare le com-missioni! Lassù in cielo, con lui, ci sono quattro dei miei figli: Carlos, Pedro, Pablo, Concha. O Gesù, sii benedetto! ».

Di questa straordinaria capacità di essere sempre più perfetta restando sempre più donna era impressio-nato anche padre Félix, che le fu vicino fino al tra-monto della vita per lo sviluppo delle Opere della Croce, legati da un'amicizia così cristallina da essere paragonata a quella di san Francesco di Sales e santa Giovanna di Chantal. E lo testimonia una lettera da lui scritta il 22 ottobre 1933 ai suoi sacerdoti studenti in Roma.

« N.M. (nostra madre) è malata. Con frequenti do-lori crudeli... e che durano. Però, soprattutto, compien-do benissimo con tutti i suoi doveri di madre di fami-glia, visitandoli e riunendoli tutti ogni domenica, per pranzare con loro, alla sua tavola, e passando la sera con loro, per parlare e dar loro consigli sempre ascol-tati ed eseguiti, perché è la stessa prudenza ».

Dal canto suo, Conchita, nel gennaio 1933, aveva scritto ai suoi cari Nachito e Chabela: « ...abbiamo una grande pena perché il padre Felix è malato per un male alla gamba che pare stia diventando cancrena. Dio vo-glia guarirlo perché in questo momento sarebbe una cosa terribile per la Congregazione. Stasera Pancho va in auto a visitarlo per noi... ».

Due grandi anime nel crogiolo del dolore, sempre più purificate e quasi pronte per il cielo. Ultimi anni, per entrambi, sempre più vissuti e più sofferti. Per Dio e per le anime. E sempre nuovi distacchi... Nel novem-bre 1935, la grande perdita del fratello e benefattore, Octaviano. Appena saputo che le sue condizioni si erano aggravate, pur con i suoi cronici malanni Con-chita parte subito per San Luis. Rimane accanto a Octa-viano per un mese e mezzo, animandolo, confortandolo, in tal modo che lui arriva alla morte (il 23 dicembre) aspettandola serenamente. Morì indossando l'abito di Missionario dello Spirito Santo che usava nei giorni che amava trascorrere nell'Oasi di padre Félix.

Quanto doveva piangere Conchita quel fratello che l'aveva sempre prediletta e che aveva sostituito Pancho nei bisogni familiari, per molti anni! Era buono e ge-neroso. Aveva aiutato tutti e lei in specie, e aveva so-stenuto per molti anni oltre le Opere della Croce, altri istituti di beneficenza, anche quando era stato provato, negli ultimi tempi, da grosse perdite e da debiti. Prima di morire, Octaviano aveva confessato davanti a tutti che Conchita era stata « sua sorella, sua madre e sua consolazione ».

E i giorni scorrevano ormai come gocce d'amore e di pianto... Nel 1935 Conchita fondava la Crociata per le famiglie di cui abbiamo già parlato, ma era quello l'anno più duro della persecuzione messicana. Anche padre Rougier perde tutte le proprietà della Congregazione che gli è costata tanto lavoro e tanto patire, e gli studenti sono dispersi. Ma egli sa che neanche una vocazione andrà perduta. Nasconde a gruppi i ragazzi in case private e lui, ormai settantaseienne, malatissi-mo, tutto dolore, travestito, braccato... Un giorno qui un giorno là. Comincia il suo esilio. E Conchita soffre per lui e con lui. Andrà tutto perduto? Iddio non lo permetterà, perché le Opere sono volute da Lui.

Pur così perseguitato, infatti, il padre Félix conti-nua la sua opera: nel 1936 sorgono, per opera sua, il tempio della Mercede a Celaya e la Cappella del Ro-sario a San Luis Potosì. « Caro figlio Manuel - scrive allora Conchita al figlio gesuita che non vede da anni, ed è forse la sua ultima lettera -, oggi, nella festa di Cristo Re, sarà inaugurata la fondazione dei Missionari dello Spirito Santo a San Luis, tua terra e mia. Bene-detto sia Dio... Che tutto sia per la sua maggior glo-ria... Qualunque cammino prendiamo cercando Dio, an-diamo ad incontrare sempre la croce. Dicono che la Croce con la C maiuscola è quella del Maestro, quella con la minuscola, la nostra; amiamola perché è lo stru-mento principale della nostra salvezza ».

Conchita parla lungamente al figlio delle leggi an-tireligiose e delle minacce del comunismo e conclude: « Solo la Vergine di Guadalupe può salvarci e liberarci. Il Messico è suo e lo sarà sempre... Mi trovo qui a Mo-relia e sottraggo al Signore qualche minuto per scri-verti. Mons. Martìnez mi ha dato gli "Esercizi Spiri-tuali" come ogni anno. Questa volta ho scelto come tema "la gioia perfetta nella sofferenza". Domanda al Signore che io ne tragga profitto. Sono forse gli ul-timi. Devo prepararmi al gran viaggio... Come Lui vor-rà! Speriamo che Dio calmerà le passioni e non scoppi una guerra mondiale... Tu fatti santo. La vita è troppo corta per poterci fermare lungo la via... Pregherò molto per te... Egli possa regnare pienamente nel tuo cuore. Che egli colmi ogni spazio della tua anima. Che egli ti trasformi in sé, facendo di te, per opera di Maria, un altro Gesù. Benedicimi e ricevi la benedizione con la mia grande tenerezza. Tua madre che non ti dimentica mai » (Morelia, 25 ottobre 1936).

Gli ultimi 12 anni, Conchita fu guidata e sorretta da mons. Martìnez, vescovo ausiliare di Morelia, gran-de mistico, rinomato scrittore di teologia spirituale, che spiegherà soprattutto la dottrina della croce. Furono per Conchita anni fecondi, di luce e di grazie speciali, non per lei ma per le anime e per i sacerdoti in specie. Mons. Martìnez la introdusse in tappe eccezionali, so-stenendola nell'abbattimento fisico e morale in cui or-mai era tuffata: gli ultimi due anni furono un venci-miento continuado. Tutta dominata dalla croce, tutta illuminata dallo Spirito, tutta avvolta nell'amore e nel-l'imitazione di Maria, per la devozione quasi istintiva che ogni anima messicana ha verso la Madre di Dio e per le straordinarie illuminazioni dogmatiche meritate sulla sua divina maternità e sulla sua soledad, afflitta per i grandi mali della persecuzione ma sicura nel trion-fo di Cristo e della sua Chiesa, Conchita assapora le ul-time ore di assoluta solitudine. Quella del cuore. La più dura da sopportare: l'agonia dell'anima.

« Tutta la mia vita è segnata col sigillo della cro-ce » - aveva scritto nel luglio 1925. Ora la solitudine raggiungeva dimensioni da far paura. I dolori fisici, in confronto, erano nulla. Dopo il suo ultimo ritiro a Mo-relia, Conchita si ritira a Città del Messico, nella casa di Altavista 16, a San Angel, e in mezzo ai suoi figli trascorre gli ultimi tre mesi tra letto e poltrona afflitta da vari dolori: broncopolmonite, uremia, risipola; im-pone tuttavia al suo corpo ormai esausto nascoste pe-nitenze alle quali la spinge l'amore per Cristo e per tutti gli uomini.

L'amarezza profonda ormai si va accentuando an-che sulle sue sembianze. E dei patimenti di Cristo lei ora sperimenta in special modo quelli dell'abbandono; gli ultimi giorni sono il suo Getsemani. Dopo le grandi grazie, le rivelazioni, le visioni e le mistiche unioni, un silenzio di Dio lungo vent'anni, un silenzio spaven-toso, un martirio. Tentazioni contro la fede e la spe-ranza. Finiva la sua vita affogata in un mare di dolore. « Te hablo y no me respondes... Te busco y casi no te encuentro... ». Al punto che Conchita poté dire ai più intimi: « Parece que vada hay entre Jesùs y yo. Como si nunca nos hubiéramos conocido » Tutte le grazie straordinarie che Dio le aveva concesso avevano lo sco-po di riprodurre in lei Cristo crocifisso.

Un'agonia lunga e straziante. « Si sarebbe detto Cristo agonizzante sulla croce » dissero i presenti alla morte di questa grande anima. Perché il distacco del-l'anima ardente dal corpo macerato e dolorante fu dif-ficile tanto che, per permetterle di respirare, i figli, Igna-cio e Salvador, dovevano tenerle le braccia alzate; e così, a braccia spalancate, sembrava davvero messa in croce. Moriva in mezzo ai suoi figli, a due fratelli: padre Primitivo e don Francisco de Paula, alcuni ni-poti, alcuni religiosi e alcune suore. Mentre monsi-gnor Martìnez la incoraggiava e la esortava: « Si offra ancora una volta di più come vittima per i suoi figli, per sua figlia, per i sacerdoti e per la Chiesa ».

Era il 3 marzo 1937. Il programma spirituale trac-ciato da Dio con chiarezza per Conchita ancor giovane trentatreenne si realizzava oggi. « Ho incontrato Dio sulla croce » aveva scritto il 26 agosto 1893. Ora, at-traverso la croce, sulla croce, grazie alla croce, andava ad incontrare il suo Gesù in paradiso. I suoi figli, padre José Guadalupe Trevino, altri testimoni del feno-meno, assicurano che i lineamenti di Conchita, nella morte, riproducevano quelli del Crocifisso. Dopo l'esor-tazione di mons. Martìnez all'offerta totale di sé, Con-chita alza gli occhi al cielo e subito li riabbassa: le sem-bianze sono ritornate le sue: riflettono gioia, pace. Mons. Martìnez dice a padre Trevino: « Come vorrei assistere alla festa con cui la stanno ricevendo in cielo! ».

Le Suore contemplative, sorte per ispirazione di Conchita, offrono la vita per la Chiesa e in particolare per i sacerdoti. Durante la sua esistenza, Conchita non aveva mai potuto farne parte. Per indulto speciale di Pio X, moriva canonicamente religiosa, tra le braccia dei figli. Sulla sua salma, per espresso suo volere, non fu de-posto alcun omaggio floreale; solo un ramo di gigli. Ma quei fiori sparirono sotto le mani di coloro che vol-lero assicurarsi qualche petalo come reliquia.

E poi, al funerale, i gigli furono tanti! Tutti i ra-gazzi della Scuola Apostolica dei Missionari dello Spi-rito Santo vollero accompagnare la loro Madre con un giglio in mano.

Al ritorno dal cimitero, padre Félix Rougier di-ceva:

- Abbiamo seppellito un'altra Giovanna di Chantal! Era stata lo strumento della volontà di Dio per la sua Congregazione, che ora aveva una grande protet-trice in cielo. Dove padre Félix l'avrebbe presto rag-giunta: il 10 gennaio 1938.

Grandi anime verso gli onori degli altari, in questa storia messicana! Conchita, padre Félix Rougier, monsi-gnor Ibarra, monsignor Martìnez. Servi di Dio: è in corso la loro causa di beatificazione.

Anime sacerdotali. La visione della Chiesa tutta sa-cerdotale è un aspetto essenziale della dottrina spiri-tuale di Conchita Cabrera de Armida. C'è un solo sa-cerdozio - quello di Cristo -, ma tutti i cristiani pos-sono parteciparvi; il sacerdozio spirituale è carattere e carisma della comunità ecclesiale.

Conchita fu sepolta nella cripta delle Sorelle della Croce, come era suo desiderio: era stata la Religiosa della Croce numero uno. Come tale era vissuta e come tale era morta, pur se era stata volontà di Dio che non facesse parte della Congregazione.

E a quella cripta cominciò subito un'affluenza di persone care e devote, un vero pellegrinaggio per ono-rare quella donna che era apparsa sempre così umile e normale ed era così grande...

 

Donna del nostro tempo e per il nostro tempo

Conchita è stata essenzialmente donna, nella deli-catezza dei sentimenti, nella intuizione sorprendente, nel fascino d'eccezione, nell'abnegazione eroica. Donna in tutto lo splendore della femminilità: bimba aggra-ziata, giovinetta incantevole, sposa fedele, mamma te-nera, vedova dignitosa, nonna deliziosa, ispiratrice na-scosta e apostola ardente.

Donna completa per un ciclo completo, che fa dire a lei medesima: « Ho vissuto tre vite: quella della fa-miglia, quella della mia vita spirituale personale, quella delle Opere della Croce ». Attraverso un ciclo di vita completo e particolare, la sua missione acquista dimen-sioni di universalità.

Figlia del Messico, non visse ai margini del suo mondo. Fu donna impegnata, lealmente e cristianamente condivise le speranze e le inquietudini della sua gente, trepidò per le vicende del suo Paese, in particolare in occasione della persecuzione scatenatasi contro i catto-lici durante la rivoluzione. Gloria del Messico, ma ap-partiene a tutta la Chiesa. E' figlia della Chiesa, della quale fu sempre devotissima e per la quale si era offerta vittima.

Per Conchita, la Chiesa è « un riflesso della Santis-sima Trinità e la sua origine risale al pensiero eterno di Dio ». Di qui la grande importanza da lei attribuita al sacerdozio. Per i sacerdoti lei si è fatta vittima. Sa-cerdoti santi ai quali tocca il compito di formare la Chiesa. Altri Cristi. Scrive al proposito il padre Phi-lipon: «La trasformazione in Cristo esige di essere con Lui nello stesso tempo sacerdote e vittima. La gran-dezza del sacerdozio è essenzialmente una grandezza eucaristica».

La missione di Conchita nella Chiesa è una missio-ne profetica: « Solo lo Spirito Santo potrà rinnovare la faccia della terra: Egli porterà la luce, l'unione e la carità nei nostri cuori. Il mondo affonda perché si è allontanato dallo Spirito Santo e tutti i mali che lo af-fliggono hanno lì la loro radice... Egli verrà, io lo man-derò una seconda volta in un modo evidente nei suoi effetti, che stupirà il mondo e spingerà la Chiesa alla santità » le dice il Signore il 27 settembre 1916.

E 1'11 marzo 1928 le predice addirittura l'avvento del Concilio Vaticano II: « Molte sètte cederanno da-vanti all'unità divina della mia Chiesa, molti scismi ces-seranno: il futuro Concilio avrà e darà frutti di vita eterna, e la Chiesa unica e vera coprirà molte nazioni di-stendendo le sue ali per abbracciare tutto il mondo e trarlo in salvo nel suo seno... è mio desiderio che l'uni-verso sia consacrato allo Spirito divino perché Egli si diffonda sulla terra in una nuova Pentecoste ».

Cuore materno, cuore sacerdotale. Ammirevole la vìta di Conchita, straordinaria la sua dottrina, avvincente la sua spiritualità, stupefacente la sua mistica. A quanti è venuto voglia di approfondire questi aspetti, si consiglia la lettura delle « fonti » alle quali ho at-tinto le notizie per la stesura di questa biografia e che saranno citate alla fine del libro. Potrà essere una sco-perta stimolante.

Sarà presto santa, Conchita? Il giudizio, alla Chie-sa. I suoi scritti parlano per lei. Di lei esistono i te-stimoni: in Messico vivono ancora il figlio primoge-nito, i nipoti, vari ecclesiastici e religiose che la co-nobbero. La cosa certa è che Marìa Concepción Ca-brera de Armida fu cristiana autentica: cioè, donna che segue Cristo e vive il Vangelo. E perché vive il Vangelo è santa.

Oggi soprattutto, la santità non è più appannaggio esclusivo dei chiostri e dei conventi; essa non va sem-pre in tonaca e talare, spesso si nasconde magari sotto una tuta o un frac; perché santo può essere un de-putato o un sindaco, una segretaria di azienda o una primatista di sci. Si può incontrare la santità in chiesa e in qualsiasi angolo della strada; in un salotto, al vo-lante di una macchina o su un aereo...

Basta possedere nell'anima un'inquietudine che ten-ga sempre tesi e come di passaggio, sicuri che, in ogni momento e dovunque, si può incontrare Cristo: Cristo Gesù che passa, sceglie, bussa e... trascina.

« Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua ». Ecco il cam-mino. Fenomeni clamorosi non occorrono. La croce è l'essenza del Vangelo, e quindi l'essenza della nostra vita. E così viveva Conchita: nel mondo, senza essere del mondo; col sorriso sulle labbra e Cristo nel cuore; coi piedi ben piantati sulla terra ma con tutta l'anima tuffata nel cielo. Perché lei il cielo lo aveva già tro-vato sulla terra.

Per questo, nonostante la sua vita esca un bel po' dai soliti schemi, nonostante dalla sua conoscenza si venga fuori turbati, inquieti, scossi, ci si sente insieme incoraggiati. Incoraggiati a tuffarsi nell'avventura dello spirito, ognuno nell'ambiente assegnatogli dal Signore Iddio. Conchita è prima di tutto di Dio. Ma subito dopo della famiglia. « Mai l'essere sposa e madre mi impedì la vita spirituale; anzi mi pare che dopo il ma-trimonio il Signore cominciò a chiamarmi con più forza alla perfezione » lasciò scritto.

« Perché si è sposata Conchita? » si chiede il pa-dre Ignacio Navarro, Missionario dello Spirito Santo scomparso da poco, il quale mi ha affidato la gioia e la responsabilità di questa biografia. E risponde, a se stes-so e a noi: « Perché il Signore ha voluto dare anche al nostro tempo un modello insigne di santità e di fecon-dità in una donna vissuta in mezzo al secolo e co-niugata ».

Conchita fa capire a tutte le anime principalmente una cosa: ogni vocazione ha un solo scopo: servire il Signore e giungere a Lui, portandosi appresso tanti altri: primi fra tutti quelli che amiamo e che ci amano. Quelli che ci stanno più vicini.

Oggi (chi non lo sa?) alla donna tutte le strade sono aperte; ma una famiglia intera da portare a Dio è sempre l'ottimo.

Conchita irradia sulla famiglia una luce nuova, la trasforma, la anima della speranza di un mondo nuovo secondo il pensiero di Dio. Alle donne trasmette il de-siderio e il coraggio di affrontare il problema femmi-nile in una maniera del tutto nuova.

La novità consiste particolarmente nella straordi-naria naturalezza. L'amore di sposa, la tenerezza di madre, la dignità di vedova, tutta la sua essenza di donna, Conchita riuscì a divinizzarla, vivendone la bel-lezza e la grandezza come figlia di Dio. Come cristia-na. Ed è proprio questo che (a parte il misticismo, le rivelazioni, le penitenze, le Opere della Croce) ha fatto di Conchita una sposa e una madre esemplare.

Una famiglia cristiana... non è che l'Amore presente fra anime che si aiutano a vivere il cielo in terra. Come Conchita.