MARIA FELICIA DI GESÙ SACRAMENTATO “CHIQUITUNGA

Un gelsomino nel Carmelo paraguaiano

Il 28 aprile 1959, nel monastero delle Carmelitane scalze di Asun­ción (Paraguay), moriva all'età di 34 anni, suor Maria Felicia di Gesù Sacramentato (Guggiari Echeverría), conosciuta in tutta la Repubblica (e universalmente) con il soprannome affettuoso di "Chiquitunga" (pronun­cia: Cichitunga). Il contrasto tra la sua vita apostolica di laica fino ai trent'anni e la sua vita religiosa contemplativa negli ultimi quattro mette in rilievo il messaggio fondamentale di questa giovane che donò a Dio tut­to, proprio tutto: la sua persona, la sua "realizzazione" umana, dopo avergli donato "l'amore della sua vita". Compì generosamente ciò che a diciassette anni si era scelta come motto: "Tutto ti offro, Signore", seguendo la parola di san Paolo: "Vi esorto, fratelli, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradi­to a Dio: è questo il vostro culto spiri­tuale" (Rm 12,1). E tutto con il sorri­so sulle labbra: "Servite il Signore con gioia" (Sal 99,2).

Nata a Villarrica (Guairà), prima di sette fratelli, da una famiglia di tradizione politica "liberale", con punte anticlericali, ma nella quale si coltivavano i valori umani dell'one­stà, dell'amore familiare, della labo­riosità, della difesa della libertà e del­la giustizia, dall'età di cinque anni ricevette una eccellente formazione cristiana nella scuola "Maria Ausilia­trice", seme che presto fiorì in una carità gioiosa verso i bisognosi, in una calda convivenza familiare e, dal­la prima comunione, in un rapporto d'amore e di intimità con Gesù nel­l'Eucaristia, che visitava ogni giorno, portando con sé anche altri bambini.

 

LA GIOVANE APOSTOLA, INNAMORATA DI GESÙ

Per la sua vita di santità cristiana fu determinante la riapertura a Villar­rica del movimento di Azione Cattoli­ca, quando ebbe appena compiuto i sedici anni. Entusiasmata dai suoi impegni apostolici, iniziò allo stesso tempo "il cammino della perfezióne" mediante la pratica di una preghiera di intimità fervente, la comunione quotidiana, un'ascesi generosa e gioiosa e una dedizione incondiziona­ta all'apostolato a favore dei bambini, dei giovani e dei malati, degli anziani e dei bisognosi. Era un'apostola con­templativa. E ciò nonostante la forte opposizione che le veniva dalla fami­glia. Fece la "consacrazione all'apo­stolato", come avveniva nelle file del­l'Azione Cattolica, e vi aggiunse il proposito di verginità.

Allo stesso tempo studiava magi­stero o si dedicava all'insegnamento nella scuola o agli impegnativi doveri casalinghi di una sorella maggiore con sei fratellini. Tutto con una gioia raggiante che conquistava i cuori.

 

L'AMORE UMANO BUSSA ALLA PORTA DEL SUO CUORE

Spinta dalle circostanze politiche (era iniziata la lunga dittatura del generale Stroessner), la famiglia Gag­giari nel 1950 dovette trasferirsi ad Asunción, la capitale del paese. Men­tre Chiquitunga si inseriva nell'Azio­ne Cattolica della sua parrocchia, diveniva membro della direzione dio­cesana e nazionale e intensificava il suo ritmo di vita cristiana e apostoli­ca, le accadde un fenomeno per lei inaspettato. Pur avendo rifiutato le numerose richieste affettive che le erano arrivate fino a quel momento, avvertì di essersi "innamorata" di Angel Sauà, un giovane dirigente del­l'Azione Cattolica, studente di medi­cina, già quasi dottore. Dotata di fede profonda e allo stesso tempo innamo­rata, si chiese che cosa le voleva dire Dio. Forse, come era avvenuto ai genitori di Teresa di Gesù Bambino, che in un primo momento avevano scelto la verginità, Dio la chiamava al matrimonio? L'innamoramento si svi­luppò nel corso di alcuni mesi, durante i quali andava con il giovane a fare apostolato tra i poveri e i mala­ti dei quartieri marginali, dove per una ragazza sola sarebbe stato peri­coloso andare.

Maria Felicia, nell'incertezza, non si fidanzò, ma attese con fidu­cia la manifestazione della volontà di Dio. La scoprì dopo un anno, quando il giovane le disse che sentiva la vocazione sacer­dotale.

 

TRIONFO TOTALE DELL'AMORE DIVINO

"Sono innamorata di Sauà, ma ancor più di Gesù", confessò un giorno la giovane. E prevalse l'a­more per Gesù. Maria Felicia, non appena seppe dell'incipiente vocazione di Sauà, si offrì ad aiutarlo a rag­giungere la sublime meta, sacrificando le sue aspirazioni cristiane sponsali e materne, pur senza cessare di amarlo, ma con un amore sublimato: “Lo voglio sacerdote, lo voglio san­to”.

Per evitare l'opposizione fron­tale delle loro famiglie, poiché il padre di Sauà era musulma­no, si ordì il progetto di invia­re Sauà a Madrid per una specia­lizzazione in psichiatria. Là avrebbe deciso. Il giovane dottore partì per l'Europa nell'aprile del 1952 e a novembre decideva di entrare in seminario. Maria Felicia, felice di questa decisione, sentì a sua volta che Dio la chiamava alla consacrazione totale nella vita religiosa.

Durante l'anno 1953 Maria Felicia soffrì tremende angustie per l'opposi­zione dei rispettivi familiari ai loro progetti vocazionali; un'opposizione che giunse all'aggressione personale e quasi alla rottura familiare dei Sauà, anche se essa "per miracolo" non giunse a consumarsi. Chiquitun­ga, sostenuta da una fede e da una speranza illimitate nel Signore, non cedette un apice nella sua donazione personale a Lui nella preghiera e nei sacramenti, nella sua opera apostoli­ca organizzatrice, catechistica e assi­stenziale, nei suoi compiti familiari o professionali, senza mai perdere la pace del cuore o il sorriso sulle lab­bra. Per di più sentì che Gesù le chiedeva di rinunciare anche all'apostolato e di rinchiudersi per Lui e per la Chiesa nell'umi­lissimo monastero che le Car­melitane scalze avevano appena fondato ad Asunción. E nono­stante l'opposizione tenace del padre, che alla fine aveva ceduto sul fatto che fosse di vita attiva, e nonostante l'op­posizione di quasi tutti i sacerdoti, che vi vedevano una gran perdita per la pastorale dell'Azione Catto­lica, Maria Felicia nel 1955, il giorno della festa della Presentazione di Gesù al tem­pio, tra le lacrime dei suoi cari, con il cuore sanguinan­te, ma sempre sorridendo, varcò la porta regolare del Carmelo. Colei che in poco più di due anni aveva scritto a Sauà per lo meno le 48 lettere che si conservano, non poche di conside­revole estensione, cessò di scriver­gli, per immergersi per sempre in una "vita nascosta con Cristo in Dio". "Arrivederci all'eternità" furono le sue ultime parole scritte di congedo.

 

LA CONTEMPLATIVA APOSTOLO

Dopo un mese di felicità inenarra­bile nella sua vita nascosta con l'A­mato, la notte più oscura cadde su di lei durante i restanti cinque mesi di postulantato, specialmen­te durante gli esercizi spirituali prima della vestizione. Impossi­bile riassumere con poche parole le sofferenze atroci di quella "notte purificatrice, illuminatrice e unitrice supre­ma". Superò tutto, sotto la guida di san Giovanni della Croce, in fede, speranza e amore ... e con il sorriso sulle labbra.

Un anno dopo (15 agosto 1956) pronunciò i voti tempo­ranei e per quasi tre anni li visse con fervore, in comunità frater­na, distinguendosi per la carità, il sacrificio e la gioia. Colei che un anno prima di entrare nel Carmelo aveva scritto: "Stare tranquilla mi uccide", sacrificò la sua attività feb­brile. Un giorno, ormai ammalata, davanti alle sue compagne di novizia­to, applicò a se stessa i versi del gran­de poeta Giovanni della Croce: "Non custodisco il gregge, né ho altra occupazione - solo mi occupo di amare". Perciò era entrata nel Car­melo: "Solo chiedo Amore per amare; così non mi mancherà nulla, nulla mi avanzerà".

Così visse immolata all'Amore per la Chiesa, per la Patria, e in modo molto speciale per i sacerdoti. Fin dalla sua prima gioventù, l'appassio­nava il mistero del sacerdozio, e quel­l'amore e venerazione divenne la chiave della sua esistenza. Colui che sembrava sarebbe diventato "l'amore della sua vita", l'aveva donato a Gesù affinché fosse sacerdote.

Mentre stava preparandosi per il suo matrimonio definitivo con il Ver­bo Figlio di Dio attraverso la profes­sione solenne, il Signore la chiamò alle nozze eterne ed ella disse, come aveva sempre detto: "Tutto ti offro, Signore". Gesù le aveva chiesto, fin dall'adolescenza, il suo tempo e le sue energie giovanili nell'apostolato, e glieli aveva dati; le aveva chiesto "l'a­more umano della sua vita", e glielo aveva dato; le aveva chiesto anche l'a­postolato per entrare nel Carmelo, e glielo aveva dato; le chiedeva ora il sacrificio della sua giovane vita in una malattia inguaribile... e glielo offriva. Ossia, stava mettendo in pra­tica l'atteggiamento perfetto di una vita cristiana proposto da san Paolo (Rm 12,1): Tutto ti offro, Signore.

Il 28 aprile 1959, alle 4 e 10 del mattino, Chiquitunga, sempre sorri­dente e come "giocando" con Gesù, pronunciò le sue ultime parole: "Gesù, ti amo! Che dolce incontro! Vergine Maria!". Si compiva l'aspira­zione suprema dell'anima innamora­ta: "Rompi la tela di questo dolce incontro" (San Giovanni della Croce). E "la tela" si ruppe!

Le esequie furono un trionfo di popolo. Tutti erano convinti, e lo dicevano, che fosse morta "una santa".

 

"DIO AMA CHI DONA CON GIOIA" (2 COR 9,7)

Così suor Maria Felicia diede tut­to: con gioia, con quel sorriso eterno sulle labbra, accattivante, ingenuo e umile che continua a conqui­starci. E’ la sua lezione suprema. Alla vigilia della sua entrata in convento le fu scattata una fotografia: con i capelli raccol­ti, come era sua abitudine, e con il suo meraviglioso sorri­so "trascendente", che molti testimoni ricordano: "Voglio ricordare l'effetto celeste che aveva su di me il suo sguardo, che non si soffermava sugli oggetti, ma sembrava che tra­scendesse la materia e si proiettasse verso una dimen­sione oltre il mondo materiale". "Il suo sguardo era di un al di là indefinibile, come se gli occhi corporali trascendessero e andasse­ro oltre; e il suo sorriso inseparabile, consolazione e sostegpo di tutti noi deboli che siamo passati accanto a lei". Forse nessuno lo ha detto in un modo così bello, espressivo e conciso come il dottor Enrique Ibarra, allora suo amico e compagno nell'Azione Cattolica: "Le sue finestre, gli occhi, lasciavano trasparire un amore ine­narrabile, come una microesplosione solare continua". Chiquitunga sorri­deva anche quando piangeva.

Si direbbe che, Dio per mezzo suo, vuol dimostrare al mondo che il cristianesimo più puro, il dono d'a­more, la santità, è gioia (Gv 15,11) e si può e si deve vivere nella gioia. "Rallegratevi nel Signore; ve lo ripe­to: rallegratevi" (Fil 4,4).