CHIARA D’ASSISI
PRESENTAZIONE
Amico,
forse
è la prima volta che tu leggi qualche pagina su Santa Chiara. Sarà per te una
scoperta. Potrai incontrare la creatura che tu, forse, inconsciamente, da
tempo, desideravi conoscere: una creatura come te, eppure tanto diversa; una
diversità che è un invito, ma anche un dono.
Ad
Assisi, oltre sette secoli fa, si è svolta una tra le più meravigliose
avventure che il mondo abbia vissuto.
Una ragazza di nome Chiara, un giorno era entrata nella chiesa di S. Ruffino per pregare. Sul pulpito stava predicando un suo amico e coetaneo: Francesco. Parlava della tenerezza paterna di Dio e della caducità delle cose umane. Fu colpita dalle sue parole e, mossa dalla grazia di Dio, decise di imitarlo consacrandosi totalmente al Signore.
La
giovane comprese che la scelta comportava un totale cambiamento di vita.
Era
molto ricca e bella, con una capigliatura d'oro: pareva una creatura di sogno.
Avrebbe potuto scegliere una vita facile, ma la sua scelta fu piena e la
decisione irremovibile.
Una
notte fuggì di casa e, insieme ad una amica, raggiunse in fretta S. Maria degli
Angeli.
Narrano
i Fioretti che quella notte era giù chiara» del solito e le stelle
occhieggiavano dall'alto per proteggere il suo cammino.
Appena
giunta si prostrò in preghiera davanti all'altare. Francesco le recise i
biondi capelli, la rivestì di una rozza tonaca e cambiò la sua ricca cintura
con una ruvida corda. La giovane si accorse, con stupore, di avere trovato il
segreto della vera felicità: aveva realizzato il suo grande sogno.
Assisi,
tuttora, è la depositaria del grande segreto di Chiara.
Riuscire
a scoprire questo segreto e possederlo è una conquista per ogni creatura. È
quello che auguro anche a te, caro lettore.
S.
Chiara e S. Francesco ti assistano e ti guidino sulla via del bene.
Ad
Assisi i pellegrini arrivano a sciami. Passano da un santuario all'altro
cercando nelle pietre l'impronta del soprannaturale.
A
tutti, Assisi, ha qualcosa da offrire: nel silenzio delle sue viuzze, nella
penombra delle sue chiese, dona a profusione, serenità e pace.
I fiori delle sue finestre, i rintocchi delle sue campane, che si rincorrono da un campanile all'altro, sono un inno alla gioia, un canto perenne alla vita.
Ad
Assisi nessuno è forestiero. La piazza, antistante la basilica di S.
Francesco, col suo colonnato, è come una mamma che tende le braccia a
chiunque arriva. Spiritualmente, Assisi, è sempre stata e rimarrà la «città
senza mura» per eccellenza. Dopo Gerusalemme, Betlemme e Nazareth, è
senz'altro la città più amata, tra le città cristiane del mondo.
La
nascita di Chiara
In questa città benedetta da Dio e dagli uomini, il 16 luglio 1193 ebbe i suoi
natali Chiara di Offreduccio.
La
mamma, Ortolana Fiumi, prima del parto, udì una voce che le disse: «Non
temere, tu partorirai una luce che, chiaramente, illuminerà il mondo».
La
bimba crebbe vicina alla madre; da lei ricevette una spiccata educazione
religiosa e civile.
Il
suo primo biografo, Tommaso da Celano, scriverà di lei: «Nobile di nascita, ma
più nobile per grazia; vergine nel corpo, ma purissima di spirito; giovinetta
d'anni, ma vecchia di senno; Chiara di nome, più chiara di vita, chiarissima
per virtù».
Tutta
di Dio A
quei tempi le fanciulle andavano a nozze molto giovani. Si davano casi di
fanciulle già spose all'età di dodici, quattordici, sedici anni.
Di
solito non erano le ragazze a scegliersi lo sposo, ma erano i genitori a «prometterle»
ai parenti del fidanzato. Qualcuna veniva «promessa» addirittura quando era
ancora nella culla.
Più
volte, la madre e le amiche parlavano a Chiara di giovani nobili della città,
ma essa lasciava sempre cadere il discorso.
Lo zio Monaldo, suo tutore, spesso brontolava perché «quella ragazza» non si decideva a dire di sì a qualcuno dei tanti pretendenti, che l'avevano chiesta in sposa.
La
chiamata del Signore
Un giorno Chiara entrò nella chiesa di S. Ruffino per pregare. Sul pulpito
stava predicando, con grande fervore, un suo amico e coetaneo: Francesco di
Bernardone.
Parlava
della tenerezza di Dio Padre e della caducità delle cose umane; con parole
semplici esponeva il suo ideale di vita: vivere tutto per Cristo, povero come
Lui, nella più ampia libertà dei figli di Dio.
La
voce ferma e persuasiva di Francesco sconvolse l'animo di Chiara: capì che egli
portava qualcosa di nuovo nella chiesa e nella società.
Mossa dalla grazia divina, decise in cuor suo di imitarlo, di vivere la sua stessa esperienza abbandonando tutto per consacrarsi interamente al Signore.
Si
incontra con Francesco
Chiara aveva sentito più volte parlare di Francesco, ma non aveva mai avuto
l'occasione di incontrarlo e di parlargli a tu per tu. Lo incontrò,
casualmente, un giorno, mentre insieme ad un'amica si trovava fuori città.
Francesco
la riconobbe; le andò incontro, e fissandola teneramente, le disse: «Chiara,
bisogna saper morire!». «Come?», gli domandò. «Sulla croce, come Cristo Gesù!».
«Comprendo, Francesco, ma vorrei che tu mi aiutassi!». «Chiara, ti verranno
incontro fame e freddo, sete e solitudine. Dovrai dimenticare la casa dove sei
nata, il lusso, la ricchezza, l'amore... Voglio dire a te un segreto: ho
sposato Madonna Povertà e voglio esserle fedele per sempre!». «Hai
indovinato, Francesco; nessuno più di Madonna Povertà può farti felice. Ti
chiedo solo di aiutarmi. Vorrei anch'io vivere la tua stessa vita, la stessa
preghiera, soprattutto la tua stessa povertà!.
Vive
appartata e sogna
Chiara ormai è immersa col pensiero nel nuovo ideale: vivere tutta per Cristo,
essere povera come lui, ma anche libera. Libera e contenta come Francesco.
La
primavera già accarezzava, timidamente, la rosea pietra del Subasio. I giovani
e le fanciulle, vestiti a festa e avvolti nei loro ampi mantelli, percorrevano
le vie e le contrade di Assisi.
Ma
Chiara amava vivere appartata e pregare. Le bastava affacciarsi alla finestra
e contemplare il sole che nasceva e camminava sulla facciata di S. Ruffino.
Si
confîda con Francesco
Un giorno decise di incontrarsi nuovamente con Francesco: aveva bisogno di
confidarsi con lui.
Lo
raggiunse alla Porziuncola, dove fu accolta con grande gioia.
Francesco le parlò come un giorno aveva parlato in cattedrale; ma ora a tu per tu, solo per lei.
Questo
atteggiamento, così aperto e sincero, dissipò in lei ogni dubbio e rasserenò
il suo animo.
Decide
di fuggire di casa
Ebbra di gioia, Chiara fissò i suoi occhi azzurri negli occhi di Francesco e,
senza esitare, disse: «È mia ferma intenzione vivere solo per Cristo, povera
come Lui. Per questo ho deciso di fuggire da casa, per non tornarvi mai più!,.
Francesco la guardò teneramente e le disse semplicemente: «Sorella, se così
ti ispira il Signore, nel momento che tu fuggirai, io sarò ad aspettarti con i
miei fratelli a Santa Maria degli Angeli!.
Poi, prima di accomiatarsi, entrambi convennero su di una data: la notte tra la Domenica delle Palme e il Lunedì Santo.
Il ramo d’ulivo Quell'anno (1211) la Domenica delle Palme cadeva il 27 marzo. Chiara si era alzata di buon mattino, aveva indossato l'abito più bello e, insieme ad alcune amiche, si era recata in duomo per la funzione religiosa.
La
liturgia della Domenica delle Palme era molto lunga: si doveva procedere alla
benedizione e distribuzione delle palme; seguiva la processione, la celebrazione
della Messa con le letture, le preghiere e il «Passio».
Chiara stava seduta e seguiva in silenzio. Pensava alla fuga di quella notte, che l'avrebbe portata lontana da casa, per non ritornare mai più.
Quando
il vescovo Guido incominciò la distribuzione delle palme, essa non si mosse;
restò seduta, col capo chino. Il vescovo notò la sua assenza; la guardò e,
come ispirato, si alzò, scese i gradini della cattedra e, accompagnato dai chierici,
andò verso di lei; le consegnò la palma e la benedisse. Chiara baciò l'anello
del vescovo, prese la palma e, commossa, se la strinse al seno. Poi chinò
ancora il capo e recitò una preghiera. Adesso non le restava che andare...
La
fuga nella notte
A casa, Chiara si appartò nella sua stanza, in attesa del buio della notte.
Aveva
il cuore in tumulto. Quella era per lei una giornata felice, ma intramontabile.
Quando
la notte fu alta, si gettò un mantello nero sul vestito a festa, si coprì il
capo con un velo e, in punta di piedi, si portò verso la «porta del morto».
Voleva uscire di nascosto e, uscendo da quella porta, era certa di non
incontrare nessuno.
Con le sue mani delicate spostò la legna e gli attrezzi, che erano accatastati contro l'uscio; fece forza sui catenacci e sulle sprangature, e poco dopo si trovò sulla strada.
C'è
chi l’attende
Appostata, in un angolo, l'attendeva una sua carissima amica: Pacifica di
Guelfuccio. Con passo svelto, insieme, si incamminarono verso Santa Maria degli
Angeli.
Narrano
i Fioretti che quella notte era più «chiara» del solito, e che le stelle
occhieggiavano dall'alto per proteggere il loro cammino.
Ad
attenderle sul limitare del bosco, vi erano due frati con le fiaccole accese.
Con loro si inoltrarono tra le piante, verso una luce che brillava poco
lontano: era la Porziuncola.
Conquista
la vera libertà
Sulla soglia della chiesetta l'aspettava Francesco, che l'accolse e le diede
il benvenuto. Chiara, commossa, entrò in chiesa, si inginocchiò davanti
all'altare e, per alcuni istanti, si trattenne in preghiera. Poi si alzò, con
decisione; si tolse le scarpe, si levò il vestito di broccato e lo cambiò con
una rozza tunica, si tolse la ricca cintura e la cambiò con una ruvida corda.
Quindi si inginocchiò ancora; si sciolse di colpo i capelli che scivolarono
sulle spalle; quindi rimase col capo chino, in attesa dell'ultimo sacrificio.
Francesco
raccolse, con delicatezza, la bionda capigliatura e, piano piano, la recise. La
cerimonia era finita.
Si
rifugia in un Convento benedettino
Dopo la cerimonia, Francesco invitò Chiara ad allontanarsi, con fretta, dal
luogo per benedettino evitare possibili reazioni da parte dei parenti.
Insieme
a fra Bernardo si incamminarono sulla strada di Perugia, verso il monastero di
S. Paolo, dove le suore benedettine, preavvisate, erano in trepida attesa.
Chiara
fu accolta con grande cortesia; le fu garantito l'alloggio e le fu affidato
l'incarico di aiutare in cucina e nelle faccende domestiche.
Francesco
si preoccupa per Chiara
Francesco e Bernardo ripresero subito la via del ritorno: alla Proziuncola li
attendevano, preoccupati confratelli.
Lungo
la strada, fra Bernardo fu il primo a prendere la parola: «Adesso che cosa
succederà? La famiglia degli Offreducci è ricca e potente!».
Francesco
lo rasserenò: «Non perdiamoci d'animo: Dio ci aiuterà! Io andrò dal vescovo
Guido e gli chiederò S. Damiano per sorella Chiara».
Bernardo,
trepidante, disse: «Oh, se il vescovo ti ascoltasse: Sarà l'inizio di un nuovo
ordine! Saranno povere come noi. Come le chiameremo?».
Francesco
rimase per alcuni istanti silenzioso, poi rispose: «Le chiameremo: Povere Dame
di S. Damiano!».
La
reazione dei parenti
Com'era da prevedersi, la reazione dei parenti di Chiara non si fece attendere.
Il mattino, appena scoprirono la sua fuga, si posero in assetto di guerra e
raggiunsero il monastero di S. Paolo, disposti a tutto, pur di riuscire a
ricondurla a casa. Minacciano di sfondare la porta. Vogliono Chiara, o viva o
morta. Con l'apparato esteriore e con le minacce, sperano di spaventarla, ma si
illudono: Chiara à irremovibile.
Vista
vana ogni minaccia, ricorrono alle buone maniere, alle lusinghe e alle
promesse; fanno leva sul sentimento, sul dolore della madre, delle sorelle, di
tutta la famiglia, ma Chiara è durissima; sa che tra quelle mura è al sicuro
più che in un castello.
Si aggrappa all’altare Quando si accorge che stanno per perdere il controllo e ricorrere alla violenza, Chiara compie un gesto che farà crollare ogni loro illusione: scappa in chiesa e corre vicino all'altare; con una mano afferra la tovaglia e con l'altra si toglie il velo dal capo facendo apparire la sua testa rasata.
Dimostrava
così di essere ormai consacrata a Dio e che nessuno poteva toccarla. Di
fronte a tanta fermezza, ai familiari non rimase altro che abbandonare la
chiesa e il monastero e andarsene confusi.
È
trasferita nel Monastero di S. Angelo
A S. Paolo, Chiara potè rimanere soltanto pochi giorni. Forse furono le stesse
mona che a sollecitare il suo allontanamento, dopo lo scompiglio provocato
dalla sua presenza.
Fu
Francesco a interessarsi del suo trasferimento. Ancora una volta si rivolse ai
Padri Benedettini e ottenne da essi di poterla trasferire nel loro monastero di
Sant'Angelo di Panzo
Finalmente
un po’ di pace
Nella quiete e nel silenzio del monastero di Sant'Angelo, Chiara potè
ritemprare il suo ideale di vita.
Si atteneva scrupolosamente alle prescrizioni della Regola di S. Benedetto, che ha come fondamento: «Ora et Labora!»». Con questo, Chiara non intendeva, certo, abbracciare la Regola di S. Benedetto. Non avrebbe avuto senso la sua fuga nella notte verso la Porziuncola, il suo totale abbandono in Dio al di là di ogni struttura, sull'esempio di Francesco.
La
sua luna di miele
Nel monastero di Sant'Angelo, Chiara visse per alcune settimane. Furono per
lei giorni di serenità e di gioia indescrivibile. La gioia di Chiara stava
tutta nel sentirsi amata e protetta dal suo Signore, con lo stesso amore con cui
una madre protegge la sua figliolina.
La fuga da casa le aveva chiuso il mondo alle spalle per aprirle le soglie del mistero di Dio. La sua vita, ormai, si era trasformata in un arcobaleno di preghiera e di contemplazione: in un grazie gioioso e infantile.
Era
fuggita da casa in una notte di primavera, per abbracciare un ideale di povertà
totale, e aveva trovato la vera libertà, la perfetta letizia, aveva raggiunto
il suo sogno.
Si
incontra con la sorella Agnese
Chiara sentiva il bisogno di esternare la sua ardente esperienza mistica. Quasi
ogni giorno andava da lei, per farle visita, Agnese: era una ragazza bellissima,
di soli quindici anni, con una grande sensibilità verso il soprannaturale. Dopo
la fuga di Chiara, i familiari avevano riposto in lei ogni speranza.
«Cara Agnese - le confidava la sorella - ricordalo: è preferibile vivere un solo giorno nella casa del Signore, che mille giorni altrove. La giovinezza è vento che passa. La bellezza svanisce come il fumo. La vita finisce e qui non resta nulla. Sorella mia, oh se tu potessi provare la dolcezza dell'amore del Signore! È un amore sempre giovane, che nessuno può strapparci!».
Anche
Agnese fugge da casa
Le parole e l'esempio di Chiara indussero Agnese a fuggire per consacrarsi al
Signore. Si rifugiò presso la sorella, nel monastero di Sant'Angelo.
Com'era
da prevedersi, la reazione dei parenti fu immediata.
Appena
scoprirono la fuga, raccolsero un manipolo di uomini, capeggiati da Monaldo, e
si precipitarono, furenti, a Sant'Angelo, decisi a tutto pur di riavere la
fanciulla, o viva o morta.
A
nulla valse l'opposizione di Chiara e delle monache. Essi penetrarono nel
monastero e trascinarono fuori Agnese, che piangeva e implorava aiuto.
Intervento
prodigioso
Quegli uomini, tra calci e pugni, trascinarono Agnese giù per il pendio del
monte; ma ad un certo punto dovettero fermarsi: non ce la facevano più.
Che
cos'era successo?
Quella fragile creatura era diventata pesante come un macigno.
Tutti
gli sforzi per spostarla erano vani.
Lo
zio Monaldo, infuriato e pieno di rabbia, si fece largo e alzò il pugno per
colpirla; ma il braccio gli restò a mezz'aria, paralizzato.
A
questo punto la paura si impadronì degli assalitori che, spaventati fuggirono
lasciando Agnese sola e dolorante.
Poco
dopo accorse la sorella. Agnese le si gettò al collo piangendo, mentre
Chiara, commossa, ringraziava il Signore che aveva ascoltato la sua preghiera.
Finalmente
una dimora
Quando Francesco venne a conoscenza dell'accaduto, si recò al monastero di
Sant'Angelo, si congratulò con Agnese per il suo coraggio e le impose il velo
e l'abito.
Poi
convocò Chiara e Agnese e disse loro: «Ho una bella notizia da darvi. Il
vescovo Guido ha accolto la nostra richiesta. Finalmente c'è una dimora per
voi! È poverissima, perciò sarà di vostro gradimento. Quando la restauravo
per ordine del Signore, non conoscevo ancora i vostri nomi; eppure era per voi
che già stavo preparando una dimora. È la chiesetta di S. Damiano. La
chiameremo: «Roccaforte di Madonna Povertà».
Le
parole di Francesco scesero nell'animo di Chiara e Agnese come balsamo.
Esse,
dopo avere ringraziato il Signore, senza indugiare, si trasferirono a S.
Damiano.
La
roccaforte di Madonna Povertà A S. Damiano, Chiara si trovò, finalmente, a suo agio.
Varcando quelle mura, quasi cadenti, capì di essere arrivata dove Dio la guidava, da tanto tempo.
Questo
lo dicevano: la nudità delle pareti, la desolazione dei locali, i muri senza
intonaco, le rozze asse neppure squadrate del cosiddetto «coretto la scala
ripida e sconnessa che immetteva nel dormitorio che era uno stanzone nudo e
freddo.
Era
senz'altro il convento più povero che si fosse mai visto: la vera roccaforte di
Madonna Povertà.
Le prime novizie Francesco aveva predetto a Chiara che altre donne l'avrebbero seguita e avrebbero abbracciato il suo ideale di vita. Dopo Agnese, la prima ad accorrere a S. Damiano fu Pacifica di Guelfuccio, colei che l'aiutò nella sua fuga notturna. Poi venne Benvenuta di Perugia, sua carissima amica. In seguito giunsero Balvina di Offreduccio, Cecilia di Gualtiero, Angeluccia di Angeleio, Filippa di Ghislerio, Francesca di messer Capitano, Amata di Martino e tante altre. Completarono il gruppo: Beatrice, sorella minore di Chiara e mamma Ortolana.
A S. Damiano così nacque il Secondo Ordine francescano, quello femminile, che Francesco amava chiamare delle «Povere Donne».
Un'oasi
di pace
In breve tempo, la comunità di S. Damiano divenne un'autentica oasi di pace,
ove tutto era calore e intimità.
La
stessa desolazione dei locali, delle mura, delle suppellettili, trasmettevano
serenità e letizia.
Nessun
lamento si levava da S. Damiano: la povertà della casa, il disagio dei letti,
il freddo, la fame non tormentavano. Le suore più si sentivano povere e più
erano contente. Per Chiara ogni angolo del convento era un angolo di paradiso,
pieno di calore e di intimità: era un perenne invito alla festa, alla
letizia.
Le
più povere del mondo
Nulla era di loro proprietà, ma tutto veniva accettato come prestito; si
ritenevano «pellegrine e forestiere in questo mondo». Andavano a piedi nudi
in ogni stagione, con vestiti rozzi e legati ai fianchi con una corda, la testa
rasa e coperta con un panno bianco e nero.
Il loro cibo era «modico e austero»; si erano proposte di «digiunare in ogni tempo dell'anno».
Per
letto avevano una stuoia stesa sul nudo pavimento, e per guanciale un pezzo di
legno. Il dormitorio era uno stanzone freddo e squallido, dove i poveri
giacigli erano allineati lungo la parete.
Impegnate
anche fuori dal monastero
Come Francesco mandava i suoi frati a curare i lebbrosi, ugualmente Chiara mandava
le sue figlie a curare gli ammalati e i bisognosi. Esse lavoravano senza esigere
alcuna ricompensa. Erano chiamate «sorelle servitrici».
Nella
Regola, Chiara ricorda loro come devono comportarsi: «Le sorelle che prestano
servizio fuori del monastero, non rimangano a lungo fuori, se non lo richieda
una causa di manifesta necessità. E devono andare per via con onestà e parlare
poco, affinchè possano essere sempre motivo di edificazione per quanti le
vedono».
Ma l'ardore missionario di Chiara non aveva confini. Quando giunse la notizia del martirio dei primi cinque frati minori - Bernardo, Pietro, Accursio, Adiuto, Ottone - si accese in lei il desiderio del martirio.
Lava
i piedi alle «sore servitrici»
Le sorelle servitrici ritornavano al convento la sera, all'ora del tramonto.
Arrivavano stanchissime, impolverate, spesso cariche d'erba e di fiori.
Chiara
volle che fosse riservato a lei il privilegio di accoglierle e di lavare loro
i piedi.
Allora
si inginocchiava e compiva la lavanda in un piccolo catino; asciugava i piedi,
spesso screpolati e tumefatti; poi li baciava, dimostrando così la stima e la
riconoscenza per il bene da esse operato.
Il
primato di Chiara
Chiara volle per sé il primato della povertà. Nel monastero di S. Damiano
non ci doveva essere una più povera di lei. Francesco aveva sposato
volontariamente la povertà; essa voleva essere la povertà stessa, la povertà
in persona. La sua povertà era ispirata alla confidenza filiale in Dio; era
l'espressione del suo immenso amore per Gesù.
In
questo senso essa aveva deciso di seguire l'ideale di Francesco: nella povertà
assoluta, voluta e accettata per amore del grande povero e re dell'universo:
Cristo Gesù.
Ardore
serafico
Sulla mensa delle Povere Donne poteva
mancare il pane materiale, ma non il Pane eucaristico. Esse si erano
proposto di sostenere con la preghiera l'apostolato di Francesco e dei suoi
frati.
Per
questo passavano ore ed ore, di giorno e di notte, davanti all'altare: il
Tabernacolo costituiva il cuore di S. Damiano.
Tutto ciò che riguardava l'Eucarestia era da esse stimato e onorato.
Chiara,
sfruttando la sua esperienza di ricamatrice, organizzava le sue sorelle e
insieme preparavano il corredo per le chiese più povere: in questo si
dimostrava degna figlia di S. Francesco.
Consigliera
di Francesco
Fin dall'inizio della sua conversione, Francesco era combattuto tra il desiderio
della vita contemplativa o della vita attiva. Spesso, angosciato, domandava a sé
stesso: «Quale sarà la mia strada?».
Per togliere ogni dubbio decise di rivolgersi a Chiara; ella sarebbe stata la sicura messaggera della volontà di Dio. Chiamò a sé frate Masseo e gli disse: «Va da sorella Chiara e dille che preghi il Signore di rivelarle quale cosa sia meglio per me: predicare o pregare!».
Frate
Masseo si recò a S. Damiano e fece la sua ambasciata. Chiara si raccolse in
preghiera dinnanzi al Crocifisso che aveva già parlato a S. Francesco.
Dopo alcuni giorni, frate Masseo ridiscese a S. Damiano e la risposta di Chiara fu esplicita: «Dì al Padre che Dio non lo vuole eremita, ma predicatore del Vangelo nel mondo!».
Abbadessa
per obbedienza
Dopo tre anni di vita monastica, Francesco itenne opportuno dare alla comunità
di S. Damiano una parvenza di struttura: pensò di nominare una abbadessa.
Questa non poteva essere che Chiara, la primogenita dell'Ordine.
Ma
Chiara rifiutò: «No, non io Francesco! Ho fuggito gli onori e la vanità del
mondo, non posso mettermi al comando delle mie sorelle. Io voglio solo servire e
obbedire!». «Bene! - le disse di rimando Francesco - se tu vuoi obbedire,
allora te lo chiedo per obbedienza!».
Affamata
della Parola di Dio
Chiara, appena eletta abbadessa, sentiva il bisogno di una guida sicura: temeva
soprattutto di non riuscire a camminare nella via della perfetta povertà. Per
questo avrebbe desiderato incontrare più spesso Francesco.
Ma il Poverello era spesso lontano da Assisi, ed evitava di recarsi di frequente a S. Damiano per non suscitare «meraviglie e sospetti» tra la gente.
Aveva
comandato ai suoi frati di non avere troppa «familiarità» con le monache e
di non entrare nei loro monasteri. E in questo egli voleva essere di esempio.
La
mediazione dei frati
I frati ebbero pietà di Chiara e parlarono a Francesco: «Padre, a noi pare che
questo tuo modo di agire non sia secondo carità. Chiara, la pianticella del tuo
giardino spirituale, merita di essere assecondata; non è giusto che tu le
neghi il conforto della tua parola, che da tanto tempo aspetta!».
Francesco, che desiderava i consigli degli amici, chiese: «Che ne pare a voi? È bene che io la esaudisca?». «Sì, Padre! Chiara merita questo e molto di più. Tu faresti male a privarla di questo tuo conforto!». «Allora - concluse il Poverello - andate ad invitarla qui a Santa Maria degli Angeli; le gioverà uscire un po' fuori dal convento. Insieme mangeremo nel bosco, nel nome del Signore. Poi, in seguito, ricambieremo la visita a S. Damiano!».
Il
pranzo nel bosco
Chiara, finalmente, potè ritornare alla Porziuncola; era accompagnata da
alcune sorelle.
Entrò
nella piccola chiesa di S. Maria degli Angeli e sostò a lungo davanti
all'altare. Poi si inoltrò nel bosco, dove l'attendevano Francesco e alcuni
frati. Tutti si sedettero in cerchio sul prato, attorno ad una pietra, sulla
quale vi erano una brocca d'acqua e alcuni pani.
Prima
di toccare il cibo, Francesco si mise a parlare. Sapeva di che cosa aveva fame
Chiara. Parlò di Dio, dei poveri, della carità, della povertà intesa come
fedeltà suprema al Signore. Chiara ascoltava estatica: riviveva i discorsi
uditi nella cattedrale, la sua fuga notturna, la cerimonia della promessa. Le
parole del Poverello, in breve, divennero fiamma. Nessuno si accorse che il
tramonto stava già scendendo sulla pianura.
Ad un certo punto una luce «chiara» avvolse ogni cosa: la Porziuncola fu tutto un bagliore; da Assisi sembrava che tutto il bosco bruciasse. La gente dei dintorni, preoccupata, temendo un incendio, accorse per spegnere il fuoco; ma addentratasi nel bosco, con meraviglia, trovò Chiara e Francesco, insieme ai commensali, avvolti in un mare di luce e rapiti in estasi.
Poi
la luce si attenuò e si spense. I commensali si alzarono e, in silenzio e senza
avere assaggiato una briciola di pane, si allontanarono, col cuore ricolmo di
gioia.
Il
Miserere
Francesco aveva compreso che Chiara poteva fare a meno del cibo materiale, ma
non di quello spirituale.
Un
giorno, per accontentarla, raggiunse S. Damiano. Il suo arrivo rallegrò
immensamente il cuore di Chiara e delle povere donne; da tempo l'aspettavano
per avere da lui una lezione di vita spirituale.
Speravano
che tra gli ulivi di S. Damiano si rinnovasse l'incendio del bosco della
Porziuncola!
Si
raccolsero subito attorno a lui, ansiose di ascoltarlo. Ma Francesco se ne stava
muto, quasi assorto; sembrava attendesse l'ispirazione dall'alto.
E l'ispirazione venne. Difatti prese una manciata di cenere, la sparse a forma di cerchio attorno a sé; poi abbassò gli occhi e, con voce dimessa, intonò il Miserere.
Le
suore, profondamente commosse, osservavano e ascoltavano in silenzio.
Terminato il salmo, Francesco alzò il cappuccio sul capo, si chiuse le mani
nelle maniche del saio e, in silenzio, uscì dal convento.
La
Provvidenza le aiuta
A S. Damiano le difficoltà aumentavano con l'aumentare del numero delle suore.
In più: alla porta del monastero accorrevano frotte di poveri e di lebbrosi
errabondi, in cerca di cibo.
La
Provvidenza non poteva restare indifferente di fronte a tanto eroismo;
interveniva mediante i frati questuanti, messi a loro disposizione da
Francesco, e la generosità dei buoni, che scendevano da Assisi spesso
interveniva anche con miracoli. Ne riportiamo alcuni.
Il
miracolo dell’olio
Un giorno in convento non era rimasta una sola goccia di olio, neppure quel poco
necessario per il cibo delle ammalate. Chiara pensò di ricorrere al frate
addetto alla questua.
Lavò un vaso e lo pose sul muricciolo, vicino alla porta perchè fosse prelevato e riempito. Di lì a poco, passò frate Bentivenga a prendere l'orciolo. Ma quando lo prese tra le mani si accorse che il vaso era già pieno di olio fresco e profumato. Lo guardò meravigliato e si allontanò brontolando tra sé per essere stato chiamato inutilmente.
La
moltiplicazione del pane
Un altro giorno, già era ora di cena, ma la suora addetta al refettorio non si
decideva a suonare la campanella.
Chiara
chiese il motivo di questo ritardo. Le rispose: «Non abbiamo che un solo pane
in casa. Questa sera si fa digiuno!».
«Figliola
- le disse Chiara - non temere! Va, prendi quel pane e spezzalo in cinquanta
parti, quante siamo noi; poi chiama le suore a cena!».
«Non
è possibile - riprese la dispensiera - ne toccherebbe una mollica per ognuna!».
Ma Chiara, sicura di sé, ripetè l'ordine: «Va, figliola! Fa come ti ho
detto e la Provvidenza ci aiuterà!».
Mentre
la suora spezzava il pane, Chiara pregava, e il pane, come per incanto,
aumentava... e divenne sufficiente a sfamare tutte le suore; e ce ne fu anche
per il frate questuante.
Focacce
e trote argentate
Chiara nutriva una tenerezza particolare verso le sorelle ammalate. Un giorno,
una di esse, gravemente ammalata, le chiese di poter mangiare un po' di
focaccia di Spello e una trota del Tescio. La Santa promise di accontentarla.
Cercò
di passare subito parola al frate questuante, ma quel giorno era assente.
Allora pregò con fiducia la Provvidenza, che non tardò ad intervenire. Infatti, poco dopo, bussò alla porta del convento un giovane sconosciuto, che consegnò un pacco pieno di focacce e di trote argentate.
La
Santa ne mangiò insieme all'ammalata: per lei la carità era più preziosa del
digiuno. Del resto non aveva fatto altrettanto Francesco quando un suo frate
stava morendo di fame?.
Un
unico ideale
Ormai il destino di Chiara è intimamente legato a quello di Francesco. Lei
stessa si presenta come la «pianticella del Beato Francesco».
Il
Signore li ha chiamati a vivere insieme la stessa esperienza in una dimensione
complementare: lui nella dimensione attiva, lei nella dimensione
contemplativa. Ogni viaggio e ogni azione apostolica di Francesco sono seguiti
e sostenuti dalla preghiera di Chiara.
Così
entrambi si conformavano a Cristo, che predicava alle folle, senza interrompere
il suo intimo colloquio col Padre.
Accanto
a Francesco
Da S. Damiano, Chiara seguiva ora per ora, giorno per giorno, l'azione di
Francesco. Ne era regolarmente informata dalle confidenze dei frati, che
assistevano le Povere Donne.
Le Fonti Francescane hanno pagine di delicata poesia, che nasce tra l'armonioso concorso della calda umanità di Chiara e di Francesco.
Il
Poverello la ispirava, la sosteneva, la confortava; ma vi erano anche momenti
in cui Francesco, per umiltà, dipendeva da lei come un figlio dalla madre:
erano i momenti della prova e del dolore.
Il
crocifisso della Verna
Il 14 settembre 1224, festa dell'Esaltazione della della S. Croce, Francesco si
trovava sul monte della Vema.
Era
salito lassù per fare penitenza e per dialogare familiarmente con Dio.
Nascosto
nella grande foresta supplicava il Signore tra lacrime e sospiri:
"Signore, fa che io senta nell'anima e nel corpo quel dolore che tu
provasti nell'ora della tua acerbissima passione!».
Gli
apparve un serafino con sei ali, avvolto da fulgidissima luce. Quando la visione
scomparve, il Santo si accorse di avere le mani, i piedi e il costato piagati e
sanguinanti: erano le stimmate. Il Signore aveva ascoltato la sua preghiera.
Chiara
invita Francesco a S. Damiano
Francesco rimase alla Verna alcune settimane. Si era ammalato gravemente e
sentiva sorella morte avvicinarsi.
La piaga del petto non cessava di sanguinare. La congiuntivite gli bruciava gli occhi e il mal di stomaco lo faceva contorcere dal dolore.
Decise di ritornare ad Assisi e, dietro le amorose insistenze di Chiara, accettò di andare a S. Damiano.
Sentiva
che era proprio là, vicino a quella donna forte, fedele, affezionata, che egli
avrebbe attinto la forza necessaria per accettare bene gli ultimi mesi della
sua vita terrena.
Un
angolo di paradiso
Chiara accolse Francesco con gioia, mista a dolore. Gli fece costruire, nel
giardino, una capanna di canne. Per letto il Santo non volle che paglia.
Di
giorno le Povere Donne gli erano attorno cercando di portargli sollievo, ma la
notte, Francesco non riusciva a dormire. Piagato e dolente, non trovava requie,
girandosi da un fianco all'altro. In più: torme fameliche di topi gli correvano
perfino sul viso.
In
mezzo a tanto dolore, egli non si rattristava, ma gioiva di una gioia
indescrivibile.
Il cantico delle creature Fu proprio qui, in questo angolo di paradiso, che un mattino, dopo una notte più tribolata del solito, in un impeto di gioia, il Poverello intonò il cantico delle creature: «Altissimu, onnipotente, bon Signore, tue so le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione».
Chiara
e le sue compagne ascoltavano, rapite e commosse. Le ultime parole del cantico
le ritennero composte per loro e le accolsero come una consegna: «Laudate et
benedicete mi Signore, et ringratiate et servitelo cum grande humilitate». Da
quel giorno, le Povere Donne avrebbero per sempre lodato il Signore con letizia
e grande umiltà».
Francesco
ritorna alla Porziuncola
Sentendo avvicinarsi sorella morte, Francesco chiese di essere trasportato a S.
Maria degli Angeli; desiderava morire presso l'umile chiesa, che egli tanto
amava. Prima di partire si radunarono attorno a lui le Povere Donne; le benedisse
una ad una e si congedò da loro con parole ricolme di tenerissimo affetto.
I suoi frati lo adagiarono su di una barella e si avviarono lentamente verso la Porziuncola.
Giunti
a metà strada, fece cenno ai suoi frati di fermarsi e di voltarlo in modo da
poter guardare Assisi.
Francesco, con gran fatica, alzò le braccia e, con un filo di voce, disse: ««II Signore ti benedica, o mia città diletta; in te molte anime si salveranno; tra le tue mura abiteranno molti servi di Dio e molti in te saranno eletti al regno dei cieli!». Poi il corteo riprese mestamente il suo cammino.
«Audite
poverelle» Giunti alla
Porziuncola, lo deposero in una capanna, a pochi passi dalla cappella. Essere
ritornato in quel luogo di pace, lo riempì di tenerezza. Subito sentì il
bisogno di esternare la sua riconoscenza alle Povere Donne, e dettò alcune
sante parole con melodia». Le consegnò a frate Angelo e a frate Pacifico perché
le cantassero a S. Damiano.
Chiara
e le consorelle le ascoltarono commosse: «Audite, poverelle, dal Signore vocate
ke de multe parte et province sete adunate vivate sempre en veritate ke en
obedientia moriate. Non guardate alla vita de fora ka quella dello spirito è
migliora. Io ve prego per grand'amore, k'aiate discrecione delle lemosene ke ve
dà el Segnor.
Quelle
ke sunt adgravate de infirmitate et l'altre ke, per lor, suò adfatigate, tute
quante lo sostengate en pace, ka multo vederì cara questa fatiga: ka ciascuna
serà regina en celo coronata cum la vergine Maria.
Era
questo l'ultimo canto che il cuore di Fancesco dettava: un inno alla
riconoscenza.
L'ultimo
incontro con Francesco
Quando Chiara seppe che Francesco era ormai morente, chiese di poterlo
rivedere, ma Francesco il Poverello la esortò a non uscire dal monastero. Poi
pregò un frate di recarsi a S. Damiano: «Va e d'i a Chiara e alle nostre
sorelle che depongano ogni dolore e tristezza per non potermi or rivedere;
tanto esse mi rivedranno dopo morto e ne saranno consolate!».
Era
il 3 ottobre quando Francesco morì. Il giorno dopo, dai paesi vicini accorsero
in tanti. Da Assisi scesero autorità e clero. Si formò un corteo funebre, che
si diresse verso S. Damiano, dove le Povere Donne erano in attesa.
Si fermò davanti al convento e la bara fu portata davanti alla grata. Le suore ad una ad una si accostarono alla salma, si inginocchiarono e baciarono con devozione, per l'ultima volta, le piaghe del loro padre e maestro.
Quando
il corteo scomparve all'orizzonte e la voce dei fedeli si spense, S. Damiano
divenne ancora più povero, ma di una povertà che è dono: un grande dono.
Si
ammala gravemente
Forse soltanto pochi sanno che Chiara, dopo la morte di Francesco, si ammalò
e rimase inferma, in un povero letto, per circa trent'anni.
Viene
spontaneo credere che il Poverello, prima di morire, abbia scritto proprio per
lei le parole: «Laudato sii, mi Signore, per quelli che sostengono
infirmitate e tribulatione». Le povere donne temevano sempre di perdere la loro
madre, ma lei le rasserenava: «Non temete, il Signore vuole che io stia con
voi!». E non si abbatteva, ma ogni dolore le si mutava in gioia e le inondava
l'anima di santa letizia.
La
visita di Gregorio IX a S. Damiano
Durante la sua malattia, Chiara ebbe la gradita visita di Gregorio IX. Avvertita
in tempo del suo arrivo, essa fece ornare di fiori la chiesa e cospargere di
rami di olivo la stradicciola che porta al convento.
Il
Papa arrivò in forma privata; entrò in chiesa dove sostò in preghiera, poi si
appartò con Chiara e le sue sorelle per un dialogo familiare. Papa Gregorio già
conosceva il loro «tenore di vita», ma era venuto a S. Damiano per rendersi
conto personalmente di tanta austerità.
Chiede
il privilegio della povertà
Com'era da prevedersi, Chiara approfittò dell'incontro col Papa per chiedere,
ancora una volta, l'approvazione e la codificazione del privilegio della
povertà.
Papa
Gregorio, dopo avere ascoltato e riflettuto, intervenne: «Com'è possibile
vivere una povertà così austera?». «Con l'aiuto della Provvidenza - rispose
Chiara - il Signore non abbandona le sue serve!».
Riprese
il Pontefice: «La madre Chiesa non può permettere che le sue figlie predilette
vivano in tanta ristrettezza e senza alcuna difesa!».
«La
nostra difesa - ribattè Chiara - sarà Cristo crocifisso e il suo Vicario in
terra!».
La
perplessità di Papa Gregorio
Papa Gregorio non riusciva a capacitarsi di come Chiara chiedesse di vivere in
povertà, mentre tanti chiedevano a lui privilegi e favori.
Fissò il volto intrepido di Chiara e le disse: «Figliola, se temi per il voto di povertà già fatto, sappi che io te ne posso sciogliere!».
Chiara impallidì a queste parole, e i suoi occhi si riempirono di lacrime; si strinse il volto tra le mani e, con voce commossa, implorò: «Padre Santo, io non temo per il voto che ho fatto. Assolvetemi dalle mie colpe, ma non dal privilegio della santa povertà!».
La
croce sul pane
Il Pontefice rimase a S. Damiano più del previsto, e il tempo era passato
veloce. Essendo ormai tardi, le suore invitarono il Papa a desinare con loro.
Chiara, un po' confusa, fece preparare la mensa; ma non vi era che pane duro, ricevuto in elemosina, e acqua pura. Prima di sedersi, le suore pregarono il Papa di benedire la mensa; ma egli cedette questo compito a Chiara: «Chiara, voglio che tu benedica questo pane, col segno della croce!».
«Santissimo
Padre - ribattè Chiara - perdonatemi, non sono degna di tanto onore!».
Ma
il Papa insistette: «Te lo comando per santa obbedienza!». La Santa non poteva
rifiutarsi. Confusa, si alzò in piedi e tracciò un segno di croce.
Ancora
una volta il Signore ascoltò la sua serva: all'improvviso, su ogni pane
apparve una croce, intagliata nella dura crosta.
La
delusione di Chiara
La visita di Papa Gregorio a S. Damiano, fu per Chiara una grande delusione. Sperava
di avere dal suo «dolce Cristo in terra» la conferma della Regola in tutta la
sua integrità, ma il Papa era apparso intransigente: la domanda di «povertà
altissima», gli appariva troppo ardita.
Chiara
non si perdette d'animo. Si augurava solo di non morire prima di avere avuto
questa grande consolazione. E anche le Povere Donne, fedeli all'insegnamento
di Francesco, erano d'accordo con lei: tutte unite e con insistenza chiedevano
l'approvazione e la codificazione del privilegio della povertà.
Scaccia
i Saraceni da S. Damiano
Siamo nell'estate dell'anno 1241. Assisi era assediata dalle truppe di Federico
Il. La gente impaurita, stava rinchiusa dentro le mura della città. Le Povere
Donne erano rimaste sole, fuori dalle mura, alla totale mercè degli invasori.
La Santa invitava le sorelle ad avere fiducia nel Signore: «Sorelle e
figliole mie, non vogliate temere perché se Dio sarà con noi, nessuno potrà
farci del male!».
Finché un giorno i soldati, guidati da Vitale d'Aversa, tentarono la scalata alle mura del convento.
La
Santa, aiutata da due consorelle, si alzò da letto, prese la teca col
Santissimo e, tenendola alta, si affacciò alla grande finestra che dava sul
sagrato della chiesa.
Pregava
dicendo: «Signore, ti prego, difendi le tue povere serve!». Si udì, allora,
una voce come quella di un bambino: «Io vi difenderò sempre!».
I
soldati, intimoriti, fuggirono; il mattino seguente tolsero anche l'assedio
dalla città di Assisi.
Dal
letto assiste alle cerimonie natalizie
La notte di Natale le suore erano scese in chiesa per la messa di mezzanotte. La
Santa, gravemente ammalata, era rimasta sola, nel buio e gelido dormitorio.
Distesa
sul povero letto, si struggeva dal desiderio di partecipare alle sacre funzioni:
«Tu nasci, o mio Signore, e io sono sola, lontana da te!».
All'improvviso,
con gioioso stupore, si rese conto di udire il canto e il salmodiare
dell'ufficio; poi vide davanti a sé, in diretta, come in televisione, tutta la
funzione: vide il sacerdote celebrante, le suore, i frati, i fedeli che
pregavano, il presepio preparato nella chiesa... Chiara guardava e ascoltava;
alla fine fu rapita in estasi.
Patrona della televisione Dopo la cerimonia, quando le consorelle salirono nel dormitorio, Chiara si ridestò dall'estasi, sorrise dolcemente e disse: «Sorelle, ringraziate con me il Signore, che non mi ha abbandonata: ho udito i vostri canti, ho partecipato alla messa, ho veduto il presepio con la Vergine e S. Giuseppe, ho assistito alla nascita di Gesù!».
Lodate
e ringraziate con me il Signore, che si è ricordato di questa sua umile serva!».
Sospira
la bolla pontificia
In mezzo alle sofferenze della malattia, Chiara sospirava dal suo «dolce Cristo
in terra», una bolla di conferma della sua povertà: voleva che la sua
volontà fosse sostituita da quella di santa madre Chiesa».
La
Santa, finora, era stata forte: aveva sempre rifiutato privilegi e
concessioni; aveva contenuto ogni attacco alla Regola.
Ora
voleva lasciare alle sue sorelle, in eredità, un documento ufficiale perché
nessuno, anche se mosso da compassione, potesse tentare di assalire la
roccaforte di Madonna Povertà.
Il
suo testamento
L'idea di «fare testamento» nacque in Chiara dal desiderio di lasciare alle
sue consorelle almeno uno scritto, che documentasse il suo pensiero.
Ormai gravemente ammalata, seduta sul pagliericcio e sostenuta da due consorelle, «con poche e brevi parole», dettò il suo testamento: «Io Chiara, benchè indegna, serva di Cristo e pianticella del Padre santo, lascio a voi sorelle mie amatissime e carissime, questo scritto...». Lo terminò con un'ampia benedizione: «Vi benedico in vita e dopo la mia morte, come posso e più di quanto posso... ».
La
solidarietà dei compagni di Francesco
Tra le persone che andavano in visita da dei compagni Chiara, vi erano anche i
vecchi compagni, di Francesco di Francesco: fra Leone «pecorella di Dio»;
fra Angelo «guerriero di Cristo»; fra Ginepro «uomo paziente»; fra Egidio
«cavaliere della Tavola Rotonda».
Quando essi arrivavano, il suo sguardo andava subito alle loro mani per vedere se avessero avuto il rotolo di cartapecora con la bolla di approvazione. Ma, vedendole vuote, reclinava la testa, chiudeva gli occhi e, sospirando, rinnovava una muta preghiera.
Poi si rivolgeva ad essi: «Avete almeno qualcosa di nuovo da dirmi del dolce Gesù?»». Intendeva chiedere se avessero avuto un pensiero acceso d'amore per Gesù. Terminava sempre chiedendo loro. di interporsi per avere la sospirata approvazione integrale della Regola. Chiara non riusciva a morire se prima non le fosse giunta a S. Damiano la bolla pontificia.
Finalmente
giunge la bolla
La speranza di Chiara non andò delusa. Difatti, il mattino del 10 agosto
1253, il card. Rinaldo giunse a S. Damiano, con la tanto sospirata bolla.
La
Santa, raggiante di gioia, tese le mani e la prese; ma ormai, era talmente
debole da non avere nemmeno la forza di rompere i sigilli. Volle baciare il
rotolo, sopra e sotto. Poi chiese che le fosse letto il testo: l'ascoltò a
occhi chiusi, per seguirne meglio le parole.
Ora
muore contenta
Dopo la lettura della bolla, Chiara aprì gli occhi, accarezzò la pergamena,
guardò il sigillo di piombo e la firma del Papa; poi fissò dolcemente le
immagini degli apostoli Pietro e Paolo, mentre due grandi lacrime dilatavano le
sue luminose pupille. Alla fine strinse al seno la pergamena, chiudendovi sopra
le braccia in croce. Pareva in estasi! Finalmente si sentiva sicura: ora era
disposta a morire.
Il
pianto di Agnese
Accanto a Chiara vi era la sorella Agnese. La Santa l'aveva chiamata dal
monastero di Monticelli, in Toscana, ove era abbadessa, perché l'assistesse in
quegli ultimi giorni di vita.
Agnese
piangeva in silenzio, appartata, per non farsi vedere. La morente si accorse di
quel silenzioso pianto, e in quell'attimo Agnese le disse: «Chiara non mi
lasciare!».
E
la Santa a lei: «Sorella dolcissima, è il Signore che vuole che io vada. Non
piangere, io non ti lascerò sola, poiché tu verrai presto con me in paradiso!».
Uno
stuolo di vergini
Chiara, ormai con un filo di voce, esortava le consorelle a non rattristarsi, ma
a gioire con lei.
Poi, accadde un fatto straordinario: all'improvviso la stanza si riempì di luce; ed ecco entrare uno stuolo di vergini, bianco vestite e col capo cinto di corone d'oro. Fra di esse ve n'era una «più gloriosa e maggiore di tutte le altre».
Le
vergini si accostarono al letto della Santa, e quella che tra tutte «parea la
maggiore», si chinò sulla morente, l'abbracciò dolcemente e la ricoperse di
un velo sottilissimo e trasparente. Poi il corteo ripartì, si allontanò in
silenzio, e scomparve.
Sorella
morte
Chiara, ormai morente, se ne stava come estatica, tenendo la bolla stretta sul
petto, e con gli occhi assorti, che guardavano lontano.
Alle sorelle, che l'attorniavano, chiese con un filo di voce: «Vedete voi il Re della gloria, come lo vedo io?». Le Povere Donne, commosse, la guardavano, piangendo di commozione.
Dopo
un breve silenzio, rotto dai singhiozzi, la Santa fu udita parlare: «Benedetto
sei tu Signore, che mi hai creata, mi hai redenta, e ora mi doni la vita eterna!».
La sorella, che l'assisteva, le chiese: «Madre, vedi, forse, il Signore!».
Le
rispose: «Sì, lo vedo!». Poi reclinò il capo e dolcemente spirò. Era l'11
agosto 1253, l'ora del tramonto.