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Vita e morte dei coniugi Martin, genitori di S. Teresa di Gesù Bambino

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 CAPITOLO PRIMO

LUIGI MARTIN PRIMA DEL MATRIMONIO 1823- 1858

Luigi Joseph Aloys Stanilas Martin nacque a Bor­deaux il 22-8-1823, figlio legittimo di Pierre-Frangois Martin, capitano dell'esercito francese, e di Marie An­ne Fanny Boureau.

Dopo il tormento rivoluzionario, un vero risveglio della città e della diocesi era iniziato con (arrivo a Bor­deaux, il 9 aprile 1802, del nuovo arcivescovo Mon­signor Frangois d'Aviau du Bois de San~ay. Egli aveva vissuto la vita errante dei vescovi perseguitati dai rivo­luzionari, percorrendo tutta la regione vestito da con­tadino e lasciando dietro sé una reputazione di san­tità e di spirito molto equilibrato. Morì l’11 luglio 1826 e, in 24 anni di presenza in terra aquitana, aveva posto le basi di un autentico rinnovamento spirituale.

Quindi nel 1823, quando nacque Luigi, la Chiesa di Bordeaux era in piena fioritura e offriva un terreno propizio alla buona formazione di questo bimbo, a pro­posito del quale lo stesso Monsignor d'Aviau avrebbe detto delle parole profetiche: "Gioite! Questo bambino è un predestinato!".

 

GLI STUDI

La prima formazione di Luigi Martin è legata alla vita militare di suo padre. Dai tre anni e mezzo fino ai sette anni fece parte degli Enfants de Troupe, bene­ficiò cioè di vantaggi e facilitazioni accordate ai figli di militari.

Quèsti bambini, iscritti sul registro delle matricole del Corpo, erano messi sotto la sorveglianza diretta di un ufficiale, aiutato da un certo numero di sottuf­ficiali. Imparavano a leggere, a scrivere, a contare e ricevevano inoltre lezioni di ginnastica e di nuoto. Data la giovane età del piccolo Martin ci si può chie­dere se partecipò completamente a queste diverse atti­vità di formazione scolastica ed educazione fisica. Comunque divenne un eccellente nuotatore, come testimonia il salvataggio del giovane Mathey durante il soggiorno a Strasburgo.

In seguito, quando la famiglia si trasferì ad Alençon nel 1831, fece i suoi studi presso i Fratelli delle Scuole cristiane della città.

Non c'è traccia di certificato o diploma ottenuto come giustificazione e coronamento del sapere rice­vuto a scuola. Nonostante ciò egli diede più tardi la prova che aveva acquisito una reale cultura.

 

I GENITORI

Alençon, paese del merletto e dell'ago, dal punto di vista religioso non era affatto mediocre e inanimata. Durante la quarantina d'anni nei quali i Martin vi risiedettero, poterono partecipare ad una vita par­rocchiale ardente e a un'attività di opere di cui si è scritto: "Questo pullulare di opere d'ogni genere... testi­monia che la città d ‘Alençon, da un punto di vista catto­lico, era all'avanguardia della diocesi”.

A queste opere parteciparono, prima di Luigi, i suoi genitori.

Grande cristiano dalla fede viva, Pierre-François Martin, padre di Luigi, era un uomo di carattere, fermo nelle sue convinzioni. Il suo spirito di fede si rivelava nel modo di assistere alla messa, dove lo si vedeva restare lungamente in ginocchio dopo la con­sacrazione. A un cappellano militare, che gli diceva quanto intorno a lui si fosse meravigliati dal suo com­portamento, aveva risposto: "Dite che è perché io credo!".

La sua anima di credente traspariva nelle occasioni più ordinarie. C'è un esempio in una lettera che scrisse il 7 agosto 1838 a un giovanotto, promesso sposo di una delle nipoti:

"Sia lodato Gesù Cristo... desidero di tutto cuore che il nostro divino Maestro si degni di benedire la vostra unione con la mia beneamata nipote e che siate felici, per quanto si può in questo mondo, e che al vostro ultimo respiro Dio vi riceva nella sua misericordia e vi metta nel numero dei felici immortali... Tutto vostro in Gesù e Maria ".

La signora Martin condivideva i sentimenti del marito.

Un giorno, la nuora Zelia dirà al suo riguardo, annunciando al fratello la morte del capitano:

"Mia suocera ha passato le notti a curarlo per due mesi e mezzo e non ha accettato nessuno ad aiutarla; è lei che lo ha sepolto e che lo sorveglia morto giorno e notte. Infine ha un coraggio straordinario e molte belle qualità".

Dopo la morte del figlio maggiore e delle figlie, i genitori si trovarono soli con Luigi e abitarono con lui dal momento in cui, il 9 novembre 1850, aprì una orologeria. Questa coabitazione continuò anche dopo il matrimonio di Luigi con Zelia.

L'anziano capitano fu colpito da una emiplegia e morì il 26 giugno 1865, dopo alcune settimane di agonia.

In una lettera a suo fratello, Isidoro Guérin, Zelia rese un bell'omaggio al defunto:

"Mio suocero è morto, all'una del pomeriggio. Ha rice­vuto i sacramenti giovedì scorso. È morto come un santo: tale la zita, tale la fine. Non avrei mai creduto che questo fatto avrebbe potuto farmi tanto effetto: sono prostrata (...)". La vedova continuò a vivere nel suo appartamento di via Pont-Neuf, anche dopo la cessione dell'orologe­ria. Ma qualche anno dopo si ritirò a Valframbert. Aveva una sua camera presso la piccola Rosa, che era stata la nutrice di Teresa Martin. "Vi aveva portato tutti i suoi mobili, anche i quadri di famiglia dei grandi ritratti a mezzo busto, dipinti a olio, molto belli di sua sorella e del colonnello de Lacauve (...). A quell'epoca la piccola Rosa non era più nutrice" (Suor Genoveffa a p. Piat, 27 settembre 1956.

La mamma di Luigi, Fanny Martin, morì a Val­frambert l'8 aprile 1883, il giorno dopo la vestizione di Paolina, suor Agnese, al Carmelo di Lisieux.

 

IL CARATTERE

Gli esempi di un padre che era stato un ufficiale valoroso, come testimoniava la decorazione di cava­liere dell'ordine di san Luigi, avrebbero potuto risve­gliare nel giovane Martin una propensione per la car­riera militare.

Ma, al termine degli studi, egli non si orientò verso l'esercito.

Era resistente, energico e anche audace, come mostrano alcuni episodi; ma era anche portato al rac­coglimento, apprezzava ciò che naturalmente favoriva il suo gusto del silenzio, perfino della solitudine.

Questo lo portava ad apprezzare un genere di vita calmo, in rapporto con le sue qualità di ponderazione, di riservatezza, che potesse contribuire alla pienezza della sua vita interiore.

Questo spiega anche perché la pesca divenne il suo passatempo favorito nei momenti liberi.

Insieme a ciò si osservava in lui un "istinto d'ar­tista" che si esercitava in "disegni dal tocco sicuro", se­gno di disposizioni innate in un giovane ordinato, pre­ciso, metodico, amante del lavoro ben fatto, ben rifinito, che testimoniava il suo senso dell'ordine insieme a una coscienza delicata.

L'amore dell'ordine doveva essere portato ad un alto grado se si può giudicare dalla preoccupazione che mostrerà la signora Martin di non spostare le cose messe a posto da suo marito, come viene detto in una sua pittoresca lettera.

Questi tratti del carattere spiegano come mai, dovendo scegliere un mestiere, egli si sia orientato verso l'orologeria.

 

L'EDUCAZIONE FAMILIARE

Per compiere il suo apprendistato di orologiaio, Luigi Martin si recò dapprima in Bretagna, a Rennes, presso il cugino Luigi Bohard. Il suo soggiorno durò vari mesi tra il 1842 e il 1843 e questa lontananza dalla famiglia fu l'occasione per una corrispondenza familiare tenera e affettuosa.

Due lettere di questo periodo si sono conservate e rivelano l'educazione familiare ricevuta da Luigi: affettuosa e attenta, ma senza sdolcinatezze, poiché i genitori avevano accettato l'allontanamento del figlio, cosa che non era né frequente né comoda in un'epoca in cui ci si spostava ancora in diligenza e le distanze separavano ben più che ai nostri giorni.

La lettera del padre, Pierre Martin, in occasione di un compleanno, è piena di delicatezza:

"Dio sia glorificato e amato sopra ogni cosa! Ti auguro un felice giorno da parte mia e di tutta la famiglia. Vedi dalla lettera di tua madre come ti ricorda. Ti manda due paia di calze di maglia fatte da lei. Speriamo che, potranno servirti e che ti durino. Fanny e Sofia (le sorelle) ti augu­rano una buona festa e noi ci uniamo a loro ( ..). Il bou­quet che ti mandiamo ti è donato da tua sorella e figlioccia Sofia e con gli auguri di Maria e Fanny. morremmo farti i nostri auguri a viva voce e schioccare i bicchieri annaf­fiando questo bouquet ma facciamo la volontà del divino Maestro ( ..). Presenta i nostri cari saluti al cugino Bohard

- e agli altri cugini e cugine. Deve chiamarsi Luigi, offrigli qualche fiore del tuo bouquet se lo giudichi conveniente. Infine, digli mille cose amabili da parte nostra, ci farai piacere (...)" (23 agosto 1842).

Nella stessa occasione la signora Martin, madre di Luigi, gli scrive:

"Mi dici il desiderio di ricevere una lettera da me. Approfitto del giorno della tua festa per intrattenermi con tutto il cuore con te, mio buon amico, e per augurarti nello stesso tempo una buona e felice festa. Come sarebbe dolce per me, mio caro Luigi poterti fare gli auguri di viva voce, ma infine bisogna sopportare la croce che Dio ci dà e rin­graziarlo di tutti i favori che ci accorda (...). Quante volte penso a te, mentre l'anima elevata verso Dio segue lo slancio del cuore e si slancia fino ai piedi del trono della divi­nità. Là, io prego con tutto il fervore della mia anima perché Dio sparga su tutti i miei figli la felicità e la calma di cui si ha bisogno su questa terra tempestosa. Sii sempre umile, mio caro figlio".

Questo "slancio del cuore" della signora Martin non può non richiamarci la definizione di preghiera data da Teresa nei suoi Manoscritti Autobiografici e mo­strarci le radici in cui affonda la sapienza di santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo.

 

I QUADERNI

Questo giovane uomo di circa vent'anni amava però anche ciò che è bello.

Il suo istinto d'artista appare nella scelta dei Fram­menti Letterari, brani scelti con cui egli riempì a Rennes, nel 1842, due grossi quaderni.

Iniziò così un'abitudine che continuò per tutto il corso della sua vita: copiare dei testi per poter tor­nare con la meditazione sui pensieri che lo colpivano e nutrire così la sua vita spirituale, ma anche far par­tecipare più tardi la sua famiglia alle verità scoperte, alle illuminazioni avute, alla bellezza incontrata.

Dal punto di vista della storia del pensiero, nella Francia di Luigi Martin, l'orizzonte scientifico sempre più vasto e rassicurante stimolava nella letteratura un'esigenza di rigore e di metodo che nei primi decenni del secolo diede luogo alle cosiddette fisio­logie, classificazioni dell'umanità in gruppi e tipi, riprese tra l'altro da Balzac, e, più tardi, all'analisi psi­cologica e alla narrativa sperimentale.

Dalla stessa necessità di sistemazione e d'ordine nasce, solo ora, la storia letteraria.

L'artista vive sempre più consapevolmente la pro­pria estraneità agli interessi della classe dominante, passando dal disagio aristocratico e dal dandysmo all'impegno politico, dallo sfogo autobiografico alla ricerca di una totale impassibilità.

Il "male del secolo" assume progressivamente aspetti diversi, ferme restando le sue componenti di solitu­dine e di angoscia; nella natura, nelle cose l'uomo trova conforto ma anche conferma al proprio dolore.

Il paesaggio, preannunciato dalla poesia descrit­tiva ed elegiaca di Rousseau e di Saint-Pierre, diventa uno dei temi principali della letteratura ottocentesca, dapprima unito all'esotismo, alla memoria e al sogno, poi alla descrizione realistica minuta; la poesia della città, la pittura della vita moderna (come l'intende Baudelaire, 1821-67) danno ora all'arte tutto il suo significato.

I profondi cambiamenti sociali che si vanno ope­rando, con l'organizzazione capitalistica e industriale, nei rapporti fra le classi, nella fisionomia stessa delle città e nel costume, si riflettono nella cultura.

Alcuni nomi tra tutti: Balzac, Stendhal, Merimée, George Sand, Lamartine e Victor Hugo, che anche Luigi Martin leggeva con interesse, Flaubert e Zola.

E poi i poeti maledetti: Baudelaire, Rimbaud, Ver­laine.

Un mondo variegato e complesso che, se pur non giunge tutto a Luigi Martin con i suoi testi, pure ne sostanzia i pensieri e le immagini.

Esistono ancora i brani di poemi che, più tardi, Luigi avrebbe recitato in famiglia nelle sere d'inverno, in particolare ai Buissonnets.

Tra questi riportiamo una scena dello scrittore de Barante sulla Morte di Giovanna d’Arco, che tanta influenza avrà su Teresa: "Giunta sul luogo del sup­plizio: "Ah! Rouen, disse, Rouen! È qui che devo morire?". Poi si mise in ginocchio e si raccomandò a Dio, alla Santa Vergine e ai santi, soprattutto a san Michele, santa Cate­rina e santa Margherita; mostrava tanto fervore che tutti piangevano, anche qualche inglese (...). Il boia accese il fuoco: "Gesù!'; gridò Giovanna; e fece scendere il buon prete: "State giù, disse, alzate la croce davanti a me perché la veda morendo e ditemi parole pie anche attraverso le fiamme". L'ultima parola che si poté distinguere fu: «Gesù!».

Possiamo immaginare l'attenta partecipazione della piccola Teresa mentre ascoltava la voce ferma del padre recitare con espressione queste parole, e capire come queste si sono impresse nella sua anima ardente.

Vi è anche un'interessante descrizione, di autore anonimo:

"... Andavo a sedermi in una barca vicina, per consi­derare a piacimento queste meraviglie e là mi dedicavo a tutte le riflessioni ispirate da uno spettacolo così dolce, quando il suono di una voce venne a trarre la mia anima dall'incanto in cui era immersa, questa voce mi pareva poco lontana. Spostai senza rumore gli spessi rami che mi lascia­rono intravedere, non lontano da me, un uomo molto vec­chio. La sua testa quasi calva, il suo volto nobile e sereno, la sua barba ondeggiante e imbiancata dai lunghi anni; imprimevano un santo rispetto. Era in ginocchio sotto una quercia, il cui tronco, vincitore del tempo, produceva ancora polloni vigorosi. Gli occhi elevati verso il cielo, parlava vivacemente. Io ascoltavo in silenzio e intesi una preghiera maestosa e commovente, che partiva da un cuore tutto pieno della divinità che egli invocava".

È veramente impressionante come questa descri­zione, copiata a vent'anni, rassomigli all'immagine di Luigi Martin, anziano e malato, che ricaviamo dai ritratti dell'epoca della "gloriosa prova" e dai racconti delle figlie.

Ma in questo periodo il giovane Martin si inter­roga anche sulla propria vocazione e le preghiere riportate sui suoi quaderni ne rivelano i sentimenti religiosi e la profonda fede.

Ecco una preghiera anonima copiata sui quaderni: "O Dio dell'universo, come sono grandi e belle le tue opere! Dio del mio cuore, come mi è dolce credere in te, e come potrei io disconoscerti quando la tua presenza si manifesta da ogni parte con tanta gloria e magnificenza. Dio di bontà, perdona gli errori della mia giovinezza, ricevi il fanciullo smarrito che si getta nel tuo petto paterno, e se tu fai apparire la tua potenza regolando il corso degli astri, regola anche il mio cuore, sottomettendolo per sempre alle leggi della tua adorabile e suprema Maestà".

 

L'APPRENDISTATO CONTINUA

Lasciò Rennes nel settembre 1843 e si recò a Stra­sburgo, dove raggiunse un amico di suo padre, Aimé Mathey, presso il quale continuò il suo apprendistato per circa due anni. Fu durante questo soggiorno che mostrò il suo coraggio e il suo sangue freddo, salvando il figlio di Aimé Mathey che rischiava di annegare.

Il suo affetto per la famiglia Mathey era accom­pagnato da una sollecitudine spirituale nei loro con­fronti. S'inquietava al vedere delle persone eccellenti perseguire soltanto il loro benessere quotidiano, senza pen­sare a ciò che li attende al di là di questa vita, al punto di vivere come degli indifferenti, lontani da ogni pra­tica religiosa.

Circa quarant'anni dopo, quest'ansia sarà ancora viva, come testimonia una lettera che scrisse da Lisieux a uno dei suoi amici bretoni, la quale ci mostra così anche le preoccupazioni apostoliche di Luigi Martin.

Armato di questi forti sentimenti religiosi, Luigi inizia la sua ricerca vocazionale con una certezza già più volte espressa attraverso gli scritti dei suoi qua­derni: donarsi completamente a Dio.

Compiuti vent'anni si recò nelle Alpi Svizzere, al Gran San Bernardo, forse con l'intenzione di cono­scere la vita eccezionale dei religiosi che, nel cuore delle montagne, sono la Provvidenza dei viaggiatori in difficoltà e in pericolo.

Due anni dopo, nel 1845, vi ritornò con l'intenzione di entrare in questo Ordine, dove non fu ammesso perché non conosceva il latino. Tentò di dedicarsi a questo studio ma, dopo alcuni tentativi, rinunciò.

Celina lasciò scritto nelle sue memorie: "Noi abbiamo sempre creduto in famiglia, e ne sono sicura, che non siano stati i canonici del Gran San Ber­nardo a rifiutare di riceverlo, ma che mio padre stesso, riconoscendo quanto gli studi lo affaticassero, abbia rinun­ciato a perseguire questa via".

L'apprendistato svolto a Rennes e Strasburgo lo rendeva ormai capace di iniziare il mestiere di orolo­giaio ma, per completare la sua formazione, si recò a Parigi, dove rimase per circa tre anni ospite di parenti.

 

A PARIGI

Egli è cosciente delle ricchezze e dei pericoli della grande città; era ancora a Rennes quando copiò sui suoi quaderni questo brano di E. Plouvier: "Oh! Parigi chi potrà definirti? Chi potrà riunire le tue mille parti diverse per offrirle sotto uno stesso punto di vista per esprimerti in un solo pensiero? Parigi! Pantheon del vizio, gogna della virtù, cosa grande e cosa ignobile, antitesi incessante del bene e del male, del bello e del difforme, del celeste e del fangoso (...). Parigi, altare, patibolo, pinnacolo, fogna, santuario, lupanare, foresta, arena, tripode, asilo, inferno, eden, mercato, tempio!!!".

Non è però possibile sapere le esperienze di Luigi Martin in questo periodo.

Nel 1957 suor Genoveffa (Celina) dichiarò: "Su questo soggiorno a Parigi noi non siamo infor­mate che dalle lettere di mia madre allo zio Guérin, nelle quali ella fa allusione alle difficoltà e alle tentazioni che il Servo di Dio ha incontrato nella capitale e ha superato vittoriosamente. Da quanto abbiamo sentito dire pare che degli sconosciuti avessero cercato di attirarlo nella Mas­soneria, con il pretesto della carità, ma appena saputo che c'erano dei segreti egli ha iniziato a diffidare e ha rifiu­tato energicamente".

Una lettera di Zelia a suo fratello Isidoro testi­monia le trappole e i pericoli che dovette superare: "Io sono, mio caro amico, in grande inquietudine al tuo riguardo. Mio marito mi fa, tutti i giorni; delle tristi pro­fezie. Egli conosce Parigi (...). Se tu sapessi per quali prove è passato (...). Ti scongiuro, mio caro Isidoro, fai come lui prega, e non ti lascerai trascinare dal torrente. Se tu soc­combi una volta sei perduto. Non vi è che il primo passo che costa, nella via del male come in quella del bene; dopo tu sarai trascinato dalla corrente".

Si comprende da tutto questo che Luigi Martin non è stato avvelenato dagli Odori di Parigi (libro di Louis Veuillot del 1866) e che ha trovato nella sua fede cristiana, nella pratica religiosa e nella preghiera personale, l'antidoto necessario per non esserne dan­neggiato.

 

OROLOGIAIO AD ALENCON

Quando tornò ad Alençon, iniziò le pratiche per aprire un'orologeria e, nel 1850, acquistò una casa con l'aiuto della signora Beaudouin, che era all'epoca pre­sidentessa dell'Opera dell'Adorazione del SS. Sacra­mento nella parrocchia Sannt-Leonard di Alençon.

Fin dagli inizi Luigi Martin decise di non aprire il suo negozio la domenica, per rispettare le esigenze del comandamento divino e questa sua fedeltà non fu mai smentita.

L'amore per il silenzio e per il ritiro lo portò ad acquistare una piccola proprietà conosciuta sotto il nome di Pavillon.

Questo padiglione, comprato nel 1857, consisteva in una torre esagonale a tre livelli costruita in un giar­dino.

In questo giardino Luigi installò una statua della Santa Vergine che gli aveva donato la signora Beau­douin: questa statua dalle braccia aperte, trasferita più tardi ai Buissonnets, diventerà la celebre Vergine del Sorriso.

Le stanze della torre erano ammobiliate con lo stretto necessario per permettergli di sedersi presso un tavolo e dedicarsi alla lettura delle opere impe­gnative che egli amava.

Sui muri del Pavillon aveva messo delle iscrizioni in concordanza con le sue aspirazioni: "Dio mi vede". - "L’Eternità avanza e noi non ci pen­siamo". - "Felici coloro che custodiscono la legge del Signore".

Aveva amici e conoscenti, con i quali amava pescare e giocare al biliardo, ma non si compiaceva affatto di ciò che era mondano, anzi, sapeva manife­stare la sua riprovazione quando la società in cui si trovava si divertiva, per esempio, con esperienze di spiritismo.

In una tale occasione egli rifiutò risolutamente di partecipare a una dimostrazione di tavolo girante, rifu­giandosi nella preghiera.

Nonostante fosse modesto, era conosciuto e apprezzato per le sue qualità poco comuni, per la sua distinzione naturale. Questo spiega come mai gli fu presentato un progetto di matrimonio con una gio­vane donna dell'alta società, a cui egli non dette seguito.

Ma Dio stesso preparava l'incontro d'amore che avrebbe mutato non solo la sua esistenza, ma quella di molte persone, incantate dai frutti di fede della fami­glia che avrebbe formato con Zelia Guérin. 

CAPITOLO SECONDO

ZELIA GUÉRIN PRIMA DEL MATRIMONIO 1831 - 1858

Bisogna leggere le lettere di Zelia Guérin, madre di santa Teresa di Gesù Bambino, per rendersi conto che è possibile testimoniare la propria fede amante dentro la vita di tutti i giorni, fatta di lavoro e di preoccupazioni quotidiane.

Zelia era, come molte donne oggi, una donna che collaborava al mantenimento della famiglia con il pro­prio lavoro e che doveva coniugare gli impegni fami­liari, il desiderio di crescere molti figli, con la neces­sità di dedicare tempo alla professione, una profes­sione che aveva iniziato dopo una novena alla Vergine Immacolata, alla quale aveva chiesto dei lumi per la scelta del suo futuro lavoro.

Al termine della novena, l'8 dicembre 1850, le fu chiaro che doveva intraprendere una nuova attività: far fare il Point d’Alençon, un merletto tra i più belli e raffinati, da alcune operaie al suo servizio ed occu­parsi invece personalmente di unire le varie parti in modo da ottenere un lavoro senza difetti.

Era un'attività che richiedeva attenzione e preci­sione e quindi molto tempo: più di una lettera lascia trasparire la necessità di Zelia di lavorare anche la sera per tenere fede agli impegni assunti.

Eppure questo impegno non le ha impedito di por­tare a termine nove gravidanze e di cercare sempre, con tutte le sue forze, di crescere il meglio possibile le sue creature in un'epoca in cui la mortalità infan­tile era grande e la medicina era appena agli inizi dei suoi impressionanti progressi.

Vale la pena di conoscere meglio questa piccola donna (misurava 1 metro e 54 centimetri) forte e co­raggiosa, morta ad appena 45 anni e 8 mesi per un tumore maligno al seno. La sua storia, così uguale a quella di tante donne, ma così speciale per la fede che la sostiene, può farci comprendere che “Il regno dei cieli è vicino" anche oggi a ciascuno di noi.

 

I GENITORI

Il padre di Zelia, Isidoro Guérin, era stato un mili­tare, ma veniva da una famiglia di contadini. Tra i suoi parenti figura Marin Guillaume Guérin, un sacer­dote che patì durante la Rivoluzione francese la pri­gionia e la deportazione a causa della sua fedeltà alla Chiesa. Le convinzioni e i sentimenti di fedeltà di questo prete, confessore della fede, ebbero una pro­fonda influenza sulla sua famiglia e il giovane Isidoro, nato il 6 luglio 1789 e padre di Zelia, evocò più tardi ai suoi discendenti qualche tratto saliente del clima di insicurezza nel quale aveva vissuto e che era dipeso dalla politica antireligiosa della Rivoluzione.

Aveva conosciuto la chiesa incatenata, le messe clandestine celebrate dallo zio.

Era stato lui stesso testimone e protagonista di un episodio che gettò la famiglia nella costernazione: 'Un giorno che dei soldati furibondi fecero irruzione nella casa e la perquisirono da cima a fondo, il prete, costretto a rifugiarsi nella madia, dovette la propria vita alla presenza di spirito di un bambino che, appena fu chiuso il coperchio, vi si sedette sopra come se niente fosse, dispose i suoi giocattoli e, con le sue risate, depistò le ricerche" (p. Piat).

Quando venne assegnato alla brigata di Saint­Denis sur Sarthon, all'età di 39 anni sposò Luise­Jeanne Macé, di sedici anni più giovane di lui. Dal loro matrimonio nacquero tre figli: Maria Luisa, chia­mata familiarmente Elise, la futura monaca visitan­dina, nel 1829, Zelia il 23 dicembre 1831 e Isidoro, il futuro farmacista di Lisieux, nel 1841.

Per entrambi gli sposi la vita era stata dura e il loro carattere ne risentiva. Erano rudi, autoritari, esi­genti. Contrariamente a quanto si potrebbe immagi­nare, c'era più dolcezza nello sposo che nella sposa e i figli che nacquero da questa unione furono i primi a risentire di questo contrasto.

La volontà esigente dei coniugi Guérin si affer­mava però anche fortunatamente nel loro desiderio di integrità morale e fedeltà religiosa e ciò ebbe grande influenza nell'educazione dei figli: nella corrispondenza familiare Maria Luisa ricorda al fratello Isidoro la devozione della madre per la Vergine, alla quale aveva consacrato tutti i suoi figli fin dalla nascita.

Quando Zelia si sposò non vi era una grande distanza tra il suo nuovo domicilio e la casa dei suoi genitori, ciò che era molto conveniente per loro e per il ragazzo, Isidoro, per il quale le sorelle presero il posto della madre, dato che la signora Guérin fu por­tata via il 9 settembre 1859 da una congestione pol­monare, all'età di cinquantacinque anni.

Nonostante questa vicinanza, dopo la morte della moglie papà Guérin volle avvicinarsi ancor di più alla figlia Zelia e si trasferì al secondo piano della casa contigua a quella della figlia. Trovò presso figli e nipoti una devozione senza limiti, ciò che lo convinse ad abitare presso di loro, nel 1866, così da essere seguito con tutte le delicate attenzioni necessarie alla salute declinante di un vecchio.

Più di una lettera di Zelia, in quest'epoca, intrat­tiene i suoi parenti sull'indebolimento progressivo del padre, provocato dall'età e dalla malattia. Al mattino del 3 settembre 1868 rese l'ultimo sospiro "in sante disposizioni" (Lt 3 settembre 1868).

 

L'EDUCAZIONE FAMILIARE

La signora Guérin sembrava avere una preferenza per Elise, così come per il figlio più piccolo, Isidoro e Zelia ne era cosciente.

L'educazione austera e rigorosa praticata dalla madre avrebbe potuto anche ostacolare un'anima come la sua "di eccezionale finezza": il ricordo che Zelia avrà della sua infanzia sarà quello di una giovinezza "triste come un sudario (...). Se mia madre giocherellava con te - scriverà al fratello - per me, tu lo sai era troppo severa; ella, che era così buona, non sapeva prendermi; e per questo io ho molto sofferto".

Secondo suor Genoveffa, la figlia Celina, "anche se ne bruciava dal desiderio, mai, nella sua infanzia, Zelia ebbe una bambola, nemmeno la più piccola".

Rari sono però i particolari sull'infanzia di Zelia. È nella Circolare necrologica, diffusa alla morte della sorella Maria Luisa alla Visitazione di Le Mans, che si dipinge in modo evidente un clima familiare in cui dominava la figura dell'austera signora Guérin, "donna dalla forte tempra, di una energia non comune, d'un coraggio che nulla turbava, semplice e anche un po' rustica, ma dotata di una fede robusta e di un giudizio preciso. L'educazione data da una tale madre non poteva essere che molto severa: lo fu effettivamente.

La ragióne il dovere, l'osservanza della legge divina e dei precetti della Chiesa senza alcuna dispensa, il lavoro e le solide virtù cristiane, questi erano i principi che questa donna si sforzava di inculcare nei figli e soprattutto di farli praticare".

"Una certa atmosfera di rigorismo, di costrizione e di scrupolo la (Elise) circondavano da ogni parte, impedendo la sua espansione e preparandole molte sofferenze".

Era infatti ancora vivo in molti cattolici l'influsso e il fascino delle personalità che si riferirono a Port­Royal, citiamo solo Pascal, e alla dottrina di Giansenio.

Secondo Giansenio la volontà umana ha perduto la sua libertà; dopo la colpa originale essa si trova sotto l'influsso invincibile del piacere (delectatio) per il male. Questo piacere può essere superato solo dal piacere per il bene (Grazia). Il piacere e la grazia sono irresistibili. Tutto ciò che non deriva dall'amore per­fetto (delectatio cAestis) è peccato. E l'uomo pencola impotente tra i due piaceri; non esiste una grazia suf­ficiente per una decisione libera.

È peccato, è infatti la frase che la madre di Elise e Zelia Guérin lancia continuamente addosso alle figlie per ottenere da loro l'assoluta obbedienza.

Ma l'eccessiva severità penitenziale e la rigida dot­trina sulla grazia ebbero come conseguenza l'estra­niamento di vasti ambienti dalla Chiesa.

Nonostante ciò il pensiero della scuola di Port­Royal circolava e nutriva ampi ambienti cattolici, non solo francesi.

Sempre nella Circolare necrologica si dice: "Queste parole: è un peccato, fermavano la povera bambina nelle sue più forti inclinazioni... La signora Guérin che vedeva nella figlia questo timore eccessivo di offendere Dio, usava un po' troppo l'ascendente della potente frase è un peccato per reprimere le sue più piccole imper­fezioni. Maria Luisa lavorò molto e si divertì pochissimo".

La piccola Maria Luisa diventò fin troppo scru­polosa. Si racconta come la piccola, nei giochi o nelle danze con altri bambini "credette di fare un grande pec­cato a trovarsi vicino a un maschietto; se ne allontanò tremante e il più lontano possibile, attirandosi anche delle maliziose prese in giro su quello che veniva chiamato il suo temperamento selvaggio".

Se Zelia non sembra essere stata "selvaggia" come Maria Luisa, non ha però potuto sfuggire al clima generale descritto. Troppo presto la bambina fu ini­ziata alla serietà della vita e alla sua durezza. Intelli­gente e comunicativa per natura (il suo talento epi­stolare lo proverà), la piccola Zelia dovette fermarsi e il rimpianto per un'infanzia non felice emerge senza mezzi termini nelle confessioni al fratello: "La mia infanzia e la mia giovinezza sono state tristi come un len­zuolo funebre".

 

LE SORELLE

In compenso, Zelia troverà in Maria Luisa un vera sorella d'anima e anche, nella profondità del cuore, quasi una seconda madre. Pur nel monastero, Maria Luisa resterà la sua grande confidente e quasi una con­sigliera spirituale.

Otto giorni dopo la morte di Maria Luisa, Zelia ricorderà a sua figlia Paolina, che aveva allora 15 anni e mezzo, il legame indefettibile che univa le sorelle Guérin: morirono del resto a sei mesi di distanza.

"Sì, mia cara Paolina, tu sarai una santa, come tua zia, ne ho la speranza, ma ella era molto migliore di te alla tua età. L'amavo tanto, questa povera cara sorella! Non potevo restare senza di lei. Un giorno, poco tempo prima che partisse per il convento, lavoravo nel giardino, ma lei non c'era; non ho potuto resistere senza di lei e mi sono messa a cercarla. Mi disse. "Come farai quando non sarò più qui?" Le risposi che me ne sarei andata anch'io.

In effetti me ne sono andata, tre mesi più tardi, ma non per la stessa strada" (Lt 4 marzo 1877).

L'altra strada era il suo matrimonio con Luigi Martin.

Pur essendo molto legate, le due sorelle avevano dei temperamenti differenti.

Elise, fin dall'infanzia, "non ebbe mai altro pensiero che consacrarsi a Dio e l'idea stessa del matrimonio le cau­sava una ripugnanza e un'avversione inesplicabili... Ci si divertiva a provocarla su questo argomento. le madri dicevano in sua presenza alla signora Guérin:: "Oh! Voi mi darete Luisa come moglie per mio figlio!" Immedia­tamente la bambina scoppiava in lamenti e singhiozzi pro­testando che non si sarebbe mai sposata. Sua sorella allora, piena di compassione per la pena della cara sorella mag­giore, e non provando lo stesso sentimento di rifiuto, diceva ad alta voce, con una franchezza molto candida.- "Oh! Non fatela piangere, prendete me al suo posto!" (p. Piat).

Dunque, già in tenera età e nonostante la sua doci­lità all'educazione troppo rigida dispensata dalla signora Guérin, Zelia, con una generosità molto dispo­nibile, mostrava quella vivace spontaneità che pos­siamo osservare più tardi nella sua corrispondenza. Questo l'aiutava a sfuggire un po' all'atmosfera di "costrizione e scrupolo" della casa.

Vediamo anche, in questo piccolo fatto, che non esitava a distinguersi qualche volta dalla sorella mag­giore che ammirava tanto, perché lascia vedere che non provava la medesima ripulsa per il matrimonio della sorella Elise.

Quest'ultima, da parte sua mostrerà una volontà non comune per arrivare a realizzare la sua vocazione di visitandina, nonostante la salute precaria.

 

GLI STUDI

Maria Luisa era stata inviata ad Alençon, in una pensione secolare, l'anno che precedette il trasferi­mento della famiglia. Ma la scelta di una scuola con­veniente si poneva per Zelia come per Maria Luisa: era stata questa una delle motivazioni che avevano deciso la famiglia Guérin a stabilirsi ad Alençon.

Dapprima solo Zelia fu iscritta al pensionato delle suore dell'Adorazione perpetua, perché l'acquisto e la sistemazione della casa in rue Saint-Blaise avevano causato delle difficoltà economiche.

Maria Luisa, che la madre aveva iniziato ai lavori di ricamo, restò con la madre per qualche tempo, per aiutarla a sovvenire ai bisogni domestici. In seguito raggiunse la sorella e per due anni frequentarono insieme questa scuola.

Non restano documentazioni di sorta di questo periodo, ma Zelia conservava un eccellente ricordo dei suoi successi scolastici.

Sembra che fosse una buona allieva, almeno a leg­gere i piccoli successi che vengono evocati al fratello Isidoro: "Il tempo mi manca per scriverti più a lungo e, d'altra parte, più te ne parlerò più tu mi prenderai in giro per il mio stile, ne sono certa... Però ho anche ricevuto il primo premio di stile una volta. Su undici componimenti sono stata per dieci volte la prima e ancora ero della prima divi­sione e della classe grande; giudica allora delle capacità altrui!" (Lt 12 novembre 1863).

 

IL LAVORO

Sempre nella Circolare necrologica si dice che Maria Luisa era molto attratta dallo studio ma "La signora Guérin preferiva che le sue figlie sapessero lavorare d'ago ed era verso questo genere di occupazione che le spingeva attivamente».

Per Zelia come per Maria Luisa, la piega è stata data fin dall'infanzia: lavorare, è la legge; lavorare, è nostro dovere; è in questo che si prova la fedeltà alla volontà di Dio.

Più tardi, fuori della gioia familiare, della gioia del lavoro ben fatto e delle passeggiate in campagna con i figli, Zelia non troverà gran piacere negli svaghi, pur amando sinceramente tutti quelli che cercavano di procurarglieli.

Una lettera a suo fratello Isidoro ne parla: "Non inquietarti se sarai trattenuto alla farmacia quando verrò a Lisiéux, la mia intenzione non è di fare delle passeggiate; se fosse solo questo il motivo non sarei tanto felice di venire; è per essere con voi. D'altra parte non mi piace uscire. Tu mi parli di Trouville, ma il mare mi interessa poco. Ti ringrazio comunque tantissimo per la tua buona intenzione" (Lt 3 maggio 1867).

Era necessario far fronte alle necessità economiche della famiglia, che faticava a tirare avanti con la pen­sione del padre e i suoi lavori di falegnameria.

Il caffè e la sala da biliardo che erano stati aperti in rue Sàint-Blaise nel 1848 e che erano gestiti dalla signora Guérin, non avevano infatti portato le risorse sperate.

Spinta dal suo carattere intransigente, la signora Guérin rimproverava i consumatori; la clientela non trovò di proprio gusto le sue riflessioni moralizzatrici e andò a cercare altrove dei luoghi di svago meno austeri.

Nel giro di pochi anni la situazione finanziaria del ménage diventò precaria e non migliorò fino a quando il lavoro delle figlie contribuì a far quadrare il bilancio familiare.

Il lavoro, che tanta pena avrebbe dato a Zelia e a cui doveva dedicare molto tempo anche dopo il suo matrimonio, tanto da farle scrivere: "Come farò a reggere e mandare avanti così un'azienda quando ci vuol tanta fatica a tirar fuori un po' di lavoro dalle operaie e debbo contemporaneamente occuparmi dei miei bambini? È troppo: desidero di tutto cuore che questo stato di cose cambi e ben presto. Preferisco essere meno ricca ed avere un po' di riposo" (Lt 11 gennaio 1874), questo lavoro, dicevamo, non sarà però dovuto al caso.

Alençon offriva alle ragazze e alle donne una ap­prezzata risorsa nella fabbricazione di merletti che erano motivo di fama per la Citè des Ducs.

Accadeva che molte adolescenti, nel corso degli anni scolastici, fossero iniziate alla confezione di mer­letti delicati che formavano dei completi destinati a ornare delle toilette ricercate.

Zelia Guérin aveva imparato i primi rudimenti della fabbricazione del Point d’Alençon alla scuola del­l'Adorazione perpetua. Per saperne di più e perfezio­narsi si iscrisse poi alla Ecole dentellière.

La produzione di merletti iniziò ad Alençon a metà del XVII secolo, quando un merletto, che non era altro che un'imitazione del Punto di Venezia, fu perfezionato da M.me de la Perière e divenne il celebre Point d’A­lençon.

Si era nel 1650. Il successo fu tale che nel 1665 ottomila persone vivevano dell'industria del merletto nella regione di Alençon. Nel 1665, il 5 agosto, furono fondate, con privilegio reale, delle manifatture di mer­letto su decisione di Colbert.

La perfezione fu raggiunta alla fine del XVII secolo con l'invenzione del reticolo che, con la sua più piccola dimensione, rese il tulle di Alençon famoso in tutto il mondo.

La corte di Luigi XV fece del Point d’Alençon, il più caro di tutti, un grande consumo.

Nel corso degli anni turbinosi della Rivoluzione, la fabbricazione più scelta non si interruppe e l'espor­tazione all'estero continuò, in particolare in Inghil­terra e in Olanda.

Nel momento in cui Zelia s'interessava all'ap­prendimento di questo delicato lavoro, lo si magnifi­cava all'Esposizione di Londra del 1851 come "la regina dei merletti" che era "il merletto delle regine", perché tutta una toilette in Point d’Alençon figurava nella dote dell'imperatrice Eugenia, moglie di Napo­leone III nel 1853.

Qualificatasi molto presto per dedicarsi alla con­fezione del prestigioso merletto, Zelia Guérin non ignorava nulla di questa tecnica complicata che, per la realizzazione di un solo motivo, esigeva l'intervento di operaie specializzate nell'una o nell'altra delle dodici fasi che comportava l'esecuzione di questo lavoro.

Si orientò verso l'attività che la occuperà fino agli ultimi giorni della sua vita, dopo aver fatto una novena di preghiere all'Immacolata Concezione.

È allora che, nel silenzio della sua camera, Zelia udì nella profondità di sé stessa queste parole: "Fa fare del Point d’Alençon".

Era 1'8 dicembre 1851.

Questa data resterà inscritta profondamente nella sua memoria.

Il 5 dicembre 1875, si confiderà con la figlia Pao­lina, pensionata a Le Mans; "... L'Immacolata Conce­zione è una grande festa per me".

Dieci anni prima, il 3 dicembre 1865, aveva fatto la medesima confidenza a suo fratello:

"Se tu sapessi quanto è per me un giorno memorabile l'8 dicembre! Ho ottenuto per due volte delle grandi grazie in quel giorno".

Avendo preso la sua decisione, Zelia ottenne l'as­senso della madre, che pose però come condizione che fosse la figlia maggiore ad avere la guida e la respon­sabilità dell'impresa.

L'avvio di un'impresa era pieno di rischi, nono­stante l'abilità di Zelia nell'unire in modo invisibile le parti di merletto eseguite dalle diverse operaie: era un lavoro che esigeva attenzione e precisione, poiché il valore della produzione dipendeva in gran parte dal modo in cui veniva assemblata.

Secondo p. Piat, Zelia avrebbe un giorno confidato alla sorella maggiore:

"Come abbiamo potuto senza alcuna risorsa pecuniaria, per così dire, senza alcuna idea del commercio, portare tutto a buon fine, trovare a Parigi delle case produttrici che ci dessero fiducia? È proprio questo che è successo e in poco tempo, perché già dal giorno successivo ci mettemmo all'o­pera".

A partire dal 1853 Zelia Guérin divenne nota come fabbricante del Point d'Alençon e nel 1858 la Maison Pigache, per conto della quale Zelia lavorava, ricevette una medaglia d'argento proprio per la fabbricazione di questo tipo di merletto. Il giudice dichiarò che i merletti della Maison Pigache: "Si raccomandano molto per la loro bellezza e per la ricchezza dei disegni; il cui genere, forse un po' carico, ricorda da lontano quello del Punto inglese... L'esibizione della Maison Pigache con­tribuirà a mantenere alla sua Casa il rango distinto che già occupa nel commercio; fa anche onore alla dirmione intelligente della signorina Zelia Guérin, incaricata ad Alwon degli interessi di questo industriale".

In questo stesso anno 1858, Elise e Zelia Guérin prenderanno delle decisioni definitive sulla loro voca­zione personale.

 

LA VOCAZIONE

Passata l'adolescenza, verso i 18 o 19 anni, senza dubbio Zelia Guérin si pose dei problemi sul proprio avvenire e manifestò il desiderio di entrare in reli­gione, un desiderio condiviso dalla sorella e confidente Maria Luisa.

Abbiamo già detto dell'energia dimostrata da Elise per realizzare il suo ingresso alla Visitazione di Le Mans nel 1858, sotto il nome di suor Maria Dositea.

Zelia era molto legata alla sorella alla quale, a quanto sembra, si confidava più volentieri che alla madre.

Ma per questo periodo della sua vita come testi­monianze non vi sono che alcune brevi allusioni della tradizione familiare, fondata sulle conversazioni che si intrattenevano nella casa: l'eco più lontana di questa tradizione si trova nella prima edizione, del 1898, di Storia di un'anima.

Tutte le affermazioni successive contenute nelle biografie sono fondate sulla testimonianza delle figlie carmelitane di Zelia Martin.

Ma quale fu la motivazione profonda per questa attrazione verso la vita religiosa?

Abbiamo già visto come la signora Guérin desse l'esempio di una vita cristiana irreprensibile; spesso incoraggiava le figlie a iscriversi insieme a lei alle pie associazioni e confraternite che erano all'epoca molto numerose, seguendo senza debolezze la decisio­ne di offrire alle figlie una chiara educazione religiosa.

Basandosi su questi dati appare dunque verosimile che la signora Guérin non opponesse resistenza quan­do le due figlie le rivelarono il desiderio di entrare in religione.

La scelta di Zelia però non si diresse, come quella della sorella, verso una vita claustrale, ma piuttosto verso una vita attiva di servizio verso i più sfortunati: questa sua attenzione verso gli ultimi restò un tratto saliente del suo carattere attraverso tutta la sua esi­stenza.

Conosceva le Figlie della Carità, probabilmente grazie alle attività caritative organizzate dopo le lezioni nel pensionato che frequentava con la sorella, il convento dell'Adorazione perpetua.

Le Figlie della Carità di S. Vincenzo de' Paoli si dedicavano alla cura dei malati ricoverati presso l’Ho­tel-Dieu di Alençon. Questo Hotel-Dieu era stato fon­dato in epoca antica: si potrebbe datarlo alla fine del XII o all'inizio del XIII secolo, poiché una Carta di Roberto III, Conte di Alençon, lo cita nel 1204.

Le Figlie della Carità furono chiamate al servizio di questo ospedale per l'iniziativa di Isabella d'Orléans. Questa nobile dama desiderava che si rimediasse agli abusi constatati nell'amministrazione, con grave danno dei poveri malati abbandonati a sé stessi e dispersi in diversi luoghi della città e dei sobborghi di Alençon.

Otto religiose si installarono all'Hotel-Dieu di Alen­çon, occupandosi non soltanto degli ammalati dell'o­spedale, ma impiegando il loro tempo anche a visitare i poveri e a tenere delle piccole scuole per le ragazze. Rispondevano a tutte le richieste possibili per "salas­sare, portare dei rimedi ai poveri della città e dei sobborghi, anche a preparare il pranzo e distribuire a questi stessi poveri porzioni di minestra... " (Archivi municipali della Città di Alençon).

Probabilmente la signora Guérin volle accompa­gnare la figlia quando manifestò il desiderio di avere un colloquio con la superiora dell'Hotel-Dieu.

Il risultato di questo colloquio fu negativo. Padre Piat, principale biografo della famiglia Mar­tin, così commenta questa visita: "Vi fu forse qualche dubbio espresso dalle labbra materne? O la salute della postulante apparve troppo pre­caria? Più semplicemente, un'intuizione soprannaturale rivelò alla superiora i veri disegni di Dio riguardo questa giovane?".

Domande senza risposta, poiché mancano docu­menti contemporanei al fatto.

Zelia fu delusa, ma si piegò davanti a questo segno della volontà divina.

Dalle sue labbra salì questa preghiera: "Mio Dio, poiché non sono degna di essere vostra sposa come mia sorella, entrerò nello stato del matrimonio per compiere la vostra santa volontà. Allora ve ne prego, dona­temi molti figli e fate in modo che vi siano tutti consa­crati" (p. Piat).

Tra le testimonianze raccolte a questo proposito nel Processo informativo Ordinario di Zelia Martin ci­tiamo la testimonianza della signora Luisa André Delastre, che dirigeva delle collezioni agiografiche, in particolare quella intitolata Sante Madri e Madri di Santi, nella quale inserì Azelia Martin.

Sedotta dalla personalità della sua eroina, si era attirata i fulmini di suor Genoveffa, la quale trovava che, per esaltare sua madre, la signora Delastre avesse, sia pure inconsciamente, abbassato il padre.

La Delastre ha ben sottolineato la differenza di atteggiamento delle due sorelle Guérin davanti allo stesso problema: accanimento di Elise che si farà ammettere alla Visitazione nonostante una ricaduta di tisi, docilità di Zelia che non insiste e comprende che quella non è la sua vocazione.

Nella sua deposizione, il 5 febbraio 1958, questa donna di lettere, che prova simpatia per la santità di Zelia e che sembra aver fatto un'inchiesta approfon­dita prima di scrivere il suo libro, dice: "`Azelia Martin ha manifestato ciò che chiamerei delle velleità di vita religiosa e il fatto che non abbia più insi­stito dopo il diniego della superiora né abbia cercato altre soluzioni sarebbe il segno che non aveva la vocazione, ma era fatta per qualcosa d'altro.

Era comunque centrata sullo spirituale e attenta a cogliere i segni della volontà divina".

Questa volontà di Dio, Zelia la realizzerà nel matri­monio, allevando una famiglia numerosa nella quale troverà la sua felicità. 

CAPITOLO TERZO

PREPARATIVI DI MATRIMONIO

IL CELIBATO?

Dopo la delusione di non aver potuto entrare nello stato religioso, Luigi Martin si era costruito una vita quasi monacale. "Il lavoro, la preghiera, le opere buone, le sane distrazioni e le letture impegnative erano sufficienti a riempire la sua esistenza" (p. Piat).

Era abile e coscienzioso nel suo lavoro di artigiano apprezzato, aveva il Pavillon per dedicarsi alla soli­tudine, partecipava alle opere parrocchiali e dedicava il suo tempo libero alla pesca e anche alla compa­gnia, assai ristretta, degli amici del Circolo Pitale Ro­met. Questo Circolo non si accontentava di offrire delle distrazioni, come il biliardo, ma si era assicurato la collaborazione di don Hurel, parroco decano della par­rocchia San Leonardo, per un approfondimento spi­rituale.

Era una vita ordinata e studiosa, che sembrava accontentarlo, una vita così organizzata che i suoi amici pensavano avesse fatto voto di celibato.

Ma Luigi non aveva fatto i conti con i genitori, con i quali viveva.

Sua madre soprattutto, la signora Martin, non si rassegnava a vedere il figlio restare celibe. Desiderava molto che si maritasse e dovette insistere presso di lui in questo senso. Secondo la testimonianza di suor Genoveffa, un progetto di matrimonio con una gio­vane donna della buona società di Alençon, senza dub­bio la signorina Paolina Romet, si arenò su un netto rifiuto. Il rifiuto di un legame con questa famiglia era motivato dalle idee troppo liberali che vi regnavano.

Questa decisione per il celibato era forse definitiva? La signora Martin impiegò tutta la sua ingegnosità di madre per cercare di piegare la volontà del figlio. Un indizio fa pensare che don Hurel fosse il diret­tore spirituale di Luigi Martin durante questi anni decisivi. Infatti l'arciprete della parrocchia di Nótre­Dame fece una delega a questo sacerdote per celebrare il matrimonio Martin: erano i suoi legami con l'oro­logiaio di rue du Pont Neuf a giustificare questa ecce­zione, dato che Luigi Martin era parrocchiano di San Pietro di Monsort.

Essendo dunque incalzato dalle insistenze della madre, che si facevano sempre più pressanti, Luigi domandò verosimilmente consiglio al suo confessore. Il suo desiderio di santità era integro.

Non avendo potuto realizzare il suo progetto di vita consacrata, si poneva delle domande su un'unione che poteva forse essere vissuta nella castità, vista la purezza di vita del giovane uomo.

È così che, senza dubbio con l'aiuto di don Hurel, Luigi Martin ebbe tra le mani dei libri che espone­vano la teologia del matrimonio e da cui egli copiò di propria mano un estratto ritrovato fra le sue carte private e accuratamente conservato.

Questo estratto sottolinea che lo stato di matri­monio può essere compatibile con la verginità. Ciò rivela il nuovo progetto di Luigi Martin: avrebbe ac­cettato di sposarsi, progettando un'unione che potesse essere vissuta nella castità perfetta, come avevano dato l'esempio delle coppie di santi celebri: Cecilia e Vale­riano, l'imperatore Enrico d'Allemagne e la sua sposa Cunegonda, e, in Francia, i santi terziari francescani Eleazaro di Sabran e Delfina di Glandére.

Questa soluzione, così pareva, gli avrebbe permesso di legare i suoi desideri profondi con i desideri della madre, che sicuramente nulla sospettava.

Così pacificato, Luigi potrà ascoltare con orecchio più compiacente le proposte matrimoniali della signora Martin.

 

L'ATTESA

Quanto a Zelia Guérin, se era stata molto delusa di aver visto chiudersi davanti a lei le porte dell'Hotel­Dieu di Alençon, dove avrebbe desiderato consacrarsi a Dio in una vita di preghiera e di dedizione, il suo temperamento energico e, l'abbiamo già visto, attento ai segni provvidenziali, l'aveva condotta ad una rea­zione immediata e categorica: sarebbe entrata nello stato matrimoniale per avere molti bambini e consa­crarli a Dio.

La sua vita professionale l'aveva poi assorbita, e la partenza della sorella maggiore per la Visitazione, nel­l'aprile 1858, che l'aveva molto provata, avrebbe potuto attaccarla ancora di più ai suoi genitori, ai quali il suo lavoro portava un complemento di risorse molto necessario.

D'altronde era nell'età delle decisioni e coloro che le stavano vicino si preoccupavano per lei.

Ella stessa, se era desiderosa di maritarsi, teneva però alla sua purezza. Infatti aveva lasciato la Scuola di merletto a causa delle assiduità importune del diret­tore. Alla stessa epoca "una signora della società, ammi­rata dalla sua bellezza e dai suoi talenti; desiderò portarla a Parigi, forse con l'intenzione di maritarla vantaggio­samente, ma il rifiuto a questo progetto fu categorico" (p. Piat).

In effetti Zelia conservava sempre la decisione di maritarsi; desiderava però un'unione fondata sull'ar­monia dei pensieri e dei sentimenti.

Ma come fu preparata Zelia Martin a questa tappa decisiva della sua vita?

 

L'EDUCAZIONE FEMMINILE NEL XIX SECOLO

È necessario riportarsi qui al contesto del XIX secolo, secolo di civiltà borghese per eccellenza.

La società era stata costruita sul predominio asso­luto dell'uomo sulla donna. Tutto il potere politico ed economico, in questo periodo d'industrializzazione, apparteneva agli uomini e il Codice Napoleonico consi­derava la donna come una eterna minorenne.

Ella si sviluppava nell'interno protetto dei conven­ti, dove l'istruzione era assai superficiale e dove si col­tivavano di preferenza, dopo la formazione religiosa, l'arte di piacere e l'arte di ben comportarsi in società.

È del resto in seguito a questo genere di forma­zione che, dovendosi guadagnare la vita, Zelia Guérin si era orientata verso la Scuola di merletto.

Inoltre, lo abbiamo visto, un resto di giansenismo tingeva ancora la religione.

Le idee comunemente ricevute erano che la santità era riservata alla vita consacrata, mentre il matri­monio, dal punto di vista cristiano, era guardato con una certa diffidenza.

Non si parlava nemmeno di preparare i giovani, uomini o donne, ad accogliere le loro responsabilità di cristiani nello stato matrimoniale, come è invece per fortuna comune ai nostri giorni, grazie a diversi movimenti incaricati dalla Chiesa.

Le giovani donne, nella borghesia del XIX secolo e anche degli inizi del XX, erano tenute, almeno in Francia, nell'ignoranza più totale delle realtà del matrimonio e dei misteri della trasmissione della vita.

Ne abbiamo una prova in uno dei primi romanzi di George Sand, Tlalentine, che mette in scena una gio­vane maritata gettata nello smarrimento più completo dalla brusca rivelazione dei suoi doveri coniugali. Questo, beninteso, fa parte della fiction romanzesca, ma è un riflesso dei costumi dell'epoca.

Una testimonianza più recente, ma anonima, è stata data in Studi carmelitani, edizione dell'aprile 1938. L'autrice, una cristiana dalla fede profonda, ha assunto e sublimato una unione coniugale mal assortita, ma confessa all'inizio: "Felice nella famiglia paterna, ero senza curiosità davanti alla vita, senza impazienza davanti all'avvenire.

La mia giovinezza candida, difesa dall'ambiente circostante, restava completamente ignorante delle realtà dell'esistenza (...). Dopo una confessione generale, sono arrivata davanti al Signore, disposta a santificare mio marito dandogli il mio cuore e tutta me stessa. Ignoravo le modalità di questo dono. Attendevo che il Signore lo benedicesse".

In queste condizioni, non bisogna stupirsi dell'in­genuità di Zelia, desiderosa di avere molti bambini, ma non sapendo più delle sue contemporanee dello stesso ambiente e della stessa età, con quali moda­lità ci si perveniva.

 

L'INCONTRO

D'altra parte la situazione familiare di Zelia Guérin non era fatta per sistemare le cose da questo punto di vista.

Abbiamo già avuto modo di parlare della rigidità un po' giansenista della signora Guérin sua madre, e il suo orrore del peccato, che vedeva dappertutto. Questo ambiente rigorista non poteva assolutamente incoraggiare un genere di confidenze pressoché proi­bite all'epoca.

Zelia dunque, in questo periodo, non aveva che una risorsa - ma era la migliore - ed era quella di rivol­gersi a Dio, che è un buon padre. Gli domandava di met­tere sulla sua strada un compagno col quale avrebbe avuto numerosi figli che ella desiderava consacrare a Dio, secondo l'intuizione spontanea che l'aveva colta al momento della delusione di non potersi consacrare lei stessa.

Purezza, preghiera, sacramenti, non sono forse la migliore preparazione per un matrimonio cristiano pienamente riuscito?

Se, soprattutto per Zelia, sarebbe stato meglio essere più al corrente della realtà, ciò che le avrebbe senza dubbio evitato uno choc, faccia a faccia con Dio i due giovani, senza saperlo, erano preparati l'uno per l'altro e bastò un avvenimento insignificante, in appa­renza fortuito, ma certamente provvidenziale, perché, con l'incontro tra i due, si potesse fondare questa fami­glia esemplare.

In questo stesso anno 1858, la signora Martin ma­dre, perseverando nel desiderio di vedere il figlio mari­tarsi, pensò di avere scoperto "la perla rara".

Aveva seguito i corsi della Scuola di merletto per cercare di migliorare le risorse della famiglia e li aveva incontrato una fanciulla bella e seria, Zelia Guérin. Si informò senz'altro sulla famiglia Guérin, poi fece a suo figlio l'elogio di questa ragazza di Alençon in cui "le forti qualità erano avvolte da attrattive innegabili" (p. Piat).

Un piccolo incidente, in cui si può vedere la mano della Provvidenza, mise i due giovani l'uno vicino all'altro.

"Un giorno che Zelia passava sul ponte San Leonardo, incrociò un giovane uomo la cui nobile fisionomia, l'an­datura riservata, l'atteggiamento pieno di dignità, la impressionarono. Nello stesso tempo, una voce interiore le mormorò in segreto: "quest'uomo che ho preparato per te". L'identità del passante le fu ben presto rivelata. Iniziò allora a conoscere Luigi Martin" (p. Piat).

Non fu necessario altro perché si stabilissero i con­tatti tra le due famiglie. "I due giovani non tardarono ad apprezzarsi e ad amarsi. Il loro accordo morale si sta­bilì così prontamente che il fidanzamento religioso suggellò senza ritardi il loro reciproco impegno" (p. Piat), come fa fede l'atto del matrimonio religioso in cui questo fidanzamento è menzionato.

Fin dall'origine i due giovani mettevano il loro amore sotto la protezione di Dio che, nella loro unio­ne, doveva essere sempre "il primo servito". 

CAPITOLO QUARTO

IL MATRIMONIO: VOCAZIONE ALLA SANTITÀ

MATRIMONIO A MEZZANOTTE

A mezzanotte del 12 luglio, quindi con data 13 luglio, nella chiesa di Notre-Dame in Alençon si cele­brava il matrimonio tra Zelia Guérin e Luigi Martin.

Sentiamo cosa dice di questo avvenimento la stessa Zelia alla figlia Paolina, ospite presso il convento delle Visitandine di Le Mans, il 4 marzo 1877, pochi mesi prima di morire: "`L'amavo molto, quella povera sorella diletta!... Sono stata a trovarla per la prima volta al suo monastero il giorno del mio matrimonio; posso dire che quel giorno lì ho pianto tutte le mie lacrime, più di quanto avessi mai pianto in vita mia e più di quanto piangerò mai; e la povera sorella non sapeva come consolarmi. Non è che pro­vassi dispiacere a vederla là, al contrario, ma avrei voluto esserci anch'io; paragonavo la mia vita alla sua e le lacrime raddoppiavano. Insomma, per molto tempo la mia anima ed il mio cuore sono stati alla Visitazione; venivo spesso a vedere mia sorella e là respiravo una calma e una pace che non saprei esprimere. Quando tornavo via mi sentivo molto infelice di essere in mezzo al mondo; avrei voluto nascondere la mia vita insieme con la sua. Tu che ami tanto tuo padre, mia Paolina, penserai che gli recassi dispiacere e che gliene abbia arrecato il giorno del mio

matrimonio. Ma no, egli mi comprendeva e mi consolava del suo meglio, poiché aveva gusti simili ai miei; credo anzi che il nostro reciproco affetto proprio così sia aumentato: i nostri sentimenti sono sempre stati all'unisono ed egli è sempre stato per me un consolatore e un sostegno" (Lt).

 

VERGINITA’ E MATRIMONIO

Padre Piat, nella sua testimonianza, così spiega le parole di Zelia: "Zelia ignorava tutto del mistero della vita. La rive­lazione fattale dal marito fu per lei uno choc emotivo. Luigi Martin l'addolcì proponendole di vivere come fratello e sorella. Questo preludio verginale durò una decina di mesi: Non fu affatto segnato da egoismo perché è proprio in que­st'epoca che i due sposi adottarono per un certo tempo un bambino loro parente orfano di madre. Una carta tro­vata nelle note intime del signor Martin, relativa allo stato di verginità nel matrimonio, invita a ricostituire nel modo seguente l'episodio: prima del matrimonio, desiderio di avere dei bambini per donarli al Signore, poi; dopo il matrimonio che ha luogo nella notte, iniziazione della sposa da parte di Luigi Martin che constata la sua inesperienza, visita prevista alla Visitazione di Le Mans dove, nel decoro monacale, si manifesta l'emozione della signora Martin. Suo marito, che era forse interiormente inclinato a questo genere di vita, le propone l'astensione dalle relazioni coniu­gali come uno stato più perfetto e comunque compatibile con il sacramento del matrimonio. Più tardi, pacificatasi l'emozione e facendosi senza dubbio più vivo il desiderio di avere figli per dedicarli a Dio, sarà sufficiente il con­siglio del direttore spirituale perché gli sposi vivano pie­namente il loro matrimonio" (p. Piat).

La stessa lettera di Zelia infatti continua: "Ma quando abbiamo avuto i nostri figlioli, le nostre idee sono un po' cambiate: non vivevamo più che per loro, questi erano la nostra felicità e non l'abbiamo mai tro­vata se non in loro. Insomma, tutto ci riusciva facilissimo, il mondo non ci era più di peso".

Si sente in queste parole il compimento della voca­zione e la felicità che è il dono della compiutezza. Anche quando i dolori e le fatiche della vita la por­teranno a pensare con nostalgia alla quiete del con­vento, mai Zelia rimpiangerà di aver vissuto fino in fondo il suo matrimonio.

Già il 23 dicembre 1866, in una lettera al fratello Isidoro, Zelia si esprimeva in questo senso: "Penso spesso alla nostra santa sorella, alla sua vita calma e tranquilla! Lavora, lei, non per guadagnare ric­chezze che passano, non accumula che per il Cielo, verso cui vanno tutti i suoi sospiri. Ed io mi vedo qui, curva verso terra, che mi do una pena estrema per ammassare dell'oro che non porterò e che non desidero portare via con me. Che cosa ne farei lassù?

Talvolta comincio a rimpiangere di non aver fatto come lei, ma subito mi dico: "Non avrei le mie quattro figlio­lette, il mio incantevole Giuseppino". (...) No, è ancor meglio che io sia a penare dove sono e che essi siano qui. Purché giunga in paradiso col mio caro Luigi e che li veda tutti là meglio sistemati di me, sarò abbastanza felice non domando di più" (Lt).

E ancora il 16 gennaio 1876: "Quanto a me, mi figuro che se fossi in un magno castello, circondata da tutto quello che si può desiderare sulla terra, il vuoto sarebbe più grande che se fossi sola, in una piccola soffitta, dimenticando il mondo ed essendone dimenticata. Così non faccio che sognare chiostro e solitu­dine. Non so veramente, con le idee che ho, come questa non sia stata la mia vocazione. o restare zitella o chiudermi in convento. Ora vorrei vivere fino a diventare molto vec­chia per ritirarmi nella solitudine quando tutti i miei figli saranno cresciuti. Ma sento che tutte queste sono idee prive di senso, perciò non mi a soffermo molto; vale meglio impie­gare bene il tempo presente che pensare tanto all'avve­nire" (Lt).

Questo cammino verginale dentro lo stato matri­moniale, che è uno dei grandi segni presenti nel matri­monio dei Martin, indica in modo forte la comple­mentarietà delle vocazioni nella Chiesa, tanto più in un momento come questo, in cui la famiglia ha neces­sità di ritrovare il senso del proprio essere, il pro­prio fondamento su un atto sacro di unione tra due persone con Dio.

La verginità non perde qui la sua preminenza, ma viene maturata e integrata in un giusto orientamento del sacramento del matrimonio: nel focolare dei Martin Dio sarà sempre "il primo servito", secondo la massima di Giovanna d'Arco.

 

LA VITA QUOTIDIANA

È anche evidente, in queste poche righe, la profon­dità dei sentimenti che legano i due coniugi in una per­fetta unità di intenti e il realismo che guida la loro vita.

Nella vita di questa famiglia possiamo sentire l'eco di nostre normali e quotidiane esperienze familiari, come in una lettera di Zelia a Paolina del 5 maggio 1873: "Maria vuole che ti dica che abbiamo veduto la pic­cola Teresa (si parla del futuro dottore della Chiesa!) ieri, domenica. Non l'aspettavamo, la balta è arrivata con i suoi quattro bambini alle undici e mezza, al momento che ci mettevamo a tavola.

Ci ha messo la piccina tra le braccia ed è corsa a messa. Si, ma la piccina non ne ha voluto sapere, ha gridato da far venire giù la casa! Abbiamo dovuto mandare Luisa (la domestica) a dire alla balza di venire subito dopo la messa, mentre doveva andare a comperare delle scarpe per i suoi bambini: La balia ha lasciato la messa a metà ed è accorsa mi è anche dispiaciuto, la piccina non sarebbe mica morta per gli strilli! Insomma, si è immediatamente con­solata; è molto forte, tutti ne sono sorpresi. Sono tanto andata su e giù tenendola in braccio e facendola saltare per farla tacere, che ne ho avuto un mal di schiena per tutta la giornata" (Lt).

Il 24 giugno 1874 così racconta alla cognata: "Teresa comincia a dire quasi tutto. Diventa sempre più carina, ma mi impegna molto perché è continuamente intorno a me e mi è facile lavorare. Così, per recupe­rare il tempo perduto, alla sera continuo il mio pizzo sino alle dieci e mi alzo alle cinque. Devo anche alzarmi una o due volte durante la notte per la piccina. Però alla fine più ho da fare e meglio sto" (Lt).

E nel dicembre 1875: "Ieri tutta la mattinata è stata consacrata a comprare un abito completo per Maria; un bel vestito, un cappotto molto di suo gusto. Bisogna che ricominci per Leonia; pensavo di darle le cose tue, ma Maria accanto a lei sarebbe troppo elegante: bisogna che tutto sia allo stesso livello. Insomma, non faccio che comprare roba tutti i giorni; tuo padre dice scherzando che è una mia passione! Cerco di spiegargli che non posso fare altrimenti; ma stenta a cre­derlo. Però si fida di me, sa bene che non lo manderò in rovina!" (Lt).

Se pensassimo con invidia alle domestiche e alle balie che Zelia era costretta a tenere a causa del suo lavoro e dell'impossibilità di allattare, basterebbero le parole scritte alla cognata 1'8 luglio 1877 per farci comprendere che queste erano a volte una fatica in più nell'organizzazione familiare: "Oh, se il buon Dio mi facesse la grazia di guarigione; non vorrei più domestiche. Maria è ormai al corrente del­l'andamento della casa, è lei che fa le stanze, che cura le sue sorelline. Paolina e Leonia aiuterebbero anche loro e saremmo felici come non lo sono mai stata. Bisogna che veda svanire il sogno di tutta la mia vita al momento in cui stava per diventare una realtà? Stiamo tanto in pace quando non abbiamo estranei in casa; durante i dieci giorni di assenza della domestica, tutto era nel più perfetto ordine, perché le mie figliole mi danno molta soddisfazione" (Lt).

D'altra parte il suo rapporto con le domestiche è sempre improntato, come quello con le operaie, alla carità e alla giustizia.

Scrive al fratello il 2 marzo 1868: "Non è sempre il lauto guadagno che assicura l'affe­zione dei domestici; bisogna che essi sentano che li amiamo, bisogna manifestare loro della simpatia e non essere troppo rigidi a loro riguardo. Quando le persone hanno un fondo buono, si è sicuri che servono con affetto e devozione. Tu sai che sono molto vivace, eppure tutte le domestiche che ho avuto mi hanno amata e le tengo quanto voglio... Vero è che non tratto le mie domestiche meno bene dei miei figli".

La figlia Maria ha confidato a suor Maria dell'In­carnazione queste parole, che sono state scritte sotto dettatura: (Le operaie) "tenevano alla mamma, sarebbero state molto dispiaciute di non lavorare più per lei. Tutte l'a­mavano molto. Me ne sono accorta quando, durante la sua ultima malattia, ero io che le ricevevo" (Summarium).

Suor Genoveffa, da parte sua afferma: "Le impiegate erano pagate il prezzo normale, quello che era corrente per un tale mestiere e tutti i servizi pos­sibili erano loro resi" (Summarium).

Zelia ha anche raccontato ella stessa alla cognata una visita che le fu fatta, da una donna di Ancines, presso Alençon, nelle settimane in cui la malattia l'an­nichiliva progressivamente: "Dopo vent'anni che lavora per me, ho potuto apprez­zarla, (...) da quando ha sentito dire che ero malata, senza sapere bene che cosa avessi, è venuta a vedermi, circa due mesi fa. Le ho raccontato tutto, è scoppiata in lacrime e mi ha mostrato tanta simpatia come se fosse stata mia sorella" (Lt 8 luglio 1877).

 

LA FRANCIA DEI MARTIN

Finito il Terrore che aveva fatto scorrere fiumi di sangue in tutta la Francia dal 1792 al 1795, termi­nata l'epopea napoleonica, nel 1814 vi era stata la Restaurazione dei Borbone sul trono di Francia, i quali legittimarono di fatto l'opera rivoluzionaria ed impe­riale: l'eguaglianza di fronte alla legge, le libertà indi­viduali, di culto, di lavoro, di commercio furono man­tenute, come pure il codice civile e l'amministrazione centralizzata e altre. Tuttavia il governo dei Borboni non riuscì mai a diventare veramente popolare. Il popolo parigino si sollevò il 27-29 luglio 1830 e i Bor­bone furono costretti a cedere il trono a Luigi Filippo d'Orléans, candidato della borghesia liberale.

La rivoluzione del 1830 fu il trionfo della bor­ghesia.

Le istituzioni politiche rimasero sostanzialmente le stesse, fu adottata la bandiera tricolore, il cattoli­cesimo cessò di essere religione di stato, il censo elet­torale fu abbassato, il che portò il numero degli elet­tori a più di 200.000 (il popolo rimaneva escluso dalla vita politica).

Sulle masse popolari ridotte ad una vita miserabile dal capitalismo industriale in pieno sviluppo si fondò l'opposizione repubblicana, che organizzò a Parigi una insurrezione sfociata il 24 febbraio 1848 nella pro­clamazione della Seconda Repubblica e che scatenò una serie di movimenti analoghi in Germania, Austria e Italia.

Ma la borghesia restava l'unica forza politica coe­rente nel paese ed elesse presidente Luigi Napoleone Bonaparte, nipote del famoso Napoleone I, il quale attuò un colpo di stato nel 1851, arrogandosi pieni poteri tra l'indifferenza delle masse operaie. Poco dopo, nel 1852, venne proclamato l'impero.

In breve tempo Napoleone III perdette l'appoggio dei cattolici a causa della sua politica italiana, peri­colosa per il papa, e di parte degli industriali minac­ciati dalla concorrenza inglese. Si succedettero nume­rosi errori in politica estera, tra cui la dichiarazione di guerra alla Prussia di Bismarck che si concluse con la capitolazione di Sedan, seguita da una rivoluzione pacifica e dalla proclamazione della Terza Repubblica nel 1870.

Gli anni successivi videro il progressivo consolidarsi della Repubblica e un sempre più accentuato processo di laicizzazione e di separazione tra stato e chiesa, che sfociò nel luglio 1904 nella rottura di relazioni diplo­matiche con la Santa Sede da parte della Francia.

Tutto questo fermento economico, politico, ideo­logico, religioso e artistico indusse papa Pio IX a in­dire il Concilio Vaticano I, che venne convocato a Roma l’8 dicembre 1869 e che prese posizione nei con­fronti di alcune tematiche incandescenti come il rapporto tra fede e scienza, la natura della fede, il primato del papa, i rapporti col potere laico e l'infal­libilità del papa.

Queste veloci e sintetiche notizie su un secolo così complesso e variegato possono farci comprendere meglio la mentalità e il linguaggio che troviamo espressi in modo vivace e immediato soprattutto nelle Lettere familiari di Zelia Guérin.

Era un'epoca, quindi, segnata da avvenimenti che lasciarono un'impronta duratura nella vicenda storica di tutta l’Europa e in cui spesso gli uomini erano chia­mati a far delle scelte di campo decise e definite.

I Martin furono fedeli alla patria e al papato; Luigi Martin non temette di subire ingiurie e irrisioni o di offrire il proprio contributo quando questi valori da lui difesi lo richiesero.

 

LA FAMIGLIA MARTIN

Forti dell'educazione ricevuta nelle rispettive fami­glie, Luigi Martin e Zelia Guérin fondando il pro­prio focolare erano preparati a vivere un'esistenza for­temente basata sui principi evangelici che erano stati loro inculcati.

Per la loro origine non appartenevano a quella che generalmente viene definita classe dirigente e non sembra che abbiano mai nutrito l'ambizione di acce­dervi e di giocare nella società un ruolo preponde­rante. Se si vuole caratterizzare il loro stile di vita si può dire che era quello della piccola borghesia, basata sulla semplicità dei costumi, il culto del lavoro, lo spi­rito di economia, il desiderio di un onorevole benes­sere e di assicurare ai figli un avvenire, la probità negli affari, il senso della misura.

Come abbiamo visto i coniugi Martin non vive­vano separati dagli avvenimenti del loro secolo, ripie­gati su sé stessi, ignoranti dei movimenti sociali e poli­tici di un'epoca di grandi cambiamenti.

La preziosa raccolta di lettere di Zelia Martin, una vera cronaca familiare, mostra come, per lei e per il marito, nulla di ciò che è umano appariva estraneo e l'impregnazione profondamente cristiana della loro vita, in cui, oltre ad altre qualità, come abbiamo visto, fioriva lo spirito di giustizia e l'ardore della carità, li predisponeva ad una illuminata apertura sul mondo della loro epoca.

Se non si segnalarono per una attività sociale spet­tacolare furono comunque aperti agli altri secondo le possibilità della loro condizione e del loro tempo. Un incontestabile calore umano e cristiano, alimen­tato da incessanti contatti divini, appariva in effetti come una delle caratteristiche maggiori della loro vita familiare. 

CAPITOLO QUINTO

I FIGLI

"Conosci il focolare dove la fede santa si conserva ancora nei cuori generosi dove le antiche virtù quaggiù quasi estinte completano il loro esilio senza rimpiangere i cieli?". Il poema di Elie Romignard "Il bretone esiliato", da cui sono tratti questi versi, era stato trascritto da Lui­gi Martin nel periodo in cui era ospite presso i Bohard per apprendere l'arte dell'orologeria, 1842-43.

Dotato di una naturale vivacità e di una bella voce, Luigi amava animare le serate familiari con la recita di poemi e canzoni a cui faceva partecipare le figlie e la trasposizione religiosa fatta da papà Martin del­l'anelito alla patria espresso in questo poema, ha for­temente segnato la sua famiglia.

Ne ritroviamo spesso delle eco nelle lettere delle figlie.

Una lettera di Celina alla sorella Maria del Sacro Cuore il 27 giugno 1889, nel corso della grave malat­tia del padre e sempre riferendosi a questo poema, dice: "Sono proprio vere le parole che ci diceva il nostro caro papà: "Per l'esiliato, non vi sono che pianti e tristi pen­sieri... Oh! La Patria, la Patria! È dunque così bella, la tua Patria?..." Sento ancora il suono di questa voce così amata che ci ripete le profonde sentenze che il suo cuore meditava per giornate intere".

Queste frasi ci mostrano la capacità di meditazione di Luigi Martin e la sua pedagogia nei confronti delle figlie: trasponendo su un piano spirituale i canti e i poemi detti e commentati nelle veglie, egli faceva penetrare, come in un gioco, dei pensieri profondi nei loro cuori.

I versi che abbiamo citato sembrano quasi il pro­gramma della famiglia Martin: la stessa vita di questi sposi nelle occupazioni quotidiane, il loro modo di parlare e di agire, rappresentano un esempio vivente di fede, che trascina perché tutto viene impregnato d'amore.

Santa Teresa di Gesù Bambino, all'inizio dei suoi Manoscritti autobiografici canta: "la felicità di appartenere a genitori senza eguali che ci hanno tutte circondate delle stesse attenzioni e delle stesse tenerezze" e rende grazie a Gesù "che l'ha fatta nascere in una terra santa e come tutta impregnata di un pro­fumo verginale".

Quando Zelia confessava il suo grande desiderio di avere molti figli "alfine di allevarli per il Cielo", defi­niva in poche parole il suo ruolo di donna felice di essere madre e penetrata della nobiltà della sua mis­sione di educatrice.

E poiché diceva nello stesso tempo di suo marito: "i nostri sentimenti erano sempre all'unisono", possiamo comprendere in quale armonia e unità di vedute i due sposi hanno svolto l'educazione dei loro figli.

Zelia ha sempre accolto con grande gioia le sue numerose maternità: 'è un lavoro così dolce occuparsi dei propri bambini!" (Lt 14 aprile 1868). Così i bambi­ni, nel seno di questa famiglia unita, sentivano che erano amati, che erano stati desiderati e che i geni­tori non vivevano che per loro, come abbiamo già sot­tolineato.

L'ambiente di gioia calorosa della vita familiare rendeva le figlie coscienti di tutto ciò che i genitori erano per loro: lo testimonia questo piccolo fatto rac­contato dalla mamma e ripreso da Teresa. Quando Teresa è ancora piccola, a tre anni e mezzo, dichiara con sicurezza che, nelle braccia di sua madre, è certa di andare in Cielo anche se fa delle sciocchezze, perché:

"come potrebbe fare il buon Dio per prendermi? Tu mi terresti molto forte nelle tue braccia" (Lt 29 ottobre 1876).

Si impara presto a cercare di far piacere a Gesù, e fare piacere ai genitori era messo dalle bambine sullo stesso piano. Ne abbiamo delle toccanti testimonianze nelle lettere di Maria e Paolina dal pensionato.

Ma le preoccupazioni non sono mancate a questi coraggiosi genitori: ricerca di nutrici, angosce per la salute dei bambini, e morte di quattro tra loro, atten­zione vigilante per preservare Maria da relazioni poco convincenti quando fu necessario cambiare pensionato, sacrificio per la separazione dalle due figlie maggiori, a cui i due sposi erano entrambi molto sensibili in seguito ai ripetuti lutti.

 

I LUTTI

Uno dei tratti caratteristici della fede dei coniugi Martin è l'abbandono pieno di confidenza nella Prov­videnza.

Zelia era sicura che "il buon Dio si occupa di noi; me ne sono accorta più volte nella mia vita e ho molti ricordi riguardo a questo, che non si cancelleranno mai dalla mia memoria" (Lt 12 marzo 1876).

È su questa certezza che si radica la sottomissione alla volontà di Dio.

Nelle dolorosissime circostanze in cui, il 22 feb­braio 1870, moriva la piccola Elena, gli sposi danno l'esempio dell'accettazione della croce: "Mi rassegno alla volontà di Dio, sebbene sia ben duro perdere una così cara figlioletta...".

La reazione sarà la stessa alla morte dei due ma­schietti e della prima piccola Teresa.

Possiamo trovare una prova commovente di queste disposizioni d'animo in una lettera indirizzata alla cognata, la signora Guérin, che ha appena perduto il bimbo che aspettava: "Che il buon Dio vi accordi la rassegnazione alla sua santa volontà. Il vostro caro piccolo bambino è presso di Lui; vi vede, vi ama, e voi lo ritroverete un giorno. È una grande consolazione che io ho provato e che provo ancora.

Quando ho chiuso gli occhi ai miei cari piccoli bam­bini e li ho seppelliti, ho provato un grande dolore, a cui mi sono tuttavia rassegnata. Non rimpiangevo le pene e le preoccupazioni che avevo dovuto patire per loro. Molti mi dicevano. "Sarebbe stato meglio non averli mai avuti". Non potevo sopportare questo linguaggio. Non tro­vavo affatto che le pene e le preoccupazioni potessero essere messi sulla bilancia con la felicità eterna dei miei figli. Inoltre, essi non erano perduti per sempre, la vita è corta e piena di miserie, li si ritroverà lassù.

È soprattutto alla morte del primo che ho sentito viva­mente la felicità di avere un figlio in Cielo. Perché il buon Dio mi ha provato in modo sensibile che aveva gradito il mio sacrificio. Io ho ottenuto, con la mediazione di questo piccolo angelo, una grazia molto straordinaria (…). Vedete, cara sorella, che è un grande bene avere dei piccoli angeli in Cielo, ma non è meno penoso per la natura perderli, sono queste le grandi pene della nostra vita" (Lt 17 ottobre 1871).

Oggi c'è chi prova un senso di fastidio di fronte alla narrazione continua di disgrazie e lutti presente nelle Lettere.

Se però pensiamo soltanto a quel mirabile ritratto dell'epoca che è I miserabili di Victor Hugo e che la media della vita, che era allora di 28 anni nelle classi ricche, cadeva a 27 mesi nella classe operaia a causa della mortalità infantile, ci rendiamo conto che Zelia nelle sue Lettere descrive soltanto la realtà quotidiana, senza alcun compiacimento e senza alcun dolorismo, con il solo intento di trovare il senso di tutto questo dolore.

 

LEONIA

È Leonia, senza dubbio, la terza figlia, quella che ha creato più problemi ai suoi genitori, perché era una natura difficile e di salute fragile, anche se capace di slanci di generosità.

Dopo i problemi dovuti alla sua espulsione, ripe­tuta due volte, dal pensionato della Visitazione per la sua incapacità di controllarsi in mezzo agli altri e dove la madre sperava si correggesse con la buona influenza della sorella, Zelia comprende che "dei figli che non sono come gli altri, tocca ai genitori occuparsene" e cercherà di portare a sé la piccola con la pazienza, la persuasione e la dolcezza.

Furono sempre in questo senso anche i consigli prodigati a Zelia da suor Maria Dositea quando si trattava dell'educazione dei figli.

E quando Maria scopre l'influenza nefasta della domestica Luisa sulla piccola Leonia, è l'amore ma­terno che si apre davanti alla confidenza riconquistata e alle prospettive di rapidi progressi.

Così scrive in una lettera alla figlia Paolina, 12 marzo 1877: "Credo di avere ottenuto una grande grazia per le pre­ghiere di tua zia; le avevo tanto raccomandato di ricor­dare la mia povera Leonia appena fosse entrata in Cielo, che credo di sentirne gli effetti Tu sai come era tua sorella del tutto insubordinata, non aveva mai voluto obbedirmi che per forza; faceva, per spirito di contraddizione, tutto il contrario di quello che desideravo, anche se lo deside­rava lei stessa; insomma, non obbediva che alla domestica. Avevo tentato tutti i mezzi in mio potere per attirarla a me; tutto era andato a vuoto fino ad ora e questo era il più grande dispiacere della mia vita. Da quando tua zia è morta, l'ho supplicata di restituirmi il cuore di questa povera creatura e, domenica mattina, sono stata esaudita. Ora Leonia è proprio mia, non vuol lasciarmi un istante, mi abbraccia fino a soffocarmi, fa tutto quello che le dico senza replicare, lavora al mio fianco tutta la giornata. La domestica ha perduto interamente la sua autorità ed è certo che non avrà più potere su Leonia dopo il modo in cui le cose si sono svolte... Ora tratto questa bambina con tanta dolcezza che spero di arrivare, a poco a poco, a cor­reggerla dei suoi difetti" (Lt).

È in questi momenti che Zelia, già minata in modo irreversibile dal male, desidera vivere per completare la sua opera di educazione sulla piccola, tanto più cara quanto più le ha dato pena.

 

LA PREGHIERA

Lo spirito di preghiera che impregnava i coniugi si trasfondeva ogni giorno nella famiglia: ogni gior­nata cominciava con questa formula di offerta inse­gnata ai bambini dal momento in cui potevano par­lare: "Mio Dio, vi dono il mio cuore, prendetelo, se vi piace, così che nessuna creatura possa possederlo, ma Voi solo, mio buon Gesù". Teresa la ricorda nei suoi Manoscritti: "filmavo molto il buon Gesù e gli donavo spesso il mio cuore servendomi della piccola formula che la mamma mi aveva insegnato".

Durante gli ultimi giorni della mamma, Teresa e Celina, esiliate presso i Leriche, domandano "molto timidamente" alla loro parente di fare le proprie pre­ghiere. Ella, "mettendoci tutte e due in una grande camera, se n'è andata. Allora Celina mi ha guardata e abbiamo detto: "Ah! Non è come la mamma... sempre lei ci faceva fare la nostra preghiera!".

Molti altri fatti sono disseminati nelle Lettere e ci provano il modo spontaneo con cui pregavano le bam­bine, frutto di un'educazione iniziata fin dal risveglio della coscienza.

 

MARIA

Questo spirito di preghiera non vietava ai due sposi di offrire alle figlie una vita equilibrata e possiamo vederlo nell'educazione data dai genitori alla figlia maggiore, Maria.

Anche se ciò dispiace alla zia visitandina, siccome "non si può vivere nel mondo come dei lupi" (Lt 12 novembre 1876) al momento della sua uscita dal pen­sionato, Maria frequenta un gruppo di ragazze della sua età. Certamente la madre sta attenta, perché "non amo vederla frequentare delle persone così ricche, questo può far nascere idee malsane" (Lt 8 novembre 1876). Ma non la ritira dal mondo, spinge piuttosto Maria ad andare a delle riunioni semplici: "Questo la rende meno selvatica, lo è già tanto".

I genitori vegliano affinché le loro figlie non siano trascinate alla vanità e all'orgoglio.

Maria, allevata alla Visitazione con delle compagne di ceto superiore, ha bisogno più volte dei saggi con­sigli materni per abbattere i suoi sogni di grandezza: begli appartamenti, toilettes più lussuose per le sue sorelline. "Tua sorella, benché così poco mondana, non si trova mai bene dov'è; desidera sempre qualche cosa di meglio, le occorrerebbero delle belle camere molto vaste e ben arredate. Non ritornava in sé dallo stupore nel vedere la figlioletta della balia gettare involontariamente un grido di ammirazione nell'entrare, giovedì, nella sua camera e rimanere "inchiodata" alla porta, dicendo Ah, come è bello!". La povera pisana crede che non ci sia nulla di più bello, ma Maria sa il contrario dalle sue compagne di col­legio e sogna dell'altro. Quando avrà dell'altro il vuoto si farà sentire forse ancora di più" (Lt 16 gennaio 1876), così dice la mamma, preoccupata di ricondurre Maria a una visione più realista delle cose di questo mondo.

I due coniugi lavorano in perfetta unità per orien­tare i sentimenti della loro figlia maggiore. Tornata a Le Mans dopo essere stata ammalata di tifo, Maria si legò ad una compagna di nobile casato con un vin­colo d'amicizia così stretto da perderne la libertà del cuore e da nutrire sogni ambiziosi di gloria e di ric­chezza. Il signor Martin non giudicò alla leggera il senso di questa evoluzione spirituale.

Un giorno che passeggiava con Maria in una modesta proprietà di famiglia, detta La Roulèe, vide che la giovinetta si dava premura di raccogliere un grosso mazzo di fiori, mentre diceva con un tono di mistero: "Li devo portare alla Visitazione, come ricordo della Roulèe". "Già, rispose lui acutamente, è pur necessario che tu ti dia delle arie, mostrando alle amiche i "fiori della tua proprietà". La fanciulla, seccatissima, buttò il mazzo tra l'erba (p. Piat).

Si forgiavano così il giudizio e la volontà di Maria che, cominciando a istruire Celina in piacevoli sedute di "scuola domestica", si troverà preparata a sostituire la mamma troppo presto scomparsa nella conduzione della casa e al fianco delle sorelline.

 

PAOLINA, CELINA E TERESA

Zelia Martin, nella stupefacente lucidità che con­servava anche durante le sue grandi sofferenze, aveva giudicato che Maria e Paolina sarebbero state capaci di allevare le sorelle piccole.

Queste, il giorno stesso della sepoltura della madre, avevano trovato spontaneamente a chi rivolgersi: Celina aveva scelto Maria come nuova mamma e Teresa si era gettata nelle braccia di Paolina: "Ecco!, per me è Paolina che sarà la mamma!".

Sarà proprio Paolina la prima a prendere il volo verso il Carmelo, lasciando la piccola Teresa nella costernazione.

Ma sarà, la partenza di Paolina, anche l'inizio della vocazione al Carmelo delle altre sorelle Martin, esclusa Leonia che troverà solo nel 1899 la forza di compiere la sua vocazione tra le suore visitandine, come aveva sempre desiderato.

Maria, Teresa e infine Celina, che aveva preso in mano la conduzione della casa dopo la partenza di Maria, entreranno a loro volta nel monastero di Lisieux.

Celina ha raccontato lei stessa come, nonostante il suo desiderio di restare presso il padre fino alla sua morte, fu condotta a rivelargli la propria vocazione per il Carmelo. Il padre, fedele al suo abbandono alla volontà di Dio, le disse: "Vieni, andiamo insieme davanti al SS. Sacramento a ringraziare il Signore per le grazie che accorda alla nostra famiglia e l'onore che mi fa sce­gliendosi delle spose nella mia casa". E nella sua grande generosità, nonostante già si fossero manifestati i primi segni della malattia, assicurò a Celina che era pronto ad accettare una separazione immediata: "Voi potete tutte partire. Sarò felice di donarvi al buon Dio prima di morire. Per i miei vecchi giorni, una cella tutta nuda sarà sufficiente".

È Teresa però, riconosciuta Dottore della Chiesa universale il 19 ottobre 1997 per la sua scienza d'a­more, "il grande santo" che coronerà la storia d'amore dei coniugi Martin. Teresa è cresciuta dentro una spi­ritualità familiare in cui ha conosciuto i misteri del­l'amore donato fino al sacrificio e ricevuto in rendi­mento di grazie. La sua scienza, seppure dono di Grazia, si è radicata in una famiglia la cui fede ha radici lontane.

Come non sentire un'eco, quasi una risposta all'e­sortazione della madre di Luigi Martin: "Sii sempre umile, mio caro figlio", mentre leggiamo nei Novissima Verba: "Sì, mi sembra di non aver cercato altro che la verità; sì, ho compreso l'umiltà del cuore... Mi sembra di essere umile".

Una attenta esegesi dei legami spirituali tra Teresa e il padre e la formazione contemplativa da lui rice­vuta, probabilmente illuminerebbe meglio il ruolo positivo che ha avuto la famiglia nella nascita e svi­luppo della spiritualità amante della Santa e potrebbe incoraggiare molte famiglie, sull'esempio di questa, a considerare possibile quella "contemplazione nelle strade" auspicata da un'altra illustre coppia, i coniugi Maritain. 

CAPITOLO SESTO

MALATTIA E MORTE DI ZELIA GUÉRIN

IL DOLORE

Come abbiamo visto, nel corso degli anni la fami­glia Martin non è stata risparmiata da preoccupazioni professionali e familiari, a cui si sono aggiunti lutti ripetuti e particolarmente dolorosi.

Al momento del decesso del capitano Martin, il 26 giugno 1865, Zelia scriveva a suo fratello "Te lo con­fesso, la morte mi spaventa" (Lt).

Ma dovrà vedere la morte ancora più da vicino, in cinque altre riprese, nel febbraio 1868, agosto 1868, settembre 1868, febbraio e ottobre 1870.

Avrà allora, colpo dopo colpo, il dolore di rice­vere tra le sue braccia l'ultimo sospiro di quattro figli e di seppellirli con le sue mani, seguiti poco dopo da Guérin padre, che aveva teneramente accudito.

Alla morte di Maria Elena, una bella bimba di cinque anni e mezzo, gli sposi ebbero una reazione soprannaturale, ispirata dalla fede: "L'abbiamo offerta insieme al buon Dio" (Lt 24 febbraio), ma Zelia si accorge di essere "in angosce mortali" (Lt 8 ottobre 1870) alla morte dell'ultima figlia, Maria Melania Teresa.

Riceve le croci con grande fede, ma anche con profondo dolore: "Il buon Dio sembra rispondermi se non hai il tempo di essere malata, avrai forse il tempo di avere molta pena? E non sono stata risparmiata, glielo assicuro" (Lt 1 ottobre 1971).

Ma ecco che Zelia vede con angoscia profilarsi la prospettiva di perdere la sua grande confidente, sua sorella maggiore suor Maria Dositea.

Proprio nel momento in cui le notizie sulla salute della sorella visitandina sono più allarmanti, Zelia comincia a preoccuparsi seriamente per sé stessa.

Già nell'aprile del 1865 Zelia aveva espresso al fra­tello la sua preoccupazione per un ingrossamento del seno proprio dove, tempo prima, aveva ricevuto un colpo sull'angolo di un tavolo.

Senza dubbio Isidoro non diede il consiglio di ten­tare un'operazione, che causava molte preoccupazioni in quell'epoca.

Poi si fece il silenzio su questo incidente e, nella corrispondenza familiare, non vi si fa più allusione fino a che il male, incurabile e inoperabile questa volta, si risveglia undici anni più tardi.

Durante le vacanze dell'estate 1876 sembra che l'ingrossamento si sia messo ad evolvere rapidamente e, visti inutili i rimedi tentati dal fratello Isidoro, Zelia si decide a recarsi da un medico di Alençon. La dia­gnosi è brutale: si tratta di un tumore fibroso molto grave, è troppo tardi per operare e tutti i rimedi sono inutili; la diagnosi viene confermata poco tempo dopo dal dottor Notta di Lisieux.

In questa occasione Zelia scrive al marito: "Rimettiamoci nelle mani di Dio, Egli sa molto meglio di noi ciò di cui abbiamo bisogna è Lui che fa la piaga e la guarisce. Andrò a Lourdes al primo pellegrinaggio". La sua reazione è serena ed energica, fondata sulla fede in Dio e sul desiderio di risparmiare i suoi. Non vi è alcun compiacimento del dolore, alcun dolorismo, in questa donna forte, che nel 1876 scri­veva facendo delle considerazioni su alcuni scambi epi­stolari con la sorella di Le Mans: "Ella (Maria Dositea) pensa che io desideri delle grandi sofferenze perché le ho detto che preferirei; avendo la pos­sibilità di scegliere, morire di una malattia lenta. Ma le grandi sofferenze, no, non ho abbastanza virtù per deside­rarle, io le temo!" (Lt 12 novembre 1876) e che mostrerà invece con quale fede saprà sopportare atroci dolori. La tormentava inoltre il pensiero del futuro di Leonia: "Non sono nel giubilo, mi tormento estremamente, a torto o a ragione. Ah! Se fossi libera dal mio commercio, sarei felice. Ma no, la mia povera Leonia sarebbe là per impedirmi di essere completamente felice, il suo avvenire mi angoscia. Come diventerà quando non ci sarò più?" (Lt 12 novembre 1876).

Il 5 gennaio 1877, nelle grandi inquietudini cau­sate dallo stato di salute di suor Maria Dositea che si aggrava inesorabilmente, scriverà alla cognata: "Andiamo avanti così (senza operazione) e il più gaiamente possibile. Adesso ci si tormenta meno da noi e faccio più sforzi che mai perché continui così (...). Lasciamo il resto nelle mani della Provvidenza" (Lt).

Questo distacco, questa umiltà, questo desiderio di far piacere a coloro che le stanno vicini, lo ritroviamo in una lettera del 28 gennaio 1877 alla cognata "(. ..) lei si preoccupa proprio troppo per me, ne sono tutta confusa, non merito che ci si interessi tanto a me. La mia vita non è così preziosa se muoio non sarà una disgrazia più grande trattandosi di me che di un'altra. Ce ne sono tanti che se vanno e vorrebbero restare, che si cre­dono utili e che il buon Dio giudica di prendere, perché, dopo la loro morte, tutto non andrà che meglio. Questo non mi impedisce di pregare molto perché la Santa Vergine mi guarisca: aspetto con grande impazienza un pellegri­naggio per Lourdes e certamente, se sono necessaria alla mia famiglia, guarirò, poiché non è la fede che mi manca; e nemmeno il desiderio di vivere (...)" (Lt).

Ancora il 20 febbraio le scrive: "Non sono più ammalata, soffro sempre molto poco, il punto più sensibile nel toccare è quello dove è venuta la seconda ghiandola vicino al collo, ma è cosa da niente in paragone all'ingrossamento.

Insomma, il buon Dio mi fa la grazia di non spaven­tarmi; sono tranquillissima, mi sento quasi felice, non cam­bierei la mia sorte con nessun'altra. Se il buon Dio mi vuole guarire, sarò contentissima, perché in fondo desi­dero vivere: mi costa lasciare mio marito e le mie figliole. Ma d'altra parte mi dico. - Se non guarirò è forse perché per loro sarà più utile che io me ne vada ( .. ) - Intanto, farò tutto il possibile per ottenere un miracolo; conto sul pellegrinaggio di Lourdes, ma se non sarò guarita, cer­cherò di cantare lo stesso al ritorno" (Lt).

 

A LOURDES

Nel febbraio 1877 muore, nel convento delle visi­tandine di Le Mans, suor Maria Dositea. Quanto questa separazione sia stata dolorosa per Zelia lo sen­tiamo nelle parole con le quali racconta alla cognata la sua reazione al ricevimento della lettera della Madre Superiora, che le comunica il decesso della sorella: "Quando ho ricevuto questa lettera, non ho avuto il coraggio di aprirla, sapevo troppo bene quello che conte­neva. Finalmente Luigi me l'ha presa e l'ha letta ed ho finito per leggerla anch'io, molto tempo dopo. Ora non me ne voglio più staccare" (Lt 26 febbraio 1877).

La fede però la sostiene sempre e le permette di leggere negli avvenimenti della sua piccola storia i segni della misericordia di Dio; le sue parole manife­stano anche a noi oggi la verità della comunione dei santi e del legame spirituale che continua e ci unisce ai nostri cari nell'altra vita: "Spero che la Santa Vergine mi guarirà, se non del tutto, almeno in modo che abbia il tempo di allevare le mie figlie; dopotutto, è quello che le ho sempre doman­dato. Se è necessario, è certo che non me lo rifiuterà, e credo questa grazia più che mai necessaria a causa di Leonia. Sì, vedo per lei splendere un raggio di speranza che mi presagisce un cambiamento completo per l'avvenire (...). Non mi posso togliere dalla mente l'idea che questa tra­sformazione sia dovuta alle preghiere della mia santa sorella, giacché tutto si è modificato due o tre settimane dopo la sua morte. È lei che mi lui ottenuto anche la grazia di sapere come regolarmi per affezionarmi questo cuore (...)" (Lt 10 maggio 1877).

Il faticoso pellegrinaggio a Lourdes che viene com­piuto con le figlie nel giugno 1877 non sortisce l'esito sperato, ma Zelia conserva una confidenza in Dio che supera ogni prova:

"La Santa Vergine ci ha detto, come a Bernadette: - Non vi renderò felici in questo mondo, ma nell'altro - . Non mi pento di essere andata a Lourdes anche se la fatica mi ha reso più malata; non mi rimprovero nulla anche se non guarisco. Nell'attesa, speriamo".

"Non sono stata guarita, sarà per un'altra volta. Atten­diamo con pazienza l'ora di Dio" (Lt 24 giugno1877). E conclude, in una lettera a Paolina del 25 giugno, con un invito alla preghiera fervente e perseverante: "Prega con fede la Madre delle Misericordie, ella verrà in nostro soccorso con la bontà e la dolcezza della madre più tenera" (Lt).

 

GLI ULTIMI GIORNI

Il ritorno da Lourdes segna l'inizio della fase finale della malattia.

Sempre dimentica di sé stessa, Zelia cerca di sol­levare i suoi: "(Tuo padre) è stato molto sorpreso di vedermi ritor­nare così allegramente come se avessi ottenuto la grazia desiderata, questo gli ha ridato coraggio e ha riportato il buon umore a casa" (Lt 25 giugno 1877).

Anche quando le sofferenze si faranno più acute darà prova di un coraggioso oblio di sé stessa.

Non vuole disturbare gli altri, i bambini in parti­colare. "Per non tormentare nessuno... al fine di fug­gire ai minimi rumori che fanno fremere i suoi nervi malati, si è installata da sola nella camera di Leonia. Maria la sente gemere durante le sue insonnie. - O Voi che mi avete creata, abbiate pietà di me! - Quando ci si alza per venirle in aiuto, mostra uno stupore doloroso: - Perché dovete disturbarvi che non c'è niente da fare? - Il signor Martin dovrà usare tutta la sua autorità per farle accet­tare una religiosa esperta nell'assistenza ai malati e ancora manifesterà una certa tristezza il giorno in cui la vedrà venire per la prima volta" (p. Piat).

Le lettere di Maria alla famiglia Guérin ci rac­contano gli ultimi giorni di Zelia: "Non lascia il suo rosario, prega tutto il tempo".

Quando i Guérin arrivano ad Alençon la sera del 27 agosto, la malata è ancora seduta nella sua pol­trona, ma incapace di parlare. Allora scambia con la cognata un lungo sguardo affettuoso e supplichevole, così eloquente che la signora Guérin ne conserva il ricordo commovente in una lettera a Teresa del 1891: "Ho creduto di comprendere questo sguardo, che niente potrà farmi dimenticare. È inciso nel mio cuore. Da quel giorno ho cercato di sostituire colei che Dio vi aveva rapita, ma ahimè, nulla può sostituire una madre!".

A mezzanotte e trenta, all'alba del 28 agosto 1877, Zelia Martin, lascia questo mondo per la vera Patria, che tante volte aveva invocata.

Molti anni dopo, il 24 novembre 1939, Maria scri­verà nelle sue Note intime il ricordo che aveva con­servato di quel giorno: "L'indomani della sua morte andavo spesso a guar­darla. Se voi sapeste come era bella! Si sarebbe detto che era morta a vent'anni. Mi sembrava che non fosse morta, ma più viva che mai (...) che mi avrebbe protetta sempre".

E certamente la famiglia di Zelia godette, da quel momento, di speciali favori divini.

Ma era giunto il tempo che, oltre la sua virtù, splendesse anche quella del suo incomparabile sposo, Luigi Martin. 

CAPITOLO SETTIMO

I BUISSONNETS

PAPA’ MARTIN

Se la personalità di Zelia Martin appare in primo piano nelle sue lettere familiari, il marito, Luigi Martin, non era lontano, lo abbiamo già sottolineato, perché vi era comunione di ideali e di vita tra i due sposi.

Amante del silenzio e della contemplazione, le sue lettere sono rare, 16 in tutta la sua vita, ma sono estremamente preziose per comprenderne la perso­nalità.

Nella lettera scritta alla moglie l'8 ottobre 1863, in occasione di un viaggio d'affari a Parigi, si può com­prendere bene come, per Zelia, egli sia "sempre stato un consolatore e un sostegno" (Lt 4 marzo 1877, come dirà alla figlia Paolina.

"Cara amica, non potrò arrivare ad Alençon che lunedì; il tempo mi sembra lungo e non vedo l'ora di essere vicino a te. Inutile dirti che la tua lettera mi ha fatto un grande piacere, salvo che vi noto che ti stai affaticando troppo. Così ti raccomando la calma e la moderazione, nel lavoro soprattutto (...) non ti tormentare tanto, arriveremo, con l'aiuto di Dio, a fare una buona piccola fabbrica. Ho avuto la felicità di comunicarmi a Nostra Signora delle Vittorie, che è come un piccolo paradiso terrestre. Ho anche acceso un cero per tutta la famiglia. Vi abbraccio tutti di cuore, aspettando la felicità di essere riunito a voi. Spero che Maria e Paolina siano mollo sagge! Tuo marito e vero amico, che ti ama per la vita".

Tre anni dopo, in una lettera di Zelia, possiamo comprendere che l'amore e la confidenza tra i due sposi è sempre più viva: "... Quando riceverai questa lettera sarò occupata a mettere in ordine il tuo banco di lavoro; non ti dovrai irri­tare, non perderò nulla, nemmeno un vecchio quadrante, né un pezzetto di molla, insomma niente, e poi sarà tutto pulito sopra e sotto! Non potrai dire che - ho soltanto cambiato di posto alla polvere -, perché non ce ne sarà più (... ). Ti abbraccio di tutto cuore, oggi sono tanto felice al pensiero di rivederti che non posso lavorare. Tua moglie che ti ama più della sua vita" (Lt 1869).

La scoperta del tumore incurabile di Zelia è, per Luigi Martin, un colpo tremendo: "Mio marito non si può consolare; ha abbandonato il divertimento della pesca, ha portato le sue lenze in soffitta, non vuole più recarsi al Circolo Vitale, è come annien­tato" (Lt 17 dicembre 1876).

Nonostante ciò l'amore tra gli sposi si mantiene colmo di tenerezza; il 24 dicembre 1877, sei mesi prima della sua morte, Zelia scriveva al marito: "Mi rallegro molto di rivedervi tutti; come mi pare lungo il tempo! Come avrei desiderato tornare oggi! Non sto volentieri che con te, mio caro Luigi" (Lt).

La dipartita della moglie fu per Luigi il più grande dolore della sua vita, ed è Celina che, nelle sue me­morie del 1952, parlando in relazione alla malattia del padre, ce ne dà testimonianza dicendo: "Debbo dire, per la verità, che prima della sua malattia non lo avevo mai visto piangere, tranne che all'Estrema Unzione di nostra madre" (Lt).

Ormai Luigi si trova solo ad animare la famiglia e a condurre a buon fine l'educazione delle sue figlie. Abbattuto dalla scomparsa della moglie, egli trova nella sua fede profonda e nell'amore per le figlie la forza di compiere questo doppio incarico. Nella sua vita già segnata da numerosi lutti, inizia un periodo in cui il Signore gli domanda proprio tutto: prima lo sradicamento, poiché lascia Alençon, poi la partenza delle figlie per il convento, che egli accetterà con una generosità eccezionale, ma di cui soffrirà sempre più dolorosamente, infine la perdita dei suoi mezzi di comunicazione, una malattia che lo ridusse all'impo­tenza completa. Queste diverse tappe, vissute in una fede invincibile e in una confidenza profonda nella bontà di Dio, permisero a Luigi Martin di realizzare tutta la misura di grazia che Dio gli aveva destinata.

 

A LISIEUX

Furono i Buissonnets, la graziosa casa che lo zio Isi­doro aveva trovato a Lisieux per la famiglia Martin, l'inizio del totale distacco di Luigi Martin da sé e dal mondo.

I Guérin, durante l'ultima malattia di Zelia, le ave­vano suggerito, nel luglio 1877, un trasferimento della famiglia a Lisieux. Ma lei non aveva voluto forzare la mano al marito, che si trovava in quel momento in grande pena: "Lasciamo fare al tempo", aveva detto (Lt 15 luglio 1877). Ma l'ultimo sguardo di Zelia alla cognata, così eloquente, aveva valore di testamento.

Andarsene da Alençon poneva comunque dei pro­blemi. I numerosi amici di Luigi Martin insistevano perché restasse ad Alençon. Non vi sarebbero state così altre separazioni nella sua vita e in quella delle sue figlie maggiori, che la signorina Romet e la si­gnora Tifenne, madrine di Paolina e Leonia, di una devozione a tutta prova, si incaricavano di consigliare.

Si suggeriva di mettere Leonia e Celina in pen­sionato.

Da diversi punti di vista questa soluzione avrebbe procurato dei vantaggi a Luigi che, in più, era un po' intimidito dalla schiettezza Guérin del cognato Isidoro.

Ma le separazioni gli erano sempre ripugnate e per questo esitava; inoltre non voleva cercare soprattutto la propria soddisfazione: non desiderava che il bene delle figlie.

Senza pensare minimamente a sé stesso, chiamò Maria e Paolina per chiedere la loro opinione: " - Vi domando cosa ne pensate, figlie mie, perché è sol­tanto per voi che faccio questo sacrificio, non vorrei mai imporvene uno - Io (Maria) gli risposi che anche noi non volevamo che la sua felicità e che non avremmo potuto sop­portare che si sacrificasse così per noi. Ma egli si accorse che non avevamo alcuna ripugnanza ad abbandonare Alençon, e questo padre generoso decise subito il nostro pros­simo trasloco" (p. Piat).

Ciò che aveva pesato nella sua decisione era il carat­tere, giudicato troppo mondano e liberale, delle sue relazioni di Alençon e la convinzione che la zia Guérin avrebbe avuto un'eccellente influenza sulle figlie mag­giori, ancora inesperte nella conduzione di una casa.

Lasciare Alengon per Lisieux significava cedere il commercio di merletti, ciò che venne fatto il 29 no­vembre 1877, ma anche avvicinare un mondo nuovo.

Lasciando dietro di sé il paese dei raffinati mer­letti, si prendeva contatto con un agglomerato molto più animato, dalle fiere frequenti. Ci si trovava nel Pays d'Auge, tra il Touques e il Dives, paese di alle­vamento e di boscosi pascoli piantati a frutteto: paese del burro, del formaggio, del sidro e di un celebre liquore, il Calvados.

Nella città e nei dintorni le imprese di lavorazione della lana e del lino o della concia di pelli erano nume­rose. Verso la metà del XIX secolo, Lisieux contava circa 300 stabilimenti industriali, che impiegavano più di 3000 operai tessili. Isidoro Guérin, attraverso il suo matrimonio nel 1866 con Celina Fournet, si era legato a una di quelle famiglie di industriali che, con i Laniel, i Lambert, i Duchesne, figuravano allora tra i magnati dell'industria tessile.

Ma Luigi Martin e le sue figlie non parteciparono alle attività economiche della città, né alle passioni politiche che animavano le polemiche dei giornali locali e a cui Isidoro Guérin parteciperà invece con il suo vigoroso apporto.

Frequentarono piuttosto la città vecchia, distrutta poi dai bombardamenti del 1944, con il suo intreccio di strade tortuose e le sue antiche case particolarmente pittoresche con i piani a sbalzo e i colombai colorati, ornati di fini sculture.

La riflessione di Teresa su questo trasferimento: "Fu con piacere che venni a Lisieux"; ci rivela che la famiglia era dunque sensibile al fascino della bellezza austera di questa antica città.

La vita a poco a poco si organizza, altrettanto affet­tuosa che ad Alençon, ma più ritirata. Luigi Martin non aveva alcuna relazione a Lisieux e, poiché non era certo il caso a cinquantatré anni di riprendere un com­mercio, viveva delle sue rendite ritirato dagli affari, restando molto al di fuori del mondo borghese della città. Le testimonianze sono concordi nell'affermare che ai Buissonnets i Martin ricevevano poco, eccetto i Guérin, i Maudelonde, qualche amica delle figlie e qualche sacerdote.

Al Processo apostolico per la canonizzazione di santa Teresa, Giovanna La Néele, figlia maggiore di Isidoro Guérin, dichiarò: "Le relazioni tra le nostre due famiglie furono quoti­diane e molto intime. Ci riunivamo tutti i giovedì e tutte le domeniche".

Con le loro cugine, Leonia e Celina frequentarono l'Abbazia Notre-Dame-du-Pré per la loro educazione. La domenica, a turno, Maria o Paolina con una delle piccole passavano la serata dai Guérin. Teresa evoca questo ricordo nei suoi Manoscritti, ma per lei il luogo migliore sono i Buissonnets: "È là che la mia vita era veramente felice" e come suo padre, era un po' intimi­dita dallo zio Guérin: "Avevo proprio paura".

 

LA VITA QUOTIDIANA

Lo stile di vita ai Buissonnets sarà quello della media borghesia dell'epoca, con una particolare nota di sem­plicità. L'alloggio non comportava che un numero minimo di stanze: non c'era salone e le ragazze divi­devano in due le camere da letto, salvo Leonia che dor­miva da sola. Due bagni bastavano per tutti gli abi­tanti. C'era un camino in ogni stanza, ma in inverno, salvo necessità, non si accendeva il fuoco che in cucina.

La vita quotidiana era anche segnata da una forte nota ascetica, nella linea di ciò che Luigi Martin aveva sempre vissuto ad Alençon.

Egli era interamente consacrato alla felicità delle sue figlie, di cui curava l'educazione in una rimarche­vole continuità con la madre scomparsa, con lo scopo di "allevarle tutte per il Cielo". Dà il tono, lo spirito, la linea generale secondo cui si organizza e si modella l'esistenza di ogni giorno. "Egli vuole l'ordine e la pulizia in tutto e si mostra dispiaciuto quando, per disattenzione o negligenza, si spreca, si perde, si deteriora qualcosa" (p. Piat). Desidera che ogni figlia prenda parte alla con­duzione della casa sotto la direzione di Maria, aiutata da una domestica. Lui stesso è attento ad essere sempre occupato. Suor Genoveffa testimonia: "Noi non avevamo che una domestica, ma era lui che faceva il lavoro grosso"

(lbid.). E la testimonianza di Maria, raccolta da suor Maria dell'Incarnazione, è simile: "Si accollava i lavori difficili, vangava il giardino, spaccava e ordinava la legna, si riservava la cura della dispensa, del giardinaggio e del pollaio. Faceva il suo sidro". Si occupava anche degli uccelli della voliera, piccoli compagni a cui tenevano molto Celina e Teresa.

La vita si svolgeva dunque senza nessun lusso. Sempre secondo suor Maria dell'Incarnazione, eco fedele della figlia maggiore Maria: "Il nutrimento era molto semplice. Al mattino. zuppa; la domenica solamente: del cioccolato; gli altri pasti era composti di cose semplici: ragù, manzo bollito. Si escludeva tutto ciò che era ricer­cato (...)". Questo faceva apprezzare meglio e rendeva più gioiosi i pasti della festa, come quelli delle prime Comunioni.

Ai vicini e agli amici, Luigi Martin, in questo perio­do della sua vita, ha lasciato l'impressione di un uomo cortese, molto degno ed austero, da rispettare. Mai gli si sentì tenere un linguaggio men che corretto. Suor Genoveffa dice: "Si proibiva di fumare, di incro­ciare le gambe, di bere tra i pasti di avvicinarsi al fuoco senza necessità. Si allontanava, d'istinto, dalle sedie imbot­tite". Così dava alle figlie e alle domestiche, con sem­plicità, delle lezioni viventi, attraverso le sue attitu­dini familiari che offrivano una testimonianza di gran­de rettitudine.

Ma la vita ai Buissonnets non era affatto triste, al contrario.

Papà Martin, tutto dedicato alle figlie, manteneva un ambiente caloroso e gioioso, confezionava loro dei giochi minuscoli dove metteva in opera la sua abilità e precisione. Era lui ad animare le incomparabili veglie celebrate da Teresa: canti, poemi, partite di dama, mele o marroni cotti sul fuoco, ceppi di Natale (dolci natalizi) scelti con cura. In inverno, si andava alle serate teatrali del Circolo cattolico. Quando giungeva la primavera conduceva le figlie al Giardino della Stella, vicino ai Buissonnets, dove Teresa amava cogliere fiori a profusione. Organizzava anche delle gite a piedi, per conservare la sana tradizione delle passeggiate della domenica che si svolgevano ad Alençon.

Se si presenta l'occasione Luigi Martin, come ad Alen~on, noleggia una carrozza. Conduce le sue figliole a Saint-Ouen-le-Pin, a dieci chilometri a ovest di Lisieux, per passare una giornata nella proprietà dei Fournet. Qualche volta vi lascia, a turno, l'una o l'altra delle figlie, per una sosta più prolungata in com­pagnia dei Guérin, ciò che accade a Teresa nell'agosto 1884 per guarire la pertosse, e nel giugno 1885.

Là, negli stagni e nei piccoli ruscelli della fattoria, può dedicarsi alla sua "distrazione preferita", che non ha abbandonato arrivando a Lisieux. Teresa ha evo­cato alcune di queste partite di pesca così favorevoli all'orazione, nei dintorni di Lisieux. Il prodotto era

il più delle volte riservato al Carmelo, soprattutto dopo l'ingresso di Paolina.

 

I VIAGGI

Luigi Martin amava molto i viaggi. L'abbiamo già visto, oltre ai viaggi d'affari a Parigi, fare spesso dei pellegrinaggi, individualmente, con la famiglia o in gruppo. È normale che, dopo la perdita della sposa e il trasferimento a Lisieux, sia ritornato di tempo in tempo ad Alençon, per rivedere parenti ed amici e pre­gare sulla tomba della moglie. È per questo che aveva conservato il Pavillon. Vi portava qualche volta le figlie: Paolina e Maria ne parlano nelle loro lettere e Teresa ricorda due di questi viaggi nei suoi Manoscritti.

Papà Martin ha anche approfittato della disponi­bilità dei Guérin per condurre le figlie a Douville e Trouville.

Queste spiagge normanne erano diventate di moda sotto il Secondo Impero ed erano il luogo d'incontro di personaggi celebri della politica come il duca di Morny, della letteratura come Alessandro Dumas o Gustavo Flaubert, delle arti come i pittori Carlo Morzin e Isabey. Zelia vi era stata condotta dal fra­tello, ma non aveva amato queste villeggiature mon­dane. I Guérin vi affittavano una villa ogni estate, e la famiglia Martin aveva attraverso di essi la possi­bilità di cambiare orizzonte. È così che Teresa scopre il mare 1'8 agosto 1878, fatto da cui resta profonda­mente segnata. Suo padre, fuggendo le mondanità, approfitta dell'ospitalità della villa Leroux a Trouville, stando "tutto il tempo occupato a pescare sulla riva" (M.me Guérin 9 agosto 1878), quando non passeggia sulla spiaggia con le figlie, come racconta Teresa.

Luigi Martin non viaggiava solo per i suoi affari o per condurre al mare le figlie.

Infatti lo vediamo compiacersi di condurre le figlie con lui per far loro visitare le bellezze della capitale. Porta a Parigi prima Maria e Paolina, nel 1878, per l'Esposizione universale.

Le ragazze faranno alla zia Guérin dei rendiconti entusiasti di questo viaggio. Poi Maria e Leonia ac­compagnano il padre a Parigi per la Settimana Santa nel 1883, viaggio accorciato bruscamente dalla "strana malattia" di Teresa. Infine papà Martin, con Celina e Teresa, si ferma ancora a Parigi prima del pellegri­naggio a Roma, nel novembre 1887, soprattutto per pregare nella chiesa di Notre-Dame-des-Victoires, così cara alla famiglia.

Come si vede, Luigi Martin era soprattutto preoc­cupato di distrarre le figlie o di rendere loro dei ser­vizi. È per questo che conduce Maria a più riprese a Le Havre, a Calais, a Parigi, per incontrare il padre Pichon, gesuita, che è dal 1882 il direttore spirituale della maggiore, prima di diventare l'amico e il diret­tore di tutta la famiglia. Questo dà l'idea che la vita ai Buissonnets fosse lontana dall'essere chiusa e che il capo famiglia sapesse procurare alle figlie dei passa­tempi gioiosi e vari.

Una sola volta, nel 1885, Luigi Martin si lascia ten­tare da un viaggio più lontano, per il suo solo piacere. II vicario di Santt-Jacques, don Mario, lo persuade ad accompagnarlo fino a Costantinopoli, attraverso l'Europa Centrale, con ritorno per Roma e l'Italia. Questo viaggio ci ha procurato undici lettere scritte alle figlie, in cui il padre comunica la sua meraviglia davanti alle bellezze della creazione che lo conducono a lodare il Creatore e in cui esprime il suo amore per la Chiesa e la sua profonda tenerezza per le figlie.

Infine, papà Martin intraprende il pellegrinaggio a Roma (4 novembre-2 dicembre 1887) per il giubileo sacerdotale di papa Leone XIII, con Celina e Teresa che lo raccontano nei dettagli.

 

LA FEDE

Attraverso i ricordi di Teresa si apprende quale fu l'influenza dei suoi genitori per la sua iniziazione e quella delle sorelle al culto eucaristico, e per il suo amore del Santo Sacrificio in particolare.

I semi gettati nell'anima di Teresa e delle sorelle germineranno grazie alle cure delicate di Luigi Martin, la cui vita quotidiana è una continua testi­monianza. La sua prima preoccupazione a Lisieux sarà di procurarsi un direttore spirituale per la confessione regolare. Sarà don Lepelletier, vicario a San Pietro dal 1878 al 1888, che diventerà presto amico della fami­glia e sarà invitato al pranzo per la prima Comunione di Teresa.

L'abitudine presa ad Alençon della messa quoti­diana sarà mantenuta. È prima alle sei, poi un po' più tardi, alle sette, che padre e figlie s'incamminano verso la cattedrale. Nella cappella dell'abside parte­cipano insieme al Santo Sacrificio. Luigi Martin pre­feriva l'ora mattutina per le stesse ragioni di prima, perché, diceva: "E’ la sola a cui possono assistere le domestiche e gli operai. Sono lì in compagnia dei poveri - ".

Conservava anche la sua devozione alla Vergine. La statua della Vergine, portata a Lisieux con la fami­glia, presiedeva nella camera di Maria dove si faceva ogni sera la preghiera in comune, e dove il mese di Maria era celebrato. Egli restava fedele alla recita quo­tidiana del rosario e aveva anche conservato il suo fer­vore alençonnese per san Giuseppe e per san Fran­cesco Saverio di cui faceva, e faceva fare, la novena del­la grazia.

La sua generosità si mostra soprattutto in favore dei poveri e degli sfortunati. Come ad Alençon, du­rante le sue passeggiate con Teresa, "amava farmi por­tare l'elemosina ai poveri che incontravamo". Suor Maria dell'Incarnazione ci dà ancora l'eco della testimonianza di Maria: "Specialmente il lunedy un buon numero di poveri veni­vano a chiedere l'elemosina. Non solamente li si riceveva bene, ma gli si dimostrava del rispetto. È così che un giorno

( .. ) il Servo di Dio aveva chiesto a uno di questi poveri di benedire le due figlie Teresa e Celina ".

Di fronte al prossimo "Era di una carità ammira­bile e non ne diceva mai il minimo male. Scusava tutti gli errori e non permetteva che li si criticasse", testimonia suor Genoveffa.

È sempre stato di una rimarchevole fedeltà nelle sue amicizie, anche le più vecchie, desiderando soprat­tutto per loro che si avvicinassero a Dio.

Così Luigi Martin, che veniva salutato con rispetto, offre l'esempio di una vita di rettitudine eccezionale in cui, restando Dio il primo servito, egli è sempre disponibile al prossimo.

Lo si considerava anche "come un patriarca d'altri tempi e come un santo". Lo attesta Maria Giuseppe della Croce, Marcellina Husè, che fu nella sua giovinezza domestica presso i Guérin, e che lo ha ben conosciuto. 

CAPITOLO OTTAVO

LA GLORIOSA PROVA

"Mio Dio, eccomi davanti a voi; povero, piccolo, denudato di ogni cosa.

Io sono niente, non ho niente, non posso niente. Sono qui ai vostri piedi immerso nel mio niente. Vorrei avere qualcosa da offrirvi; ma non sono che miseria.

Voi voi siete il mio tutto, voi siete la mia ricchezza (...). Che io sia nell'edificio, non come la pietra lavorata e ripulita dalla mano dell'operaio, ma come il grano di sabbia oscuro, sfuggito alla polvere del camino.

Mio Dio, vi ringrazio di avermi fatto intravedere la dolcezza delle vostre consolazioni.

Vi ringrazio di non avermene privato. Tutto ciò che fate è giusto e buono.

Vi benedico dalla mia indigenza. Nulla rimpiango, se non di avervi poco amato. Non desidero nulla, se non che la Vostra volontà sia fatta.

Voi siete il mio Maestro e io sono nostra proprietà (...). O Gesù, come è buona la Vostra mano, anche nel mezzo della prova!

Che io sia crocifisso, ma crocifisso per Voi! Così sia!".

Questa preghiera del generale de Sonis, recitata da Luigi Martin, ci introduce nel mistero degli ultimi anni della sua vita.

Al momento di lasciare Alençon, dopo la morte della sposa, e di rinunciare ad ogni attività profes­sionale, Luigi Martin non mancava né di vigore né di vitalità, a cinquantaquattro anni.

Si era sempre occupato puntualmente dei suoi affari, senza essere mai impedito da qualche genere di malattia.

La corrispondenza familiare non fa mai allusione a malesseri, al contrario troviamo la testimonianza di Zelia la quale trova che suo marito "non ha mai sofferto", paragonandolo alla propria salute così fragile. La sola allusione a un problema di salute si trova nella corrispondenza delle figlie. Maria riporta, il 9 maggio 1977, una frase di Teresa: "Papà ha bobo al suo orec­chio". In un tema di Teresa, datato 15 ottobre 1885, si scopre l'inquietudine che il "caro papino" non abbia abbastanza cura di sé. Questo timore è espresso alla fine del viaggio a Costantinopoli, che niente di spia­cevole, evidentemente, aveva impedito.

Dopo il suo ritorno, le figlie sottolineano la loro preoccupazione riguardo un male dietro l'orecchio, di antica origine.

Ma non è che a partire dal 1887 che la sua robusta salute va progressivamente decadendo e provoca delle angosce crescenti.

 

IL SACRIFICIO DELLE FIGLIE

Prima degli avvenimenti che narreremo si era già consumato per Luigi Martin il sacrificio delle figlie maggiori.

La prima a prendere il volo non sarà la più grande, ma Paolina. In seguito ad una illuminazione ricevuta nella cappella di Notre-Dame du Mont Carmel nella chiesa di San Giacomo il 16 febbraio 1882, ella com­prende che il suo posto non è alla Visitazione di Le Mans, ma al Carmelo, e a quello di Lisieux. La rea­zione del padre è, come sempre, di fede profonda pur nel doloroso sacrificio, acconsentito con gioia. Teresa racconta di aver visto nella partenza di Paolina l'i­nizio della propria vocazione carmelitana, "per Gesù solo". Il 2 ottobre 1882, "papà andò sulla montagna del Carmelo ad offrire il suo primo sacrificio". Paolina, dive­nuta suor Agnese di Gesù, farà la sua professione reli­giosa l'8 maggio 1884, il giorno della prima Comu­nione di Teresa.

L'anno seguente, suo padre scriverà: "Ringrazio il buon Dio di averle dato una così alta vocazione"; da Costantinopoli.

In questo periodo Maria, diretta dal 1882 da padre Pichon, vedrà a sua volta precisarsi la sua vocazione per il Carmelo e si decide a parlarne al padre appena pensa che Celina possa sostituirla nella conduzione della casa. Anche lei ci ha lasciato il racconto del­l'annuncio della sua decisione al padre.

Sconcertato per la separazione dalla sua "grande", egli accetta comunque con tutto lo slancio del suo cuore. Prima della partenza di Maria, all'inizio di ottobre 1886, conduce le sue quattro figlie ad Alençon per pregare sulla tomba della madre. È qui che si situa l'episodio della precipitosa entrata di Leonia presso le clarisse di Alençon raccontata da Teresa, che non avrà per il momento buon fine.

Maria entra al Carmelo il 15 ottobre 1886, mentre il 1° dicembre dello stesso anno Luigi Martin torna ad Alençon per ricondurre Leonia ai Buissonnets.

Il giorno della vestizione di Maria, il 19 marzo 1887, fa una confidenza al suo amico, padre Godefroy Madelaine, priore dei Premonstratensi di Mondaye (Calvados): "Sono molto felice, ecco già due mie figlie la cui salvezza è assicurata: ne ho ancora una che non ha che quattordici anni e che già brucia dal desiderio di seguirle". Nella sua intuizione soprannaturale, in seguito alla trasformazione della sua Reginetta dopo la grazia del Natale 1886, papà Martin comprendeva che per Teresa le cose stavano per compiersi.

 

LA MALATTIA

Ma il 1° maggio 1887 è colpito da un primo attac­co di paralisi, preludio del suo lungo e umiliante cal­vario.

Questa crisi è rapidamente scongiurata. Allora Teresa sceglie il giorno di Pentecoste, 29 maggio 1887, per fare al padre la "sua grande confidenza". La reazione di fede amante di Luigi, una volta di più, è ammirabile, malgrado lo strazio che causerà la par­tenza della sua beniamina.

Il 16 giugno dello stesso anno Luigi Martin va a Touques con le tre figlie e don Lepelletier, che l'ac­compagna a pesca. Poco tempo dopo, può aiutare Teresa nei suoi tentativi e intraprendere il pellegri­naggio a Roma per tentare un supremo ricorso al Sovrano Pontefice affinché Teresa possa entrare al Carmelo a quindici anni. Ma Teresa nota che il padre "si stancava facilmente, che non era più così gaio come d'a­bitudine"; Celina ricorda di avere visto il padre, nel corso del viaggio, "d'un pallore mortale e le labbra molto violacee".

Verso la fine dell'anno la salute sembra ristabilirsi; ma le cose tendono a volgersi verso un peggiora­mento.

Vi è però, intorno a questa grave malattia di papà Martin, un'aura spirituale di cui bisogna tenere conto se si vuole comprendere il destino eccezionale di questo "Amico del buon Dió", come si è definito lui stesso.

Vi era infatti già stata la visione profetica di Teresa. Nel 1879 o 1880 circa, Teresa, affacciata ad una finestra del belvedere durante un'assenza del padre che si era recato ad Alençon, l'aveva visto in fondo al giardino "Molto più curvo (…). La sua testa era coperta da una specie di grembiule (...)". Dopo la morte del padre, Teresa e la maggiore Maria nel corso di una conversazione compresero che "era proprio papà quello che avevo visto, che avanzava curvato dall'età (…). Era proprio lui, che portava sul suo viso venerabile, sulla sua testa imbiancata, il segno della sua gloriosa prova".

Nel periodo situato tra il viaggio a Roma e il suo ingresso al Carmelo, Teresa nota "i progressi che papà faceva nella perfezione; sull'esempio di san Francesco di Sales, era giunto a padroneggiare la sua vivacità naturale al punto che pareva avere la natura più dolce del mondo (…). Infine il buon Dio lo inondava di consolazioni: durante le sue visite giornaliere al Santo Sacramento, i suoi occhi si riempivano di lacrime e il suo viso respirava una beatitudine celeste". Durante il pellegrinaggio a Roma, trattato da fariseo da un viaggiatore collerico, egli non lasciò trasparire alcuna contrarietà e trovò poi l'occasione di stringere amabilmente la mano del suo insultatore.

Dopo l'entrata di Teresa al Carmelo, ancora addo­lorato per la separazione, scrive ai suoi amici Nogrix: "Dio solo può domandare un simile sacrificio, ma Egli mi aiuta così potentemente che in mezzo alle mie lacrime, il mio cuore sovrabbonda di gioia". Il 24 maggio seguente Luigi Martin assiste alla velazione della maggiore, Maria, e al pasto di famiglia che segue, sen­za manifestare affaticamento. E fa prova di un bell'equilibrio soprannaturale rispondendo ad un amico che lo confronta, a proposito dell'entrata di Ma­ria, ad Abramo pronto a sacrificare il figlio: "Sì, ma lo confesso, avrei alzato lentamente il mio coltello, sperando nell'angelo e nel montone".

È in queste condizioni che fa, nel mese di maggio 1888, uno dei suoi viaggi regolari ad Alençon, per rivedere amici e famiglia e regolare degli affari.

Al ritorno va a vedere nel parlatorio le sue tre car­melitane e fa loro questa confidenza che le riempie ad un tempo di ammirazione e preoccupazione: "Ho rice­vuto nella chiesa di Nótre-Dame delle grazie così grandi e tali consolazioni; che ho fatto questa preghiera: - Mio Dio... voglio soffrire qualcosa per voi! - . E io mi sono offerto...". Le carmelitane hanno compreso la parola detta sottovoce. Sanno molto bene che le anime ardenti si offrono come vittime alla giustizia di Dio. L'invenzione di Teresa, in questa realtà, sarà di offrirsi anche lei "vittima d'olocausto", ma all'amore misericordioso del buon Dio.

E il 15 giugno, quando Celina gli comunica la sua vocazione, è ancora la gioia del sacrificio che sgorga spontaneamente dal cuore di papà Luigi. Come segno tangibile di questa offerta, verso la fine dell'anno, Luigi Martin consegna al canonico Rohée, arciprete di San Pietro, i diecimila franchi oro necessari per dotare la cattedrale di Lisieux di un nuovo altare mag­giore.

Nei suoi Manoscritti, rivedendo il passato alla luce di ciò che aveva vissuto in seguito, Teresa scrive: "Papà aveva da poco offerto a Dio un altare, e fu lui la vittima scelta per esservi immolata con "Agnello senza macchia". In effetti, l'umile preghiera di Luigi Martin stava per essere ascoltata e la prova stava per posarsi sul suo capo, come la mano del Sovrano Pontefice, benedicendo "il padre di due Carmelitane"; si era posata "sulla testa venerabile del mio caro Re, sembrando così marcarlo con un sigillo misterioso (...) profetizzandogli il martirio (... )".

 

LA GLORIOSA PROVA

E’ un lungo e penoso martirio, dovuto a una ence­falopatia vascolare progressiva per arteriosclerosi cerebrale diffusa, è la malattia che condurrà alla morte Luigi Martin.

Una malattia che interrompe a intermittenza la comunicazione con i propri cari, che fa molto soffrire moralmente sia il malato che i suoi familiari ed amici.

Suor Genoveffa ha raccontato al dr. Assailly che, al tempo in cui era nel pensionato di Abbaye, si disse un giorno che il papà di una delle sue compagne aveva perduto la testa e che suo padre, a cui aveva raccon­tato il fatto accaduto nella classe, si era fermato in mezzo alla strada dicendo: "Oh!, figlie mie, è la più grande prova che possa essere data!".

Proprio questa prova, che spingerà un uomo fino ad allora rispettato e considerato un patriarca in una delle categorie sociali più disprezzate a quel tempo, quella degli alienati mentali, sarà data a papà Martin e alle sue figlie, accusate, nei pettegolezzi della città, di avere causato la sua alienazione poiché avevano abbandonato il padre una dopo l'altra.

"A partire da giugno (1888) le figlie rimaste presso di lui, constatarono certe cose anormali nel suo comporta­mento: distrazioni, dimenticanze, uscite di casa in una tenuta scomposta" (suor Maria dell'Incarnazione). Tutte cose che non rassomigliavano affatto alla dignità e puntualità abituali del loro papà.

Dal 15 giugno la malattia si aggrava considere­volmente: delle angosce lo attanagliano, fugge senza avvisare la famiglia, compie delle spese avventate. Il 22 o 23 gennaio 1889 Celina scrive a Giovanna Guérin, descrivendo dei sintomi allarmanti: "grida, risate prolungate, piana; battimenti di mani; conversazioni da solo (... ) ".

Il 12 febbraio sopravviene la grande crisi: terrori, allucinazioni, perdita di memoria. Luigi brandisce un revolver per difendere le figlie contro degli aggres­sori immaginari. Isidoro, giunto in fretta, lo fa disar­mare e prende la decisione di farlo internare al Buon Salvatore di Caen.

Gli appunti di suor Maria dell'Incarnazione rac­contano l'ultimo drammatico incontro del signor Martin con suor Agnese, al momento della sua par­tenza per Caen, dove egli credeva di andare per una passeggiata.

In questo periodo al Buon Salvatore vi erano circa 1700 persone, suddivise in un pensionato, un ester­nato, una scuola di sordomuti, un dispensario e dei padiglioni per i malati mentali.

In questo luogo lo scrittore Barbey d'Aurevilly aveva potuto vedere il Cavaliere di Touches, inter­nato al Buon Salvatore dal 1826 fino alla sua morte, nel 1858. Nel romanzo che lo consacrò, Barbey d'Au­revilly lo descrive putrescente nel più raccapricciante dei sepolcri una casa di folli!".

Era la reputazione che avevano queste case nel­l'idea comune: possiamo quindi comprendere l'ango­scia interiore, che egli non manifestò, che ebbe Luigi Martin quando vi si vide rinchiuso e comprese la sua situazione.

Questo ospedale era uno dei primi stabilimenti psi­chiatrici di Francia e, nonostante l'idea che circolava comunemente, in questo luogo "il nutrimento è sano, migliore che in altri asili, la pulizia dei locali è esemplare, la sollecitudine che circonda gli uomini e le donne alie­nati al Buon Salvatore, più grande che in altri luoghi". Era retto da una comunità di 215 religiose, due delle quali, madre Lecoquil e suor Costard, incaricate del­l'assistenza a papà Martin, esprimono subito rispetto ed attaccamento per questo malato poco comune.

È infatti proprio nel corso di questa lunga e dolo­rosa malattia, "la nostra ricchezza", come la definirà Teresa, che si rivelano i tratti profondi della fede di Luigi Martin e che si formerà, sulle tracce del padre, lo spirito soprannaturale che condurrà la piccola Teresa ad essere considerata "la più grande santa dei tempi moderni".

Non è possibile riportare qui tutte le testimonianze che rivelano questo percorso di unione al mistero della misericordia di Dio compiuto da Luigi Martin e dalle figlie, in cui i particolari di una vita quotidiana vis­suta ormai nel più completo abbandono di sé, mo­strano in modo evidente come la malattia e la morte, nella fede, siano lo stesso cammino di Cristo verso la croce e la resurrezione.

Nell'introduzione al libro su Luigi Martin del dr. Cadèot, don René Laurentin ci dice: "L'autore è medico. Ha curato persone colpite dalla stessa arteriosclerosi cere­brale che conobbe il signor Martin. Li ha curati e accom­pagnati umanamente, nell'interiorità; ha osservato presso queste persone rigettate dalla società, decadute, disprezzate, sussistere i valori. Diventato medico di una Casa reli­giosa per handicappati mentali profondi, egli constata, con il fondatore della Casa: - Vi sono tra loro degli autentici santi - ".

È questo il caso di papà Martin.

A differenza di molti colpiti da questa malattia, egli mantiene un ammirevole distacco da sé, testimoniato dalle suore che lo assistono.

Ha cominciato col volere essere messo in seconda classe, dunque senza camera particolare, per essere più vicino ai suoi compagni di sfortuna. Mai un rim­pianto è uscito dalle sue labbra, se non per la lonta­nanza dalle figlie. "Sto bene qui e ci sono per volontà di Dio. avevo bisogno di questa prova. Credo sia per abbat­tere il mio orgoglio... Poi; faccio dell'apostolato intorno a me. Molti hanno bisogno di conversione". Ha detto al medico: "Ero sempre stato abituato a comandare e mi vedo ridotto ad obbedire. È duro. Ma so perché il buon Dio mi ha dato questa prova non avevo mai avuto umiliazioni nella mia vita, ce ne voleva una". Il medico gli rispose: "Eh, bene, questa può valere!".

Il 10 marzo Celina si accorge che non domanda più di uscire dall'ospedale. Si rassegna a restare "tanto quanto si vorrà".

Passa comunque da alti e bassi sconcertanti: ordi­nariamente felice di ricevere le lettere delle sue car­melitane, qualche volta le rifiuta. È cosciente del suo stato e lo attribuisce qualche volta all'azione del demonio; chiede allora che si accenda un cero bene­detto. Celina lo paragona a Giobbe nella sua soffe­renza. E quando gli si annuncia che tutta la famiglia fa una novena a san Giuseppe per domandare la sua guarigione, risponde: "No, non bisogna chiedere questo, ma solamente la volontà del buon Dio". Nei suoi momenti di crisi riprende il gesto di coprirsi la testa, ripetendo: "Tutto per la più grande gloria di Dio".

Anche allora la sua apertura verso gli altri non si smentisce: regala un'immagine a suor Costard per rin­graziarla della sua sollecitudine, divide con i compagni i dolci procuratigli dalle figlie e non reclama nulla per sé, trovando eccellente tutto ciò che gli si dà. È felice che Leonia e Celina si svaghino in viaggio con i Guérin, loro che hanno passato tre mesi a Caèn per essere più vicine a lui.

Il servizio di Dio rimane la sua grande preoccu­pazione: rifiuta due tortine offerte da suor Costard perché è la Settimana Santa. Quando sta bene assiste ogni giorno alla messa e si comunica.

Le alternative di miglioramenti e di agitazione però continuano ad inquietare la famiglia.

È soltanto il lo maggio 1892 che sarà possibile ricondurlo a casa, completamente paralizzato.

Il 12 maggio lo si conduce al Carmelo, dove rivede nel parlatorio le tre figlie. Al momento della separa­zione, non può dire che queste parole, indicando con il dito: "Al cielo!".

Parallelamente all'impotenza fisica infatti, la parola diventa sempre più imbarazzata e difficile, e ciò gli causa qualche volta "delle angosce strazianti e delle crasi di lacrime", mostrando che conserva piena coscienza delle sue condizioni. La sua reazione è allora di dire ancora alle figlie: "O figlie mie, pregate per me!" e anche "Domandate a san Giuseppe che io muoia come un santo"; parole riportate da Celina, che mostrano la costanza del suo abbandono alla volontà di Dio, al di là di tutte le sofferenze, di tutte le privazioni.

Sarà proprio Celina ad assistere il padre nei suoi ultimi istanti, il 29 luglio del 1894, nella residenza della Musse, che i Guérin avevano ereditato e in cui avevano portato nelle vacanze estive anche papà Martin.

Da alcuni giorni si susseguivano crisi cardiache, ma l'agonia comincia alle cinque del mattino di dome­nica 29 luglio.

Celina e la zia sono sole al capezzale del morente, perché una parte del personale è a messa.

Così racconta Celina: "Verso le sette e tre quarti; ci accorgemmo che il mio caro babbo era gelato, mia zia mi lasciò per preparare delle bottiglie d'acqua calda e per avvertire mio zio (...). Io pregavo angosciosamente, chie­dendo al buon Dio di ispirarmi quello che dovevo fare, perché non mi ero mai trovata al capezzale di un mori­bondo. Allora, dissi ad alta voce queste tre invocazioni - Gesù Giuseppe e Maria vi dono il mio cuore, l'anima mia e la mia vita. Gesù, Giuseppe e Maria, assistetemi nell'ultima mia agonia. Gesù, Giuseppe e Maria, fate che io muoia in pace, in vostra santa compagnia - . In questo momento il mio diletto padre aprì gli occhi e li posò su di me con un affetto e una riconoscenza indicibili. Essi erano pieni di vita e di intelligenza. E poi li chiuse per sempre".

Lo stesso giorno scrive per annunciare al Carmelo la morte del padre: "Papà è in cielo ( ..) lo zio ha detto che non aveva mai visto una morte così pacifica".

Sul letto di morte la sua bella figura serena faceva pensare a san Giuseppe.

Il corpo di Luigi Martin, con addosso lo scapolare di Nostra Signora del Monte Carmelo, viene deposto in una bara di quercia piombata per esser trasportata a Lisieux, dove si celebrano i funerali il 2 agosto.

È però Teresa, la sua Reginetta, che, scrivendo alla sorella Leonia il 20 agosto 1894 trova le parole più belle: "La morte di papà non mi fa l'effetto di una morte ma di una vera vita. Io lo ritrovo dopo sei anni di assenza lo sento intorno a me che mi guarda e mi protegge... Cara sorellina, non siamo noi più unite ancora, ora che guar­diamo i Cieli per scoprirvi un padre e una madre che ci hanno offerte a Gesù? (...). Presto i loro desideri saranno compiuti e tutti i figli che il buon Dio ha loro donato Gli saranno uniti per sempre".

 

CONCLUSIONE

È, quella che abbiamo raccontato, la storia della salita verso Dio di una coppia di persone sposate. Insieme hanno fondato una famiglia dove hanno coltivato le virtù cristiane con l'alto ideale di avere molti figli per consacrarli a Dio; per questo gli sposi vengono presentati in un'unica causa di canonizza­zione.

Abbiamo davanti a noi due sposi ricchi di fede e di spirito soprannaturale. Entrano nello stato matrimo­niale per compiere la volontà di Dio e la procreazione, come la nascita e l'educazione dei figli, sono immersi in questo spirito di servizio autentico.

Per corrispondere al massimo ai disegni di Dio essi non si sono sottratti alle prove, ai sacrifici, alle rinunce. Fortificati dalla vita sacramentale e dalla pre­ghiera incessante sono venuti a capo di tutto per amore e nella gioia. L'armonia familiare e il loro amore reciproco si sono comunicati alle figlie, hanno lasciato un'impronta nel loro ambiente, hanno suscitato attra­zione e ammirazione, anche se hanno trascorso una vita molto riservata e chiusa tra i muri della vita domestica; avevano poche relazioni nel mondo citta­dino e non hanno compiuto azioni esterne che impres­sionino.

Le loro esistenze si svolgono nel corso del XIX secolo, in un momento in cui la vita cattolica in Francia, dopo la Rivoluzione, conosceva una nuova vitalità.

Essi hanno dato alle loro figlie, in una famiglia dove l'amore familiare era molto intenso, una educa­zione così attenta e così orientata verso Dio che le cinque figlie, giunte all'età adulta, si sono consacrate alla vita religiosa, quattro al Carmelo di Lisieux, una alla Visitazione di Caen.

E la più giovane ha ricevuto dalla Chiesa non solo l'onore degli altari, ma è stata proclamata Dottore della Chiesa.

Possiamo concludere la storia di questi due coniugi soltanto con la Parola di Dio, che entrambi amarono, ed insegnarono ad amare, fino al sacrificio:"Allora il giusto, a fronte alta starà davanti a coloro che l'oppressero, e disprezzarono le sue fatiche. Vedendolo, saranno agitati da terribile paura e stupiranno per la sua inaspettata salvezza. Ricreduti; benché senza vero pen­timento, si diranno tra sé, gemendo per angustia di spirito: Ecco quello che una volta deridemmo e fu bersaglio dei nostri vituperi. Stolti noi; che stimavamo una pazzia il suo modo di vivere e senza onore la sua fine. Come mai è anno­verato tra i figli di Dio e la sua sorte è in mezzo ai santi?" (Sap 5, 1-5).