CHIAMATI
INSIEME ALLA SANTITÀ
Vita e morte dei coniugi Martin, genitori di S. Teresa di Gesù Bambino
Movimento
Carmelitano dello Scapolare - © by 2000, Padri Carmelitani
MIMEP-DOCETE
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CAPITOLO PRIMO
Luigi
Joseph Aloys Stanilas Martin nacque a Bordeaux il 22-8-1823, figlio legittimo
di Pierre-Frangois Martin, capitano dell'esercito francese, e di Marie Anne
Fanny Boureau.
Dopo
il tormento rivoluzionario, un vero risveglio della città e della diocesi era
iniziato con (arrivo a Bordeaux, il 9 aprile 1802, del nuovo arcivescovo Monsignor
Frangois d'Aviau du Bois de San~ay. Egli aveva vissuto la vita errante dei
vescovi perseguitati dai rivoluzionari, percorrendo tutta la regione vestito
da contadino e lasciando dietro sé una reputazione di santità e di spirito
molto equilibrato. Morì l’11 luglio 1826 e, in 24 anni di presenza in terra
aquitana, aveva posto le basi di un autentico rinnovamento spirituale.
Quindi
nel 1823, quando nacque Luigi, la Chiesa di Bordeaux era in piena fioritura e
offriva un terreno propizio alla buona formazione di questo bimbo, a proposito
del quale lo stesso Monsignor d'Aviau avrebbe detto delle parole profetiche:
"Gioite! Questo bambino è un predestinato!".
La
prima formazione di Luigi Martin è legata alla vita militare di suo padre. Dai
tre anni e mezzo fino ai sette anni fece parte degli Enfants de Troupe, beneficiò
cioè di vantaggi e facilitazioni accordate ai figli di militari.
Quèsti
bambini, iscritti sul registro delle matricole del Corpo, erano messi sotto la
sorveglianza diretta di un ufficiale, aiutato da un certo numero di sottufficiali.
Imparavano a leggere, a scrivere, a contare e ricevevano inoltre lezioni di
ginnastica e di nuoto. Data la giovane età del piccolo Martin ci si può chiedere
se partecipò completamente a queste diverse attività di formazione
scolastica ed educazione fisica. Comunque divenne un eccellente nuotatore, come
testimonia il salvataggio del giovane Mathey durante il soggiorno a Strasburgo.
In
seguito, quando la famiglia si trasferì ad Alençon nel 1831, fece i suoi studi
presso i Fratelli delle Scuole cristiane della città.
Non
c'è traccia di certificato o diploma ottenuto come giustificazione e
coronamento del sapere ricevuto a scuola. Nonostante ciò egli diede più
tardi la prova che aveva acquisito una reale cultura.
Alençon,
paese del merletto e dell'ago, dal punto di vista religioso non era affatto
mediocre e inanimata. Durante la quarantina d'anni nei quali i Martin vi
risiedettero, poterono partecipare ad una vita parrocchiale ardente e a
un'attività di opere di cui si è scritto: "Questo pullulare di opere
d'ogni genere... testimonia che la città d ‘Alençon, da un punto di vista
cattolico, era all'avanguardia della diocesi”.
A
queste opere parteciparono, prima di Luigi, i suoi genitori.
Grande
cristiano dalla fede viva, Pierre-François Martin, padre di Luigi, era un uomo
di carattere, fermo nelle sue convinzioni. Il suo spirito di fede si rivelava
nel modo di assistere alla messa, dove lo si vedeva restare lungamente in
ginocchio dopo la consacrazione. A un cappellano militare, che gli diceva
quanto intorno a lui si fosse meravigliati dal suo comportamento, aveva
risposto: "Dite che è perché io credo!".
La
sua anima di credente traspariva nelle occasioni più ordinarie. C'è un esempio
in una lettera che scrisse il 7 agosto 1838 a un giovanotto, promesso sposo di
una delle nipoti:
"Sia
lodato Gesù Cristo... desidero di tutto cuore che il nostro divino Maestro si
degni di benedire la vostra unione con la mia beneamata nipote e che siate
felici, per quanto si può in questo mondo, e che al vostro ultimo respiro Dio
vi riceva nella sua misericordia e vi metta nel numero dei felici immortali...
Tutto vostro in Gesù e Maria ".
La
signora Martin condivideva i sentimenti del marito.
Un
giorno, la nuora Zelia dirà al suo riguardo, annunciando al fratello la morte
del capitano:
"Mia
suocera ha passato le notti a curarlo per due mesi e mezzo e non ha accettato
nessuno ad aiutarla; è lei che lo ha sepolto e che lo sorveglia morto giorno e
notte. Infine ha un coraggio straordinario e molte belle qualità".
Dopo
la morte del figlio maggiore e delle figlie, i genitori si trovarono soli con
Luigi e abitarono con lui dal momento in cui, il 9 novembre 1850, aprì una
orologeria. Questa coabitazione continuò anche dopo il matrimonio di Luigi con
Zelia.
L'anziano
capitano fu colpito da una emiplegia e morì il 26 giugno 1865, dopo alcune
settimane di agonia.
In
una lettera a suo fratello, Isidoro Guérin, Zelia rese un bell'omaggio al
defunto:
"Mio
suocero è morto, all'una del pomeriggio. Ha ricevuto i sacramenti giovedì
scorso. È morto come un santo: tale la zita, tale la fine. Non avrei mai
creduto che questo fatto avrebbe potuto farmi tanto effetto: sono prostrata
(...)". La vedova continuò a vivere nel suo appartamento di via Pont-Neuf,
anche dopo la cessione dell'orologeria. Ma qualche anno dopo si ritirò a
Valframbert. Aveva una sua camera presso la piccola Rosa, che era stata la
nutrice di Teresa Martin. "Vi aveva portato tutti i suoi mobili, anche i
quadri di famiglia dei grandi ritratti a mezzo busto, dipinti a olio, molto
belli di sua sorella e del colonnello de Lacauve (...). A quell'epoca la piccola
Rosa non era più nutrice" (Suor Genoveffa a p. Piat, 27 settembre 1956.
La
mamma di Luigi, Fanny Martin, morì a Valframbert l'8 aprile 1883, il giorno
dopo la vestizione di Paolina, suor Agnese, al Carmelo di Lisieux.
Gli
esempi di un padre che era stato un ufficiale valoroso, come testimoniava la
decorazione di cavaliere dell'ordine di san Luigi, avrebbero potuto risvegliare
nel giovane Martin una propensione per la carriera militare.
Ma,
al termine degli studi, egli non si orientò verso l'esercito.
Era
resistente, energico e anche audace, come mostrano alcuni episodi; ma era anche
portato al raccoglimento, apprezzava ciò che naturalmente favoriva il suo
gusto del silenzio, perfino della solitudine.
Questo
lo portava ad apprezzare un genere di vita calmo, in rapporto con le sue qualità
di ponderazione, di riservatezza, che potesse contribuire alla pienezza della
sua vita interiore.
Questo
spiega anche perché la pesca divenne il suo passatempo favorito nei momenti
liberi.
Insieme
a ciò si osservava in lui un "istinto d'artista" che si esercitava
in "disegni dal tocco sicuro", segno di disposizioni innate in un
giovane ordinato, preciso, metodico, amante del lavoro ben fatto, ben
rifinito, che testimoniava il suo senso dell'ordine insieme a una coscienza
delicata.
L'amore
dell'ordine doveva essere portato ad un alto grado se si può giudicare dalla
preoccupazione che mostrerà la signora Martin di non spostare le cose messe a
posto da suo marito, come viene detto in una sua pittoresca lettera.
Questi
tratti del carattere spiegano come mai, dovendo scegliere un mestiere, egli si
sia orientato verso l'orologeria.
Per
compiere il suo apprendistato di orologiaio, Luigi Martin si recò dapprima in
Bretagna, a Rennes, presso il cugino Luigi Bohard. Il suo soggiorno durò vari
mesi tra il 1842 e il 1843 e questa lontananza dalla famiglia fu l'occasione per
una corrispondenza familiare tenera e affettuosa.
Due
lettere di questo periodo si sono conservate e rivelano l'educazione familiare
ricevuta da Luigi: affettuosa e attenta, ma senza sdolcinatezze, poiché i
genitori avevano accettato l'allontanamento del figlio, cosa che non era né
frequente né comoda in un'epoca in cui ci si spostava ancora in diligenza e le
distanze separavano ben più che ai nostri giorni.
La
lettera del padre, Pierre Martin, in occasione di un compleanno, è piena di
delicatezza:
"Dio
sia glorificato e amato sopra ogni cosa! Ti auguro un felice giorno da parte mia
e di tutta la famiglia. Vedi dalla lettera di tua madre come ti ricorda. Ti
manda due paia di calze di maglia fatte da lei. Speriamo che, potranno servirti
e che ti durino. Fanny e Sofia (le sorelle) ti augurano una buona festa e noi
ci uniamo a loro ( ..). Il bouquet che ti mandiamo ti è donato da tua sorella
e figlioccia Sofia e con gli auguri di Maria e Fanny. morremmo farti i nostri
auguri a viva voce e schioccare i bicchieri annaffiando questo bouquet ma
facciamo la volontà del divino Maestro ( ..). Presenta i nostri cari saluti al
cugino Bohard
-
e agli altri cugini e cugine. Deve chiamarsi Luigi, offrigli qualche fiore del
tuo bouquet se lo giudichi conveniente. Infine, digli mille cose amabili da
parte nostra, ci farai piacere (...)" (23 agosto 1842).
Nella
stessa occasione la signora Martin, madre di Luigi, gli scrive:
"Mi
dici il desiderio di ricevere una lettera da me. Approfitto del giorno della tua
festa per intrattenermi con tutto il cuore con te, mio buon amico, e per
augurarti nello stesso tempo una buona e felice festa. Come sarebbe dolce per
me, mio caro Luigi poterti fare gli auguri di viva voce, ma infine bisogna
sopportare la croce che Dio ci dà e ringraziarlo di tutti i favori che ci
accorda (...). Quante volte penso a te, mentre l'anima elevata verso Dio segue
lo slancio del cuore e si slancia fino ai piedi del trono della divinità. Là,
io prego con tutto il fervore della mia anima perché Dio sparga su tutti i miei
figli la felicità e la calma di cui si ha bisogno su questa terra tempestosa.
Sii sempre umile, mio caro figlio".
Questo
"slancio del cuore" della signora Martin non può non richiamarci la
definizione di preghiera data da Teresa nei suoi Manoscritti Autobiografici e mostrarci
le radici in cui affonda la sapienza di santa Teresa di Gesù Bambino e del
Volto Santo.
Questo
giovane uomo di circa vent'anni amava però anche ciò che è bello.
Il
suo istinto d'artista appare nella scelta dei Frammenti Letterari, brani
scelti con cui egli riempì a Rennes, nel 1842, due grossi quaderni.
Iniziò
così un'abitudine che continuò per tutto il corso della sua vita: copiare dei
testi per poter tornare con la meditazione sui pensieri che lo colpivano e
nutrire così la sua vita spirituale, ma anche far partecipare più tardi la
sua famiglia alle verità scoperte, alle illuminazioni avute, alla bellezza
incontrata.
Dal
punto di vista della storia del pensiero, nella Francia di Luigi Martin,
l'orizzonte scientifico sempre più vasto e rassicurante stimolava nella
letteratura un'esigenza di rigore e di metodo che nei primi decenni del secolo
diede luogo alle cosiddette fisiologie, classificazioni dell'umanità in
gruppi e tipi, riprese tra l'altro da Balzac, e, più tardi, all'analisi psicologica
e alla narrativa sperimentale.
Dalla
stessa necessità di sistemazione e d'ordine nasce, solo ora, la storia
letteraria.
L'artista
vive sempre più consapevolmente la propria estraneità agli interessi della
classe dominante, passando dal disagio aristocratico e dal dandysmo all'impegno
politico, dallo sfogo autobiografico alla ricerca di una totale impassibilità.
Il
"male del secolo" assume progressivamente aspetti diversi, ferme
restando le sue componenti di solitudine e di angoscia; nella natura, nelle
cose l'uomo trova conforto ma anche conferma al proprio dolore.
Il
paesaggio, preannunciato dalla poesia descrittiva ed elegiaca di Rousseau e di
Saint-Pierre, diventa uno dei temi principali della letteratura ottocentesca,
dapprima unito all'esotismo, alla memoria e al sogno, poi alla descrizione
realistica minuta; la poesia della città, la pittura della vita moderna (come
l'intende Baudelaire, 1821-67) danno ora all'arte tutto il suo significato.
I
profondi cambiamenti sociali che si vanno operando, con l'organizzazione
capitalistica e industriale, nei rapporti fra le classi, nella fisionomia stessa
delle città e nel costume, si riflettono nella cultura.
Alcuni
nomi tra tutti: Balzac, Stendhal, Merimée, George Sand, Lamartine e Victor Hugo,
che anche Luigi Martin leggeva con interesse, Flaubert e Zola.
E
poi i poeti maledetti: Baudelaire, Rimbaud, Verlaine.
Un
mondo variegato e complesso che, se pur non giunge tutto a Luigi Martin con i
suoi testi, pure ne sostanzia i pensieri e le immagini.
Esistono
ancora i brani di poemi che, più tardi, Luigi avrebbe recitato in famiglia
nelle sere d'inverno, in particolare ai Buissonnets.
Tra
questi riportiamo una scena dello scrittore de Barante sulla Morte di Giovanna
d’Arco, che tanta influenza avrà su Teresa: "Giunta sul luogo del supplizio:
"Ah! Rouen,
disse, Rouen! È qui che devo
morire?". Poi si mise in ginocchio e si raccomandò a Dio, alla Santa
Vergine e ai santi, soprattutto a san Michele, santa Caterina e santa
Margherita; mostrava tanto fervore che tutti piangevano, anche qualche inglese
(...). Il boia accese il fuoco: "Gesù!'; gridò Giovanna; e fece scendere
il buon prete: "State giù, disse, alzate la croce davanti a me perché la
veda morendo e ditemi parole pie anche attraverso le fiamme". L'ultima
parola che si poté distinguere fu: «Gesù!».
Possiamo
immaginare l'attenta partecipazione della piccola Teresa mentre ascoltava la
voce ferma del padre recitare con espressione queste parole, e capire come
queste si sono impresse nella sua anima ardente.
Vi
è anche un'interessante descrizione, di autore anonimo:
"...
Andavo a sedermi in una barca vicina, per considerare a piacimento queste
meraviglie e là mi dedicavo a tutte le riflessioni ispirate da uno spettacolo
così dolce, quando il suono di una voce venne a trarre la mia anima
dall'incanto in cui era immersa, questa voce mi pareva poco lontana. Spostai
senza rumore gli spessi rami che mi lasciarono intravedere, non lontano da me,
un uomo molto vecchio. La sua testa quasi calva, il suo volto nobile e sereno,
la sua barba ondeggiante e imbiancata dai lunghi anni; imprimevano un santo
rispetto. Era in ginocchio sotto una quercia, il cui tronco, vincitore del
tempo, produceva ancora polloni vigorosi. Gli occhi elevati verso il cielo,
parlava vivacemente. Io ascoltavo in silenzio e intesi una preghiera maestosa e
commovente, che partiva da un cuore tutto pieno della divinità che egli
invocava".
È
veramente impressionante come questa descrizione, copiata a vent'anni,
rassomigli all'immagine di Luigi Martin, anziano e malato, che ricaviamo dai
ritratti dell'epoca della "gloriosa prova" e dai racconti delle
figlie.
Ma
in questo periodo il giovane Martin si interroga anche sulla propria vocazione
e le preghiere riportate sui suoi quaderni ne rivelano i sentimenti religiosi e
la profonda fede.
Ecco
una preghiera anonima copiata sui quaderni: "O Dio dell'universo, come sono
grandi e belle le tue opere! Dio del mio cuore, come mi è dolce credere in te,
e come potrei io disconoscerti quando la tua presenza si manifesta da ogni parte
con tanta gloria e magnificenza. Dio di bontà, perdona gli errori della mia
giovinezza, ricevi il fanciullo smarrito che si getta nel tuo petto paterno, e
se tu fai apparire la tua potenza regolando il corso degli astri, regola anche
il mio cuore, sottomettendolo per sempre alle leggi della tua adorabile e
suprema Maestà".
Lasciò
Rennes nel settembre 1843 e si recò a Strasburgo, dove raggiunse un amico di
suo padre, Aimé Mathey, presso il quale continuò il suo apprendistato per
circa due anni. Fu durante questo soggiorno che mostrò il suo coraggio e il suo
sangue freddo, salvando il figlio di Aimé Mathey che rischiava di annegare.
Il
suo affetto per la famiglia Mathey era accompagnato da una sollecitudine
spirituale nei loro confronti. S'inquietava al vedere delle persone eccellenti
perseguire soltanto il loro benessere quotidiano, senza pensare a ciò che li
attende al di là di questa vita, al punto di vivere come degli indifferenti,
lontani da ogni pratica religiosa.
Circa
quarant'anni dopo, quest'ansia sarà ancora viva, come testimonia una lettera
che scrisse da Lisieux a uno dei suoi amici bretoni, la quale ci mostra così
anche le preoccupazioni apostoliche di Luigi Martin.
Armato
di questi forti sentimenti religiosi, Luigi inizia la sua ricerca vocazionale
con una certezza già più volte espressa attraverso gli scritti dei suoi quaderni:
donarsi completamente a Dio.
Compiuti
vent'anni si recò nelle Alpi Svizzere, al Gran San Bernardo, forse con
l'intenzione di conoscere la vita eccezionale dei religiosi che, nel cuore
delle montagne, sono la Provvidenza dei viaggiatori in difficoltà e in
pericolo.
Due
anni dopo, nel 1845, vi ritornò con l'intenzione di entrare in questo Ordine,
dove non fu ammesso perché non conosceva il latino. Tentò di dedicarsi a
questo studio ma, dopo alcuni tentativi, rinunciò.
Celina
lasciò scritto nelle sue memorie: "Noi abbiamo sempre creduto in famiglia,
e ne sono sicura, che non siano stati i canonici del Gran San Bernardo a
rifiutare di riceverlo, ma che mio padre stesso, riconoscendo quanto gli studi
lo affaticassero, abbia rinunciato a perseguire questa via".
L'apprendistato
svolto a Rennes e Strasburgo lo rendeva ormai capace di iniziare il mestiere di
orologiaio ma, per completare la sua formazione, si recò a Parigi, dove
rimase per circa tre anni ospite di parenti.
Egli
è cosciente delle ricchezze e dei pericoli della grande città; era ancora a
Rennes quando copiò sui suoi quaderni questo brano di E. Plouvier: "Oh!
Parigi chi potrà definirti? Chi potrà riunire le tue mille parti diverse per
offrirle sotto uno stesso punto di vista per esprimerti in un solo pensiero?
Parigi! Pantheon del vizio, gogna della virtù, cosa grande e cosa ignobile,
antitesi incessante del bene e del male, del bello e del difforme, del celeste e
del fangoso (...). Parigi, altare, patibolo, pinnacolo, fogna, santuario,
lupanare, foresta, arena, tripode, asilo, inferno, eden, mercato,
tempio!!!".
Non
è però possibile sapere le esperienze di Luigi Martin in questo periodo.
Nel
1957 suor Genoveffa (Celina) dichiarò: "Su questo soggiorno a Parigi noi
non siamo informate che dalle lettere di mia madre allo zio Guérin, nelle
quali ella fa allusione alle difficoltà e alle tentazioni che il Servo di Dio
ha incontrato nella capitale e ha superato vittoriosamente. Da quanto abbiamo
sentito dire pare che degli sconosciuti avessero cercato di attirarlo nella Massoneria,
con il pretesto della carità, ma appena saputo che c'erano dei segreti egli ha
iniziato a diffidare e ha rifiutato energicamente".
Una
lettera di Zelia a suo fratello Isidoro testimonia le trappole e i pericoli
che dovette superare: "Io sono, mio caro amico, in grande inquietudine al
tuo riguardo. Mio marito mi fa, tutti i giorni; delle tristi profezie. Egli
conosce Parigi (...). Se tu sapessi per quali prove è passato (...). Ti
scongiuro, mio caro Isidoro, fai come lui prega, e non ti lascerai trascinare
dal torrente. Se tu soccombi una volta sei perduto. Non vi è che il primo
passo che costa, nella via del male come in quella del bene; dopo tu sarai
trascinato dalla corrente".
Si
comprende da tutto questo che Luigi Martin non è stato avvelenato dagli Odori
di Parigi (libro di Louis Veuillot del 1866) e che ha trovato nella sua fede
cristiana, nella pratica religiosa e nella preghiera personale, l'antidoto
necessario per non esserne danneggiato.
Quando
tornò ad Alençon, iniziò le pratiche per aprire un'orologeria e, nel 1850,
acquistò una casa con l'aiuto della signora Beaudouin, che era all'epoca presidentessa
dell'Opera dell'Adorazione del SS. Sacramento nella parrocchia Sannt-Leonard
di Alençon.
Fin
dagli inizi Luigi Martin decise di non aprire il suo negozio la domenica, per
rispettare le esigenze del comandamento divino e questa sua fedeltà non fu mai
smentita.
L'amore
per il silenzio e per il ritiro lo portò ad acquistare una piccola proprietà
conosciuta sotto il nome di Pavillon.
Questo
padiglione, comprato nel 1857, consisteva in una torre esagonale a tre livelli
costruita in un giardino.
In
questo giardino Luigi installò una statua della Santa Vergine che gli aveva
donato la signora Beaudouin: questa statua dalle braccia aperte, trasferita più
tardi ai Buissonnets, diventerà la celebre Vergine del Sorriso.
Le
stanze della torre erano ammobiliate con lo stretto necessario per permettergli
di sedersi presso un tavolo e dedicarsi alla lettura delle opere impegnative
che egli amava.
Sui
muri del Pavillon aveva messo delle iscrizioni in concordanza con le sue
aspirazioni: "Dio mi vede". - "L’Eternità avanza e noi non ci
pensiamo". - "Felici coloro che custodiscono la legge del
Signore".
Aveva
amici e conoscenti, con i quali amava pescare e giocare al biliardo, ma non si
compiaceva affatto di ciò che era mondano, anzi, sapeva manifestare la sua
riprovazione quando la società in cui si trovava si divertiva, per esempio, con
esperienze di spiritismo.
In
una tale occasione egli rifiutò risolutamente di partecipare a una
dimostrazione di tavolo girante, rifugiandosi nella preghiera.
Nonostante
fosse modesto, era conosciuto e apprezzato per le sue qualità poco comuni, per
la sua distinzione naturale. Questo spiega come mai gli fu presentato un
progetto di matrimonio con una giovane donna dell'alta società, a cui egli
non dette seguito.
Ma
Dio stesso preparava l'incontro d'amore che avrebbe mutato non solo la sua
esistenza, ma quella di molte persone, incantate dai frutti di fede della famiglia
che avrebbe formato con Zelia Guérin.
CAPITOLO
SECONDO
Bisogna
leggere le lettere di Zelia Guérin, madre di santa Teresa di Gesù Bambino, per
rendersi conto che è possibile testimoniare la propria fede amante dentro la
vita di tutti i giorni, fatta di lavoro e di preoccupazioni quotidiane.
Zelia
era, come molte donne oggi, una donna che collaborava al mantenimento della
famiglia con il proprio lavoro e che doveva coniugare gli impegni familiari,
il desiderio di crescere molti figli, con la necessità di dedicare tempo alla
professione, una professione che aveva iniziato dopo una novena alla Vergine
Immacolata, alla quale aveva chiesto dei lumi per la scelta del suo futuro
lavoro.
Al
termine della novena, l'8 dicembre 1850, le fu chiaro che doveva intraprendere
una nuova attività: far fare il Point d’Alençon, un merletto tra i più
belli e raffinati, da alcune operaie al suo servizio ed occuparsi invece
personalmente di unire le varie parti in modo da ottenere un lavoro senza
difetti.
Era
un'attività che richiedeva attenzione e precisione e quindi molto tempo: più
di una lettera lascia trasparire la necessità di Zelia di lavorare anche la
sera per tenere fede agli impegni assunti.
Eppure
questo impegno non le ha impedito di portare a termine nove gravidanze e di
cercare sempre, con tutte le sue forze, di crescere il meglio possibile le sue
creature in un'epoca in cui la mortalità infantile era grande e la medicina
era appena agli inizi dei suoi impressionanti progressi.
Vale
la pena di conoscere meglio questa piccola donna (misurava 1 metro e 54
centimetri) forte e coraggiosa, morta ad appena 45 anni e 8 mesi per un tumore
maligno al seno. La sua storia, così uguale a quella di tante donne, ma così
speciale per la fede che la sostiene, può farci comprendere che “Il regno dei
cieli è vicino" anche oggi a ciascuno di noi.
Il
padre di Zelia, Isidoro Guérin, era stato un militare, ma veniva da una
famiglia di contadini. Tra i suoi parenti figura Marin Guillaume Guérin, un
sacerdote che patì durante la Rivoluzione francese la prigionia e la
deportazione a causa della sua fedeltà alla Chiesa. Le convinzioni e i
sentimenti di fedeltà di questo prete, confessore della fede, ebbero una profonda
influenza sulla sua famiglia e il giovane Isidoro, nato il 6 luglio 1789 e padre
di Zelia, evocò più tardi ai suoi discendenti qualche tratto saliente del
clima di insicurezza nel quale aveva vissuto e che era dipeso dalla politica
antireligiosa della Rivoluzione.
Aveva
conosciuto la chiesa incatenata, le messe clandestine celebrate dallo zio.
Era
stato lui stesso testimone e protagonista di un episodio che gettò la famiglia
nella costernazione: 'Un giorno che dei soldati furibondi fecero irruzione nella
casa e la perquisirono da cima a fondo, il prete, costretto a rifugiarsi nella
madia, dovette la propria vita alla presenza di spirito di un bambino che,
appena fu chiuso il coperchio, vi si sedette sopra come se niente fosse, dispose
i suoi giocattoli e, con le sue risate, depistò le ricerche" (p. Piat).
Quando
venne assegnato alla brigata di SaintDenis sur Sarthon, all'età di 39 anni
sposò LuiseJeanne Macé, di sedici anni più giovane di lui. Dal loro
matrimonio nacquero tre figli: Maria Luisa, chiamata familiarmente Elise, la
futura monaca visitandina, nel 1829, Zelia il 23 dicembre 1831 e Isidoro, il
futuro farmacista di Lisieux, nel 1841.
Per
entrambi gli sposi la vita era stata dura e il loro carattere ne risentiva.
Erano rudi, autoritari, esigenti. Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare,
c'era più dolcezza nello sposo che nella sposa e i figli che nacquero da questa
unione furono i primi a risentire di questo contrasto.
La
volontà esigente dei coniugi Guérin si affermava però anche fortunatamente
nel loro desiderio di integrità morale e fedeltà religiosa e ciò ebbe grande
influenza nell'educazione dei figli: nella corrispondenza familiare Maria Luisa
ricorda al fratello Isidoro la devozione della madre per la Vergine, alla quale
aveva consacrato tutti i suoi figli fin dalla nascita.
Quando
Zelia si sposò non vi era una grande distanza tra il suo nuovo domicilio e la
casa dei suoi genitori, ciò che era molto conveniente per loro e per il
ragazzo, Isidoro, per il quale le sorelle presero il posto della madre, dato che
la signora Guérin fu portata via il 9 settembre 1859 da una congestione polmonare,
all'età di cinquantacinque anni.
Nonostante
questa vicinanza, dopo la morte della moglie papà Guérin volle avvicinarsi
ancor di più alla figlia Zelia e si trasferì al secondo piano della casa
contigua a quella della figlia. Trovò presso figli e nipoti una devozione senza
limiti, ciò che lo convinse ad abitare presso di loro, nel 1866, così da
essere seguito con tutte le delicate attenzioni necessarie alla salute
declinante di un vecchio.
Più
di una lettera di Zelia, in quest'epoca, intrattiene i suoi parenti
sull'indebolimento progressivo del padre, provocato dall'età e dalla malattia.
Al mattino del 3 settembre 1868 rese l'ultimo sospiro "in sante
disposizioni" (Lt 3 settembre 1868).
La
signora Guérin sembrava avere una preferenza per Elise, così come per il
figlio più piccolo, Isidoro e Zelia ne era cosciente.
L'educazione
austera e rigorosa praticata dalla madre avrebbe potuto anche ostacolare
un'anima come la sua "di eccezionale finezza": il ricordo che Zelia
avrà della sua infanzia sarà quello di una giovinezza "triste come un
sudario (...). Se mia madre giocherellava con te - scriverà al fratello - per
me, tu lo sai era troppo severa; ella, che era così buona, non sapeva
prendermi; e per questo io ho molto sofferto".
Secondo
suor Genoveffa, la figlia Celina, "anche se ne bruciava dal desiderio, mai,
nella sua infanzia, Zelia ebbe una bambola, nemmeno la più piccola".
Rari
sono però i particolari sull'infanzia di Zelia. È nella Circolare necrologica,
diffusa alla morte della sorella Maria Luisa alla Visitazione di Le Mans, che si
dipinge in modo evidente un clima familiare in cui dominava la figura
dell'austera signora Guérin, "donna dalla forte tempra, di una energia non
comune, d'un coraggio che nulla turbava, semplice e anche un po' rustica, ma
dotata di una fede robusta e di un giudizio preciso. L'educazione data da una
tale madre non poteva essere che molto severa: lo fu effettivamente.
La
ragióne il dovere, l'osservanza della legge divina e dei precetti della Chiesa
senza alcuna dispensa, il lavoro e le solide virtù cristiane, questi erano i
principi che questa donna si sforzava di inculcare nei figli e soprattutto di
farli praticare".
"Una
certa atmosfera di rigorismo, di costrizione e di scrupolo la (Elise)
circondavano da ogni parte, impedendo la sua espansione e preparandole molte
sofferenze".
Era
infatti ancora vivo in molti cattolici l'influsso e il fascino delle personalità
che si riferirono a PortRoyal, citiamo solo Pascal, e alla dottrina di
Giansenio.
Secondo
Giansenio la volontà umana ha perduto la sua libertà; dopo la colpa originale
essa si trova sotto l'influsso invincibile del piacere (delectatio) per il male.
Questo piacere può essere superato solo dal piacere per il bene (Grazia). Il
piacere e la grazia sono irresistibili. Tutto ciò che non deriva dall'amore perfetto
(delectatio cAestis) è peccato. E l'uomo pencola impotente tra i due piaceri;
non esiste una grazia sufficiente per una decisione libera.
È
peccato, è infatti la frase che la madre di Elise e Zelia Guérin lancia
continuamente addosso alle figlie per ottenere da loro l'assoluta obbedienza.
Ma
l'eccessiva severità penitenziale e la rigida dottrina sulla grazia ebbero
come conseguenza l'estraniamento di vasti ambienti dalla Chiesa.
Nonostante
ciò il pensiero della scuola di PortRoyal circolava e nutriva ampi ambienti
cattolici, non solo francesi.
Sempre
nella Circolare necrologica si dice: "Queste parole: è un peccato,
fermavano la povera bambina nelle sue più forti inclinazioni... La signora Guérin
che vedeva nella figlia questo timore eccessivo di offendere Dio, usava un po'
troppo l'ascendente della potente frase è un peccato per reprimere le sue più
piccole imperfezioni. Maria Luisa lavorò molto e si divertì
pochissimo".
La
piccola Maria Luisa diventò fin troppo scrupolosa. Si racconta come la
piccola, nei giochi o nelle danze con altri bambini "credette di fare un
grande peccato a trovarsi vicino a un maschietto; se ne allontanò tremante e
il più lontano possibile, attirandosi anche delle maliziose prese in giro su
quello che veniva chiamato il suo temperamento selvaggio".
Se
Zelia non sembra essere stata "selvaggia" come Maria Luisa, non ha però
potuto sfuggire al clima generale descritto. Troppo presto la bambina fu iniziata
alla serietà della vita e alla sua durezza. Intelligente e comunicativa per
natura (il suo talento epistolare lo proverà), la piccola Zelia dovette
fermarsi e il rimpianto per un'infanzia non felice emerge senza mezzi termini
nelle confessioni al fratello: "La mia infanzia e la mia giovinezza sono
state tristi come un lenzuolo funebre".
In
compenso, Zelia troverà in Maria Luisa un vera sorella d'anima e anche, nella
profondità del cuore, quasi una seconda madre. Pur nel monastero, Maria Luisa
resterà la sua grande confidente e quasi una consigliera spirituale.
Otto
giorni dopo la morte di Maria Luisa, Zelia ricorderà a sua figlia Paolina, che
aveva allora 15 anni e mezzo, il legame indefettibile che univa le sorelle Guérin:
morirono del resto a sei mesi di distanza.
"Sì,
mia cara Paolina, tu sarai una santa, come tua zia, ne ho la speranza, ma ella
era molto migliore di te alla tua età. L'amavo tanto, questa povera cara
sorella! Non potevo restare senza di lei. Un giorno, poco tempo prima che
partisse per il convento, lavoravo nel giardino, ma lei non c'era; non ho potuto
resistere senza di lei e mi sono messa a cercarla. Mi disse. "Come farai
quando non sarò più qui?" Le risposi che me ne sarei andata anch'io.
In
effetti me ne sono andata, tre mesi più tardi, ma non per la stessa
strada" (Lt 4 marzo 1877).
L'altra
strada era il suo matrimonio con Luigi Martin.
Pur
essendo molto legate, le due sorelle avevano dei temperamenti differenti.
Elise,
fin dall'infanzia, "non ebbe mai altro pensiero che consacrarsi a Dio e
l'idea stessa del matrimonio le causava una ripugnanza e un'avversione
inesplicabili... Ci si divertiva a provocarla su questo argomento. le madri
dicevano in sua presenza alla signora Guérin:: "Oh! Voi mi darete Luisa
come moglie per mio figlio!" Immediatamente la bambina scoppiava in
lamenti e singhiozzi protestando che non si sarebbe mai sposata. Sua sorella
allora, piena di compassione per la pena della cara sorella maggiore, e non
provando lo stesso sentimento di rifiuto, diceva ad alta voce, con una
franchezza molto candida.- "Oh! Non fatela piangere, prendete me al suo
posto!" (p. Piat).
Dunque,
già in tenera età e nonostante la sua docilità all'educazione troppo rigida
dispensata dalla signora Guérin, Zelia, con una generosità molto disponibile,
mostrava quella vivace spontaneità che possiamo osservare più tardi nella
sua corrispondenza. Questo l'aiutava a sfuggire un po' all'atmosfera di
"costrizione e scrupolo" della casa.
Vediamo
anche, in questo piccolo fatto, che non esitava a distinguersi qualche volta
dalla sorella maggiore che ammirava tanto, perché lascia vedere che non
provava la medesima ripulsa per il matrimonio della sorella Elise.
Quest'ultima,
da parte sua mostrerà una volontà non comune per arrivare a realizzare la sua
vocazione di visitandina, nonostante la salute precaria.
Maria
Luisa era stata inviata ad Alençon, in una pensione secolare, l'anno che
precedette il trasferimento della famiglia. Ma la scelta di una scuola conveniente
si poneva per Zelia come per Maria Luisa: era stata questa una delle motivazioni
che avevano deciso la famiglia Guérin a stabilirsi ad Alençon.
Dapprima
solo Zelia fu iscritta al pensionato delle suore dell'Adorazione perpetua, perché
l'acquisto e la sistemazione della casa in rue Saint-Blaise avevano causato
delle difficoltà economiche.
Maria
Luisa, che la madre aveva iniziato ai lavori di ricamo, restò con la madre per
qualche tempo, per aiutarla a sovvenire ai bisogni domestici. In seguito
raggiunse la sorella e per due anni frequentarono insieme questa scuola.
Non
restano documentazioni di sorta di questo periodo, ma Zelia conservava un
eccellente ricordo dei suoi successi scolastici.
Sembra
che fosse una buona allieva, almeno a leggere i piccoli successi che vengono
evocati al fratello Isidoro: "Il tempo mi manca per scriverti più a lungo
e, d'altra parte, più te ne parlerò più tu mi prenderai in giro per il mio
stile, ne sono certa... Però ho anche ricevuto il primo premio di stile una
volta. Su undici componimenti sono stata per dieci volte la prima e ancora ero
della prima divisione e della classe grande; giudica allora delle capacità
altrui!" (Lt 12 novembre 1863).
Sempre
nella Circolare necrologica si dice che Maria Luisa era molto attratta dallo
studio ma "La signora Guérin preferiva che le sue figlie sapessero
lavorare d'ago ed era verso questo genere di occupazione che le spingeva
attivamente».
Per
Zelia come per Maria Luisa, la piega è stata data fin dall'infanzia: lavorare,
è la legge; lavorare, è nostro dovere; è in questo che si prova la fedeltà
alla volontà di Dio.
Più
tardi, fuori della gioia familiare, della gioia del lavoro ben fatto e delle
passeggiate in campagna con i figli, Zelia non troverà gran piacere negli
svaghi, pur amando sinceramente tutti quelli che cercavano di procurarglieli.
Una
lettera a suo fratello Isidoro ne parla: "Non inquietarti se sarai
trattenuto alla farmacia quando verrò a Lisiéux, la mia intenzione non è di
fare delle passeggiate; se fosse solo questo il motivo non sarei tanto felice di
venire; è per essere con voi. D'altra parte non mi piace uscire. Tu mi parli di
Trouville, ma il mare mi interessa poco. Ti ringrazio comunque tantissimo per la
tua buona intenzione" (Lt 3 maggio 1867).
Era
necessario far fronte alle necessità economiche della famiglia, che faticava a
tirare avanti con la pensione del padre e i suoi lavori di falegnameria.
Il
caffè e la sala da biliardo che erano stati aperti in rue Sàint-Blaise nel
1848 e che erano gestiti dalla signora Guérin, non avevano infatti portato le
risorse sperate.
Spinta
dal suo carattere intransigente, la signora Guérin rimproverava i consumatori;
la clientela non trovò di proprio gusto le sue riflessioni moralizzatrici e andò
a cercare altrove dei luoghi di svago meno austeri.
Nel
giro di pochi anni la situazione finanziaria del ménage diventò precaria e non
migliorò fino a quando il lavoro delle figlie contribuì a far quadrare il
bilancio familiare.
Il
lavoro, che tanta pena avrebbe dato a Zelia e a cui doveva dedicare molto tempo
anche dopo il suo matrimonio, tanto da farle scrivere: "Come farò a
reggere e mandare avanti così un'azienda quando ci vuol tanta fatica a tirar
fuori un po' di lavoro dalle operaie e debbo contemporaneamente occuparmi dei
miei bambini? È troppo: desidero di tutto cuore che questo stato di cose cambi
e ben presto. Preferisco essere meno ricca ed avere un po' di riposo" (Lt
11 gennaio 1874), questo lavoro, dicevamo, non sarà però dovuto al caso.
Alençon
offriva alle ragazze e alle donne una apprezzata risorsa nella fabbricazione
di merletti che erano motivo di fama per la Citè des Ducs.
Accadeva
che molte adolescenti, nel corso degli anni scolastici, fossero iniziate alla
confezione di merletti delicati che formavano dei completi destinati a ornare
delle toilette ricercate.
Zelia
Guérin aveva imparato i primi rudimenti della fabbricazione del Point d’Alençon
alla scuola dell'Adorazione perpetua. Per saperne di più e perfezionarsi si
iscrisse poi alla Ecole dentellière.
La
produzione di merletti iniziò ad Alençon a metà del XVII secolo, quando un
merletto, che non era altro che un'imitazione del Punto di Venezia, fu
perfezionato da M.me de la Perière e divenne il celebre Point d’Alençon.
Si
era nel 1650. Il successo fu tale che nel 1665 ottomila persone vivevano
dell'industria del merletto nella regione di Alençon. Nel 1665, il 5 agosto,
furono fondate, con privilegio reale, delle manifatture di merletto su
decisione di Colbert.
La
perfezione fu raggiunta alla fine del XVII secolo con l'invenzione del reticolo
che, con la sua più piccola dimensione, rese il tulle di Alençon famoso in
tutto il mondo.
La
corte di Luigi XV fece del Point d’Alençon, il più caro di tutti, un grande
consumo.
Nel
corso degli anni turbinosi della Rivoluzione, la fabbricazione più scelta non
si interruppe e l'esportazione all'estero continuò, in particolare in Inghilterra
e in Olanda.
Nel
momento in cui Zelia s'interessava all'apprendimento di questo delicato
lavoro, lo si magnificava all'Esposizione di Londra del 1851 come "la
regina dei merletti" che era "il merletto delle regine", perché
tutta una toilette in Point d’Alençon figurava nella dote dell'imperatrice
Eugenia, moglie di Napoleone III nel 1853.
Qualificatasi
molto presto per dedicarsi alla confezione del prestigioso merletto, Zelia Guérin
non ignorava nulla di questa tecnica complicata che, per la realizzazione di un
solo motivo, esigeva l'intervento di operaie specializzate nell'una o nell'altra
delle dodici fasi che comportava l'esecuzione di questo lavoro.
Si
orientò verso l'attività che la occuperà fino agli ultimi giorni della sua
vita, dopo aver fatto una novena di preghiere all'Immacolata Concezione.
È
allora che, nel silenzio della sua camera, Zelia udì nella profondità di sé
stessa queste parole: "Fa fare del Point d’Alençon".
Era
1'8 dicembre 1851.
Questa
data resterà inscritta profondamente nella sua memoria.
Il
5 dicembre 1875, si confiderà con la figlia Paolina, pensionata a Le Mans;
"... L'Immacolata Concezione è una grande festa per me".
Dieci
anni prima, il 3 dicembre 1865, aveva fatto la medesima confidenza a suo
fratello:
"Se
tu sapessi quanto è per me un giorno memorabile l'8 dicembre! Ho ottenuto per
due volte delle grandi grazie in quel giorno".
Avendo
preso la sua decisione, Zelia ottenne l'assenso della madre, che pose però
come condizione che fosse la figlia maggiore ad avere la guida e la responsabilità
dell'impresa.
L'avvio
di un'impresa era pieno di rischi, nonostante l'abilità di Zelia nell'unire
in modo invisibile le parti di merletto eseguite dalle diverse operaie: era un
lavoro che esigeva attenzione e precisione, poiché il valore della produzione
dipendeva in gran parte dal modo in cui veniva assemblata.
Secondo
p. Piat, Zelia avrebbe un giorno confidato alla sorella maggiore:
"Come
abbiamo potuto senza alcuna risorsa pecuniaria, per così dire, senza alcuna
idea del commercio, portare tutto a buon fine, trovare a Parigi delle case
produttrici che ci dessero fiducia? È proprio questo che è successo e in poco
tempo, perché già dal giorno successivo ci mettemmo all'opera".
A
partire dal 1853 Zelia Guérin divenne nota come fabbricante del Point d'Alençon
e nel 1858 la Maison Pigache, per conto della quale Zelia lavorava, ricevette
una medaglia d'argento proprio per la fabbricazione di questo tipo di merletto.
Il giudice dichiarò che i merletti della Maison Pigache: "Si raccomandano
molto per la loro bellezza e per la ricchezza dei disegni; il cui genere, forse
un po' carico, ricorda da lontano quello del Punto inglese... L'esibizione della
Maison Pigache contribuirà a mantenere alla sua Casa il rango distinto che già
occupa nel commercio; fa anche onore alla dirmione intelligente della signorina
Zelia Guérin, incaricata ad Alwon degli interessi di questo industriale".
In
questo stesso anno 1858, Elise e Zelia Guérin prenderanno delle decisioni
definitive sulla loro vocazione personale.
Passata
l'adolescenza, verso i 18 o 19 anni, senza dubbio Zelia Guérin si pose dei
problemi sul proprio avvenire e manifestò il desiderio di entrare in religione,
un desiderio condiviso dalla sorella e confidente Maria Luisa.
Abbiamo
già detto dell'energia dimostrata da Elise per realizzare il suo ingresso alla
Visitazione di Le Mans nel 1858, sotto il nome di suor Maria Dositea.
Zelia
era molto legata alla sorella alla quale, a quanto sembra, si confidava più
volentieri che alla madre.
Ma
per questo periodo della sua vita come testimonianze non vi sono che alcune
brevi allusioni della tradizione familiare, fondata sulle conversazioni che si
intrattenevano nella casa: l'eco più lontana di questa tradizione si trova
nella prima edizione, del 1898, di Storia di un'anima.
Tutte
le affermazioni successive contenute nelle biografie sono fondate sulla
testimonianza delle figlie carmelitane di Zelia Martin.
Ma
quale fu la motivazione profonda per questa attrazione verso la vita religiosa?
Abbiamo
già visto come la signora Guérin desse l'esempio di una vita cristiana
irreprensibile; spesso incoraggiava le figlie a iscriversi insieme a lei alle
pie associazioni e confraternite che erano all'epoca molto numerose, seguendo
senza debolezze la decisione di offrire alle figlie una chiara educazione
religiosa.
Basandosi
su questi dati appare dunque verosimile che la signora Guérin non opponesse
resistenza quando le due figlie le rivelarono il desiderio di entrare in
religione.
La
scelta di Zelia però non si diresse, come quella della sorella, verso una vita
claustrale, ma piuttosto verso una vita attiva di servizio verso i più
sfortunati: questa sua attenzione verso gli ultimi restò un tratto saliente del
suo carattere attraverso tutta la sua esistenza.
Conosceva
le Figlie della Carità, probabilmente grazie alle attività caritative
organizzate dopo le lezioni nel pensionato che frequentava con la sorella, il
convento dell'Adorazione perpetua.
Le
Figlie della Carità di S. Vincenzo de' Paoli si dedicavano alla cura dei malati
ricoverati presso l’Hotel-Dieu di Alençon. Questo Hotel-Dieu era stato fondato
in epoca antica: si potrebbe datarlo alla fine del XII o all'inizio del XIII
secolo, poiché una Carta di Roberto III, Conte di Alençon, lo cita nel 1204.
Le
Figlie della Carità furono chiamate al servizio di questo ospedale per
l'iniziativa di Isabella d'Orléans. Questa nobile dama desiderava che si
rimediasse agli abusi constatati nell'amministrazione, con grave danno dei
poveri malati abbandonati a sé stessi e dispersi in diversi luoghi della città
e dei sobborghi di Alençon.
Otto
religiose si installarono all'Hotel-Dieu di Alençon, occupandosi non soltanto
degli ammalati dell'ospedale, ma impiegando il loro tempo anche a visitare i
poveri e a tenere delle piccole scuole per le ragazze. Rispondevano a tutte le
richieste possibili per "salassare, portare dei rimedi ai poveri della
città e dei sobborghi, anche a preparare il pranzo e distribuire a questi
stessi poveri porzioni di minestra... " (Archivi municipali della Città di
Alençon).
Probabilmente
la signora Guérin volle accompagnare la figlia quando manifestò il desiderio
di avere un colloquio con la superiora dell'Hotel-Dieu.
Il
risultato di questo colloquio fu negativo. Padre Piat, principale biografo della
famiglia Martin, così commenta questa visita: "Vi fu forse qualche
dubbio espresso dalle labbra materne? O la salute della postulante apparve
troppo precaria? Più semplicemente, un'intuizione soprannaturale rivelò alla
superiora i veri disegni di Dio riguardo questa giovane?".
Domande
senza risposta, poiché mancano documenti contemporanei al fatto.
Zelia
fu delusa, ma si piegò davanti a questo segno della volontà divina.
Dalle
sue labbra salì questa preghiera: "Mio Dio, poiché non sono degna di
essere vostra sposa come mia sorella, entrerò nello stato del matrimonio per
compiere la vostra santa volontà. Allora ve ne prego, donatemi molti figli e
fate in modo che vi siano tutti consacrati" (p. Piat).
Tra
le testimonianze raccolte a questo proposito nel Processo informativo Ordinario
di Zelia Martin citiamo la testimonianza della signora Luisa André Delastre,
che dirigeva delle collezioni agiografiche, in particolare quella intitolata
Sante Madri e Madri di Santi, nella quale inserì Azelia Martin.
Sedotta
dalla personalità della sua eroina, si era attirata i fulmini di suor
Genoveffa, la quale trovava che, per esaltare sua madre, la signora Delastre
avesse, sia pure inconsciamente, abbassato il padre.
La
Delastre ha ben sottolineato la differenza di atteggiamento delle due sorelle Guérin
davanti allo stesso problema: accanimento di Elise che si farà ammettere alla
Visitazione nonostante una ricaduta di tisi, docilità di Zelia che non insiste
e comprende che quella non è la sua vocazione.
Nella
sua deposizione, il 5 febbraio 1958, questa donna di lettere, che prova simpatia
per la santità di Zelia e che sembra aver fatto un'inchiesta approfondita
prima di scrivere il suo libro, dice: "`Azelia Martin ha manifestato ciò
che chiamerei delle velleità di vita religiosa e il fatto che non abbia più
insistito dopo il diniego della superiora né abbia cercato altre soluzioni
sarebbe il segno che non aveva la vocazione, ma era fatta per qualcosa d'altro.
Era
comunque centrata sullo spirituale e attenta a cogliere i segni della volontà
divina".
Questa
volontà di Dio, Zelia la realizzerà nel matrimonio, allevando una famiglia
numerosa nella quale troverà la sua felicità.
CAPITOLO
TERZO
Dopo
la delusione di non aver potuto entrare nello stato religioso, Luigi Martin si
era costruito una vita quasi monacale. "Il lavoro, la preghiera, le opere
buone, le sane distrazioni e le letture impegnative erano sufficienti a riempire
la sua esistenza" (p. Piat).
Era
abile e coscienzioso nel suo lavoro di artigiano apprezzato, aveva il Pavillon
per dedicarsi alla solitudine, partecipava alle opere parrocchiali e dedicava
il suo tempo libero alla pesca e anche alla compagnia, assai ristretta, degli
amici del Circolo Pitale Romet. Questo Circolo non si accontentava di offrire
delle distrazioni, come il biliardo, ma si era assicurato la collaborazione di
don Hurel, parroco decano della parrocchia San Leonardo, per un
approfondimento spirituale.
Era
una vita ordinata e studiosa, che sembrava accontentarlo, una vita così
organizzata che i suoi amici pensavano avesse fatto voto di celibato.
Ma
Luigi non aveva fatto i conti con i genitori, con i quali viveva.
Sua
madre soprattutto, la signora Martin, non si rassegnava a vedere il figlio
restare celibe. Desiderava molto che si maritasse e dovette insistere presso di
lui in questo senso. Secondo la testimonianza di suor Genoveffa, un progetto di
matrimonio con una giovane donna della buona società di Alençon, senza dubbio
la signorina Paolina Romet, si arenò su un netto rifiuto. Il rifiuto di un
legame con questa famiglia era motivato dalle idee troppo liberali che vi
regnavano.
Questa
decisione per il celibato era forse definitiva? La signora Martin impiegò tutta
la sua ingegnosità di madre per cercare di piegare la volontà del figlio. Un
indizio fa pensare che don Hurel fosse il direttore spirituale di Luigi Martin
durante questi anni decisivi. Infatti l'arciprete della parrocchia di NótreDame
fece una delega a questo sacerdote per celebrare il matrimonio Martin: erano i
suoi legami con l'orologiaio di rue du Pont Neuf a giustificare questa eccezione,
dato che Luigi Martin era parrocchiano di San Pietro di Monsort.
Essendo
dunque incalzato dalle insistenze della madre, che si facevano sempre più
pressanti, Luigi domandò verosimilmente consiglio al suo confessore. Il suo
desiderio di santità era integro.
Non
avendo potuto realizzare il suo progetto di vita consacrata, si poneva delle
domande su un'unione che poteva forse essere vissuta nella castità, vista la
purezza di vita del giovane uomo.
È
così che, senza dubbio con l'aiuto di don Hurel, Luigi Martin ebbe tra le mani
dei libri che esponevano la teologia del matrimonio e da cui egli copiò di
propria mano un estratto ritrovato fra le sue carte private e accuratamente
conservato.
Questo
estratto sottolinea che lo stato di matrimonio può essere compatibile con la
verginità. Ciò rivela il nuovo progetto di Luigi Martin: avrebbe accettato
di sposarsi, progettando un'unione che potesse essere vissuta nella castità
perfetta, come avevano dato l'esempio delle coppie di santi celebri: Cecilia e
Valeriano, l'imperatore Enrico d'Allemagne e la sua sposa Cunegonda, e, in
Francia, i santi terziari francescani Eleazaro di Sabran e Delfina di Glandére.
Questa
soluzione, così pareva, gli avrebbe permesso di legare i suoi desideri profondi
con i desideri della madre, che sicuramente nulla sospettava.
Così
pacificato, Luigi potrà ascoltare con orecchio più compiacente le proposte
matrimoniali della signora Martin.
Quanto
a Zelia Guérin, se era stata molto delusa di aver visto chiudersi davanti a lei
le porte dell'HotelDieu di Alençon, dove avrebbe desiderato consacrarsi a Dio
in una vita di preghiera e di dedizione, il suo temperamento energico e,
l'abbiamo già visto, attento ai segni provvidenziali, l'aveva condotta ad una
reazione immediata e categorica: sarebbe entrata nello stato matrimoniale per
avere molti bambini e consacrarli a Dio.
La
sua vita professionale l'aveva poi assorbita, e la partenza della sorella
maggiore per la Visitazione, nell'aprile 1858, che l'aveva molto provata,
avrebbe potuto attaccarla ancora di più ai suoi genitori, ai quali il suo
lavoro portava un complemento di risorse molto necessario.
D'altronde
era nell'età delle decisioni e coloro che le stavano vicino si preoccupavano
per lei.
Ella
stessa, se era desiderosa di maritarsi, teneva però alla sua purezza. Infatti
aveva lasciato la Scuola di merletto a causa delle assiduità importune del
direttore. Alla stessa epoca "una signora della società, ammirata
dalla sua bellezza e dai suoi talenti; desiderò portarla a Parigi, forse con
l'intenzione di maritarla vantaggiosamente, ma il rifiuto a questo progetto fu
categorico" (p. Piat).
In
effetti Zelia conservava sempre la decisione di maritarsi; desiderava però
un'unione fondata sull'armonia dei pensieri e dei sentimenti.
Ma
come fu preparata Zelia Martin a questa tappa decisiva della sua vita?
È
necessario riportarsi qui al contesto del XIX secolo, secolo di civiltà
borghese per eccellenza.
La
società era stata costruita sul predominio assoluto dell'uomo sulla donna.
Tutto il potere politico ed economico, in questo periodo d'industrializzazione,
apparteneva agli uomini e il Codice Napoleonico considerava la donna come una
eterna minorenne.
Ella
si sviluppava nell'interno protetto dei conventi, dove l'istruzione era assai
superficiale e dove si coltivavano di preferenza, dopo la formazione
religiosa, l'arte di piacere e l'arte di ben comportarsi in società.
È
del resto in seguito a questo genere di formazione che, dovendosi guadagnare
la vita, Zelia Guérin si era orientata verso la Scuola di merletto.
Inoltre,
lo abbiamo visto, un resto di giansenismo tingeva ancora la religione.
Le
idee comunemente ricevute erano che la santità era riservata alla vita
consacrata, mentre il matrimonio, dal punto di vista cristiano, era guardato
con una certa diffidenza.
Non
si parlava nemmeno di preparare i giovani, uomini o donne, ad accogliere le loro
responsabilità di cristiani nello stato matrimoniale, come è invece per
fortuna comune ai nostri giorni, grazie a diversi movimenti incaricati dalla
Chiesa.
Le
giovani donne, nella borghesia del XIX secolo e anche degli inizi del XX, erano
tenute, almeno in Francia, nell'ignoranza più totale delle realtà del
matrimonio e dei misteri della trasmissione della vita.
Ne
abbiamo una prova in uno dei primi romanzi di George Sand, Tlalentine, che mette
in scena una giovane maritata gettata nello smarrimento più completo dalla
brusca rivelazione dei suoi doveri coniugali. Questo, beninteso, fa parte della
fiction romanzesca, ma è un riflesso dei costumi dell'epoca.
Una
testimonianza più recente, ma anonima, è stata data in Studi carmelitani,
edizione dell'aprile 1938. L'autrice, una cristiana dalla fede profonda, ha
assunto e sublimato una unione coniugale mal assortita, ma confessa all'inizio:
"Felice nella famiglia paterna, ero senza curiosità davanti alla vita,
senza impazienza davanti all'avvenire.
La
mia giovinezza candida, difesa dall'ambiente circostante, restava completamente
ignorante delle realtà dell'esistenza (...). Dopo una confessione generale,
sono arrivata davanti al Signore, disposta a santificare mio marito dandogli il
mio cuore e tutta me stessa. Ignoravo le modalità di questo dono. Attendevo che
il Signore lo benedicesse".
In
queste condizioni, non bisogna stupirsi dell'ingenuità di Zelia, desiderosa
di avere molti bambini, ma non sapendo più delle sue contemporanee dello stesso
ambiente e della stessa età, con quali modalità ci si perveniva.
D'altra
parte la situazione familiare di Zelia Guérin non era fatta per sistemare le
cose da questo punto di vista.
Abbiamo
già avuto modo di parlare della rigidità un po' giansenista della signora Guérin
sua madre, e il suo orrore del peccato, che vedeva dappertutto. Questo ambiente
rigorista non poteva assolutamente incoraggiare un genere di confidenze pressoché
proibite all'epoca.
Zelia
dunque, in questo periodo, non aveva che una risorsa - ma era la migliore - ed
era quella di rivolgersi a Dio, che è un buon padre. Gli domandava di mettere
sulla sua strada un compagno col quale avrebbe avuto numerosi figli che ella
desiderava consacrare a Dio, secondo l'intuizione spontanea che l'aveva colta al
momento della delusione di non potersi consacrare lei stessa.
Purezza,
preghiera, sacramenti, non sono forse la migliore preparazione per un matrimonio
cristiano pienamente riuscito?
Se,
soprattutto per Zelia, sarebbe stato meglio essere più al corrente della realtà,
ciò che le avrebbe senza dubbio evitato uno choc, faccia a faccia con Dio i due
giovani, senza saperlo, erano preparati l'uno per l'altro e bastò un
avvenimento insignificante, in apparenza fortuito, ma certamente
provvidenziale, perché, con l'incontro tra i due, si potesse fondare questa
famiglia esemplare.
In
questo stesso anno 1858, la signora Martin madre, perseverando nel desiderio
di vedere il figlio maritarsi, pensò di avere scoperto "la perla
rara".
Aveva
seguito i corsi della Scuola di merletto per cercare di migliorare le risorse
della famiglia e li aveva incontrato una fanciulla bella e seria, Zelia Guérin.
Si informò senz'altro sulla famiglia Guérin, poi fece a suo figlio l'elogio di
questa ragazza di Alençon in cui "le forti qualità erano avvolte da
attrattive innegabili" (p. Piat).
Un
piccolo incidente, in cui si può vedere la mano della Provvidenza, mise i due
giovani l'uno vicino all'altro.
"Un
giorno che Zelia passava sul ponte San Leonardo, incrociò un giovane uomo la
cui nobile fisionomia, l'andatura riservata, l'atteggiamento pieno di dignità,
la impressionarono. Nello stesso tempo, una voce interiore le mormorò in
segreto: "quest'uomo che ho preparato per te". L'identità del
passante le fu ben presto rivelata. Iniziò allora a conoscere Luigi Martin"
(p. Piat).
Non
fu necessario altro perché si stabilissero i contatti tra le due famiglie.
"I due giovani non tardarono ad apprezzarsi e ad amarsi. Il loro accordo
morale si stabilì così prontamente che il fidanzamento religioso suggellò
senza ritardi il loro reciproco impegno" (p. Piat), come fa fede l'atto del
matrimonio religioso in cui questo fidanzamento è menzionato.
Fin dall'origine i due giovani mettevano
il loro amore sotto la protezione di Dio che, nella loro unione, doveva essere
sempre "il primo servito".
CAPITOLO
QUARTO
A
mezzanotte del 12 luglio, quindi con data 13 luglio, nella chiesa di Notre-Dame
in Alençon si celebrava il matrimonio tra Zelia Guérin e Luigi Martin.
Sentiamo
cosa dice di questo avvenimento la stessa Zelia alla figlia Paolina, ospite
presso il convento delle Visitandine di Le Mans, il 4 marzo 1877, pochi mesi
prima di morire: "`L'amavo molto, quella povera sorella diletta!... Sono
stata a trovarla per la prima volta al suo monastero il giorno del mio
matrimonio; posso dire che quel giorno lì ho pianto tutte le mie lacrime, più
di quanto avessi mai pianto in vita mia e più di quanto piangerò mai; e la
povera sorella non sapeva come consolarmi. Non è che provassi dispiacere a
vederla là, al contrario, ma avrei voluto esserci anch'io; paragonavo la mia
vita alla sua e le lacrime raddoppiavano. Insomma, per molto tempo la mia anima
ed il mio cuore sono stati alla Visitazione; venivo spesso a vedere mia sorella
e là respiravo una calma e una pace che non saprei esprimere. Quando tornavo
via mi sentivo molto infelice di essere in mezzo al mondo; avrei voluto
nascondere la mia vita insieme con la sua. Tu che ami tanto tuo padre, mia
Paolina, penserai che gli recassi dispiacere e che gliene abbia arrecato il
giorno del mio
matrimonio.
Ma no, egli mi comprendeva e mi consolava del suo meglio, poiché aveva gusti
simili ai miei; credo anzi che il nostro reciproco affetto proprio così sia
aumentato: i nostri sentimenti sono sempre stati all'unisono ed egli è sempre
stato per me un consolatore e un sostegno" (Lt).
Padre
Piat, nella sua testimonianza, così spiega le parole di Zelia: "Zelia
ignorava tutto del mistero della vita. La rivelazione fattale dal marito fu
per lei uno choc emotivo. Luigi Martin l'addolcì proponendole di vivere come
fratello e sorella. Questo preludio verginale durò una decina di mesi: Non fu
affatto segnato da egoismo perché è proprio in quest'epoca che i due sposi
adottarono per un certo tempo un bambino loro parente orfano di madre. Una carta
trovata nelle note intime del signor Martin, relativa allo stato di verginità
nel matrimonio, invita a ricostituire nel modo seguente l'episodio: prima del
matrimonio, desiderio di avere dei bambini per donarli al Signore, poi; dopo il
matrimonio che ha luogo nella notte, iniziazione della sposa da parte di Luigi
Martin che constata la sua inesperienza, visita prevista alla Visitazione di Le
Mans dove, nel decoro monacale, si manifesta l'emozione della signora Martin.
Suo marito, che era forse interiormente inclinato a questo genere di vita, le
propone l'astensione dalle relazioni coniugali come uno stato più perfetto e
comunque compatibile con il sacramento del matrimonio. Più tardi, pacificatasi
l'emozione e facendosi senza dubbio più vivo il desiderio di avere figli per
dedicarli a Dio, sarà sufficiente il consiglio del direttore spirituale perché
gli sposi vivano pienamente il loro matrimonio" (p. Piat).
La
stessa lettera di Zelia infatti continua: "Ma quando abbiamo avuto i nostri
figlioli, le nostre idee sono un po' cambiate: non vivevamo più che per loro,
questi erano la nostra felicità e non l'abbiamo mai trovata se non in loro.
Insomma, tutto ci riusciva facilissimo, il mondo non ci era più di peso".
Si
sente in queste parole il compimento della vocazione e la felicità che è il
dono della compiutezza. Anche quando i dolori e le fatiche della vita la porteranno
a pensare con nostalgia alla quiete del convento, mai Zelia rimpiangerà di
aver vissuto fino in fondo il suo matrimonio.
Già
il 23 dicembre 1866, in una lettera al fratello Isidoro, Zelia si esprimeva in
questo senso: "Penso spesso alla nostra santa sorella, alla sua vita calma
e tranquilla! Lavora, lei, non per guadagnare ricchezze che passano, non
accumula che per il Cielo, verso cui vanno tutti i suoi sospiri. Ed io mi vedo
qui, curva verso terra, che mi do una pena estrema per ammassare dell'oro che
non porterò e che non desidero portare via con me. Che cosa ne farei lassù?
Talvolta
comincio a rimpiangere di non aver fatto come lei, ma subito mi dico: "Non
avrei le mie quattro figliolette, il mio incantevole Giuseppino". (...)
No, è ancor meglio che io sia a penare dove sono e che essi siano qui. Purché
giunga in paradiso col mio caro Luigi e che li veda tutti là meglio sistemati
di me, sarò abbastanza felice non domando di più" (Lt).
E
ancora il 16 gennaio 1876: "Quanto a me, mi figuro che se fossi in un magno
castello, circondata da tutto quello che si può desiderare sulla terra, il
vuoto sarebbe più grande che se fossi sola, in una piccola soffitta,
dimenticando il mondo ed essendone dimenticata. Così non faccio che sognare
chiostro e solitudine. Non so veramente, con le idee che ho, come questa non
sia stata la mia vocazione. o restare zitella o chiudermi in convento. Ora
vorrei vivere fino a diventare molto vecchia per ritirarmi nella solitudine
quando tutti i miei figli saranno cresciuti. Ma sento che tutte queste sono idee
prive di senso, perciò non mi a soffermo molto; vale meglio impiegare bene il
tempo presente che pensare tanto all'avvenire" (Lt).
Questo
cammino verginale dentro lo stato matrimoniale, che è uno dei grandi segni
presenti nel matrimonio dei Martin, indica in modo forte la complementarietà
delle vocazioni nella Chiesa, tanto più in un momento come questo, in cui la
famiglia ha necessità di ritrovare il senso del proprio essere, il proprio
fondamento su un atto sacro di unione tra due persone con Dio.
La
verginità non perde qui la sua preminenza, ma viene maturata e integrata in un
giusto orientamento del sacramento del matrimonio: nel focolare dei Martin Dio
sarà sempre "il primo servito", secondo la massima di Giovanna
d'Arco.
È
anche evidente, in queste poche righe, la profondità dei sentimenti che
legano i due coniugi in una perfetta unità di intenti e il realismo che guida
la loro vita.
Nella
vita di questa famiglia possiamo sentire l'eco di nostre normali e quotidiane
esperienze familiari, come in una lettera di Zelia a Paolina del 5 maggio 1873:
"Maria vuole che ti dica che abbiamo veduto la piccola Teresa (si parla
del futuro dottore della Chiesa!) ieri, domenica. Non l'aspettavamo, la balta è
arrivata con i suoi quattro bambini alle undici e mezza, al momento che ci
mettevamo a tavola.
Ci
ha messo la piccina tra le braccia ed è corsa a messa. Si, ma la piccina non ne
ha voluto sapere, ha gridato da far venire giù la casa! Abbiamo dovuto mandare
Luisa (la domestica) a dire alla balza di venire subito dopo la messa, mentre
doveva andare a comperare delle scarpe per i suoi bambini: La balia ha lasciato
la messa a metà ed è accorsa mi è anche dispiaciuto, la piccina non sarebbe
mica morta per gli strilli! Insomma, si è immediatamente consolata; è molto
forte, tutti ne sono sorpresi. Sono tanto andata su e giù tenendola in braccio
e facendola saltare per farla tacere, che ne ho avuto un mal di schiena per
tutta la giornata" (Lt).
Il
24 giugno 1874 così racconta alla cognata: "Teresa comincia a dire quasi
tutto. Diventa sempre più carina, ma mi impegna molto perché è continuamente
intorno a me e mi è facile lavorare. Così, per recuperare il tempo perduto,
alla sera continuo il mio pizzo sino alle dieci e mi alzo alle cinque. Devo
anche alzarmi una o due volte durante la notte per la piccina. Però alla fine
più ho da fare e meglio sto" (Lt).
E
nel dicembre 1875: "Ieri tutta la mattinata è stata consacrata a comprare
un abito completo per Maria; un bel vestito, un cappotto molto di suo gusto.
Bisogna che ricominci per Leonia; pensavo di darle le cose tue, ma Maria accanto
a lei sarebbe troppo elegante: bisogna che tutto sia allo stesso livello.
Insomma, non faccio che comprare roba tutti i giorni; tuo padre dice scherzando
che è una mia passione! Cerco di spiegargli che non posso fare altrimenti; ma
stenta a crederlo. Però si fida di me, sa bene che non lo manderò in
rovina!" (Lt).
Se
pensassimo con invidia alle domestiche e alle balie che Zelia era costretta a
tenere a causa del suo lavoro e dell'impossibilità di allattare, basterebbero
le parole scritte alla cognata 1'8 luglio 1877 per farci comprendere che queste
erano a volte una fatica in più nell'organizzazione familiare: "Oh, se il
buon Dio mi facesse la grazia di guarigione; non vorrei più domestiche. Maria
è ormai al corrente dell'andamento della casa, è lei che fa le stanze, che
cura le sue sorelline. Paolina e Leonia aiuterebbero anche loro e saremmo felici
come non lo sono mai stata. Bisogna che veda svanire il sogno di tutta la mia
vita al momento in cui stava per diventare una realtà? Stiamo tanto in pace
quando non abbiamo estranei in casa; durante i dieci giorni di assenza della
domestica, tutto era nel più perfetto ordine, perché le mie figliole mi danno
molta soddisfazione" (Lt).
D'altra
parte il suo rapporto con le domestiche è sempre improntato, come quello con le
operaie, alla carità e alla giustizia.
Scrive
al fratello il 2 marzo 1868: "Non è sempre il lauto guadagno che assicura
l'affezione dei domestici; bisogna che essi sentano che li amiamo, bisogna
manifestare loro della simpatia e non essere troppo rigidi a loro riguardo.
Quando le persone hanno un fondo buono, si è sicuri che servono con affetto e
devozione. Tu sai che sono molto vivace, eppure tutte le domestiche che ho avuto
mi hanno amata e le tengo quanto voglio... Vero è che non tratto le mie
domestiche meno bene dei miei figli".
La
figlia Maria ha confidato a suor Maria dell'Incarnazione queste parole, che
sono state scritte sotto dettatura: (Le operaie) "tenevano alla mamma,
sarebbero state molto dispiaciute di non lavorare più per lei. Tutte l'amavano
molto. Me ne sono accorta quando, durante la sua ultima malattia, ero io che le
ricevevo" (Summarium).
Suor
Genoveffa, da parte sua afferma: "Le impiegate erano pagate il prezzo
normale, quello che era corrente per un tale mestiere e tutti i servizi possibili
erano loro resi" (Summarium).
Zelia
ha anche raccontato ella stessa alla cognata una visita che le fu fatta, da una
donna di Ancines, presso Alençon, nelle settimane in cui la malattia l'annichiliva
progressivamente: "Dopo vent'anni che lavora per me, ho potuto apprezzarla,
(...) da quando ha sentito dire che ero malata, senza sapere bene che cosa
avessi, è venuta a vedermi, circa due mesi fa. Le ho raccontato tutto, è
scoppiata in lacrime e mi ha mostrato tanta simpatia come se fosse stata mia
sorella" (Lt 8 luglio 1877).
Finito
il Terrore che aveva fatto scorrere fiumi di sangue in tutta la Francia dal 1792
al 1795, terminata l'epopea napoleonica, nel 1814 vi era stata la
Restaurazione dei Borbone sul trono di Francia, i quali legittimarono di fatto
l'opera rivoluzionaria ed imperiale: l'eguaglianza di fronte alla legge, le
libertà individuali, di culto, di lavoro, di commercio furono mantenute,
come pure il codice civile e l'amministrazione centralizzata e altre. Tuttavia
il governo dei Borboni non riuscì mai a diventare veramente popolare. Il popolo
parigino si sollevò il 27-29 luglio 1830 e i Borbone furono costretti a
cedere il trono a Luigi Filippo d'Orléans, candidato della borghesia liberale.
La
rivoluzione del 1830 fu il trionfo della borghesia.
Le
istituzioni politiche rimasero sostanzialmente le stesse, fu adottata la
bandiera tricolore, il cattolicesimo cessò di essere religione di stato, il
censo elettorale fu abbassato, il che portò il numero degli elettori a più
di 200.000 (il popolo rimaneva escluso dalla vita politica).
Sulle
masse popolari ridotte ad una vita miserabile dal capitalismo industriale in
pieno sviluppo si fondò l'opposizione repubblicana, che organizzò a Parigi una
insurrezione sfociata il 24 febbraio 1848 nella proclamazione della Seconda
Repubblica e che scatenò una serie di movimenti analoghi in Germania, Austria e
Italia.
Ma
la borghesia restava l'unica forza politica coerente nel paese ed elesse
presidente Luigi Napoleone Bonaparte, nipote del famoso Napoleone I, il quale
attuò un colpo di stato nel 1851, arrogandosi pieni poteri tra l'indifferenza
delle masse operaie. Poco dopo, nel 1852, venne proclamato l'impero.
In
breve tempo Napoleone III perdette l'appoggio dei cattolici a causa della sua
politica italiana, pericolosa per il papa, e di parte degli industriali minacciati
dalla concorrenza inglese. Si succedettero numerosi errori in politica estera,
tra cui la dichiarazione di guerra alla Prussia di Bismarck che si concluse con
la capitolazione di Sedan, seguita da una rivoluzione pacifica e dalla
proclamazione della Terza Repubblica nel 1870.
Gli
anni successivi videro il progressivo consolidarsi della Repubblica e un sempre
più accentuato processo di laicizzazione e di separazione tra stato e chiesa,
che sfociò nel luglio 1904 nella rottura di relazioni diplomatiche con la
Santa Sede da parte della Francia.
Tutto
questo fermento economico, politico, ideologico, religioso e artistico indusse
papa Pio IX a indire il Concilio Vaticano I, che venne convocato a Roma l’8
dicembre 1869 e che prese posizione nei confronti di alcune tematiche
incandescenti come il rapporto tra fede e scienza, la natura della fede, il
primato del papa, i rapporti col potere laico e l'infallibilità del papa.
Queste
veloci e sintetiche notizie su un secolo così complesso e variegato possono
farci comprendere meglio la mentalità e il linguaggio che troviamo espressi in
modo vivace e immediato soprattutto nelle Lettere familiari di Zelia Guérin.
Era
un'epoca, quindi, segnata da avvenimenti che lasciarono un'impronta duratura
nella vicenda storica di tutta l’Europa e in cui spesso gli uomini erano chiamati
a far delle scelte di campo decise e definite.
I
Martin furono fedeli alla patria e al papato; Luigi Martin non temette di subire
ingiurie e irrisioni o di offrire il proprio contributo quando questi valori da
lui difesi lo richiesero.
Forti
dell'educazione ricevuta nelle rispettive famiglie, Luigi Martin e Zelia Guérin
fondando il proprio focolare erano preparati a vivere un'esistenza fortemente
basata sui principi evangelici che erano stati loro inculcati.
Per
la loro origine non appartenevano a quella che generalmente viene definita
classe dirigente e non sembra che abbiano mai nutrito l'ambizione di accedervi
e di giocare nella società un ruolo preponderante. Se si vuole caratterizzare
il loro stile di vita si può dire che era quello della piccola borghesia,
basata sulla semplicità dei costumi, il culto del lavoro, lo spirito di
economia, il desiderio di un onorevole benessere e di assicurare ai figli un
avvenire, la probità negli affari, il senso della misura.
Come
abbiamo visto i coniugi Martin non vivevano separati dagli avvenimenti del
loro secolo, ripiegati su sé stessi, ignoranti dei movimenti sociali e politici
di un'epoca di grandi cambiamenti.
La
preziosa raccolta di lettere di Zelia Martin, una vera cronaca familiare, mostra
come, per lei e per il marito, nulla di ciò che è umano appariva estraneo e l'impregnazione
profondamente cristiana della loro vita, in cui, oltre ad altre qualità, come
abbiamo visto, fioriva lo spirito di giustizia e l'ardore della carità, li
predisponeva ad una illuminata apertura sul mondo della loro epoca.
Se
non si segnalarono per una attività sociale spettacolare furono comunque
aperti agli altri secondo le possibilità della loro condizione e del loro
tempo. Un incontestabile calore umano e cristiano, alimentato da incessanti
contatti divini, appariva in effetti come una delle caratteristiche maggiori
della loro vita familiare.
CAPITOLO
QUINTO
"Conosci
il focolare dove la fede santa si conserva ancora nei cuori generosi dove le
antiche virtù quaggiù quasi estinte completano il loro esilio senza
rimpiangere i cieli?". Il poema di Elie Romignard "Il bretone
esiliato", da cui sono tratti questi versi, era stato trascritto da Luigi
Martin nel periodo in cui era ospite presso i Bohard per apprendere l'arte
dell'orologeria, 1842-43.
Dotato
di una naturale vivacità e di una bella voce, Luigi amava animare le serate
familiari con la recita di poemi e canzoni a cui faceva partecipare le figlie e
la trasposizione religiosa fatta da papà Martin dell'anelito alla patria
espresso in questo poema, ha fortemente segnato la sua famiglia.
Ne
ritroviamo spesso delle eco nelle lettere delle figlie.
Una
lettera di Celina alla sorella Maria del Sacro Cuore il 27 giugno 1889, nel
corso della grave malattia del padre e sempre riferendosi a questo poema,
dice: "Sono proprio vere le parole che ci diceva il nostro caro papà:
"Per l'esiliato, non vi sono che pianti e tristi pensieri... Oh! La
Patria, la Patria! È dunque così bella, la tua Patria?..." Sento ancora
il suono di questa voce così amata che ci ripete le profonde sentenze che il
suo cuore meditava per giornate intere".
Queste
frasi ci mostrano la capacità di meditazione di Luigi Martin e la sua pedagogia
nei confronti delle figlie: trasponendo su un piano spirituale i canti e i poemi
detti e commentati nelle veglie, egli faceva penetrare, come in un gioco, dei
pensieri profondi nei loro cuori.
I
versi che abbiamo citato sembrano quasi il programma della famiglia Martin: la
stessa vita di questi sposi nelle occupazioni quotidiane, il loro modo di
parlare e di agire, rappresentano un esempio vivente di fede, che trascina perché
tutto viene impregnato d'amore.
Santa
Teresa di Gesù Bambino, all'inizio dei suoi Manoscritti autobiografici canta:
"la felicità di appartenere a genitori senza eguali che ci hanno tutte
circondate delle stesse attenzioni e delle stesse tenerezze" e rende grazie
a Gesù "che l'ha fatta nascere in una terra santa e come tutta impregnata
di un profumo verginale".
Quando
Zelia confessava il suo grande desiderio di avere molti figli "alfine di
allevarli per il Cielo", definiva in poche parole il suo ruolo di donna
felice di essere madre e penetrata della nobiltà della sua missione di
educatrice.
E
poiché diceva nello stesso tempo di suo marito: "i nostri sentimenti erano
sempre all'unisono", possiamo comprendere in quale armonia e unità di
vedute i due sposi hanno svolto l'educazione dei loro figli.
Zelia
ha sempre accolto con grande gioia le sue numerose maternità: 'è un lavoro così
dolce occuparsi dei propri bambini!" (Lt 14 aprile 1868). Così i bambini,
nel seno di questa famiglia unita, sentivano che erano amati, che erano stati
desiderati e che i genitori non vivevano che per loro, come abbiamo già sottolineato.
L'ambiente
di gioia calorosa della vita familiare rendeva le figlie coscienti di tutto ciò
che i genitori erano per loro: lo testimonia questo piccolo fatto raccontato
dalla mamma e ripreso da Teresa. Quando Teresa è ancora piccola, a tre anni e
mezzo, dichiara con sicurezza che, nelle braccia di sua madre, è certa di
andare in Cielo anche se fa delle sciocchezze, perché:
"come
potrebbe fare il buon Dio per prendermi? Tu mi terresti molto forte nelle tue
braccia" (Lt 29 ottobre 1876).
Si
impara presto a cercare di far piacere a Gesù, e fare piacere ai genitori era
messo dalle bambine sullo stesso piano. Ne abbiamo delle toccanti testimonianze
nelle lettere di Maria e Paolina dal pensionato.
Ma
le preoccupazioni non sono mancate a questi coraggiosi genitori: ricerca di
nutrici, angosce per la salute dei bambini, e morte di quattro tra loro, attenzione
vigilante per preservare Maria da relazioni poco convincenti quando fu
necessario cambiare pensionato, sacrificio per la separazione dalle due figlie
maggiori, a cui i due sposi erano entrambi molto sensibili in seguito ai
ripetuti lutti.
Uno
dei tratti caratteristici della fede dei coniugi Martin è l'abbandono pieno di
confidenza nella Provvidenza.
Zelia
era sicura che "il buon Dio si occupa di noi; me ne sono accorta più volte
nella mia vita e ho molti ricordi riguardo a questo, che non si cancelleranno
mai dalla mia memoria" (Lt 12 marzo 1876).
È
su questa certezza che si radica la sottomissione alla volontà di Dio.
Nelle
dolorosissime circostanze in cui, il 22 febbraio 1870, moriva la piccola
Elena, gli sposi danno l'esempio dell'accettazione della croce: "Mi
rassegno alla volontà di Dio, sebbene sia ben duro perdere una così cara
figlioletta...".
La
reazione sarà la stessa alla morte dei due maschietti e della prima piccola
Teresa.
Possiamo
trovare una prova commovente di queste disposizioni d'animo in una lettera
indirizzata alla cognata, la signora Guérin, che ha appena perduto il bimbo che
aspettava: "Che il buon Dio vi accordi la rassegnazione alla sua santa
volontà. Il vostro caro piccolo bambino è presso di Lui; vi vede, vi ama, e
voi lo ritroverete un giorno. È una grande consolazione che io ho provato e che
provo ancora.
Quando
ho chiuso gli occhi ai miei cari piccoli bambini e li ho seppelliti, ho
provato un grande dolore, a cui mi sono tuttavia rassegnata. Non rimpiangevo le
pene e le preoccupazioni che avevo dovuto patire per loro. Molti mi dicevano.
"Sarebbe stato meglio non averli mai avuti". Non potevo sopportare
questo linguaggio. Non trovavo affatto che le pene e le preoccupazioni
potessero essere messi sulla bilancia con la felicità eterna dei miei figli.
Inoltre, essi non erano perduti per sempre, la vita è corta e piena di miserie,
li si ritroverà lassù.
È
soprattutto alla morte del primo che ho sentito vivamente la felicità di
avere un figlio in Cielo. Perché il buon Dio mi ha provato in modo sensibile
che aveva gradito il mio sacrificio. Io ho ottenuto, con la mediazione di questo
piccolo angelo, una grazia molto straordinaria (…). Vedete, cara sorella, che
è un grande bene avere dei piccoli angeli in Cielo, ma non è meno penoso per
la natura perderli, sono queste le grandi pene della nostra vita" (Lt 17
ottobre 1871).
Oggi
c'è chi prova un senso di fastidio di fronte alla narrazione continua di
disgrazie e lutti presente nelle Lettere.
Se
però pensiamo soltanto a quel mirabile ritratto dell'epoca che è I miserabili
di Victor Hugo e che la media della vita, che era allora di 28 anni nelle classi
ricche, cadeva a 27 mesi nella classe operaia a causa della mortalità
infantile, ci rendiamo conto che Zelia nelle sue Lettere descrive soltanto la
realtà quotidiana, senza alcun compiacimento e senza alcun dolorismo, con il
solo intento di trovare il senso di tutto questo dolore.
È
Leonia, senza dubbio, la terza figlia, quella che ha creato più problemi ai
suoi genitori, perché era una natura difficile e di salute fragile, anche se
capace di slanci di generosità.
Dopo
i problemi dovuti alla sua espulsione, ripetuta due volte, dal pensionato
della Visitazione per la sua incapacità di controllarsi in mezzo agli altri e
dove la madre sperava si correggesse con la buona influenza della sorella, Zelia
comprende che "dei figli che non sono come gli altri, tocca ai genitori
occuparsene" e cercherà di portare a sé la piccola con la pazienza, la
persuasione e la dolcezza.
Furono
sempre in questo senso anche i consigli prodigati a Zelia da suor Maria Dositea
quando si trattava dell'educazione dei figli.
E
quando Maria scopre l'influenza nefasta della domestica Luisa sulla piccola
Leonia, è l'amore materno che si apre davanti alla confidenza riconquistata e
alle prospettive di rapidi progressi.
Così
scrive in una lettera alla figlia Paolina, 12 marzo 1877: "Credo di avere
ottenuto una grande grazia per le preghiere di tua zia; le avevo tanto
raccomandato di ricordare la mia povera Leonia appena fosse entrata in Cielo,
che credo di sentirne gli effetti Tu sai come era tua sorella del tutto
insubordinata, non aveva mai voluto obbedirmi che per forza; faceva, per spirito
di contraddizione, tutto il contrario di quello che desideravo, anche se lo
desiderava lei stessa; insomma, non obbediva che alla domestica. Avevo tentato
tutti i mezzi in mio potere per attirarla a me; tutto era andato a vuoto fino ad
ora e questo era il più grande dispiacere della mia vita. Da quando tua zia è
morta, l'ho supplicata di restituirmi il cuore di questa povera creatura e,
domenica mattina, sono stata esaudita. Ora Leonia è proprio mia, non vuol
lasciarmi un istante, mi abbraccia fino a soffocarmi, fa tutto quello che le
dico senza replicare, lavora al mio fianco tutta la giornata. La domestica ha
perduto interamente la sua autorità ed è certo che non avrà più potere su
Leonia dopo il modo in cui le cose si sono svolte... Ora tratto questa bambina
con tanta dolcezza che spero di arrivare, a poco a poco, a correggerla dei
suoi difetti" (Lt).
È
in questi momenti che Zelia, già minata in modo irreversibile dal male,
desidera vivere per completare la sua opera di educazione sulla piccola, tanto
più cara quanto più le ha dato pena.
Lo
spirito di preghiera che impregnava i coniugi si trasfondeva ogni giorno nella
famiglia: ogni giornata cominciava con questa formula di offerta insegnata
ai bambini dal momento in cui potevano parlare: "Mio Dio, vi dono il mio
cuore, prendetelo, se vi piace, così che nessuna creatura possa possederlo, ma
Voi solo, mio buon Gesù". Teresa la ricorda nei suoi Manoscritti:
"filmavo molto il buon Gesù e gli donavo spesso il mio cuore servendomi
della piccola formula che la mamma mi aveva insegnato".
Durante
gli ultimi giorni della mamma, Teresa e Celina, esiliate presso i Leriche,
domandano "molto timidamente" alla loro parente di fare le proprie preghiere.
Ella, "mettendoci tutte e due in una grande camera, se n'è andata. Allora
Celina mi ha guardata e abbiamo detto: "Ah! Non è come la mamma... sempre
lei ci faceva fare la nostra preghiera!".
Molti
altri fatti sono disseminati nelle Lettere e ci provano il modo spontaneo con
cui pregavano le bambine, frutto di un'educazione iniziata fin dal risveglio
della coscienza.
Questo
spirito di preghiera non vietava ai due sposi di offrire alle figlie una vita
equilibrata e possiamo vederlo nell'educazione data dai genitori alla figlia
maggiore, Maria.
Anche
se ciò dispiace alla zia visitandina, siccome "non si può vivere nel
mondo come dei lupi" (Lt 12 novembre 1876) al momento della sua uscita dal
pensionato, Maria frequenta un gruppo di ragazze della sua età. Certamente la
madre sta attenta, perché "non amo vederla frequentare delle persone così
ricche, questo può far nascere idee malsane" (Lt 8 novembre 1876). Ma non
la ritira dal mondo, spinge piuttosto Maria ad andare a delle riunioni semplici:
"Questo la rende meno selvatica, lo è già tanto".
I
genitori vegliano affinché le loro figlie non siano trascinate alla vanità e
all'orgoglio.
Maria,
allevata alla Visitazione con delle compagne di ceto superiore, ha bisogno più
volte dei saggi consigli materni per abbattere i suoi sogni di grandezza:
begli appartamenti, toilettes più lussuose per le sue sorelline. "Tua
sorella, benché così poco mondana, non si trova mai bene dov'è; desidera
sempre qualche cosa di meglio, le occorrerebbero delle belle camere molto vaste
e ben arredate. Non ritornava in sé dallo stupore nel vedere la figlioletta
della balia gettare involontariamente un grido di ammirazione nell'entrare,
giovedì, nella sua camera e rimanere "inchiodata" alla porta, dicendo
Ah, come è bello!". La povera pisana crede che non ci sia nulla di più
bello, ma Maria sa il contrario dalle sue compagne di collegio e sogna
dell'altro. Quando avrà dell'altro il vuoto si farà sentire forse ancora di più"
(Lt 16 gennaio 1876), così dice la mamma, preoccupata di ricondurre Maria a una
visione più realista delle cose di questo mondo.
I
due coniugi lavorano in perfetta unità per orientare i sentimenti della loro
figlia maggiore. Tornata a Le Mans dopo essere stata ammalata di tifo, Maria si
legò ad una compagna di nobile casato con un vincolo d'amicizia così stretto
da perderne la libertà del cuore e da nutrire sogni ambiziosi di gloria e di
ricchezza. Il signor Martin non giudicò alla leggera il senso di questa
evoluzione spirituale.
Un
giorno che passeggiava con Maria in una modesta proprietà di famiglia, detta La
Roulèe, vide che la giovinetta si dava premura di raccogliere un grosso mazzo
di fiori, mentre diceva con un tono di mistero: "Li devo portare alla
Visitazione, come ricordo della Roulèe". "Già, rispose lui
acutamente, è pur necessario che tu ti dia delle arie, mostrando alle amiche i
"fiori della tua proprietà". La fanciulla, seccatissima, buttò il
mazzo tra l'erba (p. Piat).
Si
forgiavano così il giudizio e la volontà di Maria che, cominciando a istruire
Celina in piacevoli sedute di "scuola domestica", si troverà
preparata a sostituire la mamma troppo presto scomparsa nella conduzione della
casa e al fianco delle sorelline.
Zelia
Martin, nella stupefacente lucidità che conservava anche durante le sue
grandi sofferenze, aveva giudicato che Maria e Paolina sarebbero state capaci di
allevare le sorelle piccole.
Queste,
il giorno stesso della sepoltura della madre, avevano trovato spontaneamente a
chi rivolgersi: Celina aveva scelto Maria come nuova mamma e Teresa si era
gettata nelle braccia di Paolina: "Ecco!, per me è Paolina che sarà la
mamma!".
Sarà
proprio Paolina la prima a prendere il volo verso il Carmelo, lasciando la
piccola Teresa nella costernazione.
Ma
sarà, la partenza di Paolina, anche l'inizio della vocazione al Carmelo delle
altre sorelle Martin, esclusa Leonia che troverà solo nel 1899 la forza di
compiere la sua vocazione tra le suore visitandine, come aveva sempre
desiderato.
Maria,
Teresa e infine Celina, che aveva preso in mano la conduzione della casa dopo la
partenza di Maria, entreranno a loro volta nel monastero di Lisieux.
Celina
ha raccontato lei stessa come, nonostante il suo desiderio di restare presso il
padre fino alla sua morte, fu condotta a rivelargli la propria vocazione per il
Carmelo. Il padre, fedele al suo abbandono alla volontà di Dio, le disse:
"Vieni, andiamo insieme davanti al SS. Sacramento a ringraziare il Signore
per le grazie che accorda alla nostra famiglia e l'onore che mi fa scegliendosi
delle spose nella mia casa". E nella sua grande generosità, nonostante già
si fossero manifestati i primi segni della malattia, assicurò a Celina che era
pronto ad accettare una separazione immediata: "Voi potete tutte partire.
Sarò felice di donarvi al buon Dio prima di morire. Per i miei vecchi giorni,
una cella tutta nuda sarà sufficiente".
È
Teresa però, riconosciuta Dottore della Chiesa universale il 19 ottobre 1997
per la sua scienza d'amore, "il grande santo" che coronerà la
storia d'amore dei coniugi Martin. Teresa è cresciuta dentro una spiritualità
familiare in cui ha conosciuto i misteri dell'amore donato fino al sacrificio
e ricevuto in rendimento di grazie. La sua scienza, seppure dono di Grazia, si
è radicata in una famiglia la cui fede ha radici lontane.
Come
non sentire un'eco, quasi una risposta all'esortazione della madre di Luigi
Martin: "Sii sempre umile, mio caro figlio", mentre leggiamo nei
Novissima Verba: "Sì, mi sembra di non aver cercato altro che la verità;
sì, ho compreso l'umiltà del cuore... Mi sembra di essere umile".
Una
attenta esegesi dei legami spirituali tra Teresa e il padre e la formazione
contemplativa da lui ricevuta, probabilmente illuminerebbe meglio il ruolo
positivo che ha avuto la famiglia nella nascita e sviluppo della spiritualità
amante della Santa e potrebbe incoraggiare molte famiglie, sull'esempio di
questa, a considerare possibile quella "contemplazione nelle strade"
auspicata da un'altra illustre coppia, i coniugi Maritain.
CAPITOLO
SESTO
Come
abbiamo visto, nel corso degli anni la famiglia Martin non è stata
risparmiata da preoccupazioni professionali e familiari, a cui si sono aggiunti
lutti ripetuti e particolarmente dolorosi.
Al
momento del decesso del capitano Martin, il 26 giugno 1865, Zelia scriveva a suo
fratello "Te lo confesso, la morte mi spaventa" (Lt).
Ma
dovrà vedere la morte ancora più da vicino, in cinque altre riprese, nel
febbraio 1868, agosto 1868, settembre 1868, febbraio e ottobre 1870.
Avrà
allora, colpo dopo colpo, il dolore di ricevere tra le sue braccia l'ultimo
sospiro di quattro figli e di seppellirli con le sue mani, seguiti poco dopo da
Guérin padre, che aveva teneramente accudito.
Alla
morte di Maria Elena, una bella bimba di cinque anni e mezzo, gli sposi ebbero
una reazione soprannaturale, ispirata dalla fede: "L'abbiamo offerta
insieme al buon Dio" (Lt 24 febbraio), ma Zelia si accorge di essere
"in angosce mortali" (Lt 8 ottobre 1870) alla morte dell'ultima
figlia, Maria Melania Teresa.
Riceve
le croci con grande fede, ma anche con profondo dolore: "Il buon Dio sembra
rispondermi se non hai il tempo di essere malata, avrai forse il tempo di avere
molta pena? E non sono stata risparmiata, glielo assicuro" (Lt 1 ottobre
1971).
Ma
ecco che Zelia vede con angoscia profilarsi la prospettiva di perdere la sua
grande confidente, sua sorella maggiore suor Maria Dositea.
Proprio
nel momento in cui le notizie sulla salute della sorella visitandina sono più
allarmanti, Zelia comincia a preoccuparsi seriamente per sé stessa.
Già
nell'aprile del 1865 Zelia aveva espresso al fratello la sua preoccupazione
per un ingrossamento del seno proprio dove, tempo prima, aveva ricevuto un colpo
sull'angolo di un tavolo.
Senza
dubbio Isidoro non diede il consiglio di tentare un'operazione, che causava
molte preoccupazioni in quell'epoca.
Poi
si fece il silenzio su questo incidente e, nella corrispondenza familiare, non
vi si fa più allusione fino a che il male, incurabile e inoperabile questa
volta, si risveglia undici anni più tardi.
Durante
le vacanze dell'estate 1876 sembra che l'ingrossamento si sia messo ad evolvere
rapidamente e, visti inutili i rimedi tentati dal fratello Isidoro, Zelia si
decide a recarsi da un medico di Alençon. La diagnosi è brutale: si tratta
di un tumore fibroso molto grave, è troppo tardi per operare e tutti i rimedi
sono inutili; la diagnosi viene confermata poco tempo dopo dal dottor Notta di
Lisieux.
In
questa occasione Zelia scrive al marito: "Rimettiamoci nelle mani di Dio,
Egli sa molto meglio di noi ciò di cui abbiamo bisogna è Lui che fa la piaga e
la guarisce. Andrò a Lourdes al primo pellegrinaggio". La sua reazione è
serena ed energica, fondata sulla fede in Dio e sul desiderio di risparmiare i
suoi. Non vi è alcun compiacimento del dolore, alcun dolorismo, in questa donna
forte, che nel 1876 scriveva facendo delle considerazioni su alcuni scambi epistolari
con la sorella di Le Mans: "Ella (Maria Dositea) pensa che io desideri
delle grandi sofferenze perché le ho detto che preferirei; avendo la possibilità
di scegliere, morire di una malattia lenta. Ma le grandi sofferenze, no, non ho
abbastanza virtù per desiderarle, io le temo!" (Lt 12 novembre 1876) e
che mostrerà invece con quale fede saprà sopportare atroci dolori. La
tormentava inoltre il pensiero del futuro di Leonia: "Non sono nel giubilo,
mi tormento estremamente, a torto o a ragione. Ah! Se fossi libera dal mio
commercio, sarei felice. Ma no, la mia povera Leonia sarebbe là per impedirmi
di essere completamente felice, il suo avvenire mi angoscia. Come diventerà
quando non ci sarò più?" (Lt 12 novembre 1876).
Il
5 gennaio 1877, nelle grandi inquietudini causate dallo stato di salute di
suor Maria Dositea che si aggrava inesorabilmente, scriverà alla cognata:
"Andiamo avanti così (senza operazione) e il più gaiamente possibile.
Adesso ci si tormenta meno da noi e faccio più sforzi che mai perché continui
così (...). Lasciamo il resto nelle mani della Provvidenza" (Lt).
Questo
distacco, questa umiltà, questo desiderio di far piacere a coloro che le stanno
vicini, lo ritroviamo in una lettera del 28 gennaio 1877 alla cognata "(.
..) lei si preoccupa proprio troppo per me, ne sono tutta confusa, non merito
che ci si interessi tanto a me. La mia vita non è così preziosa se muoio non
sarà una disgrazia più grande trattandosi di me che di un'altra. Ce ne sono
tanti che se vanno e vorrebbero restare, che si credono utili e che il buon
Dio giudica di prendere, perché, dopo la loro morte, tutto non andrà che
meglio. Questo non mi impedisce di pregare molto perché la Santa Vergine mi
guarisca: aspetto con grande impazienza un pellegrinaggio per Lourdes e
certamente, se sono necessaria alla mia famiglia, guarirò, poiché non è la
fede che mi manca; e nemmeno il desiderio di vivere (...)" (Lt).
Ancora
il 20 febbraio le scrive: "Non sono più ammalata, soffro sempre molto
poco, il punto più sensibile nel toccare è quello dove è venuta la seconda
ghiandola vicino al collo, ma è cosa da niente in paragone all'ingrossamento.
Insomma,
il buon Dio mi fa la grazia di non spaventarmi; sono tranquillissima, mi sento
quasi felice, non cambierei la mia sorte con nessun'altra. Se il buon Dio mi
vuole guarire, sarò contentissima, perché in fondo desidero vivere: mi costa
lasciare mio marito e le mie figliole. Ma d'altra parte mi dico. - Se non guarirò
è forse perché per loro sarà più utile che io me ne vada ( .. ) - Intanto,
farò tutto il possibile per ottenere un miracolo; conto sul pellegrinaggio di
Lourdes, ma se non sarò guarita, cercherò di cantare lo stesso al
ritorno" (Lt).
Nel
febbraio 1877 muore, nel convento delle visitandine di Le Mans, suor Maria
Dositea. Quanto questa separazione sia stata dolorosa per Zelia lo sentiamo
nelle parole con le quali racconta alla cognata la sua reazione al ricevimento
della lettera della Madre Superiora, che le comunica il decesso della sorella:
"Quando ho ricevuto questa lettera, non ho avuto il coraggio di aprirla,
sapevo troppo bene quello che conteneva. Finalmente Luigi me l'ha presa e l'ha
letta ed ho finito per leggerla anch'io, molto tempo dopo. Ora non me ne voglio
più staccare" (Lt 26 febbraio 1877).
La
fede però la sostiene sempre e le permette di leggere negli avvenimenti della
sua piccola storia i segni della misericordia di Dio; le sue parole manifestano
anche a noi oggi la verità della comunione dei santi e del legame spirituale
che continua e ci unisce ai nostri cari nell'altra vita: "Spero che la
Santa Vergine mi guarirà, se non del tutto, almeno in modo che abbia il tempo
di allevare le mie figlie; dopotutto, è quello che le ho sempre domandato. Se
è necessario, è certo che non me lo rifiuterà, e credo questa grazia più che
mai necessaria a causa di Leonia. Sì, vedo per lei splendere un raggio di
speranza che mi presagisce un cambiamento completo per l'avvenire (...). Non mi
posso togliere dalla mente l'idea che questa trasformazione sia dovuta alle
preghiere della mia santa sorella, giacché tutto si è modificato due o tre
settimane dopo la sua morte. È lei che mi lui ottenuto anche la grazia di
sapere come regolarmi per affezionarmi questo cuore (...)" (Lt 10 maggio
1877).
Il
faticoso pellegrinaggio a Lourdes che viene compiuto con le figlie nel giugno
1877 non sortisce l'esito sperato, ma Zelia conserva una confidenza in Dio che
supera ogni prova:
"La
Santa Vergine ci ha detto, come a Bernadette: - Non vi renderò felici in questo
mondo, ma nell'altro - . Non mi pento di essere andata a Lourdes anche se la
fatica mi ha reso più malata; non mi rimprovero nulla anche se non guarisco.
Nell'attesa, speriamo".
"Non
sono stata guarita, sarà per un'altra volta. Attendiamo con pazienza l'ora di
Dio" (Lt 24 giugno1877). E conclude, in una lettera a Paolina del 25
giugno, con un invito alla preghiera fervente e perseverante: "Prega con
fede la Madre delle Misericordie, ella verrà in nostro soccorso con la bontà e
la dolcezza della madre più tenera" (Lt).
Il
ritorno da Lourdes segna l'inizio della fase finale della malattia.
Sempre
dimentica di sé stessa, Zelia cerca di sollevare i suoi: "(Tuo padre) è
stato molto sorpreso di vedermi ritornare così allegramente come se avessi
ottenuto la grazia desiderata, questo gli ha ridato coraggio e ha riportato il
buon umore a casa" (Lt 25 giugno 1877).
Anche
quando le sofferenze si faranno più acute darà prova di un coraggioso oblio di
sé stessa.
Non
vuole disturbare gli altri, i bambini in particolare. "Per non tormentare
nessuno... al fine di fuggire ai minimi rumori che fanno fremere i suoi nervi
malati, si è installata da sola nella camera di Leonia. Maria la sente gemere
durante le sue insonnie. - O Voi che mi avete creata, abbiate pietà di me! -
Quando ci si alza per venirle in aiuto, mostra uno stupore doloroso: - Perché
dovete disturbarvi che non c'è niente da fare? - Il signor Martin dovrà usare
tutta la sua autorità per farle accettare una religiosa esperta
nell'assistenza ai malati e ancora manifesterà una certa tristezza il giorno in
cui la vedrà venire per la prima volta" (p. Piat).
Le
lettere di Maria alla famiglia Guérin ci raccontano gli ultimi giorni di
Zelia: "Non lascia il suo rosario, prega tutto il tempo".
Quando
i Guérin arrivano ad Alençon la sera del 27 agosto, la malata è ancora seduta
nella sua poltrona, ma incapace di parlare. Allora scambia con la cognata un
lungo sguardo affettuoso e supplichevole, così eloquente che la signora Guérin
ne conserva il ricordo commovente in una lettera a Teresa del 1891: "Ho
creduto di comprendere questo sguardo, che niente potrà farmi dimenticare. È
inciso nel mio cuore. Da quel giorno ho cercato di sostituire colei che Dio vi
aveva rapita, ma ahimè, nulla può sostituire una madre!".
A
mezzanotte e trenta, all'alba del 28 agosto 1877, Zelia Martin, lascia questo
mondo per la vera Patria, che tante volte aveva invocata.
Molti
anni dopo, il 24 novembre 1939, Maria scriverà nelle sue Note intime il
ricordo che aveva conservato di quel giorno: "L'indomani della sua morte
andavo spesso a guardarla. Se voi sapeste come era bella! Si sarebbe detto che
era morta a vent'anni. Mi sembrava che non fosse morta, ma più viva che mai
(...) che mi avrebbe protetta sempre".
E
certamente la famiglia di Zelia godette, da quel momento, di speciali favori
divini.
Ma
era giunto il tempo che, oltre la sua virtù, splendesse anche quella del suo
incomparabile sposo, Luigi Martin.
CAPITOLO
SETTIMO
Se
la personalità di Zelia Martin appare in primo piano nelle sue lettere
familiari, il marito, Luigi Martin, non era lontano, lo abbiamo già
sottolineato, perché vi era comunione di ideali e di vita tra i due sposi.
Amante
del silenzio e della contemplazione, le sue lettere sono rare, 16 in tutta la
sua vita, ma sono estremamente preziose per comprenderne la personalità.
Nella
lettera scritta alla moglie l'8 ottobre 1863, in occasione di un viaggio
d'affari a Parigi, si può comprendere bene come, per Zelia, egli sia
"sempre stato un consolatore e un sostegno" (Lt 4 marzo 1877, come dirà
alla figlia Paolina.
"Cara
amica, non potrò arrivare ad Alençon che lunedì; il tempo mi sembra lungo e
non vedo l'ora di essere vicino a te. Inutile dirti che la tua lettera mi ha
fatto un grande piacere, salvo che vi noto che ti stai affaticando troppo. Così
ti raccomando la calma e la moderazione, nel lavoro soprattutto (...) non ti
tormentare tanto, arriveremo, con l'aiuto di Dio, a fare una buona piccola
fabbrica. Ho avuto la felicità di comunicarmi a Nostra Signora delle Vittorie,
che è come un piccolo paradiso terrestre. Ho anche acceso un cero per tutta la
famiglia. Vi abbraccio tutti di cuore, aspettando la felicità di essere riunito
a voi. Spero che Maria e Paolina siano mollo sagge! Tuo marito e vero amico, che
ti ama per la vita".
Tre
anni dopo, in una lettera di Zelia, possiamo comprendere che l'amore e la
confidenza tra i due sposi è sempre più viva: "... Quando riceverai
questa lettera sarò occupata a mettere in ordine il tuo banco di lavoro; non ti
dovrai irritare, non perderò nulla, nemmeno un vecchio quadrante, né un
pezzetto di molla, insomma niente, e poi sarà tutto pulito sopra e sotto! Non
potrai dire che - ho soltanto cambiato di posto alla polvere -, perché non ce
ne sarà più (... ). Ti abbraccio di tutto cuore, oggi sono tanto felice al
pensiero di rivederti che non posso lavorare. Tua moglie che ti ama più della
sua vita" (Lt 1869).
La
scoperta del tumore incurabile di Zelia è, per Luigi Martin, un colpo tremendo:
"Mio marito non si può consolare; ha abbandonato il divertimento della
pesca, ha portato le sue lenze in soffitta, non vuole più recarsi al Circolo
Vitale, è come annientato" (Lt 17 dicembre 1876).
Nonostante
ciò l'amore tra gli sposi si mantiene colmo di tenerezza; il 24 dicembre 1877,
sei mesi prima della sua morte, Zelia scriveva al marito: "Mi rallegro
molto di rivedervi tutti; come mi pare lungo il tempo! Come avrei desiderato
tornare oggi! Non sto volentieri che con te, mio caro Luigi" (Lt).
La
dipartita della moglie fu per Luigi il più grande dolore della sua vita, ed è
Celina che, nelle sue memorie del 1952, parlando in relazione alla malattia
del padre, ce ne dà testimonianza dicendo: "Debbo dire, per la verità,
che prima della sua malattia non lo avevo mai visto piangere, tranne che
all'Estrema Unzione di nostra madre" (Lt).
Ormai
Luigi si trova solo ad animare la famiglia e a condurre a buon fine l'educazione
delle sue figlie. Abbattuto dalla scomparsa della moglie, egli trova nella sua
fede profonda e nell'amore per le figlie la forza di compiere questo doppio
incarico. Nella sua vita già segnata da numerosi lutti, inizia un periodo in
cui il Signore gli domanda proprio tutto: prima lo sradicamento, poiché lascia
Alençon, poi la partenza delle figlie per il convento, che egli accetterà con
una generosità eccezionale, ma di cui soffrirà sempre più dolorosamente,
infine la perdita dei suoi mezzi di comunicazione, una malattia che lo ridusse
all'impotenza completa. Queste diverse tappe, vissute in una fede invincibile
e in una confidenza profonda nella bontà di Dio, permisero a Luigi Martin di
realizzare tutta la misura di grazia che Dio gli aveva destinata.
Furono
i Buissonnets, la graziosa casa che lo zio Isidoro aveva trovato a Lisieux per
la famiglia Martin, l'inizio del totale distacco di Luigi Martin da sé e dal
mondo.
I
Guérin, durante l'ultima malattia di Zelia, le avevano suggerito, nel luglio
1877, un trasferimento della famiglia a Lisieux. Ma lei non aveva voluto forzare
la mano al marito, che si trovava in quel momento in grande pena: "Lasciamo
fare al tempo", aveva detto (Lt 15 luglio 1877). Ma l'ultimo sguardo di
Zelia alla cognata, così eloquente, aveva valore di testamento.
Andarsene
da Alençon poneva comunque dei problemi. I numerosi amici di Luigi Martin
insistevano perché restasse ad Alençon. Non vi sarebbero state così altre
separazioni nella sua vita e in quella delle sue figlie maggiori, che la
signorina Romet e la signora Tifenne, madrine di Paolina e Leonia, di una
devozione a tutta prova, si incaricavano di consigliare.
Si
suggeriva di mettere Leonia e Celina in pensionato.
Da
diversi punti di vista questa soluzione avrebbe procurato dei vantaggi a Luigi
che, in più, era un po' intimidito dalla schiettezza Guérin del cognato
Isidoro.
Ma
le separazioni gli erano sempre ripugnate e per questo esitava; inoltre non
voleva cercare soprattutto la propria soddisfazione: non desiderava che il bene
delle figlie.
Senza
pensare minimamente a sé stesso, chiamò Maria e Paolina per chiedere la loro
opinione: " - Vi domando cosa ne pensate, figlie mie, perché è soltanto
per voi che faccio questo sacrificio, non vorrei mai imporvene uno - Io (Maria)
gli risposi che anche noi non volevamo che la sua felicità e che non avremmo
potuto sopportare che si sacrificasse così per noi. Ma egli si accorse che
non avevamo alcuna ripugnanza ad abbandonare Alençon, e questo padre generoso
decise subito il nostro prossimo trasloco" (p. Piat).
Ciò
che aveva pesato nella sua decisione era il carattere, giudicato troppo
mondano e liberale, delle sue relazioni di Alençon e la convinzione che la zia
Guérin avrebbe avuto un'eccellente influenza sulle figlie maggiori, ancora
inesperte nella conduzione di una casa.
Lasciare
Alengon per Lisieux significava cedere il commercio di merletti, ciò che venne
fatto il 29 novembre 1877, ma anche avvicinare un mondo nuovo.
Lasciando
dietro di sé il paese dei raffinati merletti, si prendeva contatto con un
agglomerato molto più animato, dalle fiere frequenti. Ci si trovava nel Pays
d'Auge, tra il Touques e il Dives, paese di allevamento e di boscosi pascoli
piantati a frutteto: paese del burro, del formaggio, del sidro e di un celebre
liquore, il Calvados.
Nella
città e nei dintorni le imprese di lavorazione della lana e del lino o della
concia di pelli erano numerose. Verso la metà del XIX secolo, Lisieux contava
circa 300 stabilimenti industriali, che impiegavano più di 3000 operai tessili.
Isidoro Guérin, attraverso il suo matrimonio nel 1866 con Celina Fournet, si
era legato a una di quelle famiglie di industriali che, con i Laniel, i Lambert,
i Duchesne, figuravano allora tra i magnati dell'industria tessile.
Ma
Luigi Martin e le sue figlie non parteciparono alle attività economiche della
città, né alle passioni politiche che animavano le polemiche dei giornali
locali e a cui Isidoro Guérin parteciperà invece con il suo vigoroso apporto.
Frequentarono
piuttosto la città vecchia, distrutta poi dai bombardamenti del 1944, con il
suo intreccio di strade tortuose e le sue antiche case particolarmente
pittoresche con i piani a sbalzo e i colombai colorati, ornati di fini sculture.
La
riflessione di Teresa su questo trasferimento: "Fu con piacere che venni a
Lisieux"; ci rivela che la famiglia era dunque sensibile al fascino della
bellezza austera di questa antica città.
La
vita a poco a poco si organizza, altrettanto affettuosa che ad Alençon, ma più
ritirata. Luigi Martin non aveva alcuna relazione a Lisieux e, poiché non era
certo il caso a cinquantatré anni di riprendere un commercio, viveva delle
sue rendite ritirato dagli affari, restando molto al di fuori del mondo borghese
della città. Le testimonianze sono concordi nell'affermare che ai Buissonnets i
Martin ricevevano poco, eccetto i Guérin, i Maudelonde, qualche amica delle
figlie e qualche sacerdote.
Al
Processo apostolico per la canonizzazione di santa Teresa, Giovanna La Néele,
figlia maggiore di Isidoro Guérin, dichiarò: "Le relazioni tra le nostre
due famiglie furono quotidiane e molto intime. Ci riunivamo tutti i giovedì e
tutte le domeniche".
Con
le loro cugine, Leonia e Celina frequentarono l'Abbazia Notre-Dame-du-Pré per
la loro educazione. La domenica, a turno, Maria o Paolina con una delle piccole
passavano la serata dai Guérin. Teresa evoca questo ricordo nei suoi
Manoscritti, ma per lei il luogo migliore sono i Buissonnets: "È là che
la mia vita era veramente felice" e come suo padre, era un po' intimidita
dallo zio Guérin: "Avevo proprio paura".
Lo
stile di vita ai Buissonnets sarà quello della media borghesia dell'epoca, con
una particolare nota di semplicità. L'alloggio non comportava che un numero
minimo di stanze: non c'era salone e le ragazze dividevano in due le camere da
letto, salvo Leonia che dormiva da sola. Due bagni bastavano per tutti gli abitanti.
C'era un camino in ogni stanza, ma in inverno, salvo necessità, non si
accendeva il fuoco che in cucina.
La
vita quotidiana era anche segnata da una forte nota ascetica, nella linea di ciò
che Luigi Martin aveva sempre vissuto ad Alençon.
Egli
era interamente consacrato alla felicità delle sue figlie, di cui curava
l'educazione in una rimarchevole continuità con la madre scomparsa, con lo
scopo di "allevarle tutte per il Cielo". Dà il tono, lo spirito, la
linea generale secondo cui si organizza e si modella l'esistenza di ogni giorno.
"Egli vuole l'ordine e la pulizia in tutto e si mostra dispiaciuto quando,
per disattenzione o negligenza, si spreca, si perde, si deteriora qualcosa"
(p. Piat). Desidera che ogni figlia prenda parte alla conduzione della casa
sotto la direzione di Maria, aiutata da una domestica. Lui stesso è attento ad
essere sempre occupato. Suor Genoveffa testimonia: "Noi non avevamo che una
domestica, ma era lui che faceva il lavoro grosso"
(lbid.).
E la testimonianza di Maria, raccolta da suor Maria dell'Incarnazione, è
simile: "Si accollava i lavori difficili, vangava il giardino, spaccava e
ordinava la legna, si riservava la cura della dispensa, del giardinaggio e del
pollaio. Faceva il suo sidro". Si occupava anche degli uccelli della
voliera, piccoli compagni a cui tenevano molto Celina e Teresa.
La
vita si svolgeva dunque senza nessun lusso. Sempre secondo suor Maria
dell'Incarnazione, eco fedele della figlia maggiore Maria: "Il nutrimento
era molto semplice. Al mattino. zuppa; la domenica solamente: del cioccolato;
gli altri pasti era composti di cose semplici: ragù, manzo bollito. Si
escludeva tutto ciò che era ricercato (...)". Questo faceva apprezzare
meglio e rendeva più gioiosi i pasti della festa, come quelli delle prime
Comunioni.
Ai
vicini e agli amici, Luigi Martin, in questo periodo della sua vita, ha
lasciato l'impressione di un uomo cortese, molto degno ed austero, da
rispettare. Mai gli si sentì tenere un linguaggio men che corretto. Suor
Genoveffa dice: "Si proibiva di fumare, di incrociare le gambe, di bere
tra i pasti di avvicinarsi al fuoco senza necessità. Si allontanava, d'istinto,
dalle sedie imbottite". Così dava alle figlie e alle domestiche, con semplicità,
delle lezioni viventi, attraverso le sue attitudini familiari che offrivano
una testimonianza di grande rettitudine.
Ma
la vita ai Buissonnets non era affatto triste, al contrario.
Papà
Martin, tutto dedicato alle figlie, manteneva un ambiente caloroso e gioioso,
confezionava loro dei giochi minuscoli dove metteva in opera la sua abilità e
precisione. Era lui ad animare le incomparabili veglie celebrate da Teresa:
canti, poemi, partite di dama, mele o marroni cotti sul fuoco, ceppi di Natale
(dolci natalizi) scelti con cura. In inverno, si andava alle serate teatrali del
Circolo cattolico. Quando giungeva la primavera conduceva le figlie al Giardino
della Stella, vicino ai Buissonnets, dove Teresa amava cogliere fiori a
profusione. Organizzava anche delle gite a piedi, per conservare la sana
tradizione delle passeggiate della domenica che si svolgevano ad Alençon.
Se
si presenta l'occasione Luigi Martin, come ad Alen~on, noleggia una carrozza.
Conduce le sue figliole a Saint-Ouen-le-Pin, a dieci chilometri a ovest di
Lisieux, per passare una giornata nella proprietà dei Fournet. Qualche volta vi
lascia, a turno, l'una o l'altra delle figlie, per una sosta più prolungata in
compagnia dei Guérin, ciò che accade a Teresa nell'agosto 1884 per guarire
la pertosse, e nel giugno 1885.
Là,
negli stagni e nei piccoli ruscelli della fattoria, può dedicarsi alla sua
"distrazione preferita", che non ha abbandonato arrivando a Lisieux.
Teresa ha evocato alcune di queste partite di pesca così favorevoli
all'orazione, nei dintorni di Lisieux. Il prodotto era
il
più delle volte riservato al Carmelo, soprattutto dopo l'ingresso di Paolina.
Luigi
Martin amava molto i viaggi. L'abbiamo già visto, oltre ai viaggi d'affari a
Parigi, fare spesso dei pellegrinaggi, individualmente, con la famiglia o in
gruppo. È normale che, dopo la perdita della sposa e il trasferimento a
Lisieux, sia ritornato di tempo in tempo ad Alençon, per rivedere parenti ed
amici e pregare sulla tomba della moglie. È per questo che aveva conservato
il Pavillon. Vi portava qualche volta le figlie: Paolina e Maria ne parlano
nelle loro lettere e Teresa ricorda due di questi viaggi nei suoi Manoscritti.
Papà
Martin ha anche approfittato della disponibilità dei Guérin per condurre le
figlie a Douville e Trouville.
Queste
spiagge normanne erano diventate di moda sotto il Secondo Impero ed erano il
luogo d'incontro di personaggi celebri della politica come il duca di Morny,
della letteratura come Alessandro Dumas o Gustavo Flaubert, delle arti come i
pittori Carlo Morzin e Isabey. Zelia vi era stata condotta dal fratello, ma
non aveva amato queste villeggiature mondane. I Guérin vi affittavano una
villa ogni estate, e la famiglia Martin aveva attraverso di essi la possibilità
di cambiare orizzonte. È così che Teresa scopre il mare 1'8 agosto 1878, fatto
da cui resta profondamente segnata. Suo padre, fuggendo le mondanità,
approfitta dell'ospitalità della villa Leroux a Trouville, stando "tutto
il tempo occupato a pescare sulla riva" (M.me Guérin 9 agosto 1878),
quando non passeggia sulla spiaggia con le figlie, come racconta Teresa.
Luigi
Martin non viaggiava solo per i suoi affari o per condurre al mare le figlie.
Infatti
lo vediamo compiacersi di condurre le figlie con lui per far loro visitare le
bellezze della capitale. Porta a Parigi prima Maria e Paolina, nel 1878, per
l'Esposizione universale.
Le
ragazze faranno alla zia Guérin dei rendiconti entusiasti di questo viaggio.
Poi Maria e Leonia accompagnano il padre a Parigi per la Settimana Santa nel
1883, viaggio accorciato bruscamente dalla "strana malattia" di
Teresa. Infine papà Martin, con Celina e Teresa, si ferma ancora a Parigi prima
del pellegrinaggio a Roma, nel novembre 1887, soprattutto per pregare nella
chiesa di Notre-Dame-des-Victoires, così cara alla famiglia.
Come
si vede, Luigi Martin era soprattutto preoccupato di distrarre le figlie o di
rendere loro dei servizi. È per questo che conduce Maria a più riprese a Le
Havre, a Calais, a Parigi, per incontrare il padre Pichon, gesuita, che è dal
1882 il direttore spirituale della maggiore, prima di diventare l'amico e il
direttore di tutta la famiglia. Questo dà l'idea che la vita ai Buissonnets
fosse lontana dall'essere chiusa e che il capo famiglia sapesse procurare alle
figlie dei passatempi gioiosi e vari.
Una
sola volta, nel 1885, Luigi Martin si lascia tentare da un viaggio più
lontano, per il suo solo piacere. II vicario di Santt-Jacques, don Mario, lo
persuade ad accompagnarlo fino a Costantinopoli, attraverso l'Europa Centrale,
con ritorno per Roma e l'Italia. Questo viaggio ci ha procurato undici lettere
scritte alle figlie, in cui il padre comunica la sua meraviglia davanti alle
bellezze della creazione che lo conducono a lodare il Creatore e in cui esprime
il suo amore per la Chiesa e la sua profonda tenerezza per le figlie.
Infine,
papà Martin intraprende il pellegrinaggio a Roma (4 novembre-2 dicembre 1887)
per il giubileo sacerdotale di papa Leone XIII, con Celina e Teresa che lo
raccontano nei dettagli.
Attraverso
i ricordi di Teresa si apprende quale fu l'influenza dei suoi genitori per la
sua iniziazione e quella delle sorelle al culto eucaristico, e per il suo amore
del Santo Sacrificio in particolare.
I
semi gettati nell'anima di Teresa e delle sorelle germineranno grazie alle cure
delicate di Luigi Martin, la cui vita quotidiana è una continua testimonianza.
La sua prima preoccupazione a Lisieux sarà di procurarsi un direttore
spirituale per la confessione regolare. Sarà don Lepelletier, vicario a San
Pietro dal 1878 al 1888, che diventerà presto amico della famiglia e sarà
invitato al pranzo per la prima Comunione di Teresa.
L'abitudine
presa ad Alençon della messa quotidiana sarà mantenuta. È prima alle sei,
poi un po' più tardi, alle sette, che padre e figlie s'incamminano verso la
cattedrale. Nella cappella dell'abside partecipano insieme al Santo
Sacrificio. Luigi Martin preferiva l'ora mattutina per le stesse ragioni di
prima, perché, diceva: "E’ la sola a cui possono assistere le domestiche
e gli operai. Sono lì in compagnia dei poveri - ".
Conservava
anche la sua devozione alla Vergine. La statua della Vergine, portata a Lisieux
con la famiglia, presiedeva nella camera di Maria dove si faceva ogni sera la
preghiera in comune, e dove il mese di Maria era celebrato. Egli restava fedele
alla recita quotidiana del rosario e aveva anche conservato il suo fervore
alençonnese per san Giuseppe e per san Francesco Saverio di cui faceva, e
faceva fare, la novena della grazia.
La
sua generosità si mostra soprattutto in favore dei poveri e degli sfortunati.
Come ad Alençon, durante le sue passeggiate con Teresa, "amava farmi portare
l'elemosina ai poveri che incontravamo". Suor Maria dell'Incarnazione ci dà
ancora l'eco della testimonianza di Maria: "Specialmente il lunedy un buon
numero di poveri venivano a chiedere l'elemosina. Non solamente li si riceveva
bene, ma gli si dimostrava del rispetto. È così che un giorno
(
.. ) il Servo di Dio aveva chiesto a uno di questi poveri di benedire le due
figlie Teresa e Celina ".
Di
fronte al prossimo "Era di una carità ammirabile e non ne diceva mai il
minimo male. Scusava tutti gli errori e non permetteva che li si
criticasse", testimonia suor Genoveffa.
È
sempre stato di una rimarchevole fedeltà nelle sue amicizie, anche le più
vecchie, desiderando soprattutto per loro che si avvicinassero a Dio.
Così
Luigi Martin, che veniva salutato con rispetto, offre l'esempio di una vita di
rettitudine eccezionale in cui, restando Dio il primo servito, egli è sempre
disponibile al prossimo.
Lo
si considerava anche "come un patriarca d'altri tempi e come un
santo". Lo attesta Maria Giuseppe della Croce, Marcellina Husè, che fu
nella sua giovinezza domestica presso i Guérin, e che lo ha ben conosciuto.
CAPITOLO
OTTAVO
"Mio Dio, eccomi davanti a voi; povero, piccolo, denudato di ogni cosa.
Io
sono niente, non ho niente, non posso niente. Sono qui ai vostri piedi immerso
nel mio niente. Vorrei avere qualcosa da offrirvi; ma non sono che miseria.
Voi
voi siete il mio tutto, voi siete la mia ricchezza (...). Che io sia
nell'edificio, non come la pietra lavorata e ripulita dalla mano dell'operaio,
ma come il grano di sabbia oscuro, sfuggito alla polvere del camino.
Mio
Dio, vi ringrazio di avermi fatto intravedere la dolcezza delle vostre
consolazioni.
Vi
ringrazio di non avermene privato. Tutto ciò che fate è giusto e buono.
Vi
benedico dalla mia indigenza. Nulla rimpiango, se non di avervi poco amato. Non
desidero nulla, se non che la Vostra volontà sia fatta.
Voi
siete il mio Maestro e io sono nostra proprietà (...). O Gesù, come è buona
la Vostra mano, anche nel mezzo della prova!
Che
io sia crocifisso, ma crocifisso per Voi! Così sia!".
Questa
preghiera del generale de Sonis, recitata da Luigi Martin, ci introduce nel
mistero degli ultimi anni della sua vita.
Al
momento di lasciare Alençon, dopo la morte della sposa, e di rinunciare ad ogni
attività professionale, Luigi Martin non mancava né di vigore né di vitalità,
a cinquantaquattro anni.
Si
era sempre occupato puntualmente dei suoi affari, senza essere mai impedito da
qualche genere di malattia.
La
corrispondenza familiare non fa mai allusione a malesseri, al contrario troviamo
la testimonianza di Zelia la quale trova che suo marito "non ha mai
sofferto", paragonandolo alla propria salute così fragile. La sola
allusione a un problema di salute si trova nella corrispondenza delle figlie.
Maria riporta, il 9 maggio 1977, una frase di Teresa: "Papà ha bobo al suo
orecchio". In un tema di Teresa, datato 15 ottobre 1885, si scopre
l'inquietudine che il "caro papino" non abbia abbastanza cura di sé.
Questo timore è espresso alla fine del viaggio a Costantinopoli, che niente di
spiacevole, evidentemente, aveva impedito.
Dopo
il suo ritorno, le figlie sottolineano la loro preoccupazione riguardo un male
dietro l'orecchio, di antica origine.
Ma
non è che a partire dal 1887 che la sua robusta salute va progressivamente
decadendo e provoca delle angosce crescenti.
Prima
degli avvenimenti che narreremo si era già consumato per Luigi Martin il
sacrificio delle figlie maggiori.
La
prima a prendere il volo non sarà la più grande, ma Paolina. In seguito ad una
illuminazione ricevuta nella cappella di Notre-Dame du Mont Carmel nella chiesa
di San Giacomo il 16 febbraio 1882, ella comprende che il suo posto non è
alla Visitazione di Le Mans, ma al Carmelo, e a quello di Lisieux. La reazione
del padre è, come sempre, di fede profonda pur nel doloroso sacrificio,
acconsentito con gioia. Teresa racconta di aver visto nella partenza di Paolina
l'inizio della propria vocazione carmelitana, "per Gesù solo". Il 2
ottobre 1882, "papà andò sulla montagna del Carmelo ad offrire il suo
primo sacrificio". Paolina, divenuta suor Agnese di Gesù, farà la sua
professione religiosa l'8 maggio 1884, il giorno della prima Comunione di
Teresa.
L'anno
seguente, suo padre scriverà: "Ringrazio il buon Dio di averle dato una
così alta vocazione"; da Costantinopoli.
In
questo periodo Maria, diretta dal 1882 da padre Pichon, vedrà a sua volta
precisarsi la sua vocazione per il Carmelo e si decide a parlarne al padre
appena pensa che Celina possa sostituirla nella conduzione della casa. Anche lei
ci ha lasciato il racconto dell'annuncio della sua decisione al padre.
Sconcertato
per la separazione dalla sua "grande", egli accetta comunque con tutto
lo slancio del suo cuore. Prima della partenza di Maria, all'inizio di ottobre
1886, conduce le sue quattro figlie ad Alençon per pregare sulla tomba della
madre. È qui che si situa l'episodio della precipitosa entrata di Leonia presso
le clarisse di Alençon raccontata da Teresa, che non avrà per il momento buon
fine.
Maria
entra al Carmelo il 15 ottobre 1886, mentre il 1° dicembre dello stesso anno
Luigi Martin torna ad Alençon per ricondurre Leonia ai Buissonnets.
Il
giorno della vestizione di Maria, il 19 marzo 1887, fa una confidenza al suo
amico, padre Godefroy Madelaine, priore dei Premonstratensi di Mondaye (Calvados):
"Sono molto felice, ecco già due mie figlie la cui salvezza è assicurata:
ne ho ancora una che non ha che quattordici anni e che già brucia dal desiderio
di seguirle". Nella sua intuizione soprannaturale, in seguito alla
trasformazione della sua Reginetta dopo la grazia del Natale 1886, papà Martin
comprendeva che per Teresa le cose stavano per compiersi.
Ma
il 1° maggio 1887 è colpito da un primo attacco di paralisi, preludio del
suo lungo e umiliante calvario.
Questa
crisi è rapidamente scongiurata. Allora Teresa sceglie il giorno di Pentecoste,
29 maggio 1887, per fare al padre la "sua grande confidenza". La
reazione di fede amante di Luigi, una volta di più, è ammirabile, malgrado lo
strazio che causerà la partenza della sua beniamina.
Il
16 giugno dello stesso anno Luigi Martin va a Touques con le tre figlie e don
Lepelletier, che l'accompagna a pesca. Poco tempo dopo, può aiutare Teresa
nei suoi tentativi e intraprendere il pellegrinaggio a Roma per tentare un
supremo ricorso al Sovrano Pontefice affinché Teresa possa entrare al Carmelo a
quindici anni. Ma Teresa nota che il padre "si stancava facilmente, che non
era più così gaio come d'abitudine"; Celina ricorda di avere visto il
padre, nel corso del viaggio, "d'un pallore mortale e le labbra molto
violacee".
Verso
la fine dell'anno la salute sembra ristabilirsi; ma le cose tendono a volgersi
verso un peggioramento.
Vi
è però, intorno a questa grave malattia di papà Martin, un'aura spirituale di
cui bisogna tenere conto se si vuole comprendere il destino eccezionale di
questo "Amico del buon Dió", come si è definito lui stesso.
Vi
era infatti già stata la visione profetica di Teresa. Nel 1879 o 1880 circa,
Teresa, affacciata ad una finestra del belvedere durante un'assenza del padre
che si era recato ad Alençon, l'aveva visto in fondo al giardino "Molto più
curvo (…). La sua testa era coperta da una specie di grembiule (...)".
Dopo la morte del padre, Teresa e la maggiore Maria nel corso di una
conversazione compresero che "era proprio papà quello che avevo visto, che
avanzava curvato dall'età (…). Era proprio lui, che portava sul suo viso
venerabile, sulla sua testa imbiancata, il segno della sua gloriosa prova".
Nel
periodo situato tra il viaggio a Roma e il suo ingresso al Carmelo, Teresa nota
"i progressi che papà faceva nella perfezione; sull'esempio di san
Francesco di Sales, era giunto a padroneggiare la sua vivacità naturale al
punto che pareva avere la natura più dolce del mondo (…). Infine il buon Dio
lo inondava di consolazioni: durante le sue visite giornaliere al Santo
Sacramento, i suoi occhi si riempivano di lacrime e il suo viso respirava una
beatitudine celeste". Durante il pellegrinaggio a Roma, trattato da fariseo
da un viaggiatore collerico, egli non lasciò trasparire alcuna contrarietà e
trovò poi l'occasione di stringere amabilmente la mano del suo insultatore.
Dopo
l'entrata di Teresa al Carmelo, ancora addolorato per la separazione, scrive
ai suoi amici Nogrix: "Dio solo può domandare un simile sacrificio, ma
Egli mi aiuta così potentemente che in mezzo alle mie lacrime, il mio cuore
sovrabbonda di gioia". Il 24 maggio seguente Luigi Martin assiste alla
velazione della maggiore, Maria, e al pasto di famiglia che segue, senza
manifestare affaticamento. E fa prova di un bell'equilibrio soprannaturale
rispondendo ad un amico che lo confronta, a proposito dell'entrata di Maria,
ad Abramo pronto a sacrificare il figlio: "Sì, ma lo confesso, avrei
alzato lentamente il mio coltello, sperando nell'angelo e nel montone".
È
in queste condizioni che fa, nel mese di maggio 1888, uno dei suoi viaggi
regolari ad Alençon, per rivedere amici e famiglia e regolare degli affari.
Al
ritorno va a vedere nel parlatorio le sue tre carmelitane e fa loro questa
confidenza che le riempie ad un tempo di ammirazione e preoccupazione: "Ho
ricevuto nella chiesa di Nótre-Dame delle grazie così grandi e tali
consolazioni; che ho fatto questa preghiera: - Mio Dio... voglio soffrire
qualcosa per voi! - . E io mi sono offerto...". Le carmelitane hanno
compreso la parola detta sottovoce. Sanno molto bene che le anime ardenti si
offrono come vittime alla giustizia di Dio. L'invenzione di Teresa, in questa
realtà, sarà di offrirsi anche lei "vittima d'olocausto", ma
all'amore misericordioso del buon Dio.
E
il 15 giugno, quando Celina gli comunica la sua vocazione, è ancora la gioia
del sacrificio che sgorga spontaneamente dal cuore di papà Luigi. Come segno
tangibile di questa offerta, verso la fine dell'anno, Luigi Martin consegna al
canonico Rohée, arciprete di San Pietro, i diecimila franchi oro necessari per
dotare la cattedrale di Lisieux di un nuovo altare maggiore.
Nei
suoi Manoscritti, rivedendo il passato alla luce di ciò che aveva vissuto in
seguito, Teresa scrive: "Papà aveva da poco offerto a Dio un altare, e fu
lui la vittima scelta per esservi immolata con "Agnello senza
macchia". In effetti, l'umile preghiera di Luigi Martin stava per essere
ascoltata e la prova stava per posarsi sul suo capo, come la mano del Sovrano
Pontefice, benedicendo "il padre di due Carmelitane"; si era posata
"sulla testa venerabile del mio caro Re, sembrando così marcarlo con un
sigillo misterioso (...) profetizzandogli il martirio (... )".
E’
un lungo e penoso martirio, dovuto a una encefalopatia vascolare progressiva
per arteriosclerosi cerebrale diffusa, è la malattia che condurrà alla morte
Luigi Martin.
Una
malattia che interrompe a intermittenza la comunicazione con i propri cari, che
fa molto soffrire moralmente sia il malato che i suoi familiari ed amici.
Suor
Genoveffa ha raccontato al dr. Assailly che, al tempo in cui era nel pensionato
di Abbaye, si disse un giorno che il papà di una delle sue compagne aveva
perduto la testa e che suo padre, a cui aveva raccontato il fatto accaduto
nella classe, si era fermato in mezzo alla strada dicendo: "Oh!, figlie
mie, è la più grande prova che possa essere data!".
Proprio
questa prova, che spingerà un uomo fino ad allora rispettato e considerato un
patriarca in una delle categorie sociali più disprezzate a quel tempo, quella
degli alienati mentali, sarà data a papà Martin e alle sue figlie, accusate,
nei pettegolezzi della città, di avere causato la sua alienazione poiché
avevano abbandonato il padre una dopo l'altra.
"A
partire da giugno (1888) le figlie rimaste presso di lui, constatarono certe
cose anormali nel suo comportamento: distrazioni, dimenticanze, uscite di casa
in una tenuta scomposta" (suor Maria dell'Incarnazione). Tutte cose che non
rassomigliavano affatto alla dignità e puntualità abituali del loro papà.
Dal
15 giugno la malattia si aggrava considerevolmente: delle angosce lo
attanagliano, fugge senza avvisare la famiglia, compie delle spese avventate. Il
22 o 23 gennaio 1889 Celina scrive a Giovanna Guérin, descrivendo dei sintomi
allarmanti: "grida, risate prolungate, piana; battimenti di mani;
conversazioni da solo (... ) ".
Il
12 febbraio sopravviene la grande crisi: terrori, allucinazioni, perdita di
memoria. Luigi brandisce un revolver per difendere le figlie contro degli aggressori
immaginari. Isidoro, giunto in fretta, lo fa disarmare e prende la decisione
di farlo internare al Buon Salvatore di Caen.
Gli
appunti di suor Maria dell'Incarnazione raccontano l'ultimo drammatico
incontro del signor Martin con suor Agnese, al momento della sua partenza per
Caen, dove egli credeva di andare per una passeggiata.
In
questo periodo al Buon Salvatore vi erano circa 1700 persone, suddivise in un
pensionato, un esternato, una scuola di sordomuti, un dispensario e dei
padiglioni per i malati mentali.
In
questo luogo lo scrittore Barbey d'Aurevilly aveva potuto vedere il Cavaliere di
Touches, internato al Buon Salvatore dal 1826 fino alla sua morte, nel 1858.
Nel romanzo che lo consacrò, Barbey d'Aurevilly lo descrive putrescente nel
più raccapricciante dei sepolcri una casa di folli!".
Era
la reputazione che avevano queste case nell'idea comune: possiamo quindi
comprendere l'angoscia interiore, che egli non manifestò, che ebbe Luigi
Martin quando vi si vide rinchiuso e comprese la sua situazione.
Questo
ospedale era uno dei primi stabilimenti psichiatrici di Francia e, nonostante
l'idea che circolava comunemente, in questo luogo "il nutrimento è sano,
migliore che in altri asili, la pulizia dei locali è esemplare, la
sollecitudine che circonda gli uomini e le donne alienati al Buon Salvatore,
più grande che in altri luoghi". Era retto da una comunità di 215
religiose, due delle quali, madre Lecoquil e suor Costard, incaricate dell'assistenza
a papà Martin, esprimono subito rispetto ed attaccamento per questo malato poco
comune.
È
infatti proprio nel corso di questa lunga e dolorosa malattia, "la nostra
ricchezza", come la definirà Teresa, che si rivelano i tratti profondi
della fede di Luigi Martin e che si formerà, sulle tracce del padre, lo spirito
soprannaturale che condurrà la piccola Teresa ad essere considerata "la più
grande santa dei tempi moderni".
Non
è possibile riportare qui tutte le testimonianze che rivelano questo percorso
di unione al mistero della misericordia di Dio compiuto da Luigi Martin e dalle
figlie, in cui i particolari di una vita quotidiana vissuta ormai nel più
completo abbandono di sé, mostrano in modo evidente come la malattia e la
morte, nella fede, siano lo stesso cammino di Cristo verso la croce e la
resurrezione.
Nell'introduzione
al libro su Luigi Martin del dr. Cadèot, don René Laurentin ci dice:
"L'autore è medico. Ha curato persone colpite dalla stessa arteriosclerosi
cerebrale che conobbe il signor Martin. Li ha curati e accompagnati
umanamente, nell'interiorità; ha osservato presso queste persone rigettate
dalla società, decadute, disprezzate, sussistere i valori. Diventato medico di
una Casa religiosa per handicappati mentali profondi, egli constata, con il
fondatore della Casa: - Vi sono tra loro degli autentici santi - ".
È
questo il caso di papà Martin.
A
differenza di molti colpiti da questa malattia, egli mantiene un ammirevole
distacco da sé, testimoniato dalle suore che lo assistono.
Ha
cominciato col volere essere messo in seconda classe, dunque senza camera
particolare, per essere più vicino ai suoi compagni di sfortuna. Mai un rimpianto
è uscito dalle sue labbra, se non per la lontananza dalle figlie. "Sto
bene qui e ci sono per volontà di Dio. avevo bisogno di questa prova. Credo sia
per abbattere il mio orgoglio... Poi; faccio dell'apostolato intorno a me.
Molti hanno bisogno di conversione". Ha detto al medico: "Ero sempre
stato abituato a comandare e mi vedo ridotto ad obbedire. È duro. Ma so perché
il buon Dio mi ha dato questa prova non avevo mai avuto umiliazioni nella mia
vita, ce ne voleva una". Il medico gli rispose: "Eh, bene, questa può
valere!".
Il
10 marzo Celina si accorge che non domanda più di uscire dall'ospedale. Si
rassegna a restare "tanto quanto si vorrà".
Passa
comunque da alti e bassi sconcertanti: ordinariamente felice di ricevere le
lettere delle sue carmelitane, qualche volta le rifiuta. È cosciente del suo
stato e lo attribuisce qualche volta all'azione del demonio; chiede allora che
si accenda un cero benedetto. Celina lo paragona a Giobbe nella sua sofferenza.
E quando gli si annuncia che tutta la famiglia fa una novena a san Giuseppe per
domandare la sua guarigione, risponde: "No, non bisogna chiedere questo, ma
solamente la volontà del buon Dio". Nei suoi momenti di crisi riprende il
gesto di coprirsi la testa, ripetendo: "Tutto per la più grande gloria di
Dio".
Anche
allora la sua apertura verso gli altri non si smentisce: regala un'immagine a
suor Costard per ringraziarla della sua sollecitudine, divide con i compagni i
dolci procuratigli dalle figlie e non reclama nulla per sé, trovando eccellente
tutto ciò che gli si dà. È felice che Leonia e Celina si svaghino in viaggio
con i Guérin, loro che hanno passato tre mesi a Caèn per essere più vicine a
lui.
Il
servizio di Dio rimane la sua grande preoccupazione: rifiuta due tortine
offerte da suor Costard perché è la Settimana Santa. Quando sta bene assiste
ogni giorno alla messa e si comunica.
Le
alternative di miglioramenti e di agitazione però continuano ad inquietare la
famiglia.
È
soltanto il lo maggio 1892 che sarà possibile ricondurlo a casa, completamente
paralizzato.
Il
12 maggio lo si conduce al Carmelo, dove rivede nel parlatorio le tre figlie. Al
momento della separazione, non può dire che queste parole, indicando con il
dito: "Al cielo!".
Parallelamente
all'impotenza fisica infatti, la parola diventa sempre più imbarazzata e
difficile, e ciò gli causa qualche volta "delle angosce strazianti e delle
crasi di lacrime", mostrando che conserva piena coscienza delle sue
condizioni. La sua reazione è allora di dire ancora alle figlie: "O figlie
mie, pregate per me!" e anche "Domandate a san Giuseppe che io muoia
come un santo"; parole riportate da Celina, che mostrano la costanza del
suo abbandono alla volontà di Dio, al di là di tutte le sofferenze, di tutte
le privazioni.
Sarà
proprio Celina ad assistere il padre nei suoi ultimi istanti, il 29 luglio del
1894, nella residenza della Musse, che i Guérin avevano ereditato e in cui
avevano portato nelle vacanze estive anche papà Martin.
Da
alcuni giorni si susseguivano crisi cardiache, ma l'agonia comincia alle cinque
del mattino di domenica 29 luglio.
Celina
e la zia sono sole al capezzale del morente, perché una parte del personale è
a messa.
Così
racconta Celina: "Verso le sette e tre quarti; ci accorgemmo che il mio
caro babbo era gelato, mia zia mi lasciò per preparare delle bottiglie d'acqua
calda e per avvertire mio zio (...). Io pregavo angosciosamente, chiedendo al
buon Dio di ispirarmi quello che dovevo fare, perché non mi ero mai trovata al
capezzale di un moribondo. Allora, dissi ad alta voce queste tre invocazioni -
Gesù Giuseppe e Maria vi dono il mio cuore, l'anima mia e la mia vita. Gesù,
Giuseppe e Maria, assistetemi nell'ultima mia agonia. Gesù, Giuseppe e Maria,
fate che io muoia in pace, in vostra santa compagnia - . In questo momento il
mio diletto padre aprì gli occhi e li posò su di me con un affetto e una
riconoscenza indicibili. Essi erano pieni di vita e di intelligenza. E poi li
chiuse per sempre".
Lo
stesso giorno scrive per annunciare al Carmelo la morte del padre: "Papà
è in cielo ( ..) lo zio ha detto che non aveva mai visto una morte così
pacifica".
Sul
letto di morte la sua bella figura serena faceva pensare a san Giuseppe.
Il
corpo di Luigi Martin, con addosso lo scapolare di Nostra Signora del Monte
Carmelo, viene deposto in una bara di quercia piombata per esser trasportata a
Lisieux, dove si celebrano i funerali il 2 agosto.
È
però Teresa, la sua Reginetta, che, scrivendo alla sorella Leonia il 20 agosto
1894 trova le parole più belle: "La morte di papà non mi fa l'effetto di
una morte ma di una vera vita. Io lo ritrovo dopo sei anni di assenza lo sento
intorno a me che mi guarda e mi protegge... Cara sorellina, non siamo noi più
unite ancora, ora che guardiamo i Cieli per scoprirvi un padre e una madre che
ci hanno offerte a Gesù? (...). Presto i loro desideri saranno compiuti e tutti
i figli che il buon Dio ha loro donato Gli saranno uniti per sempre".
È,
quella che abbiamo raccontato, la storia della salita verso Dio di una coppia di
persone sposate. Insieme hanno fondato una famiglia dove hanno coltivato le virtù
cristiane con l'alto ideale di avere molti figli per consacrarli a Dio; per
questo gli sposi vengono presentati in un'unica causa di canonizzazione.
Abbiamo
davanti a noi due sposi ricchi di fede e di spirito soprannaturale. Entrano
nello stato matrimoniale per compiere la volontà di Dio e la procreazione,
come la nascita e l'educazione dei figli, sono immersi in questo spirito di
servizio autentico.
Per
corrispondere al massimo ai disegni di Dio essi non si sono sottratti alle
prove, ai sacrifici, alle rinunce. Fortificati dalla vita sacramentale e dalla
preghiera incessante sono venuti a capo di tutto per amore e nella gioia.
L'armonia familiare e il loro amore reciproco si sono comunicati alle figlie,
hanno lasciato un'impronta nel loro ambiente, hanno suscitato attrazione e
ammirazione, anche se hanno trascorso una vita molto riservata e chiusa tra i
muri della vita domestica; avevano poche relazioni nel mondo cittadino e non
hanno compiuto azioni esterne che impressionino.
Le
loro esistenze si svolgono nel corso del XIX secolo, in un momento in cui la
vita cattolica in Francia, dopo la Rivoluzione, conosceva una nuova vitalità.
Essi
hanno dato alle loro figlie, in una famiglia dove l'amore familiare era molto
intenso, una educazione così attenta e così orientata verso Dio che le
cinque figlie, giunte all'età adulta, si sono consacrate alla vita religiosa,
quattro al Carmelo di Lisieux, una alla Visitazione di Caen.
E
la più giovane ha ricevuto dalla Chiesa non solo l'onore degli altari, ma è
stata proclamata Dottore della Chiesa.
Possiamo
concludere la storia di questi due coniugi soltanto con la Parola di Dio, che
entrambi amarono, ed insegnarono ad amare, fino al sacrificio:"Allora il
giusto, a fronte alta starà davanti a coloro che l'oppressero, e disprezzarono
le sue fatiche. Vedendolo, saranno agitati da terribile paura e stupiranno per
la sua inaspettata salvezza. Ricreduti; benché senza vero pentimento, si
diranno tra sé, gemendo per angustia di spirito: Ecco quello che una volta
deridemmo e fu bersaglio dei nostri vituperi. Stolti noi; che stimavamo una
pazzia il suo modo di vivere e senza onore la sua fine. Come mai è annoverato
tra i figli di Dio e la sua sorte è in mezzo ai santi?" (Sap 5, 1-5).