…
C’E’ PADRE CARLO!
Entrando
nel Santuario della Madonna dei Cappuccini, a Casalpusterlengo (Milano), si
vede subito, a destra, la tomba del Servo di Dio Padre Carlo Maria Vigevano da
Abbiategrasso. Una tomba umile, se volete, ma non trascurata, anzi! Chi
frequenta il Santuario sa molto bene che non mancano mai luci accese su quella
tomba, e fiori... - magari anche solo di plastica.
Se
leggiamo le date incise sulla grande lapide, vediamo che non si tratta, poi, di
persona tanto recente. "Nato 1825... morto 1859". Un Frate, quindi,
vissuto nel secolo scorso, e morto assai giovane: nessuno può dire più di
averlo visto, di averlo conosciuto personalmente, o di aver un giorno parlato
con lui.
Eppure
è chiaro che questo Frate è vivo nel cuore della gente; e si sente che ... c'è
Padre Carlo in questo luogo! La sua presenza s'impone, i devoti ne parlano con
fede, tutto il Santuario della Madonna ripete che Lui è lì come fosse vivo.
Molti si confidano con Lui e si affidano a Lui, Lo salutano entrando o uscendo
dalla Chiesa, accendono lumi come a un grande amico, toccano la Sua immagine
appesa alla parete come per accarezzare o riceverne forza, si raccomandano a
Lui inginocchiati sul gradino di marmo, o ringraziano silenziosi, ricordando
la propria vita e la Sua bontà che l'ha arricchita di grazie e di esempi,
letti nelle sue biografie...
Ebbene,
vogliamo parlare anche noi, brevemente, di questo Padre Carlo? Non è una
"vita" questa, nè si ha pretese di dire cose nuove (e... poi, le vite
non si inventano, bisogna copiarle, e tutt'al più commentarle).
Vorrei
subito chiarire bene due cose importanti, da non dimenticare mai.
1)
Seguirò la linea della Sua "vita", senza citazioni di pagine, ma
mettendo "tra virgolette" le varie trascrizioni: come se si trattasse
di una breve lettura commentata...
2)
Dovendo riferire anche fatti straordinari e miracoli, e parlare di "santità",
dichiaro subito espressamente che intendo dare a questi termini e fatti soltanto
un significato e una spiegazione naturali, lasciando alla Suprema Autorità
della Chiesa definire - se lo vorrà fare - se si possono e debbono accettare
anche in senso teologico di veri segni soprannaturali. Io intendo parlare col
semplice linguaggio popolare, né potrei fare di più.
Una
raccomandazione: di grazie, piccole e grandi, se ne ottengono molte
rammandandosi con fede al Servo di Dio Padre Carlo da Abbiategrasso. Perchè non
riferirle, o scriverle, e così tutti si sappia e si ringrazi assieme il
Signore, come assieme Lo si prega ogni giorno nel Santuario per i devoti di
Padre Carlo? O non è più una lode al Signore ringraziarLo "perchè Egli
è buono" (Sal. 118,1)? Anche per rispondere con i fatti e con fede a tanta
cronaca nera o blasfema... L'indirizzo è:
SANTUARIO
MADONNA DEI CAPPUCCINI 20071 CASALPUSTERLENGO (MI)
Dio,
però, non suscita mai tra noi figure grandi come questa di Padre Carlo solo
perchè ci ottengano miracoli! Dio ci dà i Santi soprattutto perchè col loro
esempio e col loro aiuto impariamo e ci incoraggiamo a diventare sempre più
santi anche noi. E per questo che mi accingo a scrivere queste povere pagine:
perchè ci ricordino la fede di Padre Carlo e il Suo grande amore a Dio e alla
Vergine Santissima!
(dalla
1 ° edizione, 1979)
(Per
questa seconda edizione)
Esauriti
i cinquemila libretti della prima edizione, eccoci nella necessità di dover
supplire subito alle richieste con una ristampa del libretto. Nel frattempo, con
la pubblicazione del bel volume "... e Maria lo prese con sè...",
Padre Carlo è senz'altro meglio tratteggiato e più conosciuto (e studiato).
La presente nuova pubblicazione ha con sè tanti piccoli miglioramenti, ma
sostanzialmente non porta nulla di più della precedente: è solo un poco più
ricca di fatti e un poco più giusta nella cronologia. Lo scopo, quindi, del
libretto è identico al precedente: far conoscere più facilmente Padre Carlo
a tutti, a gloria di Dio e della Vergine Maria. Amen!
Ecco
un libretto scritto con tanto amore e tanta passione.
È
il frutto maturo di un'istanza e di un desiderio vivissimo che riempiva e
impreziosiva l'aria attorno al convento e al Santuario della Madonna dei
Cappuccini: c'era in tutti un bisogno di conoscere e di vedere più a fondo;
questa aspettativa ha colmato il vuoto e P. CARLO VIGEVANO DA ABBIATEGRASSO da
queste pagine continua nella sua terra benedetta la sua missione universale di
perdono e di pace.
Tutti
hanno redatto questa piccola biografia e così si spiega anche il motivo per
cui il confratello cappuccino che ne è l'estensore materiale, voglia mantenere
l'incognito.
Meglio
così: in questo senso è di tutti e tutti la leggeranno con amore e
passione!...
"C'è
Padre Carlo "è il titolo ed è indovinatissimo perchè contiene e
sviluppa quella volontà popolare di vederselo ancora vicino pronto a
documentare in se stesso il dono di Dio e quanto è "vero, nobile, giusto,
puro, amabile, onorato" questo dono fatto agli uomini!...
La
lettura appassionata di queste pagine agili e devote porterà ciascuno a
ricostruire personalmente questa figura meravigliosa di frate servitore della
Madonna, io ho solo due idee da consegnare come preludio e guida alla lettura
stessa.
Primo:
non si dirà mai abbastanza che Padre Carlo è un giovane! A 33 anni è già di
nuovo con Dio!... E tutta questa vita di stenti di sacrifici di preghiere di
tensione verso il convento e verso Dio di benedizioni di grazie di miracoli è
vissuta e bruciata rapidissimamente intensamente luminosamente in pochi anni!
Solo
73 mesi (sei dei quali trascorsi appena dentro la porta del convento) gli sono
stati più che sufficienti per completare quella carica di santità che lo
contraddistingue!...
Come
dire: Dio ha avuto fretta e ha lavorato su quello spirito malleabile teso
impaziente e giovanile con una rapidità vertiginosa per far sgranare di colpo
occhi attoniti e stupefatti sulle meraviglie della Sua potenza.
Il
mio dire può sembrare forse ridondante e calcato ma per me è questo l'aspetto
che colpisce di più, è questo il denominatore comune che dà pieno significato
a gesti "istintivi" e clamorosi che impressionano e lasciano senza
fiato.
Non
occorrerebbe nemmeno sottolinearli. Nella biografia, infatti, vengono narrati
con parole semplici senza gonfiature, ma qui sta il bello! Non ne hanno bisogno
perchè fanno parte integrante dello stile scelto da Dio in questa stupenda
collaborazione con l'uomo e se tengo presente la Sua "fretta" perchè
è poco il tempo a disposizione e molto il bene da compiere, tutto diventa
chiaro e naturale, quasi quasi lassù è ordinaria amministrazione, non fa
nemmeno cronaca.
Ma
io ne parlo perchè voglio gridare ad alta voce (ecco la seconda idea!) una
marcata identità tra lui e Francesco d'Assisi proprio in questi momenti
"di ordinaria amministrazione": padre e figlio che si incontrano e si
"ripetono" perchè unico e medesimo è lo Spirito che agisce!...
Cogliere
e approfondire questi punti d'incontro, questo "filo diretto" che
non conosce interruzioni per passare di tempo e mutare di luoghi, è far vibrare
l'anima all'inverosimile, è gridare al miracolo continuo e uno per quanto
povero e sprovveduto di cose spirituali come chi scrive, non può non intonare
a viva forza: "Laudato si", mi Signore per questo tuo
"lavoro" incessante col quale allumini noi e a noi tue creature dai
sostentamento...
Laudato
si', mi Signore, per la "mano d'opera" utile, umile, preziosa e
casta che impieghi senza sosta nel mondo delle anime e quanti frutti produci con
coloriti fiori per le plaghe del Tuo regno!...
Laudato
si', mi Signore, per quelli che si accorgono della "fatica" e ne
fanno tesoro. Beati perchè da te, Altissimo, saranno incoronati!..."
E
non è difficile rientrare in questa beatitudine di nuovo conio: basta lasciarsi
prendere dai fatti, da quella profonda "poesia" che vi sta sotto e
tesse e ricama quel filo di identità "clarite et pretiose et belle"
che appartengono a Dio... Ecco alcuni di questi "brani":
P.
Carlo, non ancora cappuccino, intercede con insistenza per due ladri di piccolo
taglio. Chiede ripetutamente - lui il derubato - la scarcerazione ed è
interessante notare come minimizzi il fatto e invochi perciò clemenza; anzi in
un'altra circostanza stavolta delittuosa arriva a proporre di sostituire lui i
due condannati a morte, rei di aver ucciso una persona: "Vogliate
condonargli la vita o si metta me come sostitutore di quelli... ". Qui per
forza di cose si va indietro nei secoli e si piomba in piena poesia dei
"Fioretti": "Come Santo Francesco convertì tre ladroni
micidiali, e fecionsi frati... ". Fioretto 26 e non occorre assolutamente
che lo esponga: l'ho già fatto sopra!
P.
Carlo, ormai frate anche se non ancora sacerdote, un giorno si presenta al suo
Direttore spirituale e inginocchiato gli chiede con tutta l'umiltà possibile un
permesso particolare: vuole scrivere a tutti i giovani studenti dell'Ordine
perchè... (e il contenuto mirabile di questa lettera che a quanto pare non fu
mai scritta ma a noi basta l'intenzione non è difficile immaginarlo).
Francesco,
servo di tutti vuole diffondere le fragranti parole del Signore e, non potendo
visitare tutti, scrive una lettera a tutti i cristiani, religiosi, chierici e
laici, uomini e donne che abitano nel mondo intero, perchè sia la sua
ambasciatrice nel riproporre le parole del Signore Gesù Cristo che sono spirito
e vita...
Qui,
se si vuole il padre ha battuto per estensione e larghezza d'intenti il
figlio, ma il gesto è identico e la carica che lo sostiene non è affatto
diversa. Sono due "giovani" (lasciatemi cantare questa – giovinezza
- perchè anche Francesco è giovane di anni e di spirito; muore a soli 44 e
quando detta questa lettera ne ha sì e no 33) che hanno innato il senso della
comunione con gli altri, e naturale il respiro dilatato sull'universo delle
anime; viene loro spontaneo cercare il rapporto con tutti logicamente per
mettervi al centro Cristo che raccoglie e giustifica una simile assemblea...
P.
Carlo, sacerdote, destinato al convento di Casalpusterlengo, esce una mattina a
celebrare la Messa, viene invitato a visitare una bambina ammalata, e...
Non
vado avanti, non mi sento di anticipare il racconto della guarigione. Orrore e
stupore mi scuotono fin nel profondo! Mi aspettavo la solita benedizione, al
massimo l'imposizione delle mani, invece... e mentre la mamma al vertice della
gioia stringe a sè la figlia guarita, a lui manca ancora un "gesto",
un altro dei suoi e Francesco torna a ripresentarsi con estrema evidenza perchè
anche lui ha agito così!...
E
il racconto che riguarda il padre si inceppa un'altra volta ma il fatto è
avvenuto e frate Leone ("Specchio di perfezione" c. 58) l'ha
registrato con puntualità e rigore: "Chi queste cose vide, scrissele e
ne fa testimonianza", perchè ci scuotiamo e crediamo con intensità che
Dio vuole anche "questo" per la salvezza degli altri... Solo i
"violenti" conquistano il regno e ne tengono spalancate le porte!...
Orrore
e stupore non si stemperino tanto facilmente, rimangano dentro assieme alla
dolce visione di Francesco che lava e guarisce il lebbroso.
Questo
"fioretto" ce lo concediamo: "Dice lo infermo: "Io voglio
che tu mi lavi tutto quanto...". Allora santo Francesco fece di subito
scaldare l'acqua con molte erbe odorifere, poi spoglia costui e comincia a
lavarlo con le sue mani; e un altro frate metteva l'acqua. E per divina virtù e
miracolo, dove santo Francesco toccava con le sue sante mani, si partiva la
lebbra e rimaneva la carne perfettamente sanata... A laude di Cristo. Amen.
Penso
possa bastare...
A
tutti buona lettura con l'augurio che la "presenza" di P. Carlo
continui a rendersi viva e operante.
Il
suo spirito pronto giovanile forgiato per grandi gesti che diventano perciò
istintivi e connaturali, aleggi costantemente su di noi perchè vediamo e
proclamiamo la bontà di Dio...
"A
dunque, o fratelli e sorelle, benedite il Dio del cielo e innanzi al mondo date
lode a Colui che ha usato con noi la sua misericordia e serbate memoria del
padre e frate vostro Carlo, a laude e gloria di Colui che lo ha glorificato
nel cospetto degli Angeli... ".
F.
Apollonio Troesi Capp.
È
noto come l'uomo d'oggi ha più bisogno di testimoni che non di maestri, ha
bisogno di modelli,. di esperienze autentiche. È con questa convinzione che
presento la seconda edizione, riveduta e migliorata, della breve e popolare
biografia di P. Carlo da Abbiategrasso, un autentico modello di vita religiosa
e francescana, scritta da un nostro frate.
Oggi,
in ambiente cristiano o religioso, noi disponiamo di ottime leggi, disponiamo
di validissimi testi di spiritualità, negli Istituti religiosi ci si è dato
da fare per la revisione e l'aggiornamento delle Costituzioni alla luce del
magistero conciliare e, bisogna riconoscerlo, oggi i religiosi e le religiose
hanno tra le mani testi legislativi e spirituali veramente ammirevoli. Di una
cosa però, oggi, c'è bisogno: di modelli, di testimoni. Abbiamo bisogno di
vedere come le belle leggi si mettono in pratica.
Qualcuno
mi dirà che P. Carlo appartiene ad un'epoca passata (1825-1859), che era
sintonizzato su una cultura, anche religiosa, diversa dalla nostra. Tutto questo
è vero. Ma è pur vero che il messaggio esperienziale dei santi, come il
messaggio esperienziale del vangelo, supera i limiti del tempo che passa, ed è
in grado di illuminare il cammino di ogni credente che, con sincerità di
spirito, si impegna per la santità.
Nello
spirito delle beatitudini evangeliche, ad un mondo che esalta i potenti e i
ricchi, P. Carlo testimonia l'umiltà e la povertà; ad un mondo sempre più
secolarizzato e agnostico, P. Carlo propone per la vita una lettura di fede
semplice e convinta; ad un mondo estroverso e superficiale, P. Carlo offre
l'esempio di una esistenza vissuta continuamente alla presenza di Dio, in
atteggiamento di costante ammirazione e adorazione. E non sono forse queste le
aspirazioni più profonde, anche se non confessate, dell'uomo d'oggi? Se è
così, l'umile frate cappuccino che nel santuario mariano di Casalpusterlengo
impartisce benedizioni, ha ancora qualcosa da insegnare: dobbiamo
"passare ai fatti".
P.
Fidenzio Volpi Ministro Provinciale
Milano,
Curia Provinciale 20 novembre 1991
Capitolo
I
"Amiamo il Signore, amiamo il Signore e facciamo ogni cosa per amor di Dio" (Padre Carlo).
Si
chiamavano Carlo Vigevano e Giuditta Golzi. Abitanti ad Abbiategrasso, una
cittadina non molto lontana da Milano, erano entrambi cresciuti nella povertà
e nel lavoro, quindi nell'onestà quasi naturalmente. Si sposarono il 17 gennaio
1824.
Carlo
faceva il sarto. Lavoratore indefesso, poco a poco riuscì a migliorare le
condizioni economiche della nuova famiglia, sempre abbastanza numerosa, e a
portarla anche ad una certa agiatezza. Era più preoccupato, però, di tirar
su gente onesta. Hanno detto di lui: "Buona coscienza in ogni cosa e in
ogni opera: ecco la sua divisa!".
Giuditta,
figlia di poveri operai, "ricca di buon senso, di cuore dolce ed
affettuoso", è facile immaginarla affacendata e attenta perché la
famiglia crescesse nella pace, unita, fiduciosa.
"Coltivavano
la vera pietà e il timor santo di Dio", si ricorda della loro vita. Non
sarà stata certamente un'impresa facile, ma comunque fu portata avanti
chiaramente, alla luce del sole, se dopo tanti anni i testimoni lo ricordavano
bene.
I
figli vennero, e non pochi: diciassette! Si aggiunga, quindi, alla "pietà
e al timor di Dio" anche una dose ben difficilmente misurabile di
pazienza, di perseveranza e di coraggio!
Ma
soprattutto fu una famiglia segnata dal dolore. Quasi nessuno dei tanti figli
sopravvisse ai genitori: qualcuno morì in tenera età, altri già più
cresciuti. Quanta forza d'animo e quanta fede in questi due cristiani tanto
generosi!
Il
primo dei figli, nato il 30 agosto 1825, venne chiamato al Battesimo Gaetano
Antonio.
è
il nostro futuro Padre Carlo. Fragile di salute e bisognoso di attenzioni
speciali fin dalla nascita, non lasciò di suscitare ugualmente allegria e
speranze particolari come primogenito!
Ogni
famiglia cresce come ad un'unica scuola, ma ovviamente ciascun membro
corrisponde con una sua propria sensibilità. Mamma Giuditta, "di modi
dolci e soavi con tutti, dotata di gran buon senso e discernimento nel suo
operare", sapeva ripetere con entusiasmo e fede, al cuore dei suoi
piccoli, "parole semplici e profonde sulla bontà di Dio, sulla sua
presenza dappertutto, che vede anche i più nascosti pensieri". Gaetanino
ascoltava e assimilava avidamente, più di tutti.
Si
pregava assieme in casa e si raccontava con spontaneità e attenzione
"quanto Gesù ha fatto e patito per amor nostro". La domenica,
giorno del Signore, tutta la famiglia si muoveva per la Messa, la dottrina, la
Visita...
Gaetanino
imparò facilmente a conoscere e ad amare Colui che era il più importante e che
in casa univa tutti: Dio, rimanendone completamente conquiso.
Portavano
il bambino in Chiesa? I suoi occhi correvano subito là al Tabernacolo
"dove sta Gesù!", e di là non si staccavano tanto facilmente.
Guardando
il Crocifisso, Gaetanino lo fissava a lungo con i suoi occhioni tristi, come se
lo vedesse soffrire, e piangeva... Vedere l'Immagine della Madonna, invece, lo
rendeva "più che mai gioioso" come vedere la mamma, perché aveva
appena imparato che "è la nostra Mamma", e per tutta la vita la
chiamerà così, "La Cara Mamma"!
Rimarrà
soprattutto legato all'Immagine e alla devozione dell'Addolorata, che univa in
un solo sguardo la Madonna e il Crocifisso nelle sue braccia: una visione di
"Amore" veramente forte.
un
fatto straordinario venne a dar ragione a quanti già trovavano nel
comportamento del bambino i segni di una pietà non comune.
In
paese c'era l'annuale Processione nella Festa dell'Addolorata, ma Gaetanino
quella volta era obbligato a letto per una piaga a una gamba e conseguente
febbre. La mamma doveva negargli di alzarsi anche solo per assistere dalla
finestra al passaggio dell'Immagine benedetta. Per timore di non saper
resistere alle insistenti richieste del piccolo, quando la processione stava
avvicinandosi, ella si ritirò in una stanza attigua e si affacciò ad una
finestra, in preghiera. "Gaetanino, vinto dall'impulso del suo amore per
la Madonna, si alza da solo e come può si fa alla finestra. I suoi occhi sono
in quelli di Maria Addolorata. Lancia un grido:
-
Mamma, mamma, la Madonna mi ha guarito! -
Tutti
accorrono e tutti devono constatare che per Gaetanino vedere Maria SS. e
recuperare istantaneamente forze e salute era stata una cosa sola".
Il
fatto, certamente indicativo e prodigioso, dice chiaramente con che amore Maria
SS. guardava a quel bambino, e con quale amore lui già sapeva guardare a Lei!
Ma fu per lui una spinta verso una vita più intima con Dio: ormai era come se
l'Invisibile fosse diventato visibile ai suoi occhi innocenti che lo
cercavano!
la
presenza di Gaetanino si rendeva sempre più viva a modo suo, ma anche più
preziosa e provvidenziale. L'anno nuovo porterà in casa, subito nel primo mese,
il quarto figlio, ma non finirà prima che uno dopo l'altro tutti e tre i figli
nati dopo Gaetanino siano volati in cielo. Incomincia così il lungo e doloroso
calvario di papà Carlo e di mamma Giuditta, che rimarranno nuovamente come aggrappati
nella loro speranza al loro piccolo Gaetano: e sarà proprio lui, con quella
sua fede che ormai vede oltre le apparenze e che si rivela in ogni suo gesto e
in ogni sua parola, a consolarli e ad incoraggiarli.
La
mamma, specialmente, ricorderà vivamente quei giorni, e saprà raccontare per
tutta la vita tutto il comportamento del suo Gaetano.
"Ancora
piccolino - dirà - era pieno di compassione e di bontà per i poveri e per chi
pativa. Non finiva mai di chiedermi pane e centesimi per i poverelli.
"Quando
fanciulletto andava a scuola, voleva che gli mettessi nel suo canestro tanto
pane, tanto companatico e tanta frutta. Ma lui di solito tutta quella grazia di
Dio non la toccava neppure: la dava tutta quanta ai fanciulli poveri della
scuola che avevano poco o niente. Solitamente veniva a casa digiuno, sempre
col suo canestro vuoto: dolente solo di non aver avuto ancor più roba da poter
dare ai suoi piccoli poveri".
Crescendo
negli anni, anche il raggio della sua carità andò aumentando: incominciò a
scoprire tanti ammalati poveri nelle loro case, per cui dovette presto
incaricarsi anche di loro. Li andava a scoprire anche nei cascinali più
lontani, e "non si recava mai a trovarli a mani vuote: a chi portava la
carne per il brodo, a chi la bottiglia di vino per la convalescenza, a chi il
vestito o la stoffa per coprirsi... I soldi che i genitori gli davano per i
poveri subito si volatizzavano, non bastavano neppure per incominciare. Era un
continuo pregare babbo e mamma per ricevere di più, un esporre loro le
estreme necessità trovate presso il tal malato e la tal'altra casa. Si privava
dei suoi vestiti, coperte, ecc. con la scusa che per lui erano
superflue".
Ecco
qua una definizione nuova suggerita da questa carità: superfluo è tutto ciò
di cui io so privarmi per dare agli altri, tutto ciò che io posso e voglio dare
a chi ne ha di bisogno! La lezione ci viene da un ragazzo, Gaetanino, il quale
l'ha imparata a sua volta da Gesù, che per noi, per salvarci, "spogliò
e umiliò se stesso sino alla morte di croce" (Fil. 2,8).
La
lezione è certamente dura, ma Gaetanino l'ha capita presto e la praticherà
sempre di più. Infatti, "giovane fatto, finì per diventare una specie
di accattone del Signore, per amore dei suoi poveri e infermi. Non bastandogli
più i genitori, si attaccava alle tasche degli altri parenti, amici di casa,
ai facoltosi di Abbiategrasso, per trovare aiuti e soccorsi, noncurante se
taluno gli sbatteva la porta in faccia".
SOPRATTUTTO
COL SIGNORE,
però,
la sua vita andava acquistando in intimità, né potrebbe essere altrimenti,
dato che amare e sacrificarsi per i poverelli e i sofferenti ne è solo una
conseguenza, sempre in proporzione. Occorre una struttura spirituale portante,
che noi purtroppo dobbiamo accontentarci di supporre o di indovinare dai
gesti, dai comportamenti e dalle poche parole di chi vive queste esperienze
meravigliose dell'anima. "Gaetano comprese subito che tutti quelli che si
avvicinano a Gesù, a poco a poco perdono le proprie imperfezioni e si vestono
delle perfezioni di Lui stesso".
Possiamo,
quindi, tentare di esaminare i principali incontri, i momenti più forti di
questa vita: la recezione dei Sacramenti, la preghiera-meditazione, e
l'apostolato tra i coetanei.
A
dieci anni e mezzo - S. Pasqua 1836 - gli fu anticipata la Prima Comunione:
normalmente era dopo i dodici o tredici anni. In preparazione a questo grande
avvenimento mutò, a vista di tutti, il suo orario di vita. "Dopo aver
ascoltato la santa Messa, come era sua quotidiana abitudine, si affrettava a
casa e non lo si vedeva più. I parenti, però, sapevano che Gaetano era di
sopra nella sua cameretta intento a prepararsi alla prima Comunione".
I
suoi compagni, che a cinquanta e più anni da quel grande giorno poco o nulla
più ricordavano di preciso dei sentimenti provati in quel momento, ricordavano
ancora tutti l'atteggiamento di Gaetano: "Era trasfigurato. Impossibile
dire con che sentimenti di fede, di pietà e di amore, e con che ardenti
lacrime fece accoglienza a Gesù sacramentato". Altri aggiunge: "Si
udivano gemiti sommessi, sospiri, invocazioni inenarrabili". Quel giorno
ricevette da Papà Carlo in ricordo un crocifisso di argento che conservò fino
alla morte.
Nello
stesso anno, intorno a Pentecoste, si recò al Duomo di Milano per ricevere il
sacramento della Confermazione.
Queste
ondate improvvise e piene di grazia sacramentale, alimentate poi dalla
Confessione e Comunione settimanali lo trasformarono sempre più. "Tutti
notarono... in lui un ardore più vivo di bene, un impegno più vigoroso...
nell'acquisto di tutte le virtù. Lo si vide dedicarsi ancora con maggior
assiduità alla preghiera... Sempre che il tempo e i genitori glielo
permettessero egli si ritirava volentieri nella sua camera o in
Chiesa...".
Per
lui questa "comunione" con Dio era vitale. Scriverà il suo
confessore: "Ogni otto giorni si inginocchiava ai miei piedi, per lo più
nel mio studio. Fattosi il Segno della Croce, mirava estatico il Crocifisso, e
la sua Confessione era un profluvio di lacrime, senza mai aver peccato di
malizia, di rado una venialità volontaria, e per ordinario nessuna materia di
assoluzione; per cui lo stesso confessore era umiliatissimo di aver ai suoi
piedi non un peccatore, ma un Angelo penitente.
"La
preparazione e il ringraziamento ai sacramenti erano senza misura di tempo e di
affetti, perchè cominciavano all'aurora e duravano fino al pomeriggio
consumato. Giovane di pietà soda e instancabile, giacchè tutti i momenti della
sua vita potevansi chiamare una prolungata preghiera o vocale o mentale;
vedendo egli sempre a sè presente il suo Dio, e sempre sospirando col cuore a
lui".
LA
MEDITAZIONE DEL CROCIFISSO,
particolarmente,
continuava a commuoverlo fino alle lacrime, e gli era sempre più dificile
nasconderlo a quelli di casa. "Passava, anche nelle notti del più crudo
inverno, tre o quattro ore inginocchiato nella sua stanza sul nudo pavimento
innanzi al Crocifisso. Sentendo i gemiti e i sospiri che egli mandava, specie le
sorelline, entravano a pregarlo che si volesse coricare; e lui le supplicava di
lasciarlo ancora un poco in orazione... perchè aveva tanto bisogno, e aveva il
permesso del suo Confessore. Alcune volte acconsentivano, ma altre no, e
allora... interrompeva l'orazione, le ringraziava della loro affettuosa premura
per lui e andava a letto", obbediente anche ai minori di lui.
Perchè
piangere tanto davanti al Crocifisso? Non sarà esagerazione di un animo
malato?
La
risposta potrebbe essere difficile da capire. Ho assistito un giorno a un fatto
il cui solo ricordo ancora oggi mi impressiona vivamente, un padre, chino sul
suo unico figlio, di otto anni, moribondo. Quel povero uomo guardava fisso
fisso il suo bambino, e piangeva, triste, sconsolato, in silenzio, quasi
incapace di un minimo gesto, come il suo piccolo in agonia!
Non
dimenticherò più!
Eppure,
anche nella sua cruda realtà, questo fatto non può reggere il confronto col
figlio di Dio inchiodato alla croce, che io vedo nell'atto di soffrire fino a
morire per me! Per me, cioè per colpa mia e per liberarmi appunto da questa mia
colpa che Lui si è addossato. "Non c'è maggior amore che dare la
vita" (cioè, accettare di morire) "per i propri amici" ha
detto Gesù (Giov. 15,13). Ebbene, noi lo guardiamo il Crocifisso, appunto nel
momento in cui compie il gesto del suo maggior amore per noi: ma le anime più
unite a Lui, come quella di Gaetano, coinvolte con forza in quel "maggior
amore" da un maggior dolore, guardano e piangono, senza minimamente
pensare di versar lacrime esagerate o superflue... almeno come quelle del padre
per il figlioletto che muore...
Se
si riesce a capire bene, tutte le lacrime di questo mondo non sono più
sufficienti. Quante volte sorprenderemo Gaetano in questo atteggiamento!
Gaetano
si sentiva libero dalle apparenze delle cose. Lo "vedeva", il suo
Dio, non solo durante la preghiera o nel fare la carità, come abbiamo già
detto, ma nel suo stesso lavorare in casa, e in tutte le relazioni sue col
prossimo: in realtà erano tutte relazioni col Signore, morto e risorto e sempre
con noi.
Così
"cominciò a richiamare l'attenzione del Clero e dei parrocchiani... la
sua carità per i defunti, fin da quando era giovinetto. Tutti notavano la di
lui devota premura a partecipare a tutti i Suffragi ed Uffici... Così
accorreva a tutti i funerali, e particolarmente a quelli dei poverelli.
Procedeva serio, devoto, raccolto, con la Corona del Santo Rosario in mano... Il
tempo, l'ora, il caldo o il freddo, la pioggia o il sole non contavano: si
trattava di compiere un'opera di misericordia".
Oppure,
aiutava il papà a vendere le stoffe in bottega? "Gaetano, alla presenza
stessa degli acquirenti, le svolgeva, .... e minutamente indagava se mai
avessero qualche piccolo difetto. Se lo trovava, lo faceva vedere agli
avventori, e voleva che se ne tenesse conto nel pagare". Ma, (diremmo noi),
gli avventori non hanno occhi? La merce è stata comprata come nuova così, e
così si vende, no? Invece Gaetano insisteva: "In coscienza, non si può! I
difetti della merce vanno fatti vedere al cliente". Inutile aggiungere che
"la gente, vedendo così bene tutelati i suoi interessi, affluiva più
numerosa al negozio; e gli affari della famiglia Vigevano si moltiplicavano e
prosperavano", per la presenza di questo "mercante singolare ed
esemplare", - direi solo cristiano - che serviva Dio in tutti.
era
la prova che lo Spirito stesso di Dio guidava il pensiero di Gaetanino, e questa
facilità si rivelò assai presto. "Cominciò prima di tutto ad
esercitare le opere di carità spirituali verso i piccoli, insegnando loro il
Pater Noster, l'Ave Maria, gli Atti di Fede... i primi rudimenti della Dottrina
Cristiana... istillando nel loro cuore l'amore alla pietà. Li eccitava al
bene e alla virtù... Le sue esortazioni erano sempre:
-
Amiamo il Signore, amiamo il Signore!... -
O
li portava ai piedi di Maria SS. - "La cara mamma!" come era solito
chiamarla, - per recitare il Rosario, cantare le litanie, parlare loro della Sua
bontà materna...". Giovane, si organizzò sempre meglio, e l'insegnamento
della Dottrina Cristiana, l'orazione e la vita di gruppo divennero la sua
prerogativa. Ci metteva tutta la sua capacità, la sua pazienza, la sua bontà
tanto attraente, la sua allegria, la sua fede e il suo entusiasmo che
trascinava.
In
questo ci è preziosa la testimonianza del suo Parroco Don Francesco Palazzi.
"Bramoso di istillare in tutti la pietà" - egli scrive, - "e
molto più nei piccoli fanciulli, tutte le feste ne raccoglieva parecchi: li
riuniva a sé d'intorno, li conduceva alle sacre Officiature, e circondato,
con alta meraviglia di tutti, da questa irrequieta comitiva, sapeva, adesso con
una occhiata amorevole, poi con qualche carezza, indi con un dolce rimprovero,
ricordare ai medesimi la presenza di Gesù, ed avvezzarli all'amore Suo ed al
rispetto alla Sua casa.
"Alla
mattina delle Feste, appena sorta l'aurora, li riuniva in Coro per disporli alla
santa Confessione, e dopo i Vespri li conduceva al passeggio, che solitamente
terminava con la visita al Cimitero.
"Di
coscienza eccessivamente delicata, di carità inesauribile, viveva del solo
desiderio che tutti si salvassero; a tale scopo aveva prescelto alcuni savi e
buoni compagni, affidando a ciascuno un suo ufficio, perché vigilassero sugli
erranti per correggerli ad ogni evenienza e per emendarne i difetti. Se alcuno
soffriva od aveva a scontare qualche castigo in pena di qualche colpa commessa,
egli volonterosamente e spontaneo si offriva a sostituire il paziente. Era umile
dolce e mansueto come un agnello. La sua bontà, perché straordinaria, era
qualche volta posta a bersaglio dai soliti frizzi dei cattivi, ma egli, sempre
coerente a quello spirito di carità e di amore che lo stringeva a Dio,
benediceva l'incontro del disprezzo, tenendo per massima che "un'anima non
sarà mai tanto felice come quando il mondo la vitupera". Del resto in
ogni attrito... egli sempre rispondeva col più piccolo sorriso e profondo
silenzio".
Ci
piace far rilevare tutta la preziosità di questa testimonianza di Mons.
Prevosto Don Francesco Palazzi, e sottolineare, almeno, - la nascita e la
maturazione dell'idea di una specie di Oratorio festivo per l'educazione e
l'assistenza religiosa dei fanciulli;
-
l'organizzazione di una "azione cattolica" ("scegliendo alcuni
savi e buoni compagni... dando a ciascuno un suo ufficio perché
vigilassero," ecc.), quando non erano ancora giunti i felici giorni della
fondazione sia degli Oratori Festivi, sia dell'Azione Cattolica come li abbiamo
noi oggi. Esistevano solo in germe, nei gesti umili, spontanei, personali di
precursori generosi come il giovane Gaetano;
-
il desiderio di pagare di persona gli sbagli degli altri, come elemento di
educazione: convinto che con questo eccesso di bontà, mentre lui stesso si
arricchiva spiritualmente, trascinava gli altri ed otteneva più comunione con
tutti. Ancora una volta l'esempio viene da Gesù, il Crocefisso per noi.
la
pena degli altri! Questo suo desiderio di sostituirsi - come Gesù! - nel
pagare per gli erranti lo portò a compiere gesti eroici di carità, che se non
fossero provati - almeno alcuni - da documenti autentici della polizia del
tempo, potrebbero sembrare inverosimili. Purtroppo devo riassumere tutto in
poche parole, ma un'idea ce la dobbiamo fare.
Il
15 ottobre 1850 due giovanotti rubano a papà Carlo due pezze di stoffa. Papà
Carlo denuncia furto e ladri alla polizia, e i due giovani sono rinchiusi in
carcere per il processo. Gaetano interviene subito per la liberazione dei due:
non riuscendo a smuovere il papà, lo stesso giorno scrive "All'Amorosissimo
Sindaco" chiedendo "di voler perdonare a quei due" e "di
non farne alcun scritto sul libro della Giustizia". Con questo atto si
trova coinvolto davanti alla giustizia umana che lo cita in tribunale, forse
come connivente con i due poveretti. Non ottenuta, però, nessuna scarcerazione
dei due, scrive una seconda lettera il giorno 1 novembre, chiedendo
formalmente: "...Sappia, o caro Sindaco, che io non posso soffrire che
alcuno dei miei prossimi abbiano ad essere imprigionati né castigati pel male
che mi abbiano potuto fare; pertanto, adunque, mossomi a pietà dei
sopranominati, sono a supplicarlo di nuovo:... O Egli li rimette subito in
libertà, o si accetti me per loro; di ciò tanto lo supplico..." E la
lettera continua ripetendo ancora la stessa richiesta: "lo supplico di
rimetterli in libertà, e se non può, di accettarmi per sostitutore" ! -
Non fu ascoltato; la giustizia umana ebbe il suo normale corso di giudizio e
di carcerazione dei due. Ma il gesto di Gaetano rimane come esempio di bontà
tutta, di paradiso.
Circa
un mese dopo, un altro fatto ancora più tragico. "Il 30 Novembre 1850,
in un bosco della Valle Ticino, in territorio di Robecco, venne assassinata e
spogliata di danari e oggetti preziosi, certa signora. Maria Bottes-Odonini...
Le indagini praticate dalla giustizia punitiva condussero alla scoperta dei
malandrini... stati successivamente arrestati e tradotti nelle carceri
Pretoriali di Abbiategrasso". "Mentre, presso la I.R. Pretura in
Abbiategrasso pendeva il processo relativo... il Vigevano che credeva (come
tutti, del resto) dovessero essere condannati alla pena di morte (la terribile
forca austriaca) tanto più che il paese era in istato di assedio, con un governo
militare, pose un'istanza al protocollo criminale della Pretura per esser
sentito in esame nel processo". Nell'udienza presentò scritta la domanda,
confermata poi a voce: "Onoratissimo Sindaco, udii doversi dare la morte
a quei due poveri carcerati (cui si dice) aver dato la morte a quella povera
donna nei Boschi di Casterno, quindi mi sento mosso da Dio a pietà di cotesti,
e già mi nasceva qualche pensiero di salvarli dalla morte, e però io ho
voluto consultare con l'orazione se era volontà del Signore, ed ecco che Egli
ispirommi efficacemente. Dunque per ispeciale impulso dello Spirito Santo io
ebbi a supplicarlo così. Immensi motivi mi inducono a salvarli, quindi lo
supplico: O di condonargli la vita o si metta me per sostitutore di
quelli"! ...
Di
altri interventi come questi si ha notizie varie, tramandate dai Processi.
Gaetano si prendeva a cuore questi "condannati" della giustizia umana,
perché per lui erano veramente dei "poveri" in senso spirituale, e
quindi solo bisognosi di aiuto, più ancora dei poveri di beni materiali per i
quali già abbiamo visto che si privava anche del necessario.
Insomma,
non guardava a sé: mirava solo alla salvezza morale e spirituale dei
"poveri": mirava a seguire Gesù in tutto. "Lo Spirito del
Signore è sopra di me" (Lc.4,18).
Un
piccolo particolare nelle due lettere: il ricorso alla Madonna SS. Nel primo
caso, - quello dei due ragazzi - è solo una promessa "all'amato
Giudice" "di sempre raccomandarlo a Maria SS. quale suo figlio"
in premio della "piena libertà" che vorrà concedere ai due
imputati. Nel secondo, invece, - quello dei due omicidi - coinvolge lo stesso
Giudice che da "supplicato" a rimetterli in libertà divenga anche
"supplicante" "ed insieme a me lo prego raccomandarli a Dio così:
Padre, nel nome di Gesù e di Maria, salvate quelli da ogni male"!
Così
c'è veramente "tutto" Gaetano, tutto il suo cuore, che non è più
suo ma di Dio, della Vergine SS. e dei "poveri" di ogni sorta, specie
dei "poveri" di Dio, i peccatori! E i peccatori hanno "un
rifugio" certo, la Madonna, sempre!
Capitolo
II
"In
ogni nostro bisogno e necessità preghiamo, preghiamo; il Signore è fedele
ad ascoltare ed esaudirci" (Padre Carlo).
(e
anche molto prima!) i giovani pensano al loro futuro. Gaetano ci pensava? Sì,
e il suo piano era davvero grande, generoso, ma ancora segreto perchè difficile
per via della sua salute gracile.
Pure
Papà Carlo, come era l'usanza, ci andava facendo calcoli tutti suoi, e con
ansia faceva al figlio il nome di quella ragazza... di quell'altra... di una
terza... Gaetano, bellamente, senza offendere Papà le aveva sapute
disilludere subito tutte: il suo ideale spaziava in tutt'altra direzione:
pensava al convento, alla vita di frate, di sacerdote, di cappuccino, di
missionario... Andava lontano e ardito il suo pensiero.
Finalmente
si decise a parlarne con i genitori, e tutti si resero conto che Gaetano
internamente procedeva in questa direzione da molto tempo: quel distribuire le
sue cose ai poveri, quella sua sofferta e dolorosa meditazione della Passione di
Gesù come S. Francesco, quell'ardore serafico nel pregare...
È
Dio che chiama, ed anche i piani di esecuzione sono Suoi, ben precisi: a volte
sconvolgono completamente i nostri, ma bisogna accettarli ed eseguirli
fedelmente, con fiducia, senza scoraggiarsi.
Gaetano
cominciò a sentirsi impaziente di seguire la sua via e non trovò difficile
affrontare e superare l'opposizione in casa e in paese ("parenti, amici,
reverendi anche, gli obiettavano ragioni, motivi, difficoltà...").
Rispondeva a tutti: "Bisogna andare là dove Dio chiama!".
Non
si aspettava, forse, la dura opposizione dei Superiori Cappuccini. "Gli
opposero un netto rifiuto di accettarlo, motivato dalla sua gracile complessione
e precaria salute". In fondo, avevano ragione: era alto, ormai uomo
fatto, però magro, cagionevole, malaticcio sempre. La vita in un convento
cappuccino - lo si sapeva da tutti! - era dura, austera, esigeva
"materiale" adatto, a prova di tutto, spiritualmente e fisicamente.
Gaetano, invece, in tali condizioni possedeva solo il desiderio, la volontà,
l'anima: "voleva" essere frate, senza riserve!
Insisteva,
sperava... mentre i Superiori incominciavano a "temporeggiare, a
rimandare, a non rispondere neppure". Una vera montagna si ergeva davanti
a Gaetano improvvisamente, costringendolo "all'incertezza, a quella
attesa spossante, esasperante, da far perdere la pazienza anche al santo
Giobbe". Ma non si lamentò mai! "Soffriva, taceva, soprattutto
pregava, aspettando fiducioso dal Signore" ciò che gli uomini gli
negavano.
Era
il piano di Dio: Gaetano doveva progredire nella Sua Fede!
si
ebbe quando il nuovo P. Provinciale, P. Francesco Fustinoni da Bergamo, pur tra
tentennamenti, e "principalmente per riguardo della santità e
innocenza" di Gaetano, - ma anche per l'insistenza del Parroco Don
Francesco Palazzi! - gli concesse di recarsi al convento della SS. Annunziata
di Borno (Brescia) e iniziare o tentare il suo anno di prova, il cosiddetto
Noviziato.
Gaetano
"volò", e l'8 novembre 1852 vestiva, con cerimonia solenne ed
indimenticabile, l'abito di novizio cappuccino. Come segno di completa
disposizione a "lasciare tutto e seguire Cristo" (Mt. 19,21), si
lasciava anche il nome di Battesimo: assunse quello "nuovo" di fra
Carlo Maria da Abbiategrasso. Il nome nuovo era per indicare un ideale nuovo, un
progetto nuovo: sempre sulle fondamenta lanciate col Battesimo si iniziava ora
la costruzione di una casa nuova esclusivamente tutta di Dio. Un progetto
studiato da Dio stesso e atteso nel più vivo desiderio.
I
frati si accorsero subito che fra Carlo, l'ultimo arrivato, in realtà era già
molto avanti nella vita di unione con Dio, che è, poi, il principale scopo
della vita religiosa, di cui l'anno di noviziato insegna solo a muovere
speditamente i primi passi, assieme.
Le
testimonianze di quelli che con lui vissero quell'anno benedetto sono chiare.
"Al primo vederlo... ancora vestito da secolare, mi è sembrato un santo. E
molto più ne fui persuaso nel convivere insieme, specialmente nel rendere
conto al Padre Maestro della sua orazione, come da noi si costuma nelle
conferenze spirituali. Allora io non intendevo, come comprendo adesso, che fra
Carlo fin dal suo ingresso in Religione, conosceva molto bene la scienza dei
Santi. Mentre vissi in sua compagnia non mi è mai avvenuto di notare in lui la
più piccola avvertita trasgressione delle Regole di Novizio".
Altri
insistono nel volerlo paragonare a S. Francesco "sia per l'ardore
serafico nella preghiera e contemplazione, sia per la pietà e compunzione
nell'accostarsi ai sacramenti".
Ben
lungi, quindi, dal considerare la sua entrata in Noviziato un punto d'arrivo (e
gli era costato arrivarci!) iniziò davvero una vita nuova, sfruttando
mirabilmente tutti i vantaggi che il convento gli offriva e che non avrebbe mai
ottenuto in seno alla sua famiglia.
"Quanto...
crescessero e prosperassero la sua pietà, la sua mortificazione, la sua umiltà,
non è agevole dire... Lo vedevano sempre mansueto, umile, dolce ed affabile,
pieno di carità e premura con tutti. Del suo spirito di ubbidienza dicevano
"che avrebbe ubbidito anche a un bambino, se gli fosse stato dato per
superiore, con la stessa naturalezza e prontezza come ad un alto Prelato".
Era così grande in lui lo spirito di mortificazione e di penitenza, che
nonostante la sua delicata e malferma salute, compiva tutti gli atti della vita
comune e le austerità dell'osservanza della Regola con tale spontaneità ed
esattezza, da stupire tutti, anche i più anziani in Religione. Invece di
chiedere dispense e mitigazioni, egli, spesso, con santa industria tutta sua,
domandava al Padre Maestro del Noviziato, nuove e maggiori mortificazioni e
penitenze. Sicchè questi doveva stare in guardia a non concederle. Gli stessi
Religiosi anziani rimanevano colpiti a vederlo perseverare senza lamenti a
custodire la piena osservanza delle più minute prescrizioni delle sue Regole,
e concludevano: "È il suo grande fervore di spirito che lo sostiene e
gli fa vincere la sua debole natura".
era
sempre nell'aria, infatti, l'interrogativo, anzi, la preoccupazione dei
Superiori circa la sua salute. "Per sventare ogni pericolo di dovergli poi
troncare il Noviziato, pensarono di dispensarlo dal digiuno e dall'andare a
piedi nudi. Ma a nulla valsero queste cautele, né si potè impedire che il
regime austero della vita... infiacchisse sempre più quella malferma
salute".
Ogni
tre mesi i frati del convento dovevano riunirsi per dare ognuno il proprio
giudizio, con voto segreto, sulla idoneità dei candidati. Per fra Carlo il
primo scrutinio fu il 20 marzo 1853 con esito favorevolissimo, sette voti a
favore su sette votanti. Il secondo pure, otto a favore su otto. Il terzo,
quello definitivo, tre mesi circa prima della fine del Noviziato, rimase
sospeso e il tempo di prova fu prolungato di altri due mesi per lo stato di
salute. Forse un improvviso peggioramento? o solo un segno di attesa e di
speranza? oppure un tentativo in extremis per procrastinare una sentenza
dolorosa? perplessità? o forse i votanti, concedendo il limite massimo di
altri tre mesi, si fidavano delle promesse del medico?
Ma
alla fine fu lo stesso medico a togliere ogni speranza, dichiarando, forse
sconfitto, che fra Carlo era affetto da "scrofolosi incurabile".
Era
la fine! Quel "incurabile", sulla bocca del medico, suonava una vera
sentenza inappellabile, e lasciare che fra Carlo si avviasse per un cammino
tanto proibitivo per lui sarebbe parsa sola crudeltà, nonostante la buona
volontà di tutti. Il giorno 16 gennaio 1854, nello scrutinio definitivo,
nessuno più ebbe alcun dubbio: sette voti contrari, su sette!
Il
Padre Maestro annotò sul piccolo Registro: "escluso, per soli motivi di
salute, essendo per altro un ottimo giovane", e dovette avvisare il novizio
che era giocoforza far ritorno in famiglia.
"All'udire
la sentenza gli si annebbiò la vista, il suo cuore parve spezzarsi, fu per
venir meno: quando scoppiò a piangere come un fanciullo. Ma fu per un istante:
si dominò subito, tanto in lui era radicata l'abitudine di vedere e di fare,
sempre e in tutto, la volontà di Dio. Tosto la volontà divina in lui ebbe
vittoria".
Incominciò
in quel momento un duro e lungo spazio di tempo vissuto in questo atteggiamento
doloroso ed eroico di accettazione serena di un dolore morale intenso, come
poteva essere per lui la rinuncia a perseguire il suo ideale maturato in 26
lunghi anni di vita interiore. "La sua acerbissima amarezza non andò mai
disgiunta da quella pace che fa meritorio il sacrificio".
Il
giorno 26 gennaio lasciava il convento per ritornare alla sua famiglia.
Prima
di uscire, "tremante accostò le labbra al muro... lo baciò con forza e
tenerezza; poi voltosi al P. Maestro, calmo nella voce... indicando il cielo
con l'indice, disse: - P. Guardiano, sia fatta la volontà di Dio. Ma stia
sicuro: io morirò cappuccino. Lo vuole Dio! -" Non che facesse differenza
"morire almeno cappuccino" o "vivere cappuccino", come se
fra Carlo si augurasse in quel momento di almeno finire la sua vita in
convento se in convento non poteva viverla: si trattava di un gesto di fede
sicura, in un momento in cui più nessuno credeva possibile ancora e tutto
sembrava rovinare davanti a lui. Era la certezza che, poichè Dio lo chiamava
(e ne era sicuro) aveva anche preparato tutto per dargli di poter rispondere
alla chiamata. Cioè, credeva serenamente che sopra le nubi oscure e minacciose,
il suo cielo era pieno di sole. Era solo lui a pensarlo in quel triste momento,
ma ne era certo.
Ecco
quindi Gaetano di nuovo in seno alla sua famiglia. La gioia della vita di
convento veniva stroncata dopo quattordici mesi: ne aveva provato quel tanto più
che sufficiente per sentirne più dolorosamente, ora, la mancanza.
Ma
forse servì solo ad aumentare (e non ce n'era bisogno!) il desiderio di
essere frate, di riprovare. Non sapeva come, ma sentiva che era così.
"Non
si lasciò prendere da quella pericolosa accidia spirituale, che facilmente
prende le anime di non forte e sana virtù, per la perdita di un bene. Accidia
che, fatalmente, conduce alla freddezza e alla tiepidezza nel bene, al
trascurare la preghiera e quindi la stessa virtù. Anzi, con maggior ardore si
dedicò agli esercizi di preghiera e di carità cui era già tutto dedito prima
di recarsi al Noviziato: poichè in null'altro che in queste cose egli trovava
un pascolo all'amore della vita perfetta che lo accendeva. Per il resto se ne
stava sempre ritirato in casa, malgrado si leggeva nel suo aspetto lo stato
dell'anima triste e sconsolata, per essere stata come espulsa a viva forza
dal proprio centro".
Senza
poter più battere alla porta dei Superiori, si aggrappava tenacemente all'unica
sua speranza, a Dio. È qua che Dio vuole arrivare e da qua
"volare"!
ha
promesso Gesù (Lc. 11,9); e Gaetano insisteva nel pregare, perchè era grande
la grazia che desiderava, e valeva la pena di insistere. Dopo alcuni lunghi
mesi, una speranza nuova, come un piccolo giuoco della Divina Provvidenza! Ecco
passare per Abbiategrasso, nel mese di maggio, il Superiore Provinciale P.
Francesco da Bergamo e il suo segretario. Mentre, ospiti del Parroco Don
Palazzi si prendevano un boccone, il discorso cadde naturalmente su Gaetano.
La gente, che aveva visto arrivare per strada i due frati, avvisò subito
Gaetano, il quale corse alla casa del Parroco, entrò inaspettato proprio
mentre si parlava di lui, e... incapace di trattenersi, scoppiò in un dirotto
pianto.
Il
momento fu irresistibile per tutti: quelle lacrime di un giovanotto come
Gaetano dicevano più di qualsiasi discorso. Tutti i presenti compresero
"che quel povero figliuolo non avrebbe mai conforto se non si aveva di
lui misericordia".
Per
essere brevi, lì sui due piedi il P. Provinciale promise di fare tutto il
possibile per risolvere il caso, e dopo una ulteriore visita di Don Palazzi a
Milano, fu concordato che Gaetano poteva ritornare in convento come
"terziario con l'abito da frate", in attesa che se la salute fosse
migliorata, si tentasse di nuovo il S. Noviziato... Il giovane voleva essere
tutto di Dio anche con poca salute, e i Superiori accettavano di far tutto il
possibile per aiutarlo. Era l'anima che cercava il proprio "habitat",
e il corpo non doveva opporre troppe condizioni, ma fare del suo meglio e
patire, se necessario!
Gaetano
sentì che veniva veramente condotto avanti con un passo... che non era
certamente il suo. Egli avrebbe voluto subito poter volare di nuovo al S.
Noviziato... invece qui Dio sembrava fermo. Ma era Dio, e gli bastava!
In
convento, come semplice "terziario francescano vestito da frate"
poteva e doveva essere pronto a tutto, ad ogni servizio: ma subito tutti si
accorsero che ogni volta fra Carlo - era ritornato a riprendere il suo nome! -
era reperibile in chiesa, in preghiera.
"Se
lo incaricavano di supplire il frate portinaio alla porta del convento, allora
era una fortuna per tutti i poveri. Fra Carlo dava a tutti e sempre. Si disse
persino che cibo... vestiti ed altro che i generosi benefattori facevano
pervenire al convento... si moltiplicassero. Nessuno partiva... non
soddisfatto, non confortato ed aiutato, sia nello spirito che materialmente.
Come già prima, da giovane secolare, ritornava ad essere il ministro della
Provvidenza di Dio per i poveri, gli afflitti, gli ammalati, i bisognosi d'ogni
specie nell'anima e nel corpo", però, questa volta, nella misura più completa
e sempre completa, proprio della mano di Dio. E i poveri se ne accorsero... e
cominciarono a commentarlo tra loro!
Pur
dovendo restare a disposizione di tutti, uno dei primi incarichi più
"stabili" che ricevette fu di essere, ogni giorno, aiutante del frate
cuciniere. Ma una sera... "terminato di lavare le stoviglie, sempre con la
mente ed il cuore occupati in Dio, si dimenticò di chiudere i rubinetti che
immettono l'acqua nelle caldaie. La mattina dopo, di buon'ora, il domestico...
compì la sua incombenza di menare la pompa idraulica che doveva riempire
d'acqua il serbatoio per tutta la giornata. Naturalmente egli non si accorse
di nulla; e l'acqua... prese a scorrere copiosa dal serbatoio nelle caldaie
della cucina... da queste, rigurgitando... nei fornelli; e da ultimo allaga
tutta quanta la cucina, cui si scendeva per uno o due gradini".
I
frati incaricati della cucina, terminate "le loro sante devozioni in
coro", si apprestano a iniziare il lavoro giornaliero, ma si trovano
davanti il lago. "Corrono a chiamare il gran colpevole, Fra Carlo!...
Umile, calmo e tranquillo in tanta gloria... subito inginocchiatosi dinanzi ai
Fratelli, si profondeva in umili domande di scusa e di perdono, e sincere e
vive accuse di sua ignoranza... Intanto bisognò mettersi di buon buzzo a
lavorare per prosciugare, in qualche modo, il lago! Si arrivò ai fornelli: un
orrore! Sono ridotti a una fanghiglia, la legna inzuppata d'acqua: v'è da far
andar giù le braccia. Qui nuovi lamenti... non disgiunti da impertinenza di
parole verso quel povero fra Carlo che... con la sua eroica calma, mansuetudine,
pazienza ed umiltà par quasi stimolarli di più ad oltrepassare i limiti...
-
Le faccia cuocere lei, adesso, le cibarie per l'ora del pranzo! -". Lo
stesso mite ed umile fra Carlo si avvede che la pazienza sta segnando il limite
e che la situazione non sembra avere soluzioni facili... Con maestosa dolcezza e
dignità dice:
-
Miei cari Fratelli, non inquietatevi, non prendetevi pensiero: io ci penserò -.
Ed
infatti, egli stesso mette nel fornello la legna fradicia, imbevuta d'acqua, e
dà fuoco. Meraviglia! Il fuoco s'apprende alla poltiglia e alla legna
inzuppata, come a materia infiammabile, con tale voracità e veemenza, che
pareva una fornace ardente... e l'acqua delle caldaie... si mise all'istante a
bollire.
"Assicuro
- conclude il teste - che i brontoloni, di fronte al prodigio, smorzarono essi i
loro bollori, e divennero muti come pesci, e furono presi tutti da sacro
tremore".
serviva
meglio - si pensò - e fu mandato là. Qui era tanto a suo agio, che "per
restare in chiesa, non finiva mai di strofinare e spolverare. Soprattutto non
sapeva distaccarsi dagli Altari del SS. Sacramento e della Madonna".
Saliva il suo calvario, contento almeno di "stare sulla soglia della casa
di Dio" (Sa1,83,11) bussando, pregando.
"Un
bel giorno... il Padre Guardiano disse a fra Carlo:
-
Giacchè il frate sagrestano deve occuparsi in altre faccende, Lei... favorisca
andare a cogliere i fiori nell'orto per preparare i mazzi da portare sugli
altari -".
I
fiori nell'orto? "... Ubbidientissimo, andò subito; passa poco tempo, ed
eccolo comparire carico di un fascio di fiori, quanti ne può stringere tra le
sue braccia. Ma, quali? Aveva colti (cimati) tutti i fiori dell'ortaglia, di
ogni qualità, che dovevano essere di semenza delle verdure. Del giardino,
neanche uno!
"Figurarsi
i Fratelli, e più il frate ortolano... veder conciata a quel modo tutta la
fioritura delle sementi! Solo fra Carlo era calmo e sereno. Com'era suo
solito, s'inginocchiò e, in silenzio, ascoltò l'incomposta sfuriata; poi umile
e confuso domandò scusa e perdono, accusandosi e incolpandosi di ignorante...
"Risaputo
il fatto, il Superiore ed altri Padri andarono nell'orto per vedere lo scempio.
Guarda qua, cerca di là... non fu loro dato di scoprire un solo ortaggio e una
sola erba dell'orto e del prato rovinati minimamente; anzi, trovarono tutto con
una fioritura più bella, più fresca e rigogliosa... Nessuna mano, dunque, era
passata a toccarli?". L'obbedienza!
A
raccontarci questi fatterelli così semplici e col segno tangibile dell'azione
diretta di Dio, è fra Barnaba Bozzotti, anche lui "terziario con l'abito
da frate", anche lui, come fra Carlo, in attesa di "volare" al S.
Noviziato... e che al momento era il Sacrista... titolare. Ed è lui ancora a
ricordare un altro episodio, questa volta diverso, ma solo in parte: non cambia,
certamente, l'animo di fra Carlo!
Racconta:
"Un giorno, riempiendo le pilette di acqua santa, sbadatamente ne
riversai alquanta in terra. Di lì a poco, traversando il coro, vedo fra Carlo
inginocchiato e prostrato sotto una delle pile dell'acqua santa, intento a
succhiare dal suolo l'acqua benedetta, e a lambire con la lingua il pavimento
per tutto ove era corsa. Lo lasciai fare e passai oltre. Ma un po' dopo, eccomi
dinanzi fra Carlo:... mi prega di volergli dare un poco di bambagia. Gli chiedo:
-
A che farne? -
Rispose:
-
Per asciugare bene il pavimento bagnato d'acqua santa -. "Il buon frate
concluse: meritava un parere, e lo ebbe!".
Eh,
no! Il "parere" l'ha avuto lui dall'esempio di fede di fra Carlo! Il 4
gennaio 1855 fra Barnaba poteva, su all'Annunciata, iniziare il suo Noviziato:
fra Carlo rimasto solo a Milano, continuava a sperare! ...
qualcosa
si mosse a favore di fra Carlo. Forse non pensò mai che erano lunghi, e forse
l'attesa li rese lunghissimi anche a lui più che non sembrino a noi oggi. La
sua speranza e la sua preghiera erano sempre di giungere al sacerdozio. Se Dio
temporeggiava non significava niente per lui: la fiducia era grande. La
prospettiva era di dover incominciare ancora tutto da capo: vestizione,
noviziato, scrutini... Ma c'era anche solo la possibilità di ricominciare?
Lui
la speranza l'aveva posta nel Signore, e aspettava, umile, fiduciso.
"Manifesta al Signore la tua via, confida in lui: compirà la Sua
opera" (Sal. 36,5).
E
qualcosa si mosse nuovamente in suo favore. Il 30 gennaio 1855 da Roma giunse,
dietro sollecitazione del buon P. Provinciale, l'autorizzazione di "poter
fare la solenne professione dei voti in qualità di chierico, dopo aver fatto
un mese di Noviziato e dieci giorni di Esercizi spirituali" lì a Milano.
La via era aperta, ma non libera del tutto: da percorrere, invece, a brevi
passi...
Come
autorizzava il nuovo decreto, il 14 febbraio, con cerimonia solenne, fra Carlo
vestiva per la seconda volta l'abito di novizio e iniziava il mese di prova
concesso. Avrà ricordato le profonde conferenze sulla vita religiosa del suo
caro P. Maestro su all'Annunciata di Borno; avrà vissuto con un po' di
nostalgia, lì da solo, di quella atmosfera beata di contemplazione, di
silenzio, di mortificazione e di trepidazione del suo primo lungo Noviziato
(come poteva dimenticare?). Ma soprattutto era impegnato a intensificare il suo
colloquio con Dio, colloquio che proprio anche attraverso il moltiplicarsi delle
prove, non era mai cessato un istante, anzi aumentava di intensità sempre più,
facendo crescere Cristo nel suo cuore e facendosi scomparire in Lui sempre più.
Si preparò con tutte le forze - come possiamo dirlo!
Finito
il mese di prova (il 15°, se vogliamo sommarlo ai 14 vissuti su a Borno, un
vero privilegio per la sua anima assetata di Dio!) doveva esserci di nuovo uno
scrutinio. Ancora, tutti i religiosi del convento, con voto segreto e
inappellabile, dovevano pronunciarsi sull'idoneità o meno di fra Carlo alla
vita cappuccina. Quella votazione con risultato negativo che lo aveva fatto
retrocedere dal convento dell'Annunciata doveva essere ripetuta, e se l'esito
anche questa volta non era positivo fra Carlo doveva lasciare ogni speranza e
il convento per sempre.
"Le
prove e gli esempi di virtù e di santità" che fra Carlo aveva dato in
quei mesi a Milano sia come semplice terziario che come novizio erano stati
luminosi, come dubitarne? Ma qualcuno, incapace forse di sostenere tanta luce,
stava per prendersi un grande abbaglio giudicando incapacità umana ciò che era
limite imposto da Dio. E Dio, che tutto dirige, questa volta farà superare
l'ostacolo come di striscio, quasi per moto d'inerzia - o diciamo meglio, per
sua grazia!
"Buona
parte di quei frati, specie i non sacerdoti, gli diedero voto sfavorevole, -
nonostante che in coscienza lo reputassero un santo - col pretesto che lo
volevano più sano e più scienziato... Fu salvo unicamente per un voto".
Sembra incredibile! Quei voti sfavorevoli erano in vista del Ministero
sacerdotale verso cui fra Carlo voleva incamminarsi. I votanti - specie i non
sacerdoti! - nella loro buona fede, volevano dire che secondo loro un candidato
al sacerdozio deve avere più salute e maggior capacità nello studio, più di
quanto non ne dimostrasse lui così fragile e apparentemente così semplice.
Il
Signore si incaricherà Lui di provare, invece, coi fatti, che con la santità
vera è sempre presente la Sua Scienza - "La Scienza del Santo è
intelligenza" (Pr. 9,10), ed è Lui che "dà la conoscenza delle cose
sante" (Sap. 10,10) - e che la salute fisica può essere anche difettosa
se è Lui a fare i calcoli e ad agire.
Il
30 marzo, finiti gli Esercizi, "poteva promettere di osservare per tutta la
vita la Regola di S. Francesco, vivendo in obbedienza, in povertà e castità".
La montagna alzatasi a sbarrargli il cammino incominciava a fargli largo: era
definitivamente - e finalmente!
-
un religioso, cioè un'anima consacrata per sempre a Dio ufficialmente davanti
a tutta la Chiesa, nell'Ordine Cappuccino. Il calendario segnava il Venerdì
di Passione, il giorno (allora) consacrato alla Commemorazione solenne della
Madonna Addolorata. Pura coincidenza?
Tra
i suoi propositi troviamo scritto: "Rinnoverò ogni momento i miei
voti". Voleva vivere la sua consacrazione a Dio intensamente, minuto per
minuto.
ora
guardava al Sacerdozio, per il quale voleva prepararsi seriamente.
Inviato
al convento di Bergamo per lo studio della filosofia, vi rimase solo circa tre
mesi, poi venne richiamato subito a Milano per dare inizio al Corso di sacra
Teologia. Data l'età "i suoi studi dovevano necessariamente avere forma
accelerata e ridotta. Di conseguenza gli dovevano costare maggior fatica...
Egli vi si mise con impegno, con la più buona, retta e santa intenzione di
compiere la volontà di Dio. Ma... avvenne che la sua salute delicata... presto
ne risentì, e si ammalò".
Dio
continuava a guidarlo così!
Possiamo
facilmente immaginare lo stato d'animo di fra Carlo. Da una parte, mentre
"più progrediva in fatto di penitenza e virtù", più desiderava e
cercava avidamente di coltivare i talenti di intelligenza e penetrazione
"che il Signore gli aveva accordato per fare acquisto delle scienze"
necessarie; dall'altra i Superiori stessi "lo incoraggiavano a mitigarsi,
ed a studiare soltanto quel poco che la sua salute gli permetteva".
L'invito continuo di Dio era di fidarsi solo di Lui e non delle proprie forze,
e fra Carlo accettava umilmente. "Dopo la lezione di sacra Teologia
nell'aula, si appartava là in chiesa, davanti all'Altare del SS. Sacramento, e
in ginocchio, posati i libri sulla predella dell'altare, le braccia distese in
forma di croce, mirava estatico la porticina del Tabernacolo, lacrimando,
sospirando e amando". Lì, come da un libro, imparava a conoscere Dio,
vivendo di lui e con lui.
"Fin
da ragazzo aveva imparato a dire: `Quel che Dio vuole, voglio anch'io!' E quel
grido di perfetta rassegnazione e uniformità alla volontà di Dio fu sempre la
sua forza e la sua pace". Possiamo ricordare il gruppo descritto nel libro
del Profeta Isaia (42,6): "Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia
e ti ho preso per mano"! Durante questa sua malattia - cronica, per altro,
- serpeggiò in Milano il colera (estate 1855). "Benchè fra Carlo si
trovasse a letto ammalato di febbre miliare, venuto a conoscenza della dolorosa
situazione, si commuove, si alza dal letto e va dal Padre Guardiano: in
ginocchio lo prega, lo scongiura perchè gli faccia la carità, per amore di
Dio, di permettergli di recarsi ad assistere e servire i poveri colerosi negli
ospedali. E inoltre lo prega di poterli aiutare con quelle generose offerte che
molti buoni benefattori mandavano allora in convento per lui ammalato",
perchè tutti già amavano e stimavano, vedendo il suo comportamento in Chiesa e
coni poveri alla porta del convento.
Evidentemente
non fu accontentato, ma il gesto fu veramente di carità sincera, eroica.
giunse
improvvisa, come grande grazia di Dio, prima della fine di quell'anno benedetto
1855, per un privilegio allora comune agli Ordini mendicanti di consacrare
sacerdoti i propri chierici ancora nel primo anno di Teologia, continuando tutto
il corso, in seguito, come sacerdoti studenti.
"Fra
Carlo ricevette gli Ordini... preparandosi a ciascuno di essi nei Santi
Esercizi, con raddoppiare le orazioni e le mortificazioni; e finalmente, dopo
una memorabile preparazione di meriti e virtù, fu innalzato al
Sacerdozio": era il giorno 26 dicembre.
"Fu
un giorno di così grande letizia per lui, che commuovevasi sempre quando
accadeva di tornarne a parlare; e gli ardentissimi affetti di pietà, le lacrime
da lui versate, apertamente testimoniarono a quale sublime altezza già fosse
ascesa la sua anima".
In
un mare di lacrime di gioia finiva, quindi, di scomparire sommersa la
montagna, cioè tutto il cumulo di difficoltà sorte ad ostacolare il cammino
di fra Carlo - ora P. Carlo - verso il Sacerdozio. Ne usciva vincitore, ma al
tempo stesso, più unito a Dio. Il mistero della Croce! ...
Capitolo
III
SONO
PRONTO, ENON VOGLIO TARDARE... AGISCI, SIGNORE! (Sal. 118)
"Poiché piena è la terra della vostra misericordia, o mio Dio, io intendo stare continuamente unito a Voi, pei fini che Gesù si sacrifica a Voi, e dimora con noi" (Padre Carlo).
I
PROPOSITI DI PADRE CARLO,
fatti
specialmente in occasione della sua Ordinazione sacerdotale, noi non li
conosceremmo se un suo amico singolare e impegnato come lui non ci avesse
riservato questa felice sorpresa. Lo stimava moltissimo, ne ricercava la
compagnia per imitarne la vita: voleva essere come lui. Di nascosto trafugava
- o trascriveva - tutto quanto gli riusciva di trovare scritto da P. Carlo, con
l'unico scopo di poter imitare e praticare. Si chiamava P. Samuele da Viganò.
Si era fatto spontaneamente discepolo di P. Carlo sulla via della santità,
convinto che in questo lui faceva già veramente scuola. E dobbiamo ammettere
che l'esempio e l'insegnamento dell'umile maestro erano efficaci, se guardiamo
ai frutti: infatti, per vari anni dopo la loro morte, la devozione popolare unì
spesso i nomi di P. Carlo e P. Samuele nell'implorare grazie, specialmente in
seguito al fatto davvero straordinario di aver ritrovato il corpo di P. Samuele
ancora intatto a dieci anni dalla sepoltura.
A
lui principalmente dobbiamo la fortuna di aver ora sottomano tali propositi.
Complessivamente
non sono molti, ma tutti decisamente rivolti ad ottenere una perfezione senza
mezze misure: ci mostrano tutti con quale spirito, - vorrei dire, con quale
impeto! - diede inizio alla sua vita sacerdotale. Aveva tanto desiderato,
sofferto, pianto, pregato, atteso... non certo per poi accontentarsi di
poco!...
Eccone
alcuni, in breve:
-
"Ricordati, fra Carlo, che sei fatto 'spettacolo al mondo, agli Angeli,
ed agli uomini' (1 Cor. 4,9). Ricordati di meditare bene i tuoi doveri e di
compierli. Sei Sacerdote per Dio, sii pertanto irreprensibile, a gloria di
Cristo".
-
"Al nominare Gesù mi profonderò nella cognizione di Lui in questi punti:
cioè di Uomo nel Presepio, di Vittima sulla Croce, di Cibo nel SS. Sacramento.
Così pure nel nominare Maria mi profonderò nella cognizione di Essa, Madre
di Gesù e Madre mia pietosissima...".
-
"Oggi, giorno memorando per il Mistero della Incarnazione del Figlio di
Dio... sono elevato alla dignità sublime del Sacerdozio, che mi ha meritato Gesù
Cristo, Agnello di Dio, con tutti i suoi meriti: `Sono pronto e non voglio
tardare...' (Sal. 118,60)...". - "Tutto quanto posso fare di bene non
tralascerò".
-
"Ogni mia opera sia secondo il più perfetto".
-
"La mia mente terrò sempre fissa sopra me stesso e Dio: e così ne
conoscerò le relazioni". Ecc.
Perchè
questi propositi? Era pur sempre uno studente di Teologia, anche se poteva
celebrare ogni mattina la S. Messa. Non poteva dedicarsi alla vita attiva,
come sacerdote, neppure nella misura in cui già si era impegnato già prima di
essere frate: ora "doveva" studiare.
È
vero. Per noi sacerdozio è un ministero, e lo giudichiamo... col cronometro
alla mano. Padre Carlo (e chi come lui!) andava molto più in là. Sapeva
benissimo che l'anima di ogni ministero non è l'azione, ma Gesù! I propositi
servivano (devono servire!) proprio a far posto a Lui. Fin da giovane -
l'abbiamo visto! - il suo vivere era Gesù per portare tutti a Lui. Molto più
ora... così vicino!... così intimo!... tra le mani, obbediente!... come
Vittima viva!...
ripeteva
ogni mattina mentre vedeva con la sua viva fede l'Ostia trasformarsi nel
Sacrificio di Gesù. Che cosa poteva significare per Padre Carlo la chiara
esortazione di San Paolo (Rom. 12,1) "ad offrire i vostri corpi come
sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, poiché questo è il vostro culto
spirituale", nell'ora tanto solenne della S. Messa, se non a coinvolgere se
stesso nella stessa offerta, a lasciarsi trascinare col sacrificio di tutta la
propria vita?
"Estasi
o fatti straordinari caratteristicamente tali, per verità, non ne ho mai
veduti", ha scritto Mons. Sante Peviani, ricordando che da ragazzo aveva
servito tante volte la S. Messa al suo caro Padre Carlo; "ma aggiungo che
in quel tratto che va dal principio del Canone alla Consumazione, in cui il
Padre Carlo si soffermava troppo lungamente... esso si trasformava così e
prendeva tale una fisionomia da estatico, con un portare di tutta la persona,
che pareva quasi prendere il volo dell'Angelo; faceva tale impressione che, se
fosse effettivamente avvenuto di vederlo anche materialmente sollevato da
terra, non avrebbe aggiunto nulla di più e niente di nuovo alla commozione
profonda che destava in chi lo guardava fissamente.
"Dopo
che aveva assunto, poi, le sacre Specie eucaristiche, ben frequente avveniva
che, dopo aver aspettato un bel pezzo, bisognava alla fine decidersi a
scuoterlo, per fargli prendere la purificazione, se no chissà quando la Messa
sarebbe finita".
Da
qui imparava ad essere, oltre ogni dire, "testimone delle sofferenze di
Cristo" (1 Pt. 5,1): un testimone vivo, efficace. "Ho notato che
particolarmente il Venerdì, nelle ore pomeridiane, specialmente verso l'ora
dell'agonia di Nostro Signore, era una cosa che commoveva al sommo vederlo, e
insieme faceva pietà. Si accendeva in viso, pareva pigliasse fiamme, era
preso da forti tremiti, e sospirava così profondamente da far
compassione". `Viveva il Sacrificio di Gesù: era sacerdote Suo e per Lui
ogni momento!
Tra
i suoi "Pensieri" si legge: "La sera del 4 novembre 1857, giorno
di S. Carlo, Dio mi illuminò dicendomi che Egli visse povero e penitente, ed
era pure innocente, quindi avviene che, al vivere contrario di mia vita, mi
sento confondere. Vi piaccia darmi spirito di penitenza a vivere con Voi per
un continuo martirio di dolore e di amore, come Voi m'ispirate e spero
fermamente di ottenere, poiché sento gran confidenza".
Ho
sottolineato una frase, ma è tutto importante!
Padre
Carlo ne "era addirittura pazzamente innamorato! "Ne abbiamo appena
accennato, ma ascoltiamo ora il fatto seguente. Era costume, "per preparare
ed esercitare i giovani studenti di Teologia al sacro ministero della
predicazione, di far loro comporre e recitare una predica almeno ogni
anno" dinanzi a tutta la comunità religiosa riunita in refettorio.
Ciascuno sceglieva l'argomento e ne preparava la stesura, assistito dal
professore di Teologia. Anche P. Carlo si preparò, e con fervore, a giudicare
da come finì il suo primo tentativo, che fece epoca tra i frati.
"Venuto
il suo giorno,... accompagnato da un condiscepolo che tiene lo scritto in mano e
fungerà da suggeritore in eventuali smarrimenti,... modesto e umile... va a
chiedere la benedizione e sale in cattedra. Ma appena pronunciate le parole
`Passione del Signore Nostro Gesù Cristo', ed enunciato lo schema: Chi
patisce? Come patisce? Per chi patisce?... si commuove, un nodo lo stringe alla
gola, e scoppia in un dirottissimo pianto, senza più avere la forza di
pronunciare una sola parola.
"Sorpresi,
anche i religiosi presenti", di solito predisposti non tanto a commuoversi,
quanto ad ascoltare con senso critico il povero aspirante predicatore di turno
per notare eventuali difetti oratori da correggere, questa volta "non
riescono a contenere la commozione; e in modo particolare il buon Padre
Provinciale... il quale finalmente gli fece cenno di scendere dalla cattedra
e, piangendo egli pure, gli disse:
-
Ma benedetto figliolo, conoscendo voi stesso, perché non avete scelto un altro
argomento?".
Era
una contemplazione a lui cara; era un suo pensiero che voleva imparare a
trasmettere e spiegare, ma non gli riuscì quella prima volta se non colle
lacrime non certamente di paura (avrebbe fatto ridere!), ma di compassione, e
tutti ne rimasero veramente conmossi, trascinati!
"AGISCI,
SIGNORE"...
Vivere
immersi in Dio porta la nostra volontà a metterci a Sua completa disposizione,
perché sia Lui ad agire in noi, e per nostro mezzo faccia ciò che vuole: è
anche la logica della nostra partecipazione alla S. Messa.
Tutta
la ragione della penitenza, meditazione, orazione, ecc. è proprio questa: fare
spazio a Gesù e alla sua azione in noi. "Agisci, Signore, con il tuo
servo, secondo il tuo amore" (Sal. 119,124) senza limiti. E quando Dio può
fare davvero liberamente in un'anima, senza niente che si intrometta a
rubarGli il merito delle Sue azioni, egli agisce da pari Suo, e tutto potrebbe
essere considerato miracolo ai nostri occhi. Ne abbiamo visto già alcuni saggi
– vedi l'acqua che brucia, i fiori tolti nell'orto dal nulla, - e più, molto
più vedremo più avanti. Per ora Gesù agisce nell'animo di Padre Carlo
silenziosamente, umilmente, ma sempre da pari Suo: il cuore di Padre Carlo Gli
apparteneva, tutto!
"Giammai
l'ho veduto distratto in Chiesa, o in coro; mai levare gli occhi da terra, anche
in convento, se non per alzarli al cielo; mai l'ho sentito dire parole oziose.
Che se talvolta, per dimenticanza, commetteva qualche sbaglio, lo ricordo, sì,
oh, come era pronto a confessare e a riconoscere la sua colpa e chiederne penitenza
(anche pubblicamente!)! Anche nelle ricreazioni comuni, interveniva, sì,
perché prescritto, ma egli parlava coi suoi compagni solo di Dio, di Maria SS.,
della virtù dei Santi, della nostra Regola, della conversione dei peccatori,
e mentre se ne stava muto in altri discorsi o indifferenti o faceti, in questi
vi prendeva parte, e si accalorava, e talvolta parlava con grande enfasi. In
tanto tempo vissuto assieme, mai mi occorse di vederlo impazientire, o turbarsi
minimamente".
"SI
OFFRIVA,
senza
punto essere obbligato o sollecitato da nessuno", a disposizione di
tutti. "Egli avrebbe voluto aiutare tutti, vederli tutti felici e
contenti nella pace del Signore".
Se
vedeva un confratello, specialmente se anziano, "a lavare i propri
fazzoletti, con dolce insistente premura lo pregava perché glieli lasciasse
lavare a lui. Però, bisogna dirlo subito, gli aiuti materiali di Padre Carlo,
nonostante tutta la sua buona volontà, se non si risolvevano in un disastro,
erano inconcludenti. Abitualmente sempre assorto nel pensiero di Dio, ogni cosa
attirandolo a Dio, in tutto non vedeva che Dio; tanto che... sembrava incantato,
smemorato, un vivente quaggiù soltanto con il corpo... Perciò l'aiuto
materiale che si riprometteva di dare si riduceva quasi sempre ad una pia
intenzione".
In
realtà, tra una lezione e l'altra, lo trovavano sì in preghiera, ma anche
pronto per ogni servizio nella comunità: in sacristia, in cucina, nel giardino,
alla portineria del convento con i poveri, ecc...
Doveva
terminare i suoi anni di Teologia, e al tempo stesso era "incoraggiato
(sic!) a mitigarsi nello studio". Fu dunque un ignorante?
"Umile
com'era, P. Carlo portava molti a giudicarlo così: forse nessun ambizioso fu
mai così smanioso di apparire, come egli di nascondere le sue esimie doti
d'animo, mente e cuore. Faceva sforzi... per comparire un povero idiota.
Invece era fornito di bella intelligenza, di fine pronta intuizione, di
giudizio sano, diritto e sicuro e di buona memoria".
Abituato
alla concentrazione e alla meditazione, "vedeva di colpo il nesso di
un'idea con l'altra" e, se non fosse stato per la sua umiltà, avrebbe
sempre primeggiato in aula.
La
differenza, o la distanza, tra lui e i condiscepoli, era quella di chi studia la
scienza di Dio dopo averla praticata intensamente e di quanti, invece,
affrontano studio e pratica per la prima volta, con pericolo di fermarsi in
superficie.
Per
questo, forse, il Signore non lo lasciava troppo curvo sui libri...
II
`pericolo di fermarsi in superficie lo temeva anche lui, e non solo per sè! Per
cui... "un giorno il suo Padre Direttore se lo vide... comparire dinanzi
alla sua cella, inginocchiarsi, con gli occhi fissi a terra e, cuore e mente
visibilmente compresi di un grande pensiero, pregarlo di concedergli il permesso
di scrivere nientemeno che una lettera-circolare a tutti i giovani studenti
dell'Ordine, perché ponessero ogni cura, diligenza e impegno ad ornarsi delle
virtù divine di Gesù Cristo ed a riempirsi dello spirito del nostro serafico
Padre S. Francesco; perché, terminati utilmente gli studi, un giorno tutti
fossero fatti degni di spargersi per il mondo a predicare il Vangelo e
convertire con i loro esempi tutti gli uomini a Dio".
Per
il suo cuore infervorato tutto questo era importantissimo, esigeva una
sollecitazione di tutti, un dovere semplice, chiaro, impellente...
`Ornarsi
delle virtù di Cristo'... `convertire con l'esempio'! Coraggio, su, tutti!
"Poiché l'amore di Cristo ci spinge" (2 Cor. 5,14) e ci unisce!
No,
non si fermava in superficie! In nessuna delle sue azioni! Anche se
interrogato su piccole cose, "sempre, prima di rispondere e di prendere una
deliberazione, premetteva un po' di riflessione e... di orazione... Si rimaneva
stupefatti a scorgere in lui così grande ingenuità, inesperienza e innocenza
di tutte le cose del mondo. I Frati abitualmente lo chiamavano "il nostro
bambino" e così proprio a nessuno veniva in mente di attribuire ad una
sua personale sapienza e consiglio la profondità e giustezza dei suoi responsi:
ma tutti erano della persuasione che Dio parlava in lui, che Dio manifestava
la Sua divina compiacenza per la gloria tutta intera che l'umile frate Gli
lasciava senza la minima usurpazione".
È
stato annotato della sua vita: "Era la sua profondissima umiltà la sua
sottilissima arte - propria dei Santi - che riusciva a lasciarlo nell'oscurità".
AL
CONVENTO DI CREMA.
Nell'aprile
del 1858 fu deciso dai Superiori di includere P. Carlo nel numero degli studenti
da inviare a Crema dove era stata destinata anche una parte di Novizi venuti
dal convento della SS. Annunciata di Borno: la presenza dei Novizi esigeva una
selezione dei Frati: i migliori.
Partì
- partirono, in piccolo gruppo - di notte, sia perché il viaggio era lungo,
ma anche perché nessuno si avvedesse della partenza: il popolo già lo
venerava moltissimo.
Nella
quiete del nuovo convento, esempio agli altri ma da parte sua avido di
ritemprarsi alla spiritualità del Noviziato, continuò i suoi studi di
Teologia, che ormai si protraevano da tre anni, ma che giuridicamente dovevano
completarsi, anche nella forma ridotta di P. Carlo, solo tra un anno ancora.
Il
ricordo che P. Carlo lascerà a Crema è veramente indelebile, legato a fatti
straordinari - i primi! - di benedizioni taumaturgiche, e alla sua vita
veramente straordinaria, impressionante.
Uno
dei fatti è il seguente. Vi era "una giovane... ammalata di una gravissima
e complicata polmonite; il medico curante l'aveva spedita, e le furono
amministrati gli ultimi sacramenti. I parenti... mandarono al convento a
chiedere un Padre per recarle il conforto di una benedizione. Al Padre Guardiano
venne l'ispirazione di mandare Padre Carlo;... il pio Padre la benedì, e
quella, non solo non morì quel giorno, ma, al mattino seguente, il medico
passando dinanzi alla sua casa, chiese:
-
E così? - pensando di sentirsi rispondere: è morta. E invece con stupore sentì
rispondersi:
-
Oggi sta bene!... -
Incredulo
entra... la visita con ogni cura, ed esclama:
-
Ma è guarita! È sfebbrata completamente!... Ma come è stato? - "Gli
raccontano della benedizione di Padre Carlo, ed egli allora esclama: Adesso
capisco! Non può essere stato che così! Qui vi è il dito di Dio!".
"Un
giovane, di 17 anni, che accompagnò in quell'occasione Padre Carlo alla casa
dell'ammalata, racconterà sempre il fatto con le lacrime agli occhi, fino alla
sua morte avvenuta 76 anni più tardi!
di
Casalpusterlengo fu trasferito dopo soli due mesi. Perché? Non lo sappiamo! Con
questo trasferimento si interrompeva tutto il programma degli studi teologici
di Padre Carlo. Per questo non avrebbe mai potuto ricevere l'autorizzazione a
predicare e a confessare: sarebbe rimasto solo abilitato a dire la S. Messa, e
basta! Un fatto inconcepibile per la sua anima tutta tesa all'apostolato, a
salvare le anime!
Fu
veramente, questa, la prova più dura per la sua vita! Eppure era nel piano di
Dio, e lo vedremo presto. A Padre Carlo restava la... "gioia" di
"dire di sì" umilmente e dolorosamente alla Sua Cara Mamma
Addolorata! Senza sapere che la Madonna in persona lo avrebbe dichiarato
pronto ad ogni suo cenno e abilitato per tutto un programma meraviglioso che si
sarebbe realizzato a Casale nei mesi seguenti, fino alla morte!
E
Padre Carlo partì!
Durante
il viaggio, racconta il carrettiere che lo accompagnò, "continuò a
pregare solo, con la testa bassa, senza accorgersi dei luoghi pei quali si
passava... Solo quando si trovò vicino al convento di Casale, scorgendolo
attraverso gli alberi, chiese che luogo fosse, ed avendo sentito che era il
convento... emise un profondo sospiro, mormorò qualche parola che non fu
intesa, e silenziosamente pianse".
Giungeva
sulla cima del suo Calvario, dove brevemente si sarebbe consumato il
sacrificio della sua vita: l'avrà presagito? O furono sommesse espressioni e
lacrime di devozione al giungere presso la casa della "cara Mamma"
della sua vita religiosa? Forse fu una cosa e l'altra.
A
Casalpusterlengo i Cappuccini li ha voluti e chiamati la Madonna stessa.
Davanti a tutto un popolo, che le traversie politiche avevano ridotto alla
povertà e all'umiltà più profonde, per varie sere, nel mese di Maggio del
1574, la Madonna ha fatto sfilare sotto la Sua Immagine processioni di Frati
mai visti o conosciuti prima, in uno spettacolo di fede e di devozione che
radunò, alla fine, una moltitudine di tre-cinquemila persone. Ed ecco: a
benedire tutta quella moltitudine estasiata davanti alla visione, appare alla
fine la Vergine SS. sopra la Cappellina.
Il
popolo, al massimo della sua nuova esperienza religiosa e mistica, cercò con
entusiasmo "quei Frati", li trovò a Milano, li invitò sul luogo
delle apparizioni, li accolse come "i Frati della Madonna"; a
settembre iniziò la costruzione del loro convento, e in poco più di un anno
tutto era pronto per questi "custodi" della Madonna e del popolo
stesso: una "famiglia di Dio" che niente e nessuno - nemmeno le
soppressioni decretate dalla forza più anticlericale - ha saputo o potuto
smembrare, che si mantiene unita da oltre quattro secoli, per cui ancora oggi la
presenza e la devozione alla Madonna dei Cappuccini è viva, è vita di tutti!
Di
tutto questo parla sempre più alto la storia di Casale!
E
parla anche di Padre Carlo. Soprattutto la sua umiltà servì a riflettere con
più nitida fedeltà la presenza della Vergine SS.ma in mezzo al suo popolo, e
ad attirarlo ancora di più ai piedi della "cara Mamma" .
di
Casalpusterlengo (Padre Carlo) iniziò un tenore di vita ancora più umile e
nascosta. Si tenne, cioè, in una specie di timida riserva. La sua santità,
la sua presenza interessava solo Dio e gli Angeli suoi".
L'arrivo
di Padre Carlo non fu preceduto da nessuna fama di santità. Ma era inevitabile
che "chiunque osservava attentamente Padre Carlo, sentivasi forzato a dire
che era un santo".
"Lo
vedeva... come un rapito, un fuori di sè, un inabissato. Qualcuno cominciò a
stupirsi non poco di quel rimanere in orazione per lunghe ore, con le braccia
levate al cielo, o distese in forma di croce, sempre inginocchiato davanti
all'altare della Madonna o davanti al SS. Sacramento...".
Poi,
"tutti ben presto si accorsero che la Messa del Servo di Dio era più lunga
di quella degli altri Padri... e si notò che il popolo, invece di annoiarsi,
aumentava... ascoltava devotamente,... e nessuno ardiva sedersi, quasi fosse
una irriverenza...".
Insomma,
"era nei disegni di Dio che la stessa Madonna Santissima rivelasse al
mondo questo suo appassionato amante, questo prezioso tesoro nascosto, e lo fece
in modo degno di Lei".
La
"vita ancora più umile e nascosta" accennata sopra la possiamo
spiegare non tanto perché a Casalpusterlengo ci sarebbe stato meno movimento
esterno, - vedremo invece che raggiungerà punte di incontenibilità davvero
incredibili! - ma perché lo Spirito di Dio lo chiamava ad un colloquio più
intimo, ad essere esclusivo strumento dell'azione di Dio, completamente nelle
Sue mani.
Il
sacerdote Don Saverio Guasconi ricorda soprattutto questo, a Casale. "Nei
miei contatti con Padre Carlo riportai questa larga e complessiva impressione:
che il Servo di Dio fosse costantemente e senza interruzione così assorto nella
presenza di Dio, da non sentire quasi più la vita umana e corporea, né
quelle persone che si aggiravano, muovevano, o quegli accidenti qualunque che si
svolgevano attorno a lui, o meglio, di quel poco che vedeva e sentiva e si
occupava per necessità, per dovere, tutto per lui avveniva e si compiva come
atto di culto davanti alla Maestà Santissima di Dio, in cui visibilmente lo si
scorgeva fisso, assorto, e intieramente ed esclusivamente compenetrato. Nella
sua faccia, nelle sue movenze, nulla si rifletteva dall'esterno, non un tratto,
non un guizzo che indicasse una impressione o una apprensione o un sentimento
puramente umano. Si vedeva, insomma, un'anima che in corpo mortale era
arrivata al punto di vivere da Angelo".
OLTRE
LE NUBI È SEMPRE SERENO,
al
di là dei nostri limiti si spazia serenamente nell'infinità di Dio. Padre
Carlo viveva in Dio, nella fede e nella serenità più pure, "come un
bambino svezzato in braccio a sua madre" (sal. 131,2).
Ed
ecco un fatto semplice, umile, "da bambini". Lo descrive il
protagonista stesso, Mons. Sante Peviani, che da bambino aveva servito molte
volte la S. Messa a Padre Carlo e fu suo "grande" amico fin dai primi
giorni del suo arrivo a Casale. "... Quel giorno non ero punto disposto a
servire a Padre Carlo la S. Messa, piuttosto lunga", perché era tardi e
c'era da andare a scuola. Ma Padre Carlo "avvicinatomisi, con la sua parola
dolce e severa ad un tempo, mi disse:
-
Mi servi la Messa, neh? E dopo l'Elevazione reciterai i cinque Pater Noster...
-
-
Temo, risposi, di non arrivare più in tempo per la scuola -. Guardò l'orologio
della sagrestia.
-
Eh, no no, figlio mio, fai in tempo -.
"Servii
la Messa. Intanto il tempo si era fatto oscuro oscuro... poi si udì uno
scroscio assordante, monotono... Era la pioggia! ... Finita la Messa... mi
rivolsi al Padre Carlo, che deponeva i paramenti, e, quasi in tono di
rimprovero, dissi:
-
Vede,?... io adesso bisogna che mi pigli tutta quest'acqua!... Mi rispose con
calma:
-
Aspetta... che andrò a prendere il permesso dal Padre Guardiano e ti darò
l'ombrello -.
Ma
io ripigliai:
-
No no: vado subito, perché è tardi - ... e feci per partire. Ma Padre Carlo
mi ferma:
-
Inginòcchiati! -
Ubbidisco;
mi benedice e poi mi dice: - Alzati, figliolo, e va a casa -.
"Non
senza un senso di timore mi posi in cammino: e per fare più presto,... via per
i campi! Si trattava di un chilometro abbondante. Ma appena messo piede in casa,
qual non fu la meraviglia della mia povera madre, vedendomi completamente
asciutto, mentre l'acqua scendeva ancora a cateratte! Mi chiede:
-
Dove hai l'ombrello dei Frati? -
-
Non ne ho, risposi. Me lo voleva dare Padre Carlo, ma io non volli! ... perché
perdevo tempo -.
-
Non scherzare. Dimmi dove hai posto l'ombrello. L'hai forse rotto?
"...Prendendomi per il braccio e scuotendomi forte, ripiglia:
-
Non vedi che sei asciutto, con quest'acqua che viene?
-
Ma sì, vedo che sono asciutto, ma l'ombrello non ce l'ho proprio: Padre Carlo
mi ha benedetto e non mi sono bagnato!
"Ma
la povera mamma non voleva tranquillizzarsi... - Guai a te se l'hai
perduto".
Rientrato
da scuola, continua l'interrogatorio, e più quando a sera il papà ritorna dal
lavoro: solo non si giunge alle vie di fatto per il rispetto che il nome di
Padre Carlo già ispira.
"-
Andrò io al convento, esclama papà, e domanderò io ai Padri se nessuno ti ha
dato l'ombrello; se ti troverò bugiardo, me la pagherai cara -.
"Pochi
giorni dopo entrai nella cella del Padre Carlo, che, tutto raccolto, contemplava
il Crocifisso, e gli dissi:
-
L'altro giorno non mi sono bagnato, e sì che pioveva a dirotto! -. "Senza
scomporsi né meravigliarsi né domandarmi alcunché, disse: - Ebbene, va in
Chiesa a recitare tre Ave Maria alla Madonna in ringraziamento della grazia che
ti fece" -.
Era
solo un mese che Padre Carlo era giunto a Casale, e già si viveva di
soprannaturale, coinvolti specie "i piccoli" di casa. Ci viene da
aggiungere a questo bellissimo episodio le parole commosse "A Lode di
Cristo. Amen!" proprio come nel libro dei Fioretti di S. Francesco.
Capitolo
IV
"La
Madonna è tutto amore per noi: non ha altro desiderio che di vederci sempre in
pace e amore con Gesù, il suo figlio unigenito; e noi dati a Lei per figli sul
letto della croce".
(Padre Carlo)
normale,
che si prevedeva ricca solo di silenzio e di preghiera, umanamente parlando non
poteva esserci esternamente più nessuna sorpresa. Il massimo che si poteva
pensare erano alcune Sante Messe celebrate in altre chiese o qualche visita agli
ammalati.
Questo,
"umanamente parlando". Ma il progetto di Dio era ben altro. Si cominciò
comunque con la visita ad una ammalata, ma si cominciò subito.
Forse
ai primi di agosto Padre Carlo accompagna il suo confessore Padre Anselmo per
la visita ad una "certa Francesca Pavesi... L'ammalata, di giovane età e
di umili condizioni, già da sette anni teneva il letto. Rattratta in tutte le
membra, soffriva dolori spasmodici; la morte le si presentava ultimo buon
rimedio. I medici l'avevano abbandonata. Le erano già stati amministrati gli
ultimi Sacramenti... I due Frati la trovarono livida, con tutti i sintomi della
morte imminente. Padre Anselmo... con parole profondamente ispirate la confortò
a fede e speranza in Dio...".
Finita
la visita "i due frati si accomiatano. Sono già sulla porta, quando Padre
Carlo si rivolge all'ammalata e dice:
-
Povera donna, confidate in Dio! Se il Signore vuole può ridonarvi la salute!
Fu
un lampo! Padre Anselmo, illuminato, dice a Padre Carlo: - Benedica questa
povera inferma! -
Resiste
Padre Carlo, scusandosi che non toccava a lui, più giovane. Ma Padre Anselmo
taglia corto e soggiunge:
-
Lei ubbidisca e la benedica subito!
Il
Servo di Dio ubbidì e diede la sua benedizione all'ammalata: ma sull'atto di
andarsene si volse ancora e disse:
-
Donna, oggi tu guarirai: domani vieni al Santuario a ringraziare la Madonna.
Ricordati: se farai bene, vivrai a lungo; ma se ritornerai alla vita di prima,
entro tre anni morrai del male presente -.
Il
giorno dopo, senza più dolori di sorta, perfettamente guarita, era in Santuario
a ringraziare la Madonna dei Cappuccini".
Fu
la prima guarigione operata da Padre Carlo a Casalpusterlengo. Purtroppo
sappiamo che la Pavesi non perseverò nel bene, e tre anni più tardi la
profezia di Padre Carlo si avverava puntualmente. Ma sia la guarigione che la
profezia erano destinate a far crescere attorno a Padre Carlo una attenzione e
una tensione sempre crescenti.
troviamo
Padre Carlo nella vicina Parrocchia di Somaglia a celebrare la S. Messa nella
Festa Patronale, l'Assunta. Forse per la fama della guarigione della Pavesi, o
forse solo per desiderio espresso dell'ammalata, Signora Merli Maria, di essere
benedetta dal frate che ogni anno celebrava prestissimo la prima santa Messa
della Festa, Padre Carlo fu condotto la sera stessa alla casa dell'inferma.
Costretta a letto, "già da qualche anno il medico l'aveva, come suol
dirsi, abbandonata al suo destino. Il Servo di Dio la benedice: e, avendo
sentite le sue grandi sofferenze, con quella sua finezza di spirito tanto
propria, congedandosi, come per animarla, amorevolmente le dice:
-
Buona figliola, verresti volentieri anche tu domani in Parrocchia a fare le tue
devozioni? domani, che anche in cielo è grande festa della Madonna?
L'ammalata
pensa a un gioco di cattivo gusto o quanto meno ad una domanda stupida (ad una
moribonda!?), ma Padre Carlo subito aggiunge:
-
Sta di buon animo, figliola; confida nella Madonna, e tu domani mattina presto,
guarita, sarai in chiesa a fare le tue devozioni -.
E
così fu. Il mattino seguente... perfettamente guarita, è una delle prime del
paese ad accorrere in Parrocchia... Lo stupore di tutta Somaglia lo si può
appena immaginare!..."
Altri
fatti analoghi si riferiscono a questo primo periodo della vita di Padre Carlo a
Casalpusterlengo. Però mi sembra più utile riferirne altri - questi sembrano
più di cielo, più di Dio stesso, che di Padre Carlo! - che presentano meglio
la sua figura.
Trascrivo
la testimonianza commossa di un teste.
"ERA
LA PRIMA DOMENICA DI SETTEMBRE,
e
al Santuario... come di solito si celebrava con grande pompa l'anniversario
dell'Incoronazione del vetusto simulacro di Maria, e la Messa era accompagnata
da musica. Al principio della Messa cantata, andai in coro dei Religiosi, perché
oltre la Chiesa, anche i due coretti ai lati dell'Altare maggiore erano pieni
zeppi di gente. Padre Carlo, chissà da quanto tempo era là inginocchiato al
suolo, precisamente alla destra del leggìo. L'inginocchiatoio dell'accolito gli
serviva per nulla; cioè, se ne stava ginocchioni senza punto di appoggio, né
davanti, né dietro, né ai fianchi. Aveva le braccia alzate e le palme delle
mani aperte, verso il cielo. Gli occhi erano fissi, all'alto, quasi vedessero
il Paradiso aperto e grondavano di copiose lacrime. Quanto durò la funzione,
cioè due ore circa, quelle lacrime non cessavano di scorrere, e di scorrergli
dal viso in terra. Tutto quel tempo non batterono palpebra una sola volta, né
si fissarono sopra alcun altro oggetto, né su alcuno o sui tanti che lo
circondavano e quasi lo premevano. Quel corpo alto, ritto, disteso, che pareva
una croce non piegò d'un pollice né a destra né a sinistra, né in avanti, né
indietro. Lo si sarebbe creduto non un vivente, ma una statua.
"Era
così assorto, in mezzo al bisbiglio di quella folla e al fracasso di quella
musica (in uso allora) come se il mondo non esistesse, come se fosse in un
deserto, solo, non visto né guardato da alcuno.
"Dinanzi
a quello spettacolo più di cielo che di terra, io come parecchi miei amici che
lo osservavamo, fissandolo fin da principio, alla fine rimanemmo così
stupiti, che non ebbimo più in mente né il tempo, né il canto, né la
musica, né la predica, né chicchessia d'altro appartenente la solennità.
Restammo persuasi che né una pietà comune, né il fervore ordinario, né un
amor di Dio che non fosse quello di un Serafino potevano arrivare a tanto. Che,
oltre a tutto, si pensava che occorreva una forza fisica addirittura
straordinaria per reggere. E invece lui, il Servo di Dio, di complessione così
debole, di poca o nessuna forza fisica... Per certo aveva del prodigio la cosa.
"Finite
le funzioni, noi ce ne andammo. Certo, come si diceva, la voce sola del
Superiore l'avrà richiamato da quel rapimento...". Viene alla memoria
quanto ha lasciato in un suo scritto lo stesso Padre Carlo: "Mira, fra
Carlo, la tua Madre a piè della Croce, e non distacca il viso se non ti struggi
di compassione, di amore, di riconoscenza ed imitazione, sollevala dai suoi
dolori acerbissimi, prega di dividerli con te ...". Era colloquio,
contemplazione, ma anche comunione!
Sono
questi i "segni" che più cerco nella vita degli uomini di Dio; quegli
altri, i così chiamati "miracoli" sono opere di Dio che non posso
imitare, ma solo ammirare per glorificarLo: questi, invece, indicano un
traguardo raggiunto e da raggiungere, e finiscono per trascinarci!...
Davanti
a tutti questi segni il popolo cominciò a scuotersi, e ad accorrere attorno a
Padre Carlo per essere da lui benedetto. Dio lo incaricava di compiere questa
missione, e Padre Carlo Lo serviva con fedeltà, sempre fisso ed immerso in
Lui.
"Dapprima
egli, a benedire gli ammalati, usciva fuori sul sagrato del Santuario. È più
tardi che prese a benedirli in Chiesa, nella Cappella o Altare della
Madonna"; ed è facile indovinarne il motivo: sul sagrato il protagonista
sembrava lui stesso!... In Chiesa, invece, additando a tutti la Vergine Maria
egli poteva (e voleva) scomparire! Egli voleva solo ripetere a tutti:
"Andate e ringraziate la Madonna!"
E
il popolo non ha finito ancora oggi di ringraziarLa per aver dato una prova
tanto grande del Suo amore nella persona e nell'azione di Padre Carlo da
Abbiategrasso.
incominciò
a diffondersi, e "Padre Carlo apparve ai fedeli di Casalpusterlengo come
il prediletto della loro Madonna, il prescelto da Dio a ravvivare la
devozione... verso il bel Santuario. E generalmente tutte le meraviglie...
saranno quasi sempre fatte nel nome della Madonna...". Prima di levare la
mano a benedire la moltitudine "lo si vedrà rivolgere sempre uno sguardo
di filiale amore al simulacro di Maria".
Tra
i suoi scritti troviamo anche la seguente preghiera che evidentemente ripeteva
ogni giorno: "Cara Mamma, questa mattina vi ho offerto il Santo Sacrificio
del vostro Divin Figlio nella Messa, perché abbiate ad esaudire tutti gli
indigenti, che a Voi ricorrono. Deh! non vi sia discaro di esaudire tutti
questi devoti che a Voi si volgono per ricevere Vostre grazie e benedizioni.
Accogliete tutti sotto il vostro manto, e mostrate a tutti e in tutti
l'efficacia della vostra grazia e della Vostra protezione. Così sia".
Il
Maestro Luigi Fenini, poi Sindaco di Casalpusterlengo, ma allora giovanotto di
vent'anni, così ricorda quei giorni: "Era così grande il concorso della
gente e della folla dei forestieri che affluivano da ogni parte, che tutti...
gli alloggi, alberghi, osterie, corti ed aie, anche di privati, venivano
ingombrati da ogni sorta di veicoli. E ciò nonostante, rigurgitavano tutte le
contrade del paese, specie la strada da S. Antonio ai Cappuccini, lunga un buon
chilometro,... di gente che dovevano per mancanza di ricovero qualsiasi,
lasciare animali, carri, carrozze, all'aria aperta...".
"Il
Santuario, la piazza, i campi e prati vicini, dalle primissime ore del mattino
alle tarde della sera, erano continuamente gremiti di moltitudini...
impressionanti. E tutti per vedere il Padre..., per essere da Lui benedetti, per
chiedere grazie spirituali e temporali...".
Risultò
presto impossibile attendere a tutti singolarmente o a piccoli gruppi, e toccò
al Padre Superiore organizzare meglio l'afflusso dei devoti dando ordine che
la benedizione venisse impartita a tutti in massa da Padre Carlo ogni mezz'ora,
"previo un segno della campana". E ogni mezz'ora puntualmente la
chiesina si ritrovava piena di gente "implorante".
Scrive
ancora il Maestro Fenini: "Padre Carlo rivolgeva spesso, presentandosi
all'Altare della Vergine per la benedizione, qualche breve parola alla
moltitudine affollata. Ed era, ora una esortazione all'amore di Dio; più spesso
un caloroso invito a voler bene a Maria Santissima, ed a confidare pienamente
in questa nostra Mamma; spessissimo un irresistibile incitamento alla penitenza
e al dolore dei peccati propri e del mondo; alle volte un'improvvisa invocazione
a Maria perché ci prendesse tutti sotto la sua materna protezione...
"Era
una parola affatto disadorna e semplice; tanto semplice che più non poteva
essere: ma tutto succo e sempre nuova, e così commossa, così calda, così
viva! ... Parole che io non ho più sentite da nessun Sacerdote o Predicatore;
e, sinceramente, dispero di poterle mai più sentire ancora.
"Tutti,
come egli apriva la bocca, quasi tocchi da un magnetismo celeste, si sentivano
scossi, internamente agitati, scoppiavano in gemiti..., suppliche di pietà e
perdono.
"Una
scena che veramente feriva l'anima".
Erano
giornate trasbordanti di grazia divina. "Il pianto si faceva generale: e
tutti, indotti a mutar vita, a divenir migliori, correvano ai confessionali.
Cosicché otto Padri Confessori non erano abbastanza... pur alternandosi da mane
a sera. È certo che i miracoli di conversione... sorpassano ogni
immaginazione".
E
Padre Carlo, al centro di tanta azione e attenzione, come si sentiva? Era a suo
agio? Sì, era a suo agio perché non si sentiva affatto al centro. Come una
conchiglia sul fondo del mare, custode gelosa della sua perla, non partecipa
del movimento e dell'agitarsi delle onde che in superficie possono anche
giungere a schiumeggiare. O, meglio ancora, - senza allontanarsi dalla Chiesa,
- come il Tabernacolo, custode geloso del Corpo di Cristo sembra a volte
scomparire in mezzo agli addobbi e ai canti delle nostre esteriori solennità,
dell'andare e venire delle funzioni liturgiche, rimanendo pur sempre il centro
dei cuori devoti! Padre Carlo, vicino col cuore e la mente a questo centro,
quasi non partecipa a nessuno di questi movimenti esterni. Si sente estraneo,
l'ultimo, l'inutile di fronte a tutte le altre cose.
Scrive
ancora il Maestro Fenini: "Io restavo ogni volta sommamente sorpreso del
senso di rispetto che Padre Carlo aveva per tutti. Per esempio, incontrandolo
di passaggio nell'interno del convento, o sul limitare del Coro, vedevo Lui,
sacerdote venerato com'era, ritrarsi davanti a me, giovanetto di nessuna
importanza, quasi io fossi un Vescovo o un Generale d'Armata. Così quando lo
vedevo nel coro andare con lo strofinaccio ripulendo i banchi dalla polvere:
se gli accadeva di passare dinanzi anche ad un secolare qualunque, fosse pure
l'ultimo contadino o fanciullo, senza neppur vederlo in faccia (ché egli mai
guardava in volto persona veruna) si raccoglieva e faceva un inchino profondo a
quella qualunque persona che vi fosse o supponeva che vi fosse. Ho detto
supponeva vi fosse: perché accadeva spesso che la persona neanche vi fosse,
trovandosi, per esempio, in confessionale: ma c'era soltanto il cappello".
"Così
di giorno in giorno Padre Carlo attuava la sua santificazione".
Di
tutte queste guarigioni riportiamo qui solo due esempi che possono in qualche
modo darci un'idea di quei giorni veramente `pieni'!
"UN
NEGOZIANTE DI S. ANGELO LODIGIANO,
sugli
ultimi di ottobre 1858, arriva a Casalpusterlengo, all'osteria dei Tre Re,
diretto al mercato di Piadena; e, come al solito, vi alloggia. Era triste e
pensieroso. L'ostessa se ne avvede tosto. Chiesto il motivo, per un po' nicchia
a dirlo: poi, con accento accorato, esclama: Proprio a me è toccato di condurre
ieri mia moglie all'Ospedale di Lodi: diventata pazza da qualche tempo, e
curata invano a casa da tanti medici.
"L'ostessa
l'esortò a portarsi subito da Padre Carlo. Il negoziante, più che mai
scettico, sorrise; il marito dell'ostessa, allora disse: - Scusate, che è
questo vostro sorridere? Dite che avete speso inutilmente tanti denari, che
avete chiamato tanti medici e professori, e inutilmente anche questi: vi
mostrate tanto addolorato per la disgrazia di vostra moglie, e insieme vostra
e della vostra famiglia: e adesso ridete perché vi dò un buon consiglio di
rivolgervi a Dio e far benedire la vostra moglie da quel Santo, che è Padre
Carlo?
"Vi
rincrescono quattro passi da qui al Convento, per la vostra moglie, inferma com'è?
Via, ma se anche vostra moglie non avesse a guarire, forse che vi si domanda un
soldo? Se, invece, la benedizione di Padre Carlo vi guarisce vostra moglie,
come salva e guarisce tanti altri ammalati? Pensate...
"Non
seppe replicare quel negoziante al discorso rettilineo e semplice dell'amico
oste: si alzò e andò diritto al Santuario. Espose a Padre Carlo la sua
sventura. Questi benedì la sua moglie; e l'esortò a confidare nel Signore.
Ritornato poscia all'Osteria dei Tre Re, l'ostessa, intuitivamente, la si
accorse subito che l'uomo non era restato soddisfatto; anzi, che era più in
amarezza di prima. Finse di attendere al suo mestiere, ma in cuore si consumava
di sapere come la faccenda era andata. Temeva che Padre Carlo, invece della
guarigione, gli avesse denunziato la catastrofe. Con domande alla larga cercava
di farlo parlare. Finalmente, crollando il capo, e dato un sospirone disse: -
Ah, Signora mia! Padre Carlo mi ha detto di far presto a ritornare a casa mia:
che entro due o tre giorni, non ricordo preciso, mia moglie, perfettamente
guarita, uscirà dall'ospedale. - Poi, con quell'incoscienza propria degli
ignoranti in religione, soggiunse:
-
Ma domando io, se è mai possibile che mia moglie possa guarire in due o tre
giorni, quando i medici disperano addirittura di poterla guarire!
"Passarono
i due o tre giorni; ed eccolo di ritorno dal mercato di Piadena, qui a
Casalpusterlengo, all'Osteria dei Tre Re, dove trova una lettera al suo
indirizzo, che egli annuncia il ritorno a casa di sua moglie, perfettamente
guarita. Non si fece più pregare: volò subito a casa, e due giorni dopo, da S.
Angelo Lodigiano era di nuovo a Casalpusterlengo con la stessa sua moglie: e
all'osteria dei Tre Re non finiva più di raccontare a tutti la gioia provata,
quando, entrando in casa, si vide venirgli incontro la moglie stessa, sana e
bella come se non fosse stata mai malata.
"Con
la moglie andò al Santuario a ringraziare Padre Carlo; ma, qual non fu la sua
meraviglia, quando da lui si sentì rispondere: - Ma, buon uomo, che c'entro io
mai? Ringraziamo la cara Madonna: è Lei che vi ha fatto la grazia!
"Nel
momento stesso che Padre Carlo diceva al negoziante: - Fate presto a ritornare a
casa ecc. - la malattia lasciava per sempre, all'Ospedale di Lodi, la povera
ammalata. Furono i medici che la vollero trattenere ancora due o tre giorni in
osservazione".
Tutti
potevano e dovevano vedere! Tutti credevano fermamente! Tutti si ritenevano
responsabili di annunciare ovunque, anche agli increduli, la realtà nuova che
era apparsa a Casalpusterlengo: la Madonna guariva tutti, con la benedizione di
Padre Carlo!
vennero
al Santuario con un loro bambino, cieco nato. Padre Carlo li benedì: poi,
volse il suo sguardo al fanciulletto che la madre teneva in braccio, ed
accortosi che era cieco, lo chiamò così: - O caro piccino guarda su; vedi com'è
bella la Madonna! - I genitori non ci avevano neanche pensato a domandare né
benedizione, né grazia per il loro figlio. Il bambino obbedì alla voce del
Servo di Dio: e gli occhi suoi spenti, improvvisamente si illuminarono: gettò
un grido di gioia, ed esclamò: - Mamma, mamma, guarda, guarda com'è bella la
Madonna!
"La
signora che sosteneva in braccio il suo piccolo cieco, e che non aveva finora
pensato alla di lui sventura, tanto s'era rassegnata, dinanzi ad un tanto
prodigio, sorpresa, è colta da forte svenimento. Nel deliquio lascia andare
il figlioletto. `Buon per entrambi - dicono i testi - è accaduto niente di
male, perché la Chiesa era così zeppa di gente, che un grano di miglio non
avrebbe potuto toccare terra'. Qualcuno corse a recare dell'acqua per la
Signora svenuta". È, forse, il quadro più emblematico di tutti i
miracolosi interventi del tempo di Padre Carlo. È toccato proprio a lui
mostrare a tutti "quanto è bella" la Madonna di Casale, risvegliare
in tutti una fede nuova, far udire a tutti l'invito a "guardare su" a
Lei per essere illuminati nella nostra fede stanca e spenta! Che anche da noi
non si spenga mai più il grido estatico dell'anima: "Come è bella la
Madonna! Guarda su!".
UN
VISITATORE D'ECCEZIONE,
ancora
sul mese di ottobre, fu il Servo di Dio Don Giovanni Battista Tornatore, dei
Preti della Missione, di Piacenza, venuto a bella posta per conoscere Padre
Carlo, "avendo inteso parlare...". Non che non ci credesse, ma perché
le anime sante si cercano a vicenda, si attirano, vogliono vedersi, si sentono
unite.
Rimase
ammirato e commosso, e scrisse più tardi: "...Trovai veramente che tutto
in Padre Carlo spirava aria di santità. L'aspetto, il volto, il tratto, il
discorso mi fecero concepire di lui una stima di uomo santo. Soprattutto in lui
un'aria di grande semplicità, innocenza, ingenuità davvero bambina... Gli
domandai se avesse ricevuto speciali grazie da Maria Santissima; mi rispose
che... fin da fanciullo;... che sentiva un forte desiderio della conversione
degli eretici e che bramava di potervisi applicare...".
Quante
cose si saranno dette, tutti e due così immersi in Dio! Con l'ammirazione, la
confidenza e la libertà che ci può essere tra due anime che finalmente possono
intendersi su tante cose importanti, fondamentali! Don Tornatore riferisce pure
una sua domanda, fatta così, a bruciapelo: - Non vi pare, Padre, che con questi
vostri propositi di continua unione con Dio, voi finirete a stancare la mente
e nuocere alla salute vostra? -
"Padre
Carlo ebbe un piccolo segno di sorpresa: ma ripresosi subito, con angelico
sorriso rispose:
-
Stancare il pensiero della santa presenza di Dio? Ma vi può essere forse
qualche altra cosa più interessante, dolce e soave per l'anima nostra, di
questa di stare con Dio, solo a solo? Non è Dio il solo suo sommo e supremo
bene? La sua pace, il suo riposo, la consolazione, la felicità, il gaudio e il
premio di ogni spirito creato? No, no: è solo con Dio, solo a solo, che si
sta bene. Restare solo il Creatore con la creatura sola! Restare il
Misericordioso con la miseria! No, che non può darsi stanchezza, né sentirsi
stanchi!". Queste parole, dette dal Servo di Dio e devotamente raccolte, ad
una ad una da un altro Servo di Dio, svelano un po' il segreto dell'anima di
Padre Carlo. Dalla sua stessa bocca sappiamo ora cosa erano le sue giornate e le
sue notti passate in preghiera. "La santa presenza di Dio non stanca il
pensiero, lo alimenta"!
I
due amici si erano incontrati e non si dimenticheranno più!
NOVEMBRE,
PIENO DI SORPRESE,
trova
Padre Carlo già al massimo della sua missione carismatica, richiesto
continuamente per benedire i fedeli e gli ammalati all'Altare della Vergine
Santissima.
Il
primo giorno del mese, anzi, Festa di Ognissanti, rimase celebre nella storia
del Santuario. "Tutti i devoti, tutti gli ammalati e infermi che Padre
Carlo benedisse in quel giorno, tutti indistintamente ritornarono alle loro
case graziati e guariti!". Sembra quasi di vedervi una mobilitazione
generale di tutti i Santi nella loro solennità a intercedere, in aiuto di
Padre Carlo che - ancora pochi mesi, e. .. - sarebbe stato con loro in Paradiso!
Era
impegnativo per lui continuare così ogni giorno, ed anche per i religiosi del
convento curare con un ritmo tanto serrato l'assistenza ai confessionali, ma
c'era qualcuno che incominciava a insospettirsi e a dar segni di stizza e di
indisposizione, davanti a tutta quella gente che accorreva da ogni parte, e
voleva che si troncasse tutto, subito. Era il governo (a quei tempi, austriaco)
che, si sa, si appoggia sì alle masse popolari, ma le teme.
Perciò
vennero subito i primi "sopralluoghi, le severe inchieste, le clandestine e
minuziose indagini e visite... Si cominciò a tempestare di missive e di
visite il Padre Provinciale dei Cappuccini a Milano e Mons. Benaglia, Vescovo
di Lodi, perché si voleva che Padre Carlo fosse ad ogni costo allontanato da
Casalpusterlengo: le sue parole e le benedizioni - dicevano - suscitano
fanatismi e superstizioni, nuocciono alla purezza della nostra santa fede e
sono di grave scapito all'onore della verità cattolica". Vi pare poco? -
Ma per quanto i dominatori di questo mondo parlino di Dio, non riescono mai a
nascondere bene la coda!...
E
mentre il carteggio, nelle alte sfere, si intensifica, un fatto nuovo accade,
veramente straordinario. Racconta una teste: "Avevo una figlia, bambina di
poco più di quattro anni, ridotta ad uno stato da far pietà e senza umana
speranza di guarigione. Aveva la testa e la faccia letteralmente coperte di
stomachevoli ulcere, che colavano un pus puzzolento quanto mai. I medici
avevano tentato invano tutti i rimedi e temevano seriamente che anche guarendo
la piccina avrebbe perso la vista... Un mattino di novembre sento suonare la
Messa alla vicina Chiesa di S. Bernardino: mi sento stimolata forte ad andare
giù a sentirla. Raccomando di custodirmi la mia Giannina e corro giù. Il
celebrante è Padre Carlo. La pietà sua a dire la Messa mi colpì al sommo:
accese in me la sicurezza di grazia. Terminata la Messa lo seguii in
sacrestia. Gli aprii il mio affanno di madre e lo pregai di seguirmi in casa
mia. Mi domandò di lasciarlo pregare pochi minuti; poi con me venne su. Come
vide la piccina in tanta sofferenza, si impietosì grandemente. La benedì e poi
prese a lambire con la lingua" (che aveva appena toccato il Corpo e il
sangue di Gesù nella Messa)" tutte quelle piaghe. Indi mi chiese una
catinella d'acqua tiepida e un pannolino: l'inzuppò e con mano leggera lo passò
sulla testa e sulla faccia della piccola paziente". Le croste e il pus
scorrevano nel catino e la bimba riappariva "bella, sana e guarita, come
un fiore sul primo sboccio".
Quando
poi la signora volle invitare Padre Carlo a prendersi una tazza di caffé,
"Padre Carlo rispose:
-
Grazie, signora, io ho un'altra bevanda da bere -.
E
prima che essa potesse raccapezzarsi, Padre Carlo con rapida mossa accostò la
bocca alla catinella e ne bevve il contenuto." Quella signora si domandò
in seguito più volte: "Che per la guarigione della mia figlia avesse
promesso segretamente una così eroica mortificazione?".
Ma
già in altri casi Padre Carlo aveva agito così. Sappiamo bene che voleva
sempre pagare di persona. È ciò che i grandi imparano con Gesù in ogni S.
Messa, alla quale tutti "partecipiamo", ciascuno nella misura del
suo amore a Gesù e delle grazie speciali ricevute dal Suo Spirito!
che
servì a gettare un po' d'acqua sul fuoco delle esigenze austriache di
rimuovere Padre Carlo, ma gettò anche nel popolo paura e allarme: il giorno 9
novembre Padre Carlo cadde gravemente ammalato di broncopolmonite. "I
medici credettero quasi disperata la sua guarigione".
La
costernazione fu generale. "Si videro le moltitudini così prese dallo
sgomento, che accorrevano spontaneamente nelle Chiese ad innalzare preghiere al
cielo, per la guarigione del loro amico, benefattore e padre. E questo in tutta
la Diocesi di Lodi, dove la notizia si sparse in un lampo. Figurarsi nei paesi
più vicini e specialmente in Casalpusterlengo! Tanto che le testimonianze
concordano in dire che l'affluenza al Santuario della Madonna dei Cappuccini
allora aumentò all'inverosimile".
"Piacque
a Dio, per la dolce violenza di tante preghiere, di tanta fede e devozione... di
concedere quasi miracolosamente la guarigione di Padre Carlo. Il medico,
comunque, lasciava vive raccomandazioni all'ammalato di non alzarsi,
prospettandosi una lunga convalescenza".
Il
carteggio tra le autorità civili austriache, con i Frati e il Vescovo
continuava e un primo risultato fu un distaccamento di (due? quattro?) gendarmi
per "garantire l'ordine tra la folla (e sorvegliare! ...)„.
I
Frati, esonerati finalmente dalla responsabilità di mantenere l'ordine (non
che ce ne fosse bisogno, ma l'onere c'era!) si sentirono molto più sollevati
per attendere all'assistenza religiosa. Saranno gli stessi gendarmi, "tre o
quattro volte al giorno o anche più", nonostante le raccomandazioni del
medico, a salire alla stanza di Padre Carlo e condurlo, ("portarlo"!)
sino alla cappella della Madonna per accontentare "le moltitudini che non
volevano partirsi dal Santuario senza prima avere veduto il Servo di Dio e senza
essere da lui benedette e aver fatto benedire i propri malati". Ormai lo
amavano tanto e non sapevano più vivere senza sentirlo in mezzo a loro!
"VENGO,
O MADRE" `PER CONTEMPLARE LA POTENZA E LA GLORIA DI
DIO!' (sal. 62,3).
"Operiamo
instancabilmente il bene con l'aiuto di Dio, e il paradiso è nostro" (Padre
Carlo).
PIÙ
CALMO DICEMBRE,
in
seguito anche ad una decisa e definitiva presa di posizione del Vescovo di Lodi
Mons. Gaetano Benaglio in difesa del Padre Carlo, "da che è ovvio",
afferma il Presule, "il dover prevedere lo straordinario rammarico che
proverebbe Casale e tutta la mia Diocesi a perdere così rispettato soggetto e
sarei per poco avvolto nelle pubbliche disapprovazioni...".
Dinanzi
al suo atteggiamento fermo, anche il governo austriaco si limitò a vigilare e
non chiese più la rimozione di Padre Carlo. Oltre che accorrere in massa ogni
giorno da Padre Carlo, anche per lettera si ricorreva a lui. "La posta
s'era messa a rovesciare quotidianamente, all'indirizzo di Padre Carlo,
valanghe di lettere. Ne venivano da tutte le terre, paesi, città, province e
Stati d'Italia e d'Europa: fino dalle Americhe ne giunsero! Ognuna esponeva bisogni
implorando l'ausilio delle preghiere e della benedizione di Padre Carlo. Altre
ringraziavano con molta profonda gratitudine e viva riconoscenza per grazie già
ricevute. Il Padre Superiore, senza farne mai motto a Padre Carlo, continuò
egli stesso, per tutto il tempo, a fare lo spoglio di quelle lettere e a
rispondere a nome del Servo di Dio... Alla sera, poi, soleva dirgli:
-
Padre Carlo, preghi per tante persone che si raccomandano alle sue preghiere per
speciali bisogni e necessità -".
Il
suo ideale missionario si realizzava... in senso inverso - non era lui ad
"andare a predicare", ma erano le anime che "venivano o
chiedevano di lui", - ma si realizzava! e intensamente! in modo pieno!
"Mons.
Peviani... dice: Le ondate di popoli che quotidianamente affluivano al
Santuario, venivano per 'vedere il santo': e coloro che non conoscevano ancora
Padre Carlo restavano, più che non si aspettassero, incantati, stupiti, rapiti
da quella presenza celestiale, commossi così profondamente e scossi a
conversione, a contrizione, a sentimenti ed a propositi di vita santa, che
tanti, lì per lì si determinavano (anche senza prima averci pensato) a mutar
vita e a confessarsi senz'altro. Cioè, senza neppure aver ancora visto o i
miracoli o le lacrime di Padre Carlo, o d'aver udita qualcuna delle sue
trepidanti esortazioni".
Conversioni,
guarigioni nelle anime e nei corpi, benedizioni che riempivano la chiesa ogni
mezz'ora, moltitudini di devoti, commozione in tutti i cuori... "Pareva
che togliesse il respiro", lasciò scritto il Maestro Fenini,
"lasciava addirittura sbalorditi e confusi. Si viveva in un'atmosfera di
prodigio e di soprannaturale, che non dava proprio tempo di raccapezzarsi. Non
si restava neanche più impressionati, tanto ci si era abituati!".
in
questa atmosfera meravigliosa. Riporto almeno un fatto, la guarigione di un
bambino sordomuto.
I
genitori, da Fombio, ai primi del 1859, lo portarono al Santuario mossi da
viva speranza di ottenere anch'essi la grazia ed esposero al Servo di Dio la
loro grande afflizione. Padre Carlo si commuove, li esorta a confidare nella
bontà divina e a pregare con lui la Madonna. Poi prende per mano il
fanciulletto: lo benedice e, per tre volte, soffia il suo fiato sulla bocca del
piccolo paziente. Sull'istante sente tutti i rumori e suoni e snoda la lingua
a parlare".
`Li
esorta a pregare con lui la Madonna'; sembra proprio questa, in sintesi, la
missione di Padre Carlo! Ancora oggi si vedono nel Santuario degli ex-voto
(pochi, ormai, per la verità!) per grazie ricevute, dove Padre Carlo mostra a
un ammalato l'Immagine della Madonna dei Cappuccini. Il popolo aveva imparato
la lezione: "Va', ringrazia la Madonna!"; comprendeva che la Vergine
lo aveva ascoltato, ma non riusciva, non voleva togliere lo sguardo anche da
Padre Carlo che lo aveva benedetto in nome della Vergine SS.!
di
Gennaio, però, Padre Carlo incominciò a ripresentare una febbre lenta e a
tossire sempre più. Abituato a soffrire, alla sua salute non ci pensava
minimamente, ma tutti stavano attenti continuamente e preoccupati per lui:
sapevano quanto fosse fragile e prezioso!
Ostinandosi
la febbre e la tosse, in pochi giorni si ridusse "ad uno stato che non
pareva più che un soffio di vita... Presto poi si aggiunsero frequenti sputi di
sangue e i medici dichiararono essere una forma grave di etisia, ordinando le
massime cure".
Era
la fine! "Eppure, due volte ancora fu portato in Chiesa a benedire la
folla". Pietro Salamina ricorda che trovandosi vicino al Servo di Dio in
una di queste sue due ultime apparizioni in Santuario "lo udì
raccomandarsi alla folla con queste profetiche parole:
-
Cristiani miei fratelli, pregate il Signore che mi conceda la grazia di
passare i pochi giorni di vita che mi restano, nello spirito di afflizione!-.
"Nessuno
riuscirà mai ad immaginare la generale costernazione che produssero quelle
parole, pur dette con un filo di voce. Tutti ormai capirono che la sua fine era
vicina: e fu per tutti una angoscia suprema! Frati, medici, preti, devoti e
popolazione si trovarono uniti in un unico desiderio di strappare alla morte,
ancora una volta, la vita preziosa di Padre Carlo. Il Santuario si gremiva da
mane a sera di gente di ogni classe e condizione, che pregava e pregava
instancabilmente per Padre Carlo. Si voleva dalla Madonna il miracolo..., non si
sapeva rassegnarsi".
L'unico
"con serenità di volto e gioia nel cuore..., era Padre Carlo. Sentiva il
Paradiso vicino!". Martellato dai duri colpi di tosse, nessuno mai notò in
lui un segno di noia, di impazienza, né udì un lamento. Lo stesso medico
curante era meravigliato di così straordinaria serenità e tranquillità
d'animo. Per capire quanto il Servo di Dio pativa doveva usare massima destrezza
e accorgimento: proprio come i bambini.
"Nessun
pensiero per sé e le sue sofferenze: mai una mezza parola che indicasse
desiderio di guarire o di soffrire meno. Il suo pensiero, dopo Dio, era tutto
per quelli che egli amava più di se stesso; i suoi poveri infermi, i suoi
poveri afflitti, i suoi poveri peccatori che lo invocavano in chiesa" e lo
attendevano.
Chiese
al Superiore che "la sua cella fosse sempre aperta e libera a tutti i
bisognosi e sofferenti". Incominciò così l'edificante spettacolo
"ogni giorno di poveri infermi, trasportati a braccia fino alla cella di
Padre Carlo. Molti ripartivano istantaneamente guariti; altri migliorati tanto
da sentirsi vicini alla guarigione; altri con la promessa:
-
Confidate nel Signore, guarirete presto -".
Qui
non poteva nascondersi e additare l'Immagine della Vergine SS.! Ma nessuno aveva
mai dubitato della realtà anche prima! Le donne, impossibilitate di entrare in
convento per la legge della clausura, "trovarono, nella loro ingegnosità,
la maniera di far giungere a Padre Carlo i loro desideri: vennero buoni i
gendarmi", e i Frati non impegnati nel ministero delle Confessioni - che,
lo possiamo immaginare! non diminuirono in quei giorni di "suprema angoscia"!
- "Li mandavano persino con fagotti di vestiari... perché li benedicesse.
E protestavano di non partirsi se non benedette da lui".
"PENA
E DILETTO",
per
usare liberamente le parole di S. Francesco, si intrecciavano insistentemente,
in quei giorni, nell'anima di Padre Carlo.
Non
mi riferisco ai dolori causati dalla malattia, che, sempre più intensi, erano
accettati santamente, come ho detto sopra. Parlo di altre prove, dolorosissime
per la sua anima, che non ci saremmo mai aspettato nella vita di Padre Carlo,
meno ancora sul suo letto di morte; ma che lui accolse con rassegnazione
completa alla "volontà di Dio", suo unico "Bene"!
Impedito,
per la malattia, di celebrare la santa Messa, "desiderava intensamente di
potersi almeno comunicare ogni giorno; chiese subito umilmente e
insistentemente questa grazia al suo Padre Guardiano. Ma questi, per motivi che
noi non conosciamo, credette opportuno negargli questa consolazione;... gli
permise che si comunicasse solo una volta ogni otto giorni"! Si stenta a
credere! e si rimane tristi dinanzi ad un divieto simile. Quanti "otto
giorni" immaginava che Padre Carlo avrebbe vissuto ancora?
Il
buon Padre Carlo, "anche se con un dolore che solo Dio potè misurare, con
flebile voce rispose:
-
Padre Guardiano, come vuole Gesù -.
E
visse giorno per giorno la sua attesa! "A Te protendo le mie mani, sono
davanti a Te come terra riarsa" (Sal. 143,6), come Gesù in croce.
I
pochi giorni che visse ancora li spese in un continuo esuberante e ammirabile
esercizio di aspirazioni, invocazioni e giaculatorie infuocate e
frequentissime a Dio, alla Madonna, ai Santi: in rinnovare gli atti di fede e
i voti suoi religiosi. Quasi ininterrottamente ripeteva: Gesù mio,
misericordia! ... O Dio, abbi pietà di me peccatore! (Lc. 18,13). Ad ogni
momento si batteva il petto in atto di detestazione delle sue colpe e peccati...
All'infermiere che amorevolmente gli osservò:
-
Ma Padre Carlo, così ella si romperà il petto! - rispose:
-
Dio mi ha perdonato. Ma San Girolamo, che era un gran santo e dottore della
Chiesa, si percuoteva il petto con un sasso! - "Teneva il Crocifisso
continuamente vicino a sé, sui guanciali e gli occhi fissi nell'Immagine della
Madonna... e non finiva mai di mirarla, proprio come il bimbo che non sa levare
gli occhi dalla "cara Mamma". Ad ogni istante esclamava: - Gesù!
Maria! - Poi improvvisamente tirava a sé il Crocifisso, lo stringeva al cuore
e gli diceva: - Gesù, Gesù: le tue piaghe sono i miei meriti! -.
"Crescendo
i patimenti... con lo svilupparsi fatale della malattia, aumentarono le
attenzioni e le premure attorno a lui. L'andare e venire dei frati infermieri
per lui s'era fatto sempre più frequente; Padre Carlo, nel suo delicato
sentire, se ne avvide subito. Una certa preoccupazione prese il suo spirito,
dimentico affatto di se stesso, temendo solo di essere d'incomodo, fatica e peso
a tutti, non sapeva come mostrare la sua riconoscenza, e diceva:
-
Fratelli, come mi potete sopportare? -.
E
prometteva di ricordarsi di loro in Paradiso".
Mentre
l'inesorabile male lo andava riducendo celermente a poco più che una specie
di uomo, un mattino "il medico gli impose di levarsi la tonaca", che
secondo il costume dei frati non si toglie neppure coricandosi, "e stare a
letto, d'ora innanzi, con camicia di lino". Chi fu presente al fatto, Mons.
Sante Peviani allora chierichetto, racconta: "Il santo religioso, a quel
comando inaspettato, si mise a piangere; come un bambino che ricorre per
protezione alla mamma... si voltò lacrimando al suo P. Guardiano:
-
Padre mio, se mi permette che tenga il mio abito mi fa una grande carità, se
no, lo deporrò
A
questa domanda, visibilmente turbato, il Padre Guardiano rispose secco secco:
-
Fate l'obbedienza del medico!
Padre
Carlo non replicò: si sollevò alquanto sul suo giaciglio, levò al cielo,
con gli occhi che lacrimavano, le scarne braccia, e disse: - Signore, sia fatta
la tua volontà!
Dio,
e soltanto Dio, sapeva cosa "voleva", con questa ennesima estrema
rinuncia, da Padre Carlo! Quell'abito era il segno della sua consacrazione
totale, alla quale mai era venuto meno. In certe preghiere del Rituale della
Vestizione si chiedeva appunto di `poter vivere e morire con quell'abito
santo', come sulla croce, segno della totale morte al mondo. Per Padre Carlo,
vivo solo in Dio, quella camicia di lino era piuttosto la "sua"
Sindone. Così, "conoscendo la partecipazione alle sofferenze di Cristo, e
divenendoGli conforme" - anche esteriormente - "nella morte" (Fil.
3,10), Padre Carlo correva verso l'ora del tramonto da questa terra.
Gli
ammalati, i bisognosi e gli amici si facevano sempre più stretti attorno a lui.
Tra gli altri voglio qui ricordare almeno "quel babbo che proprio in quei
giorni giunse col suo carretto da Milano, conducendo i suoi quattro figli, tre
dei quali tutti attratti nelle membra. Facevano veramente compassione, dicono
i testimoni. Furono uno ad uno portati in cella di Padre Carlo; li benedì e
promise loro prossima la guarigione".
Accorse
da Piacenza anche il suo amico il Servo di Dio Padre Tornatore. Egli stesso
racconta: "L'aria di serenità con cui stava in letto sotto il male era
veramente angelica... Gli domandai se aveva visite da Maria SS., in quella sua
malattia e mi rispose di sì. Per avere presso di me qualche sua devozione,
presi il pretesto che aveva le labbra tinte di sangue e gliele pulii con
fazzoletto bianco e netto, e lo conservai e conservo con venerazione".
A
conferma di queste visite della Vergine SS., Mons. Sante Peviani scrive:
"Mi trovavo vicino a Padre Samuele da Viganò" (quello che per
desiderio di imitazione ricopiava i propositi e tutto quanto trovava scritto da
Padre Carlo) "e a Padre Anselmo da Montodine... Io udii ben chiaramente
quei due Padri raccontare al Signor Prevosto che quella mattina stessa, stando
nella cella dell'ammalato Padre Carlo, lo videro ad un tratto restare come
assorto con gli occhi in una presenza che egli mostrava di vedere e sentire
troppo bene, ma a loro affatto invisibile; e poi parlare con gran riverenza e
amore con la Madonna Santissima, con la medesima vivezza e naturalezza che
avrebbe fatto con uno di loro".
Gli
uomini gli lesinavano persino la Comunione e in cambio la Vergine Maria si
faceva premura di farsi presente e confortarlo!
lui
stesso tre giorni prima della morte. "Quando il Santissimo Sacramento,
accompagnato processionalmente da tutti i Religiosi e dai devoti presenti,
giunse sulla soglia della sua umile cella, egli, in uno sforzo di profonda fede
e di amore, malgrado fosse disfatto ed esangue..., con ardentissimo slancio balzò
a sedere a mezzo del letto. Con commovente semplicità domandò perdono a tutti
i Padri e Fratelli presenti dei suoi mali esempi, scandali ed offese di cui
poteva essersi reso colpevole verso di loro. Chiese ed ottenne dal Padre
Guardiano la grazia di rinnovare nelle sue mani la Professione Religiosa.
Recitò quindi il Confiteor, accompagnando con vivissimi segni di compunzione
le preci... Sorrise col suo angelico sorriso... e ricevette l'Eucaristia.
"Incrociò
poi le mani sul petto, chinò il capo e pianse di un dirotto pianto di gioia e
di consolazione. Restò in quell'atteggiamento di adorazione...
"Entrò
poi in agonia, che durò penosissima per ben tre giorni. Quantunque più non
parlasse, tutti comprendevano che l'anima di Padre Carlo era sempre vigile ed in
intimo colloquio con Dio. I segni erano continui ed assidui: specialmente
quando gli fu data l'Estrema Unzione...
"Il
respiro, intanto, diventava sempre più corto ed affannoso. Pure con tutta la
sua anima Padre Carlo accompagnava le Preci.. degli agonizzanti. Come suo ultimo
atto tirò a sè il suo Crocifisso, ripetendo la giaculatoria di San Bernardo:
`Le tue piaghe sono i miei meriti'. Baciò e ribaciò le sue piaghe. Ma ecco che
improvvisamente fissa gli sguardi verso la parete di fronte, come uno che si
sente chiamare; sorride gioiosamente e lo si ode esclamare:
-
Vengo, o Madre! Vengo, o Madre! -.
E
muore. Era il 21 febbraio 1859, trentatreesimo della sua vita!
di
questo mondo il protagonista di questa storia che non può più finire, perché
di lui si continuerà a parlare, per lui si benedirà Dio, si invocherà e si
ringrazierà sempre la Sua Provvidenza: anzi, lui stesso proverà che prega e
intercede per noi, non ci dimentica mai!
La
narrazione sembra esaurirsi ora e ridursi ad una cronaca arida e monotona,
quasi un assistere ad avvenimenti che non ci interessano tanto da vicino:
protagonista sembra ora la devozione anonima del popolo e il suo attaccamento
al suo Padre Carlo, devozione che ancora toccherà apici elevatissimi solo
ogni volta che l'intervento miracoloso di Padre Carlo si renderà chiaro e
tangibile in favore dei suoi amici.
Ma
appunto per questo il protagonista è sempre e ancora Padre Carlo. Il popolo si
alimenta, giorno per giorno, nell'anima, dalla testimonianza che Padre Carlo dal
cielo dà continuamente della "potenza e gloria del Signore" che ora
contempla!
I
rintocchi della campana del Santuario, annunciando la sua morte, solo
svegliarono nel cuore di tutti la consapevolezza che non avrebbero più parlato
con lui a voce ma col cuore; che non lo avrebbero più visto con gli occhi ma
con la fede. Questo passaggio è sempre doloroso, come una nuova nascita, per
l'animo del popolo, ma tale dolore serve a rendere più viva la speranza in
tutti, a sentirselo più vicino nei momenti difficili, più vivo accanto a
tutti, sempre.
...
cominciò a sfilare davanti alla venerata salma esposta" lo stesso giorno
nel Santuario. "Le ondate di popolo continuarono ininterrotte per tre
giorni". Gendarmi, i religiosi del convento e "un corpo di uomini
nerboruti... ebbero a sudare non poco per impedire gli eccessi di devozione
indiscreta. Tentavano di gettarsi a piangere sul cadavere, di tagliargli
l'abito, i capelli, la barba, perfino pezzetti di carne. I Religiosi, per
accontentare in qualche modo la devozione della gente, dovettero rivestire tre
volte la venerata salma, e le tre tonache andarono tagliuzzate in minutissime
particelle, tanto per darne una particella a tutti i devoti."
"Senza
annunci di sorta" la notizia della morte di Padre Carlo si propagò in un
lampo. "I lodigiani specialmente, con a capo il loro ottimo Vescovo... ne
furono dolentissimi; e il loro amore e dolore lo dimostrarono accorrendo tutti
in massa da ogni parte".
"I
funerali furono celebrati il 24 febbraio. I Superiori volevano che, fatte le
Esequie in Santuario, secondo lo stile cappuccino, la salma fosse portata
direttamente al Cimitero. Ma il popolo e le Autorità di Casale se ne
impadronirono e fu trasportata per tutte le vie principali del paese. I
Confratelli del SS. Sacramento vollero portarla sulle loro spalle lungo tutto il
percorso. Tutte le Associazioni religiose e le Confraternite parrocchiali, in
divisa propria, l'accompagnavano, con il Clero in testa numerosissimo, fino
all'insigne Prepositurale".
"Mons.
Sante Peviani depose: `La processione del popolo, accorso ai funerali anche
dai lontani paesi, era così grande che distendevasi dalla Chiesa dei
Cappuccini, per la contrada S. Antonio, alla Parrocchiale. Era arrivata già
un bel pezzo prima in Parrocchia e il cadavere non si era ancora levato dal
catafalco ai Cappuccini'. Una cosa, come dire, di un buon chilometro e
mezzo!".
Grande
desiderio del Vescovo e del popolo era di strappare dal governo austriaco
l'autorizzazione di poterlo seppellire in Santuario, ma non vi fu verso!
NEL
CIMITERO,
fu
sepolto in terra comune, proprio secondo lo spirito e la prassi dei Frati, a
pochi passi a sinistra dell'ingresso della chiesetta". Per tutto il tempo
che la venerata salma di Padre Carlo fu là nel Camposanto, "ogni Casalino
o Casalina... non mancava di fermarsi e di inginocchiarsi su quelle zolle di
terra... per ricordare il suo Padre Carlo, per versare lacrime nei giorni di
afflizione... sicuri che l'aiuto, la grazia, il conforto implorati non sarebbero
tardati". "Solamente Dio sa quanto conforto, quante grazie... Padre
Carlo ottenne dal cielo a beneficio dei suoi devoti che lo pregavano su questa
tomba", o che comunque si raccomandavano a lui. Nelle sue memorie il Servo
di Dio Padre Tornatore scrisse: "Dopo la sua morte, ogni giorno lo
ricordai, e tuttora ricordo come un avvocato in cielo". Tutti quelli che lo
avevano conosciuto, finché vissero non mancarono di recarsi puntualmente alla
sua tomba o di fare celebrare per lui la S. Messa nelle date più care: non
potevano dimenticare il loro incontro col Servo di Dio. Un'esperienza unica
nella loro vita!
Nel
1877 uscì, edita a Genova, la prima "Vita" di Padre Carlo: "Una
gemma dell'Ordine dei Cappuccini", e in seguito si ebbero varie altre
"vite" e "memorie Storiche".
"La
tradizione popolare ci assicura che sulla tomba al Cimitero, intanto, grazie e
avvenimenti prodigiosi avvenivano continuamente; e qualcuno aggiunge: più
ancora di quante ne avvennero dopo che le sue Ossa furono trasportate in
Santuario.
Riporto,
qui, almeno uno di questi fatti prodigiosi, narrato dai figli dell'interessata,
la Signora Mazza Pasquina. "Era idropica da parecchi anni: stranamente
gonfia per la malattia da far perfino ribrezzo. Per quanto avesse speso in
medici e medicine, non aveva fatto altro che peggiorare. Un giorno di maggiore
avvilimento, le balenò alla mente il pensiero di recarsi al Cimitero a pregare
sulla tomba di Padre Carlo. Là ... pregò più con le lacrime e coi gemiti che
con le parole: espose... la sua grande afflizione, scongiurò di compassione del
suo misero stato... Udì come una voce nel cuore che le diceva: - Alzati,
figliola, sei guarita! - Si levò, e... pochi minuti dopo era interamente
liberata dalla sua annosa malattia e concorrenti indisposizioni. Ritornò dal
Camposanto a casa sua così dimagrita, ma arzilla, che i suoi stessi di casa
più non la riconoscevano. Né ebbe mai più a ricadere in quella
malattia".
Altre
guarigioni si ottennero col semplice bere acque nelle quali erano bollite erbe
raccolte sulla tomba del Servo di Dio.
"FINALMENTE,
IL 21 MAGGIO 1897,
ottenuti
i debiti permessi, si procedette alla esumazione e al riconoscimento ufficiale
delle ossa...
"Dopo
l'esame e la descrizione delle medesime... vennero raccolte in una cassa di
legno dolce, rivestita di una lamina di zinco..., chiusa con saldatura di
stagno..., e trasportata nella Cappella esistente nel Cimitero stesso",
da poco ceduta per la sepultura dei Frati.
Tra
i vari fatti meravigliosi avvenuti in quella circostanza cito il seguente.
"Tra la moltitudine degli accorsi d'ogni paese, una giovinetta di 16
anni..., mentre con intensa attenzione osserva i medici che... riverentemente
spazzolano e puliscono della terra quelle sante ossa... si avvicina al
tavolino... e chiede per grazia di poter raccogliere un po' di quella terra...,
la ripone in un borsellino di tela bianca... e felice parte di corsa". Era
venuta da Mirabello pensando al papà che doveva in quel giorno essere operato
con urgenza di "un tumore maligno esterno alla gola, operazione di esito
piuttosto riservato". La famiglia inizia una Novena al Servo di Dio, dopo
aver legato al collo dell'ammalato "il borsellino con la terra di Padre
Carlo". Il giorno seguente, sfasciando il collo del papà "scoprono
che il durissimo bubbone è assai già decresciuto. Al penultimo giorno sembra
un piccolo cece. L'ultimo giorno della Novena il piccolo cece scoppiò
polverizzandosi. Non restò che un piccolissimo segno, come cicatrice"
fra lo stupore dei medici.
delle
venerate Ossa di Padre Carlo, "desiderio vivissimo dei Casalesi..., avvenne
in forma veramente grandiosa e trionfale il giorno 4 maggio 1898... con un
concorso ed entusiasmo di popolo che superò ogni più rosea previsione.
"Le vie di Casale erano addobbate a festa. Si snodò la lunga processione
e vari fatti prodigiosi si registrarono" sotto gli occhi di tutti.
Una
bambina, Ottolini Maria, di quattro anni, "ammalata di oftalmia, di modo
che non ci vedeva più", voleva ad ogni costo partecipare alla processione.
La madre dovette sfiatarsi a lungo per farle capire che oltre ad essere inutile,
perché tanto non ci vedeva, era soprattutto molto pericoloso in mezzo a tanta
ressa di gente. "Per quietarla le promise di metterla alla finestra.
All'apparire del feretro la bambina riacquistò la vista e ci vide sempre benissimo".
La
fanciulla Orsola Peviani era ammalata di acutissima meningite. La madre,
sull'uscio di casa al passaggio delle sante Ossa, gridò: "- Padre Carlo,
guarisci mia figlia! -.
E
la ragazza istantaneamente guarì".
Borriani
Teresa, "da quindici mesi soffriva continui e atrocissimi dolori al
ventre, ripieno di glandule putrescenti, invano curata dai medici". Al
passare della processione davanti alla sua casa, alzando le mani verso l'urna
gridò:
"-
Oh, Padre Carlo, guariscimi!-.
Istantaneamente
i dolori cessarono, né più ebbe a soffrirne".
E
altri fatti, anche più clamorosi di questi, che occuperebbero uno spazio che
ormai non abbiamo più a nostra disposizione, trasformarono quel corteo in un
vero trionfo di fede e di commozione indescrivibili.
La
cassa delle Ossa di Padre Carlo, in quel primo momento solenne, fu sepolta
sotto il pavimento, a lato dell'altare, nel punto esatto nel quale il Padre
Carlo benediceva le moltitudini, oggi indicato da una lapide: ma già non era
più l'altare della Madonna, perché l'Immagine nel frattempo era stata
trasportata nella nuova nicchia sopra l'Altare maggiore, dove ancora oggi è
venerata.
Già
prima che si coprisse con lapide di marmo la nuova tomba, vari segni miracolosi
avvenivano su quel luogo benedetto. Eccone almeno uno.
La
bambina, Maria Gatti, di nove anni, era ammalata di "forte ed ostinata
polmonite, mutatasi in etisia. Il medico-condotto l'aveva spedita: - Non c'è
più nulla da fare! -.
La
madre viene al Santuario a pregare sulla tomba di Padre Carlo; prende un po' di
terra dal sepolcro e inizia la novena... Pone quel po' di terra sul petto della
figlia e gliela lascia per tutto il tempo della Novena. Fin dai primi giorni
l'ammalata comincia a star meglio. Al termine della Novena, Maria era
perfettamente guarita".
si
fonde, ora in Santuario, con la devozione a Padre Carlo: sembra che il popolo
non le voglia più separare!
"L'eco
della trionfale traslazione e delle grazie miracolose che l'accompagnarono...,
conosciute a Roma, destarono attenzione e vivo interesse..., e meraviglia che
fino ad ora non si fosse pensato di avanzare domanda per la Causa di
Beatificazione. Compiuti con grande sollecitudine i necessari preparativi...
furono iniziati i Processi canonici di informazione presso le RR. Curie di
Milano e di Lodi, ove infatti si aprivano regolarmente i relativi lavori nel
principio del seguente anno 1899...
"Dalla
Sacra Congregazione di Roma si ottenne... l'approvazione degli scritti di Padre
Carlo, in data 9 dicembre 1908".
Quanto
più cresceva la devozione, anche le notizie di grazie giungevano da ogni
parte, alcune raccolte e pubblicate dalla stampa francescana.
Come
questa, per esempio: "Certa Ricchini Pierina..., della SS. Annunciata di
Borno (Brescia)... diede ultimamente alla luce due gemelli. Si credeva ormai
fuori d'ogni pericolo, quando venne assalita da forte infiammazione, unita ad
insopportabile nervoso. Invano si invocò l'arte medica di Borno, di Pian di
Borno..., e del Civico Ospedale di Brescia. Ricondotta alla SS. Annunciata le
vennero amministrati i conforti della Santa Madre Chiesa.
Il
Padre Cappuccino che l'assisteva... le portò un po' di bambagia che aveva
toccato le ossa del Servo di Dio e le raccomandò di fare una Novena in suo
onore... Al terzo giorno cominciò a sentirsi migliore, e terminata la Novena
aveva già abbandonato il letto...".
Dal
5 settembre 1932 le sacre Ossa di Padre Carlo riposano nella nuova tomba eretta
"dalla pietà dei confratelli cappuccini e dei fedeli nella prima
Cappella a destra nel Santuario, monumento semplice, ma espressivo, che diverrà
meta di devote peregrinazioni". È qui che il popolo si incontra ogni
giorno col suo Padre Carlo; è qui specialmente che si ha la certezza che a
pregare per tutti la "Buona Mamma" del cielo... c'è Padre Carlo!
1825
(30 agosto), nascita e S. Battesimo ad Abbiategrasso.
1830
(?) (nella terza domenica di ottobre), guarisce miracolosamente al passaggio
della processione con la statua della Madonna Addolorata.
1836
(3 aprile, S. Pasqua) Prima Santa Comunione; Cresima alcuni mesi dopo.
1850
(15 ottobre), si interpone per la scarcerazione di due ladroncelli.
1851
(29 gennaio), si offre per sostituire due assassini condannati a morte.
1852
(25 ottobre), è accettato nell'Ordine Cappuccino.
(8
novembre), vestizione di novizio chierico cappuccino nel convento della SS.
Annunciata (Borno - Brescia).
1854
(16 gennaio), dopo 14 mesi di noviziato viene escluso dalla Professione
religiosa per motivi di salute.
(26
gennaio), ritorna a casa.
(maggio),
è riaccettato come Terziario e destinato al Convento di S. Vittore all'Olmo, in
Milano.
1855
(14 febbraio), seconda Vestizione di novizio chierico, a Milano.
(30
marzo), Professione dei Voti Solenni.
(aprile),
applicato allo studio della filosofia a Bergamo.
(giugno),
inizia il Corso di Teologia (4 anni) a Milano.
(agosto),
febbricitante, si offre per servire i colerosi.
(26
dicembre), Ordinazione Sacerdotale nella Cappella Arcivescovile di Milano.
1858
(fine aprile), destinato al convento dei Sabbioni, a Crema.
(fine
giugno), destinato al convento Santuario della Madonna dei Cappuccini a
Casalpusterlengo.
(settembre),
dopo i primi miracoli, inizia l'afflusso di pellegrini ed ammalati per essere
benedetti da Padre Carlo.
(3
novembre), prima lettera del governo austriaco per sollecitare l'allontanamento
di Padre Carlo.
(9
novembre), colpito da broncopolmonite, guarisce in pochi giorni quasi
miracolosamente e torna a benedire le folle.
1859
(fine gennaio), colpito da forte etisia.
(21
febbraio), muore nell'infermeria del convento alle ore 10,30.
(24
febbraio), solenni funerali e sepoltura nel cimitero civico.
1868
(31 luglio), i Cappuccini violentemente scacciati dal Convento.
1872
(2 novembre), ritorno dei Cappuccini a Casalpusterlengo.
1877
prima edizione di un libro sulla vita di Padre Carlo: "Una gemma
dell'Ordine dei Cappuccini, ossia Brevi Cenni Biografici Di Padre Carlo Da Abbiategrasso.
1897
(21 maggio), esumazione ufficiale delle ossa di Padre Carlo.
1898
(4 maggio), solenne traslazione delle Ossa dal Cimitero al Santuario.
1899
inizio dei Processi Informativi Diocesani per la Causa di Beatificazione.
1908
(9 dicembre), dalla S. Congregazione dei Riti vengono approvati gli scritti di
Padre Carlo.
1932
(5 settembre), tumulazione delle Ossa di Padre Carlo nel nuovo Sacello in
Santuario.
O Signore Gesù, amante dell'innocenza, glorificatore degli umili, ricompensa eterna ai fedeli seguaci del precetto della Vostra Carità, che per lavare le nostre colpe, confondere il nostro orgoglio, sollevare le nostre infermità, vi siete fatto uomo e avete obbedito fino alla morte di Croce, degnateVi di esaudire la nostra umile preghiera, a favore del fedele Vostro Servo Padre Carlo da Abbiategrasso, Cappuccino, mirabile per innocenza e penitenza di vita, tutto serafico nell'amore verso di Voi, o Crocefisso Gesù, e verso la vostra Beata Madre, l'Immacolata e Addolorata Vergine Maria; e concedeteci la grazia, dopo di aver visto risplendere la sua tomba della gloria dei Vostri miracoli, di veder presto la sua fronte coronata per l'autorità infallibile della Chiesa, con l'aureola dei vostri Beati. Amen!
NOVENA
O TRIDUO DI PREGHIERE
per
la glorificazione del Servo di Dio Padre Carlo Maria da Abbiategrasso
Eterno
Divin Padre, Creatore del cielo e della terra, io umilmente prostrato davanti
alla Tua infinita bontà Ti supplico di concedere la grazia che domando a
glorificazione del Tuo servo Padre Carlo Maria da Abbiategrasso. Padre Nostro
- Ave, Maria - Gloria.
Eterno Divin Figlio, Redentore di tutti
gli uomini, Via, Verità e Vita di tutti i credenti, a glorificazione del Tuo
servo fedele Padre Carlo Maria da Abbiategrasso, Ti prego di concedermi la
grazia che umilmente domando. Padre Nostro - Ave, Maria - Gloria.
Eterno Divino Spirito Santo,
Santificatore delle anime, Ti prego umilmente di concedere la grazia che domando
a glorificazione del Tuo servo fedele Padre Carlo Maria da Abbiategrasso. Padre
Nostro - Ave, Maria - Gloria.
O Vergine Santa, Madre del Salvatore, che
tanto fosti glorificata in questo Santuario dal Servo di Dio e Tuo devotissimo
figlio Padre Carlo Maria, accoglila mia domanda di grazia, e a glorificazione di
Padre Carlo Maria esaudisci la mia preghiera. Salve, Regina!
Lodi,
7 febbraio 1933. Visto, approviamo.
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Pietro, vescovo di Lodi