BEATO LUIGI GUANELLA
(canonizzato 23-10-2011)Il Servo della Carità
ALESSANDRO TAMBORINI
FONDATORE DEI SERVI DELLA CARITA E DELLE FIGLIE DI S. MARIA DELLA PROVVIDENZA
POSTULAZIONE GENERALE DEI SERVI DELLA CARITÀ VIA BERNARDINO TELESIO 4 B - ROMA
Imprimatur
Cunei, 22 - 6 - 1964 Can. Pellegrino Stephanus, Vic. gen.
I
IL PICCOLO MONTANARO
Lungo la via che apre il valico detto dello Spluga, dall'Italia alla Svizzera, e che serpeggia incantevole da Chiavenna al Canton Grigioni, si stende, nel fondo della valle San Giacomo, percorsa dal torrente Liro, Campodolcino.
Per mezz'ora di cammino, s'inerpicano ripidi sentieri, che portano a una frazione, Fraciscio, isolata, tra il verde dei pascoli e il cupo delle foreste di abeti, dall'impetuoso torrente Rabbiosa.
Qui nacque il piccolo Luigi Guanella, il 19 dicembre 1842, rigenerato alla grazia col Battesimo il giorno seguente.
In quell'estremo lembo della diocesi di Como e della provincia di Sondrio - la Lombardia stava sotto la dominazione austriaca - i costumi erano semplici, secondo le tradizioni degli avi.
Pa Lorenzo, austero nel volto e nei modi, che vestiva ancora alla spagnola, per attaccamento alle usanze locali, viveva del lavoro della terra, modesto possidente.
La madre, Maria Bianchi, che non aveva ricevuto istruzione nelle scuole, era di indole dolce, di modi soavissimi.
La famiglia contava ben tredici figli: veniva, nono, Luigi. Non mancavano le consolazioni in quella casa, perché i figli numerosi sono per i genitori corona e benedizione.
Costumi patriarcali
Pa Lorenzo ascoltava la santa Messa possibilmente ogni mattina, recitava ogni sera, ad alta voce, il Rosario; nelle serate, specialmente d'inverno, si leggevano in famiglia il Vangelo o la vita dei Santi, e si commentavano piamente i fatti più belli. In quaresima non si beveva vino nella casa Guanella, e per tutta la Settimana Santa si mangiava solo polenta con acqua; neppure i forestieri, capitati là per lavoro, in tempi di penitenza, osavano fumare. Anzi, non si usava neppure fumare in paese; un omaccione venuto dal di fuori, che per primo ne introdusse l'uso, fu subito chiamato col nomignolo di « Pipantel ».
A San Rocco, patronale di Fraciscio, pà Lorenzo cuoceva un caldaio di risotto e ne distribuiva
generosamente anche a quelli venuti da lontano per la festa.
Tutti amavano ricordare gli episodi gustosi di questa vita semplice, che raccontava pà Lorenzo: « San Giuseppe, dipinto nel presbiterio della nostra chiesa, raffigurava il volto di un vecchio, che abitava quasi sempre sui monti. Aveva centoventi anni, e fu invitato a discendere perché certi signori lo volevano vedere. Rispose loro il vecchio: « Io mangio polenta tre volte al giorno, condita generalmente con un po' di burro e formaggio: ho avuto cura di difendere le estremità del corpo dal freddo e dalla umidità, e non ebbi mai o quasi mai malattie. Ed ora che mi avete veduto, ritorno al mio monte, con quasi due ore di salita ».
Ancora una barzelletta di pà Lorenzo. « Certi signori, non potendo proseguire il viaggio, per le altissime nevi cadute, invitati dai montanari a mangiare un po' della loro minestra, ne ebbero schifo. Ma, a tarda ora del mattino, si risolsero a chiedere: avete ancora un po' di quella robaccia di iersera? ».
I primi ricordi
Primo fatto che al piccolo Luigi rimase impresso, e conservò vivo nella memoria, fu il '48, di cui dovette avere particolare conoscenza per la posizione occupata dal padre. Per ventiquattro anni pà Lorenzo tenne la carica di primo deputato sotto il governo austriaco e di sindaco di Campodolcino sotto il governo italiano; la sua parola, si diceva, era come quella di un oracolo, ed egli, nonostante il carattere autoritario, era da tutti amato e stimato per la sua probità.
L'eco della lotta, che cacciò dalla Lombardia lo straniero, arrivò fino lassù, perché anche la Valtellina, insieme alle valli che ad essa fanno capo, insorse colle armi.
La fantasia di un fanciullo non poteva non esser impressionata, se non dai fatti che vedeva, da quelli che sentiva raccontare dei vicini paesi, di Sondrio, di Como, di Milano specialmente, dove il popolo combatteva dietro le barricate, al suono delle campane a martello.
Si delineavano in quell'anno, attraverso rivolgimenti in varie nazioni, nuovi orientamenti politici e sociali, che mutarono tradizioni e costumi.
Quando saremo grandi
Luigi voleva bene di preferenza al fratello minore Gaudenzio, che ricorderà; commosso fino alle lacrime, per tutta la vita, perché, poco più che ventenne, rimase vittima di una disgrazia mortale, precipitando dal ciglio di un monte.
Fra le sorelle, Caterina, poco maggiore di lui, si poteva dire a lui prediletta; d'indole uguale a quella della mamma, con bellissima voce fin da piccola, cantava in chiesa le laudi sacre e faceva spontaneamente la maestra alle coetanee.
Luigi e Caterina ebbero all'unisono tenero cuore per i poveri, allora assai numerosi e miseri fino all'estremo. Ecco il primo dei loro comuni ricordi infantili: a giocare andavano di preferenza nei cavi di roccia, e si divertivano mescolando con acqua il terriccio, dicendo: « Quando saremo grandi faremo così la minestra per i poveri ». E distribuivano quel terriccio in mucchietti, quasi fossero altrettante porzioni.
Che voleva quel vecchietto? Fra i ricordi infantili, Luigi darà notevole importanza a un fatto, insignificante in apparenza, ma rimastogli vivido nella memoria. Adoperiamo sue parole.
« Avevo dai cinque ai sei anni. Il mattino della festa di San Giovanni Battista, titolare della parrocchia di Campodolcino, discesi anch'io da Fraciscio e mi incontrai con pa Lorenzo che conversava con mio cognato.
« Questi mi disse: - Vuoi fare anche tu, Luigino, la festa di San Giovanni? - Così detto, mi comprò un cartoccio di mentoni, detti diavolotti.
« In quel momento suonò l'ultimo segno della Messa solenne. Non volendo entrare in chiesa coi dolci, cercai attorno ove nasconderli e posai l'occhio sopra un ammasso di legna.
« Non c'era persona viva: udii un batter secco di mani, sollevai lo sguardo, e vidi un vecchietto stendermi con pietà di occhi la mano. Era mingherlino, vestito coi calzoni corti e calze di lana greggia, capelli bianchi. Io, preso da timore, nascosi in fretta i dolci; rialzai lo sguardo, e il vecchio non c'era più.
« Ne provai una pena indicibile, quasi un rimorso; e quella che a voi lascio chiamare illusione o visione, ma che io ritengo visione, non dimenticai più. L'ho talmente dinanzi, che, se fossi pittore, ne saprei bene riprodurre i lineamenti, la vivezza del cuore, la pietà degli occhi, lo stendere delle mani ».
Primi fervori
All'età di sette anni, quando ricevette la santa Cresima, si accostò alla prima Confessione, a cui si dava grande importanza, perché segnava l'ingresso alla pratica della vita cristiana. Vi si premetteva diligente, scrupolosa preparazione, affinché si sentisse profondo il timore di Dio ed efficace lo stimolo alla correzione di ogni difetto.
La mamma stessa lo guidò a fare il primo esame di coscienza, ed egli, in quella prima accusa di peccati infantili, versò lacrime di dolore e di commozione.
La prima Comunione si soleva ricevere a circa dodici anni, e anche più tardi; ma, per eccezione, al piccolo Luigi si permise che a nove anni si accostasse la prima volta a Gesù Eucaristico.
Possiamo immaginare le disposizioni e i sentimenti di un fanciullo diligentemente preparato al gran giorno!
Di ritorno dalla chiesa, sull'altura di Gualdera, di fronte a Fraciscio, si recò alla casa del nonno; ma non si distrasse, si raccolse in preghiera, seduto in un prato, su di un piccolo promontorio di sasso. Là, pensando in se stesso Gesù, parlando con Lui, con la cara Madonna, senti svolgersi in cuore una estasi, nella mente una soavissima dolcezza, e nella volontà un proposito incrollabile, per cui consacrava tutto il suo avvenire al raggiungimento di un ideale santo, il più alto possibile alle sue forze.
Di quell'ora conserverà fino alla morte soave ricordo, rievocando quei « momenti dolcissimi e felici ».
L'educazione di famiglia
Sua occupazione - prima di andare alla scuola, già si incominciava il lavoro - era di custodire le pecore, salendo e scendendo dai monti con la madre e aiutandola a portare il suo fardello. Fieno e raccolto, strame e legna, tutto bisognava portare a spalle, di balza in balza, senza aiuto alcuno di animali.
La sua distinta educazione gli aveva acquistato prestigio fra i coetanei, fino al punto che uno di essi, molti anni dopo, si compiaceva di narrare: « Mia mamma, quando voleva darmi qualche rimprovero, era solita dire: - Guarda che lo faccio sapere a Luigino - ».
Ricordava egli stesso come, pascolando le pecore, compagni cattivi parlavano talvolta tra di loro, in segreto, e poi ridendo esclamavano: « Queste cose non deve saperle Luigino ».
Un episodio segna l'educazione del cuore che riceveva in famiglia. A circa sette anni, aveva custodito al pascolo le pecore d'alcuni pastori, i quali lo ricompensarono dandogli come mancia qualche « paspola » ch'egli prese a spendere in golosità. Quando il padre lo seppe, lo rimproverò, prima di tutto, alla presenza degli stessi pastori, per aver accettato la ricompensa di un favore, poi l'obbligò a restituire quanto ancora gli rimaneva e aggiunse egli stesso quanto era stato già speso.
I genitori usavano a quei tempi dare ai figlioli una piccolissima moneta solo nelle feste solenni, ma con la raccomandazione di non spenderla. Quante volte i buoni figlioli giravano e rigiravano quella moneta fra le mani, in lotta fra la tentazione di comperare golosità o di fare una mortificazione!
Con le piccole vittorie in queste piccole lotte si formano i caratteri.
Un doloroso addio
A otto anni circa assistette alla scena dolorosa dell'addio di parenti, che lasciavano il paesello natio per emigrare in America.
« Ricordo come fosse ieri - egli stesso lasciò scritto - quando nel 1850 circa, la famiglia di mia zia partiva alla volta degli Stati Uniti, tra le lacrime dei parenti e dello scrivente, il quale, cresciuto negli anni, si tenne sempre in corrispondenza coi suoi cari, che scrivevano dei loro stenti, e come spesse volte avevano a fare cogli stessi selvaggi da cui erano circondati ».
La partenza d'un emigrante restava indimenticabile nei ricordi per tutta la vita.
II
I PRIMI STUDI
Imparò i primi elementi del leggere, scrivere e far di conti, dal cappellano residente in luogo; frequentò poi le scuole elementari di Pianazzo, dov'era parroco un suo parente.
Aveva dieci anni e, allontanandosi per la prima volta da casa, gli sembrò d'andare in un gran mondo. Là vedeva i cavalli con carri e carrozze, mentre a Fraciscio erano ignoti; tutto si portava a spalle lassù, dalla seminagione al raccolto. Li aveva visti di lontano, i cavalli, attaccati alle corriere - così amava ricordare - che passavano da Campodolcino cariche di seta, e anche di denari diretti in Austria, frutto delle imposte e dei dazi di Lombardia; ma incontrandoli da vicino lungo la via che conduce allo Spluga, provava paura e fuggiva nei prati.
Prevalse presto però la naturale audacia, tanto che trovò i suoi divertimenti preferiti nel rincorrere i cavalli al trotto delle diligenze per superarli, nel montar loro in sella mentre erano in corsa, nel varcare le precipitose correnti, nel saltare di altura in altura, nello scivolare da alte cascate di neve lungo la discesa di Madesimo, nello sporgersi tra i precipizi per cogliere fiori alpini.
Un giorno si trovò investito dalla slitta postale, tra le zampe d'un cavallo, salvo certo per la protezione del suo Angelo Custode. Caduto in un torrente impetuoso durante il primo scioglimento delle nevi, riuscì a stento ad aggrapparsi a una riva. Per miracolo un giorno non fu travolto dalla corrente tra le ruote d'un mulino. Investito dalle fiamme di un incendio appiccato al suo letto, con un lume mal tenuto in equilibrio mentre leggeva - aveva allora dai dodici ai quattordici anni - per poco non perì tragicamente.
«Sarai dunque prete?»
Un gravissimo disagio travagliava la diocesi di Como, da tempo scarsa di vocazioni ecclesiastiche, per molteplici cause: tra esse va annoverata la situazione politica del tempo, che eccitava l'animo dei giovani, perfino nei seminari, togliendo loro il necessario raccoglimento per la pietà e per gli studi.
Nella frazione di Fraciscio, lo zio, prevosto di Campodolcino, avviò cinque giovinetti agli studi sacri, tra cui un fratello maggiore del piccolo Luigi, Lorenzo.
Anche su Luigi posò il suo occhio, trovandovi eccezionali doti d'intelligenza. e di cuore, che facevano bene sperare dell'avvenire.
Aveva da anni dato segno di inclinazione a imitare il fratello Lorenzo; e un giorno, spontaneamente, si confidò coi genitori, poi, con lo zio prevosto, dicendo che sentiva ben chiara nel suo cuore la vocazione al sacerdozio.
I pii genitori, già lieti per le consolazioni che dava loro il figliuolo, gioirono per quella confidenza; ma espressero subito una difficoltà, quella dei mezzi. La famiglia era numerosa; come assumere l'impegno di spesa per una lunga carriera di studi?
Il fanciullo arrivò a quasi dodici anni, attendendo con ansia la decisione dei genitori: i genitori non desideravano che d'uscire dalla loro incertezza.
Venne, imprevisto per il fanciullo, il giorno della decisione felice. Scendeva lungo una vallata, cariche le spalle di strame, grondante di sudore, quando il padre lo fece sostare, e affabilmente gli disse: « Luigino, preparati, tu potrai andare in collegio ».
Lo zio gli aveva ottenuto un posto gratuito nell'insigne collegio Gallio di Como.
La prediletta sorella Caterina, quando lo seppe, guardò il fratello stupita, con le lacrime agli occhi, e, fuor di sé dalla gioia, gli allargò le braccia, esclamando felice: « Sarai dunque tu prete? ».
In collegio
Dopo essersi presentato al vescovo di Como, monsignor Carlo Romanò, per ringraziarlo del favore che, come presidente della storica istituzione, gli aveva concesso, entrò in collegio nell'ottobre del 1854, intontito di tanta grandiosità ed eleganza di edificio, con un'immensa nostalgia per i suoi monti e per la sua umile casa.
Quando non udì più la voce della mamma e capi che da montanarello libero era venuto tra le catene d'una disciplina regolata ogni ora dal suono della campana, senti una grande stretta al cuore e, a suo dire, riuscì a stento a superare la grande fatica di adattarsi alla nuova vita.
Nel collegio i Padri Somaschi coltivavano i giovani a profonda pietà, inculcando specialmente l'amore filiale a Maria Santissima, di cui Pio IX, l'8 dicembre 1854, proclamò l'Immacolata Concezione. Quella definizione dogmatica, che ebbe in tutto il mondo l'eco più soave, segnò nell'anima del collegiale Guanella un'orma indelebile, che lo renderà per tutta la vita apostolo della devozione mariana, e nello stesso tempo delicatissimo imitatore della virtù che più rese bella Maria agli occhi di Dio.
L'educazione si impartiva così nobilmente, e l'ambiente conservava tale elevatezza di costumi, che il giovinetto Guanella potrà dire, dopo sei anni, d'aver lasciato il collegio ignaro d'ogni miseria d'impurità.
La riuscita negli studi appare dalla sua classifica generale nei registri, espressa con la parola « eminenza », che si mantenne costante, tanto che quando, al termine degli studi, detti di maturità, si dovette scegliere il più distinto in condotta e profitto, secondo la consuetudine del collegio, per una declamazione in onore di San Luigi, venne designato lo studente Guanella.
Armi e libri
I sei anni di ginnasio - secondo gli statuti scolastici del tempo - passarono nell'amore allo studio, nell'osservanza esemplare della disciplina; a scompigliare la monotona vita di collegio, sopravvennero la guerra e le vicende politiche.
Si preparava la guerra del 1859; l'avversione allo straniero accendeva gli animi e il fuoco dell'insurrezione già mandava le sue scintille.
Nel collegio Gallio gli alunni non erano ancora, per età, maturi alle armi; tuttavia due compagni del Guanella si arruolarono garibaldini a sedici anni.
L'ansia di sapere notizie superò l'amore allo studio: non si concludeva più nulla nella scuola, tanto dominava l'interesse per le battaglie in corso.
Il 20 maggio, durante la battaglia sull'altura di San Fermo, il collegio Gallio, dove ben si sentivano i colpi, fu in tumulto; i convittori si raccolsero tutti in cortile, e di là assistettero alla vittoria di Garibaldi, che entrò trionfalmente in Como con le sue truppe.
Dopo le vittorie di Solferino e San Martino, il municipio chiese che il collegio fosse messo a disposizione dei feriti e malati francesi.
Allora i convittori del Collegio Gallio adottarono una divisa di forma militare, con cappello simile a quello dei bersaglieri e, impugnando il fucile con relativa baionetta, si recavano, nei giorni stabiliti, in piazza d'armi, dove ricevevano l'istruzione militare da appositi graduati del regio esercito. Prendevano quindi parte a tutte le feste ufficiali, alle dimostrazioni patriottiche e alle riviste, nelle quali sfilavano davanti alle autorità insieme ai soldati.
Il giovane Guanella attraversò quei giorni con forti sentimenti di buon italiano, senza tuttavia far prevalere l'entusiasmo militare, né la passione politica, sopra la sua vocazione, che conservò intatta.
Lo attraeva di più il seminario, il sacerdozio, per servire ai poveri; anzi, agli ultimi fra essi.
Un nuovo sacrificio
Ma bisognava per questo far i conti col padre. I tempi volgevano grami e già si vedeva con paura lo spettro della carestia, per lo scarso raccolto dell'annata e le intemperie.
A stento pà Lorenzo aveva pagato il conto di tredici lire di spese per il vestito nuovo fatto per l'entrata del figlio in collegio; e aveva dato un severo rimprovero allo stesso, perché, di ritorno da Como per le vacanze, aveva speso nientemeno che una lira per mangiare e pernottare a Chiavenna, dove l'avevano sorpreso la notte e il maltempo.
Non costituirono però ostacolo insormontabile le difficoltà finanziarie. Un sacrificio nuovo, per la famiglia che era abituata a farne tanti, costava poco: anche quello si fece per amore, con fede, affinché Luigino diventasse un buon sacerdote.
III
IN SEMINARIO
All'inizio dell'anno scolastico 1860, entrò nel seminario liceale di Sant'Abbondio, dove, ben presto una lode singolare poté dargli il rettore, il quale, accogliendo in seminario un chierico di Campodolcino, gli disse: « Fa' come il Guanella e ti troverai contento ».
Un caro compagno, di eccezionale robustezza e statura, si ammalò, durante l'anno scolastico, di malattia contagiosa che lo condusse alla morte. Il vice rettore e il cameriere usavano tutte le cure e precauzioni, quando dovevano avvicinarlo; invece il chierico Guanella gli fece da infermiere, prodigandogli tutte le cure più che non avrebbe potuto fare sua madre, non tenendo conto di tutte le raccomandazioni di prudenza che gli si suggerivano.
Apprezzando le sue doti, il rettore lo nominò prefetto di disciplina nella prima classe di liceo,
poi nella seconda. Carica, questa, che gli conferiva il titolo di « Prefettone ».
Non era però il suo forte fare da superiore tra i compagni, tanto che meritò non pochi rimproveri, perché non sapeva usare la dovuta severità: egli pensava di dover mantenere la disciplina con la benevolenza, mentre i metodi in vigore esigevano piuttosto repressione e rigore.
Coi professori entrò in amichevole confidenza, e, più che scolaro, divenne amico del professore di fisica, Don Serafino Balestra, nome degno di restare in ammirazione con fama imperitura.
Gli fu accanto durante i restauri dell'antica basilica di Sant'Abbondio, ridotta alla primitiva forma e maestà, e nelle sue interessanti scoperte archeologiche.
Non si sarebbe mai staccato da lui quando faceva le applicazioni di elettricità, della quale presagiva progressi e invenzioni che facevano meravigliare gli scolari.
Condizioni dei tempi
« Nel seminario - dirà poi egli stesso - sperava di godere maggior raccoglimento che nel collegio; ma gli ardori della rivoluzione bollivano anche nel cuore di quegli allievi del santuario.
Dei ventitrè compagni dell'ultima classe di liceo, soltanto la metà passò nel seminario teologico ». Tra le file del clero, l'eco della guerra e la causa dell'indipendenza italiana infervoravano molti, che manifestavano il loro patriottismo con esuberanza di entusiasmi; molti altri invece temevano la « guerra legale » contro la Chiesa. Si vennero però delineando due tendenze: una, detta liberale o transigente; l'altra, detta intransigente.
Per le tristi condizioni fatte alla Chiesa, a Como, dopo la morte del vescovo monsignor Carlo Romano, la sede episcopale dovette rimanere vacante dal 1855 al 1858.
La carboneria, che prima aveva mostrato solo funzione patriottica, e la massoneria, che non aveva mai nascosto le sue finalità irreligiose, fecero una cosa sola, troppo sovente, del patriottismo con l'irreligione, suscitando dannosissime lotte.
Un giornale
Le condizioni generali si ripercuotevano necessariamente anche nei seminari, dove i chierici, come gli insegnanti, parteggiavano per gli uni o per gli altri, talvolta con animosità eccessiva.
Ritennero necessario perfino, come si suol dire, di colmare una lacuna, pubblicando, per occupare le menti fervide nei problemi dell'ora, nientemeno che un giornale quindicinale.
Promotore, Guanella; redattore capo, Guanella, che scriveva gli articoli di fondo, di indole ascetica e morale; altri scrivevano quello che sapevano, relazioni di attualità comprese.
Guanella incominciava allora a manifestare idee proprie; egli stava decisamente dalla parte detta degli intransigenti: con la Chiesa, col Papa, inequivocabilmente, avversario inconciliabile del liberalismo e della massoneria, di cui seguiva i quotidiani fasti con incondizionata deplorazione.
Ma toccò proprio al Guanella, che aveva la carica di prefetto di disciplina, far presente ai superiori, dopo pochi numeri della pubblicazione, che si fuorviava dall'indirizzo programmatico. Alcuni redattori avevano manifestato idee inquinate di liberalismo, il quale varcava i confini della fede.
Studente di teologia
Nell'ottobre 1862 il chierico Guanella entrò in seminario teologico, dove ebbe la singolare fortuna di trovare come direttore spirituale lo zio Don Gaudenzio Bianchi. Profonda eco lasciarono nel giovane gli esempi di « quella figura veneranda, austera e pia », non solo benemerita per il favore dato alle vocazioni ecclesiastiche, ma anche per il suo apostolato nella conversione dei protestanti.
Il suo fervore lo spinse fino alle penitenze di aspra disciplina, di cui sarebbe stato - se così si può dire - avido fino all'intemperanza, se il direttore spirituale non fosse intervenuto con prudenti proibizioni.
L'esagerata applicazione negli studi, da tempo gli aveva procurato male di testa, che lo tormentava di frequente, fino al punto di impedirgli di fare le scale. Ma più ancora, dolori di gola lo molestavano tratto tratto e divennero poi abituali; a ogni stagione fredda gli si ripetevano, più o meno gravi; gli facevano facilmente abbassare la voce, alle volte fino a ridurlo interamente afono. Una mattina di primavera, essendosi alzato di buonissima ora per studiare al fresco, con la finestra aperta, ne ebbe conseguenze tali, che si temette una polmonite, e poi si dubitò perfino avesse a contrarre una irreparabile malattia polmonare.
«Aronni in erba»
« Ai nostri tempi - sono sue parole - non si avevano le comodità di oggi. Si aveva lo studio nei dormitori, nelle scuole le vetrate disegnate dal gelo, anche per un mese intero. Coi parenti, e a passeggio, una giornata per ogni semestre. Il Signore trae per lo più dai poveri i suoi ministri; e questi Aronni in erba, privi di un soldo, scarsi di vestimenta, dotati di uno stomaco valido, che non sempre possono saziare, si trovano in uno stato continuo di patimento. Ma si hanno soddisfazioni nei compagni sinceri, nei compagni ameni, i quali sanno condire anche per un'ora la ricreazione serale di una comunità, che accorre come ad un vero divertimento teatrale ».
IV
PER QUALE VIA?
Il suo carattere andava ogni giorno più manifestandosi generoso e audace; il primo orientamento, che sentì più conforme alle sue capacità, fu questo: farsi missionario.
Pio IX volle in Italia un seminario per le Missioni Estere, esprimendo il desiderio che sorgesse, di preferenza, in Lombardia.
Il terreno fu preparato da Padre Supriès, già missionario nelle Indie, poi Vicario della Certosa di Pavia, il quale, nelle sue visite nei seminari, suscitò tra i chierici, specialmente milanesi, grande entusiasmo.
Nel 1850, a Saronno, ebbe inizio il « Seminario per le Missioni Estere », con un piccolo gruppo di giovani ardimentosi.
Dai seminari lombardi accorsero le prime reclute, alle quali s'apriva un campo immenso di conquiste spirituali; da Como, il compagno di studi Don Giovanni Battista Scalabrini, era già stato accolto. Ma il vescovo gli disse: « Ho bisogno di voi: le vostre Indie sono in Italia ».
Come l'amico, anche Don Guanella si sentiva portato per l'ideale missionario; l'un l'altro si confidarono le loro aspirazioni, e insieme si prepararono a realizzarle nell'anno 1863, quando si trovarono insieme, uno per il primo, l'altro per l'ultimo corso di teologia. Ma la stessa proibizione data dal vescovo a Scalabrini ricevette Guanella: troppo grande si sentiva la necessità di clero diocesano.
Don Bosco e il Cottolengo
Un fatto importantissimo e dal Guanella stesso ricordato in quel tempo: « Il Signore dispose che facessi conoscenza con Don Bosco e con il Cottolengo, istituzioni che ammiravo ed amavo quanto più avevo occasione di studiarle ».
Don Giovanni Bosco nel 1846 aveva iniziato in Torino l'« Oratorio di San Francesco di Sales », con ospizio e scuole diurne e serali, che dovevano diventare opera prodigiosa, diffusa in tutto il mondo, per l'educazione della gioventù; nel 1862 aveva istituito la prima scuola d'arte e nel 1863 il primo collegio, provvidenzialmente moltiplicatisi.
Il canonico Giuseppe Benedetto Cottolengo, nel 1827, dal pietoso caso di una madre morta in strazianti condizioni, perché respinta da tutte le istituzioni benefiche in forza dei loro regolamenti, trasse l'idea d'un ricovero aperto a tutte le miserie, alle quali la carità cristiana doveva provvedere, anche se non contemplate dalla burocrazia.
Probabilmente il chierico Guanella si era interessato per collocare qualche giovinetto negli Istituti Salesiani e per far accogliere qualche infelice nella Piccola Casa della Provvidenza, e si recò a Torino, come a un sacro pellegrinaggio. Vide coi suoi occhi le opere conosciute per fama; scoperse in esse tutta la grandezza cristiana della carità e dell'apostolato; il cuore del giovane si entusiasmò e si commosse; senti in Don Bosco e nel Cottolengo affascinanti esempi da imitare.
Buon senso e buon cuore
Nelle vacanze, quando ritornava tra il popolo della sua cara vallata, si faceva infermiere dei malati e dei vecchi.
Per assistere un vecchio infermo, si recò un mese continuo a casa sua, portando seco qualche libro da leggere, e non lo abbandonò fino alla morte.
A lui venivano affidati i bambini dai genitori, che di buon mattino andavano a lavorare lontano e tornavano stanchi alla sera; egli li custodiva volentieri, e volentieri essi stavano con lui, rendendo così più agevole alle famiglie la permanenza sui monti, specialmente nella stagione del fieno e delle mietiture.
Guidato dal cappellano di Fraciscio, studiava botanica medicinale e raccoglieva le erbe indicate, con le quali confezionava rimedi a vantaggio degli ammalati.
Si ricorda di lui che, ancor studente, andando un giorno da Fraciscio a Madesimo, per la via dei monti, trovò una sorgente: ne studiò le caratteristiche e concluse: « La povera gente del mio paese va ad attingere acqua, con grande disagio, fino al torrente Rabbiosa; questa sorgente, con opportuna incanalazione, può dare invece acqua a tutti comodamente ». Manifestò il suo pensiero al padre, che, valendosi della sua autorità di sindaco, tradusse in realtà l'idea felice.
Amava i lavori manuali, sapeva fare tanto da falegname che da imbianchino, e diceva di voler abituarsi a non andare a chiamare il muratore o il fabbro per mettere un chiodo in una parete.
I primi passi
Ammesso all'ordine del suddiaconato, fu investito del beneficio teologale di Prosto, piccolo paese destinato al suo futuro ministero sacerdotale.
La vigilia d'ogni festa, si portava là, dove spiegava la Dottrina Cristiana alla popolazione e aiutava nel compimento dei riti festivi. « Terminate le funzioni vespertine - è lui che parla - ritornava in famiglia e rifaceva a piedi quasi venti chilometri di strada. E quando, per caso, vi giungeva ad ora un po' tarda, il Signor Canonico Teologo prendeva alloggio, per non disturbare quei di casa, nell'Albergo Fenarolo, cioè nel fienile vicino alla sua casa ».
Non gli sembrò inutile quel periodo di sacrificio, perché poté formarsi esperienza, soprattutto nel trattare con la gioventù, e pregustare la gioia dell'apostolato fra le anime.
Ritornò lieto dalle sue fatiche in seminario, per l'immediata preparazione al sacerdozio, solita a farsi nella preghiera e nel raccoglimento; dovette passare invece l'anno più agitato.
Il vescovo esule
La diocesi di Como attraversava un periodo di dolore, a causa delle condizioni fatte ai vescovi per la loro nomina: la Santa Sede non rinunciava al suo diritto di sceglierli e nominarli; ma lo Stato non li riconosceva, a suo insindacabile arbitrio e, avendo incamerato i beni ecclesiastici, non concedeva di prender possesso delle loro sedi, né di godere delle temporalità annesse all'esercizio del loro ministero. Triste la condizione di vescovi costretti a vivere in case private o in istituti religiosi, con l'obolo dei fedeli!
Ecco la situazione della Chiesa di Como. Alla morte del vescovo monsignor Carlo Romano, avvenuta nel 1855, era successo, dopo tre anni di sede vacante per mancato riconoscimento governativo, monsignor Giuseppe Marzorati, di grandi doti e abbondanti meriti, ma assai gracile e malaticcio. Dal 1858, quand'egli pure mori, la diocesi dovette rimanere un'altra volta vacante, fino al 1872, con grave danno per la fede e per i costumi della popolazione, tradizionalmente buona.
Il palazzo vescovile, come in lutto, deserto, stava avvolto nel silenzio; un vescovo si trovava in Como, ma nelle carceri di San Donnino; nel 1865 gli fu concesso di prendere sua dimora, come domicilio coatto, nel seminario teologico. Era monsignor Bernardino Maria Frascolla, vescovo di Foggia, condannato all'esilio, relegato lontano dalla sua diocesi dall'autorità politica.
La preparazione
L'esule e il giovane suddiacono Guanella, che frequentava l'ultimo corso di teologia, si compresero, si trovarono dello stesso carattere di tempra adamantina.
Profonda influenza esercitò sull'animo del Guanella, ordinato da lui diacono il 24 febbraio 1866, l'amicizia con l'esule vescovo, che l'ebbe carissimo. Lunghe conversazioni ebbero insieme, sugli avvenimenti che tante lacrime facevano spargere alla Chiesa.
In quelle storiche condizioni, il diacono Guanella scriveva a Don Francesco Adamini, che gli aveva promesso il discorso per la prima Messa: « Voglio studiare, studiare, studiare » e diceva di pregustare « quella santissima e gloriosa giornata, la più bella della mia vita ».
Gli allievi del quarto corso di teologia - a solo dieci erano ridotti i candidati - dovettero raccogliersi nel palazzo vescovile, ancora vuoto, per gli esercizi spirituali.
La sacra Ordinazione
Nella cappella del vescovado, a ora prestissima, senza la solennità degli altri anni, si svolse il sacro rito dell'ordinazione sacerdotale.
Don Luigi Guanella si prostrò davanti all'esule vescovo - era monsignor Frascolla il consacrante - pronunciò i sacri voti, e ascoltò la sua parola come fosse il testamento spirituale di un confessore della fede.
« Ricordo come fosse oggi - lasciò scritto - l'imponente maestà del vescovo Frascolla ordinante, le esortazioni di fuoco che diresse a tutti noi, le tenere raccomandazioni che ci rivolse dopo averci dato il bacio della pace ».
Era il 26 maggio 1866, festa di San Filippo Neri; Don Guanella aveva raggiunto la meta sublime del sacerdozio: il suo animo si raccoglieva nel proposito di diventarne santamente degno.
La Prima Messa
La festa del Corpus Domini, 31 maggio 1866, olezzante del sacro crisma dell'ordinazione, presenti la mamma, pa Lorenzo, fratelli e sorelle, celebrò la prima santa Messa solenne a Prosto, dove l'autorità ecclesiastica lo destinò come coadiutore del vecchio arciprete.
L'antica chiesa collegiata di Santa Maria, ricca di preziosi arredi, si gremì di popolo, accorso al suono delle armoniose campane, già squillanti sul campanile della famosa borgata di Piuro, sommersa sotto la frana d'un monte.
Folla insolita accorse nel giorno di commozione, per le mamme specialmente, che vedono un figliuolo salire l'Altare e invocano anche a qualcuno dei propri la grazia della vocazione.
V
TRA IL POPOLO
Il sacerdote novello fu ospitato dal buon parroco nella sua casa, in vita comune, e incominciò con giovanile entusiasmo il suo ministero, assiduo in chiesa, al confessiorale, esemplare nella vita sacerdotale, affabile. e austero nello stesso tempo.
Prese come sua principale mansione l'educazione della gioventù; raccolti intorno a se, con pazienza e amore, tutti i fanciulli della parrocchia, costituì fra loro un gruppo di chierichetti, istruiti nella esatta osservanza delle cerimonie, e insegnò ai giovani, e quindi anche agli adulti, come seguire devotamente le sacre funzioni, partecipare alle processioni, cantare la Messa solenne, favorendo la pietà Eucaristica da cui per lunga tradizione la gioventù era stata disabituata.
Il 10 giugno 1867 nacque la « Società della Gioventù Cattolica Italiana » fondata da Giovanni
Acquaderni e Mario Fani: dalla sede centrale di Bologna, l'audacia del suo programma diffuse in tutta l'Italia scintille che accesero focolari di preghiera e d'azione. La professione coraggiosa della fede, in un tempo in cui perfino le processioni del Corpus Domini bisognava difendere dagli insulti e dalle aggressioni, si univa alla benefica attività di scuole popolari, serali e festive, alle opere di soccorso caritative, varie secondo le esigenze dei luoghi, alla cultura intesa a formare anime illuminate e preservarle dall'irreligione.
Don Guanella, che tra i primi segui con giovanile entusiasmo il nuovo orientamento dei cattolici, non aspettò l'esempio per venire da esso rimorchiato al lavoro tra la gioventù. Già aveva compreso i bisogni dell'ambiente in cui esercitava il suo ministero e trovò facile e confortante innestare la sua opera di pioniere su quella che venne poi ufficialmente riconosciuta.
La popolazione, che ammirava la sua attività, che lo vedeva assiduo a visitare gli ammalati, si affezionò subito al suo Don Luigi; ma più ancora l'amò e lo stimò il suo vecchio arciprete, il quale soleva lodarsi di lui come d'un aiuto prezioso.
Un giorno però prese a parte il suo coadiutore e in tutta confidenza gli fece un rimprovero: s'era accorto che portava il cilicio; glielo proibì, temendo che avrebbe rovinato la sua salute.
Ecco un segno della stima in cui era universalmente tenuto: il venerando arciprete di Chiavenna aveva scelto come confessore il giovane sacerdote del piccolo paese della sua pieve.
Maestro di scuola
La scuola, nella quale verrà gradatamente limitata l'ingerenza del sacerdote, costituiva un gran mezzo d'apostolato tra il popolo, allora in gran parte analfabeta. E l'ignoranza, come e noto, fu la causa principale per cui le folle si lasciarono abbeverare del veleno irreligioso prima, sovversivo poi.
Il primo censimento del 1861 dava, per il Regno d'Italía, una percentuale d'analfabeti, dai sei anni in poi, del 74, 68 per ogni cento abitanti; nella Valtellina superavano ancora molti anni dopo il 60 per cento.
I fanciulli venivano precocemente impiegati nell'agricoltura, nella pastorizia, o avviati nei lavori manuali, per avidità di guadagno; le fanciulle, obbligate a custodire i piccoli in casa, non andavano che in minima percentuale alla scuola.
Gran piaga allora l'analfabetismo! Don Guanella si mise all'avanguardia per l'istruzione dei figli del popolo, si munì di regolare patente di maestro delle scuole elementari e quando ancora nei paesi poco o nulla si pensava ad aprire le menti dei giovani per prepararli a meno disagevole vita, egli già compiva benefica missione fra essi.
La scuola di Don Guanella usciva anche dal campo del leggere, scrivere e far di conti, per andare incontro ai bisogni di una popolazione agricola: infatti teneva sovente lezioni e conferenze di agricoltura, insegnando i nuovi ritrovati per aumentare il rendimento della terra e vincendo i pregiudizi che tenevano i contadini legati a mezzi di lavoro sorpassati e a sistemi irrazionali.
Seppe attrarre viva l'attenzione degli assidui alla scuola, e anche di tutti i parocchiani, esponendo, a modo di conferenze piane e interessanti, la storia locale.
La storia di Prosto ha non poco da raccontare della sua chiesa, del suo tesoro, della sua arte, delle sue feste; ma più suggestive sono le vicende della vicina borgata di Piuro, sulla quale nel 1618 si rovesciò il monte Conto, seppellendola intieramente; la Valtellina, ricca di avvenimenti antichi e moderni, le adiacenti vallate, con le loro lotte contro i Grigioni e il protestantesimo, offrono temi istruttivi e dilettevoli.
Benedetto quel disgraziato!
Nell'esercizio del suo ministero sacerdotale, Don Guanella ebbe ogni giorno più occasione di incontrarsi con infelici, deficienti, scemi, incurabili, vecchi, lasciati dalle famiglie più povere in stato pietoso nelle stalle, sui fienili, nei cortili ingombri di legna e letame.
Il suo cuore si era già dimostrato particolarmente tenero per essi e molte volte espresse la compassione che sentiva, in un desiderio: bisognerebbe provvedere al loro ricovero e risollevare la loro dignità umana e cristiana.
Idea ottima; ma quale tremendo problema finanziario per realizzarla!
Venne a conoscenza che a Fraciscio era rimasta priva della mamma una famiglia povera, con numerosa prole, di cui una figlia di tre anni era scema e sciancata; egli pregò la sua madrina di prendersene cura, impegnandosi a pagare un modesto mensile. Ma non era un ricco, per poter fare con molti, con tutti così!
Un giorno vide a Prosto un fanciullo in condizioni pietose: spento il lume dell'intelligenza, languidi gli occhi, floscio il corpo che si reggeva a stento: gli volle bene, lo trattò da buon amico, poi gli diede una gran prova di fratellanza: si interessò di lui, gli procurò un posto gratuito alla Piccola Casa della Provvidenza, ed egli stesso ve lo condusse.
L'animo in tumulto
Per la seconda volta andava a Torino, la città del Cottolengo e di Don Bosco. Eccolo nella immensa « Piccola Casa », città di miseri allietata dalla fede e sollevata dalla beneficenza nascosta; volle visitare ogni reparto, interessarsi di ogni classe di ricoverati, chiedere notizie intorno ai casi più compassionevoli. E intanto fece, più che personale conoscenza, amicizia col direttore della Casa, il canonico Luigi Anglesio, successore di San Giuseppe Cottolengo.
Sentì forte e profondo un desiderio nell'animo: occuparsi anche lui di quei miserabili figli di Dio: erigere anche lui un ricovero per i disgraziati della sua valle: diventare anche lui il benefattore dell'anima e del corpo dei diseredati, che il mondo trattava come rifiuti, méntre hanno un'anima bella, forse per tutta la vita innocente, non colpevoli delle loro sofferenze, ricchi di meriti davanti al Signore.
A Torino visitò anche l'istituzione di Don Bosco, il vivente prodigio che affascinava la gioventù; vide il suo primo oratorio, il tempio di Maria Ausiliatrice.
Pensò alla gioventù del paese nativo, della sua parrocchia, della diocesi di Como, dove mancavano oratori e collegi per i figli del popolo, dove scarseggiavano le vocazioni al sacerdozio.
Oh se si fosse potuto trasportare un lembo dell'opera di Don Bosco in Valtellina, a Como, quanti figliuoli sarebbero accorsi! Non poteva Don Bosco volgere anche là il suo sguardo e piantarvi una tenda? Egli l'avrebbe aiutato, gli si sarebbe messo accanto entusiasta per una istituzione tanto necessaria!
Partì da Torino con l'animo in tumulto, benedicendo il suo piccolo disgraziato, che gli aveva dato occasione di fare un'opera buona e insieme di formarsi delle idee in un campo in cui già aveva le sue predilezioni, di vedere modelli di una istituzione che ora con la fantasia soltanto riusciva a copiare, ma che sentiva di volere imitare, facendo di quell'imitazione lo scopo dei suoi sacrifici, della sua vita sacerdotale.
I chiostri deserti
Per ben comprendere i fatti che seguiranno, occorre tener presente un doloroso avvenimento
del tempo: la legge del 7 luglio 1866, che soppresse le congregazioni religiose.
Uscirono allora dai conventi persone consacrate a Dio, d'ogni condizione ed età, in cerca di una famiglia, di una nuova associazione fondata sul diritto comune, per continuare nascostamente sulla via della loro vocazione.
Don Guanella assisté con strazio a quel crollo di benemerite istituzioni di secoli: vide i chiostri deserti, venduti per case coloniche, caserme, magazzini, le chiese profanate, abbandonata a rovina l'arte e dispersi gli arredi preziosi ai pubblici incanti; numerosi vecchi, entrati giovani in convento, tornarono ai loro paesi nativi, in cerca di un asilo, per chiudere piamente i loro giorni: sacre vergini, sciolte le loro comunità, dimessi i loro veli, non vollero tradire i loro voti, si raggrupparono clandestinamente, come sorelle pie, intorno a un altare improvvisato sul cassettone d'una camera, vivendo di lacrime e stenti fino al sangue, finché la tolleranza permise loro di raggiungere il loro ideale in situazione di compromesso giuridico.
Egli si schierò coi « banditi dalla legge » e pensò all'obbligo sacrosanto di ricostruire quanto era stato distrutto, con nuove forme, si dica pure, con modernità. Come, dove e quando, lo farà sapere Iddio.
VI
PASTORE DI PICCOLO GREGGE
Si trovava ancora nel periodo delle prime esperienze sacerdotali, quando, a un anno appena di ordinazione, l'autorità ecclesiastica lo destinò come economo spirituale a Savogno, « il ridente paesello - dirà il Cardinale Andrea Ferrari - assiso in capo alla scala di duemila gradini, così grato nei miei ricordi per la sua pietà cristiana ».
Il nuovo curato - il titolo ufficiale era di economo spirituale, e di parroco non aveva né la canonica né la civile investitura - tra il piccolo gregge, si senti padre delle anime affidate al suo zelo; un'ansia irrefrenabile di opere lo stimolò ogni giorno più, tanto che si diceva di lui che aveva adottato il metodo « corri, corri ».
Fervore eucaristico
Incominciò a ravvivare nella popolazione il culto Eucaristico, introdusse la Comunione frequente, anche quotidiana, e ottenne assidua frequenza alla Santa Messa, anche nei giorni feriali, in ora prestissima del mattino; la meditazione introdotta tra il popolo diede meravigliosi frutti nelle famiglie e nella gioventù, tra cui sorsero numerose le sacre vocazioni.
Tanto fervore aveva suscitato con la sua ardente parola, che un vecchio e una vecchia, i quali non si potevano reggere, si facevano portare ogni mattina da parenti o vicini; morirono entrambi in una crudele invernata, e furono detti dai pii compaesani « martiri della Messa ».
Un vecchio, che da anni si trascinava a stento su grucce, non volle mai lasciare la Messa, neppure nelle mattine più rigide.
Tutto ciò che voleva
L'energia del giovane curato sembrava di ferro ed in breve riuscì ad avere nelle sue mani tutta la popolazione, capace di farle fare tutto ciò che voleva.
Un segno della sua resistenza: nei giorni festivi della stagione propizia, si recava alla lontana valle di Ley a celebrare la Santa Messa, per comodità dei buoni alpigiani, nonostante che dovesse fare sette ore di buon cammino.
E un segno della sua padronanza degli animi: tra il popolo rese familiare il saluto « Sia lodato Gesù Cristo » che tutti scambiavano incontrandosi per via.
Alla sua parola nessuno osava contraddire. In carnevale, alcuni giovani una volta accennarono a introdurre qualche ballo in paese; ma bastò che il curato lo deplorasse dal pulpito, perché non se ne parlasse più.
« La mano troppo larga »
Aveva dapprima in casa una sorella con la quale non corsero i più benevoli rapporti: ella, al dire di testimoni, si adirava al vedere la prodigalità del fratello coi poveri, coi vecchi e coi malati, e si riteneva costretta a tener nascosto tutto, perché quello che gli capitava tra mano, egli dava, senza neppur badare se poi restava senza il necessario.
Frequenti contrasti sorsero a causa di questo; anzi, un giorno ella lo lasciò, cedendo il posto alla sorella Caterina, che aveva allora ventisette anni, ben diversa di cuore e di virtù.
A Savogno rinunciava al vino, che faceva parte del suo emolumento, bevendo acqua, per mandarlo ogni anno al vecchio pà Lorenzo. Questi manifestava la sua riconoscenza, aggiungendo però sempre un lamento, per il suo Don Luigi che aveva tanto buon cuore, ma era « di mano troppo larga ». Rimproverando quella prodigalità, col suo tono severo, riscuoteva il consenso di qualche fratello e sorella; ma Don Luigi sorrideva a quei rimproveri paterni, con una facezia mitigava il contrasto e diceva una parola di fede, alla quale il buon padre non sapeva più ribattere.
Carità fino all'eroismo
Don Guanella - attestò una donna di Savogno - avendomi trovata una volta scalza in piazza - si era di novembre, c'era la neve, e noi di casa si era poverissimi - mi condusse in casa, dove mi fece calzare. Anche mio fratello, che trovò essere senza camicia, provvide di una delle sue.
Molti anni dopo, si ricordavano ancora le parole, che egli aveva detto, ospitando una tarda sera d'autunno nella sua casetta di Savogno due sconosciuti viandanti, in viaggio attraverso le montagne, e ristorandoli di cibo e di riposo: « Quando partirete domani, non avete che da togliere la stanga alla porta. La casa di Don Luigi è sempre aperta ».
Nel 1867 si verificarono numerosi casi di colera nella provincia di Como: Don Scalabrini diede tale esempio di abnegazione, da venir decorato con medaglia di benemerenza.
Don Guanella, che ammirò lo spirito di sacrificio dell'amico, mostrò fin d'allora il suo anelito a una vita più intensa, fino all'eroismo, di quella obbligatoria per il curato di un villaggio.
Ma il dovere - tutto il dovere - non vale di più?
Pericoloso quel curato!
Con predilezione si occupò degli infelici anormali di mente e bisognosi di ricovero, anche nei paesi vicini; a gruppi li raccoglieva da tutto il mandamento di Chiavenna, offriva ai più indigenti il necessario e li accompagnava, anche in più viaggi all'anno, alla Piccola Casa della Provvidenza. Il gran numero di questi miserabili, nei paesi di montagna dove e insufficiente il nutrimento, dove sono frequenti i matrimoni tra parenti, dove il lavoro precoce schianta le forze alla debole età, gli facevano accarezzare un sogno: istituire anche nella sua terra una Piccola Casa.
Di quel sogno talvolta parlava come di un progetto realizzabile, tal'altra come di una grazia che invocava dalla Provvidenza Divina.
Un giorno, in giardino, presenti alcuni chierici, disse loro: « Io voglio fondare un istituto: mi aiutate? ».
« Sì » - gli risposero - « ecco », e gli diedero, ridendo, ciascuno venti centesimi.
Egli, pure ridendo, li accettò, dicendo: « Lasciate fare, frutteranno! ».
Era « padrone » - s'e detto - del suo popolo, da cui otteneva quello che voleva, non solo nella disciplina spirituale, ma anche riguardo alla loro stessa vita paesana. Costruì una tettoia per il lavatoio nel paese, pubbliche fontane di acqua potabile; e animò la popolazione a introdurre un più elevato tenore nelle abitudini ancor troppo arretrate, in fatto di comodità, d'igiene e di pubbliche utilità.
Se chiamava a un lavoro gli uomini, lo seguivano tutti col fervore di soldati verso un condottiero che guidava a una conquista. Si propose di ingrandire la chiesa parrocchiale e di restaurarla decorosamente: egli fece da muratore, manovale e imbianchino, e il popolo tutto con lui, ai suoi ordini. Ritenne opportuno sistemare il piazzale della chiesa, innalzando robusti muraglioni: tutti lo assecondarono, portando dalle cave le pietre, lavorando perfino di notte.
Il sindaco, non occupato in quelle fatiche, ebbe il buon tempo di pensare che quel lavoro, fatto a suono di campana e con esuberanza volenterosa, era esagerato, poteva causare disgrazie, ed ebbe anche il coraggio di fare un rapporto alla prefettura, prendendo pretesto dalle pietre prelevate da pubblica cava. La ragione vera stava nascosta: troppo zelo, e specialmente troppo seguito, per quel giovane curato. Pericoloso quel curato, a cui tutti per di più, volevano bene fino ad essere orgogliosi di lui!
Dovunque un altare
Con l'aiuto degli uomini, ricostruì il cimitero, più ampio e più bello di quello che il sindaco aveva fatto progettare, e intorno eresse le stazioni della « Via Crucis », con viali tra i boschetti per le processioni e cappelle con sacre iscrizioni.
Anche nei crocicchi, in mezzo alle campagne, eresse cappelle per le Rogazioni: una, dedicata al Sacro Cuore, sorse con l'intenzione d'invocare la liberazione dal flagello degli insetti; ci fu però chi disse che il curato, senza farsi accorgere, aveva scelto apposta quel luogo, che poteva essere pericoloso convegno serale della gioventù, affinché fosse libero dal peccato. Fin sulla sommità del valico, per cui si passa nel Canton Grigioni, volle un'edicola, per favorire la pietà dei viandanti e dei montanari, costretti al lavoro lontani dalla chiesa.
La scuola nuova
L'occasione per un'aspra battaglia paesana - si sa che nei paesi le lotte personali assumono livore crudele, quando le domina la cattiveria associata all'ignoranza - si presentò, insospettata, per la malevolenza dell'autorità locale, che spiava sospettosa l'influenza del sacerdote sul popolo.
Resasi vacante la scuola di Savogno, i consiglieri del comune di Prosto - di cui Savogno è frazione - l'affidarono a Don Guanella, munito di regolare patente di maestro, il quale incaricò della educazione delle fanciulle la sorella Caterina. Imitando l'esempio del curato, gli uomini portarono pietre, sabbia e calce, e ricostruirono, coll'allegria del lavoro volontario, fatto con la più profonda persuasione, una sede di scuola modello. Alla parola del sacerdote, nessuno dei genitori disobbedì: tutti i figlioli furono tenuti liberi dai lavori, per frequentare la scuola; anche le fanciulle accorsero numerose intorno alla loro eccezionale maestra, che insegnava loro, oltre a leggere, a scrivere e a fare i conti anche il canto e i lavori femminili.
Una scuola dove gli allievi si mostravano felici di andare, quasi fosse un premio, una festa: che gioia per un sacerdote e che beneficio per un paese!
Attestò un vecchio contadino, già suo scolaro: « Della gioventù particolarmente si prendeva tutta la cura, facendo il catechismo, tenendo anche la scuola, alla quale io pure intervenni, e in tale ufficio ho riscontrato in lui l'arte di educare come forse nessun altro; non prendeva mai rabbia, e restava sempre pacifico ».
Un grande reato
La sua direzione spirituale, austera, formò numerose giovani alla vita religiosa: non poche - perfino sette in una volta - indirizzò alla Piccola Casa della Provvidenza, poi alle Figlie di Maria Ausiliatrice; per sette anni, ogni anno, per questo si recò a Torino.
Tra la gioventù maschile del paese, andò formando anime belle per il sacerdozio, e parecchi fanciulli, che davano segni di vocazione ecclesiastica, mandò a Don Bosco.
La grave diminuzione del clero comense rendeva necessario raccogliere anche per la diocesi vocazioni ecclesiastiche, per formare un giorno zelanti sacerdoti, forti di spirito e capaci di sacrifici, come i tempi di lotta contro la Chiesa esigevano. Ma l'ascendente che egli esercitava sulla gioventù maschile e femminile del paese, e il moltiplicarsi di vocazioni anche nei paesi vicini per opera sua, diede nell'occhio a qualche liberale, che, per essere in stile col tempo, non poteva non essere anche avversario accanito del sacerdote.
Si trovò quindi in Don Guanella una singolare forma di reato: faceva troppi preti, proprio quando già si parlava dell'ultimo Papa e si fantasticava intorno all'ultimo prete. Si era talmente convinti da molti che la Chiesa fosse finita ormai, che si meravigliavano come si trovasse ancora chi volesse avviarsi al sacerdozio. Essendo poi stati soppressi i conventi, non si capiva come esistessero ancora delle pazze ostinate a ritornarvi.
Da tener d'occhio...
« Rubava » troppe figliole per darle al Signore - si diceva ancora di lui - « voleva popolare di preti e di monache la Valtellina ». Questa accusa - fatta, del resto, sul serio, perfino da ministri, a Don Bosco - gli formerà come un cappello in testa, che nessuno gli leverà per interi decenni: prete esagerato dunque, intemperante nel suo ministero, pericoloso in quella sua influenza su tutta la popolazione, che, affascinata dalla sua parola, si sarebbe, come si suol dire, gettata anche nel fuoco per lui.
La massoneria della regione aveva notato l'esuberanza del prete « pericoloso », l'autorità civile lo segnò come un soggetto da tenere d'occhio.
L'autorità civile, che metteva occhiali neri per guardare l'attività dell'instancabile sacerdote, non giudicò benemerenza la scuola che egli faceva con tanto sacrificio e con tanto esito; la ritenne invece un pericolo. Il prete padrone del paese, il prete seguìto con entusiasmo dalla popolazione, il prete capace di ottenere tutto quello che voleva: dalli al pericolo clericale!
La nuova maestra
Il sindaco del paese, che sorrideva gentilmente al curato quando lo incontrava, salutandolo, subdolamente brigò affinché l'incarico dell'insegnamento fosse a lui tolto e affidato ad una maestra forestiera. Ecco perciò una sera presentarsi in canonica la nuova maestra insieme al segretario comunale, i quali, a nome del sindaco, chiesero in affitto il locale per la scuola.
L'assessore dell'istruzione stette fermo sulla negativa, a nome anche degli altri consiglieri municipali, a causa di una brutta esperienza già fatta qualche anno prima. « Ma principalmente - è Don Guanella che scrive il 7 dicembre 1871 all'Arciprete di Piuro, sopraintendente alle scuole - si mostrarono indignati per gl'intrighi anticlericali usati contro il sacerdote per togliergli la scuola ».
La guerra era al sacerdote, e l'intento appariva chiaro: portare fin lassù un'influenza educativa di nuovo stile.
VII
SENZA MACCHIA E SENZA PAURA
La contesa ci interessa come episodio che rivela metodi e lotte del tempo e ci fa conoscere il sindaco e il suo segretario; il loro settarismo paesano avrà una parte ignominiosa in sofferenze senza nome fatte patire al buon sacerdote.
A Como la loggia « Magistri Comacini », irradiava la sua nefasta influenza nella Valtellina e a Sondrio; la massoneria si servirà specialmente della legge dei sospetti, votata nel 1866, che assegnava « per un tempo non maggiore di un anno, il domicilio coatto agli oziosi, ai vagabondi, ai camorristi e a tutte le persone ritenute sospette... », per perseguitare vescovi e sacerdoti... sospetti.
Pio IX indisse il Concilio Ecumenico Vaticano, che si radunò l'8 dicembre 1869, con l'intensa partecipazione di tutto il mondo cattolico, e nello stesso tempo fra le più aspre contraddizioni.
Il Concilio guardò a tutto il vasto panorama spirituale del tempo, individuando tutti gli errori contemporanei nel campo dogmatico e morale: il razionalismo, il liberalismo, lo scientismo, il laicismo, con tutte le cause e derivazioni, tra cui spaventoso specialmente il socialismo materialista, subirono la più autorevole disamina e la condanna inesorabile del più esperto consesso del mondo.
Rimasero però interrotti i lavori del Concilio, dopo la definizione dell'infallibilità del Sommo Pontefice, solennemente proclamata il 18 luglio 1870, a causa degli avvenimenti del tempo: la guerra scoppiata tra la Francia e la Germania, e la presa di Roma il 20 settembre 1870.
Sorse allora la grave questione romana, che il Governo Italiano credette di aver risolto con la legge delle guarentigie il 13 maggio 1871, ma che in realtà non fu risolta se non dopo lungo periodo di conflitto, con l'assenso delle due parti, mediante la Conciliazione dell'11 febbraio 1929.
Quel conflitto tenne gli animi tesi, con danno incalcolabile alla feconda concordia degli animi, che riteniamo dovere passare sotto silenzio, per esaltare soltanto la raggiunta pace che ha ridonato « Dio all'Italia e l'Italia a Dio », secondo l'indimenticabile espressione di Pio XI.
« Spunta il sol dell'avvenir »
Il socialismo iniziava allora le sue infiltrazioni nel popolo, vantando come suoi gli orrori della Comune a Parigi e minacciando di osare il simile e il peggio per arrivare, non si capiva bene, se al benessere del popolo, o al nichilismo, o al terrorismo.
Dominava allora il liberalismo religioso, che predicava il rispetto a tutte le credenze, o, come si diceva, a tutte le opinioni - anche la fede e la morale sarebbero opinioni - rendendo tutti uguali allo Stato laico.
Don Guanella, irriducibile avversario dei liberali e dei socialisti, guardava alla scristianizzazione che saliva fino ai paesi montani a turbare la vita tradizionalmente onesta: mettendo in un sol fascio liberalismo e socialismo, vedeva formarsi la rilassatezza dei principii, la decadenza dei costumi. Ecco il nemico!
Per difendere i suoi cari montanari, si schierò con chi aveva per programma: « andare incontro al popolo ». Non era ancora spiegata la bandiera della « Rerum Novarum », ma Don Guanella, in anticipo, marciava tra i suoi precursori.
Usci fuori del suo villaggio, prestò mano al lavoro che si iniziava allora nel campo sociale a Chiavenna e con Don Callisto Grandi collaborò nei primi esperimenti di organizzazione cattolica, attuati, tra l'altro, con la costituzione di una Società di Mutuo Soccorso, forse la prima o tra le prime, a carattere cattolico, in Italia.
Un piccolo libro
La necessità di combattere la massoneria, contrapponendo la stampa cattolica alla colluvie di pubblicazioni irreligiose, lo indusse a comporre un piccolo libro, che intitolò: « Saggio di ammonimenti familiari per tutti, ma più specialmente per il popolo di campagna ».
Lo pubblicò nel 1872, presso la tipografia dell'Oratorio di S. Francesco di Sales, a Torino, come numero della collana « Letture cattoliche » iniziata da Don Bosco fin dal 1853.
Il libretto si compone di quattordici capitoletti, che meritano di essere singolarmente passati in rassegna.
1° « Ai nostri tempi, coloro che travagliano tanto la religione santissima sono soprattutto i carbonari con le loro false dottrine ». Sotto questo titolo spiega innanzi tutto chi sono i « carbonari ». « I cosiddetti Carbonari, o Franchi Muratori, passano altresì, ai giorni nostri, sotto il nome di liberi pensatori, di razionalisti, e più comunemente di mazziniani, di rivoluzionari, di socialisti, di comunisti o li internazionalisti, vero flagello del secolo nostro ». A questa accozzaglia associa « i liberali cattolici ».
Quattordici capi d'accusa
Ecco gli argomenti degli altri capitoli:
2° « I carbonari con le loro dottrine corrompono soprattutto il popolo: guardiamoci dalle storte massime che corrono sulla bocca di tanta gente! ».
3° « Guardiamoci ancora dai rivoluzionari, perché essi, al fine di terminare di rovinarci, fanno succedere ogni genere di grandi misfatti! ».
4° « Mio caro popolo, guai a te che vai perdendo la fede santissima! ».
5" « Popolo mio: guai a te che volgi in peggio i tuoi costumi! ».
6° « Popolo mio, i libertini ti allontanano dai sacerdoti del Signore: ritorna sollecito al pastor dell'anima tua! ».
7° « Per riuscir salvi dalle tante macchinazioni dei cattivi, dobbiamo ancora specialmente stare attaccati al Pontefice, che fu dichiarato infallibile nel grande Concilio Vaticano »
8° « Abbisogna, a questi nostri tempi, che anche gli uomini in generale, ed in particolare i padri di famiglia, siano più religiosi ».
9° « A questi tempi ogni cattolico deve essere cristiano di buon esempio, di preghiera e di coraggio ».
10° « Al presente noi dobbiamo dimostrare gran coraggio in opporre scuole, libri ed istituzioni cattoliche alle scuole, ai libri e alle istituzioni dei massoni ».
11° « Il contadino in generale non deve cercare d'innalzarsi sopra il suo stato, perché egli e già più felice di tutti ».
12° « Uno sguardo all'America ».
13° « L'andare in America non è buono né per l'anima né per il corpo ».
14° « Un invito ai giovani coscritti d'una parrocchia ».
Una premessa
A togliere subito ogni paura, come l'ebbero le autorità del tempo, di trovarci di fronte poco meno che a un rivoluzionario, riportiamo le parole indirizzate ai coscritti, che stanno a chiusa del libro, quasi sintesi del pensiero in esso svolto.
« E quando voci spaventose di prossima guerra si facessero udire all'intorno, allora più che mai ci stringeremo divoti presso il Cuore di Gesù, di Maria, di Giuseppe; e poi non li lasceremo finché ne siamo assicurati, che voi, salvi e vittoriosi, ritornerete in breve all'amplesso dei cari vostri che aspettano. I quali, siccome giubileranno d'allegrezza, così ancor noi ci uniremo a congratularci come essi con voi, e godremo di salutarvi come tanti valorosi campioni della religione e della patria.
« Anzi vi condurremo come in trionfo alla chiesa, dove ci prostreremo ancora una volta davanti agli altari di Gesù, di Maria e di Giuseppe, che vi hanno scampato da molti pericoli, e faremo ivi risonar l'inno di ringraziamento. Orsù, o miei diletti giovani, perché voi lo volete, io levo gli occhi e le mani al Cielo e vi benedico. Benedicendo poi a voi, io intendo di benedire altresì ai vostri, e di pregar pace a tutto il mondo. Dirò dunque di gran cuore coll'augusto Vicario di Gesù Cristo: Dio di Pace, Voi permettete la guerra, affinché noi aspiriamo maggiormente verso la pace vera ed eterna che trovasi in Cielo. Dio di pace, date la pace a tutta la terra, ma principalmente all'Italia ».
La condanna
Alcuni brani, segnati a grosse liste nere, furono denunciati all'autorità politica dall'avversa consorteria locale, che si domandava: « Dove andrà a finire l'attività di questo prete? ».
Non si lessero forse neppure le mirabili pagine, in cui il sacerdote eleva il costume cristiano, combatte le prime infiltrazioni del socialismo, difende la vita semplice ed operosa dei campi, richiama il contadino all'amore della terra, auspica il ritorno del sacerdote maestro di fede e di morale, dissuade dall'iscrizione a società sovversive, sconsiglia l'emigrazione e l'urbanesimo, vede la floridezza dei suoi cari montanari nelle belle tradizioni degli avi...
Il piccolo libro del sacerdote « che voleva popolare la Valtellina di preti e di monache » parve uno squillo di guerra a liberali, massoni, socialisti: l'autorità politica di Sondrio l'accolse come una scintilla di fuoco in una polveriera, e nel 1873 proibì il « Saggio di ammonimenti », dando ordine nello stesso tempo che all'autore fosse proibito di insegnare.
Era entrata in funzione, contro di lui, la legge crispina dei sospetti: egli rimarrà d'ora innanzi un sospettato, un sorvegliato, un vigilato.
Don Guanella, in conseguenza, non potrà mai neppure avere il placet per la nomina a parroco e per tutta la vita conserverà il titolo del beneficio teologale di Prosto, del quale fu investito ricevendo l'ordine del suddiaconato.
Da quella condanna derivò a Don Guanella, nel campo liberale, massonico e socialista, la taccia indelebile di loro condannato al bando.
Anche una leggenda
Alla realtà si aggiunsero anche le frangie; chi neppure una riga aveva letto del piccolo libro, ritenne che vi si contenesse chissà quale tenebrosa orditura di congiure; e chi aveva interesse a sbarazzarsi del forte avversario, lo colpi con la calunnia e col disprezzo: « è un fanatico, è un sovversivo, è un esaltato ».
Il piccolo libro portava una dedica: « A monsignor Carsana - che adorno delle virtù dei Felici e degli Abbondi - viene ad assidersi - sulla episcopale loro sede - festeggiandone l'ingresso - il sacerdote Luigi Guanella - questo umile lavoro - consacra ».
Il vescovo ringraziò l'autore; di qui, nonostante l'evidenza dei fatti, derivò, purtroppo accreditata, una calunniosa leggenda: il libro di Don Guanella, proibito nel 1873, sarebbe stato la causa per cui, prima del 1872, a monsignor Carsana fu negato l'exequatur. Di qui, un iniquo giudizio: l'imprudenza di Don Guanella aveva prodotto una sventura diocesana: doveva essere uno scriteriato davvero, un fanatico per lo meno, un rivoluzionario vitando.
Incredibile, ma vero: quel cappello messogli in capo - come si suol dire - gli rimarrà circa vent'anni, a soffocare lo slancio delle sue migliori energie.
VIII
CON DON BOSCO
Appena preso il possesso della diocesi di Como, monsignor Carsana si accorse dello stato di desolazione religiosa causato dalla forzata assenza dei pastori, dalle guerre, dalle lotte politiche e dalla discordia, perfino tra il clero, diviso in maggioranza dietro la corrente detta intransigente, in minoranza - ma non perciò meno influente - secondo la corrente detta liberale.
Segno evidente di decadenza, e insieme fatto pauroso per l'avvenire della diocesi, appariva la scarsezza dei chierici nei seminari e dei sacerdoti che anno per anno occupavano i posti vacanti nelle parrocchie.
Le 519 parrocchie della diocesi di Como, che allora comprendeva anche 192 parrocchie nel territorio svizzero, non potevano neppure aver tutte almeno un sacerdote.
Per le vocazioni
La stampa si permetteva offese che Don Guanella stesso rilevò scrivendo: « In un libretto, stampato dai carbonari col titolo: La Chiesa romana in faccia alla rivoluzione, trovate lettere d'inferno e parole di satanasso; giacché son sempre sul dire e ridire, 'che i soci della framassoneria devono consacrare tutti i momenti della loro vita alla grand'opera della corruzione dei cuori e che devono penetrare nei seminari per pervertirvi i giovani studiosi; finché uscendo sacerdoti cattivi, giungano poi questi alla for volta a corrompere popoli interi. Né qui è tutto; ma lo schifosissimo libro segue a dire, che i preti soprattutto, e più ancora quelli posti in alto, bisogna schiacciarli collo scherno e colla calunnia, affinché nessun cristiano più creda a loro. Che se, dopo tutto questo (conclude il libercolaccio), rimarranno ancor cattolici in questa terra, allora e da far l'ultimo sforzo col massacrarli tutti insieme, e in mancanza di corda, come scrisse già Diderot, s'adopreranno le intestine dell'ultimo prete per strozzare l'ultimo dei re ».
L'aria che la gioventù respirava non era dunque la migliore per irrobustire le vocazioni; e Como, non meno di altre diocesi, ne risenti, fino a doversene preoccupare seriamente il Vescovo.
Per questo monsignor Carsana rivolse un appello al clero e ai fedeli, raccomandando di preparare anime fanciulle, con ogni premura, affinché potessero diventare un giorno fiori per gli altari.
Don Guanella scrisse al Vescovo, che per aderire agli inviti di quella sua circolare, riguardante le vocazioni, egli già aveva raccolto quattro giovinetti, ma tanto poveri e incapaci di provvedere anche alle prime spese; chiedeva perciò alcune facilitazioni finanziarie, per impartire ad essi la prima istruzione.
Alla domanda il Vescovo diede risposta affermativa. Germogliavano così gli inizi dell'opera sperata? Nella sua mente si; nella realtà gli ostacoli la soffocavano.
Le ostilità si aggravarono man mano, fino a far comprendere che anche quella scoletta, che egli teneva in casa sua per i quattro giovinetti destinati al seminario, era considerata un pericolo: anch'essa sotto sospetto!
Al concorso
Comprese allora di trovarsi in una situazione insostenibile a Savogno.
Pensò che in un altro paese, come parroco, si sarebbe trovato svincolato dalle prevenzioni a suo riguardo, più libero di attendere alla sua scuola e al soccorso dei miserabili.
Perciò si presentò al concorso per le parrocchie vacanti di Caspano e Torre Santa Maria in Val Malenco, deciso di lasciare la posizione provvisoria di vicario e di mettersi nella posizione stabile di parroco, pastore d'un gregge tutto e per sempre suo. Le prove riuscirono soddisfacenti per gli esaminatori; ma nella destinazione del luogo, gli si cambiarono le carte in mano. Lo si indusse a rinunciare a Caspano, dove si sapeva che il popolo lo avrebbe sicuramente eletto, avendo il diritto di scegliere fra una terna; e gli si fece la promessa che sarebbe stato nominato, in virtù del riuscito concorso, a Torre, di libera collazione: invece, all'atto pratico, qui fu data ad un altro la preferenza.
L'autorità politica non voleva, ad ogni costo, che Don Guanella diventasse parroco; se l'avesse lasciato nominare dal popolo a Caspano, si sarebbe dovuto urtare col popolo stesso, negandogli il placet: perciò lo si persuase a non insistere per quella parrocchia, a lasciarla volontariamente in disparte.
Quando si trattò di assegnarli Torre Santa Maria, ecco tirar fuori, per negargliela, la proibizione dell'autorità politica.
Don Guanella si trovò non soltanto di fronte all'avversione laica, ma anche all'abbandono ecclesiastico: s'accorse anche delle beffe dei liberali, i quali ridevano del curato « giocato ».
Un progetto
Pa' Lorenzo l'aveva lasciato per il paradiso, nel 1874, a 74 anni. Con la piccola porzione d'eredità paterna, aiutato da beneficenze e da amici - oh ne aveva di amici che l'amavano e lo stimavano, specialmente per la santità di vita! - avrebbe potuto dar principio ad un'istituzione. A diventar parroco non poteva, non doveva pensar più.
Quale istituzione? Per i miserabili? Gli arrideva l'idea. Per la gioventù? Anche questa l'affascinava, nonostante le prove passate.
Si decise: parlò col Vescovo, gli espose come, specialmente in vista delle future vocazioni, riteneva provvidenziale un'opera di Don Bosco nella diocesi di Como. Non si poteva chiamare in qualche paese, o in città, quel prodigio di operosità, che riempiva l'Italia con la sua fama? Il vescovo oppose reciso rifiuto.
Don Guanella fece allora al suo Vescovo un'altra proposta: lo lasciasse andare da Don Bosco,
per un breve periodo di tempo: egli avrebbe fatto esperienza alla scuola di tanto maestro: nel frattempo si sarebbe potuto prendere, con maggior ponderazione, una decisione: o Don Bosco sarebbe venuto a Como con una sua istituzione, o Don Guanella avrebbe, a suo tempo, fatto a Como, di sua iniziativa, un'opera simile a quella di Don Bosco. Il vescovo acconsenti.
Varie mansioni
« Una sera del gennaio 1875 - e Don Guanella che parla - m'inchinavo a baciare la destra di Don Bosco, che aveva appena terminato una conferenza del Consiglio Superiore, dove si era conchiusa una spedizione in America, e mi salutò dicendomi: - Andiamo in America? - ».
L'indomani ebbe l'incarico da Don Bosco di scrivere comunicazioni per l'apertura di un Collegio nella Repubblica Argentina. Man mano assunse gli uffici affidatigli; al posto di Don Michele Rua, prese la direzione dell'oratorio « San Luigi », frequentato da oltre settecento giovanetti.
Don Bosco aveva caro discorrere con lui, anche di interessi della sua già grandiosa opera, avendolo trovato sacerdote di esperienza e di consiglio.
Nell'ottobre dello stesso anno, ebbe la direzione del nuovo collegio nel paese di Trinità di Mondovì. Lo tenne assai caro il vescovo di quella diocesi, che sovente e volentieri se ne servi per la predicazione nei seminari.
Durante un suo quaresimale, in un teatro davanti alla parrocchiale, l'anticlericalismo del luogo aveva inscenato una parodia della Beata Paola Gambara, elevata agli onori degli altari nel 1845 da Gregorio XVI. L'energia di Don Guanella valse ad ottenere, con l'appoggio del sindaco della città e di un illustre generale, assessore, che la rappresentazione fosse sospesa, con plauso di tutte le persone oneste per il forte quaresimalista.
Viaggiando con Don Bosco in visita a numerose istituzioni, il discorso cadde una volta intorno alle vocazioni ecclesiastiche, troppo inferiori di numero in rapporto ai crescenti bisogni. « Ricorra alle vocazioni degli adulti », gli suggerì Don Guanella. Fu probabilmente quel consiglio che decise Don Bosco ad attuare l'opera dei « figli di Maria Ausiliatrice » destinata a raccogliere vocazioni di adulti, di cui Don Guanella per il primo ebbe l'incarico di Direttore.
Per un triennio
A Torino, presso i Salesiani, Don Guanella doveva rimanere solo temporaneamente, come s'è detto, o per persuadere Don Bosco ad aprire una sua Casa in diocesi di Como - ma il vescovo non volle mai concederlo - o per fare esperienza onde costituire egli stesso un'opera corrispondente ai bisogni della sua diocesi - ciò che il vescovo gli aveva concesso, oltre che con parole d'incoraggiamento, col fatto stesso di lasciarlo partire temporaneamente da Savogno.
Don Bosco aveva voluto - potremmo dire, imposto - che si fermasse per un periodo di almeno tre anni, facendo regolari voti come religioso della Congregazione, in cui viveva e lavorava, sperando di averlo poi sempre.
Le trattative per avvicinare Don Bosco a Como stavano già per raggiungere esito felice, mediante l'apertura di un collegio a Mendrisio, allora in diocesi di Como e territorio svizzero; ma le speranze fallirono, per mancanza di un titolare di nazionalità svizzera, che, secondo le leggi locali, potesse assumere la responsabilità, la direzione e la gestione dell'istituto.
Non rimaneva a Don Guanella che la prospettiva di accingersi colle sue forze a una fondazione. Ma come la pensava, a questo proposito, il vescovo? Sollecitava il ritorno in diocesi, ma per riprendere il suo posto a Savogno o per dar mano all'opera sospirata?
Il vescovo, in data 28 maggio 1878, fece conoscere il suo desiderio che tornasse a Savogno, pregandolo di liberarsi da ogni vincolo che con Don Bosco aveva contratto.
« Obbedisco al Vescovo »
Don Bosco, desideroso che Don Guanella si fermasse, e conosciuta la sua situazione, avvicinandosi lo scadere dei voti triennali, emessi secondo le regole, gli scrisse in data 2 giugno 1878: « Adesso non si occupi, non parli, non scriva di altro, fino a che sia terminato il suo triennio. In questo tempo parli con Gesù Crocifisso, e lo preghi di farle conoscere quello che lo accontenterà più al punto della morte ».
Poi lo supplicava, con la sua autorevole benevolenza: « Caro Don Luigi, mi aiuti a salvare anime. L'Europa e l'America chiamano evangelici operai. Non mi abbandoni in battaglia, anzi combatta da forte, ed avrà assicurata la corona di gloria ».
E tornava Don Bosco all'assalto, con altra lettera del 13 luglio 1878: « Il Santo Padre ha dato ordine che per quest'anno si faccia una spedizione di missionari a San Domingo, dove si tratta di prendere la direzione del piccolo e del grande Seminario, della Cattedrale e della Università. Si sentirebbe, caro Don Luigi, di far parte di questa nuova spedizione e missione di nuovo genere? Credo che questa sia per lei occasione provvidenziale ».
Sentiva forte la lotta, agitata nel suo animo, tra il dovere di tornare in diocesi, l'affetto che lo legava a Don Bosco, il desiderio di partire per le missioni e l'aspirazione a una sua istituzione, di cui giorno per giorno veniva formando più chiara l'idea. Diede ferma la sua decisione: obbedire al suo Vescovo.
Il distacco fu doloroso: egli stesso confessava « di non aver patito tanto alla morte del padre e della madre... quanto nel lasciare Don Bosco ». E a lungo conservò viva in cuore la nostalgia per il tempo passato nella vita salesiana: « Ivi avevo l'esempio di tante virtù e la direzione di coscienza di Don Bosco, che faceva sì gran bene a tutti. Il cuore di Don Bosco era calamita che traeva; e la sua parola parca e misurata spandeva nelle menti bagliori di luce. Sia eterna la gratitudine a Don Bosco e alle case sue ».
IX
IL FONDATORE FALLITO
Come suo dovere, si presentò, per ricevere la nuova destinazione, al vescovo, il quale, essendo vacante il posto di cappellano a Traona, in Valtellina, dove l'arciprete, ammalato di paralisi, aveva bisogno di aiuto, gli disse: « Andate lassù, troverete case e conventi abbandonati, adatti per quelle fondazioni che avete in mente di fare; ma badate che non siano fantasie di cervello caldo e illusioni. Provate per vostro conto; io vi benedico ».
Queste espressioni fecero credere a Don Guanella - come egli stesso affermò - « di avere ormai la Provvidenza in tasca »: si recò a Traona, per fare il coadiutore, e nello stesso tempo per gettare le fondamenta della sua istituzione.
L'accoglienza dell'arciprete fu scoraggiante: benché costretto a reggersi con due grucce e incapace di recarsi a visitare gli infermi, gli disse come primo complimento: « Io non ho bisogno di coadiutore, sono in via di guarigione, basto da solo ».
« Se e così - replicò Don Guanella - io farò ritorno al superiore che mi ha mandato ».
« No - conchiuse l'arciprete - se il vescovo l'ha mandato, rimanga pure ».
Nella miseria
Ma il povero coadiutore non ricevette il necessario per vivere da parte dell'arciprete, perché questi diceva che toccava al Comune, secondo i particolari obblighi locali: il Comune sosteneva di non poter dar nulla al coadiutore, benché gli spettasse un emolumento, finché non presentava le dimissioni l'arciprete.
Portato il caso al prefetto di Sondrio, questi diede ordine al Comune di non interessarsi del caso, perché « il noto prete Guanella » non versava certo in strettezze se poteva fare spese « a scopo di propaganda clericale ».
Don Guanella infatti pubblicava allora un piccolo libro dal titolo: « Andiamo al Padre », e dal sottotitolo: « Inviti familiari a ben recitare l'orazione del Pater noster ».
L'occasione per quel libro gli era stata presentata dalla morte della madre, che, mentre tornava dalla chiesa, dopo aver ascoltata la Santa Messa, caduta nella neve, colpita da apoplessia, due anni rimase inferma, circondata dalle cure dei figli, del suo caro Don Luigi, che frequentemente superava gravi disagi per stare accanto a lei, fin che santamente spirò fra le sue braccia.
Nulla, proprio nulla di ereticale si poteva trovare né nel Pater noster né in quel commento; ma si vide in quel libretto una nuova attività letteraria di Don Guanella, si ebbe paura della sua penna, si temette una replica del « Saggio di ammonimenti », e si vide l'ombra della « propaganda clericale ». Questo bastò per imprimere un altro giro di vite alla sua già miserabile esistenza.
Il 16 novembre 1880 il prefetto di Sondrio Breganze, cedendo certo a pressioni massoniche, emise per Don Guanella il decreto della fame: gli negò il diritto al frutto del suo lavoro.
Don Guanella ricorse al Consiglio di Stato, il quale riconobbe invece il suo diritto, e con decreto 7 dicembre 1882, concesse la somma di lire duecento.
Più che la somma - pensiamo - dovette tornar gradita a Don Guanella la giustizia: si accontentava di tanto poco!
Un ex-convento
La sua predilezione per i fanciulli e i giovani, una speciale attitudine all'apostolato fra essi, l'esperienza fatta alla scuola di Don Bosco, indicavano fino all'evidenza che quella dell'educazione era la sua via. Lo commuoveva lo stato d'abbandono e d'ignoranza in cui molti fanciulli crescevano, non difesi contro i pericoli dell'età, non preparati al loro avvenire; numerosi erano ancora gli analfabeti.
L'amore per quei poveri figliuoli non gli fece risparmiare sacrifici; iniziò un Oratorio per l'insegnamento del catechismo, con scuola elementare, festiva e serale, aperta a una schiera giovanile, che volentieri imparava a leggere e scrivere.
A tale scopo acquistò un convento costruito dai Minori Riformati nel 1632 e per effetto delle leggi di soppressione passato al Comune, che lo trasformò in casa colonica.
Una piccola scuola
Adattò convenientemente i poveri locali, e vi iniziò una piccola scuola elementare, privata, gratuita, per una dozzina di figliuoli, tenendone alcuni, abitanti fuor di paese, anche a pensione.
Egli stesso fabbricò i banchi e la necessaria suppellettile, con la gioia di chi si sente padrone d'un punto d'appoggio, capace con esso di far leva a grandiosi progetti. Seguiva, in minime proporzioni, le orme di Don Bosco.
Ricevuta una lettera di consenso e di lode dalla Curia, il 10 maggio 1879, vi entrò come in un piccolo regno tutto suo.
Questa volta, le fondamenta della minuscola istituzione si potevano dire ben salde, in considerazione dei consensi che riceveva, anche da numerosi parroci di piccoli paesi, che si vedevano aiutati nell'avviamento agli studi dei migliori soggetti.
Il campo di educazione scelto, gratuito, privato, ecclesiastico - piccolo piccolo - non poteva più dar fastidio a nessuno: così si pensava.
Chiusura immediata
Invece, capitò all'improvviso quello che si riteneva insospettabile: l'autorità politica, che spiava tutti i passi di Don Guanella, vide anche in quel piccolo collegio, un pericolo: temette l'avverarsi dell'antica minaccia: popolare la Valtellina di preti e di monache. Ritornava a galla il « Saggio di ammonimenti » che aveva gettato sull"autore una macchia indelebile e rendeva condannabile tutto quanto egli faceva.
Nel febbraio 1881, sotto pretesto che all'inizio del secondo anno di vita, il piccolo collegio era stato aperto senza che Don Guanella facesse una domanda di continuazione nell'insegnamento all'autorità competente, fu ordinata la chiusura immediata, con minaccia di multe e pene.
Crollava tutto dunque, e nessuna speranza più rimaneva di incominciare?
Disoccupato
Il « fondatore fallito » cominciò a raccogliere anche la diffidenza di confratelli, di superiori: « Perché quel fallimento? - si mormorava. - Doveva essere stato un imprudente. E perché tanta ostinazione nel fondare un istituto? Poteva stare quieto al suo posto, aspirare a una posizione distinta: non gli mancava né ingegno ne virtù. Nessuno dubitava delle sue buone intenzioni: si dubitava solo delle sue facoltà mentali. Evidentemente « dava fuori nel bene ».
Ci fu perfino chi diede consiglio di questo genere: «Si confini quel povero maniaco in qualche angolo remoto della diocesi, dove non potrà più ardire a ritentare simili stranezze ».
Intanto l'arciprete di Traona si decise a ritirarsi, e gli successe Don Nicola Silvestri, che stimava assai Don Guanella, ne conosceva intimamente le intenzioni e le doti di mente e di cuore; perciò si dichiararono disposti ad aiutarsi a vicenda a queste condizioni: Don Guanella si fermasse per coadiuvarlo in parrocchia; Don Silvestri gli darebbe ogni appoggio in una qualunque nuova istituzione nell'ex convento di San Francesco.
Venne invece l'ordine dell'autorità ecclesiastica, per imposizione di quella civile: Don Guanella abbandoni Traona.
Rimasto disoccupato accettò inviti di predicare un quaresimale quotidiano nella parrocchia di Morbegno: due carabinieri, dal primo all'ultimo giorno, si posero ai piedi del pulpito, per sorvegliare ogni sua espressione.
Accettò pure di predicare un mese di maggio a Milano, in Santa Maria Incoronata, poi il mese di giugno a Santa Maria alla Fontana.
Tempestoso colloquio
Tra gli uditori si distingueva per assiduità l'avvocato Giuseppe Brasca. che ammirato dalla sua parola semplice e forte, volle mettersi in relazione con lui. Conosciute le sue peripezie, promise di prendersi a cuore la sua istituzione presso l'ex-prefetto Breganze, suo compagno di studi, promosso capo gabinetto del ministro Depretis.
A Roma l'avvocato si presentò all'ex-prefetto per interporre i suoi buoni uffici.
« Voglio pregarti per Don Guanella... ». Appena udito questo nome, il capo gabinetto del ministro scattò e si rifiutò di sentirne parlare.
Tornò una seconda volta; ma si ripeté la stessa scena.
Una terza volta, l'avvocato, visto impossibile ancora entrare in argomento, esclamò con forza: « Ma, in fin dei conti, cos'ha fatto questo Don Guanella? ».
« È un antimonarchico, un antipatriota! » gridò l'altro. « E poi riempie la Valtellina di preti e di monache! ».
« Ma che delitto è in ciò? » ribatté pronto l'avvocato, che finalmente poté entrare in argomento e discutere sui meriti e demeriti del sacerdote.
Conclusione dell'animatíssima discussione fu questa: il capo gabinetto del ministro garanti che Don Guanella sarebbe lasciato stare in pace, ma a una condizione: che la Curia di Como gli avesse assegnato un posto remoto, dove non potesse esercitare influenze pericolose.
La sua sentenza era segnata.
Don Guanella, l'« esaltato da cui tutti dovevano guardarsi », lasciò Traona fra l'universale commozione di quel popolo buono e attese la sua destinazione a Gravedona, dove si trovava come arciprete un suo parente, facendo da coadiutore provvisorio.
X
AL CONFINO
Autorità civile e autorità ecclesiastica avevano raggiunto su questo provvedimento l'accordo: Don Guanella al confino in una minuscola parrocchia, sul picco di Olmo, prospiciente il passo dello Spluga dalla parte destra del corso del Liro, a oltre mille metri. Là - pensava l'autorità civile - non avrebbe più potuto esercitare pericolose influenze, e là - pensava l'autorità ecclesiastica - sarebbe guarito nella solitudine dalla sua mania benefica.
Non fu però concesso l'assenso civile alla sua nomina come parroco; era sempre, ufficialmente, il randagio teologo di Prosto, e lo sarà fino alla morte.
Egli vi si portò rassegnato, salendo la prima volta per quei dirupati sentieri, sulla montagna che mostra alla vetta una chiesina solinga e nasconde nel verde pochi casolari.
La notte buia lo raggiunse durante il viaggio, e il povero « fondatore fallito » passò la notte dormendo sopra un muricciolo; poi continuò il sentiero doloroso del monte, per prendere la cura delle anime ad Olmo, e anche nella vicina parrocchia di San Bernardo.
In quella pace profonda, in vertice ad un picco accessibile solo ai montanari, poteva contemplare i luoghi delle sue più care memorie. Il contrasto tra i sogni e le speranze della sua giovinezza, con l'inerzia forzata in quel deserto, deve avergli strappato lacrime di sangue: ma nulla mai disse a nessuno.
Si dedicò ai suoi doveri parrocchiali, attese agli studi teologici, impiegò ore e ore in meditazione e in preghiera.
Impossibile, in quella solitudine, dimenticare l'ex-convento vuoto di Traona; la sua mente lavorava dietro nuovi progetti: « Se non mi permettono di fare un collegio, farò un ricovero; questo non farà ombra alla massoneria ».
Stava sempre infatti, tra i suoi progetti, quello di istituire ricoveri, a imitazione del Cottolengo, per raccogliere i numerosi infelici della Valtellina, vecchi, invalidi, quelli che chiamerebbe il mondo i « rifiuti umani ».
Una dolorosa udienza
Un giorno seppe che il vescovo di Como si trovava in visita pastorale a Campodolcino; desideroso di ossequiarlo, come facevano tutti i sacerdoti della valle, discese dai suoi dirupi, fece a piedi un lungo percorso, e provò la gioia di ritornare un'ora nel paese nativo, tra conoscenti e amici, di scambiare una parola coi confratelli.
Tutti i sacerdoti furono ammessi in udienza dal vescovo: venendo il turno di Don Guanella, il segretario chiamava un altro, sempre quello che veniva dopo di lui.
Trovatosi, finalmente, dopo tutti, in presenza del vescovo, fatti i doverosi ossequi, avrebbe voluto dare sfogo ai suoi sentimenti di rassegnazione e dolore; ma ogni parola gli si spense sul labbro, per la muta austerità con cui si vide accolto.
Poi il vescovo parlò: « Non posso sospendervi - gli disse - non posso sospendervi, perché non ho argomento; ma lo farei se potessi! ».
L'udienza fini. Don Guanella usci dalla sala, si accostò con gli occhi gonfi di lacrime al fratello Tommaso, che lo attendeva, ed espresse a lui solo la dolorosa meraviglia per il colloquio avuto.
Poi risalì la via faticosa del suo monte, si prostrò in preghiera e senza far parola ad altri dell'accaduto, andò con la mente cercando una spiegazione alle parole del vescovo.
La spiegazione
Il vero motivo non riuscì mai a saperlo: tra le ipotesi, la più probabile è questa.
Gli esponenti locali della massoneria, riguardo al « noto prete Guanella », avevano denunciato un pericolo: egli era sempre lo stesso, anzi, progettava ancora istituzioni, nonostante la proibizione del collegio, a Traona: in tal modo poteva costringere l'autorità politica ad applicare la legge dei sospetti, non soltanto nella forma di un confino, scelto in accordo con l'autorità ecclesiastica, ma anche con maggior severità: ciò che al vescovo, che amava e stimava Don Guanella, sarebbe rincresciuto assai. Di qui il rimprovero di Campodolcino.
La realtà vera, nel retroscena, era questa: si aveva paura del povero prete confinato a Olmo. Don Guanella era amato e seguito da molti, aveva parola facile e forte, sapeva scrivere e organizzare.
« E io qui?...!»
Tornato a Olmo, Don Guanella si chiuse in se stesso, con angoscia che solo nella fede può trovare conforto; fu in quel momento - lo confesserà poi egli stesso - che andava ripetendosi, con profonda malinconia: « I miei confratelli, perfino i miei scolari, compiono delle imprese a gloria di Dio e a bene delle anime, qui, lontano, in Europa, e oltre perfino: e io qui? ».
Gli venne un'idea, ispirata certo dal dolore che l'opprimeva: « E se tornassi a Don Bosco? ». Era persuaso che quel sant'uomo, che più d'ogni altro l'aveva amato e compreso, l'avrebbe riaccettato.
Ebbe infatti a dire un giorno, commosso fino alle lacrime: « Solo Don Bosco mi ha sempre compreso! ».
Chiesto consiglio a Don Anglesio - il successore del Cottolengo - che lo illuminò con una confortante lettera, si decise.
Il 15 settembre 1881 scrisse a Don Bosco una lunga lettera, in cui gli chiedeva di essere riaccettato tra i Salesiani.
La risposta di Don Bosco, in data 25 settembre 1881, firmata da Don Giovanni Cagliero, disse: « Abbiamo letto in Capitolo la sua lettera, colle belle disposizioni che manifesta verso la nostra Congregazione, insieme col vivo desiderio di ritornarvi: « Attesa la buona memoria che abbiamo di lei, e il suo modo di zelare la gloria di Dio, si è deciso di far luogo alla sua domanda, dietro due sole condizioni: che aggiusti gl'interessi temporali che lo tennero fino ad ora più o meno legato in diocesi, in modo da non aver più nessun richiamo in patria; che venga disposto a interamente sottomettersi alla santa obbedienza ».
Ma nel frattempo il vescovo gli fece sapere il suo pensiero: Don Guanella si fermasse ancora un po' di tempo a Olmo: appena possibile gli avrebbe affidato un'altra parrocchia.
Questo incrociarsi di lettere veniva creando un nuovo dramma nella sua coscienza: andare con Don Bosco, o restare in diocesi, sul picco, in attesa? Un'altra volta, preferì obbedire al suo vescovo.
XI
C’E’ UN OSPIZIO LASSÙ ...
« I primi di luglio del 1881 - scrive Don Guanella stesso - essendo a Gravedona in qualità di coadiutore, quasi cavaliere balzato dal destriero, un poco confuso e straumiliato, udii del parroco Coppini che era morto in Pianello Lario, e dell'Ospizio di pie donne ed orfane da lui raccolte.
Io non conoscevo che in confuso quel sacerdote, ma molto lo stimavo.
Mi balenò alla mente il pensiero che forse io l'avrei surrogato; e quel pensiero crebbe vivo vivo, e in un momento si mostrò chiaro, quasi una rivelazione che dicesse: « A poco a poco, di là tu incomincerai l'opera tua ».
Ecco la via della Provvidenza. Il vescovo comunicava a Don Guanella che lo destinava come vicario spirituale a Pianello.
A posto, finalmente?
Egli accettò, mettendo come condizione del suo assenso che non deponeva l'idea di fondare un'istituzione, la quale stava al di sopra di tutte le sue aspirazioni. Il vescovo gli dichiarò che appunto perché potesse meglio raggiungere il suo intento, lo destinava a Pianello, dove avrebbe trovato una piccola istituzione, già in formazione, alla quale avrebbe dato le sue cure.
La parrocchia non bastava ad assorbire tutte le sue esuberanti energie: l'altro campo affidatogli da coltivare l'avrebbe appieno occupato. Così la situazione si presentava appianata una buona volta, e per sempre.
Su un carrettino caricò il suo letto - ancora quello di seminarista - un tavolo di cucina, poche masserizie, e giù, solo, fino a Pianello.
Era novembre, poco prima di San Martino verso le undici di notte: la vecchia domestica dormiva; bisognò batter forte la porta con una pietra per farle aprire.
Il mattino dopo ella gli chiese: « Signor curato, che cosa vuole le faccia da pranzo? ».
« Quello che eravate solita fare per Don Coppini ».
A mezzogiorno trovò in cucina, dove non era neppure una sedia, polenta e formaggio.
Vennero, quando già stava per incominciare il suo lauto pranzo, il sindaco, un assessore, i fabbriceri e il prevosto, per una visita d'omaggio.
Don Guanella li invitò tutti al banchetto solenne d'ingresso: «Signori, sedete, e restate serviti».
Chi è quel curato
L'aveva preceduto non buona fama; lo accoglieva la diffidenza di molti, dei persecutori di Don Coppini specialmente, i quali non avevano sentito ripugnanza nell'usare ogni mezzo di calunnia.
Si sapeva che il nuovo curato aveva tentato di fondare un'istituzione, ma era fallita; veniva quindi accolto come un pover'uomo, avido di far tutto, ma capace di far nulla.
Ritenuto intransigente, imprudente con l'autorità civile ed ecclesiastica, i maggiorenti si tenevano alla lontana.
Il buon popolo prese invece ad amarlo ogni giorno più: era assai mattiniero per dar comodità alle filandiere di ricevere i Sacramenti e sentire la Messa - con meditazione - prima di andare al lavoro: sorrideva a tutti, faceva generosamente la carità, attirava molti giovani e uomini alle scuole serale e festiva, assisteva con amore gli ammalati, predicava chiaro e con simpatica franchezza, non aveva paura di nessuno, specialmente nel flagellare massoneria e liberalismo.
Da Dongo, dove fiorisce il convento dei Minori Francescani, un novizio, Lodovico Antomelli - futuro vescovo di Lodi - doveva recarsi a Pianello col proprio maestro.
« Andiamo a trovare un santo », gli disse questi: la mèta era Don Guanella.
Fra il suo gregge
Dopo le funzioni del mattino, si ritirava nello studio, dov'erano una famosa, scrivania e una sedia fatte con assicelle sorrette da pali di vite; doveva leggere o scrivere ora in piedi, ora seduto, ora in ginocchio, fermando con la persona quei mobili che scricchiolavano sempre. La sua povertà ne aumentava la stima di fronte ai parrocchiani.
Dopo mezzogiorno, faceva visita agli ammalati, si teneva pronto per le confessioni delle operaie, tornava allo studio, si trovava in chiesa per il rosario in comune; dopo cena, scuola serale per gli adulti. Nelle domeniche, vangelo, catechismo, conferenze, fervorino alla sera, scuola festiva.
Accettava frequenti predicazioni in parrocchie vicine; scese un giorno dal pulpito di Ardenno, dopo la terza predica delle Quarantore, senza più un filo di voce; tornato a Pianello la sera stessa, fu chiamato, di notte, in una frazione, per un'ammalata che era meno grave di lui; rientrato in casa, fu colpito da fiera tonsillite.
Dovette sostenere molte molestie da parte di malevoli, a cui pareva dura la sua franchezza del dire e l'intransigenza nell'agire; specialmente li contrariavano l'istituzione delle Figlie di Maria e la loro frequenza alla chiesa.
Un industriale giunse a imprecare contro quelle brave figliuole: « Possiate essere tutte schiacciate dalle macerie della volta della chiesa ». Toccò invece proprio a lui una miseranda fine.
Schiere giovanili
Un gruppo di liberali dell'alto Lario si recò clamorosamente a una manifestazione garibaldina, a base di luoghi comuni dell'anticlericalismo del tempo. I partecipanti ebbero alla partenza e al ritorno accoglienza al suono di rumorosa musica, con tamburi di latta e fischi sonori. La colpa fu data al parroco, e la sua casa fu invasa, con minaccia di finimondo; ma Don Guanella poté dimostrare che al mattino dormiva, e alla sera stava quieto in casa sua, senza responsabilità in quella spontanea insurrezione del buon senso popolare.
Non era infatti sua abitudine intrattenersi nelle beghe altrui, né frequentare famiglie, né favorire partiti.
Le giovani, tutte Figlie di Maria, formavano una schiera all'unisono col prete, e non c'era mezzo di averne una per qualunque dimostrazione liberale e socialista: la predicazione di Don Guanella era forte, esaltava il Papa, aveva idee contrarie al sindaco che giudicava inutile la scuola per le donne, all'oste che non poteva attirare i giovani al ballo, all'evoluto che pretendeva libertà per tutte le opinioni anche galanti, ai corifei della regione che lamentavano l'assenza del paese dai comizi proletari e dalle feste imbandierate.
Il predecessore
Per comprendere Don Guanella a Pianello Lario - la sua nomina e il suo apostolato - giova un breve cenno intorno a Don Carlo Coppini, chiamato da Dio all'eterno premio a soli 54 anni, il 1° luglio 1881, fra l'universale rimpianto.
Appena eletto parroco, avvisò la popolazione che egli, ogni giorno festivo, dopo le sacre funzioni del pomeriggio, avrebbe prestato l'opera sua a insegnare a leggere e a scrivere alle fanciulle. Le prime feste poche ragazzine intervennero, poi la scolaresca aumentò, e in poco tempo tutta la gioventù femminile gareggiò nell'accorrere alla scuola del curato. Si sviluppò tale amore di sapere, che le povere ragazze, dopo i lavori della giornata, vegliavano le notti per esercitarsi nella lettura e nella scrittura, e le donne stesse d'età adulta si facevano alunne delle proprie figlie.
Questa scuola da un po' di tempo prosperava, quando i soliti nemici del bene cercarono di sollevare contrarietà, e il sindaco la fece chiudere, adducendo futili pretesti, quali il danno portato al locale e ai mobili dall'irrequieta scolaresca.
Il prudente parroco non disse nulla; ma pensò il popolo stesso a rovesciare l'ostacolo: una folla di ragazze tumultuanti si vide alla porta di casa del sindaco, che dovette presentarsi a sentire il motivo della strana dimostrazione. Egli credette di burlarsene, adducendo le stesse ridicole scuse della sua proibizione, e aggiungendo l'insulto che ragazze destinate a lavorare i campi non avevano bisogno d'istruzione. Ma quelle insistettero così energicamente, che il sindaco dovette promettere di lasciarle frequentare indisturbate la scuola.
Una Pia Unione
Nel 1865 Don Coppini formò un nucleo di giovani fervorose, per la edificazione del paese, a capo delle quali era Marcellina Bosatta che, nella casa paterna, ogni festa, chiamava attorno le giovani per canti, preghiere, divoti esercizi di pietà, letture e meditazioni. Esse costituirono la « Pia Unione delle Figlie di Maria Immacolata sotto la protezione di Sant'Orsola e di Sant'Angela Merici ».
Alcune di quelle giovani coltivarono nell'animo il desiderio di farsi religiose, dedicandosi a una vita di perfezione e di apostolato, e si confidarono col buon parroco, il quale ripeteva loro: « Attendete, ho nel mio cuore un pensiero che matura ». Maturava il progetto di formare un'istituzione, prima piccola, destinata poi a crescere e raccogliere orfanelle, soccorrere bisognosi.
Ebbe la sua prima sede in due locali, nella frazione di Camlago, uno ad uso cucina e un altro ad uso di camera capace di tre letti. Il 18 ottobre 1872 le consorelle Marcellina Bosatta e Maddalena Minatta, con due, poi quattro orfanelle, ne presero possesso, esclamando: « Questo giorno e l'inizio dell'opera del nostro cuore ».
Un piccolo Ricovero
Non molto dopo venne un altro locale, cioè sei letti in più. Un nuovo ospite giunse all'ospizio: il padre di una suora, che si adattò a passare gli ultimi suoi giorni con la figliola, poi un vecchio. Era il preludio del ricovero d'invalidi.
Il 28 giugno 1878 - festa del Sacro Cuore - cominciò nell'ospizio anche la Congregazione Religiosa, con la sacra vestizione delle prime quattro suore, che assistevano una ventina di orfanelle, invalidi e vecchi. L'abito dato loro consisteva nella veste color caffè con mantellina e cuffia; la superiora continuò ad essere Marcellina Bosatta; le suore presero il nome di Orsoline.
Quando Don Coppini, affranto dai dolori per 1e persecuzioni a lui mosse da calunniatori, si sentì vicino a morire, alle religiose angosciate, disse con voce di conforto e con illimitata fiducia nella Provvidenza: « Accettate la volontà di Dio. Dopo di me verrà un altro che farà assai più di me ».
« Verrà un altro »
Appunto per continuare l'opera sua e svilupparla, aveva accettato Don Guanella di venire a Pianello, pensando che se non gli era concesso di fondare la sua istituzione, non gli poteva essere proibito da nessuno di innestare, su una pianticella esistente, il germoglio che egli avrebbe sviluppato.
Alle quattro religiose, morto il loro « buon Padre », sacerdoti prudenti ripetevano un consiglio: « Ritiratevi, tornate a casa vostra ». Esse erano già pronte al sacrificio, ma avevano viva nell'anima l'eco delle parole: « Dopo di me verrà un altro che farà assai più di me ». E attendevano l'altro.
Chi? Don Guaella, no certo. La superiora, prima ancora ch'egli arrivasse in paese, era stata messa in guardia: « Viene un uomo dalla testa calda ». Ella prudentemente lo teneva quindi a rispettosa lontananza. Egli non aveva a che fare, non doveva avere a che fare con l'Istituto, per ordine dei superiori: era parroco, ma forestiero.
Un giorno, per convenienza, il direttore di fiducia scelto dall'autorità, invitò Don Guanella a visitare l'Istituto; per la prima volta la superiora aveva agio di parlargli e di conoscerlo.
Una sorpresa
Una sorpresa: quel sacerdote non le apparve come le avevano detto: la sua parola equilibrata, il suo giudizio saggio, la sua presenza dignitosa, le fecero dubitare d'essere stata male informata.
Poco dopo osò perciò chiedergli un favore: « Se potesse tenerci qualche conferenza, noi verremmo volentieri ». Egli non rifiutò, ma non usci dal suo riserbo.
Per quasi un anno, fu tenuto lontano dall'ospizio: solo vi si recava sempre come forestiero, per qualche conferenza spirituale. Ma le suore sentivano il bisogno del suo appoggio, l'Istituto necessitava di una direzione.
Dunque doveva sciogliersi la Congregazione o continuare? I più costatavano: così non si può andare avanti. E consigliavano alle suore: ritiratevi!
La porta aperta
Un giorno le suore invitarono Don Guanella a predicare un corso di esercizi spirituali; ed egli parlò loro con tanta efficacia, che alla fine del sacro ritiro, dopo una loro riunione, deliberarono di chiedergli che si occupasse della loro direzione spirituale: esse si affidarono come figliuole al loro padre, al parroco della loro parrocchia, e si rimisero in tutto a lui.
Don Guanella dimenticò l'amarezza e l'umiliazione d'un anno di attesa, durante il quale aveva dovuto girare attorno all'ospizio come un estraneo; paternamente le accolse sotto la sua direzione, pur continuando ad essere, di fronte all'autorità, un altro il superiore ufficialmente riconosciuto.
« Ciò che mi determinò a riceverlo con fiducia, quale nostro direttore - disse suor Marcellina
Bosatta - fu l'aver assistito ad una cena particolare e strana che lo vidi fare nella casa parrocchiale.
« Egli - tornava allora digiuno da un disagiato viaggio - teneva vicino una ciotola nella quale stava dell'insalata, e da un'altra parte aveva l'acetoliera, e senza infonder nulla né olio, né aceto, né sale, egli, due foglie per volta, con le dita, si mangiò tutta quell'insalata con polenta fredda. La qual cosa avendo io riferito alle mie consorelle - e la domestica diceva che quel cibo, così gli era abituale - esse pure concepirono grande rispetto verso di lui, così da riconoscerlo come fatto proprio per il nostro bisogno.
Il superiore incaricato dal vescovo, visto che le suore non avevano accettato il suo consiglio di tornare a casa loro, e sentendo che le sue forze non bastavano ad alimentare la vita di un'opera che tante cure esigeva, prese lui una decisione: « Voglio dire al vescovo che assegni a chi vuole la direzione dell'ospizio: quanto a me non trovo ragione o convenienza a continuare ». Rassegnò le sue dimissioni, ma nessuno fu nominato in sua vece.
L'ora dell'eroismo?
Nella piccola cappella insufficiente, fredda, senza tabernacolo, Don Guanella rimase solo a infervorare le anime con la sua efficace parola, a formare cuori generosi capaci di tutto osare, fino all'eroismo.
Giungevano intanto strazianti notizie: nel 1883 l'isola di Ischia fu sconvolta da un grave terremoto: nell'estate del 1884 a Napoli si diffuse il colera, mietendo gran numero di vittime, e molte località d'Italia furono minacciate. Don Guanella sentì l'entusiasmo della carità in quelle tragiche ore, e seppe accendere nell'animo delle suore fiamma irresistibile di sacrificio.
Si passò allora sopra tutte le discussioni del « tocca a me o tocca a te ». Sacerdote e suore si sentirono insieme arditi per uno slancio di eroismo, in gara con le più grandi istituzioni della Chiesa: si offrirono a partire, piccola schiera, votata al sacrificio frementi di desiderio per soccorrere le vittime: « Andiamo tra i colerosi di Napoli per lavorare o morire ».
Quell'offerta di sacrificio, fatta al Cardinale Sanfelice, che dava meraviglioso esempio di carità sul luogo di tante sventure, non venne accettata: l'aiuto loro non occorreva là dove già ferveva una gara di cristiana bontà.
Le suore si sentirono umiliate, esse che avrebbero col loro ardore fatto prodigi; toccò a Don Guanella confortarle con la speranza di poter essere meglio utili in avvenire.
In quell'occasione, ebbe un'espressione che non fu più dimenticata da chi l'udì: « Verrà tempo, e non sarà lontano, nel quale voi abiterete cameroni lunghi lunghi... ».
La decisione a San Giuseppe
Le miserie battevano alle porte dell'ospizio: non si potevano respingere; quindi urgeva ingrandire l'edificio, dove era ormai impossibile il funzionamento di una comunità.
Per l'attività di Don Guanella, che aumentò notevolmente le vocazioni di giovani da lui formate a profonda pietà e a illuminato spirito di sacrificio, si imponeva l'erezione di una chiesina privata nell'interno dell'ospizio, dove si conservasse il Santissimo Sacramento o si celebrasse la Santa Messa.
Ma alla domanda fu data risposta negativa dal vicario generale: si poteva negare anche il permesso di dare spazio sufficiente ai letti, alle scuole, alle doverose divisioni delle persone ricoverate?
Don Guanella si recò dal vescovo, e gli fece una esposizione dei molteplici bisogni; il vescovo gli disse di mettere per iscritto i suoi desideri. Ed egli ne approfittò per dire tutto quello che sentiva in animo, con una lunga lettera.
Chiese prima di tutto una parola chiara per i suoi rapporti riguardo all'Ospizio, poi, descritto lo stato finanziario, dichiarò di potervi aggiungere il suo tenue patrimonio, più una somma di lire tremila, avuta in eredità da un cugino morto poco prima in America, e la proprietà del convento di San Francesco di Traona.
San Giuseppe - a cui Don Guanella tributava particolare devozione e nella cui festa era scritta quella lettera - d'ora innanzi prenderà le redini degli avvenimenti.
XII
TRA NUOVE VICENDE
Per contrapporre stampa buona a stampa perversa, Don Guanella fu scrittore, maestro nel trattare la penna, resa capace, nella sua mano, di esprimere limpido il pensiero.
Viveva tra montanari: scrisse quindi per essi, coi loro ragionamenti, dei loro argomenti, e raccolse un complesso di pubblicazioni religiose, morali, storiche, polemiche, pensate nel tempo passato a Pianello, passeggiando sulla riva del lago, nella misera canonica.
Il Cattolico provveduto
A imitazione di Don Bosco, che nel 1853 aveva iniziato la collana delle « Letture Cattoliche », concepì una serie continuativa di pubblicazioni, dal titolo: « Il Cattolico Provveduto ». Nella prefazione al primo volume, così espose i suoi intenti: « Presento una collezione di operette, atte al popolo per istruirsi nelle massime cattoliche, opportune al clero per ammaestrare, nelle molteplici ricorrenze di festa o di tempo sacro in un anno ».
In una copiosa miscellanea raccolse pie letture, florilegi, massime e pratiche devote, ricordi per sacre missioni, meditazioni, pensieri per varie ricorrenze.
In una serie di biografie edificanti, fece conoscere eroismi nascosti, anime belle proposte ad esempio d'ogni categoria di fedeli; l'agiografia storica, in cui era versatissimo, formò l'argomento di un'altra serie di pubblicazioni.
La predilezione per la storia ecclesiastica gli ispirò una miniera d'oro per conferenze e predicazione: « Gesù vivente nella Chiesa - Da Adamo a Pio IX - bozzetti storico-filosofici », opera nata nel clima del Concilio Vaticano.
Le opere di Don Guanella, stampate e ristampate, in veste troppo modesta, perfino senza la cura esteriore che esige il prestigio della materia trattata, attendono ancora la meritata valorizzazione dei loro intrinseci pregi.
« Libri piccoli di mole sì - riportiamo il giudizio di un autorevole giornale - ma però pieni di santa genialità, poderosi per i concetti e per l'unzione singolare che ne emana da ogni riga. E
queste pagine, che specchiano continuamente lo stile dei Santi, fanno pensare seriamente, e insieme si leggono con gusto singolare. La parola non è ricercata, lo stile è senza lenocinio, eppure racchiude un tesoro di fede e di carità che vuole facilmente comunicarsi a quanti, come vuole semplicità di fede e di desiderio, la leggono ».
In sede più ampia
Nella misera sede di Camlago non era più né possibile né conveniente un'istituzione, necessariamente bisognosa di ordine, nello spazio e nel tempo, secondo le regole. Le idee di Don Guanella, vaste e grandiose, non potevano più accordarsi con la ristrettezza di ambiente che faceva compassione, non solo per le miserie che soccorreva, ma anche per la povertà delle stesse mura.
Una benemerita signora offri a miti condizioni una casa, sull'angolo tra il torrente Vallone e la via della Regina Teodolinda; vi si aggiunse la casa nativa di Suor Marcellina Bosatta, un'altra, a tre piani, costruita di nuovo, con vasti dormitori; i fratelli di Suor Marcellina cedettero anche l'incannatoio confinante, con diritto all'uso dell'acqua.
Nel complesso di edifici, in cui apparivano evidenti le successive aggiunte, una diversa dall'altra, per aspetto, per dislivello di terreno, quasi a segnare ciascuno una pagina di storia nel gran libro della carità che s'iniziava, presero posto orfane con scuole e laboratorio, dove le figliole potevano lavorare, stando in casa, senza essere costrette a uscire negli opifici del paese: poi asilo, ospizio maschile e femminile per invalidi, vecchi, poveri anche dei luoghi vicini. Le Suore si prestarono pure per l'assistenza dei malati a domicilio e per l'istruzione delle fanciulle in parrocchia.
Espansione
Costituito l'organismo interno dell'Istituto, gli sforzi di Don Guanella tesero alla espansione, in modo che non una sola parrocchia potesse avvantaggiarsene, ma senza limite si estendesse il campo di apostolato.
La prima occasione per spiccare il primo volo, fu offerta dal fratello Don Lorenzo, il quale, trovatosi nella necessità di affidare opere parrocchiali di Ardenno alle suore, fece pratiche per averne alcune.
Tre vi si recarono, spinte dal desiderio di apostolato: cominciarono col raccogliere dalla strada fanciulli e bambine, e istruirli separatamente negli elementi della religione, e aprirono una scuola per le ragazze; presero cura della biancheria e degli arredi della chiesa.
Decise a tutto soffrire, tacevano e non chiedevano aiuto ad alcuno. Poco pane, poca polenta e una ciotola non di latte, ma di siero - due centesimi al litro costava allora il siero - erano tutto il loro alimento.
La vita delle Suore passò misera e grama e avrebbero continuato a sopportare più gravi privazioni, se fossero state libere nell'esplicazione del loro ufficio, senza esagerata intromissione del parroco e della sorella. Don Guanella, dopo aver più volte richiamato il fratello ad un miglior trattamento e ad una maggiore autonomia riguardo alla condotta spirituale delle Suore, si vide costretto a richiamarle a Pianello.
« Non imitarlo! »
Ciò aumentò la tensione di rapporti che già esisteva coi suoi familiari, risentiti perché Don Guanella aveva rinunciato a tutte le sue sostanze a favore dell'Istituto.
Il fratello Don Lorenzo era di carattere piuttosto debole, tanto che Don Guanella disse: « Don Lorenzo si confessa alla Margherita ».
« La sorella Margherita temeva sempre che un giorno avrebbe dovuto raccogliermi e mantenermi » diceva Don Guanella.
Il fratello Antonio diceva un giorno a un sacerdote: « Ho anch'io due fratelli sacerdoti: uno, Don Lorenzo, fa onore alla famiglia; l'altro, Don Luigi, sperpera il denaro e non si ricorda della sua famiglia ». E aggiungeva un consiglio: « Attento a non imitarlo! ».
Un posticino a Como?
Anche il primo tentativo di espansione, dunque, fallito. C'era da far ridere abbondantemente tutti gli avversari di Don Guanella, che potevano ripetere con ironia: « Le sue istituzioni sono già due: Traona e Ardenno ». E presagivano, i malevoli, il terzo fallimento: quello dell'Ospizio di Pianello.
Don Guanella invece pensava di portare il centro della sua opera a Como, lasciando l'Ospizio di Pianello nel suo carattere locale: solo in città poteva servire all'intera diocesi, raccogliere beneficenze, svilupparsi.
Incontrato molti anni prima Don Giovanni Scalabrini, priore di San Bartolomeo in Como, gli aveva già detto: « Non potresti trovarmi un posticino in città, per fare un po' di bene? ». - « Sei troppo rivoluzionario, tu » gli aveva risposto, ridendo. Critici e massoni gioivano alla pari nel vederlo, se non più al confino, relegato in un piccolo paese, scomodo per le comunicazioni, e i malevoli del luogo traevano argomento dal loro disprezzo per ostacolare lo sviluppo del suo Istituto.
«Mettetelo a posto»
Ma fatti nuovi impensierivano: il suo seguito di sostenitori e d'amici aumentava; perfino aveva di mira di portarsi a Como. Il prosperare dell'Opera si risolveva in una esaltazione del prete pericoloso; era ormai più grande del suo paese, di fama più vasta della sua pieve, d'influenza più temibile quanto più si avvicinava a Como.
Perciò di lui si parlava con acredine alle autorità, in termini che volevano dire: mettetelo a posto anche voi, signori di Como, come hanno saputo fare quelli di Sondrio.
Il reato c'era, evidente e grave, anche per invocare un'altra volta contro di lui la legge dei sospetti: era ancor viva l'eco della soppressione delle Congregazioni religiose: formarne una nuova, perfino con acquisto di case e terreni, significava ricostruire quanto la legge aveva distrutto. Quindi tornava a galla l'accusa: voleva popolare di monache, come prima la Valtellina, così ora l'Alto Lario.
Una denuncia
Non riuscendo a colpire la persona di Don Guanella, rivolsero le loro ostilità contro l'Istituto; i più zelanti corsero alla pretura di Dongo, per presentare accuse più o meno gravi.
Un giorno giunse all'Ospizio una citazione, e Suor Chiara dovette presentarsi alla pretura di Dongo.
Sorridente, Suor Chiara si recò, con un'altra suora, alla comparsa. Sperava forse una persecuzione che l'avviasse al martirio, o le pareva già quell'atto recarle un'umiliazione meritoria?
Don Guanella, rimasto nell'antisala, poté sentire ed annotare tutto il dialogo di lei col pretore.
« Siete di Pianello? « Sissignore.
« Chi di voi si chiama Suor Chiara?
« Io, signore.
« Siete imputata di aver maltrattato le orfanelle dell'Ospizio.
« Non ricordo di averne maltrattata alcuna mai, perché sono tutte buone e non meritano castighi.
« Eppure si, voi le avete maltrattate per bigottismo.
« Che dice mai?
« Sì, per eccitarle a mortificazioni e penitenze irragionevoli, voi apriste delle piaghe sui corpicini innocenti.
« Si sbaglia, signore, l'hanno ingannato, perché io, le mie compagne e i miei superiori asciughiamo le piaghe, se ve ne sono; mai e poi mai avremmo in animo di aprirne per nessuna ragione.
« Conoscete il signor...?
« Sì, signore, benissimo.
« Ebbene, è lui che vi ha denunciato.
« Me ne duole di lui, poveretto, perché ha preso un granchio madornale; ma anche più mi stupisce che ella, signor pretore, abbia potuto accogliere ad occhi chiusi un'accusa così inverosimile.
« Dunque voi accusate me di dabbenaggine?
« No, non dico questo, signor pretore; solo ripeto che l'accusa è ingiusta, e la prego di lasciarci in pace seguire la nostra via, poiché noi ci siamo impegnate con voto a far bene a tutti, male a nessuno e tutto il paese può farcene testimonianza.
L'accusatore
Le presunte colpevoli furono lasciate in pace; lo stesso magistrato, un ebreo, pare sia rimasto confuso dalla imperturbabilità di chi non aveva altra colpa, all'infuori di quella di sacrificarsi per il prossimo.
Nell'incamminarsi a casa, le due suore s'ímbatterono nel finto amico che le aveva accusate; e questi, con indifferenza, come nulla sapesse, le interrogò donde venissero.
« Siamo state chiamate in pretura, perché taluno ci ha accusate che noi, per falso spirito di penitenza, apriamo le piaghe sulle spalle delle orfanelle a noi affidate - rispose con voce ferma Suor Chiara. « Oibò! - replicò inorridito l'accusatore - non posso crederlo.
« Eppure il signor pretore ci ha detto che è stato lei, proprio lei ad accusarci! ».
Un anno appresso, nel giorno anniversario di quella comparsa, egli fu colpito da paralisi, la quale andò aggravandosi man mano, finché dopo alcuni anni lo trasse a morte. L'infelice morì lungi dal paese, perché ne era stato scacciato per la sua mala condotta.
Che cosa succede?
Non mancò, tra gli zelanti, chi raccolse altre dicerie, fantasie comprese, per farne un cumulo di accuse tali da rendere Don Guanella soggetto a nuovi sospetti e da impedirgli la via di Como.
Le autorità si trovarono perciò un giorno nella necessità di prendere in considerazione quanto si diceva di quel sacerdote.
Il procuratore del Re lo fece chiamare, per un ammonimento, per un'autorevole diffida.
Don Guanella vi andò, col timore che si volesse ripetere a Como la persecuzione di Sondrio, deciso a non permettere più che si affermassero calunnie e si lasciasse loro mettere radici. Appena si trovò alla presenza del magistrato e udì il motivo per cui l'aveva chiamato, non seppe trattenersi da uno scoppio di sdegno e gridò: « Da quindici anni perseguitate un innocente! ».
A quel grido, accorse la signora del magistrato, la quale chiese ansiosamente: « Che cosa succede? Che male ha fatto questo prete? ». E poi rivolta al marito: « Ma tu che cosa vuoi fargli? ».
Il colloquio, che si prevedeva drammatico, non continuò.
« Andate dal signor prefetto » - gli disse bruscamente il magistrato - « e lui che deve parlarvi ». « Mi piace l'idea » Don Guanella se ne andò, col suo passo concitato di montanaro, col volto acceso, deciso alla difesa della sua dignità sacerdotale e del suo Ospizio sopra tutto.
Ammesso nel gabinetto del prefetto, commendatore Guala, si preparò a sentire le drastiche intimazioni e a rispondere in stile.
Gli chiese invece il prefetto, quasi continuando un discorso altre volte cominciato, in tono cortese: « Dunque lei che cosa vorrebbe fare a Como? ».
Don Guanella si sentì disorientato, e rispose imbarazzato: «Voglio portare in grande a Como l'Ospizio di Pianello, per raccogliervi orfani, vecchi, invalidi, sordi, scemi, epilettici, ciechi, muti, storpi e tutti i disgraziati che corrono pericolo di essere trattati come rifiuti umani.
« Ad essi provvederanno le suore, che io formerò e sceglierò tra le giovani che verranno per l'assistenza ai malati a domicilio, come figliuole al servizio di famiglie buone... ».
« Anche di figliuole di servizio vi occupate? » interruppe il prefetto.
« Sì - rispose Don Guanella - voglio formare anche buone serventi ». Ed espose i pericoli delle giovani che vengono dai paesi alla città, i loro bisogni spirituali e morali, i vantaggi che si possono procurare alle famiglie.
Il prefetto non lasciò neppur finire il discorso, ed esclamò: « Mi piace l'idea! ».
«Mi piace l'idea » ripetè. « Io l'appoggerò presso monsignor vescovo, e, se occorre, anche presso la cittadinanza. Venga pure, e venga presto a Como per dare inizio alla sua istituzione».
Il prefetto parlò al vescovo; e il vescovo disse a Don Guanella: « Benvenuto a Como voi e benvenuta l'opera vostra ».
Che rapporto era stato mandato alle autorità? Don Guanella non lo seppe mai: ammirò le vie della Provvidenza, per concedergli la grazia che da anni, supplicando con le lacrime, aveva implorato.
XIII
LE FONDAMENTA DELL'OPERA
Una sera d'aprile del 1886, da Pianello scendeva una barca carica di poveri mobili, che Don Guanella amerà così enumerare: « Un tavolino rettangolare mancante di una gamba, delle sedie ove la paglia era un desiderio, dei letti che si potevano usare mercé un vero miracolo di equilibrio ».
Un. vecchio sacerdote, vedendo partire in modo insolito la comitiva - due suore e quattro orfanelle - esclamò: « Ho capito, ecco lo sciame che si stacca dall'alveare ».
La piccola comitiva, dopo aver viaggiato tutta la notte, recitando il Rosario della Provvidenza, sbarcò a Como.
Qui Don Guanella aveva preso alcuni locali in affitto, come primo appoggio alla futura istituzione, in attesa di avere una casa propria, adatta allo scopo.
La scelta non fu facile; una era troppo grande, una troppo piccola, una troppo cara, un'altra in località inadatta. Fini col dare la preferenza a una piccola casa in via Tommaso Grossi, pattuendo l'affitto in settecento lire, e versò la prima semestralita.
Là costituì il centro dell'opera, che la Provvidenza dimostrava di volere costruita sulle solide basi delle prove e dei dolori.
Quando si presentò al proprietario per la seconda semestralita, gli disse: « Le dò la somma per l'affitto a saldo delle settecento lire, ma a questa condizione: che mi venderete la casa fra sei mesi ». E fu stabilito il prezzo in lire quattordicimila.
Diffidenza e generosità
Aveva promesso questa somma, a prestito, una signora di Dongo e alla vigilia del contratto Don Guanella si recò da lei, per ritirarla con regolare pratica. Ma, con suo stupore, e possiamo immaginare, con quanto dolore, la signora ritirò la parola data, esprimendo questo motivo: « Mi hanno persuasa di non fidarmi ».
Si contavano le ore prossime alla scadenza: come trovare in tempo la somma occorrente? Conosciute le ansie di Don Guanella, i coniugi Bernardo e Sofia Calvi, pure di Dongo, si presentarono a lui, e gli dissero: « Siamo venuti a portarle quindicimila lire: sappiamo che ne ha urgente bisogno ».
Arrivò in tempo per il contratto nei termini fissati, ai quali non avrebbe voluto mancare, per non rendersi immeritevole di fiducia per l'avvenire.
Nell'atto di versare la somma pattuita, mise al proprietario una nuova condizione: « Vi dò le quattordicimila lire, ma mi dovete dare, fra sei mesi, al prezzo di lire quindicimila, il terreno, sottostante a quello già acquistato ».
Anche quel terreno passò in proprietà dell'opera. Allora la Provvidenza fece vedere chiaro il suo volere: i coniugi Calvi condonarono le quindicimila lire date a prestito.
« Con questi scherzi della Provvidenza - disse Don Guanella - si incominciarono le costruzioni ».
Le quattro effe
Avendo la Provvidenza dato modo di acquistare il resto del terreno, si incominciò a fabbricarvi un corpo di casa, aggiunto all'esistente.
« Si scorse che se si fabbricava per cinque o per dieci, il denaro veniva per cinque o per dieci; ma cessava, quando si avesse meno confidato nella Divina Provvidenza ».
D'ora innanzi la storia della Casa, più che elenco di muri e di terreni, si presenterà come poema d'eroismo nascosto.
Le lacrime ignorate di Don Guanella, sparse per arrivare alla meta, le ha tutte asciugate il Signore con la gioia procuratagli dal sorriso dei primi ricoverati felici.
« Il fondamento delle case della Divina Provvidenza - egli ripeterà a tutti - è indicato dalla lettera F, ripetuta quattro volte, che vuol dire: " Fame, freddo, fumo, fastidi ". Oppure, da un'altra lettera, V, " che significa vittima " " Ci vogliono in tutto delle vittime, e ci vogliono specialmente vittime conformi alla grande Vittima del Calvario ad innalzare torri di salvezza per le anime " ».
Fino all'incredibile
Due sorelle - racconta il loro parroco - intendendo farsi suore, cercavano di raccogliere il poco di dote necessario, senza riuscire mai a ottenere la divisione dei loro beni, perché un loro fratello si rifiutava, col pretesto che esse non avevano bisogno di nulla, non dovendo formare famiglia. Don Guanella scrisse loro che venissero con quello che avevano. Pochi giorni dopo giunsero a Como accompagnando le loro mucche e una capra.
Un gruppo di Suore arrivò a un grado incredibile di sacrificio: « Un pezzo di pane asciutto alla mattina - ricordava una suora - minestra di panico o di orzo mal condita, e polenta con verdura cotta, sangue abbrustolito e insalata raccolta sotto i gelsi e condita alle volte solo con aceto per mancanza d'olio ». Ricordava la stessa, con compiacenza, lo straordinario pranzo per la sua professione: « Una marmitta di pasta asciutta, e molta allegria ».
Prima vittima fu la superiora Suor Chiara Bosatta, delicatissimo fiore schiantato dalla fatica superiore alle sue forze, non ancora trentenne. Settanta consorelle, a breve distanza l'una dall'altra, volarono all'eterno premio sulle orme della loro maestra, nel martirio per la carità.
Una primizia
« O vincere ogni difficoltà o morire »: questo programma avevano fatto proprio nell'esercizio quotidiano delle loro fatiche e penitenze i suoi primi collaboratori, che man mano veniva scegliendo per costituire un gruppo di Sacerdoti, in gara di generosità cristiana con le Suore.
« Anche qualche Sacerdote - e Don Guanella che rievoca con profonda commozione - per la soverchia fatica venne a sputar sangue e a prepararsi un lento martirio di lunghi mesi ».
Tra le primizie di quei fiori da Dio colti per il Cielo, ricordiamo un giovanetto, Alessandrino
Mazzucchi, il primo allievo di uno studentato che Don Guanella voleva formare per coltivare vocazioni al sacerdozio, in servizio dell'opera sua.
L'aveva conosciuto ancor bambino a Pianello - era il suo chierichetto più assiduo e devoto - e aveva subito visto in lui un'anima d'angelo.
Un giorno Don Guanella, dopo aver parlato dell'eccellenza del sacerdozio, guardò i suoi cari piccoli ascoltatori; poi, toltosi di capo il berretto, lo posò sul capo di Alessandrino, dicendo dolcemente: - Ti piacerebbe così? Ti piacerebbe farti prete? Alessandrino, a quelle parole si sentì inondare il cuore di purissima gioia, e a casa disse tutto festante alla sua cara mamma: « Il signor parroco ha voluto provarmi in capo il suo berretto, dicendomi se volevo farmi prete. Oh se lo potessi! ».
Poco dopo la madre lo sorprese inginocchiato davanti a un altarino, mentre pregava fervorosamente e ripeteva: « Oh, Signore, fatemi buono, perché possa essere tutto vostro ».
Il piccolo chierico, esempio d'amore all'Eucaristia, seguì a Como Don Guanella, il quale aveva riposto in lui le migliori speranze: si teneva sicuro di trarne in avvenire una tempra di santo.
Quel sogno improvvisamente svanì: colpito da malore sull'altalena dei fanciulli nel cortile della casa, cadde con conseguenza mortale.
Anche la fondazione della Congregazione maschile, destinata a servire nella carità i beneficati, doveva avere una vittima santa alle sue fondamenta!
I migliori amici
L'istituzione di Como prese il nome di « Piccola Casa della Divina Provvidenza », a imitazione di quella del Cottolengo. Lasciò poi, nel 1897, l'aggettivo « Piccola » per evitare malintesi.
La casa nel 1890 raccoglieva circa duecento persone, distribuite nella doppia sezione, maschile e femminile, dell'Opera: vecchi, infermi, ciechi, sordomuti, studenti poveri, fanciulli avviati a un mestiere; donne vecchie e inabili, sordomute, fatue, malate croniche.
« Quando andavo a trovare Don Guanella - dice un parroco - con compiacenza mi mostrava ora sordomuti ora deficienti, e poiché io mi mostravo impressionato davanti a tante miserie, e dicevo che non provavo gran gusto a vedermi d'attorno tanti disgraziati, egli mi dava sulla voce, esclamando: « Ma cosa dice? sono i migliori miei amici! ».
Abbracciando un giorno un povero ricoverato pieno di piaghe e bavoso, tale da mettere ribrezzo, disse a un sacerdote che ne mostrava nausea: «Questo è il sostegno della mia casa».
La Benedizione del Papa
Recatosi in pellegrinaggio a Roma, esultò alla vista di Leone XIII, gli parlò, gli offrì la sua Casa, frutto della preghiera e della carità: e il Papa gli concesse, con cordiali parole, l'apostolica benedizione per la sua opera, ai suoi collaboratori, alle suore, a tutti i ricoverati. Quella benedizione datagli dal Papa, che tanto amava e che con tanto coraggio e fortezza aveva esaltato e difeso, gli sembrò un premio. Ne trasse tale conforto, che dimenticò tutto il passato di sofferenze, e senti che la sua istituzione era ormai della Chiesa.
Da allora, soleva dire, le spalle gli diventarono più capaci di sopportare i suoi avversari, ormai suoi critici innocui, che languivano di tenerezza per i ricoverati, ripetendo: « Don Guanella ha osato iniziare un'opera temeraria; ma non potrà continuarla ». E giù lacrime - metaforiche lacrime della critica, s'intende - per la folla dei miseri ai quali si stava costruendo un tetto per cercarvi « pane e Paradiso ».
« Lo conosci?
Ecco un episodio significativo. Un giorno, mentre Don Guanella sorvegliava dalla strada i lavori di costruzione, si fermarono l'uno dopo l'altro, un canonico e un prevosto.
Disse il prevosto al canonico: « Vedi che cosa fa il prete valtellinese? Vuol fabbricare senza denari. Mi sembra un vero matto ».
Gli disse il canonico: « Lo conosci tu il prete valtellinese? ».
Rispose il prevosto: « No, non lo conosco, ma sento dire da tutti che è un pazzo ».
Replicò il canonico: « Allora domanda a questo prete - e accennò a Don Guanella che ascoltava in silenzio - domanda che cosa ne pensa ».
Don Guanella abbassò il capo e sussurrò: « Lo conosco come me stesso ».
Il prevosto salutò senza continuare la conversazione divenuta pericolosa: aveva fretta.
XIV
L'OPERA SORGE
La diocesi di Como, dopo la morte di monsignor Carsana, entrò in un nuovo periodo di dolorose vicende. La Santa Sede nominò vescovo monsignor Luigi Nicora, scrittore e oratore coltissimo; ma dal 1888, quando fu eletto, al 1890, quando morì, non poté prendere possesso della sua sede, non avendogli l'autorità civile mai concesso l'exequatur.
Dopo circa quattro anni di sede vacante, Como apprese con esultanza la notizia che il Sommo Pontefice aveva nominato monsignor Andrea Ferrari.
La fama della sua santità e bontà si diffuse rapidamente, e la popolazione attese con ansia il suo ingresso.
Don Guanella gli scrisse ossequiandolo, ed ebbe la consolazione di ricevere questa risposta: « Le offro di tutto cuore la povera opera mia in tutto ciò che potesse valere ».
Una mormorazione
Non aspettò che venisse a Como per parlargli la prima volta di presenza.
Dalla diocesi di Como partiva un pellegrinaggio per Castiglione delle Stiviere, nella ricorrenza del III centenario della morte di San Luigi Gonzaga; lo guidava il Vicario Capitolare monsignor Giacomo Merizzi; il quale, con un gruppo di personalità, doveva incontrarsi col nuovo vescovo proveniente da Guastalla, egli pure con un pellegrinaggio della sua diocesi.
Terminate le sacre funzioni, dopo la colazione, monsignor Ferrari s'intratteneva in familiare conversazione con monsignor Giuseppe Sarto, allora vescovo di Mantova, e col Vicario Capitolare di Como; Don Guanella approfittò di quel momento, si presentò al nuovo vescovo, si fece conoscere.
« Ecco quel prete di cui abbiamo parlato finora » disse il Vicario Capitolare.
« Ah! - esclamò monsignor Ferrari accogliendo Don Guanella con affabile sorriso - quel prete del quale abbiamo mormorato a mensa? ».
Scoppiò una risata.
La prima visita
Appena monsignor Ferrari prese il governo della Diocesi di Como, ebbe pressioni da autorità comunali e da autorità ecclesiastiche affinché imponesse a Don Guanella di chiudere la sua Casa.
Qualche membro del Comune temeva quell'agglomerarsi di poveraglia, perché, se Don Guanella avesse fatto fallimento, di chi sarebbe rimasta a carico?
Monsignor Ferrari ascoltò tutti senza preconcetti, non prestò fede alle insinuazioni, e a chi si fece zelante nel far conoscere la « manìa » di Don Guanella, ripeté col gesto largo delle sue braccia paterne: « lasciate fare del bene! ». Volle vedere coi suoi occhi, toccare colle sue mani, farsi un giudizio proprio, recandosi per una visita alla Casa.
Cammin facendo, ragionò di lui col segretario, al quale chiese che cosa ne pensasse.
« Eccellenza - rispose egli - il mio parere sarebbe che, senza direttamente impegnare la sua alta autorità, gli lasciasse ampia e assoluta libertà d'azione. Le intenzioni di lui sono ottime, purissimo lo zelo, la fiducia nella Divina Provvidenza cieca ed assoluta. Si tenga in molto benevola attesa, e intanto gli faccia animo ».
Già in quel primo incontro le due anime generose si intuirono, si compresero, e le loro relazioni durarono poi sempre cordialissime.
Qualche zelante arrivò in ritardo a dare consigli al vescovo affinché moderasse l'attività di Don Guanella. Ma si senti rispondere: « Pregate per lui; andate a visitare le sue case, e poi vi convincerete che quello che fa non è secondo la prudenza umana, ma secondo la prudenza cristiana ».
« Fermatevi! »
Un atto di cordialità e di fiducia dobbiamo ricordare nella circostanza in cui Don Guanella si decise di costruire una più ampia chiesa interna, in sostituzione della Cappella divenuta ormai angusta.
Invitò il vescovo a venire sul posto, per dare il suo autorevole giudizio sulla nuova costruzione.
« Una nuova chiesa per i ricoverati? » esclamò il vescovo con tono di disapprovazione, guardando il disegno che gli veniva presentato. « No - disse - si costruisca una chiesa non solo per i ricoverati, ma anche per il pubblico, sull'area che sta fra la sezione maschile e la sezione femminile. Segnate le misure, incominciando dalla strada, e tirate giù finché lo dirò io ».
Don Guanella segnò il passo; arrivato molto più in là di quanto egli aveva prima pensato, il vescovo disse: « fermatevi ».
Un capomastro segnò i confini con picchetti e l'ingegnere Giacinto Valli ne studiò le proporzioni. Il 19 aprile del 1892 il vescovo stesso benedì solennemente la prima pietra, alla presenza di enorme folla.
La chiesa, dedicata al Sacro Cuore, sorse rapidamente; Don Guanella stesso, e con lui tutti i ricoverati d'ogni condizione ed età, aiutava i lavori con attività febbrile, trasportando pietre, scavando il terreno.
« Lavoriamo - diceva ridendo - lavoriamo, cari miei, il lavoro ci acquista il cielo. Prepariamo la casa al Sacro Cuore che sarà per noi una fontana di bene ».
La consacrò monsignor Ferrari il 6 aprile 1893 con solenne rito, dando principio a quel fervente centro cittadino e diocesano di devozione al Sacro Cuore, che Don Guanella seppe formare con un programma di intensa pietà.
Là doveva essere un Santuario saturo di fede, un focolare di fervore religioso, una sorgente di grazie per i vivi e i morti.
Pellegrinaggi
A invocare grazie affluivano anche i pellegrinaggi, tra cui memorando uno di Milanesi.
Un ricoverato malato di mente, risentito forse per un rimprovero fattogli, aveva gettato a terra la statua della Madonna che si trovava nel cortile della Casa.
Appena lo seppe Don Guanella, corse per metterla al suo posto; nel raccoglierla da terra, vedendola infranta, pianse a dirotto; fece suonare la campana, ordinò che tutta la comunità si recasse in chiesa, fece aprire il tabernacolo affinché si facessero solenni preghiere di riparazione, e invitò alla più fervida devozione per la Madonna.
Qualche giorno dopo quel doloroso fatto, alla chiesa del Sacro Cuore si recò un pellegrinaggio di Milanesi; Don Guanella rivolse dal pulpito un discorso semplice, improvvisato. Ma avendo accennato al triste episodio, levò a volo il pensiero a un'altra Madre oltraggiata, la Chiesa, perseguitata dai nemici, non difesa dai suoi stessi figli. La veemenza della sua parola trascinò l'uditorio, strappò a tutti lacrime: egli proruppe in pianto, e il suo singhiozzo gli impedì di continuare.
Grazie ricevute
Il primo, a segnalare grazie ricevute dal Sacro Cuore, fu Don Guanella stesso per un fatto che ritenne prodigioso. La costruzione del Santuario era al cominciare e numerosi ricoverati, fattisi manuali volontari, portavano con più entusiasmo che forza mattoni e calce sui ponti.
I ponti erano carichi, quando Don Guanella diede l'ordine a tutti di ritirarsi; ma un ricoverato, famoso per dare la caccia ai topi e mangiarseli, di nascosto gettò un grosso sasso, e i ponti precipitarono fragorosamente. Tutti avevano appena fatto in tempo a ritirarsi, e nessuno ne ebbe danno.
Sulla facciata del Santuario del Sacro Cuore Don Guanella volle mettere, a coronamento del portale maggiore, lo stemma di Innocenzo XI, non tanto perché di origine comasca, quanto perché fu intrepido difensore della Chiesa contro il giansenismo, le cui ultime propaggini ancora vivevano nella pietà dei fedeli.
Contro il Giansenismo, complicato sistema di errori, Don Guanella efficacemente contribuì con la Comunione frequente, la preghiera confidente, la devozione al Sacro Cuore.
XV
LE FIGLIE DELLA PROVVIDENZA
Quando aprì la Casa della Divina Provvidenza a Como, Don Guanella affidò alle Suore l'assistenza delle Opere Femminili in una piccola costruzione, che lasciò poi luogo alla grande ala di fabbricato adiacente alla chiesa; ma esse in breve crebbero tanto di numero, e assunsero tali e tante mansioni, che ebbero bisogno prima d'un nuovo regolamento, poi d'una Casa sufficiente per la loro formazione spirituale.
Nei manoscritti delle « Norme principali per un Regolamento interno », le chiamò dapprima « Crocine del Sacro Cuore », poi « Zelatrici del Sacro Cuore », « Figlie del Sacro Cuore », « Apostole del Sacro Cuore », « Figlie della Provvidenza », dal nome della nuova Casa che fu detta Madre.
Ai tre voti religiosi, rinnovabili ogni anno - castità, obbedienza, povertà - ne aggiungeva un
quarto, lasciato alla prudenza dei superiori, di assistere gli ammalati contagiosi.
Approvazione delle Regole
Le Costituzioni, presentate alla Sacra Congregazione dei Religiosi, nel 1908, furono approvate per l'esperimento di un settennio: l'approvazione definitiva della Sacra Congregazione verrà il 19 maggio 1917.
Nelle costituzioni approvate, furono definiti: il nome, « Figlie di Santa Maria della Provvidenza »; l'abito, nero con mantelletta e cuffia e un Crocifisso con reliquia di Santi; l'ordinamento in due classi, Direttrici e Coadiutrici; il fine, cioè « ricoverare fanciulle orfane e derelitte per educarle alla virtù e al lavoro, ricoverare in compartimenti separati donne adulte, scarse di mente o nel corpo infermicce e bisognose di assistenza, capaci di qualche lavoro, vecchie impotenti a sorreggersi per carico d'anni o per cronicità di malattia ».
In conferenze e in scritti, Don Guanella formò le sue Figlie alle più alte vette dell'eroismo cristiano; il tono delle sue parole le trasporta al di fuori d'ogni voce umana in pieno soprannaturale; le mete additate sono al di là di ogni aspirazione di animo debole. Egli sente di avere ai suoi ordini un esercito, che ha pronta l'obbedienza, indomito il coraggio, sete di sacrificio, avidità d'immolazione: che difficoltà può essere insormontabile a tanta potenza?
« Tutto per il Paradiso »
Chiamava con paterna familiarità le Suore col titolo di « strapazzone », per indicare che non dovevano risparmiare fatiche è sacrifici, nel servizio dei ricoverati affidati alle loro cure materne.
« Quando voi vi sarete annichilite, Iddio vi rialzerà. Bisogna non far conto dei disagi della vita, delle malattie, della morte. Fatevi vittime per Iddio e per l'opera di Dio, e la vostra Congregazione, che e la minima, sarà da Dio benedetta ».
Alle suore ripeteva, con espressioni tipiche della sua forza di persuasione: « Voi dovete essere sacchi di paternoster ».
E alle novizie: « Voi dovete marcire nell'orazione e nel nascondimento come il frumento che dà il pane a tutti; così le novizie, fatte suore, devono fare il bene a tutti ».
Usava di frequente, come un ritornello, le espressioni: « State allegre, martorelle, poi andremo in Paradiso », « tutto per conquistare un pezzo di Paradiso », « brutta terra, bel Paradiso! ».
Santa Maria di Lora
A monsignor Ferrari, insignito della porpora cardinalizia e promosso alla nuova sede arcivescovile di Milano, nel 1894, successe monsignor Teodoro dei Conti di Valfre di Bonzo. Piemontese d'origine, non conosceva la Casa della Provvidenza; non poté quindi farsene un concetto, che attraverso le relazioni. Tra queste, le buone esaltavano Don Guanella per la sua virtù e la sua carità; ma altre gli portarono all'orecchio insinuazioni nuove: - metteva troppa carne al fuoco, osava troppo; come avrebbe fatto, coi mezzi scarsi di cui poteva disporre?
Eppure una nuova grande opera stava per iniziare: la Provvidenza mise sott'occhio a Don Guanella un vasto complesso di fabbricati, alla periferia di Como, sopra un'altura. Dapprima filanda, poi fabbrica di bottoni, cessata fra le sue mura l'industria, attendeva un compratore: vi aveva posato lo sguardo il Municipio di Como per un ricovero di malattie infettive, l'Ospedale per un manicomio, l'Orfanotrofio femminile per una nuova sede, il vescovo per una villeggiatura dei chierici, industriali per una loro azienda; ma tutti avevano lasciato incompiuto l'affare.
L'acquistò Don Guanella per quarantacinque mila lire: tre alla consegna, il resto a poco a poco con offerte e un mutuo a lunga scadenza concesso dalla benemerita Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde.
« Faccia quello che vuole »
Monsignor Valfrè gli aveva raccomandato prudenza: quando il finanziamento fu sicuro, Don Guanella glielo fece sapere a mezzo di uno dei suoi collaboratori. Il vescovo dovette dire per tutta risposta: « Faccia quello che vuole, perché coi santi non si può contrastare ».
Ricordando quelle circostanze, monsignore stesso attesterà poi: « Avevo raccomandato a Don Guanella che per allora non aprisse più case.
« Venne un giorno e mi disse: - Eccellenza, ho fatto un debito di circa quarantamila lire: ho comperato la casa detta Binda. La Provvidenza ci penserà. - Non seppi che dire.
« Parecchio tempo dopo tornò e disse: - Eccellenza, sono in possesso di un'altra casa, una sontuosa villa, a Menaggio. Mi fu regalata con l'aggiunta di quaranta o cinquanta mila lire.
« Per pagare il debito della Binda - replicai. « E dovetti aggiungere: - Vada e faccia quel che vuole, Don Luigi, perché la Provvidenza è con lei, e lei è l'uomo della Provvidenza ».
Quando i malevoli non seppero più che obiezioni fare, ricorsero a una diceria, che impararono a ripetere anche i chierici del seminario: inventarono che Don Guanella aveva mandato quaranta lettere a quaranta famiglie della città, tassandole per mille lire ciascuna, quasi per insinuare che non c'era poi gran merito in quell'opera; con simile sistema tutti sarebbero riusciti!
Santa Maria della Provvidenza
Il nuovo grandioso edificio prese il nome di « Casa di Santa Maria »: uno stanzone divenne cappella del Santissimo Sacramento, « il paradiso in terra »; la vecchia costruzione, adattata alla meglio, accolse la Congregazione delle Suore, diventandone la Casa Madre; anche le ricoverate, per le quali altri locali e una bella chiesa in stile lombardo s'aggiunsero man mano, qui si trasferirono dalla sede di Via Grossi, rimasta esclusivamente per la parte maschile.
L'immagine della Madonna, venerata sotto il titolo « della Provvidenza », Don Guanella la collocò in posto d'onore nella chiesina del ricovero, ed eresse anche una confraternita che ne alimentasse la pietà continuamente.
Un monumento a Volta
Sull'altura di Santa Maria, Don Guanella volle un monumento della fede, associato alla scienza, nella patria di Alessandro Volta.
Ricorreva nel 1899 il centenario dell'invenzione della pila. Quale iniziativa più opportuna di quella di rendere perenne l'espressione di riconoscenza e d'affetto, per il benemerito scienziato, con un monumento che sintetizzasse il suo genio nell'invenzione della pila elettrica, il suo pensiero religioso insieme, nella città nativa?
Don Guanella lanciò al mondo l'iniziativa: « Erigiamo un faro elettrico sul colle di Santa Maria, a illuminare la culla e la tomba di Volta ».
Fece stampare e diffondere venticinquemila copie d'un ritratto dell'illustre cristiano e scienziato; curò la diffusione d'una biografia popolare « Scienza e Fede »; per sua iniziativa si pubblicò pure il periodico « Pro faro », inteso a far conoscere la vita, l'opera, il pensiero di Volta, e insieme l'iniziativa in suo onore.
Il grande faro
Il convegno mondiale dei telegrafisti, che si radunò a Como nel 1899, si presentava come occasione propizia alla migliore propaganda.
Invitati da Don Guanella nell'ospitale Casa di Santa Maria, in numero di trecento accorsero, mostrando la loro fervida adesione alla geniale idea del monumento-ricordo, in quel luogo incantevole. Le più calorose approvazioni vennero anche dai promotori del Congresso, e poi dalla Francia, dall'Inghilterra e dalla Germania.
L'inaugurazione era già fissata per il 1° gennaio 1901: Don Lorenzo Perosi doveva essere presente per l'esecuzione del suo « Natale »: l'acqua in luogo dava tanta forza per produrre luce; la dinamo era già stata regalata: i telegrafisti di tutto il mondo diedero appoggio morale e materiale, perciò la riuscita appariva assicurata.
Iniziativa troppo bella
Perfino al celebre Edison Don Guanella aveva fatto conoscere la sua idea e cercato la sua ambita adesione. Nel 1900 scriveva una lettera scherzosa all'amico telegrafista Amilcare Parocchi di Bologna, invitandolo a « stendere una rete intorno intorno e farvi entrare quel pescione grosso grosso che e il signor Guglielmo Marconi » del cui genio il mondo stupiva, per la meravigliosa invenzione della telegrafia senza fili.
« Ma si dice che dove tocca il liberalismo - scrisse Don Guanella - ivi s'appiglia un fuoco ». L'iniziativa era troppo bella, perché giungesse a termine: si presentava con un carattere troppo sacro, per essere compresa, in un tempo che aveva giocato alla gara per profanare il divino.
Il faro di Como non sarebbe stato certo oggi il più moderno, perché pochi lustri, in fatto di elettricità, bastano a segnare un progresso enorme: ma sarebbe stato assai significativo, fulgido sul colle tra la culla e la tomba di Volta.
XVI
I SERVI DELLA CARITA’
« Aiutate anche voi a fare dei preti e dei buoni preti. L'arte di fare un buon prete è arte divina ». Queste parole rivolgeva Don Guanella alle Figlie di Santa Maria della Provvidenza, desideroso di riuscire a formare una Congregazione di Sacerdoti, come già aveva costituito e portato a consolante progresso quella delle Suore.
« Sapeste quel che vale un Sacerdote! - diceva ancora loro. - È un altro Gesù Cristo. Ma per averne uno, quante fatiche, quanto tempo e quanta spesa! ».
Le prime vocazioni .
Un giovane, Giovanni Calvi, aveva conosciuto Don Guanella a Pianello; soldato di un Reggimento Alpini, al termine del suo servizio militare, reduce a Como dagli esercizi del tiro a segno, si recò alla Casa, dove la superiora gli offriva un piatto di castagne e un bicchiere di vinello; ma egli non questo voleva: desiderava chiedere a Don Guanella di farsi sacerdote. Era possibile lasciare il lavoro dei campi e incominciare gli studi? Don Guanella l'accolse con affetto paterno, e fece di lui il primo sacerdote della schiera che l'avrebbe seguito.
Un parroco presentò poco dopo due altri giovani a Don Guanella, dicendo: « Vogliono diventare sacerdoti, e saranno sacerdoti della Piccola Casa, se lei me li accetta. Sono poveri falegnami, ma buoni e laboriosi; li faccia studiare, faranno bene e se ne troverà contento ».
Un caso assai commovente: nel 1895 il Cardinal Ferrari consacrò il primo sacerdote destinato alla Casa della Divina Provvidenza: era un chierico epilettico, della diocesi di Milano, che in Don Guanella aveva trovato un padre.
I voti
Una Congregazione di sacerdoti, a cui diede il nome di « Servi della Carità », si formò, diremmo quasi, spontaneamente, dal bisogno di avere i necessari aiuti per l'Opera che s'ingrandiva e allargava sempre più le sue braccia ad accogliere nuove miserie.
L'apostolato della carità attrasse vocazioni sufficienti a dar sostegno e diffusione all'Opera.
La sera del 28 marzo 1908, in ossequio ai desideri della Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari, Don Guanella, con solenne e commovente cerimonia, nel santuario del Sacro Cuore in Como, pronunciò i voti religiosi semplici perpetui, insieme ai primi collaboratori nell'apostolato nella Casa della Divina Provvidenza.
L'approvazione canonica all'istituzione come Congregazione verrà data nel 1928, e quella alle Costituzioni, dopo un settennio di prova, nel 1935.
Come scopo e riconosciuto « l'esercizio della cristiana carità nel ricoverare ed assistere, nello spirituale e nel temporale, specialmente con l'istruzione letteraria e religiosa, i fanciulli e i poveri più bisognosi di una tal assistenza, tenendoli in Case separate o in scompartimenti separati, a seconda che essi sono fanciulli o vecchi, senza però escludere il sacro ministero esercitato, sia nelle varie missioni al clero e al popolo, sia anche nelle parrocchie affidate dai Vescovi ai Servi della Carità.
« I membri dell'Istituto sono sacerdoti, ai quali spettano il governo dell'Istituto stesso, la direzione delle opere e l'insegnamento. Sono pure laici ai quali incombono soprattutto le occupazioni manuali; tutti professano i medesimi voti e vivono sotto le medesime costituzioni. L'abito dei sacerdoti dell'Istituto è l'abito nero talare; cingono la veste di una fascia nera. Recano al collo un cordone col Crocifisso ».
Consigli
« Il mio programma fu sempre questo: " Pregare e Patire " diceva ai suoi Sacerdoti: " Se volete seguirmi, dovete praticare questo programma " ».
« Ogni membro della famiglia deve correggere quanto può il carattere suo, e adattarsi in tutto ad un tratto semplice, spigliato e allegro, sì che tutti ne abbiano ammirazione, contento e buon esempio ». « Il Servo della Carità dovrebbe alla sera coricarsi col corpo così stanco per il lavoro, come se il corpo stesso fosse stato percosso a colpi di bastone ». « Alla gioventù perdonate molto. Non badate ai chiassi ed alle scappate: lasciatevi spaccar la legna sulle spalle, basta che non faccia peccati ».
« Sia cura d'ognuno di noi fare bene a tutti, male a nessuno, senza impegnarci nelle lotte politiche. La politica nostra si sforza di imitare quella di Pio IX quando diceva: - Se i grandi del mondo hanno la loro politica, anch'io ho la mia: Pater poster, qui es in coelis ».
Critiche e dicerle
Gli avversari di Don Guanella, benché assottigliati di numero, non si rassegnavano a tacere; criticarono l'ordinamento interno della casa.
Che istituzione è quella? Un'accozzaglia d'infelici. Che casa è quella? Un'arca di Noè.
Don Guanella non ne faceva una giusta, neppur una ne indovinava!
Ai comodi amatori delle opere perfette, Don Guanella rispondeva, come Don Bosco, ai suoi critici: « Quello che importa è fare il bene, farlo appena si può, come si può: l'ottimo è nemico del bene ». E ricordava ridendo la risposta data un giorno a un tale, che andò da Don Bosco a lagnarsi di lui e dei suoi: « Me ne duole, siete voi il primo a parlarmi così ».
Dalle critiche dei malevoli venivano le dicerie, che si diffondevano con lunghe frange, e finivano per lasciare un'ombra anche negli animi non disposti a prevenzioni.
Le dicerie - non bisogna dimenticare il motto volterriano « calunniate, calunniate e qualche cosa resterà » - arrivarono al popolo credulo per natura, e facile a mettere lenti storpie d'ingrandimento.
Minacce di socialisti
« Quando i primi socialisti davano segno delle loro bravure - sono parole di Don Guanella stesso - s'incontrò con una mezza dozzina di operai scioperati, che gli intimarono: - Fra pochi mesi la Casa della Provvidenza sarà bruciata ».
Una volta, incontratosi con alcuni socialisti che aizzavano la plebe, prese a dir loro che non dovevano avere ostilità verso di lui e le sue opere, perché miravano al sollievo dei poveri e dei deseredati. Essi invece risposero: «Anzi, noi l'abbiamo ancora di più contro di lei, perché soccorrendo i proletari, li ritoglie alla disperazione, l'elemento più necessario per la riscossa».
Per parecchie settimane, nella Casa si vegliò tutte le notti, per sventare le minacce degli aggressori. Operai ubriachi, sentendo una volta grida di donna, fecero irruzione schiamazzando con oscena gazzarra.
L'incendio alla Casa
Stava ricoverata una donnicciola nana - Don Guanella stesso racconta - curva, rattrappita nelle gambe e. tocca nel cervello, che s'immaginava dinanzi a sè eserciti che la combattevano e l'inseguivano.
Ella gridava aiuto. Alcuni avvinazzati intesero, dalle finestre, i gemiti della tapina, immaginando chissà che cosa, urlarono alla crudeltà e alla barbarie, e dato di piglio ai sassi del selciato, scagliarono una sassaiola contro l'Ospizio ».
La mattina della festa di tuttti i Santi del 1895, senza dubbio intorno alla responsabilità, si appiccò incendio alla Casa della Provvidenza, con l'evidente scopo di distruggerla.
Don Guanella era a Milano; avvertito per telegramma, corse a Como, confortò la sua trepidante famiglia, e provvide a dare a tutti un tetto provvisorio, nell'attesa di ricostruire sulle rovine la casa sua e dei suoi.
Rinata dalle ceneri
Per alcune notti, un drappello di scioperati cantavano rime di minaccia, e godevano del male compiuto. Poi la Casa continuò la sua via, rinascendo sulle rovine, con favore tale della cittadinanza, da far esclamare a Don Guanella: « Quanto buoni i Comaschi, e quanto amano la Piccola Casa! »
Si rivolse con fiducia ai benefattori - già formavano un cospicuo gruppo, affezionati e generosi - che a gara si offrirono a risarcire i gravi danni.
XVII
LA DIVINA PROVVIDENZA
Per cercare, Don Guanella ripeteva di preferenza la massima di Santa Teresa: « Il miglior vantaggio che si possa fare ai ricchi, è ottenere da questi per amor di Dio un'elemosina per i poveri ».
Mano permanentemente tesa alla cerca di mezzi, divenne un periodico mensile, intitolato « La Divina Provvidenza », iniziato nel dicembre 1892, su cui egli e affezionati collaboratori vennero scrivendo commoventi appelli alla generosità dei buoni.
Don Guanella ebbe, al disopra di tutti i saggi regolamenti, come norma universale di pensiero, di parole, d'azione, la fiducia nella Divina Provvidenza.
La Provvidenza
A chi domandava: « Come fa tutto cio? », rispondeva: « È Dio che fa ». « La Divina Provvi-
denza a tutto provvede - diceva - bisogna sempre sperare in Lei. Le Case che cominciano con niente sono quelle che prosperano ».
« Diffidando - sono sue massime - s'impedisce l'intervento della Provvidenza ».
« Bisogna temere più la bonaccia che le avversità. I " comballi " carichi sul lago, quando è calmo, vanno avanti con difficoltà, a forza di braccia; soffiando i venti, corrono, portati dalle vele. Le difficoltà ci fanno correre ».
« Il Signore non fa fatica a far avere i mezzi necessari per far costruire case e chiese per i suoi poveri, per le sue anime: Fede! ».
« Per ricevere a due mani dalla Provvidenza, bisogna dare a quattro mani ai poveri della Provvidenza ».
« E i mezzi? Si risponde: - il Signore vede e provvede. Le sacre coroncine che recitiamo incominciano: - Santissima Provvidenza di Dio, provvedeteci Voi: Cuor di Gesù pietà di noi. - E il Signore che vede, provvede ».
«Manca mezz'ora»
Un giorno - mentre le studenti erano adunate nella sala di studio-venne la superiora ad avvertire malinconicamente che non c'era nulla per apprestar loro il desinare. Ed esse, guardandosi in viso l'una l'altra, le risposero che non s'agitasse per questo: avevano in tasca qualche soldo, e avrebbero potuto provvedersi da sè almeno il necessario per sfamarsi. Ma la madre soggiunse che aspettassero, finché non ne avesse parlato a Don Guanella.
Senza scomporsi, guardando l'orologio, egli soggiunse: « Sono appena le undici e mezzo; manca ancora mezz'ora e la Provvidenza ha tempo di provvedere ». E si mise a scrivere.
La suora si avvia alle studenti per invitarle a pregare: intanto suona il campanello, arriva un carro, depone in portineria un sacco di riso, e se ne va.
A Don Guanella e alla superiora, il tratto della Divina Provvidenza parve naturalissimo; ma le giovani ne ebbero un'impressione grandissima.
« Un giorno - attesta un confratello - mentre ero in direzione a Como, Don Guanella si mise a far passare la lista dei debiti; arrivato in fine, disse: - Se avessi cento lire potrei saldare tutto. - In quel momento sentì bussare alla porta ed entrò una suora, che consegnò un biglietto da cento lire, dicendo: - Un signore mi ha dato da consegnare a lei questo denaro.
Presso un notaio scadeva una cambiale; sollecitato Don Guanella perché portasse la somma per scontarla, disse: « Denari non ne ho: ho solo fiducia nella Provvidenza ».
Replicò il notaio: « Tenga pure la fiducia nella Provvidenza, ma prepari i denari ».
Il giorno della scadenza, Don Guanella era pronto. « Come ha fatto? » gli chiese il notaio.
« Figliuolo, tu non hai fiducia nella Provvidenza, - rispose - ma questo è effetto della Provvidenza ».
Era sabato...
Si era alla mattina d'un sabato e l'amministratore non sapeva come raccapezzarsi per pagare il capomastro. Questi, con fare tra il serio e il faceto, si presentò a Don Guanella.
« Che ci hai di nuovo, bambino? » fu il primo saluto.
« Che ci ho?... Lo sa bene meglio di me che oggi è sabato... ci sono da pagare i muratori... ».
Disse l'amministratore: « In cassa la va male, male assai; non potrebbe andar peggio. Danari non ne ho, proprio più nulla, e ancor non so dove dar del capo per trovarne ».
E Don Guanella sorridente: « Oh possibile? vediamo un po' se non vi è proprio nulla ». Va alla cassa: « Proprio vuota, già, così presto; che ne dici? ». E l'amministratore: « Bancarotta stavolta sù tutta la linea! ».
« Eh andate un po' là, martorelli! Ci vuol fede, ci vuol coraggio. Ne hai della fede, del coraggio? ». « Poco » rispose l'amministratore.
« Poco, eh? fatti animo ». « Ma come si fa? ».
« Ben be', preghiamo; e la Provvidenza, che e tanto buona, non mancherà di ricordarsi di noi ». Così si lasciarono. Venne il mezzogiorno, si fece un po' più tardi, il sole volgeva al tramonto, e all'amministratore veniva proprio meno il coraggio: lo dimostrava nell'andare e venire, molto preoccupato, nel suo studio, in quella specie di ansia febbrile, che in tali casi non si saprebbe spiegare: effetto certo del timore di aver forse a bisticciarsi con gli operai, a cui giustamente spettava il frutto dei loro sudori.
Ormai c'era da disperare; ma Don Guanella non era per nulla turbato, anzi sulla sua fronte pareva brillasse un raggio della più pura speranza. Ne andò confuso.
Proprio verso sera, un distinto personaggio viene a far visita a Don Guanella. Dopo aver parlato di molte e varie altre cose, cadde il discorso sulle condizioni finanziarie della Casa. Sorpreso della serenità di Don Guanella, nelle sue ristrettezze, e della sua grande fiducia nella Provvidenza, orgoglioso che gli si presentasse sì bella occasione di esserne degno strumento, senz'altro mise mano al portafoglio, e con un gentilissimo: « Se crede, pagherò io questa volta per lei », ne trasse l'intera somma voluta; quindi, stretta affettuosamente la destra, se ne andò salutandolo.
Pensa la Provvidenza
Un sacerdote capitò nella Casa della Divina Provvidenza, e Don Guanella gli chiese di aiutarlo a scrivere alcune lettere urgenti. Chiese interrompendo un istante il lavoro: « Ma se venissero troppo in abbondanza i ricoverati, dove li metterebbe? ».
« Basta che entrino dalla porta: quando vi sono dentro, la Provvidenza penserà ».
Gli rivolse questa domanda un sacerdote: « Padre, come fa lei a provvedere a tante opere di beneficenza? ».
Ed egli, con una semplicità tutta sua propria: « Perbacco, non sa che non sono io, ma la Provvidenza Divina che ci pensa? ».
Ad un sacerdote che esponeva i suoi dispiaceri, disse: « O martorello d'un martorello che sei! Tu fra cent'anni non ci sarai più ». E additando il cielo: « Guarda lassù: qui bisogna lavorare e soffrire, là godremo il Paradiso ».
Qualche volta la superiora generale delle suore gli raccomandava di usar cautela nel fare debiti.
« Martorella che siete - le rispondeva - perché dubitate della Provvidenza di Dio? ».
E alle suore, sgomentate per le più gravi difficoltà, ripeteva: « Sperate, pregate, vedrete che la Provvidenza ci penserà ».
Di fronte a incertezze e paure per l'apertura di nuove case: « O martorelli che siete, perché dubitate della Provvidenza di Dio? E' Dio che lo vuole. Egli ci aiuterà ».
Ecco le sue massime udite di frequente sul suo labbro: « La mia forza è tutta in Dio; se il Signore vuole queste opere, mi aiuterà ».
« Confidiamo e speriamo in Dio! Non facciamo peccati, e poi in poche ore Dio lavorerà ».
« Vale più un grano di confidenza, che cento di previdenza e di provvidenza umana ».
XVIII
UN'ARDITA IMPRESA
All'estremo del Lago di Como, dove più degradano le sue bellezze, si stende una vasta pianura, detta Pian di Spagna, dominato dalle maestose rovine del forte di Fuentes, tra il vecchio e il nuovo letto dell'Adda, il lago di Como e il canale di Mezzola.
All'epoca longobardica sorgeva un grosso centro, Aulonium o Olonium; la chiesa plebana, dedicata a Santo Stefano, nel secolo XIII, aveva un importante capitolo. Ma le guerre, gli straripamenti dell'Adda, l'elevarsi del livello delle acque del lago, le pesti della prima metà del secolo XV, costrinsero la popolazione a cercare più salubre rifugio a Sorico, dove, nel 1456, il vescovo Antonio Pusterla trasferì insieme alla chiesa, anche il capitolo.
Chiesa e case di Olonio caddero in rovina; la regione, abbandonata in seguito all'inondazione del 1520, divenne paludosa e malsana: anche gli abitanti di Sorico, per sfuggire i miasmi malarici, dovettero ritirarsi sulla china d'alture, abbandonando le terre invase da detriti, dove non poterono sorgere che casolari di pescatori.
Il nuovo corso dell'Adda lasciò alla sinistra il piano di Colico, di oltre cinquemila pertiche milanesi, ridonato nel secolo scorso all'agricoltura; lasciò alla destra il Pian di Spagna, di oltre centomila pertiche milanesi, in squallore malsano.
Un sogno?
Quando di qui passava il giovane Guanella per recarsi a Como, in collegio e in seminario, si domandava perché mai restasse incolta tanta estensione, mentre sui suoi monti i contadini si contendevano palmo a palmo il terreno, e s'arrischiavano fin sulle rocce, per seminarvi un pugno di segale, per tagliarvi un fascio di erba.
Da Pianello, più che il panorama migliore, guardava sovente quello più caro, laggiù, nella solitudine di terra abbandonata.
Arrideva a Don Guanella in quell'alba del secolo ventesimo, l'omaggio a Cristo, fatto con la risurrezione d'un paese reso fecondo, secondo il motto benedettino « cruce et aratro », e chiamato con nome insigne, storico e sacro: San Salvatore Olonio. Entrato in possesso d'una vasta superficie, parte coltivata, parte coltivabile e parte a steppe selvagge, di oltre seicentocinquanta pertiche, e di una casa di abitazione, collocava una grandiosa statua del Divin Redentore; eretta una piccola chiesa di legno, accolse i primi abitatori della colonia.
Fra le risa del popolo
Don Guanella, con una dozzina di « buoni figli », approdò a Colico, li aiutò a salire sopra carrettelle che sulla riva li attendevano, e via, tra le risa del popolo spettatore, verso la méta. Tutti ridevano della pazzia di Don Guanella.
Con l'aiuto di robusti sterratori, si incominciò a estirpare i roveti, boscaglie irte di pruni e robinie, a spianare avvallamenti e rialzi, a formare distese per seminagioni e prati, con tanto fervore di lavoro, che in pochi mesi un vasto appezzamento d'una quarantina di pertiche, ben livellato e seminato, non si riconosceva più. In pochi anni furono ridotti a prati, vigne e piantagioní feraci, stagni, paludi e dune di sabbia, per la superficie di circa trecento pertiche.
La Madonna del Lavoro
Col concorso di grande folla fu data la benedizione al simulacro della Madonna del Lavoro, ideato da Don Guanella: l'Immacolata protegge con la mano destra un fabbro inginocchiato, mentre un contadino, pure inginocchiato, le bacia la mano.
Sorse intanto la nuova chiesa in muratura, dalle eleganti linee di stile lombardo, dedicata al Divin Salvatore, per ricordare il tempio collegiato dell'antica città di Olonio e decorata con le raffigurazioni dei Santi valtellinesi.
Don Guanella, secondo il suo vasto progetto concepito a larghe vedute, voleva far rivivere l'antica Olonio, intorno alla bella chiesa del Salvatore, proclamata anche Santuario della Madonna del Lavoro. Tracciò perciò il piano del futuro paese, apri una piccola scuola elementare gratuita, essendo troppo lontana quella comunale; curò la conduttura dell'acqua potabile, stimolò i contadini e i proprietari limitrofi a trarre profitto dai risultati ottenuti, usando i migliori metodi di razionale coltivazione, imitando il suo ardire che aveva affatto abbandonato gli antichi sistemi.
Dato l'inizio alla decisiva bonifica di tutto il Pian di Spagna, ogni anno si fabbricarono abitazioni di coloni, che vi affluivano specialmente dalla vicina Verceia, minacciata di rovina dalle continue frane dei sovrastanti monti.
Resero più aspra quella fatica ardimentosa, la mancanza d'aiuti finanziari, la minaccia di processi per inezie, la diffidenza che portava a calunnie: chi sospettava guadagni, come se vasi di monete di oro si scoprissero a ogni colpo di piccone, chi malignava parlando di sfruttamento dei « buoni figli » - alcuni maleducati li chiamavano, per dileggio, abissini -; chi vedeva nelle paludi dell'Adda e del Mera la tomba di Don Guanella e dell'opera sua.
La modestia di Don Guanella tenne nascosto un alto riconoscimento delle sue fatiche, che gli dovette certamente tornare di soddisfazione: il Ministero dell'agricoltura gli conferì la medaglia di benemerenza, in seguito alla partecipazione ad un concorso, nel quale egli volle dimostrare come il clero continua le benemerenze, per l'agricoltura, dei monaci antichi, dissodatori di terreni e bonificatori delle plaghe malariche.
XIX
ESTENSIONE NELL'OPERA
A Milano Don Guanella guardava come a un centro di un più vasto lavoro, e come a inesauribile fonte benefica; ecco come ve lo condusse la Divina Provvidenza.
Rosa Piatti - sorella del celebre e infelice inventore delle perforatrici pneumatiche, che servivano per il traforo del Moncenisio - direttrice delle Scuole Normali di Como, frequentava la Casa della Divina Provvidenza, che aiutava prestandosi all'educazione degli orfani: convinta, per esperienza, del grande bene che Don Guanella compiva, mise a disposizione i suoi risparmi, affinché anche nella sua Milano si aprisse una Casa.
Don Guanella accondiscese al pio desiderio, concedendo le suore per un asilo di bambine, e un altro di bambini, nella parrocchia della Santissima Trinità.
Sentendosi il bisogno di altri asili, Don Guanella favorì parrocchie della periferia e del centro, con l'aiuto di un benemerito comitato di benefattori e benefattrici.
Nella parrocchia di Santa Francesca Romana, turbava la vita religiosa una scuola di metodisti, la cui propaganda invano la popolazione aveva tentato con ogni mezzo di impedire. Avendo per caso il prevosto inteso che Don Guanella avrebbe potuto aprire un asilo, desiderò conoscerlo, parlargli, esporgli la situazione che tanto lo affliggeva.
Dal loro colloquio venne una decisione: il prevosto chiamò il padrone di casa, dove si teneva la scuola, e lo persuase a dare la preferenza ad un asilo per i bambini della parrocchia. Il padrone sfrattò i metodisti, che fecero fuoco e fiamma per rimanere: nella casa, appena libera, entrarono le suore, fra il giubilo di tutta la popolazione.
Una fucilata a vuoto
Lo spirito di sacrificio delle suore si mostrava veramente eccezionale per attività e virtù; di una di esse, in una sua edificante biografia, si legge un significativo episodio.
Un tale, nel Borgo degli Ortolani, (riteneva danneggiata sua moglie, che aveva una modestissima custodia di bimbi, prima che si aprissero gli asili) minacciava di continuo le buone suore, aggiungendo un giorno, alle solite invettive, che quando un uomo perde la pazienza diventa una belva. Ma tanto la superiora quanto le altre sorelle continuarono a fare il bene loro assegnato.
Una sera, mentre le suore erano radunate, sentirono rintronare un colpo di fucile. La palla era entrata dalla finestra; ma invece di colpire le suore, alle quali era diretta, era piombata sulla credenza, aveva spezzato diversi piatti e bicchieri, e gettato a terra alcune bottiglie.
E’ facile immaginare lo sgomento delle suore. Suor Erminia Bosatta ne fu spaventatissima. Tuttavia, proponendosi di incoraggiare le sorelle, fece le viste di non aver patito spavento alcuno, e con parola franca e sicura, le persuase a mettersi a letto senza timore.
Ma lo spavento era stato tanto più forte quanto più dissimulato e le avvelenò il sangue, dando origine ad una malattia lunga e implacabile, che la condusse al sepolcro.
Cinquanta lire
Lo sviluppo dell'opera a Milano lasciò sperare a Don Guanella la possibilità di aggiungere agli asili anche un ricovero per donne, a imitazione della Casa della Divina Provvidenza a Como.
A quante donne sole, specialmente, urgeva provvedere, alle quali la pubblica beneficenza non poteva riconoscere i requisiti di soccorso! A questa schiera, priva di famiglia, bisognava rivolgere il buon cuore della cristiana carità.
L'occasione propizia per compire il progetto di Don Guanella, si presentò inaspettata: e si direbbe, non poteva essere migliore.
Nel 1894 i sacerdoti vecchi e invalidi della diocesi di Milano avevano lasciato l'antica dimora, annessa alla chiesa di Sant'Ambrogio ad Nemus, per trasferirsi presso San Celso.
Don Guanella s'incontrò un giorno, a caso, in piazza del Duomo, con un monsignore, membro della commissione amministratrice della Casa Ecclesiastica, il quale gli disse: « Comperi lei lo stabile di Sant'Ambrogio ad Nemus: quanto darebbe? ».
« Credo che si potrebbe darmelo per novantamila lire » - rispose Don Guanella.
« Poco, poco - ribatté monsignore. - Tuttavia venga domani all'adunanza degli amministratori ». Intanto un buon prevosto gli diceva scherzando: « Vuol comprare Sant'Ambrogio ad Nemus: ma... i denari? ».
E Don Guanella: « I denari sono beni terreni, e la terra noi la calpestiamo sempre ».
Si presentò Don Guanella all'adunanza degli amministratori, e conchiuse il contratto per lire centodiecimila: versò subito la caparra, tutto quello che aveva: lire cinquanta. Al giorno del contratto versò lire tremila: il resto a poco per volta.
Un gran banchiere
Le suore entrarono felici in quell'edificio, gran quadrilatero con cortile e portici a colonne, con bella chiesa aperta al pubblico.
« Siete entrate, ma avete pagato la casa? », chiedeva un parroco amico dell'Opera alla piccola suora portinaia. Ed ella, con semplicità: « Lo sa il Signore che siamo figlie della Provvidenza; la Provvidenza ci penserà ».
Un parroco andò un giorno a trovare una sua protetta, accolta nell'Istituto di Sant'Ambrogio ad Nemus e, vedendo le suore prive di tutto, domandò: « Come farete ad andare avanti? Siete così povere! ». Rispose la suora: « Don Luigi ci insegna sempre a sperare tutto dal Signore ».
« Il Signore - soleva dire - e un gran banchiere, e ci dà l'interesse più o meno alto, a seconda della nostra corrispondenza alle sue grazie e delle nostre preghiere ».
A rendere più generoso l'aiuto, la Provvidenza mandò un capomastro, Antonio Annoni, che Don Guanella aveva conosciuto a Pianello, durante la villeggiatura.
« Confidate in me - egli disse - lasciatemi fare: ho intenzione di farvi del bene: vi farò più grande il ricovero di Sant'Ambrogio ad Nemus ». Restaurò infatti l'antico convento, e vi costruì di nuovo un'ala di fabbricato, capace di circa duecento figliuole, vecchie, donne bisognose.
Tre colombine
Quando alcuno era aggravato per malattia, Don Guanella sembrava toccasse le corde più belle e più dolci della speranza cristiana, di modo che la morte stessa diventava dolce.
Narravano le suore come assistette nell'ultima malattia la prima suora morta nella nuova Casa di Sant'Ambrogio ad Nemus.
Aveva fatto la sua professione religiosa sul letto della malattia, e le erano state regalate, in quel giorno, tre colombine, che volle tenere in stanza. Essendosi aggravata la malattia, le consorelle volevano toglierle e portarle altrove; ma Don Guanella non volle, perché, oltre che servirle di ricreazione, le avrebbero richiamato, con la loro bianchezza, il pensiero del Paradiso.
Una delle colombine mori pochi giorni dopo: l'altra se ne stava sul cuscino o sulla spalla dell'ammalata, e quando questa, confortata l'ultima volta da Don Guanella, con un sorriso di paradiso sulle labbra, moriva, anche la colombina chinava il capo e spirava.
Mi lasci andare
Ancora nella Casa di Milano, assistette alla morte di una suora consumata dall'etisia. Don Guanella, in ogni sua venuta a Milano, si recava a visitarla, come faceva con tutte, e la confortava col pensiero del premio che Gesù le andava preparando.
Un giorno la suora ebbe a dirgli: « Se è così bello il Paradiso, mi lasci andare lassù ».
« Non ancora », rispose Don Guanella. Insistette, la suora, un altro giorno, affinché le desse il permesso: ed ebbe in risposta che egli doveva recarsi in altra casa, e che al suo ritorno l'avrebbe lasciata partire.
Infatti ritornò la settimana dopo, si recò al letto della suora; ella appena lo vide - era all'ultimo respiro - intonò il Te Deum, e spirò.
XX
PER LA GIOVENTÙ
Don Guanella pensava, da anni, anche alla necessità di provvedere al ricovero dei fanciulli e dei vecchi poveri, a Milano, come nella Casa della Provvidenza a Como.
Istituzioni simili a quella che Don Guanella intendeva iniziare, non esistevano: egli desiderava specialmente ridonare una famiglia, a chi per qualunque motivo l'avesse perduta o sfasciata: gli orfani, non solo, ma anche i senza mamma, in continuo pericolo di crescere discoli, i senza padre, in bisogno di sostentamento, i figli di genitori disgraziati, o colpevoli, o indegni, o figli di poveri lavoratori, costretti a lasciare incustoditi i figliuoli durante il lavoro. Dare a tutti educazione e pane. Rendere tutti in grado di avviarsi a una professione, sottrarre tutti alle influenze del mal esempio e dei pericoli dell'abbandono, ecco lo scopo di istituti speciali per la fanciullezza, la cui organizzazione aveva bene appresa da Don Bosco.
Questi collegi di piccoli, per la prima istruzione nell'età della scuola obbligatoria, avranno impulso sempre più vasto, e assumeranno, nella sua opera, importanza pari a quella dei ricoveri.
Fu definita per questo l'Opera di Don Guanella « una enciclopedia della povertà »: ogni caso contemplato, ogni caso soccorso.
La vendita del « Cairo »
Nella festa patronale di Sant'Ambrogio ad Nemus, il primo giovedì dopo Pasqua, durante il tradizionale pranzo con gli invitati, Don Guanella chiese al padrone dello stabile, presente a tavola: « Quanto vorrebbe per la vendita del suo " Cairo " »?
« Cairo » era detto l'edificio tenuto in parte in affitto da Don Guanella; consisteva infatti in un groviglio di case e cortili, già filanda, poi fabbrica di aste dorate, magazzini, case d'abitazione disordinatamente disposte.
« Non e pane per i suoi denti: non se la caverebbe con seicentomila lire, caro Don Luigi - rispose - non un centesimo di meno ».
« Molto meno - rispose Don Guanella - molto meno ».
Si accontentò per allora di prendere in affitto i locali, aprendovi l'Istituto sognato, il giorno dedicato a San Gaetano.
Ma nel 1903, ottenuto un mutuo dalla Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, e aiutato dal munifico benefattore Antonio Annoni, entrò in possesso dell'intero stabile, per circa trecentomila lire.
Le tasse del ricco proprietario
Un episodio umoristico e a lieto fine. Era appena stata introdotta a Milano la tassa di famiglia; la commissione municipale incaricata dell'accertamento dell'imponibile di fronte alla proprietà della Pia Casa dei Poveri, e a quella dell'Istituto San Gaetano, colpi il « ricco proprietario » d'una ingente tassa, trattandolo da milionario.
Don Guanella ricorse immediatamente, dimostrando come la sua famiglia, che era stata stimata così ricca, da meritare l'onore di una tassa da gran signori, si componeva d'oltre cinquecento membri, tutti poveri o infelici, ai quali più di lui, sarebbe stato obbligato il municipio a provvedere.
Il suo ricorso fu benevolmente accolto, e la tassa ridotta al minimo.
Subito dopo quella discussione, si presentò all'Istituto un signore, chiedendo di parlare con Don Guanella. Gli disse: « Non è giusto che un povero, il quale mantiene tanti poveri, abbia a pagare anche egli la tassa di famiglia ». E gli diede una busta, contenente ben più del necessario per pagare la tassa.
Non si fece conoscere, né si seppe mai chi egli fosse.
Quando il piano regolatore giunse nella sua fase d'attuazione, spianando il vecchio edificio per costruire nuovi grandiosi palazzi, l'Istituto San Gaetano e il Comune stipularono una convenzione, secondo la quale si rendeva possibile il sorgere della nuova sede in via Mac Mahon, sotto il titolo di « Istituto di San Gaetano per i fanciulli poveri ».
Il sindaco socialista di Milano, firmando il compromesso, volle aggiungere l'obbligo di ricostruire l'Istituto in Milano, « perché - diceva - di questi istituti Milano ha bisogno ».
In cerca di miserie
Era familiare a Don Guanella il detto: « Chi dona al povero riceve da Dio ». - « La miseria non basta soccorrerla, bisogna andarla a trovare ».
Ed egli la incontrava nelle strade, tra i rifiuti delle osterie, tra gli scampati dalle carceri, tra i più orrendi a vedersi, tra i rigettati dagli altri istituti, a cui diceva, col sorriso che aveva per tutti: « Fiducia e coraggio ci vogliono! Vi darò da mangiare e da vestire; raccomandiamoci insieme al Signore ». Finito di raccogliere i poveri in un luogo, partiva, non si sapeva spesso per dove, nè per quanto tempo, e ne andava raccogliendo e proteggendo altri in altri luoghi.
Incontrando mendicanti per la strada, vedendo disgraziati nelle case dei contadini, lasciati nell'abbrutimento, si accostava a loro, rivolgeva molte domande, suggeriva o faceva egli stesso pratiche presso autorità o ricoveri, secondo il caso, interessandosi, affinché, dov'era possibile un aiuto, di esso beneficiassero.
Una sera di maggio ritornò accompagnato da un tale, che presentò come un regalo della Madonna. Si trattava di un reduce dal domicilio coatto, per dimostrazioni politiche, non aveva nessun mestiere, e il direttore cercò di allontanarlo dalla casa, portando la ragione che di mangiapane a tradimento ce n'erano già abbastanza.
Don Guanella lo rimproverò per l'espressione che aveva usato, e comandò che non lo si licenziasse; rimase infatti, apprese l'arte del tipografo, e tornò di utilità all'Istituto, fin quando ne usci per formarsi una famiglia cristiana.
Una sera buia, guidato dalla lanterna che un confratello teneva fra le mani, d'un tratto s'accorse che, lungo una via mulattiera, stava sdraiato un ubriaco che dormiva. Don Guanella lo scosse; ma l'ubriaco rispose solo con mugolii. Fece per sollevarlo e caricarselo sulle spalle, ma non riuscì, neppure con l'aiuto del confratello; dovette mandare alcuni uomini a prenderlo.
Quando l'ubriaco si svegliò, il mattino seguente, in una stanza sconosciuta non cessò di ringraziare, oltre che di far promesse.
I discoli
Accoglieva nelle Case molte volte anche ragazzi, così come li trovava per le strade, e senza nessuna formalità li teneva ricoverati, li vestiva, forniva tutto il necessario, fino a quando poteva collocarli convenientemente. I Comaschi li chiamavano «i barabitt de Don Guanella».
Una sera d'inverno comparve accompagnato da un povero stracciato e con faccia patibolare: l'aveva trovato nei pressi della Stazione Nord, senza danaro e senza alloggio. Disse di provvedere a lui per la cena e per l'alloggio. Per la cena, nessuna difficoltà; ma per l'alloggio furono accampati pretesti, dicendo che non c'era posto, che tutti i letti erano occupati.
Per un po' lasciò dire, poi tagliò corto dicendo: - È la Provvidenza che ce lo manda: se non c'e altro posto, si metta nel mio letto.
Visto che diceva seriamente, si trovò subito il posto per metterlo a dormire. Al mattino si cercò quell'uomo, e non fu trovato: si verificò se fossero scomparse le lenzuola e le coperte: no, vi era ancor tutto. Quando si disse a Don Guanella che non aveva portato via nulla, si mise a ridere per la diffidenza mostrata.
Fino all'eccesso?
« In occasione d'un congresso cattolico - attesta un sacerdote - per avere alloggio, mi portai con un compagno a Sant'Ambrogio ad Nemus. Qui trovammo Don Luigi, il quale, avendo noi richiesto se ci poteva dare un posto per dormire, subito accondiscese. Noi infatti riposammo in camera, che era quella di Don Luigi stesso. Al mattino, chiesto dove egli avesse riposato, ci fu risposto che egli aveva passato la notte in un cantuccio ».
Per alloggiare un parroco, essendo tutti i letti occupati, cedette il proprio, e passò tutta la notte in chiesa davanti al Tabernacolo.
Mancando le lenzuola per il letto di un ammalato, si privò delle sue per cederle al povero ricoverato.
Ricordava ancora molti anni dopo un sacerdote compaesano: « Trovandomi una volta a Campodolcino, sull'alpe di Gualdera, a mezzogiorno, si improvvisò su due sassi una tavola con polenta, latte e formaggio. Prima di mettersi a mangiare, Don Guanella chiese se intorno non ci fosse qualche povero; essendogli stata indicata una vecchia, la fece venire a partecipare alla modesta mensa ».
Alle volte la sua carità, ritenuta eccessiva, incontrava difficoltà da parte dei confratelli o delle suore: impedito di dare, gettò dalla finestra il suo obolo per un povero; a un altro, non sapendo che cosa offrire, gettò dalla finestra un paio di scarpe nuove.
Le tasche vuote
Fu detto di lui, tra il serio e il faceto, che aveva la mania di aver sempre le mani e le tasche vuote. Molte volte capitandogli infatti di trovarsi nell'occasione di aiutare opere buone, dimenticava di essere lui un bisognoso, un questuante, e dava quanto poteva, tutto quello che aveva, specialmente per nuove chiese, per istituzioni in via di formazione.
Un giorno, entrato nella chiesa di San Carlo al Corso in Roma, seppe che si studiava un progetto per un monumentale altare del Santissimo Sacramento. Egli incoraggiò i promotori della santa iniziativa, e per il primo fece la sua offerta, dando tutto quello che aveva nelle sue tasche: un ventino! Quando l'altare sorse nella sua maestosa bellezza, in omaggio a Pio XI, che là, davanti al cuore di San Carlo, aveva celebrato la sua Prima Messa, fu rievocato con edificazione l'umile e significativo gesto di Don Guanella.
In carrozza
« Ricordo - dice un confratello - che quando lo conducevo in carrozza alla Casa di Santa Maria di Lora o a quella di Cernobbio, prendeva sempre con se qualcuno dei bambini impossibilitati a camminare o privi dell'uso delle gambe.
Una volta, ritornando da Lora in carrozza, si incontrò con un povero vecchio; egli discese, fece salire il vecchio, e comandò di condurlo fino a un vicino paese.
Voleva bene ai poveri e ai vecchi, faceva loro piccoli doni, li accarezzava, e imponeva loro le mani sul capo. Forse - fu notato - la maggior parte di essi, dalle ultime carezze della mamma, mai altre da nessuno avevano più ricevuto!
Confidava nella carità come nel più sicuro capitale: « Come una pianta di vite - diceva - potandola s'irrobustisce e diventa più produttiva, così le offerte per i poveri, più si elargiscono in soccorso per essi, più ne riceviamo altre come da inesauribile fonte ».
XXI
FERVORE DI OPERE
La Casa della Provvidenza si poteva dire ormai conosciuta dovunque, e fin dove ne arrivava la fama, si ammirava la sua benefica attività. Perciò da varie parti d'Italia affluivano domande d'apertura di Case, che Don Guanella esaudiva con prudenza e con ardimento di generosità insieme.
Non possiamo seguire la storia di ogni fondazione: ognuna ebbe un inizio provvidenziale, anche quando in apparenza non sembra essere stato che casuale. Quella di Belgioioso, ad esempio, ebbe per occasione la questua di due suore.
Nel Lodigiano, a Livraga, un'altra Casa si costituì, la cui origine e narrata dal parroco stesso che vi cooperò: « Dovevo recarmi a Como, per raccomandare a Don Guanella una ricoverata. Accolto con rara cordialità, mi trattenne alcune ore con sè; e poi, discorrendo della Casa, mi fissò due occhi in fronte e mi disse: « Lei dev'essere un predicatore e un missionario ».
Sì - risposi - ma predico alla buona ».
« Io sono imbarazzato - ripigliò lui - a cercare un predicatore per dare gli esercizi spirituali alle mie " martorelle ", e la pregherei di farmi la carità, disponendo di una settimana, per fare a queste un po' di bene ».
« Tale e tanta e la cortesia che mi usa - risposi - che accetto senz'altro ».
« Al termine degli esercizi - e lo stesso che continua a parlare - fui così contento dello spirito di abnegazione e di sacrificio che dimostravano verso di me i poveri ricoverati, che dissi a Don Guanella: " Desidero da tempo domandare le suore per la mia parrocchia. Se potrò combinare per la casa, scriverò ed ella non mi dirà di no " ».
Fin dal 1865, era passata al demanio, in seguito alle leggi di soppressione, e dal demanio era stata venduta a privati, la « Casa di Santa Teresa », già delle Orsoline. Gli acquirenti, tenendo conto della provenienza della proprietà, si presentarono a Don Guanella, dicendosi disposti a cederla, a favorevoli condizioni, affinché servisse per Asilo, Orfanotrofio e Ricovero femminile.
Per le nubili
Il prevosto di Saronno, amareggiato un giorno da un caso pietosissimo, disse sul pulpito che ardentissimo suo voto sarebbe stato di provvedere alle nubili non abbastanza agiate per vivere da sè, non capaci di guadagnarsi la vita.
Un'anima pia pensò come dar corpo al pensiero santo.
« Là in fondo al paese, dove l'aria è buonissima, in faccia ai monti, donna Vittoria Lucini possiede quarantaquattro pertiche di terreno fertilissimo, con una casa colonica e una piccola stalla. Non potrebbe quello essere il vivaio dell'Opera desiderata? ». Scrisse a Don Guanella, e poco dopo quella proprietà divenne delle Opere della Divina Provvidenza.
La casa, allestita con sollecitudine, adattata ai nuovi usi, fu posta sotto gli auspici della gloriosa protettrice delle vergini Sant'Agnese.
Dopo una visita Pastorale Monsignor Valfre, come abbiamo visto, a Don Guanella raccomandava prudenza, fino al punto di dirgli, il giorno in cui l'ossequiava prima di partire per il Giubileo a Roma nel 1900, che lo benediceva a patto che « non aprisse più nuove case, e attendesse a consolidare quelle esistenti ».
Poco dopo il vescovo faceva la visita pastorale in Valtellina, a Ardenno, dove constatò la necessità di provvedere con un'Opera benefica a numerosi casi di miserie compassionevoli.
Si trattava di raccogliere i deficienti, i disgraziati di mente, i privi affatto del bene dell'intelletto, per un complesso di cause, in percentuale elevata, tra paesi di popolazioni povere, costrette all'emigrazione. Quegli infelici diventavano il ludibrio comune, dovevano darsi all'accattonaggio, giacevano nelle case, nei cortili, nelle stalle, sui fienili come abbrutiti: e disordini morali ne conseguivano di eccezionale gravità.
Il vescovo stabili col parroco di provvedere, almeno per quel numero di ricoverandi a cui più urgeva il soccorso. Non si presentava altra possibilità: ricorrere a Don Guanella.
Un sorriso
Don Guanella fu chiamato dal vescovo, il quale gli disse senza preamboli: « Bisogna che ella fondi una Casa ad Ardenno, e subito ».
Rispose Don Guanella: « Torno or ora da Roma; vostra eccellenza, prima di partire, mi aveva
detto che là mi avrebbe appoggiato alla sola condizione, che avessi smesso l'idea di nuove fondationi e pensassi soltanto a rassodare le esistenti ». Il vescovo sorrise.
« Però - continuò Don Guanella - agli ordini del mio vescovo sono felice di piegarmi e ripetere: comandate e obbedirò ».
Allora il vescovo, che con un sorriso aveva abilmente appianato la via, disse: « Si, le ordino di aprire ad Ardenno non una Casa, ma due, una maschile e una femminile ».
Al cenno di lieta meraviglia di Don Guanella, aggiunse: « Si affretti, Dio l'accompagni e la benedica ».
Non c'era bisogno di dire a Don Guanella di accelerare il passo, per dar vita a istituzioni simili a quelle desiderate: vi si accinse col cuore pieno di ardore e con più che pronta volontà.
Un giardino di fiori
La Provvidenza mandò a Don Guanella, nel 1900, un giardino di fiori, alberato di oleandri e d'olivi, coltivato a vigneti, prospiciente uno dei più incantevoli panorami del lago di Como, a Menaggio: una villa civettuola, in mezzo al verde, già delizioso soggiorno di una ricca signora, la contessa di S. Rocco, che l'aveva fatta costruire nella Svizzera, premiare a un'esposizione mondiale di Parigi, e trasportare a pezzi lassù.
Ella cedette tutto a Don Guanella, affinché, in quella posizione splendida, perpetuasse una delle sue istituzioni.
Vi stabili l'« Asilo degli Olivi », con un primo gruppo di deficienti e idioti di famiglie signorili, non meno bisognosi dei poveri di pietoso ricovero.
All'inaugurazione, raccolse tutte le ricoverate, e fece un gran falò di fascine, al canto delle litanie. « Quei di Menaggio vi diranno pazzerelle; ma non importa, ringraziate e lodate il Signore », disse esultante per quel gioiello che veniva ad accrescere la corona delle sue opere.
Sul pendìo d'una rocca
In bella posizione, sul lago di Como, costituì pure la Casa dedicata a Sant'Antonio, poco discosta dalla rocca di Musso, resa celebre da Gian Giacomo De' Medici e da memorande imprese guerresche.
Sul pendìo di quella rocca, quasi a piombo sul lago, verso il 1880, per dare lavoro ai contadini, e alla famiglia un delizioso soggiorno estivo, il nobile Giovanni Manzi creò un parco ameno, ricco di piante e di fiori, con intrecciati viali, che danno al luogo un singolare aspetto di eleganza e di ardimento insieme.
Don Guanella, che ammirava i lavori di costruzione, s'invaghì del luogo, che si stende, si direbbe, senza scopo, lontano dall'abitazione, ad abbellire un solitario sperone di fortezza, e vi fece intorno poetici progetti.
« Don Giovanni - disse un giorno tra il serio e il faceto al proprietario, che dirigeva con passione i lavori - perché non ingrandisce il grandioso giardino-parco di Musso, con una casa per nobili decadute? L'Ospizio di Pianello potrebbe prenderne cura e direzione ». E si offriva a fare dell'incantevole luogo una descrizione, che apparve nel 1884, su « L'Ordine » di Como.
Rispose il signore sempre in tono di scherzo: « Bei sogni del curato di Pianello! ».
Alla morte del nobile Giovanni Manzi, avvenuta improvvisamente, nel 1883, nello stesso giardino-parco, tutta quella distesa di verde e di fiori rimase silente oasi di bellezza e di pace; ma l'idea di Don Guanella, di avere, in quella posizione una casa per signore decadute, espressa in tono scherzoso e con intenzione seria, fece molto cammino in breve tempo.
Casa di riposo
Sorgeva, vicino al giardino-parco e alla Rocca di Musso, in località Genico, la villa in cui Don Guanella aveva conosciuto il capomastro Antonio Annoni, il munifico benefattore delle Case presso Sant'Ambrogio ad Nemus in Milano. Quella villa situata su di un poggio, con meravigliosa vista dei monti e del lago, passò in dono a Don Guanella che, vi stabilì, denominando la nuova Opera a Sant'Antonio, una Casa di riposo per le suore e per ricoverate convalescenti: intendeva pure destinarla alla preghiera perenne di impetrazione e di riparazione, mediante l'adorazione notturna del Santissimo Sacramento.
Un lieto equivoco
Nella Valsassina, a Barzio, pittoresco paese di villeggiatura, sorse una Casa di Don Guanella - come egli stesso scrisse - « per un felice malinteso ».
Invitato a Barni, in Valsassina, patria dell'apostolo delle morette Don Biagio Verri, che dall'Africa portava fanciulle, strappate ai mercati di carne umana, per collocarle in istituti italiani ove dar loro cristiana educazione, Don Guanella accondiscese a stabilire una delle sue fondazioni. A questo scopo vi accorse e appena arrivato si recò al cimitero, desideroso di celebrare sulla tomba dell'insigne apostolo. Si trovò invece davanti il vecchio parroco... di Barzio, che rise cordialmente dell'equivoco, ed esclamò: « La Provvidenza ha cambiato le carte in mano; ma non me ne dolgo ».
Il paese era in festa per il suo cinquantennio di ordinazione sacerdotale; nulla di meglio che lasciare a Barzio, come ricordo perenne di quella fausta ricorrenza, quanto Don Guanella era disposto a dare a Barni.
Vi andarono infatti le suore per un Asilo, per l'Oratorio e per la Scuola femminile di lavoro, e vi fondarono poi anche un Ospizio per orfani, vecchi e semideficienti.
A scherzare con la Provvidenza - si disse da chi commentò gustosamente l'equivoco - Don Guanella era abituato, come uno... di casa.
XXII
IN TUTTA L'ITALIA
Durante il Congresso Nazionale Eucaristico, tenutosi a Venezia nel 1897, monsignor Giuseppe Callegari, Vescovo di Padova, conoscendo i frutti di bene delle Opere di Don Guanella, fece voti affinché il Veneto ne potesse essere avvantaggiato. Don Guanella, che in quell'occasione conobbe da vicino il Patriarca Giuseppe Sarto, fece comprendere che, se la Provvidenza l'avesse chiamato, non avrebbe opposto un rifiuto.
« Si stava cenando, in una sera rigida d'inverno del 1898 » - e Don Guanella che racconta - « quando si presentò un sacerdote grande di corpo quanto di cuore, che ci propose il ricovero di due vecchi sacerdoti della diocesi di Adria, estremamente bisognosi, perché caduti nella povertà e infermi di paralisi. Essi furono ricevuti e assistiti con carità e pazienza per alcuni anni, fino alla morte. Quell'atto piacque tanto al vescovo di Adria, monsignor Antonio Polin, che apri le porte del seminario di Rovigo a numerosi chierici aspiranti a diventar Servi della Carità, e li ammise agli Ordini Sacri.
Per i sacerdoti invalidi
« Il sacerdote che aveva invocato il ricovero per i due vecchi e infermi, tornò al suo paese infiammato dal desiderio di dotare la sua diocesi di una casa adatta e sufficiente al ricovero dei ministri dell'altare invalidi per età o malattia, e poco dopo scrisse a Don Guanella, indicandogli l'opportunità di acquistare un grandioso palazzo, circondato da esteso terreno, a Fratta Polesine, popolosa borgata sulla linea che da Rovigo conduce a Legnago e Verona.
« La proposta fu accettata, si passò all'acquisto, e si mise mano alle opere di adattamento ».
I primi d'aprile del 1900, s'inaugurò la nuova Casa. La beneficenza fece prosperare l'Istituto, divenuto successivamente, con nuove costruzioni e adattamenti, « Casa ecclesiastica di sacerdoti bisognosi », ricovero di vecchi, di vecchie croniche, di orfanelle, di deficienti; ebbero poi vita un Oratorio maschile, tra i primi aperti nel Polesine, un Asilo infantile, l'Oratorio femminile e una Scuola professionale di lavoro per le ragazze del popolo.
A questo nuovo complesso di opere, provvide una munifica signora, Maria Cagnoni in Palazzi, che aveva avuto il dolore di perdere, in un disastro ferroviario, il marito e l'unica figlia diciottenne; per onorarne la memoria, la conservava così perennemente viva in un monumento di carità.
Missionario tra i socialisti
Nella borgata di Trecenta, nell'alto Polesine, Don Guanella fu invitato, si può dire, come missionario, avendovi il socialismo, fin dalla sua prima importazione in Italia, messo profonde radici, e a piene mani seminato l'irreligione nel popolo.
Un sacerdote, avuta in eredità dalla pia signora Amalia Maggioni Colognesi una proprietà nel centro del paese, vi adattò una piccola Casa della Divina Provvidenza; appena le suore vi si recarono, si videro circondate da una folla di bambini e di giovinette, e quando incominciarono ad affluire i ricoverati, si trovò urgente provvedere a sede più ampia.
Dal Polesine, l'Opera di Don Guanella si estese al vicino Ferrarese, dove pure il socialismo imperava. « Chi non conosce il Ferrarese » - scriveva un sacerdote a Don Guanella - « la cosiddetta terra classica del socialismo? Chi non ha sentito ricordare Berra, dove il proletariato scrisse una delle sue pagine di sangue nel conflitto di Ponte Albersano? ». Un sacerdote osò perfino scrivere queste parole: « La sete di sempre maggior bene per le anime fa sognare continuamente all'anima buona di Don Guanella l'invio delle sue suore nei luoghi di missione, fra gl'infedeli.
« No, ottimo Don Luigi; non disperdete le forze preziose dei vostri seguaci, in terre lontane, fra barbari e selvaggi: qui, nella nostra bella Italia, coperta dal tersissimo cielo turchino che innamora l'Europa tutta, vi sono plaghe misere di fede, vi sono popolazioni che non conoscono la nostra santa religione se non per vilipenderla e calpestarla; vi sono paesi interi asserviti alle idealità più abbiette di egoismo e di freddo materialismo.
« A queste plaghe, a queste popolazioni, a questi paesi facilitate l'apertura di una vostra Casa di carità, a loro inviate gli apostoli della vostra bontà veramente cristiana, eminentemente popolare, e ne trarrete frutti insperati per le anime, per la civiltà, per la patria ».
« Prenda nota »
Per merito dello zelantissimo parroco, si apriva a Berra un Asilo infantile e una Scuola femminile di lavoro, alla cui direzione venivano chiamate le suore di Don Guanella.
Non poté non accettare anche di incorporare nell'Opera sua, per infondere vitalità nuova, un piccolo Istituto per fanciulli poveri a Gatteo, paese della Romagna, fra Cesena e Rimini.
L'aveva fondato nel 1883 un sacerdote di virtù esemplare, Don Luigi Ghinelli, impegnandovi ogni suo risparmio, per dare ai piccoli più bisognosi di assistenza, cristiana educazione e preparazione al lavoro.
Preoccupato della continuazione dell'opera sua, entrò in trattative per affidare tutto alla Congregazione, prima di morire. Non avendo ricevuto subito risposta affermativa, Don Ghinelli ricorse a una via più sicura di quella delle trattative.
Saputo che Don Guanella era molto stimato e amato da Pio X, in udienza pontificia, espose la sua intenzione, chiedendo consiglio.
Gli rispose Pio X: « Sì, fate bene, perché Don Guanella è un santo, un vero santo da miracoli, che ha dalla sua la Provvidenza ».
« Santo Padre » disse Don Ghinelli « favorisca parlargliene lei ».
« Sì » rispose Pio X « viene di frequente da me, e alla prima occasione gliene parlerò ».
« Ne prenda nota » insisté il sacerdote.
« Benedetto figliuolo, gliene parlerò » replicò il Papa. Ma Don Ghinelli, battendo la mano sul braccio di Pio X, insisté: « Prenda nota, perché Vostra Santità ha molte cose per la testa e potrebbe dimenticarsi ».
Pio X sorridendo, dovette prendere il suo taccuino di appunti, e fare, ben sottolineata, la nota.
Una Casa dopo l'altra
Entrata la piccola istituzione in più vasta orbita, che aumentò la beneficenza e consolidò, mediante l'assistenza delle suore, le molteplici forme di carità, poté in più ampia misura corrispondere alle sue finalità, provvedendo anche a un Ricovero per la vecchiaia e a un piccolo Ospedale.
Don Guanella accolse l'invito, ripetuto dal Vescovo, dal Municipio, dalla Congregazione di Carità, di aprire una Casa a Ferentino, in provincia di Frosinone, dove il vescovo Vincenzo Maciotti aveva lasciato un legato per una istituzione a vantaggio :degli orfani; in un antico convento di Francescani, adattato allo scopo, poté prendere posto anche un Ricovero per vecchi, oltre l'Orfanotrofio, di cui da tanto tempo era ritenuta grave e urgente la necessità.
Sventura nazionale
L'8 settembre 1905, la Calabria venne sconvolta da immane terremoto: tra i primi a soccorrere i fanciulli colpiti da tanta sventura, accorse da Milano Padre Gerardo Beccaro, che, fin dal 1903, aveva preso a cuore piccoli derelitti, accolti in colonie agricole.
Don Guanella - trattenuto, si può dire, a forza, dal compiere uno slancio eroico in quella tragica ora - si valse della sua intima amicizia con lui, per portare il suo generoso contributo di carità.
I derelitti raccolti dagli sventurati paesi della Calabria, trovarono non solo il primo ricovero nell'Istituto di San Gaetano, ma anche la paterna assistenza di Don Guanella, intorno al quale i suoi sacerdoti e le suore prodigarono sacrifici e premure, a nessuno secondi nella gara di carità che si suscitò in tutta l'Italia.
Allo spirare dell'anno 1908, un altro terremoto violento seminò di rovine e di morte le Calabrie e la Sicilia: popolazioni terrorizzate fuggenti, intere famiglie sepolte vive sotto le macerie, Messina in parte distrutta, orribilmente danneggiata Reggio, sconvolti numerosi Comuni.
«Vado in Calabria»
Sensibile a quella sventura nazionale, Don Guanella si sentì in dovere di effondere la sua carità alle vittime, accorrendo immediatamente sul luogo della sventura.
« La mattina di buon'ora - racconta Padre Benedetti, il Redentorista confidente e consigliere - mi si presenta con la valigetta in mano. Veniva dalla stazione ferroviaria; aveva viaggiato tutta la notte.
« Che di nuovo, Don Luigi, che di nuovo? ». « Se . nulla ha in contrario - mi disse - vado subito in Calabria ».
« No, Don Luigi carissimo, no ».
« La ragione del mio no era perché in quel tempo si trovava nella necessità di moderare il numero delle opere di beneficenza, e d'aumentar piuttosto il numero dei soggetti che dovevano dirigerle.
« Riconobbe, secondo il solito, anche in questo, la volontà di Dio, e si trattenne. Però la sua sete di carità non era appagata: pensò al modo di non andare incontro agli inconvenienti che io gli aveva fatto prevedere, e il 4 gennaio 1909 mi scrisse da Milano: « Mi sono offerto a Roma, a Milano e a Como per ricoverare qualche orfano o vecchio sopravvissuto ai disastri di Calabria ».
In memoria di un fanciullo Dopo quella sventura nazionale, ebbe frequenti rapporti con monsignor Morabito, vescovo di Mileto in Calabria, il quale più volte lo pregò di mandare sue suore a dirigere un orfanotrofio.
I coniugi Lacquaniti Argirò di Laureana di Borello, avendo perduto nel 1908 l'unico figlio di dieci anni, durante il terremoto di Messina, dov'era in collegio, vollero donare al loro paese un asilo, che restasse monumento vivo e perenne in suo suffragio e in sua memoria.
Don Guanella rispose che non poteva accogliere la loro domanda; ma essi - forse avevano conosciuto la via praticata da Don Ghinelli? - si recarono appositamente a Roma, ed espressero la loro pia intenzione in una udienza al Santo Padre Pio X, il quale li confortò dicendo: «Vi benedico, e vi assicuro che Don Guanella adempirà pienamente i vostri desideri». Invitato dal Papa, D. Guanella apri la nuova Casa.
XXIII
TRA I PROTESTANTI
Una seria malattia - la pleurite - colpi Don Guanella nel 1897, e il medico gli comandò di passare un mese di convalescenza a Montespluga.
Là trovò alcuni sacerdoti di Milano e Pavia, conversando coi quali, in amichevole compagnia, senti meno triste il forzato soggiorno.
Fu durante quelle conversazioni, che il discorso frequentemente cadde sulla vicina Svizzera, divenuta in gran parte protestante nel secolo decimosesto.
Con commozione, Don Guanella entrò anche nella chiesa cattolica di Andeer, fondata dallo zio Don Gaudenzio Bianchi; ricordi e progetti gli turbinarono nella mente, e una domanda rivolgeva insistente a se stesso: « Perché non edificare una cappella, una stazione cattolica a Splügen, a servizio dei pastori e braccianti che vi convengono per lavoro, e a beneficio delle famiglie villeggianti? ».
Non tardò un'occasione provvidenziale per incominciare: albergatori del luogo si rivolsero ai sacerdoti in cura, chiedendo il favore di celebrare una Santa Messa per i villeggianti. Il desiderio fu immediatamente esaudito.
Don Guanella pensò subito come rendere permanente quel servizio religioso tanto accetto ai fedeli, fin dalla prima volta che poterono assistere al Divin Sacrificio, in una terra dove da secoli era cessato.
« Ammiro il suo coraggio »
Un giorno si recò sul valico donde contemplava la vallata, coi monti fiancheggianti il Reno; pregò a lungo, poi prese una decisione: l'erezione di una chiesa cattolica a Splügen.
Il vescovo, di Coira, benedicendo il progetto, gli diede un'offerta, aggiungendo: « Ammiro il suo coraggio », e a opera compiuta, espresse il desiderio che il servizio religioso si estendesse a tutta la valle, a vantaggio dei pastori, segatori, braccianti e operai italiani in quella regione, facendo rivivere anche la stazione di Andeer, da molti anni vacante. Stazione cattolica significa una parrocchia in terra di missione.
Un anno dopo, ricevette insistente l'invito di estendere l'opera sua anche al Piccolo Collegio di Roveredo, che quarant'anni prima, quando nel Canton Ticino era stato soppresso l'insegnamento religioso, un benemerito sacerdote aveva fondato per i figli del popolo del Cantone stesso, della Valle Mesolcina e della Svizzera tedesca.
Il vescovo di Coira non mancò di rilevare le difficoltà: « Provatevi - disse - ma sarà tempo e danaro sprecato; nelle attuali circostanze, non può vivere un collegio nella Mesolcina ».
Fiducioso nella Provvidenza, Don Guanella si accinse a dare nuova vita a quel collegio, detto di Sant'Anna, destinandolo ad accogliere giovinetti di famiglie meno abbienti e disagiate. Vi apri anche una Scuola Agricola, che, nei suoi intendimenti, doveva recare anche sensibili vantaggi al luogo.
Una valle senza Sacerdoti
Dai risultati ottenuti nella Valle del Reno, in Diocesi di Coira, si senti incoraggiato a tentare una impresa che si presentava più ardua: la penetrazione nella Valle Bregaglia, che, unica fra tutte le valli svizzere, non aveva permesso mai che vi sorgesse il culto cattolico, dal 1550 in poi.
Aveva detto un giorno il vescovo di Coira: « Ricordo che erano pochissime le valli della diocesi, in cui si celebrasse il rito cattolico, e ricordo che erano pochissimi i cattolici a Coira. Ora di cattolici ne abbiamo moltissimi, e di valli eretiche, senza un sacerdote, non abbiamo che la Val Bregaglia ». E aveva espresso una speranza: « Non mi rimane che provvedere alla Valle Bregaglia ». Gli rispose Don Guanella: « Permetta a me di fare la prova, e mi benedica ».
Il vescovo accettò esultante, e gli disse: « Vi benedico con i settemila franchi che vi dò per aprire una stazione ».
Nel 1900, Don Guanella acquistò, in posizione facile per le comunicazioni con molti paesi, a Promontogno, un caseggiato in legno di recente costruzione: diciotto locali, circondati da frutteto, orto, prati e castagneti. Quattro ne trasformò in chiesa, e per la prima volta dopo la riforma protestante, vi celebrò la Santa Messa.
Tra antiche rovine
Un giorno, recandosi con amici a Casaccia, ultimo paese della valle sotto il Maloia, ammirò i ruderi di una chiesa, le cui primitive memorie sono anteriori al mille; l'avevano riedificata i Benedettini, che vi stabilirono un monastero nel 1359. Un sacrilego apostata, nel 1551, aveva fatto gettare nel fiume Mera le reliquie del Santo titolare Gaudenzio (il giovane portoghese, che, esule per causa di Cristo, là s'era rifugiato, meritando la corona del martirio) e aveva dato il tempio in uso ai protestanti, i quali lo lasciarono cadere in lacrimevole rovina.
Alla vista di quelle muraglie diroccate, essendo la volta caduta, Don Guanella si senti profondamente commosso, e concepì l'idea di ricopiare quella storica chiesa, idealmente ricostruita, a Vicosoprano, in sostituzione della provvisoria cappella di legno. Un ingegnere fece i rilievi, e ne compi il disegno: la chiesa, in onore del Sacro Cuore e di San Gaudenzio, rapidamente sorse, nel 1909, insieme all'annesso Ospizio per cura climatica, proprio sul terreno chiamato dai protestanti « Campo di San Gaudenzio » dalla tradizione ritenuto luogo del martirio.
Pio X donò l'artistico tabernacolo, ricco di marmi preziosi e di ceselli in bronzo, già offerto a Leone XIII dalla città di Pisa.
In breve l'avversione dei protestanti si mutò in rispetto, in simpatia anche; si udivano le fanciulle protestanti, che vedevano la processione del Corpus Domini e la Prima Comunione, esclamare: Com'è bello essere cattolici! Se fossimo cattoliche anche noi! ».
Un eroe cristiano
Un'altra fondazione nella Svizzera trasse le sue origini da un fatto tanto commovente.
Il giovane avvocato Luigi Rossi, invitato, a ventisei anni, a presiedere al governo del Cantone Ticino, rispose: « Per amor di Dio e della patria assumo l'ufficio, ma prevedo che per amor di Dio e della patria dovrò presto morire ».
Infatti, poco dopo, 1'11 settembre 1890, fu assassinato a Bellinzona.
La piissima madre appena conobbe la notizia del martirio del figlio, esclamò: « Vado subito in chiesa a ricevere la Santa Comunione e a pregare per lui e per i suoi uccisori ». Ritornata dalla chiesa, fece conoscere un suo proposito: « Voglio costruire una chiesa e un asilo in memoria del mio carissimo Luigi ».
Nella sua casa, a Capolago, l'infelice madre dispose che Don Guanella stabilisse un'opera benefica in cui, la buona signora, divenuta quasi cieca, passò i suoi ultimi anni.
XXIV
DEVOTO PELLEGRINO
Più di un milione di pellegrini rese omaggio a Leone XIII nella ricorrenza del Giubileo del 1900. Don Guanella esultò al vedere provenienti da ogni parte figli devoti al Vicario di Cristo, ed egli stesso più volte guidò pellegrinaggi diocesani a Roma e Pompei, felice di avvicinare anime al centro della cristianità, e farle ritornare ripiene di fascino, l'antidoto più sicuro contro il veleno del disprezzo, da troppi propagandato contro il Vaticano.
Durante il pontificato di Leone XIII, presero pure consolante sviluppo i pellegrinaggi mariani a Lourdes, e i Congressi Eucaristici internazionali. Don Guanella neppure da questa vitalità cattolica del suo tempo rimase assente. Nel 1903, riconoscente per le innumerevoli grazie onde la Vergine Immacolata di Lourdes gli fu prodiga in ogni tempo e in difficoltà gravissime, senti il dovere di supplicarla nel suo santuario prediletto; nel settembre del 1908, invitato a recarsi a Londra per il Congresso Eucaristico Internazionale, si unì col pellegrinaggio italiano.
In Terra Santa
Quando, nel 1902, il Comitato « Pro Palestina » indisse un pellegrinaggio nella patria di Gesù, presieduto dal Cardinale Ferrari, vi aderì col desiderio di poter soddisfare alla sua devozione, e nello stesso tempo di portare uno spirituale vantaggio all'opera sua.
I pellegrini si diedero convegno a Roma: celebrata la Santa Messa all'altare della Cattedra di San Pietro, e benedetto il vessillo che recava la croce rossa gerosolimitana col motto « Amor Christi crucifixi trahit nos », Leone XIII li ricevette in speciale udienza, dicendo loro: « Quando sarete sulle spiagge incantate d'Oriente, dove Cristo versò il suo sangue divino, e dove la porpora dei tramonti meravigliosi pare rispecchi l'onda purpurea, redentrice degli uomini, corsa su questa terra, volgete lo sguardo alle spiagge non meno belle e care d'Italia, e a Colui pensate, nel quale si rinnovella la passione di Cristo, tuttodì abbeverato di fiele e di aceto ».
Da Napoli, sul piroscafo « Indipendente » i pellegrini salparono, percorrendo l'itinerario attraverso lo stretto di Messina, facendo sosta al Pireo, per visitare poi Atene, sbarcando a Beyrouth, poi a Caifa.
I pellegrini visitarono con profondo spirito di fede la Terra Santa: il Carmelo, Nazareth, il lago di Genezareth, le rovine di Magdala, Betsaida, Cafarnao; le vette del Tabor e il Libano; il fiume Giordano; la pianura di Esdrelon; Gerusalemme, la città santa.
Al Calvario
Qui, preceduti dal vessillo del pellegrinaggio, in corteo, si diressero al Calvario e al Santo Sepolcro, dove Don Guanella volle passare ore ed ore, e una notte intera nell'edicola sacra, che custodì Gesù dopo la sua immolazione sopra la croce.
A Gerusalemme percorse i luoghi della Via Crucis, levando, per rispetto e penitenza, le scarpe; conservò le calze che aveva ai piedi durante quel pio viaggio, e volle che gli fossero riservate per rimetterle alla sua morte, per il viaggio, dalla terra al cielo, incontro a Gesù.
I pellegrini, compiuta una commovente cerimonia al Santo Sepolcro, si imbarcarono seguendo un itinerario ridotto, senza toccare l'Egitto né Malta, per le condizioni sanitarie dell'Oriente, dove erano avvenuti casi di colera.
Un'offerta
Durante il pellegrinaggio, un vescovo americano gli offri un appezzamento di terreno, con casa e sufficiente reddito, affinché le suore custodissero l'Hortus conclusus fuori di Betlemme, oltre le vasche di Salomone.
Per incresciosi malintesi, le trattative non ebbero buon esito, e la pia fondazione fu affidata alle Suore dell'Orto, istituite da Sant'Antonio Maria Gianelli.
« Invece delle Guanelline, sono andate le " Gianelline " », si disse allora per scherzo, a commento dell'accaduto.
Un colloquio e un contratto
Andando un giorno in vettura, da Gerusalemme a San Giovanni Montano, con monsignor Radini Tedeschi, questi gli fece una proposta: « Don Guanella, prenda lei la colonia di Monte Mario ».
Nella zona di Monte Mario in Roma, nel 1901 era stata iniziata una Colonia Agricola con Scuola d'agricoltura, per giovani raccolti dall'Opera per la conservazione della Fede; ma non dava speranza di vita duratura.
Don Guanella ascoltò la proposta, si riservò tempo per riflettere, e rimandò a miglior tempo la continuazione del discorso sull'argomento.
Recatosi a Roma nel maggio del 1903, s'incontrò, per caso, in San Pietro, con monsignor Radini Tedeschi, il quale lo fermò dicendogli: « Che combinazione! Proprio ieri le avevo scritto a Como, invitandola a Roma per conferire sulla sorte della Colonia di San Giuseppe ».
Si iniziarono le trattative: la gioia di poter lavorare per il bene nella Capitale del Cattolicesimo, e di avere una Istituzione sua all'ombra del Vaticano, non lasciarono a Don Guanella neppure un dubbio sull'opportunità di accettare.
Concluso l'acquisto, i figli di Don Guanella prendevano possesso della Colonia San Giuseppe di Monte Mario, per darle nuovo sviluppo.
Così Don Guanella si portò a Roma, secondo il suo vivo desiderio di essere vicino al Sommo Pontefice, nel centro della Cristianità, per dare all'Opera sua quell'esuberante vitalità che invocava dalla Provvidenza.
XXV
NELL'ETERNA CITTA’
A Roma iniziò subito un piccolo Ricovero per le figliuole deficienti; vedendo che l'istituzione corrispondeva a una grande necessità, cercò una sede più ampia; mise l'occhio dapprima sulla Villa Pia, già villeggiatura del Seminario Pio, poi sul Convento dei Carmelitani Scalzi a San Pancrazio, passato dal fisco al municipio di Roma, dopo la loro soppressione nel 1870.
A questo edificio, in posizione incantevole e comoda, a breve distanza dal Vaticano, sul Gianicolo, diede la preferenza, e ne parlò in un'udienza col Sommo Pontefice Pio X.
« In Roma - gli disse - centro della carità, non esiste ancora un Istituto per le povere deficienti. Se Vostra Santità acconsente, diviserei di costruire una Casa per le scarse di mente nel Convento già dei Carmelitani Scalzi, attiguo alla Basilica di San Pancrazio ».
Il Santo Padre cordialmente acconsentì.
«Ebbene - continuò Don Guanella - Vostra Santità si degnerebbe di accettarne la dedica?». Pio X rise; e con la bonarietà che gli era familiare, rispose: «Sì, sì, fatemi pure capo dei vostri deficienti, immortalatemi con essi, chiamate pure il nuovo Istituto "Ricovero Pio X"».
Volete fabbricare una chiesa?
A chiusura dell'inaugurazione del Ricovero, disse alla folla convenuta, che solo una parte del suo sogno s'era avverata: un'altra parte restava nel desiderio tanto vivido, da non lasciargli pace. Sognava una chiesa nella posizione più abbandonata di Roma, che, pur vicina al Vaticano, mancava di sufficiente assistenza religiosa.
Un giorno, durante un'udienza, Pio X d'un tratto rivolse a Don Guanella una domanda che esprimeva anche un desiderio: « Volete fabbricare una chiesa? Io vi aiuterò ».
Don Guanella si senti raggiante di esultanza: non perdette tempo, cercò un appezzamento di terreno adatto: lo trovò, entrò in trattative per l'acquisto, e si presentò per la caparra: non aveva che duemila lire: « Reverendo, che affari facciamo! » esclamò ironicamente l'incaricato della banca, ricevendo la piccola somma.
Nel principio del 1909 costruì, tra le catapecchie, una chiesa provvisoria in legno, che il popolo romano, col suo umorismo, battezzò subito col nome di « basilichetta ». Poi adattò due sale per Asilo, con cucina per la refezione calda all'inverno a quasi cento bambini, e mise mano anche alla formazione dell'Oratorio maschile e femminile.
Una chiesa provvisoria
Un giorno si trovò caduto il tetto del locale, che serviva di abitazione ai sacerdoti e di ritrovo agli allievi dell'Oratorio festivo; e fu miracolo che non avvenisse un disastro di morte per più persone. Lo seppe ben presto Pio X, che sorridendo disse: « Che farà adesso quel disperato di Don Guanella? ».
Chiamò subito l'ingegnere Aristide Leonori e gli soggiunse: « Fabbricate tosto un vasto edificio ad uso di salone, di oratorio, di porteria, di archivio, con molti portici ad uso ricreativo, perché il povero straccione possa continuare nell'opera di educare i figli poveri del mondo ». E conchiuse: « Pago io ».
Sistemata alla meglio la chiesa provvisoria, mise la prima pietra per la costruzione della chiesa nuova in muratura dedicandola a San Giuseppe, in onore del Giubileo sacerdotale ed episcopale di Pio X.
Generosità del Papa
Giunte appena fuor di terra le fondamenta, Don Guanella ne diede relazione al Santo Padre il quale volle informarsi dei mezzi disponibili per continuare i lavori.
« Santità - rispose Don Guanella - la piccola scorta si può dire ormai terminata ».
« Ebbene - rispose il Santo Padre - cercate una somma in aiuto, e noi aggiungeremo uguale somma ». Entro una settimana, Don Guanella trovò cinquantamila lire.
« Ebbene - disse il Santo Padre quando gli fu comunicata la notizia - eccovi pure da noi le promesse altre cinquantamila lire ».
In seguito, una signora romana gli diede altre cinquantamila lire per la chiesa di San Giuseppe. Recatosi un'altra volta in udienza, il Santo Padre gli mostrò, ridendo, le mani aperte, dicendogli: Siete qui a cercar denaro come al solito? ». « Sì, Santità ».
« Ma ho sentito che avete ricevuto una somma di cinquantamila lire ».
« È vero - rispose Don Guanella - ma Vostra Santità vorrà essere da meno di una signora romana? ». Quella volta il Papa dovette essere più generoso del solito.
Fino a mezzanotte...
Durante un'altra udienza, il Santo Padre, vedendolo, fece atto di meraviglia; ma poi, finito il suo giro, vòltosi a lui, invitandolo paternamente, gli disse: - Dentro, venite dentro! - E senz'altro lo condusse in privata, particolarissima udienza. « Il povero prete, nella commozione grande, tratteneva il fiato, e fu primo il Pontefice a dire: - Che avete a dirmi? Che le fondamenta di San Giuseppe guardano in su ad aspettar la Provvidenza?
« Sì, Padre Santo - rispose - le fondamenta aspettano davvero la Provvidenza da tutti, e magari anche dalla Vostra Santità ».
« Sorridendo Pio X replicò: - Ma la Provvidenza non viene da Dio?
« Sì, Padre Santo, e le Opere della Divina Provvidenza tutto ebbero ed hanno da Dio, quindi noi e gli amici nostri non abbiamo speranza all'infuori che in Dio ».
« Dunque - torna a dire il Papa - Voi non volete l'aiuto? ».
« Sì, l'aiuto di Vostra Santità è appunto quello che noi vogliamo, perché Voi rappresentate Dio stesso ».
« Chiese poi a Don Guanella, se con tanti pensieri trovasse il sonno la notte; e questi, ridendo, rispose: " Sì, sì, dormo anche troppo in casa e fuori; e m'accade perfino, a Milano, che il tram che dovrebbe lasciarmi in piazza del Duomo, mi conduce oltre Porta Ticinese, e che in treno invece di scendere a Lodi mi svegli a Piacenza " ». « E allora? ».
« E allora, mogio mogio e riposato, torno indietro; e acqua in bocca per non farmi canzonare ». « Con tanti pensieri che vi opprimono? ».
« Fino a mezzanotte, ci penso io; dopo lascio che ci pensi Iddio ».
« Sua Santità rise di gusto, e benedisse di nuovo ».
La chiesa finita
Con l'aiuto della Provvidenza, la chiesa giunse a termine: la benedisse Don Guanella il 19 marzo 1912, celebrandovi la prima Messa. Presenziarono alle solenni cerimonie della giornata il Cardinale Andrea Ferrari con un pellegrinaggio venuto da Milano, numerosi Cardinali, Vescovi e personalità ecclesiastiche e laiche.
Qualche giorno dopo il fotografo pontificio chiese di poter riprodurre la chiesa, le opere parrocchiali, le adiacenti capanne. « Per quale scopo? », chiese Don Guanella.
« Il Santo Padre desidera vedere tutto, proprio tutto », rispose il fotografo.
Poco prima, ricevendo Don Guanella in udienza, Pio X aveva dato un'altra insigne prova di benevolenza. « Siamo pronti per l'inaugurazione della Chiesa? » aveva chiesto a Don Guanella. « Si, Santità », gli fu risposto.
« Però non potrete dire di essere fornito di tutto l'occorrente per gli altari, per le funzioni » insisté il Santo Padre.
« Santità, conto sempre sulla Provvidenza », replicò Don Guanella.
« La Provvidenza sarò io anche questa volta - conchiuse il Papa. - Andate nelle sale della Foreria, c'e tanta roba, scegliete ».
Una settimana dopo l'inaugurazione della chiesa, presenti una ventina di collaboratori e benefattori in udienza, appare il Santo Padre, che diede a tutti la mano da baciare, dicendo:
« Cerco Don Guanella e non lo trovo. Dov'è questo Don Guanella? ».
Don Guanella, che era inginocchiato tra gli ultimi, si alzò, si avvicinò al Santo Padre: « Siamo venuti a ringraziare Vostra Santità per l'appoggio all'erezione della chiesa di San Giuseppe ». « Ah! - interruppe Pio X - voi volete farmi il discorso! ».
Non volle sentire ringraziamenti, ma aggiunse con voce alta e maestosa: « Io prego il Signore che benedica tutti, specialmente l'opera di Don Luigi Guanella, per il bene che ha fatto, che fa e che farà ».
In altra udienza, appena il Papa lo vide entrare, aperse verso di lui le braccia, e stendendo le palme, come chi cerca qualche cosa: « Don Luigi, disse sorridendo, cosa mi date? ».
« Santo Padre, rispose, vi offro la Chiesa di San Giuseppe al Trionfale, ormai compiuta ».
« Ah, bene! Tanto bene. E quando si inaugurerà solennemente? ».
« Nel nuovo anno, la festa di San Giuseppe, o al più tardi, la domenica del suo patrocinio ».
« Me ne compiaccio assai. E’ davvero un bel regalo che mi fate. Ma... e voi cosa volete da me? ». « Santo Padre, invoco la vostra benedizione per me, per i miei Sacerdoti e Suore, per tutti i benefattori delle opere della Provvidenza ».
« E poi? » interruppe il Papa, sempre col suo sorriso amabilissimo.
« Santità, per finire la chiesa mi occorrerebbe un po' di denaro ancora ».
« Ah me l'aspettavo! Quanto vi occorre? ».
« Cento e dieci mila lire, secondo il preventivo dell'ingegnere ».
« Ebbene... ebbene... andate da Monsignor Bressan, e dite a nome mio quello che vi abbisogna ». « Grazie, Santità ». « E l'altare maggiore, l'avete? ». « Non ancora ».
« Dite dunque a Monsignor Bressan che metta a vostra disposizione l'altare donato al Papa dal Principe Chigi ». « Grazie, grazie infinite ».
Quando Don Guanella si alzò per congedarsi, il Papa, benedicendo alle opere della Provvidenza e a tutti i loro cooperatori, disse con tono di voce speciale: « E benedico particolarmente a voi, perché stiate sano... ».
Una volta Pio X, appena vide Don Guanella fra alcuni notabili pellegrini brasiliani, appuntò da lontano verso lui il dito, e andandogli incontro sorridente: « Qui ancora voi? State bene? ».
« Sì, Santità ». « Oh! Ho un lamento da fare: che quei vostri preti di San Giuseppe lavorano troppo ».
Il primo parroco
Primo parroco fu il Servo della Carità Don Aurelio Bacciarini, futuro vescovo di Lugano.
Le difficoltà di quegli inizi apparvero forse, come già agli occhi di Don Guanella, contrarie troppo alla realtà dei fatti?
Don Bacciarini (era già stato designato parroco, ma non si era ancora stabilito a Roma) un giorno, senza dir nulla a nessuno, si ritirò alla Trappa di Centocelle.
Recatosi Don Guanella dal Santo Padre, si senti dire come primo saluto: « Voi ne avete fatta una delle vostre: vi siete lasciato scappare Don Bacciarini ».
« Santo Padre, mi aiuti, se è possibile, a farlo ritornare ».
« Non posso far nulla - rispose - perché ha scelto uno stato di maggior perfezione ».
Don Guanella si recò alla Trappa e chiese di parlare con Don Bacciarini. Questi aveva lasciato ordine al portiere di chiamarlo, se fosse venuto qualcuno, eccetto che se lo avesse cercato Don Luigi Guanella.
Il portiere, avendo dimenticato il nome, fece venire Don Bacciarini, dicendo che lo chiamava un sacerdote.
Quando si trovò alla sua presenza, Don Guanella gli disse: « Bene, bene, avete scelto la parte migliore. Dio vi benedica ». E se ne andò.
Per alcuni giorni Don Bacciarini rimase in preda a inquietudine, non poté più dormire di notte: dovette riconoscere che non era alla Trappa il suo posto, e ritornò a San Giuseppe.
Per i moribondi
La chiesa, secondo un voto fatto da Don Guanella, fu dedicata a San Giuseppe, col precipuo scopo di onorare il suo beato Transito; venne quindi ivi spontanea l'origine di un'Arciconfraternita per invocare la protezione del Santo Patrono dei moribondi, su tutte le anime sparse nel mondo intero prossime a udire la divina chiamata per il supremo giudizio.
« C'e bisogno di ben vivere - ripeteva Don Guanella - ma c'e bisogno ancor più di ben morire. Che cosa conta tutto il lavoro consacrato alla salvezza delle anime, se poi esse muoiono male? Oggi specialmente che si pensa soltanto ai traffici e ai godimenti di quaggiù, spento ogni pensiero della grande eternità, quale pericolo di morir male per innumerevoli anime! Quanto preme provvedere a che i cristiani muoiano bene, cristianamente, santamente! ».
L'Associazione prese il nome di « Santa Crociata per la salvezza dei moribondi », istituita con decreto del Cardinale Vicario il 17 febbraio 1913, e il 12 aprile 1914 elevata a Primaria con Lettera Apostolica di Pio X, il quale disse un giorno con la sua sorridente bonarietà: « Io sono parrocchiano di San Giuseppe, perché la parrocchia mi sta qui d'attorno... Io voglio per il primo essere ascritto alla Pia Unione del Transito ».
Raramente si è veduto un'Associazione religiosa prendere sviluppo così rapido nel mondo, e raccogliere l'applauso e le benedizioni delle più alte Autorità e dei popoli più vari, dai Sommi Pontefici ai Pastori delle Chiese, dai parroci dei nostri paesi ai missionari.
Si costituirono centri attivissimi di diffusione in tutto il mondo, dalla cattolica Spagna alla Cina. Speciale benevolenza mostrerà Benedetto XV per la « Messa perenne », ininterrotta catena di preghiere formata dai sacerdoti iscritti, che si impegnano a celebrare una o più Messe annue per i moribondi.
XXVI
IL FEDELISSIMO AL PAPA
Amore e fedeltà al Papa Pio X meritò d'essere chiamato « il Papa delle Opere della Divina Provvidenza ». Chi l'avrebbe detto il giorno in cui Don Guanella lo incontrò la prima volta a Castiglione delle Stiviere, dopo quel pranzo in cui s'era parlato o mormorato di lui?
Quando lo ricevette la prima volta in privata udienza, lodò la Colonia di Monte Mario, benedì l'erezione del Ricovero di San Cassiano del Meschio vicino a Riese, sua patria, e l'incoraggiò, dicendogli: « Pregate molto per lavorar molto ».
« Parve a me - scrisse Don Guanella - che in quel momento felice, la benedizione del Vicario di Cristo fosse la conferma di quella data in Cielo da Gesù Cristo stesso, e me ne partii pieno di quel giubilo che apporta pace alle anime ». Dopo la prima udienza, numerose altre seguirono, sempre più cordiali.
« Nella sera di sabato, 1° dicembre 1906 - racconta Don Guanella - fui ammesso all'udienza del Santo Padre, tremante di fede e di amore. Là, innanzi al Vicario di Cristo, mi sentii in una atmosfera di pura spiritualità; e più guardavo il Santo Padre, più mi pareva di essere vicino a un uomo che, toccando coi piedi la terra, ha l'anima in Cielo. Vi ho passato momenti di contentezza inesprimibile, e al fulgore dei suoi raggi, sentivo tutta la mia piccolezza, e pregavo Iddio di elevarmi ad altezza di vedute e di opere ».
In udienza
Inauguratosi il Ricovero Pio X a San Pancrazio, Don Guanella, il 10 febbraio 1907, si recò ai piedi del Santo Padre, coi principali suoi cooperatori, con a capo il commendatore Giuseppe Canavelli, consigliere di Stato. Dopo che ebbe parlato una signora, mostrando il bene che si faceva ai poveri deficienti nelle Case di Don Guanella, Sua Santità, facendo atto di assentimento, esclamò « Questo è il vero metodo di educazione! Questa è la rigenerazione che l'uomo compie per mezzo della carità! ».
Il commendatore, colta l'opportunità per far conoscere al Sommo Pontefice le buone disposizioni dei poveri deficienti, quando si vedono trattati non con la verga, ma con la dolcezza evangelica e la loro facile corrispondenza, senti rispondersi: « Ah, quella benedetta educazione laica! Senza lo spirito di Cristo, chi darebbe pazienza agli educatori dei deficienti, di continuare la loro penosa missione? ».
Durante un'udienza, insieme a un gruppo di benefattori, chiese a Don Guanella il numero delle sue Case; sentito che erano oltre trenta i Ricoveri, e venti tra asili e ospedali, domandò: « E i denari? Voi siete un gran ricco, perché la Provvidenza vi aiuta largamente! ».
« Venga Don Luigi »
Di altra udienza così riferì egli stesso: « Fu una mezz'ora di dolce Paradiso, se si pensa che Pio X non solo tiene il posto di Gesù Cristo, ma ne rispecchia la incantevole affabilità, la semplicità divina.
- Presento monsignor Bressan ed il canonico Don Luigi Guanella - disse l'incaricato delle udienze.
- Che canonico! Che Guanella! - esclamò con giuliva arguzia il Papa. - Non falsate i nomi! Dite: Don Luigi! Venga Don Luigi! ».
Le direttive pontificie
Venerazione somma dimostrò per il « dolce Cristo in terra », dalla prima giovinezza all'ultimo respiro.
Essere col Papa equivaleva, per lui, procurare al suo cuore paterno la consolazione prima di tutto dell'obbedienza totale, fedelmente, come a Cristo; il soldato della buona battaglia durante il regno di Pio IX, stava ancora al suo posto durante quello di Leone XIII e di Pio X.
Il dovere di essere fedele alle direttive pontificie si fece particolarmente grave con Pio X, per le subdole insidie del modernismo.
Don Guanella rinvigorì allora ancor più la sua tempra giovanile di fedelissimo al Papa, con la parola, con l'esempio, con l'insegnamento.
Era un soldato del Papa, combattente per lui, sempre ardito nella sua difesa; la sua obbedienza ad ogni desiderio si manifestava illimitata, incondizionata: « Guardiamo alla stella che ci guida e non periremo ».
Valga per tutte le espressioni sue, e per tutte le testimonianze che potremmo citare, questa affermazione di Padre Vittorio Gregori: « Oh l'affetto che egli portava alla Cattedra di San Pietro! Non ho mai sentito nessun altro ecclesiastico parlare con tanto entusiasmo del Romano Pontefice, nè difendere con maggior vigore i diritti del Papato! ».
« Chi non è con la Chiesa è contro Dio » diceva abitualmente, nelle gravi ore della vita d'azione dei cattolici. « Il Papa ha parlato, basta ».
Ripeteva frequente l'espressione di Sant'Alfonso: « Parola del Papa, parola di Dio », « desiderio del Papa, desiderio di Dio ».
« Il Vicario di Cristo! »
Questo singolare fatto, narrato da un testimonio, non possiamo passare sotto silenzio: « Nella prima quindicina di ottobre del 1908 ebbi udienza dal Santo Padre Pio X: nella stessa sala era anche Don Guanella. Appena egli vide entrare il Santo Padre, cadde in ginocchio, a mani giunte e lo sguardo fisso, dicendo con voce smozzicata: - il Vicario di Cristo! - Il Santo Padre gli andò vicino, lo scosse alle spalle, gli scosse la testa, lo prese per le mani; ma per nulla si riscosse, tanto che il Santo Padre concluse dicendo: - Lasciamolo ancora un po'. - Uscimmo dall'udienza, ed egli era ancora in quella posizione. Questo mi confermò la fama di santo che già avevo udito di lui ».
Confidente e consigliere
Pio X dovette affrontare gravissimi problemi, oltre la condanna del modernismo: tracciare nuove basi all'Azione Cattolica in Italia, resistere alle persecuzioni religiose di Francia, dare vita alla pietà cristiana mediante la più sentita devozione Eucaristica.
Don Guanella, in questa poderosa opera di Pio X, gli fu vicino, non solo come il sacerdote fedele che dava al suo cuore di padre consolazioni, ma anche come uomo di equilibrato consiglio e di valido aiuto.
Il Papa, appena lo conobbe intimamente, non si limitò ad ammirare in lui l'attività benefica, ma lo stimò fino a valersi della sua esperienza, in difficilissimi momenti per la Chiesa.
Più volte il Santo Padre lo volle con se nella passeggiata vespertina nei giardini vaticani: licenziata la carrozza, passeggiavano soli in confidenziale conversazione.
Il più assoluto segreto egli mantenne su quei colloqui; si limitò sempre, nel dare resoconto delle sue udienze, a descrizioni esteriori, al ricordo di episodi. Di quale fiducia il Papa lo onorasse, di quali argomenti egli trattasse, non volle parlare mai. Solo accenni indiretti lo lasciarono comprendere.
Valenti amici
Le personalità più distinte nel campo degli studi e dell'azione, in tutto l'ambito religioso, sociale e politico, ebbe amiche per frequenti contatti, discussioni e consigli: ricordiamo Giuseppe Toniolo, il grande maestro di sociologia cattolica; monsignor Sichirollo, il quale spirerà santamente tra le braccia di Don Guanella; Mario Chiri, apostolo dell'organizzazione operaia dei cattolici italiani; Vico Necchi, presidente del Comitato di Milano per l'Istituto San Gaetano; Don Davide Albertario, il giornalista battagliero; Filippo Meda, la cui amicizia si sviluppò fin dagli inizi del nuovo orientamento per la partecipazione dei cattolici alla vita politica italiana.
XXVII
PREGARE E PATIRE
La fede gli traspariva dagli occhi, essendone esuberante l'interno, come una luce che irradiava sicura e serena.
« Abbiate fede, abbiate fede! » era l'espressione che aveva più familiare sulle labbra, nelle difficoltà, di fronte a ostacoli che umanamente sembravano insormontabili.
Altre espressioni consuete, pronunciate sorridendo, specialmente quando le prove minacciavano di travolgere l'opera sua: « Morire, morire! Paradiso! Paradiso! ». « O brutta terra, o bel Paradiso! ». « Pregare e patire! ».
A chi gli chiedeva una nuova fondazione, rivolgeva per prima questa domanda: « Avete pregato? ». Se gli rispondeva di sì, prendeva in considerazione la richiesta; altrimenti ripeteva: « Prima pregate ». Rilevando un giorno i progressi della sua Opera, disse: « Io re spero lo sviluppo e il trionfo, perché si prega molto ».
Via il peccato!
Voleva escluso assolutamente il peccato dalle sue case, e commentava con parola energica l'espressione del Cottolengo: « Chi vuol fare il peccato esca da casa mia: vada dalla porta o salti dalla finestra, ma in casa mia non si devono fare peccati ». Commentava pure con forza le parole di Don Bosco: « Preferisco che siano annientate tutte le mie opere, piuttosto che uno dei miei commetta un peccato ». « Preferisco vedere bruciare la nostra casa, piuttosto che sapere che vi si commetta un solo peccato mortale ».
In seguito a grave colpa commessa da un ricoverato, disse: « Fin che si trattò di pene, fastidi e debiti, ho dormito tutte le notti; per questo fatto invece, ne ho passate molte di notti insonni ».
Quando metteva mano a qualche nuova fondazione, diceva: « Per meritarmi un pezzo di Paradiso ».
Angelo all'altare
« La sua fede - dice un teste - era qualche cosa di straordinario: bastava vederlo celebrare la S. Messa. Non voleva neppure la berretta sul messale, per rispetto alla parola di Dio là contenuta; lo disse a me che gli servivo la Messa. Durante il Congresso Eucaristico di Milano, in Sant'Ambrogio ad Nemus, l'ho visto piangere nel celebrare: cosa che ho notato anche altre volte ».
Dopo la Comunione, durante la Santa Messa, soleva fermarsi qualche tempo in adorazione; gli fece osservare un confratello che quella sospensione, talvolta di quattro o cinque minuti, è contraria alla liturgia. Ma egli rispose: « Come si può andare avanti quando Gesù è in noi? Bisogna ben amarlo, e dirglielo che lo si ama tanto! ».
« Sapeste il pregio d'una Messa! »
Per rispetto alla Santa Messa, un giorno, in una chiesa dell'Italia meridionale, si mise lui stesso a scopare prima di celebrare.
La popolazione, avendolo visto celebrare con tanta devozione, usci di chiesa meravigliata e commentando: « Questo sacerdote è un santo ».
Un giorno, appena rientrato nella sala di direzione, dopo aver celebrato, udì il suono della campana che annunciava prossima un'altra Messa:
« Ecco il tin tin che chiama - esclamò. - Ha appena finito di suonare e torna da capo. ».
La superiora delle suore gli disse: « Resti qui, lei ha già celebrato ».
Ma ribatté egli « Restar qui è bene, ma andare a sentir Messa è meglio ».
« Una mattina - attesta una suora - mi trovavo a scopare nella Casa di Como; nel frattempo, suona una Messa nella chiesa della comunità. Passa Don Guanella, il quale vedendomi, mi ingiunge di lasciare il mio ufficio e di recarmi in chiesa per la Santa Messa.
Allora mi permisi di osservargli che il mio ufficio era di scopare; ma egli soggiunse: « quando suona la campana, lasciate questa occupazione e andate a Messa ».
Raccomandava alle suore: « Non tralasciate d'ascoltare una Santa Messa in più, quando le vostre occupazioni sono di poco conto. Mandate anche altri. Oh se sapeste comprendere il pregio d'una Santa Messa! ».
Per « il Padrone del mondo »
Il culto per la Santissima Eucaristia volle vivo, fervente nelle sue Congregazioni e in tutte le comunità; desiderò ardentemente istituire l'adorazione perpetua nelle sue Case; se da ciò lo trattennero parecchie ragioni, non lasciò di rendere continua l'adorazione diurna delle suore, e frequentissime le visite dei ricoverati al Tabernacolo.
Quando ritornava a casa dopo l'assenza di alcuni giorni, la prima visita era al Santissimo Sacramento, la seconda ai suoi beniamini - come egli chiamava - i deficienti, i vecchi, gli infermi.
Arrivato in un Istituto o in un paese, soleva dire: « Andiamo prima a salutare il Padrone del mondo ».
Recitava abitualmente il breviario davanti al Santissimo Sacramento, in devoto raccoglimento; non voleva che allora lo si distraesse, se non per gravi motivi.
Non permetteva che, anche in caso di gran fretta, si attraversasse, sia pur rispettosamente, la chiesa senza dire almeno tre « Gloria ».
In ferrovia, consigliava i compagni di viaggio a salutare Gesù Eucaristico presente nei paesi dei quali, passando, si vedevano i campanili.
Nella sua camera da letto della Casa di Como, era aperta una finestrella, che guardava sull'Altare maggiore; quante volte fu intravisto dalla chiesa il suo volto in preghiera, la mattina innanzi la levata, che era alle quattro e mezzo o al massimo alle cinque, alla sera tarda, e alla notte!
Contro la bestemmia
La sua fede profonda gli rendeva ripugnante la bestemmia, fino a provocargli indignazione, fremiti di santa ribellione.
La bestemmia era allora usata sovente, quasi come titolo d'insulto al sacerdote: sentir offendere oscenamente Dio e la Vergine, per uso anticlericale o pseudo-patriottico o rivoluzionario, in Don Guanella rimescolava il sangue. « Dio insultato da un verme! » esclamava fremendo.
Non poteva lasciar passare la bestemmia, nè come atto di ignoranza, nè come esecranda abitudine: voleva, doveva prender le difese di Dio, con le arti della persuasione, se poteva, anche con la spontaneità dello sdegno.
« Una sera, a notte inoltrata - erano circa le undici e mezzo - trovandomi nella mia canonica di Chiavenna - disse quell'arciprete - sento aprire la porta e chiamarmi per nome. Vado alla porta: e Don Luigi Guanella.
« Come, a quest'ora? » chiesi sorpreso, sapendo che Don Luigi ordinariamente arrivava in casa mia non oltre le nove di sera.
« Che vuoi? » rispose, « È stato un caso ». E aggiunse: « Ero arrivato a Colico, e intendevo pernottarvi. Entrai in un albergo, e comandai una stanza. Nel frattempo mi sedetti in una sala per prendervi un po' di ristoro. Nella sala stavano, attorno ad un tavolo, due o tre giovinastri, che vomitavano dalla loro bocca orribili bestemmie. Veduto che non cessavano quei discorsi blasfemi, chiamai la padrona e richiesi il prezzo della cena e della camera ».
«Basta domattina » rispose la padrona.
« No - soggiunsi, pagando cena e camera - no, io non mi fermo nella casa dei bestemmiatori «Presi il mio cappello e me ne andai. Ecco perché son giunto ad ora tarda ».
« Ne ho prese, ma ne ho dette! »
Confidò a un prete un ricordo doloroso dei tempi infausti, in cui il sacerdote non poteva passare per la via senz'essere insultato, o senza sentire al suo indirizzo le più volgari bestemmie.
Tornando alla Casa, da Como Borghi, alcuni facchini lo insultarono bestemmiando e parlando oscenamente: egli non tacque, e a dovere li rimproverò. Quei violenti osarono mettergli le mani addosso, ed egli si difese energicamente: « Ne ho prese, ma ne ho dette! » diceva ridendo.
Passava per il viale Lecco a Como, quando un uomo pronunciò, per insultarlo, un'orrenda bestemmia.
Egli si senti infiammato di sdegno, si fermò, afferrò per il collo quell'uomo con le sue grosse mani, e gli gridò: « Così offendi il tuo e mio Dio? Ritira quella bestemmia! ».
Con la gola tra quella morsa, che doveva sembrare una tenaglia poderosa, il bestemmiatore pronunciò strozzate parole di scusa. È da sperare gli sia servita la lezione, non foss'altro che per il ricordo delle mani dotate di quella forza.
Nel recarsi a Pianello, avendo udito due giovinotti bestemmiare sul battello, per un poco pazientò, poi li affrontò, e con l'aiuto del capitano, li fece scendere alla prima fermata.
Ai suoi ricoverati insegnava: « Quando sentite bestemmiare, ripetete sempre: Dio si benedetto ». Un giorno, sentito in una sua Casa un vecchio ricoverato bestemmiare, si sdegnò fortemente, e disse: « Se non vi correggete, andatevene via. Chi bestemmia il nome del Signore non è degno di stare nella casa del Signore e di mangiare il pane della sua Provvidenza ».
Esempi mirabili
Il fervore di ammirazione per le virtù di eccelsi modelli da proporre al popolo, alla gioventù femminile, alle religiose, alla gioventù maschile, lo rese ardimentoso in una sublime speranza: quella di ottenere dalla Chiesa l'esaltazione all'onore degli altari, oltre che di Nicolò Rusca, della sorella Caterina, di Suor Chiara Bosatta, di Alessandrino Mazzucchi.
XXVIII
TEMPRA DI CARATTERE
Dimenticava, trascurava se stesso. Alle comodità non aveva mai fatto buon viso, e montanaro di abitudini volle sempre conservarsi, senza occuparsi di cibo, senza curarsi di vestito, senza conoscere riguardi per la salute.
Per l'« asino corpo », insegnava anche a sacerdoti e suore, abolite le carezze; la giornata migliore è quella in cui si può andare a letto alla sera stanchi e spossati, come se si fosse ricevuto un sacco di bastonate. Dormiva abitualmente assai poco, non badò mai al numero delle ore di lavoro; si alzava abitualmente alle 4,30, digiunava ogni venerdì.
Ricordava che, mangiando a tavola la minestra con Don Bosco, una volta fu trovato insieme al riso, qualche cosa che sollevò molti dubbi: un topolino cotto? Don Bosco disse: « Ciò che non strozza ingrassa » e si dovette mangiare da tutti.
Ai suoi sacerdoti insegnava: « Per noi basta un letto duro, una sedia di legno, un tavolino per scrivere, e un inginocchiatoio per pregare ».
« Che cena! Che cena! »
Durante un lungo viaggio, non si aveva avuto nè tempo nè comodità di scendere dal treno per cenare, e tutti sentivano un appetito formidabile. Alle ventitré un sacerdote, appena arrivati a destinazione, va da Don Guanella pregandolo di far preparare la cena; egli, stanco, era in camera ginocchioni, assorto nella preghiera. Udendo una questione d'appetito, rispose secco secco quasi in tono di rimprovero: « Che cena! Che cena! Va' a dormire! ».
Semplicità esterna
Le donne del Comitato di Milano, vedendolo con un soprabito tendente al verde, gliene provvidero uno nuovo; egli lo indossò, e ringraziò; ma subito dopo entrò nella sala dove si trovava un confratello, il quale si lamentava di non avere soprabito d'inverno. Don Guanella gli fece provare quello che gli era stato allora donato, e visto che si confaceva alla sua persona, glielo regalò, continuando egli a portare quello scolorito.
Un cattivo affare fece una volta: essendogli stato regalato un orologio d'oro, lo cambiò con altro d'argento d'un confratello; sembrandogli anche quello troppo di lusso, lo cambiò con una carcassa di metallo qualunque. In altra occasione, arrivò a Milano con le scarpe così rotte, che non poteva più camminare; dovette adattarsi a mettersene un paio datogli da monsignor Carlo Brera, il quale era grande e grosso quasi il doppio di lui.
Strumenti di penitenza
Nella camera ove riposava perché ammalato, frugando nel suo inginocchiatoio, furono trovate delle catenelle di penitenza ancora intrise di sangue recente; accortosene, volle che si rimettessero a posto, e che non se ne facesse parola con alcuno.
Un confratello trovò cilici, catenelle con punte, un bracciale con filo spinato; gli strumenti di penitenza furono visti più volte macchiati di sangue. Evidentemente applicava prima a sè stesso quello che insegnava agli altri: « All'asino si dà poca paglia, molte busse, continuo lavoro ».
Alludeva al titolo di « asinello » che dava scherzosamente, in confidenza, ai suoi figli spirituali, per significare che dovevano star contenti del poco, soffrire molto e faticare sorridendo.
Durante una malattia, gli furono dati per il letto due materassi; ma egli ne fece immediatamente levare uno, dicendo: « Datelo a chi ne ha bisogno ».
« Scusatemi, sono montanaro »
« Praticò la mortificazione interna in grado eroico, col vincere la irascibilità naturale, che gli si vedeva nella contrazione dei nervi e nell'arrossamento della faccia. Era ben difficile che si lasciasse trasportare dall'ira; se qualche rarissima volta sembrava che l'ira lo vincesse, subito si riprendeva, e dopo un momento ritornava calmo e sorridente, domandava scusa, andava a confessarsi, e qualche volta dallo stesso sacerdote che aveva in qualche modo offeso ».
Canonico onorario
Accolse, benché dapprima riluttante, la nomina a Canonico onorario della Cattedrale di Como, il 23 novembre 1909 - particolare segno della benevolenza di monsignor Archi - non per l'onore reso alla sua persona, ma per il riconoscimento ufficiale che ne veniva all'opera sua, da parte di quell'autorità che non si poteva proprio vantare d'esser stata veloce nell'approvare i suoi benefici ardimenti.
E lodò la chiusa d'un articolo della « Vita del Popolo » settimanale di Como: « ... non si dica Canonico Guanella, ma soltanto, ancora e sempre, Don Guanella ».
Uno scherzo
Siccome un oratore, durante una conferenza non cessava di esaltare le opere sue e di dirlo santo - Don Guanella, rivoltosi a un sacerdote che era presente, scherzando, gli disse: - Senti, mio caro, d'ora innanzi mi rispetterai di più, perché l'oratore dice che io sono santo.
Se qualcuno parlava in lode delle sue opere, soleva ripetere: « Non sono io, ma Quello lassù-»; « io sono uno strumento nelle mani della Provvidenza »; « sono un povero martorello in mano del Signore ». Se invece le criticavano, diceva: « Non meritiamo di più ».
Nel manifestare la sua riconoscenza ai benefattori, aveva familiari queste espressioni: « Perdonatemi, io sono un povero contadino montanaro, non so nè fare complimenti nè dire parole belle ».
XXIX
PER LE VITTIME DEL TERREMOTO
Il 13 gennaio 1915, l'improvvisa notizia d'un grave lutto commosse l'Italia: uno spaventoso terremoto aveva causato grande numero di vittime, danni immensi nella regione Marsica, e lasciato le popolazioni di interi paesi senza tetto, in pieno inverno: il centro più colpito, Avezzano. Il gemito degli infelici, prima ancora che si potesse conoscere l'entità della sciagura, suscitò universale gara di carità. Per raccogliere e mandare soccorsi, Don Guanella non contò i suoi settant'anni, e dimenticò i malanni che da tempo l'avevano costretto a eccezionali riguardi: volle accorrere tra gli sventurati, sapendo di poter essere utile specialmente alla fanciullezza abbandonata.
Ecco come Don Aurelio Bacciarini, compagno di Don Guanella nell'opera di soccorso, descrive quelle giornate memorande: « Don Guanella volle portarsi sul luogo del disastro. Le difficoltà non erano poche; si prevedevano enormi ritardi di treni: il freddo era di eccezionale intensità in quell'anno; basti dire che quando noi potemmo cominciare a celebrare sugli altari portatili in Avezzano, il vino si congelava nel calice della Santa Messa; di più, Don Guanella era ammalato alla gola. Io non avrei voluto che in quelle condizioni e alla sua età si mettesse in viaggio; ma egli volle e parti.
« La sua carità e la visione del disastro gli misero indosso una vera febbre di giovare ai sinistrati.
« Appena fu rizzato in Avezzano un baraccamento, in qualche modo stabile, mandò le sue Suore, specie per i bambini e per le giovani. Il sacrificio era enorme, sia per il disagio dell'abitazione, sia per il rigore estremo della stagione ».
« Che desolazione! »
Scrisse Don Guanella stesso: « Che rovina! Che desolazione! Si dice che le rovine siano maggiori di quelle di Reggio e di Messina, nel terremoto di qualche anno fa. Avezzano è completamente distrutta, tutti vi sono morti: e fra pochi giorni si coprirà di calce, per impedire le esalazioni cadaveriche, la città sventurata che fu.
« Si ascoltano e si vedono ad ogni passo pietosissime scene: ormai i giornali ne hanno riferito un gran numero.
« Si vedono spaventose fessure, abbassamenti di terreni riempiti d'acqua. L'anima è in pena. I superstiti sono inebetiti. Distribuiamo delle vivande che abbiamo con noi, e degli oggetti sacri.
« Ritornammo in un treno di feriti: sotto gli sguardi uno spettacolo rattristante d'infermi e feriti, ammonticchiati in istato di grande pena sui vagoni ».
Con la massima sollecitudine, nei villaggi rovinati del rupestre Abruzzo, inviava i suoi preti e le sue suore al sollievo affaticato dei miserabili fin dalle prime ore del disastro, e trascinava i suoi a compiere eroismi di sacrifici e di carità, che Dio solo ha veduto e notato.
Letti dovunque
Una suora attesta l'esempio di sacrificio, di cui dava prova Don Guanella, anima di tutto quel lavoro febbrile: « Quanto commuoveva la pietà e la premura di lui nel soccorrere quegli infelici! Ci pregava caldamente che disponessimo per loro ogni angolo delle case di Roma, atrii, salette, corridoi, scuole, refettori, portici, e perfino i nostri letti.
« Arrivavano i trasporti di notte, e si stendevano materassi dappertutto; ed egli si dava attorno e si piegava ad accomodare i letti, a metter sotto a qualche materasso le sue scarpe dicendo: - serviranno da guanciale. - E incoraggiava le suore, ammonendo: - Quanto è bello poter dar soccorso a tante miserie! E’ lì che dovete trovare gusto, e mostrare col fatto d'essere figlie strapazzone della Provvidenza! ».
Scriveva da Roma: « Nei nostri Ospizi, qui, di vittime del terremoto ne abbiamo oltre duecento: i piccoli dai due ai sei anni sono in mano alle Suore di San Pancrazio. Qui si esperimenta la pazienza delle suore e del prete nostro che vi hanno ad attendere. Domattina manderemo le nostre suore a ricevere e confortare sui luoghi del terremoto quelle figlie, che, salve dal terremoto, hanno a salvarsi poi dalla fame, dal freddo, dalla neve che vi e alta un metro. Vi andrà pure l'indefesso nostro Don Bacciarini, allo scopo di dare soccorso anche ai poveri vecchi, che vi periscono pure di fame e di freddo. Stiamo provvedendo per il ricovero loro ».
Acqua, neve, gelo
« Fui l'altro ieri ad Avezzano. Quale desolazione! E di più, acqua e neve e gelo intenso! Quando apriremo gli occhi al terrore di tanti flagelli?
« I minorenni ricoverati toccano i trecento, ed ora vorremmo pensare anche ai vecchi, perché la Provvidenza pare che ce li invii ».
Nel periodico « La Divina Provvidenza » Don Guanella rievocò in commosse pagine quelle indimenticabili giornate di carità e di strazio, parlando con predilezione degli innocenti bambini salvati.
Le consorelle che erano accorse per le prime cure ad Avezzano pur stando sotto piogge dirotte, fra nevi e geli, scrivevano: - Qui si sta bene, e non vi e tempo di far peccati - e lavoravano dalle primissime ore del mattino fino alla mezzanotte, non sicure di essere lasciate senza disturbo nel breve riposo per le grida e le chiamate dei poveri superstiti.
Infelici bambini
« L'amore condisce le sofferenze. I bambini ben presto si stringevano al seno delle suore quasi ognuna di esse fosse per loro una madre naturale e domandavano con ansia: « Non mi riconosci? ». E le bambine si stringevano al collo delle suore quasi per dire: - Questa è la madre mia.
« Bello vedere quelle creaturine, che non sapevano staccarsi un palmo l'una dall'altra, dividersi fra loro una pasta o un frutto che loro si dava e sorridere benché mestamente ai sorrisi delle suore!
« Dai visitatori si venne a sapere che tre fratellini furono salvi sotto il grembo della mamma, che li difendeva a guisa di chioccia per raccogliere i pulcini sotto le ali, e spirava sopra di essi, dando la vita come fa il pellicano pietoso. Talvolta, fra le screpolature, la mamma chiamava il figlio, e questi le rispondeva, finché la mamma spirava, ed il figlio viveva più giorni sotto un tavolo o entro un camino di cucina. Due fanciulli narravano che andando alla scuola furono sorpresi dal terremoto, che acqua usci dal suolo, che nubi di polvere coprivano cinque borgate all'ingiro, ridotte dal terremoto a mucchi di rovine. E questi e altri racconti erano l'argomento dei loro discorsi, d'una sincerità impressionante.
« Il parroco di San Giuseppe, Aurelio Bacciarini, che si vide peregrinare per le valli e i monti dei paesi rovinati, mandò un'ora prima del suo arrivo un telegramma: - Preparate: giungo stanotte con sessantadue profughi. - Bisognava preparare loro un po' di cena, e in furia e fretta qui sacerdoti e inservienti stesero i materassi nel salone del dopo-scuola, e diedero a tutti modo di riposare ».
Quella pagina di carità eroica fu scritta da Don Guanella, dai suoi figli e dalle sue suore, con illimitato spirito di sacrificio per amor di Dio.
XXX
TRA GLI ITALIANI IN AMERICA
L'emigrazione, della metà del secolo scorso, divenne per l'Italía una spina dolorosa, sia in rapporto alle cause che la favorivano, sia in rapporto alle sofferenze che ne derivarono.
L'abbandono della terra e la ricerca del guadagno, troppe volte necessari per la mancanza di lavoro in patria e per lo scarso rendimento, spinsero immensa folla, prima dall'Italia settentrionale, poi anche dalla meridionale, verso la Francia, la Svizzera, la Germania, l'Africa meridionale, l'America del Sud, e più ancora verso gli Stati Uniti.
Ricordava Don Guanella le lacrime sparse da bambino, quando diede l'addio a parenti emigranti in America, e le pene che l'avevano tante volte consigliato a scrivere per distogliere i suoi cari montanari dall'emigrazione, per affezionarli ai lavori della terra.
L'esperienza aveva ogni giorno più reso compassionevole ai suoi occhi lo strazio di folle gettate dalla miseria, con un fagotto di cenci, su treni, in stive, verso la ventura.
« Si vive e si muore come bestie »
L'amico carissimo, già compagno di studi, monsignor Giambattista Scalabrini, divenuto vescovo di Piacenza, aveva preso a cuore la causa degli emigranti, dai quali gli arrivavano i gemiti commoventi per le loro miserie materiali e morali.
« Dica al nostro vescovo - e la voce di un emigrante fatta arrivare a lui - che ci ricordiamo sempre dei suoi consigli, che preghi per noi, e che ci mandi un prete, perché qui si vive e si muore come bestie ».
Urgeva proteggere gli emigranti, e assistere gli emigrati, che formavano paesi, che ingrossavano città. A Boston il vecchio Arcivescovo diceva che quand'era giovinetto conosceva tutti i cattolici del luogo, che si radunavano in una sola sala: allora erano seicentomila!
A Chicago erano state affidate chiese e parrocchie agli Scalabriniani, per l'assistenza agli Italiani; in molti altri luoghi, che ogni giorno più s'affollavano di connazionali, non bastavano i pochi sacerdoti mandati da Piacenza.
Con ardimento giovanile
Nel campo dissodato dagli Scalabriniani, Don Guanella si offerse a lavorare con ardimento giovanile, felice di recarsi oltre oceano con le sue suore, per opera di carità che giudicava santa, necessaria e urgente.
Il 17 novembre 1912, coi pellegrini comaschi e piacentini, nel XXV di fondazione della Congregazione Scalabriniana, partecipò a Roma all'inaugurazione, in San Carlo al Corso, d'un busto a monsignor Scalabrini.
Tutti si recarono quindi in Vaticano, per una pubblica udienza. Il Santo Padre, quando vide Don Guanella, disse scherzosamente: « Anche voi qui? Anche voi siete comasco? Voi siete cosmopolita... ». Fu in questa circostanza, che dai suoi colloqui con Padre Vittorio Gregori, Superiore degli Scalabriniani, venne una decisione da lungo preparata: andare in America, e studiare il terreno in cui mettere i germi di sue istituzioni.
Egli aveva da tempo pensato di accogliere la domanda, ripetutagli dall'arcivescovo di Boston, di mandare, nella sua vasta diocesi, le suore per un ricovero degli infelici d'origine italiana; il viaggio in America, da molto tempo rimasto in stato di progetto, divenne realtà quando, alle persuasive parole di Padre Gregori, si aggiunse l'incoraggiamento del Vicario di Cristo.
Un autografo pontificio
Prima di partire per l'America, Pio X gli rilasciò uno splendido autografo di presentazione e commendatizia, con frasi molto laudative delle virtù di Don Guanella. Consegnandolo, gli disse per celia: « Attento a non andar in superbia! ».
Rispose Don Guanella: « Basta che non mi arrestino e mi lascino celebrare la Santa Messa ». Accomiatandosi dai suoi figli commossi, esclamò: « Vado perché c'è la chiamata ».
Per via Piacenza, Torino, Parigi, Le Havre, si imbarcò sul piroscafo « Provence » e incominciò la traversata. Il mare agitato lo costrinse per più giorni a stare coricato, soggetto al fastidioso mal di mare: passò quel tempo intrattenendosi nella preghiera e in conversazione col Padre Gregori.
Oltre oceano
Da Boston scrisse il 31 dicembre: « Fiacchezza e timidità nostra non essere venuti qui almeno dieci anni prima. Il desiderio lo si aveva ancor prima di dieci anni fa, ma bisognò aspettare dall'alto la chiamata ».
Rapidamente, ma con occhio profondamente scrutatore, vide le condizioni degli Italiani in America, conobbe gli stenti e le umiliazioni degli emigrati, si prese a cuore la loro formazione religiosa e morale.
Lo commossero profondamente gli Italiani che formavano paesi, ingrandivano città senza più vincoli con la patria lontana, ed esclamò con dolore: « Avrei dovuto venire qui molti anni prima! ».
Tutti i Vescovi lo accolsero con esultanza, benedicendo l'opera sua che stava per diffondere in America, e gli Italiani non finivano di benedire il compatriota che con tanto amore s'interessava di loro.
Dopo aver visitato le principali diocesi, presi accordi per le prime e le successive fondazioni, scrisse: « Sia lodato Gesù Cristo per il buon viaggio che ha concesso fin qui, e per il buon viaggio di ritorno, che ci auguriamo da New York l'otto febbraio ». Durante il viaggio di ritorno, impiegò tutto il tempo nello scrivere le sue impressioni d'America, preziosi capitoli d'esperienza e di documentazione. Sbarcato a Napoli il 22 febbraio, dopo essere stato ricevuto con festa dal Santo Padre il 5 marzo, tornò a Milano e a Como, tra gli amici e figli esultanti.
« Vita del Popolo » di Como scriveva in quella occasione: « Toccava all'America scoprire e riconoscere il cuore grande di quel prete italiano? ».
Sacro ricordo
Dalla visita del monte del Santo Sepolcro a Washington trasse il proposito di effettuare un'idea portata dal pellegrinaggio in Terra Santa, riprodurre cioè nella chiesa del Sacro Cuore di Como, una copia fedele dei luoghi più santi di Palestina.
Provvide a ingrandire, data la necessità evidente, la chiesa, ponendo la prima pietra il 24 luglio 1913; fu nel santuario nuovo, così risultato dall'ampliamento, che volle riprodurre i luoghi sacri del Calvario, del Santo Sepolcro, di Betlem e di Nazareth, affinché i fedeli meditassero più efficacemente le divine misericordie del Cuore di Gesù.
Solo il Santo Sepolcro e il Calvario riuscì a compiere, dietro l'altare maggiore, sotto le grandi arcate e tra gli ampi finestroni, che attendono dalla opportuna luce delle vetrate, suggestivo fascino di pace; il resto, che ancora rimane da fare, è affidato alla pietà dei fedeli.
A difesa dell'Italia
Per la difesa delle tradizioni italiane, ebbe forti parole: « Gli Americani vorrebbero americanizzare tutti gli immigrati; ma qualsiasi attentato a sopprimere la lingua e i costumi patrii è attentato pericoloso, quasi atto di tradimento a Dio medesimo e alla patria ».
E documenta la stima per la missione delle anime votate all'apostolato: « Sono i missionari di Dio che esercitano la vera carità, e col motto " Dio e Patria " compiono un lavoro mirabile di difesa religiosa e di patriottismo, a custodia dell'italianità e del cattolicismo dei figli d'Italia ».
Parte la piccola schiera
Due suore del ricovero Pio X a Roma si addestrarono subito nello studio dell'inglese: altre si prepararono in altre case. A Como, a un gruppo radunato per gli esercizi spirituali, chiese Don Guanella: «Chi di voi si sente di farsi missionaria americana? ». Molte fecero domanda: quattro furono scelte. Scoppiarono in pianto, alcune, vedendo inesaudita la propria richiesta, e si tranquillizzarono solo alla promessa loro fatta di essere assunte in una seconda spedizione.
A Pompei convennero le suore provenienti anche da altre parti; ai piedi della Madonna pregarono fervorosamente, e impetrarono la grazia di un fecondo apostolato nella loro nuova missione.
Suor Rosa Bertolini, a capo della piccola spedizione, manifestava la gioia di ciascuna, con l'impazienza di chi non vedeva l'ora di arrivare sul nuovo campo di lavoro: « Siamo tutte tanto contente - diceva - e scorgiamo in questo viaggio così chiari i disegni della Provvidenza, che noi ci reputiamo le creature più felici ».
A Napoli, sei Figlie di Santa Maria della Provvidenza s'imbarcarono sul piroscafo « I vernia », la sera del 3 maggio 1913; nel momento del distacco, nessuna si turbò, nessuna versò una lacrima. Una si commosse, ma subito aggiunse: « Questa è debolezza e viltà, devo chiedere venia alle consorelle per il cattivo esempio che dò loro ».
Lo sguardo di tutte era rivolto a Don Guanella, presente fino all'ultimo istante: tutte si prostrarono davanti a lui per essere benedette, esclamando: « Ci assolva tutte insieme: porti via tutti i nostri peccati ».
Il piroscafo si allontanò dal porto; alla Vergine di Pompei Don Guanella tornò pregando per le coraggiose figliuole, staccate per sempre dal suo occhio, non dal suo cuore.
« Ci siamo intesi »
Non tardarono a giungere le prime consolanti notizie, che Don Guanella si affrettò a far conoscere al Santo Padre.
In un'udienza del 17 settembre 1913, Pio X gli chiese: « E le vostre opere d'America? ». « Vanno bene, Santità ».
« Chi ve l'ha detto? ».
« Ho qui una lettera recente di Padre Gambera - il parroco dell'Addolorata a Chicago - sull'opera delle Suore, e godo di umiliarla a Vostra Santità ».
Il Santo Padre prese il fascicolo dell'« Emigrato Italiano in America » che conteneva quella lettera, e disse a Don Guanella: « Io e voi ci siamo intesi ».
Fu una delle ultime udienze: in essa Don Guanella ebbe la consolazione suprema che un sacerdote può avere sulla terra: udire dalla voce del Sommo Pontefice, fedelmente servito e valorosamente difeso per tutta la vita: « Io e voi ci siamo intesi! ». Nell'arido campo Nella parrocchia dell'Addolorata, a Chicago, le suore fondarono un Asilo, presto frequentato da
trecento bambini, Scuola di lavoro, Oratorio festivo, poi Ricovero dei cronici e dei vecchi abbandonati. Datesi ad assistere anche le Opere parrocchiali nella Chiesa Italiana del Santo Rosario, retta dai missionari di monsignor Scalabrini, iniziarono pure un lavoro proprio di cura per la fanciullezza italiana, in una casa concessa dall'arcivescovo nella parrocchia dell'Incoronata.
Dopo grandissimi stenti e dure prove, l'Opera mise, nel suolo americano, radici profonde e sicure, tanto che alla congregazione diedero anche il nome. consorelle americane, e si preparò un altro vasto campo di benefica attività.
Don Guanella, che curò nel primo solco il seme dell'opera sua in America, non ne vedrà il rigoglioso sviluppo: ma lo previde, perché i germogli della piantagione nuova li aveva staccati lui da un albero buono.
Una lettera senza risposta
Suor Rosa Bertolini era stata da lui preparata con l'esercizio della più profonda umiltà e in grande spirito di sacrificio. Da superiora del Ricovero a San Pancrazio in Roma, era stata mandata a custodire le stalle: di là passava a un'ardita missione oltre l'Oceano.
Nel settembre del 1915 scrisse una lettera confidenziale, riguardante la direzione del suo spirito, a Don Guanella: si lamentava dolcemente perché le aveva concesso la disciplina solo due volte la settimana, mentre le sue forze permettevano di più; chiedeva quindi il permesso di fare maggiori penitenze, e di portare il cilicio.
Quella lettera rimase abbandonata, appena aperta, sulla scrivania di Don Guanella, e non ebbe mai la risposta. Solo poté recare a lui l'ultima grande consolazione della sua vita: conoscere che le anime da lui formate, anche lontane - ormai anche senza di lui - erano come egli le aveva volute.
XXXI
IL TRAMONTO
Il 20 agosto 1914 - sei giorni dopo lo scoppio della guerra mondiale - Pio X moriva, straziato dal dolore causatogli dalla lotta fraterna che dilaniava i popoli. Gli successe Benedetto XV, che occupò quasi intieramente il suo pontificato nel lenire le sofferenze causate dalla guerra.
Durante una pubblica udienza, egli chiese a un gruppo di religiose: « Che suore siete? ».
« Di Santa Maria della Divina Provvidenza, Santità, Congregazione istituita da Don Luigi Guanella, e siamo addette al Ricovero di Pio X ».
« E Don Luigi e a Roma? ». « No, è a Como, Santità ».
« E quando viene a Roma? Io voglio vederlo questo Don Gúanella... ».
Presentandosi, poco dopo, anche alcuni Servi della Carità, Benedetto XV chiese benevolmente chi fossero.
« Della parrocchia di San Giuseppe, Santità ». « Ah! I preti di Don Guanella! E dov'è Don Guanella? ».
« A Como, Santità ».
« Recategli una mia speciale benedizione ». Appena gli fu possibile, Don Guanella chiese un'udienza del Santo Padre, il quale lo trattenne a lungo cordialmente. Non sono noti gli argomenti di quel colloquio; ma sappiamo che, tempo dopo, con Don Bacciarini, Benedetto XV così si espresse: « Ho parlato una volta sola con Don Luigi, ma rimasi proprio edificato del suo modo semplice e chiaro, e delle sue opere: mi ha lasciato l'impressione di un uomo del Signore ».
Gran cuore durante la guerra
Le condizioni createsi specialmente dopo l'estensione del conflitto all'Italia, il 24 maggio 1915, si ripercossero sull'Opera di Don Guanella con incalcolabili danni: richiamo di sacerdoti alle armi, diminuzione di beneficenza, aumento dei casi bisognosi di ricovero, svalutazione del denaro che rese più penosa la miseria.
L'afflizione per le sofferenze dei colpiti dalla guerra ebbe larga eco nel suo cuore paterno. Egli mise a disposizione tutte le sue Case per alleggerire le famiglie, col ricovero di vecchi invalidi, per accogliere figli di richiamati e orfani di guerra; non guardò ai sacrifici, pur di riuscire primo nella gara di soccorso in tutte le sventure, direttamente o indirettamente, portate o aggravate dalla dolorosa situazione.
Un periodo di attività benefica, ancor più vasta che nei suoi floridi anni, cominciò con la guerra; non badò alla sua età, non sentì i suoi malanni, sembrò ringiovanire in tutte le sue energie, per arrivare al compimento di un nuovo progetto: far bastare l'Opera sua ad accogliere tutti i casi pietosi che battevano alla porta di qualunque sua Casa.
Nella grande tragedia umana, che egli guardava dal lato soprannaturale, attendeva, per la via della purificazione nel dolore e dell'esperienza fallimentare dei principi materialistici, il ritorno dei popoli a Dio, nell'osservanza della sua legge e nel ristabilimento dell'ordine da essa voluto: egli che aveva vissuto tutta una metà del secolo, che fu definito « stupido », logoratosi negli sforzi per l'apostasia, e sentiva il lamento del buon senso cristiano « così non si può andare avanti », dava le ali a un suo desiderio, che amava non ritenere un sogno dal risveglio amaro.
Una medaglia d'oro
Le benemerenze di Don Guanella, note in tutta Italia, apparvero insigni, oltre che a tutto il popolo, anche alle autorità civili di Como, che gli vollero dare un segno di plauso e di riconoscenza.
La Deputazione Provinciale di Como, infatti, il 2 luglio 1915 assegnava a Don Luigi Guanella una medaglia d'oro « in contemplazione delle sue cospicue benemerenze filantropiche ».
« La nostra Provincia, diceva la relazione, che accoglie nella sua circoscrizione gli Istituti e gli Asili di Como, di Pianello Lario, di Menaggio e di Olonio San Salvatore, non può rimanere insensibile di fronte all'opera civile e proficua del valoroso sacerdote, il quale trae dal lavoro compiuto e dalle sue ulteriori aspirazioni ragione e titolo alla pubblica gratitudine».
L'alto riconoscimento di tanti meriti - non ricordiamo ora più il passato, neppure per metterne in evidenza l'importanza e il significato - giunse appena in tempo a dare a Don Guanella una soddisfazione. Chiudeva con lieto fine il ciclo di tanti dolori.
Una gran festa?
Confratelli scrissero sul periodico « La Divina Provvidenza » e dissero festanti a Don Guanella: « Oggi - 26 maggio 1915 - incomincia l'anno della sua Messa d'oro ».
Tutti pregustavano la gioia di una solennità di famiglia in tutte le Case; ma egli non rispose, come se non avesse capito.
A Padre Gregori, a Boston, scriveva l'11 luglio 1915: « Mi sento spossato ».
Visitando la Casa di Berbenno, pure in quel luglio, esclamò: « È questa l'ultima Opera che fondo ».
« Ne farà molte altre a sollievo dei miserabili » gli fu detto.
« No - rispose - vedrete, e l'ultima, l'ultima mia opera ».
Improvvisa catastrofe
Il 27 settembre, nella Casa della Divina Provvidenza a Como, anticipò il pranzo per partire verso mezzogiorno, col battello, quand'ecco la visita dell'amico professor Giacomo Mantegazza, distinto artista del pennello.
Don Guanella, per far compagnia all'ospite, rimise a ora più tarda del pomeriggio la partenza, e si trattenne a mensa con i confratelli.
Stava prendendo ancora un po' di cibo, mentre conversava, quando lo si vide piegare sul fianco sinistro e lasciar scorrere giù penzolone il braccio. Una paralisi!
Si apprestarono le prime cure, e parve che il caso si presentasse leggero, per cui si diede luogo alla speranza. Ma quella sera stessa, chi assisteva l'infermo chiamò spaventato i confratelli: un secondo attacco ne aveva colpito, in forma grave, tutto il fianco sinistro.
Corsero al letto di Don Guanella due medici, i quali trovarono che il male era reso più grave dalla esistenza di altri disordini fisici - tutto l'apparato renale era colpito, con conseguente gravissima anuria - e pronosticavano una malattia dolorosissima. Si chiamò più tardi da Milano uno specialista urologo; ma la speranza di guarigione apparve subito assai tenue.
La notizia si diffuse per tutte le Case, dovunque fossero figli, amici, conoscenti dell'infermo.
La « carità di un sospiro »
In quei giorni di dolore, riuscì confortante la lettera del Cardinale Ferrari che scriveva da Milano l'8 ottobre: « Al carissimo nostro ammalato e Venerando Sacerdote e Padre amoroso e benefattore insigne di tanti poveri figli e fratelli nostri, mando di tutto cuore una speciale benedizione, e se non fosse troppo vorrei domandargli la carità di un suo sospiro per me al Signore: anche il sospiro di un santo è prezioso tesoro ».
Monsignor Alfonso Archi, vescovo di Como, indisse ai sacerdoti e ai fedeli di tutta la diocesi pubbliche preghiere.
Don Guanella era calmo, tranquillo, confidente nella Provvidenza di Dio. Erano bruciate da strazio indicibile le sue membra; nelle ore della prova suprema, il demonio s'appressò a martoriare sotto le diverse forme dello scoraggiamento e del terrore quell'anima virtuosa e forte: talora il male fisico, serpeggiando nelle vene, avvelenando il sangue e sconvolgendo la vita del cervello, soverchiava la volontà, e causava atteggiamenti ed espressioni penose nel delirio. Egli offriva ogni pena e umiliazione al Signore.
Quante volte si sentiva dire: « O Paradiso! quando verrà l'ora del Paradiso? O mio Dio, abbiate pietà di me! O Pio X benedetto, vieni in mio aiuto! O Caterina, mia santa sorella, aprimi il Paradiso! ». Un sacerdote che l'assistette fino alla morte, l'udì in qualche momento di delirio pronunciare frasi sconnesse: « Paradiso... morte... inferno... parole strane... desidero morire ».
Ma appena tornava in sè, sentendo quello che aveva detto, si raccoglieva un istante, e subito dopo domandava di confessarsi. Fu visto qualche volta piangere per le stranezze da lui dette in delirio.
Siccome egli non domandava niente, gliene fu fatta osservazione. Egli, rispose: « Faccio così perché intendo fare l'ultima penitenza dei miei peccati ».
« Non ho paura! »
Ripeteva sovente, a chi lo visitava e stava intorno al suo letto: « Non ho paura di morire ». Soffriva l'indicibile; un giorno usci in questa espressione: « Dev'essere un gran male il peccato se ha portato sulla terra dolori così terribili! ».
Dal letto, in quei giorni, ripeteva sempre: « Il mio male è di quelli che fanno andare in Paradiso. Io voglio morire, morire! Paradiso! Paradiso! ».
Gli si domandò: « Non teme, Don Luigi, di morire? ».
Ed egli, scuotendo lentamente il capo, e seguendo il diniego col dito: « No, non ho paura, non ho paura! ».
Il premio eterno
Si raccomandò al morente l'anima, con le preghiere della Chiesa: era presente il vescovo di Como. L'Estrema Unzione era già stata amministrata, per decisa volontà di Don Guanella, fin dai primi giorni della malattia. La Santa Comunione gli si portava con grande frequenza, e spesso si faceva appressare qualche sacerdote, che gli leggesse le lezioni dell'ufficio del giorno; egli ascoltava attentamente.
L'ultima Comunione: Don Guanella si sforzò replicatamente di alzare il braccio destro, indicando la lingua: era impotente a pronunciare sillaba. Gli si domandò: « Vuol comunicarsi? ». « Sì » rispose con un cenno del capo.
Don Guanella lotta con la morte: sono gli ultimi sforzi: si prega, si singhiozza, si fanno voti al Signore; si leggono le preghiere rituali della Chiesa per gli agonizzanti.
Inchinò la testa, come dicesse di sì a qualcuno, trasse un sospiro dolce, un po' più lungo... l'ultimo. Il Servo fedele della Carità era morto! Erano le 14,15 di domenica, 24 ottobre 1915.
XXXII
« ALTRI PRENDERA IL MIO POSTO »
La salma si trasportò nel Santuario del Sacro Cuore, dove i visitatori s'affollarono per tre giorni. Autorità ecclesiastiche e civili, persone d'ogni condizione, s'affrettarono a esprimere i sentimenti profondi della loro condoglianza; il vescovo di Como fu il primo ad accorrere vicino alla salma benedetta.
Telegrafò il « profondo dolore » del Santo Padre, assicurandone « speciali preghiere per l'anima eletta del pio e caritatevole fondatore », il Cardinale Pietro Gasparri. Il Cardinale Ferrari, in un telegramma di condoglianze, lo chiamava « santo, desideratissimo fondatore, benefattore illuminato, insigne gloria del Clero Italiano ».
Numerosi cardinali, vescovi e personalità religiose, quasi tutta la stampa italiana, deputati, benefattori, personalità d'ogni parte d'Italia, ebbero commosse parole di rimpianto.
Il prefetto di Como, Carlo Olivieri, « s'inchinava ammirando alla nobile figura di apostolo e di filantropo, scomparsa lasciando dell'opera sua tracce così luminose e durature ».
Il presidente della Deputazione Provinciale di Como esprimeva la sua tristezza per la perdita del sacerdote compianto, « che tanto fervore d'imprese e tanto tesoro di conforto agli infelici seppe spandere intorno a sé, specie nella provincia nostra ».
I funerali
Don Luigi Guanella aveva disposto nel suo testamento che i funerali fossero « modesti » e i suoi figli si accingevano a eseguirne il volere. Ma non si poté resistere allo spontaneo, imponente movimento di entusiasmo, che traboccò e condusse a una vera apoteosi.
Il vescovo di Como volle che i funerali si celebrassero in Duomo; il Capitolo della Cattedrale dispose gratuitamente per la solenne ufficiatura; il Municipio donava un ricchissimo cofano, il carro funebre con i servizi dei valletti e dei vigili urbani. Sarebbe venuto a pontificare in Duomo la Messa solenne, e a recitare l'orazione funebre, il Cardinale Ferrari: presenti, con quello di Como, i vescovi di Lugano, di Lodi, di Adria e Rovigo.
Dal nativo paese, dai paesi nei quali esplicò la sua squisita carità, dalle regioni che sentirono tangibilmente i benefici effetti delle sue istituzioni, vennero numerose e varie rappresentanze, e si congiunsero alle molte pie associazioni cittadine.
Non è esagerazione dire che un corteo funebre, quale quello che si svolse lungo le vie della città, non si ricorda.
Il « Servo della Carità »
Il corteo si svolse interminabile, dal Santuario al Duomo, dove il Cardinal Ferrari celebrò pontificalmente la Messa di suffragio, e prima di assolvere la salma, sali il pergamo per tessere l'elogio.
« Se in questo momento - disse - potessi interrogare il lacrimato sacerdote che ci sta dinanzi nella serena pace della morte ed egli potesse rispondermi con l'usata semplicità e modestia, gli domanderei con quale nome preferirebbe che io lo chiami o lo saluti per l'ultima volta in terra. Egli mi risponderebbe: Servo della Carità. Nella sua carriera terrena così amò chiamarsi; così chiamò i sacerdoti suoi cooperatori, e per tale si ritenne e operò sempre in tutti gli anni della sua vita con una fedeltà mai smentita.
« In questo bel nome, che scolpisce nella sua più vera caratteristica la figura morale di Don Luigi Guanella, io intreccerò oggi non un discorso funebre, ma una lode modesta di poche parole del buon sacerdote scomparso ».
Mentre la salma benedetta si trasportava ancora trionfalmente, dal Duomo al Cimitero Monumentale, per esservi deposta fino a nuove attese disposizioni, il sindaco della città ricordava in Consiglio la figura di Don Guanella, esaltandone « la vita e la multiforme attività, dedicata a un'opera intensa e mirabile di carità, di assistenza sociale, di elevazione del popolo e particolarmente dei più derelitti e disgraziati ».
Il 28 novembre il Ministero dell'Interno firmava il decreto che disponeva la tumulazione della salma di Don Guanella presso il Santuario del Sacro Cuore.
Il trasporto dal cimitero venne fatto nelle prime ore di sera del 4 dicembre, con cerimonia commovente. Quando il feretro giunse nella chiesa affollata, presente il vescovo di Como, Don Aurelio Bacciarini, funzionante, salutò il Padre che rientrava in mezzo ai suoi figli, che non si dovevano ritenere più orfani, perché alla tomba del Padre si sarebbero recati ogni giorno ad attingere forza di sacrificio.
Dopo le esequie solenni, la salma fu portata a spalla, da sacerdoti, dalla chiesa vecchia presso il nuovo santuario, là dove il 1° aprile 1916 un'arca marmorea l'accolse, semplice, maestosa, col suo nome soltanto: Don Luigi Guanella.
« lo sono una sentinella »
« Che cosa avverrà delle Case di Don Guanella quando egli chiuderà gli occhi? » s'erano molte volte domandato dubbiosi e critici.
E Don Guanella, a cui la domanda non aveva mai fatto nessuna impressione, aveva risposto: « Egli chiuderà gli occhi dando addio alla terra, alla quale non ha mai attaccato il cuore, e salutando i suoi, che, confida, continueranno assai meglio di lui le opere da lui fondate ».
« Queste opere - riferiamo ancora parole sue - sono, come lui stesso, del Signore.
« Io sono una sentinella che monta la guardia; quando il Generale mi chiama, Egli stesso dispone che altri prenda il mio posto, e farà molto meglio ».
Chiudendo gli occhi, aveva anche assicurato il suo aiuto dal Cielo, e anche predetto che dopo di lui si sarebbe sviluppata ancor più l'Opera sua. Apparve evidente, prima ancora che si spegnesse l'eco del pianto per la sua scomparsa, la sua protezione sulla grande famiglia spirituale rimasta orfana.
XXXIII
IL FIORIRE DELLE OPERE
I Servi della Carità
A causa della dipartita del venerato Fondatore urgeva scegliere un successore e la Provvidenza, tramite la S. Congregazione dei Religiosi, lo concesse ben degno del Padre nella persona dell'allora Don Aurelio Bacciarini, che resse la Congregazione sino all'anno 1924, sebbene qualche anno prima e per le precarie condizioni di salute e per gli impegni dell'Episcopato di Lugano, avesse chiesto di essere sollevato alquanto, proseguendo tuttavia, sino alla santa morte, avvenuta il 27 giugno 1935, a dare tutto il suo aiuto, conforto e decoro alla diletta Congregazione.
La cura della medesima venne tenuta sino all'anno 1946 dal venerando Don Leonardo Mazzucchi, insigne per meriti, per lo zelo indefesso impiegato nel far rivivere la Figura del Fondatore, nel conservare, con i ricordi e con gli scritti, le linee del suo genuino spirito e nel promuovere in ogni settore la vita della Congregazione.
A lui successe nell'anno 1946 e governò sino al Capitolo dell'anno 1958 Don Luigi Alippi, resosi tanto benemerito per lo sviluppo delle varie Opere in Italia e soprattutto nell'America Latina. Dal 1958 è Superiore Generale Don Carlo Deambroggi, che fedelmente segue l'attività dei suoi predecessori, procurando che « per merito e per numero » abbia a crescere la Congregazione tanto cara a Don Guanella.
Si sono quindi succeduti nella direzione dell'Opera don Guanella i due degnissimi Superiori Generali Don Armando Budino (1964-1970) e l'attuale Don Olimpio Giampedraglia. Ambedue si sono impegnati al rinnovamento e al consolidamento della vita religiosa auspicati dal Concilio Vaticano II e allo sviluppo della Congregazione, soprattutto in Spagna (tre case) e in Palestina con un istituto a Nazareth per handicappati, cioè i « buoni figli » del Beato Fondatore.
Con i continui sviluppi, con la premura per la formazione di manipoli sempre più numerosi e meglio preparati di Servi della Carità, i vari Superiori Generali, coadiuvati da tutti i loro Religiosi, seppero accrescere vitalità e opere di zelo, bramando rispondere alla fiducia largamente concessa dalle Autorità della Chiesa e tener alto il nome, la figura e le Opere, che si ornano del nome stesso del Fondatore.
Gli elenchi delle Opere dei Figli e delle Figlie di Don Guanella dimostrano come il campo sia ben esteso e come tante oasi di carità vadano sorgendo, a gloria del Signore, a benedizione del nome di Don Guanella, a sollievo, a conforto, a salvezza di tante anime e soprattutto di quelle dei poveri, degli infelici, di tutte le categorie più bisognose, alle quali tanto pensava il Fondatore.
Le Figlie di S. Maria della Provvidenza
Alla morte del Fondatore, Madre Marcellina Bosatta per diversi anni tenne il governo effettivo della promettente e numerosa Congregazione.
Non mancarono, come di solito avviene per le opere del Signore, delle prove e dei momenti difficili; ma l'amore per il Fondatore rimase in alta stima e così, nel suo nome e con il suo aiuto, ogni prova venne superata e si volse l'animo ad una coraggiosa ripresa e ad uno sviluppo, che veramente portano i segni della celeste benedizione.
Fattasi stanca Madre Marcellina per gli anni e per i lavori, la cura della Congregazione passò a Sr. Rosa Colombo, anima tutta di pietà e di sacrificio, piena di amore per le sue Figlie e per i poveri. Per lunghi anni, alternandosi con Sr. Apollonia Bistoletti, entrambe meritevoli della stima delle Consorelle, Suor Rosina e Suor Apollonia vigilarono sopra la Congregazione ed umili e silenziose seppero portare a tante realizzazioni di carità e di assistenza, rendendo sempre più apprezzata l'opera delle Suore di Don Guanella e conservando fedelmente lo spirito del Padre.
Madre Marcellina, trascorsi gli ultimi anni, quasi lampada fedele, accanto alla Tomba di Don Guanella, sali al Signore nell'anno 1934 e veniva poi raggiunta, nella luce del bel Paradiso, da Sr. Rosa il 12 ottobre 1956, mentre altre « fedeli e buone serve » ancora vivono e sono di esempio alle consorelle.
Dal 1952 al 1970 fu Superiora Generale Madre Angela Cettini che, alle belle doti di mente e di cuore, univa, per un saggio e meritorio governo, la vasta esperienza raggiunta durante un lungo soggiorno negli Stati Uniti d'America.
Le successe nel 1970 Madre Rosa Costantini che, fedele alle direttive della Chiesa e allo spirito del Fondatore, lavora indefessamente per lo sviluppo spirituale e materiale della Congregazione femminile, specialmente nell'America Latina.
Eredi di Santi
Come non inchinarci e non salutare il bel numero di Servi della Carità e di Figlie di S. Maria della Provvidenza, che dopo una vita di sacrificio e di virtù, lasciando fulgidi esempi, si sono ricongiunti al Padre in Cielo?
Le due Congregazioni si possono dichiarare eredi di un patrimonio santo, costituito dai nomi, dagli esempi, dalle virtù d'insigni Confratelli e di elette Consorelle, che ora dal Cielo proteggono e incoraggiano a perseverare nel buon cammino.
« Siamo figli di Santi! ».
« Ecco l'eredità del Signore, i figli... ». Attorno al Padre si allietano i Fratelli e le Sorelle, che ci hanno preceduti e che Lassù celebrano la loro festa, che non ha vespero e non conosce tramonto. Ad Essi si levano i nostri sguardi, alla loro vita s'ispirano le nostre opere!
Con il venerato Padre, con il Servo di Dio Mons. Aurelio Bacciarini, con la Serva di Dio Sr. Chiara Bosatta e con una eletta schiera di Santi e di Amici, che dall'Alto ci guardano, facciano scendere grazia, aiuto, assistenza sopra la Famiglia di Don Guanella, che pellegrina in terra, perché in ogni giorno rimanga fedele al genuino spirito del Padre!
XXXIV
VERSO LA GLORIA
Il Sommo Pontefice Benedetto XV, il giorno in cui gli fu comunicato che i momenti della vita di Don Guanella erano contati, lo benedisse esclamando: « Muore un santo! ».
Don Achille Ratti, rievocando un incontro con Don Guanella disse: « Mi sono trovato una volta sola con lui, per brevi, ma non più dimenticati momenti; egli mi ha lasciato l'impressione e la memoria comune a quanti lo conobbero, di un santo sacerdote sostenuto e allietato da una illimitata fiducia nella Provvidenza ».
Monsignor Archi, che già aveva invitato la diocesi ad invocare dal Signore di conservare « hominem sanctum, Deo carum, iustum, mansuetum et pium », confortò i suoi figli spirituali dicendo: « È morto un santo, che dal Cielo vi aiuterà più che non abbia fatto in terra ».
Il desiderio del Cardinal Ferrari
Dopo il funerale, il Cardinal Ferrari si recò nella Casa dei Servi della Carità e disse loro: « Avete u n protettore in Paradiso, perché tutta la sua vita fu piena di amore verso Dio e verso i poveri. Se non è andato lui in Paradiso, chi ci deve andare? ». E alle suore: « Avete per fondatore un santo ».
E dopo aver partecipato al dolore della Congregazione per la morte del « santo e desideratissimo fondatore », scrisse: « Mi pare che sia in cammino verso gli onori degli altari quel santo sacerdote ».
Al Superiore Generale, Don Aurelio Bacciarini, per primo il Cardinale Ferrari espresse il desiderio di vedere iniziato il processo informativo per la Causa di beatificazione di Don Luigi Guanella.
La fama della sua santità aumentò ancora per nuovi fatti venuti alla luce intorno alla sua vita e divulgati dalla stampa: numerose grazie, che si ritennero ottenute da Dio per la sua intercessione, confermarono nei fedeli la fiducia di avere un potente benefattore, più di quello che fu in terra, nel Cielo.
Sulla tomba visitata da folle, da pellegrini affluiti al Santuario del Sacro Cuore, in Como, fu visto pregare, per ore intere, Don Orione, che di Don Guanella seguì mirabilmente le orme.
I processi Canonici di Beatificazione Dopo il desiderio espresso dal Cardinal Ferrari, per consiglio di alte autorità ecclesiastiche, desiderio di popolo, ammirazione di fedeli, amore di figli, tutti nel profondo dell'animo persuasi della santità di Don Guanella, nel settembre del 1921, fu costituito in Como il Tribunale Diocesano per i processi informativi sulla fama di santità della sua vita, virtù e miracoli attribuiti alla sua intercessione.
Nel novembre 1923, affinché le testimonianze potessero essere più facilmente e più sollecitamente raccolte, il Cardinale Eugenio Tosi istituì un apposito Tribunale Ecclesiastico anche a Milano.
Approvati dalla S. Congregazione gli scritti, fu introdotta la Causa il 15 marzo 1939.
A Como, il 27 giugno 1940, si inizia il Processo Apostolico, che ha termine il 10 ottobre del 1941. Con la chiusura del Processo coincise in Como la prescritta ricognizione canonica della venerata Salma dal Tribunale Apostolico, riponendola sigillata nel medesimo sepolcro.
Nell'anno 1942 vennero costituiti a Milano, Como, Vittorio Veneto i Tribunali Apostolici per l'esame di altrettanti miracoli attribuiti al Servo di Dio e verificatisi nei confini delle citate Diocesi; intorno ad essi si ebbe un Decreto il 13 aprile 1945 dalla S. Congregazione.
Il campo era in tale modo preparato, per procedere alla discussione intorno alle virtù eroiche.
La Congregazione detta antipreparatoria ebbe luogo il giorno 13 marzo 1956 e quella detta preparatoria si svolse il 28 aprile 1959.
Finalmente, il giorno 6 marzo 1962, all'augusta presenza del S. Padre Giovanni XXIII di s.m., si celebrò la Congregazione detta Generale, nella quale l'E.mo Sig. Card. Clemente Micara, Ponente della causa e Protettore delle Congregazioni Religiose fondate dal Servo di Dio, propose il dubbio, secondo le espressioni di rito, se cioè risultava che il Servo di Dio avesse esercitato in grado eroico sia le Virtù Teologali, sia quelle Cardinali e loro annesse. Tutti i presenti diedero il loro voto; tuttavia, il S. Padre, secondo la prassi, si riservò di ancor pensare e di fervorosamente pregare, prima di pronunciare il suo definitivo giudizio.
Infatti, il giorno 6 aprile successivo, alla presenza degli E.mi Sigg. Cardinali Arcadio Larraona, Prefetto della S. Congregazione dei Riti, Clemente Micara, Ponente e Relatore della Causa e del Rev.mo P. Ferdinando Antonelli, Promotore generale della Fede, nonché di altre persone aventi parte in simili atti, dichiarò: « Consta delle virtù teologali della Fede, della Speranza e della Carità verso Dio e verso il prossimo, nonché delle cardinali Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza e di quelle ad esse annesse, dal Venerabile Luigi Guanella esercitate in grado eroico ed a pieno effetto dello scopo trattato ». In tal modo, Giovanni XXIII ornava il nostro Padre con il titolo di Venerabile e segnava un decisivo passo verso la desiderata sua glorificazione.
In diverse altre date si provvedeva ad istruire, nelle sue formalità e con le prescritte Congregazioni, il Processo intorno ai miracoli attribuiti all'intercessione del Venerabile e in tal modo si volgeva verso il termine della lunga attesa con esito veramente felice.
XXXV
NELLA GLORIA DEGLI ALTARI
E venne il giorno tanto desiderato! A Roma, il 7 luglio 1964, alla presenza del Santo Padre Paolo VI, si era celebrata con esito positivo la Congregazione Plenaria per la votazione sui due miracoli attribuiti all'intercessione del Ven. don Luigi Guanella.
Ed ecco in sintesi le due guarigioni miracolose. La fanciulla MARIA URI, di 11 anni, che era ricoverata presso le Suore di S. Maria della Provvidenza in Lora (Como), il giorno 27 maggio 1932 improvvisamente incominciò a sentir dolori all'addome con vomiti, e veementi ostinati singulti. Passò così tutta la notte tra acerbissimi dolori. Il mattino seguente, sembrando migliorata, si alzò dal letto per assistere alla S. Messa; ma in chiesa cadde svenuta. La colsero di nuovo veementi dolori e un tale languore, da non poter più trattenere alcun cibo, nemmeno l'Ostia sacra che le era stata portata a modo di Viatico. Il medico, chiamato, disse che si trattava di peritonite acuta, con grave insufficienza cardiaca. Un secondo medico, chiamato a consulto, confermò la stessa diagnosi e la terapia cardiotonica. Esclusa ogni utilità di intervento chirurgico e usati inutilmente alcuni rimedi, i due medici emisero prognosi infausta. E in realtà, la sera, le condizioni dell'ammalata volsero talmente al peggio, che stava quasi per morire; già dalla casa paterna avevano portato la veste che la fanciulla aveva usata quando si era accostata alla Prima Comunione, affinche, appena morta, la innocente ne fosse rivestita. Ma ecco il miracolo! Le Religiose, alle quali il medico aveva affidato l'ammalata ormai morente, applicarono alla parte ammalata della fanciulla una reliquia del Venerabile Luigi Guanella e le fecero inghiottire alcuni fili della Sua veste, innalzando a Dio ferventi preghiere. E non invano. Infatti il Venerabile esaudì le loro suppliche; a mezzanotte la fanciulla si addormentò placidissimamente; alle sei del mattino, svegliatasi, si sentì completamente guarita e con insistenza richiese del cibo. Il medico, subito accorso, non riscontrò più nessuna traccia della terribile malattia e, con sua grande meraviglia, dovette constatarne la perfetta guarigione.
Tanto i medici, quanto i periti d'ufficio e i testimoni, hanno dichiarato che questa guarigione è avvenuta al di fuori delle leggi e delle forze della natura. L'altra miracolosa guarigione riguarda la signora TERESA PIGHIN, di Zoppola (Udine). Costei, ottima madre di 4 figli, non dovette mai lamentarsi della sua salute fino all'età di 31 anni. Ma nel mese di febbraio del 1929 cominciò a soffrire di grave esaurimento, con abbondante sudorazione notturna, tosse con espettorato purulento e febbri periodiche. Il medico curante, sospettando trattarsi di malattia polmonare, ordinò che l'ammalata fosse ricoverata nell'ospedale di Pordenone nell'agosto 1929. Ivi, confermata la diagnosi, e applicati gli opportuni rimedi, l'inferma si sentì meglio e dopo un mese ritornò a casa, riprendendo i soliti lavori. Ma, dopo pochi giorni, ella cominciò a sentire nuovi disturbi: un continuo dolore alla regione media della spina dorsale e una persistente febbriciattola; si aggiunse inoltre tanta debolezza agli arti inferiori, che a mala pena poteva reggersi in piedi.
Perciò il giorno 1 maggio del 1932 fu di nuovo ricoverata nello stesso Ospedale. Diagnosi: Morbo di Pott.
Dqpo due anni, le condizioni dell'ammalata volgevano sempre più al peggio, finché nel maggio del 1934 fu dimessa dall'Ospedale, nonostante il persistere dei dolori alla spina dorsale e della paralisi agli arti inferiori. Fu accolta nell'Ospizio delle Suore di S. Maria della Provvidenza presso Cordignano (Udine) dove, perseverando il Morbo di Pott, fu emessa una prognosi assolutamente infausta. Dal mese di maggio fino al novembre di quell'anno, l'infelice inferma restò distesa a letto, senza speranza di guarigione.
Provata così da varie e gravi malattie, la paziente era giunta agli estremi. Tuttavia non perse affatto la fiducia, riposta in Dio solo, di ricuperare la salute. Il 30 novembre le Suore, dopo aver consegnato all'inferma una reliquia di Don Guanella, iniziarono una novena al Servo di Dio per la guarigione della paziente. La mattina del 2 dicembre, alle ore 7 circa, la paziente si svegliò con un brivido improvviso per tutto il corpo, seguito da una sensazione di benessere generale. Si sentì ritornare improvvisamente le forze, scomparve la difficoltà di respiro e si accorse che gli arti inferiori non erano più pesanti. Il suo aspetto era cambiato; non più la faccia sofferente di poche ore prima, ma un aspetto vivo, allegro, di persona sana; parlava con voce normale, sostenuta. In presenza della Suora infermiera, meravigliata e sbigottita per quello che vedeva, scese dal letto, si vestì e incominciò a camminare per l'infermeria senza fatica. Era guarita completamente!
Dopo d'allora, si sottopose a lavori anche faticosi, dapprima nello stesso Ospizio, e di poi a casa sua, con tutta la pienezza delle sue energie, come se non fosse mai stata ammalata.
I medici, i periti d'ufficio e i testimoni hanno apertamente e concordemente affermato che anche questa guarigione era avvenuta al di fuori delle leggi e delle forze della natura.
Ricognizione Canonica
Il giorno dopo la riunione della Congregazione Plenaria - 8 luglio a Como, in via T. Grossi, 18 - ove da 48 anni riposavano le sacre spoglie del Venerabile - S. E. il Vescovo Mons. Felice Bonomini, che con tanto ardore aveva abbracciato la Causa del Sacerdote « perla del Clero Diocesano », procedeva alla Ricognizione Canonica del corpo del Ven. Don Luigi Guanella.
Appena scoperta la cassa, i Periti Medici Prot. Giovanni Nazari, Prof. Giovanni Fiorani Gallotta e il Medico Provinciale Dott. Fermo Maternini, esaminarono diligentemente il corpo, sottolineando con felici espressioni la pace e la serenità espresse dal volto del Venerabile.
E Sua Eccellenza, avvicinatosi a contemplare le sacre spoglie, invitava tutti i presenti a una preghiera di ringraziamento.
Il 1° settembre usciva da Roma il Decreto cosidetto del « TUTO » (cioè: con certezza), con il quale il Papa annunciava al mondo che dopo aver discusso con estrema diligenza sulla santità, le virtù e i miracoli del Venerabile Sacerdote Luigi Guanella si poteva procedere « con certezza » alla solenne cerímonia della Beatificazione.
Ormai la suprema parola era stata pronunciata. I voti di tante anime buone erano appagati. Clero, Religiosi, popolo potevano intonare il cantico della letizia.
25 ottobre 1964: data gloriosa
E il cantico, erompente di gioia, esplose solenne nella Basilica di S. Pietro il mattino del 25 ottobre 1964 quando, dopo la solenne proclamazione della Beatificazione, davanti allo sguardo di tutti apparve la figura trionfante del nuovo Beato nella gloria suggestiva del Bernini.
La Basilica era gremita di Autorità religiose e civili, di innumerevoli fedeli che, nonostante l'inclemenza del tempo, non avevano voluto mancare all'appuntamento con il « Padre dei poveri, il Consolatore dei sofferenti, l'umile prete della Valtellina ». Eran venuti da tutte le Regioni d'Italia.
E dalla Svizzera e dalla Spagna é dall'Argentina, dal Paraguay, dal Cile, dal Brasile, dagli Stati Uniti... « Exulta, Jerusalem! Esulta, o città santa! ... Su di te si è levata la gloria del Signore... Volgi attorno il tuo sguardo, e mira: tutti si sono adunati, sono venuti a te; i tuoi figli vengono da lontano e le tue figlie sorgono da ogni lato ».
Fu un trionfo! E la stessa scena si ripeté al pomeriggio.
Il tempo era inclemente. Pioveva a dirotto. Non importa.
Ma che succede? D'improvviso cessa la pioggia. Stanno arrivando i pulmans con i Beniamini di Don Guanella, i Minorati fisici e psichici.
Ecco: scendono dai mezzi di trasporto. Entrano in Basilica. Ci sono tutti. Bene: ora può riprendere a piovere.
E riprende a piovere. A dirotto.
Lo stesso fenomeno si è ripetuto all'uscita. E noi non ci vogliamo fare commenti!
Siamo in attesa del Papa che sta per scendere in Basilica a venerare il novello Beato.
Uno squillo improvviso che elettrizza e scuote ogni cuore. Sono le trombe d'argento che annunciano l'arrivo del Papa. Ma il silenzio che, improvviso, s'era fatto, è subito rotto da un uragano di battimani e di « Viva il Papa! Viva Don Guanella! ». Sventolio di fazzoletti, braccia tese... oh, le moltitudini che tendono, incoercibilmente, le braccia a Cristo! E il Papa, che vorrebbe abbracciare tutti, e passa davanti ai lettini degli ammalati e trascolora... e i sediari che continuano nel loro lento, compassato incedere! E il cuore, al Papa, sembra che gli si laceri, dentro!
Ed eccoLo postrato dinnanzi al Santissimo esposto, e al Beato.
Che cosa dirà mai, il Papa, a Gesù e a Don Guanella?
La parola del Papa
« Parola del Papa, parola di Dio! ». Era il sigillo di Don Guanella a ogni discussione, spesso accesa, che avveniva in quegli infuocati tempi di liberalismo e di modernismo.
E sembrano i nostri tempi! Anche se con nomi diversi.
A noi questa massima non è mai risuonata così evidente - e così commovente - come quando il Papa ha parlato proprio di Lui, di Don Guanella, che ci ha lasciato come programma: « Col Papa in vita, col Papa in morte! ».
Il discorso del S. Padre - più volte sottolineato da scroscianti applausi - pronunciato davanti a una moltitudine che sembrava trattenere il respiro per non perdere una parola, nella luminosità della più maestosa Basilica del mondo, nella calda atmosfera del Concilio Ecumenico in pieno svolgimento, è stato - per unanime consenso - superiore ad ogni aspettativa. Si sono in esso armoniosamente e potentemente fuse luci di sapienza, vibrazioni di paternità, direttive di mete nelle vie del bene.
Dopo uno speciale saluto ai Signori Cardinali, ai numerosi Arcivescovi e Vescovi e altre Personalità presenti, il S. Padre ha rivolto la sua augusta parola alle Famiglie Religiose fondate dal novello Beato: i Servi della Carità e le Figlie di S. Maria della Provvidenza che, ovunque lavorino, « silenziosamente, assiduamente, dànno della carità di Cristo splendida testimonianza ». « Voi siete la Famiglia di Don Guanella; voi siete la sua gloria; voi siete la sua grandezza! ».
E’ Dio che fa!
Ancora poche parole di considerazione « del magnifico quadro delle Opere di Don Guanella », ed ecco: « Sembra - questo quadro - trasformarsi in visione e presentarci proprio Lui, il nuovo Beato Don Luigi Guanella che, ammirando Lui stesso il cerchio vivente e splendente dei suoi Figli e dei suoi beneficati, placidamente, ma autorevolmente, ancora ci ammonisce, come faceva quand'era ancora in questa vita terrena: - È Dio che fa! -. È la Divina Provvidenza. Tutto è di Dio ».
Così che « questa visione del bene operoso e vittorioso è un riflesso efficace della Bontà divina, che ha trovato le vie per manifestarsi e per operare fra noi. È Dio che fa! ».
Oh, il S. Padre, come vive questi momenti! Sembra, ora, che debba fare come uno sforzo, per distogliersi da « questo immaginario, ma non illusorio colloquio » col novello Beato e che « pare a Noi soddisfare in buona parte il segreto desiderio ch'è, al termine di questa solenne cerimonia, in ciascuno di noi: il desiderio di capire... come e perché il nuovo fenomeno di santità si è prodotto in questa nostra scena umana. Vorremmo carpire il segreto e cogliere il principio interiore di tale santità; vorremmo ridurre ad un aspetto prospettico unitario la vicenda avventurosa, complicata e febbrile della vita prodigiosa del nuovo Beato, che diviene per noi degno di imitazione e di culto... E non sarebbe facile riuscire a classificare sotto un aspetto solo la figura di Don Guanella, se Egli stesso non ci aiutasse e quasi ci imponesse a vedere in Lui null'altro che l'effetto della Bontà divina, un frutto, un segno della Divina Provvidenza.
Opera del Signore: dunque, benefica e santa
Ma questo non è che un aspetto della poliedrica figura del Beato, si affretta a precisare il S. Padre. « Tanti altri ci offrirebbero quel punto prospettico focale che ci consentirebbe di definire in sintesi la sua anima e la sua opera ». Per ora, non resta che « obbedire alla sua voce rediviva: È Dio che fa! E se diamo ascolto davvero a questa voce, che vorrebbe svalutare in umiltà la grandezza e il merito dell'opera da Lui generata, assistiamo non già ad una svalutazione, ma ad una glorificazione, perchè possiamo concludere: DUNQUE L'OPERA DI DON GUANELLA E’ OPERA DI DIO! E, se e opera di Dio, essa è meravigliosa, essa è benefica, essa è santa ».
Ma quale il segreto di quest'opera « meravigliosa benefica, santa? ». La Divina Provvidenza! Quella Provvidenza che faceva dormire tranquilli i sonni di Don Guanella, perché « fino a mezzanotte ci penso io, dopo mezzanotte ci pensa Iddio » e, all'occorrenza, gli faceva moltiplicare il pane nelle mani e, nelle tasche, i :soldi.
E’ su questo aspetto peculiare del nuovo Beato che il S. Padre insiste per un rinnovarsi di questa nostra moderna società, che sa troppo di materialismo e di autosufficienza. E conclude: « Collaborare con Dio dovrebbe essere il programma della nostra vita. Ed è il programma dei Santi ».
Il senso religioso di imprese stupende
Ce lo dimostra, tra gli altri, il nostro Don Guanella, lasciando così scoprire nella sua anima e nella sua opera le linee direttrici che le definiscono. Vedremo la linea propriamente religiosa come linea maestra: tutto si fa per interpretare, per eseguire, per onorare la volontà di Dio.
Una grande pietà, una assidua preghiera, uno sforzo di continua comunione con Dio sostiene tutta l'attività dell'uomo di Dio: si direbbe che non pensa che a questo. E allora una grande umiltà penetra ogni proposito e ogni fatica di Lui. Potrebbe essere grande tentazione, in chi compie grandi imprese, di credersi bravo, di dirsi autosufficiente, di attribuire a sé il merito delle proprie opere; il senso religioso invece, che le informa, impedisce tale pericolosa insipienza, e infonde nel servo fedele due altri movimenti spirituali, che sembrano l'uno all'altro contrari, e sono invece corrispondenti e concorrenti: uno e il movimento di tensione, l'altro di distensione. Di tensione volontaria il primo: se siamo al servizio di Dio, nessuno sforzo ci deve costare; ed è questo che noi maggiormente riusciamo ad ammirare nell'operaio del regno di Dio: la tenacia, l'energia, il coraggio, lo spirito di eroismo e di sacrificio.
Di distensione confidente l'altro: se siamo al servizio di Dio, nessuna cosa ci deve fare paura; la fiducia e la vera nostra forza, la sicurezza - fino al rischio, talvolta! - che l'assistenza del Signore, la Provvidenza, come diciamo, non mancherà: questa fiducia forte, positiva, amorosa è meno visibile all'osservatore profano; ma nell'animo del santo è l'elemento principale della sua fortezza e della sua grandezza.
Alfiere della carità operante in misericordia
Ed è poi più facile capire come uno spirito, così strutturato interiormente, balzi con audacia formidabile al compimento delle opere di misericordia più nuove e più ardue; ricordiamo l'insegnamento dell'apostolo S. Giacomo: « La religione pura e senza macchia è questa: visitare gli orfani e le vedove nella loro tribolazione ». (Jac. 1, 27).
Dalla psicologia religiosa, a cui abbiamo accennato, scaturisce l'attività prodigiosa del Servo di Dio; dalla carità che a Dio lo unisce deriva la carità che lo rende prodigioso benefattore dei fratelli bisognosi. L'aspetto sociale del Beato meriterebbe qui il suo vero panegirico; ma questo lo fanno i suoi Figli ed i suoi ammiratori; lo fanno, con l'eloquenza dei fatti e delle cifre, le sue opere. A Noi ora basta raccogliere il primo filo di tutta codesta meravigliosa storia della carità operante in misericordia; e trovarlo, quel filo, annodato al suo punto di partenza, come alla sorgente dell'energia soprannaturale che tutto lo percorre: « È Dio che fa! ». Non è bello? Non è stupendo? Lodiamo dunque Iddio nel suo Servo, il Beato Luigi Guanella; e preghíamoLo che, per l'intercessione di questo Campione della fede e della carità, ci dia grazia di imitarLo e tutti così ci benedica! ».
Al termine di questo magistrale e veramente augusto discorso, fu un subisso di applausi, e un fremito come di soprannaturale sembrava quasi trasportare l'immensa folla a stringere tra le braccia il Papa.
Il pianto del Papa
Ma quello che non poté fare la folla, lo fece Lui, il Papa!
Una scena fino allora mai vista: il Papa che scende, frettoloso, dal suo trono e va, come Gesù, in mezzo alla folla. E come Gesù, nell'ultima Cena, si inginocchia presso il letto degli ammalati che han voluto essere presenti alla glorificazione del loro Padre benefico e santo, e dialoga con ciascuno, sussurrando parole dolcissime, che solo Lui e l'ammalato devono sapere, come un papà con il figlio, e li accarezza a uno a uno, e li abbraccia... e piange!
No, no! Non si può scrivere quello che ci scosse il sangue e lo spirito in quegli istanti! Qualcosa sembrava scoppiare dentro. Ma dove eravamo? Ancora in terra, o già in cielo? O piuttosto; un lembo di cielo s'era davvero aperto sulla terra?
Sono le meraviglie dell'amore e della carità di Cristo!
Voglia il cielo che l'umanità - in Gesù, nella sua Chiesa, nella sua dottrina - trovi, come l'ha trovato il Beato Don Luigi Guanella, questo ampio respiro di carità che tutti affratelli in nome di Dio. Per un autentico progresso: sociale, morale, spirituale.
Dal suo altare
Ed ora, o nostro Beato Don Luigi, quasi prendendo commiato da te, non possiamo non ricordare le parole che tu stesso, il Servo della Carità, scrivesti per i tuoi Figli, Servi della Carità.
Sono per te una gloria. Per noi, un invito sempre più impegnativo. Ché, tu ce n'hai dato l'esempio. « Ed i buoni servi della Carità che per lungo corso di anni e per tante volte in ogni giorno hanno soccorso con fede i poveri; questi buoni Servi della Carità che ancor viventi non dicevano mai "basta" nelle opere di carità e di sacrificio; questi buoni Servi saliranno con Gesù Cristo in alto e possederanno quel regno, che il Signore nella sua infinita bontà ha loro preparato fin dal principio della creazione. Quale guadagno! Quanto trionfo! ».
O Don Luigi nostro! Da quel tuo altare, ove riposano benedette e benedicenti le tue sacre spoglie, elargisci ancora abbondanti i doni della tua carità; infiamma i nostri cuori di quell'ardore che ti faceva sentire « spada di fuoco nel ministero santo »; fa' che non resti mai deluso chi si rivolge fiducioso a te. Ché, tanti sono ancora i bisognosi. E tu lo sai: « finirla non si può, finché vi sono poveri da soccorrere, bisognosi ai quali provvedere ».
Per la tua carità, noi ti vogliamo vedere sempre più in alto nella gloria dei Santi. Che si avverino le parole di meraviglia che tu hai poste sulla bocca « degli ingannati e degli ingannatori » di questo mondo « che si vedranno passare loro dinanzi eserciti di servi e di serve della carità e che si domanderanno attoniti: - chi sono costoro e fin dove ascenderanno? - Oh, aprite gli occhi: sono gli innocenti della roba d'altri, sono i mondi di cuore! ». Fin dove vogliono ascendere?
Fino a te, o Beato Don Luigi. Per essere partecipi con te della gioia di Dio.
LE CASE DI FORMAZIONE DELL'OPERA DON GUANELLA
COMO
- È la Casa Madre della Congregazione dei Servi della Carità. Costruita dal Beato, che vi morì il 24 ottobre 1915, conserva la Sua camera e i ricordi ancora vivi del Suo operare. La salma del Beato riposa nel Santuario del S. Cuore, voluto da Lui e benedetto dal Servo di Dio il Card. Andrea Ferrari. Vi sono realizzate tutte le opere: dalle scuole elementari e medie, all'artigianato, alla casa di riposo per anziani.La Curia generalizia nel 1971 da Como fu trasferita a Roma, Vicolo Clementi 11, in una modesta e tranquilla residenza, che offre ospitalità anche a confratelli di passaggio.
CHIAVENNA - Ospita attualmente la sede del Noviziato e un pre-seminario, perché nell'ambiente alpino di monti e valli, di verde e di nevi, dove sbocciò e crebbe la vocazione del Beato Luigi Guanella, fioriscano i teneri virgulti e si formino alla pietà e alla carità le giovani speranze della sua Congregazione.
ANZANO DEL PARCO (Como) - Sulla strada che da Como conduce a Bergamo, nella verde Brianza, sorge l'Istituto S. Giuseppe, che è Casa di studio per i nostri giovani religiosi dei corsi liceali e Scuola Apostolica per gli aspiranti del Nord Italia. Qui si raccolgono quei ragazzi che sentono l'impulso d'una divina chiamata, l'ascoltano, la studiano e si preparano, con serietà quasi commovente per la loro età, a passi più impegnativi. Nonostante la regolarità della loro vita, la gioia sprizza da tutte le parti e le ricreazioni sono movimentate e rumorose, la solennità delle funzioni sacre e assicurata dalla corale, buone rappresentazioni teatrali rallegrano ed educano nello stesso tempo.
ROMA - Via Aurelia Antica - Fu chiamata, questa Casa, il Piccolo Cottolengo di Roma, perché vi ospita il fiore della carità. Sulle orme calcate dal Beato Luigi Guanella, Don Mauro Mastropasqua ha sviluppato questo Ricovero che accoglie vecchi bisognosi di assistenza e quelli che la carità squisitamente cristiana del Beato ci fa chiamare « Buoni Figli ».
Accanto, in due padiglioni propri, funzionano il Seminario teologico interregionale e la Scuola Apostolica dei Servi della Carità per il Centro-Sud Italia. Questi giovani, che hanno scelto di servire Cristo nei poveri, respirano la cattolicità della Chiesa che s'incentra a Roma, dove lotte e vittorie si sono avvicendate nei secoli, dove ogni pietra e ogni angolo parla di santità e di martirio, dove la bianca veste del Papa è simbolo e certezza di perennità, dove la maestosa cupola di S. Pietro ripete la divina promessa: « Le porte dell'inferno non prevarranno ». Imparano assieme alle scienze sacre e profane, a « pregare » e a « patire »; ad essere certi che « chi dona al povero, riceve da Dio »; a dare se stessi agli altri e a lenire le sofferenze altrui, nascondendo le proprie; a condurre a Dio le anime con la bontà, l'esempio e la parola.