Innocenzo Da Berzo

sacerdote cappuccino 

P. Gianmaria da Spirano O.F.M. Cap. 

Preghiamo vivamente coloro che ricevessero grazie particolari per intercessione del Beato Innocenzo da Berzo o desiderassero oggetti di devozione di rivolgersi a:

VICE POSTULAZIONE Causa di Canonizzazione - B. Innocenzo da Berzo Vle Piave, 2 - MILANO

Terza edizione

 

S. RITUUM CONGREGATIO

(Tab. nn. 261 - 23) Romae, 2 Martiis 1961 NIHIL OBSTAT

Nicolaus Ferraro, S. R. C. Adsessor Fidei Sub - Promotor Generalis

 

«Va camminando dietro al suo Sposo senza vedere, senza udire, senza inten­dere, senza sapere, senza parlare, senza gustare, sen­za, sto per dire, operare, e del tutto è come morto, solo attendendo ad andar dietro all'interiore attraimento del Verbo per non offenderlo» (dal diario).

 

PREFAZIONE

La Chiesa, elevando agli onori degli altari il Beato p. Innocenzo da Berzo, proclama, con giudizio d'au­torità, e rende manifesta, in forma solenne, la san­tità della vita terrena di quel cappuccino bresciano, che il popolo di Lombardia, e particolarmente i con­terranei della sua Valle Camonica, chiamavano con familiarità il « fratino di Berzo ».

Una celata grandezza divina e una manifesta pic­colezza umana confluiscono a dare fisionomia, ec­cellenza e splendore a una personalità di santo, che a prima vista disorienta e sconcerta e poi ci placa e ammonisce e conforta ed esalta. P. Innocenzo s'osti­nò sempre a scomparire, nella convinzione della pro­pria nullità, e, quando questa non era creduta, nel tremore della propria indigenza; ma l'intuito del senso cristiano, lo scandaglio della scienza teologi­ca, il verdetto della madre di ogni santità, la Chiesa, scoprirono in lui, venerarono e proposero ad esem­pio un nuovo, inatteso, autentico efficace, conforte­vole esemplare di perfezione cattolica.

È appunto questa antitesi che imprime alla bio­grafia esteriore del novello Beato e al suo secreto interiore l'attrazione del mistero e il ritmo di un dramma sacro.

Un occhio profano, sia pure esperto, ricercherà inutilmente, con il metro delle superiorità umane, le espressioni, se non proprio quelle eccezionali del genio e della scienza, almeno quelle più pertinenti, delle imprese apostoliche, dei successi sacerdotali vistosi, delle virtù patenti, riconosciute e ammirate. P. Innocenzo era dotato di una intelligenza che il ti­rocinio scolastico, sia laico sia ecclesiastico, classifi­cò ottima. Nella cultura teologica, propria dei sacer­doti e d'impiego corrente nel ministero pastorale, si meritò, senza ricercarla, anzi schifandola, la stima del clero e dei superiori.

Fanciullo, cresce appartato dall'atmosfera, pure tranquilla e spesso sofferente, dei ragazzini dei paesi montani. In collegio a Lovere e in seminario a Bre­scia è silenziosamente attivo soltanto nello studio e nella preghiera e subisce intimidito l'ondata esube­rante e clamorosa, spesso canzonatoria, della comu­nità giovanile. Sacerdote coadiutore nelle parroc­chie di Cevo e di Berzo svolge un ministero sacer­dotale di ordinaria amministrazione: liturgia, con­fessionale, predicazione catechistica, visita agli am­malati, scuola elementare; nella celebrazione della s. Messa suscita nell'animo degli assistenti ammira­zione e talora impazienza; nelle confessioni l'unzio­ne paterna s'accompagna con perplessità e timidità di coscienza; non è, quel che si dice, un predicatore acclamato, che batta i pulpiti e raduni le folle; an­che da sacerdote cappuccino rimane estraneo a que­sta attività oratoria, che pure è tradizionale nell'Or­dine e che fu sempre intensamente esercitata nella sua monastica provincia di Lombardia; i due corsi di esercizi spirituali, che tenne alle comunità di Milano e di Albino, gli costarono uno sforzo tale da sconvolgergli l'animo e da compromettergli seria­mente la salute già minata, affrettandone la fine.

Dal vescovo di Brescia è chiamato all'ufficio di vice rettore del seminario diocesano; questo incari­co d'autorità responsabile e direttiva, diviene per lui una sofferenza; l'impotenza psicologica alla sor­veglianza e alla disciplina lo portava ad abbassarsi ai piedi degli allievi, quasi fosse ad essi inferiore. Se si ritira dalla cura parrocchiale nella vita conven­tuale cappuccina non è certamente per dedicarsi, con più ampio raggio d'azione, all'apostolato volante francescano, bensì per seppellirsi nel silenzio e nel­l'oblio della clausura.

I superiori conventuali l'impegnarono soltanto in incarichi transeunti, di supplenza o di aiuto; non ebbe, infatti, alcuna carica, non quella di guardiano e neppure di vicario del convento; non partecipò a nessun capitolo provinciale. Coadiuvare il padre mae­stro dei novizi sembrò l'ufficio che s'adattasse me­glio alla sua pudica vita interiore, di raccoglimento, di mortificazione, di umiliazione e che s'intonasse in pieno con la giornata d'un noviziato cappuccino. Ma la mancanza d'ogni senso d'autorità, anche se questa carenza era supplita da un esempio convin­cente e da una fascinazione materna sui suoi novizi, fu giustamente considerata dai superiori un ostaco­lo al disimpegno tradizionale d'un severo magistero educativo.

L'unica volta che si tentò di affidare al suo ingegno e alla sua esperienza sacerdotale la collabora­zione alla direzione del periodico « Annali France­scani », questa prudente trovata di valorizzazione do­vette cedere dinanzi alla sua sofferente ripugnanza a esprimere e a mettere in pubblico i suoi sentimenti in un articolo, anziché effonderli nel casto silenzio della preghiera.

Non s'impegnò neppure a coltivare le sue doti d'intelligenza e di sensibilità con lo studio persona­le; se ne serviva, quasi inconsapevolmente e in mi­sura schiva, nella scuola ginnasiale, nella predica­zione comune, nel confessionale, nelle consultazio­ni spirituali; aveva, però, una accentuazione propria, di più alta e profonda scaturigine, di qualità estra­nea alla tecnica culturale, al sapere librario, anche quello sacro dei santi dottori e maestri di spirito; e si rivelava d'una saggezza orante, di comunicazio­ne interiore.

Superiori e confratelli si dovettero lasciar con­vincere dai ripetuti insuccessi ad abbandonarlo al suo isolamento e a rispettarne il segreto; alcuni eb­bero l'impressione che soffrisse di un complesso di inferiorità e ne provarono devota commiserazione. In realtà il buon fratino non fece nessun sforzo per evadere dal sentimento della propria incapacità; anzi ci s'ingolfava. L'unico slancio esteriore in cui perseverò, fu quello di dare quanto gli capitava sot­tomano ai poveri, quelli veramente indigenti e quel­li che ne sfruttavano l'ingenua bontà. Spesso torna­va sereno e soddisfatto dalla questua con la bisac­cia vuota, perché nel giro di raccolta aveva resa con­creta e reale l'immagine di fra Galdino, del mare, cioè, che riceve acqua da tutte le parti e la torna a distribuire a tutti i fiumi.

Anche quei cristiani e religiosi, che hanno dime­stichezza o si prendono confidenza con il mondo del­lo spirito, sono portati, da una attesa istintivamente naturale, a spiare, a cogliere, a sorprendere la pre­senza della grazia e dei suoi carismi in una dinamica manifesta, in atteggiamenti, movenze, imprese, fatti, che colpiscono la fantasia, che stupiscono, che en­tusiasmano, con l'evidenza quasi sensibile dell'inso­lito, del prestigioso, dell'eccezionale, dell'ineccepi­bile, del perfetto. Un santo ce l'immaginiamo come una persona che trascenda, a vista d'occhio, il limite corrente della normalità.

E, infatti, il novello Beato cappuccino va oltre ogni confine del luminoso, del grandioso, dello stu­pefacente, perché s'inoltra nel buio dell'isolamento terreno e comprime e sopprime ogni ammirazione di insorgenza umana nella cornice di una mediocrità che snerva ogni attesa e illude ogni sorpresa a ef­fetto.

A questo punto cruciale di disorientamento empi­rico, la figura del fratino di Berzo viene illuminata dalla grazia; ma da una grazia che scaturisce tutta e sola dall'interno ed emana e s'effonde placida e calda e radiosa a dare risalto, valore, significato e potenza alla sua personalità.

Anche se il suo temperamento era quello accen­tuato di un timido e la sua tendenza volontaristica lo trascinava alla remissività, alla sottomissione, a tirarsi sempre in disparte e a rimanere in un angolo, tanto più colpisce, come un paradosso, il fatto che l'azione divina trasformante non solo non elimini questa inclinazione psicologica alla piccolezza e questa convinzione di parvità, ma se ne serva magnificamente per trasformarle in esercizi di virtù eroi­che e in uno stato mistico.

Mediante un senso acuto del peccato, e d'ogni col­pa o difetto e imperfezione, e il timore della giusti­zia divina, p. Innocenzo, innocentissimo nella sua vita pavida e candida, con l'esercizio di una perpetua penitenza, interiore insieme ed esteriore, d'una umiltà gemente, d'una solitudine, che veniva ricercata come l'unico ambiente adatto a colui che si sentiva indegno della compagnia dei suoi confratelli e quasi immeritevole di stare in questo mondo, di una ado­razione confusa e trepida della solenne maestà di Dio, ascende alla esperienza, all'unione, alla esclusi­vità dell'amore di Dio.

La carità del Signore lo assorbì nelle sue misterio­se intimità e lo lasciò piccolo, insignificante, smarri­to, sfumato nelle cose del mondo e nelle occupazioni quotidiane.

Se questa è la lezione che il maestro divino, Gesù, e il magistero della sua Chiesa assegnano alla santa minorità del cappuccino di Berzo, a istruzione degli uomini e delle anime del nostro tempo, ci rendiamo conto che essa scende quanto mai tempestiva dalla cattedra, anzi dallo sgabello, della sua santità pic­cola, silenziosa, oscura, ignara e ignorata, e ricono­sciamo che essa finisce per conquiderci con un fa­scino blando, insinuante fino a diventare invadente e gioioso.

Nello sbalordimento di tante cose grandiose, stu­pefacenti, ama minacciose e tremende, e anche nel tramestio generoso di tante attività benefiche, di iniziative apostoliche, di difese appassionate della verità e della bontà, di conquiste evangeliche, non ci pare vero, e ci è di conforto e di stimolo, l'appren­dere e il constatare che le stesse situazioni infime, le zone vitali depresse, gli stati di inferiorità, le timi­dezze, gli scoramenti, gli insuccessi, le inanità sono gagliardamente valorizzabili fino alla santità ca­nonizzata.

Risuona sempre vero, anzi riconfermato, compro­vato e collaudato, a prova di uomini e di secoli, il monito-norma di Gesù a Marta: « T'inquieti e ti tormenti per troppe cose, e poche sono necessarie, an­zi una sola » (Lc. X, 42): l'unione d'amore con Dio.

ILARINO DA MILANO

 

LE TAPPE DELLA VITA E DELLA GLORIA

1844  19 marzo: ore sei, nasce a Niardo da Pietro Scalvinoni e Francesca Poli.

1844  22 marzo: battezzato nella parrocchiale di Niardo.

1855  autunno: al collegio di Lovere per le cinque classi del ginnasio.

1860  agosto. Sostiene davanti alla commissione go­vernativa gli esami finali del ginnasio: è pro­mosso con voti massimi.

1860-61  frequenta il primo corso liceale. Al colle­gio di Lovere?

1861 3 ottobre: riceve a Berzo la S. Cresima da mons. Verzeri. Entra nel seminario vescovile di Brescia.

1862  6 dicembre: nel seminario di Brescia riceve la vestizione.

1862  7 dicembre: riceve la tonsura, l'ostiariato e il lettorato.

1863  27 dicembre: riceve l'esorcistato e l'accoli­tato.

1865  23 dicembre: riceve il suddiaconato.

1865  4 ottobre: a Niardo da don Giovanni Isonni è aggregato all'Apostolato della preghiera.

1866  26 maggio: riceve il diaconato.

1867  2 giugno: riceve il sacerdozio ed è destinato alla parrocchia di Cevo in Val Saviore.

1867  24 ottobre: chiude a Lovere gli esercizi spi­rituali.

1868  10 ottobre: chiude a Cevo gli esercizi spiri­tuali fatti « in casa ».

1869  autunno: è chiamato vicerettore al seminario di S. Cristo in Brescia.

1869  14 dicembre: chiude in seminario gli esercizi spirituali.

1870  seconda metà di agosto: licenziato dal semi­nario, ritorna a Berzo dove prima vien nomi­nato « confessore aggiunto », poi vicario coa­diutore del parroco don Ceresetti. È incari­cato della direzione delle scuole elementari locali.

1871  7 settembre: chiude gli esercizi spirituali al convento della SS. Annunciata di Borno. 1872  settembre: chiude gli esercizi spirituali alla SS. Annunciata di Borno.

1873  19 settembre: ottiene dalla madre il consenso scritto di farsi cappuccino.

1873 27 settembre: ottiene il consenso di entrare in religione dal suo vescovo mons. Verzeri.

1874  13 aprile: lunedì dopo la domenica in Albis celebra l'ultima messa nella parrocchiale di Berzo « ad honorem B.V. » ed entra in novi­ziato.

1874  16 aprile: vestizione religiosa al convento dei Cappuccini della Annunciata e inizio dell'an­no canonico.

1875  29 aprile ore 7,30: professione semplice.

1875  passa al convento di Albino in seguito alla li­sta delle mutazioni del 30 aprile 1875.

1876  giugno-luglio: ritorna all'Annunciata di Bor­no.

1878  2 maggio ore 7,30: professione solenne nelle mani del P. Felicissimo da Qualino.

1878  10 maggio: nominato vicemaestro di novizia­to.

1879 novembre: il noviziato è trasferito al conven­to di Lovere. Il Beato rimane all'Annunciata senza ufficio.

1880  20 ottobre: trasferito al convento di Milano-­Monforte.

1881  febbraio-marzo: mandato per supplenza al convento dei Sabbioni di Crema.

1881  1 giugno: trasferito nuovamente all'Annun­ciata.

1883  12 settembre: nominato precettore degli stu­denti all'Annunciata.

1889  autunno: riceve l'obbedienza di predicare gli esercizi spirituali ai confratelli di Milano-Mon­forte, di Albino, di Bergamo e di Brescia.

1889  prima del Natale: trasportato all'infermeria del convento di Bergamo.

1890  3 marzo: ore 23 e minuti muore a Bergamo.

1890  5 marzo: sepolto nel cimitero di S. Maurizio a Bergamo.

1890  27-29 settembre: traslazione della salma a Berzo Inferiore. Collocata nella Cappella dei sacerdoti.

1895  ottobre: traslazione della salma nella cappel­la a lui riservata.

1909  8 gennaio: lettera circolare del P. Isaia da Ge­renzano, nominato vicepostulatore, e inizio dei processi informativi.

1919  22 gennaio: S.S. Benedetto XV firma il decre­to per la introduzione della Causa.

1922  8 agosto: ricognizione della salma.

1943  21 marzo: decreto sull'eroicità delle virtù.

1961 25 giugno: decreto sui miracoli.

1961  12 novembre: beatificato da papa Giovanni XXIII.

 

I - L'INFANZIA DEI SANTI

1. I suoi natali

La patria fortunata del Beato Innocenza è Berzo Inferiore, paesetto della val Camonica, in diocesi di Brescia. Ma il luogo dei suoi natali è Niardo, poco più a nord, oltre Breno, perché la mamma credette opportuno ritornare in famiglia per i delicati biso­gni di quella occasione.

Niardo è terra di Santi. È la patria di S. Costanzo e di S. Obizio, due eroi della preghiera e della cari­tà. Voleva forse la divina Provvidenza, che guida tutti gli avvenimenti umani, preannunciare con ciò la futura santità del piccolo Scalvinoni?

Il Beato nacque il 19 marzo del 1844, primo frut­to del matrimonio di Pietro Scalvinoni, di Berzo In­feriore, con Francesca Poli. Pietro e Francesca erano contadini, non ricchi di fortune materiali, ma ador­ni di quelle virtù cristiane che costituiscono la feli­cità delle famiglie.

Nel battesimo, che gli fu amministrato il venti­due dello stesso mese, il bambino fu chiamato Gio­vanni.

 

2. Sventura precoce

Appena le fu possibile Francesca tornò a Berzo e riprese il suo posto di lavoro accanto al marito. Del bambino, piuttosto gracile e delicato, aveva tutte le più tenere cure. Niente faceva prevedere l'imminen­te gravissima sventura che doveva abbattersi su la tranquilla famigliola.

Dopo soli tre mesi dalla sua nascita il Beato re­sta orfano di papà. Pietro Scalvinoni, lavoratore as­siduo e instancabile, il 20 giugno è assalito da pol­monite fulminante e muore nel giro di soli due gior­ni, lasciando la giovane sposa nella più grande co­sternazione. Nell'estrema agonia le sue ultime pa­role furono una calda raccomandazione a Francesca perché avesse del bambino tutte le cure possibili e gli desse una buona educazione.

La donna fece suo il vivo desiderio del marito mo­rente e non risparmiò sacrifici per la formazione ci­vile e cristiana dell'amatissimo Giovannino.

 

3. Preludi sorprendenti

Ma presto Francesca dovette persuadersi che, sola com'era, non poteva attendere bene al lavoro della casa e dei campi e alla educazione del figlio e ce­dette, con intima pena, alle insistenze dei parenti. Così Giovannino ritorna a Niardo e vi rimane per tutti gli anni della sua infanzia.

Verso la fine del marzo 1890, cioè a soli venti gior­ni dalla morte del Beato, i principali cittadini di Niardo si radunavano col sindaco nella casa parroc­chiale per le prime deposizioni giurate. I singoli te­stimoni fecero le loro dichiarazioni e le firmarono.

Il documento porta il sigillo del Comune e della Parrocchia.

Un atto così eseguito non lascia punto dubitare su la verità delle cose riferite. Da esso chiaramente risulta che la grazia divina prevenne in Giovanni Scalvinoni l'uso stesso della ragione e che la mam­ma trovò in lui la più larga corrispondenza alla sua opera di educazione religiosa.

Senza essere esortato o sollecitato da alcuno il bambino si fermava davanti alle immagini della Ma­donna e dei Santi e con infantili colloqui e con fer­vidi baci manifestava la sua devozione e la sua pietà.

Assai spesso si sottraeva allo sguardo vigile della nonna e degli zii per correre in chiesa. Si inginoc­chiava davanti al Tabernacolo, lo fissava con occhi intensi e usciva in profondi sospiri d'amore come se, con la fede illuminata dell'adulto, sentisse la pre­senza di Gesù.

 

4. Nella terra dei Santi

Tra i parenti materni colui che maggiormente in­fluì su la piccola anima di Giovannino è lo zio Fran­cesco. A lui il Beato si affezionò in modo particolare e lo tenne poi sempre in luogo di padre. Lo seguiva assai volentieri quando usciva al pascolo sui monti e là, nelle lunghe ore di riposo, ascoltava da lui le più belle storie dei Santi e pregava.

Giovannino conobbe allora la vita di S. Costanzo, un antico cavaliere di Niardo, imparentato con la famosa contessa Matilde di Canossa. Era un uomo d'armi e di violenze, ma un giorno, ferito a morte, riflettè seriamente su la vanità delle cose terrene e si consacrò tutto a Dio, passando il resto della vita sul monte Conche, nella preghiera e nella carità ver­so i poveri.

Il bambino però dovette essere attirato assai più dalla vita dell'altro suo santo concittadino, S. Obi­zio. Obizio era figlio del più potente signore della valle, amava lo sfarzo e le feste e non sapeva perdo­nare a chi si opponeva ai suoi desideri. Come capi­tano dei combattenti camuni egli partecipò alla bat­taglia avvenuta a Pontoglio fra bresciani e bergama­schi e per poco non vi lasciò la vita. Sepolto sotto un cumulo di cadaveri ebbe una paurosa visione del­l'inferno, che lo convertì. Di fatti si diede subito a pellegrinare di monastero in monastero per conosce­re i segreti della preghiera e della vita religiosa e morì a Brescia in un sottoscala del convento di S. Giulia. Gli Angeli cantarono sul suo corpo come su la capanna di Betlemme.

Ma zio Francesco sapeva anche la storia religiosa di Berzo e non dovette celarla alla pia curiosità del nipote. Fu così che egli raccontò come S. Glisente era venuto in Italia al seguito dell'imperatore Carlo Magno. Stanco dei pericoli della vita militare il pro­de cavaliere un giorno abbandonò le armi e le ten­de del suo signore, si comprò quel monte che da lui prese il nome e condusse lassù una vita tutta rac­colta in Dio.

Particolarmente, di Berzo, lo zio raccontò al pic­colo Giovanni la storia dell'apparizione della Ma­donna alla povera Marta Damioli, una contadina tanto provata dalla sventura, ma così buona e pia che meritò di vedere la Madre di Dio.

Il bambino ascoltava attentissimo questi racconti meravigliosi. Lo dimostra assai bene la sua vita, co­sì ispirata all'esempio di questi Santi.

 

5. Spuntano le ali

Quando il Beato si trovava ancora a Niardo pres­so i nonni materni avvenne il fatto che riferiamo. Come al solito egli era salito sul monte con lo zio e, giunta la sera, dopo la cena, Francesco si stende sul saccone per dormire e invita il nipotino a fare altrettanto. Ma Giovannino vuol dire le sue preghie­re e tanto insiste che lo zio, per non turbare la co­scienza del fanciullo e per compiere il suo dovere di buon cristiano, si dispone a pregare con lui. Le orazioni però dovettero essere piuttosto lunghe se il buon uomo, vinto dal sonno, ricade sul saccone e incomincia a dormire profondamente. Ma il ragazzo, per nulla sgomento, continua. Quando, a notte già alta, lo zio si sveglia lo trova ancora in ginocchio, con le manine giunte, tutto intento a pregare.

Quanto tempo il nostro piccolo Santo avrà prega­to in quelle notti silenziose? Lassù egli trovava il luogo più adatto per soddisfare la sua nascente bra­ma di unione con Dio e per imitare l'esempio, forse appena udito, dei suoi Santi.

 

6. Fanciullo singolare

Una pietà così spiccata doveva fiorire in virtù. Mamma Francesca racconta che il suo Giovannino era sempre occupato « in altarini, crocifissi ed altre cose sante », era schivo dal gioco e fin d'allora era tanto mortificato di occhi da non alzarli neppure davanti a lei.

Quando riceveva in dono della frutta il piccolo trovava il suo gusto maggiore nel darla ai compagni, che poi raccoglieva in qualche angolo del corti­le per infervorarli al bene e conduceva in chiesa per farli pregare.

Giovannino era dunque un vero « modello » di bambino. Nessuno ricorda che egli abbia dato, in tutto il tempo della sua infanzia, il ben che minimo dispiacere alla sua mamma.

I primi dieci anni del nostro Beato furono tutti un fiorire di piccoli e sorprendenti atti virtuosi. Mons. Marinoni, che più tardi lo avrà discepolo carissimo al collegio di Lovere, ci assicura dicendo: « Del piccolo Scalvinoni ci sarebbe a dir tanto da farne un libriccino adatto per i fanciulli, proponendolo a mo­dello delle virtù proprie della loro età ». Avremmo, ripetuta in lui, l'immagine di S. Luigi Gonzaga.

È davvero un gran peccato che questo libriccino non sia mai stato scritto da nessuno.

 

7. Carattere forte e sensibile

Non si creda però che il nostro piccolo Santo tro­vasse tutto facile e gustoso. L'esercizio della virtù e la rinuncia alle più normali soddisfazioni costava­no sacrificio anche a lui, poiché egli pure, per quan­to prevenuto e portato dalla grazia divina, era un ra­gazzo e la natura umana si faceva sentire.

Come vedremo più avanti, egli aveva un carattere forte e una sensibilità assai sveglia. Avvertiva le of­fese e ne soffriva intimamente, sentiva i torti che gli si facevano e, a volte, piangeva, ma non volle ce­dere alla tentazione di reagire.

Fin dalla sua primissima età il Beato si presenta come una persona seriamente impegnata a divenir padrone dei suoi nervi e del suo cuore, fedele ese­cutore della volontà materna, attento risparmiato­re del suo tempo: e tutto ciò specificamente ordina­to in lui a un fine preciso e meraviglioso: raccoglier­si tutto nella preghiera che già da questo tempo lo attira con forza crescente e irresistibile.

Hanno perciò ragione coloro che dicono: « Giovan­nino non fu mai fanciullo ».

 

II - AL COLLEGIO DI LOVERE

1. Primo incontro coi libri

Si potrebbe pensare che un'anima così raccolta dovesse trovare nella scuola più una distrazione che un aiuto. Ma non è così. Giovannino frequentò con esemplare diligenza le classi elementari e diede su­bito prova di possedere una bella mente e uno spic­cato amore allo studio.

I testimoni che possono risalire con la memoria agli anni della sua infanzia, ci fanno sapere che il Beato non ebbe « altro amore che per le cose di chie­sa e dello studio, che era alieno da ogni divertimen­to solito ai ragazzi e fin d'allora se ne stava tutto ri­tirato in casa occupato nelle cose della scuola ».

Il parroco don Giovanni Sangalli, che lo osserva­va attentamente, si era ormai convinto che Giovan­nino non era chiamato a far la vita degli uomini co­muni. Ne parlò a mamma Francesca e decisero in­sieme di mandarlo al collegio di Lovere. Nella bella cittadina a specchio del lago egli avrebbe potuto continuare a studiare e, con l'aiuto di maestri sa­pienti, maturare con maggior consapevolezza la sua nascente vocazione al sacerdozio.

 

2. Il collegio di Lovere

All'ombra dell'antica chiesa di Santa Maria, in una incantevole posizione tra i monti e il lago, il col­legio contava ormai una storia gloriosa quando, nel 1855, vi giungeva lo Scalvinoni. Ad esso le principali famiglie della cittadina e delle valli confluenti man­davano i loro figli, da esso uscivano le più belle in­telligenze, formate alle responsabilità della vita con profondo senso cristiano e con una invidiabile cul­tura.

Era rettore don Andrea Taccolini, una veneranda figura di sacerdote assai nota nella diocesi per dot­trina e santità. Tutto quello che percepiva dal suo ministero e dall'insegnamento finiva regolarmente nelle mani dei poveri, senza mai ritenersi nulla. Ne era prova eloquente la catapecchia nella quale abi­tava, a due passi dal collegio.

Sotto la sua direzione Giovannino matura la sua vocazione e fa grandi passi su la via della perfezione. Don Andrea Taccolini rimarrà sempre un vero mo­dello di vita sacerdotale per il nostro Beato.

 

3. Un piccolo San Luigi

Un suo compagno di collegio disse: « Quando io me lo presento ancora davanti, la sua immagine mi ricorda S. Luigi ».

Il costante sorriso del volto, il raccoglimento pro­fondo dello spirito, l'inalterabilità del carattere, gli occhi umili e sereni, la generosità nel perdono, la fedeltà delicata e pronta ad ogni norma della disciplina collegiale, la diligenza inappuntabile nello stu­dio e la preghiera ferventissima lo facevano ritene­re da tutti, superiori e compagni, come un « ange­lo », un vero « piccolo santo ».

Era convinzione comune che Giovannino non com­mettesse mai alcun peccato veniale avvertito e che si fosse seriamente impegnato a diventar santo. Non fu mai visto da nessuno a trasgredire una ben che minima regola dell'istituto. Nell'obbedienza era pron­tissimo ed esattissimo. Al tempo destinato alle pra­tiche di pietà egli aggiungeva spontaneamente tutti quei ritagli che restavano liberi dopo lo studio e pa­recchie volte, eludendo l'attenzione dei compagni, correva in chiesa anche durante la ricreazione.

Era amico di tutti, ma intimo soltanto coi supe­riori e soprattutto col direttore spirituale. A lui con­fidava tutti i segreti della sua anima, chiedeva con­sigli opportuni per vincere se stesso e i mezzi più efficaci per progredire nella perfezione.

La sua purezza era illibata. Aborriva da ogni pen­siero e da ogni parola che potessero in qualche mo­do offuscare l'angelica virtù. Non tollerava che alla sua presenza i compagni si permettessero allusioni o gesti sconvenienti.

Don Domenico Bettinelli, che gli fu compagno a Lovere e che gli rimarrà fedele amico per tutta la vita, dice che dopo aver conosciuto lo Scalvinoni non fa più meraviglia quello che si legge nella vita di S. Luigi Gonzaga.

Mons. Marinoni, già suo professore, nel primo an­niversario della morte di p. Innocenzo, che coinci­deva con il centenario della morte di S. Luigi, detta­va la seguente epigrafe: « Nel centenario di S. Luigi Iddio provvidentissimo offre alla Cattolica Val­camonica - un imitatore fedele - delle angeliche virtù di quel Grande - nell'umile seguace - del sublime Poverello d'Assisi - il quale Innocenzo di nome - innocente di fatti - semplice sereno affa­bile sempre - caro a tutti in vita - ammirato per incrollabil pazienza in morte - è ora venerato qual santo - nell'ardente desiderio - che la sua tomba - sia presto conversa in altare».

Ad essere ammirato della condotta angelica di Gio­vannino era soprattutto il rettore Taccolini. Parlan­do con gli alunni usava la forma confidenziale del « tu », mentre allo Scalvinoni davi sempre del « voi ». E ciò in segno di stima, quasi di venerazione.

 

4. Virtù alla prova

In collegio il Beato incontrò delle gravi difficoltà per l'esercizio della virtù. Sappiamo bene infatti che il Signore manda le sue prove a tutti, particolarmen­te a quelli che chiama alle più alte vette della per­fezione.

Alcuni suoi compagni, vedendolo così paziente e umile, incapace di reagire e tanto facile al perdono, non si lasciavano sfuggire alcuna occasione per mo­lestarlo o per compiere contro di lui delle vere ma­riolerie. Lorenzo Tottoli, che lo stimava e amava sinceramente, era uno di questi. Alla tarda età di settant'anni egli si confessava così: « Essendo io vi­vacissimo e un poco folletto mi divertivo, in ricrea­zione, a scherzare col compagno Scalvinoni, a sal­targli addosso, a urtarlo: quelle cose insomma che si fanno tra ragazzi un po' sbrigliati. Ma non ci fu mai verso di vederlo spazientito o menomamente al­terato, così che gli si ripetevano gli scherzi molto volentieri ».

Quando Francesco Priuli si accorgeva che Giovan­nino era scomparso dalla ricreazione, organizzava una spedizione in chiesa, certissimo di trovarlo na­scosto dietro qualche colonna a pregare. Entravano in punta di piedi, trattenendo il respiro. Gli si face­vano attorno e lo trascinavano fuori. Volevano ad ogni costo che giocasse con loro.

Assieme a questi simpatici monelli ce n'erano al­cuni che si prendevano il gusto di metterlo veramen­te alla prova. « Un mio compagno, racconta don Bet­tinelli, non cattivo, ma nemmeno delicato, mi disse un giorno mentre passeggiavamo sotto i portici

- Vuoi vedere che io faccio arrabbiare lo Scalvi­noni?

- No, no. Lascialo stare, gli risposi io.

Ma egli, non dandomi retta, si mise a spingere la trottola sotto i piedi dello Scalvinoni e poi lo rim­proverava che gliel'avesse fermata ed esigeva che gliela ravviasse lui stesso. Il povero ragazzo gli do­mandò umilmente scusa e gli riavviò la trottola. Ciò per ben tre volte. L'ultima volta quel mio compagno lo colpì col frustino alle gambe, finché il povero pa­ziente dovette allontanarsi. Allora l'altro, tutto con­tento, mi diceva

- Hai visto però com'era diventato rosso? ».

 

5. La squadraccia

Ma nel collegio c'era anche una piccola squadrac­cia di ragazzi vendicativi e attaccabrighe. La condotta del Beato era per loro un rimprovero continuo e fastidioso. Non sapendo come fare ad attaccarlo, rompevano volontariamente sotto i suoi occhi la di­sciplina, provocavano una sua osservazione e si di­cevano ingiustamente offesi. « Un ragazzaccio igno­rante e immorale, dice un compagno del Beato, per qualche modesta riprensione da lui avuta per tristi discorsi, prese a odiare lo Scalvinoni e a fargliene di tutti i colori. Ricordo benissimo come una sera gli saltò addosso e lo percosse con una ciabatta. Ma Giovanni non faceva che ripetergli di star quieto e di tornare a letto ».

Questa brutta azione, assicura lo stesso teste, si ripetè più volte.

Una sera in dormitorio, dopo averlo coperto dei titoli più offensivi, quel compagno prese tutte le cia­batte che potè e ad una ad una le scagliò contro lo Scalvinoni. Senza pronunciar lamento il povero ra­gazzo sopportò la tempesta e quando l'eroe ebbe fi­nito, raccolse le scarpe e le riportò al letto dei rispet­tivi proprietari. Non voleva che i suoi compagni, al mattino, avessero il disturbo di andarle a cercare e che l'assistente se ne accorgesse.

Un giorno in classe uno di questi suoi amici tentò un mezzo veramente estremo per mettere il Beato in cattiva luce presso il professore. Mentre erano tutti intenti alla lezione, sferra un calcio al vicino di banco e poi si alza e accusa lo Scalvinoni. Il pro­fessore, che lo conosceva bene, gli fece i rimproveri più salati e dichiarò di voler riferire tutto al rettore. Anche quella volta la povera vittima, in piedi, in mez­zo a tutti, come un reo convinto e confesso, si prese la bruciante ramanzina senza dire neppure una pa­rola a propria discolpa.

Cosa avrà risposto don Taccolini al professore? Per lui, come per tutti quelli che lo conoscevano be­ne, era semplicemente impossibile che lo Scalvinoni potesse compiere un gesto del genere. Per sapere chi era stato bastava pensare alla condotta dell'ac­cusatore.

 

6. Le vendette del piccolo martire

In questi casi, che nei primi tempi del collegio si andavano ripetendo con frequenza opprimente, il vincitore non era certo il compagno con le ciabatte in mano o l'ignobile calciatore. Silenzioso e paziente Giovanni non reagiva, frenando con tutte le sue for­ze la violenza dell'agitazione interna. Ma doveva sempre fare così? Non era forse una specie di ac­condiscendenza alle mancanze altrui? Non era op­portuno, come gli andavano ripetendo i compagni, parlarne al direttore?

Gesù, nei tormenti della sua passione, aveva taciu­to sempre. Migliore di ogni consiglio amichevole era l'esempio che gli dava il Signore ed egli decise di tacere, di soffrire e di offrire tutto con amore alla Madonna.

La natura però era umana anche in lui e qualche volta voleva il suo sfogo. Don Andrea Panetti dice di averlo osservato diverse mattine, dopo la comunio­ne, prostrarsi e stare a lungo tutto in lacrime davanti all'altare della Madonna. Non era certamente il pian­to della consolazione spirituale, ma l'amarezza del fanciullo, solo, in mezzo a compagni accaniti con­tro di lui senza motivo.

Pregava per sé, perché la Vergine gli desse la forza di tacere e di sopportare con rassegnazione vir­tuosa, ma pregava anche per quelli che lo facevano soffrire. In quei momenti egli otteneva di saper per­donare e di poter ricambiare con l'amore più gene­roso le offese ricevute.

L'animo cattivo ha solitamente il privilegio della mente ottusa e Giovannino, che nello studio era uno dei migliori, occupava il tempo libero nell'aiutare di preferenza i suoi malevoli. Senza mai accennare al conto che gli restava da saldare per le angherie su­bite, egli si chinava su l'offensore, ripeteva sottovo­ce le regole della grammatica e indicava gli svarioni seminati nei quaderni.

Questa soda virtù a poco a poco gli acquistò l'af­fetto e la venerazione di tutto il collegio. « Il ricor­do che io ne ho, dice un suo compagno, è di un gio­vane affatto straordinario, al quale nessuno si sen­tiva di assomigliare, neppur lontanamente. Onde lo circondava più che un'amicizia un senso di rispetto­sa venerazione, come di cosa sacra ».

Il premio della bontà, che si dava a fine d'anno as­sieme al premio scolastico, toccava sempre a lui. Il fatto stesso che, dopo oltre cinquant'anni e su due­cento convittori, i suoi compagni di collegio ricor­dano con tanta ricchezza di particolari la condotta dello Scalvinoni, obbliga a credere che egli era ve­ramente un alunno eccezionale.

 

7. Il segreto delle sue vittorie

Neppure a Lovere, fra tanti compagni vivaci e ap­passionati, il nostro Giovannino ebbe forte inclina­zione al gioco. Di solito passava il tempo della ricreazione conversando di materie scolastiche, pre­feribilmente di latino e di greco, o fischiettanto a­riette innocenti con l'inseparabile Giuseppe Tovini. Quando giocava era per compiacere al compagno, desideroso di fare una partita con lui.

« Qualche volta, dice don Rondini, ci divertivamo assieme alla palla ed io ne godevo un mondo nel ve­dere il suo maneggio quasi goffo ed il suo ridere bambinesco e i molti sbagli che commetteva, mo­strandosi del tutto inabile ».

Durante la ricreazione lo attirava infatti qualcosa di ben più interessante delle partite a palla. La Ma­donna, silenziosa e sorridente, lo attendeva nella sua nicchia in chiesa. Lo stesso amico don Rondini ci racconta che quasi ogni giorno lo vedeva là, tanto raccolto che sembrava rapito. E aggiunge: « Pen­so che il bene che mi voleva fosse causato dal veder­mi di quando in quando a pregare con lui davanti alla Madonna ».

Don Taccolini, conoscendo la grandissima impor­tanza che ha questa devozione nella vita morale e spirituale dei giovani dava al mese di Maria un ri­lievo speciale. A turno impegnava i suoi alunni a ve­dere i punti della meditazione e a ricordarne l'esem­pio. Per stimolarli alla pratica del fioretto faceva leva anche su l'amor proprio, interrogando pubbli­camente. In genere tutti rispondevano in modo sod­disfacente, ma nessuno sapeva ripetere il pensiero della meditazione mariana col tono di convinzione e di unzione che aveva sempre il nostro Beato. Quei pensieri infatti non si fermavano nella sua mente per un impegno di memoria, ma scendevano al cuore e divenivano alimento di vita.

In tal modo, con la meditazione dei suoi esempi e la preghiera fervente, fin da questi anni la Vergi­ne SS. diventa per il Beato la grande maestra di per­fezione, la guida sicura e il modello inimitabile. Quella imperturbabile serenità di spirito che noi, coi suoi compagni di collegio, ammiriamo in lui, an­che nelle più umilianti prove della vita, è dono di Maria. Egli l'ottenne pregando e piangendo al suo altare negli anni di Lovere.

 

8. Gli esami di quinta ginnasio

Il nostro Giovannino non poteva non essere un ottimo alunno. La pietà straordinaria stimolava in lui il senso del dovere e favoriva l'applicazione del­la mente.

Quando assisteva alle lezioni o si raccoglieva su la pagina del testo le nozioni scolastiche avevano per lui un senso chiaro e immediato, che la ferrea me­moria fissava in modo preciso e duraturo. L'intelli­genza non era turbata nel suo lavoro da alcun pen­siero distraente e la volontà tenace l'aiutava a se­guire il metodo più severo, a non perdere tempo. Lo riconoscono anche i suoi compagni. Essi lodano la mente distinta, ma mettono in rilievo la diligenza, la disciplina, l'applicazione e dichiarano che in gran parte la sua invidiabile resa scolastica era frutto del­la sua pietà.

Confrontando le classifiche ottenute dal Beato nei cinque anni di ginnasio noi possiamo notare un me­raviglioso crescendo, che si conclude con un vero trionfo agli esami finali. E si noti, poiché non è pic­cola cosa, che tali esami furono sostenuti innanzi alla commissione regia, mandata lassù dal nuovo governo, notoriamente impegnato a mettere in di­scredito gli istituti retti dagli ecclesiastici. Le do­mande erano volutamente pignole e insidiose: gli alunni, già impressionati dalla novità, dovevano ca­dere. Per il nostro Giovanni, così timido e impac­ciato innanzi a persone estranee al suo ambiente, si prevedeva il peggio. Invece fu un vero trionfo: i pro­fessori gli assegnarono il dieci in tutte le materie.

 

9. Il desiderio di don Taccolini

Al rettore piangeva i cuore nel vedere ormai pros­sima la partenza del Beato dal suo collegio e usò tutti i mezzi per poterlo fermare. Gli assicurò che con l'aiuto dei colleghi gli avrebbe procurato una istruzione filosofica e teologica pari a quella che i suoi compagni, desiderosi di raggiungere il sacerdo­zio, andavano a ricevere nel seminario di Brescia. Il suo cammino verso la grande meta non avrebbe su­bito dei ritardi. Restando in collegio avrebbe avuto la sorveglianza su un gruppo di convittori, ma in compenso non avrebbe aggravato la mamma con la retta.

Il motivo che spinse don Taccolini a queste pro­poste generose era uno solo e molto chiaro, ma, na­turalmente, non lo potè manifestare all'interessato. Egli voleva che il Beato restasse perché il collegio potesse continuare a godere il fascino del suo esem­pio. La condotta dello Scalvinoni era assai più per­suasiva di qualunque predica e della vigilanza più attenta.

Riuscì nel suo intento? Pare di sì, poiché è certo che Giovannino frequentò la prima liceo lontano dal seminario di Brescia. Ma dopo solo un anno più nes­suno lo potè trattenere. Egli insistette e ottenne di partire: prima per Berzo, dove passò le vacanze accanto alla mamma, e poi per Brescia.

 

III - IN SEMINARIO A BRESCIA

1. Veni, Sancte Spiritus

Tornato a Berzo Giovannino seppe che tra non molto sarebbe giunto il vescovo per la visita pasto­rale e per le cresime. Egli aveva già visto mons. Ver­zeri al collegio di Lovere e quella sua intensa pietà, degna in tutto del fratello di una Beata, gli aveva acceso il desiderio di nuovi incontri e di riascoltare le sue parole.

Soprattutto Giovannino si impegnò alla preghiera e alla mortificazione. Il sacramento della fortezza, che da tanto tempo aspettava, doveva trovare in lui un'anima preparata, disposta alla grazia della rinno­vazione e della santificazione.

La mattina del tre ottobre 1861 il Beato si trovava in chiesa, confuso tra i centonovantaquattro cresi­mandi. Gli fece da padrino Gianmaria Landrini, zio per parte di papà.

 

2. Una facile profezia

Quel giorno restò indimenticabile non solo per il nostro Beato, ma anche per mons. Verzeri. L'incontro delle loro anime non è documentato dalla crona­ca della visita, ma rimase scolpito indelebilmente nel suo cuore di pastore.

Finite le funzioni, il popolo era sfollato su la piaz­za, disperdendosi per le vie e nelle case. La chiesa era quasi deserta. Davanti all'altare della Madonna, solo, inginocchiato, curvo su la persona, profonda­mente raccolto, Giovannino pregava. Ringraziava il Signore del sacramento ricevuto o chiedeva con in­sistenza maggiore di essere un soldato di Gesù nella schiera sacra del sacerdozio?

Il vescovo, in atto di uscire, vide il giovane in quell'atteggiamento e ne restò grandemente ammi­rato. Lo osservò per alcuni istanti e, con accento di sicurezza, disse al parroco: « Tenete conto di quel giovane, che deve riuscire assai bene nella virtù ».

 

3. Partenza per il seminario

Il parroco don Ceresetti non aspettava altro. Ave­va l'intenzione di parlare al vescovo del suo miglior parrocchiano, ma ora che egli stesso gli offriva l'oc­casione, con parole così ammirate, egli prese animo e narrò della vita esemplarissima dello Scalvinoni, della preghiera continua, degli splendidi esami dati in agosto a Lovere e che desiderava ardentemente di farsi sacerdote. La mamma non era contraria, ma era tanto povera e davvero non si sapeva come a­vrebbe potuto mantenere allo studio quel suo fi­gliolo.

Il Verzeri sorrise, compiaciuto di non essersi sba­gliato, e non si turbò all'accenno su le condizioni economiche della famiglia. A Brescia si stavano prendendo tante belle iniziative in favore dei chierici poveri. Glielo mandasse senz'altro e subito. La Prov­videnza avrebbe pensato anche al chierico Scalvi­noni, come pensava a tanti altri.

Dopo non molti giorni Giovannino disse di nuo­vo addio alla mamma e scese a Brescia, al semina­rio di S. Cristo. Francesca rimase ancora sola, ma ora aveva nel cuore una gaudiosa speranza: sarà la mamma di un sacerdote.

 

4. Prime impressioni

Il Beato giunse al vecchio convento dei padri Ri­formati una sera di ottobre. L'aria del nuovo am­biente, che conserva ancora bene l'aspetto della ca­sa religiosa nonostante il penoso stato della fabbri­ca, gli fece un'ottima impressione. Si trovava nella casa del Signore, là dove anime generose avevano cercato e trovato il segreto delle ascensioni più ar­dite, dei voli più rapidi e più alti. Il suo primo pen­siero fu di mettersi in silenziosa gara con lo spirito dei frati defunti che sentiva aleggiare fra quelle mu­ra e di tentare con loro, speditamente, un nuovo cammino.

 

5. Sempre più in alto

A S. Cristo il Beato camminò sereno e sicuro. I suoi contatti col direttore spirituale furono frequen­ti e fecondi. Mons. Gaffuri, che lo guidò nei primi an­ni di seminario, ricorda che « si presentava come un angioletto, sempre con gli occhi bassi, e che biso­gnava guidarlo in tutto ».

Per un'anima così delicata e volonterosa il diret­tore spirituale comprese subito la necessità di un regolamento personale, che completasse quello del seminario. Bisognava indicargli tutto, dargli la cer­tezza che, in ogni momento e in ogni azione, egli sta­va facendo la volontà di Dio.

Nasce così il suo primo « orario della giornata ». Da questi primi scritti, luminosi come la sua ani­ma, ci è possibile conoscere il suo metodo di lavoro interiore e di precisare con sicurezza le mete alle quali intendeva giungere. Alla santa preoccupazione perché il giglio della sua purezza verginale si con­servasse intatto egli unisce un'ansia sempre mag­giore per la più intima unione con Dio. Ogni momen­to ha il suo pensiero spirituale da coltivare, ogni azione ha la sua intenzione precisa. Occupato co­m'era con la mente e con l'anima, il nemico non po­teva prenderlo di sorpresa.

Questo metodo con gli anni si trasformò in sostan­za di vita: egli non sarà mai turbato da angustie per la purezza, bensì dal timore di aver cessata o dimi­nuita la sua unione col Signore.

 

6. Premio in matematica

Il Beato si trovò bene a scuola soltanto con la teo­logia. Finalmente anche la materia dei programmi gli dava cibo e vita e lo spingeva a spaziare, secondo il suo desiderio, nell'assoluto e nel divino.

Anche per la sua resa scolastica in seminario i compagni riconoscono le capacità dell'intelligenza, ma parlano con ammirazione della diligenza, dell'applicazione intensa e costante. Il tempo dello studio era per lui sacro come il tempo della preghiera.

In classe però non era sempre fortunato. Timido com'era e un po' balbuziente non riusciva a rendere con immediatezza e colore l'idea che aveva in men­te, s'impacciava, arrossiva. Tutti però comprendeva­no che aveva studiato, che sapeva: lo si vedeva quando riusciva a calmare l'agitazione.

Il professore di matematica un anno lo giudicò de­gno di premio, a pari merito, col chierico Giuseppe Sinistri, più tardi notissimo predicatore e canonico della cattedrale. La scelta del premiando avvenne per sorteggio, che favorì il Beato. Tutto confuso e riputandosi indegno egli pregò il compagno a rice­vere per sé il premio e a tenere segreto l'accaduto. Il Sinistri accettò e tacque. Per molto tempo nessun chierico seppe di questo atto virtuoso, che noi pure ignorammo se il Sinistri stesso, per senso di dove­rosa riconoscenza, non ne avesse parlato.

 

7. Umile e rispettoso

Dei suoi professori era rispettosissimo e non tol­lerava critiche. Si era a lezione di diritto canonico e, secondo il parere di don Bianchi, il professore era caduto in una inesattezza. « Oh adesso, esclama l'amico, l'ha detta grossa anche Giupponi ». « Il chie­rico Scalvinoni mi fece tosto un rimprovero, contro il suo solito. Ma dunque, risposi io, s'ha da giurare in verba magistri? Sì, disse don Giovanni, piuttosto che peccare di temerità ».

Quando i compagni, nelle dispute che si accende­vano tra loro durante la ricreazione, lo pressavano di domande perché dicesse il suo parere, egli espo­neva l'insegnamento udito in scuola, dichiarando « Il professore ha detto così ».

Il suo profitto nello studio è eloquentemente af­fermato dai registri scolastici. Nei due anni di li­ceo egli prese l'optime, ossia il dieci, in tutte le ma­terie, durante i quattro corsi di teologia il voto più basso è un otto. Se si pensa che tra i suoi professori ve ne furono alcuni di valore non comune, come Bo­nomelli, queste classifiche acquistano il significato di un elogio distinto.

 

8. « Il nostro Santo »

Per dire della esemplarissima condotta del chie­rico Scalvinoni ci bastino le deposizioni di due ve­scovi, uno suo compagno di studio in teologia e l'al­tro professore di dommatica. Dice mons. Giacinto Gaggia: « Tra i chierici era considerato il più pio e veramente tale si addimo­strava con la sua devozione in chiesa, col suo con­versare, con la diligenza nell'osservanza di tutte le più minute regole, che mai trasgrediva, sebbene alcuni chierici, tra i quali qualche volta anch'io, si divertissero a metterlo alla prova ». Traducendo nel­lo scherzo spontaneo la loro profonda ammirazione i compagni, incontrandolo, chinavano il capo dicen­do: Valde honorandus est beattis Joannes Scalvino­ni.

Mons. Bonomelli aggiunge che i chierici « lo chia­mavano il nostro Santo ». « Per l'obbedienza, la modestia, la pazienza, la diligenza, l'umiltà, per quel certo candore che traluceva da tutte le sue parole ed azioni, il chierico Scalvinoni si conciliava gli ani­mi di tutti i suoi compagni. Dirò meglio che impo­neva un certo rispetto e riverenza. I1 solo vederlo é edificava, benché facesse ogni cosa con tutta sempli­cità e fosse estremamente schivo d'ogni singolarità ».

 

9. « Buona notte, Scalvinoni! »

Anche in seminario il Beato era la mira preferita degli scherzi dei compagni. La sua virtù era per tutti motivo di stima incondizionata, ma anche una forte tentazione di metterla alla prova.

Egli era osservantissimo di ogni regola, ma ce n'e­rano alcune che amava sopra tutte. Tra queste quel­la del silenzio. La sera, come la campanella metteva fine alla ricreazione, il Beato si chiudeva in se stes­so pensando alla comunione dell'indomani. Quel tempo era sacro per lui e non era facile indurlo a pronunciare anche una minima parola. Giunto al dormitorio si spogliava tra i primi e si metteva sotto le coperte, pregando.

Ma i suoi compagni gli si facevano attorno, si cur­vavano su di lui. « Buona notte, Scalvinoni ». Gio­vanni chiude gli occhi, non guarda nessuno, resta immobile e silenzioso come un morto. « Buona not­te! Rispondi. Non ci muoviamo di qui se non ci dai la buona notte ». Intanto il numero cresceva e quan­do gli allegroni erano in sette od otto lo minaccia­vano di scomporgli il letto o di tirarglielo in mezzo alla corsia.

Il povero paziente era obbligato a rispondere.

Apriva gli occhi e con un fil di voce dava la buona notte. Gli amici, soddisfatti, ridevano e s'allontana­vano verso i loro letti.

Altre volte però questi bei tipi non erano così ac­comodanti. Una sera, visto che l'assistente non c'era, eccoli tutti attorno al letto dello Scalvinoni. Forse volevano ancora soltanto la buona notte, ma si sa come avviene in certi casi: un'idea tira l'altra e nel­l'euforia del momento non si riflette: si fa. I nostri amici agguantano il materasso e lo sollevano, poi lo lasciano cadere e gli buttano addosso tutti i guan­ciali e i pagliericci che possono trovare. Sotto quel cumulo di robe il povero Giovanni attese con pa­zienza che le operazioni avessero termine: poi, len­tamente, senza far rumore, si sbrogliò ed uscì per ri­mettere tutto a posto e riposare in pace. I compagni, dalle brande vicine, sbirciavano e ridevano.

 

10. Su le orme del Curato d'Ars

Anche in seminario, assai più che in collegio, il Beato non amava il gioco rumoroso. Preferiva cam­minare conversando o ripetendo le lezioni a qualche compagno. Ma assai presto egli ebbe un incarico de­sideratissimo e che gli diede modo di sottrarsi legit­timamente alla ricreazione: fu nominato sagrista ac­canto all'amico don Bianchi.

L'altare era per lui un'irresistibile calamita: in cappella e in sagrestia trovava sempre da fare. « Prendeva occasione, ci racconta il suo caposagri­sta, dall'uffficio che aveva per stare in chiesa più che poteva, cosa che a me tornava comoda e insieme di rimprovero, perché trovavo fatte bene e con anticipo le cose che dovevo fare io. Più volte lo sorpresi prostrato avanti all'altare o con lo strofinaccio in mano o con le braccia aperte. Dicendogli io se vole­va diventare un altro Curato d'Ars, arrossendo ri­spondeva: « Magari, magari ».

Fin da quegli anni egli era devotissimo del S. Cuo­re di Gesù. Lungo la giornata, in ricreazione, nello studio e alle lezioni il Beato si metteva con frequen­za la mano sul petto e la premeva leggermente. Por­tava sul cuore l'immagine del Cuore di Gesù. Parla­va con Lui, abbandonandosi dolcemente al divino richiamo.

Il suo caposagrista, che ebbe modo di conoscerlo assai meglio dei suoi compagni, ci assicura che « da tutto il suo contegno, specialmente dalla modestia degli sguardi, recandosi a passeggio, e dall'esatta osservanza della disciplina, per amor della quale cessava subito di scrivere se la campanella chiama­va altrove » egli si era fatta la convinzione che lo Scalvinoni aveva una coscienza sommamente deli­cata e che non commetteva mai alcun difetto volon­tario.

 

11. Membro della « Pia Unione »

Appena iniziò i corsi di teologia il Beato Innocen­zo chiese ed ottenne di far parte della Pia Unione. Era questa una segreta associazione sorta anni ad­dietro fra i chierici di teologia che, sotto la guida del direttore spirituale, si proponevano di tendere con serietà alla perfezione sacerdotale e di influire beneficamente con la loro condotta su la massa dei chierici. Nel 1859 era stata approvata dallo stesso vescovo mons. Verzeri, il quale se ne compiacque tanto che volle scriverne il regolamento: un vero gioiello di ascetica.

Con esso il Beato si confermava nella bontà del suo cammino spirituale, ritrovava, autorizzate dalla sapienza e dalla santità del suo vescovo, le sue vie, quelle su le quali, con intuito fortunato, l'avevano messo i suoi direttori fin dal tempo del collegio. Quel regolamento diverrà per lui una norma sicura: orien­terà la scelta delle sue letture ascetiche, accentuerà le sue devozioni alla Vergine, al S. Cuore, alla Euca­restia, lo impegnerà a penetrare sempre più dentro se stesso per intensificare il suo colloquio con Dio.

Non è esagerato dire che il vantaggio avuto dal Beato da queste norme di ascetica sacerdotale è in­calcolabile. La loro azione si innestava direttamente nelle sue tendenze più caratteristiche e favoriva l'o­pera della grazia.

 

12. Intenso lavorìo interiore

L'undici dicembre 1865 don Giovanni concludeva gli esercizi spirituali. Dopo aver notato che ha fatto regolarmente la confessione annuale, fissa i consigli avuti: « Ripetere spesso la giaculatoria: Ne permit­tas me, Domine, separari a te. Al principio di ogni azione e di qualunque difficoltà ripetere: Per voi, Signore ».

Questo spirito di unione, nel quale il Beato attua­va la trasfigurazione della sua vita, andrà sempre più affermandosi, nonostante la resistenza della na­tura e il crescere delle occupazioni. L'anno dopo, gli esercizi si concludono con un programma identico « Esatta obbedienza, pensando che così sono sicuro di fare la volontà di Dio. Doce me, Domine, facere voluntatenz tuam ».

L'unione col Signore, attuata col cuore amante e con la volontà dell'obbedienza assoluta, nell'abne­gazione di sé e nel desiderio della purificazione su­prema, è ormai divenuta la meta unica del suo spi­rito. Per tutta la vita il Beato non farà altro che sa­lire per questa via, luminosa e trasfiguratrice, fino alla consumazione della santità.

 

IV - SACERDOS IN AETERNUM

1. Un'anima che trema

« Se vale il mio giudizio, afferma mons. Gaggia, ri­ferendosi agli anni dei corsi teologici, egli era se­gnalato in tutte le virtù teologali e cardinali, perché mi pare impossibile di poter combinare tanta atten­zione e diligenza a tutte le sue obbligazioni e rego­le, tanta divozione in chiesa e tanta uguaglianza di carattere in tutti gli incontri senza una grande si­gnoria di se stesso e una grande umiltà ».

Chi adunque più preparato di lui alla grazia del sacerdozio? Eppure egli trepidava. Aveva raggiunto il dominio di se stesso, ma poteva sperare di conti­nuare per tutta la vita a governarsi in quella ma­niera? La conoscenza esatta dei suoi limiti umani gli accresceva la grandezza degli impegni ai quali si obbligava accettando l'ordine sacro. La sublimità dei poteri sacerdotali, considerati nella controluce della sua indegnità, lo spaventò e decise di non an­dare alla sacra ordinazione.

 

2. È volontà di Dio

Il direttore spirituale aveva avvertito da tempo la tempesta che stava per scatenarsi nell'anima del suo discepolo e perciò lo andava impegnando alla più viva conformità ai voleri di Dio e dei superiori. Que­sto d'altronde era nel programma di don Giovanni, tutto inteso alla più severa spogliazione interiore.

Ma nel suo spirito l'agitazione andava visibilmente crescendo quanto più si avvicinava la data dell'or­dinazione. Ed eccolo un giorno nello studio del di­rettore spirituale, deciso di tornare a Berzo.

Don Isonni non sapeva davvero come cavarsela. Toccò dapprima il tasto del sentimento: cosa avreb­be detto la mamma che aveva tanto atteso e pregato per quell'ora di consolazione? Cosa avrebbe pensato la gente e il parroco, che già stava preparando la fe­sta al paese? Ma subito dovette riconoscere che que­ste ragioni di opportunità non facevano breccia nel­l'anima di don Giovanni, incapace ormai di valuta­re le cose fuori della luce divina. Allora, come ispi­rato dal Signore, disse con forza e con sicurezza

« Ve lo dico io: è volontà di Dio che andiate all'ordi­nazione ». Il Beato lo guardò fissamente, poi chinò la testa e disse: « Obbedirò al Signore ». E corse in cappella a pregare e a piangere.

A spiegare questa sua renitenza valga il fatto se­guente, che dice la sua grande delicatezza di coscien­za. «Recitando insieme le ore canoniche, quando fum­mo in sacris, era edificante il suo esempio nel ben articolare le parole, sicché quando i compagni ave­vano già terminato Nona, noi due terminavamo Ter­za. E se io volevo un pochino affrettarmi, subito mi correggeva dicendo: Caro Bianchi, la pausa agli asterischi è prescritta dalla santa Chiesa, nostra mae­stra regina e madre ».

 

3. Due giugno 1867

La mattina del due giugno, uscendo dai santi eser­cizi, l'anima del Beato era fiduciosa e pronta al su­premo appello di Dio. Mai grazia così grande era stata concessa al suo spirito né mai obblighi più im­pegnativi erano stati da lui assunti. Il grandissimo dono doveva trasfigurarne la vita così come la su­blimava nella sacra potestà.

Profondamente raccolto, bianco nel camice nuo­vo, a mani giunte egli procedeva coi compagni tra due folte ali di popolo. C'era la mamma? La povera donna non dovette mancare quel giorno a Brescia. Chi può dire la sua gioia? Il suo Giovannino, suo fi­glio; l'unico, andava all'altare per essere tutto del Signore in una maniera solenne e arcana. Mai come allora mamma Francesca avvertì lo scopo della sua vita e del suo dolore, la privazione e la sublimazio­ne della sua maternità.

Il vescovo impose le mani sul capo degli ordinandi e invocò lo Spirito Santo. Poi pregò dicendo: « Rin­nova nel loro cuore, o Signore, lo spirito di santità. Siano prudenti collaboratori del nostro ministero, risplenda in essi ogni forma di santità, affinché ren­dano buon conto della missione loro affidata ». Don Giovanni era sacerdote, possedeva ormai l'autorità di consacrare il Corpo di Cristo e il programma più preciso e più alto della sua vita futura.

Prima di lasciar l'altare il vescovo stese nuova­mente le mani su di lui e gli conferì il potere di assolvere i peccati. Per questo cumulo di beni divini il vescovo gli chiedeva: « Prometti a me e ai miei suc­cessori rispetto e obbedienza? » Don Giovanni ri­spose con trasporto: « Prometto ».

Confusa tra la folla mamma Francesca osservava ogni atto, notava ogni movimento. Ormai suo figlio era sacerdote. Il segreto sogno lontano, la preghiera tante volte detta al Signore era esaudita: era mam­ma di un sacerdote. Don Giovanni stava per scende­re dall'altare: le mani congiunte, il volto raggiante di felicità. Francesca l'attese e l'abbracciò, nascon­dendo il volto tra le mani consacrate del figlio e chie­se la sua prima benedizione.

 

4. Il discorso di Sua Eccellenza

A ricordo della sua ordinazione sacerdotale il Bea­to scrive nel diario delle espressioni molto signifi­cative per chi vuole conoscere gli indirizzi del suo spirito. Eccole

« Ricordo lasciatoci dal Vescovo nel giorno due giugno 1867: spirito di sacrificio e di rinnegazione, non facendo nulla per piacere ad altri o per accon­tentare se stessi. Questo solo ci varrà ad acquistare tutte le virtù sacerdotali ».

Mentre lo chiama all'altare e lo consacra sacerdo­te il vescovo, in nome di Dio, gli dice di continuare con alacrità e costanza nella via della spogliazione intrapresa. Giunto al termine egli si troverà vera­mente vestito della luce di Cristo e trasfigurato nel­la santità. Chi non vede, in questo riassunto, le più alte conquiste spirituali realizzate dal Beato? I san­ti non dicono per dire e non tracciano ardui programmi per momentanee compiacenze. Queste paro­le saranno per il Beato un perenne termine di con­fronto fra la meta prefissa e la realizzazione attuata e uno stimolo pungente alla perfezione.

A confermarsi in questa rinnovata volontà di an­nientamento e di elevazione annotava nel diario « Chi non cerca la croce di Cristo neanche cerca la gloria sua ». « Non ti dar a credere che il piacere a Dio consista in far molto, ma quello che fai, fallo con pura e retta volontà, senza proprietà e rispetti umani ». « La purità di intenzione è un piccolo rag­gio di paradiso, dove Dio è il tutto ».

Sotto questo raggio divino, ora soprattutto che è sacerdote, il Beato vuol condurre la sua vita, perché vuol dare a Dio padronanza totale di se stesso e per­dersi nella sua volontà.

 

5. Riorganizzazione della giornata

Chi può dire i sentimenti del suo cuore alla cele­brazione della sua prima Messa? Noi non ne sap­piamo nulla. Di tutto il tumulto interiore non resta che l'espressione della piccola Marta Bersi, una vi­cina di casa: « Lo vidi con gli occhi bassi »: quasi chiusi, calati su l'anima a nascondere il mistero di Dio.

Finiti gli studi, don Giovanni si trovava libero da precisi obblighi di orario. Dopo le necessarie visite ai parenti di Niardo egli si raccoglie in se stesso ed esamina con calma la sua nuova condizione di vita. Pone davanti a sé il nuovo regolamento spirituale, esemplato su gli orari giornalieri del seminario ed approvato dal direttore, e alle norme già fitte vorrebbe aggiungerne altre. Ma frena il fervore di quei giorni col ricordo del saggio ammonimento di S. Al­fonso: « Io esigo poche cose, ma costanti ».

Anche il nuovo orario considera unicamente le attività dello spirito. Egli traccia una fittissima se­quenza di pratiche di pietà che lo vincolano in ogni momento della giornata. Domina la devozione euca­ristica, la devozione alla Madonna, la pratica della meditazione, l'attenzione alle diverse opere del mi­nistero, soprattutto l'assistenza religiosa agli am­malati. Ogni giorno della settimana ha una sua fina­lità specifica, ogni mese un giorno intero di ritiro, ogni anno le sue novene e gli esercizi spirituali.

La sua spiritualità si va staccando dalle forme proprie della giovinezza e orientando verso punti essenziali, dommatici e liturgici, così che possiamo affermare che con l'ordinazione sacerdotale la sua pietà si inquadra e matura: a tutto vantaggio della resa interiore e dell'apostolato.

 

6. La destinazione a Cevo

Secondo il costume d'allora i neosacerdoti non do­vevano attendere molto la loro destinazione. Dopo la ordinazione il vescovo pronunciava un nome, il giovane sacerdote baciava l'anello e partiva per il suo campo di lavoro. Il Beato, che celebra a Berzo il giorno quattro, canta la sua prima Messa a Cevo « per sé e i suoi cari » la domenica nove giugno: ap­pena il tempo necessario per accontentare la popo­lazione di Berzo e per inserire, nell'itinerario verso Cevo, una sosta a Niardo.

Lassù lo attendeva un santo sacerdote. Non sappiamo come e per quali vie don Codenotti era riu­scito a ottenere dalla curia che gli fosse mandato coadiutore il Beato. Quasi certamente non fu tanto la sua richiesta quanto la sua personalità sacerdo­tale. Mons. Verzeri sapeva infatti che don Giovanni non doveva essere dato in mano al primo richieden­te: ci voleva per lui un uomo preparato, per scien­za ed esperienza, a guidarlo nelle vie di Dio. Don Co­denotti era l'uomo adatto e l'ottenne.

Le due anime si incontrarono e si capirono imme­diatamente e divennero stimolo l'una all'altra nella corsa verso la santità. Dividevano il loro tempo fra la preghiera e lo studio, a volte si fermavano in chie­sa a pregare fino a mezzanotte, dimenticando anche la cena.

 

7. Lettera al suo primo parroco

« Mi immagino che ella in tutti questi giorni avrà aspettato qualche mia risposta, ma solo iersera aven­do avuto risposta certa, non ho potuto scriverle pri­ma di oggi. I miei Superiori, conforme il suo volere, mi hanno destinato a suo coadiutore ed io, massime a quello che me ne dicono i miei compagni, ne sono assai contento, nella ferma fiducia di trovare in Lei continuata quella buona direzione ed incitamento che ora sta per mancarmi e che è pur tanto neces­saria nei primi anni.

Ma un altro pensiero funesta non poco questa mia contentezza e giacché ella mi fu destinato da Dio a mio padre spirituale e direttore, così non mi pare di doverle celare nulla su lo stato dell'anima mia. Que­sto pensiero si è che io non potrò corrispondere che assai imperfettamente alla sua giusta aspettazione e alle sollecitudini soverchie che ella ha avute per me. E ciò per più ragioni: primo per la grande de­bolezza del mio carattere, mezzo malaticcio, poi per una soverchia timidezza, infine anche per una certa tendenza all'avarizia. Questi sono i difetti forse me­no colpevoli, ma che io stesso non posso occultare a me stesso; gli altri li conoscerà quando avrà ad usa­re della sua carità e del suo zelo verso di me. Del che fin d'ora La... ».

C'è solo da esser dolenti che tutte le sue lettere su la direzione spirituale di cui abbisognava siano andate perdute. Esse ci direbbero chiaramente che cosa il Beato pensava di se stesso e sarebbero il più splendido elogio della sua profondissima umiltà.

Questo giudizio autodemolitore del Beata rispon­deva immediata la gioia esultante del suo parroco, il quale, fin dai primi mesi, diceva a tutti: « Il Signo­re mi ha benedetto mandandomi questo coadiuto­re ! ».

 

V - A CONTATTO CON LE ANIME

1. « Il nostro San Giovannino »

A Cevo il Beato non rimase nemmeno due anni interi, eppure il ricordo che vi lasciò è ancora vivo e non si usa nominarlo che così: « Il nostro San Gio­vannino ». A lui la popolazione ricorre con piena fi­ducia nei suoi bisogni e ogni anno scende in mas­sa a Berzo per venerarne la tomba.

Ma non fu soltanto la gente semplice, facile al­l'entusiasmo, ad esaltare le sue virtù sacerdotali. Tutti i parroci delle vicinanze elevarono nei proces­si canonici un vero coro di lodi e di ammirazione. Questa dei sacerdoti è certamente la testimonianza più valida, poiché è assai difficile passare per santo fra persone che di santità si intendono bene.

Le ragioni che tutti apportano per dichiarare la virtù di don Giovanni sono molte e diverse: carità eroica in ogni tempo e con tutti, zelo ardente e in­faticabile nel ministero sacerdotale, assiduità al con­fessionale e al letto degli infermi, predicatore am­mirato e ascoltato. Per sé il Beato non aveva che un concetto bassissimo e una volontà disposta a qua­lunque obbedienza.

 

2. « Anche oggi una delle tue »

L'unica voce discordante - pare impossibile! - era proprio quella di mamma Francesca, la quale non condivideva del tutto la sua generosità verso i bisognosi che battevano ogni giorno alla porta di casa.

La buona donna, osservando che le entrate erano assai ridotte, si preoccupava. Non era contraria alla carità coi poveri, poiché fin da piccola era stata abi­tuata in famiglia ad esser generosa, ma non voleva neppure trovarsi nei debiti. E don Giovanni ogni giorno gliene combinava una.

Una volta aveva messo nella pentola una gallina. Doveva bastare per diversi pranzi a don Giovanni, a lei e alla sorella. Era uscita un momento per le spe­se e appena tornata, col forchettone, si avvicina al camino: gira, fruga e... allibisce. Non c'era più.

« Don Giovanni, dove è la gallina? ».

Don Giovanni sorride: « Non c'è più?  sarà andata in brodo! »

« Ma anche l'osso è andato in brodo? Possibile? A chi l'hai data? ».

« Scusami, mamma. È venuto un povero che mi ha fatto tanta compassione e io non ho potuto resi­stere. Gliel'ho data. Noi ci potremo accontentare della zuppa ».

Queste notizie uscivano subito di casa e facevano il giro del paese, suscitando ovunque ilarità e ammi­razione.

 

3. La preghiera del Serafino

Nel tardo ottobre di quell'anno - 1867 - il Bea­to fece gli esercizi spirituali a Lovere. E annotò nel diario: « Bisogno riconosciuto: raccoglimento spiri­tuale, facendo tutto con spirito di fede ». Egli dun­que non è contento della sua vita interiore e. special­mente della preghiera, anche se, con stupore di tut­ti, passa in chiesa delle giornate intere.

Come pregava don Giovanni? Sarebbe difficile per noi entrare nell'intimo del suo colloquio con Dio, ma ora è il Beato stesso che ci aiuta. Scrive nel dia­rio: « La maggior necessità che noi abbiamo è il ta­cere davanti a questo nostro gran Dio, così con l'ap­petito come con la lingua, la cui parola e quella che Egli ascolta volentieri è parola silenziosa d'amore ».

Davanti al Crocifisso o al Tabernacolo, rapito nel­la contemplazione del supremo mistero di dolore e di amore divino, senza parole, senza moto dell'ani­ma, egli non avvertiva più il tempo. Era una pre­ghiera fatta di estasi e di smarrimenti, che, come quella di tutti i Santi, si cela alle nostre curiosità.

Il Beato però non pregava soltanto quando si met­teva di proposito all'orazione. La sua giornata era tutta un tessuto di aspirazioni dolcissime e fervi­de, un interminabile discorrere del suo cuore col Signore e con la Madonna. Per ogni azione aveva una preghiera. « Signore, ti offro quest'opera per mezzo dell'unico tuo Figlio, in virtù dello Spirito Santo, a lode della tua eterna Maestà ».

Quante volte al giorno avrà fatto la comunione spirituale? Quante volte avrà invocata la Madonna con la breve ed intensa preghiera che, più tardi, com­pare su tutti i suoi fogli: « O Maria, sis mihi propi­tia »?

Egli non sapeva ormai più staccarsi dal pensiero di Dio e del cielo. Attirato lontano dagli uomini, sem­pre immerso nelle cose celesti, il suo spirito non toccava terra neppure quando, visitato dai parroci vicini, dava loro un bicchiere di rinfresco. E come poteva avvertire che versava dell'olio anziché del vino bianco?

 

4. Ministro di misericordia

Queste astrattezze del Beato non dispiacevano, an­zi confermavano il visitatore di quanto si diceva sul suo spirito di orazione e lo determinavano molte volte a chiedergli la direzione spirituale.

Da prima furono gli antichi compagni di collegio e di seminario, poi ad uno ad uno quasi tutti i sa­cerdoti delle vicine parrocchie si confessavano da lui e chiedevano consigli per la loro vita sacerdo­tale.

Dal suo confessionale tutti scendevano con una visione nuova del peccato e della grazia divina. Non aveva mai né un gesto né una parola di sorpresa per quanto gli veniva confidato, ma l'intima sua soffe­renza, spesso anche le lacrime abbondanti, l'esorta­zione fervidissima al pentimento e al proposito mo­stravano all'anima che cosa è per un santo l'offesa di Dio. Era impossibile continuare nel male dopo che ci si era confessati da lui.

Perciò il suo confessionale era frequentatissimo. Persino sua mamma se lo prese come confessore. La gente però andava da lui non soltanto per la sua santità. Un confessore santo è certamente un ra­ro dono del Signore, ma sono proprio i santi – e don Giovanni lo sapeva da S. Teresa - che racco­mandano di scegliersi dei confessori dotti. Il Beato conosceva benissimo la teologia morale e le segrete vie dello spirito. Studiava assiduamente su autori che fanno massima autorità ancora oggi e non era proprio raro il caso di vederlo con la Somma di San Tommaso o la Santa Scrittura davanti al SS. Sacra­mento.

Nonostante ciò, anche per lui il confessionale era un peso e una responsabilità. Lo dice egli stesso nel diario, riportando una espressione di S. Francesco di Sales: « Come sono martiri quelli che confessa­no Dio davanti agli uomini, altrettanto si possono dire martiri quelli che confessano gli uomini davan­ti a Dio ».

 

5. Predicatore ammirato

Con questa non piccola cultura teologica e scrit­turistica e la vasta conoscenza della vita dei Santi egli doveva essere un predicatore interessante. Di questi anni di Cevo ci è giunta l'eco di una sua pre­dica su la Madonna, argomento carissimo al suo cuo­re. Ecco come ne parla don Giovanni Rondini, cura­to nella vicina frazione di Andrista, che lo ascoltò. « Come competenza nella predicazione dirò soltanto questo: che io in cinquantatre anni di sacerdozio, neppure dai più valenti predicatori, udii una predica tanto efficace come quella che udii dal labbro dello Scalvinoni nella chiesa di Cevo intorno alla devo­zione alla Madonna. Parlò del dovere e dei motivi di amare Maria e di mettere in Lei la nostra illimi­tata confidenza con tal copia di dottrina e con tale unzione di amore da spezzare i cuori più freddi e induriti. Tutti si dovette riconoscere che il predicato­re era un vero santo ».

Il Beato conosceva assai bene gli insegnamenti dei Santi su la predicazione sacra. Per fare frutto nelle anime bisogna anzitutto mirare alla gloria di Dio e alla salute spirituale del prossimo, prepararsi con serietà nello studio e nella preghiera. L'uomo non è nulla e tale deve considerarsi, poiché quello che si vuole ottenere con la predica è soltanto opera di Dio. Il predicatore metta tutte le sue parole nel costato di Gesù Cristo « affinché intinte in quel preziosissi­mo Sangue servano di strumento allo Spirito Santo per rompere i cuori più duri».

Con questi sentimenti e con questi propositi il Beato non poteva pronunciare parole vane sul pul­pito. Esse, totalmente saturate della sua stessa so­stanza interiore, uscivano ardenti e colpivano l'udi­torio, che lo seguiva con attenzione e smarrimento, commosso e lacrimante.

 

6. Angelo di consolazione

Troviamo scritto nel suo diario: « Bisogna consi­derare il nostro prossimo come coricato nel grembo del Salvatore. Chi sarà colui che non lo ami consi­derandolo come sommamente amato da Dio? ».

Dobbiamo riconoscere che don Giovanni non sa­peva vedere i suoi prossimi in diverso modo, perché egli non riusciva a tenersi niente quando vedeva una loro necessità. Alcuni, osservando che il Beato crede­va a tutte le miserie che gli raccontavano gli accat­toni per impietosirlo, lo dicevano « minchione », ma il suo gesto generoso, anche se si prestava, come avvenne a S. Francesco, a delle indegne speculazioni, era sempre purissimo. Egli non poteva veder nei ri­chiedenti altro volto che quello di Gesù.

Soprattutto egli era tenero e generoso con gli in­fermi e gli ammalati. Don Giovanni li andava a vi­sitare tutti e con grande frequenza. Accanto al loro letto passava anche le notti intere. A poco a poco l'ammalato giungeva a respirare nella fede più lumi­nosa e non era raro il caso che desiderasse morire presto per andare a vedere le meraviglie che il Bea­to descriveva con tanta evidenza e sicurezza.

In questo modo don Giovanni ricollocava in punto di morte fra le braccio di Dio quel suo prossimo che in grembo a Dio aveva sempre visto e considerato.

 

7. Un colpo di folgore

Così dedito al suo ministero e tanto assorbito in Dio don Giovanni non si sarebbe mai sognato che qualcuno in diocesi stava pensando a lui. Don Ber­tazzoli, rettore del seminario, aveva fatto lo stesso ragionamento di don Taccolini: la virtù del santo sacerdote avrebbe fatto scuola a tutti i chierici. Ne parlò al vescovo e don Giovanni fu vicerettore.

La lettera di nomina giunse a Cevo come un col­po di folgore. Non solo la popolazione e il parroco, ma anche il Beato ne restò costernato. Egli aborri­va da tutto ciò che in qualche modo lo metteva in vista. Col foglio in mano si recò dal suo parroco, da colui che poteva e doveva essere il suo intercessore.

Don Codenotti vagliò tutte le possibilità che si pre­sentavano, ma non ne accettò neppure una. Uomo di Dio vedeva in quella disposizione la volontà del cielo. E disse al suo coadiutore: « Don Giovanni, ob­bedisca. Questa è volontà di Dio ».

Non c'era proprio niente da fare. Prostrato davanti al Tabernacolo, come Gesù nell'orto del Getsemani, il Beato pregò e scongiurò il Signore che allontanas­se da lui quella croce, tanto carica di responsabili­tà, ma non disse una parola né fece un gesto per sot­trarsi all'obbedienza.

La volontà di Dio! Non era forse la meta supre­ma di tutto il suo impegno spirituale? Più tardi, leg­gendo nel diario della sua Santa Maestra, Marghe­rita Maria Alacoque, egli scriverà queste parole: « Il mio Maestro mi ingeriva tanto timore di fare la mia volontà che fin d'allora conobbi che tutto quanto potessi fare non gli sarebbe gradito se fatto non fos­se per amore ed obbedienza ».

Mentre disponevano le loro cose sul carro di un buon contadino, decisero che mamma e zia si fer­massero a Berzo. Egli sarebbe sceso a Brescia solo. Con sé portò soltanto il desiderio di seppellirsi nel­la volontà dei superiori e di pregare, ma il pensiero di dover comandare a qualcuno lo terrorizzava.

 

8. Vicerettore a San Cristo

Gli esercizi spirituali, tenuti in seminario all'aper­tura dell'anno scolastico, riuscirono ad acquetarlo un poco. La nota che stende è rivelatrice dell'immen­so sforzo che dovette compiere per superarsi ed ac­cettare la volontà dei superiori. « Mettermi alla pre­senza di Dio al principio di ogni azione. Giaculatoria: Providebam Dominum in conspectu meo sem­per »

La presenza di Dio lo sosteneva e lo santificava. La sua anima, pur nello sconcerto della nuova vita, non defletteva dalle iniziative di un tempo: penetra­re sempre più addentro nelle vie del Signore per giungere all'unione totale e all'immersione di tutto se stesso in Lui.

A questo esercizio interiore orientava le sue lettu­re spirituali e le sue meditazioni. In un brano del diario di Santa Margherita Maria egli trova come la santa sentiva e praticava la presenza di Dio, e nota: « Per questo ella non ardiva sedere se non alla pre­senza altrui. Dalla cognizione della sua miseria na­sceva in lei la brama dei dispregi ».

Ecco il desiderio più grande di don Giovanni: an­nullarsi in Dio, presente al suo spirito, ed essere per gli uomini soltanto un oggetto di disprezzo.

 

9. I suoi compiti di assistenza

Per tutto l'anno scolastico 1869-70 don Giovanni fu su una croce dolorosa. I compiti che dovette svol­gere non erano né complessi né difficili, ma molto alieni dalla sua natura. Temperamento assai timido, incapace di imporsi a chiunque eccetto che a se stes­so, non era fatto per esercitare, sia pur limitatamen­te, l'autorità.

Nel gaio mondo seminaristico egli si trovò presto come un pesce fuor d'acqua. « Per la sua semplicità ed innocenza, attesta mons. Gaggia, non riusciva a mantenere nei soggetti la disciplina ». « Egli fece as­sai bene col suo esempio di pietà ardente e di umil­tà profonda, ma appunto per questo non sapeva im­porsi ai chierici ».

Questo pretino pallido e magro, « assorto inces­santemente in Dio, espertissimo delle cose celesti, ma ignaro di quelle del mondo », era fatalmente de­stinato a dare una infelice prova come assistente ai chierici, tanto più perché a volte, esaminando i modi e i termini della correzione che aveva dovuto fare, era convinto di aver esagerato e non dubitava punto di inginocchiarsi a chiedere perdono. Se l'ufficio di vicerettore avesse importato l'obbligo di umiliar­si ad ogni istante innanzi ai chierici e ai superiori, nessuno meglio di lui era adatto a compierlo. Ma, purtroppo, il suo dovere gli imponeva di comandare e questo era troppo al di sopra delle sue capacità.

 

10. Significato dell'insuccesso

Dio voleva l'anima del Beato tutta e solo per sé, nel nascondimento più profondo, nella preghiera più intensa. Il silenzio, la penitenza, l'amore sono le vie per le quali egli doveva camminare su la terra alla conquista della sua santità e perciò la grazia disponeva che riuscissero vani tutti gli sforzi degli uomini, anche dei suoi superiori, affinché egli atten­desse ad uffici d'ordine esteriore.

Ed è semplicemente meraviglioso osservare nella vita del Beato questo continuo insistere di Dio per sottrarlo alle cose terrene, bocciando via via ogni tentativo in contrario, e assorbirlo in sé, nel vortice gaudioso del suo amore e nel pianto del suo dolore.

P. Innocenzo è qui, tutto qui. Come vita umana egli ha ben poco da dire agli uomini, ma come spirito che tende al Signore e che fa della sua vita un pe­renne olocausto di amore, perduto in lui come ogni anima veramente contemplativa, egli è un vero gi­gante, degno in tutto di esser presentato come mae­stro e modello delle più ardite ascensioni.

 

VI - RITORNO A BERZO

1. Esonerato

Al termine dell'anno scolastico 1869-70 don Ber­tazzoli chiamò in studio il Beato e gli fece un discor­so press'a poco così: « Ora che i chierici tornano alle loro famiglie, penso che anche per Lei sarà gra­dito passare qualche mese nelle arie native, a Berzo. Potrà attendere alla parrocchia. Don Ceresetti ne sa­rà certamente felice ».

Non era un ordine, ma, dopo l'infelice prova data come vicerettore, l'antifona era chiara: veniva eso­nerato dall'ufficio. Lassù infatti lo raggiunse l'ordi­ne di restare e di aiutare per le confessioni in chiesa parrocchiale.

Tutto assommato il Beato ne fu assai contento. Fi­nivano le preoccupazioni e ritornavano, quasi in lu­minosa prospettiva, le intense e quiete giornate di Cevo. Don Ceresetti, che lo aveva visto crescere e lo amava come un papà, prendeva il posto di don Co­denotti.

 

2. La casa di don Giovanni

A Berzo il Beato fu di nuovo accanto alla mamma. La famiglia possedeva qualche cosa, ma la casa era tanto povera. Le generosità continue di don Giovan­ni non permisero mai a mamma Francesca di rea­lizzare un suo bel sogno: rendere quelle quattro mu­ra un po' più degne di ospitare un sacerdote.

Il Beato si scelse la sua vecchia stanza e per stu­dio uno sgabuzzino a pian terreno, più degno d'es­sere adibito a pollaio che ad altro. Vi portò dentro il letto, un armadio, lo scaffale coi pochi libri e ri­prese le sue abitudini di un tempo.

Sotto il Crocifisso, posto sul tavolino di studio, pose la frase programmatica del Kempis : Tantum proficies quantum tibi ipsi viin intuleris.

 

3. I suoi lauti pranzi

La sua mensa non doveva essere davvero invidia­bile. « Polenta e legumi », dicono i testimoni, erano il suo cibo ordinario. Alle industrie culinarie della mamma il Beato normalmente non mancava di ag­giungere le sue, suggerite dal suo ardente spirito di penitenza. Quel cibo, che era già tanto frugale, finiva col diventare immangiabile.

Al mattino non prendeva mai nulla prima di re­carsi alla scuola, neppure una goccia di latte o di brodo, anche quando l'inverno infieriva col freddo intenso della sua valle. La sera si accontentava, quan­do si decideva ad ascoltare la mamma, di un po' di polenta e di una crosta di stracchino. Ai lamenti della buona donna egli rispondeva che per lui era fin troppo quello che prendeva.

Francesca avrebbe voluto che suo figlio andasse almeno decentemente vestito. Nelle sue talari non mancava la pulizia più linda, ma ormai, dopo alcuni anni, c'erano toppe e mende in ogni parte. Ne occor­reva davvero una nuova. Ma come affrontare la spe­sa se don Giovanni non riusciva mai a salvarsi un centesimo?

Con gli affitti dei campi e con lo stipendio delle messe e della scuola si poteva vivere benino, ma ec­co cosa racconta un suo affittuario: « La mia fami­glia aveva preso in affitto dallo Scalvinoni un pic­colo podere e ricordo benissimo che in autunno non gli si doveva più niente perché anticipatamente pa­gato a poco a poco, non sapendo egli salvarsi un cen­tesimo ». Quando gli capitava per casa un povero ed egli non aveva niente da dargli, andava dai suoi con­tadini.

Il nostro p. Eusebio un giorno lo vide che era pro­prio in male arnese. Gli disse: « Don Giovanni, o ve­nir subito in convento o cambiare quel cappello ».

 

4. Giorni colmi di preghiera e lavoro

Soltanto le persone più mattiniere potevano vede­re il Beato recarsi alla Chiesa. Si inginocchiava sul primo banco e rinnovava il preparamento alla mes­sa, alla quale aveva pensato per gran parte della notte. Quando celebrava non avvertiva nulla di quan­to si faceva attorno a lui. « Si perdeva nelle orazio­ni », dicono i testimoni più accreditati e fedeli. « Do­po l'elevazione si perdeva con Gesù », aggiungono altri.

Era inevitabile perciò che la sua messa divenisse un po' più lunga del solito, ma la devozione, il rapi­mento del suo spirito era tale che tutti la seguivano volentieri. La predica più bella su la presenza di Gesù nell'Eucarestia il Beato la teneva celebrando.

Dopo la messa si metteva in meditazione. Soltan­to la campanella della scuola riusciva a scuoterlo dal suo profondissimo raccoglimento, spesso accom­pagnato da lacrime e sospiri. Non sentiva nulla, né il freddo intenso né la fame, né la gente che si muo­veva accanto a lui o lo stava guardando, ammirata del suo fervore.

In quegli anni don Ceresetti, conoscendo la prepa­razione del suo curato, gli affidò la direzione didat­tica delle scuole comunali. Del Beato come inse­gnante alle elementari abbiamo dei ricordi interes­santi e vivaci. Ecco come parla un suo alunno: « Egli tenne la scuola comunale ed anch'io vi andai per un anno o due. Ci si andava molto volentieri. Qualche volta pareva che si dimenticasse della scuola che stava facendo, quasi rapito in preghiera. Usava una certa severità per ottenere la disciplina, severità che non impediva ai suoi allievi di nutrire verso di lui grande affetto e venerazione. Egli insisteva moltis­simo per raccomandare la pietà e la virtù ».

 

5. Una lezioncina a modo

Con questi metodi scolastici si può soltanto im­maginare quanto il Beato fosse gradito come diret­tore didattico e come insegnante ad alcuni pezzi grossi dell'anticlericalismo berzese insediati al Co­mune. Un prete, ancora nel 1870, in quel posto era semplicemente una vergogna. E provocarono una ispezione.

Ma l'ispettore, venuto da Brescia con i pieni po­teri, dopo aver fatto le sue inchieste e aver raccolto le sue informazioni, non trovò niente da dire su l'an­damento della scuola. Lasciò invece una lunga e pe­pata disposizione ai provocatori dell'ispezione: che si riparino i pavimenti, i banchi, le imposte delle fi­nestre, si dia più luce ai locali troppo oscuri per i bambini e che le singole aule siano corredate mo­dernamente.

Il Beato, con soddisfazione di tutte le famiglie, re­stò alla scuola. Egli infatti sapeva dare ai suoi alun­ni ben più che la semplice notizia scolastica e l'av­viamento alla professione; dava il senso profonda­mente cristiano della vita, preparava i cittadini del­la patria, della chiesa e del cielo. Quello che dicono i fortunati suoi scolari ci autorizza a pensare che il Beato era un vero maestro.

 

6. Modello dei sacerdoti

Dopo la scuola e la visita agli ammalati il Beato correva in chiesa. Talvolta si permetteva qualche uscita: si recava al cimitero, dove, da tanti anni, ri­posava il povero babbo e ormai tante anime da lui accompagnate fino alle soglie dell'eternità; saliva al­la solitaria chiesetta di S. Lorenzo, dominante sul colle sopra Berzo, e si fermava a lungo a meditare e pregare. Il suo sguardo era sempre attirato dalla bianca massa del convento dell'Annunciata, su la sponda opposta della valle.

A Berzo la sua pietà ebbe manifestazioni meravi­gliose. La cuginetta Margherita Scalvinoni ci rac­conta: « Quante volte la sua mamma mandava me a chiamarlo in chiesa perché venisse a desinare ed io lo trovavo ora prostrato con le mani sotto le ginoc­chia innanzi all'altare della Madonna oppure boc­coni per terra a far croci con la lingua. E bisogna­va che talora ritornassi due e anche tre volte ».

Tutti coloro che poterono conoscerlo bene in que­sti anni ci assicurano che il Beato dormiva assai po­co di notte. Nella sua stanza da letto nessuno pote­va entrare, nemmeno la mamma. Qualche volta però la curiosità era troppo forte e, mentre don Giovanni era in chiesa o a scuola, le donne spingevano l'uscio, guardavano. Francesca lasciava fare, sicura che così tutte avrebbero potuto convincersi che suo figlio era davvero un originale.

Le donne rimanevano inorridite. C'era il letto, ma diritto appoggiato alla parete. Per terra c'era un gran fascio di legna e sterpi: sopra di essi don Giovanni, d'estate e d'inverno, prendeva il suo brevissimo ri­poso.

Come poteva sperare mamma Francesca di veder­lo ritornare un po' in salute? « Eh, questi benedetti santi », esclamava spesso, « non è mai possibile farli ragionare un tantino ».

 

7. I vizi non si perdono

Un giorno il fratello questuante scese dall'Annun­ciata a Berzo per la questua delle uova e sapendo della cordiale ospitalità di don Giovanni pensò di andare da lui a mezzogiorno. Ma quella volta capitò piuttosto male. Trovò infatti la mamma infuriata.

Ecco come egli stesso racconta. « Entrato in casa assistetti alla scena avvenuta tra lui e la sua povera mamma, la quale gli domandava che cosa avesse fatto della carne messa a bollire nella pentola e che non si trovava più. Egli rispose: sarà tutta liquefat­ta in brodo. Ed essa: anche l'osso? Allora egli visto­si scoperto rispose: Scusatemi, mamma, l'ho data a una povera ammalata. Ed ella lo rampognò di que­sto dicendo di non aver altro per il desinare. Egli si accontentò di un po' di minestra; per la mamma e per me, che volle facessi parte del pranzo, non vi fu che polenta e un pezzetto di cacio ».

Tornando al suo convento il fratello aveva ben più che una sporta di uova per i suoi frati: aveva uno stupendo esempio di carità e di povertà.

 

8. Accanto all'ammalato

Questi fatti non erano infrequenti. Una volta - e siamo ancora a Berzo - egli tornava dalla visita a un infermo. La sofferenza e la miseria di quel po­veretto gli fecero una grande impressione: bisogna­va aiutarlo. Egli vide che sul caminetto c'era la pen­tola a bollire. Studiò le mosse della mamma e al mo­mento opportuno tolse la gallina che vi stava a bol­lire e via di corsa verso quella casa.

Anche quella volta l'aveva fatta franca.

Il malato in questione era un certo Antonio Cere­da, frequentemente protagonista di fatti consimili e che, a volte, riceveva in soldi delle elemosine incre­dibili per allora: anche cinque lire!

Gli ammalati prendevano tutto il tempo che il Bea­to aveva libero di giorno e di notte. Neppure prega­to di tornare in casa per un po' di riposo egli lascia­va i sofferenti.

Questa sua carità ebbe modo di manifestarsi spe­cialmente durante il colera del 1873, quando moltis­sime famiglie di Berzo furono colpite. Egli passava instancabilmente da una casa all'altra benedicendo e confortando, a tutti donando il tesoro della sua parola e recando la sua offerta. Parlava a tutti del paradiso, come se tutti dovessero lasciare la terra. A una bambina disse testualmente: Preferisci morir subito e così andare in paradiso oppure vivere a lun­go e magari finire all'inferno? L'ammalata guarì, ma non dimenticò che vivendo a qualche modo si può andare all'inferno.

 

9. I1 fascino dell'Annunciata

Durante questi anni passati a Berzo come coadiu­tore il Beato saliva spesso al convento dei padri Cap­puccini per fare il ritiro mensile o per esercizi spi­rituali. Ne troviamo note frequenti nei suoi diari. In tal modo il suo desiderio di seppellirsi in quella solitudine e darsi tutto a Dio aumentava. Quando ri­discendeva al paesetto il suo cuore rimaneva lassù, colmo di desiderio.

Uscire dal mondo, staccarsi dai parenti, da tutti, da tutto. Egli sentiva che Dio lo voleva solo per Sè. Aveva già indugiato troppo. Perché aspettare anco­ra? E se rimanendo nel mondo avesse perduto l'ani­ma sua?

Questo pensiero di non potersi salvare restando nel mondo semplice sacerdote si fece sempre più strada nella sua mente e lo andò tormentando fino a quando egli prese la grande decisione.

Dio soltanto conosce la pena del suo spirito, le ansie tormentose, le lotte combattute, le lacrime sparse, le preghiere e le penitenze fatte per ottenere la grazia della illuminazione e la certezza di non sba­gliare. Ma un giorno la luce venne: divina e obbli­gante. Egli tornò in casa e alla mamma sgomenta disse senza preamboli: mamma, il Signore mi chia­ma in convento: mi faccio cappuccino, lassù, all'An­nunciata !

 

VII - NELLA FAMIGLIA DEL SERAFICO PADRE

1. La SS. Annunciata di Borno

Concesso nel secolo XV da Paolo II al B. Amedeo de Sylva, che vi collocò i suoi religiosi Amadeisti, il convento fu poi abitato dai padri francescani Rifor­mati e, passati i torbidi della rivoluzione francese, dai Cappuccini, che lo tengono tuttora.

Ai tempi del Beato Innocenzo l'Annunciata era sede del noviziato, cioè vi si svolgeva l'anno di pro­va e di abilitazione alla vita cappuccina. Il maestro, p. Felicissimo da Qualino, era un uomo dalla robu­sta tempra religiosa e apostolica. Dopo l'ingresso del Beato riuscì ad ottenere dai superiori della Pro­vincia monastica di partir missionario per le Indie dove anche morì.

La vita dei Frati fluiva silenziosa in un tessuto con­tinuo di preghiere, di penitenze, di lavoro. Quando vi saliva per la confessione o per il ritiro mensile il Beato ammirava soprattutto i novizi e sospirava; quei giovani dal viso pallido, magri, profondamente raccolti e tanto felici furono per lui un esempio de­cisivo.

 

2. Perché si fece cappuccino

Per don Giovanni, che vi pensava da tempo, il pro­blema del suo ingresso in convento non era sempli­ce, ma grave e carico di conseguenze. Egli era con­vinto che rimanendo solo sacerdote diocesano non avrebbe potuto corrispondere adeguatamente alla grazia del Signore, che lo voleva tutto per Sé. Di conseguenza pensava che si sarebbe privato degli aiuti spirituali necessari all'adempimento fedele dei suoi doveri, che si sarebbe esposto al pericolo di pec­care e che perciò avrebbe messo in serio pericolo la salute eterna della sua anima.

Quando il timore del peccato e dell'eternità agisce sulla sensibilità acuta di un santo le conclusioni so­no sempre decisive e totalitarie. E così avvenne an­che per don Giovanni, il quale non guardò davvero né alla mamma né al parroco, ma ruppe con corag­gio ogni vincolo ed entrò in religione.

Veramente l'idea di lasciar tutto e di ritirarsi in convento non era nata in lui in quegli anni soltanto. Già prima di giungere al seminario di Brescia il ro­mitorio dei padri Cappuccini appariva ai suoi sguar­di come la rocca degli spiriti privilegiati, e lo attira­va fortemente. Lo dicono i suoi stessi direttori spi­rituali con parole così chiare che non lasciano dav­vero dubbio alcuno. Là e soltanto là il Beato pensa­va dunque di poter corrispondere alla sua vera vo­cazione, di attendere alla perfezione e di salvarsi, non a qualche modo, ma come sentiva di doversi sal­vare: da santo.

 

3. La mamma

Ma questo suo cocente desiderio, trasferito sul piano dell'attuazione concreta, divenne un problema assai delicato e difficile. Anzitutto c'era la mamma. Cosa ne sarebbe stato di quella povera donna senza di lui? Ormai vecchia e stanca, senza nessuno al mondo che si sarebbe interessato di lei, non era una specie di crudeltà lasciarla sola? Aveva dunque ra­gione di lamentarsi col figlio e di insistere perché non attuasse quel suo desiderio.

Ma le mamme son sempre mamme, cioè siccome sanno leggere a fondo nel cuore dei loro figli e ve­dono come per essi un loro sacrificio, non importa se grave, sarà motivo di felicità, si decidono a tutto. Fu così che mamma Francesca diede presto a don Giovanni il sospirato consenso di entrare in con­vento.

Ma il Beato se ne preoccupava. Prima di prendere la decisione suprema la raccomandò più volte alla tenerezza della cugina Margherita Scalvinoni, cre­sciuta con lui nella stessa casa, e soltanto in segui­to alle premurose assicurazioni della parente egli ebbe il coraggio di abbandonare la mamma.

 

4. L'ostacolo più duro

Assai più duro fu invece l'ostacolo posto dal par­roco. Don Ceresetti si oppose in tutti i modi e con tutti i mezzi. Tentò anzitutto di distrarlo dai suoi pensieri col lavoro. Oltre il normale ministero in parrocchia, gli confermò l'insegnamento e la direzio­ne didattica delle scuole elementari, gli sollecitò impegni di predicazione e incarichi diversi nelle par­rocchie vicine, lo fermava a lungo nel suo studio in conversazioni su casi di teologia e di pastorale. Ma non riuscì a nulla. Il cuore del suo curato era ormai partito da Berzo e dal mondo. Era tutto lassù, na­scosto e pregante in un angolo remoto del convento cappuccino.

Don Ceresetti doveva di giorno in giorno consta­tare la sua sconfitta, ma non volle cedere. Egli pote­va infatti contare su un alleato che, con tutta ragio­ne, credeva onnipotente: la curia di Brescia. E il Beato si trovò davvero in difficoltà. Come fare?

Non sapendo che via prendere si recò per consi­glio a Pian Borno da don Bondioni, un ottimo sacer­dote niardese, che lo conosceva assai bene da tempo. « Se vuoi ottenere qualche cosa, gli rispose, vai tu personalmente a Brescia, vai dal vescovo ». Don Gio­vanni riflettè e trovò che era la via più sicura. Mons. Verzeri non solo gli diede il permesso di lasciare la parrocchia e di entrare in convento, ma gli scrisse una splendida testimoniale.

Con questi documenti e con una raccomandazione dello stesso don Bondioni, che arbitrariamente si sostituiva al parroco di Berzo, il Beato potè ottene­re dal padre provinciale la sospirata lettera di ac­cettazione.

 

5. « Diano tutto ai poveri »

La mattina del 13 aprile 1874 don Giovanni, cele­brata l'ultima messa all'altare della Madonna mira­colosa, lasciava il paese e saliva all'Annunciata. Ini­ziava per lui la vita religiosa cappuccina.

In fervorosa conformità allo spirito della Regola francescana egli aveva distribuito tutte le sue cose fra i parenti e i poveri. Una donna, avendo saputo che stava per partire, si recò da lui per essere an­cora aiutata. « Lei adesso se ne parte, gli disse, e a me non dà proprio niente »? Don Giovanni si guar­dò attorno per la cucina e non vedendo che uno sga­bellino sgangherato rispose: « Se volete questo pren­detelo: io non ho più altro ».

Don Ceresetti, viste inutili tutte le sue opposizio­ni e riconoscendo pienamente la somma rettitudine del suo curato, manifestò in quell'occasione il suo cuore di papà. Mentre la gente si assiepava su le vie e si raccomandava alle preghiere del Beato, egli lo volle accompagnare fino al convento e presentar­lo personalmente al p. guardiano.

Don Giovanni vestì l'abito cappuccino due giorni dopo e, con grande soddisfazione del suo parroco, fu chiamato fra Innocenzo. Su la porta del convento il Beato aveva letto: Ecce nova facio omnia. Nes­suna espressione era meglio indicata di questa per esprimere la sua decisione di quei momenti: far tutto di nuovo, più bene, più perfettamente. In tal modo il suo noviziato incominciò con un vero ar­dore di volontà santificatrice.

 

6. Il novizio più santo

Il Beato apparve subito a tutti come un modello da ammirare e da imitare. Inappuntabile nell'osser­vanza degli orari, rigorosissimo nella custodia degli occhi e nell'esercizio delle diverse pratiche peni­tenziali, egli voleva sempre per sé gli uffici più bassi ed umili, come se fosse stato non un confratello, ma l'infimo servitore della comunità religiosa.

Un suo compagno ricorda il fervore del Beato an­cora novizio così: « Profondamente convinto che tut­ti i suoi compagni erano altrettanti santi e che egli fosse un peccatore tra angeli, a questo concetto, a questa intima convinzione era costantemente ispira­to l'umilissimo suo contegno. Di qui il riputarsi egli indegno di pur trovarsi tra di loro, lo studio di com­piacerli e di servirli, il tener per sé e in ogni cosa l'infimo luogo, il domandar perdono dei suoi cattivi esempi, con accento e con parole che uscivano dal profondo del cuore, il continuo raccomandarsi alle loro preghiere, l'accettare con grande sommissione qualunque avvertimento ed osservazione che i no­vizi gli facevano ».

 

7. Non vedeva che i suoi difetti

« Nel noviziato dei Cappuccini, continua lo stesso compagno, vi è la santa consuetudine che i novizi si correggano reciprocamente, con grande umiltà e ca­rità, i propri difetti. Orbene, in quale maniera di­portavasi il nostro p. Innocenzo nella pratica di que­sta reciproca correzione? Una parte di essa riusci­va certo molto gradita alla sua umiltà e bisognava esser presenti per vedere e per sentire con quale gioia e riconoscenza accettava qualsiasi osservazio­ne e correzione, persuaso com'era di essere degno di ogni censura e di ogni rimprovero. Ma quanto al correggere gli altri egli non aveva mai nulla da dire e finiva sempre col domandar perdono dei propri scandali e supplicando i compagni, come di un atta di carità, a voler correggere i suoi molti e gravi di­fetti ».

 

8. Sete di martirio

Lo spirito di penitenza si sviluppò in lui fino a di­ventare vera sete di martirio. Avendo ottenuto il per­messo di portare il cilizio con maggior frequenza della norma comune « egli se lo pose così stretta­mente intorno alla vita che le punte acutissime gli penetravano le carni e gli mozzavano il respiro. Ognu­no può facilmente immaginare quali trafitture egli avesse a soffrire ogni volta che doveva muoversi o inchinarsi o inginocchiarsi. Nondimeno lo si vedeva procedere franco, senza dar quasi alcun segno di sofferenza ».

Il fatto continuò per molti giorni, finché un suo compagno se ne accorse e avvertì il p. maestro. P. Felicissimo, con raccapriccio e ammirazione, con­statò in quale misura p. Innocenzo applicava su di sé quei permessi di penitenza e subito li ridusse e stabilì un modo meno duro.

Fra Innocenzo non era dunque, fin d'allora, un'a­nima da stimolare alla perfezione cappuccina, ma da guidare con prudenza e persona da frenare in que­sta sua sete di immolazione.

 

9. Ritorno della tentazione

Se fu grande la lotta che il Beato dovette vincere per entrare in convento, assai maggiore fu la battaglia che sostenne durante il noviziato. Non alludia­mo affatto alle prove che, per esercitarlo alla vita religiosa e per accertarsi del suo spirito, gli propo­nevano i superiori: queste non erano difficoltà, ma consolazioni per lui. La tentazione venne dal ricordo della mamma, rimasta sola. Il demonio se ne servì per scatenare nel suo animo, già tanto delicato e sensibile, mille rimorsi tormentosi. Quello che pri­ma gli era sembrato un preciso comando evangeli­co da seguire ad ogni costo, ora gli pareva un vero peccato di durezza di cuore, di ingratitudine, di e­goismo spirituale.

Affranto dall'angoscia il Beato correva dal p. mae­stro, che lo comprese e lo aiutò. « Pregate, gli dice­va, e continuate con serenità. La vostra è vera voca­zione. Quel Dio che ha chiamato voi non abbando­nerà la vostra buona mamma ».

Queste parole, soprattutto la preghiera, riusciro­no a sostenerlo e a farlo uscire vittorioso dalla pro­va. Ma la lotta continuò per quasi tutto l'anno e noi possiamo soltanto immaginare lo strazio del suo cuore di figlio.

 

10. Come nascono i suoi diari

Nelle ore che il Beato passava tutto solo nella sua celletta attendeva alla lettura spirituale. Anche in convento egli continuò ad annotare sui suoi quader­ni il frutto migliore delle sue letture e alcune espres­sioni che lo interessavano in modo particolare. Com­pose così due brevi antalogie ascetiche, ricchissime di sapienza spirituale, fatte da lui per i bisogni del­la sua anima attingendo ai più celebrati maestri di santità.

Per tutta la sua vita egli andrà specchiandosi in queste norme e si sforzerà di attuarle con la mas­sima fedeltà possibile. Esse non sono cose sue, ma divennero sue perché egli le sentì vivamente e, so­prattutto, le praticò. Queste sue pagine perciò diven­tano una guida insostituibile per coloro che volesse­ro penetrare più addentro nel mistero della sua vita interiore.

 

11. La professione dei voti semplici

La mattina del 29 aprile 1875 fra Innocenza, col consenso della famiglia religiosa espresso a pieni voti, è su l'altare per la professione semplice. Il mo­mento tanto desiderato e bramato è ormai giunto. Gesù sacramentato lo sta guardando dal suo trono, la mamma, inginocchiata appena dietro la cancel­lata del presbiterio, versa le sue lacrime più tenere. Da Berzo quella mattina, con lei e col parroco, era salito un gran numero di persone: nessuno avrebbe voluto perdere quella funzione.

Don Ceresetti si dispose su la predella e rivolto al suo popolo tenne il discorso di circostanza. La pre­dica gli era suggerita per intero dal suo antico coa­diutore, che, come aveva già fatto in paese, additò quale esempio sublime di distacco dalle cose terrene e di obbedienza alla chiamata divina. E chiuse rac­comandando sé e i suoi parrocchiani alle preghiere del Beato.

Inginocchiato davanti al p. maestro fra Innocen­zo mise congiunte le sue mani nelle mani di lui e pronunciò la formula di rito. Ne ebbe un abbraccio affettuoso e l'assicurazione: « Se osserverai queste cose da parte di Dio io ti prometto la vita eterna ». I novizi intonarono il Te Deum.

Il Beato scese dall'altare con l'animo colmo di fe­licità. Ora sapeva con esattezza quello che doveva fare per salvarsi e santificarsi: mantenere le promes­se fatte.

 

VIII - DI CONVENTO IN CONVENTO

1. Il desiderio del p. maestro

P. Felicissimo, che durante quell'anno provò du­ramente la vocazione religiosa di fra Innocenzo, ri­mase entusiasta della sua virtù e fece i pronostici più favorevoli. Continuando in quel modo il buon novizio sarebbe certamente giunto alla più alta per­fezione cappuccina. Era perciò assai spiacente di ve­derlo partire.

Tuttavia, pensando che il Beato era già sacerdote e non doveva, come gli altri, attendere agli studi, in­sistette presso i superiori perché glielo volessero la­sciare alla Annunciata. Il solo suo esempio sarebbe stato lo sprone più efficace alla perfezione religiosa per tutti i novizi.

 

2. Al convento di Albino

Ma i superiori credettero opportuno che anche p. Innocenzo partisse coi suoi compagni e raggiunges­se il convento di Albino. Sotto la disciplina del p. direttore egli avrebbe potuto continuare, anche lontano dal noviziato, nel fervore della sua vita spiri­tuale.

Il Beato aveva allora trentun anni. Di statura or­dinaria, magro, pallido, col capo leggermente incli­nato sul petto, la barba rada e rossiccia, il colore bruno, gli occhi fissi a terra, il silenzio perfetto e il costante sorriso del volto lo facevano sembrare a tutti, al solo vederlo, come un'anima tutta di Dio.

Ad Albino egli non ebbe che da attendere a se stes­so. E ne fu immensamente felice. Continuò le sue letture spirituali e la stesura dei preziosi appunti, ripassò diverse parti della teologia dommatica e mo­rale, soprattutto pregò. Gli divenne subito caro un angoletto solitario del convento, una cella adibita a cappella, da una finestra della quale si può vedere il Tabernacolo. Quello fu, per i quindici mesi circa della sua residenza, il suo luogo preferito, dove i suoi incontri con Gesù si protraevano per ore ed ore sen­za che nessuno se ne avvedesse.

 

3. « Ho meritato l'inferno »!

Le notizie che abbiamo di lui in questo periodo so­no molto scarse, ma in compenso assai importanti, perché ci aiutano a leggere nell'intimo del suo spi­rito.

Il 20 novembre 1875, terminando i santi esercizi spirituali compiuti con la famiglia religiosa, il Bea­to scriveva nel suo diario: « Fatta la confessione se­mestrale dal tempo della professione. Pratica: umil­tà. Eccitamenti: Ho meritato l'inferno e posso me­ritarlo ancora. Gesù inchiodato in croce soffre spa­simi così terribili per l'anima mia ed io che fo »?

Nel febbraio dell'anno seguente, a chiusura del ritiro mensile, scrive: « Al giudizio, quello che sarà fatto, sarà fatto per sempre. Ogni momento di vita passata bene o male sarà compensata con secoli in­terminabili di gloria o di pena ».

In altro giorno, ma con tutta probabilità nei mesi della sua residenza ad Albino, scriveva ancora: « Io coi miei peccati ho fatto sudare Gesù Cristo... Devo dunque consolarlo ». « Gesù è da tutti offeso nel mondo: tocca a me non lasciarlo solo nell'afflizione e tenergli buona compagnia ».

Sono semplici espressioni, brevi ed immense, che scendono lapidarie su la pagina ed impegnano tutta una vita. Il Beato è dunque il penitente severo, il di­scepolo e il consolatore di Gesù. Lo spirito di S. Francesco stimmatizzato è ormai pienamente sceso, nel figlio, il quale d'ora innanzi non saprà fare altro che contemplare e piangere d'amore.

 

4. Ritorno all'Annunciata

P. Felicissimo non si diede per vinto. Lasciò tempo al tempo e ritornò ad insistere. E questa volta fu più fortunato: i superiori lo ascoltarono: ordinarono al Beato di partire per l'Annunciata e di mettersi a di­sposizione del p. maestro.

Il frutto del suo esempio fu subito visibile. L'impressione che egli lasciava nei postulanti e nei novizi era profonda e indimenticabile. « Appe­na entrato, dice uno di questi, la persona che mi colpì maggiormente l'attenzione fu il p. Innocenzo da Berzo: vedendolo tutto raccolto, con la testa chi­na, con le mani sul petto in atteggiamento il più devoto, tanto che passando non alzò neppure gli occhi a vedere chi entrava, dissi tra me: Quello è un san­to ».

I più curiosi nello spiare la vita segreta del Beato erano, naturalmente, i giovani. Dopo la disciplina comune in coro essi andavano a vedere dove stava p. Innocenzo e inorridivano: lo stallo era macchia­to di sangue fresco. A volte, in punta di piedi, si rag­gruppavano in gran silenzio davanti all'uscio della sua cella e impallidivano all'udire il fischio del fla­gello su le carni. Altre volte, sentendo i suoi profon­di sospiri al Crocifisso o alla Madonna, pensavano che il Beato vedesse il cielo aperto e che stesse par­lando con persone venute dal paradiso. Alcuni non sapevano resistere alla tentazione di guardare e fic­cavano l'occhio per il buco della serratura. P. Inno­cenzo era in ginocchio su dei sassi, tutto in lacrime, col Crocifisso in mano.

Questa e non altra era infatti la sua vocazione umiliarsi, patire, pregare in silenzio giorno e notte. Dio lo voleva tale ed anche gli uomini, nonostante i diversi tentativi di applicarlo ad uffici esterni, si decideranno col tempo a lasciarlo così, riconoscen­do e attuando il desiderio del cielo.

 

5. Vicemaestro dei novizi

L'intenzione di p. Felicissimo era chiara: mancan­do ancora parecchio alla professione dei voti solen­ni, egli pensava di poter preparare il Beato a succe­dergli nell'ufficio di maestro. Dopo d'aver ottenuto che tornasse al noviziato, insistette ed ottenne che fosse nominato vicemaestro.

Conoscendo la sensibilità del p. Innocenzo egli fe­ce le cose per bene. Attese infatti la data della pro­fessione per comunicare al Beato la nuova disposi­zione che lo riguardava. Di ritorno da Albino era stato riammesso al noviziato come per una benigna accondiscendenza del maestro: ora finiva la gradita ospitalità e incominciava la responsabilità.

I suoi compiti tuttavia rimanevano, là dentro, quelli di prima sostituiva: il p. maestro durante le assenze, ascoltava la colpa, teneva le conferenze. Quest'ultimo incarico gli riusciva assai gradito, per­ché gli dava modo di soddisfare il suo fervore, ma gli altri, per quanto anch'essi relativi, erano troppo lontani dalle sue disposizioni. Anche da vicemaestro il Beato farà molto bene con l'esempio affascinante della sua vita, ma non saprà imporsi d'autorità. Ciò che era avvenuto a Brescia si ripeteva all'Annun­ciata.

 

6. Dolce come una mamma

I suoi discepoli lo ricordano con parole colme di stima e di venerazione. « La sua umiltà, dice uno di essi, era così profonda da non veder difetti che in se stesso e la sua bontà di cuore era così aliena da ogni cosa che potesse molestare altrui, che per lui era impossibile alzare la voce e riprendere ».

Per lui bastava un motivo appena sufficiente per dispensare i novizi dall'autoaccusa pubblica. Ai no­vizi già sacerdoti, per esempio, non lasciò mai dire la colpa, anche se il p. Felicissimo teneva in propo­sito un metodo diverso. Nel dare le penitenze « era assai mite ed eccitava tutti allo spirito della pietà.

I novizi facevano festa quando c'era lui, dolce come una mamma, a sostituire p. Felicissimo, che invece era molto forte ».

 

7. Ma non tutti la pensavano così

Gli giovarono moltissimo le letture fatte su le ope­re dei suoi Santi e gli appunti inseriti nei diari. Le sue conferenze vertevano di solito su gli argomenti fondamentali della vita religiosa: i voti, la carità, l'umiltà, la devozione all'eucarestia, alla passione, al S. Cuore, alla Madonna.

Trasportati dal suo esempio, che era sempre la predica più eloquente ed efficace, i novizi cammina­vano con fervore per le vie dello spirito e il maestro ne era assai compiaciuto. Prima di scendere a Mi­lano per il capitolo provinciale p. Felicissimo dichia­rò apertamente che avrebbe suggerito il nome del Beato come maestro.

Ma non tutti la pensavano così, perché non da tutti si condivideva il metodo di bontà usato dal p. Innocenza. Le lettere dei malcontenti determinaro­no il p. provinciale a fare un sopraluogo all'Annun­ciata per rendersi personalmente conto dell'opera educativa svolta dal Beato. I novizi, da lui interro­gati, dichiararono senz'altro che il loro vicemaestro era tanto buono, e aggiunsero che il suo esempio era assai più efficace delle prediche salate del p. Fe­licissimo.

E il Beato rimase. Tuttavia, col trasferimento del noviziato alla nuova sede di Lovere, egli restò all'An­nunciata senza alcun ufficio.

Si ripeteva a puntino il caso di Brescia.

 

8. Alla redazione degli Annali Francescani

In questa condizione, tanto desiderata dalla sua umiltà e dalla sua sete di preghiera, il Beato restò solo un anno. Verso la fine del 1880 egli vien chia­mato dall'obbedienza al convento di Milano-Monfor­te e addetto alla redazione degli Annali Francescani. I superiori conoscevano la sua intelligenza, la sua cultura, il suo spirito: in quell'ufficio, dove avrebbe curato la pagina ascetica, si pensava che si sarebbe trovato al suo posto.

Ma p. Innocenzo non era un uomo da lasciar solo davanti a un Crocifisso o a un'immagine della Ma­donna posti su la scrivania. Come si metteva in pre­ghiera per offrire al Signore la sua fatica e per chie­derne l'ispirazione, la sua anima si elevava e si per­deva in lunghi colloqui. I fogli rimanevano bianchi sul tavolo di lavoro e bianchi li trovava ancora il re­dattore-capo quando ormai urgeva andare in tipo­grafia.

Le proteste non dovettero tardare e il p. provin­ciale, convinto che Dio era più forte della volontà del suo suddito, lo distolse anche da quell'impegno, incaricandolo di celebrare a ora tarda e mandando­lo in altri conventi per motivi di supplenza.

 

9. Esempi luminosi

Osservando la condotta del Beato il p. provincia­le diceva: « Lo Spirito Santo lo vuole tutto per Sé non insistiamo oltre a contenderglielo ». Come uo­mo tutto di Dio p. Innocenzo non tardò ad essere conosciuto anche dai frequentatori del convento e in città. « Parecchi distinti personaggi del Clero e del Laicato chiedevano di vederlo e di parlargli a pro­pria edificazione. Dinanzi ad essi egli se ne rimane­va confuso, come reo davanti al giudice, mormoran­do continue preghiere. Rispondeva soltanto « sì » e « no »; scongiurava il suo superiore a liberamelo al più presto; quindi tornava al coro, dove era uso pas­sare quasi l'intera giornata ».

Di questo periodo ci piace ricordare un esempio veramente grande della sua mortificazione di occhi. Un sacerdote, già nostro confratello, come sapeva che p. Innocenzo doveva uscire in città a celebrare, si teneva onorato di accompagnarlo. Era del resto necessario, perché il Beato, sempre così assorto in preghiera, non riusciva ad imparare le vie.

« Una volta, uscendo da porta Vittoria diretto al convento di Monforte, filò diritto per oltre cinque chilometri senza capire che si allontanava. Per sei domeniche consecutive, facendo sempre la stessa strada, lo accompagnai al brefotrofio di via Lanzone. La dodicesima volta che la percorreva uscì a dire che non era mai passato di là ».

 

10. Nel convento di Crema

La brevissima permanenza nel convento di Crema, dove il Beato si recava su la fine del febbraio 1881 per supplire un confratello ammalato, è rimasta no­ta per un fatto pietoso. « Al mattino della domeni­ca immediatamente successiva al suo arrivo, fu tro­vato nel confessionale degli uomini quasi fuori dei sensi e lo si dovette portare a letto. Il medico, chia­mato d'urgenza, lo trovò affetto da esaurimento generale di forze, causato da mancanza di nutrimento. Lo si obbligò a mangiare e dopo che ebbe ricupera­to alquanto le forze verso la metà di marzo, ritor­nò a Milano ».

Il p. provinciale, informato dell'accaduto e veden­do il Beato così ridotto, decise di rimandarlo all'An­nunciata. L'estate era ormai prossima: la monta­gna e le arie native gli avrebbero fatto bene. In tal modo p. Innocenzo può tornare al sacro ritiro del suo cuore, dal quale non discenderà che per compie­re l'ultima obbedienza e morire.

Il disegno divino perseguitava i superiori facendo fallire ogni iniziativa diretta e sottrarglielo: questa ultima prova di Milano e di Crema fu per tutti per­suasiva. Ora Dio lo accompagnava lassù, seguendolo con occhio di compiacenza e con mozioni interne ineffabili: più nessuno glielo avrebbe conteso e ra­pito. Il Beato, finalmente, sarebbe stato tutto e solo del Signore.

 

11. Ancora un incarico

Dopo la partenza dei novizi per Lovere il conven­to dell'Annunciata accolse i postulanti, che vi fre­quentavano le prime classi del ginnasio. P. Innocen­zo fu tosto nominato insegnante.

I suoi alunni ricordano le sue lezioni di gramma­tica latina e di lingua italiana, soprattutto il suo ra­ro esempio di pietà. Puntualmente alle ore nove pas­sava davanti alle celle e bussava. Portava in classe il suo fervore, che ancora gli fiammeggiava sul volto.

Tra una spiegazione e l'altra intercalava dei pen­sieri spirituali, più frequentemente, delle giaculatorie. A volte capitava in aula con una immaginetta, la metteva su la cattedra davanti al calamaio e di­ceva: « Vediamo chi la vince nel numero delle gia­culatorie ». Subito si accendeva tra i ragazzi una ga­ra rumorosa: essi ne sfilavano a diecine, a voce alta, mentre il Beato le pronunciava lentamente, gustan­done tutto il sapore spirituale. E concludeva: « Ah! questi ragazzi mi vincono sempre » !

Potrà sembrare, questo, un metodo un po' strano di far scuola, ma egli era persuaso - e lo diceva chiaramente - che « riesce migliore studente chi fa più uso di orazioni giaculatorie ». Nessuno avver­tiva che con queste parole il Beato manifestava uno dei segreti più fecondi della sua stessa riuscita. I fatti comunque gli diedero ragione. Agli esami, con­ferma un suo collega d'insegnamento, i migliori alun­ni erano sempre i suoi.

Durò in questo ufficio per quasi due anni, poi ne venne esentato. Era certamente vano, per non dir temerario, insistere ancora nel contendere allo Spi­rito Santo la sua anima. D'allora in poi il Beato non avrà più alcun incarico. E Dio se lo prese tutto per Sé nei vortici del suo amore.

 

IX - IL DISCEPOLO DELLA CROCE

Per conoscere adeguatamente p. Innocenzo biso­gna seguirlo nella pratica eroica di quelle virtù che formano la caratteristica della sua santità, cioè la penitenza, l'umiltà, la carità, la preghiera. Allora soltanto la sua figura, che potrebbe sembrare scial­ba e persino insignificante, ci apparirà in tutta la sua luminosa e affascinante grandezza.

 

1. La sete inestinguibile

La sete di patire fu nel nostro Beato veramente inestinguibile. Ad alimentarla contribuirono due grandi motivi: i peccati, che egli diceva di avere commesso, e la meditazione dei dolori di Gesù.

Un giorno a mensa p. Fedele da Brivio insisteva col Beato perché fosse un po' meno rigido nella pra­tica del digiuno. P. Innocenzo gli fece questa do­manda: « Mi dica un po': quando un padre di fa­miglia ha tanti figlioli da mantenere e debiti da pa­gare, che cosa deve fare »? « Deve far dei risparmi », rispose p. Fedele. « Ebbene, concluse il Beato, è il caso mio. Io ho tanti debiti col Signore ».

Ogni anno un suo cugino saliva al convento dell'Annunciata per riparare i sandali dei religiosi o approntarne dei nuovi. Una volta che p. Innocenza era assente egli entrò nella sua cella e ritirò anche i suoi. Al solo vederli ne rimase inorridito. Ecco le sue parole: « Aveva posto un traverso con punte sporgenti su tutto il palmo del piede ed erano tutti insanguinati. Quando tornò al convento e trovò i suoi sandali accomodati per bene e levate le punte, venne a lamentarsi da me dicendo che com'erano prima gli andavano meglio, perché tenevano più fer­mo il piede ».

 

2. Il sentiero delle Pirle

Quasi tutto questo non bastasse il Beato ricorreva a delle industrie che, se non fossero fatte da santi, noi giudicheremmo senz'altro pazzie. Da Pian Bor­no si stacca un sentiero che, appena tocca il monte, si inerpica ripidissimo da un corno all'altro fino al­l'altezza dell'Annunciata. Chi ha fatto qualche volta quella scorciatoia sa quanto è impraticabile e come si meriti il nome di « sentiero delle Pirle ». Ma a p. Innocenzo non bastava. Sapendosi inosservato per quasi tutto il percorso, egli si caricava le spalle di un grosso sasso per meglio imitare Gesù nella salita al Calvario.

Prima di partire per il convento di Albino p. Gre­gorio e p. Venanzio da Breno ebbero il permesso di visitare i parenti. Li accompagnò il Beato. Di ritor­no i due giovanotti si passavano la grossa cesta di pesche avute in dono dalle famiglie, ma giunti sopra Malegno, là dove incomincia la salita, fuori dell'abi­tato, p. Innocenzo disse di volerli aiutare: si caricò

la cesta su le spalle e la portò fino al convento. Co­me ricompensa della fatica si permise di guardare le belle pesche profumate che il p. guardiano fece servire subito in refettorio, ma non ne toccò nep­pure una.

 

3. « Questa cura mi fa tanto bene »

Aveva una gamba assai malata. Le piaghe, sotto il ginocchio, si dilatavano dal polpaccio allo stinco e sanguinavano. Ma nessuno mai potè vederle e, tan­to meno, curarle. Una cura però egli l'aveva. Quan­do tornava al convento e le piaghe erano irritate per il continuo sbattere della tonaca, il Beato andava in cucina, riempiva un secchio d'acqua caldissima, vi buttava alcune manciate di cenere, le rimestava e poi vi immergeva le gambe fino al ginocchio.

Il cuciniere ne restava sgomento e raccappriccia­to, ma egli diceva: « Questa cura mi fa tanto bene ».

 

4. La sera del trenta dicembre 1886

Tra tutti questi fatti è indimenticabile quanto ci racconta don Ottelli. Riportiamo intera la sua depo­sizione.

« La sera del 30 dicembre 1886 il p. Innocenzo, mandato dal suo p. guardiano a Piazze d'Artogne per tenervi la predica di chiusura del mese di Maria, do­veva passare successivamente per Gianico. Nel sali­re da Darfo a Gianico, raggiunte alcune ragazze di questo paese, recitò con esse la corona; poi, invece di fermarsi a casa mia, come poteva averne bisogno per il suo estenuamento, credette bene di sfidare l'alta salita di Piazze, nonostante la neve che cade­va abbondante. Avvertito di ciò, lo feci richiamare perché parevami cosa temeraria ed egli infatti ritor­nò indietro e pernottò da me. Ricordo che lo trovai sfinito e che stentava a salire le scale. Rifocillato con un poco di cena, ci trattenemmo fino a tarda sera in discorsi spirituali; poi lo condussi alla sua camera da letto e credevo proprio che vi si sarebbe riposato e ristorato, malconcio com'era di forze e tutto ba­gnato in quel brutto viaggio. Ma la mia sorella al mattino mi avvertì che il p. Innocenzo non aveva neanche toccato il letto. Al mattino celebrò l'ultima messa, nella quale perdurò per due ore, così rapito in Dio da dare somma edificazione a quanti vi assi­stevano. Tra essi c'era il signor Egidio Fiorini e la sua signora, i quali mi dissero che essi pure furono così attratti dallo spettacolo di tanta devozione che non si accorsero del lungo tempo che era passato. Io avevo dovuto assentarmi per ministero.

Riprese poi la salita di Piazze accompagnato da un mio nipote, ma a un certo punto il p. Innocenzo lo rimandò per viaggiar solo. Perduto il sentiero per la molta neve caduta e che continuava a cadere, si smarrì per i boschi e fu ritrovato da alcuni caccia­tori del paese per i segni di sangue lasciati dai suoi piedi rotti. So che là fu colto dalla febbre e che do­vette riposarsi un giorno dopo la festa ».

 

5. Sotto il fischio del flagello

Nessuno dei suoi confratelli aveva il coraggio di far fischiare il flagello su le proprie spalle come p. Innocenzo. Dopo i primi colpi, guidati con intenzione su le piaghe appena rimarginate, il sangue spic­ciava e andava a macchiare gli stalli del coro o le pareti della cella. In quei momenti il Beato pensava a Gesù legato alla colonna e una implacabile sete di martirio e d'annientamento gli bruciava l'anima, gli comandava il braccio..

Una volta a Pian Borno si aveva bisogno di lui per benedire una povera inferma. Il parroco va alla sua stanza e bussa più volte. Non avendo risposta, osa spingere l'uscio: « Che spettacolo mi si parò dinan­zi: lo trovai intento a flagellarsi così barbaramente che andava a sangue dappertutto ».

Con la disciplina il Beato usava il cilizio, un'orri­da fascia di ferro spinato che addenta la carne tutto attorno alla vita. Il dolore è insopportabile e ogni movimento della persona acutizza lo spasimo.

Durissima dovette essere anche per lui la peniten­za del sonno. Il Beato passava quasi tutta la notte in preghiera oppure, se obbligato ad andare a letto, vi si disponeva in direzione della chiesa e continuava nelle sue adorazioni all'eucarestia.

Da alcuni suoi confratelli, che ebbero modo di os­servarlo più di altri, è detto che « interrompeva il sonno ogni quarto d'ora, perché l'orologio suonando lo invitava a levarsi da letto e a pregare ».

 

6. « È stata tanto corta la notte »

Quando era ospite presso i parroci usava tutte le astuzie per sottrarsi ai loro sguardi e ritirarsi in chie­sa. A volte si nascondeva dietro l'altare sperando che il sagrestano, non vedendolo, lo chiudesse den­tro.

Una volta a Demo di Rezzo, dove si era recato per un triduo, « uditi i penitenti quanti ve n'erano, si fermò in chiesa a pregare, dimenticandosi della ce­na e rimanendovi tutta la notte. Al mattino io, dice don Bettinelli, con la confidenza di buon compagno, ne lo rimproverai ed egli mi rispose che, non veden­do più né sagrista né altri in chiesa e non sapendo come chiuderla, vi stette a custodirla, tanto più vo­lentieri perché aveva ancora da recitare alcune pre­ghiere e che non aveva fame e che la notte era stata tanto corta che non se ne accorse neppure ».

« Queste cose, conclude e commenta il teste, le di­ceva con tanta naturalezza che gli parevano proprio le cose più ordinarie ».

 

7. Vittima riparatrice

La ragione che spingeva il Beato a queste pratiche tanto aspre e penitenti era la richiesta di Gesù. Non che il Signore sia apparso a lui come ad altri santi e gli abbia domandato di offrirsi vittima riparatrice per i peccati del mondo. Gesù ha tanti modi per ma­nifestare a un'anima il suo divino desiderio.

Per p. Innocenzo si servì particolarmente degli scritti di S. Margherita Maria Alacoque, la grande confidente del S. Cuore, della quale il Beato era de­votissimo. Un giorno egli lesse l'apparizione di Ge­sù, coronato di spine e carico della croce, a Marghe­rita Maria. Il Salvatore, guardandola con occhi pie­tosi, le disse: « Non vi sarà dunque nessuno che ab­bia compassione di me e voglia tenermi un po' di compagnia nei miei dolori »? La risposta della San­ta fu la risposta che diede p. Innocenzo: « Io, o Si­gnore ».

Egli infatti aveva già scritto nei suoi diari: « Gesù è da tutti offeso nel mondo: tocca a me non lasciar­lo solo nell'afflizione e tenergli buona compagnia ».

Gesù ascoltò ed esaudì questo amoroso desiderio del suo servo e fu con lui generoso di sofferenze. Se già tanto impressionano i patimenti fisici, assai più gravi e tormentose furono per il Beato le pene del­lo spirito. Nessuno potrà averne un'idea esatta se non avrà, come lui, acutissima la coscienza del pec­cato e altissima la brama dell'unione con Dio.

Al solo pensare che al mondo vi sono anime che offendono Dio col peccato, p. Innocenzo si sentiva trafiggere il cuore. Questo avveniva specialmente nel tempo di carnevale. In quei giorni « oltre la via Cru­cis, dicono i suoi confratelli, ed altre penitenze che offriva in riparazione dei peccati del mondo, si ve­deva che pativa assai nello spirito e nel corpo, fino a non potersi più reggere in piedi ed essere obbli­gato a letto ».

Durante la ricreazione lasciava che i novizi o gli studenti si sollevassero alquanto e poi li invitava in chiesa « a fare un po' di ammenda onorevole al sa­cro Cuore di Gesù per riparare le dissolutezze uma­ne ».

Quando, in quei giorni, egli entrava in confessio­nale pativa dolori d'agonia. I Frati lo vedevano usci­re talmente prostrato e pallido che temevano ca­desse ad ogni passo. Appoggiandosi ai banchi attra­versava la chiesa, si avvicinava all'altare e vi rima­neva a lungo in preghiera.

 

8. Il tormento dello spirito

Soprattutto egli soffriva quando lo assaliva il dub­bio di essere stato lui, non altri, ad offendere il Si­gnore. Allora il suo dolore era veramente atroce, era dolore di morte. La chiarezza dei principi teolo­gici lo assicurava dal peccato mortale, ma in lui il problema non era, esattamente, questo. Molti testi­moni dei processi dicono che il Beato « piangeva amaramente le più piccole mancanze » e che « tre­mava al solo pensiero di poter commettere il mini­mo difetto ».

Il dubbio che lo tormentava è chiaramente con­tenuto nella questione che proponeva ad un teolo­go ed indica assai bene tutta la delicatezza della sua coscienza: « Il peccato veniale può recare a Dio una offesa infinita »?

Nella luce di queste testimonianze si comprende qualche cosa della sua sofferenza spirituale e perché egli abbia compiuto degli atti che, senza queste in­dicazioni, non si saprebbero giustificare. Una volta si trovava nella chiesa di Borno a confessare assieme al suo p. guardiano. Era così preso dal dubbio di non amministrare bene i sacramenti che ogni tanto usci­va dal confessionale, andava dal suo superiore e di­ceva: « Non ce la faccio più. Mi lasci tornare al con­vento ».

 

9. Una domenica doveva binare

Ma allora la voce del p. guardiano troncava ogni incertezza ed egli si rimetteva al lavoro, pienamente fidando nella virtù dell'obbedienza. Il peggio era quando si trovava solo e doveva personalmente as­sumersi tutta la responsabilità delle sue decisioni. Se non conoscessimo la paurosa grandezza della sua pena diremmo che in quelle occasioni diventava per­sin ridicolo.

Una domenica suppliva ad Ossimo il parroco as­sente e doveva celebrare due messe. Mentre in sa­grestia depone i paramenti, dopo la prima messa, ricorda di non aver baciato la predella dell'altare cerimonia questa, che ora è caduta anche dal no­stro uso conventuale. Ma egli non poté star quieto, non osò celebrare senza essersi prima confessato. E si recò a Borno. Al suo ritorno i fedeli aspettavano da tempo in chiesa. La mamma del parroco, per non turbarlo, lo lasciò celebrare, ma a mensa non riuscì più a frenare l'impazienza e disse al Beato che quel suo ritardo aveva irritato un po' tutti, e che alcuni avevano perfin « bestemmiato ».

Si immagini dove andò a finire il suo appetito e quale tempesta si scatenò nella sua povera anima.

 

10. Una lettera al p. guardiano

Questo stato d'animo non era limitato ai casi nei quali il Beato credeva d'aver commesso qualche col­pa. Con gli anni esso si estese a tutti i suoi giorni, a tutti i momenti, a tutte le azioni, tormentando atro­cemente il suo spirito e gettandolo nello spasimo più acuto. Ne è prova una lettera che scriveva a un suo confratello, già suo guardiano. Ecco il tratto più sa­liente

« Prego e pregherò il Signore, affinché Egli Le va­ghi il bene che ha fatto ad uno dei suoi minimi. Insieme, per quella carità che arde in Lei verso dei suoi prossimi. La prego umilmente a voler continua­re a tenermi raccomandato ai SS. Cuori di Gesù e Maria, imperocché i miei bisogni, le mie angustie nella santa Messa e nel confessionale sempre conti­nuano; e talvolta son tentato a omettere questi mi­nisteri temendo di far più male che bene: solo la parola del confessore mi rassicura un poco dal sacri­legio ».

La spiegazione di tutto questo non è certamente che egli era uno scrupoloso, un ammalato nella men­te e nello spirito. Il mondo e le anime superficiali non sapranno mai giudicare adeguatamente questi stati d'animo. Era invece la sua estrema delicatez­za, il suo desiderio di star sempre unito al Signore e il Signore stesso il quale, esasperando la sensibilità della sua coscienza, lo purificava e lo rendeva vera­mente vittima innocente.

 

11. L'angelo della pace

Nonostante la pena tremenda il Beato non si smar­riva, né si perdeva d'animo. Anche quando l'ango­scia interiore lo soffocava egli riusciva a mantenere un contegno esterno di ugual umore ed incontrandosi al confessionale con anime che soffrivano le sue stes­se prove, con parole intimamente persuasive, sape­va portarle alla più grande fiducia nel Signore.

Tanta fedeltà meritava un premio e Dio mandò al Beato l'angelo della sua consolazione. Era questi un suo confratello cappuccino, teologo assai autorevole, che conosceva bene il p. Innocenzo. A una sua solle­citazione di aiuto il tv. Arsenio Comincini da Brescia gli rispose con questi precisi punti:

1. « Non pensare al passato eccetto che alla sera e quando fa l'esame di coscienza per la confessio­ne ».

2. « Non giudicare della gravità delle proprie azioni se non quando vedesse d'essere incorso avvertita­mente in colpa grave ».

3. « Quando predica, confessa e celebra la santa Messa non pensare mai né mai giudicare le pro­prie azioni. Se vede o teme di aver commesso dei difetti domandi perdono di cuore al Signore e continui ».

4. « Durante le sante missioni non domandar con­siglio circa le sue angustie se non al proprio di­rettore ».

5. « Sciogliere speditamente i casi secondo lo stu­dio fatto ».

Con l'aiuto di questi consigli, così esatti, e per la bontà del Signore il Beato andò lentamente rassere­nandosi. Il suo spirito, superata la durissima e lun­ghissima prova, si abbandonava ormai nella beatitu­dine dell'unione più dolce.

 

X - TRIPLICE ANELLO

Nei voti religiosi il p. Innocenza trovò un mezzo efficacissimo per ordinare la sua vita interiore nel senso dell'unione più intima, poiché essi l'aiutarono a staccarsi totalmente dal mondo e da se stesso. Fatto libero e leggero il suo spirito volava a Dio e riposava in Lui, vivendo soltanto di preghiera.

 

1. Come un angelo

Da quando indossò la talare più nessuno, nem­meno la mamma, potè vederlo in abito borghese. Un giorno si era portato in camera per cambiare la ve­ste. Mentre ne depone una e sta per infilarsi l'altra sente spingere l'uscio. Era sua madre. Niente di ma­le, ma il suo scatto per nascondersi dietro il letto fu così rapido che quasi batteva la testa contro il muro.

Non tollerava che si toccasse la sua persona. Una sera a Braone, dopo una giornata intera passata in confessionale, salendo le scale per recarsi nella sua stanza, il Beato perdette i sensi e cadde. La nipote del parroco lo vide e si mise a gridare e corse verso di lui per sollevarlo. P. Innocenzo, vedendosi venire incontro la donna, la guardò con occhi terrorizzati e gridò: « Non toccarmi: vada via »!

Neppure i medici potevano trattarlo liberamente. « Fui presente, racconta p. Fedele da Brivio, ad una visita da lui avuta quando era ammalato. Egli era talmente assopito dal male che non poteva né par­lare né aprire gli occhi, ma quando il medico mosse le coperte per visitarlo, ad un tratto si scosse e gli diede un fiero sguardo come per dirgli: « Perché mi tocca »?

Un giorno il medico, finita la visita, ordinò l'appli­cazione delle sanguisughe. P. Innocenzo ne rimase talmente turbato e in pena che l'infermiere non fe­ce neppure la prova: gli avrebbe arrecato un dolore troppo grave.

Nessuno si permise mai alla sua presenza di rac­contare barzellette a doppio senso. Bastava vederlo, dicono i contemporanei, perché a chiunque passasse il ghiribizzo dei racconti piccanti.

 

2. Non si potevano vedere i suoi occhi

Custodiva il cuore e la mente con una straordina­ria mortificazione degli occhi. Ben pochi sono coloro che possono dire di averli visti. La gente lo osserva­va quando passava tutto solo per le vie del paese o su per i viottoli del monte: gli occhi a terra, raccolto in preghiera. A volte aveva in mano un Crocifisso e camminava contemplando e versando lacrime.

Quando qualche donna gli si inginocchiava da­vanti e implorava la sua benedizione, il Beato, per non vederla, volgeva la testa altrove o alzava gli occhi al cielo. Solo in occasioni consimili si poterono vedere.

Neppure in convento, dove non esistono che per­sone religiose e immagini di santi, egli dava libertà ai suoi occhi. Difatti anche i Frati sono concordi nel dire che era impossibile vederli.

Sotto questa ferrea disciplina, che egli si impose fin da fanciullo, i suoi sguardi, vere finestre dell'ani­ma aperte sul mondo, non poterono mai raccogliere visioni capaci di turbarlo. Il Beato godè per tutta la vita una gran pace a proposito di purezza:

La sua carne, martoriata dal flagello, estenuata dal digiuno, ordinata e calma per la custodia dei sen­si concedeva allo spirito la perfetta serenità ed ema­nava, dicono molti testimoni diretti, un soave pro­fumo.

 

3. Povertà altissima

Sembrava che il Beato non sentisse il bisogno del­le cose temporali. Quando non ne poteva fare a me­no ne limitava l'uso al minimo necessario.

Questo spirito, che spiega le sue generosità verso i poveri quando era ancora curato, aumenta fino al­l'eroismo col suo ingresso in convento.

Vestiva poverissimamente. I suoi abiti erano tut­te pezze e rammendi. Il sarto naturalmente era lui. Anche i fazzoletti da naso avevano delle pezze. A vol­te i Frati gli facevano osservare che non era proprio necessario giungere a quegli estremi, ma egli rispon­deva che per lui erano ancora buoni, andavano an­cora molto bene.

Dopo alcuni anni di vita religiosa anche le sue tonache si erano sdruscite e fatte lise. Egli le puliva e rappezzava con cura meticolosa, ma non pensava nemmeno di chiederne delle altre. Un giorno il p. provinciale, giunto all'Annunciata in sacra visita, gliene offrì una nuova. Ma egli rispose: « Neh, pa­dre, anche S. Francesco andava con abito povero. Per quel che sono io questa tonaca può andare an­cora un paio d'anni ».

Le sue prediche sono tutte su quadernetti di clas­se elementare, i diari invece son davvero foglietti di carta di diversa qualità, raccolti, come dicono i te­stimoni, nel cassone dei rifiuti.

Era talmente delicato nell'uso delle cose che non si permetteva assolutamente nulla senza la licenza del p. guardiano. Un giorno vide in mano a fra Fran­cesco da Berzo S. Fermo un'immaginetta della Ma­donna, tanto devota che gli venne il desiderio di a­verla. E gliela chiese. Come vicemaestro poteva be­nissimo conservarla senza domandarla a nessuno, ma non ne ebbe il coraggio. Andò dal p. guardiano e si inginocchiò davanti a lui: « È contento che mi Consegnate a p. Guido L. 4,00 ».

Pensi perciò il lettore se il Beato non doveva es­sere esatto nell'uso del denaro. Tra i suoi fogli ab­biamo trovato le note delle spese fatte nel suo viag­gio da Milano ad Albino, quando predicava gli eser­prenda questa immaginetta da fra Francesco »?

Esercizi spirituali. « Ricevute L. 7,60. Da Milano a Ber­gamo spese L. 2,88. Da Bergamo ad Albino L. 0,72.

 

4. Cosa pensava dei superiori

Il Beato Innocenzo non volle mai accettare la di­stinzione fra la volontà di Dio e la volontà dei superiori. Per lui furono sempre una sola cosa, una sola dolcissima catena che lo univa al Signore. Questa convinzione, già tanto viva fin dagli anni del semi­nario, aumentò in lui e si stabilì come norma asso­luta quando si incontrò con alcune espressioni parti­colarmente significative dei suoi santi maestri spiri­tuali.

Attinse, come abbiamo detto, un po' da tutti, ma specialmente da S. Margherita Maria Alacoque. « Il mio Maestro, trascrive il Beato dalla Santa, mi inge­riva tanto timore di fare la mia volontà che fin d'al­lora conobbi che tutto quanto potessi fare non gli sarebbe gradito se fatto non fosse per amore ed ob­bedienza ». E ancora: « Mi disse il Signore: Voglio da te adempiuto il comando delle tue superiore non solo, ma che tu nulla faccia di ciò che ti sarà da me prescritto senza il loro beneplacito, amando io la obbedienza e non potendomisi senza di essa dare soddisfazione ».

Il religioso che vuol fare la sua volontà, imparava il Beato dallo stesso suo serafico Padre, è un gran­de illuso: non fa la sua volontà, ma quella del de­monio. « Fratello, diceva S. Francesco, ho veduto il diavolo sopra il dorso di quel tal frate disobbediente, che lo teneva stretto per il collo: ed egli, sospinto da un tal cavalcatore, calpestando il freno dell'ob­bedienza, andava per dove le redini di lui lo volge­vano ».

 

5. Come Gesù nell'Ostia

Il serafico Padre - è sempre il Beato che scrive nel diario - amava paragonare il religioso obbedien­te al morto, che sta silenzioso dove lo si mette, e al cieco il quale si lascia docilmente guidare dal suo ac­compagnatore. Belle immagini, ma al p. Innocenzo dovette piacere assai più quella che trovò nella sua Santa prediletta.

« Chi è più obbediente del mio Gesù nell'eucare­stia? Ivi Egli si ritrova nell'istante medesimo che sono pronunciate le parole sacramentali, sia giusto o reo il sacerdote, o qualunque uso ne voglia fare, tollerando di star in cuori macchiati di colpe, alle quali Egli ha pur tanto orrore. Vuole pertanto che ad esempio suo io mi abbandoni nelle mani delle mie superiore, quali si siano, onde di me dispongano a loro talento, senza che io mostri la minima ripugnan­za per quanto potessero essere contrarie alla mia in­clinazione. Deh! vengami questa disposizione, per­ché voglio combattere le mie ripugnanze e dire alla più forte di esse così: il mio Gesù fu obbediente fino alla morte di croce. Voglio dunque obbedire fino al­l'ultimo respiro della mia vita, affine di prestare omaggio all'obbedienza di Gesù nell'Ostia ».

Il superiore, nella sua figura umana, era per il Bea­to come la Specie eucaristica: gli occhi del corpo vedevano le forme e gli orecchi udivano la voce del­l'uomo, ma l'anima vedeva e adorava Gesù. « Quan­do credeva di non essere visto, dicono gli atti dei processi, passando avanti alla cella del suo supe­riore, si prostrava a terra a baciare il gradino del­l'uscio ». Quella cella era per lui una specie di Ta­bernacolo.

Fu appunto così, cioè per virtù di fede profonda, la quale non ha né occhi né giudizio, che il Beato giunse ad essere « un uomo senza volontà propria ».

 

6. Era l'obbedienza vivente

Dire che il Beato ebbe la volontà soltanto per eser­citarsi a distruggerla non è affatto una esagerazione. Egli obbedì sempre, obbedì ciecamente, obbedì eroi­camente. Per restarne convinti basta dare uno sguar­do all'ultimo suo regolamento della giornata, dove, con estrema esattezza, fissa ogni tempo e ogni azio­ne, persino le giaculatorie. Il Beato sottopose que­sto foglio all'approvazione dei superiori ed essi glie­io benedirono. Così in lui tutto diventava obbedien­za, anche il più segreto sospiro dell'anima.

« Qualunque cosa gli venisse comandata, raccon­ta don Bortolo Valsecchi, oppur solo indicata da fa­re dai suoi superiori, accettava ed eseguiva con la più viva compiacenza. In lui non si notò mai il più piccolo segno di renitenza o di disgusto per quanto la Regola o l'obbedienza gli presentava. Ricordo che essendo io probando e quindi separato dalla comu­nità, p. Innocenzo per desiderio dei superiori conti­nuò per ben tre mesi a tenermi compagnia e a farmi giocare. Giocavamo alla dama ».

 

7. Piuttosto la morte

Una volta il p. guardiano dovendo mandare un re­ligioso in una parrocchia della valle e non avendo­ne uno disponibile, si risolse di accennarne al Bea­to, che stava piuttosto male. Alla voce del suo supe­riore egli dichiarò subito di aver forze sufficienti, di potercela fare. Ma dopo appena qualche chilometro di strada cadde svenuto. Alcuni contadini lo videro e, attaccato un somarello al carrettino, lo accompa­gnarono fino a destinazione.

Fu appunto in uno di questi giorni di maggior sfi­nimento che egli, contrariamente al parere di alcuni confratelli, fu mandato in confessionale. L'impegno col quale il Beato esercitava questo ministero, forse l'angoscia spirituale di dover ascoltare tante mise­rie e tante offese al suo Dio, la ressa della gente, il caldo lo stremarono. I penitenti lo videro cadere in avanti svenuto, bianco come un panno lavato. Lo rac­colsero pietosamente e lo portarono a letto.

Egli avrebbe preferito « morire piuttosto che sot­trarsi all'obbedienza ».

 

8. Penitenza e obbedienza

Gli sforzi maggiori che il Beato dovette compiere per l'obbedienza non furono creati da questi ordini, ma da alcune limitazioni che i superiori prudente­mente imposero alla sua sete di penitenza.

Una sera il fratello cuoco aveva preparato due uc­celletti per ciascun frate. Ce l'aveva messa proprio tutta e non gli gradì che il p. Innocenzo glieli avesse fatti scivolare nel cassetto, con l'intenzione di con­sumarli quando non avrebbero più avuto alcun gu­sto. E lo disse ai religiosi. Il p. guardiano, che era in vena, fece portare in ricreazione il piatto e una se­dia, chiamò il Beato e gli disse: « Sedetevi qui in mezzo a tutti e mangiateli ». E p. Innocenzo non se lo fece ridire.

Si trovava una volta tra i suoi cari novizi a Love­re. Il superiore, osservando la sua grande mortifica­zione e desiderando che mangiasse almeno a suffi­cienza, gli ordinò ad alta voce che prendesse tutto quello che passava alla mensa. Con meraviglia di tutti il Beato si alzò e disse: « Obbedienza, santa cari­tà ». Prese le sue porzioni regolari e le consumò. Nessuno dubitava che p. Innocenzo fosse guidato in queste penitenze così rigorose da una speciale ispirazione divina. I suoi superiori si trovavano a volte in un serio imbarazzo, perché temevano di op­porsi al desiderio divino sul caro padre, soprattutto perché egli osservava a puntino le loro prescrizioni. Da quando essi gli fissarono la quantità di cibo da prendere, il suo vicino di tavola fu davvero messo in croce: ad ogni pasto il Beato gli mostrava la sco­della o il piatto e gli chiedeva se aveva preso abba­stanza per non venir meno all'obbedienza.

Un giorno si recò a supplire un parroco. Il p. guar­diano aveva in precedenza raccomandato di aver ri­guardo alla sua salute, soprattutto di farlo mangiare. Niente di più facile, pensa il buon prete. Prima di partire prende penna e carta e stende ordini tassa­tivi. Al suo ritorno la sorella gli raccontava che ogni tanto p. Innocenzo voleva vedere quel foglio e chie­deva: « Ha proprio scritto così »?

 

9. Fino alla morte

Ma l'obbedienza più grande, quella che gli accor­ciò la vita, fu l'ordine di predicare gli esercizi spiri­tuali ai confratelli. Doveva passare per i conventi di Milano, Albino, Bergamo e Brescia. Lo sforzo della preparazione - egli non aveva mai parlato ai reli­giosi per corsi così importanti -, la vociferazione, la penitenza e la preghiera che egli moltiplicò in quei giorni per assicurarne l'esito felice, soprattutto la preoccupazione che lo agitava nel doversi presentare maestro di santità a confratelli ritenuti tutti più santi di lui, diedero una scossa mortale alla sua sa­lute, già così fragile.

Lo dicono apertamente coloro che lo videro e lo ascoltarono. « Massimo sacrificio fu quello di accet­tare di tenere gli esercizi spirituali alle nostre comu­nità, anche per la ripugnanza di imporsi agli altri ». « Probabilmente, aggiunge un altro teste, riassu­mendo il pensiero comune, questo sacrificio accelle­rò la sua fine ».

Nessuno dei frati pensava che la piccola cattedra eretta per lui nel coro di Monforte fosse l'altare del­la suprema sua offerta, la croce su la quale il Beato, come Gesù, allargò le braccia all'obbedienza morta­le. Egli solo lo sapeva, perché egli solo, nella sua pro­fonda umiltà, sentiva il peso dell'immane sacrificio.

 

XI - ABISSI E VETTE

Come l'umiltà è il fondamento di ogni virtù, così la carità ne è il compendio e l'anima. Senza di es­se è impossibile ogni perfezione.

 

1. Il ritratto dell'umiltà

« Volendo dipingere l'umiltà, dice nei processi p. Cottinelli, si potrebbe ritrarre p. Innocenzo ». E cer­tamente non ci si sbaglierebbe. Gli occhi sempre fis­si a terra, il capo chino, l'aspetto dolce e sereno, sempre disposto ad obbedire, a servire, a mettersi all'ultimo posto, profondamente convinto di non me­ritare neppure di vivere in convento, il Beato aveva di se stesso un concetto bassissimo, di disprezzo.

Per tutta la vita non fece che nascondersi e niente lo faceva tremare quanto la lode o un posto distin­to. Si riteneva il più gran peccatore, il più incapace, e perciò si raccomandava alle preghiere di tutti e non si stancava di sollecitare correzioni e rimpro­veri dai superiori.

Tutto ciò potrebbe far pensare che era un povero di spirito, una persona piccina e gretta, nell'intelli­genza soprattutto.

 

2. Aveva delle belle doti

I fatti invece dicono il contrario. In collegio e in seminario fu sempre tra i primi nelle classifiche sco­lastiche; nella sua predicazione era ammirata non solo l'unzione della parola, ma anche la chiarezza e la profondità dei concetti; fattosi religioso, i frati dovettero ammettere più volte la sua superiore com­petenza in teologia dommatica e morale; era consi­derato uno dei sacerdoti più preparati della valle e a lui salivano frequentemente i parroci per consigli e schiarimenti.

Quel suo star sempre indietro agli altri, quel con­tinuo nascondersi non era effetto di povertà di spi­rito, bensì il frutto di autentica e soda virtù. Dimen­ticare questo o non vedere in questo senso la sua condotta significherebbe travisare tutta la vita del Beato e negargli ogni significato.

 

3. Alla scuola dei Santi

In questa linea di condotta egli si confermava ogni giorno leggendo le vite e le opere dei suoi Santi pre­feriti. « Si devono preferire le umiliazioni che ci ven­gono dagli altri a quelle che scegliamo noi ». « Il sopportare con serenità gli abbassamenti per parte degli altri è la pietra di paragone dell'umiltà ». « L'u­miltà sia sempre accompagnata dall'obbedienza e con l'obbedienza sia misurata l'umiltà ». « Bisogna abborrire dal parlare di se stessi, sia in bene che in male ».

Su queste e moltissime altre sentenze preziose il Beato regolava con attenzione tutta la sua vita, interna ed esterna, e si sforzava di scendere fino al­l'essenza profonda della virtù. La vera umiltà, tro­viamo scritto nei suoi diari, non contraddice mai la carità, poiché il vero umile o non si offende o si pa­droneggia in modo da non mostrarsi offeso. Appar­tiene a questa virtù il non sentirci mai in diritto di avanzare una pretesa, il crederci meritevoli di ogni biasimo. La ragione di tutto ciò sta nella viva co­scienza che i Santi hanno delle loro colpe. Quale di­ritto all'onore o al rispetto può avere colui che si è reso degno dell'inferno? Come peccatori, essi dico­no, si è meno del niente: perché il niente non ha of­feso il Creatore.

Questi pensieri creavano degli abissi nell'anima di p. Innocenzo. Egli vi scendeva e vi stava ogni gior­no, ogni momento, vi stette per tutta la vita. Ma nes­suno sarebbe riuscito a persuaderlo che egli valeva qualche cosa. Egli era soltanto « l'essere più inuti­le », « un povero peccatore ».

 

4. « Io sono più peccatore di voi »

 Mentre Francesco Fiora stava parlando con un mal­gnese della Valtellina vide il Beato salire dalla stra­da dell'Annunciata. « Quel frate, disse il Fiora, è il p. Innocenzo ». Il forestiero ebbe un sussulto: anche nei suoi paesi si parlava molto di lui. Lasciò la con­versazione e corse incontro al Beato, si gettò ai suoi piedi e gli si raccomandò dicendo: « Pregate per me che sono un povero peccatore ».

Il Beato, quasi smarrito, chino su di lui, lo prese per un braccio e lo fece alzare. « Su, su, gli disse, io son più peccatore di voi ». Non era possibile, ma per lui non c'era niente di più certo.

Il giorno del suo onomastico gli studenti si reca­no alla sua cella con mazzi di fiori e poesie: voglio­no fargli omaggio e presentare i loro auguri. Ma egli non ne vuol sapere. Mentre il Beato insiste nel suo rifiuto passa sul corridoio p. Eusebio. Si ferma, ascol­ta, comprende al volo di che cosa si tratta. Spinge l'uscio della cella e con quattro paroline che sapeva dir lui aggiusta subito tutto. I fiori vengono accet­tati, anzi graditi, e gli studenti restano soddisfatti.

 

5. « Santo Padre, mi benedica »!

Una buona donna desiderava di avere dal Beato una benedizione e un oggetto di devozione. Un gior­no che lo vide passar davanti a casa sua gli andò incontro e gli disse: « Santo Padre, mi dia una meda­glia ». Ma p. Innocenzo si mise a correre giù per la strada fingendo di non aver sentito. La cosa si ripe­tè più volte e la donna non sapeva comprenderne la ragione, finché, istruita dal nipote sacerdote, lo pre­gò così: « Cappuccino, mi dia una medaglia ». Il Bea­to allora si fermò e la accontentò.

Quando scendeva a Berzo andava diritto in chiesa. La gente, desiderosa di avere la sua benedizione, si affollava attorno a lui e insisteva. « Ma egli si scher­miva dicendo: Non sono degno, ve ne sono tanti al­tri più buoni di me ».

 

6. « Fratello, vi domando perdono »

Quando gli si chiedeva un consiglio spirituale diceva di essere un povero ignorante, più bisognoso di averne che capace di darne. Prima di partire dall'Annunciata p. Francesco si recò da lui per avere una specie di programma spirituale. Il Beato gli ri­spose: « Caro confratello, giacché abbiamo la for­tuna di esser religiosi, facciamoci santi osservando la santa Regola e le Costituzioni e quanto insieme abbiamo imparato al santo noviziato; stimiamo sem­pre gli altri migliori di noi e guardiamoci dal recar loro disturbo alcuno » « Poi, continua il p. France­sco, egli mi si mise in ginocchio davanti e con le ma­ni e col capo chino quasi fino a terra, Fratello, ag­giunse, vi domando perdono di tutti i miei mali e­sempi e scandali che vi ho dati con la mia vita tiepi­da e rilassata ».

« A tale atto io pure caddi in ginocchio e con le la­crime agli occhi risposi: Padre, ella mi ha dato sem­pre buon esempio; piuttosto preghi il Signore e la Madonna e San Francesco che mi facciano diventa­re come lei. A queste parole p. Innocenzo mi guar­dò stupito e disse: Non sapete che io sono un pove­ro peccatore? Però se il Signore così buono non di­sdegna la preghiera di un peccatore, vi prometto che pregherò per voi a patto che voi pure preghiate per me e che mi diciate subito tutti i difetti che avete notato in me in questi sedici mesi che avete dimo­rato in questo convento! Che potevo io dirgli di di­fetti, mentre non ebbi che ad ammirare le sue virtù e le sue penitenze così aspre? E però dissi risoluto che non trovai in lui difetto alcuno. Ed egli rimase per quella mia dichiarazione molto melanconico, sic­ché io me ne partii sempre più persuaso della sua santità ».

 

7. « Avete sentito adesso? »

Quasi tutti i suoi superiori lo vollero provare con riprensioni immeritate. P. Candido ci trovava un gusto particolare, specialmente quando era il Beato stesso a dargliene l'occasione. « Un giorno, raccon­ta p. Policarpo da Zorzino, lo vidi inginocchiarsi a guisa di un novizio innanzi al p. guardiano, il quale dapprima non fece mostra neppur di averlo visto, poi, con aria di disprezzo gli chiese: Che avete, im­postore? P. Innocenzo con volto ilare disse: Le do­mando licenza di parlare agli studenti. Ed avendo­gliela concessa in modo piuttosto brusco, il servo di Dio, sempre in ginocchio, chiese a noi studenti: Mi dicano per carità i difetti che commetto in coro, nel cantare. E tacendo noi per rispetto egli insisteva Stono, non è vero? E uno di noi disse: Sì, qualche volta fa un po' di cantilena, sembra che pianga. Al­lora il p. guardiano aggiunse: Avete sentito adesso? Mi scandalizzate fino gli studenti.

Il p. Innocenzo tutto giulivo ringraziò della carità, domandò perdono del mal esempio e si raccomando alle nostre orazioni ».

 

8. Si inginocchiava davanti a tutti

Un confratello un giorno gli parlava con entusia­smo e si congratulava col Beato per l'esito meravi­glioso di una missione da lui tenuta. « Fratello, par­liamo d'altro, lo interruppe il p. Innovenzo, perché io sono molto inclinato alla superbia ».

Quando i novizi, finito l'anno di prova, partivano dall'Annunciata, egli li accompagnava per un tratto e prima di lasciarli si inginocchiava davanti a lo­ro e chiedeva perdono di tutti gli scandali che cre­deva di aver loro dato.

Un giorno, dopo lunga preghiera, uscendo dal co­retto incontrò il p. Enrico da Lonate. Era tale la sua mortificazione che non seppe neppure conoscere se si trovava davanti a uno studente o a un sacerdote. Glielo chiese sottovoce e come seppe che il giovane religioso era ancora chierico, si gettò ai suoi piedi e ad ogni costo glieli voleva baciare.

Anche fra Ferdinando prima di partire dall'Annun­ciata andò a salutare il Beato. Subito il p. Innocen­zo si inginocchiò davanti a lui e insisteva nel voler­gli baciare la mano. Quando il fratello, per accon­tentarlo, stava per cedere, ecco sopraggiungere il p. guardiano. Ma come? Un sacerdote in ginocchio che vuol baciare la mano a un fratello laico? Dove avete la testa? Avete perduto ogni senso di dignità? Via, in cella!

Il povero padre, che voleva umiliarsi, quella volta ebbe davvero un graditissimo compenso.

Ad Albino, dove si trovava come predicatore degli esercizi spirituali, un giorno si incontrò con fra Ca­millo, il futuro vescovo dell'Eritrea. Il giovane stu­dente, pieno di ammirazione e di fede nella santità del Beato, si inginocchiò a chiedergli la benedizione. « Ed egli, dice monsignore, accettò di benedirmi, ma prostratosi a terra con la faccia nella polvere, alzò la sua mano sopra di me e mi benedisse. Del che io rimasi non solo edificato, ma anche mortificato ».

 

9. La sfera a due colori

Disse molto bene quella Santa che raffigurò tutta la perfezione in una sfera colorata. Una parte ha il colore dell'umiltà, l'altra della carità. Quanto più una si abbassa, altrettanto si innalza l'altra.

Se era così profonda l'umiltà del Beato possiamo pensare che la sua carità dovette essere altissima. Anche per questa virtù egli raccolse nei diari detti e fatti dei suoi Santi, ma il suo vero Maestro fu Ge­sù nel Tabernacolo, il Crocifisso e il S. Cuore. Da Gesù riceveva la misura suprema del suo amore ver­so Dio e verso il prossimo. « La sua carità, dicono i testi dei processi, era senza limiti: avrebbe dato an­che la vita ».

Don Giovanni Occhi racconta di averlo avuto per otto giorni interi in casa sua come aiuto nelle con­fessioni durante una missione al popolo. Il Beato dovette sentirsi particolarmente impegnato. Per ot­tenere la conversione a tante povere anime, lontane da Dio e dalla Chiesa, egli raddoppiò il suo spirito di preghiera e di penitenza. Si cibava pochissimo, non andò mai a letto una volta sola, si flagellò più aspramente, soprattutto pregò.

Lo si vedeva sempre o in chiesa o in casa tutto raccolto, col capo chino, immerso nell'orazione. La­sciò in canonica e nel paese un ricordo incancella­bile e fece un bene immenso. « Di tante missioni che, quale parroco, in vari paesi ho fatto dare ai miei parrocchiani, conclude don Occhi, nessuna riuscì co­sì fruttuosa come quella e tutti abbiamo ciò attri­buito specialmente alle orazioni e alla predicazione dell'esempio che diede il servo di Dio ».

 

10. Per le anime più dure

Quando s'incontrava con delle anime particolar­mente restie alla grazia il Beato moltiplicava le sue insistenze presso la misericordia di Dio e batteva con tutta la forza della convinzione al cuore dello sventurato: e vinceva sempre.

Un giorno gli fu detto che una donna si era sepa­rata dal marito e non intendeva per nessun motivo di ritornare assieme. Da quel momento essa diven­ne la cura speciale del p. Innocenzo. Alla preghiera il Beato unì la più aspra penitenza. Sotto la violen­za del flagello la sua anima gemeva e invocava la grazia. « Signore, diceva con la sua santa maestra, io non cesserò di battermi se non mi date quell'ani­ma ».

Dopo alcuni giorni quella donna si accostò al suo confessionale, disse tutta la miseria della sua vita, pianse e assicurò p. Innocenzo di voler tornare col marito per essere sposa fedele e madre esemplare.

 

11. I suoi prediletti

La fama della sua santità si era ormai estesa in tutta la valle e da ogni parte giungevano folle di pel­legrini ad invocare la sua benedizione. Per questa povera gente, colpita dal male nel corpo e nell'ani­ma, « egli era tenero e amorevole come una mam­ma ». Verso gli infermi poi giungeva ad espressioni di carità squisita. Per essi faceva scomparire nelle maniche dell'abito frutta e pietanza non solo quan­do si trovava a mensa nelle canoniche, ma anche quando era al convento.

Per accontentare la sua brama il p. guardiano si faceva spesso sostituire dal Beato nella visita agli ammalati della frazione. Allora era una festa per tutti, specialmente per p. Innocenzo. Per quelle vi­site egli stava sempre benissimo, anche se c'era da camminare ore intere per sentieri coperti di neve o sotto il sole ardente dell'estate.

 

12. Sostituto pericoloso

Anche in convento il Beato sentì vivissimo il do­vere di aiutare i poveri che si presentavano a chie­dere la carità. Bastava che uno stendesse la mano o raccontasse qualche miseria perché si intenerisse fi­no alle lacrime.

Quando, in assenza di altri sacerdoti, toccava a lui fare da superiore, i frati tremavano per la loro dispensa. « Allora, dice un testimone oculare, i fa­gotti di farina e di lardo e quanto altro gli veniva alla mano se ne andavano ». I poveri in questi giorni di cuccagna si passavano la voce e facevano la pro­cessione alla portineria.

Quando non poteva personalmente soddisfare que­sta sua carità verso i bisognosi, raccomandava al portinaio di « trattarli bene ». « Trattarli bene » vo­leva dire, spiega un teste, « riceverli sempre con fra­terna carità e soddisfarli in tutte le loro esigenze ». Se gli era concesso, egli stesso portava la sua sco­della di minestra alla portineria. Peccato, sembrava dire, che non ho proprio altro da darvi.

 

13. Questuante originale

Quando il Beato usciva per la questua era per tutti l'angelo della consolazione. A chi gli dava pane e uo­va rispondeva ringraziando e promettendo preghiere; a chi invece diceva che aveva più bisogno di carità che possibilità di farne, egli lasciava parte di quello che aveva raccolto.

Di queste questue singolari, rare e sorprendenti anche in un cappuccino, ne è rimasto il ricordo in tutta la valle. Una volta il Beato fu mandato « in vai di Lozio alla cerca delle rape e delle patate ». La gen­te generosa e cordiale gli riempì in poco tempo il gran sacco che aveva portato, ma egli arrivò al con­vento che non ne aveva più neppure una.

« Mandato un giorno alla cerca delle uova si riem­pì, dopo mezza giornata, la sporta, ma nel ritorno al convento non ne portò neppure uno, perché le di­stribuì man mano ai poveri fino all'ultimo ».

In simili casi, che non dovevano essere infrequen­ti, i padri si divertivano spassosamente al suo indi­rizzo, specialmente il fratello questuante e il p. Euse­bio, ma il p. guardiano aveva modo di fare le sue ri­flessioni e di concludere che, se si poteva andare avanti senza nessuna preoccupazione, con tante boc­che da riempire, lo doveva proprio a p. Innocenza. La sua preghiera e la sua carità attiravano le bene­dizioni del Signore e suscitavano la generosità dei benefattori.

 

XII - LA VITA DEL SUO SPIRITO

« Il mezzo migliore di tutti per ben finire la vita spirituale è il principiar sempre di nuovo e il cre­dere di non aver mai fatto abbastanza ».

Con queste parole di S. Francesco di Sales, che confermavano pienamente quanto il Beato sapeva già dal suo serafico Padre, p. Innocenzo fissa la sua norma e la sua ansia: sempre più e sempre meglio. Nel cammino della perfezione non ci si deve mai fer­mare: chi si ferma, dicono i maestri di ascetica, tor­na inevitabilmente indietro.

 

1. L'ideale supremo

Il Beato toglie direttamente da S. Francesco l'idea­le più alto - l'unico - della sua vita religiosa « Non voglio che i miei frati siano avidi di scienza e di libri, ma voglio che si fondino sopra la santa umil­tà e che tengan dietro alla schietta semplicità, alla santa orazione e alla signora povertà. Questa è la strada sicura alla propria e all'altrui salvezza, poi­ché questa sola Gesù Cristo ci insegnò ».

Con questa ed altre copiose norme di vita spirituale, attinte dai più diversi maestri di santità, il p. Innocenzo si stimolava e si nutriva. Il pensiero del­l'eternità e della croce, l'esercizio dell'umiltà più pro­fonda, la carità eroica senza alcun riguardo a se stes­so, in santa gara coi Santi e con Gesù, nel massimo rispetto della regola e dell'autorità che lo guidava, nell'ardore della preghiera, particolarmente eucari­stica: ecco la sua direttiva e le forze segrete che fe­cero di lui un santo.

Esse diventano di giorno in giorno la luce dei suoi passi spirituali, tramano la sua vita e l'arricchiscono di splendide virtù. Noi tuttavia non possiamo misu­rare le vette da lui raggiunte, non solo perché allo sguardo umano è impossibile cogliere esattamente l'opera della grazia nell'anima dei Santi, ma anche perché il Beato non si è mai curato di dircene qual­cosa. Egli lavorava, saliva, pregava, si umiliava, la­sciando solo a Dio la gioia della compiacenza. « La perfezione, dice egli nel diario, non consiste nelle virtù conosciute dall'anima, ma in quelle conosciute da Dio: il che è occulto e quindi vi è sempre da te­mere».

 

2. Senza stanchezza e senza soste

« Vi è sempre da temere ».  Cioè resta sempre il do­vere del lavoro assiduo e fervido, che non conosce stanchezze e non ammette soste; il dovere della vigi­lanza su se stessi per non cadere nei lacci finissimi dell'amor proprio, il dovere di scendere sempre più in basso negli abissi dell'umiltà, di infiammarsi nel fuoco della carità verso Dio e il prossimo, di pregare fino alla trasfigurazione dell'anima in Gesù.

Ansia della perfezione più alta, brama di perdersi in Dio, ignaro del mondo e di se stesso, immerso nel­la preghiera: in queste parole, difficilmente traduci­bili nel linguaggio umano, sta tutta la vita interiore del nostro Beato.

 

3. Era divenuto preghiera vivente

« La mortificazione senza l'orazione è un corpo senza l'anima e l'orazione senza la mortificazione è un'anima senza il corpo ». Come in ogni cosa cerca­va di patire per il Signore, così in ogni momento il Beato si immergeva nella preghiera. La penitenza e la preghiera formano il tessuto più segreto e più pre­zioso di tutta la sua giornata.

Parlando del suo spirito di orazione i processi di­cono: « Tra il p. Innocenzo e Dio si era formata una tale unione che il distaccarne il pensiero era per lui assai più difficile che non sia per altri il raccoglier­velo ».

Ogni momento, ogni azione, anche la più ordina­ria e comune, aveva la sua fervida preghiera di offer­ta. Lo deduciamo dai suoi diari, dove troviamo di­verse formule che recitava « al mattino alzandosi », « prima di mangiare », « andando alla ricreazione », « andando a riposo ».

Prima di mangiare pregava così: « Signore Gesù, prendo questo cibo con quell'amore col quale tu lo santificasti quando ne mangiavi a lode di Dio e sa­lute degli uomini ». Assai più significativo è il tratto che riferisce in altro punto: « Andando in refetto­rio vi porrete dentro il Cuore di Gesù, prenderete in esso la vostra refezione, pregandolo che vi sia come una comunione spirituale ». Tra parentesi il Beato aggiunge: « Ad una santa persona il Signore sug­gerì di considerare i bocconi come intinti nel sangue di Gesù Cristo ».

Ogni cosa ed ogni azione diveniva per lui occasio­ne di altissima e intima unione.

 

4. Sembrava un Serafino

La preghiera dunque, mormorata a fior di labbro o silenziosa nel profondo del cuore, era il respiro in­cessante della sua vita. L'orazione era davvero l'unica azione che egli faceva.

Guardandolo stupefatti, quando pregava in coro o in chiesa, i suoi confratelli dicevano: « Quell'uomo è veramente assorto in Dio, parla con Dio con tale penetrazione ed amore come farebbe un serafino del cielo ».

Dopo diverse ore dalla cena un sacerdote, recan­dosi alla sua camera, osservò che nella stanza di p. Innocenzo era ancora acceso il lume. Temendo che si sentisse male, spinse l'uscio e lo vide inginocchia­to per terra, curvo, senza appoggio alcuno, immobi­le come una statua, rivolto verso l'altare del SS. Sa­cramento.

Quando pregava non avvertiva nulla di quello che avveniva attorno a lui. Don Ceresetti lo dovette scuotere più volte nella chiesa dell'Annunciata per fargli capire che lo aspettava in confessionale.

 

5. Preghiera e obbedienza

Soltanto l'obbedienza poteva impedirgli di abban­donarsi in questo modo alla preghiera. Il confessore e il p. guardiano gli fissarono il tempo fino al mi­nuto e il Beato, che per obbedire era disposto a la­sciare anche l'orazione, si sforzava di non immer­gersi troppo per non impedirsi di avvertire il suono dell'orologio. Come scoccavano le ore designate egli lasciava l'altare e, retrocedendo senza mai voltar le spalle al Santissimo, si rtirava nella sua cella.

 

6. Il metodo della sua preghiera

Ogni santo ha la sua personale e inconfondibile ma­niera di pregare. Il modo seguito dal nostro Beato è tolto letteralmente da santa Margherita Maria. « Mi fo innanzi a Lui come un'ammalata sfinita davanti al suo medico onnipotente, senza il quale non pos­so trovare né riposo né conforto alcuno. Mi pongo ai suoi piedi come vittima vivente, che altro non de­sidera che di essere immolata per consumarsi come un olocausto nelle fiamme purissime del suo amo­re ».

Il vivo senso della propria miseria e della infinita maestà di Dio, l'umiltà profonda e l'adorazione su­blime sono motivi costanti nella preghiera dei Santi. Non diceva il serafico Padre: « Chi sei tu, o mio Dio, e chi sono io »? Davanti al Signore gli atteggiamenti dell'anima innamorata si fanno semplici ed unici umiltà e adorazione.

Così dunque pregava anche il p. Innocenzo.

Per concentrarsi in questo modo egli avvertì fin dall'infanzia la necessità e l'efficacia del silenzio. Quando sarà religioso, S. Francesco lo confermerà in tale convinzione con parole assai precise. Il Bea­to le trascrive: « Regole del silenzio: 1) Evitare le occasioni di dissipazione. 2) Parlare soltanto quanto richiede la necessità e l'utilità, con poche parole e a voce bassa. 3) Pensare a quello che si deve dire, se­condo che richiedono le persone, il luogo e il tem­po ».

 

7. Risparmiatore del tempo

Per poter attendere alla preghiera senza interru­zione il p. Innocenzo fu sempre gelosissimo del suo tempo. Mai nessuno poté vederlo distratto o dissi­pato. Per lui tutti i problemi di questo mondo non avevano né l'importanza né l'urgenza di un solo mo­mento di preghiera.

«Chi usa bene del tempo, lo ammoniva il serafico Padre, e non si abbandona mai all'ozio e alla curio­sità, in breve diventa ricco di tutte le virtù. Poiché dal buon uso del tempo procedono il raccoglimento, l'orazione, la pietà e lo studio e i nostri vizi si fanno tacere con maggiore facilità. Il buon uso del tempo riempie il cielo di santi e l'ozio l'inferno di danna­ti».

 

8. Nascosto con Cristo in Dio

Dimenticarsi e annullarsi in Dio: era questa la meta suprema dei suoi sforzi e la dolcezza più bra­mata. In tal maniera il suo spirito raggiungeva l'u­nione più stretta e ineffabile, accendendo nuove e più ardenti fiamme d'amore.

Su la guida di S. Maria Maddalena de' Pazzi, un'al­tra sua grande maestra spirituale, il Beato si deliziava a immaginare il posto dei singoli Beati attorno alla divina Persona di Gesù. Il Salvatore sta nel mez­zo, ammantato del suo sangue vivo, mentre all'in gi­ro si dispongono le corone degli eletti, che Egli guar­da con occhio di ineffabile compiacenza. Nel cuore però, come sacre colombe ammesse alle più intime dolcezze, stanno le anime vergini che a Lui consa­crarono la vita nell'orante silenzio dei monasteri.

Il Beato invidiava quelle anime privilegiate, ma godeva della loro felicità, soprattutto era contento della gioia di Gesù. Avesse potuto anche lui essere una di loro, una di quelle che formano le compiacen­ze del Cuore divino!

 

9. Come lo videro i suoi confratelli

In queste visioni di paradiso il Beato si immerge­va tanto che il suo volto ne fiammeggiava. Ecco una meravigliosa deposizione del p. Angelico da Vigo di Fassa, che visse a lungo con lui: « Abitualmente pe­netrato dalla presenza di Dio, non solo in chiesa ma in qualunque luogo o circostanza lo si osservasse, si vedeva che era unitissimo a Dio e tutto fervore. Una volta, osservandolo in refettorio, restai così col­pito del suo volto trasfigurato dalla pietà, che dissi fra me: Se un pittore dovesse rappresentare la fac­cia divina di Gesù nell'ultima Cena, ci vorrebbe qui a riprodurre la faccia di p. Innocenzo. Non ricordo aver mai visto una persona o immagine che ispiri tanta devozione quanto il servo di Dio ».

 

10. Gesù lo rapiva con Sé

Il Beato fu un'anima orante, contemplativa, un'a­nima che visse di preghiera fino a diventare preghie­ra vivente. Un'altra immagine di lui non è possibile sarebbe antistorica e perciò falsa.

Egli stesso, descrivendo nel diario l'anima abban­donata alla divina volontà, con le intensissime pa­role di S. Maria Maddalena de' Pazzi, traccia la sua biografia più vera: « Ella va camminando dietro il suo Sposo senza vedere, senza udire, senza intende­re, senza sapere, senza parlare, senza gustare, sen­za, sto per dire, operare e del tutto è come morta, solo attendendo ad andar dietro all'interiore attrai­mento del Verbo per non offenderlo ».

 

11. Lo spasimo dei Santi

Che il nostro Beato avesse fatto suo questo altis­simo programma di vita e fosse veramente impegna­to ad eseguirlo, lo conferma la seguente deposizione:

« Anche di notte egli teneva compagnia a Gesù e al­la sua Madre divina, senza badare ai disagi e dolori della sua poca salute. Una notte, portandomi io al coro per il mattutino, trovai p. Innocenzo caduto lun­go le scale, impotente a proseguire il cammino alla volta del coro. Che era successo? Il buon padre, aven­do male ad una gamba, si era trascinato carponi sino a quel punto, rimanendo affatto incapace a prose­guire più oltre. Per ordine del superiore dovette far ritorno alla cella, sostenuto dai novizi. Appena col­locato nel suo letticciolo esclamò: Bisogna ben dire che i miei peccati siano molti e gravi, se essi mi im­pediscono di recarmi al coro alla presenza del mio Dio, come fanno i miei buoni confratelli.

Inutile dire che nelle notti seguenti lo vidi sem­pre intervenire al coro, sebbene zoppicante ».

 

XIII - L'AMORE PIÙ GRANDE

Fin dall'infanzia fioriscono ed operano nel Beato alcune devozioni particolari, che via via si sviluppa­no stimolandolo all'imitazione e all'eroismo. La sua anima è attirata da un tenerissimo amore per Gesù e per Maria. La Madonna, ora nella sua purezza im­macolata, ora nel suo dolore ineffabile, sempre co­me Madre di Dio, è costantemente viva nel suo spi­rito. Gesù lo attira nel mistero dolcissimo dell'altare, nel dolore della sua passione e morte, nel fuoco dei suo Cuore. Il nostro Beato, in tutto il senso della pa­rola, visse di Gesù e di Maria.

 

1. L'imitazione dei Santi

Ma attorno a queste devozioni ramificano fin dal­l'inizio le pratiche quotidiane a S. Luigi Gonzaga, il santo della purezza incontaminata; a S. Giovanni Berchmans, il santo della fedeltà amorosa e genero­sa; a S. Ignazio di Loiola, il santo della volontà indo­mabile e combattiva. In seguito si aggiungono S. Giovanni evangelista, modello di amore fiducioso, S. Francesco Saverio, esemplare di zelo apostolico. E diversi altri.

Ricordare questo precoce orientamento del suo spi­rito significa in certo modo stabilire le mete alle quali mirava e il metodo che seguiva. Su l'esempio di questi Santi, e secondo i loro modi, il Beato vole­va giungere al dominio della propria natura e a vin­colare la propria volontà alla regola religiosa e alla volontà dei superiori.

Non dobbiamo dimenticare che p. Innocenzo è, in modo al tutto singolare, un santo alunno dei Santi. La sua devozione ad essi si manifestava nella ve­nerazione delle reliquie e nel ricorso continuo alla loro intercessione. Nei tempi delle sue tremende prove spirituali lo si vedeva spesso, durante la me­ditazione e lungo il giorno, con un reliquiario in ma­no: lo baciava piangendo e pregava.

Il dono più gradito che gli si poteva fare era di qualche immagine dei suoi Santi. Tutte le immagi­ni sacre, in convento e nelle case dei parroci, aveva­no il suo omaggio devoto.

 

2. Il volo mistico

Su l'uomo così formato alla battaglia spirituale cresce e matura in lui lo slancio mistico, guidato con sapienza dai massimi maestri alla più intensa ope­rosità. Anche questi Santi sono numerosi e diversi. Abbiamo S. Giovanni della Croce, S. Teresa d'Avila, S. Maria Maddalena de' Pazzi, il venerabile fra Tom­maso da Olera, soprattutto S. Francesco d'Assisi, S. Francesco di Sales, S. Margherita Maria Alacoque.

Il nostro Beato non si incontrò con questi Santi a caso. La loro vita e i loro scritti furono invece da lui attentamente scelti mentre seguiva l'interno impulso dell'anima, la quale, avvicinandosi alla perfezione, manifestava nuovi gusti e nuove esigenze. In tal mo­do, alla fase combattiva succede, nell'esperienza spi­rituale di p. Innocenzo, la fase contemplativa e mi­stica, che andrà sempre più sviluppandosi anche se non ne avrà mai o quasi mai le manifestazioni so­prannaturali specifiche.

 

3. S. Margherita Maria Alacoque

Gli esempi e gli scritti dei suoi Santi erano legge per il p. Innocenzo. A volte anzi abbiamo l'impressio­ne che l'impegno dell'imitazione sia giunto sino al­l'interpretazione letterale. Ciò specialmente avviene per le rivelazioni del S. Cuore a S. Margherita Ma­ria Alacoque, soprattutto per l'esercizio della presen­za di Dio, la pietà eucaristica, la compassione ai do­lori del Crocifisso e la devozione al S. Cuore di Gesù. Il diario di questa Santa passò quasi al completo nelle sue pagine. Egli lo leggeva e meditava, ne fa­ceva argomento di conferenze ai novizi e agli stu­denti, lo citava nella spiegazione catechistica al po­polo e ai fratelli laici. Dicono i processi che il Bea­to « aveva sempre in bocca » il nome di questa Santa.

 

4. Figlio di Maria

La devozione del Beato ai singoli Santi e l'amore generoso per le anime purganti erano ben poca cosa in confronto della tenerezza filiale e della fedeltà eroica nutrita per la Vergine SS. Dopo Gesù, Maria è l'amore più grande della sua vita.

Parlare di Lei era la sua gioia più desiderata. Un giorno, leggiamo nei processi, « salendo da Ossimo Inferiore verso il convento per la strada più ripida », il Beato raccontava agli studenti le apparizioni della Madonna a San Filippo Neri. Il suo volto era trasfi­gurato e bellissimo. La parola, di solito così stenta­ta, gli usciva facile e calda di fervore. Non avvertiva neppure la fatica della salita e il dolore della gamba ammalata.

 

5. Maestra e modello

Come le conobbe, il p. Innocenzo fece subito sue le raccomandazioni del S. Cuore a S. Margherita Ma­ria, quando la esortò « ad ascoltare la santa Messa con le disposizioni della Vergine ai piedi della Croce, ad accostarsi alla Comunione con le disposizioni di Maria al momento dell'Incarnazione, a pregare con le disposizioni del Cuore di Maria quando si presen­tò al tempio ».

Secondo queste direttive la Madonna diveniva per lui la maestra sapiente nella pratica delle tre massi­me devozioni alla Persona di Gesù: l'eucarestia, la passione e il S. Cuore.

Guida sicura nelle vie dello spirito Maria sarà Co­lei che trasporterà l'anima alla gloria del cielo. Il Beato meditava un giorno su l'Assunzione della Ver­gine. Il desiderio di lasciare la terra e di salire con Lei in paradiso gli ardeva nell'anima in un modo incontenibile. Rivolto a Maria disse: « O Maria, a volerci rendere atti ad essere teco assunti in cielo, bisogna far come te: prima morire. E non essendo in nostra potestà la nostra morte, dobbiamo morire in modo che operiamo come morti, non avendo né vedere né udire né gustare, e stendere la nostra vir­tù sul cataletto che è la croce di Cristo e quivi ripo­sarci ».

In attesa della pace eterna del cielo il Beato, imi­tando la Vergine, si sceglie il riposo accanto al suo appassionato Gesù, stendendosi con lui su la croce delle sue pene.

 

6. Fiducia illimitata

La meditazione delle virtù di Maria non impedi­sce al Beato di considerarne i privilegi. La sua poten­za e la sua bontà sono per lui una inesauribile fonte di fiducia.

In una predica su la Madonna dice: « Aggiungete alla sua santità la sua sublime dignità di Madre di Dio a cui fu esaltata. Ecco: a quella divina Maestà gli Angeli non osano riguardare per gli abbaglianti fulgori. Maria invece si accosta con confidenza e la chiama col dolce nome di Figlio ».

Tutto passa per le mani di Maria, dice il Beato. Se vogliamo grazie rivolgiamoci a Lei perché « più age­volmente si ottengono per virtù del solo nome di Ma­ria che non per quello dello stesso Gesù ». La ragio­ne è che tutto in Maria è misericordia. « Il suo Cuo­re, dice, è un vaso di misericordia per la copia degli affetti, le sue mani sono un vaso di misericordia per la benigna intercessione, e, poiché ha generato la stessa misericordia, le sue viscere non sono altro che un tesoro di misericordia ».

 

7. All'altare di Maria

La gioia di confidare in questo modo nella mater­na bontà di Maria il Beato se l'era ben meritata, poi­ché la sua vita non fu che un continuo amoroso omag­gio alla Madonna. Racconta il p. Francesco da Ber­zo S. Fermo: « Levatosi dalla mensa comune si por­tava in chiesa dove, fatte alcune preghiere all'altare del SS. Sacramento, si inginocchiava all'altare di Ma­ria e quindi senza appoggio alcuno passava lunghe ore in ferventissima orazione. Dal suo contegno, dal volto raggiante, da tutta insomma la sua persona era facile capire quali slanci di affetto nutrisse per la Vergine Madre. Nel contemplarlo io mi immaginavo - e forse era realtà - che in quei momenti egli ve­desse realmente la Madonna, come i celesti compren­sori.

 

8. In luce eucaristica

Con tutta verità possiamo chiamare il Beato l'an­gelo del tabernacolo. Davanti al SS. Sacramento pas­sava interminabili ore del giorno e della notte, senza avvedersi del tempo che trascorreva. Per potersi fer­mare in chiesa sapeva trovare tutte le ragioni pos­sibili, come scopare, spolverare, riordinare i vasi dei fiori, pulire le candele.

Per la sua anima ardente d'amore l'inverno del­l'Annunciata non era mai troppo rigido, anche quan­do i frati, chiusi nella tiepida cella, pensavano con raccapriccio al freddo della chiesa deserta. Raccol­to in un angolo a vista dell'altare egli diceva di non sentir mai niente. Rapito fuor dei sensi, il suo spirito abbandonava il povero corpo ossuto e tremante ed entrava in estasianti colloqui con l'Ospite divino. A volte i confratelli lo sorprendevano bocconi per ter­ra, immobile sino a dar l'impressione che fosse mor­to assiderato. Ma appena avvertito, egli si alzava, pienamente conscio di sé.

 

9. Serafino dell'altare

Fu osservato che durante la ricreazione il Beato preferiva aggirarsi vicino alla chiesa. L'impegno nor­male della sua giornata era di uguagliare o superare il numero delle visite che i suoi Santi facevano quo­tidianamente al SS. Sacramento. Giunse persino a disporre il letto in modo che, entrandovi, gli fosse consentita la posizione abituale stando rivolto al ta­bernacolo.

Quando scendeva la sera o c'erano delle giornate bigie, egli era felicissimo di poter coprire la sua pie­tà col pretesto dello studio e della povertà. In cel­la, diceva, non ho luce abbastanza. Allora prendeva un libro qualsiasi, scendeva in chiesa, si metteva ac­canto alla piccola lampada e incominciava a studia­re. Ma per quanto tempo avrà seguito la lettura?

Siccome il p. guardiano gli aveva raccomandato di non stare troppo a lungo in chiesa durante la notte egli, che desiderava conciliare la devozione con la ob­bedienza, si nascondeva sul pulpito, al quale si ac­cede dalla biblioteca del convento. Di là guardava il chiarore mobile e bizzarro della lampada e continua­va le sue adorazioni.

Quando, giungendo in qualche parrocchia, i fedeli lo vedevano entrare in chiesa, essi dicevano tra lo­ro: « Dio sa quanto tempo ci starà ». Se alcune persone si recavano a casa sua a chiedere di lui, la mam­ma scherzando rispondeva: « Qui non c'è. Sarà an­dato a fare la partita, come al solito ».

 

10. « Immaginate una catena »

La sua pietà eucaristica ideò per sé e per i suoi ascoltatori una pratica commovente. Chiudendo la predica sul SS. Sacramento, dove esorta alla visita frequente, padre Innocenzo dice: « Se non potete venire spesso ad adorare questo divin Sacramento, immaginate che da questo altare, dal tabernacolo, esca una catena che arrivi fino a voi e ad essa sia le­gato il vostro cuore ».

Bisogna dire che il suo cuore fosse davvero legato al tabernacolo, perché vicino ad esso passava i gior­ni interi ed era felice di potervi restare tutta la not­te, quando il sagrestano non avvertiva che il Beato era ancora inginocchiato davanti all'altare e chiu­deva la chiesa.

 

11. La Messa dei Santi

Al momento della celebrazione era orientato tutto il suo lavoro interiore. La mattina era interamente impegnata nel ringraziamento e il pomeriggio nella preparazione. La Messa era dunque il centro dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti.

« Al primo svegliarvi, scrive nel diario togliendo dai suoi Santi, correr col pensiero a Gesù Cristo, che aspettate nelle vostre mani. Invocare la Vergine e S. Giuseppe che trattarono Gesù con tanta purità e il vostro Angelo custode, che nelle vostre mani adore­rà sì profondamente il divin Redentore ».

Si preparava alla Messa e si avvicinava all'altare in gara con gli angeli e coi santi. Chi seguiva le sue celebrazioni credeva appunto di vedere un angelo. « Io gli ho servito qualche volta la messa, dice p. Anselmo da Orio-Litta : un angelo non poteva esser maggiormente penetrato da riverenza ed amore ver­so Gesù sacramentato ».

« Dopo l'elevazione, dicono i processi, si perdeva con Gesù e riusciva un po' lungo ». È questa una os­servazione che ritorna moltissime volte su la bocca dei testimoni, ma, nonostante la lunghezza, tra novi­zi e studenti nacque presto una vera gara per poter servire le sue messe. E la gente vi andava volentieri perché sentiva che la intensa pietà del Beato innal­zava e faceva pregar bene.

Pur non accorgendosene mai, anche lui era per­suaso di essere lungo: glielo dicevano tutti. Per po­tersi affrettare egli tentò un'estremo espediente: pre­gò il fratello che gli serviva la messa a tirargli la pianeta. Fra Felice si provò due o tre volte. Inutile! Il Beato non se ne accorse neppure.

Un giorno il p. Innocenzo chiese ai novizi che gli dicessero i suoi difetti. Uno gli disse: « È un po' lun­go nel dire la messa ». Il Beato tacque e poi, scuo­tendo la testa, disse testualmente: « Di questo non posso emendarmi ». Non era infatti nelle sue possi­bilità.

 

12. Estasi o rapimento?

Ci si permetta di riportare per intero la deposizio­ne che un suo superiore fece ai processi. Essa riassume quanto dicono tutti gli altri testi ed è una bel­la sintesi della vita eucaristica del Beato.

« P. Innocenzo era così attratto verso l'augusto Sa­cramento che non poteva rimanerne lontano: anche nelle ore della ricreazione egli ben tosto si sottraeva per recarsi presso il suo Amore divino. Vedendo che da tanta occupazione la sua salute ne risentiva dan­no, lo si esortava a prendersi qualche sollievo, ma poi si riconosceva che il suo attraimento verso Ge­sù lo vinceva sempre. Celebrava come un santo. Ben si sforzava di stare alle nostre raccomandazioni per una maggiore brevità, ma poco vi riusciva. Io non so se definire per estasi il rapimento in cui passava il tempo durante la messa. Anche i fedeli, che lo stima­vano ed amavano qual santo, ascoltavano volentieri la sua messa, benché un po' lunga. Le sue visite al ss. Sacramento erano perenni ».

 

13. Con Gesù appassionato e morto

Chi vuol conoscere quanto dolore sentiva il Bea­to nel suo spirito quando meditava la passione di Gesù deve leggere la sua predica. Eccone un tratto su la flagellazione. « Il dolce Gesù si lascia spogliare e legare stretto ad una colonna per soffrire l'obbro­brio del suo supplizio. Quel corpo verginale, sotto la fiera tempesta diventa livido, poi la pelle si gonfia e si squarcia, ne schizza il sangue, si scoprono al vi­vo la carne e le ossa e in breve non è che una piaga dal capo ai piedi. Il sangue scorre a rivi per terra, le carni cadono a brani o balzano in aria, trinciate dai flagelli. Sono insanguinati i flagelli, insanguinati i carnefici, allagato di sangue e seminato di brani di carne tutto il pavimento. Ed essi battono ancora!

Ecco che cosa costarono al nostro Gesù le nostre im­mondezze » !

Più che dai libri questo brano esce dalle contem­plazioni dolorose e prolungate del Beato: la descri­zione minuta dice con quanta sofferenza interiore egli sentiva la trista carneficina. Di solito non riu­sciva a proseguire nella predica del venerdì santo, perché il pianto gli impediva di parlare. La commo­zione si comunicava all'uditorio e tutti piangevano con lui.

 

14. Interminabili Via Crucis

Il p. Innocenzo era un assiduo frequentatore della Via Crucis. I frati lo vedevano assai spesso passare da un quadro all'altro, immerso nella contemplazio­ne dei dolori del Signore. Ripeteva l'esercizio anche sette e otto volte al giorno. Un giorno, dicono i suoi confratelli, lo ripetè quattordici volte « con tutte le prostrazioni e le preghiere, in modo da durare per ognuna almeno mezza ora ».

La penitenza che normalmente dava ai sacerdoti che si confessavano da lui era una Via Crucis, così che i frati sapevano con certezza quali erano, tra il clero della valle, i penitenti del Beato.

Così schivo com'era, egli, per amor della passione di Gesù, essendo curato a Berzo, andò di casa in ca­sa e persino nelle osterie a raccogliere quanto oc­correva per comprare i quadri della Via Crucis da mettere nella chiesa parrocchiale. Dietro sue insi­stenze fu dipinto il Crocifisso nella cappella in cima alla Rivalta e lanciò l'idea di erigere sul sentiero del­le Pirle le quattordici cappelle delle stazioni. L'idea non fu eseguita, ma basta da sola a dirci quanto a­more il Beato nutriva per Gesù addolorato.

 

15. Alla fonte dell'Amore

La devozione al s. Cuore fu davvero, come dicono i processi, « una specialità » del p. Innocenzo. Sareb­be lungo parlare, anche solo succintamente, di que­sta sua pietà. Egli la raccomandava a tutti « calda­mente e costantemente ».

Il Beato si compiace di immaginare il s. Cuore co­me una fonte dalla quale escono tutte le opere d'a­more compiute da Dio per noi. Dal Cuore di Gesù è partita la gloria e la grandezza di Maria, la fonda­zione della Chiesa, soprattutto il sangue della nostra redenzione e salvezza e il più gran dono che Dio po­teva fare agli uomini: il ss. Sacramento. Il s. Cuore è dunque la sorgente e la rivelazione massima del­l'amore divino.

Purtroppo l'uomo non si cura di conoscere quan­to è grande l'amore del Cuore di Gesù. Se noi lo co­noscessimo, i nostri occhi non avrebbero lacrime a sufficienza per piangere sul suo dolore e il nostra cuore arderebbe d'amore per la divina eucaristia. Questo è il nostro maggior torto, commenta con tri­stezza il Beato. Eppure è tanto grande e così beati­ficante l'amore del Cuore di Gesù che se una scin­tilla soltanto ne cadesse nell'inferno « essa bastereb­be a cangiare quel fuoco divoratore in un incendio d'amore ».

Che cosa dobbiamo dunque fare noi per ossequiare e corrispondere all'invito del Cuore di Gesù? « Noì non dobbiamo respirare che fiamme d'amore, risponde il Beato con le parole di s. Margherita Maria, a­more puro, crocifisso, interamente sacrificato, me­diante una continua immolazione di noi stessi al di­vin beneplacito, stando contenti di amarlo e lasciar­lo fare. Ci abbassi o ci esalti, ci consoli o ci affligga deve essere tutt'uno per noi ci basti che Egli appa­ghi se medesimo ».

 

XIV - TRAMONTO E GLORIA

Ormai nella valle non si usava chiamare il p. Inno­cenzo che col nome di santo e tutti coloro che desi­deravano grazie speciali ricorrevano a lui, persuasi che egli avesse intime comunicazioni col cielo. Du­rante i giorni festivi il numero dei pellegrini aumen­tava e « poiché l'affluenza disturbava la regolarità della vita del convento, il p. guardiano proibì al p. Innocenzo di accogliere persone in date ore ».

I devoti sostavano alla porta del convento e, pre­gando, aspettavano con pazienza che il Beato fosse libero di trattenersi con loro.

 

1. Pioggia di grazie

Vestito di cotta e stola, lo sguardo fisso a terra, confuso nella sua umiltà, il Beato alzava su ciascuno la sua mano e benediceva. E’ incalcolabile il bene che fece. La sua esortazione alla vita cristiana assumeva allora nell'anima dei fedeli una risonanza prodigiosa era il santo che parlava, il santo al quale erano ri­corsi con fede cieca. La sua parola diveniva per essi una legge di vita.

Le grazie non mancavano. Una dopo l'altra, in linea ininterrotta, silenziose e umili come il frate be­nedicente, esse giungevano quasi senza che gli stessi beneficati se ne accorgessero; ma a volte erano im­provvise, visibili a tutti e sfolgoranti in luce di mi­racolo.

 

2. Il mandriano di val di Scalve

Un giorno si presentò alla portineria un mandria­no di Dezzo di Scalve. Un suo braccio, dalla mano al gomito, era tutto una piaga. Il poveretto non si dole­va tanto per sé quanto per i sette figlioli che a casa avevano fame.

P. Innocenzo, temendo per la sua umiltà, quella volta si fece pregare più del solito per scendere a dargli la benedizione, ma a un ordine del p. guar­diano tosto obbedì. E quel braccio tornò istantanea­mente a perfetta sanità.

Il buon uomo, non sapendo come ringraziare il Si­gnore e il suo servo, chiese il recipiente più grande che esisteva in convento e la mattina dopo, di buon ora, eccolo di nuovo alla porta col secchio colmo del latte delle sue mucche.

Una sposa tutta paralizzata ricevette la benedi­zione senza alcun giovamento, ma ricondotta in por­tineria il Beato ottenne che trangugiasse alcuni cuc­chiai di minestra, che egli stesso le dava con gran carità. E quella donna, che da molto tempo nessuno più vedeva muoversi da sola, ritornò sana all'istante, balzò in piedi e corse in chiesa a ringraziare il Si­gnore.

 

3. « C'è là Chi ti aspetta »

Nella vita del p. Innocenzo ben pochi sono coloro che possono parlare di fatti mistici, come visioni, rapimenti, estasi. Sembra che il Signore sia stato singolarmente rigido nel mettere alla prova la virtù del suo servo: mai o quasi mai abbiamo il segno del­l'evidente gradimento celeste. Ma appunto per que­sto appare più grande e più eroica la sua generosa fedeltà.

È però certo che egli godette del dono della scru­tazione dei cuori perché le coscienze si svelavano ai suoi occhi in tutta la loro chiarezza. Un giorno a Cedegolo, dove il Beato si recava assai di rado, gli si presentò una maestra. Prima che incominciasse la sua confessione il p. Innocenzo le disse di riprendere l'esercizio della Via Crucis e di tornare ad essere una zelante vigilatrice nell'oratorio femminile della parrocchia.

Don Fanetti assicura che si aveva un certo timore nell'andare a confessarsi dal Beato. Sapendo di aver corrisposto troppo poco alla grazia, i penitenti te­mevano che egli avesse a predire dei castighi divini. E nessuno dubitava della sua parola.

Trovandosi a Erbanno, il Beato « si incontrò con un uomo di nome Milesi Domenico, noto a tutti per la sua poca religiosità e per la condotta tutt'altro che edificante. Il servo di Dio non lo poteva conoscere, sia perché egli non si tratteneva in paese forestiero col popolo, sia perché teneva sempre gli occhi bassi. Lo incontrò dunque, ma fatti pochi passi innanzi, il p. Innocenzo ritorna indietro, piglia quell'uomo per il braccio e gli dice: Amico, è ora che tu aggiusti le tue partite. E indicando la chiesa: C'è là Chi ti aspetta.

Il Milesi fu così colpito da tale richiamo che su­bito si recò in chiesa, tutto compunto, per prepararsi alla confessione. E per parecchi giorni di seguito si confessò, persuaso che l'avviso di p. Innocenzo ve­nisse dal cielo. Difatti cambiò vita e visse poi sem­pre da buon cristiano ».

 

4. Il viaggio della morte

La fama della sua santità aveva suscitato anche nei confratelli un vivo desiderio di vedere e di sentire il Beato e il p. provinciale non trovò di meglio che im­pegnarlo a predicare gli esercizi spirituali in alcuni conventi.

La mattina del 26 novembre 1889 celebrò l'ultima sua messa all'Annunciata e nel pomeriggio scese a Pian Borno, dove passò la notte. A mezzogiorno del 27 era nel refettorio del convento di Lovere, ancora in mezzo ai suoi cari novizi. La mattina dopo partì per Milano.

La sera del primo dicembre iniziava la sua predi­cazione. Accennando all'impressione generale della comunità un testimone diretto dice: « Lo stesso p. provinciale dichiarò di sentirsi molto compunto per le parole del p. Innocenzo ».

A Milano il Beato lasciò un profondo e indimenti­cabile ricordo: non conferenze dotte, non medita­zioni profonde, ma il senso della vera pietà, della virtù e della santità, più che dalle sue parole, spira­va dall'esempio inimitabile della sua vita. Sempre pronto ad ogni richiesta dei religiosi che volevano conferire con lui, sempre primo agli atti della comu­nità, passava anche allora quasi tutta la sua gior­nata in chiesa. I frati lo vedevano stremato di forze, ma la sua voce, come si metteva a parlare, esercita­va un fascino irresistibile su tutti.

Ad Albino incominciò il nuovo corso verso la me­tà di dicembre, ma non lo potè condurre a termine, perché assalito dal male che lo porterà alla tomba. « Egli diceva, depone un testimone che lo ascoltò, non solo di essere indegno di parlare, ma nemmeno di baciare i piedi ai suoi confratelli. Si dichiarava il peccatore più scellerato che mai fosse esistito e concludeva che soltanto l'obbedienza l'aveva indotto ad assumersi l'incarico di predicare gli esercizi spi­rituali ».

Una fredda mattina prima di Natale nel 1889, men­tre il nevischio faceva molinelli capricciosi per l'aria e infangava le strade, una vettura lo portò all'infer­meria di Bergamo. « Quando lo vidi la prima volta al convento di Bergamo, dove il caro padre era appe­na giunto, dice un confratello, lo trovai in chiesa in orazione. Era cadente in modo tale che doveva sor­reggersi appoggiandosi ai muri. Come mi vide, mi si avvicinò per baciarmi i piedi. Mi disse: Pregate per me che sono un povero peccatore ».

Condotti dal loro direttore gli studenti gli furono subito attorno. Si lamentavano che la malattia aves­se tolto ad essi la gioia di ascoltarlo. « Dovete inve­ce dirvi fortunati, rispose subito, io non avrei fatto altro che infastidirvi ». E raccoltosi un momento in se stesso disse loro qualche parola su l'amor di Dio e della Madonna, si raccomandò alle loro preghiere e annunciò che avrebbe disturbato ancora per poco.

 

5. Sublimi esempi

Nei tre mesi che il Beato passò all'infermeria non soffrì delle dolorose prove spirituali che ebbe in al­tri tempi. Nel suo spirito era ormai discesa la pace più profonda.

« Gli esempi di virtù veramente da santo datimi in quei mesi, dice il suo infermiere, sono incancella­bili dalla mia memoria. Per tutto ciò che di cibo e di medicine gli si doveva dare, prendeva il meno pos­sibile, salva l'obbedienza. Desiderava rimaner solo per attendere continuamente alla preghiera ed io, per quante volte gli entrassi nella stanza, non lo tro­vai occupato che in orazione ».

Celebrava nella cappella dell'infermeria. « Ricor­do, dice l'infermiere, che alcune mattine impiegava anche tre ore. Perciò il p. guardiano, temendo per la sua salute, gli sospese la celebrazione ». In com­penso gli si portava la comunione tutte le mattine. « È impossibile dire con quale fervore la ricevesse ».

Obbligato a stare continuamente a letto gli si apri­rono presto per tutta la schiena delle vaste piaghe di decubito, ma non ne diede mai segno ad alcuno. « Io dovetti ben constatare, dice ancora il suo infer­miere, quanto avesse a soffrire, per quanti sforzi egli impiegasse a dissimularlo; e constatai pure il nulla che egli faceva per diminuire il suo patire, perché come gli si acconciava il letto alla sera, si tro­vava al mattino, senza che egli avesse mosso un dito. Mai dal suo labbro uscì una piccola parola di la­mento ».

Silenzio e preghiera incessante anche nel dolore più intenso, sorridente nello spasimo, felice di es­sere finalmente in tutto simile a Gesù in croce: così visse il Beato negli ultimi mesi della sua vita ter­rena.

 

6. Estremi voli del Serafino

L'ordine di sospendere la celebrazione gli riuscì penosissimo. Ottenne tuttavia, oltre la comunione quotidiana, il permesso di fare alcune visite durante il giorno. Ma il superiore, vedendo che le sue forze andavano sempre scemando, gli proibì ben presto di uscire dalla stanza.

Questa per lui fu la proibizione più dura. Non era stato il tabernacolo il centro di tutti i suoi pensieri e della vita? Un giorno, « incontrandosi col p. Epi­fanio da Saronno, allora guardiano, il servo di Dio si inginocchiò e gli chiese licenza di fare una visita al SS. Sacramento, benché fosse molto ammalato. Il p. guardiano, penso per esperimentare la sua vir­tù, gli rispose con non troppa gentilezza e gli con­cesse la licenza desiderata, ma a condizione che non vi spendesse più di cinque minuti. Intanto ad alcuni religiosi che erano presenti disse: Andiamo a vedere se p. Innocenzo è veramente obbediente. Con nostra meraviglia, p. Innocenzo, dopo solo cinque minuti, usciva dal coretto lasciando bagnata la terra di la­crime e, dopo d'aver ringraziato il p. guardiano, si ritirò in cella. Lui partito, il p. guardiano disse a noi: Vedete la pronta obbedienza? Quello è un vero santo ».

 

7. Sorella morte

Il Beato sapeva con esattezza il giorno e l'ora del­la sua morte. « Accortomi della sua prossima fine, riferisce l'infermiere, chiamai il p. Michelangelo per­ché gli amministrasse l'estrema unzione, ma il servo di Dio disse: Non è ancora tempo. Lo dirò io quando. E difatti, dopo circa un'ora p. Innocenzo, che con­servò perfetta lucidità di mente fino all'ultimo istan­te, lo fece chiamare e volle l'olio santo e tutte le be­nedizioni e indulgenze delle varie confraternite cui era ascritto ».

Quando il p. guardiano entrò, a tarda notte, nella sua cella col santo Viatico il Beato voleva alzarsi, mettersi in ginocchio e domandare perdono a tutti degli scandali che credeva di aver dato. Ma il p. Epi­fanio glielo impedì, assicurandolo che tutti e di cuo­re gli perdonavano ogni cosa. Ricevuta l'eucarestia, egli si raccolse nell'ultimo dolcissimo abbraccio col suo Signore. E spirò nell'amplesso di Gesù sacramen­tato. Erano le 23 del 3 marzo 1890.

 

8. Divenne bellissimo

Abbracciato da sorella morte il Beato restò immo­bile e divenne bellissimo. Mons. Celestino Cattaneo, divenuto suo confessore in sostituzione del p. Arse­nio, appena informato, corse a vederlo. « Mi fermai a contemplarlo per una buona mezz'ora. Dico il vero bisognava fare un atto di fede per crederlo morto, tanto il suo volto era sereno e sorridente ». « Il suo corpo diventò bellissimo, candido, flessibile. Era una consolazione il contemplarlo e vi si stava a pregare con gran devozione ».

Nel trasportare la salma in chiesa, alla cappella dell'Addolorata, i frati avvertirono che, dopo oltre sei ore dal decesso, il suo corpo manteneva ancora il calore naturale. Questo strano fenomeno durò fino al giorno del funerale. Il p. guardiano, assai preoc­cupato, risolse la cosa d'autorità: cioè, con un ordine obbedienziale, comandò al Beato di farlo cessare, affinché tutti fossero sicuri della sua morte. E il calore cessò all'istante.

Per tutti i giorni che restò esposto, la chiesa fu sempre gremita di devoti. Passavano accanto alla sal­ma, la toccavano con viva fede e insistevano per ave­re un ricordo personale del defunto. L'abito gli fu cambiato per ben tre volte.

Secondo il costume dell'Ordine i funerali furono semplicissimi. Fu sepolto nel cimitero comune di Bergamo.

 

9. La traslazione a Berzo

La morte del Beato fu sentita in val Camonica co­me un lutto generale. Quando la notizia giunse a Berzo, dice il sindaco in un rapporto ufficiale, « cad­dero a tutti gli operai gli attrezzi di lavoro dalle ma­ni » e tutti si recarono in chiesa per assistere all'uffi­cio di suffragio.

L'idea di trasportare la salma si fece subito volon­tà comune, ma non si poté attuare che nel settembre succesivo, quando criteri igienici maggiormente lo consentivano.

Prima che si partisse dal cimitero, la cassa fu aper­ta per il controllo. «Era intatto come se dormisse, dice un testimone oculare. Nulla vi era di mutato in lui, fuor che un po' annerito».

A Lovere la bara sostò nella cappella del palazzo Tadini. La mattina del 28 settembre 1890 riprese il cammino alla volta di Berzo. « Cominciando da Lo­vere, dice don Magoni parroco di Esine, per tutti i paesi in su, la folla venne ingrossando le file e tutti acclamavano alla santità del servo di Dio ». Non era un trasporto funebre, ma un trionfo.

 

10. La tomba gloriosa

A Berzo fu prima collocato nella cappella dei sa­cerdoti, ma il Comune si impegnò ad erigere al Bea­to una tomba degna delle sue virtù. Il trasporto av­venne cinque anni dopo.

Nella sua tomba il p. Innocenzo non stette inope­roso. Come da vivo, continuò ad accogliere pellegri­ni e sofferenti, a consolare, a benedire, a distribuire grazie.

Sarebbe difficile per noi seguirlo in questa silen­ziosa seminagione di bene e di consolazioni. Ci ba­sti dire che furono appunto le grazie, ordinarie e straordinarie, che decisero i suoi confratelli ad ini­ziare i lavori per l'introduzione della Causa di Beati­ficazione.

 

11. Le tappe della gloria

« Nei tempi antichi, dice don Damiano Zani, la di­mostrazione popolare in occasione del trasporto a Berzo sarebbe bastata per procurare al p. Innocen­zo gli onori degli altari ». E don Ottelli aggiunge: « Nell'opinione del popolo il p. Innocenzo è già san­tificato ».

Non c'era dunque che iniziare la Causa. Ciò avven­ne, purtroppo, soltanto nel 1909 quando p. Isaia da Gerenzano, d'accordo con le autorità ecclesiastiche diocesane, diramò una circolare a tutti coloro che potevano fornire notizie sul Beato.

Nel 1919 il Papa Benedetto XV segnava l'introdu­zione della Causa, nel 1943 Pio XII dichiarava che il Beato aveva esercitato le virtù in grado eroico e gli conferiva il titolo di Venerabile.

« Ma la santa Madre Chiesa per tributare gli ono­ri della Beatificazione sapientemente richiede anche la testimonianza dei miracoli. Per ciò coloro che cu­rarono la Causa presentarono a questo sacro Tribu­nale due guarigioni, che si asseriscono ottenute per intercessione del Venerabile Innocenzo da Berzo ».

 

12. Il primo miracolo

« La prima guarigione così viene brevemente de­scritta: Antonio Giudici bambino di sette anni, pre­so da veementi dolori all'addome, il 25 gennaio 1951 fu operato chirurgicamente per una appendicite acu­ta. Dopo pochi giorni fu provato che Antonio, che già era in pericolo di vita, era affetto da occlusione intestinale perforata e da peritonite settica. Lo stes­so medico chirurgo considerata la gravità dell'ope­razione fatta e le condizioni del paziente, non aveva alcuna speranza di guarigione, anzi prevedeva tra po­co la morte del bambino. Allora il padre dell'amma­lato e gli altri parenti con fede fervida e solidissi­ma speranza implorarono il patrocinio del Venera­bile Innocenzo. E non inutilmente, perché il bambi­no, che già stava per morire, il giorno seguente si sentì guarito perfettamente. Il medico chirurgo e gli altri testimoni riconobbero la guarigione come avve­nuta per forze non naturali ».

 

13. Il secondo miracolo

« La seconda guarigione è questa: Lorenzo Bellot­ti, bambino di quattro anni, mentre si consumava lentamente, fu ritrovato affetto da un tumore nel la­to destro del collo. Fatto l'esame bioptico, tutti i me­dici fecero una prognosi infausta circa la vita del bimbo. Dimesso dall'ospedale, aggravandosi sempre più il male, l'ammalato fu costretto a mettersi a let­to. I parenti allora, persa ogni speranza nei rimedi dei medici, si rivolsero con fervorose preghiere al­l'intercessione del Servo di Dio. E le preghiere non furono inutili, poiché il tumore incominciò a scom­parire e in pochi giorni il bambino guarì. Per ciò i medici, i parenti del bambino e tutti i testimoni giu­dicarono che questa guarigione si era verificata per forze che non sono della natura ».

 

14. L'onore più grande

Le due miracolose guarigioni, studiate a lungo nei Tribunali ecclesiastici di Bergamo e Brescia prima, poi a Roma, furono riconosciute tali nel giugno del 1961, e il giorno sei dello stesso mese S.S. Giovanni XXIII faceva dare lettura del Decreto, che sopra ab­biamo in parte riportato.

Ora il p. Innocenzo è Beato. La Chiesa, confer­mando col supremo suo giudizio il sentimento popo­lare, gli ha dichiarato onori grandi e duraturi.

Mentre il suo spirito, rapito nella gloria del cielo, contempla svelato l'amatissimo Gesù e gode la dol­cissima visione della Vergine, la sua immagine posta sui nostri altari, ripete a tutti che la vita ha un unico fine supremo: amare il Signore, patire per lui, staccarci dalle cose della terra ed aspirare ai beni del cielo: con la preghiera fervente, con l'umiltà, col na­scondimento. Egli richiama gli uomini dall'assillo dinamico alla quiete dello spirito, dal frastuono al silenzio, dall'azione alla contemplazione.

Questo è il senso, semplice e grandissimo, di tutta la sua vita e resta il suo messaggio più alto, vivamen­te attuale.