Innocenzo
Da Berzo
sacerdote
cappuccino
P.
Gianmaria da Spirano O.F.M. Cap.
Preghiamo
vivamente coloro che ricevessero grazie particolari per intercessione del Beato
Innocenzo da Berzo o desiderassero oggetti di devozione di rivolgersi a:
VICE POSTULAZIONE Causa di Canonizzazione - B. Innocenzo da Berzo Vle Piave, 2 - MILANO
Terza
edizione
S.
RITUUM CONGREGATIO
(Tab.
nn. 261 - 23) Romae, 2 Martiis 1961 NIHIL OBSTAT
Nicolaus
Ferraro, S. R. C. Adsessor Fidei Sub - Promotor Generalis
«Va camminando dietro al suo Sposo senza vedere, senza udire, senza intendere, senza sapere, senza parlare, senza gustare, senza, sto per dire, operare, e del tutto è come morto, solo attendendo ad andar dietro all'interiore attraimento del Verbo per non offenderlo» (dal diario).
PREFAZIONE
La Chiesa, elevando agli onori degli altari il Beato p. Innocenzo da Berzo, proclama, con giudizio d'autorità, e rende manifesta, in forma solenne, la santità della vita terrena di quel cappuccino bresciano, che il popolo di Lombardia, e particolarmente i conterranei della sua Valle Camonica, chiamavano con familiarità il « fratino di Berzo ».
Una
celata grandezza divina e una manifesta piccolezza umana confluiscono a dare
fisionomia, eccellenza e splendore a una personalità di santo, che a prima
vista disorienta e sconcerta e poi ci placa e ammonisce e conforta ed esalta. P.
Innocenzo s'ostinò sempre a scomparire, nella convinzione della propria
nullità, e, quando questa non era creduta, nel tremore della propria indigenza;
ma l'intuito del senso cristiano, lo scandaglio della scienza teologica, il
verdetto della madre di ogni santità, la Chiesa, scoprirono in lui, venerarono
e proposero ad esempio un nuovo, inatteso, autentico efficace, confortevole
esemplare di perfezione cattolica.
È
appunto questa antitesi che imprime alla biografia esteriore del novello Beato
e al suo secreto interiore l'attrazione del mistero e il ritmo di un dramma
sacro.
Un
occhio profano, sia pure esperto, ricercherà inutilmente, con il metro delle
superiorità umane, le espressioni, se non proprio quelle eccezionali del genio
e della scienza, almeno quelle più pertinenti, delle imprese apostoliche, dei
successi sacerdotali vistosi, delle virtù patenti, riconosciute e ammirate. P.
Innocenzo era dotato di una intelligenza che il tirocinio scolastico, sia
laico sia ecclesiastico, classificò ottima. Nella cultura teologica, propria
dei sacerdoti e d'impiego corrente nel ministero pastorale, si meritò, senza
ricercarla, anzi schifandola, la stima del clero e dei superiori.
Fanciullo,
cresce appartato dall'atmosfera, pure tranquilla e spesso sofferente, dei
ragazzini dei paesi montani. In collegio a Lovere e in seminario a Brescia è
silenziosamente attivo soltanto nello studio e nella preghiera e subisce
intimidito l'ondata esuberante e clamorosa, spesso canzonatoria, della comunità
giovanile. Sacerdote coadiutore nelle parrocchie di Cevo e di Berzo svolge un
ministero sacerdotale di ordinaria amministrazione: liturgia, confessionale,
predicazione catechistica, visita agli ammalati, scuola elementare; nella
celebrazione della s. Messa suscita nell'animo degli assistenti ammirazione e
talora impazienza; nelle confessioni l'unzione paterna s'accompagna con
perplessità e timidità di coscienza; non è, quel che si dice, un predicatore
acclamato, che batta i pulpiti e raduni le folle; anche da sacerdote
cappuccino rimane estraneo a questa attività oratoria, che pure è
tradizionale nell'Ordine e che fu sempre intensamente esercitata nella sua
monastica provincia di Lombardia; i due corsi di esercizi spirituali, che tenne
alle comunità di Milano e di Albino, gli costarono uno sforzo tale da
sconvolgergli l'animo e da compromettergli seriamente la salute già minata,
affrettandone la fine.
Dal
vescovo di Brescia è chiamato all'ufficio di vice rettore del seminario
diocesano; questo incarico d'autorità responsabile e direttiva, diviene per
lui una sofferenza; l'impotenza psicologica alla sorveglianza e alla
disciplina lo portava ad abbassarsi ai piedi degli allievi, quasi fosse ad essi
inferiore. Se si ritira dalla cura parrocchiale nella vita conventuale
cappuccina non è certamente per dedicarsi, con più ampio raggio d'azione,
all'apostolato volante francescano, bensì per seppellirsi nel silenzio e nell'oblio
della clausura.
I
superiori conventuali l'impegnarono soltanto in incarichi transeunti, di
supplenza o di aiuto; non ebbe, infatti, alcuna carica, non quella di guardiano
e neppure di vicario del convento; non partecipò a nessun capitolo provinciale.
Coadiuvare il padre maestro dei novizi sembrò l'ufficio che s'adattasse meglio
alla sua pudica vita interiore, di raccoglimento, di mortificazione, di
umiliazione e che s'intonasse in pieno con la giornata d'un noviziato
cappuccino. Ma la mancanza d'ogni senso d'autorità, anche se questa carenza era
supplita da un esempio convincente e da una fascinazione materna sui suoi
novizi, fu giustamente considerata dai superiori un ostacolo al disimpegno
tradizionale d'un severo magistero educativo.
L'unica
volta che si tentò di affidare al suo ingegno e alla sua esperienza sacerdotale
la collaborazione alla direzione del periodico « Annali Francescani »,
questa prudente trovata di valorizzazione dovette cedere dinanzi alla sua
sofferente ripugnanza a esprimere e a mettere in pubblico i suoi sentimenti in
un articolo, anziché effonderli nel casto silenzio della preghiera.
Non
s'impegnò neppure a coltivare le sue doti d'intelligenza e di sensibilità con
lo studio personale; se ne serviva, quasi inconsapevolmente e in misura
schiva, nella scuola ginnasiale, nella predicazione comune, nel confessionale,
nelle consultazioni spirituali; aveva, però, una accentuazione propria, di più
alta e profonda scaturigine, di qualità estranea alla tecnica culturale, al
sapere librario, anche quello sacro dei santi dottori e maestri di spirito; e si
rivelava d'una saggezza orante, di comunicazione interiore.
Superiori
e confratelli si dovettero lasciar convincere dai ripetuti insuccessi ad
abbandonarlo al suo isolamento e a rispettarne il segreto; alcuni ebbero
l'impressione che soffrisse di un complesso di inferiorità e ne provarono
devota commiserazione. In realtà il buon fratino non fece nessun sforzo per
evadere dal sentimento della propria incapacità; anzi ci s'ingolfava. L'unico
slancio esteriore in cui perseverò, fu quello di dare quanto gli capitava sottomano
ai poveri, quelli veramente indigenti e quelli che ne sfruttavano l'ingenua
bontà. Spesso tornava sereno e soddisfatto dalla questua con la bisaccia
vuota, perché nel giro di raccolta aveva resa concreta e reale l'immagine di
fra Galdino, del mare, cioè, che riceve acqua da tutte le parti e la torna a
distribuire a tutti i fiumi.
Anche
quei cristiani e religiosi, che hanno dimestichezza o si prendono confidenza
con il mondo dello spirito, sono portati, da una attesa istintivamente
naturale, a spiare, a cogliere, a sorprendere la presenza della grazia e dei
suoi carismi in una dinamica manifesta, in atteggiamenti, movenze, imprese,
fatti, che colpiscono la fantasia, che stupiscono, che entusiasmano, con
l'evidenza quasi sensibile dell'insolito, del prestigioso, dell'eccezionale,
dell'ineccepibile, del perfetto. Un santo ce l'immaginiamo come una persona
che trascenda, a vista d'occhio, il limite corrente della normalità.
E,
infatti, il novello Beato cappuccino va oltre ogni confine del luminoso, del
grandioso, dello stupefacente, perché s'inoltra nel buio dell'isolamento
terreno e comprime e sopprime ogni ammirazione di insorgenza umana nella cornice
di una mediocrità che snerva ogni attesa e illude ogni sorpresa a effetto.
A
questo punto cruciale di disorientamento empirico, la figura del fratino di
Berzo viene illuminata dalla grazia; ma da una grazia che scaturisce tutta e
sola dall'interno ed emana e s'effonde placida e calda e radiosa a dare risalto,
valore, significato e potenza alla sua personalità.
Anche
se il suo temperamento era quello accentuato di un timido e la sua tendenza
volontaristica lo trascinava alla remissività, alla sottomissione, a tirarsi
sempre in disparte e a rimanere in un angolo, tanto più colpisce, come un
paradosso, il fatto che l'azione divina trasformante non solo non elimini questa
inclinazione psicologica alla piccolezza e questa convinzione di parvità, ma se
ne serva magnificamente per trasformarle in esercizi di virtù eroiche e in
uno stato mistico.
Mediante
un senso acuto del peccato, e d'ogni colpa o difetto e imperfezione, e il
timore della giustizia divina, p. Innocenzo, innocentissimo nella sua vita
pavida e candida, con l'esercizio di una perpetua penitenza, interiore insieme
ed esteriore, d'una umiltà gemente, d'una solitudine, che veniva ricercata come
l'unico ambiente adatto a colui che si sentiva indegno della compagnia dei suoi
confratelli e quasi immeritevole di stare in questo mondo, di una adorazione
confusa e trepida della solenne maestà di Dio, ascende alla esperienza,
all'unione, alla esclusività dell'amore di Dio.
La
carità del Signore lo assorbì nelle sue misteriose intimità e lo lasciò
piccolo, insignificante, smarrito, sfumato nelle cose del mondo e nelle
occupazioni quotidiane.
Se
questa è la lezione che il maestro divino, Gesù, e il magistero della sua
Chiesa assegnano alla santa minorità del cappuccino di Berzo, a istruzione
degli uomini e delle anime del nostro tempo, ci rendiamo conto che essa scende
quanto mai tempestiva dalla cattedra, anzi dallo sgabello, della sua santità
piccola, silenziosa, oscura, ignara e ignorata, e riconosciamo che essa
finisce per conquiderci con un fascino blando, insinuante fino a diventare
invadente e gioioso.
Nello
sbalordimento di tante cose grandiose, stupefacenti, ama minacciose e
tremende, e anche nel tramestio generoso di tante attività benefiche, di
iniziative apostoliche, di difese appassionate della verità e della bontà, di
conquiste evangeliche, non ci pare vero, e ci è di conforto e di stimolo,
l'apprendere e il constatare che le stesse situazioni infime, le zone vitali
depresse, gli stati di inferiorità, le timidezze, gli scoramenti, gli
insuccessi, le inanità sono gagliardamente valorizzabili fino alla santità canonizzata.
Risuona
sempre vero, anzi riconfermato, comprovato e collaudato, a prova di uomini e
di secoli, il monito-norma di Gesù a Marta: « T'inquieti e ti tormenti per
troppe cose, e poche sono necessarie, anzi una sola » (Lc. X, 42): l'unione
d'amore con Dio.
1844
19 marzo: ore sei, nasce a Niardo da Pietro Scalvinoni e Francesca Poli.
1844
22 marzo: battezzato nella parrocchiale di Niardo.
1855
autunno: al collegio di Lovere per le cinque classi del ginnasio.
1860
agosto. Sostiene davanti alla commissione governativa gli esami finali
del ginnasio: è promosso con voti massimi.
1860-61
frequenta il primo corso liceale. Al collegio di Lovere?
1861
3 ottobre: riceve a Berzo la S. Cresima da mons. Verzeri. Entra nel seminario
vescovile di Brescia.
1862
6 dicembre: nel seminario di Brescia riceve la vestizione.
1862
7 dicembre: riceve la tonsura, l'ostiariato e il lettorato.
1863
27 dicembre: riceve l'esorcistato e l'accolitato.
1865
23 dicembre: riceve il suddiaconato.
1865
4 ottobre: a Niardo da don Giovanni Isonni è aggregato all'Apostolato
della preghiera.
1866
26 maggio: riceve il diaconato.
1867
2 giugno: riceve il sacerdozio ed è destinato alla parrocchia di Cevo in
Val Saviore.
1867
24 ottobre: chiude a Lovere gli esercizi spirituali.
1868
10 ottobre: chiude a Cevo gli esercizi spirituali fatti « in casa ».
1869
autunno: è chiamato vicerettore al seminario di S. Cristo in Brescia.
1869
14 dicembre: chiude in seminario gli esercizi spirituali.
1870
seconda metà di agosto: licenziato dal seminario, ritorna a Berzo dove
prima vien nominato « confessore aggiunto », poi vicario coadiutore del
parroco don Ceresetti. È incaricato della direzione delle scuole elementari
locali.
1871
7 settembre: chiude gli esercizi spirituali al convento della SS.
Annunciata di Borno. 1872 settembre:
chiude gli esercizi spirituali alla SS. Annunciata di Borno.
1873
19 settembre: ottiene dalla madre il consenso scritto di farsi
cappuccino.
1873
27 settembre: ottiene il consenso di entrare in religione dal suo vescovo mons.
Verzeri.
1874
13 aprile: lunedì dopo la domenica in Albis celebra l'ultima messa nella
parrocchiale di Berzo « ad honorem B.V. » ed entra in noviziato.
1874
16 aprile: vestizione religiosa al convento dei Cappuccini della
Annunciata e inizio dell'anno canonico.
1875
29 aprile ore 7,30: professione semplice.
1875
passa al convento di Albino in seguito alla lista delle mutazioni del
30 aprile 1875.
1876
giugno-luglio: ritorna all'Annunciata di Borno.
1878
2 maggio ore 7,30: professione solenne nelle mani del P. Felicissimo da
Qualino.
1878
10 maggio: nominato vicemaestro di noviziato.
1879
novembre: il noviziato è trasferito al convento di Lovere. Il Beato rimane
all'Annunciata senza ufficio.
1880
20 ottobre: trasferito al convento di Milano-Monforte.
1881
febbraio-marzo: mandato per supplenza al convento dei Sabbioni di Crema.
1881
1 giugno: trasferito nuovamente all'Annunciata.
1883
12 settembre: nominato precettore degli studenti all'Annunciata.
1889
autunno: riceve l'obbedienza di predicare gli esercizi spirituali ai
confratelli di Milano-Monforte, di Albino, di Bergamo e di Brescia.
1889
prima del Natale: trasportato all'infermeria del convento di Bergamo.
1890
3 marzo: ore 23 e minuti muore a Bergamo.
1890
5 marzo: sepolto nel cimitero di S. Maurizio a Bergamo.
1890
27-29 settembre: traslazione della salma a Berzo Inferiore. Collocata
nella Cappella dei sacerdoti.
1895
ottobre: traslazione della salma nella cappella a lui riservata.
1909
8 gennaio: lettera circolare del P. Isaia da Gerenzano, nominato
vicepostulatore, e inizio dei processi informativi.
1919
22 gennaio: S.S. Benedetto XV firma il decreto per la introduzione
della Causa.
1922
8 agosto: ricognizione della salma.
1943
21 marzo: decreto sull'eroicità delle virtù.
1961
25 giugno: decreto sui miracoli.
1961
12 novembre: beatificato da papa Giovanni XXIII.
1.
I suoi natali
La
patria fortunata del Beato Innocenza è Berzo Inferiore, paesetto della val
Camonica, in diocesi di Brescia. Ma il luogo dei suoi natali è Niardo, poco più
a nord, oltre Breno, perché la mamma credette opportuno ritornare in famiglia
per i delicati bisogni di quella occasione.
Niardo
è terra di Santi. È la patria di S. Costanzo e di S. Obizio, due eroi della
preghiera e della carità. Voleva forse la divina Provvidenza, che guida tutti
gli avvenimenti umani, preannunciare con ciò la futura santità del piccolo
Scalvinoni?
Il
Beato nacque il 19 marzo del 1844, primo frutto del matrimonio di Pietro
Scalvinoni, di Berzo Inferiore, con Francesca Poli. Pietro e Francesca erano
contadini, non ricchi di fortune materiali, ma adorni di quelle virtù
cristiane che costituiscono la felicità delle famiglie.
Nel
battesimo, che gli fu amministrato il ventidue dello stesso mese, il bambino
fu chiamato Giovanni.
2.
Sventura precoce
Appena
le fu possibile Francesca tornò a Berzo e riprese il suo posto di lavoro
accanto al marito. Del bambino, piuttosto gracile e delicato, aveva tutte le più
tenere cure. Niente faceva prevedere l'imminente gravissima sventura che
doveva abbattersi su la tranquilla famigliola.
Dopo
soli tre mesi dalla sua nascita il Beato resta orfano di papà. Pietro
Scalvinoni, lavoratore assiduo e instancabile, il 20 giugno è assalito da polmonite
fulminante e muore nel giro di soli due giorni, lasciando la giovane sposa
nella più grande costernazione. Nell'estrema agonia le sue ultime parole
furono una calda raccomandazione a Francesca perché avesse del bambino tutte le
cure possibili e gli desse una buona educazione.
La
donna fece suo il vivo desiderio del marito morente e non risparmiò sacrifici
per la formazione civile e cristiana dell'amatissimo Giovannino.
3.
Preludi sorprendenti
Ma
presto Francesca dovette persuadersi che, sola com'era, non poteva attendere
bene al lavoro della casa e dei campi e alla educazione del figlio e cedette,
con intima pena, alle insistenze dei parenti. Così Giovannino ritorna a Niardo
e vi rimane per tutti gli anni della sua infanzia.
Verso
la fine del marzo 1890, cioè a soli venti giorni dalla morte del Beato, i
principali cittadini di Niardo si radunavano col sindaco nella casa parrocchiale
per le prime deposizioni giurate. I singoli testimoni fecero le loro
dichiarazioni e le firmarono.
Il
documento porta il sigillo del Comune e della Parrocchia.
Un
atto così eseguito non lascia punto dubitare su la verità delle cose riferite.
Da esso chiaramente risulta che la grazia divina prevenne in Giovanni Scalvinoni
l'uso stesso della ragione e che la mamma trovò in lui la più larga
corrispondenza alla sua opera di educazione religiosa.
Senza
essere esortato o sollecitato da alcuno il bambino si fermava davanti alle
immagini della Madonna e dei Santi e con infantili colloqui e con fervidi
baci manifestava la sua devozione e la sua pietà.
Assai
spesso si sottraeva allo sguardo vigile della nonna e degli zii per correre in
chiesa. Si inginocchiava davanti al Tabernacolo, lo fissava con occhi intensi
e usciva in profondi sospiri d'amore come se, con la fede illuminata
dell'adulto, sentisse la presenza di Gesù.
4.
Nella terra dei Santi
Tra
i parenti materni colui che maggiormente influì su la piccola anima di
Giovannino è lo zio Francesco. A lui il Beato si affezionò in modo
particolare e lo tenne poi sempre in luogo di padre. Lo seguiva assai volentieri
quando usciva al pascolo sui monti e là, nelle lunghe ore di riposo, ascoltava
da lui le più belle storie dei Santi e pregava.
Giovannino
conobbe allora la vita di S. Costanzo, un antico cavaliere di Niardo,
imparentato con la famosa contessa Matilde di Canossa. Era un uomo d'armi e di
violenze, ma un giorno, ferito a morte, riflettè seriamente su la vanità delle
cose terrene e si consacrò tutto a Dio, passando il resto della vita sul monte
Conche, nella preghiera e nella carità verso i poveri.
Il
bambino però dovette essere attirato assai più dalla vita dell'altro suo santo
concittadino, S. Obizio. Obizio era figlio del più potente signore della
valle, amava lo sfarzo e le feste e non sapeva perdonare a chi si opponeva ai
suoi desideri. Come capitano dei combattenti camuni egli partecipò alla battaglia
avvenuta a Pontoglio fra bresciani e bergamaschi e per poco non vi lasciò la
vita. Sepolto sotto un cumulo di cadaveri ebbe una paurosa visione dell'inferno,
che lo convertì. Di fatti si diede subito a pellegrinare di monastero in
monastero per conoscere i segreti della preghiera e della vita religiosa e morì
a Brescia in un sottoscala del convento di S. Giulia. Gli Angeli cantarono sul
suo corpo come su la capanna di Betlemme.
Ma
zio Francesco sapeva anche la storia religiosa di Berzo e non dovette celarla
alla pia curiosità del nipote. Fu così che egli raccontò come S. Glisente era
venuto in Italia al seguito dell'imperatore Carlo Magno. Stanco dei pericoli
della vita militare il prode cavaliere un giorno abbandonò le armi e le tende
del suo signore, si comprò quel monte che da lui prese il nome e condusse lassù
una vita tutta raccolta in Dio.
Particolarmente,
di Berzo, lo zio raccontò al piccolo Giovanni la storia dell'apparizione
della Madonna alla povera Marta Damioli, una contadina tanto provata dalla
sventura, ma così buona e pia che meritò di vedere la Madre di Dio.
Il
bambino ascoltava attentissimo questi racconti meravigliosi. Lo dimostra assai
bene la sua vita, così ispirata all'esempio di questi Santi.
5.
Spuntano le ali
Quando
il Beato si trovava ancora a Niardo presso i nonni materni avvenne il fatto
che riferiamo. Come al solito egli era salito sul monte con lo zio e, giunta la
sera, dopo la cena, Francesco si stende sul saccone per dormire e invita il
nipotino a fare altrettanto. Ma Giovannino vuol dire le sue preghiere e tanto
insiste che lo zio, per non turbare la coscienza del fanciullo e per compiere
il suo dovere di buon cristiano, si dispone a pregare con lui. Le orazioni però
dovettero essere piuttosto lunghe se il buon uomo, vinto dal sonno, ricade sul
saccone e incomincia a dormire profondamente. Ma il ragazzo, per nulla sgomento,
continua. Quando, a notte già alta, lo zio si sveglia lo trova ancora in
ginocchio, con le manine giunte, tutto intento a pregare.
Quanto
tempo il nostro piccolo Santo avrà pregato in quelle notti silenziose? Lassù
egli trovava il luogo più adatto per soddisfare la sua nascente brama di
unione con Dio e per imitare l'esempio, forse appena udito, dei suoi Santi.
6.
Fanciullo singolare
Una
pietà così spiccata doveva fiorire in virtù. Mamma Francesca racconta che il
suo Giovannino era sempre occupato « in altarini, crocifissi ed altre cose
sante », era schivo dal gioco e fin d'allora era tanto mortificato di occhi da
non alzarli neppure davanti a lei.
Quando
riceveva in dono della frutta il piccolo trovava il suo gusto maggiore nel darla
ai compagni, che poi raccoglieva in qualche angolo del cortile per
infervorarli al bene e conduceva in chiesa per farli pregare.
Giovannino
era dunque un vero « modello » di bambino. Nessuno ricorda che egli abbia
dato, in tutto il tempo della sua infanzia, il ben che minimo dispiacere alla
sua mamma.
I
primi dieci anni del nostro Beato furono tutti un fiorire di piccoli e
sorprendenti atti virtuosi. Mons. Marinoni, che più tardi lo avrà discepolo
carissimo al collegio di Lovere, ci assicura dicendo: « Del piccolo Scalvinoni
ci sarebbe a dir tanto da farne un libriccino adatto per i fanciulli,
proponendolo a modello delle virtù proprie della loro età ». Avremmo,
ripetuta in lui, l'immagine di S. Luigi Gonzaga.
È
davvero un gran peccato che questo libriccino non sia mai stato scritto da
nessuno.
7.
Carattere forte e sensibile
Non
si creda però che il nostro piccolo Santo trovasse tutto facile e gustoso.
L'esercizio della virtù e la rinuncia alle più normali soddisfazioni costavano
sacrificio anche a lui, poiché egli pure, per quanto prevenuto e portato
dalla grazia divina, era un ragazzo e la natura umana si faceva sentire.
Come
vedremo più avanti, egli aveva un carattere forte e una sensibilità assai
sveglia. Avvertiva le offese e ne soffriva intimamente, sentiva i torti che
gli si facevano e, a volte, piangeva, ma non volle cedere alla tentazione di
reagire.
Fin
dalla sua primissima età il Beato si presenta come una persona seriamente
impegnata a divenir padrone dei suoi nervi e del suo cuore, fedele esecutore
della volontà materna, attento risparmiatore del suo tempo: e tutto ciò
specificamente ordinato in lui a un fine preciso e meraviglioso: raccogliersi
tutto nella preghiera che già da questo tempo lo attira con forza crescente e
irresistibile.
Hanno
perciò ragione coloro che dicono: « Giovannino non fu mai fanciullo ».
1.
Primo incontro coi libri
Si
potrebbe pensare che un'anima così raccolta dovesse trovare nella scuola più
una distrazione che un aiuto. Ma non è così. Giovannino frequentò con
esemplare diligenza le classi elementari e diede subito prova di possedere una
bella mente e uno spiccato amore allo studio.
I
testimoni che possono risalire con la memoria agli anni della sua infanzia, ci
fanno sapere che il Beato non ebbe « altro amore che per le cose di chiesa e
dello studio, che era alieno da ogni divertimento solito ai ragazzi e fin
d'allora se ne stava tutto ritirato in casa occupato nelle cose della scuola
».
Il
parroco don Giovanni Sangalli, che lo osservava attentamente, si era ormai
convinto che Giovannino non era chiamato a far la vita degli uomini comuni.
Ne parlò a mamma Francesca e decisero insieme di mandarlo al collegio di
Lovere. Nella bella cittadina a specchio del lago egli avrebbe potuto continuare
a studiare e, con l'aiuto di maestri sapienti, maturare con maggior
consapevolezza la sua nascente vocazione al sacerdozio.
2.
Il collegio di Lovere
All'ombra
dell'antica chiesa di Santa Maria, in una incantevole posizione tra i monti e il
lago, il collegio contava ormai una storia gloriosa quando, nel 1855, vi
giungeva lo Scalvinoni. Ad esso le principali famiglie della cittadina e delle
valli confluenti mandavano i loro figli, da esso uscivano le più belle intelligenze,
formate alle responsabilità della vita con profondo senso cristiano e con una
invidiabile cultura.
Era
rettore don Andrea Taccolini, una veneranda figura di sacerdote assai nota nella
diocesi per dottrina e santità. Tutto quello che percepiva dal suo ministero
e dall'insegnamento finiva regolarmente nelle mani dei poveri, senza mai
ritenersi nulla. Ne era prova eloquente la catapecchia nella quale abitava, a
due passi dal collegio.
Sotto
la sua direzione Giovannino matura la sua vocazione e fa grandi passi su la via
della perfezione. Don Andrea Taccolini rimarrà sempre un vero modello di vita
sacerdotale per il nostro Beato.
3.
Un piccolo San Luigi
Un suo compagno di collegio disse: « Quando io me lo presento ancora davanti, la sua immagine mi ricorda S. Luigi ».
Il
costante sorriso del volto, il raccoglimento profondo dello spirito,
l'inalterabilità del carattere, gli occhi umili e sereni, la generosità nel
perdono, la fedeltà delicata e pronta ad ogni norma della disciplina
collegiale, la diligenza inappuntabile nello studio e la preghiera
ferventissima lo facevano ritenere da tutti, superiori e compagni, come un «
angelo », un vero « piccolo santo ».
Era
convinzione comune che Giovannino non commettesse mai alcun peccato veniale
avvertito e che si fosse seriamente impegnato a diventar santo. Non fu mai visto
da nessuno a trasgredire una ben che minima regola dell'istituto.
Nell'obbedienza era prontissimo ed esattissimo. Al tempo destinato alle pratiche
di pietà egli aggiungeva spontaneamente tutti quei ritagli che restavano liberi
dopo lo studio e parecchie volte, eludendo l'attenzione dei compagni, correva
in chiesa anche durante la ricreazione.
Era
amico di tutti, ma intimo soltanto coi superiori e soprattutto col direttore
spirituale. A lui confidava tutti i segreti della sua anima, chiedeva consigli
opportuni per vincere se stesso e i mezzi più efficaci per progredire nella
perfezione.
La
sua purezza era illibata. Aborriva da ogni pensiero e da ogni parola che
potessero in qualche modo offuscare l'angelica virtù. Non tollerava che alla
sua presenza i compagni si permettessero allusioni o gesti sconvenienti.
Don
Domenico Bettinelli, che gli fu compagno a Lovere e che gli rimarrà fedele
amico per tutta la vita, dice che dopo aver conosciuto lo Scalvinoni non fa più
meraviglia quello che si legge nella vita di S. Luigi Gonzaga.
Mons.
Marinoni, già suo professore, nel primo anniversario della morte di p.
Innocenzo, che coincideva con il centenario della morte di S. Luigi, dettava
la seguente epigrafe: « Nel centenario di S. Luigi Iddio provvidentissimo offre
alla Cattolica Valcamonica - un imitatore fedele - delle angeliche virtù di
quel Grande - nell'umile seguace - del sublime Poverello d'Assisi - il quale
Innocenzo di nome - innocente di fatti - semplice sereno affabile sempre -
caro a tutti in vita - ammirato per incrollabil pazienza in morte - è ora
venerato qual santo - nell'ardente desiderio - che la sua tomba - sia presto
conversa in altare».
Ad
essere ammirato della condotta angelica di Giovannino era soprattutto il
rettore Taccolini. Parlando con gli alunni usava la forma confidenziale del «
tu », mentre allo Scalvinoni davi sempre del « voi ». E ciò in segno di
stima, quasi di venerazione.
4.
Virtù alla prova
In
collegio il Beato incontrò delle gravi difficoltà per l'esercizio della virtù.
Sappiamo bene infatti che il Signore manda le sue prove a tutti, particolarmente
a quelli che chiama alle più alte vette della perfezione.
Alcuni
suoi compagni, vedendolo così paziente e umile, incapace di reagire e tanto
facile al perdono, non si lasciavano sfuggire alcuna occasione per molestarlo
o per compiere contro di lui delle vere mariolerie. Lorenzo Tottoli, che lo
stimava e amava sinceramente, era uno di questi. Alla tarda età di settant'anni
egli si confessava così: « Essendo io vivacissimo e un poco folletto mi
divertivo, in ricreazione, a scherzare col compagno Scalvinoni, a saltargli
addosso, a urtarlo: quelle cose insomma che si fanno tra ragazzi un po'
sbrigliati. Ma non ci fu mai verso di vederlo spazientito o menomamente alterato,
così che gli si ripetevano gli scherzi molto volentieri ».
Quando
Francesco Priuli si accorgeva che Giovannino era scomparso dalla ricreazione,
organizzava una spedizione in chiesa, certissimo di trovarlo nascosto dietro
qualche colonna a pregare. Entravano in punta di piedi, trattenendo il respiro.
Gli si facevano attorno e lo trascinavano fuori. Volevano ad ogni costo che
giocasse con loro.
Assieme
a questi simpatici monelli ce n'erano alcuni che si prendevano il gusto di
metterlo veramente alla prova. « Un mio compagno, racconta don Bettinelli,
non cattivo, ma nemmeno delicato, mi disse un giorno mentre passeggiavamo sotto
i portici
-
Vuoi vedere che io faccio arrabbiare lo Scalvinoni?
-
No, no. Lascialo stare, gli risposi io.
Ma egli, non dandomi retta, si mise a spingere la trottola sotto i piedi dello Scalvinoni e poi lo rimproverava che gliel'avesse fermata ed esigeva che gliela ravviasse lui stesso. Il povero ragazzo gli domandò umilmente scusa e gli riavviò la trottola. Ciò per ben tre volte. L'ultima volta quel mio compagno lo colpì col frustino alle gambe, finché il povero paziente dovette allontanarsi. Allora l'altro, tutto contento, mi diceva
-
Hai visto però com'era diventato rosso? ».
5.
La squadraccia
Ma
nel collegio c'era anche una piccola squadraccia di ragazzi vendicativi e
attaccabrighe. La condotta del Beato era per loro un rimprovero continuo e
fastidioso. Non sapendo come fare ad attaccarlo, rompevano volontariamente sotto
i suoi occhi la disciplina, provocavano una sua osservazione e si dicevano
ingiustamente offesi. « Un ragazzaccio ignorante e immorale, dice un compagno
del Beato, per qualche modesta riprensione da lui avuta per tristi discorsi,
prese a odiare lo Scalvinoni e a fargliene di tutti i colori. Ricordo benissimo
come una sera gli saltò addosso e lo percosse con una ciabatta. Ma Giovanni non
faceva che ripetergli di star quieto e di tornare a letto ».
Questa
brutta azione, assicura lo stesso teste, si ripetè più volte.
Una
sera in dormitorio, dopo averlo coperto dei titoli più offensivi, quel compagno
prese tutte le ciabatte che potè e ad una ad una le scagliò contro lo
Scalvinoni. Senza pronunciar lamento il povero ragazzo sopportò la tempesta e
quando l'eroe ebbe finito, raccolse le scarpe e le riportò al letto dei
rispettivi proprietari. Non voleva che i suoi compagni, al mattino, avessero
il disturbo di andarle a cercare e che l'assistente se ne accorgesse.
Un
giorno in classe uno di questi suoi amici tentò un mezzo veramente estremo per
mettere il Beato in cattiva luce presso il professore. Mentre erano tutti
intenti alla lezione, sferra un calcio al vicino di banco e poi si alza e accusa
lo Scalvinoni. Il professore, che lo conosceva bene, gli fece i rimproveri più
salati e dichiarò di voler riferire tutto al rettore. Anche quella volta la
povera vittima, in piedi, in mezzo a tutti, come un reo convinto e confesso,
si prese la bruciante ramanzina senza dire neppure una parola a propria
discolpa.
Cosa
avrà risposto don Taccolini al professore? Per lui, come per tutti quelli che
lo conoscevano bene, era semplicemente impossibile che lo Scalvinoni potesse
compiere un gesto del genere. Per sapere chi era stato bastava pensare alla
condotta dell'accusatore.
6.
Le vendette del piccolo martire
In
questi casi, che nei primi tempi del collegio si andavano ripetendo con
frequenza opprimente, il vincitore non era certo il compagno con le ciabatte in
mano o l'ignobile calciatore. Silenzioso e paziente Giovanni non reagiva,
frenando con tutte le sue forze la violenza dell'agitazione interna. Ma doveva
sempre fare così? Non era forse una specie di accondiscendenza alle mancanze
altrui? Non era opportuno, come gli andavano ripetendo i compagni, parlarne al
direttore?
Gesù,
nei tormenti della sua passione, aveva taciuto sempre. Migliore di ogni
consiglio amichevole era l'esempio che gli dava il Signore ed egli decise di
tacere, di soffrire e di offrire tutto con amore alla Madonna.
La
natura però era umana anche in lui e qualche volta voleva il suo sfogo. Don
Andrea Panetti dice di averlo osservato diverse mattine, dopo la comunione,
prostrarsi e stare a lungo tutto in lacrime davanti all'altare della Madonna.
Non era certamente il pianto della consolazione spirituale, ma l'amarezza del
fanciullo, solo, in mezzo a compagni accaniti contro di lui senza motivo.
Pregava
per sé, perché la Vergine gli desse la forza di tacere e di sopportare con
rassegnazione virtuosa, ma pregava anche per quelli che lo facevano soffrire.
In quei momenti egli otteneva di saper perdonare e di poter ricambiare con
l'amore più generoso le offese ricevute.
L'animo
cattivo ha solitamente il privilegio della mente ottusa e Giovannino, che nello
studio era uno dei migliori, occupava il tempo libero nell'aiutare di preferenza
i suoi malevoli. Senza mai accennare al conto che gli restava da saldare per le
angherie subite, egli si chinava su l'offensore, ripeteva sottovoce le
regole della grammatica e indicava gli svarioni seminati nei quaderni.
Questa
soda virtù a poco a poco gli acquistò l'affetto e la venerazione di tutto il
collegio. « Il ricordo che io ne ho, dice un suo compagno, è di un giovane
affatto straordinario, al quale nessuno si sentiva di assomigliare, neppur
lontanamente. Onde lo circondava più che un'amicizia un senso di rispettosa
venerazione, come di cosa sacra ».
Il
premio della bontà, che si dava a fine d'anno assieme al premio scolastico,
toccava sempre a lui. Il fatto stesso che, dopo oltre cinquant'anni e su duecento
convittori, i suoi compagni di collegio ricordano con tanta ricchezza di
particolari la condotta dello Scalvinoni, obbliga a credere che egli era veramente
un alunno eccezionale.
7.
Il segreto delle sue vittorie
Neppure
a Lovere, fra tanti compagni vivaci e appassionati, il nostro Giovannino ebbe
forte inclinazione al gioco. Di solito passava il tempo della ricreazione
conversando di materie scolastiche, preferibilmente di latino e di greco, o
fischiettanto ariette innocenti con l'inseparabile Giuseppe Tovini. Quando
giocava era per compiacere al compagno, desideroso di fare una partita con lui.
«
Qualche volta, dice don Rondini, ci divertivamo assieme alla palla ed io ne
godevo un mondo nel vedere il suo maneggio quasi goffo ed il suo ridere
bambinesco e i molti sbagli che commetteva, mostrandosi del tutto inabile ».
Durante
la ricreazione lo attirava infatti qualcosa di ben più interessante delle
partite a palla. La Madonna, silenziosa e sorridente, lo attendeva nella sua
nicchia in chiesa. Lo stesso amico don Rondini ci racconta che quasi ogni giorno
lo vedeva là, tanto raccolto che sembrava rapito. E aggiunge: « Penso che il
bene che mi voleva fosse causato dal vedermi di quando in quando a pregare con
lui davanti alla Madonna ».
Don
Taccolini, conoscendo la grandissima importanza che ha questa devozione nella
vita morale e spirituale dei giovani dava al mese di Maria un rilievo
speciale. A turno impegnava i suoi alunni a vedere i punti della meditazione e
a ricordarne l'esempio. Per stimolarli alla pratica del fioretto faceva leva
anche su l'amor proprio, interrogando pubblicamente. In genere tutti
rispondevano in modo soddisfacente, ma nessuno sapeva ripetere il pensiero
della meditazione mariana col tono di convinzione e di unzione che aveva sempre
il nostro Beato. Quei pensieri infatti non si fermavano nella sua mente per un
impegno di memoria, ma scendevano al cuore e divenivano alimento di vita.
In
tal modo, con la meditazione dei suoi esempi e la preghiera fervente, fin da
questi anni la Vergine SS. diventa per il Beato la grande maestra di perfezione,
la guida sicura e il modello inimitabile. Quella imperturbabile serenità di
spirito che noi, coi suoi compagni di collegio, ammiriamo in lui, anche nelle
più umilianti prove della vita, è dono di Maria. Egli l'ottenne pregando e
piangendo al suo altare negli anni di Lovere.
8.
Gli esami di quinta ginnasio
Il
nostro Giovannino non poteva non essere un ottimo alunno. La pietà
straordinaria stimolava in lui il senso del dovere e favoriva l'applicazione della
mente.
Quando
assisteva alle lezioni o si raccoglieva su la pagina del testo le nozioni
scolastiche avevano per lui un senso chiaro e immediato, che la ferrea memoria
fissava in modo preciso e duraturo. L'intelligenza non era turbata nel suo
lavoro da alcun pensiero distraente e la volontà tenace l'aiutava a seguire
il metodo più severo, a non perdere tempo. Lo riconoscono anche i suoi
compagni. Essi lodano la mente distinta, ma mettono in rilievo la diligenza, la
disciplina, l'applicazione e dichiarano che in gran parte la sua invidiabile
resa scolastica era frutto della sua pietà.
Confrontando
le classifiche ottenute dal Beato nei cinque anni di ginnasio noi possiamo
notare un meraviglioso crescendo, che si conclude con un vero trionfo agli
esami finali. E si noti, poiché non è piccola cosa, che tali esami furono
sostenuti innanzi alla commissione regia, mandata lassù dal nuovo governo,
notoriamente impegnato a mettere in discredito gli istituti retti dagli
ecclesiastici. Le domande erano volutamente pignole e insidiose: gli alunni,
già impressionati dalla novità, dovevano cadere. Per il nostro Giovanni, così
timido e impacciato innanzi a persone estranee al suo ambiente, si prevedeva
il peggio. Invece fu un vero trionfo: i professori gli assegnarono il dieci in
tutte le materie.
9.
Il desiderio di don Taccolini
Al
rettore piangeva i cuore nel vedere ormai prossima la partenza del Beato dal
suo collegio e usò tutti i mezzi per poterlo fermare. Gli assicurò che con
l'aiuto dei colleghi gli avrebbe procurato una istruzione filosofica e teologica
pari a quella che i suoi compagni, desiderosi di raggiungere il sacerdozio,
andavano a ricevere nel seminario di Brescia. Il suo cammino verso la grande
meta non avrebbe subito dei ritardi. Restando in collegio avrebbe avuto la
sorveglianza su un gruppo di convittori, ma in compenso non avrebbe aggravato la
mamma con la retta.
Il
motivo che spinse don Taccolini a queste proposte generose era uno solo e
molto chiaro, ma, naturalmente, non lo potè manifestare all'interessato. Egli
voleva che il Beato restasse perché il collegio potesse continuare a godere il
fascino del suo esempio. La condotta dello Scalvinoni era assai più persuasiva
di qualunque predica e della vigilanza più attenta.
Riuscì
nel suo intento? Pare di sì, poiché è certo che Giovannino frequentò la
prima liceo lontano dal seminario di Brescia. Ma dopo solo un anno più nessuno
lo potè trattenere. Egli insistette e ottenne di partire: prima per Berzo, dove
passò le vacanze accanto alla mamma, e poi per Brescia.
1.
Veni, Sancte Spiritus
Tornato
a Berzo Giovannino seppe che tra non molto sarebbe giunto il vescovo per la
visita pastorale e per le cresime. Egli aveva già visto mons. Verzeri al
collegio di Lovere e quella sua intensa pietà, degna in tutto del fratello di
una Beata, gli aveva acceso il desiderio di nuovi incontri e di riascoltare le
sue parole.
Soprattutto
Giovannino si impegnò alla preghiera e alla mortificazione. Il sacramento della
fortezza, che da tanto tempo aspettava, doveva trovare in lui un'anima
preparata, disposta alla grazia della rinnovazione e della santificazione.
La
mattina del tre ottobre 1861 il Beato si trovava in chiesa, confuso tra i
centonovantaquattro cresimandi. Gli fece da padrino Gianmaria Landrini, zio
per parte di papà.
2.
Una facile profezia
Quel
giorno restò indimenticabile non solo per il nostro Beato, ma anche per mons.
Verzeri. L'incontro delle loro anime non è documentato dalla cronaca della
visita, ma rimase scolpito indelebilmente nel suo cuore di pastore.
Finite
le funzioni, il popolo era sfollato su la piazza, disperdendosi per le vie e
nelle case. La chiesa era quasi deserta. Davanti all'altare della Madonna, solo,
inginocchiato, curvo su la persona, profondamente raccolto, Giovannino
pregava. Ringraziava il Signore del sacramento ricevuto o chiedeva con insistenza
maggiore di essere un soldato di Gesù nella schiera sacra del sacerdozio?
Il
vescovo, in atto di uscire, vide il giovane in quell'atteggiamento e ne restò
grandemente ammirato. Lo osservò per alcuni istanti e, con accento di
sicurezza, disse al parroco: « Tenete conto di quel giovane, che deve riuscire
assai bene nella virtù ».
3.
Partenza per il seminario
Il
parroco don Ceresetti non aspettava altro. Aveva l'intenzione di parlare al
vescovo del suo miglior parrocchiano, ma ora che egli stesso gli offriva l'occasione,
con parole così ammirate, egli prese animo e narrò della vita esemplarissima
dello Scalvinoni, della preghiera continua, degli splendidi esami dati in agosto
a Lovere e che desiderava ardentemente di farsi sacerdote. La mamma non era
contraria, ma era tanto povera e davvero non si sapeva come avrebbe potuto
mantenere allo studio quel suo figliolo.
Il
Verzeri sorrise, compiaciuto di non essersi sbagliato, e non si turbò
all'accenno su le condizioni economiche della famiglia. A Brescia si stavano
prendendo tante belle iniziative in favore dei chierici poveri. Glielo mandasse
senz'altro e subito. La Provvidenza avrebbe pensato anche al chierico Scalvinoni,
come pensava a tanti altri.
Dopo
non molti giorni Giovannino disse di nuovo addio alla mamma e scese a Brescia,
al seminario di S. Cristo. Francesca rimase ancora sola, ma ora aveva nel
cuore una gaudiosa speranza: sarà la mamma di un sacerdote.
4.
Prime impressioni
Il
Beato giunse al vecchio convento dei padri Riformati una sera di ottobre.
L'aria del nuovo ambiente, che conserva ancora bene l'aspetto della casa
religiosa nonostante il penoso stato della fabbrica, gli fece un'ottima
impressione. Si trovava nella casa del Signore, là dove anime generose avevano
cercato e trovato il segreto delle ascensioni più ardite, dei voli più
rapidi e più alti. Il suo primo pensiero fu di mettersi in silenziosa gara
con lo spirito dei frati defunti che sentiva aleggiare fra quelle mura e di
tentare con loro, speditamente, un nuovo cammino.
5.
Sempre più in alto
A
S. Cristo il Beato camminò sereno e sicuro. I suoi contatti col direttore
spirituale furono frequenti e fecondi. Mons. Gaffuri, che lo guidò nei primi
anni di seminario, ricorda che « si presentava come un angioletto, sempre con
gli occhi bassi, e che bisognava guidarlo in tutto ».
Per
un'anima così delicata e volonterosa il direttore spirituale comprese subito
la necessità di un regolamento personale, che completasse quello del seminario.
Bisognava indicargli tutto, dargli la certezza che, in ogni momento e in ogni
azione, egli stava facendo la volontà di Dio.
Nasce
così il suo primo « orario della giornata ». Da questi primi scritti,
luminosi come la sua anima, ci è possibile conoscere il suo metodo di lavoro
interiore e di precisare con sicurezza le mete alle quali intendeva giungere.
Alla santa preoccupazione perché il giglio della sua purezza verginale si conservasse
intatto egli unisce un'ansia sempre maggiore per la più intima unione con
Dio. Ogni momento ha il suo pensiero spirituale da coltivare, ogni azione ha
la sua intenzione precisa. Occupato com'era con la mente e con l'anima, il
nemico non poteva prenderlo di sorpresa.
Questo
metodo con gli anni si trasformò in sostanza di vita: egli non sarà mai
turbato da angustie per la purezza, bensì dal timore di aver cessata o diminuita
la sua unione col Signore.
6.
Premio in matematica
Il
Beato si trovò bene a scuola soltanto con la teologia. Finalmente anche la
materia dei programmi gli dava cibo e vita e lo spingeva a spaziare, secondo il
suo desiderio, nell'assoluto e nel divino.
Anche
per la sua resa scolastica in seminario i compagni riconoscono le capacità
dell'intelligenza, ma parlano con ammirazione della diligenza, dell'applicazione
intensa e costante. Il tempo dello studio era per lui sacro come il tempo della
preghiera.
In
classe però non era sempre fortunato. Timido com'era e un po' balbuziente non
riusciva a rendere con immediatezza e colore l'idea che aveva in mente,
s'impacciava, arrossiva. Tutti però comprendevano che aveva studiato, che
sapeva: lo si vedeva quando riusciva a calmare l'agitazione.
Il
professore di matematica un anno lo giudicò degno di premio, a pari merito,
col chierico Giuseppe Sinistri, più tardi notissimo predicatore e canonico
della cattedrale. La scelta del premiando avvenne per sorteggio, che favorì il
Beato. Tutto confuso e riputandosi indegno egli pregò il compagno a ricevere
per sé il premio e a tenere segreto l'accaduto. Il Sinistri accettò e tacque.
Per molto tempo nessun chierico seppe di questo atto virtuoso, che noi pure
ignorammo se il Sinistri stesso, per senso di doverosa riconoscenza, non ne
avesse parlato.
7.
Umile e rispettoso
Dei
suoi professori era rispettosissimo e non tollerava critiche. Si era a lezione
di diritto canonico e, secondo il parere di don Bianchi, il professore era
caduto in una inesattezza. « Oh adesso, esclama l'amico, l'ha detta grossa
anche Giupponi ». « Il chierico Scalvinoni mi fece tosto un rimprovero,
contro il suo solito. Ma dunque, risposi io, s'ha da giurare in verba magistri?
Sì, disse don Giovanni, piuttosto che peccare di temerità ».
Quando
i compagni, nelle dispute che si accendevano tra loro durante la ricreazione,
lo pressavano di domande perché dicesse il suo parere, egli esponeva
l'insegnamento udito in scuola, dichiarando « Il professore ha detto così ».
Il
suo profitto nello studio è eloquentemente affermato dai registri scolastici.
Nei due anni di liceo egli prese l'optime, ossia il dieci, in tutte le materie,
durante i quattro corsi di teologia il voto più basso è un otto. Se si pensa
che tra i suoi professori ve ne furono alcuni di valore non comune, come Bonomelli,
queste classifiche acquistano il significato di un elogio distinto.
8.
« Il nostro Santo »
Per
dire della esemplarissima condotta del chierico Scalvinoni ci bastino le
deposizioni di due vescovi, uno suo compagno di studio in teologia e l'altro
professore di dommatica. Dice mons. Giacinto Gaggia: « Tra i chierici era
considerato il più pio e veramente tale si addimostrava con la sua devozione
in chiesa, col suo conversare, con la diligenza nell'osservanza di tutte le più
minute regole, che mai trasgrediva, sebbene alcuni chierici, tra i quali qualche
volta anch'io, si divertissero a metterlo alla prova ». Traducendo nello
scherzo spontaneo la loro profonda ammirazione i compagni, incontrandolo,
chinavano il capo dicendo: Valde honorandus est beattis Joannes Scalvinoni.
Mons.
Bonomelli aggiunge che i chierici « lo chiamavano il nostro Santo ». « Per
l'obbedienza, la modestia, la pazienza, la diligenza, l'umiltà, per quel certo
candore che traluceva da tutte le sue parole ed azioni, il chierico Scalvinoni
si conciliava gli animi di tutti i suoi compagni. Dirò meglio che imponeva
un certo rispetto e riverenza. I1 solo vederlo é edificava, benché facesse
ogni cosa con tutta semplicità e fosse estremamente schivo d'ogni singolarità
».
9.
« Buona notte, Scalvinoni! »
Anche
in seminario il Beato era la mira preferita degli scherzi dei compagni. La sua
virtù era per tutti motivo di stima incondizionata, ma anche una forte
tentazione di metterla alla prova.
Egli
era osservantissimo di ogni regola, ma ce n'erano alcune che amava sopra
tutte. Tra queste quella del silenzio. La sera, come la campanella metteva
fine alla ricreazione, il Beato si chiudeva in se stesso pensando alla
comunione dell'indomani. Quel tempo era sacro per lui e non era facile indurlo a
pronunciare anche una minima parola. Giunto al dormitorio si spogliava tra i
primi e si metteva sotto le coperte, pregando.
Ma
i suoi compagni gli si facevano attorno, si curvavano su di lui. « Buona
notte, Scalvinoni ». Giovanni chiude gli occhi, non guarda nessuno, resta
immobile e silenzioso come un morto. « Buona notte! Rispondi. Non ci muoviamo
di qui se non ci dai la buona notte ». Intanto il numero cresceva e quando
gli allegroni erano in sette od otto lo minacciavano di scomporgli il letto o
di tirarglielo in mezzo alla corsia.
Il
povero paziente era obbligato a rispondere.
Apriva
gli occhi e con un fil di voce dava la buona notte. Gli amici, soddisfatti,
ridevano e s'allontanavano verso i loro letti.
Altre
volte però questi bei tipi non erano così accomodanti. Una sera, visto che
l'assistente non c'era, eccoli tutti attorno al letto dello Scalvinoni. Forse
volevano ancora soltanto la buona notte, ma si sa come avviene in certi casi:
un'idea tira l'altra e nell'euforia del momento non si riflette: si fa. I
nostri amici agguantano il materasso e lo sollevano, poi lo lasciano cadere e
gli buttano addosso tutti i guanciali e i pagliericci che possono trovare.
Sotto quel cumulo di robe il povero Giovanni attese con pazienza che le
operazioni avessero termine: poi, lentamente, senza far rumore, si sbrogliò
ed uscì per rimettere tutto a posto e riposare in pace. I compagni, dalle
brande vicine, sbirciavano e ridevano.
10.
Su le orme del Curato d'Ars
Anche
in seminario, assai più che in collegio, il Beato non amava il gioco rumoroso.
Preferiva camminare conversando o ripetendo le lezioni a qualche compagno. Ma
assai presto egli ebbe un incarico desideratissimo e che gli diede modo di
sottrarsi legittimamente alla ricreazione: fu nominato sagrista accanto
all'amico don Bianchi.
L'altare
era per lui un'irresistibile calamita: in cappella e in sagrestia trovava sempre
da fare. « Prendeva occasione, ci racconta il suo caposagrista, dall'uffficio
che aveva per stare in chiesa più che poteva, cosa che a me tornava comoda e
insieme di rimprovero, perché trovavo fatte bene e con anticipo le cose che
dovevo fare io. Più volte lo sorpresi prostrato avanti all'altare o con lo
strofinaccio in mano o con le braccia aperte. Dicendogli io se voleva
diventare un altro Curato d'Ars, arrossendo rispondeva: « Magari, magari ».
Fin
da quegli anni egli era devotissimo del S. Cuore di Gesù. Lungo la giornata,
in ricreazione, nello studio e alle lezioni il Beato si metteva con frequenza
la mano sul petto e la premeva leggermente. Portava sul cuore l'immagine del
Cuore di Gesù. Parlava con Lui, abbandonandosi dolcemente al divino richiamo.
Il
suo caposagrista, che ebbe modo di conoscerlo assai meglio dei suoi compagni, ci
assicura che « da tutto il suo contegno, specialmente dalla modestia degli
sguardi, recandosi a passeggio, e dall'esatta osservanza della disciplina, per
amor della quale cessava subito di scrivere se la campanella chiamava altrove
» egli si era fatta la convinzione che lo Scalvinoni aveva una coscienza
sommamente delicata e che non commetteva mai alcun difetto volontario.
11.
Membro della « Pia Unione »
Appena iniziò i corsi di teologia il Beato Innocenzo chiese ed ottenne di far parte della Pia Unione. Era questa una segreta associazione sorta anni addietro fra i chierici di teologia che, sotto la guida del direttore spirituale, si proponevano di tendere con serietà alla perfezione sacerdotale e di influire beneficamente con la loro condotta su la massa dei chierici. Nel 1859 era stata approvata dallo stesso vescovo mons. Verzeri, il quale se ne compiacque tanto che volle scriverne il regolamento: un vero gioiello di ascetica.
Con
esso il Beato si confermava nella bontà del suo cammino spirituale, ritrovava,
autorizzate dalla sapienza e dalla santità del suo vescovo, le sue vie, quelle
su le quali, con intuito fortunato, l'avevano messo i suoi direttori fin dal
tempo del collegio. Quel regolamento diverrà per lui una norma sicura: orienterà
la scelta delle sue letture ascetiche, accentuerà le sue devozioni alla
Vergine, al S. Cuore, alla Eucarestia, lo impegnerà a penetrare sempre più
dentro se stesso per intensificare il suo colloquio con Dio.
Non
è esagerato dire che il vantaggio avuto dal Beato da queste norme di ascetica
sacerdotale è incalcolabile. La loro azione si innestava direttamente nelle
sue tendenze più caratteristiche e favoriva l'opera della grazia.
12.
Intenso lavorìo interiore
L'undici
dicembre 1865 don Giovanni concludeva gli esercizi spirituali. Dopo aver notato
che ha fatto regolarmente la confessione annuale, fissa i consigli avuti: «
Ripetere spesso la giaculatoria: Ne permittas me, Domine, separari a te. Al
principio di ogni azione e di qualunque difficoltà ripetere: Per voi, Signore
».
Questo
spirito di unione, nel quale il Beato attuava la trasfigurazione della sua
vita, andrà sempre più affermandosi, nonostante la resistenza della natura e
il crescere delle occupazioni. L'anno dopo, gli esercizi si concludono con un
programma identico « Esatta obbedienza, pensando che così sono sicuro di fare
la volontà di Dio. Doce me, Domine, facere voluntatenz tuam ».
L'unione
col Signore, attuata col cuore amante e con la volontà dell'obbedienza
assoluta, nell'abnegazione di sé e nel desiderio della purificazione suprema,
è ormai divenuta la meta unica del suo spirito. Per tutta la vita il Beato
non farà altro che salire per questa via, luminosa e trasfiguratrice, fino
alla consumazione della santità.
1.
Un'anima che trema
«
Se vale il mio giudizio, afferma mons. Gaggia, riferendosi agli anni dei corsi
teologici, egli era segnalato in tutte le virtù teologali e cardinali, perché
mi pare impossibile di poter combinare tanta attenzione e diligenza a tutte le
sue obbligazioni e regole, tanta divozione in chiesa e tanta uguaglianza di
carattere in tutti gli incontri senza una grande signoria di se stesso e una
grande umiltà ».
Chi
adunque più preparato di lui alla grazia del sacerdozio? Eppure egli trepidava.
Aveva raggiunto il dominio di se stesso, ma poteva sperare di continuare per
tutta la vita a governarsi in quella maniera? La conoscenza esatta dei suoi
limiti umani gli accresceva la grandezza degli impegni ai quali si obbligava
accettando l'ordine sacro. La sublimità dei poteri sacerdotali, considerati
nella controluce della sua indegnità, lo spaventò e decise di non andare
alla sacra ordinazione.
2.
È volontà di Dio
Il
direttore spirituale aveva avvertito da tempo la tempesta che stava per
scatenarsi nell'anima del suo discepolo e perciò lo andava impegnando alla più
viva conformità ai voleri di Dio e dei superiori. Questo d'altronde era nel
programma di don Giovanni, tutto inteso alla più severa spogliazione interiore.
Ma
nel suo spirito l'agitazione andava visibilmente crescendo quanto più si
avvicinava la data dell'ordinazione. Ed eccolo un giorno nello studio del direttore
spirituale, deciso di tornare a Berzo.
Don
Isonni non sapeva davvero come cavarsela. Toccò dapprima il tasto del
sentimento: cosa avrebbe detto la mamma che aveva tanto atteso e pregato per
quell'ora di consolazione? Cosa avrebbe pensato la gente e il parroco, che già
stava preparando la festa al paese? Ma subito dovette riconoscere che queste
ragioni di opportunità non facevano breccia nell'anima di don Giovanni,
incapace ormai di valutare le cose fuori della luce divina. Allora, come ispirato
dal Signore, disse con forza e con sicurezza
«
Ve lo dico io: è volontà di Dio che andiate all'ordinazione ». Il Beato lo
guardò fissamente, poi chinò la testa e disse: « Obbedirò al Signore ». E
corse in cappella a pregare e a piangere.
A
spiegare questa sua renitenza valga il fatto seguente, che dice la sua grande
delicatezza di coscienza. «Recitando insieme le ore canoniche, quando fummo
in sacris, era edificante il suo esempio nel ben articolare le parole, sicché
quando i compagni avevano già terminato Nona, noi due terminavamo Terza. E
se io volevo un pochino affrettarmi, subito mi correggeva dicendo: Caro Bianchi,
la pausa agli asterischi è prescritta dalla santa Chiesa, nostra maestra
regina e madre ».
3.
Due giugno 1867
La
mattina del due giugno, uscendo dai santi esercizi, l'anima del Beato era
fiduciosa e pronta al supremo appello di Dio. Mai grazia così grande era
stata concessa al suo spirito né mai obblighi più impegnativi erano stati da
lui assunti. Il grandissimo dono doveva trasfigurarne la vita così come la sublimava
nella sacra potestà.
Profondamente
raccolto, bianco nel camice nuovo, a mani giunte egli procedeva coi compagni
tra due folte ali di popolo. C'era la mamma? La povera donna non dovette mancare
quel giorno a Brescia. Chi può dire la sua gioia? Il suo Giovannino, suo figlio;
l'unico, andava all'altare per essere tutto del Signore in una maniera solenne e
arcana. Mai come allora mamma Francesca avvertì lo scopo della sua vita e del
suo dolore, la privazione e la sublimazione della sua maternità.
Il
vescovo impose le mani sul capo degli ordinandi e invocò lo Spirito Santo. Poi
pregò dicendo: « Rinnova nel loro cuore, o Signore, lo spirito di santità.
Siano prudenti collaboratori del nostro ministero, risplenda in essi ogni forma
di santità, affinché rendano buon conto della missione loro affidata ». Don
Giovanni era sacerdote, possedeva ormai l'autorità di consacrare il Corpo di
Cristo e il programma più preciso e più alto della sua vita futura.
Prima
di lasciar l'altare il vescovo stese nuovamente le mani su di lui e gli conferì
il potere di assolvere i peccati. Per questo cumulo di beni divini il vescovo
gli chiedeva: « Prometti a me e ai miei successori rispetto e obbedienza? »
Don Giovanni rispose con trasporto: « Prometto ».
Confusa
tra la folla mamma Francesca osservava ogni atto, notava ogni movimento. Ormai
suo figlio era sacerdote. Il segreto sogno lontano, la preghiera tante volte
detta al Signore era esaudita: era mamma di un sacerdote. Don Giovanni stava
per scendere dall'altare: le mani congiunte, il volto raggiante di felicità.
Francesca l'attese e l'abbracciò, nascondendo il volto tra le mani consacrate
del figlio e chiese la sua prima benedizione.
4.
Il discorso di Sua Eccellenza
A
ricordo della sua ordinazione sacerdotale il Beato scrive nel diario delle
espressioni molto significative per chi vuole conoscere gli indirizzi del suo
spirito. Eccole
«
Ricordo lasciatoci dal Vescovo nel giorno due giugno 1867: spirito di sacrificio
e di rinnegazione, non facendo nulla per piacere ad altri o per accontentare
se stessi. Questo solo ci varrà ad acquistare tutte le virtù sacerdotali ».
Mentre
lo chiama all'altare e lo consacra sacerdote il vescovo, in nome di Dio, gli
dice di continuare con alacrità e costanza nella via della spogliazione
intrapresa. Giunto al termine egli si troverà veramente vestito della luce di
Cristo e trasfigurato nella santità. Chi non vede, in questo riassunto, le più
alte conquiste spirituali realizzate dal Beato? I santi non dicono per dire e
non tracciano ardui programmi per momentanee compiacenze. Queste parole
saranno per il Beato un perenne termine di confronto fra la meta prefissa e la
realizzazione attuata e uno stimolo pungente alla perfezione.
A
confermarsi in questa rinnovata volontà di annientamento e di elevazione
annotava nel diario « Chi non cerca la croce di Cristo neanche cerca la gloria
sua ». « Non ti dar a credere che il piacere a Dio consista in far molto, ma
quello che fai, fallo con pura e retta volontà, senza proprietà e rispetti
umani ». « La purità di intenzione è un piccolo raggio di paradiso, dove
Dio è il tutto ».
Sotto
questo raggio divino, ora soprattutto che è sacerdote, il Beato vuol condurre
la sua vita, perché vuol dare a Dio padronanza totale di se stesso e perdersi
nella sua volontà.
5.
Riorganizzazione della giornata
Chi
può dire i sentimenti del suo cuore alla celebrazione della sua prima Messa?
Noi non ne sappiamo nulla. Di tutto il tumulto interiore non resta che
l'espressione della piccola Marta Bersi, una vicina di casa: « Lo vidi con
gli occhi bassi »: quasi chiusi, calati su l'anima a nascondere il mistero di
Dio.
Finiti
gli studi, don Giovanni si trovava libero da precisi obblighi di orario. Dopo le
necessarie visite ai parenti di Niardo egli si raccoglie in se stesso ed esamina
con calma la sua nuova condizione di vita. Pone davanti a sé il nuovo
regolamento spirituale, esemplato su gli orari giornalieri del seminario ed
approvato dal direttore, e alle norme già fitte vorrebbe aggiungerne altre. Ma
frena il fervore di quei giorni col ricordo del saggio ammonimento di S. Alfonso:
« Io esigo poche cose, ma costanti ».
Anche
il nuovo orario considera unicamente le attività dello spirito. Egli traccia
una fittissima sequenza di pratiche di pietà che lo vincolano in ogni momento
della giornata. Domina la devozione eucaristica, la devozione alla Madonna, la
pratica della meditazione, l'attenzione alle diverse opere del ministero,
soprattutto l'assistenza religiosa agli ammalati. Ogni giorno della settimana
ha una sua finalità specifica, ogni mese un giorno intero di ritiro, ogni
anno le sue novene e gli esercizi spirituali.
La
sua spiritualità si va staccando dalle forme proprie della giovinezza e
orientando verso punti essenziali, dommatici e liturgici, così che possiamo
affermare che con l'ordinazione sacerdotale la sua pietà si inquadra e matura:
a tutto vantaggio della resa interiore e dell'apostolato.
6.
La destinazione a Cevo
Secondo
il costume d'allora i neosacerdoti non dovevano attendere molto la loro
destinazione. Dopo la ordinazione il vescovo pronunciava un nome, il giovane
sacerdote baciava l'anello e partiva per il suo campo di lavoro. Il Beato, che
celebra a Berzo il giorno quattro, canta la sua prima Messa a Cevo « per sé e
i suoi cari » la domenica nove giugno: appena il tempo necessario per
accontentare la popolazione di Berzo e per inserire, nell'itinerario verso
Cevo, una sosta a Niardo.
Lassù
lo attendeva un santo sacerdote. Non sappiamo come e per quali vie don Codenotti
era riuscito a ottenere dalla curia che gli fosse mandato coadiutore il Beato.
Quasi certamente non fu tanto la sua richiesta quanto la sua personalità
sacerdotale. Mons. Verzeri sapeva infatti che don Giovanni non doveva essere
dato in mano al primo richiedente: ci voleva per lui un uomo preparato, per
scienza ed esperienza, a guidarlo nelle vie di Dio. Don Codenotti era l'uomo
adatto e l'ottenne.
Le
due anime si incontrarono e si capirono immediatamente e divennero stimolo
l'una all'altra nella corsa verso la santità. Dividevano il loro tempo fra la
preghiera e lo studio, a volte si fermavano in chiesa a pregare fino a
mezzanotte, dimenticando anche la cena.
7.
Lettera al suo primo parroco
«
Mi immagino che ella in tutti questi giorni avrà aspettato qualche mia
risposta, ma solo iersera avendo avuto risposta certa, non ho potuto scriverle
prima di oggi. I miei Superiori, conforme il suo volere, mi hanno destinato a
suo coadiutore ed io, massime a quello che me ne dicono i miei compagni, ne sono
assai contento, nella ferma fiducia di trovare in Lei continuata quella buona
direzione ed incitamento che ora sta per mancarmi e che è pur tanto necessaria
nei primi anni.
Ma
un altro pensiero funesta non poco questa mia contentezza e giacché ella mi fu
destinato da Dio a mio padre spirituale e direttore, così non mi pare di
doverle celare nulla su lo stato dell'anima mia. Questo pensiero si è che io
non potrò corrispondere che assai imperfettamente alla sua giusta aspettazione
e alle sollecitudini soverchie che ella ha avute per me. E ciò per più
ragioni: primo per la grande debolezza del mio carattere, mezzo malaticcio,
poi per una soverchia timidezza, infine anche per una certa tendenza
all'avarizia. Questi sono i difetti forse meno colpevoli, ma che io stesso non
posso occultare a me stesso; gli altri li conoscerà quando avrà ad usare
della sua carità e del suo zelo verso di me. Del che fin d'ora La... ».
C'è
solo da esser dolenti che tutte le sue lettere su la direzione spirituale di cui
abbisognava siano andate perdute. Esse ci direbbero chiaramente che cosa il
Beato pensava di se stesso e sarebbero il più splendido elogio della sua
profondissima umiltà.
Questo
giudizio autodemolitore del Beata rispondeva immediata la gioia esultante del
suo parroco, il quale, fin dai primi mesi, diceva a tutti: « Il Signore mi ha
benedetto mandandomi questo coadiutore ! ».
1.
« Il nostro San Giovannino »
A
Cevo il Beato non rimase nemmeno due anni interi, eppure il ricordo che vi lasciò
è ancora vivo e non si usa nominarlo che così: « Il nostro San Giovannino
». A lui la popolazione ricorre con piena fiducia nei suoi bisogni e ogni
anno scende in massa a Berzo per venerarne la tomba.
Ma
non fu soltanto la gente semplice, facile all'entusiasmo, ad esaltare le sue
virtù sacerdotali. Tutti i parroci delle vicinanze elevarono nei processi
canonici un vero coro di lodi e di ammirazione. Questa dei sacerdoti è
certamente la testimonianza più valida, poiché è assai difficile passare per
santo fra persone che di santità si intendono bene.
Le
ragioni che tutti apportano per dichiarare la virtù di don Giovanni sono molte
e diverse: carità eroica in ogni tempo e con tutti, zelo ardente e infaticabile
nel ministero sacerdotale, assiduità al confessionale e al letto degli
infermi, predicatore ammirato e ascoltato. Per sé il Beato non aveva che un
concetto bassissimo e una volontà disposta a qualunque obbedienza.
2.
« Anche oggi una delle tue »
L'unica
voce discordante - pare impossibile! - era proprio quella di mamma Francesca, la
quale non condivideva del tutto la sua generosità verso i bisognosi che
battevano ogni giorno alla porta di casa.
La
buona donna, osservando che le entrate erano assai ridotte, si preoccupava. Non
era contraria alla carità coi poveri, poiché fin da piccola era stata abituata
in famiglia ad esser generosa, ma non voleva neppure trovarsi nei debiti. E don
Giovanni ogni giorno gliene combinava una.
Una
volta aveva messo nella pentola una gallina. Doveva bastare per diversi pranzi a
don Giovanni, a lei e alla sorella. Era uscita un momento per le spese e
appena tornata, col forchettone, si avvicina al camino: gira, fruga e...
allibisce. Non c'era più.
«
Don Giovanni, dove è la gallina? ».
Don
Giovanni sorride: « Non c'è più? sarà
andata in brodo! »
«
Ma anche l'osso è andato in brodo? Possibile? A chi l'hai data? ».
«
Scusami, mamma. È venuto un povero che mi ha fatto tanta compassione e io non
ho potuto resistere. Gliel'ho data. Noi ci potremo accontentare della zuppa ».
Queste
notizie uscivano subito di casa e facevano il giro del paese, suscitando ovunque
ilarità e ammirazione.
3.
La preghiera del Serafino
Nel
tardo ottobre di quell'anno - 1867 - il Beato fece gli esercizi spirituali a
Lovere. E annotò nel diario: « Bisogno riconosciuto: raccoglimento spirituale,
facendo tutto con spirito di fede ». Egli dunque non è contento della sua
vita interiore e. specialmente della preghiera, anche se, con stupore di tutti,
passa in chiesa delle giornate intere.
Come
pregava don Giovanni? Sarebbe difficile per noi entrare nell'intimo del suo
colloquio con Dio, ma ora è il Beato stesso che ci aiuta. Scrive nel diario:
« La maggior necessità che noi abbiamo è il tacere davanti a questo nostro
gran Dio, così con l'appetito come con la lingua, la cui parola e quella che
Egli ascolta volentieri è parola silenziosa d'amore ».
Davanti
al Crocifisso o al Tabernacolo, rapito nella contemplazione del supremo
mistero di dolore e di amore divino, senza parole, senza moto dell'anima, egli
non avvertiva più il tempo. Era una preghiera fatta di estasi e di
smarrimenti, che, come quella di tutti i Santi, si cela alle nostre curiosità.
Il
Beato però non pregava soltanto quando si metteva di proposito all'orazione.
La sua giornata era tutta un tessuto di aspirazioni dolcissime e fervide, un
interminabile discorrere del suo cuore col Signore e con la Madonna. Per ogni
azione aveva una preghiera. « Signore, ti offro quest'opera per mezzo
dell'unico tuo Figlio, in virtù dello Spirito Santo, a lode della tua eterna
Maestà ».
Quante
volte al giorno avrà fatto la comunione spirituale? Quante volte avrà invocata
la Madonna con la breve ed intensa preghiera che, più tardi, compare su tutti
i suoi fogli: « O Maria, sis mihi propitia »?
Egli
non sapeva ormai più staccarsi dal pensiero di Dio e del cielo. Attirato
lontano dagli uomini, sempre immerso nelle cose celesti, il suo spirito non
toccava terra neppure quando, visitato dai parroci vicini, dava loro un
bicchiere di rinfresco. E come poteva avvertire che versava dell'olio anziché
del vino bianco?
4.
Ministro di misericordia
Queste
astrattezze del Beato non dispiacevano, anzi confermavano il visitatore di
quanto si diceva sul suo spirito di orazione e lo determinavano molte volte a
chiedergli la direzione spirituale.
Da
prima furono gli antichi compagni di collegio e di seminario, poi ad uno ad uno
quasi tutti i sacerdoti delle vicine parrocchie si confessavano da lui e
chiedevano consigli per la loro vita sacerdotale.
Dal
suo confessionale tutti scendevano con una visione nuova del peccato e della
grazia divina. Non aveva mai né un gesto né una parola di sorpresa per quanto
gli veniva confidato, ma l'intima sua sofferenza, spesso anche le lacrime
abbondanti, l'esortazione fervidissima al pentimento e al proposito mostravano
all'anima che cosa è per un santo l'offesa di Dio. Era impossibile continuare
nel male dopo che ci si era confessati da lui.
Perciò
il suo confessionale era frequentatissimo. Persino sua mamma se lo prese come
confessore. La gente però andava da lui non soltanto per la sua santità. Un
confessore santo è certamente un raro dono del Signore, ma sono proprio i
santi – e don Giovanni lo sapeva da S. Teresa - che raccomandano di
scegliersi dei confessori dotti. Il Beato conosceva benissimo la teologia morale
e le segrete vie dello spirito. Studiava assiduamente su autori che fanno
massima autorità ancora oggi e non era proprio raro il caso di vederlo con la
Somma di San Tommaso o la Santa Scrittura davanti al SS. Sacramento.
Nonostante
ciò, anche per lui il confessionale era un peso e una responsabilità. Lo dice
egli stesso nel diario, riportando una espressione di S. Francesco di Sales: «
Come sono martiri quelli che confessano Dio davanti agli uomini, altrettanto
si possono dire martiri quelli che confessano gli uomini davanti a Dio ».
5.
Predicatore ammirato
Con
questa non piccola cultura teologica e scritturistica e la vasta conoscenza
della vita dei Santi egli doveva essere un predicatore interessante. Di questi
anni di Cevo ci è giunta l'eco di una sua predica su la Madonna, argomento
carissimo al suo cuore. Ecco come ne parla don Giovanni Rondini, curato
nella vicina frazione di Andrista, che lo ascoltò. « Come competenza nella
predicazione dirò soltanto questo: che io in cinquantatre anni di sacerdozio,
neppure dai più valenti predicatori, udii una predica tanto efficace come
quella che udii dal labbro dello Scalvinoni nella chiesa di Cevo intorno alla
devozione alla Madonna. Parlò del dovere e dei motivi di amare Maria e di
mettere in Lei la nostra illimitata confidenza con tal copia di dottrina e con
tale unzione di amore da spezzare i cuori più freddi e induriti. Tutti si
dovette riconoscere che il predicatore era un vero santo ».
Il
Beato conosceva assai bene gli insegnamenti dei Santi su la predicazione sacra.
Per fare frutto nelle anime bisogna anzitutto mirare alla gloria di Dio e alla
salute spirituale del prossimo, prepararsi con serietà nello studio e nella
preghiera. L'uomo non è nulla e tale deve considerarsi, poiché quello che si
vuole ottenere con la predica è soltanto opera di Dio. Il predicatore metta
tutte le sue parole nel costato di Gesù Cristo « affinché intinte in quel
preziosissimo Sangue servano di strumento allo Spirito Santo per rompere i
cuori più duri».
Con
questi sentimenti e con questi propositi il Beato non poteva pronunciare parole
vane sul pulpito. Esse, totalmente saturate della sua stessa sostanza
interiore, uscivano ardenti e colpivano l'uditorio, che lo seguiva con
attenzione e smarrimento, commosso e lacrimante.
6.
Angelo di consolazione
Troviamo
scritto nel suo diario: « Bisogna considerare il nostro prossimo come
coricato nel grembo del Salvatore. Chi sarà colui che non lo ami considerandolo
come sommamente amato da Dio? ».
Dobbiamo
riconoscere che don Giovanni non sapeva vedere i suoi prossimi in diverso
modo, perché egli non riusciva a tenersi niente quando vedeva una loro necessità.
Alcuni, osservando che il Beato credeva a tutte le miserie che gli
raccontavano gli accattoni per impietosirlo, lo dicevano « minchione », ma
il suo gesto generoso, anche se si prestava, come avvenne a S. Francesco, a
delle indegne speculazioni, era sempre purissimo. Egli non poteva veder nei richiedenti
altro volto che quello di Gesù.
Soprattutto
egli era tenero e generoso con gli infermi e gli ammalati. Don Giovanni li
andava a visitare tutti e con grande frequenza. Accanto al loro letto passava
anche le notti intere. A poco a poco l'ammalato giungeva a respirare nella fede
più luminosa e non era raro il caso che desiderasse morire presto per andare
a vedere le meraviglie che il Beato descriveva con tanta evidenza e sicurezza.
In
questo modo don Giovanni ricollocava in punto di morte fra le braccio di Dio
quel suo prossimo che in grembo a Dio aveva sempre visto e considerato.
7.
Un colpo di folgore
Così
dedito al suo ministero e tanto assorbito in Dio don Giovanni non si sarebbe mai
sognato che qualcuno in diocesi stava pensando a lui. Don Bertazzoli, rettore
del seminario, aveva fatto lo stesso ragionamento di don Taccolini: la virtù
del santo sacerdote avrebbe fatto scuola a tutti i chierici. Ne parlò al
vescovo e don Giovanni fu vicerettore.
La
lettera di nomina giunse a Cevo come un colpo di folgore. Non solo la
popolazione e il parroco, ma anche il Beato ne restò costernato. Egli aborriva
da tutto ciò che in qualche modo lo metteva in vista. Col foglio in mano si recò
dal suo parroco, da colui che poteva e doveva essere il suo intercessore.
Don
Codenotti vagliò tutte le possibilità che si presentavano, ma non ne accettò
neppure una. Uomo di Dio vedeva in quella disposizione la volontà del cielo. E
disse al suo coadiutore: « Don Giovanni, obbedisca. Questa è volontà di Dio
».
Non
c'era proprio niente da fare. Prostrato davanti al Tabernacolo, come Gesù
nell'orto del Getsemani, il Beato pregò e scongiurò il Signore che allontanasse
da lui quella croce, tanto carica di responsabilità, ma non disse una parola
né fece un gesto per sottrarsi all'obbedienza.
La
volontà di Dio! Non era forse la meta suprema di tutto il suo impegno
spirituale? Più tardi, leggendo nel diario della sua Santa Maestra, Margherita
Maria Alacoque, egli scriverà queste parole: « Il mio Maestro mi ingeriva
tanto timore di fare la mia volontà che fin d'allora conobbi che tutto quanto
potessi fare non gli sarebbe gradito se fatto non fosse per amore ed
obbedienza ».
Mentre
disponevano le loro cose sul carro di un buon contadino, decisero che mamma e
zia si fermassero a Berzo. Egli sarebbe sceso a Brescia solo. Con sé portò
soltanto il desiderio di seppellirsi nella volontà dei superiori e di
pregare, ma il pensiero di dover comandare a qualcuno lo terrorizzava.
8.
Vicerettore a San Cristo
Gli
esercizi spirituali, tenuti in seminario all'apertura dell'anno scolastico,
riuscirono ad acquetarlo un poco. La nota che stende è rivelatrice dell'immenso
sforzo che dovette compiere per superarsi ed accettare la volontà dei
superiori. « Mettermi alla presenza di Dio al principio di ogni azione.
Giaculatoria: Providebam Dominum in conspectu meo semper »
La
presenza di Dio lo sosteneva e lo santificava. La sua anima, pur nello sconcerto
della nuova vita, non defletteva dalle iniziative di un tempo: penetrare
sempre più addentro nelle vie del Signore per giungere all'unione totale e
all'immersione di tutto se stesso in Lui.
A
questo esercizio interiore orientava le sue letture spirituali e le sue
meditazioni. In un brano del diario di Santa Margherita Maria egli trova come la
santa sentiva e praticava la presenza di Dio, e nota: « Per questo ella non
ardiva sedere se non alla presenza altrui. Dalla cognizione della sua miseria
nasceva in lei la brama dei dispregi ».
Ecco
il desiderio più grande di don Giovanni: annullarsi in Dio, presente al suo
spirito, ed essere per gli uomini soltanto un oggetto di disprezzo.
9.
I suoi compiti di assistenza
Per
tutto l'anno scolastico 1869-70 don Giovanni fu su una croce dolorosa. I compiti
che dovette svolgere non erano né complessi né difficili, ma molto alieni
dalla sua natura. Temperamento assai timido, incapace di imporsi a chiunque
eccetto che a se stesso, non era fatto per esercitare, sia pur limitatamente,
l'autorità.
Nel
gaio mondo seminaristico egli si trovò presto come un pesce fuor d'acqua. «
Per la sua semplicità ed innocenza, attesta mons. Gaggia, non riusciva a
mantenere nei soggetti la disciplina ». « Egli fece assai bene col suo
esempio di pietà ardente e di umiltà profonda, ma appunto per questo non
sapeva imporsi ai chierici ».
Questo
pretino pallido e magro, « assorto incessantemente in Dio, espertissimo delle
cose celesti, ma ignaro di quelle del mondo », era fatalmente destinato a
dare una infelice prova come assistente ai chierici, tanto più perché a volte,
esaminando i modi e i termini della correzione che aveva dovuto fare, era
convinto di aver esagerato e non dubitava punto di inginocchiarsi a chiedere
perdono. Se l'ufficio di vicerettore avesse importato l'obbligo di umiliarsi
ad ogni istante innanzi ai chierici e ai superiori, nessuno meglio di lui era
adatto a compierlo. Ma, purtroppo, il suo dovere gli imponeva di comandare e
questo era troppo al di sopra delle sue capacità.
10.
Significato dell'insuccesso
Dio
voleva l'anima del Beato tutta e solo per sé, nel nascondimento più profondo,
nella preghiera più intensa. Il silenzio, la penitenza, l'amore sono le vie per
le quali egli doveva camminare su la terra alla conquista della sua santità e
perciò la grazia disponeva che riuscissero vani tutti gli sforzi degli uomini,
anche dei suoi superiori, affinché egli attendesse ad uffici d'ordine
esteriore.
Ed
è semplicemente meraviglioso osservare nella vita del Beato questo continuo
insistere di Dio per sottrarlo alle cose terrene, bocciando via via ogni
tentativo in contrario, e assorbirlo in sé, nel vortice gaudioso del suo amore
e nel pianto del suo dolore.
P.
Innocenzo è qui, tutto qui. Come vita umana egli ha ben poco da dire agli
uomini, ma come spirito che tende al Signore e che fa della sua vita un perenne
olocausto di amore, perduto in lui come ogni anima veramente contemplativa, egli
è un vero gigante, degno in tutto di esser presentato come maestro e
modello delle più ardite ascensioni.
1.
Esonerato
Al
termine dell'anno scolastico 1869-70 don Bertazzoli chiamò in studio il Beato
e gli fece un discorso press'a poco così: « Ora che i chierici tornano alle
loro famiglie, penso che anche per Lei sarà gradito passare qualche mese
nelle arie native, a Berzo. Potrà attendere alla parrocchia. Don Ceresetti ne
sarà certamente felice ».
Non
era un ordine, ma, dopo l'infelice prova data come vicerettore, l'antifona era
chiara: veniva esonerato dall'ufficio. Lassù infatti lo raggiunse l'ordine
di restare e di aiutare per le confessioni in chiesa parrocchiale.
Tutto
assommato il Beato ne fu assai contento. Finivano le preoccupazioni e
ritornavano, quasi in luminosa prospettiva, le intense e quiete giornate di
Cevo. Don Ceresetti, che lo aveva visto crescere e lo amava come un papà,
prendeva il posto di don Codenotti.
2.
La casa di don Giovanni
A
Berzo il Beato fu di nuovo accanto alla mamma. La famiglia possedeva qualche
cosa, ma la casa era tanto povera. Le generosità continue di don Giovanni non
permisero mai a mamma Francesca di realizzare un suo bel sogno: rendere quelle
quattro mura un po' più degne di ospitare un sacerdote.
Il
Beato si scelse la sua vecchia stanza e per studio uno sgabuzzino a pian
terreno, più degno d'essere adibito a pollaio che ad altro. Vi portò dentro
il letto, un armadio, lo scaffale coi pochi libri e riprese le sue abitudini
di un tempo.
Sotto
il Crocifisso, posto sul tavolino di studio, pose la frase programmatica del
Kempis : Tantum proficies quantum tibi ipsi viin intuleris.
3.
I suoi lauti pranzi
La
sua mensa non doveva essere davvero invidiabile. « Polenta e legumi »,
dicono i testimoni, erano il suo cibo ordinario. Alle industrie culinarie della
mamma il Beato normalmente non mancava di aggiungere le sue, suggerite dal suo
ardente spirito di penitenza. Quel cibo, che era già tanto frugale, finiva col
diventare immangiabile.
Al
mattino non prendeva mai nulla prima di recarsi alla scuola, neppure una
goccia di latte o di brodo, anche quando l'inverno infieriva col freddo intenso
della sua valle. La sera si accontentava, quando si decideva ad ascoltare la
mamma, di un po' di polenta e di una crosta di stracchino. Ai lamenti della
buona donna egli rispondeva che per lui era fin troppo quello che prendeva.
Francesca
avrebbe voluto che suo figlio andasse almeno decentemente vestito. Nelle sue
talari non mancava la pulizia più linda, ma ormai, dopo alcuni anni, c'erano
toppe e mende in ogni parte. Ne occorreva davvero una nuova. Ma come
affrontare la spesa se don Giovanni non riusciva mai a salvarsi un centesimo?
Con
gli affitti dei campi e con lo stipendio delle messe e della scuola si poteva
vivere benino, ma ecco cosa racconta un suo affittuario: « La mia famiglia
aveva preso in affitto dallo Scalvinoni un piccolo podere e ricordo benissimo
che in autunno non gli si doveva più niente perché anticipatamente pagato a
poco a poco, non sapendo egli salvarsi un centesimo ». Quando gli capitava
per casa un povero ed egli non aveva niente da dargli, andava dai suoi contadini.
Il
nostro p. Eusebio un giorno lo vide che era proprio in male arnese. Gli disse:
« Don Giovanni, o venir subito in convento o cambiare quel cappello ».
4.
Giorni colmi di preghiera e lavoro
Soltanto
le persone più mattiniere potevano vedere il Beato recarsi alla Chiesa. Si
inginocchiava sul primo banco e rinnovava il preparamento alla messa, alla
quale aveva pensato per gran parte della notte. Quando celebrava non avvertiva
nulla di quanto si faceva attorno a lui. « Si perdeva nelle orazioni »,
dicono i testimoni più accreditati e fedeli. « Dopo l'elevazione si perdeva
con Gesù », aggiungono altri.
Era
inevitabile perciò che la sua messa divenisse un po' più lunga del solito, ma
la devozione, il rapimento del suo spirito era tale che tutti la seguivano
volentieri. La predica più bella su la presenza di Gesù nell'Eucarestia il
Beato la teneva celebrando.
Dopo
la messa si metteva in meditazione. Soltanto la campanella della scuola
riusciva a scuoterlo dal suo profondissimo raccoglimento, spesso accompagnato
da lacrime e sospiri. Non sentiva nulla, né il freddo intenso né la fame, né
la gente che si muoveva accanto a lui o lo stava guardando, ammirata del suo
fervore.
In
quegli anni don Ceresetti, conoscendo la preparazione del suo curato, gli
affidò la direzione didattica delle scuole comunali. Del Beato come insegnante
alle elementari abbiamo dei ricordi interessanti e vivaci. Ecco come parla un
suo alunno: « Egli tenne la scuola comunale ed anch'io vi andai per un anno o
due. Ci si andava molto volentieri. Qualche volta pareva che si dimenticasse
della scuola che stava facendo, quasi rapito in preghiera. Usava una certa
severità per ottenere la disciplina, severità che non impediva ai suoi allievi
di nutrire verso di lui grande affetto e venerazione. Egli insisteva moltissimo
per raccomandare la pietà e la virtù ».
5.
Una lezioncina a modo
Con
questi metodi scolastici si può soltanto immaginare quanto il Beato fosse
gradito come direttore didattico e come insegnante ad alcuni pezzi grossi
dell'anticlericalismo berzese insediati al Comune. Un prete, ancora nel 1870,
in quel posto era semplicemente una vergogna. E provocarono una ispezione.
Ma
l'ispettore, venuto da Brescia con i pieni poteri, dopo aver fatto le sue
inchieste e aver raccolto le sue informazioni, non trovò niente da dire su l'andamento
della scuola. Lasciò invece una lunga e pepata disposizione ai provocatori
dell'ispezione: che si riparino i pavimenti, i banchi, le imposte delle finestre,
si dia più luce ai locali troppo oscuri per i bambini e che le singole aule
siano corredate modernamente.
Il
Beato, con soddisfazione di tutte le famiglie, restò alla scuola. Egli
infatti sapeva dare ai suoi alunni ben più che la semplice notizia scolastica
e l'avviamento alla professione; dava il senso profondamente cristiano della
vita, preparava i cittadini della patria, della chiesa e del cielo. Quello che
dicono i fortunati suoi scolari ci autorizza a pensare che il Beato era un vero
maestro.
6.
Modello dei sacerdoti
Dopo
la scuola e la visita agli ammalati il Beato correva in chiesa. Talvolta si
permetteva qualche uscita: si recava al cimitero, dove, da tanti anni, riposava
il povero babbo e ormai tante anime da lui accompagnate fino alle soglie
dell'eternità; saliva alla solitaria chiesetta di S. Lorenzo, dominante sul
colle sopra Berzo, e si fermava a lungo a meditare e pregare. Il suo sguardo era
sempre attirato dalla bianca massa del convento dell'Annunciata, su la sponda
opposta della valle.
A
Berzo la sua pietà ebbe manifestazioni meravigliose. La cuginetta Margherita
Scalvinoni ci racconta: « Quante volte la sua mamma mandava me a chiamarlo in
chiesa perché venisse a desinare ed io lo trovavo ora prostrato con le mani
sotto le ginocchia innanzi all'altare della Madonna oppure bocconi per terra
a far croci con la lingua. E bisognava che talora ritornassi due e anche tre
volte ».
Tutti
coloro che poterono conoscerlo bene in questi anni ci assicurano che il Beato
dormiva assai poco di notte. Nella sua stanza da letto nessuno poteva
entrare, nemmeno la mamma. Qualche volta però la curiosità era troppo forte e,
mentre don Giovanni era in chiesa o a scuola, le donne spingevano l'uscio,
guardavano. Francesca lasciava fare, sicura che così tutte avrebbero potuto
convincersi che suo figlio era davvero un originale.
Le
donne rimanevano inorridite. C'era il letto, ma diritto appoggiato alla parete.
Per terra c'era un gran fascio di legna e sterpi: sopra di essi don Giovanni,
d'estate e d'inverno, prendeva il suo brevissimo riposo.
Come
poteva sperare mamma Francesca di vederlo ritornare un po' in salute? « Eh,
questi benedetti santi », esclamava spesso, « non è mai possibile farli
ragionare un tantino ».
7.
I vizi non si perdono
Un
giorno il fratello questuante scese dall'Annunciata a Berzo per la questua
delle uova e sapendo della cordiale ospitalità di don Giovanni pensò di andare
da lui a mezzogiorno. Ma quella volta capitò piuttosto male. Trovò infatti la
mamma infuriata.
Ecco
come egli stesso racconta. « Entrato in casa assistetti alla scena avvenuta tra
lui e la sua povera mamma, la quale gli domandava che cosa avesse fatto della
carne messa a bollire nella pentola e che non si trovava più. Egli rispose: sarà
tutta liquefatta in brodo. Ed essa: anche l'osso? Allora egli vistosi
scoperto rispose: Scusatemi, mamma, l'ho data a una povera ammalata. Ed ella lo
rampognò di questo dicendo di non aver altro per il desinare. Egli si
accontentò di un po' di minestra; per la mamma e per me, che volle facessi
parte del pranzo, non vi fu che polenta e un pezzetto di cacio ».
Tornando
al suo convento il fratello aveva ben più che una sporta di uova per i suoi
frati: aveva uno stupendo esempio di carità e di povertà.
8.
Accanto all'ammalato
Questi
fatti non erano infrequenti. Una volta - e siamo ancora a Berzo - egli tornava
dalla visita a un infermo. La sofferenza e la miseria di quel poveretto gli
fecero una grande impressione: bisognava aiutarlo. Egli vide che sul caminetto
c'era la pentola a bollire. Studiò le mosse della mamma e al momento
opportuno tolse la gallina che vi stava a bollire e via di corsa verso quella
casa.
Anche
quella volta l'aveva fatta franca.
Il
malato in questione era un certo Antonio Cereda, frequentemente protagonista
di fatti consimili e che, a volte, riceveva in soldi delle elemosine incredibili
per allora: anche cinque lire!
Gli
ammalati prendevano tutto il tempo che il Beato aveva libero di giorno e di
notte. Neppure pregato di tornare in casa per un po' di riposo egli lasciava
i sofferenti.
Questa
sua carità ebbe modo di manifestarsi specialmente durante il colera del 1873,
quando moltissime famiglie di Berzo furono colpite. Egli passava
instancabilmente da una casa all'altra benedicendo e confortando, a tutti
donando il tesoro della sua parola e recando la sua offerta. Parlava a tutti del
paradiso, come se tutti dovessero lasciare la terra. A una bambina disse
testualmente: Preferisci morir subito e così andare in paradiso oppure vivere a
lungo e magari finire all'inferno? L'ammalata guarì, ma non dimenticò che
vivendo a qualche modo si può andare all'inferno.
9.
I1 fascino dell'Annunciata
Durante
questi anni passati a Berzo come coadiutore il Beato saliva spesso al convento
dei padri Cappuccini per fare il ritiro mensile o per esercizi spirituali.
Ne troviamo note frequenti nei suoi diari. In tal modo il suo desiderio di
seppellirsi in quella solitudine e darsi tutto a Dio aumentava. Quando ridiscendeva
al paesetto il suo cuore rimaneva lassù, colmo di desiderio.
Uscire
dal mondo, staccarsi dai parenti, da tutti, da tutto. Egli sentiva che Dio lo
voleva solo per Sè. Aveva già indugiato troppo. Perché aspettare ancora? E
se rimanendo nel mondo avesse perduto l'anima sua?
Questo
pensiero di non potersi salvare restando nel mondo semplice sacerdote si fece
sempre più strada nella sua mente e lo andò tormentando fino a quando egli
prese la grande decisione.
Dio
soltanto conosce la pena del suo spirito, le ansie tormentose, le lotte
combattute, le lacrime sparse, le preghiere e le penitenze fatte per ottenere la
grazia della illuminazione e la certezza di non sbagliare. Ma un giorno la
luce venne: divina e obbligante. Egli tornò in casa e alla mamma sgomenta
disse senza preamboli: mamma, il Signore mi chiama in convento: mi faccio
cappuccino, lassù, all'Annunciata !
1.
La SS. Annunciata di Borno
Concesso
nel secolo XV da Paolo II al B. Amedeo de Sylva, che vi collocò i suoi
religiosi Amadeisti, il convento fu poi abitato dai padri francescani Riformati
e, passati i torbidi della rivoluzione francese, dai Cappuccini, che lo tengono
tuttora.
Ai
tempi del Beato Innocenzo l'Annunciata era sede del noviziato, cioè vi si
svolgeva l'anno di prova e di abilitazione alla vita cappuccina. Il maestro,
p. Felicissimo da Qualino, era un uomo dalla robusta tempra religiosa e
apostolica. Dopo l'ingresso del Beato riuscì ad ottenere dai superiori della
Provincia monastica di partir missionario per le Indie dove anche morì.
La
vita dei Frati fluiva silenziosa in un tessuto continuo di preghiere, di
penitenze, di lavoro. Quando vi saliva per la confessione o per il ritiro
mensile il Beato ammirava soprattutto i novizi e sospirava; quei giovani dal
viso pallido, magri, profondamente raccolti e tanto felici furono per lui un
esempio decisivo.
2.
Perché si fece cappuccino
Per
don Giovanni, che vi pensava da tempo, il problema del suo ingresso in
convento non era semplice, ma grave e carico di conseguenze. Egli era convinto
che rimanendo solo sacerdote diocesano non avrebbe potuto corrispondere
adeguatamente alla grazia del Signore, che lo voleva tutto per Sé. Di
conseguenza pensava che si sarebbe privato degli aiuti spirituali necessari
all'adempimento fedele dei suoi doveri, che si sarebbe esposto al pericolo di
peccare e che perciò avrebbe messo in serio pericolo la salute eterna della
sua anima.
Quando
il timore del peccato e dell'eternità agisce sulla sensibilità acuta di un
santo le conclusioni sono sempre decisive e totalitarie. E così avvenne anche
per don Giovanni, il quale non guardò davvero né alla mamma né al parroco, ma
ruppe con coraggio ogni vincolo ed entrò in religione.
Veramente
l'idea di lasciar tutto e di ritirarsi in convento non era nata in lui in quegli
anni soltanto. Già prima di giungere al seminario di Brescia il romitorio dei
padri Cappuccini appariva ai suoi sguardi come la rocca degli spiriti
privilegiati, e lo attirava fortemente. Lo dicono i suoi stessi direttori spirituali
con parole così chiare che non lasciano davvero dubbio alcuno. Là e soltanto
là il Beato pensava dunque di poter corrispondere alla sua vera vocazione,
di attendere alla perfezione e di salvarsi, non a qualche modo, ma come sentiva
di doversi salvare: da santo.
3.
La mamma
Ma
questo suo cocente desiderio, trasferito sul piano dell'attuazione concreta,
divenne un problema assai delicato e difficile. Anzitutto c'era la mamma. Cosa
ne sarebbe stato di quella povera donna senza di lui? Ormai vecchia e stanca,
senza nessuno al mondo che si sarebbe interessato di lei, non era una specie di
crudeltà lasciarla sola? Aveva dunque ragione di lamentarsi col figlio e di
insistere perché non attuasse quel suo desiderio.
Ma
le mamme son sempre mamme, cioè siccome sanno leggere a fondo nel cuore dei
loro figli e vedono come per essi un loro sacrificio, non importa se grave,
sarà motivo di felicità, si decidono a tutto. Fu così che mamma Francesca
diede presto a don Giovanni il sospirato consenso di entrare in convento.
Ma
il Beato se ne preoccupava. Prima di prendere la decisione suprema la raccomandò
più volte alla tenerezza della cugina Margherita Scalvinoni, cresciuta con
lui nella stessa casa, e soltanto in seguito alle premurose assicurazioni
della parente egli ebbe il coraggio di abbandonare la mamma.
4.
L'ostacolo più duro
Assai
più duro fu invece l'ostacolo posto dal parroco. Don Ceresetti si oppose in
tutti i modi e con tutti i mezzi. Tentò anzitutto di distrarlo dai suoi
pensieri col lavoro. Oltre il normale ministero in parrocchia, gli confermò
l'insegnamento e la direzione didattica delle scuole elementari, gli sollecitò
impegni di predicazione e incarichi diversi nelle parrocchie vicine, lo
fermava a lungo nel suo studio in conversazioni su casi di teologia e di
pastorale. Ma non riuscì a nulla. Il cuore del suo curato era ormai partito da
Berzo e dal mondo. Era tutto lassù, nascosto e pregante in un angolo remoto
del convento cappuccino.
Don
Ceresetti doveva di giorno in giorno constatare la sua sconfitta, ma non volle
cedere. Egli poteva infatti contare su un alleato che, con tutta ragione,
credeva onnipotente: la curia di Brescia. E il Beato si trovò davvero in
difficoltà. Come fare?
Non
sapendo che via prendere si recò per consiglio a Pian Borno da don Bondioni,
un ottimo sacerdote niardese, che lo conosceva assai bene da tempo. « Se vuoi
ottenere qualche cosa, gli rispose, vai tu personalmente a Brescia, vai dal
vescovo ». Don Giovanni riflettè e trovò che era la via più sicura. Mons.
Verzeri non solo gli diede il permesso di lasciare la parrocchia e di entrare in
convento, ma gli scrisse una splendida testimoniale.
Con
questi documenti e con una raccomandazione dello stesso don Bondioni, che
arbitrariamente si sostituiva al parroco di Berzo, il Beato potè ottenere dal
padre provinciale la sospirata lettera di accettazione.
5.
« Diano tutto ai poveri »
La
mattina del 13 aprile 1874 don Giovanni, celebrata l'ultima messa all'altare
della Madonna miracolosa, lasciava il paese e saliva all'Annunciata. Iniziava
per lui la vita religiosa cappuccina.
In
fervorosa conformità allo spirito della Regola francescana egli aveva
distribuito tutte le sue cose fra i parenti e i poveri. Una donna, avendo saputo
che stava per partire, si recò da lui per essere ancora aiutata. « Lei
adesso se ne parte, gli disse, e a me non dà proprio niente »? Don Giovanni si
guardò attorno per la cucina e non vedendo che uno sgabellino sgangherato
rispose: « Se volete questo prendetelo: io non ho più altro ».
Don
Ceresetti, viste inutili tutte le sue opposizioni e riconoscendo pienamente la
somma rettitudine del suo curato, manifestò in quell'occasione il suo cuore di
papà. Mentre la gente si assiepava su le vie e si raccomandava alle preghiere
del Beato, egli lo volle accompagnare fino al convento e presentarlo
personalmente al p. guardiano.
Don
Giovanni vestì l'abito cappuccino due giorni dopo e, con grande soddisfazione
del suo parroco, fu chiamato fra Innocenzo. Su la porta del convento il Beato
aveva letto: Ecce nova facio omnia. Nessuna espressione era meglio indicata di
questa per esprimere la sua decisione di quei momenti: far tutto di nuovo, più
bene, più perfettamente. In tal modo il suo noviziato incominciò con un vero
ardore di volontà santificatrice.
6.
Il novizio più santo
Il
Beato apparve subito a tutti come un modello da ammirare e da imitare.
Inappuntabile nell'osservanza degli orari, rigorosissimo nella custodia degli
occhi e nell'esercizio delle diverse pratiche penitenziali, egli voleva sempre
per sé gli uffici più bassi ed umili, come se fosse stato non un confratello,
ma l'infimo servitore della comunità religiosa.
Un
suo compagno ricorda il fervore del Beato ancora novizio così: «
Profondamente convinto che tutti i suoi compagni erano altrettanti santi e che
egli fosse un peccatore tra angeli, a questo concetto, a questa intima
convinzione era costantemente ispirato l'umilissimo suo contegno. Di qui il
riputarsi egli indegno di pur trovarsi tra di loro, lo studio di compiacerli e
di servirli, il tener per sé e in ogni cosa l'infimo luogo, il domandar perdono
dei suoi cattivi esempi, con accento e con parole che uscivano dal profondo del
cuore, il continuo raccomandarsi alle loro preghiere, l'accettare con grande
sommissione qualunque avvertimento ed osservazione che i novizi gli facevano
».
7.
Non vedeva che i suoi difetti
«
Nel noviziato dei Cappuccini, continua lo stesso compagno, vi è la santa
consuetudine che i novizi si correggano reciprocamente, con grande umiltà e carità,
i propri difetti. Orbene, in quale maniera diportavasi il nostro p. Innocenzo
nella pratica di questa reciproca correzione? Una parte di essa riusciva
certo molto gradita alla sua umiltà e bisognava esser presenti per vedere e per
sentire con quale gioia e riconoscenza accettava qualsiasi osservazione e
correzione, persuaso com'era di essere degno di ogni censura e di ogni
rimprovero. Ma quanto al correggere gli altri egli non aveva mai nulla da dire e
finiva sempre col domandar perdono dei propri scandali e supplicando i compagni,
come di un atta di carità, a voler correggere i suoi molti e gravi difetti ».
8.
Sete di martirio
Lo
spirito di penitenza si sviluppò in lui fino a diventare vera sete di
martirio. Avendo ottenuto il permesso di portare il cilizio con maggior
frequenza della norma comune « egli se lo pose così strettamente intorno
alla vita che le punte acutissime gli penetravano le carni e gli mozzavano il
respiro. Ognuno può facilmente immaginare quali trafitture egli avesse a
soffrire ogni volta che doveva muoversi o inchinarsi o inginocchiarsi. Nondimeno
lo si vedeva procedere franco, senza dar quasi alcun segno di sofferenza ».
Il
fatto continuò per molti giorni, finché un suo compagno se ne accorse e avvertì
il p. maestro. P. Felicissimo, con raccapriccio e ammirazione, constatò in
quale misura p. Innocenzo applicava su di sé quei permessi di penitenza e
subito li ridusse e stabilì un modo meno duro.
Fra
Innocenzo non era dunque, fin d'allora, un'anima da stimolare alla perfezione
cappuccina, ma da guidare con prudenza e persona da frenare in questa sua sete
di immolazione.
9.
Ritorno della tentazione
Se
fu grande la lotta che il Beato dovette vincere per entrare in convento, assai
maggiore fu la battaglia che sostenne durante il noviziato. Non alludiamo
affatto alle prove che, per esercitarlo alla vita religiosa e per accertarsi del
suo spirito, gli proponevano i superiori: queste non erano difficoltà, ma
consolazioni per lui. La tentazione venne dal ricordo della mamma, rimasta sola.
Il demonio se ne servì per scatenare nel suo animo, già tanto delicato e
sensibile, mille rimorsi tormentosi. Quello che prima gli era sembrato un
preciso comando evangelico da seguire ad ogni costo, ora gli pareva un vero
peccato di durezza di cuore, di ingratitudine, di egoismo spirituale.
Affranto
dall'angoscia il Beato correva dal p. maestro, che lo comprese e lo aiutò. «
Pregate, gli diceva, e continuate con serenità. La vostra è vera vocazione.
Quel Dio che ha chiamato voi non abbandonerà la vostra buona mamma ».
Queste
parole, soprattutto la preghiera, riuscirono a sostenerlo e a farlo uscire
vittorioso dalla prova. Ma la lotta continuò per quasi tutto l'anno e noi
possiamo soltanto immaginare lo strazio del suo cuore di figlio.
10.
Come nascono i suoi diari
Nelle
ore che il Beato passava tutto solo nella sua celletta attendeva alla lettura
spirituale. Anche in convento egli continuò ad annotare sui suoi quaderni il
frutto migliore delle sue letture e alcune espressioni che lo interessavano in
modo particolare. Compose così due brevi antalogie ascetiche, ricchissime di
sapienza spirituale, fatte da lui per i bisogni della sua anima attingendo ai
più celebrati maestri di santità.
Per
tutta la sua vita egli andrà specchiandosi in queste norme e si sforzerà di
attuarle con la massima fedeltà possibile. Esse non sono cose sue, ma
divennero sue perché egli le sentì vivamente e, soprattutto, le praticò.
Queste sue pagine perciò diventano una guida insostituibile per coloro che
volessero penetrare più addentro nel mistero della sua vita interiore.
11.
La professione dei voti semplici
La
mattina del 29 aprile 1875 fra Innocenza, col consenso della famiglia religiosa
espresso a pieni voti, è su l'altare per la professione semplice. Il momento
tanto desiderato e bramato è ormai giunto. Gesù sacramentato lo sta guardando
dal suo trono, la mamma, inginocchiata appena dietro la cancellata del
presbiterio, versa le sue lacrime più tenere. Da Berzo quella mattina, con lei
e col parroco, era salito un gran numero di persone: nessuno avrebbe voluto
perdere quella funzione.
Don
Ceresetti si dispose su la predella e rivolto al suo popolo tenne il discorso di
circostanza. La predica gli era suggerita per intero dal suo antico coadiutore,
che, come aveva già fatto in paese, additò quale esempio sublime di distacco
dalle cose terrene e di obbedienza alla chiamata divina. E chiuse raccomandando
sé e i suoi parrocchiani alle preghiere del Beato.
Inginocchiato
davanti al p. maestro fra Innocenzo mise congiunte le sue mani nelle mani di
lui e pronunciò la formula di rito. Ne ebbe un abbraccio affettuoso e
l'assicurazione: « Se osserverai queste cose da parte di Dio io ti prometto la
vita eterna ». I novizi intonarono il Te Deum.
Il
Beato scese dall'altare con l'animo colmo di felicità. Ora sapeva con
esattezza quello che doveva fare per salvarsi e santificarsi: mantenere le
promesse fatte.
1.
Il desiderio del p. maestro
P.
Felicissimo, che durante quell'anno provò duramente la vocazione religiosa di
fra Innocenzo, rimase entusiasta della sua virtù e fece i pronostici più
favorevoli. Continuando in quel modo il buon novizio sarebbe certamente giunto
alla più alta perfezione cappuccina. Era perciò assai spiacente di vederlo
partire.
Tuttavia,
pensando che il Beato era già sacerdote e non doveva, come gli altri, attendere
agli studi, insistette presso i superiori perché glielo volessero lasciare
alla Annunciata. Il solo suo esempio sarebbe stato lo sprone più efficace alla
perfezione religiosa per tutti i novizi.
2.
Al convento di Albino
Ma
i superiori credettero opportuno che anche p. Innocenzo partisse coi suoi
compagni e raggiungesse il convento di Albino. Sotto la disciplina del p.
direttore egli avrebbe potuto continuare, anche lontano dal noviziato, nel
fervore della sua vita spirituale.
Il
Beato aveva allora trentun anni. Di statura ordinaria, magro, pallido, col
capo leggermente inclinato sul petto, la barba rada e rossiccia, il colore
bruno, gli occhi fissi a terra, il silenzio perfetto e il costante sorriso del
volto lo facevano sembrare a tutti, al solo vederlo, come un'anima tutta di Dio.
Ad
Albino egli non ebbe che da attendere a se stesso. E ne fu immensamente
felice. Continuò le sue letture spirituali e la stesura dei preziosi appunti,
ripassò diverse parti della teologia dommatica e morale, soprattutto pregò.
Gli divenne subito caro un angoletto solitario del convento, una cella adibita a
cappella, da una finestra della quale si può vedere il Tabernacolo. Quello fu,
per i quindici mesi circa della sua residenza, il suo luogo preferito, dove i
suoi incontri con Gesù si protraevano per ore ed ore senza che nessuno se ne
avvedesse.
3.
« Ho meritato l'inferno »!
Le
notizie che abbiamo di lui in questo periodo sono molto scarse, ma in compenso
assai importanti, perché ci aiutano a leggere nell'intimo del suo spirito.
Il
20 novembre 1875, terminando i santi esercizi spirituali compiuti con la
famiglia religiosa, il Beato scriveva nel suo diario: « Fatta la confessione
semestrale dal tempo della professione. Pratica: umiltà. Eccitamenti: Ho
meritato l'inferno e posso meritarlo ancora. Gesù inchiodato in croce soffre
spasimi così terribili per l'anima mia ed io che fo »?
Nel
febbraio dell'anno seguente, a chiusura del ritiro mensile, scrive: « Al
giudizio, quello che sarà fatto, sarà fatto per sempre. Ogni momento di vita
passata bene o male sarà compensata con secoli interminabili di gloria o di
pena ».
In
altro giorno, ma con tutta probabilità nei mesi della sua residenza ad Albino,
scriveva ancora: « Io coi miei peccati ho fatto sudare Gesù Cristo... Devo
dunque consolarlo ». « Gesù è da tutti offeso nel mondo: tocca a me non
lasciarlo solo nell'afflizione e tenergli buona compagnia ».
Sono
semplici espressioni, brevi ed immense, che scendono lapidarie su la pagina ed
impegnano tutta una vita. Il Beato è dunque il penitente severo, il discepolo
e il consolatore di Gesù. Lo spirito di S. Francesco stimmatizzato è ormai
pienamente sceso, nel figlio, il quale d'ora innanzi non saprà fare altro che
contemplare e piangere d'amore.
4.
Ritorno all'Annunciata
P.
Felicissimo non si diede per vinto. Lasciò tempo al tempo e ritornò ad
insistere. E questa volta fu più fortunato: i superiori lo ascoltarono:
ordinarono al Beato di partire per l'Annunciata e di mettersi a disposizione
del p. maestro.
Il
frutto del suo esempio fu subito visibile. L'impressione che egli lasciava nei
postulanti e nei novizi era profonda e indimenticabile. « Appena entrato,
dice uno di questi, la persona che mi colpì maggiormente l'attenzione fu il p.
Innocenzo da Berzo: vedendolo tutto raccolto, con la testa china, con le mani
sul petto in atteggiamento il più devoto, tanto che passando non alzò neppure
gli occhi a vedere chi entrava, dissi tra me: Quello è un santo ».
I
più curiosi nello spiare la vita segreta del Beato erano, naturalmente, i
giovani. Dopo la disciplina comune in coro essi andavano a vedere dove stava p.
Innocenzo e inorridivano: lo stallo era macchiato di sangue fresco. A volte,
in punta di piedi, si raggruppavano in gran silenzio davanti all'uscio della
sua cella e impallidivano all'udire il fischio del flagello su le carni. Altre
volte, sentendo i suoi profondi sospiri al Crocifisso o alla Madonna,
pensavano che il Beato vedesse il cielo aperto e che stesse parlando con
persone venute dal paradiso. Alcuni non sapevano resistere alla tentazione di
guardare e ficcavano l'occhio per il buco della serratura. P. Innocenzo era
in ginocchio su dei sassi, tutto in lacrime, col Crocifisso in mano.
Questa
e non altra era infatti la sua vocazione umiliarsi, patire, pregare in silenzio
giorno e notte. Dio lo voleva tale ed anche gli uomini, nonostante i diversi
tentativi di applicarlo ad uffici esterni, si decideranno col tempo a lasciarlo
così, riconoscendo e attuando il desiderio del cielo.
5.
Vicemaestro dei novizi
L'intenzione
di p. Felicissimo era chiara: mancando ancora parecchio alla professione dei
voti solenni, egli pensava di poter preparare il Beato a succedergli
nell'ufficio di maestro. Dopo d'aver ottenuto che tornasse al noviziato,
insistette ed ottenne che fosse nominato vicemaestro.
Conoscendo
la sensibilità del p. Innocenzo egli fece le cose per bene. Attese infatti la
data della professione per comunicare al Beato la nuova disposizione che lo
riguardava. Di ritorno da Albino era stato riammesso al noviziato come per una
benigna accondiscendenza del maestro: ora finiva la gradita ospitalità e
incominciava la responsabilità.
I
suoi compiti tuttavia rimanevano, là dentro, quelli di prima sostituiva: il p.
maestro durante le assenze, ascoltava la colpa, teneva le conferenze.
Quest'ultimo incarico gli riusciva assai gradito, perché gli dava modo di
soddisfare il suo fervore, ma gli altri, per quanto anch'essi relativi, erano
troppo lontani dalle sue disposizioni. Anche da vicemaestro il Beato farà molto
bene con l'esempio affascinante della sua vita, ma non saprà imporsi d'autorità.
Ciò che era avvenuto a Brescia si ripeteva all'Annunciata.
6.
Dolce come una mamma
I
suoi discepoli lo ricordano con parole colme di stima e di venerazione. « La
sua umiltà, dice uno di essi, era così profonda da non veder difetti che in se
stesso e la sua bontà di cuore era così aliena da ogni cosa che potesse
molestare altrui, che per lui era impossibile alzare la voce e riprendere ».
Per
lui bastava un motivo appena sufficiente per dispensare i novizi dall'autoaccusa
pubblica. Ai novizi già sacerdoti, per esempio, non lasciò mai dire la
colpa, anche se il p. Felicissimo teneva in proposito un metodo diverso. Nel
dare le penitenze « era assai mite ed eccitava tutti allo spirito della pietà.
I
novizi facevano festa quando c'era lui, dolce come una mamma, a sostituire p.
Felicissimo, che invece era molto forte ».
7.
Ma non tutti la pensavano così
Gli
giovarono moltissimo le letture fatte su le opere dei suoi Santi e gli appunti
inseriti nei diari. Le sue conferenze vertevano di solito su gli argomenti
fondamentali della vita religiosa: i voti, la carità, l'umiltà, la devozione
all'eucarestia, alla passione, al S. Cuore, alla Madonna.
Trasportati
dal suo esempio, che era sempre la predica più eloquente ed efficace, i novizi
camminavano con fervore per le vie dello spirito e il maestro ne era assai
compiaciuto. Prima di scendere a Milano per il capitolo provinciale p.
Felicissimo dichiarò apertamente che avrebbe suggerito il nome del Beato come
maestro.
Ma
non tutti la pensavano così, perché non da tutti si condivideva il metodo di
bontà usato dal p. Innocenza. Le lettere dei malcontenti determinarono il p.
provinciale a fare un sopraluogo all'Annunciata per rendersi personalmente
conto dell'opera educativa svolta dal Beato. I novizi, da lui interrogati,
dichiararono senz'altro che il loro vicemaestro era tanto buono, e aggiunsero
che il suo esempio era assai più efficace delle prediche salate del p. Felicissimo.
E
il Beato rimase. Tuttavia, col trasferimento del noviziato alla nuova sede di
Lovere, egli restò all'Annunciata senza alcun ufficio.
Si
ripeteva a puntino il caso di Brescia.
8.
Alla redazione degli Annali Francescani
In
questa condizione, tanto desiderata dalla sua umiltà e dalla sua sete di
preghiera, il Beato restò solo un anno. Verso la fine del 1880 egli vien chiamato
dall'obbedienza al convento di Milano-Monforte e addetto alla redazione degli
Annali Francescani. I superiori conoscevano la sua intelligenza, la sua cultura,
il suo spirito: in quell'ufficio, dove avrebbe curato la pagina ascetica, si
pensava che si sarebbe trovato al suo posto.
Ma
p. Innocenzo non era un uomo da lasciar solo davanti a un Crocifisso o a
un'immagine della Madonna posti su la scrivania. Come si metteva in preghiera
per offrire al Signore la sua fatica e per chiederne l'ispirazione, la sua
anima si elevava e si perdeva in lunghi colloqui. I fogli rimanevano bianchi
sul tavolo di lavoro e bianchi li trovava ancora il redattore-capo quando
ormai urgeva andare in tipografia.
Le
proteste non dovettero tardare e il p. provinciale, convinto che Dio era più
forte della volontà del suo suddito, lo distolse anche da quell'impegno,
incaricandolo di celebrare a ora tarda e mandandolo in altri conventi per
motivi di supplenza.
9.
Esempi luminosi
Osservando
la condotta del Beato il p. provinciale diceva: « Lo Spirito Santo lo vuole
tutto per Sé non insistiamo oltre a contenderglielo ». Come uomo tutto di
Dio p. Innocenzo non tardò ad essere conosciuto anche dai frequentatori del
convento e in città. « Parecchi distinti personaggi del Clero e del Laicato
chiedevano di vederlo e di parlargli a propria edificazione. Dinanzi ad essi
egli se ne rimaneva confuso, come reo davanti al giudice, mormorando
continue preghiere. Rispondeva soltanto « sì » e « no »; scongiurava il suo
superiore a liberamelo al più presto; quindi tornava al coro, dove era uso passare
quasi l'intera giornata ».
Di
questo periodo ci piace ricordare un esempio veramente grande della sua
mortificazione di occhi. Un sacerdote, già nostro confratello, come sapeva che
p. Innocenzo doveva uscire in città a celebrare, si teneva onorato di
accompagnarlo. Era del resto necessario, perché il Beato, sempre così assorto
in preghiera, non riusciva ad imparare le vie.
«
Una volta, uscendo da porta Vittoria diretto al convento di Monforte, filò
diritto per oltre cinque chilometri senza capire che si allontanava. Per sei
domeniche consecutive, facendo sempre la stessa strada, lo accompagnai al
brefotrofio di via Lanzone. La dodicesima volta che la percorreva uscì a dire
che non era mai passato di là ».
10.
Nel convento di Crema
La
brevissima permanenza nel convento di Crema, dove il Beato si recava su la fine
del febbraio 1881 per supplire un confratello ammalato, è rimasta nota per un
fatto pietoso. « Al mattino della domenica immediatamente successiva al suo
arrivo, fu trovato nel confessionale degli uomini quasi fuori dei sensi e lo
si dovette portare a letto. Il medico, chiamato d'urgenza, lo trovò affetto
da esaurimento generale di forze, causato da mancanza di nutrimento. Lo si
obbligò a mangiare e dopo che ebbe ricuperato alquanto le forze verso la metà
di marzo, ritornò a Milano ».
Il
p. provinciale, informato dell'accaduto e vedendo il Beato così ridotto,
decise di rimandarlo all'Annunciata. L'estate era ormai prossima: la montagna
e le arie native gli avrebbero fatto bene. In tal modo p. Innocenzo può tornare
al sacro ritiro del suo cuore, dal quale non discenderà che per compiere
l'ultima obbedienza e morire.
Il
disegno divino perseguitava i superiori facendo fallire ogni iniziativa diretta
e sottrarglielo: questa ultima prova di Milano e di Crema fu per tutti persuasiva.
Ora Dio lo accompagnava lassù, seguendolo con occhio di compiacenza e con
mozioni interne ineffabili: più nessuno glielo avrebbe conteso e rapito. Il
Beato, finalmente, sarebbe stato tutto e solo del Signore.
11.
Ancora un incarico
Dopo
la partenza dei novizi per Lovere il convento dell'Annunciata accolse i
postulanti, che vi frequentavano le prime classi del ginnasio. P. Innocenzo
fu tosto nominato insegnante.
I
suoi alunni ricordano le sue lezioni di grammatica latina e di lingua
italiana, soprattutto il suo raro esempio di pietà. Puntualmente alle ore
nove passava davanti alle celle e bussava. Portava in classe il suo fervore,
che ancora gli fiammeggiava sul volto.
Tra
una spiegazione e l'altra intercalava dei pensieri spirituali, più
frequentemente, delle giaculatorie. A volte capitava in aula con una immaginetta,
la metteva su la cattedra davanti al calamaio e diceva: « Vediamo chi la
vince nel numero delle giaculatorie ». Subito si accendeva tra i ragazzi una
gara rumorosa: essi ne sfilavano a diecine, a voce alta, mentre il Beato le
pronunciava lentamente, gustandone tutto il sapore spirituale. E concludeva:
« Ah! questi ragazzi mi vincono sempre » !
Potrà
sembrare, questo, un metodo un po' strano di far scuola, ma egli era persuaso -
e lo diceva chiaramente - che « riesce migliore studente chi fa più uso di
orazioni giaculatorie ». Nessuno avvertiva che con queste parole il Beato
manifestava uno dei segreti più fecondi della sua stessa riuscita. I fatti
comunque gli diedero ragione. Agli esami, conferma un suo collega
d'insegnamento, i migliori alunni erano sempre i suoi.
Durò
in questo ufficio per quasi due anni, poi ne venne esentato. Era certamente
vano, per non dir temerario, insistere ancora nel contendere allo Spirito
Santo la sua anima. D'allora in poi il Beato non avrà più alcun incarico. E
Dio se lo prese tutto per Sé nei vortici del suo amore.
Per
conoscere adeguatamente p. Innocenzo bisogna seguirlo nella pratica eroica di
quelle virtù che formano la caratteristica della sua santità, cioè la
penitenza, l'umiltà, la carità, la preghiera. Allora soltanto la sua figura,
che potrebbe sembrare scialba e persino insignificante, ci apparirà in tutta
la sua luminosa e affascinante grandezza.
1.
La sete inestinguibile
La
sete di patire fu nel nostro Beato veramente inestinguibile. Ad alimentarla
contribuirono due grandi motivi: i peccati, che egli diceva di avere commesso, e
la meditazione dei dolori di Gesù.
Un
giorno a mensa p. Fedele da Brivio insisteva col Beato perché fosse un po' meno
rigido nella pratica del digiuno. P. Innocenzo gli fece questa domanda: «
Mi dica un po': quando un padre di famiglia ha tanti figlioli da mantenere e
debiti da pagare, che cosa deve fare »? « Deve far dei risparmi », rispose
p. Fedele. « Ebbene, concluse il Beato, è il caso mio. Io ho tanti debiti col
Signore ».
Ogni
anno un suo cugino saliva al convento dell'Annunciata per riparare i sandali dei
religiosi o approntarne dei nuovi. Una volta che p. Innocenza era assente egli
entrò nella sua cella e ritirò anche i suoi. Al solo vederli ne rimase
inorridito. Ecco le sue parole: « Aveva posto un traverso con punte sporgenti
su tutto il palmo del piede ed erano tutti insanguinati. Quando tornò al
convento e trovò i suoi sandali accomodati per bene e levate le punte, venne a
lamentarsi da me dicendo che com'erano prima gli andavano meglio, perché
tenevano più fermo il piede ».
2.
Il sentiero delle Pirle
Quasi
tutto questo non bastasse il Beato ricorreva a delle industrie che, se non
fossero fatte da santi, noi giudicheremmo senz'altro pazzie. Da Pian Borno si
stacca un sentiero che, appena tocca il monte, si inerpica ripidissimo da un
corno all'altro fino all'altezza dell'Annunciata. Chi ha fatto qualche volta
quella scorciatoia sa quanto è impraticabile e come si meriti il nome di «
sentiero delle Pirle ». Ma a p. Innocenzo non bastava. Sapendosi inosservato
per quasi tutto il percorso, egli si caricava le spalle di un grosso sasso per
meglio imitare Gesù nella salita al Calvario.
Prima
di partire per il convento di Albino p. Gregorio e p. Venanzio da Breno ebbero
il permesso di visitare i parenti. Li accompagnò il Beato. Di ritorno i due
giovanotti si passavano la grossa cesta di pesche avute in dono dalle famiglie,
ma giunti sopra Malegno, là dove incomincia la salita, fuori dell'abitato, p.
Innocenzo disse di volerli aiutare: si caricò
la
cesta su le spalle e la portò fino al convento. Come ricompensa della fatica
si permise di guardare le belle pesche profumate che il p. guardiano fece
servire subito in refettorio, ma non ne toccò neppure una.
3.
« Questa cura mi fa tanto bene »
Aveva
una gamba assai malata. Le piaghe, sotto il ginocchio, si dilatavano dal
polpaccio allo stinco e sanguinavano. Ma nessuno mai potè vederle e, tanto
meno, curarle. Una cura però egli l'aveva. Quando tornava al convento e le
piaghe erano irritate per il continuo sbattere della tonaca, il Beato andava in
cucina, riempiva un secchio d'acqua caldissima, vi buttava alcune manciate di
cenere, le rimestava e poi vi immergeva le gambe fino al ginocchio.
Il
cuciniere ne restava sgomento e raccappricciato, ma egli diceva: « Questa
cura mi fa tanto bene ».
4.
La sera del trenta dicembre 1886
Tra
tutti questi fatti è indimenticabile quanto ci racconta don Ottelli. Riportiamo
intera la sua deposizione.
«
La sera del 30 dicembre 1886 il p. Innocenzo, mandato dal suo p. guardiano a
Piazze d'Artogne per tenervi la predica di chiusura del mese di Maria, doveva
passare successivamente per Gianico. Nel salire da Darfo a Gianico, raggiunte
alcune ragazze di questo paese, recitò con esse la corona; poi, invece di
fermarsi a casa mia, come poteva averne bisogno per il suo estenuamento,
credette bene di sfidare l'alta salita di Piazze, nonostante la neve che cadeva
abbondante. Avvertito di ciò, lo feci richiamare perché parevami cosa
temeraria ed egli infatti ritornò indietro e pernottò da me. Ricordo che lo
trovai sfinito e che stentava a salire le scale. Rifocillato con un poco di
cena, ci trattenemmo fino a tarda sera in discorsi spirituali; poi lo condussi
alla sua camera da letto e credevo proprio che vi si sarebbe riposato e
ristorato, malconcio com'era di forze e tutto bagnato in quel brutto viaggio.
Ma la mia sorella al mattino mi avvertì che il p. Innocenzo non aveva neanche
toccato il letto. Al mattino celebrò l'ultima messa, nella quale perdurò per
due ore, così rapito in Dio da dare somma edificazione a quanti vi assistevano.
Tra essi c'era il signor Egidio Fiorini e la sua signora, i quali mi dissero che
essi pure furono così attratti dallo spettacolo di tanta devozione che non si
accorsero del lungo tempo che era passato. Io avevo dovuto assentarmi per
ministero.
Riprese
poi la salita di Piazze accompagnato da un mio nipote, ma a un certo punto il p.
Innocenzo lo rimandò per viaggiar solo. Perduto il sentiero per la molta neve
caduta e che continuava a cadere, si smarrì per i boschi e fu ritrovato da
alcuni cacciatori del paese per i segni di sangue lasciati dai suoi piedi
rotti. So che là fu colto dalla febbre e che dovette riposarsi un giorno dopo
la festa ».
5.
Sotto il fischio del flagello
Nessuno
dei suoi confratelli aveva il coraggio di far fischiare il flagello su le
proprie spalle come p. Innocenzo. Dopo i primi colpi, guidati con intenzione su
le piaghe appena rimarginate, il sangue spicciava e andava a macchiare gli
stalli del coro o le pareti della cella. In quei momenti il Beato pensava a Gesù
legato alla colonna e una implacabile sete di martirio e d'annientamento gli
bruciava l'anima, gli comandava il braccio..
Una
volta a Pian Borno si aveva bisogno di lui per benedire una povera inferma. Il
parroco va alla sua stanza e bussa più volte. Non avendo risposta, osa spingere
l'uscio: « Che spettacolo mi si parò dinanzi: lo trovai intento a
flagellarsi così barbaramente che andava a sangue dappertutto ».
Con
la disciplina il Beato usava il cilizio, un'orrida fascia di ferro spinato che
addenta la carne tutto attorno alla vita. Il dolore è insopportabile e ogni
movimento della persona acutizza lo spasimo.
Durissima
dovette essere anche per lui la penitenza del sonno. Il Beato passava quasi
tutta la notte in preghiera oppure, se obbligato ad andare a letto, vi si
disponeva in direzione della chiesa e continuava nelle sue adorazioni all'eucarestia.
Da
alcuni suoi confratelli, che ebbero modo di osservarlo più di altri, è detto
che « interrompeva il sonno ogni quarto d'ora, perché l'orologio suonando lo
invitava a levarsi da letto e a pregare ».
6.
« È stata tanto corta la notte »
Quando
era ospite presso i parroci usava tutte le astuzie per sottrarsi ai loro sguardi
e ritirarsi in chiesa. A volte si nascondeva dietro l'altare sperando che il
sagrestano, non vedendolo, lo chiudesse dentro.
Una
volta a Demo di Rezzo, dove si era recato per un triduo, « uditi i penitenti
quanti ve n'erano, si fermò in chiesa a pregare, dimenticandosi della cena e
rimanendovi tutta la notte. Al mattino io, dice don Bettinelli, con la
confidenza di buon compagno, ne lo rimproverai ed egli mi rispose che, non vedendo
più né sagrista né altri in chiesa e non sapendo come chiuderla, vi stette a
custodirla, tanto più volentieri perché aveva ancora da recitare alcune preghiere
e che non aveva fame e che la notte era stata tanto corta che non se ne accorse
neppure ».
«
Queste cose, conclude e commenta il teste, le diceva con tanta naturalezza che
gli parevano proprio le cose più ordinarie ».
7.
Vittima riparatrice
La
ragione che spingeva il Beato a queste pratiche tanto aspre e penitenti era la
richiesta di Gesù. Non che il Signore sia apparso a lui come ad altri santi e
gli abbia domandato di offrirsi vittima riparatrice per i peccati del mondo. Gesù
ha tanti modi per manifestare a un'anima il suo divino desiderio.
Per
p. Innocenzo si servì particolarmente degli scritti di S. Margherita Maria
Alacoque, la grande confidente del S. Cuore, della quale il Beato era devotissimo.
Un giorno egli lesse l'apparizione di Gesù, coronato di spine e carico della
croce, a Margherita Maria. Il Salvatore, guardandola con occhi pietosi, le
disse: « Non vi sarà dunque nessuno che abbia compassione di me e voglia
tenermi un po' di compagnia nei miei dolori »? La risposta della Santa fu la
risposta che diede p. Innocenzo: « Io, o Signore ».
Egli
infatti aveva già scritto nei suoi diari: « Gesù è da tutti offeso nel
mondo: tocca a me non lasciarlo solo nell'afflizione e tenergli buona
compagnia ».
Gesù
ascoltò ed esaudì questo amoroso desiderio del suo servo e fu con lui generoso
di sofferenze. Se già tanto impressionano i patimenti fisici, assai più gravi
e tormentose furono per il Beato le pene dello spirito. Nessuno potrà averne
un'idea esatta se non avrà, come lui, acutissima la coscienza del peccato e
altissima la brama dell'unione con Dio.
Al
solo pensare che al mondo vi sono anime che offendono Dio col peccato, p.
Innocenzo si sentiva trafiggere il cuore. Questo avveniva specialmente nel tempo
di carnevale. In quei giorni « oltre la via Crucis, dicono i suoi
confratelli, ed altre penitenze che offriva in riparazione dei peccati del
mondo, si vedeva che pativa assai nello spirito e nel corpo, fino a non
potersi più reggere in piedi ed essere obbligato a letto ».
Durante
la ricreazione lasciava che i novizi o gli studenti si sollevassero alquanto e
poi li invitava in chiesa « a fare un po' di ammenda onorevole al sacro Cuore
di Gesù per riparare le dissolutezze umane ».
Quando,
in quei giorni, egli entrava in confessionale pativa dolori d'agonia. I Frati
lo vedevano uscire talmente prostrato e pallido che temevano cadesse ad ogni
passo. Appoggiandosi ai banchi attraversava la chiesa, si avvicinava
all'altare e vi rimaneva a lungo in preghiera.
8.
Il tormento dello spirito
Soprattutto
egli soffriva quando lo assaliva il dubbio di essere stato lui, non altri, ad
offendere il Signore. Allora il suo dolore era veramente atroce, era dolore di
morte. La chiarezza dei principi teologici lo assicurava dal peccato mortale,
ma in lui il problema non era, esattamente, questo. Molti testimoni dei
processi dicono che il Beato « piangeva amaramente le più piccole mancanze »
e che « tremava al solo pensiero di poter commettere il minimo difetto ».
Il
dubbio che lo tormentava è chiaramente contenuto nella questione che
proponeva ad un teologo ed indica assai bene tutta la delicatezza della sua
coscienza: « Il peccato veniale può recare a Dio una offesa infinita »?
Nella
luce di queste testimonianze si comprende qualche cosa della sua sofferenza
spirituale e perché egli abbia compiuto degli atti che, senza queste indicazioni,
non si saprebbero giustificare. Una volta si trovava nella chiesa di Borno a
confessare assieme al suo p. guardiano. Era così preso dal dubbio di non
amministrare bene i sacramenti che ogni tanto usciva dal confessionale, andava
dal suo superiore e diceva: « Non ce la faccio più. Mi lasci tornare al convento
».
9.
Una domenica doveva binare
Ma
allora la voce del p. guardiano troncava ogni incertezza ed egli si rimetteva al
lavoro, pienamente fidando nella virtù dell'obbedienza. Il peggio era quando si
trovava solo e doveva personalmente assumersi tutta la responsabilità delle
sue decisioni. Se non conoscessimo la paurosa grandezza della sua pena diremmo
che in quelle occasioni diventava persin ridicolo.
Una
domenica suppliva ad Ossimo il parroco assente e doveva celebrare due messe.
Mentre in sagrestia depone i paramenti, dopo la prima messa, ricorda di non
aver baciato la predella dell'altare cerimonia questa, che ora è caduta anche
dal nostro uso conventuale. Ma egli non poté star quieto, non osò celebrare
senza essersi prima confessato. E si recò a Borno. Al suo ritorno i fedeli
aspettavano da tempo in chiesa. La mamma del parroco, per non turbarlo, lo lasciò
celebrare, ma a mensa non riuscì più a frenare l'impazienza e disse al Beato
che quel suo ritardo aveva irritato un po' tutti, e che alcuni avevano perfin «
bestemmiato ».
Si
immagini dove andò a finire il suo appetito e quale tempesta si scatenò nella
sua povera anima.
10.
Una lettera al p. guardiano
Questo
stato d'animo non era limitato ai casi nei quali il Beato credeva d'aver
commesso qualche colpa. Con gli anni esso si estese a tutti i suoi giorni, a
tutti i momenti, a tutte le azioni, tormentando atrocemente il suo spirito e
gettandolo nello spasimo più acuto. Ne è prova una lettera che scriveva a un
suo confratello, già suo guardiano. Ecco il tratto più saliente
«
Prego e pregherò il Signore, affinché Egli Le vaghi il bene che ha fatto ad
uno dei suoi minimi. Insieme, per quella carità che arde in Lei verso dei suoi
prossimi. La prego umilmente a voler continuare a tenermi raccomandato ai SS.
Cuori di Gesù e Maria, imperocché i miei bisogni, le mie angustie nella santa
Messa e nel confessionale sempre continuano; e talvolta son tentato a omettere
questi ministeri temendo di far più male che bene: solo la parola del
confessore mi rassicura un poco dal sacrilegio ».
La
spiegazione di tutto questo non è certamente che egli era uno scrupoloso, un
ammalato nella mente e nello spirito. Il mondo e le anime superficiali non
sapranno mai giudicare adeguatamente questi stati d'animo. Era invece la sua
estrema delicatezza, il suo desiderio di star sempre unito al Signore e il
Signore stesso il quale, esasperando la sensibilità della sua coscienza, lo
purificava e lo rendeva veramente vittima innocente.
11.
L'angelo della pace
Nonostante
la pena tremenda il Beato non si smarriva, né si perdeva d'animo. Anche
quando l'angoscia interiore lo soffocava egli riusciva a mantenere un contegno
esterno di ugual umore ed incontrandosi al confessionale con anime che
soffrivano le sue stesse prove, con parole intimamente persuasive, sapeva
portarle alla più grande fiducia nel Signore.
Tanta
fedeltà meritava un premio e Dio mandò al Beato l'angelo della sua
consolazione. Era questi un suo confratello cappuccino, teologo assai
autorevole, che conosceva bene il p. Innocenzo. A una sua sollecitazione di
aiuto il tv. Arsenio Comincini da Brescia gli rispose con questi precisi punti:
1.
« Non pensare al passato eccetto che alla sera e quando fa l'esame di coscienza
per la confessione ».
2.
« Non giudicare della gravità delle proprie azioni se non quando vedesse
d'essere incorso avvertitamente in colpa grave ».
3.
« Quando predica, confessa e celebra la santa Messa non pensare mai né mai
giudicare le proprie azioni. Se vede o teme di aver commesso dei difetti
domandi perdono di cuore al Signore e continui ».
4.
« Durante le sante missioni non domandar consiglio circa le sue angustie se
non al proprio direttore ».
5.
« Sciogliere speditamente i casi secondo lo studio fatto ».
Con
l'aiuto di questi consigli, così esatti, e per la bontà del Signore il Beato
andò lentamente rasserenandosi. Il suo spirito, superata la durissima e lunghissima
prova, si abbandonava ormai nella beatitudine dell'unione più dolce.
Nei
voti religiosi il p. Innocenza trovò un mezzo efficacissimo per ordinare la sua
vita interiore nel senso dell'unione più intima, poiché essi l'aiutarono a
staccarsi totalmente dal mondo e da se stesso. Fatto libero e leggero il suo
spirito volava a Dio e riposava in Lui, vivendo soltanto di preghiera.
1.
Come un angelo
Da
quando indossò la talare più nessuno, nemmeno la mamma, potè vederlo in
abito borghese. Un giorno si era portato in camera per cambiare la veste.
Mentre ne depone una e sta per infilarsi l'altra sente spingere l'uscio. Era sua
madre. Niente di male, ma il suo scatto per nascondersi dietro il letto fu così
rapido che quasi batteva la testa contro il muro.
Non
tollerava che si toccasse la sua persona. Una sera a Braone, dopo una giornata
intera passata in confessionale, salendo le scale per recarsi nella sua stanza,
il Beato perdette i sensi e cadde. La nipote del parroco lo vide e si mise a
gridare e corse verso di lui per sollevarlo. P. Innocenzo, vedendosi venire
incontro la donna, la guardò con occhi terrorizzati e gridò: « Non toccarmi:
vada via »!
Neppure
i medici potevano trattarlo liberamente. « Fui presente, racconta p. Fedele da
Brivio, ad una visita da lui avuta quando era ammalato. Egli era talmente
assopito dal male che non poteva né parlare né aprire gli occhi, ma quando
il medico mosse le coperte per visitarlo, ad un tratto si scosse e gli diede un
fiero sguardo come per dirgli: « Perché mi tocca »?
Un
giorno il medico, finita la visita, ordinò l'applicazione delle sanguisughe.
P. Innocenzo ne rimase talmente turbato e in pena che l'infermiere non fece
neppure la prova: gli avrebbe arrecato un dolore troppo grave.
Nessuno
si permise mai alla sua presenza di raccontare barzellette a doppio senso.
Bastava vederlo, dicono i contemporanei, perché a chiunque passasse il
ghiribizzo dei racconti piccanti.
2.
Non si potevano vedere i suoi occhi
Custodiva
il cuore e la mente con una straordinaria mortificazione degli occhi. Ben
pochi sono coloro che possono dire di averli visti. La gente lo osservava
quando passava tutto solo per le vie del paese o su per i viottoli del monte:
gli occhi a terra, raccolto in preghiera. A volte aveva in mano un Crocifisso e
camminava contemplando e versando lacrime.
Quando
qualche donna gli si inginocchiava davanti e implorava la sua benedizione, il
Beato, per non vederla, volgeva la testa altrove o alzava gli occhi al cielo.
Solo in occasioni consimili si poterono vedere.
Neppure
in convento, dove non esistono che persone religiose e immagini di santi, egli
dava libertà ai suoi occhi. Difatti anche i Frati sono concordi nel dire che
era impossibile vederli.
Sotto
questa ferrea disciplina, che egli si impose fin da fanciullo, i suoi sguardi,
vere finestre dell'anima aperte sul mondo, non poterono mai raccogliere
visioni capaci di turbarlo. Il Beato godè per tutta la vita una gran pace a
proposito di purezza:
La
sua carne, martoriata dal flagello, estenuata dal digiuno, ordinata e calma per
la custodia dei sensi concedeva allo spirito la perfetta serenità ed emanava,
dicono molti testimoni diretti, un soave profumo.
3.
Povertà altissima
Sembrava
che il Beato non sentisse il bisogno delle cose temporali. Quando non ne
poteva fare a meno ne limitava l'uso al minimo necessario.
Questo
spirito, che spiega le sue generosità verso i poveri quando era ancora curato,
aumenta fino all'eroismo col suo ingresso in convento.
Vestiva
poverissimamente. I suoi abiti erano tutte pezze e rammendi. Il sarto
naturalmente era lui. Anche i fazzoletti da naso avevano delle pezze. A volte
i Frati gli facevano osservare che non era proprio necessario giungere a quegli
estremi, ma egli rispondeva che per lui erano ancora buoni, andavano ancora
molto bene.
Dopo
alcuni anni di vita religiosa anche le sue tonache si erano sdruscite e fatte
lise. Egli le puliva e rappezzava con cura meticolosa, ma non pensava nemmeno di
chiederne delle altre. Un giorno il p. provinciale, giunto all'Annunciata in
sacra visita, gliene offrì una nuova. Ma egli rispose: « Neh, padre, anche
S. Francesco andava con abito povero. Per quel che sono io questa tonaca può
andare ancora un paio d'anni ».
Le
sue prediche sono tutte su quadernetti di classe elementare, i diari invece
son davvero foglietti di carta di diversa qualità, raccolti, come dicono i testimoni,
nel cassone dei rifiuti.
Era
talmente delicato nell'uso delle cose che non si permetteva assolutamente nulla
senza la licenza del p. guardiano. Un giorno vide in mano a fra Francesco da
Berzo S. Fermo un'immaginetta della Madonna, tanto devota che gli venne il
desiderio di averla. E gliela chiese. Come vicemaestro poteva benissimo
conservarla senza domandarla a nessuno, ma non ne ebbe il coraggio. Andò dal p.
guardiano e si inginocchiò davanti a lui: « È contento che mi Consegnate a p.
Guido L. 4,00 ».
Pensi
perciò il lettore se il Beato non doveva essere esatto nell'uso del denaro.
Tra i suoi fogli abbiamo trovato le note delle spese fatte nel suo viaggio
da Milano ad Albino, quando predicava gli eserprenda questa immaginetta da fra
Francesco »?
Esercizi
spirituali. « Ricevute L. 7,60. Da Milano a Bergamo spese L. 2,88. Da Bergamo
ad Albino L. 0,72.
4.
Cosa pensava dei superiori
Il
Beato Innocenzo non volle mai accettare la distinzione fra la volontà di Dio
e la volontà dei superiori. Per lui furono sempre una sola cosa, una sola
dolcissima catena che lo univa al Signore. Questa convinzione, già tanto viva
fin dagli anni del seminario, aumentò in lui e si stabilì come norma assoluta
quando si incontrò con alcune espressioni particolarmente significative dei
suoi santi maestri spirituali.
Attinse,
come abbiamo detto, un po' da tutti, ma specialmente da S. Margherita Maria
Alacoque. « Il mio Maestro, trascrive il Beato dalla Santa, mi ingeriva tanto
timore di fare la mia volontà che fin d'allora conobbi che tutto quanto
potessi fare non gli sarebbe gradito se fatto non fosse per amore ed obbedienza
». E ancora: « Mi disse il Signore: Voglio da te adempiuto il comando delle
tue superiore non solo, ma che tu nulla faccia di ciò che ti sarà da me
prescritto senza il loro beneplacito, amando io la obbedienza e non potendomisi
senza di essa dare soddisfazione ».
Il
religioso che vuol fare la sua volontà, imparava il Beato dallo stesso suo
serafico Padre, è un grande illuso: non fa la sua volontà, ma quella del demonio.
« Fratello, diceva S. Francesco, ho veduto il diavolo sopra il dorso di quel
tal frate disobbediente, che lo teneva stretto per il collo: ed egli, sospinto
da un tal cavalcatore, calpestando il freno dell'obbedienza, andava per dove
le redini di lui lo volgevano ».
5.
Come Gesù nell'Ostia
Il
serafico Padre - è sempre il Beato che scrive nel diario - amava paragonare il
religioso obbediente al morto, che sta silenzioso dove lo si mette, e al cieco
il quale si lascia docilmente guidare dal suo accompagnatore. Belle immagini,
ma al p. Innocenzo dovette piacere assai più quella che trovò nella sua Santa
prediletta.
«
Chi è più obbediente del mio Gesù nell'eucarestia? Ivi Egli si ritrova
nell'istante medesimo che sono pronunciate le parole sacramentali, sia giusto o
reo il sacerdote, o qualunque uso ne voglia fare, tollerando di star in cuori
macchiati di colpe, alle quali Egli ha pur tanto orrore. Vuole pertanto che ad
esempio suo io mi abbandoni nelle mani delle mie superiore, quali si siano, onde
di me dispongano a loro talento, senza che io mostri la minima ripugnanza per
quanto potessero essere contrarie alla mia inclinazione. Deh! vengami questa
disposizione, perché voglio combattere le mie ripugnanze e dire alla più
forte di esse così: il mio Gesù fu obbediente fino alla morte di croce. Voglio
dunque obbedire fino all'ultimo respiro della mia vita, affine di prestare
omaggio all'obbedienza di Gesù nell'Ostia ».
Il
superiore, nella sua figura umana, era per il Beato come la Specie
eucaristica: gli occhi del corpo vedevano le forme e gli orecchi udivano la voce
dell'uomo, ma l'anima vedeva e adorava Gesù. « Quando credeva di non
essere visto, dicono gli atti dei processi, passando avanti alla cella del suo
superiore, si prostrava a terra a baciare il gradino dell'uscio ». Quella
cella era per lui una specie di Tabernacolo.
Fu
appunto così, cioè per virtù di fede profonda, la quale non ha né occhi né
giudizio, che il Beato giunse ad essere « un uomo senza volontà propria ».
6.
Era l'obbedienza vivente
Dire
che il Beato ebbe la volontà soltanto per esercitarsi a distruggerla non è
affatto una esagerazione. Egli obbedì sempre, obbedì ciecamente, obbedì eroicamente.
Per restarne convinti basta dare uno sguardo all'ultimo suo regolamento della
giornata, dove, con estrema esattezza, fissa ogni tempo e ogni azione, persino
le giaculatorie. Il Beato sottopose questo foglio all'approvazione dei
superiori ed essi glieio benedirono. Così in lui tutto diventava obbedienza,
anche il più segreto sospiro dell'anima.
«
Qualunque cosa gli venisse comandata, racconta don Bortolo Valsecchi, oppur
solo indicata da fare dai suoi superiori, accettava ed eseguiva con la più
viva compiacenza. In lui non si notò mai il più piccolo segno di renitenza o
di disgusto per quanto la Regola o l'obbedienza gli presentava. Ricordo che
essendo io probando e quindi separato dalla comunità, p. Innocenzo per
desiderio dei superiori continuò per ben tre mesi a tenermi compagnia e a
farmi giocare. Giocavamo alla dama ».
7.
Piuttosto la morte
Una
volta il p. guardiano dovendo mandare un religioso in una parrocchia della
valle e non avendone uno disponibile, si risolse di accennarne al Beato, che
stava piuttosto male. Alla voce del suo superiore egli dichiarò subito di
aver forze sufficienti, di potercela fare. Ma dopo appena qualche chilometro di
strada cadde svenuto. Alcuni contadini lo videro e, attaccato un somarello al
carrettino, lo accompagnarono fino a destinazione.
Fu
appunto in uno di questi giorni di maggior sfinimento che egli, contrariamente
al parere di alcuni confratelli, fu mandato in confessionale. L'impegno col
quale il Beato esercitava questo ministero, forse l'angoscia spirituale di dover
ascoltare tante miserie e tante offese al suo Dio, la ressa della gente, il
caldo lo stremarono. I penitenti lo videro cadere in avanti svenuto, bianco come
un panno lavato. Lo raccolsero pietosamente e lo portarono a letto.
Egli
avrebbe preferito « morire piuttosto che sottrarsi all'obbedienza ».
8.
Penitenza e obbedienza
Gli
sforzi maggiori che il Beato dovette compiere per l'obbedienza non furono creati
da questi ordini, ma da alcune limitazioni che i superiori prudentemente
imposero alla sua sete di penitenza.
Una
sera il fratello cuoco aveva preparato due uccelletti per ciascun frate. Ce
l'aveva messa proprio tutta e non gli gradì che il p. Innocenzo glieli avesse
fatti scivolare nel cassetto, con l'intenzione di consumarli quando non
avrebbero più avuto alcun gusto. E lo disse ai religiosi. Il p. guardiano,
che era in vena, fece portare in ricreazione il piatto e una sedia, chiamò il
Beato e gli disse: « Sedetevi qui in mezzo a tutti e mangiateli ». E p.
Innocenzo non se lo fece ridire.
Si
trovava una volta tra i suoi cari novizi a Lovere. Il superiore, osservando la
sua grande mortificazione e desiderando che mangiasse almeno a sufficienza,
gli ordinò ad alta voce che prendesse tutto quello che passava alla mensa. Con
meraviglia di tutti il Beato si alzò e disse: « Obbedienza, santa carità ».
Prese le sue porzioni regolari e le consumò. Nessuno dubitava che p. Innocenzo
fosse guidato in queste penitenze così rigorose da una speciale ispirazione
divina. I suoi superiori si trovavano a volte in un serio imbarazzo, perché
temevano di opporsi al desiderio divino sul caro padre, soprattutto perché
egli osservava a puntino le loro prescrizioni. Da quando essi gli fissarono la
quantità di cibo da prendere, il suo vicino di tavola fu davvero messo in
croce: ad ogni pasto il Beato gli mostrava la scodella o il piatto e gli
chiedeva se aveva preso abbastanza per non venir meno all'obbedienza.
Un
giorno si recò a supplire un parroco. Il p. guardiano aveva in precedenza
raccomandato di aver riguardo alla sua salute, soprattutto di farlo mangiare.
Niente di più facile, pensa il buon prete. Prima di partire prende penna e
carta e stende ordini tassativi. Al suo ritorno la sorella gli raccontava che
ogni tanto p. Innocenzo voleva vedere quel foglio e chiedeva: « Ha proprio
scritto così »?
9.
Fino alla morte
Ma
l'obbedienza più grande, quella che gli accorciò la vita, fu l'ordine di
predicare gli esercizi spirituali ai confratelli. Doveva passare per i
conventi di Milano, Albino, Bergamo e Brescia. Lo sforzo della preparazione -
egli non aveva mai parlato ai religiosi per corsi così importanti -, la
vociferazione, la penitenza e la preghiera che egli moltiplicò in quei giorni
per assicurarne l'esito felice, soprattutto la preoccupazione che lo agitava nel
doversi presentare maestro di santità a confratelli ritenuti tutti più santi
di lui, diedero una scossa mortale alla sua salute, già così fragile.
Lo
dicono apertamente coloro che lo videro e lo ascoltarono. « Massimo sacrificio
fu quello di accettare di tenere gli esercizi spirituali alle nostre comunità,
anche per la ripugnanza di imporsi agli altri ». « Probabilmente, aggiunge un
altro teste, riassumendo il pensiero comune, questo sacrificio accellerò la
sua fine ».
Nessuno
dei frati pensava che la piccola cattedra eretta per lui nel coro di Monforte
fosse l'altare della suprema sua offerta, la croce su la quale il Beato, come
Gesù, allargò le braccia all'obbedienza mortale. Egli solo lo sapeva, perché
egli solo, nella sua profonda umiltà, sentiva il peso dell'immane sacrificio.
Come
l'umiltà è il fondamento di ogni virtù, così la carità ne è il compendio e
l'anima. Senza di esse è impossibile ogni perfezione.
1.
Il ritratto dell'umiltà
«
Volendo dipingere l'umiltà, dice nei processi p. Cottinelli, si potrebbe
ritrarre p. Innocenzo ». E certamente non ci si sbaglierebbe. Gli occhi
sempre fissi a terra, il capo chino, l'aspetto dolce e sereno, sempre disposto
ad obbedire, a servire, a mettersi all'ultimo posto, profondamente convinto di
non meritare neppure di vivere in convento, il Beato aveva di se stesso un
concetto bassissimo, di disprezzo.
Per
tutta la vita non fece che nascondersi e niente lo faceva tremare quanto la lode
o un posto distinto. Si riteneva il più gran peccatore, il più incapace, e
perciò si raccomandava alle preghiere di tutti e non si stancava di sollecitare
correzioni e rimproveri dai superiori.
Tutto
ciò potrebbe far pensare che era un povero di spirito, una persona piccina e
gretta, nell'intelligenza soprattutto.
2.
Aveva delle belle doti
I
fatti invece dicono il contrario. In collegio e in seminario fu sempre tra i
primi nelle classifiche scolastiche; nella sua predicazione era ammirata non
solo l'unzione della parola, ma anche la chiarezza e la profondità dei
concetti; fattosi religioso, i frati dovettero ammettere più volte la sua
superiore competenza in teologia dommatica e morale; era considerato uno dei
sacerdoti più preparati della valle e a lui salivano frequentemente i parroci
per consigli e schiarimenti.
Quel
suo star sempre indietro agli altri, quel continuo nascondersi non era effetto
di povertà di spirito, bensì il frutto di autentica e soda virtù. Dimenticare
questo o non vedere in questo senso la sua condotta significherebbe travisare
tutta la vita del Beato e negargli ogni significato.
3.
Alla scuola dei Santi
In
questa linea di condotta egli si confermava ogni giorno leggendo le vite e le
opere dei suoi Santi preferiti. « Si devono preferire le umiliazioni che ci
vengono dagli altri a quelle che scegliamo noi ». « Il sopportare con
serenità gli abbassamenti per parte degli altri è la pietra di paragone
dell'umiltà ». « L'umiltà sia sempre accompagnata dall'obbedienza e con
l'obbedienza sia misurata l'umiltà ». « Bisogna abborrire dal parlare di se
stessi, sia in bene che in male ».
Su
queste e moltissime altre sentenze preziose il Beato regolava con attenzione
tutta la sua vita, interna ed esterna, e si sforzava di scendere fino all'essenza
profonda della virtù. La vera umiltà, troviamo scritto nei suoi diari, non
contraddice mai la carità, poiché il vero umile o non si offende o si padroneggia
in modo da non mostrarsi offeso. Appartiene a questa virtù il non sentirci
mai in diritto di avanzare una pretesa, il crederci meritevoli di ogni biasimo.
La ragione di tutto ciò sta nella viva coscienza che i Santi hanno delle loro
colpe. Quale diritto all'onore o al rispetto può avere colui che si è reso
degno dell'inferno? Come peccatori, essi dicono, si è meno del niente: perché
il niente non ha offeso il Creatore.
Questi
pensieri creavano degli abissi nell'anima di p. Innocenzo. Egli vi scendeva e vi
stava ogni giorno, ogni momento, vi stette per tutta la vita. Ma nessuno
sarebbe riuscito a persuaderlo che egli valeva qualche cosa. Egli era soltanto
« l'essere più inutile », « un povero peccatore ».
4.
« Io sono più peccatore di voi »
Mentre
Francesco Fiora stava parlando con un malgnese della Valtellina vide il Beato
salire dalla strada dell'Annunciata. « Quel frate, disse il Fiora, è il p.
Innocenzo ». Il forestiero ebbe un sussulto: anche nei suoi paesi si parlava
molto di lui. Lasciò la conversazione e corse incontro al Beato, si gettò ai
suoi piedi e gli si raccomandò dicendo: « Pregate per me che sono un povero
peccatore ».
Il
Beato, quasi smarrito, chino su di lui, lo prese per un braccio e lo fece
alzare. « Su, su, gli disse, io son più peccatore di voi ». Non era
possibile, ma per lui non c'era niente di più certo.
Il
giorno del suo onomastico gli studenti si recano alla sua cella con mazzi di
fiori e poesie: vogliono fargli omaggio e presentare i loro auguri. Ma egli
non ne vuol sapere. Mentre il Beato insiste nel suo rifiuto passa sul corridoio
p. Eusebio. Si ferma, ascolta, comprende al volo di che cosa si tratta. Spinge
l'uscio della cella e con quattro paroline che sapeva dir lui aggiusta subito
tutto. I fiori vengono accettati, anzi graditi, e gli studenti restano
soddisfatti.
5.
« Santo Padre, mi benedica »!
Una
buona donna desiderava di avere dal Beato una benedizione e un oggetto di
devozione. Un giorno che lo vide passar davanti a casa sua gli andò incontro
e gli disse: « Santo Padre, mi dia una medaglia ». Ma p. Innocenzo si mise a
correre giù per la strada fingendo di non aver sentito. La cosa si ripetè più
volte e la donna non sapeva comprenderne la ragione, finché, istruita dal
nipote sacerdote, lo pregò così: « Cappuccino, mi dia una medaglia ». Il
Beato allora si fermò e la accontentò.
Quando
scendeva a Berzo andava diritto in chiesa. La gente, desiderosa di avere la sua
benedizione, si affollava attorno a lui e insisteva. « Ma egli si schermiva
dicendo: Non sono degno, ve ne sono tanti altri più buoni di me ».
6.
« Fratello, vi domando perdono »
Quando
gli si chiedeva un consiglio spirituale diceva di essere un povero ignorante, più
bisognoso di averne che capace di darne. Prima di partire dall'Annunciata p.
Francesco si recò da lui per avere una specie di programma spirituale. Il Beato
gli rispose: « Caro confratello, giacché abbiamo la fortuna di esser
religiosi, facciamoci santi osservando la santa Regola e le Costituzioni e
quanto insieme abbiamo imparato al santo noviziato; stimiamo sempre gli altri
migliori di noi e guardiamoci dal recar loro disturbo alcuno » « Poi, continua
il p. Francesco, egli mi si mise in ginocchio davanti e con le mani e col
capo chino quasi fino a terra, Fratello, aggiunse, vi domando perdono di tutti
i miei mali esempi e scandali che vi ho dati con la mia vita tiepida e
rilassata ».
«
A tale atto io pure caddi in ginocchio e con le lacrime agli occhi risposi:
Padre, ella mi ha dato sempre buon esempio; piuttosto preghi il Signore e la
Madonna e San Francesco che mi facciano diventare come lei. A queste parole p.
Innocenzo mi guardò stupito e disse: Non sapete che io sono un povero
peccatore? Però se il Signore così buono non disdegna la preghiera di un
peccatore, vi prometto che pregherò per voi a patto che voi pure preghiate per
me e che mi diciate subito tutti i difetti che avete notato in me in questi
sedici mesi che avete dimorato in questo convento! Che potevo io dirgli di difetti,
mentre non ebbi che ad ammirare le sue virtù e le sue penitenze così aspre? E
però dissi risoluto che non trovai in lui difetto alcuno. Ed egli rimase per
quella mia dichiarazione molto melanconico, sicché io me ne partii sempre più
persuaso della sua santità ».
7.
« Avete sentito adesso? »
Quasi
tutti i suoi superiori lo vollero provare con riprensioni immeritate. P. Candido
ci trovava un gusto particolare, specialmente quando era il Beato stesso a
dargliene l'occasione. « Un giorno, racconta p. Policarpo da Zorzino, lo vidi
inginocchiarsi a guisa di un novizio innanzi al p. guardiano, il quale dapprima
non fece mostra neppur di averlo visto, poi, con aria di disprezzo gli chiese:
Che avete, impostore? P. Innocenzo con volto ilare disse: Le domando licenza
di parlare agli studenti. Ed avendogliela concessa in modo piuttosto brusco,
il servo di Dio, sempre in ginocchio, chiese a noi studenti: Mi dicano per carità
i difetti che commetto in coro, nel cantare. E tacendo noi per rispetto egli
insisteva Stono, non è vero? E uno di noi disse: Sì, qualche volta fa un po'
di cantilena, sembra che pianga. Allora il p. guardiano aggiunse: Avete
sentito adesso? Mi scandalizzate fino gli studenti.
Il
p. Innocenzo tutto giulivo ringraziò della carità, domandò perdono del mal
esempio e si raccomando alle nostre orazioni ».
8.
Si inginocchiava davanti a tutti
Un
confratello un giorno gli parlava con entusiasmo e si congratulava col Beato
per l'esito meraviglioso di una missione da lui tenuta. « Fratello, parliamo
d'altro, lo interruppe il p. Innovenzo, perché io sono molto inclinato alla
superbia ».
Quando
i novizi, finito l'anno di prova, partivano dall'Annunciata, egli li
accompagnava per un tratto e prima di lasciarli si inginocchiava davanti a loro
e chiedeva perdono di tutti gli scandali che credeva di aver loro dato.
Un
giorno, dopo lunga preghiera, uscendo dal coretto incontrò il p. Enrico da
Lonate. Era tale la sua mortificazione che non seppe neppure conoscere se si
trovava davanti a uno studente o a un sacerdote. Glielo chiese sottovoce e come
seppe che il giovane religioso era ancora chierico, si gettò ai suoi piedi e ad
ogni costo glieli voleva baciare.
Anche
fra Ferdinando prima di partire dall'Annunciata andò a salutare il Beato.
Subito il p. Innocenzo si inginocchiò davanti a lui e insisteva nel volergli
baciare la mano. Quando il fratello, per accontentarlo, stava per cedere, ecco
sopraggiungere il p. guardiano. Ma come? Un sacerdote in ginocchio che vuol
baciare la mano a un fratello laico? Dove avete la testa? Avete perduto ogni
senso di dignità? Via, in cella!
Il
povero padre, che voleva umiliarsi, quella volta ebbe davvero un graditissimo
compenso.
Ad
Albino, dove si trovava come predicatore degli esercizi spirituali, un giorno si
incontrò con fra Camillo, il futuro vescovo dell'Eritrea. Il giovane studente,
pieno di ammirazione e di fede nella santità del Beato, si inginocchiò a
chiedergli la benedizione. « Ed egli, dice monsignore, accettò di benedirmi,
ma prostratosi a terra con la faccia nella polvere, alzò la sua mano sopra di
me e mi benedisse. Del che io rimasi non solo edificato, ma anche mortificato ».
9.
La sfera a due colori
Disse
molto bene quella Santa che raffigurò tutta la perfezione in una sfera
colorata. Una parte ha il colore dell'umiltà, l'altra della carità. Quanto più
una si abbassa, altrettanto si innalza l'altra.
Se
era così profonda l'umiltà del Beato possiamo pensare che la sua carità
dovette essere altissima. Anche per questa virtù egli raccolse nei diari detti
e fatti dei suoi Santi, ma il suo vero Maestro fu Gesù nel Tabernacolo, il
Crocifisso e il S. Cuore. Da Gesù riceveva la misura suprema del suo amore verso
Dio e verso il prossimo. « La sua carità, dicono i testi dei processi, era
senza limiti: avrebbe dato anche la vita ».
Don
Giovanni Occhi racconta di averlo avuto per otto giorni interi in casa sua come
aiuto nelle confessioni durante una missione al popolo. Il Beato dovette
sentirsi particolarmente impegnato. Per ottenere la conversione a tante povere
anime, lontane da Dio e dalla Chiesa, egli raddoppiò il suo spirito di
preghiera e di penitenza. Si cibava pochissimo, non andò mai a letto una volta
sola, si flagellò più aspramente, soprattutto pregò.
Lo
si vedeva sempre o in chiesa o in casa tutto raccolto, col capo chino, immerso
nell'orazione. Lasciò in canonica e nel paese un ricordo incancellabile e
fece un bene immenso. « Di tante missioni che, quale parroco, in vari paesi ho
fatto dare ai miei parrocchiani, conclude don Occhi, nessuna riuscì così
fruttuosa come quella e tutti abbiamo ciò attribuito specialmente alle
orazioni e alla predicazione dell'esempio che diede il servo di Dio ».
10.
Per le anime più dure
Quando
s'incontrava con delle anime particolarmente restie alla grazia il Beato
moltiplicava le sue insistenze presso la misericordia di Dio e batteva con tutta
la forza della convinzione al cuore dello sventurato: e vinceva sempre.
Un
giorno gli fu detto che una donna si era separata dal marito e non intendeva
per nessun motivo di ritornare assieme. Da quel momento essa divenne la cura
speciale del p. Innocenzo. Alla preghiera il Beato unì la più aspra penitenza.
Sotto la violenza del flagello la sua anima gemeva e invocava la grazia. «
Signore, diceva con la sua santa maestra, io non cesserò di battermi se non mi
date quell'anima ».
Dopo
alcuni giorni quella donna si accostò al suo confessionale, disse tutta la
miseria della sua vita, pianse e assicurò p. Innocenzo di voler tornare col
marito per essere sposa fedele e madre esemplare.
11.
I suoi prediletti
La
fama della sua santità si era ormai estesa in tutta la valle e da ogni parte
giungevano folle di pellegrini ad invocare la sua benedizione. Per questa
povera gente, colpita dal male nel corpo e nell'anima, « egli era tenero e
amorevole come una mamma ». Verso gli infermi poi giungeva ad espressioni di
carità squisita. Per essi faceva scomparire nelle maniche dell'abito frutta e
pietanza non solo quando si trovava a mensa nelle canoniche, ma anche quando
era al convento.
Per
accontentare la sua brama il p. guardiano si faceva spesso sostituire dal Beato
nella visita agli ammalati della frazione. Allora era una festa per tutti,
specialmente per p. Innocenzo. Per quelle visite egli stava sempre benissimo,
anche se c'era da camminare ore intere per sentieri coperti di neve o sotto il
sole ardente dell'estate.
12.
Sostituto pericoloso
Anche
in convento il Beato sentì vivissimo il dovere di aiutare i poveri che si
presentavano a chiedere la carità. Bastava che uno stendesse la mano o
raccontasse qualche miseria perché si intenerisse fino alle lacrime.
Quando,
in assenza di altri sacerdoti, toccava a lui fare da superiore, i frati
tremavano per la loro dispensa. « Allora, dice un testimone oculare, i fagotti
di farina e di lardo e quanto altro gli veniva alla mano se ne andavano ». I
poveri in questi giorni di cuccagna si passavano la voce e facevano la processione
alla portineria.
Quando
non poteva personalmente soddisfare questa sua carità verso i bisognosi,
raccomandava al portinaio di « trattarli bene ». « Trattarli bene » voleva
dire, spiega un teste, « riceverli sempre con fraterna carità e soddisfarli
in tutte le loro esigenze ». Se gli era concesso, egli stesso portava la sua
scodella di minestra alla portineria. Peccato, sembrava dire, che non ho
proprio altro da darvi.
13.
Questuante originale
Quando
il Beato usciva per la questua era per tutti l'angelo della consolazione. A chi
gli dava pane e uova rispondeva ringraziando e promettendo preghiere; a chi
invece diceva che aveva più bisogno di carità che possibilità di farne, egli
lasciava parte di quello che aveva raccolto.
Di
queste questue singolari, rare e sorprendenti anche in un cappuccino, ne è
rimasto il ricordo in tutta la valle. Una volta il Beato fu mandato « in vai di
Lozio alla cerca delle rape e delle patate ». La gente generosa e cordiale
gli riempì in poco tempo il gran sacco che aveva portato, ma egli arrivò al
convento che non ne aveva più neppure una.
«
Mandato un giorno alla cerca delle uova si riempì, dopo mezza giornata, la
sporta, ma nel ritorno al convento non ne portò neppure uno, perché le distribuì
man mano ai poveri fino all'ultimo ».
In
simili casi, che non dovevano essere infrequenti, i padri si divertivano
spassosamente al suo indirizzo, specialmente il fratello questuante e il p.
Eusebio, ma il p. guardiano aveva modo di fare le sue riflessioni e di
concludere che, se si poteva andare avanti senza nessuna preoccupazione, con
tante bocche da riempire, lo doveva proprio a p. Innocenza. La sua preghiera e
la sua carità attiravano le benedizioni del Signore e suscitavano la
generosità dei benefattori.
«
Il mezzo migliore di tutti per ben finire la vita spirituale è il principiar
sempre di nuovo e il credere di non aver mai fatto abbastanza ».
Con
queste parole di S. Francesco di Sales, che confermavano pienamente quanto il
Beato sapeva già dal suo serafico Padre, p. Innocenzo fissa la sua norma e la
sua ansia: sempre più e sempre meglio. Nel cammino della perfezione non ci si
deve mai fermare: chi si ferma, dicono i maestri di ascetica, torna
inevitabilmente indietro.
1.
L'ideale supremo
Il
Beato toglie direttamente da S. Francesco l'ideale più alto - l'unico - della
sua vita religiosa « Non voglio che i miei frati siano avidi di scienza e di
libri, ma voglio che si fondino sopra la santa umiltà e che tengan dietro
alla schietta semplicità, alla santa orazione e alla signora povertà. Questa
è la strada sicura alla propria e all'altrui salvezza, poiché questa sola
Gesù Cristo ci insegnò ».
Con
questa ed altre copiose norme di vita spirituale, attinte dai più diversi
maestri di santità, il p. Innocenzo si stimolava e si nutriva. Il pensiero dell'eternità
e della croce, l'esercizio dell'umiltà più profonda, la carità eroica senza
alcun riguardo a se stesso, in santa gara coi Santi e con Gesù, nel massimo
rispetto della regola e dell'autorità che lo guidava, nell'ardore della
preghiera, particolarmente eucaristica: ecco la sua direttiva e le forze
segrete che fecero di lui un santo.
Esse
diventano di giorno in giorno la luce dei suoi passi spirituali, tramano la sua
vita e l'arricchiscono di splendide virtù. Noi tuttavia non possiamo misurare
le vette da lui raggiunte, non solo perché allo sguardo umano è impossibile
cogliere esattamente l'opera della grazia nell'anima dei Santi, ma anche perché
il Beato non si è mai curato di dircene qualcosa. Egli lavorava, saliva,
pregava, si umiliava, lasciando solo a Dio la gioia della compiacenza. « La
perfezione, dice egli nel diario, non consiste nelle virtù conosciute
dall'anima, ma in quelle conosciute da Dio: il che è occulto e quindi vi è
sempre da temere».
2.
Senza stanchezza e senza soste
«
Vi è sempre da temere ». Cioè resta sempre il dovere del lavoro assiduo e fervido,
che non conosce stanchezze e non ammette soste; il dovere della vigilanza su
se stessi per non cadere nei lacci finissimi dell'amor proprio, il dovere di
scendere sempre più in basso negli abissi dell'umiltà, di infiammarsi nel
fuoco della carità verso Dio e il prossimo, di pregare fino alla
trasfigurazione dell'anima in Gesù.
Ansia
della perfezione più alta, brama di perdersi in Dio, ignaro del mondo e di se
stesso, immerso nella preghiera: in queste parole, difficilmente traducibili
nel linguaggio umano, sta tutta la vita interiore del nostro Beato.
3.
Era divenuto preghiera vivente
«
La mortificazione senza l'orazione è un corpo senza l'anima e l'orazione senza
la mortificazione è un'anima senza il corpo ». Come in ogni cosa cercava di
patire per il Signore, così in ogni momento il Beato si immergeva nella
preghiera. La penitenza e la preghiera formano il tessuto più segreto e più
prezioso di tutta la sua giornata.
Parlando
del suo spirito di orazione i processi dicono: « Tra il p. Innocenzo e Dio si
era formata una tale unione che il distaccarne il pensiero era per lui assai più
difficile che non sia per altri il raccogliervelo ».
Ogni
momento, ogni azione, anche la più ordinaria e comune, aveva la sua fervida
preghiera di offerta. Lo deduciamo dai suoi diari, dove troviamo diverse
formule che recitava « al mattino alzandosi », « prima di mangiare », «
andando alla ricreazione », « andando a riposo ».
Prima
di mangiare pregava così: « Signore Gesù, prendo questo cibo con quell'amore
col quale tu lo santificasti quando ne mangiavi a lode di Dio e salute degli
uomini ». Assai più significativo è il tratto che riferisce in altro punto:
« Andando in refettorio vi porrete dentro il Cuore di Gesù, prenderete in
esso la vostra refezione, pregandolo che vi sia come una comunione spirituale ».
Tra parentesi il Beato aggiunge: « Ad una santa persona il Signore suggerì
di considerare i bocconi come intinti nel sangue di Gesù Cristo ».
Ogni
cosa ed ogni azione diveniva per lui occasione di altissima e intima unione.
4.
Sembrava un Serafino
La
preghiera dunque, mormorata a fior di labbro o silenziosa nel profondo del
cuore, era il respiro incessante della sua vita. L'orazione era davvero
l'unica azione che egli faceva.
Guardandolo
stupefatti, quando pregava in coro o in chiesa, i suoi confratelli dicevano: «
Quell'uomo è veramente assorto in Dio, parla con Dio con tale penetrazione ed
amore come farebbe un serafino del cielo ».
Dopo
diverse ore dalla cena un sacerdote, recandosi alla sua camera, osservò che
nella stanza di p. Innocenzo era ancora acceso il lume. Temendo che si sentisse
male, spinse l'uscio e lo vide inginocchiato per terra, curvo, senza appoggio
alcuno, immobile come una statua, rivolto verso l'altare del SS. Sacramento.
Quando
pregava non avvertiva nulla di quello che avveniva attorno a lui. Don Ceresetti
lo dovette scuotere più volte nella chiesa dell'Annunciata per fargli capire
che lo aspettava in confessionale.
5.
Preghiera e obbedienza
Soltanto
l'obbedienza poteva impedirgli di abbandonarsi in questo modo alla preghiera.
Il confessore e il p. guardiano gli fissarono il tempo fino al minuto e il
Beato, che per obbedire era disposto a lasciare anche l'orazione, si sforzava
di non immergersi troppo per non impedirsi di avvertire il suono
dell'orologio. Come scoccavano le ore designate egli lasciava l'altare e,
retrocedendo senza mai voltar le spalle al Santissimo, si rtirava nella sua
cella.
6.
Il metodo della sua preghiera
Ogni
santo ha la sua personale e inconfondibile maniera di pregare. Il modo seguito
dal nostro Beato è tolto letteralmente da santa Margherita Maria. « Mi fo
innanzi a Lui come un'ammalata sfinita davanti al suo medico onnipotente, senza
il quale non posso trovare né riposo né conforto alcuno. Mi pongo ai suoi
piedi come vittima vivente, che altro non desidera che di essere immolata per
consumarsi come un olocausto nelle fiamme purissime del suo amore ».
Il
vivo senso della propria miseria e della infinita maestà di Dio, l'umiltà
profonda e l'adorazione sublime sono motivi costanti nella preghiera dei
Santi. Non diceva il serafico Padre: « Chi sei tu, o mio Dio, e chi sono io »?
Davanti al Signore gli atteggiamenti dell'anima innamorata si fanno semplici ed
unici umiltà e adorazione.
Così
dunque pregava anche il p. Innocenzo.
Per
concentrarsi in questo modo egli avvertì fin dall'infanzia la necessità e
l'efficacia del silenzio. Quando sarà religioso, S. Francesco lo confermerà in
tale convinzione con parole assai precise. Il Beato le trascrive: « Regole
del silenzio: 1) Evitare le occasioni di dissipazione. 2) Parlare soltanto
quanto richiede la necessità e l'utilità, con poche parole e a voce bassa. 3)
Pensare a quello che si deve dire, secondo che richiedono le persone, il luogo
e il tempo ».
7.
Risparmiatore del tempo
Per
poter attendere alla preghiera senza interruzione il p. Innocenzo fu sempre
gelosissimo del suo tempo. Mai nessuno poté vederlo distratto o dissipato.
Per lui tutti i problemi di questo mondo non avevano né l'importanza né
l'urgenza di un solo momento di preghiera.
«Chi
usa bene del tempo, lo ammoniva il serafico Padre, e non si abbandona mai
all'ozio e alla curiosità, in breve diventa ricco di tutte le virtù. Poiché
dal buon uso del tempo procedono il raccoglimento, l'orazione, la pietà e lo
studio e i nostri vizi si fanno tacere con maggiore facilità. Il buon uso del
tempo riempie il cielo di santi e l'ozio l'inferno di dannati».
8.
Nascosto con Cristo in Dio
Dimenticarsi
e annullarsi in Dio: era questa la meta suprema dei suoi sforzi e la dolcezza più
bramata. In tal maniera il suo spirito raggiungeva l'unione più stretta e
ineffabile, accendendo nuove e più ardenti fiamme d'amore.
Su
la guida di S. Maria Maddalena de' Pazzi, un'altra sua grande maestra
spirituale, il Beato si deliziava a immaginare il posto dei singoli Beati
attorno alla divina Persona di Gesù. Il Salvatore sta nel mezzo, ammantato
del suo sangue vivo, mentre all'in giro si dispongono le corone degli eletti,
che Egli guarda con occhio di ineffabile compiacenza. Nel cuore però, come
sacre colombe ammesse alle più intime dolcezze, stanno le anime vergini che a
Lui consacrarono la vita nell'orante silenzio dei monasteri.
Il
Beato invidiava quelle anime privilegiate, ma godeva della loro felicità,
soprattutto era contento della gioia di Gesù. Avesse potuto anche lui essere
una di loro, una di quelle che formano le compiacenze del Cuore divino!
9.
Come lo videro i suoi confratelli
In
queste visioni di paradiso il Beato si immergeva tanto che il suo volto ne
fiammeggiava. Ecco una meravigliosa deposizione del p. Angelico da Vigo di
Fassa, che visse a lungo con lui: « Abitualmente penetrato dalla presenza di
Dio, non solo in chiesa ma in qualunque luogo o circostanza lo si osservasse, si
vedeva che era unitissimo a Dio e tutto fervore. Una volta, osservandolo in
refettorio, restai così colpito del suo volto trasfigurato dalla pietà, che
dissi fra me: Se un pittore dovesse rappresentare la faccia divina di Gesù
nell'ultima Cena, ci vorrebbe qui a riprodurre la faccia di p. Innocenzo. Non
ricordo aver mai visto una persona o immagine che ispiri tanta devozione quanto
il servo di Dio ».
10.
Gesù lo rapiva con Sé
Il
Beato fu un'anima orante, contemplativa, un'anima che visse di preghiera fino
a diventare preghiera vivente. Un'altra immagine di lui non è possibile
sarebbe antistorica e perciò falsa.
Egli
stesso, descrivendo nel diario l'anima abbandonata alla divina volontà, con
le intensissime parole di S. Maria Maddalena de' Pazzi, traccia la sua
biografia più vera: « Ella va camminando dietro il suo Sposo senza vedere,
senza udire, senza intendere, senza sapere, senza parlare, senza gustare, senza,
sto per dire, operare e del tutto è come morta, solo attendendo ad andar dietro
all'interiore attraimento del Verbo per non offenderlo ».
11.
Lo spasimo dei Santi
Che
il nostro Beato avesse fatto suo questo altissimo programma di vita e fosse
veramente impegnato ad eseguirlo, lo conferma la seguente deposizione:
«
Anche di notte egli teneva compagnia a Gesù e alla sua Madre divina, senza
badare ai disagi e dolori della sua poca salute. Una notte, portandomi io al
coro per il mattutino, trovai p. Innocenzo caduto lungo le scale, impotente a
proseguire il cammino alla volta del coro. Che era successo? Il buon padre, avendo
male ad una gamba, si era trascinato carponi sino a quel punto, rimanendo
affatto incapace a proseguire più oltre. Per ordine del superiore dovette far
ritorno alla cella, sostenuto dai novizi. Appena collocato nel suo letticciolo
esclamò: Bisogna ben dire che i miei peccati siano molti e gravi, se essi mi impediscono
di recarmi al coro alla presenza del mio Dio, come fanno i miei buoni
confratelli.
Inutile
dire che nelle notti seguenti lo vidi sempre intervenire al coro, sebbene
zoppicante ».
Fin
dall'infanzia fioriscono ed operano nel Beato alcune devozioni particolari, che
via via si sviluppano stimolandolo all'imitazione e all'eroismo. La sua anima
è attirata da un tenerissimo amore per Gesù e per Maria. La Madonna, ora nella
sua purezza immacolata, ora nel suo dolore ineffabile, sempre come Madre di
Dio, è costantemente viva nel suo spirito. Gesù lo attira nel mistero
dolcissimo dell'altare, nel dolore della sua passione e morte, nel fuoco dei suo
Cuore. Il nostro Beato, in tutto il senso della parola, visse di Gesù e di
Maria.
1.
L'imitazione dei Santi
Ma
attorno a queste devozioni ramificano fin dall'inizio le pratiche quotidiane a
S. Luigi Gonzaga, il santo della purezza incontaminata; a S. Giovanni Berchmans,
il santo della fedeltà amorosa e generosa; a S. Ignazio di Loiola, il santo
della volontà indomabile e combattiva. In seguito si aggiungono S. Giovanni
evangelista, modello di amore fiducioso, S. Francesco Saverio, esemplare di zelo
apostolico. E diversi altri.
Ricordare
questo precoce orientamento del suo spirito significa in certo modo stabilire
le mete alle quali mirava e il metodo che seguiva. Su l'esempio di questi Santi,
e secondo i loro modi, il Beato voleva giungere al dominio della propria
natura e a vincolare la propria volontà alla regola religiosa e alla volontà
dei superiori.
Non
dobbiamo dimenticare che p. Innocenzo è, in modo al tutto singolare, un santo
alunno dei Santi. La sua devozione ad essi si manifestava nella venerazione
delle reliquie e nel ricorso continuo alla loro intercessione. Nei tempi delle
sue tremende prove spirituali lo si vedeva spesso, durante la meditazione e
lungo il giorno, con un reliquiario in mano: lo baciava piangendo e pregava.
Il
dono più gradito che gli si poteva fare era di qualche immagine dei suoi Santi.
Tutte le immagini sacre, in convento e nelle case dei parroci, avevano il
suo omaggio devoto.
2.
Il volo mistico
Su
l'uomo così formato alla battaglia spirituale cresce e matura in lui lo slancio
mistico, guidato con sapienza dai massimi maestri alla più intensa operosità.
Anche questi Santi sono numerosi e diversi. Abbiamo S. Giovanni della Croce, S.
Teresa d'Avila, S. Maria Maddalena de' Pazzi, il venerabile fra Tommaso da
Olera, soprattutto S. Francesco d'Assisi, S. Francesco di Sales, S. Margherita
Maria Alacoque.
Il
nostro Beato non si incontrò con questi Santi a caso. La loro vita e i loro
scritti furono invece da lui attentamente scelti mentre seguiva l'interno
impulso dell'anima, la quale, avvicinandosi alla perfezione, manifestava nuovi
gusti e nuove esigenze. In tal modo, alla fase combattiva succede,
nell'esperienza spirituale di p. Innocenzo, la fase contemplativa e mistica,
che andrà sempre più sviluppandosi anche se non ne avrà mai o quasi mai le
manifestazioni soprannaturali specifiche.
3.
S. Margherita Maria Alacoque
Gli
esempi e gli scritti dei suoi Santi erano legge per il p. Innocenzo. A volte
anzi abbiamo l'impressione che l'impegno dell'imitazione sia giunto sino all'interpretazione
letterale. Ciò specialmente avviene per le rivelazioni del S. Cuore a S.
Margherita Maria Alacoque, soprattutto per l'esercizio della presenza di
Dio, la pietà eucaristica, la compassione ai dolori del Crocifisso e la
devozione al S. Cuore di Gesù. Il diario di questa Santa passò quasi al
completo nelle sue pagine. Egli lo leggeva e meditava, ne faceva argomento di
conferenze ai novizi e agli studenti, lo citava nella spiegazione catechistica
al popolo e ai fratelli laici. Dicono i processi che il Beato « aveva
sempre in bocca » il nome di questa Santa.
4.
Figlio di Maria
La
devozione del Beato ai singoli Santi e l'amore generoso per le anime purganti
erano ben poca cosa in confronto della tenerezza filiale e della fedeltà eroica
nutrita per la Vergine SS. Dopo Gesù, Maria è l'amore più grande della sua
vita.
Parlare
di Lei era la sua gioia più desiderata. Un giorno, leggiamo nei processi, «
salendo da Ossimo Inferiore verso il convento per la strada più ripida », il
Beato raccontava agli studenti le apparizioni della Madonna a San Filippo Neri.
Il suo volto era trasfigurato e bellissimo. La parola, di solito così stentata,
gli usciva facile e calda di fervore. Non avvertiva neppure la fatica della
salita e il dolore della gamba ammalata.
5.
Maestra e modello
Come
le conobbe, il p. Innocenzo fece subito sue le raccomandazioni del S. Cuore a S.
Margherita Maria, quando la esortò « ad ascoltare la santa Messa con le
disposizioni della Vergine ai piedi della Croce, ad accostarsi alla Comunione
con le disposizioni di Maria al momento dell'Incarnazione, a pregare con le
disposizioni del Cuore di Maria quando si presentò al tempio ».
Secondo
queste direttive la Madonna diveniva per lui la maestra sapiente nella pratica
delle tre massime devozioni alla Persona di Gesù: l'eucarestia, la passione e
il S. Cuore.
Guida
sicura nelle vie dello spirito Maria sarà Colei che trasporterà l'anima alla
gloria del cielo. Il Beato meditava un giorno su l'Assunzione della Vergine.
Il desiderio di lasciare la terra e di salire con Lei in paradiso gli ardeva
nell'anima in un modo incontenibile. Rivolto a Maria disse: « O Maria, a
volerci rendere atti ad essere teco assunti in cielo, bisogna far come te: prima
morire. E non essendo in nostra potestà la nostra morte, dobbiamo morire in
modo che operiamo come morti, non avendo né vedere né udire né gustare, e
stendere la nostra virtù sul cataletto che è la croce di Cristo e quivi riposarci
».
In
attesa della pace eterna del cielo il Beato, imitando la Vergine, si sceglie
il riposo accanto al suo appassionato Gesù, stendendosi con lui su la croce
delle sue pene.
6.
Fiducia illimitata
La
meditazione delle virtù di Maria non impedisce al Beato di considerarne i
privilegi. La sua potenza e la sua bontà sono per lui una inesauribile fonte
di fiducia.
In
una predica su la Madonna dice: « Aggiungete alla sua santità la sua sublime
dignità di Madre di Dio a cui fu esaltata. Ecco: a quella divina Maestà gli
Angeli non osano riguardare per gli abbaglianti fulgori. Maria invece si accosta
con confidenza e la chiama col dolce nome di Figlio ».
Tutto
passa per le mani di Maria, dice il Beato. Se vogliamo grazie rivolgiamoci a Lei
perché « più agevolmente si ottengono per virtù del solo nome di Maria
che non per quello dello stesso Gesù ». La ragione è che tutto in Maria è
misericordia. « Il suo Cuore, dice, è un vaso di misericordia per la copia
degli affetti, le sue mani sono un vaso di misericordia per la benigna
intercessione, e, poiché ha generato la stessa misericordia, le sue viscere non
sono altro che un tesoro di misericordia ».
7.
All'altare di Maria
La
gioia di confidare in questo modo nella materna bontà di Maria il Beato se
l'era ben meritata, poiché la sua vita non fu che un continuo amoroso omaggio
alla Madonna. Racconta il p. Francesco da Berzo S. Fermo: « Levatosi dalla
mensa comune si portava in chiesa dove, fatte alcune preghiere all'altare del
SS. Sacramento, si inginocchiava all'altare di Maria e quindi senza appoggio
alcuno passava lunghe ore in ferventissima orazione. Dal suo contegno, dal volto
raggiante, da tutta insomma la sua persona era facile capire quali slanci di
affetto nutrisse per la Vergine Madre. Nel contemplarlo io mi immaginavo - e
forse era realtà - che in quei momenti egli vedesse realmente la Madonna,
come i celesti comprensori.
8.
In luce eucaristica
Con
tutta verità possiamo chiamare il Beato l'angelo del tabernacolo. Davanti al
SS. Sacramento passava interminabili ore del giorno e della notte, senza
avvedersi del tempo che trascorreva. Per potersi fermare in chiesa sapeva
trovare tutte le ragioni possibili, come scopare, spolverare, riordinare i
vasi dei fiori, pulire le candele.
Per
la sua anima ardente d'amore l'inverno dell'Annunciata non era mai troppo
rigido, anche quando i frati, chiusi nella tiepida cella, pensavano con
raccapriccio al freddo della chiesa deserta. Raccolto in un angolo a vista
dell'altare egli diceva di non sentir mai niente. Rapito fuor dei sensi, il suo
spirito abbandonava il povero corpo ossuto e tremante ed entrava in estasianti
colloqui con l'Ospite divino. A volte i confratelli lo sorprendevano bocconi per
terra, immobile sino a dar l'impressione che fosse morto assiderato. Ma
appena avvertito, egli si alzava, pienamente conscio di sé.
9.
Serafino dell'altare
Fu
osservato che durante la ricreazione il Beato preferiva aggirarsi vicino alla
chiesa. L'impegno normale della sua giornata era di uguagliare o superare il
numero delle visite che i suoi Santi facevano quotidianamente al SS.
Sacramento. Giunse persino a disporre il letto in modo che, entrandovi, gli
fosse consentita la posizione abituale stando rivolto al tabernacolo.
Quando
scendeva la sera o c'erano delle giornate bigie, egli era felicissimo di poter
coprire la sua pietà col pretesto dello studio e della povertà. In cella,
diceva, non ho luce abbastanza. Allora prendeva un libro qualsiasi, scendeva in
chiesa, si metteva accanto alla piccola lampada e incominciava a studiare.
Ma per quanto tempo avrà seguito la lettura?
Siccome
il p. guardiano gli aveva raccomandato di non stare troppo a lungo in chiesa
durante la notte egli, che desiderava conciliare la devozione con la obbedienza,
si nascondeva sul pulpito, al quale si accede dalla biblioteca del convento.
Di là guardava il chiarore mobile e bizzarro della lampada e continuava le
sue adorazioni.
Quando,
giungendo in qualche parrocchia, i fedeli lo vedevano entrare in chiesa, essi
dicevano tra loro: « Dio sa quanto tempo ci starà ». Se alcune persone si
recavano a casa sua a chiedere di lui, la mamma scherzando rispondeva: « Qui
non c'è. Sarà andato a fare la partita, come al solito ».
10.
« Immaginate una catena »
La
sua pietà eucaristica ideò per sé e per i suoi ascoltatori una pratica
commovente. Chiudendo la predica sul SS. Sacramento, dove esorta alla visita
frequente, padre Innocenzo dice: « Se non potete venire spesso ad adorare
questo divin Sacramento, immaginate che da questo altare, dal tabernacolo, esca
una catena che arrivi fino a voi e ad essa sia legato il vostro cuore ».
Bisogna
dire che il suo cuore fosse davvero legato al tabernacolo, perché vicino ad
esso passava i giorni interi ed era felice di potervi restare tutta la notte,
quando il sagrestano non avvertiva che il Beato era ancora inginocchiato davanti
all'altare e chiudeva la chiesa.
11.
La Messa dei Santi
Al
momento della celebrazione era orientato tutto il suo lavoro interiore. La
mattina era interamente impegnata nel ringraziamento e il pomeriggio nella
preparazione. La Messa era dunque il centro dei suoi pensieri e dei suoi
sentimenti.
«
Al primo svegliarvi, scrive nel diario togliendo dai suoi Santi, correr col
pensiero a Gesù Cristo, che aspettate nelle vostre mani. Invocare la Vergine e
S. Giuseppe che trattarono Gesù con tanta purità e il vostro Angelo custode,
che nelle vostre mani adorerà sì profondamente il divin Redentore ».
Si
preparava alla Messa e si avvicinava all'altare in gara con gli angeli e coi
santi. Chi seguiva le sue celebrazioni credeva appunto di vedere un angelo. «
Io gli ho servito qualche volta la messa, dice p. Anselmo da Orio-Litta : un
angelo non poteva esser maggiormente penetrato da riverenza ed amore verso Gesù
sacramentato ».
«
Dopo l'elevazione, dicono i processi, si perdeva con Gesù e riusciva un po'
lungo ». È questa una osservazione che ritorna moltissime volte su la bocca
dei testimoni, ma, nonostante la lunghezza, tra novizi e studenti nacque
presto una vera gara per poter servire le sue messe. E la gente vi andava
volentieri perché sentiva che la intensa pietà del Beato innalzava e faceva
pregar bene.
Pur
non accorgendosene mai, anche lui era persuaso di essere lungo: glielo
dicevano tutti. Per potersi affrettare egli tentò un'estremo espediente: pregò
il fratello che gli serviva la messa a tirargli la pianeta. Fra Felice si provò
due o tre volte. Inutile! Il Beato non se ne accorse neppure.
Un
giorno il p. Innocenzo chiese ai novizi che gli dicessero i suoi difetti. Uno
gli disse: « È un po' lungo nel dire la messa ». Il Beato tacque e poi,
scuotendo la testa, disse testualmente: « Di questo non posso emendarmi ».
Non era infatti nelle sue possibilità.
12.
Estasi o rapimento?
Ci
si permetta di riportare per intero la deposizione che un suo superiore fece
ai processi. Essa riassume quanto dicono tutti gli altri testi ed è una bella
sintesi della vita eucaristica del Beato.
«
P. Innocenzo era così attratto verso l'augusto Sacramento che non poteva
rimanerne lontano: anche nelle ore della ricreazione egli ben tosto si sottraeva
per recarsi presso il suo Amore divino. Vedendo che da tanta occupazione la sua
salute ne risentiva danno, lo si esortava a prendersi qualche sollievo, ma poi
si riconosceva che il suo attraimento verso Gesù lo vinceva sempre. Celebrava
come un santo. Ben si sforzava di stare alle nostre raccomandazioni per una
maggiore brevità, ma poco vi riusciva. Io non so se definire per estasi il
rapimento in cui passava il tempo durante la messa. Anche i fedeli, che lo stimavano
ed amavano qual santo, ascoltavano volentieri la sua messa, benché un po'
lunga. Le sue visite al ss. Sacramento erano perenni ».
13.
Con Gesù appassionato e morto
Chi
vuol conoscere quanto dolore sentiva il Beato nel suo spirito quando meditava
la passione di Gesù deve leggere la sua predica. Eccone un tratto su la
flagellazione. « Il dolce Gesù si lascia spogliare e legare stretto ad una
colonna per soffrire l'obbrobrio del suo supplizio. Quel corpo verginale,
sotto la fiera tempesta diventa livido, poi la pelle si gonfia e si squarcia, ne
schizza il sangue, si scoprono al vivo la carne e le ossa e in breve non è
che una piaga dal capo ai piedi. Il sangue scorre a rivi per terra, le carni
cadono a brani o balzano in aria, trinciate dai flagelli. Sono insanguinati i
flagelli, insanguinati i carnefici, allagato di sangue e seminato di brani di
carne tutto il pavimento. Ed essi battono ancora!
Ecco
che cosa costarono al nostro Gesù le nostre immondezze » !
Più
che dai libri questo brano esce dalle contemplazioni dolorose e prolungate del
Beato: la descrizione minuta dice con quanta sofferenza interiore egli sentiva
la trista carneficina. Di solito non riusciva a proseguire nella predica del
venerdì santo, perché il pianto gli impediva di parlare. La commozione si
comunicava all'uditorio e tutti piangevano con lui.
14.
Interminabili Via Crucis
Il
p. Innocenzo era un assiduo frequentatore della Via Crucis. I frati lo vedevano
assai spesso passare da un quadro all'altro, immerso nella contemplazione dei
dolori del Signore. Ripeteva l'esercizio anche sette e otto volte al giorno. Un
giorno, dicono i suoi confratelli, lo ripetè quattordici volte « con tutte le
prostrazioni e le preghiere, in modo da durare per ognuna almeno mezza ora ».
La
penitenza che normalmente dava ai sacerdoti che si confessavano da lui era una
Via Crucis, così che i frati sapevano con certezza quali erano, tra il clero
della valle, i penitenti del Beato.
Così
schivo com'era, egli, per amor della passione di Gesù, essendo curato a Berzo,
andò di casa in casa e persino nelle osterie a raccogliere quanto occorreva
per comprare i quadri della Via Crucis da mettere nella chiesa parrocchiale.
Dietro sue insistenze fu dipinto il Crocifisso nella cappella in cima alla
Rivalta e lanciò l'idea di erigere sul sentiero delle Pirle le quattordici
cappelle delle stazioni. L'idea non fu eseguita, ma basta da sola a dirci quanto
amore il Beato nutriva per Gesù addolorato.
15.
Alla fonte dell'Amore
La
devozione al s. Cuore fu davvero, come dicono i processi, « una specialità »
del p. Innocenzo. Sarebbe lungo parlare, anche solo succintamente, di questa
sua pietà. Egli la raccomandava a tutti « caldamente e costantemente ».
Il
Beato si compiace di immaginare il s. Cuore come una fonte dalla quale escono
tutte le opere d'amore compiute da Dio per noi. Dal Cuore di Gesù è partita
la gloria e la grandezza di Maria, la fondazione della Chiesa, soprattutto il
sangue della nostra redenzione e salvezza e il più gran dono che Dio poteva
fare agli uomini: il ss. Sacramento. Il s. Cuore è dunque la sorgente e la
rivelazione massima dell'amore divino.
Purtroppo
l'uomo non si cura di conoscere quanto è grande l'amore del Cuore di Gesù.
Se noi lo conoscessimo, i nostri occhi non avrebbero lacrime a sufficienza per
piangere sul suo dolore e il nostra cuore arderebbe d'amore per la divina
eucaristia. Questo è il nostro maggior torto, commenta con tristezza il
Beato. Eppure è tanto grande e così beatificante l'amore del Cuore di Gesù
che se una scintilla soltanto ne cadesse nell'inferno « essa basterebbe a
cangiare quel fuoco divoratore in un incendio d'amore ».
Che
cosa dobbiamo dunque fare noi per ossequiare e corrispondere all'invito del
Cuore di Gesù? « Noì non dobbiamo respirare che fiamme d'amore, risponde il
Beato con le parole di s. Margherita Maria, amore puro, crocifisso,
interamente sacrificato, mediante una continua immolazione di noi stessi al divin
beneplacito, stando contenti di amarlo e lasciarlo fare. Ci abbassi o ci
esalti, ci consoli o ci affligga deve essere tutt'uno per noi ci basti che Egli
appaghi se medesimo ».
Ormai
nella valle non si usava chiamare il p. Innocenzo che col nome di santo e
tutti coloro che desideravano grazie speciali ricorrevano a lui, persuasi che
egli avesse intime comunicazioni col cielo. Durante i giorni festivi il numero
dei pellegrini aumentava e « poiché l'affluenza disturbava la regolarità
della vita del convento, il p. guardiano proibì al p. Innocenzo di accogliere
persone in date ore ».
I
devoti sostavano alla porta del convento e, pregando, aspettavano con pazienza
che il Beato fosse libero di trattenersi con loro.
1.
Pioggia di grazie
Vestito
di cotta e stola, lo sguardo fisso a terra, confuso nella sua umiltà, il Beato
alzava su ciascuno la sua mano e benediceva. E’ incalcolabile il bene che
fece. La sua esortazione alla vita cristiana assumeva allora nell'anima dei
fedeli una risonanza prodigiosa era il santo che parlava, il santo al quale
erano ricorsi con fede cieca. La sua parola diveniva per essi una legge di
vita.
Le
grazie non mancavano. Una dopo l'altra, in linea ininterrotta, silenziose e
umili come il frate benedicente, esse giungevano quasi senza che gli stessi
beneficati se ne accorgessero; ma a volte erano improvvise, visibili a tutti e
sfolgoranti in luce di miracolo.
2.
Il mandriano di val di Scalve
Un
giorno si presentò alla portineria un mandriano di Dezzo di Scalve. Un suo
braccio, dalla mano al gomito, era tutto una piaga. Il poveretto non si doleva
tanto per sé quanto per i sette figlioli che a casa avevano fame.
P.
Innocenzo, temendo per la sua umiltà, quella volta si fece pregare più del
solito per scendere a dargli la benedizione, ma a un ordine del p. guardiano
tosto obbedì. E quel braccio tornò istantaneamente a perfetta sanità.
Il
buon uomo, non sapendo come ringraziare il Signore e il suo servo, chiese il
recipiente più grande che esisteva in convento e la mattina dopo, di buon ora,
eccolo di nuovo alla porta col secchio colmo del latte delle sue mucche.
Una
sposa tutta paralizzata ricevette la benedizione senza alcun giovamento, ma
ricondotta in portineria il Beato ottenne che trangugiasse alcuni cucchiai
di minestra, che egli stesso le dava con gran carità. E quella donna, che da
molto tempo nessuno più vedeva muoversi da sola, ritornò sana all'istante,
balzò in piedi e corse in chiesa a ringraziare il Signore.
3.
« C'è là Chi ti aspetta »
Nella
vita del p. Innocenzo ben pochi sono coloro che possono parlare di fatti
mistici, come visioni, rapimenti, estasi. Sembra che il Signore sia stato
singolarmente rigido nel mettere alla prova la virtù del suo servo: mai o quasi
mai abbiamo il segno dell'evidente gradimento celeste. Ma appunto per questo
appare più grande e più eroica la sua generosa fedeltà.
È
però certo che egli godette del dono della scrutazione dei cuori perché le
coscienze si svelavano ai suoi occhi in tutta la loro chiarezza. Un giorno a
Cedegolo, dove il Beato si recava assai di rado, gli si presentò una maestra.
Prima che incominciasse la sua confessione il p. Innocenzo le disse di
riprendere l'esercizio della Via Crucis e di tornare ad essere una zelante
vigilatrice nell'oratorio femminile della parrocchia.
Don
Fanetti assicura che si aveva un certo timore nell'andare a confessarsi dal
Beato. Sapendo di aver corrisposto troppo poco alla grazia, i penitenti temevano
che egli avesse a predire dei castighi divini. E nessuno dubitava della sua
parola.
Trovandosi
a Erbanno, il Beato « si incontrò con un uomo di nome Milesi Domenico, noto a
tutti per la sua poca religiosità e per la condotta tutt'altro che edificante.
Il servo di Dio non lo poteva conoscere, sia perché egli non si tratteneva in
paese forestiero col popolo, sia perché teneva sempre gli occhi bassi. Lo
incontrò dunque, ma fatti pochi passi innanzi, il p. Innocenzo ritorna
indietro, piglia quell'uomo per il braccio e gli dice: Amico, è ora che tu
aggiusti le tue partite. E indicando la chiesa: C'è là Chi ti aspetta.
Il
Milesi fu così colpito da tale richiamo che subito si recò in chiesa, tutto
compunto, per prepararsi alla confessione. E per parecchi giorni di seguito si
confessò, persuaso che l'avviso di p. Innocenzo venisse dal cielo. Difatti
cambiò vita e visse poi sempre da buon cristiano ».
4.
Il viaggio della morte
La
fama della sua santità aveva suscitato anche nei confratelli un vivo desiderio
di vedere e di sentire il Beato e il p. provinciale non trovò di meglio che impegnarlo
a predicare gli esercizi spirituali in alcuni conventi.
La
mattina del 26 novembre 1889 celebrò l'ultima sua messa all'Annunciata e nel
pomeriggio scese a Pian Borno, dove passò la notte. A mezzogiorno del 27 era
nel refettorio del convento di Lovere, ancora in mezzo ai suoi cari novizi. La
mattina dopo partì per Milano.
La
sera del primo dicembre iniziava la sua predicazione. Accennando
all'impressione generale della comunità un testimone diretto dice: « Lo stesso
p. provinciale dichiarò di sentirsi molto compunto per le parole del p.
Innocenzo ».
A
Milano il Beato lasciò un profondo e indimenticabile ricordo: non conferenze
dotte, non meditazioni profonde, ma il senso della vera pietà, della virtù e
della santità, più che dalle sue parole, spirava dall'esempio inimitabile
della sua vita. Sempre pronto ad ogni richiesta dei religiosi che volevano
conferire con lui, sempre primo agli atti della comunità, passava anche
allora quasi tutta la sua giornata in chiesa. I frati lo vedevano stremato di
forze, ma la sua voce, come si metteva a parlare, esercitava un fascino
irresistibile su tutti.
Ad
Albino incominciò il nuovo corso verso la metà di dicembre, ma non lo potè
condurre a termine, perché assalito dal male che lo porterà alla tomba. «
Egli diceva, depone un testimone che lo ascoltò, non solo di essere indegno di
parlare, ma nemmeno di baciare i piedi ai suoi confratelli. Si dichiarava il
peccatore più scellerato che mai fosse esistito e concludeva che soltanto
l'obbedienza l'aveva indotto ad assumersi l'incarico di predicare gli esercizi
spirituali ».
Una
fredda mattina prima di Natale nel 1889, mentre il nevischio faceva molinelli
capricciosi per l'aria e infangava le strade, una vettura lo portò all'infermeria
di Bergamo. « Quando lo vidi la prima volta al convento di Bergamo, dove il
caro padre era appena giunto, dice un confratello, lo trovai in chiesa in
orazione. Era cadente in modo tale che doveva sorreggersi appoggiandosi ai
muri. Come mi vide, mi si avvicinò per baciarmi i piedi. Mi disse: Pregate per
me che sono un povero peccatore ».
Condotti
dal loro direttore gli studenti gli furono subito attorno. Si lamentavano che la
malattia avesse tolto ad essi la gioia di ascoltarlo. « Dovete invece dirvi
fortunati, rispose subito, io non avrei fatto altro che infastidirvi ». E
raccoltosi un momento in se stesso disse loro qualche parola su l'amor di Dio e
della Madonna, si raccomandò alle loro preghiere e annunciò che avrebbe
disturbato ancora per poco.
5.
Sublimi esempi
Nei
tre mesi che il Beato passò all'infermeria non soffrì delle dolorose prove
spirituali che ebbe in altri tempi. Nel suo spirito era ormai discesa la pace
più profonda.
«
Gli esempi di virtù veramente da santo datimi in quei mesi, dice il suo
infermiere, sono incancellabili dalla mia memoria. Per tutto ciò che di cibo
e di medicine gli si doveva dare, prendeva il meno possibile, salva
l'obbedienza. Desiderava rimaner solo per attendere continuamente alla preghiera
ed io, per quante volte gli entrassi nella stanza, non lo trovai occupato che
in orazione ».
Celebrava
nella cappella dell'infermeria. « Ricordo, dice l'infermiere, che alcune
mattine impiegava anche tre ore. Perciò il p. guardiano, temendo per la sua
salute, gli sospese la celebrazione ». In compenso gli si portava la
comunione tutte le mattine. « È impossibile dire con quale fervore la
ricevesse ».
Obbligato
a stare continuamente a letto gli si aprirono presto per tutta la schiena
delle vaste piaghe di decubito, ma non ne diede mai segno ad alcuno. « Io
dovetti ben constatare, dice ancora il suo infermiere, quanto avesse a
soffrire, per quanti sforzi egli impiegasse a dissimularlo; e constatai pure il
nulla che egli faceva per diminuire il suo patire, perché come gli si
acconciava il letto alla sera, si trovava al mattino, senza che egli avesse
mosso un dito. Mai dal suo labbro uscì una piccola parola di lamento ».
Silenzio
e preghiera incessante anche nel dolore più intenso, sorridente nello spasimo,
felice di essere finalmente in tutto simile a Gesù in croce: così visse il
Beato negli ultimi mesi della sua vita terrena.
6.
Estremi voli del Serafino
L'ordine
di sospendere la celebrazione gli riuscì penosissimo. Ottenne tuttavia, oltre
la comunione quotidiana, il permesso di fare alcune visite durante il giorno. Ma
il superiore, vedendo che le sue forze andavano sempre scemando, gli proibì ben
presto di uscire dalla stanza.
Questa
per lui fu la proibizione più dura. Non era stato il tabernacolo il centro di
tutti i suoi pensieri e della vita? Un giorno, « incontrandosi col p. Epifanio
da Saronno, allora guardiano, il servo di Dio si inginocchiò e gli chiese
licenza di fare una visita al SS. Sacramento, benché fosse molto ammalato. Il
p. guardiano, penso per esperimentare la sua virtù, gli rispose con non
troppa gentilezza e gli concesse la licenza desiderata, ma a condizione che
non vi spendesse più di cinque minuti. Intanto ad alcuni religiosi che erano
presenti disse: Andiamo a vedere se p. Innocenzo è veramente obbediente. Con
nostra meraviglia, p. Innocenzo, dopo solo cinque minuti, usciva dal coretto
lasciando bagnata la terra di lacrime e, dopo d'aver ringraziato il p.
guardiano, si ritirò in cella. Lui partito, il p. guardiano disse a noi: Vedete
la pronta obbedienza? Quello è un vero santo ».
7.
Sorella morte
Il
Beato sapeva con esattezza il giorno e l'ora della sua morte. « Accortomi
della sua prossima fine, riferisce l'infermiere, chiamai il p. Michelangelo perché
gli amministrasse l'estrema unzione, ma il servo di Dio disse: Non è ancora
tempo. Lo dirò io quando. E difatti, dopo circa un'ora p. Innocenzo, che conservò
perfetta lucidità di mente fino all'ultimo istante, lo fece chiamare e volle
l'olio santo e tutte le benedizioni e indulgenze delle varie confraternite cui
era ascritto ».
Quando
il p. guardiano entrò, a tarda notte, nella sua cella col santo Viatico il
Beato voleva alzarsi, mettersi in ginocchio e domandare perdono a tutti degli
scandali che credeva di aver dato. Ma il p. Epifanio glielo impedì,
assicurandolo che tutti e di cuore gli perdonavano ogni cosa. Ricevuta l'eucarestia,
egli si raccolse nell'ultimo dolcissimo abbraccio col suo Signore. E spirò
nell'amplesso di Gesù sacramentato. Erano le 23 del 3 marzo 1890.
8.
Divenne bellissimo
Abbracciato
da sorella morte il Beato restò immobile e divenne bellissimo. Mons.
Celestino Cattaneo, divenuto suo confessore in sostituzione del p. Arsenio,
appena informato, corse a vederlo. « Mi fermai a contemplarlo per una buona
mezz'ora. Dico il vero bisognava fare un atto di fede per crederlo morto, tanto
il suo volto era sereno e sorridente ». « Il suo corpo diventò bellissimo,
candido, flessibile. Era una consolazione il contemplarlo e vi si stava a
pregare con gran devozione ».
Nel
trasportare la salma in chiesa, alla cappella dell'Addolorata, i frati
avvertirono che, dopo oltre sei ore dal decesso, il suo corpo manteneva ancora
il calore naturale. Questo strano fenomeno durò fino al giorno del funerale. Il
p. guardiano, assai preoccupato, risolse la cosa d'autorità: cioè, con un
ordine obbedienziale, comandò al Beato di farlo cessare, affinché tutti
fossero sicuri della sua morte. E il calore cessò all'istante.
Per
tutti i giorni che restò esposto, la chiesa fu sempre gremita di devoti.
Passavano accanto alla salma, la toccavano con viva fede e insistevano per avere
un ricordo personale del defunto. L'abito gli fu cambiato per ben tre volte.
Secondo
il costume dell'Ordine i funerali furono semplicissimi. Fu sepolto nel cimitero
comune di Bergamo.
9.
La traslazione a Berzo
La
morte del Beato fu sentita in val Camonica come un lutto generale. Quando la
notizia giunse a Berzo, dice il sindaco in un rapporto ufficiale, « caddero a
tutti gli operai gli attrezzi di lavoro dalle mani » e tutti si recarono in
chiesa per assistere all'ufficio di suffragio.
L'idea
di trasportare la salma si fece subito volontà comune, ma non si poté
attuare che nel settembre succesivo, quando criteri igienici maggiormente lo
consentivano.
Prima
che si partisse dal cimitero, la cassa fu aperta per il controllo. «Era
intatto come se dormisse, dice un testimone oculare. Nulla vi era di mutato in
lui, fuor che un po' annerito».
A
Lovere la bara sostò nella cappella del palazzo Tadini. La mattina del 28
settembre 1890 riprese il cammino alla volta di Berzo. « Cominciando da Lovere,
dice don Magoni parroco di Esine, per tutti i paesi in su, la folla venne
ingrossando le file e tutti acclamavano alla santità del servo di Dio ». Non
era un trasporto funebre, ma un trionfo.
10.
La tomba gloriosa
A
Berzo fu prima collocato nella cappella dei sacerdoti, ma il Comune si impegnò
ad erigere al Beato una tomba degna delle sue virtù. Il trasporto avvenne
cinque anni dopo.
Nella
sua tomba il p. Innocenzo non stette inoperoso. Come da vivo, continuò ad
accogliere pellegrini e sofferenti, a consolare, a benedire, a distribuire
grazie.
Sarebbe
difficile per noi seguirlo in questa silenziosa seminagione di bene e di
consolazioni. Ci basti dire che furono appunto le grazie, ordinarie e
straordinarie, che decisero i suoi confratelli ad iniziare i lavori per
l'introduzione della Causa di Beatificazione.
11.
Le tappe della gloria
«
Nei tempi antichi, dice don Damiano Zani, la dimostrazione popolare in
occasione del trasporto a Berzo sarebbe bastata per procurare al p. Innocenzo
gli onori degli altari ». E don Ottelli aggiunge: « Nell'opinione del popolo
il p. Innocenzo è già santificato ».
Non
c'era dunque che iniziare la Causa. Ciò avvenne, purtroppo, soltanto nel 1909
quando p. Isaia da Gerenzano, d'accordo con le autorità ecclesiastiche
diocesane, diramò una circolare a tutti coloro che potevano fornire notizie sul
Beato.
Nel
1919 il Papa Benedetto XV segnava l'introduzione della Causa, nel 1943 Pio XII
dichiarava che il Beato aveva esercitato le virtù in grado eroico e gli
conferiva il titolo di Venerabile.
«
Ma la santa Madre Chiesa per tributare gli onori della Beatificazione
sapientemente richiede anche la testimonianza dei miracoli. Per ciò coloro che
curarono la Causa presentarono a questo sacro Tribunale due guarigioni, che
si asseriscono ottenute per intercessione del Venerabile Innocenzo da Berzo ».
12.
Il primo miracolo
«
La prima guarigione così viene brevemente descritta: Antonio Giudici bambino
di sette anni, preso da veementi dolori all'addome, il 25 gennaio 1951 fu
operato chirurgicamente per una appendicite acuta. Dopo pochi giorni fu
provato che Antonio, che già era in pericolo di vita, era affetto da occlusione
intestinale perforata e da peritonite settica. Lo stesso medico chirurgo
considerata la gravità dell'operazione fatta e le condizioni del paziente,
non aveva alcuna speranza di guarigione, anzi prevedeva tra poco la morte del
bambino. Allora il padre dell'ammalato e gli altri parenti con fede fervida e
solidissima speranza implorarono il patrocinio del Venerabile Innocenzo. E
non inutilmente, perché il bambino, che già stava per morire, il giorno
seguente si sentì guarito perfettamente. Il medico chirurgo e gli altri
testimoni riconobbero la guarigione come avvenuta per forze non naturali ».
13.
Il secondo miracolo
«
La seconda guarigione è questa: Lorenzo Bellotti, bambino di quattro anni,
mentre si consumava lentamente, fu ritrovato affetto da un tumore nel lato
destro del collo. Fatto l'esame bioptico, tutti i medici fecero una prognosi
infausta circa la vita del bimbo. Dimesso dall'ospedale, aggravandosi sempre più
il male, l'ammalato fu costretto a mettersi a letto. I parenti allora, persa
ogni speranza nei rimedi dei medici, si rivolsero con fervorose preghiere all'intercessione
del Servo di Dio. E le preghiere non furono inutili, poiché il tumore incominciò
a scomparire e in pochi giorni il bambino guarì. Per ciò i medici, i parenti
del bambino e tutti i testimoni giudicarono che questa guarigione si era
verificata per forze che non sono della natura ».
14.
L'onore più grande
Le
due miracolose guarigioni, studiate a lungo nei Tribunali ecclesiastici di
Bergamo e Brescia prima, poi a Roma, furono riconosciute tali nel giugno del
1961, e il giorno sei dello stesso mese S.S. Giovanni XXIII faceva dare lettura
del Decreto, che sopra abbiamo in parte riportato.
Ora
il p. Innocenzo è Beato. La Chiesa, confermando col supremo suo giudizio il
sentimento popolare, gli ha dichiarato onori grandi e duraturi.
Mentre
il suo spirito, rapito nella gloria del cielo, contempla svelato l'amatissimo
Gesù e gode la dolcissima visione della Vergine, la sua immagine posta sui
nostri altari, ripete a tutti che la vita ha un unico fine supremo: amare il
Signore, patire per lui, staccarci dalle cose della terra ed aspirare ai beni
del cielo: con la preghiera fervente, con l'umiltà, col nascondimento. Egli
richiama gli uomini dall'assillo dinamico alla quiete dello spirito, dal
frastuono al silenzio, dall'azione alla contemplazione.
Questo è il senso, semplice e grandissimo, di tutta la sua vita e resta il suo messaggio più alto, vivamente attuale.