TUTTO A TUTTI

Beato Giovanni Battista Scalabrini

Vescovo di Piacenza e Padre degli emigrati (1839-1905)

  INTRODUZIONE

GIOVANNI BATTISTA SCALABRINI è oggi ricor­dato e ammirato soprattutto come L'Apostolo degli Emi­grati, segno che la Chiesa (e ovviamente il buon Dio) s'in­teressa di coloro che vivono il più vasto e più grave dramma sociale dell'epoca moderna, l'emigrazione. Ma egli può essere adeguatamente compreso e valutato, per­fino in questo ruolo provvidenziale che gli viene ricono­sciuto nella società e nella Chiesa, solo se collocato nel contesto della sua più ampia e universale vocazione, quella di Vescovo della Chiesa. Il suo impegno sul fronte emigra­torio non fu un semplice hobby, per quanto geniale e gene­roso; ma fu l'espressione più alta e più vera del suo mini­stero episcopale. Al punto che qualcuno poté affermare che Scalabrini sarebbe comunque da considerarsi uno dei mag­giori vescovi italiani, anche se non avesse fatto nulla per gli emigrati. A definirlo uno dei migliori vescovi italiani fu lo stesso Papa S. Pio X, che per decenni si era sentito incal­zato dalle aspirazioni e dalle iniziative pastorali dell'indomito Vescovo di Piacenza.

Con il passare degli anni, a mano a mano che da perso­naggio della cronaca diventa personaggio della storia, la sua figura di vescovo ci appare sempre più gigantesca e poliedrica. Vissuto nell'agitato '800, in uno dei periodi più travagliati e più cruciali della Chiesa, egli, pure attentis­simo ai problemi della sua epoca, sembra aver superato ogni limite di tempo, divenendo contemporaneo nostro o addirittura un antesignano. Così lo considerò il suo amico ed estimatore Giuseppe Toniolo: "Quell'uomo ebbe l'in­tuizione dei fatti a venire, che è propria delle menti supe­riori e dei grandi cuori, o piuttosto di coloro che il Signore chiama a farsi strumenti speciali e opportuni dei suoi profondi e misteriosi disegni". Egli dunque appartiene al futuro non meno che al passato. Per il suo profondo senso della Chiesa, della sua santità, della sua universalità e della sua missionarietà, egli viene paragonato agli antichi Padri della Chiesa. Il suo fervore riformatore ci richiama alla mente quei tenaci esecutori del Concilio di Trento che furono S. Carlo Borromeo e S. Francesco di Sales. Ma le sue lungimiranti intuizioni ci consentono di immaginarlo addirittura fra i protagonisti del Concilio Vaticano Il.

Il 4 giugno 1988, Giovanni Paolo Il, in visita alla cat­tedrale di Piacenza, sostando presso la tomba di Scala­brini, diede di lui una definizione alquanto lapidaria:

"Grande uomo, grande vescovo". Egli colse così la sua duplice dimensione, quella spirituale e quella sociale. Ma se ci addentriamo più profondamente nella ricca persona­lità di Scalabrini, scopriremo che egli sfugge a ogni clas­sificazione non solo perché servì Dio e l'Uomo con pari eroismo, ma anche perché seppe comporre in se stesso, con straordinario equilibrio, ogni possibile antitesi. Fu nello stesso tempo dinamico e contemplativo, audace e prudente, tempestivo e ponderato, forte e dolce, concreto e creativo, legato ai valori del passato e aperto alle novità della storia, fedelissimo alla verità rivelata e disposto al dialogo con tutti, obbediente e libero. Fu il Fogazzaro a definirlo appunto: "Devoto senza misura e senza misura libero".

Anticipando quanto andremo esponendo, ci piace segnalare subito un suo particolare carisma, quello della totalità. Ragione per cui abbiamo intitolato questo nostro opuscolo "Tutto a tutti". Nella sua prima Lettera Pastorale, così Scalabrini si presentò alla diocesi di Piacenza: "Tutti abbraccerò con il mio ministero... dando opera soprattutto a sovvenire ed evangelizzare i poveri". E applicando a se stesso la celebre espressione di S. Paolo (1 Cor 9,22), espri­meva questo ardente desiderio: "Fatto tutto a tutti, possa guadagnare tutti a Cristo". Questa totalità sarà davvero il contrassegno tanto della sua dedizione a Dio quanto del suo impegno apostolico. Egli infatti sarà definito anche:

"Uomo tutto di Dio, tutto per Dio".

Questo tema della totalità fu da lui ripreso nella sua ultima Lettera Pastorale, pubblicata dieci giorni prima della morte. In essa, annunciando la sua sesta Visita Pasto­rale e riprendendo con spirito profetico le stesse parole della prima Lettera Pastorale, esclama: "Me felice se al ter­mine della vita potrò in verità ripetere con l'Apostolo: 'Mi sono fatto tutto a tutti per guadagnar tutti a Cristo. Guada­gnar tutti a Cristo, ecco la costante, suprema aspirazione dell'anima mia

Accostiamoci dunque a questa grande anima, sicuri di restarne affascinati e stimolati.. Umberto Marin cs

 

capitolo primo  

GIOVINEZZA 

FAMIGLIA

Fino Mornasco era allora un borgo vivace e industrioso, situato lungo la statale che porta da Milano a Como, pro­prio in vista di quelle deliziose colline che fanno da sponda meridionale allo splendido lago. L' 8 luglio 1839 vi fu festa grande. Festa in casa dei coniugi Luigi e Colomba Scala­brini dove, ad Antonio e Giuseppe rispettivamente di 5 e 3 anni, si era aggiunto un terzo maschietto. Festa nell' antica chiesa parrocchiale dove il bambino venne battezzato il giorno stesso della nascita con il nome di Giovanni Batti­sta. Festa ovviamente anche nella piazza del paese dove papà Luigi gestiva un modesto negozio di vini. In quel giorno amici e clienti devono aver brindato con particolare entusiasmo, visto quello che sarebbe stato il futuro di quel bambino.

Spessissimo, se non sempre, la santità e l'operosità di individuo affondano le radici nella famiglia, dove si affrontano con fede e amore tutte le fatiche e le sofferenze. E Dio solo sa quanto di tutto questo non ebbero da affron­tare i coniugi Scalabrini nel crescere e sistemare i loro otto figli. Ai primi tre infatti se ne aggiungeranno altri cinque:

Maria Maddalena, Giuseppina Giacinta, Pietro, Angelo e Luisa.

Il padre Luigi, che il figlio Vescovo un giorno descriverà come un "antico patriarca, pieno di fede e di speranza Dio", all'età di 34 anni aveva dato, più che un terzo

erede a se stesso, un nuovo cristiano a Dio e alla Chiesa. Sarà lui, diciotto anni dopo, a scrivere al Vicario Capitolare di Como, chiedendo che il figlio Giovanni Battista venisse ammesso al seminario filosofico di S. Abbondio. Egli avrà la gioia di vedere il proprio figlio Vescovo; infatti morirà solo qualche mese dopo la consacrazione episcopale, mor­morando il "Nunc dimittis" dei giusti.

Per la madre Colomba, donna profondamente pia e munifica, Scalabrini provò sempre una grande e tenera venerazione. Egli un giorno confiderà di aver appreso pro­prio sulle ginocchia materne quella devozione al Croce­fisso che sarà una caratteristica della sua spiritualità; così come ricorderà che era sempre la mamma, ogni sera, a rac­cogliere l'intera famiglia per la recita del Rosario. Grato per l'educazione avuta, Scalabrini dedicherà a lei il suo "Piccolo Catechismo", pubblicato nel 1875, decimo anni­versario della sua morte. Ma mamma Colomba sembrò andare aldilà del suo compito educativo, poiché, come suc­cede spesso alle mamme dei sacerdoti, ella parve condivi­dere la vocazione del figlio. Ecco perché un giorno, da poco sacerdote e desideroso d'impugnare il Crocefisso del missionario, si porrà in ginocchio davanti a lei, come di fronte al più autorevole dei Vescovi, e otterrà tra le lacrime l'assenso e la benedizione. Sogno missionario questo che, come vedremo, non poté realizzarsi.

I due fratelli maggiori, Antonio e Giuseppe, nelle loro peripezie finanziarie e familiari, ebbero sempre il consiglio ed il sostegno del fratello Vescovo. Il primo aveva assunto l'azienda paterna, ma, avventurandosi in operazioni spericolate, finì per indebitarsi al punto di rischiare il carcere. Mentre Giuseppe, altrettanto sfortunato, tentò l'avventura dell'emigrazione (Scalabrini conoscerà il dramma emigra­torio prima di tutto in casa propria) e dopo varie peripezie finì vittima di un naufragio al largo della costa peruviana. Fu per le tristi vicende di Giuseppe che Giovanni Battista vide piangere suo padre per la prima volta.

I due fratelli più giovani, Pietro e Angelo, si diedero invece agli studi ed ebbero una brillante carriera. Pietro ebbe successo in Argentina dove divenne vice governatore del Paranà e poi, in Buenos Aires, divenne direttore del Museo Escolar e titolare della cattedra universitaria di scienze naturali. Pubblicò scritti scientifici, politici e filo­sofici; e diede il nome ad alcuni fossili da lui scoperti.

Angelo invece, laureatosi in filosofia e lettere, insegnò al Liceo Volta di Como e poi, assunto al Ministero di Pub­blica Istruzione, divenne Ispettore Generale delle scuole italiane all'estero.

Le tre sorelle invece furono sempre vicine, per senti­menti e per pratica cristiana, al fratello Parroco e Vescovo. Maria Maddalena fu madre di due sacerdoti: Mons. Attilio Bianchi il quale, dopo alcuni incarichi in Vaticano sotto i Papi S. Pio X e Benedetto XVI si fece monaco camaldo­lese; e don Alfonso che svolse il suo ministero nel coma­sco. Molto vicina al fratello fu anche Giuseppina Giacinta che Scalabrini chiamava "Marchesa Giuseppina". Ma la più "scalabriniana" sembrò la sorella più giovane, Luisa, che gareggiò con il fratello nell'impegno sociale e carita­tivo. A lei Scalabrini affiderà, come vedremo, la direzione dell'asilo da lui fondato nella parrocchia di S. Bartolomeo:

da parte sua ella sostenne le opere sociali del secondo marito, Alessandro De Orchi; restata nuovamente vedova, fondò 1' orfanotrofio "Maria Rimoldi" a ricordo della figlia deceduta a 12 anni; fu benefattrice del Seminario e dell'O­spedale Civile di Como; e fu sempre esecutrice solerte delle iniziative benefiche del fratello. Morta nel 1943, fu l'unica dei fratelli a poter testimoniare, nel 1937, al pro­cesso di canonizzazione dell'amato e stimato fratello.

Tra gli altri parenti di Scalabrini va ricordato Mons. Luigi Carlo Casartelli (1852-1925), Vescovo di Salfort in Inghilterra, insigne orientalista e Vescovo dalla tempra di Scalabrini. 

SCUOLA

Sulla fanciullezza e sulla giovinezza di Giovanni Batti­sta Scalabrini, non solo abbiamo poche testimonianze, ma anche queste a volte sono solo delle notizie stereotipe, conformi all'agiografia del tempo la quale ignorava che santi non si nasce, ma si diventa. Comunque le testimo­nianze più attendibili provengono da due fonti: da Mons. Giuseppe Cattaneo, Parroco di Fino Mornasco dal 1902, il quale raccolse le informazioni della gente del paese; e dal nipote Mons. Attilio Bianchi, il quale dice di aver attinto da una fonte sicura qual era sua madre Maria Maddalena. E' comprensibile che questa, volendo stimolare i due figli seminaristi, indicasse loro gli esempi dello zio.

Giovanni Battista Scalabrini frequentò la scuola ele­mentare a Fino Mornasco e quella ginnasiale al Liceo Volta di Como. Del periodo scolastico conosciamo alcuni epi­sodi che ci appaiono come segni, per quanto embrionali, di quella che sarà la sua personalità futura. Ricordiamo quelli del tempo in cui frequentava la scuola a Como.

Ogni sabato rientrava a Fino, percorrendo a piedi i nove chilometri, e appena giunto in paese, anziché riposarsi, radunava i ragazzi in cortile e raccontava loro le cose inte­ressanti che aveva visto o imparato durante la settimana. Sembrava proprio che egli andasse a scuola o in chiesa per apprendere quanto, con singolare capacità di aggregazione e di comunicazione, doveva poi trasmettere ai suoi coeta­nei. Argomento preferito erano ovviamente i racconti della Bibbia.

Ogni sabato, rientrando a casa, Giovanni Battista faceva un'altra cosa: aiutava la mamma nelle opere di benefi­cenza. Questa straordinaria mamma, intuendo a quali grandi cose era destinato il figlio, lo addestrava nella carità non meno che nella pietà. A proposito di carità, era risaputo che Giovanni Battista, ogni lunedì, recandosi a scuola, por­tava con sé pane bigio con formaggio e inoltre qualche sol­derello per eventuali emergenze. Ma emergenze non ne capitavano mai, per cui egli comperava pane e compana­tico per i compagni più bisognosi.

Di valore testimoniale piuttosto che artistico è una sua poesia in onore di S. Luigi Gonzaga, composta intorno a 17 anni. Sono 63 endecasillabi sciolti con i quali egli, rievo­cando le virtù del santo, finisce per rivelare i suoi stessi sentimenti e aspirazioni. Nella perorazione finale, riecheg­giando i fermenti risorgimentali che si annidavano nelle stesse aule scolastiche, egli parla della "itala gioventude", la quale "Di quell'umile Italia fia salute per cui si plora e si delira tanto".

Un radicale cambiamento di vita avvenne quando, con­sigliato e guidato dal saggio e pio Prevosto di Fino Mor­nasco, don Filippo Gatti, oltre che dai suoi trepidanti geni­tori, varcò il portone del Seminario di S. Abbondio nell'ot­tobre del 1857. Giovanni Battista fu il primo degli otto fra­telli a uscire di casa, ma degli altri sette fratelli egli rimarrà sempre confidente e sostegno. E il bacio dato a Luisa, che era allora di appena 3 anni, più che un addio fu un appun­tamento per un comune futuro di carità.

Per quello che riguarda gli anni del seminario, abbiamo qualche testimonianza, sempre molto elogiativa, da parte di professori e compagni, fra i quali vanno ricordati in par­ticolare gli amici Serafino Balestra e il Beato Luigi Gua­nella. Unanime il giudizio: sempre il primo della classe, condotta esemplare, sempre affabile e generoso. Singolare fu inoltre la sua versatilità. Oltre ad approfondire le mate­rie strettamente ecclesiastiche, seguiva con passione i pro­gressi delle scienze moderne. E quasi per attrezzarsi per i futuri impegni, predilesse le lingue: parlava e scriveva cor­rettamente in greco e latino; conosceva l'ebraico; e riguardo alle lingue moderne parlava bene il francese (e negli ultimi anni da Vescovo anche il portoghese) e com­prendeva l'inglese e il tedesco.

Gli eventi risorgimentali (Garibaldi occupò Como nel '59) avevano una forte ripercussione anche nel clero e fin'anche nei giovani seminaristi che si dividevano in libe­rali e intransigenti. Dello Scalabrini non si seppe mai, nep­pure in seguito, da che parte stesse. Egli preferiva impe­gnarsi piuttosto che schierarsi e sentiva il dovere di impe­gnarsi come conciliatore e come paladino del valore supremo dell'unità; e questo non per qualunquismo, ma per la sua capacità di porre attenzione alle ragioni di tutti. Il Beato L. Guanella, che fu grande amico ed estimatore di Scalabrini e che fin dall'inizio si era schierato con gli Intransigenti, così commentava il presunto liberalismo del­l'amico: "La Chiesa è un esercito: alcuni appartengono all'avanguardia, altri al centro, altri alla retroguardia. Mons. Scalabrini apparteneva all'avanguardia, ma sempre col Papa".

 

capitolo secondo  

SACERDOTE 

EDUCATORE

Giovanni Battista Scalabrini fu ordinato sacerdote il 30 maggio 1863, quando non aveva ancora 24 anni, per cui fu necessario chiedere la dispensa per il difetto di età.

Durante i primi quattro mesi dopo l'ordinazione, fun­gendo da supplente in varie parrocchie, mosso forse dalla constatazione del ristretto orizzonte del suo impegno sacer­dotale o piuttosto dall'entusiasmo per il giovane istituto missionario del P.I.M.E., ebbe l'idea di farsi missionario. Ne parlerà egli stesso, vent'anni dopo, presiedendo alla funzione della consegna del Crocefisso a cinque missionari partenti; ricorderà come egli si fosse inginocchiato di fronte a sua madre e questa gli avesse dato l'assenso fra le lacrime; e come però il suo destino dovesse essere un altro, quello di portare la croce pettorale del Vescovo piuttosto che quella di legno del missionario. In realtà quel progetto missionario non si realizzò per il pronto intervento del suo Vescovo che gli disse perentoriamente: "Le vostre Indie sono l'Italia".

Alla fine dell'estate il Vescovo ebbe per lui il primo importante incarico: lo nominò vicerettore del seminario di S. Abbondio oltre che professore di storia e di greco. Egli assunse con grande senso di responsabilità questo delicato compito di formare i futuri sacerdoti.

Non si trattava di un semplice impegno didattico, ma, in un certo senso, di trasferire in quei giovani cuori la propria  stessa  vocazione. Signorile nel tratto e nella parola, esigente e compren­sivo nello stesso tempo, egli ebbe  subito un grande ascendente sui seminaristi. Come professore poi, grazie alla sua preparazione cultu­rale e al suo metodo peda­gogico, portò nella scuola una ventata di aria nuova. Durante i sette anni che fu superiore e professore in seminario, sentiva potente il richiamo dell'azione pasto­rale a cui si dedicava con entusiasmo    soprattutto durante le vacanze estive. Fu così che nelle parrocchie della Valtellina constatò il crescente e preoccupante fenomeno dell'emigrazione sta­gionale verso i paesi europei.

Nell'estate del '67 si dedicò ad una ben altra e rischiosa impresa. Era scoppiato un micidiale colera che infieriva in alcune località del comasco. Il giovane pro­fessore Scalabrini corse ad assistere i colerosi di Porti­chetto, vicino a Fino Mornasco, e lo fece con tale dedi­zione ed eroismo da meritare dal governo una medaglia al valore civile.

Nell'ottobre di quell'anno, rientrando in seminario, trovò un altro onore e un altro onere: gli era stata affidata la carica di rettore, carica che terrà fino al 1870.

Risalgono al tempo del seminario alcune belle amicizie. Fu grande amico del Beato L. Guanella, il "servo della carità" che nel 1912, sulla scia delle imprese missionarie del grande amico e maestro scomparso, si recherà in Ame­rica per organizzare l'assistenza religiosa agli emigrati. Un altro amico dello Scalabrini fu lo scienziato Serafino Bale­stra, l'Apostolo dei sordomuti, dal quale Scalabrini apprese non solo l'amore per quegli infelici, ma anche il cosiddetto "metodo fonico" che gli servirà a comunicare con essi. Comune amico di Scalabrini e di Balestra fu anche Anto­nio Stoppani, lo scienziato-scrittore, esponente del cattoli­cesimo liberale, che prese parte ai dibattiti religiosi e scien­tifici del tempo, oltre che alla controversia contro gli Intransigenti. Di lui Scalabrini prese più volte le difese. E lo Stoppani, nella sua ultima lettera allo Scalabrini, quando ormai egli si sentiva stanco e svuotato dalle controversie in cui era stato coinvolto, tra l'altro dirà: "Si abbia guardia e si faccia coscienza di conservarsi al compimento di quei disegni provvidenziali, che io credo aver Dio formati sopra di lei". (Giudizio analogo a quello espresso, come vedemmo, da Giuseppe Toniolo).

Al 1868, l'anno dopo la nomina a rettore, risale la sua grande amicizia con il Vescovo Geremia Bonomelli, ami­cizia che avrà un posto rilevante nella vita e nell' opera di entrambi. Bonomelli, allora Prevosto a Lovere, era stato invitato a predicare un corso di Esercizi Spirituali nel semi­nario di Como. Qui incontrò il giovane rettore di 30 anni (egli ne aveva 37), già famoso per l'ingegno e per il dina­mismo apostolico. Così Bonomelli descrive quell'incontro,

a un anno dalla morte dell'amico: "Vederci, parlarci, sen­tirci tosto stretti da intima amicizia fu una cosa sola; e quel­l'amicizia si stretta, si cara, si affettuosa durò inalterata fino al 1° giugno dell'anno passato, quando lo Scalabrini lasciò la terra pel cielo. Oh, le belle sere, le belle conver­sazioni di S. Abbondio!" 

PARROCO

Il 12 maggio 1870 Giovanni Battista Scalabrini venne nominato Priore della Parrocchia di S. Bartolomeo. Questa contava circa 6.000 anime ed era situata in una zona allora periferica. Era una delle parrocchie principali della città, anche se non godeva di buona fama. Gravi problemi sociali le derivavano dalla rilevante presenza del proletariato industriale e dall'artigianato domestico legato all'industria tessile.

La ragione dell'imprevisto trasferimento dal Seminario di S. Abbondio alla Parrocchia di S. Bartolomeo sembra collegata con quella divergenza tra Intransigenti e Transi­genti che agitava la vita stessa del Seminario, rendendo vana l'azione mediatrice di Scalabrini. Mentre infatti i seminaristi erano entusiasti del loro rettore e professore, alcuni insegnanti, specie fra i più anziani, avevano da ridire sulle idee nuove e grandi di Scalabrini e l'accusavano tra l'altro di ambizione personale. Ma quel passaggio dall'im­pegno formativo a quello pastorale parve normale e addi­rittura provvidenziale. Infatti nei cinque anni e mezzo in cui fu parroco, grazie a straordinarie intuizioni e iniziative pastorali, si delineò quella tempra di apostolo che ammire­remo nei trent'anni di episcopato. Commentando il suo tra­sferimento a S. Bartolomeo, così Scalabrini si confidava con il fratello Pietro: "Mi trovo ben lieto di aver abbando­nata la direzione del Seminario, che mi riusciva pesante... Qui la mia voce è ben sentita. Se tu avessi a vedere nei giorni festivi questa mia chiesa di S. Bartolomeo, ne sare­sti meravigliato in mirare una folla di gente veramente straordinaria pendere dal labbro del loro parroco, avida sempre di ascoltare la Parola di Dio". Il passaggio dall'in­segnamento al ministero della Parola, quindi alla predica­zione e alla catechesi, sembrò consono alle sue più profonde aspirazioni sacerdotali. Proprio in questo campo egli porrà mano a singolari iniziative che saranno in qual­che modo anticipazioni della futura opera dell’Apostolo del Catechismo.

Per i circa 200 bambini che frequentavano l'asilo da lui fondato l'anno dopo il suo insediamento, egli compose un Piccolo Catechismo che darà alle stampe nel 1875 e che, a giudizio degli esperti, rappresenta un contributo rivolu­zionario nella storia della catechesi in Italia. Naturalmente egli si impegnò con altrettanto zelo nella catechesi dei ragazzi più grandi, dei giovani e degli adulti. La fama del suo zelo e della sua competenza si diffuse al punto che il suo Vescovo Mons. Carsana l'incaricò di stendere un "Pro­getto per l'impianto delle Scuole della Dottrina Cristiana nella Diocesi di Como".

Per restare in campo catechistico, un compito assai più arduo fu quello richiesto dai sordomuti, i quali pure ave­vano diritto all'istruzione religiosa. Per questo Scalabrini si fece insegnare dall'amico Sera­fino Balestra il "metodo fonico" che gli consentì di fungere da cate­chista e da diret­tore spirituale del­le sordomute della città (anche questa fu un'anticipazio­ne di quanto egli opererà da Vesco­vo di Piacenza).

L'apice del suo ministero della Parola   furono senz'altro le undi­ci conferenze sul Concilio Vaticano I, tenute nella Cat­tedrale di Como nel 1872, di fronte ad un  folto  e attento pubblico. La risonanza e i consensi furono tali che l'anno seguente si pensò di darle alle stampe. Se ne fecero quattro edizioni (la seconda presso la tipografia salesiana dell'entusiasta Don Bosco) e vennero presto tradotte in francese e tedesco. Nonostante l'intento apologetico (il Concilio era stato interrotto due anni prima in seguito alla "Breccia di Porta Pia"), Scala­brini si valse di una vasta e profonda dottrina teologica; usò un linguaggio chiaro e pacato; mostrò di saper conciliare la fedeltà alla Chiesa con la libertà di pensiero, la religione con la scienza; mirando soprattutto a salvaguardare quella unità della Chiesa che sarà l'aspirazione suprema di tutta la sua vita. Segno del suo coraggioso equilibrio, segnalato e lodato da ambo i fronti, fu la citazione che egli fece del controverso Stoppani, parlando del rifiuto della "lotta tra la fede e le scienze moderne", causata dalla malafede e dal­l'ignoranza di scienziati superficiali, ma anche dalla "soverchia timidezza di alcuni buoni, ai quali meglio del pianto avrebbe giovato lo studio e la fede più robusta".

Scalabrini sapeva bene che un parroco riesce a conqui­stare la sua gente soprattutto attraverso la cura dei più deboli, cioè dei bambini e degli ammalati. A questi faceva visita giornalmente e per essi promosse l'Opera della S. Vincenzo. Riguardo ai bambini, oltre all'asilo ricordato prima e affidato alla solerte direzione della sorella Luisa, creò anche un oratorio per i ragazzi. I giovani stessi furono coinvolti nella creazione di quest'opera, prestandosi tra l'altro a trasportare pietre e legnami, innamorandosi così dell'oratorio e insieme del loro Priore. Tra i suoi ragazzi vi fu Cesare Barzaghi (1863-1941), il futuro "Apostolo di Lodi", il quale asserirà di dovere la sua vocazione sacer­dotale al suo santo parroco G. B. Scalabrini. Tra i giovani fomentò la vita associativa, influenzando così anche gli altri quartieri della città.

Un altro campo d'interesse e d'impegno fu per lo Sca­labrini il mondo del lavoro. L'industria serica, che era allora nel comasco la principale risorsa, subiva periodiche crisi proprio nel momento del passaggio dal sistema arti­gianale a quello industriale. Molta parte dei suoi parroc­chiani era impegnata nel lavoro domiciliare. Nei momenti di crisi egli si adoperava in ogni modo nel procurare lavoro alla sua gente, andando a volte egli stesso dagli industriali a chiedere per loro pezza da tessere. Per far fronte ai casi più gravi, egli fondò la prima Società di Mutuo Soccorso. Nel suo opuscolo su "Il Socialismo e l'Azione del Clero" (1899) egli descriverà il dramma di quei tempi in una pagina stupenda che termina con que­sto grido d'angoscia: "Oh, le tristi giornate quand'io, visi­tando gli infermi, non sentivo, salendo per quelle povere scale, il suono secco e quasi ritmico del telaio!". Natural­mente egli era preoccupato non solo del problema sociale, ma anche di quello religioso che ne derivava. Infatti, pro­vocato dalla "rivoluzione industriale", aveva preso il via in tutta l'Italia l'allontanamento della classe operaia dalla Chiesa. Contro questo, come vedremo, il Vescovo Scala­brini lotterà strenuamente, affrontando con passione e competenza la questione sociale e sposando le giuste cause dei lavoratori.

Trascorsi da poco i cinque anni come parroco, durante i quali Scalabrini aveva gettato le basi della sua multiforme e incisiva azione pastorale, egli ricevette da Roma il 13 dicembre 1875 la notifica ufficiale che il Santo Padre l'a­veva scelto come Vescovo della importante diocesi di Pia­cenza. Nelle varie tappe della vita di Scalabrini si nota una straordinaria "precocità": battezzato il giorno stesso della nascita; cresimato l'anno dopo; ordinato sacerdote quando non aveva ancora 24 anni; nominato rettore del Seminario a soli 28 anni e parroco a 31; viene consacrato Vescovo a 36 anni. Ma questa tempestiva corsa si arresta a Piacenza. Infatti ogni eventualità di passare ad una sede più presti­giosa (con la prospettiva del cardinalato) lo troverà indif­ferente e decisamente avverso. La tempestività, come vedremo, rimarrà come un contrassegno della sua trenten­nale azione pastorale di Vescovo.

Scalabrini, appena avuta la notifica da Roma, cercò di ottenere un ripensamento, citando svariate ragioni tra cui la giovane età e l'impreparazione. Ma Pio IX, che aveva fretta di far scendere in campo vescovi di una certa tempra, ribadì la sua decisione alla quale, come ad una manifesta­zione della volontà di Dio, Scalabrini finì per dare il suo assenso pieno e generoso; anche se, come poi egli stesso confiderà, lasciare la Parrocchia di S. Bartolomeo fu una delle maggiori sofferenze della sua vita. Sofferenza altret­tanto grande fu quella dei suoi parrocchiani, i quali espres­sero la loro angoscia con un addio davvero trionfale. E grande soprattutto fu l'angoscia delle ragazze sordomute di Como.

Nel frattempo a Piacenza vi fu subito un gran fermento di commenti e di preparativi. In città non esisteva allora un giornale cattolico, per cui s'incaricò del primo giudizio il giornale liberale "Il Corriere Piacentino" che se la cavò con queste poche parole: "Ci dicono che sia un uomo di molta scienza e di molto cuore. Tanto meglio". Meglio sicuramente per il popolo piacentino; molto meno per coloro che giudicavano a seconda delle proprie conve­nienze politiche. 

PRECONIZZATO VESCOVO

Ad attirare l'attenzione di Pio IX sul giovane Parroco di S. Bartolomeo in Como, fu prima di tutto la grande riso­nanza che ebbero le sue conferenze sul Concilio Vaticano I. Appena date alle stampe, Scalabrini aveva inviato una copia al Papa che gli fece pervenire le espressioni del suo più vivo compiacimento. E' risaputo poi che Pio IX, nello scegliere i Vescovi, privilegiava il criterio dello zelo pasto­rale per cui, più che nelle curie o nei seminari, egli sce­glieva i suoi candidati tra i parroci, ignorando a volte la mancanza di gradi accademici. E' ciò che fece con Scala­brini. Nella Lettera Apostolica del 28 gennaio 1876 con cui Pio IX comunicava a Scalabrini la preconizzazione avve­nuta nel Concistoro di quello stesso giorno, dopo aver enu­merato i suoi meriti di educatore e di parroco, citava e minimizzava il fatto che egli non fosse laureato in teologia o in diritto canonico. Quindi l'esperienza parrocchiale per Scalabrini, più che un semplice anello della sua carriera ecclesiastica, fu invece la sua pedana di lancio. A segnalare il suo nome a Pio IX ci furono, a quanto pare, varie per­sone tra le quali S. Giovanni Bosco. Sembra però che l'in­tervento più determinante sia stato quello dell'allora Vescovo di Pavia, Mons. L. M. Parocchi, che Pio IX teneva in grande considerazione al punto di nominarlo poi Cardi­nale e suo Vicario a Roma. Mons. Parocchi aveva incon­trato Scalabrini due anni prima a Pavia ed era rimasto col­pito non solo dalla conversazione con il giovane parroco comasco, ma anche da un gesto particolare.

Nella chiesa di S. Pietro in Ciel d'Oro l'aveva sorpreso prostrato davanti alla tomba di S. Agostino, intuendo così che in Scalabrini il senso della Chiesa aveva radici ben profonde. Scalabrini ricevette la Consacrazione Episcopale il 30 gennaio 1876 dal Card. Alessandro Franchi. Due par­ticolari interessanti: la Consacrazione avvenne nella Cap­pella del Collegio di Propaganda Fide e per le mani del Pre­fetto della Congregazione di Propaganda Fide che Scala­brini aveva incontrato al P.I.M.E. di Milano; segno della sua mai sopita passione missionaria.

Durante il viaggio di ritorno a Como, entrando in terri­torio piacentino, fece una sosta e, quasi per offrire le pri­mizie del suo episcopato a quella che sarebbe stata la sua nuova terra di missione, s'inginocchiò in preghiera.

A Piacenza fece l'ingresso solenne il 13 febbraio. Vi entrò recando il pastorale che lo stesso Pio IX gli aveva donato nel giorno della sua Consacrazione Episcopale. Su questo pastorale era scritto: "Charitatis potestas". Nel por­gerlo il Papa gli aveva detto: "Sia questa la regola del vostro spirituale governo". Più tardi, come vedremo, lo stesso Papa, durante un'udienza, donerà a Scalabrini la propria croce pettorale definendolo "Apostolo del Catechi­smo". Due gesti che preannunciavano profeticamente quelli che sarebbero stati i due capisaldi dell' azione pasto­rale del Vescovo Scalabrini: la Parola di Dio e la Carità.

 

Capitolo terzo

VESCOVO 

UOMO DI DIO

Prima di tracciare a grandi linee la figura e l'opera del Vescovo Giovanni Battista Scalabrini, anzi allo scopo di meglio riuscirci, vediamolo prima di tutto nella sua essen­ziale dimensione religiosa.

Scalabrini fu definito "UOMO TUTTO DI DIO E TUTTO PER DIO". Questa breve e lapidaria espressione ci dice la ragione profonda di ciò che egli fu e di ciò che egli fece. Egli l'indicò, sul punto di gettarsi come Vescovo nel vortice dei problemi religiosi, sociali e politici del suo tempo, attraverso il suo stemma episcopale. Questo rap­presenta la Scala di Giacobbe, con un angelo che scende e uno che sale; nella sommità vi è l'occhio di Dio e in basso si legge la scritta: "Video Dominum innixum scalae" (Vedo il Signore sulla scala). Convinto del monito di S. Agostino che diceva: "Cammina attraverso l'uomo e giun­gerai a Dio", sapeva anche che, per riuscire in questa lunga e ardua attraversata, occorreva tener ben fisso lo sguardo su Colui che è l'origine, la guida e il fine di ogni impresa apostolica. Scalabrini, che fu attentissimo come pochi a tutti i drammi umani, è d'insegnamento a coloro che oggi, sottoposti al vento di quella secolarizzazione che rischia di spegnere ogni fremito di vita spirituale, cercano di soprav­vivere ripiegando a volte sull'applaudito "impegno sociale".

Ma il Dio del quale Scalabrini era stupendo adoratore e servitore (Tutto di... tutto per...), non era il Dio astratto dei filosofi, avulso dalla storia umana. Era invece quello che, attraverso l'Incarnazione, aveva fatto irruzione nel mondo e, assumendo la nostra natura umana, diede inizio a quel­l'opera che Scalabrini, prendendo in prestito dai Padri greci un termine alquanto espressivo e ardito, chiama "divinizzazione" del genere umano. Su questo Mistero è incentrata tutta la spiritualità di Scalabrini. Ma egli l'intese non in senso statico come un evento successo in un dato momento storico, ma in senso dinamico come un fatto che si prolunga nei secoli e giunge fino a noi attraverso l'opera della Chiesa. Questo prolungamento dell' Incarnazione in noi si attua soprattutto nell'Eucarestia con la quale il Cri­sto ci incorpora a se e ci 'divinizza". Non abbiamo qui lo spazio per dilungarci sul pensiero di Scalabrini circa il Mistero Eucaristico, assolutamente centrale tanto nel suo ministero quanto nella sua pietà personale; ma ci piace contemplarlo adorante ed evangelizzante in occasione del suo terzo Sinodo Diocesano, dedicato all'Eucarestia. Era il Sinodo con cui egli voleva disporsi con tutta la sua Chiesa all'avvento del XX secolo; era l'anno 1899 quando stavano per finire i lavori che riporteranno la sua cattedrale all'an­tico e austero splendore romanico. L'Eucarestia, compresa e vissuta, era per Scalabrini lo strumento insostituibile di un prossimo e radicale rinnovamento della Chiesa e della società. Dire Eucarestia, Memoriale della Passione di Cri­sto, è dire immolazione sulla croce. Di questa Croce (ecco un'altra sua caratteristica) Scalabrini ebbe un culto così profondo che a buona ragione gli viene attribuita una spe­cie di "Mistica della Croce". Spesso, stringendo la Croce pettorale, egli mormorava con grande trasporto: "Fac me cruce inebriari" (Fammi inebriare della croce).

Per completare la descrizione della spiritualità di Scala­brini, giova spendere qualche parola sulla sua devozione alla Madonna e ai Santi.

Per poter comprendere l'intensità e la profondità della sua pietà mariana, bisognerebbe aver ascoltato qualcuna delle sue stupende omelie sulla Madonna o averlo seguito nei tanti pellegrinaggi a santuari mariani entro e fuori della diocesi. Egli volle che tanti importanti avvenimenti coincidessero con le feste della Madonna e in particolare con quella dell'Immacolata: in questa festa iniziò la sua prima Visita Pastorale; con un discorso in portoghese sul- l'Immacolata concluse il suo viaggio in Brasile; e nel giorno dell'Immacolata del 1894 egli ricevette con somma gioia i primi voti perpetui dei suoi missionari. Vanno poi ricordati i gesti di tenera devozione come quando offrì per la corona della Madonna i gioielli di sua madre. Lo fece con la Madonna del Popolo, la Madonna di S. Marco di Bedonia e con la B. Vergine del Castello a Rivergaro. Qui, il 7 maggio 1905, cioè pochi giorni prima della sua morte, guidò il suo ultimo pellegrinaggio e pronunciò il suo ultimo, esaltato e appassionato discorso sulla Madonna. Ma quello di Scalabrini non fu un fatuo devozionismo. Egli, contemplando il Mistero dell'Incarnazione, giunse a penetrare ed esaltare anche il ruolo che in esso ebbe Maria di Nazareth. Egli la venerò soprattutto sotto i titoli di Immacolata Madre di Dio, titoli che inseriscono appunto Maria nel dinamismo dell' Incarnazione, sottraendola ad ogni ombra di colpa e collocandola nell'altezza vertiginosa della Maternità Divina. Rifacendosi alla tradizione patri­stica e quasi anticipando la mariologia che si sarebbe affer­mata con il Concilio Vaticano Il, Scalabrini ammirò e pre­dicò la Vergine Madre di Dio come figura della Chiesa. Nel senso non solo che Maria rappresenta l'umanità redenta che approda nel regno beato (lo ricordava ogni 15 agosto con mistica esaltazione nella sua cattedrale dedicata all'Assunta), ma anche perché fra le vicende di Maria e della Chiesa c'è una tale concordanza che nel cristiano l'a­more per l'una si confonde con l'amore per l'altra.

Per quello che riguarda il culto dei Santi, come S. Ambrogio si era opposto all'eresia ariana tramite il culto dei Santi Martiri, ritrovati sottoterra o tratti dall'oblio, così Scalabrini oppose al fenomeno della scristianizzazione della società anche un rilancio del culto dei Santi. Vari furono i Santi che Scalabrini, attraverso rigorose ricogni­zioni, riconsegnò alla pietà popolare. Non si trattò di una recrudescenza di devozionismo, ma di una efficace azione educativa, poiché Scalabrini, per quel suo senso della storia che lo faceva propendere verso l'antico Cristianesimo, indi­cava nei Santi e nei Martiri i maestri e i testimoni della fede.

Questo collocarsi dunque nel flusso perenne e rigo­glioso dell'Incarnazione, questo aggancio vitale all'Euca­restia, questo amore struggente per il Crocifisso, questa robusta e tenera devozione a Maria, unita al culto dei Santi, non potevano non trasformarsi in un intenso e intermina­bile dialogo con Dio, in quella preghiera che, sono sue parole, "è la parte più viva, più forte, più potente dell'apo­stolato". 

VESCOVO DELLA CHIESA

I vari Papi, ammirati dall'opera benemerita e mul­tiforme del Vescovo di Piacenza, gli attribuirono diversi appellativi quali: Apostolo del Catechismo, Principe della

Carità, Vescovo Missionario, Padre degli Emigrati. S. Pio X, nell'apprendere la notizia della morte di Scalabrini, esclamerà fra le lacrime: "Abbiamo perduto uno dei nostri migliori Vescovi". Con queste parole il santo Pontefice non fece solo un generico elogio di circostanza, ma ne pro­clamò la qualifica più vera ed essenziale, quella di "Vescovo della Chiesa". In questi ultimi tempi, attenti studi storici, oltre che i rigorosi esami del processo di canoniz­zazione, hanno messo in luce la "ecclesialità" di Scalabrini in tutta la sua profondità e splendore, sfrondando la sua figura dalle ombre che gli sarebbero derivate dalle polemi­che e dalle incomprensioni del suo tempo. Sarà ancora S. Pio X, qualche anno dopo, a descrivere Scalabrini come "il Vescovo dotto, mite e forte che anche in dure vicende ha sempre difeso, amato e fatto amare la verità; né l'ha mai abbandonata per minacce e lusinghe". Nel suo tempo, quando ragioni dottrinali, politiche e sociali avevano creato tensioni e contrapposizioni anche all'interno della Chiesa (una delle cinque piaghe denunciate dal Rosmini), Scalabrini propugnò il principio supremo della "unità nella verità". In particolare egli, armonizzando le istanze eccle­siologiche dei due grandi Concili, il Vaticano I e il futuro Vaticano Il, fu assertore convinto e convincente del Pri­mato Pontificio e nello stesso tempo della successione apo­stolica dell'episcopato; si sentiva responsabile della sua Chiesa "locale" e nello stesso tempo, come successore degli Apostoli, responsabile anche della Chiesa "univer­sale". Egli non si considerava ristretto alla sua pur vasta diocesi né si sentiva estraneo alle vicende di terre lontane al di là delle Alpi o dell'oceano. Ecco perché considerò di propria competenza l'istituzione dell'Opera Mondariso che pure valicava i confini della sua diocesi; ecco perché estese al di qua e al di là dell'oceano la sua grandiosa opera di assistenza a favore degli emigrati italiani; ecco perché, fino a pochi giorni della sua morte, egli sollecitò la Santa Sede ad interessarsi degli emigrati di ogni nazionalità. Questo suo universalismo traspare dalle parole con cui egli descrisse se stesso come "uno che si mette in ginocchio davanti al mondo per implorare come una grazia il per­messo di fargli del bene". Ecco come viene descritta dal Cardinale-Parroco Giulio Bevilacqua la cattolicità del­l'impegno pastorale di Scalabrini: "Un uomo che ha abbracciato tutte le strade del mondo... Niente parrocchie  chiuse in se stesse, ignare della loro diocesi, ignare della cattedrale, neppure diocesi chiuse in se stesse, che non capiscono la cattolicità e l'universalità della Chiesa di Dio". In definitiva è il mandato che Cristo diede ai suoi Apostoli: "Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura"(Mc 16,15).

I confini di Scalabrini erano dunque i confini del mondo. Segni di questo universalismo, oltre ai vari inter­venti ministeriali e caritativi che andavano al di là di ogni confine geografico o ideologico, c'erano le sue ispirate e lungimiranti visioni storiche. Eccone alcuni squarci.

Nella sua Lettera Pastorale "La Chiesa Cattolica" del 1888, egli prevede la riunificazione ecclesiale del conti­nente europeo. Ecco le sue parole: "Quando la politica non sarà più interessata a conservare quel muro di divisione che tiene scissa la grande famiglia europea; quando gli inte­ressi della terra scompariranno in faccia agli interessi del Cielo; quando la grande legge della carità evangelica sarà meglio intesa e praticata da tutti...".

Nell'ispirato discorso del 15 ottobre 1901 al Catholic Club di New York, esponendo la sua concezione storica e teologica dell'emigrazione, preannunciava gli immensi benefici che sarebbero derivati nel sec. XX all'umanità e alla Chiesa dal rigoglioso convergere di più culture sotto la spinta della provvidenziale leadership americana.

Due anni prima, nel 1899, in una conferenza tenuta all' esposizione di arte sacra a Torino, dopo aver affermato che la mobilità di tutti gli esseri, e degli uomini in partico­lare, rinnova in ogni istante il miracolo della creazione, esclamò con affiato poetico:

"Emigrano i semi sulle ali dei venti, emigrano le piante da continente a continente, portate dalle correnti delle acque, emigrano gli uccelli e gli animali, e, più di tutti, emigra l'uomo, ora in forma collettiva, ora in forma iso­lata, ma sempre strumento di quella Provvidenza che pre­siede agli umani destini e li guida, anche attraverso a cata­strofi, verso la meta, che è il perfezionamento dell'uomo sulla terra e la gloria di Dio nei cieli".

Scalabrini rivolse il suo sguardo e la sua ansia aposto­lica anche all'Africa. Sostenitore entusiasta dell'azione antischiavista del Card. Lavigerie, nel 1890 presentò alla Diocesi la Lettera di Leone XIII sulla abolizione della schiavitù e ordinò che da allora ogni anno, in occasione della festa dell'E­pifania, si facesse una speciale colletta per la "reden­zione degli schia­vi". All'opera di Lavigerie  parve anche collegare la propria opera a favore degli emi­grati che rischiavano di diventare i nuovi schiavi.

Nel diario di bordo che Scala­brini stese durante il  suo  secondo viaggio oltre ocea­no, troviamo que­sta singolare testi­monianza:

"Si costeggia l'Africa misterio­sa. Guardo per ore intere, quasi in­chiodati gli occhi da forza superiore, in preda a tristezza arcana, quelle terre un dì sì fiorenti... Commosso sino al pianto dicevo: oh perché noi preti non andiamo a evangelizzare quei popoli e a spargere con il nostro sangue il seme fecondo di cristiani!".

Scena stupenda: il Vescovo Scalabrini, ritto sul ponte della nave, si commuove fino alle lacrime nel contemplare la deserta costa africana che scorre via sull'orizzonte. E pensando ad Agostino, Cipriano, Fulgenzio e alle prime fiorenti comunità cristiane del Nord Africa, quasi dimen­tica gli emigrati e i missionari che l'attendono in Brasile.

Ma ritorniamo alla ecclesialità del Vescovo Scalabrini.

Al di là degli accesi dibattiti sulla natura giuridica e gerarchica della Chiesa, ai quali Scalabrini partecipò con passione e con competenza, egli indicò ed esaltò quell'a­nima della Chiesa che la fa essere "l'estensione dell'incar­nazione lungo il corso dei secoli, la perenne rivelazione di Cristo agli uomini, lo strumento di salvezza per tutta l'u­manità", formato da tutto il popolo dei credenti. Di questa Chiesa, Mistero di Grazia, egli intese difendere non i pri­vilegi, ma la rilevanza storica e sociale e soprattutto il diritto di operare per il valore supremo che è "il bene delle anime".

E' interessante osservare come egli abbia intravisto nella elezione di Papa Sarto e nel suo programma "Instau­rare tutte le cose in Cristo" l'inizio di un nuovo cammino in cui finalmente, in nome del Vangelo, perdeva rilevanza ogni altra restaurazione terrena. Egli stesso, che appena tredici giorni prima della sua morte, aveva radunato il Comitato Permanente che doveva stabilire luogo e data del secondo Congresso Catechistico Nazionale, aveva propo­sto come fine del Congresso "Far regnare Cristo nelle anime".

Abbiamo tralasciato di parlare del rapporto personale che Scalabrini ebbe con i suoi tre Papi: Pio IX, Leone XIII e S. Pio X. Delle sue appassionate attestazioni di stima e di affetto si potrebbe fare un'intera antologia. Non furono, come qualcuno sospettò, delle semplici espressioni retori­che non sempre corrispondenti ai fatti. Ciò che prova la piena comunione ecclesiale tra Scalabrini e il Vicario di Cristo è il fatto che quei tre Papi ricambiarono il Vescovo Scalabrini di altrettanta stima e affetto. A questo proposito, a dimostrazione della fiducia che per esempio Leone XIII riponeva in Scalabrini e della genuina obbedienza di que­sto, riportiamo un interessante episodio.

Nel dicembre 1885, quando ferveva lo scontro tra gli opposti fronti, Scalabrini pubblicò un opuscolo anonimo dal titolo: Intransigenti e Transigenti, osservazioni di un Vescovo Italiano. L'opuscolo fu combattuto con inaudita virulenza dalla stampa intransigente che ovviamente igno­rava come quel "Vescovo Italiano" fosse nientemeno che lo stesso Leone XIII. Questi, volendo assaggiare il terreno in forma anonima, si era valso come copertura di una per­sona di sua piena fiducia, disposta a questo eroico gesto di fedeltà. All'amico Bonomelli, che come tanti altri, pensava che l'autore dell'opuscolo fosse Scalabrini, questi dopo qualche giorno scrisse: "Se sapeste la storia di quel lavoro, voi ne rimarreste meravigliato, stordito... Qualche straccio bisogna ben che vada alla folla, e se quello straccio sono io, sit nomen Domini benedictum!". Sempre al riguardo dei rapporti fra Scalabrini e Leone XIII (sui quali qualcuno manifestò qualche riserva) ci piace riportare un altro simpatico episodio. Il 12 marzo 1891, in una lettera a Bonomelli, così Scalabrini descrisse una lunga e cordiale udienza con il Papa: "A un certo punto, vedendomi in mano la tabacchiera, uscì a dirmi sor­ridendo: - Mi dia, Monsignore, una presa di tabacco. Così vedrò se anche qui ha buon naso. Si parlava delle cose di America. Il discorso si aggirò appunto quasi tutto su que­sto argomento e massime sulla necessità di proteggere le varie nazionalità in quelle contrade. Il Papa finì per restarne persuaso e mi incaricò di stendere un memoriale in proposito". 

PASTORE INDOMITO

Il ministero episcopale di Scalabrini ebbe un inizio dav­vero folgorante. In quel 1876, a pochi mesi dal suo inse­diamento, diede il via al suo programma pastorale con sor­prendente tempestività. Prima ancora di mettere piede a Piacenza, il giorno stesso della sua consacrazione episcopale, Scalabrini inviò alla Diocesi la sua prima Lettera Pastorale. In essa egli si presentò in grande umiltà, ancora frastornato dall'altissima responsabilità che gli era stata conferita; ma con altrettanta determinazione a volersi dedicare con tutte le sue forze alla causa del Regno di Dio. Esponendo il suo programma, si dichiarò pronto a farsi "servo di tutti", ma soprattutto dei poveri e dei sofferenti che egli s'impegnava a soccorrere e a evangelizzare. E, come vedremo, nei trent'anni del suo ministero episcopale, egli si muoverà con il pensiero e con l'azione verso quella grande periferia umana formata da indigenti, ammalati, disoccupati, orfani, ciechi, sordomuti, carcerati e inoltre, periferia davvero sconfinata, da emi­grati.

Rivolgendosi poi a tutte le categorie di persone e, primi fra tutti, ai sacerdoti, propose loro una specie di mobilita­zione generale in vista di un grande e urgente progetto di rinnovamento. Di fronte al dinamismo coinvolgente del nuovo Vescovo, un suo canonico ebbe a osservare: "Scalabrini non lascia in pace nessuno".

Il 23 aprile, cioè appena due mesi dopo il suo ingresso in Diocesi, inviò una Lettera Pastorale sull'insegnamento del Catechismo; e il 5 luglio seguente fondò la prima rivi­sta catechistica italiana, Il Catechista Cattolico.

Sempre nel 1876 Scalabrini inviò due Lettere Pastorali al clero, dando così inizio a quel rinnovamento spirituale e culturale di coloro che dovevano essere i protagonisti primi della progettata riforma.

Ma l'urgenza più grave che avverti nei primi mesi del suo episcopato fu quella di conoscere il suo popolo, con­vinto di dover fare proprie le parole di Cristo: "Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me" (Gv 10,14). Donde l'epopea delle sue cinque Visite Pastorali in una diocesi in cui non se ne era fatta alcuna da ben tre secoli. Indisse la prima il 4 novembre di quel 1876, quindi nella festa di S. Carlo Borromeo del quale intendeva seguire l'e­roico esempio. Ai tempi di Scalabrini la Diocesi di Pia­cenza contava 364 parrocchie con una popolazione di circa 241.000 abitanti. Un terzo delle parrocchie era situato in pianura, mentre tutte le altre si trovavano in collina e soprattutto in montagna, per cui molte potevano essere rag­giunte solo a dorso di cavallo o di mulo. Questo Scalabrini,

che con lunghe e massacranti cavalcate raggiunge i paesini più diversi dell'Appennino, là dove solo centinaia di anni prima o forse mai si era visto un Vescovo, ci fa pensare proprio all'indomito zelo del grande S. Carlo.

In questa prima Visita Pastorale, oltre a dare un forte impulso alla vita cristiana, si preoccupò anche di fare dei rilievi statistici sui sordomuti, i ciechi, gli orfani, e anche sugli emigrati, allo scopo di preparare il campo alla sua grandiosa opera caritativa. E' interessante osservare come in quel 1876 in cui Scalabrini dà il via alla sua prima Visita Pastorale, iniziano anche le rilevazioni statistiche ufficiali sull'emigrazione italiana e si tenta invano di produrre la prima legge emigratoria. Mentre dunque al Ministero si maneggiano cifre più o meno attendibili e si finge di inte­ressarsi dei problemi degli emigrati, Scalabrini si arram­pica sull'Appennino e raccoglie la cifra più vera e dram­matica: i suoi emigrati risultano circa 28.000, pari all'11% dell'intera popolazione della Diocesi.

Ma riprendiamo il discorso sulle intrepide Visite Pasto­rali di Scalabrini. Queste sembrano scandite da altri impor­tanti eventi ecclesiastici quali sono i Sinodi Diocesani. Erano passati ben 156 anni dall'ultimo Sinodo per cui Sca­labrini si affrettò a celebrare il primo nel 1879, mentre era ancora in corso la prima Visita Pastorale. In questo primo Sinodo, valendosi dell'esperienza che andava facendo con il contatto diretto con la sua gente, egli lanciò il suo pro­getto di riforma, ispirandosi ai grandi esecutori del Conci­lio di Trento che furono S. Carlo Borromeo e S. Francesco di Sales. Il secondo e il terzo Sinodo furono celebrati all'i­nizio e a conclusione della quarta Visita Pastorale, la più lunga (1893-1899). Il secondo Sinodo con cui s'intese completare il primo, adattando il progetto di riforma alle cambiate situazioni del tempo, venne presentato come una "Visita Pastorale totale e simultanea"; mentre il terzo Sinodo, dedicato all'Eucarestia, fu una celebrazione della Redenzione in vista dell'imminente ventesimo secolo ed èconsiderato il canto del cigno. La quinta Visita Pastorale (1902-1905) mise alla prova lo zelo e le forze fisiche di Scalabrini, avendo avuto una singolare e impegnativa estensione: iniziò infatti alla conclusione del suo viaggio negli Stati Uniti e terminò dopo il ritorno dal viaggio in Brasile. Il 5 maggio 1905, un mese dopo la conclusione della quinta Visita Pastorale e appena quattro settimane prima della sua morte, egli ebbe il coraggio di indire la sesta Visita Pastorale. Nella lettera Pastorale d'indizione, considerata il suo testamento spirituale, egli tra l'altro scrisse: "Sei lustri ormai sono scorsi, dacché questa por­zione del gregge di Cristo veniva alle mie cure affidata, e di questa dovrò un giorno, che non può essere lontano, ren­dere strettissimo conto... Vi annuncio, fratelli e figli miei, che ho deciso di intraprendere personalmente la sesta Visita Pastorale di tutte e singole le parrocchie della Dio­cesi. Se dovessi guardare alla mia età, dovrei certo andarne sgomento; ma è così vivo in me il desiderio di rivedervi ancora una volta e di indirizzarvi ancora una volta la mia parola di pastore e di padre...

C'è davvero da inchinarsi, stupiti e commossi, di fronte ad una simile tempra di pastore. Segno del suo passaggio attraverso la diocesi di Piacenza sono le 200 chiese da lui consacrate. 

FORMATORE DI SACERDOTI

Scalabrini, come abbiamo già osservato, avviò la sua azione pastorale concentrando gli sforzi su alcuni punti strategici. Uno dei principali fu il rinnovamento spirituale e culturale del clero. Nelle sue preoccupazioni e iniziative egli parve ispirarsi allo sfortunato libro "Delle cinque pia­ghe della Santa Chiesa" del santo e controverso Rosmini; oltre, ovviamente, che agli esempi dei grandi riformatori tridentini. Egli si adoperò in ogni modo, attraverso le Let­tere Pastorali, i Sinodi, le periodiche istruzioni e soprat­tutto attraverso il diurno contatto personale, perché i suoi sacerdoti fossero animati da profonda spiritualità e fossero culturalmente attrezzati in modo da essere sottratti ad un semplice ripiegamento difensivo ed essere invece atti ad affrontare le necessità e le sfide dei tempi moderni. In que­sto campo egli intervenne in forma tempestiva. Dopo alcuni mesi dal suo insediamento, egli inviò al clero due Lettere Pastorali: con quella del 14 agosto ripristinò gli Esercizi Spirituali e con quella del 7 dicembre riprese la pratica delle riunioni periodiche con la discussione dei casi di morale.

Egli voleva i suoi sacerdoti generosi e competenti ser­vitori della Parola di Dio e perciò seriamente impegnati nella predicazione  e nella catechesi. Ad essi ricorderà che "la predi­cazione della Parola di Dio tiene il primo posto tra i mezzi scelti dalla Provvidenza per stabi­lire, incrementare, pro­pagare e perpetuare la religione cristiana". E alla predicazione, come al catechismo  Scala­brini assegnò il primo posto in ognuno dei tre Sinodi Diocesani. In occasione  del  terzo, dedicato all' Eucarestia, giunse ad affermare: "Il Sacrificio  senza  la Parola sarebbe una com­memorazione  ineffi­cace". Ma egli non si accontentò di appelli generici, ma scese a decisioni concrete come l'obbligo del­l'omelia domenicale ed il ripristino dei Quaresimali e delle Missioni Popolari. A questo proposito, allo scopo di fornire le parrocchie povere e sguarnite di validi predicatori, ven­tilò l'istituzione di una "Pia Unione dei Missionari Dioce­sani", progetto che sarà realizzato dal suo successore.

Primissima sua preoccupazione fu quella di salvaguar­dare nel clero e per il clero l'unità ecclesiale. Ragione per cui, in base al principio che si deve essere "uniti nelle cer­tezze, liberi nelle cose opinabili e caritatevoli sempre", egli cercò con tutte le forze di far superare quelle tensioni e contrapposizioni che c'erano anche fra i suoi sacerdoti per ragioni dottrinali (Tomisti e Rosminiani) e politiche (Intransigenti e Transigenti).

Segno infine del suo interesse e del suo affetto per i sacerdoti saranno le ultime parole mormorate sul letto di morte: "Dove sono i miei preti? Lasciateli entrare, non fateli aspettare!".

Naturalmente la formazione del clero inizia dal semina­rio. Appena fatto Vescovo, egli si fece scrupolo di esaminare attentamente la situazione culturale, disciplinare e amministrativa dei suoi tre seminari: quello Urbano, quello di Bedonia e il Collegio Alberoni. In seguito si interesserà molto anche del Seminario Lombardo di Roma, riaperto nel 1878 per iniziativa soprattutto sua. Nel 1876 i tre semi­nari piacentini contavano 184 chierici. In pochi anni, a causa delle decise purghe operate da Scalabrini, si ridus­sero ad una quarantina, per cui si dovette intensificare la promozione vocazionale. Scalabrini affronterà il problema nella Lettera Pastorale del 1° maggio 1892 con la quale annunciò l'istituzione dell' Opera di S. Opilio a favore dei chierici poveri, ben sapendo che il miglior serbatoio di vocazioni erano le popolazioni umili.

Riguardo ai seminaristi Scalabrini si preoccupò soprat­tutto della formazione religiosa, per cui ripristinò l'ufficio andato in disuso del direttore spirituale. Circa gli studi egli si affrettò a verificare i testi e i metodi dei corsi filosofici e teologici, all'insegna del "nova et vetera", ossia della assoluta fedeltà ai principi di fede e insieme del dialogo con gli esponenti delle nuove istanze dottrinali (per esem­pio Rosmini). Comunque la sua preferenza "tomistica" èdimostrata tra l'altro dal fatto di aver favorito la nascita della rivista "Divus Thomas". Questa, che iniziò le pubbli­cazioni il 7 marzo 1880, era stata concepita l'anno prima, anticipando in qualche modo l'Enciclica Aeterni Patris di Leone XIII.

Scalabrini diede un forte impulso anche alle scienze profane. Tra l'altro provvide un attrezzato gabinetto di fisica e, con l'aiuto del geologo Stoppani, suo amico, alle­stì un ricco museo di scienze naturali. Per evitare infine di creare degli spostati fra coloro che lasciavano il seminario, dispose che gli alunni di terza ginnasiale e in seguito anche quelli di quinta facessero gli esami statali.

Tanto per il ministero della predicazione quanto per la promozione delle opere di carità, Scalabrini si valse dei vari ordini e congregazioni religiose che egli considerava una grande grazia di Dio. Per la loro presenza in diocesi e per lo svolgimento delle loro attività, egli rese pienamente disponibile se stesso e le strutture della diocesi. Quanto poi egli stimasse e valorizzasse la vita religiosa, anche nei riguardi dell'efficacia apostolica, è dimostrato dal fatto che egli stesso caparbiamente volle che i suoi missionari fos­sero dei consacrati. 

MINISTRO DELLA PAROLA

Ministro, quindi servitore. Scalabrini lo fu prima di tutto attraverso la predicazione. Il giorno del suo ingresso a Piacenza, entrato nella cattedrale affollata di fedeli, sali sull'antico pulpito che i suoi predecessori, per varie ragioni, da decenni non avevano utilizzato. Da lassù la sua voce chiara, robusta e vibrante raggiunse la folla tutta, attenta ed estasiata. Da quel giorno, in ogni pontificale pronuncerà l'omelia e in tutte le cinquecento chiese della diocesi non mancherà di proclamare la Parola di Dio con autorità, competenza ed efficacia. A giudizio comune la sua eloquenza era caratterizzata da un singolare accento di sin­cerità e di convinzione. Lo stesso impegno nel predicare la Parola di Dio, come abbiamo appena visto, richiese ai suoi sacerdoti. Come ulteriore prova della sua passione per la predicazione ricordiamo come, durante il suo viaggio attra­verso gli Stati Uniti, in cento giorni egli abbia pronunciato ben 340 discorsi.

Proteso a valorizzare tutto ciò che poteva moltiplicare e diffondere i suoi messaggi, Scalabrini si valse anche degli scritti. Con i suoi opuscoli, precisi e puntuali, egli prese parte ai grandi dibattiti dell' epoca, riguardanti alcuni gravi problemi ecclesiali e sociali. Un autentico "magistero della parola stampata" furono le sue settanta Lettere Pastorali, alcune delle quali ebbero grande risonanza in Italia e all'e­stero. Basta ricordare quella della Quaresima 1887 Catto­lici di nome e Cattolici di fatto che ebbe in due mesi quat­tro edizioni. Egli, all'insegna della più genuina comunione ecclesiale, pose il suo magistero al servizio di quello pon­tificio. Spesso infatti egli annunciò e commentò le grandi Encicliche Papali con un proprio documento, fungendo così non solo da "ripetitore", ma soprattutto da guida alla comprensione e all' accettazione dei grandi insegnamenti dei Sommi Pontefici.

Si valse anche degli organi di stampa. Ne fondò alcuni lui stesso: Il Catechista Cattolico nel 1876; e nel 1886 il bisettimanale L'Amico del Popolo che nel 1897 diventerà quotidiano e sarà l'organo ufficiale dei cattolici piacentini. Attorno a questo giornale gravitarono altri periodici catto­lici che ebbero però vita breve sull' esempio di tanti fogli laici del tempo. In una circolare del 1895 egli esortò i sacerdoti a sostenere la buona stampa quale mezzo efficace

per "fare argine al torrente degli errori che va dappertutto diffondendosi da una stampa senza legge e senza pudore". In questo stesso documento sottolineò lo stile che doveva contraddistinguere la stampa cattolica: "Battagliera si, ma senza intolleranze e grossolanità. Il sarcasmo, le ingiurie, il disprezzo no, non sono le armi delle quali abbisogna chi è forte nella verità. Lasciamole ai nemici di essa... 

Il movimento catechistico italiano viene fatto iniziare con l'Enciclica Acerbo nimis di S. Pio X, pubblicata il 15 aprile 1905, quaranta giorni prima della morte di Scala­brini. Non ci è dato sapere se questi, avutane notizia, abbia mormorato il suo gioioso "Nunc dimittis", lui che del Movimento Catechistico era stato il grande antesignano. Qualcuno anticiperebbe l'inizio del Movimento Catechi­stico al 1889, data del primo Congresso Catechistico Nazionale, promosso e diretto da Scalabrini. Infatti, per quello che riguarda la catechesi, questo congresso sarebbe l'evento più importante dal Concilio di Trento a oggi, per cui Scalabrini andrebbe ad aggiungersi ai grandi santi cate­chisti postridentini quali S. Carlo Borromeo, S. Pietro Canisio, S. Roberto Bellarmino, S. Francesco di Sales e S. Alfonso de' Liguori. Qualcuno (Mons. S. Riva) vorrebbe che proprio, per Scalabrini, venisse introdotto il titolo di "Dottore della Catechesi".

Il 23 aprile 1876, due mesi dopo il suo ingresso a Pia­cenza, Scalabrini inviò una Lettera Pastorale Sull'insegna­mento del Catechismo e annuncia l'istituzione della Com­pagnia della Dottrina Cristiana. Il seguente S luglio diede inizio alla rivista mensile Il Catechista Cattolico che in seguito, dopo il Congresso 1889, diventerà nazionale e arriverà, attraverso peripezie varie, fino al 1940. Pio IX elogiò l'iniziativa, scrivendo di suo pugno alla direzione della rivista: "Dominus sit in ore et corde vestro", parole che divennero il motto della rivista.

Le iniziative che Scalabrini, con straordinaria tempesti­vità, mise in atto nei primi mesi del suo episcopato, non furono certo una improvvisazione. Egli giunse ben attrez­zato da Como, dove il Vescovo l'aveva incaricato di pre­parare un progetto per la costituenda "Scuola della Dot­trina Cristiana". L'anno dopo il suo ingresso, nel 1877, Scalabrini diede alle stampe Il Catechista Cattolico che èil suo libro più ampio e più organico in materia, conside­rato uno dei primi trattati di catechesi, anche se non ha le caratteristiche di una vera e propria catechetica. E' in que­sto libro che egli proclama il suo "grande affetto per la istruzione catechistica... precipua cura di tutta la mia vita".

A queste prime e tempestive iniziative del nuovo Vescovo la risposta della diocesi fu' corale al punto che egli poté subito contare su ben 1744 catechisti (1275 laici, 403 sacerdoti, 36 chierici e 30 religiose) che dopo tre anni diventeranno 4.000. Tra i catechisti va annoverato lo stesso Vescovo Scalabrini. E' interessante leggere il rapporto di un corrispondente del Cittadino di Genova il quale, in visita a Piacenza, ammirò Scalabrini che teneva la lezione di catechismo ai giovani che gremivano il salone dell' epi­scopio.

Il primo ad essere sorpreso del fervore catechistico di Scalabrini fu proprio Pio IX il quale, nell'udienza del 7 giugno 1877, togliendosi la croce pettorale e imponendola al suo giovane Vescovo, ebbe a dire: "Oggi troppo si ha cura del secondo piano della casa, ma ben poco si bada al primo piano, che è pure fondamentale. Il Catechismo è appunto il fondamento da cui ogni predicazione e opera pastorale deve cominciare... In attestazione della nostra identità di vedute, offriamo la croce pettorale a Mons. Sca­labrini e additiamo in lui l'Apostolo del Catechismo".

E il Catechismo sarà proprio la base di tutta la trenten­nale azione pastorale di Scalabrini il quale sempre, e in par­ticolare nei tre Sinodi Diocesani, gli assegnerà il primo posto. Vertice di questa "offensiva" catechistica scalabri­niana fu il primo Congresso Catechistico Nazionale, tenu­tosi a Piacenza nei giorni 24-26 settembre 1889. I conve­gnisti furono 400 e inviarono l'adesione 10 cardinali, 25 arcivescovi e 84 vescovi. Piacenza divenne una specie di "Capitale Catechistica d'Italia" (qualifica che nel '900 pas­serà a Brescia) e Leone XIII la definì "La Città del Cate­chismo". Fu nel discorso conclusivo di questo Congresso che Scalabrini, convinto che la Chiesa si costruisce e si rin­salda con il catechismo, dirà al Papa queste famose parole:

"Sarà sempre nostro vanto pensare in tutto come lui, giu­dicare come lui, sentire come lui, operare come lui, soffrire con lui, combattere con lui e per lui; che ci chiameremo fortunati di poter dare il sangue e la vita per la causa di lui, che è la causa di Dio".

Riferite le principali iniziative di Scalabrini in campo catechistico, pensiamo opportuno riportare alcune sue con­cezioni che potrebbero essere d'ispirazione anche ai nostri giorni.

Scalabrini, a giudizio degli esperti, non appartiene ad alcuna scuola, ma fu più o meno un autodidatta. Non fu però un "battitore libero". Pur rifacendosi ai grandi cate­chisti postridentini ricordati prima, la sua dottrina affon­dava le radici nella grande tradizione patristica (sintoma­tico fu il fatto che egli abbia pubblicato una sua traduzione della catechesi di S. Cirillo). Amava rifarsi alla storia; il richiamo alla tradizione fu una costante di tanti suoi scritti. Lo fa in tutta la prima parte del suo libro Il Catechista Cat­tolico, citando tutto il passato, da Cristo e dagli Apostoli, agli Antichi Padri della Chiesa e giù fino ai Dottori della Chiesa, ai Concili, ai Sinodi, insomma tutta la secolare tra­dizione cristiana dalla Chiesa primitiva alla Riforma Cat­tolica del 1500-1600. E ogni sua iniziativa, per quanto innovativa, rappresentava sempre un ricupero della tradi­zione cristiana.

Per Scalabrini il Catechismo era l'unico efficace stru­mento per contrastare il crescente fenomeno della scristia­nizzazione della società moderna. In ogni suo scritto o discorso egli dà un'immagine fosca o quasi disperata della società. Solo un'azione catechistica generaliz­zata  e  organizzata poteva ricondurre al Vangelo questa società. In questo stava il senso profetico delle parole che da giovane prete udì dal suo Vescovo: "Le vostre Indie sono l'Ita­lia". Qui si era spostato il fronte missionario; anche le nazioni di antica tradizione cri­stiana hanno bisogno di essere evangelizzate (e così anche oggi, stando alla "Nuova Evangelizzazione" sollecitata da Giovanni Paolo Il).

Per questa grande e difficile impresa non bastava il clero, ma doveva essere mobilitato l'intero popolo cri­stiano e specialmente i laici. Però mentre S. Carlo invocava l'impegno dei laici per la scarsezza del clero, Scalabrini li sollecitava in nome di una loro propria vocazione.

Al Congresso Catechistico del 1889 egli propose l'isti­tuzione di una "Associazione nazionale dei Catechisti", cosa non ancora realizzata oggi. E durante tutto il suo mini­stero episcopale, egli non si preoccupò solo del recluta­mento dei catechisti, ma anche e soprattutto della loro for­mazione. A questo scopo egli fece altre proposte come la creazione di una biblioteca circolante e l'istituzione di una cattedra di Catechetica nei seminari. Le migliaia di cate­chisti mobilitati non dovevano essere disponibili per una semplice azione di carattere movimentista, ma dovevano essere inseriti in un sistema organizzativo capillare e fare capo a organismi parrocchiali, vicariali e diocesani.

I problemi che dovevano essere discussi e risolti erano soprattutto i seguenti:

Necessità di un testo unico (regionale, nazionale o uni­versale), reclamato dal Concilio Vaticano I e realizzato, almeno per l'Italia, da 5. Pio X. Un testo che riguardasse i primi elementi, utile quindi a tutti, anche (è interessante questa preoccupazione) agli emigrati. Qualcuno sostiene che anche quello di 5. Pio X non si era valso del necessa­rio aggiornamento, ma si rifaceva ai modelli del '700. Infatti il Catechismo, oltre che unico, avrebbe dovuto essere anche diversificato a seconda delle età e delle situa­zioni personali (vedi i sordomuti, un' altra categoria di cui molto si preoccupava Scalabrini). Per lunghi anni insomma, lamentava Scalabrini, ci si è curati dei bambini con testi per adulti. Proprio per questo egli, da parroco, aveva scritto il Piccolo Catechismo per gli asili.

Fin dai tempi di Scalabrini si invocava un aggiorna­mento anche del metodo pedagogico-didattico, richiesto dai tempi mutati. Trattandosi di una attività educativa e non solo informativa, si richiedeva di integrare il sistema di formule da memorizzare con parti espositive e narrative capaci di suscitare intuizioni e sentimenti.

Fin d'allora si discuteva ovviamente anche sui contenuti dottrinali, come del resto lo si fa ancora oggi. La principale verifica e revisione dei contenuti erano richieste dal fatto che la religione cristiana, essendo basata su un "fatto" più che su una "dottrina", esigeva di essere insegnata e appresa come una storia della salvezza.

Infine un'altra preoccupazione doveva essere quella di collegare la morale con il dogma.

Da quel poco che siamo riusciti a riportare, circa soprat­tutto l'intensa e geniale attività catechistica di Scalabrini, pensiamo che debba risultare chiara, oltre che la straordi­naria lungimiranza pastorale di questo Vescovo, anche la legittimità del posto rilevante che gli viene riconosciuto nella storia della Catechesi. 

PRINCIPE DELLA CARITA'

Nel giorno della consacrazione episcopale Pio IX donò a Scalabrini un pastorale su cui erano incise le parole "Cha­ritatis Potestas"; e nel porgerlo gli disse: "Sia questa la regola del vostro spirituale governo". E la carità, oltre che la regola del suo ministero episcopale, ne fu anche la carat­teristica principale. Mons. Enrico Manfredini, uno degli ultimi successori di Scalabrini, ebbe a dire che, a distanza di un secolo, ciò che resta di più vivo e ancora operante nel popolo piacentino è il ricordo della sua geniale carità.

Quello di Scalabrini non fu un filantropismo di maniera, intriso di pietismo cristiano. La sua azione era radicata in quella carità che è l'anima della Chiesa. "La Chiesa ama, ecco tutta la sua vita", scriveva in una Lettera Pastorale e nella stessa Lettera, in polemica con gli Intransigenti che pretendevano di difendere i diritti della Chiesa, egli affer­mava che il primo diritto della Chiesa era la carità.

Questa carità non era solo l'anima della Chiesa e il suo baluardo di difesa; era anche il principale strumento di evangelizzazione. Per Scalabrini infatti era questo il sommo principio di pastorale: "Predicare la verità con la carità". Inoltre, secondo lui, la stessa riunificazione fra le varie confessioni religiose avverrà "quando la grande legge della carità evangelica sarà meglio intesa e praticata da tutti".

In un' altra Lettera Pastorale, nel delineare la figura del sacerdote, ha una bellissima espressione da un forte carat­tere autobiografico: "Mettersi in ginocchio davanti al mondo per implorare, come una grazia, il permesso di far­gli del bene, ecco l'unica ambizione del prete".

Un altro detto di Scalabrini che rivela tutta la grandezza e la gratuità del suo impegno caritativo, è questo: "Il fare felice un'anima sola, vale più che essere felice". E' l'eco del detto di Gesù riportato da S. Paolo: "C'è più gioia nel dare che nel ricevere" (At 20, 35).

Scalabrini praticò la carità prima di tutto in occasione di pubbliche calamità. In queste occasioni non si acconten­tava di fare la carità (nelle dimensioni che vedremo), ma si adoperava a suscitarla attraverso una mobilitazione di tutto il suo popolo.

Un esempio di come Scalabrini sapesse affrontare le più vaste e drammatiche calamità, ci viene dalla grave carestia che colpì il Piacentino nell'inverno 1879-1880 e che fu per lui quello che fu la famosa peste per S. Carlo Borromeo. Ecco come mise in atto la sua macchina organizzativa.

Prima di tutto radunò tutti i parroci della città con i quali mise a confronto il numero dei poveri da sfamare e 1' am­montare dei mezzi a disposizione.

Formò cinque comitati: delle minestre, della legna,

della farina, del riscatto pegni e dei soccorsi alle famiglie "vergognose".

Costituì un comitato centrale con il compito di coordi­nare la distribuzione dei vari sussidi.

Stabilì quattro quartieri cittadini in cui dovevano essere distribuite le minestre che raggiunsero il numero di 3.000 al giorno.

Egli stesso visitava spesso i vari centri d'assistenza per assicurarsi che tutto procedesse bene, controllando perfino la qualità dei cibi.

Nei momenti di disperazione Scalabrini decise di alie­nare alcune sue cose personali: la carrozza e i cavalli, la croce pettorale, il calice che gli era stato donato da Pio IX; giunse anche a ridurre il suo guardaroba personale. A chi lo metteva in guardia dalle esagerazioni, replicava che il Vescovo non deve temere la miseria dal momento che Gesù nacque in una stalla.

Le iniziative del Vescovo di Piacenza furono ricono­sciute a malincuore anche dalla stampa avversa, al punto che un deputato piacentino ebbe a dire in pieno Parla­mento: "Non possiamo permettere che il Vescovo di Pia­cenza abbia più cuore di noi... Io sono poco reo di clerica­lismo, ma confesso che ammiro questo prete e, se tutti i preti assomigliano a lui, mi faccio chierico".

Oltre agli interventi di pubbliche calamità, va ricordata la quotidiana, generosa e nascosta beneficenza alle tante persone bisognose. Ingenti somme passarono per le mani di Scalabrini; ovviamente non ci è dato di conoscere né le fonti né i destinatari. Egli aveva un'agenda personale in cui erano riportati centinaia di nomi, tra i quali una settantina di cosiddetti "poveri vergognosi", quei nobili caduti in miseria verso i quali Scalabrini ebbe un particolare riguardo.

Naturalmente va ricordata anche l'assidua attenzione alle varie categorie di diseredati come gli ammalati, gli anziani, gli orfani, i ciechi, i sordomuti. Egli li visitava spesso nelle varie istituzioni benefiche della città e s'inte­ressava della loro situazione. Una parola a parte meritano i sordomuti che egli considerava doppiamente tribolati, perché privati anche del necessario dialogo della fede (anche qui emerge la sua passione evangelizzatrice).

Egli considerava il sordomuto come "un essere ragio­nevole che non ragiona, un orfanello isolato in famiglia, un solitario in mezzo agli uomini, un selvaggio nella società civile"; ma era soprattutto "un'anima digiuna del Pane di Vita, un infedele quanto alla fede attuale, un ignorante di tutte le verità rivelate". Egli aveva conosciuto e affrontato il loro problema fin dai tempi del suo ministero parroc­chiale a Como, aiutato dall'amico Serafino Balestra. Ne parlò nella sua prima Lettera Pastorale, dedicata all'inse­gnamento del Catechismo; e si sentirà personalmente coin­volto il giorno in cui capitò in Prefettura un ragazzo sor­domuto che non si sapeva a chi affidare e se lo prese lui stesso in casa.

Fu così che, non solo sollecitò le pubbliche autorità ad affrontare il problema, ma egli stesso decise di passare all'azione, più per impulso di carità che per intento di sup­plenza, e fondò l'Istituto delle Sordomute. Concepito alla fine del 1879, quindi nel pieno della grande carestia, lo rea­lizzerà a tappe e lo affiderà nel 1884 alle figlie di S. Anna.

Con questa istituzione egli tenne fede ad un impegno assunto con le sordomute di Como che egli assisteva e per le quali la sua partenza costituì un evento assai doloroso. Il 12 novembre 1903 benedirà l'Istituto dei Sordomuti maschi, da lui tanto caldeggiato e fondato da un suo sacer­dote che aveva ereditato da lui la passione per quegli infe­lici, il Servo di Dio Mons. Francesco Torta. Va ricordato infine che Scalabrini, in occasione dei suoi viaggi negli Stati Uniti e nel Brasile, raccomanderà caldamente ai suoi missionari di interessarsi dei sordomuti.

In questo capitolo, trattandosi di carità, si dovrebbe par­lare anche e soprattutto di quel grandissimo "atto d'amore" che fu l'opera di Scalabrini a favore degli emigrati. Ma di questo tratteremo ampiamente in seguito.

Concludendo, possiamo qui affermare che Giovanni Battista Scalabrini, definito da Benedetto XV "Principe della carità", merita senz'altro di essere collocato in quella autentica "cordata di santi" che nel secolo scorso, mentre altri dibattevano i problemi sociali, magari accusando la Chiesa di arretratezza, diedero luminose ed eroiche prove di carità. Fra i molti ricordiamo Don Bosco, Don Guanella, Don Orione, che furono amici ed estimatori di Scalabrini. 

ANIMATORE DI LAICI

Nel secolo XIX prese il via qualcosa di assolutamente nuovo nella storia della Chiesa: l'apostolato organizzato dei laici. Ci fu il passaggio dalla confraternita all'Azione Cattolica. Questo passaggio avvenne nel cosiddetto Movi­mento Cattolico che si esprimerà in varie forme associative per poi identificarsi con la mastodontica organizzazione dell'Opera dei Congressi. Questa operò in Italia per il tren­tennio che coincise più o meno con quello dell'episcopato di Scalabrini.

Il Movimento Cattolico intese far fronte alla crescente scristianizzazione della società e insieme contrastare le pretese laiciste e separatiste del nuovo Stato unitario. Quindi presentò subito una doppia istanza: quella della evangelizzazione e quella dell' azione politica. I protagoni­sti di questa seconda si divisero poi in due fronti contrap­posti: quello di coloro che, nei rapporti fra Chiesa e Stato, operavano per una restaurazione (Intransigenti) e quello di coloro che, con più realismo, propugnavano una concilia­zione (Transigenti). Scalabrini, per nulla condizionato da queste contrapposizioni, si inserì con entusiasmo e deter­minazione in questa mobilitazione laicale e lo fece con lo scopo di non fare semplicemente argine alla diffusione del male, ma di operare per la "riconquista" della società al Vangelo. Quando egli parlava di riconquista, non inten­deva certo un ritorno al passato, ma quella che oggi viene chiamata la "Nuova Evangelizzazione".

Convinto che i contrasti e le divisioni stavano nei ver­tici organizzativi piuttosto che nel popolo cristiano, egli si adoperò a formare la sua gente secondo la più autentica ecclesiologia, quella di chi, come lui, era caparbiamente intransigente nei principi e coraggiosamente disponibile a tutto ciò che favoriva "il bene delle anime".

L'esposizione più ampia di come egli intendeva il lai­cato e l'Azione Cattolica, si trova nella sua Lettera Pasto­rale sull'Azione Cattolica, pubblicata il 16 maggio 1896. In questa lettera, partendo dalla convinta affermazione che le sorti della Chiesa e della stessa società dipendevano da una solerte e generale mobilitazione del laicato cattolico, Scalabrini addita obiettivi e metodi con accenti appassio­nati e perentori. Per lui 1'apporto dei laici nell' edificazione del Regno di Cristo non obbediva solo a una ragione stra­tegica, derivante dalla scarsezza di clero o dal fatto che, in una società così inquinata dal pregiudizio anticlericale, l'intervento e la testimonianza del laico potevano risultare più accetti ed efficaci. La missione dei laici si fonda sul loro Battesimo donde quello che Scalabrini chiamava "il sacerdozio laicale" cui spettava il compito impegnativo di rifare cristiana la società in tutti i suoi settori: cultura, scienza, politica, economia, lavoro, scuola, famiglia. Insomma il ruolo dei laici rimane urgente e indispensabile anche in una società dove i sacerdoti siano numerosi e riveriti. Nel descrivere il ruolo dei laici nella Chiesa, Scalabrini si valeva del binomio Associazione e Azione. Vediamone in breve il significato. 

Associazione. Anche sotto questo aspetto l'intervento dei laici non dipende da una ragione strategica. L'associa­zionismo cattolico cioè non nasce dalla necessità di far

fronte adeguatamente alle agguerrite organizzazioni avver­sarie. Scalabrini cita una ragione spiccatamente teologica. Così infatti si esprimeva in un convegno di laici: "L'asso­ciazione è un'idea eminentemente cristiana. Essa ha ori­gine dal cuore di Lui che ha detto: dove siano uniti due o tre nel mio nome, là io sono in mezzo a loro". 

Azione. Sappiamo quanto Scalabrini fosse allergico alle dissertazioni teoriche e ai lunghi e inconcludenti dibattiti che anche allora finivano per paralizzare la vita di tante associazioni. Trascorso il necessario periodo della rifles­sione, egli voleva passare tempestivamente a impegni con­creti. Azione pronta e generosa, ma nello stesso tempo disciplinata e concorde. Per essere pienamente ecclesiale, tale azione doveva prima di tutto fare riferimento continuo alle direttive del Papa e dei Vescovi, ai quali soli, in forza della successione apostolica (ragione teologica quindi, non autoritarismo), spetta il compito di guidare l'azione pasto­rale della Chiesa. Scalabrini osteggiava di buon cuore quelli che egli chiamava "i vescovi in cilindro". In secondo luogo l'azione dei laici doveva svolgersi all'insegna del­l'unità, specie in una società e in una Chiesa segnate da tante tensioni e contrasti.

La risposta della diocesi fu immediata e grandiosa. L'anno dopo la pubblicazione della Lettera Pastorale sul­l'Azione Cattolica, la diocesi di Piacenza contava già 227 Comitati Parrocchiali con 6.164 membri. In proporzione essa superava la stessa diocesi milanese del Beato Card. Ferrari, la quale contava 260 Comitati Parrocchiali su un numero quasi doppio di parrocchie (776). Senza contare poi tutte le altre floride organizzazioni come le Società Operaie, le Cooperative di Consumo, le Casse Rurali e di Risparmio e le Società di Mutuo Soccorso. Questa straor­dinaria fioritura di Comitati Parrocchiali era dovuta all'in­calzante e irriducibile insistenza del Vescovo Scalabrini, il quale arrivava a dire: "Se in una parrocchia non si riuscisse a fondare, anche con poche persone, un Comitato Parroc­chiale, quella parrocchia meriterebbe di essere soppressa E ai suoi preti diceva: "Non so come faccia un parroco a celebrare, se non ha il suo Comitato Parrocchiale".

Un altro campo in cui si dimostrò urgente e insostitui­bile l'intervento del laicato, sarà quello emigratorio. Ma di questo tratteremo più avanti. 

LE GRANDI QUESTIONI

I biografi di Scalabrini sogliono dare ampio spazio ai suoi interventi in campo politico e sociale con il rischio di sminuire la sua fisionomia e la sua attività di Vescovo. Per questo motivo e anche perché tanti problemi e contrasti di allora sono stati ormai superati dagli eventi storici (eventi che diedero pienamente ragione a Scalabrini), noi qui ci limitiamo ad una breve esposizione delle vicende di carat­tere politico e sociale che lo coinvolsero. Ci riferiamo in particolare alle tre grandi Questioni: la Questione Romana, la Questione Sociale e la Questione Emigratoria. Su quest'ultima tratteremo ampiamente nel prossimo capi­tolo.

 

Questione Romana. Scalabrini è vissuto in uno dei periodi più travagliati della storia della Chiesa. Il feno­meno della secolarizzazione si estendeva ovunque in Europa, sottraendo la società al dominio della religione.

Lo scontro tra Stato e Chiesa fu particolarmente duro in Italia a motivo della soppressione del potere temporale e la conseguente "Questione Romana", che condizionerà la vita della Chiesa fino al 1929.

I cattolici si divisero in due fronti: quello degli intran­sigenti che volevano che la Chiesa ritrovasse la sua influenza e i suoi privilegi, primo fra tutti quello del potere temporale; e il fronte dei transigenti o liberali i quali, con più realismo, prendevano atto dell'evoluzione sociale e politica del paese e del regresso religioso. I primi pratica­vano la politica del disimpegno in ossequio al "Non expe­dit" (Non conviene) con cui la S. Sede sollecitava i catto­lici italiani a non prender parte alle elezioni e alla vita poli­tica dello Stato; mentre i secondi, convinti che l'astensio­nismo dei cattolici recasse più danno che vantaggi alla causa cristiana, cercavano un accomodamento pratico, senza rinunciare ai grandi principi, quale quello della libertà religiosa.

Scalabrini da che parte stava? La risposta potrebbe essere difficile per due ragioni: prima di tutto perché i ter­mini transigenti e intransigenti sono piuttosto generici, incapaci di cogliere la variegata realtà; e poi perché, per tanti protagonisti, ci fu una certa evoluzione, cioè il pas­saggio da una iniziale posizione intransigente a quella più

transigente. Forse que­sto, in qualche modo, successe anche a Scala­brini il quale inizial­mente presentava qual­che aspetto intransi­gente, cioè più marcata-mente apologetico, men­tre più tardi, certo dopo la morte di Pio IX (1878), sottraendosi alla tentazione della neutra­lità o dell'equidistanza, si collocò certamente sul fronte della transigenza, senza però radicalismi e intolleranze, e lottò per l'entrata dei cattolici in politica e per la tanto sospirata  e  discussa Conciliazione.

Mentre però ribadiva le buone ragioni del proprio atteg­giamento di apertura e disponibilità, sapeva cogliere e valorizzare anche le ragioni di chi operava sul fronte oppo­sto. Ecco perché aveva estimatori e amici in ambedue i fronti. Senza dire che i laicisti, che l'accusavano di non amare la patria, e i clericali, che l'accusavano di non obbe­dire alla Chiesa, evidentemente si elidevano a vicenda.

A proposito di amor patrio va ricordato come, alla nomina di Scalabrini a Vescovo di Piacenza, il Procuratore Generale di Milano aveva inviato informazioni sul neoe­letto al Ministro della Giustizia, affermando tra l'altro che:

"E' notorio che per nulla è affezionato alle istituzioni della sua patria". A questo e a tutti gli altri denigratori egli rispose, con espressioni fortissime, in una Lettera Pastorale dell'ottobre 1882, prima ancora di aver sposato la causa degli emigrati italiani:

"Dopo il malgoverno che della misera patria nostra hanno fatto coloro i quali, usurpandosi il privilegio di chia­marsene amanti, ci vorrebbe davvero una buona dose di sfacciataggine per appellare nemici del paese noi, che ci siamo opposti a tutte le angherie, ai soprusi, alle iniquità, alle spogliazioni, ai delitti, onde fu condotto allo stato della presente inopia... Noi sentiamo di meritare tanto più il nome di buoni italiani, quanto meno ci siamo immischiati nelle geste di chi ha tradito e rovinato l'Italia".

Non potendo qui dilungarci sulla lunga e strenua lotta che Scalabrini ingaggiò con l'intransigente giornale mila­nese L'Osservatore Cattolico e con il suo battagliero e polemico direttore, Don Davide Albertario, riportiamo, proprio a riprova di come Scalabrini sapesse essere transi­gente anche con gli intransigenti, l'episodio poco cono­sciuto della loro riconciliazione.

Nel 1897, in occasione della quarta Adunanza Regio­nale Emiliana dell'Azione Cattolica, Scalabrini ospitò l'Albertario in episcopio. Qui, quando l'Albertario si alzò a parlare, si udì un imbarazzante brusio tra i presenti. Egli comprese e subito disse:

"Alcuni meraviglieranno nel vedermi qui in questo epi­scopio, nel vedere che io posso parlare fra voi; devo giu­stificare la mia presenza in questo luogo; ebbene la mia giustificazione è una sola: il gran cuore di Mons. Scala­brini".

E a chi si complimentava di questa sua dichiarazione disse fra le lacrime: "Mons. Scalabrini farà ben altri mira­coli". E Scalabrini farà presto un miracolo di carità. Quando l'Albertario, in occasione delle sollevazioni e repressioni del 1898, finì in carcere, fu Scalabrini a otte­nergli il permesso di celebrare la S. Messa e poi la scarce­razione.

 

Questione sociale. Questa fu particolarmente grave in Italia, dove alla rivoluzione politica non si era accompa­gnata quella sociale. Scalabrini se ne interessò non abdi­cando dalla propria missione episcopale, ma proprio in nome di essa. Così, come prima cosa, si diede a sensibiliz­zare la Chiesa stessa alla questione sociale. Nella Lettera Pastorale del maggio 1890 egli scrisse: "Un Cattolicesimo speculativo e neutrale, una religiosità neutrale, mentre in seno alla società si agitano e si dibattono con calore le più vitali questioni, è un assurdo, se non una specie di tradi­mento. Tra l'occultare la fede e il perderla non vi è che un passo

E l'anno seguente, in un discorso pronunciato in occa­sione del centenario di S. Luigi, riferendosi ai compiti del clero esclamò: "Io vorrei che l'intendessero tutti i membri

del mio clero. Ai nostri giorni è quasi impossibile ricon­durre la classe operaia alla Chiesa, se non manteniamo con essa una relazione continua fuori della Chiesa. Dobbiamo uscire dal tempio... se vogliamo esercitare un'azione salu­tare nel tempio... E dobbiamo essere altresì uomini del nostro tempo".

Ma già nel 1885, in una circolare alle associazioni cat­toliche, aveva osato affermare che il socialismo (allora materialista e antireligioso secondo il più rigoroso marxi­smo), "è voce del cielo, la quale ci avvisa che l'ora di agire è suonata".

"La questione sociale - dirà ancora più tardi -, economica nella sua essenza, si trasforma in morale, politica e reli­giosa". Quindi al grande dibattito deve prendere parte anche la Chiesa la quale, predicando il Vangelo, fa anche opera di rivendicazione sociale. Ecco perché nella Lettera Pastorale della Quaresima 1892, intitolata Il Prete Catto­lico, egli giunse ad affermare che "il prete non è soltanto l'uomo della Chiesa, l'uomo di Dio; ma egli è l'uomo sociale per eccellenza".

All'indomani della Rerum Novarum, Scalabrini riprese e specificò il messaggio sociale di Leone XIII con la pub­blicazione dell'opuscolo Il Socialismo e l'azione del clero (1899). In questo scritto egli non si limita ad una generica condanna del Liberismo e del Collettivismo marxista (del quale per altro riconosceva le istanze di giustizia o, come affermerà l'anno seguente in una intervista ad Alba, "i postulati critici, giusti e razionali"), ma sostituiva l'invet­tiva grossolana, allora assai in voga, con una critica serena e sottile. Egli affermava che il socialismo "non si vince se non contrapponendogli un altro socialismo", cioè con un impegno di libertà e di giustizia, basato sulla visione cri­stiana dell'uomo e della società. Si tratta quindi di una sfida condotta nel campo dei diritti concreti del lavoratore, quali (e Scalabrini li enumera) il diritto al lavoro, la limi­tazione dell'orario, il salario garantito per legge, il diritto di sciopero, il diritto al sindacato, il diritto al contratto col­lettivo, l'istituzione dei probiviri, la partecipazione agli utili, la pensione di invalidità e di vecchiaia, la tutela del lavoro femminile e minorile, le condizioni igieniche, 1'as­sociazionismo cooperativo, ecc.

Ma Scalabrini non si accontentava di proclamazioni verbali, esigeva piuttosto dal suo clero competenza e impe­gno fattivo; raccomandava che in ogni parrocchia si costi­tuissero Società Operaie; e sollecitava la fondazione di Casse Rurali, Casse di Risparmio, Società di Mutuo Soc­corso e di Assicurazione, Cooperative, ecc. E in questa sua azione sociale Scalabrini non pensava minimamente di esulare dalle sue competenze ecclesiali.

In quello stesso anno, in un discorso tenuto a Ferrara, parlando proprio degli emigrati come "i figli della miseria e del lavoro", egli non dubitò di affermare che "dove c'è il popolo che lavora e che soffre, ivi è la Chiesa". E per ren­dere presente questa Chiesa, non mancava egli stesso di visitare le fabbriche e d'incontrarsi con gli operai; e nei casi di sollevazioni violente scendeva in piazza a soccor­rere i feriti e a pacificare gli animi. Per meglio condurre poi la sua battaglia sociale, Scalabrini patrocinerà la fonda­zione del settimanale Il Lavoro. Significativo fu il fatto che nel 1901, a ricordo del suo giubileo episcopale, tra le altre iniziative figurò anche la fondazione in Piacenza del "Cir­colo Scalabrini di Studi Sociali", con lo scopo di diffondere i principi cristiani fra le classi lavoratrici, di tutelare i diritti degli operai e dei contadini nei confronti della classe padronale e di favorire l'istituzione di associazioni di carattere economico, previdenziale e professionale. Scala­brini, nel citato opuscolo, riporta le parole di Ketteler, il vescovo-deputato che diede al Cattolicesimo tedesco una forte impronta sociale: "In altri tempi i signori dotavano la Chiesa di conventi e di pubbliche istituzioni di carità; oggi farebbero cosa a Dio più gradita, mettendosi a capo di società operaie di produzione, di cooperazione e di con­sumo, per migliorare le condizioni degli operai". E Scala­brini, proprio per il suo impegno sociale e per la sua dedi­zione alla causa dei lavoratori più abbandonati, gli emi­grati, sarà definito dal sociologo tedesco Romano Maerker "il Ketteler dell'Italia". 

FONDATORE 

IL GRANDE ESODO

L'emigrazione di massa è uno dei principali contrasse­gni dell'epoca moderna; e per l'Italia, fin dalla seconda metà del secolo XIX, è stato il più vasto e il più grave dramma sociale della sua storia. Nell'arco di un secolo espatriarono dall'Italia circa 25 milioni di persone. Il periodo più drammatico dell'emigrazione italiana, sia per la consistenza numerica che per lo stato di assoluto abban­dono, fu quello che coincise con il trentennio di episcopato di Giovanni Battista Scalabrini.

In Italia, a provocare un esodo ditali proporzioni, fu soprattutto la disoccupazione. Infatti l'agricoltura, che era la principale componente dell'economia nazionale, non era più in grado di offrire i mezzi di sostentamento a una popo­lazione che era in rapida crescita demografica e che non trovava sfogo nell'ancora incipiente economia industriale. A nulla valsero le proteste dei latifondisti, allarmati dalla partenza dei loro braccianti i quali al salario di fame prefe­rivano i rischi dell'emigrazione. O rubare o emigrare era il loro drammatico dilemma.

I rischi maggiori erano riservati a coloro che si recavano oltre oceano. Circuiti e arruolati dai turpi "agenti d'emi­grazione", privati degli ultimi risparmi dagli albergatori di porto e dalle compagnie di navigazione, stipati nelle mal­sane stive delle navi, affrontavano il calvario di un lungo e massacrante viaggio. Una volta sbarcati, vedevano infranti

i loro sogni, finendo spesso in mano a profittatori, quando, come in Brasile, non subentravano ai negri appena eman­cipati. Per nulla protetti o difesi dalle autorità consolari, raramente riuscivano a far giungere il loro grido disperato alla madrepatria.

L'Italia risorgimentale, occupata a darsi quelle strutture di stato moderno che le dessero prestigio nel consesso delle nazioni, subì e ignorò questo gravissimo dramma sociale. Basti vedere la scandalosa latitanza della classe politica, di destra e di sinistra che fosse, che per quarant'anni non seppe por mano ad una legislazione giusta ed efficace; basti constatare il fatto sconcertante che i grandi scrittori del tempo (escluso forse il Pascoli), nonostante il verismo letterario e le mode socialistoidi, abbiano ignorato questo dramma. Questa specie di congiura del silenzio, durata in Italia fino ai giorni nostri (in quali testi scolastici se ne parla?), è forse legata al destino stesso degli emigrati. Costoro sono troppo lontani dal paese d'origine perché questo li ricordi; e troppo estranei al paese di adozione per­ché questo se ne occupi più di tanto. A tale destino sem­brano associati anche coloro che sposarono la causa degli emigrati, come Scalabrini e i suoi missionari. Sintomatico è quanto disse Cesare Cantù dei primi missionari Scalabri­niani partenti: "Il mondo avrà la leggerezza di non cono­scerli, l'ingratitudine di dimenticarli".

Intuizione profetica che troverà conferma nella Costitu­zione "Exsul Familia" di Pio XII (1952) là dove, parlan­dosi di sacerdoti, religiosi e laici che si sono prodigati a favore degli emigrati, viene aggiunto: "I cui nomi, anche se perlopiù non figurano nelle pagine della storia, sono però scritti in cielo". (Lc 10,20).

Oggi il fenomeno emigratorio coinvolge varie altre nazioni, raggiungendo cifre da capogiro. In Italia si sono aggiunti il fenomeno dell'emigrazione interna, specie dal sud al nord, e quello crescente e preoccupante dell'emi­grazione dal Terzo Mondo. Quindi nuovi fronti, nuove sfide per lo zelo dei Missionari Scalabriniani.

Non possiamo qui dilungarci nell'esporre il pensiero di Scalabrini circa il fenomeno migratorio. Ci limitiamo a riferire alcune sue idee guida dalle quali possono ricavare indicazioni e stimoli coloro che ancora oggi sono impe­gnati nell'agitato fronte migratorio.

Scalabrini, nei suoi scritti e nelle sue conferenze, s'inseri  nell'acceso dibattito circa la bontà o meno del fenomeno migra­tono. Egli lo col­legava a uno dei diritti fondamen­tali della perso­na umana, quello di muoversi sulla superficie  della terra e di uscire dai confini  di  uno Stato. Grazie poi al suo profondo senso sella storia, sapeva bene come la civiltà umana si fosse  andata formando proprio attraverso le varie forme di mobili­tà. Poteva anche accettare le opi­nioni di coloro che vedevano nell'e­migrazione  una valvola di sicu­rezza per l'Italia, un  mezzo  per incrementare i rap­porti commerciali e culturali e cose simili. Infine, come cri­stiano, non poteva non essere "provvidenzialista" in quanto Dio, Creatore e Signore dell'universo, attraverso il mescolarsi tumultuoso di popoli e di razze, va operando l'unificazione del genere umano in Cristo.

Ma tutte queste convinzioni, per le quali l'emigrazione dovrebbe essere giudicata un bene, non lo distoglievano dal cogliere anche tutta la drammaticità del fenomeno per le cause che lo provocavano e per il modo in cui avveniva. In ogni caso la fede nella Provvidenza non generava in lui alcun fatalismo, ma era motivo di maggiore impegno. Egli riassumeva la sua concezione dell'emigrazione con questa lapidaria espressione: "Libertà di emigrare, ma non di fare emigrare".

Con questo pensiero egli fustigava soprattutto le pub­bliche autorità, le quali lasciavano campo libero ai famige­rati agenti d'emigrazione, veri "trafficanti di carne umana". Sotto altre vesti gli agenti d'emigrazione esistono ancora oggi, essendoci ancora chi causa e chi sfrutta i drammi degli emigrati, il dramma cioè di coloro che, per ragioni economiche o politiche, vengono espulsi dalla pro­pria terra e sospinti sulle strade del mondo, finendo a volte sfruttati ed emarginati nelle terre altrui.

Ai tempi di Scalabrini molti consideravano l'emigra­zione come un fenomeno passeggero, una specie di cala­mità naturale a cui si doveva far fronte con provvisorie misure d'emergenza. Scalabrini invece intuì la vastità e la stabilità del fenomeno, per cui reclamò dallo Stato una vera "politica emigratoria" e dalla Chiesa una "pastorale speci­fica". Intuizione e rivendicazione che possiamo fare nostre, visto che oggi, perdurando i differenziali demografici ed economici tra il mondo industrializzato e quello povero e sovrappopolato, il fenomeno emigratorio, lungi dall'es­sersi attenuato, va ampliandosi e ingigantendosi sempre più.

Ma Scalabrini constatò un' altra "durata" del fenomeno migratorio, donde un ulteriore e appropriato impegno. Spesso il fenomeno viene considerato solo nella prima fase d'emergenza e si ignora o si sottovaluta il lungo e lento processo d'integrazione con tutti i relativi problemi. Spesso Scalabrini si lamentava che si facesse un gran par­lare di emigranti, mentre assai poco ci si interessava degli emigrati.

Fedele alla visione cristiana dell'uomo e della società, Scalabrini poneva al centro del fenomeno migratorio la persona umana, opponendosi alla concezione riduttiva di quelle ideologie che da sempre identificano il fenomeno emigratorio con il solo suo aspetto economico. Quello degli emigrati è soprattutto un dramma umano, messo in evidenza dai vari gravi problemi: quello familiare che va dai ricongiungimenti all'educazione scolastica dei figli; quello culturale con l'esigenza di integrarsi nella nuova società, salvaguardando la propria identità culturale; quello della partecipazione alla vita politica e sindacale del paese di adozione e l'attività associativa in genere; quello proprio di una diaspora che aspira ad un'aggregazione comunita­ria; e tutti gli altri problemi che interessano il mondo del lavoro e del tempo libero, oltre che la possibilità di far rien­tro in patria.

Ma assolutamente preminente vi è il problema reli­gioso, che riguarda la possibilità di continuare a vivere la propria fede; problema che più di ogni altro allarmò e spronò il Vescovo Scalabrini. Poiché la fede non può che essere "inculturata", essa viene messa a repentaglio quando il fedele viene sottratto alla sua cultura, fatta di valori, di tradizioni e di lingua. Ecco perché Scalabrini diede somma importanza alla conservazione della propria lingua e cul­tura. Il dissolversi della comunità cristiana, la rarefazione della pratica religiosa e soprattutto la rottura del rapporto vitale con la Parola di Dio, portano ad una specie di apo­stasia pratica. Ragione per cui oggi i sociologi annoverano l'emigrazione tra i fattori dell'odierno fenomeno della secolarizzazione. Scalabrini additò dunque alla Chiesa un nuovo fronte missionario. Cosa serve, si chiedeva, andare per il mondo alla conquista degli infedeli, se poi nelle nostre nazioni si lasciano perdere i fedeli? E faceva questo calcolo: negli Stati Uniti d'America vi erano allora 10 milioni di cattolici, mentre gli emigrati cattolici che vi erano affluiti erano calcolati circa 48 milioni. Quindi 1' as­sistenza solerte e adeguata degli emigrati era per Scalabrini un'autentica attività missionaria. Ed egli, impegnandosi in questo, preparando e inviando uno stuolo di missionari, vide realizzarsi, come abbiamo già osservato, le parole profetiche che da giovane prete aveva udito dal proprio Vescovo: "Le tue Indie sono l'Italia".

La rilevanza del fenomeno emigratorio nell'odierna attività missionaria ci è stata ricordata di recente dall'Enciclica Redemptoris Missio di Giovanni Paolo Il, propul­sore di quella "Nuova Evangelizzazione" di cui Scalabrini fu certamente antesignano. 

L'APOSTOLO DEGLI EMIGRATI

Ogni epoca produce i suoi "poveri" che vanno ad aggiungersi alle categorie classiche di diseredati quali gli orfani, gli ammalati, gli anziani, gli handicappati, ecc. Lo sconvolgimento politico e sociale del secolo XIX intro­dusse la categoria degli emigrati. Sappiamo che Dio, per ogni categoria di tribolati, suscita un apostolo con il dop­pio compito di additare il loro dramma e di recare loro soc­corso. A prendersi cura degli emigrati il Signore suscitò il Vescovo Giovanni Battista Scalabrini, il quale sollecitò e incalzò la società civile e nello stesso tempo diede il via nella Chiesa ad un movimento di assistenza specializzata e organica a favore di tutti coloro che, per qualsiasi ragione, erano costretti ad abbandonare il paese d'origine.

Nella Chiesa l'opera di assistenza a favore degli emi­grati prese il via sotto il pontificato di Pio IX. Fra i pionieri figurano tre santi: S. Vincenzo Pallotti, S. Giovanni Bosco e il Vescovo di Filadelfia S. Giovanni Nepomuceno Neu­man. Oltre ai Pallottini (Inghilterra, Stati Uniti e Brasile) e ai Salesiani (Argentina e Brasile) religiosi di altri ordini e sacerdoti secolari prestavano qua e là un' assistenza occa­sionale e frammentaria, originata a volte più dagli interessi personali che dallo zelo.

Un'assistenza organica e specializzata iniziò solo sotto il pontificato di Leone XIII per opera principalmente di Scalabrini. Que­sti, per far fronte alle emergenze, si valse inizial­mente di sacer­doti e religiosi di ogni provenienza, che accettavano di legarsi con un temporaneo giu­ramento di fe­deltà. Ben presto però  comprese che, per un'opera efficace e stabile, era necessario un corpo specializ­zato di missio­nari, legato defi­nitivamente dalla consacrazione religiosa. Fu così che egli stesso fondò le due Congregazioni di Missionari e Missionarie di S. Carlo (Scalabriniani/e); e propose il suo ideale ad altre nuove Congregazioni di suore come le Missionarie del S. Cuore di S. Francesca Cabrini (cui egli stesso consegnò il Crocifisso di Missionaria il 19 marzo 1889) e le Apostole del S. Cuore di Madre Clelia Merloni.

Sull'esempio di Scalabrini altri Vescovi, specie del Nord Italia, diedero vita a organizzazioni di assistenza che ebbero però vita più o meno breve. Ricordiamo in partico­lare il Beato Card. A. C. Ferrari il quale, per circa quindici anni (1893-1908), promosse nella diocesi di Milano un'in­tensa opera assistenziale a favore degli emigrati che dalle zone alpine si recavano nei vari paesi europei; e ricordiamo soprattutto il Vescovo di Cremona Mons. Geremia Bono­melli il quale nel 1900 diede vita a una grande organizza­zione di sacerdoti e di laici che prenderà il nome di "Opera Bonomelli" e s'interesserà dell'emigrazione italiana in Europa. Quest'opera, per problemi istituzionali interni (principalmente quello del rapporto fra clero e laicato) e più tardi per le pressioni politiche, ebbe un'esistenza alquanto travagliata al punto che, nel 1927, la S. Sede ne decise lo scioglimento.

Ma ritorniamo a colui che giustamente fu definito "L'A­postolo degli Emigrati", Giovanni Battista Scalabrini. Egli comprese questa sua missione in un giorno imprecisato alla Stazione Centrale di Milano. Lo racconta egli stesso nel­l'opuscolo L'Emigrazione Italiana in America (1887).

Un giorno, di passaggio alla Stazione Centrale di Milano, fu colpito dalla scena di centinaia di emigranti che affollavano sale e banchine in attesa del treno per Genova. Scorgendo nei loro volti i segni delle privazioni e la tri­stezza del distacco, e facendo in cuor suo la rassegna delle tribolazioni a cui essi sarebbero andati incontro in terra straniera, provò un tale sentimento di compassione e d'in­dignazione da esclamare: "La vampa del rossore mi sale in volto, mi sento umiliato nella mia qualità di sacerdote e di italiano". Si presume che allora egli fosse ancora semplice sacerdote. Se infatti fosse stato già vescovo, l'avrebbe cer­tamente detto, vista la forte coscienza che egli aveva della propria dignità e responsabilità episcopale. Si può supporre allora che la visita alla stazione di Milano sia avvenuta fra gli anni 1870-1876, quando egli era Priore della Parrocchia di S. Bartolomeo in Como. Anzi si potrebbe fare questa congettura. Proprio nel 1875 fu inaugurato l'ultimo tratto della linea ferroviaria Milano-Como (da Camerlata a Como), linea che passava proprio attraverso il territorio della Parrocchia di S. Bartolomeo. La prima parte di que­sta linea (Milano-Monza), la prima in Lombardia, era stata inaugurata nel lontano 17 agosto 1840. In una delle car­rozze trainate dalla locomotiva a vapore "Lombardia", ave­vano trovato posto l'Arciduca Ranieri, il Governatore Generale e anche l'Arcivescovo, tutti grandemente festeg­giati lungo tutto il percorso. Non appena fu inaugurato l'ul­timo tratto fino a Como, nel 1875, il giovane parroco di 5. Bartolomeo, sollecitato dalla festa popolare e incline egli stesso a valorizzare ogni forma di progresso, potrebbe aver deciso di inaugurare egli stesso quel treno e di fare una capatina a Milano.

Ad ogni modo una cosa è certa: che dalla Stazione Cen­trale di Milano prese il via l'epopea scalabriniana. Fu uno dei tipici appuntamenti della Divina Provvidenza. Come S. Francesco d'Assisi, nella diroccata chiesetta di S. Damiano, si sentì dire: "Va' e restaura la mia casa in rovina"; come S. Ignazio di Loyola, dopo essere stato ferito nella battaglia di Pamplona, decise di farsi soldato di Cristo; così Scalabrini comprese quella che doveva essere la sua missione nella società e nella Chiesa proprio lungo i binari di una stazione gremita di emigranti.

In quel tempo, a Milano, l'imponente Stazione Centrale era una delle attrazioni cittadine. Tanti vi si recavano ad ammirarla e a salutare la partenza e l'arrivo delle sbuffanti locomotive. Ma nello stesso tempo tutti i grandi scrittori dell'epoca (escluso più tardi solo il Pascoli), nonostante il verismo letterario e la moda socialista, ignorarono scanda­losamente il dramma italiano dell'emigrazione. A parte il Carducci che, nel suo trionfo "Inno a Satana", vide nel treno "Il bello e orribile mostro", simbolo del Progresso, destinato a sconfiggere "Il Geova dei sacerdoti", Giovanni Verga, massimo esponente del nostro verismo, proprio mentre alloggiava al Gallia Excelsior di fronte alla Sta­zione Centrale, scriveva nel 1881 il romanzo antiemigrato­rio "I Malavoglia". Mentre dunque il celebre romanziere siciliano demonizzava l'emigrazione e alla stazione andava forse come gli altri borghesi ad ammirare i vasti capannoni e i treni che sferragliavano sui binari, un prete generoso invece, lungo quei binari fiancheggiati da centinaia di emi­granti, provava quella vergogna e quella compassione che lo resero indomito e geniale Apostolo degli Emigrati, ver­gogna e compassione che lasciò in eredità ai numerosi mis­sionari e missionarie che ancora oggi continuano la sua opera nel mondo.

Da quel giorno con la tempestività e la concretezza di chi non si accontenta di inconcludenti geremiadi, decise di passare all'azione. Percorse l'Italia in lungo e in largo, tenne conferenze in molte città, avvicinò persone ragguar­devoli, tutto allo scopo di mobilitare l'opinione pubblica e così indurre Stato e Chiesa a prendere coscienza del dramma migratorio e a farvi fronte con solerzia ed effica­cia. Con genuino spirito conciliatore sollecitò a un comune impegno cattolici e laici in nome di "quella carità, vera tre­gua di Dio, che non conosce partito", sanando così, almeno sul fronte migratorio, il dissidio tra cittadino e cristiano. Egli stesso studiò il fenomeno migratorio nelle sue cause e nelle sue prospettive, denunciò ingiustizie e propose leggi adeguate. La "Legge Visconti-Venosta" del 1901, che accoglierà finalmente le valutazioni e le proposte di Scala­brini, sarà chiamata dai Missionari Scalabriniani "La nostra legge".

Ma la sua opera principale sarà quella di aver dato vita a istituzioni di sacerdoti e di suore che ancora oggi, come vedremo, continuano nel mondo la sua opera.

Per quanto riguarda invece il laicato, mentre l'azione del Governo si riduceva a generiche e inefficaci circolari e quella dell'Opera dei Congressi a semplici e appassionati appelli, Scalabrini passò decisamente e autonomamente all'azione. Allo scopo di fiancheggiare l'azione dei Mis­sionari, nel 1889 fondò una società di patronato che cinque anni più tardi prenderà il nome definitivo di "Società San Raffaele". Questa s'ispirò all'Unione San Raffaele fondata in Germania nel 1871 dal deputato Peter Paul Cahensly.

Per la sua opera Scalabrini si valse di eminenti perso­nalità tra i quali G. B. Volpe-Landi che curò i rapporti con l'Opera dei Congressi e Giuseppe Toniolo che fu incaricato a redigere lo statuto.

Fra gli anni 1890-1891 sorsero vari comitati della San Raffaele nelle città dove Scalabrini tenne le sue dotte e sti­molanti conferenze e soprattutto nelle città di porto in Ita­lia e all'estero. I più attivi furono quelli di Genova e di New York.

Oltre all'assistenza religiosa durante la navigazione, la Società San Raffaele, in forma più autonoma, promosse l'assistenza medica e farmaceutica durante il viaggio; l'a­pertura di scuole per il mantenimento della cultura italiana; l'assistenza legale e sociale in materia di obbligazioni con­trattuali; una rete di informazioni sui migliori posti di lavoro; e in generale un aiuto a superare le difficoltà del primo insediamento. L'opera inoltre concorse alla forma­zione della legge migratoria Visconti-Venosta del 1901.

Siccome nel frattempo altre Società San Raffaele anda­vano sorgendo in varie altre nazioni europee, si pensò a una specie di "Lega Internazionale Europea", ma con scarso risultato. Tutto infatti si ridusse al primo e unico congresso, tenutosi a Lucerna il 9 dicembre 1890, dal quale però usci il famoso "Memorandum di Lucerna" che accolse tutte quelle idee di Scalabrini che saranno piena­mente recepite nel 1952 dalla Costituzione Apostolica Exsul familia di Pio XII.

Ma Scalabrini non si accontentò di inviare nel mondo missionari e missionarie; alla fine si fece missionario egli stesso, andando a visitare le collettività italiane delle Ame­riche. Il primo viaggio fu quello negli Stati Uniti. Il 18 luglio 1901, dopo aver ricevuto l'incoraggiamento e la benedizione di Leone XIII, s'imbarcò a Genova, fece scalo a Napoli, quindi affrontò i quindici giorni di navigazione insieme a 1.200 emigranti. Con l'ardore di un giovane cap­pellano celebrò quotidianamente la S. Messa, amministrò Prime Comunioni e Cresime, tenne corsi di catechismo e assistette gli ammalati. Di tutto questo rese conto in un edi­ficante diario di bordo.

Il 3 agosto sbarcò a New York, sostò nell'isola di Ellis Island dove assistette all' arrivo di 650 emigrati italiani. Da New York prese il via il suo pellegrinare da una città all'al­tra. Ne raggiunse una cinquantina, percorrendo circa 15.000 chilometri, dormendo a volte in treno per guada­gnare tempo, accolto dalle comunità italiane commosse e plaudenti. Tenne riunioni, predicò ritiri, esercitò ogni forma di ministero (con ben 340 discorsi) e giunse fino alla Casa Bianca di Teodoro Roosevelt, facendosi paladino degli emigrati italiani che erano allora i più disprezzati e abbandonati. Ebbe grande risonanza il suo discorso, pro­nunciato al Catholic Club di New York, nel quale espose, con tono appassionato e profetico, la sua visione storica e teologica dell'emigrazione. Il 12 novembre ripartì da New York e sbarcò a Napoli il giorno 26. Prima ancora di far ritorno a Piacenza, si recò dal Papa cui riferì le esperienze del viaggio oltre che le condizioni e le prospettive dell'e­migrazione italiana negli Stati Uniti.

Nel 1904 fu la volta del Brasile. S'imbarcò a Napoli il 17 giugno. Due giorni prima era andato a salutare il Papa Pio X con il quale s'accordò di incontrarsi "nella pre­ghiera" ogni mattino alle ore 7 durante tutto il viaggio. In Brasile dove sbarcò il 7 luglio, più che le intense attività di ministero (tra l'altro amministrò circa 25.000 Cresime), furono i lunghi e massacranti viaggi, specie le lunghe cavalcate attraverso l'impervio Rio Grande do Sul, a minare gravemente la sua salute. Infatti, rientrato in Italia il S dicembre, avrà solo pochi mesi di vita. Quasi per ricu­perare il tempo "perduto", riprese la sua febbrile attività; concluse la quinta Visita Pastorale e indisse la sesta; avviò i lavori di preparazione del secondo Congresso Catechi­stico Nazionale; e consegnò al Papa il memorandum con il quale sollecitava la Chiesa a prendersi cura degli emigrati di ogni nazionalità.

Nel maggio 1905, dopo il faticoso viaggio in Brasile, l'aggravarsi della malattia dell'idrocele, richiese un inter­vento chirurgico. A questa malattia se ne aggiunse un'al­tra, quella che egli chiamava la "malattia dei vescovi", ossia la stanchezza. Infatti, pochi giorni prima, aveva con­fidato a uno dei suoi intimi: "Sono stanco fino a morirne". Morirà il 1° giugno 1905, festa dell'Ascensione del Signore, verso le 6 del mattino. In quell'ora le campane di Piacenza annunziarono ai fedeli non solo l'ascesa al cielo di Gesù, ma anche il ritorno al Padre del loro amatissimo Pastore. Quel giorno, in tutte le chiese, si sarebbe letto, dal Vangelo di Matteo, il mandato missionario che Gesù diede agli Apostoli: "Andate in tutto il mondo e predicate il van­gelo a ogni creatura". Scalabrini era andato per il mondo, aveva predicato il Vangelo a folle immense (fin' anco agli Indios della foresta amazzonica), meritando così 1' aureola di missionario. Non solo. Ma uno dei suoi missionari, avuta la notizia della morte del Fondatore, ebbe a escla­mare: "E' morto non solo il Padre, ma anche il Martire degli emigrati".

La prematura scomparsa di Scalabrini fece sì che tante sue idee passassero in eredità alla Chiesa, che le realizzerà negli anni successivi. Vediamone alcune.

Il 12 agosto 1912S. Pio X attuò uno dei progetti che stavano più a cuore a Scalabrini: l'istituzione di un organismo centrale presso la S. Sede che si occupasse degli emigrati di ogni nazionalità. Oggi questo organismo si chiama "Pontificio Consiglio della Pastorale per i migranti e gli iti­neranti". Invece la proposta di una commissione interna­zionale di esperti sarà accolta dalla Costituzione Aposto­lica Exsul familia (1952). Oggi questa si chiama "Consi­glio Superiore per le Migrazioni".

Per quello che riguarda l'emigrazione italiana, Scala­brini aveva caldeggiato l'istituzione di Centri Diocesani per l'Emigrazione, collegati a un Ufficio Centrale a Roma. Oggi gli Uffici Diocesani fanno capo a una commissione della C.E.I. denominata "Commissione Ecclesiale per le Migrazioni (CEMI) la quale si vale come organo operativo della "Fondazione Migrantes".

Per promuovere e meglio organizzare l'attività dei sacerdoti diocesani a favore degli emigrati, S. Pio X istitui nel 1914 il Pontificio Collegio dei Sacerdoti per l'Emigra­zione Italiana, la cui direzione voleva affidare ai Missio­nari Scalabriniani, i quali però furono in grado di accettare solo nel 1949. Oggi il reclutamento e la preparazione di detti sacerdoti è affidata alla CEMI.

Per quanto riguarda il settore dei Cappellani di Bordo, ai cosiddetti "missionari interni" Scalabrini aveva aggiunto quelli "esterni , cioè i sacerdoti che si fossero prestati, anche una solo volta, ad accompagnare gli emigranti durante la navigazione. Fra questi vi fu P. Giuseppe Mar­chetti, che ricorderemo più avanti, e più tardi ci sarà Mons. Giangiacomo Coccolo il quale, dopo appena un mese dalla morte di Scalabrini, fonderà la Società dei Missionari di 5S Antonio da Padova, la quale, formata appunto da cappel­lani di bordo, sarà per qualche tempo alle dipendenze del Superiore Generale degli Scalabriniani.

Un' idea di Scalabrini fu anche quella della "Prelatura per l'Emigrazione Italiana" che venne istituita nel 1920 da Benedetto XV ma che ebbe vita breve.

Infine viene attribuita a Scalabrini anche la paternità della "Giornata Nazionale dell' Emigrante", istituita nel dicembre del 1914 e resa universale nel 1952 dalla Costi­tuzione Apostolica Exsulfamilia. Questa Costituzione rap­presenta la Magna Carta dell'azione pastorale a favore dei migranti; sarà aggiornata secondo le istanze conciliari dalla Istruzione Pontificia De pastorali migratorum cura di Paolo VI (1969); e finalmente recepita dal nuovo Codice di Diritto Canonico (1983).

Attualmente, a 25 anni dalla promulgazione della Istru­zione Pontificia di Paolo VI, si pensa a un suo aggiorna­mento in base alle mutate situazioni del fronte migratorio e alle istanze pastorali della nuova evangelizzazione a cui anche le comunità straniere sono chiamate. 

MISSIONARI SCALABRINIANI

Oggi sul fronte migratorio operano tre famiglie reli­giose scalabriniane: la Congregazione dei Missionari di S. Carlo (Scalabriniani), fondata a Piacenza nel 1887; la Con­gregazione delle Missionarie di S. Carlo, fondata a Pia­cenza nel 1895; e l'Istituto delle Missionarie Secolari Sca­labriniane, sorto a Solothurn in Svizzera nel 1961.

Le istituzioni fondate da Scalabrini, proprio perché basate sulla totale e definitiva consacrazione religiosa, sono giunte fino a noi, pur attraveso travaglite vicede;

 mentre tutte le altre, per quanto attive e generose, ebbero una vita assai breve per il fatto che, oltre ad essere legate all'emergenza, erano basate su un volontariato generico, privo di elementi di stabilità.

Prima di trattare ampiamente della prima famiglia reli­giosa scalabriniana, sarà bene presentare brevemente le altre due. 

Missionarie di S. Carlo. Questa Congregazione fu fon­data a Piacenza il 25 ottobre 1895 da Mons. G. B. Scala­brini, secondo il quale la propria opera, senza le Suore, sarebbe stata incompleta. Con lui collaborarono lo scala­briniano P. Giuseppe Marchetti e la sorella di questo, Madre Assunta Marchetti, che fu la prima superiora gene­rale. Nel 1934 la Congregazione venne ufficialmente rico­nosciuta come Istituto Religioso di diritto pontificio. Nel 1936 fece ritorno in ltalia, in quella Piacenza da cui aveva preso il via la sua avventura missionaria. Oggi le Suore Missionarie Scalabriniane sono 814, distribuite in 159 comunità, sparse in 20 nazioni.

Qui ci piace ricordare il modo straordinario, in cui nac­que questa istituzione. Un giorno P. Giuseppe Marchetti, da poco ordinato sacerdote, si recò a Lucca ad ascoltare una conferenza di Scalabrini sui problemi dell'emigrazione ita­liana. In seguito Padre Giuseppe fu nominato economo spi­rituale del paesetto di Compignano; nel 1894 accompagno a Genova un buon numero della popolazione di questa pic­cola parrocchia di montagna, in partenza per il Brasile; allora si ricordò certamente la conferenza sull' emigrazione ascoltata due anni prima. Restò così vivamente impressio­nato che decise di dedicarsi alla causa degli emigrati. Lo comunicò a Scalabrini e si offrì come missionario "esterno" per assistere gli emigrati nei lunghi viaggi di mare.

Durante il secondo viaggio nel dicembre del 1894 suc­cesse un episodio che lo portò a scoprire la sua vocazione a prodigarsi tra gli orfani. Sono gli appuntamenti della Provvidenza! Era morta una giovane donna, lasciando nella disperazione il marito che si voleva buttare a mare insieme con il figlioletto. P. Giuseppe riuscì a calmarlo, decidendo di prendersi cura egli stesso dell'orfanello. Giunto a Rio de Janeiro, si presentò al Console Generale portando in collo il bambino. Il funzionario ebbe soltanto parole d'incoraggiamento. Allora iniziò a bussare di porta in porta, finché riuscì a collocare il bambino presso il por­tinaio di una casa religiosa. Ebbe allora una folgorazione: si fermerà in Brasile e costruirà un orfanatrofio. Un padre gesuita gli indicò un ricco signore, il dottor Azevedo, che avrebbe potuto dargli una mano. Costui sconsigliò il ter­reno malsano adocchiato da P. Giuseppe e lo condusse a vederne un altro sulla collina di Ipiranga, nella periferia di S. Paolo. Dopo l'ispezione quel signore gli disse: "Le piace questo terreno? E' suo, glielo regalo". Non poteva essere che un segno della Provvidenza.

P. Giuseppe si mise subito all'opera con determina­zione. Alla fine di gennaio, quindi a due settimane appena dal suo arrivo in Brasile, scrisse a Scalabrini dicendo fra l'altro: "Le mura crescono, in due mesi sarà compiuto il guscio".

Ma per la conduzione di un orfanatrofio c'era bisogno di suore. Dove trovarle? Fondare una nuova Congrega­zione oppure istituire il ramo femminile della Congrega­zione Scalabriniana? Ne parlerà con Scalabrini. Intanto decise di cominciare. Da buon vocazionista qual era, con­vinse a dedicarsi all'assistenza degli orfani e degli amma­lati emigrati, la sorella Assunta, che già coltivava la voca­zione religiosa, due buone ragazze di Compignano e per­fino sua madre.

In ottobre ritornò in Italia a prelevarle e prima di imbar­carsi, il 25 ottobre 1895, si recò da Scalabrini. Nel 1900, in riferimento alle Suore, Mons. Scalabrini scrisse: "Anni or sono un cumulo di circostanze provvidenziali mi fecero conoscere essere questo il volere di Dio". L'iniziativa di Padre Marchetti costituì senz'altro la più determinante di queste "circostanze provvidenziali" ed egli non se la lasciò sfuggire.

Così il 25 Ottobre 1895, nella cappella dell'episcopio di Piacenza, il Vescovo Scalabrini accolse il piccolo gruppo. Padre Marchetti emise i voti perpetui, divenendo scalabri­niano a tutti gli effetti. Le quattro prime missionarie emi­sero i voti temporanei privati e ricevettero da Scalabrini, che non tratteneva le lacrime, l'invio e il Crocifisso di Mis­sionarie. Questa è considerata la data di fondazione di quella che un giorno diventerà un' autonoma Congrega­zione vera e propria, quella delle Suore Missionarie di S. Carlo, Scalabriniane.

P. Giuseppe morirà il 14 dicembre 1896, vittima di un contagio di febbre gialla e di tifo subito nell'assistere alcuni emigrati italiani. Mori dunque a soli 27 anni, dopo aver fondato in due anni l'Orfanatrofio Cristoforo Colombo di 5. Paolo, quattro scuole di arti e mestieri, un panificio e una tipografia.

Quale fu il segreto di tanto dinamismo? Pensiamo quello di aver aggiunto ai tre voti religiosi di povertà, castità e obbedienza questi altri due: il voto di "carità" (Diceva: "In tutto anteporro il prossimo a me stesso") e quello singolare di "non perdere un solo quarto d'ora al giorno". Scalabrini non poteva avere discepolo migliore. Altrettanto fedele allo spirito del Fondatore sarà Madre Assunta Marchetti di cui è stata introdotta la causa di beatificazione. 

Missionarie Secolari Scalabriniane. La storia delle Missionarie Secolari Scalabriniane è iniziata a Solothurn in Svizzera nel 1961, in ambiente migratorio, e si è sviluppata con la collaborazione dei Missionari Scalabriniani. Il primo nucleo venne  riconosciuto come Pia Unione dal Vescovo di Basilea il 14 maggio 1967. L'erezione a Istituto Secolare di diritto diocesano è avvenuta il 15 aprile 1990, dopo l'ap­provazione delle Costituzioni da parte della Congregazione Romana per gli Istituti di Vita Consacrata e per Società di Vita Apostolica il 25 marzo 1990. Questo Istituto Missiona­rio è sorto con una decisa scelta di consacrazione totale a Dio nel mondo dei migranti, si è proposto subito non solo di dare assistenza, pure urgente e molteplice, ma soprattutto di convertire la drammatica vicenda emigratoria in una parti­colare esperienza di vita cristiana. Ecco perché questo Isti­tuto fu subito caratterizzato da una profonda spiritualità, ispirata al Vescovo G. B. Scalabrini; da una particolare attenzione ai giovani che sono più disponibili a trasformarsi e a trasformare il mondo; e inoltre da uno spiccato senso della cattolicità, atto a far superare le barriere etniche. Infatti appartengono a varie nazionalità non solo i destina­tari della loro azione missionaria, ma anche esse stesse che sono di diverse nazionalità (italiana, svizzera, francese, tedesca, brasiliana e australiana) e operano già in diverse nazioni (Svizzera, Italia, Germania e Brasile). 

Missionari di S. Carlo. E' la prima Congregazione Mis­sionaria fondata da Mons. Scalabrini. Vediamone la nascita, lo sviluppo e le prospettive attuali.

Era l'anno 1887, l'anno in cui falli la breve primavera conciliatoristica per il fatto che, dalla prospettata concilia­zione, Leone XIII si aspettava dallo Stato Italiano almeno la restituzione di Roma, mentre Crispi si aspettava dalla Chiesa la rinuncia ad ogni rivendicazione territoriale. Tutto fu inutile. Il Vescovo Scalabrini, non vedendo risolto il "funesto dissidio" (Leone XIII) in patria, perseguirà la riconciliazione fra gli italiani all'estero, abbinando in forma stupenda e concreta gli ideali di religione e di patria.

In giugno pubblicò il suo primo scritto sull'emigra­zione: L'emigrazione italiana in America. Questa pubbli­cazione ebbe una grande risonanza e servi, in un certo senso, ad aprire la strada alla sua opera principale, la Con­gregazione Missionaria, fondata il 28 novembre 1887. Questa fece parte di quella straordinaria fioritura di Con­gregazioni Religiose che contrassegnò la Chiesa del secolo XIX. Questa Chiesa, pure aggredita dalle nuove dissacranti ideologie e dalle pretese egemoniche dei giovani stati moderni, seppe attuare una vasta "offensiva sociale" che compensava le presunte assenze o ritardi dei cristiani nelle grandi questioni sociali dell'epoca. Fu così che innumere­voli schiere di uomini e di donne, trascinate da straordina­rie figure di apostoli, si posero al servizio di ogni catego­ria di diseredati e allargarono enormemente il fronte mis­sionario della Chiesa. In questa offensiva sociale della Chiesa fu protagonista incomparabile Giovanni Battista Scalabrini. Egli, dedicandosi alla causa degli emigrati, fece una delle scelte più ardimentose sia per le particolari diffi­coltà di questo impegno missionario e sia per le implica­zioni di carattere politico e sociale che esso comportava. Ci volle tutta la soprannaturale caparbietà dello zelante e lun­gimirante Vescovo Scalabrini per porre mano ad una simile opera, di fronte a una società assolutamente impreparata e dopo i fallimentari tentativi altrui.

Come ogni opera di Dio, la Congregazione Scalabri­niana ebbe origini umilissime. Fu il piccolissimo seme che crebbe secondo la legge del Regno di Dio (Mt 13, 32). L'i­nizio avvenne in un grigio lunedì di novembre, verso mez­zogiorno, nella chiesa piacentina di S. Antonino, deserta e a porte chiuse. Qui Scalabrini ricevette il giuramento dei primi due missionari: il piacentino P. Giuseppe Molinari e il vicentino P. Domenico Mantese. Solo il giorno prima, la domenica 27 novembre, Scalabrini aveva fatto chiamare il parroco di S. Antonino, Mons. Domenico Costa, e gli aveva comunicato il suo progetto per il giorno seguente. E il buon parroco gli mise a disposizione non solo la chiesa, ma anche la casa canonica, che divenne la prima sede della Congregazione Scalabriniana, e fin'anche se stesso che divenne il superiore della prima comunità. Quale spropor­zione fra questo evento, sottratto perfino alla curiosità del­l'opinione pubblica, e l'immane dramma emigratorio che agitava la società italiana!

L'anno dopo, in occasione della partenza dei primi mis­sionari, i nobili della città si contenderanno l'onore di por­tarli alla stazione sulle proprie carrozze. Ma l'anno prima, nel momento in cui prendeva il via un'opera che doveva essere tutta di Dio, Scalabrini scelse la solitudine e il silen­zio, l'umiltà e la fede, e lasciò ogni calcolo umano al di là del portone sprangato.

Cinque anni dopo, il 15 marzo 1892, in una lettera inviata ai suoi Missionari, Scalabrini proclamerà loro patrono S. Carlo Borromeo, per cui essi si sarebbero chia­mati "Missionari di S. Carlo". Non fu una semplice scelta devozionale, ma una indicazione precisa di strategia mis­sionaria. Così infatti egli descriveva S. Carlo: "Egli era uno di quegli uomini d'azione che non esitano, non si dividono, non indietreggia­no mai; che in ogni loro atto ri­versano tutta la forza della propria convinzione, tutta l'energia  della propria volontà, tutta  l'interezza del loro carattere, tutto quanto se stessi".

Con queste pa­role Scalabrini presentava come modello non solo il grande Arcive­scovo di Mila­no, ma anche se stesso. E a dimo­strare che le parole di quella lettera non erano generi­che espressioni di circostanza, due anni dopo Scala­brini proporrà ai suoi missionari la scelta radicale del­la consacrazione religiosa   attra­verso  l'introdu­zione dei voti perpetui. Infatti, dopo i primi sette anni della fondazione della Congregazione, Scalabrini comprese, die­tro anche le segnalazioni dei missionari più zelanti, che l'efficacia e la stabilità dell'azione missionaria potevano essere assicurate soltanto da un impegno totale e definitivo. Fu così che l'8 dicembre 1894, nella chiesa di S. Carlo appena restaurata, 17 Scalabriniani (5 sacerdoti, 11 semi­naristi e un fratello laico) emisero per la prima volta i voti religiosi perpetui nelle mani del Fondatore, vivamente commosso.

Commentando questo storico evento, Scalabrini in quei giorni scrisse: "E' la prima volta che provo una profonda consolazione e un'intera fiducia nell'avvenire". La prima volta, quindi non la provò nemmeno il giorno della fonda­zione; un 'intera fiducia nell 'avvenire, fiducia che rischiò di andare delusa. Infatti la S. Sede aveva sempre manife­stato delle riserve circa il progetto di Scalabrini di intro­durre i voti perpetui, progetto giudicato inopportuno per due ragioni: prima di tutto perché il fenomeno emigratorio era considerato temporaneo; e poi perché i Missionari non sarebbero stati in grado di praticare quella vita comune che è essenziale allo stato religioso. Fu così che l'introduzione dei voti perpetui, attuata da Scalabrini ad experimentum nel 1894, otterrà non più che un'approvazione verbale sol­tanto quando Scalabrini, rientrato dagli Stati Uniti (novem­bre 1901), esporrà con più forza le ragioni del suo progetto.

Egli, uomo pratico, preoccupato più del bene delle anime che delle implicazioni di carattere giuridico, aveva costatato di persona come il successo dell'azione pastorale a favore degli emigrati dipendeva in buona parte da questi due fattori: dallo spirito di povertà e dall'unità dei Missio­nari. Ma ogni sforzo di Scalabrini parve vanificato nel 1908, quando, dopo appena tre anni dalla sua scomparsa, la S. Sede richiese un nuovo Regolamento nel quale i voti religiosi furono sostituiti da un semplice giuramento di perseveranza; fatto questo che metterà a repentaglio l'esi­stenza stessa della Congregazione. Ma questa, grazie a Dio e al fervore di un gruppo di Missionari, sopravvisse fino al 1934, quando il ripristino dei voti religiosi diede alla Con­gregazione nuova linfa e segnò l'inizio di un grande rilan­cio. Veniva così confermata quella "intera fiducia nell'av­venire" che il santo e lungimirante Fondatore aveva mani­festato quarant' anni prima.

Nell'aprile 1997, a 110 anni dalla Fondazione della Congregazione, i Missionari Scalabriniani erano 723 di 17 nazionalità, distribuiti in circa 260 sedi, sparse in nazioni di 5 continenti; mentre i 33 seminari, fra piccoli e grandi, contavano 368 studenti.

Ma oltre che per questa espansione geografica, oggi si rimane ammirati anche per la quantità e la varietà delle opere: chiese, scuole, asili, orfanatrofi, ospedali, ospizi per anziani (autentici villaggi), ostelli per la gioventù, case del marinaio, circoli culturali e ricreativi, associazioni varie, giornali, riviste, programmi radiotelevisivi, centri studi. Come si vede, oltre all'impegno strettamente pastorale, vi è anche un rilevante impegno sociale. Si tratta di quella assistenza "globale" che rientra nella autentica testimo­nianza di carità.

All'espansione geografica e pastorale si accompagno un rilancio ideale fin dal 1934, quando, come vedemmo, furono ripristinati i voti religiosi. In questi ultimi anni gli Scalabriniani stanno operando un secondo rilancio ideale, attraverso la riscoperta del proprio carisma missionario, sollecitata dal Concilio Vaticano Il, e soprattutto dopo l'in­ternazionalizzazione della Congregazione. Questo cambia­mento, approvato ufficialmente nel 1981 con la promulga­zione delle nuove Costituzioni (oggi chiamate Regole di Vita), comporta il superamento del fattore etnico, per cui diventano destinatari dell'azione missionaria tutti coloro che, prescindendo dalla propria nazionalità o razza, "vivono più acutamente il dramma della migrazione" (Regole di Vita n.5), fermo restando il metodo della omo­geneità culturale, originaria o acquisita.

Per far fronte alle nuove esigenze missionarie, è in atto un intensa attività vocazionale in tutti i continenti. A que­sta è collegato tra l'altro il lancio di un Movimento Laicale Scalabriniano per il quale si stanno studiando obiettivi, metodi e strutturazione. Oggi i Missionari Scalabriniani, affiancandosi alle schiere di sradicati ed emarginati e ope­rando essi stessi, con difficoltà e sofferenza, la propria inte­grazione nella società e nella Chiesa locale, non si sentono stranieri, se è vero quanto ebbe a dire loro il compianto Paolo VI: "Voi non percorrete i sentieri marginali della Chiesa, ma la strada maestra".

Quello dei Missionari Scalabriniani è considerato "un grande atto d'amore".

Leone XIII nell'Epistola Quam aerumnosa (1888) con la quale affermava per la prima volta l'esigenza di una pastorale emigratoria specifica, definì i Missionari Scala­briniani "Viri quos Christi charitas urget" (Uomini spronati dalla Carità di Cristo).

Lo stesso riconoscimento venne loro dalla società civile. All'indomani della promulgazione della legge emi­gratoria del 1901, reclamata e plaudita da Scalabrini e dai suoi Missionari, il futuro Presidente della Repubblica Ita­liana Luigi Emaudi defini questi Missionari "Uomini che hanno fatto scopo della loro vita il bene degli altri". Non si è trattato di un elogio di cui compiacersi, ma fu ed è tuttora uno stimolo a un sempre maggior impegno. Oggi più che mai, dal momento che la società, a dispetto dei conclamati intenti di solidarietà, è ancora attraversata di rigurgiti di razzismo e di nazionalismo.

A conclusione di questo capitolo sui Missionari Scala­briniani, ci piace indicare con uno specchietto quella che è stata la prodigiosa espansione nel mondo delle tre fami­glie scalabriniane. Fino agli anni '30 gli Scalabriniani operarono solo nelle Americhe: i Missionari negli Stati Uniti e nel Brasile, le Missionarie nel Brasile. Nel 1934, come abbiamo visto, tanto gli uni che le altre ripresero il volto chiaro e defini­tivo di religiosi. Questo fatto non frenò ma piuttosto accrebbe il loro dinamismo missionario. Due anni dopo infatti prese il via quella che amiamo definire "Marcia­longa Scalabriniana" alla quale, nel 1961, si unirono le Missionarie Secolari. Tutto questo dimostra come la con­sacrazione religiosa, lungi dall'essere un impaccio, con­sente invece quella disponibilità e quella mobilità che sono richieste dal continuo variare del fronte migratorio nel mondo.  

IL RITORNO DI SCALABRINI

La domenica 9 novembre 1997, a proclamare "Beato" Giovanni Battista Scalabrini, Apostolo degli Emigrati, è Giovanni Paolo Il, il Papa "venuto da lontano" che provò come tanti il distacco dalla propria terra. Ma quel giorno, nello splendore della Basilica Vaticana, avviene un altro fatto singolare. L'enorme folla che inneggia al nuovo Beato, è composta non solo dei fedeli di Como, di Piacenza e di altre parti d'Italia, ma anche di numerosi emigrati pro­venienti da ogni parte del mondo e guidati dai loro missio­nari e missionarie. E' una vera Pentecoste. Come infatti nella piazza di Gerusalemme, il giorno di Pentecoste, si trovavano genti "di ogni nazione che è sotto il cielo" (At 2, 5), così a 5. Pietro in Roma ci sono emigrati di ogni lingua e cultura, i quali ringraziano Dio per il grande dono di avere un modello e un patrono tutto per loro.

Questo fatto non poteva certo essere previsto dallo Sca­labrini pur nella sua straordinaria lungimiranza, quando percorreva l'Italia o attraversava l'oceano sollecitando Stato e Chiesa a prendere coscienza dell'immane dramma degli emigrati. Quella scena del Vescovo Scalabrini elevato agli onori degli altari e osannato da migliaia e migliaia di emigrati, accolti come a un immenso abbraccio entro il colonnato del Bernini, costituirà un fatto unico, grandioso e qualificante nella secolare storia dell'emigrazione, che èpoi storia della Chiesa la quale altro non è che "Il Popolo di Dio in cammino".

Come abbiamo già ricordato, Scalabrini appartenne all' 800, sfiorò appena il 900, ma grazie alla lungimiranza delle sue intuizioni e la continuità delle sue opere, egli arriva fino a noi, giunti a varcare la soglia del terzo mil­lennio. Ma la Chiesa, annoverando fra i Santi il Vescovo Scalabrini, converte questa attualità in presenza. Con la canonizzazione Scalabrini ritorna in mezzo a noi, prima di tutto a completare la sua opera missionaria lasciata incompiuta dalla sua prematura scomparsa, ma ritorna soprattutto in un mondo che ha tanto bisogno di lui. Ritorna in ltalia divenuta paese di immigrazione al punto che folle di poveri e di bisognosi danno l'assalto alle sue coste; ritorna nel mondo dove centinaia di milioni di emi­grati e di profughi sono sospinti sulle strade dei cinque

continenti senza che le nazioni riescano a por mano a una forma civile e umana di diritto internazionale. Scalabrini dunque ritorna perché l'Italia, l'Europa e il mondo hanno sempre bisogno di lui.  

L'URNA MONUMENTALE DEL BEATO SCALABRINI

Davanti al monumento di Mons. Scalabrini, opera di A. Monti, sorge ora l'urna del nuovo Beato: un masso di pietra serena contenente l'urna di bronzo e cristallo che raccoglie il corpo del Vescovo di Piacenza. La vista del Beato si offre nella sua totalità dall'alto al basso, ma anche parzialmente attraverso degli oblò nella parete dell'urna marmorea. L'urna di cristallo con struttura di bronzo, fine opera della Scuola del Beato Angelico di Milano, ha, in bronzo dorato, i quattro angoli in forma simbolica di prore di nave - idea suggestiva, perché ci richiama il fine del pellegrinaggio di questa vita consistente nello "sciogliere le vele": e ci ricorda anche che dopo il suo viaggio in America Scalabrini era stato salutato col titolo "Pastor et Nauta" di Malachia. Alla base di queste prore sono incisi i quattro titoli che costi­tuiscono i suoi maggiori meriti, titoli prestigiosi, e che i figli sentivano già come una anticipata consacrazione, perché attribuitigli dai papi: Apostolo del Catechismo (Pio IX), Padre degli emigranti (Pio XII), Vescovo Missionario (Pio XI), Amò il suo popolo (Benedetto XV). Il Beato vi appare vestito di splendidi paramenti episcopali, quelli che fanno - come diceva lui - della Chiesa la sposa ricca di gioielli e adorna per il suo sposo. Ricordiamo i due a lui più cari: il Pastorale, o bastone del pastore che guida e difende il suo gregge, e l'anello "degli sponsali con la sua Chiesa", che egli volle indissolubili, anche quando gli fu offerto il Patriarcato. L'anello è opera fine di cesello del Sant'Elia di Como. La maschera d'argento del volto (anch'essa opera della Beato Angelico) riproduce perfettamente i tratti fisionimici del Beato, che erano, e sono, "di una nobiltà che è amabile" (Bonomelli). Nell'urna marmorea c'è un congegno che consente di solle­vare l'urna di cristallo a livello della superficie superiore del blocco, permettendo così, una specie di solenne "osten­sione" in ricorrenze di particolare importanza. La soluzione adottata è di alto profilo artistico e religioso, e a questo duplice fine contribuisce anche l'analoga austera e semplice gestione dello spazio circostante a mezzo di piramidi di bronzo. Indovinata soprattutto l'idea di avvolgere l'urna di cristallo col possente involucro marmoreo, che insieme al bugnato dà l'idea della vita nella sua rude saldezza, più che di una vita in vitro''. I Santi - diceva il Beato Scalabrini - sono il dono più grande che Dio possa fare alla sua Chiesa; e i santi che hanno fon­data, o cresciuta "la fede avita", devono essere particolar­mente amati e venerati come santi più propri e più ben disposti verso i figli. Ascoltiamolo: "Il passaggio sulla terra di questi eroi è un fatto della più grande importanza, è l'esplicazione dei più alti misteri di Dio. Immagine viva della santità di Colui che è santo in se stesso e in tutte le sue opere; imitatori fedeli di Cristo che fu dato al mondo per essere la nostra sapienza giustizia e san­tificazione (I Cor. 1), sono la sua gloria più grande (Eccl. 23), il capolavoro della sua mano, lo spettacolo più grade­vole agli occhi suoi, il dono più grande che Dio faccia alla terra (...). Queste anime generose, le migliori, le più forti, le più illu­stri, le più tenere che produsse l'umanità, Dio ha voluto met­tere innanzi ai fedeli come nuovi modelli e nuovi interces­sori, dei quali la povera umanità tanto ha di bisogno. Se, a detta del Dama­sceno, le reliquie dei Santi sono fonte indefi­nita di benefizi e di gra­zie per gli uomini; se, come scrive S. Ambro­gio, vegliano e pregano per noi, quelli special­mente dei quali posse­diamo i corpi gloriosi, io mi debbo congratulare con la nostra Piacenza, culla di tanti eroi della Chiesa e degna custode delle loro sacre spoglie, che scuotono, commuo­vono, consolano e soc­corrono chi in loro con­fida".

(Discorso in occasione delle feste per la ricognizione del corpo del Beato Marco Fantuzzi alla Madonna di Campa­gna).