TUTTO A TUTTI
Beato
Giovanni Battista Scalabrini
Vescovo
di Piacenza e Padre degli emigrati (1839-1905)
INTRODUZIONE
GIOVANNI BATTISTA SCALABRINI è oggi ricordato
e ammirato soprattutto come L'Apostolo degli Emigrati, segno che la
Chiesa (e ovviamente il buon Dio) s'interessa di coloro che vivono il più
vasto e più grave dramma sociale dell'epoca moderna, l'emigrazione. Ma egli può
essere adeguatamente compreso e valutato, perfino in questo ruolo
provvidenziale che gli viene riconosciuto nella società e nella Chiesa, solo
se collocato nel contesto della sua più ampia e universale vocazione, quella di
Vescovo della Chiesa. Il suo impegno sul fronte emigratorio non fu un semplice
hobby, per quanto geniale e generoso; ma fu l'espressione più alta e più
vera del suo ministero episcopale. Al punto che qualcuno poté affermare che
Scalabrini sarebbe comunque da considerarsi uno dei maggiori vescovi italiani,
anche se non avesse fatto nulla per gli emigrati. A definirlo uno dei
migliori vescovi italiani fu lo stesso Papa S. Pio X, che per decenni si era
sentito incalzato dalle aspirazioni e dalle iniziative pastorali dell'indomito
Vescovo di Piacenza.
Con il passare degli anni, a mano a mano che
da personaggio della cronaca diventa personaggio della storia, la sua figura
di vescovo ci appare sempre più gigantesca e poliedrica. Vissuto nell'agitato
'800, in uno dei periodi più travagliati e più cruciali della Chiesa, egli,
pure attentissimo ai problemi della sua epoca, sembra aver superato ogni
limite di tempo, divenendo contemporaneo nostro o addirittura un antesignano.
Così lo considerò il suo amico ed estimatore Giuseppe Toniolo: "Quell'uomo
ebbe l'intuizione dei fatti a venire, che è propria delle menti superiori e
dei grandi cuori, o piuttosto di coloro che il Signore chiama a farsi strumenti
speciali e opportuni dei suoi profondi e misteriosi disegni". Egli dunque
appartiene al futuro non meno che al passato. Per il suo profondo senso della
Chiesa, della sua santità, della sua universalità e della sua missionarietà,
egli viene paragonato agli antichi Padri della Chiesa. Il suo fervore
riformatore ci richiama alla mente quei tenaci esecutori del Concilio di Trento
che furono S. Carlo Borromeo e S. Francesco di Sales. Ma le sue lungimiranti
intuizioni ci consentono di immaginarlo addirittura fra i protagonisti del
Concilio Vaticano Il.
Il 4 giugno 1988, Giovanni Paolo Il, in visita
alla cattedrale di Piacenza, sostando presso la tomba di Scalabrini, diede
di lui una definizione alquanto lapidaria:
"Grande uomo, grande vescovo". Egli colse
così la sua duplice dimensione, quella spirituale e quella sociale. Ma se ci
addentriamo più profondamente nella ricca personalità di Scalabrini,
scopriremo che egli sfugge a ogni classificazione non solo perché servì Dio
e l'Uomo con pari eroismo, ma anche perché seppe comporre in se stesso, con
straordinario equilibrio, ogni possibile antitesi. Fu nello stesso tempo
dinamico e contemplativo, audace e prudente, tempestivo e ponderato, forte e
dolce, concreto e creativo, legato ai valori del passato e aperto alle novità
della storia, fedelissimo alla verità rivelata e disposto al dialogo con tutti,
obbediente e libero. Fu il Fogazzaro a definirlo appunto: "Devoto senza
misura e senza misura libero".
Anticipando quanto andremo esponendo, ci piace
segnalare subito un suo particolare carisma, quello della totalità. Ragione
per cui abbiamo intitolato questo nostro opuscolo "Tutto a tutti".
Nella sua prima Lettera Pastorale, così Scalabrini si presentò alla diocesi di
Piacenza: "Tutti abbraccerò con il mio ministero... dando opera
soprattutto a sovvenire ed evangelizzare i poveri". E applicando a se
stesso la celebre espressione di S. Paolo (1 Cor 9,22), esprimeva questo
ardente desiderio: "Fatto tutto a tutti, possa guadagnare tutti a
Cristo". Questa totalità sarà davvero il contrassegno tanto della
sua dedizione a Dio quanto del suo impegno apostolico. Egli infatti sarà
definito anche:
"Uomo tutto di Dio, tutto per
Dio".
Questo tema della totalità fu da lui ripreso
nella sua ultima Lettera Pastorale, pubblicata dieci giorni prima della morte.
In essa, annunciando la sua sesta Visita Pastorale e riprendendo con spirito
profetico le stesse parole della prima Lettera Pastorale, esclama: "Me
felice se al termine della vita potrò in verità ripetere con l'Apostolo: 'Mi
sono fatto tutto a tutti per guadagnar tutti a Cristo. Guadagnar tutti
a Cristo, ecco la costante, suprema aspirazione dell'anima mia
Accostiamoci dunque a questa grande anima,
sicuri di restarne affascinati e stimolati..
Umberto Marin cs
capitolo
primo
GIOVINEZZA
FAMIGLIA
Fino Mornasco era allora un borgo vivace e
industrioso, situato lungo la statale che porta da Milano a Como, proprio in
vista di quelle deliziose colline che fanno da sponda meridionale allo splendido
lago. L' 8 luglio 1839 vi fu festa grande. Festa in casa dei coniugi Luigi e
Colomba Scalabrini dove, ad Antonio e Giuseppe rispettivamente di 5 e 3 anni,
si era aggiunto un terzo maschietto. Festa nell' antica chiesa parrocchiale dove
il bambino venne battezzato il giorno stesso della nascita con il nome di
Giovanni Battista. Festa ovviamente anche nella piazza del paese dove papà
Luigi gestiva un modesto negozio di vini. In quel giorno amici e clienti devono
aver brindato con particolare entusiasmo, visto quello che sarebbe stato il
futuro di quel bambino.
Spessissimo,
se non sempre, la santità e l'operosità di individuo affondano le radici nella
famiglia, dove si affrontano con fede e amore tutte le fatiche e le sofferenze.
E Dio solo sa quanto di tutto questo non ebbero da affrontare i coniugi
Scalabrini nel crescere e sistemare i loro otto figli. Ai primi tre infatti se
ne aggiungeranno altri cinque:
Maria Maddalena, Giuseppina Giacinta, Pietro, Angelo
e Luisa.
Il
padre Luigi, che il figlio Vescovo un giorno descriverà come un "antico
patriarca, pieno di fede e di speranza Dio", all'età di 34 anni aveva dato, più che
un terzo
erede a se stesso, un nuovo cristiano a Dio e alla
Chiesa. Sarà lui, diciotto anni dopo, a scrivere al Vicario Capitolare di Como,
chiedendo che il figlio Giovanni Battista venisse ammesso al seminario
filosofico di S. Abbondio. Egli avrà la gioia di vedere il proprio figlio
Vescovo; infatti morirà solo qualche mese dopo la consacrazione episcopale, mormorando
il "Nunc dimittis" dei giusti.
Per la madre Colomba, donna profondamente pia
e munifica, Scalabrini provò sempre una grande e tenera venerazione. Egli un
giorno confiderà di aver appreso proprio sulle ginocchia materne quella
devozione al Crocefisso che sarà una caratteristica della sua spiritualità;
così come ricorderà che era sempre la mamma, ogni sera, a raccogliere
l'intera famiglia per la recita del Rosario. Grato per l'educazione avuta,
Scalabrini dedicherà a lei il suo "Piccolo Catechismo", pubblicato
nel 1875, decimo anniversario della sua morte. Ma mamma Colomba sembrò
andare aldilà del suo compito educativo, poiché, come succede spesso alle
mamme dei sacerdoti, ella parve condividere la vocazione del figlio. Ecco
perché un giorno, da poco sacerdote e desideroso d'impugnare il Crocefisso del
missionario, si porrà in ginocchio davanti a lei, come di fronte al più
autorevole dei Vescovi, e otterrà tra le lacrime l'assenso e la benedizione.
Sogno missionario questo che, come vedremo, non poté realizzarsi.
I due fratelli maggiori, Antonio e Giuseppe,
nelle loro peripezie finanziarie e familiari, ebbero sempre il consiglio ed il
sostegno del fratello Vescovo. Il primo aveva assunto l'azienda paterna, ma,
avventurandosi in operazioni spericolate, finì per indebitarsi al punto di
rischiare il carcere. Mentre Giuseppe, altrettanto sfortunato, tentò
l'avventura dell'emigrazione (Scalabrini conoscerà il dramma emigratorio
prima di tutto in casa propria) e dopo varie peripezie finì vittima di un
naufragio al largo della costa peruviana. Fu per le tristi vicende di Giuseppe
che Giovanni Battista vide piangere suo padre per la prima volta.
I due fratelli più giovani, Pietro e Angelo,
si diedero invece agli studi ed ebbero una brillante carriera. Pietro ebbe
successo in Argentina dove divenne vice governatore del Paranà e poi, in Buenos
Aires, divenne direttore del Museo Escolar e titolare della cattedra
universitaria di scienze naturali. Pubblicò scritti scientifici, politici e
filosofici; e diede il nome ad alcuni fossili da lui scoperti.
Angelo invece, laureatosi in filosofia e lettere,
insegnò al Liceo Volta di Como e poi, assunto al Ministero di Pubblica
Istruzione, divenne Ispettore Generale delle scuole italiane all'estero.
Le tre sorelle invece furono sempre vicine,
per sentimenti e per pratica cristiana, al fratello Parroco e Vescovo. Maria
Maddalena fu madre di due sacerdoti: Mons. Attilio Bianchi il quale, dopo alcuni
incarichi in Vaticano sotto i Papi S. Pio X e Benedetto XVI si fece monaco
camaldolese; e don Alfonso che svolse il suo ministero nel comasco. Molto
vicina al fratello fu anche Giuseppina Giacinta che Scalabrini chiamava
"Marchesa Giuseppina". Ma la più "scalabriniana" sembrò la
sorella più giovane, Luisa, che gareggiò con il fratello nell'impegno sociale
e caritativo. A lei Scalabrini affiderà, come vedremo, la direzione
dell'asilo da lui fondato nella parrocchia di S. Bartolomeo:
da parte sua ella sostenne le opere sociali del
secondo marito, Alessandro De Orchi; restata nuovamente vedova, fondò 1'
orfanotrofio "Maria Rimoldi" a ricordo della figlia deceduta a 12
anni; fu benefattrice del Seminario e dell'Ospedale Civile di Como; e fu
sempre esecutrice solerte delle iniziative benefiche del fratello. Morta nel
1943, fu l'unica dei fratelli a poter testimoniare, nel 1937, al processo di
canonizzazione dell'amato e stimato fratello.
Tra gli altri parenti di Scalabrini va
ricordato Mons. Luigi Carlo Casartelli (1852-1925), Vescovo di Salfort in Inghilterra,
insigne orientalista e Vescovo dalla tempra di Scalabrini.
SCUOLA
Sulla fanciullezza e sulla giovinezza di
Giovanni Battista Scalabrini, non solo abbiamo poche testimonianze, ma anche
queste a volte sono solo delle notizie stereotipe, conformi all'agiografia del
tempo la quale ignorava che santi non si nasce, ma si diventa. Comunque le
testimonianze più attendibili provengono da due fonti: da Mons. Giuseppe
Cattaneo, Parroco di Fino Mornasco dal 1902, il quale raccolse le informazioni
della gente del paese; e dal nipote Mons. Attilio Bianchi, il quale dice di aver
attinto da una fonte sicura qual era sua madre Maria Maddalena. E' comprensibile
che questa, volendo stimolare i due figli seminaristi, indicasse loro gli esempi
dello zio.
Giovanni Battista Scalabrini frequentò la
scuola elementare a Fino Mornasco e quella ginnasiale al Liceo Volta di Como.
Del periodo scolastico conosciamo alcuni episodi che ci appaiono come segni,
per quanto embrionali, di quella che sarà la sua personalità futura.
Ricordiamo quelli del tempo in cui frequentava la scuola a Como.
Ogni sabato rientrava a Fino, percorrendo a
piedi i nove chilometri, e appena giunto in paese, anziché riposarsi, radunava
i ragazzi in cortile e raccontava loro le cose interessanti che aveva visto o
imparato durante la settimana. Sembrava proprio che egli andasse a scuola o in
chiesa per apprendere quanto, con singolare capacità di aggregazione e di
comunicazione, doveva poi trasmettere ai suoi coetanei. Argomento preferito
erano ovviamente i racconti della Bibbia.
Ogni sabato, rientrando a casa, Giovanni Battista faceva un'altra cosa: aiutava la mamma nelle opere di beneficenza. Questa straordinaria mamma, intuendo a quali grandi cose era destinato il figlio, lo addestrava nella carità non meno che nella pietà. A proposito di carità, era risaputo che Giovanni Battista, ogni lunedì, recandosi a scuola, portava con sé pane bigio con formaggio e inoltre qualche solderello per eventuali emergenze. Ma emergenze non ne capitavano mai, per cui egli comperava pane e companatico per i compagni più bisognosi.
Di valore testimoniale piuttosto che artistico
è una sua poesia in onore di S. Luigi Gonzaga, composta intorno a 17 anni. Sono
63 endecasillabi sciolti con i quali egli, rievocando le virtù del santo,
finisce per rivelare i suoi stessi sentimenti e aspirazioni. Nella perorazione
finale, riecheggiando i fermenti risorgimentali che si annidavano nelle stesse
aule scolastiche, egli parla della "itala gioventude", la quale
"Di quell'umile Italia fia salute per cui si plora e si delira tanto".
Un radicale cambiamento di vita avvenne
quando, consigliato e guidato dal saggio e pio Prevosto di Fino Mornasco,
don Filippo Gatti, oltre che dai suoi trepidanti genitori, varcò il portone
del Seminario di S. Abbondio nell'ottobre del 1857. Giovanni Battista fu il
primo degli otto fratelli a uscire di casa, ma degli altri sette fratelli egli
rimarrà sempre confidente e sostegno. E il bacio dato a Luisa, che era
allora di appena 3 anni, più che un addio fu un appuntamento per un comune
futuro di carità.
Per quello che riguarda gli anni del
seminario, abbiamo qualche testimonianza, sempre molto elogiativa, da parte di
professori e compagni, fra i quali vanno ricordati in particolare gli amici
Serafino Balestra e il Beato Luigi Guanella. Unanime il giudizio: sempre il
primo della classe, condotta esemplare, sempre affabile e generoso. Singolare fu
inoltre la sua versatilità. Oltre ad approfondire le materie strettamente
ecclesiastiche, seguiva con passione i progressi delle scienze moderne. E
quasi per attrezzarsi per i futuri impegni, predilesse le lingue: parlava e
scriveva correttamente in greco e latino; conosceva l'ebraico; e riguardo alle
lingue moderne parlava bene il francese (e negli ultimi anni da Vescovo anche il
portoghese) e comprendeva l'inglese e il tedesco.
Gli eventi risorgimentali (Garibaldi occupò
Como nel '59) avevano una forte ripercussione anche nel clero e fin'anche nei
giovani seminaristi che si dividevano in liberali e intransigenti. Dello
Scalabrini non si seppe mai, neppure in seguito, da che parte stesse. Egli
preferiva impegnarsi piuttosto che schierarsi e sentiva il
dovere di impegnarsi come conciliatore e come paladino del valore supremo
dell'unità; e questo non per qualunquismo, ma per la sua capacità di porre
attenzione alle ragioni di tutti. Il Beato L. Guanella, che fu grande amico ed
estimatore di Scalabrini e che fin dall'inizio si era schierato con gli Intransigenti,
così commentava il presunto liberalismo dell'amico: "La Chiesa è un
esercito: alcuni appartengono all'avanguardia, altri al centro, altri alla
retroguardia. Mons. Scalabrini apparteneva all'avanguardia, ma sempre col
Papa".
capitolo
secondo
SACERDOTE
EDUCATORE
Giovanni Battista Scalabrini fu ordinato
sacerdote il 30 maggio 1863, quando non aveva ancora 24 anni, per cui fu
necessario chiedere la dispensa per il difetto di età.
Durante i primi quattro mesi dopo
l'ordinazione, fungendo da supplente in varie parrocchie, mosso forse dalla
constatazione del ristretto orizzonte del suo impegno sacerdotale o piuttosto
dall'entusiasmo per il giovane istituto missionario del P.I.M.E., ebbe l'idea di
farsi missionario. Ne parlerà egli stesso, vent'anni dopo, presiedendo alla
funzione della consegna del Crocefisso a cinque missionari partenti; ricorderà
come egli si fosse inginocchiato di fronte a sua madre e questa gli avesse dato
l'assenso fra le lacrime; e come però il suo destino dovesse essere un altro,
quello di portare la croce pettorale del Vescovo piuttosto che quella di legno
del missionario. In realtà quel progetto missionario non si realizzò per il
pronto intervento del suo Vescovo che gli disse perentoriamente: "Le vostre
Indie sono l'Italia".
Alla fine dell'estate il Vescovo ebbe per lui
il primo importante incarico: lo nominò vicerettore del seminario di S.
Abbondio oltre che professore di storia e di greco. Egli assunse con grande
senso di responsabilità questo delicato compito di formare i futuri sacerdoti.
Non si trattava di un semplice impegno
didattico, ma, in un certo senso, di trasferire in quei giovani cuori la propria
stessa vocazione. Signorile
nel tratto e nella parola, esigente e comprensivo nello stesso tempo, egli
ebbe subito un grande ascendente
sui seminaristi. Come professore poi, grazie alla sua preparazione culturale e
al suo metodo pedagogico, portò nella scuola una ventata di aria nuova.
Durante i sette anni che fu superiore e professore in seminario, sentiva potente
il richiamo dell'azione pastorale a cui si dedicava con entusiasmo
soprattutto durante le vacanze estive. Fu così che nelle parrocchie
della Valtellina constatò il crescente e preoccupante fenomeno dell'emigrazione
stagionale verso i paesi europei.
Nell'estate del '67 si dedicò ad una ben
altra e rischiosa impresa. Era scoppiato un micidiale colera che infieriva in
alcune località del comasco. Il giovane professore Scalabrini corse ad
assistere i colerosi di Portichetto, vicino a Fino Mornasco, e lo fece con
tale dedizione ed eroismo da meritare dal governo una medaglia al valore
civile.
Nell'ottobre di quell'anno, rientrando in
seminario, trovò un altro onore e un altro onere: gli era stata affidata la
carica di rettore, carica che terrà fino al 1870.
Risalgono
al tempo del seminario alcune belle amicizie. Fu grande amico del Beato L.
Guanella, il "servo della carità" che nel 1912, sulla scia delle
imprese missionarie del grande amico e maestro scomparso, si recherà in America
per organizzare l'assistenza religiosa agli emigrati. Un altro amico dello
Scalabrini fu lo scienziato Serafino Balestra, l'Apostolo dei sordomuti, dal
quale Scalabrini apprese non solo l'amore per quegli infelici, ma anche il
cosiddetto "metodo fonico" che gli servirà a comunicare con essi.
Comune amico di Scalabrini e di Balestra fu anche Antonio Stoppani, lo
scienziato-scrittore, esponente del cattolicesimo liberale, che prese parte ai
dibattiti religiosi e scientifici del tempo, oltre che alla controversia
contro gli Intransigenti. Di lui Scalabrini prese più volte le difese. E
lo Stoppani, nella sua ultima lettera allo Scalabrini, quando ormai egli si
sentiva stanco e svuotato dalle controversie in cui era stato coinvolto, tra
l'altro dirà: "Si abbia guardia e si faccia coscienza di conservarsi al
compimento di quei disegni provvidenziali, che io credo aver Dio formati sopra
di lei". (Giudizio analogo a quello espresso, come vedemmo, da Giuseppe
Toniolo).
Al 1868, l'anno dopo la nomina a rettore,
risale la sua grande amicizia con il Vescovo Geremia Bonomelli, amicizia che
avrà un posto rilevante nella vita e nell' opera di entrambi. Bonomelli, allora
Prevosto a Lovere, era stato invitato a predicare un corso di Esercizi
Spirituali nel seminario di Como. Qui incontrò il giovane rettore di 30 anni
(egli ne aveva 37), già famoso per l'ingegno e per il dinamismo apostolico.
Così Bonomelli descrive quell'incontro,
a un anno dalla morte dell'amico:
"Vederci, parlarci, sentirci tosto stretti da intima amicizia fu una cosa
sola; e quell'amicizia si stretta, si cara, si affettuosa durò inalterata
fino al 1° giugno dell'anno passato, quando lo Scalabrini lasciò la terra pel
cielo. Oh, le belle sere, le belle conversazioni di S. Abbondio!"
PARROCO
Il 12 maggio 1870 Giovanni Battista Scalabrini
venne nominato Priore della Parrocchia di S. Bartolomeo. Questa contava circa
6.000 anime ed era situata in una zona allora periferica. Era una delle
parrocchie principali della città, anche se non godeva di buona fama. Gravi
problemi sociali le derivavano dalla rilevante presenza del proletariato
industriale e dall'artigianato domestico legato all'industria tessile.
La ragione dell'imprevisto trasferimento dal
Seminario di S. Abbondio alla Parrocchia di S. Bartolomeo sembra collegata con
quella divergenza tra Intransigenti e Transigenti che agitava la
vita stessa del Seminario, rendendo vana l'azione mediatrice di Scalabrini.
Mentre infatti i seminaristi erano entusiasti del loro rettore e professore,
alcuni insegnanti, specie fra i più anziani, avevano da ridire sulle idee nuove
e grandi di Scalabrini e l'accusavano tra l'altro di ambizione personale. Ma
quel passaggio dall'impegno formativo a quello pastorale parve normale e addirittura
provvidenziale. Infatti nei cinque anni e mezzo in cui fu parroco, grazie a
straordinarie intuizioni e iniziative pastorali, si delineò quella tempra di
apostolo che ammireremo nei trent'anni di episcopato. Commentando il suo trasferimento
a S. Bartolomeo, così Scalabrini si confidava con il fratello Pietro: "Mi
trovo ben lieto di aver abbandonata la direzione del Seminario, che mi
riusciva pesante... Qui la mia voce è ben sentita. Se tu avessi a vedere nei
giorni festivi questa mia chiesa di S. Bartolomeo, ne saresti meravigliato in
mirare una folla di gente veramente straordinaria pendere dal labbro del loro
parroco, avida sempre di ascoltare la Parola di Dio". Il passaggio dall'insegnamento
al ministero della Parola, quindi alla predicazione e alla catechesi, sembrò
consono alle sue più profonde aspirazioni sacerdotali. Proprio in questo campo egli
porrà mano a singolari iniziative che saranno in qualche modo anticipazioni
della futura opera dell’Apostolo del Catechismo.
Per i circa 200 bambini che frequentavano
l'asilo da lui fondato l'anno dopo il suo insediamento, egli compose un Piccolo
Catechismo che darà alle stampe nel 1875 e che, a giudizio degli esperti,
rappresenta un contributo rivoluzionario nella storia della catechesi in
Italia. Naturalmente egli si impegnò con altrettanto zelo nella catechesi dei
ragazzi più grandi, dei giovani e degli adulti. La fama del suo zelo e della
sua competenza si diffuse al punto che il suo Vescovo Mons. Carsana l'incaricò
di stendere un "Progetto per l'impianto delle Scuole della Dottrina
Cristiana nella Diocesi di Como".
Per
restare in campo catechistico, un compito assai più arduo fu quello richiesto
dai sordomuti, i quali pure avevano diritto all'istruzione religiosa. Per
questo Scalabrini si fece insegnare dall'amico Serafino Balestra il
"metodo fonico" che gli consentì di fungere da catechista e da
direttore spirituale delle sordomute della città (anche questa fu
un'anticipazione di quanto egli opererà da Vescovo di Piacenza).
L'apice del suo ministero della Parola
furono senz'altro le undici conferenze sul Concilio Vaticano I, tenute
nella Cattedrale di Como nel 1872, di fronte ad un
folto e attento pubblico. La risonanza e i consensi
furono tali che l'anno seguente si pensò di darle alle stampe. Se ne fecero
quattro edizioni (la seconda presso la tipografia salesiana dell'entusiasta Don
Bosco) e vennero presto tradotte in francese e tedesco. Nonostante l'intento
apologetico (il Concilio era stato interrotto due anni prima in seguito alla
"Breccia di Porta Pia"), Scalabrini si valse di una vasta e profonda
dottrina teologica; usò un linguaggio chiaro e pacato; mostrò di saper
conciliare la fedeltà alla Chiesa con la libertà di pensiero, la religione con
la scienza; mirando soprattutto a salvaguardare quella unità della Chiesa che
sarà l'aspirazione suprema di tutta la sua vita. Segno del suo coraggioso
equilibrio, segnalato e lodato da ambo i fronti, fu la citazione che egli fece
del controverso Stoppani, parlando del rifiuto della "lotta tra la fede e
le scienze moderne", causata dalla malafede e dall'ignoranza di
scienziati superficiali, ma anche dalla "soverchia timidezza di alcuni
buoni, ai quali meglio del pianto avrebbe giovato lo studio e la fede più
robusta".
Scalabrini sapeva bene che un parroco riesce a
conquistare la sua gente soprattutto attraverso la cura dei più deboli, cioè
dei bambini e degli ammalati. A questi faceva visita giornalmente e per essi
promosse l'Opera della S. Vincenzo. Riguardo ai bambini, oltre all'asilo
ricordato prima e affidato alla solerte direzione della sorella Luisa, creò
anche un oratorio per i ragazzi. I giovani stessi furono coinvolti nella
creazione di quest'opera, prestandosi tra l'altro a trasportare pietre e
legnami, innamorandosi così dell'oratorio e insieme del loro Priore. Tra i suoi
ragazzi vi fu Cesare Barzaghi (1863-1941), il futuro "Apostolo di
Lodi", il quale asserirà di dovere la sua vocazione sacerdotale al suo
santo parroco G. B. Scalabrini. Tra i giovani fomentò la vita associativa,
influenzando così anche gli altri quartieri della città.
Un altro campo d'interesse e d'impegno fu per
lo Scalabrini il mondo del lavoro. L'industria serica, che era allora nel
comasco la principale risorsa, subiva periodiche crisi proprio nel momento del
passaggio dal sistema artigianale a quello industriale. Molta parte dei suoi
parrocchiani era impegnata nel lavoro domiciliare. Nei momenti di crisi egli
si adoperava in ogni modo nel procurare lavoro alla sua gente, andando a volte
egli stesso dagli industriali a chiedere per loro pezza da tessere. Per far
fronte ai casi più gravi, egli fondò la prima Società di Mutuo Soccorso. Nel
suo opuscolo su "Il Socialismo e l'Azione del Clero" (1899) egli
descriverà il dramma di quei tempi in una pagina stupenda che termina con questo
grido d'angoscia: "Oh, le tristi giornate quand'io, visitando gli
infermi, non sentivo, salendo per quelle povere scale, il suono secco e quasi
ritmico del telaio!". Naturalmente egli era preoccupato non solo del
problema sociale, ma anche di quello religioso che ne derivava. Infatti, provocato
dalla "rivoluzione industriale", aveva preso il via in tutta l'Italia
l'allontanamento della classe operaia dalla Chiesa. Contro questo, come vedremo,
il Vescovo Scalabrini lotterà strenuamente, affrontando con passione e
competenza la questione sociale e sposando le giuste cause dei lavoratori.
Trascorsi da poco i cinque anni come parroco,
durante i quali Scalabrini aveva gettato le basi della sua multiforme e incisiva
azione pastorale, egli ricevette da Roma il 13 dicembre 1875 la notifica
ufficiale che il Santo Padre l'aveva scelto come Vescovo della importante
diocesi di Piacenza. Nelle varie tappe della vita di Scalabrini si nota una
straordinaria "precocità": battezzato il giorno stesso della nascita;
cresimato l'anno dopo; ordinato sacerdote quando non aveva ancora 24 anni;
nominato rettore del Seminario a soli 28 anni e parroco a 31; viene consacrato
Vescovo a 36 anni. Ma questa tempestiva corsa si arresta a Piacenza. Infatti
ogni eventualità di passare ad una sede più prestigiosa (con la prospettiva
del cardinalato) lo troverà indifferente e decisamente avverso. La
tempestività, come vedremo, rimarrà come un contrassegno della sua trentennale
azione pastorale di Vescovo.
Scalabrini, appena avuta la notifica da Roma,
cercò di ottenere un ripensamento, citando svariate ragioni tra cui la giovane
età e l'impreparazione. Ma Pio IX, che aveva fretta di far scendere in campo
vescovi di una certa tempra, ribadì la sua decisione alla quale, come ad una
manifestazione della volontà di Dio, Scalabrini finì per dare il suo assenso
pieno e generoso; anche se, come poi egli stesso confiderà, lasciare la
Parrocchia di S. Bartolomeo fu una delle maggiori sofferenze della sua vita.
Sofferenza altrettanto grande fu quella dei suoi parrocchiani, i quali espressero
la loro angoscia con un addio davvero trionfale. E grande soprattutto fu
l'angoscia delle ragazze sordomute di Como.
Nel frattempo a Piacenza vi fu subito un gran
fermento di commenti e di preparativi. In città non esisteva allora un giornale
cattolico, per cui s'incaricò del primo giudizio il giornale liberale "Il
Corriere Piacentino" che se la cavò con queste poche parole: "Ci
dicono che sia un uomo di molta scienza e di molto cuore. Tanto meglio".
Meglio sicuramente per il popolo piacentino; molto meno per coloro che
giudicavano a seconda delle proprie convenienze politiche.
PRECONIZZATO VESCOVO
Ad attirare l'attenzione di Pio IX sul giovane
Parroco di S. Bartolomeo in Como, fu prima di tutto la grande risonanza che
ebbero le sue conferenze sul Concilio Vaticano I. Appena date alle stampe,
Scalabrini aveva inviato una copia al Papa che gli fece pervenire le espressioni
del suo più vivo compiacimento. E' risaputo poi che Pio IX, nello scegliere i
Vescovi, privilegiava il criterio dello zelo pastorale per cui, più che nelle
curie o nei seminari, egli sceglieva i suoi candidati tra i parroci, ignorando
a volte la mancanza di gradi accademici. E' ciò che fece con Scalabrini.
Nella Lettera Apostolica del 28 gennaio 1876 con cui Pio IX comunicava a
Scalabrini la preconizzazione avvenuta nel Concistoro di quello stesso giorno,
dopo aver enumerato i suoi meriti di educatore e di parroco, citava e
minimizzava il fatto che egli non fosse laureato in teologia o in diritto
canonico. Quindi l'esperienza parrocchiale per Scalabrini, più che un semplice
anello della sua carriera ecclesiastica, fu invece la sua pedana di lancio. A
segnalare il suo nome a Pio IX ci furono, a quanto pare, varie persone tra le
quali S. Giovanni Bosco. Sembra però che l'intervento più determinante sia
stato quello dell'allora Vescovo di Pavia, Mons. L. M. Parocchi, che Pio IX
teneva in grande considerazione al punto di nominarlo poi Cardinale e suo
Vicario a Roma. Mons. Parocchi aveva incontrato Scalabrini due anni prima a
Pavia ed era rimasto colpito non solo dalla conversazione con il giovane
parroco comasco, ma anche da un gesto particolare.
Nella chiesa di S. Pietro in Ciel d'Oro
l'aveva sorpreso prostrato davanti alla tomba di S. Agostino, intuendo così che
in Scalabrini il senso della Chiesa aveva radici ben profonde.
Scalabrini ricevette la Consacrazione Episcopale il 30 gennaio 1876 dal Card.
Alessandro Franchi. Due particolari interessanti: la Consacrazione avvenne
nella Cappella del Collegio di Propaganda Fide e per le mani del Prefetto
della Congregazione di Propaganda Fide che Scalabrini aveva incontrato al
P.I.M.E. di Milano; segno della sua mai sopita passione missionaria.
Durante il viaggio di ritorno a Como, entrando
in territorio piacentino, fece una sosta e, quasi per offrire le primizie
del suo episcopato a quella che sarebbe stata la sua nuova terra di missione,
s'inginocchiò in preghiera.
A Piacenza fece l'ingresso solenne il 13
febbraio. Vi entrò recando il pastorale che lo stesso Pio IX gli aveva donato
nel giorno della sua Consacrazione Episcopale. Su questo pastorale era scritto:
"Charitatis potestas". Nel porgerlo il Papa gli aveva detto:
"Sia questa la regola del vostro spirituale governo". Più tardi, come
vedremo, lo stesso Papa, durante un'udienza, donerà a Scalabrini la propria
croce pettorale definendolo "Apostolo del Catechismo". Due gesti che
preannunciavano profeticamente quelli che sarebbero stati i due capisaldi dell'
azione pastorale del Vescovo Scalabrini: la Parola di Dio e la Carità.
Capitolo terzo
VESCOVO
UOMO DI DIO
Prima di tracciare a grandi linee la figura e
l'opera del Vescovo Giovanni Battista Scalabrini, anzi allo scopo di meglio
riuscirci, vediamolo prima di tutto nella sua essenziale dimensione religiosa.
Scalabrini fu definito "UOMO TUTTO DI DIO
E TUTTO PER DIO". Questa breve e lapidaria espressione ci dice la ragione
profonda di ciò che egli fu e di ciò che egli fece. Egli l'indicò, sul punto
di gettarsi come Vescovo nel vortice dei problemi religiosi, sociali e politici
del suo tempo, attraverso il suo stemma episcopale. Questo rappresenta la Scala
di Giacobbe, con un angelo che scende e uno che sale; nella sommità vi è
l'occhio di Dio e in basso si legge la scritta: "Video Dominum innixum
scalae" (Vedo il Signore sulla scala). Convinto del monito di S. Agostino
che diceva: "Cammina attraverso l'uomo e giungerai a Dio", sapeva
anche che, per riuscire in questa lunga e ardua attraversata, occorreva tener
ben fisso lo sguardo su Colui che è l'origine, la guida e il fine di ogni
impresa apostolica. Scalabrini, che fu attentissimo come pochi a tutti i drammi
umani, è d'insegnamento a coloro che oggi, sottoposti al vento di quella
secolarizzazione che rischia di spegnere ogni fremito di vita spirituale,
cercano di sopravvivere ripiegando a volte sull'applaudito "impegno
sociale".
Ma il Dio del quale Scalabrini era stupendo
adoratore e servitore (Tutto di... tutto per...), non era il Dio astratto dei
filosofi, avulso dalla storia umana. Era invece quello che, attraverso
l'Incarnazione, aveva fatto irruzione nel mondo e, assumendo la nostra natura
umana, diede inizio a quell'opera che Scalabrini, prendendo in prestito dai
Padri greci un termine alquanto espressivo e ardito, chiama
"divinizzazione" del genere umano. Su questo Mistero è incentrata
tutta la spiritualità di Scalabrini. Ma egli l'intese non in senso statico come
un evento successo in un dato momento storico, ma in senso dinamico come un
fatto che si prolunga nei secoli e giunge fino a noi attraverso l'opera della
Chiesa. Questo prolungamento dell' Incarnazione in noi si attua soprattutto
nell'Eucarestia con la quale il Cristo ci incorpora a se e ci
'divinizza". Non abbiamo qui lo spazio per dilungarci sul pensiero di
Scalabrini circa il Mistero Eucaristico, assolutamente centrale tanto nel suo
ministero quanto nella sua pietà personale; ma ci piace contemplarlo adorante
ed evangelizzante in occasione del suo terzo Sinodo Diocesano, dedicato all'Eucarestia.
Era il Sinodo con cui egli voleva disporsi con tutta la sua Chiesa all'avvento
del XX secolo; era l'anno 1899 quando stavano per finire i lavori che
riporteranno la sua cattedrale all'antico e austero splendore romanico. L'Eucarestia,
compresa e vissuta, era per Scalabrini lo strumento insostituibile di un
prossimo e radicale rinnovamento della Chiesa e della società. Dire Eucarestia,
Memoriale della Passione di Cristo, è dire immolazione sulla croce. Di questa
Croce (ecco un'altra sua caratteristica) Scalabrini ebbe un culto così profondo
che a buona ragione gli viene attribuita una specie di "Mistica della
Croce". Spesso, stringendo la Croce pettorale, egli mormorava con grande
trasporto: "Fac me cruce inebriari" (Fammi inebriare della croce).
Per completare la descrizione della
spiritualità di Scalabrini, giova spendere qualche parola sulla sua devozione
alla Madonna e ai Santi.
Per poter comprendere l'intensità e la
profondità della sua pietà mariana, bisognerebbe aver ascoltato qualcuna delle
sue stupende omelie sulla Madonna o averlo seguito nei tanti pellegrinaggi a
santuari mariani entro e fuori della diocesi. Egli volle che tanti importanti
avvenimenti coincidessero con le feste della Madonna e in particolare con quella
dell'Immacolata: in questa festa iniziò la sua prima Visita Pastorale; con un
discorso in portoghese sul- l'Immacolata concluse il suo viaggio in Brasile; e
nel giorno dell'Immacolata del 1894 egli ricevette con somma gioia i primi voti
perpetui dei suoi missionari. Vanno poi ricordati i gesti di tenera devozione
come quando offrì per la corona della Madonna i gioielli di sua madre. Lo fece
con la Madonna del Popolo, la Madonna di S. Marco di Bedonia e con la B. Vergine
del Castello a Rivergaro. Qui, il 7 maggio 1905, cioè pochi giorni prima della
sua morte, guidò il suo ultimo pellegrinaggio e pronunciò il suo ultimo,
esaltato e appassionato discorso sulla Madonna. Ma
quello di Scalabrini non fu un fatuo devozionismo. Egli, contemplando il Mistero
dell'Incarnazione, giunse a penetrare ed esaltare anche il ruolo che in esso
ebbe Maria di Nazareth. Egli la venerò soprattutto sotto i titoli di Immacolata
Madre di Dio, titoli che inseriscono appunto Maria nel dinamismo dell'
Incarnazione, sottraendola ad ogni ombra di colpa e collocandola nell'altezza
vertiginosa della Maternità Divina. Rifacendosi alla tradizione patristica e
quasi anticipando la mariologia che si sarebbe affermata con il Concilio
Vaticano Il, Scalabrini ammirò e predicò la Vergine Madre di Dio come figura
della Chiesa. Nel senso non solo che Maria rappresenta l'umanità redenta che
approda nel regno beato (lo ricordava ogni 15 agosto con mistica esaltazione
nella sua cattedrale dedicata all'Assunta), ma anche perché fra le vicende di
Maria e della Chiesa c'è una tale concordanza che nel cristiano l'amore per
l'una si confonde con l'amore per l'altra.
Per quello che riguarda il culto dei Santi,
come S. Ambrogio si era opposto all'eresia ariana tramite il culto dei Santi
Martiri, ritrovati sottoterra o tratti dall'oblio, così Scalabrini oppose al
fenomeno della scristianizzazione della società anche un rilancio del culto dei
Santi. Vari furono i Santi che Scalabrini, attraverso rigorose ricognizioni,
riconsegnò alla pietà popolare. Non si trattò di una recrudescenza di
devozionismo, ma di una efficace azione educativa, poiché Scalabrini, per quel
suo senso della storia che lo faceva propendere verso l'antico Cristianesimo,
indicava nei Santi e nei Martiri i maestri e i testimoni della fede.
Questo collocarsi dunque nel flusso perenne e
rigoglioso dell'Incarnazione, questo aggancio vitale all'Eucarestia, questo
amore struggente per il Crocifisso, questa robusta e tenera devozione a Maria,
unita al culto dei Santi, non potevano non trasformarsi in un intenso e
interminabile dialogo con Dio, in quella preghiera che, sono sue parole,
"è la parte più viva, più forte, più potente dell'apostolato".
VESCOVO DELLA CHIESA
I vari Papi, ammirati dall'opera benemerita e
multiforme del Vescovo di Piacenza, gli attribuirono diversi appellativi
quali: Apostolo del Catechismo, Principe della
Carità, Vescovo Missionario, Padre degli Emigrati.
S. Pio X, nell'apprendere la notizia della morte di Scalabrini, esclamerà fra
le lacrime: "Abbiamo perduto uno dei nostri migliori Vescovi". Con
queste parole il santo Pontefice non fece solo un generico elogio di
circostanza, ma ne proclamò la qualifica più vera ed essenziale, quella di
"Vescovo della Chiesa". In questi ultimi tempi, attenti studi storici,
oltre che i rigorosi esami del processo di canonizzazione, hanno messo in luce
la "ecclesialità" di Scalabrini in tutta la sua profondità e
splendore, sfrondando la sua figura dalle ombre che gli sarebbero derivate dalle
polemiche e dalle incomprensioni del suo tempo. Sarà ancora S. Pio X, qualche
anno dopo, a descrivere Scalabrini come "il Vescovo dotto, mite e forte che
anche in dure vicende ha sempre difeso, amato e fatto amare la verità; né l'ha
mai abbandonata per minacce e lusinghe". Nel suo tempo, quando ragioni
dottrinali, politiche e sociali avevano creato tensioni e contrapposizioni anche
all'interno della Chiesa (una delle cinque piaghe denunciate dal Rosmini),
Scalabrini propugnò il principio supremo della "unità nella verità".
In particolare egli, armonizzando le istanze ecclesiologiche dei due grandi
Concili, il Vaticano I e il futuro Vaticano Il, fu assertore convinto e
convincente del Primato Pontificio e nello stesso tempo della successione apostolica
dell'episcopato; si sentiva responsabile della sua Chiesa "locale" e
nello stesso tempo, come successore degli Apostoli, responsabile anche della
Chiesa "universale". Egli non si considerava ristretto alla
sua pur vasta diocesi né si sentiva estraneo alle vicende di terre
lontane al di là delle Alpi o dell'oceano. Ecco perché considerò di propria
competenza l'istituzione dell'Opera Mondariso che pure valicava i confini della
sua diocesi; ecco perché estese al di qua e al di là dell'oceano la sua
grandiosa opera di assistenza a favore degli emigrati italiani; ecco perché,
fino a pochi giorni della sua morte, egli sollecitò la Santa Sede ad
interessarsi degli emigrati di ogni nazionalità. Questo suo universalismo
traspare dalle parole con cui egli descrisse se stesso come "uno che si
mette in ginocchio davanti al mondo per implorare come una grazia il permesso
di fargli del bene". Ecco come viene descritta dal Cardinale-Parroco Giulio
Bevilacqua la cattolicità dell'impegno pastorale di Scalabrini:
"Un uomo che ha abbracciato tutte le strade del mondo... Niente parrocchie
chiuse in
se stesse, ignare della loro diocesi, ignare della cattedrale, neppure diocesi
chiuse in se stesse, che non capiscono la cattolicità e l'universalità della
Chiesa di Dio". In definitiva è il mandato che Cristo diede ai suoi
Apostoli: "Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni
creatura"(Mc 16,15).
I confini di Scalabrini erano dunque i confini
del mondo. Segni di questo universalismo, oltre ai vari interventi
ministeriali e caritativi che andavano al di là di ogni confine geografico o
ideologico, c'erano le sue ispirate e lungimiranti visioni storiche. Eccone
alcuni squarci.
Nella sua Lettera Pastorale "La Chiesa
Cattolica" del 1888, egli prevede la riunificazione ecclesiale del continente
europeo. Ecco le sue parole: "Quando la politica non sarà più interessata
a conservare quel muro di divisione che tiene scissa la grande famiglia europea;
quando gli interessi della terra scompariranno in faccia agli interessi del
Cielo; quando la grande legge della carità evangelica sarà meglio intesa e
praticata da tutti...".
Nell'ispirato discorso del 15 ottobre 1901 al
Catholic Club di New York, esponendo la sua concezione storica e teologica
dell'emigrazione, preannunciava gli immensi benefici che sarebbero derivati nel
sec. XX all'umanità e alla Chiesa dal rigoglioso convergere di più culture
sotto la spinta della provvidenziale leadership americana.
Due anni prima, nel 1899, in una conferenza
tenuta all' esposizione di arte sacra a Torino, dopo aver affermato che la
mobilità di tutti gli esseri, e degli uomini in particolare, rinnova in ogni
istante il miracolo della creazione, esclamò con affiato poetico:
"Emigrano
i semi sulle ali dei venti, emigrano le piante da continente a continente,
portate dalle correnti delle acque, emigrano gli uccelli e gli animali, e, più
di tutti, emigra l'uomo, ora in forma collettiva, ora in forma isolata, ma
sempre strumento di quella Provvidenza che presiede agli umani destini e li
guida, anche attraverso a catastrofi, verso la meta, che è il perfezionamento
dell'uomo sulla terra e la gloria di Dio nei cieli".
Scalabrini rivolse il suo sguardo e la sua
ansia apostolica anche all'Africa. Sostenitore entusiasta dell'azione
antischiavista del Card. Lavigerie, nel 1890 presentò alla Diocesi la Lettera
di Leone XIII sulla abolizione della schiavitù e ordinò che da allora ogni
anno, in occasione della festa dell'Epifania, si facesse una speciale colletta per la
"redenzione degli schiavi". All'opera di Lavigerie
parve anche collegare la propria opera a favore degli emigrati che
rischiavano di diventare i nuovi schiavi.
Nel diario di bordo che Scalabrini stese
durante il suo
secondo viaggio oltre oceano, troviamo questa singolare testimonianza:
"Si
costeggia l'Africa misteriosa. Guardo per ore intere, quasi inchiodati gli
occhi da forza superiore, in preda a tristezza arcana, quelle terre un dì sì
fiorenti... Commosso sino al pianto dicevo: oh perché noi preti non andiamo a
evangelizzare quei popoli e a spargere con il nostro sangue il seme fecondo di
cristiani!".
Scena stupenda: il Vescovo Scalabrini, ritto
sul ponte della nave, si commuove fino alle lacrime nel contemplare la deserta
costa africana che scorre via sull'orizzonte. E pensando ad Agostino, Cipriano,
Fulgenzio e alle prime fiorenti comunità cristiane del Nord Africa, quasi dimentica
gli emigrati e i missionari che l'attendono in Brasile.
Ma ritorniamo alla ecclesialità del Vescovo
Scalabrini.
Al di là degli accesi dibattiti sulla natura
giuridica e gerarchica della Chiesa, ai quali Scalabrini partecipò con passione
e con competenza, egli indicò ed esaltò quell'anima della Chiesa che la fa
essere "l'estensione dell'incarnazione lungo il corso dei secoli, la
perenne rivelazione di Cristo agli uomini, lo strumento di salvezza per tutta l'umanità",
formato da tutto il popolo dei credenti. Di questa Chiesa, Mistero di Grazia,
egli intese difendere non i privilegi, ma la rilevanza storica e sociale e
soprattutto il diritto di operare per il valore supremo che è "il bene
delle anime".
E' interessante osservare come egli abbia
intravisto nella elezione di Papa Sarto e nel suo programma "Instaurare
tutte le cose in Cristo" l'inizio di un nuovo cammino in cui finalmente, in
nome del Vangelo, perdeva rilevanza ogni altra restaurazione terrena. Egli
stesso, che appena tredici giorni prima della sua morte, aveva radunato il
Comitato Permanente che doveva stabilire luogo e data del secondo Congresso
Catechistico Nazionale, aveva proposto come fine del Congresso "Far
regnare Cristo nelle anime".
Abbiamo tralasciato di parlare del rapporto
personale che Scalabrini ebbe con i suoi tre Papi: Pio IX, Leone XIII e S. Pio
X. Delle sue appassionate attestazioni di stima e di affetto si potrebbe fare
un'intera antologia. Non furono, come qualcuno sospettò, delle semplici
espressioni retoriche non sempre corrispondenti ai fatti. Ciò che prova la
piena comunione ecclesiale tra Scalabrini e il Vicario di Cristo è il fatto che
quei tre Papi ricambiarono il Vescovo Scalabrini di altrettanta stima e affetto.
A questo proposito, a dimostrazione della fiducia che per esempio Leone XIII
riponeva in Scalabrini e della genuina obbedienza di questo, riportiamo un
interessante episodio.
Nel dicembre 1885, quando ferveva lo scontro
tra gli opposti fronti, Scalabrini pubblicò un opuscolo anonimo dal titolo: Intransigenti
e Transigenti, osservazioni di un Vescovo Italiano. L'opuscolo fu combattuto
con inaudita virulenza dalla stampa intransigente che ovviamente ignorava come
quel "Vescovo Italiano" fosse nientemeno che lo stesso Leone XIII.
Questi, volendo assaggiare il terreno in forma anonima, si era valso come
copertura di una persona di sua piena fiducia, disposta a questo eroico gesto
di fedeltà. All'amico Bonomelli, che come tanti altri, pensava che l'autore
dell'opuscolo fosse Scalabrini, questi dopo qualche giorno scrisse: "Se
sapeste la storia di quel lavoro, voi ne rimarreste meravigliato, stordito...
Qualche straccio bisogna ben che vada alla folla, e se quello straccio sono io, sit
nomen Domini benedictum!". Sempre
al riguardo dei rapporti fra Scalabrini e Leone XIII (sui quali qualcuno
manifestò qualche riserva) ci piace riportare un altro simpatico episodio. Il
12 marzo 1891, in una lettera a Bonomelli, così Scalabrini descrisse una lunga
e cordiale udienza con il Papa: "A un certo punto, vedendomi in mano la
tabacchiera, uscì a dirmi sorridendo: - Mi dia, Monsignore, una presa di
tabacco. Così vedrò se anche qui ha buon naso. Si parlava delle cose di
America. Il discorso si aggirò appunto quasi tutto su questo argomento e
massime sulla necessità di proteggere le varie nazionalità in quelle contrade.
Il Papa finì per restarne persuaso e mi incaricò di stendere un memoriale in
proposito".
PASTORE INDOMITO
Il ministero episcopale di Scalabrini ebbe un
inizio davvero folgorante. In quel 1876, a pochi mesi dal suo insediamento,
diede il via al suo programma pastorale con sorprendente tempestività. Prima
ancora di mettere piede a Piacenza, il giorno stesso della sua consacrazione
episcopale, Scalabrini inviò alla Diocesi la sua prima Lettera Pastorale. In
essa egli si presentò in grande umiltà, ancora frastornato dall'altissima
responsabilità che gli era stata conferita; ma con altrettanta determinazione a
volersi dedicare con tutte le sue forze alla causa del Regno di Dio. Esponendo
il suo programma, si dichiarò pronto a farsi "servo di tutti", ma
soprattutto dei poveri e dei sofferenti che egli s'impegnava a soccorrere e a
evangelizzare. E, come vedremo, nei trent'anni del suo ministero episcopale,
egli si muoverà con il pensiero e con l'azione verso quella grande periferia
umana formata da indigenti, ammalati, disoccupati, orfani, ciechi,
sordomuti, carcerati e inoltre, periferia davvero sconfinata, da emigrati.
Rivolgendosi poi a tutte le categorie di
persone e, primi fra tutti, ai sacerdoti, propose loro una specie di mobilitazione
generale in vista di un grande e urgente progetto di rinnovamento. Di fronte al
dinamismo coinvolgente del nuovo Vescovo, un suo canonico ebbe a osservare:
"Scalabrini non lascia in pace nessuno".
Il 23 aprile, cioè appena due mesi dopo il
suo ingresso in Diocesi, inviò una Lettera Pastorale sull'insegnamento del
Catechismo; e il 5 luglio seguente fondò la prima rivista catechistica
italiana, Il Catechista Cattolico.
Sempre nel 1876 Scalabrini inviò due Lettere
Pastorali al clero, dando così inizio a quel rinnovamento spirituale e
culturale di coloro che dovevano essere i protagonisti primi della progettata
riforma.
Ma l'urgenza più grave che avverti nei primi
mesi del suo episcopato fu quella di conoscere il suo popolo, convinto di
dover fare proprie le parole di Cristo: "Conosco le mie pecore e le mie
pecore conoscono me" (Gv 10,14). Donde l'epopea delle sue cinque Visite
Pastorali in una diocesi in cui non se ne era fatta alcuna da ben tre secoli.
Indisse la prima il 4 novembre di quel 1876, quindi nella festa di S. Carlo
Borromeo del quale intendeva seguire l'eroico esempio. Ai tempi di Scalabrini
la Diocesi di Piacenza contava 364 parrocchie con una popolazione di circa
241.000 abitanti. Un terzo delle parrocchie era situato in pianura, mentre tutte
le altre si trovavano in collina e soprattutto in montagna, per cui molte
potevano essere raggiunte solo a dorso di cavallo o di mulo. Questo Scalabrini,
che con lunghe e massacranti cavalcate raggiunge i
paesini più diversi dell'Appennino, là dove solo centinaia di anni prima o
forse mai si era visto un Vescovo, ci fa pensare proprio all'indomito zelo del
grande S. Carlo.
In questa prima Visita Pastorale, oltre a dare
un forte impulso alla vita cristiana, si preoccupò anche di fare dei rilievi
statistici sui sordomuti, i ciechi, gli orfani, e anche sugli emigrati, allo
scopo di preparare il campo alla sua grandiosa opera caritativa. E' interessante
osservare come in quel 1876 in cui Scalabrini dà il via alla sua prima Visita
Pastorale, iniziano anche le rilevazioni statistiche ufficiali sull'emigrazione
italiana e si tenta invano di produrre la prima legge emigratoria. Mentre dunque
al Ministero si maneggiano cifre più o meno attendibili e si finge di interessarsi
dei problemi degli emigrati, Scalabrini si arrampica sull'Appennino e
raccoglie la cifra più vera e drammatica: i suoi emigrati risultano circa
28.000, pari all'11% dell'intera popolazione della Diocesi.
Ma riprendiamo il discorso sulle intrepide
Visite Pastorali di Scalabrini. Queste sembrano scandite da altri importanti
eventi ecclesiastici quali sono i Sinodi Diocesani. Erano passati ben 156 anni
dall'ultimo Sinodo per cui Scalabrini si affrettò a celebrare il primo nel
1879, mentre era ancora in corso la prima Visita Pastorale. In questo primo
Sinodo, valendosi dell'esperienza che andava facendo con il contatto diretto con
la sua gente, egli lanciò il suo progetto di riforma, ispirandosi ai grandi
esecutori del Concilio di Trento che furono S. Carlo Borromeo e S. Francesco
di Sales. Il secondo e il terzo Sinodo furono celebrati all'inizio e a
conclusione della quarta Visita Pastorale, la più lunga (1893-1899). Il secondo
Sinodo con cui s'intese completare il primo, adattando il progetto di riforma
alle cambiate situazioni del tempo, venne presentato come una "Visita
Pastorale totale e simultanea"; mentre il terzo Sinodo, dedicato all'Eucarestia,
fu una celebrazione della Redenzione in vista dell'imminente ventesimo secolo ed
èconsiderato il canto del cigno. La quinta Visita Pastorale (1902-1905) mise
alla prova lo zelo e le forze fisiche di Scalabrini, avendo avuto una singolare
e impegnativa estensione: iniziò infatti alla conclusione del suo viaggio negli
Stati Uniti e terminò dopo il ritorno dal viaggio in Brasile. Il 5 maggio 1905,
un mese dopo la conclusione della quinta Visita Pastorale e appena quattro
settimane prima della sua morte, egli ebbe il coraggio di indire la sesta Visita
Pastorale. Nella lettera Pastorale d'indizione, considerata il suo testamento
spirituale, egli tra l'altro scrisse: "Sei lustri ormai sono scorsi, dacché
questa porzione del gregge di Cristo veniva alle mie cure affidata, e di
questa dovrò un giorno, che non può essere lontano, rendere strettissimo
conto... Vi annuncio, fratelli e figli miei, che ho deciso di intraprendere
personalmente la sesta Visita Pastorale di tutte e singole le parrocchie della
Diocesi. Se dovessi guardare alla mia età, dovrei certo andarne sgomento; ma
è così vivo in me il desiderio di rivedervi ancora una volta e di indirizzarvi
ancora una volta la mia parola di pastore e di padre...
C'è davvero da inchinarsi, stupiti e
commossi, di fronte ad una simile tempra di pastore. Segno del suo passaggio
attraverso la diocesi di Piacenza sono le 200 chiese da lui consacrate.
FORMATORE DI SACERDOTI
Scalabrini, come abbiamo già osservato, avviò
la sua azione pastorale concentrando gli sforzi su alcuni punti strategici. Uno
dei principali fu il rinnovamento spirituale e culturale del clero. Nelle sue
preoccupazioni e iniziative egli parve ispirarsi allo sfortunato libro
"Delle cinque piaghe della Santa Chiesa" del santo e controverso
Rosmini; oltre, ovviamente, che agli esempi dei grandi riformatori tridentini.
Egli si adoperò in ogni modo, attraverso le Lettere Pastorali, i Sinodi, le
periodiche istruzioni e soprattutto attraverso il diurno contatto personale,
perché i suoi sacerdoti fossero animati da profonda spiritualità e fossero
culturalmente attrezzati in modo da essere sottratti ad un semplice ripiegamento
difensivo ed essere invece atti ad affrontare le necessità e le sfide dei tempi
moderni. In questo campo egli intervenne in forma tempestiva. Dopo alcuni mesi
dal suo insediamento, egli inviò al clero due Lettere Pastorali: con quella del
14 agosto ripristinò gli Esercizi Spirituali e con quella del 7 dicembre
riprese la pratica delle riunioni periodiche con la discussione dei casi di
morale.
Egli voleva i suoi sacerdoti generosi e
competenti servitori della Parola di Dio e perciò seriamente impegnati nella
predicazione e nella catechesi. Ad
essi ricorderà che "la predicazione della Parola di Dio tiene il primo
posto tra i mezzi scelti dalla Provvidenza per stabilire, incrementare, propagare
e perpetuare la religione cristiana". E alla predicazione, come al
catechismo Scalabrini assegnò il
primo posto in ognuno dei tre Sinodi Diocesani. In occasione
del terzo, dedicato all'
Eucarestia, giunse ad affermare: "Il Sacrificio
senza la Parola sarebbe una
commemorazione inefficace".
Ma egli non si accontentò di appelli generici, ma scese a decisioni concrete
come l'obbligo dell'omelia domenicale ed il ripristino dei Quaresimali e delle
Missioni Popolari. A questo proposito, allo scopo di fornire le parrocchie
povere e sguarnite di validi predicatori, ventilò l'istituzione di una
"Pia Unione dei Missionari Diocesani", progetto che sarà realizzato
dal suo successore.
Primissima sua preoccupazione fu quella di
salvaguardare nel clero e per il clero l'unità ecclesiale. Ragione per cui,
in base al principio che si deve essere "uniti nelle certezze, liberi
nelle cose opinabili e caritatevoli sempre", egli cercò con tutte le forze
di far superare quelle tensioni e contrapposizioni che c'erano anche fra i suoi
sacerdoti per ragioni dottrinali (Tomisti e Rosminiani) e politiche
(Intransigenti e Transigenti).
Segno infine del suo interesse e del suo
affetto per i sacerdoti saranno le ultime parole mormorate sul letto di morte:
"Dove sono i miei preti? Lasciateli entrare, non fateli aspettare!".
Naturalmente la formazione del clero inizia
dal seminario. Appena fatto Vescovo, egli si fece scrupolo di esaminare
attentamente la situazione culturale, disciplinare e amministrativa dei suoi tre
seminari: quello Urbano, quello di Bedonia e il Collegio Alberoni. In seguito si
interesserà molto anche del Seminario Lombardo di Roma, riaperto nel 1878 per
iniziativa soprattutto sua. Nel 1876 i tre seminari piacentini contavano 184
chierici. In pochi anni, a causa delle decise purghe operate da Scalabrini, si
ridussero ad una quarantina, per cui si dovette intensificare la promozione
vocazionale. Scalabrini affronterà il problema nella Lettera Pastorale del 1°
maggio 1892 con la quale annunciò l'istituzione dell' Opera di S. Opilio a
favore dei chierici poveri, ben sapendo che il miglior serbatoio di vocazioni
erano le popolazioni umili.
Riguardo ai seminaristi Scalabrini si preoccupò
soprattutto della formazione religiosa, per cui ripristinò l'ufficio andato
in disuso del direttore spirituale. Circa gli studi egli si affrettò a
verificare i testi e i metodi dei corsi filosofici e teologici, all'insegna del
"nova et vetera", ossia della assoluta fedeltà ai principi di fede e
insieme del dialogo con gli esponenti delle nuove istanze dottrinali (per esempio
Rosmini). Comunque la sua preferenza "tomistica" èdimostrata tra
l'altro dal fatto di aver favorito la nascita della rivista "Divus Thomas".
Questa, che iniziò le pubblicazioni il 7 marzo 1880, era stata concepita
l'anno prima, anticipando in qualche modo l'Enciclica Aeterni Patris di
Leone XIII.
Scalabrini diede un forte impulso anche alle
scienze profane. Tra l'altro provvide un attrezzato gabinetto di fisica e, con
l'aiuto del geologo Stoppani, suo amico, allestì un ricco museo di scienze
naturali. Per evitare infine di creare degli spostati fra coloro che lasciavano
il seminario, dispose che gli alunni di terza ginnasiale e in seguito anche
quelli di quinta facessero gli esami statali.
Tanto per il ministero della predicazione
quanto per la promozione delle opere di carità, Scalabrini si valse dei vari
ordini e congregazioni religiose che egli considerava una grande grazia di Dio.
Per la loro presenza in diocesi e per lo svolgimento delle loro attività, egli
rese pienamente disponibile se stesso e le strutture della diocesi. Quanto poi
egli stimasse e valorizzasse la vita religiosa, anche nei riguardi
dell'efficacia apostolica, è dimostrato dal fatto che egli stesso caparbiamente
volle che i suoi missionari fossero dei consacrati.
MINISTRO DELLA PAROLA
Ministro, quindi servitore. Scalabrini lo fu
prima di tutto attraverso la predicazione. Il giorno del suo ingresso a
Piacenza, entrato nella cattedrale affollata di fedeli, sali sull'antico pulpito
che i suoi predecessori, per varie ragioni, da decenni non avevano utilizzato.
Da lassù la sua voce chiara, robusta e vibrante raggiunse la folla tutta,
attenta ed estasiata. Da quel giorno, in ogni pontificale pronuncerà l'omelia e
in tutte le cinquecento chiese della diocesi non mancherà di proclamare la
Parola di Dio con autorità, competenza ed efficacia. A giudizio comune la sua
eloquenza era caratterizzata da un singolare accento di sincerità e di
convinzione. Lo stesso impegno nel predicare la Parola di Dio, come abbiamo
appena visto, richiese ai suoi sacerdoti. Come ulteriore prova della sua
passione per la predicazione ricordiamo come, durante il suo viaggio attraverso
gli Stati Uniti, in cento giorni egli abbia pronunciato ben 340 discorsi.
Proteso a valorizzare tutto ciò che poteva
moltiplicare e diffondere i suoi messaggi, Scalabrini si valse anche degli
scritti. Con i suoi opuscoli, precisi e puntuali, egli prese parte ai grandi
dibattiti dell' epoca, riguardanti alcuni gravi problemi ecclesiali e sociali.
Un autentico "magistero della parola stampata" furono le sue settanta
Lettere Pastorali, alcune delle quali ebbero grande risonanza in Italia e all'estero.
Basta ricordare quella della Quaresima 1887 Cattolici di nome e Cattolici
di fatto che ebbe in due mesi quattro edizioni. Egli, all'insegna della più
genuina comunione ecclesiale, pose il suo magistero al servizio di quello pontificio.
Spesso infatti egli annunciò e commentò le grandi Encicliche Papali con un
proprio documento, fungendo così non solo da "ripetitore", ma
soprattutto da guida alla comprensione e all' accettazione dei grandi
insegnamenti dei Sommi Pontefici.
Si valse anche degli organi di stampa. Ne fondò
alcuni lui stesso: Il Catechista Cattolico nel 1876; e nel 1886 il
bisettimanale L'Amico del Popolo che nel 1897 diventerà quotidiano e sarà
l'organo ufficiale dei cattolici piacentini. Attorno a questo giornale
gravitarono altri periodici cattolici che ebbero però vita breve sull'
esempio di tanti fogli laici del tempo. In una circolare del 1895 egli esortò i
sacerdoti a sostenere la buona stampa quale mezzo efficace
per "fare argine al torrente degli errori che va
dappertutto diffondendosi da una stampa senza legge e senza pudore". In
questo stesso documento sottolineò lo stile che doveva contraddistinguere la
stampa cattolica: "Battagliera si, ma senza intolleranze e grossolanità.
Il sarcasmo, le ingiurie, il disprezzo no, non sono le armi delle quali
abbisogna chi è forte nella verità. Lasciamole ai nemici di essa...
Il
movimento catechistico italiano viene
fatto iniziare con l'Enciclica Acerbo nimis di S.
Pio X,
pubblicata il 15 aprile 1905, quaranta giorni prima della morte di Scalabrini.
Non ci è dato sapere se questi, avutane notizia, abbia mormorato il suo gioioso
"Nunc dimittis", lui che del Movimento Catechistico era stato il
grande antesignano. Qualcuno anticiperebbe l'inizio del Movimento Catechistico
al 1889, data del primo Congresso Catechistico Nazionale, promosso e diretto da
Scalabrini. Infatti, per quello che riguarda la catechesi, questo congresso
sarebbe l'evento più importante dal Concilio di Trento a oggi, per cui
Scalabrini andrebbe ad aggiungersi ai grandi santi catechisti postridentini
quali S. Carlo Borromeo, S. Pietro Canisio, S. Roberto Bellarmino, S. Francesco
di Sales e S. Alfonso de' Liguori. Qualcuno (Mons. S. Riva) vorrebbe che
proprio, per Scalabrini, venisse introdotto il titolo di "Dottore della
Catechesi".
Il 23 aprile 1876, due mesi dopo il suo
ingresso a Piacenza, Scalabrini inviò una Lettera Pastorale Sull'insegnamento
del Catechismo e annuncia l'istituzione della Compagnia della Dottrina
Cristiana. Il seguente S luglio diede inizio alla rivista mensile Il
Catechista Cattolico che in seguito, dopo il Congresso 1889, diventerà
nazionale e arriverà, attraverso peripezie varie, fino al 1940. Pio IX elogiò
l'iniziativa, scrivendo di suo pugno alla direzione della rivista: "Dominus
sit in ore et corde vestro", parole che divennero il motto della rivista.
Le
iniziative che Scalabrini, con straordinaria tempestività, mise in atto nei
primi mesi del suo episcopato, non furono certo una improvvisazione. Egli giunse
ben attrezzato da Como, dove il Vescovo l'aveva incaricato di preparare un
progetto per la costituenda "Scuola della Dottrina Cristiana".
L'anno dopo il suo ingresso, nel 1877, Scalabrini diede alle stampe Il
Catechista Cattolico che èil suo libro più ampio e più organico in
materia, considerato uno dei primi trattati di catechesi, anche se non ha le
caratteristiche di una vera e propria catechetica. E' in questo libro che egli
proclama il suo "grande affetto per la istruzione catechistica... precipua
cura di tutta la mia vita".
A queste prime e tempestive iniziative del
nuovo Vescovo la risposta della diocesi fu' corale al punto che egli poté
subito contare su ben 1744 catechisti (1275 laici, 403 sacerdoti, 36 chierici e
30 religiose) che dopo tre anni diventeranno 4.000. Tra i catechisti va
annoverato lo stesso Vescovo Scalabrini. E' interessante leggere il rapporto di
un corrispondente del Cittadino di Genova il quale, in visita a Piacenza,
ammirò Scalabrini che teneva la lezione di catechismo ai giovani che gremivano
il salone dell' episcopio.
Il primo ad essere sorpreso del fervore
catechistico di Scalabrini fu proprio Pio IX il quale, nell'udienza del 7 giugno
1877, togliendosi la croce pettorale e imponendola al suo giovane Vescovo, ebbe
a dire: "Oggi troppo si ha cura del secondo piano della casa, ma ben poco
si bada al primo piano, che è pure fondamentale. Il Catechismo è appunto il
fondamento da cui ogni predicazione e opera pastorale deve cominciare... In
attestazione della nostra identità di vedute, offriamo la croce
pettorale a Mons. Scalabrini e additiamo in lui l'Apostolo del
Catechismo".
E il Catechismo sarà proprio la base di tutta
la trentennale azione pastorale di Scalabrini il quale sempre, e in particolare
nei tre Sinodi Diocesani, gli assegnerà il primo posto. Vertice di questa
"offensiva" catechistica scalabriniana fu il primo Congresso
Catechistico Nazionale, tenutosi a Piacenza nei giorni 24-26 settembre 1889. I
convegnisti furono 400 e inviarono l'adesione 10 cardinali, 25 arcivescovi e
84 vescovi. Piacenza divenne una specie di "Capitale Catechistica
d'Italia" (qualifica che nel '900 passerà a Brescia) e Leone XIII la
definì "La Città del Catechismo". Fu nel discorso conclusivo di
questo Congresso che Scalabrini, convinto che la Chiesa si costruisce e si rinsalda
con il catechismo, dirà al Papa queste famose parole:
"Sarà sempre nostro vanto pensare in tutto come
lui, giudicare come lui, sentire come lui, operare come lui, soffrire con lui,
combattere con lui e per lui; che ci chiameremo fortunati di poter dare il
sangue e la vita per la causa di lui, che è la causa di Dio".
Riferite le principali iniziative di
Scalabrini in campo catechistico, pensiamo opportuno riportare alcune sue concezioni
che potrebbero essere d'ispirazione anche ai nostri giorni.
Scalabrini, a giudizio degli esperti, non
appartiene ad alcuna scuola, ma fu più o meno un autodidatta. Non fu però un
"battitore libero". Pur rifacendosi ai grandi catechisti
postridentini ricordati prima, la sua dottrina affondava le radici nella
grande tradizione patristica (sintomatico fu il fatto che egli abbia
pubblicato una sua traduzione della catechesi di S. Cirillo). Amava rifarsi alla
storia; il richiamo alla tradizione fu una costante di tanti suoi scritti. Lo fa
in tutta la prima parte del suo libro Il Catechista Cattolico, citando
tutto il passato, da Cristo e dagli Apostoli, agli Antichi Padri della Chiesa e
giù fino ai Dottori della Chiesa, ai Concili, ai Sinodi, insomma tutta la
secolare tradizione cristiana dalla Chiesa primitiva alla Riforma Cattolica
del 1500-1600. E ogni sua iniziativa, per quanto innovativa, rappresentava
sempre un ricupero della tradizione cristiana.
Per
Scalabrini il Catechismo era l'unico efficace strumento per contrastare il
crescente fenomeno della scristianizzazione della società moderna. In ogni
suo scritto o discorso egli dà un'immagine fosca o quasi disperata della società.
Solo un'azione catechistica generalizzata
e organizzata poteva
ricondurre al Vangelo questa società. In questo stava il senso profetico delle
parole che da giovane prete udì dal suo Vescovo: "Le vostre Indie sono l'Italia".
Qui si era spostato il fronte missionario; anche le nazioni di antica tradizione
cristiana hanno bisogno di essere evangelizzate (e così anche oggi, stando
alla "Nuova Evangelizzazione" sollecitata da Giovanni Paolo Il).
Per questa grande e difficile impresa non
bastava il clero, ma doveva essere mobilitato l'intero popolo cristiano e
specialmente i laici. Però mentre S. Carlo invocava l'impegno dei laici per la
scarsezza del clero, Scalabrini li sollecitava in nome di una loro propria
vocazione.
Al Congresso Catechistico del 1889 egli
propose l'istituzione di una "Associazione nazionale dei
Catechisti", cosa non ancora realizzata oggi. E durante tutto il suo ministero
episcopale, egli non si preoccupò solo del reclutamento dei catechisti, ma
anche e soprattutto della loro formazione. A questo scopo egli fece altre
proposte come la creazione di una biblioteca circolante e l'istituzione di una
cattedra di Catechetica nei seminari. Le migliaia di catechisti mobilitati non
dovevano essere disponibili per una semplice azione di carattere movimentista,
ma dovevano essere inseriti in un sistema organizzativo capillare e fare capo a
organismi parrocchiali, vicariali e diocesani.
I problemi che dovevano essere discussi e
risolti erano soprattutto i seguenti:
Necessità
di un testo unico (regionale, nazionale o universale), reclamato dal Concilio
Vaticano I e realizzato, almeno per l'Italia, da 5. Pio X. Un testo che
riguardasse i primi elementi, utile quindi a tutti, anche (è interessante
questa preoccupazione) agli emigrati. Qualcuno sostiene che anche quello di 5.
Pio X non si era valso del necessario aggiornamento, ma si rifaceva ai modelli
del '700. Infatti il Catechismo, oltre che unico, avrebbe dovuto essere anche
diversificato a seconda delle età e delle situazioni personali (vedi i
sordomuti, un' altra categoria di cui molto si preoccupava Scalabrini). Per
lunghi anni insomma, lamentava Scalabrini, ci si è curati dei bambini con testi
per adulti. Proprio per questo egli, da parroco, aveva scritto il Piccolo
Catechismo per gli asili.
Fin dai tempi di Scalabrini si invocava un
aggiornamento anche del metodo pedagogico-didattico, richiesto dai tempi
mutati. Trattandosi di una attività educativa e non solo informativa,
si richiedeva di integrare il sistema di formule da memorizzare con parti
espositive e narrative capaci di suscitare intuizioni e sentimenti.
Fin d'allora si discuteva ovviamente anche sui
contenuti dottrinali, come del resto lo si fa ancora oggi. La principale
verifica e revisione dei contenuti erano richieste dal fatto che la religione
cristiana, essendo basata su un "fatto" più che su una
"dottrina", esigeva di essere insegnata e appresa come una storia della
salvezza.
Infine un'altra preoccupazione doveva essere
quella di collegare la morale con il dogma.
Da quel poco che siamo riusciti a riportare,
circa soprattutto l'intensa e geniale attività catechistica di Scalabrini,
pensiamo che debba risultare chiara, oltre che la straordinaria lungimiranza
pastorale di questo Vescovo, anche la legittimità del posto rilevante che gli
viene riconosciuto nella storia della Catechesi.
PRINCIPE DELLA CARITA'
Nel
giorno della consacrazione episcopale Pio IX donò a Scalabrini un pastorale su
cui erano incise le parole "Charitatis Potestas"; e nel porgerlo gli
disse: "Sia questa la regola del vostro spirituale governo". E la
carità, oltre che la regola del suo ministero episcopale, ne fu anche la caratteristica
principale. Mons. Enrico Manfredini, uno degli ultimi successori di Scalabrini,
ebbe a dire che, a distanza di un secolo, ciò che resta di più vivo e ancora
operante nel popolo piacentino è il ricordo della sua geniale carità.
Quello di Scalabrini non fu un filantropismo
di maniera, intriso di pietismo cristiano. La sua azione era radicata in quella
carità che è l'anima della Chiesa. "La Chiesa ama, ecco tutta la sua
vita", scriveva in una Lettera Pastorale e nella stessa Lettera, in
polemica con gli Intransigenti che pretendevano di difendere i diritti della
Chiesa, egli affermava che il primo diritto della Chiesa era la carità.
Questa carità non era solo l'anima della
Chiesa e il suo baluardo di difesa; era anche il principale strumento di
evangelizzazione. Per Scalabrini infatti era questo il sommo principio di
pastorale: "Predicare la verità con la carità". Inoltre, secondo
lui, la stessa riunificazione fra le varie confessioni religiose avverrà
"quando la grande legge della carità evangelica sarà meglio intesa e
praticata da tutti".
In un' altra Lettera Pastorale, nel delineare
la figura del sacerdote, ha una bellissima espressione da un forte carattere
autobiografico: "Mettersi in ginocchio davanti al mondo per implorare, come
una grazia, il permesso di fargli del bene, ecco l'unica ambizione del
prete".
Un altro detto di Scalabrini che rivela tutta
la grandezza e la gratuità del suo impegno caritativo, è questo: "Il fare
felice un'anima sola, vale più che essere felice". E' l'eco del detto di
Gesù riportato da S. Paolo: "C'è più gioia nel dare che nel
ricevere" (At 20, 35).
Scalabrini praticò la carità prima di tutto
in occasione di pubbliche calamità. In queste occasioni non si accontentava
di fare la carità (nelle dimensioni che vedremo), ma si adoperava a suscitarla
attraverso una mobilitazione di tutto il suo popolo.
Un esempio di come Scalabrini sapesse
affrontare le più vaste e drammatiche calamità, ci viene dalla grave carestia
che colpì il Piacentino nell'inverno 1879-1880 e che fu per lui quello che fu
la famosa peste per S. Carlo Borromeo. Ecco come mise in atto la sua macchina
organizzativa.
Prima di tutto radunò tutti i parroci della
città con i quali mise a confronto il numero dei poveri da sfamare e 1' ammontare
dei mezzi a disposizione.
Formò cinque comitati: delle minestre, della
legna,
della farina, del riscatto pegni e dei soccorsi alle
famiglie "vergognose".
Costituì un comitato centrale con il compito
di coordinare la distribuzione dei vari sussidi.
Stabilì quattro quartieri cittadini in cui
dovevano essere distribuite le minestre che raggiunsero il numero di 3.000 al
giorno.
Egli stesso visitava spesso i vari centri
d'assistenza per assicurarsi che tutto procedesse bene, controllando perfino la
qualità dei cibi.
Nei momenti di disperazione Scalabrini decise
di alienare alcune sue cose personali: la carrozza e i cavalli, la croce
pettorale, il calice che gli era stato donato da Pio IX; giunse anche a ridurre
il suo guardaroba personale. A chi lo metteva in guardia dalle esagerazioni,
replicava che il Vescovo
non deve temere la miseria dal momento che Gesù nacque in una stalla.
Le iniziative del Vescovo di Piacenza furono
riconosciute a malincuore anche dalla stampa avversa, al punto che un deputato
piacentino ebbe a dire in pieno Parlamento: "Non possiamo permettere che
il Vescovo di Piacenza abbia più cuore di noi... Io sono poco reo di clericalismo,
ma confesso che ammiro questo prete e, se tutti i preti assomigliano a lui, mi
faccio chierico".
Oltre agli interventi di pubbliche calamità,
va ricordata la quotidiana, generosa e nascosta beneficenza alle tante persone
bisognose. Ingenti somme passarono per le mani di Scalabrini; ovviamente non ci
è dato di conoscere né le fonti né i destinatari. Egli aveva un'agenda
personale in cui erano riportati centinaia di nomi, tra i quali una settantina
di cosiddetti "poveri vergognosi", quei nobili caduti in miseria verso
i quali Scalabrini ebbe un particolare riguardo.
Naturalmente va ricordata anche l'assidua
attenzione alle varie categorie di diseredati come gli ammalati, gli anziani,
gli orfani, i ciechi, i sordomuti. Egli li visitava spesso nelle varie
istituzioni benefiche della città e s'interessava della loro situazione. Una
parola a parte meritano i sordomuti che egli considerava doppiamente tribolati,
perché privati anche del necessario dialogo della fede (anche qui emerge la sua
passione evangelizzatrice).
Egli considerava il sordomuto come "un
essere ragionevole che non ragiona, un orfanello isolato in
famiglia, un solitario in mezzo agli uomini, un selvaggio nella
società civile"; ma era soprattutto "un'anima digiuna del Pane di
Vita, un infedele quanto alla fede attuale, un ignorante di tutte le verità
rivelate". Egli aveva conosciuto e affrontato il loro problema fin dai
tempi del suo ministero parrocchiale a Como, aiutato dall'amico Serafino
Balestra. Ne parlò nella sua prima Lettera Pastorale, dedicata all'insegnamento
del Catechismo; e si sentirà personalmente coinvolto il giorno in cui capitò
in Prefettura un ragazzo sordomuto che non si sapeva a chi affidare e se lo
prese lui stesso in casa.
Fu così che, non solo sollecitò le pubbliche
autorità ad affrontare il problema, ma egli stesso decise di passare
all'azione, più per impulso di carità che per intento di supplenza, e fondò
l'Istituto delle Sordomute. Concepito alla fine del 1879, quindi nel pieno della
grande carestia, lo realizzerà a tappe e lo affiderà nel 1884 alle figlie di
S. Anna.
Con questa istituzione egli tenne fede ad un
impegno assunto con le sordomute di Como che egli assisteva e per le quali la
sua partenza costituì un evento assai doloroso. Il 12 novembre 1903 benedirà
l'Istituto dei Sordomuti maschi, da lui tanto caldeggiato e fondato da un suo
sacerdote che aveva ereditato da lui la passione per quegli infelici, il
Servo di Dio Mons. Francesco Torta. Va ricordato infine che Scalabrini, in
occasione dei suoi viaggi negli Stati Uniti e nel Brasile, raccomanderà
caldamente ai suoi missionari di interessarsi dei sordomuti.
In questo capitolo, trattandosi di carità, si
dovrebbe parlare anche e soprattutto di quel grandissimo "atto
d'amore" che fu l'opera di Scalabrini a favore degli emigrati. Ma di questo
tratteremo ampiamente in seguito.
Concludendo, possiamo qui affermare che
Giovanni Battista Scalabrini, definito da Benedetto XV "Principe della
carità", merita senz'altro di essere collocato in quella autentica
"cordata di santi" che nel secolo scorso, mentre altri dibattevano i
problemi sociali, magari accusando la Chiesa di arretratezza, diedero luminose
ed eroiche prove di carità. Fra i molti ricordiamo Don Bosco, Don Guanella, Don
Orione, che furono amici ed estimatori di Scalabrini.
ANIMATORE DI LAICI
Nel secolo XIX prese il via qualcosa di
assolutamente nuovo nella storia della Chiesa: l'apostolato organizzato dei
laici. Ci fu il passaggio dalla confraternita all'Azione Cattolica. Questo
passaggio avvenne nel cosiddetto Movimento Cattolico che si esprimerà in
varie forme associative per poi identificarsi con la mastodontica organizzazione
dell'Opera dei Congressi. Questa operò in Italia per il trentennio che
coincise più o meno con quello dell'episcopato di Scalabrini.
Il
Movimento Cattolico intese far fronte alla crescente scristianizzazione della
società e insieme contrastare le pretese laiciste e separatiste del nuovo Stato
unitario. Quindi presentò subito una doppia istanza: quella della
evangelizzazione e quella dell' azione politica. I protagonisti di questa
seconda si divisero poi in due fronti contrapposti: quello di coloro che, nei
rapporti fra Chiesa e Stato, operavano per una restaurazione (Intransigenti) e
quello di coloro che, con più realismo, propugnavano una conciliazione
(Transigenti). Scalabrini, per nulla condizionato da queste contrapposizioni, si
inserì con entusiasmo e determinazione in questa mobilitazione laicale e lo
fece con lo scopo di non fare semplicemente argine alla diffusione del male, ma
di operare per la "riconquista" della società al Vangelo. Quando egli
parlava di riconquista, non intendeva certo un ritorno al passato, ma
quella che oggi viene chiamata la "Nuova Evangelizzazione".
Convinto che i contrasti e le divisioni
stavano nei vertici organizzativi piuttosto che nel popolo cristiano, egli si
adoperò a formare la sua gente secondo la più autentica ecclesiologia, quella
di chi, come lui, era caparbiamente intransigente nei principi e coraggiosamente
disponibile a tutto ciò che favoriva "il bene delle anime".
L'esposizione più ampia di come egli
intendeva il laicato e l'Azione Cattolica, si trova nella sua Lettera Pastorale
sull'Azione Cattolica, pubblicata il 16 maggio 1896. In questa lettera, partendo
dalla convinta affermazione che le sorti della Chiesa e della stessa società
dipendevano da una solerte e generale mobilitazione del laicato cattolico,
Scalabrini addita obiettivi e metodi con accenti appassionati e perentori. Per
lui 1'apporto dei laici nell' edificazione del Regno di Cristo non obbediva solo
a una ragione strategica, derivante dalla scarsezza di clero o dal fatto che,
in una società così inquinata dal pregiudizio anticlericale, l'intervento e la
testimonianza del laico potevano risultare più accetti ed efficaci. La missione
dei laici si fonda sul loro Battesimo donde quello che Scalabrini chiamava
"il sacerdozio laicale" cui spettava il compito impegnativo di rifare
cristiana la società in tutti i suoi settori: cultura, scienza, politica,
economia, lavoro, scuola, famiglia. Insomma il ruolo dei laici rimane urgente e
indispensabile anche in una società dove i sacerdoti siano numerosi e riveriti.
Nel descrivere il ruolo dei laici nella Chiesa, Scalabrini si valeva del binomio
Associazione e Azione. Vediamone in breve il significato.
Associazione.
Anche sotto
questo aspetto l'intervento dei laici non dipende da una ragione strategica.
L'associazionismo cattolico cioè non nasce dalla necessità di far
fronte adeguatamente alle agguerrite organizzazioni
avversarie. Scalabrini cita una ragione spiccatamente teologica. Così infatti
si esprimeva in un convegno di laici: "L'associazione è un'idea
eminentemente cristiana. Essa ha origine dal cuore di Lui che ha detto: dove
siano uniti due o tre nel mio nome, là io sono in mezzo a loro".
Azione.
Sappiamo
quanto Scalabrini fosse allergico alle dissertazioni teoriche e ai lunghi e
inconcludenti
dibattiti che anche allora finivano per paralizzare la vita di tante
associazioni. Trascorso il necessario periodo della riflessione, egli voleva
passare tempestivamente a impegni concreti. Azione pronta e generosa, ma nello
stesso tempo disciplinata e concorde. Per essere pienamente ecclesiale, tale
azione doveva prima di tutto fare riferimento continuo alle direttive del Papa e
dei Vescovi, ai quali soli, in forza della successione apostolica (ragione
teologica quindi, non autoritarismo), spetta il compito di guidare l'azione
pastorale della Chiesa. Scalabrini osteggiava di buon cuore quelli che egli
chiamava "i vescovi in cilindro". In secondo luogo l'azione dei laici
doveva svolgersi all'insegna dell'unità, specie in una società e in una
Chiesa segnate da tante tensioni e contrasti.
La risposta della diocesi fu immediata e
grandiosa. L'anno dopo la pubblicazione della Lettera Pastorale sull'Azione
Cattolica, la diocesi di Piacenza contava già 227 Comitati Parrocchiali con
6.164 membri. In proporzione essa superava la stessa diocesi milanese del Beato
Card. Ferrari, la quale contava 260 Comitati Parrocchiali su un numero quasi
doppio di parrocchie (776). Senza contare poi tutte le altre floride
organizzazioni come le Società Operaie, le Cooperative di Consumo, le Casse
Rurali e di Risparmio e le Società di Mutuo Soccorso. Questa straordinaria
fioritura di Comitati Parrocchiali era dovuta all'incalzante e irriducibile
insistenza del Vescovo Scalabrini, il quale arrivava a dire: "Se in una
parrocchia non si riuscisse a fondare, anche con poche persone, un Comitato
Parrocchiale, quella parrocchia meriterebbe di essere soppressa E ai suoi
preti diceva: "Non so come faccia un parroco a celebrare, se non ha il suo
Comitato Parrocchiale".
Un altro campo in cui si dimostrò urgente e
insostituibile l'intervento del laicato, sarà quello emigratorio. Ma di
questo tratteremo più avanti.
LE GRANDI QUESTIONI
I biografi di Scalabrini sogliono dare ampio
spazio ai suoi interventi in campo politico e sociale con il rischio di sminuire
la sua fisionomia e la sua attività di Vescovo. Per questo motivo e anche perché
tanti problemi e contrasti di allora sono stati ormai superati dagli eventi
storici (eventi che diedero pienamente ragione a Scalabrini), noi qui ci
limitiamo ad una breve esposizione delle vicende di carattere politico e
sociale che lo coinvolsero. Ci riferiamo in particolare alle tre grandi
Questioni: la Questione Romana, la Questione Sociale e la Questione Emigratoria.
Su quest'ultima tratteremo ampiamente nel prossimo capitolo.
Questione
Romana. Scalabrini
è vissuto in uno dei periodi più travagliati della storia della Chiesa. Il
fenomeno della secolarizzazione si estendeva ovunque in Europa, sottraendo la
società al dominio della religione.
Lo scontro tra Stato e Chiesa fu
particolarmente duro in Italia a motivo della soppressione del potere temporale
e la conseguente "Questione Romana", che condizionerà la vita della
Chiesa fino al 1929.
I cattolici si divisero in due fronti: quello
degli intransigenti che volevano che la Chiesa ritrovasse la sua
influenza e i suoi privilegi, primo fra tutti quello del potere temporale; e il
fronte dei transigenti o liberali i quali, con più realismo, prendevano
atto dell'evoluzione sociale e politica del paese e del regresso religioso. I
primi praticavano la politica del disimpegno in ossequio al "Non expedit"
(Non conviene) con cui la S. Sede sollecitava i cattolici italiani a non
prender parte alle elezioni e alla vita politica dello Stato; mentre i
secondi, convinti che l'astensionismo dei cattolici recasse più danno che
vantaggi alla causa cristiana, cercavano un accomodamento pratico, senza
rinunciare ai grandi principi, quale quello della libertà religiosa.
Scalabrini da che parte stava? La risposta
potrebbe essere difficile per due ragioni: prima di tutto perché i termini transigenti
e intransigenti sono piuttosto generici, incapaci di cogliere la
variegata realtà; e poi perché, per tanti protagonisti, ci fu una certa
evoluzione, cioè il passaggio da una iniziale posizione intransigente a
quella più
transigente. Forse questo, in qualche modo,
successe anche a Scalabrini il quale inizialmente presentava qualche
aspetto intransigente, cioè più marcata-mente apologetico, mentre più
tardi, certo dopo la morte di Pio IX (1878), sottraendosi alla tentazione della
neutralità o dell'equidistanza, si collocò certamente sul fronte della
transigenza, senza però radicalismi e intolleranze, e lottò per l'entrata dei
cattolici in politica e per la tanto sospirata
e discussa Conciliazione.
Mentre però ribadiva le buone ragioni del
proprio atteggiamento di apertura e disponibilità, sapeva cogliere e
valorizzare anche le ragioni di chi operava sul fronte opposto. Ecco perché
aveva estimatori e amici in ambedue i fronti. Senza dire che i laicisti, che
l'accusavano di non amare la patria, e i clericali, che l'accusavano di non obbedire
alla Chiesa, evidentemente si elidevano a vicenda.
A proposito di amor patrio va ricordato come,
alla nomina di Scalabrini a Vescovo di Piacenza, il Procuratore Generale di
Milano aveva inviato informazioni sul neoeletto al Ministro della Giustizia,
affermando tra l'altro che:
"E' notorio che per nulla è affezionato alle
istituzioni della sua patria". A questo e a tutti gli altri denigratori
egli rispose, con espressioni fortissime, in una Lettera Pastorale dell'ottobre
1882, prima ancora di aver sposato la causa degli emigrati italiani:
"Dopo il malgoverno che della misera
patria nostra hanno fatto coloro i quali, usurpandosi il privilegio di chiamarsene
amanti, ci vorrebbe davvero una buona dose di sfacciataggine per appellare
nemici del paese noi, che ci siamo opposti a tutte le angherie, ai soprusi, alle
iniquità, alle spogliazioni, ai delitti, onde fu condotto allo stato della presente
inopia... Noi sentiamo di meritare tanto più il nome di buoni italiani, quanto
meno ci siamo immischiati nelle geste di chi ha tradito e rovinato
l'Italia".
Non potendo qui dilungarci sulla lunga e
strenua lotta che Scalabrini ingaggiò con l'intransigente giornale milanese L'Osservatore
Cattolico e con il suo battagliero e polemico direttore, Don Davide
Albertario, riportiamo, proprio a riprova di come Scalabrini sapesse essere transigente
anche con gli intransigenti, l'episodio poco conosciuto della loro
riconciliazione.
Nel 1897, in occasione della quarta Adunanza
Regionale Emiliana dell'Azione Cattolica, Scalabrini ospitò l'Albertario in
episcopio. Qui, quando l'Albertario si alzò a parlare, si udì un imbarazzante
brusio tra i presenti. Egli comprese e subito disse:
"Alcuni meraviglieranno nel vedermi qui
in questo episcopio, nel vedere che io posso parlare fra voi; devo giustificare
la mia presenza in questo luogo; ebbene la mia giustificazione è una sola: il
gran cuore di Mons. Scalabrini".
E
a chi si complimentava di questa sua dichiarazione disse fra le lacrime: "Mons.
Scalabrini farà ben altri miracoli". E Scalabrini farà presto un
miracolo di carità. Quando l'Albertario, in occasione delle sollevazioni e
repressioni del 1898, finì in carcere, fu Scalabrini a ottenergli il permesso
di celebrare la S. Messa e poi la scarcerazione.
Questione
sociale. Questa
fu particolarmente grave in Italia, dove alla rivoluzione politica non si era
accompagnata quella sociale. Scalabrini se ne interessò non abdicando dalla
propria missione episcopale, ma proprio in nome di essa. Così, come prima cosa,
si diede a sensibilizzare la Chiesa stessa alla questione sociale. Nella
Lettera Pastorale del maggio 1890 egli scrisse: "Un Cattolicesimo
speculativo e neutrale, una religiosità neutrale, mentre in seno alla società
si agitano e si dibattono con calore le più vitali questioni, è un assurdo, se
non una specie di tradimento. Tra l'occultare la fede e il perderla non vi è
che un passo
E
l'anno seguente, in un discorso pronunciato in occasione del centenario di S.
Luigi, riferendosi ai compiti del clero esclamò: "Io vorrei che
l'intendessero tutti i membri
del mio clero. Ai nostri giorni è quasi impossibile
ricondurre la classe operaia alla Chiesa, se non manteniamo con essa una
relazione continua fuori della Chiesa. Dobbiamo uscire dal tempio... se vogliamo
esercitare un'azione salutare nel tempio... E dobbiamo essere altresì uomini
del nostro tempo".
Ma
già nel 1885, in una circolare alle associazioni cattoliche, aveva osato
affermare che il socialismo (allora materialista e antireligioso secondo il più
rigoroso marxismo), "è voce del cielo, la quale ci avvisa che l'ora di
agire è suonata".
"La
questione sociale - dirà ancora più tardi -, economica nella sua essenza, si
trasforma in morale, politica e religiosa". Quindi al grande dibattito
deve prendere parte anche la Chiesa la quale, predicando il Vangelo, fa anche
opera di rivendicazione sociale. Ecco perché nella Lettera Pastorale della
Quaresima 1892, intitolata Il Prete Cattolico, egli giunse ad affermare
che "il prete non è soltanto l'uomo della Chiesa, l'uomo di Dio; ma egli
è l'uomo sociale per eccellenza".
All'indomani
della Rerum Novarum, Scalabrini riprese e specificò il messaggio sociale
di Leone XIII con la pubblicazione dell'opuscolo Il Socialismo e l'azione
del clero (1899). In questo scritto egli non si limita ad una generica
condanna del Liberismo e del Collettivismo marxista (del quale per altro
riconosceva le istanze di giustizia o, come affermerà l'anno seguente in una
intervista ad Alba, "i
postulati
critici, giusti e razionali"), ma sostituiva l'invettiva grossolana,
allora assai in voga, con una critica serena e sottile. Egli affermava che il
socialismo "non si vince se non contrapponendogli un altro
socialismo", cioè con un impegno di libertà e di giustizia, basato sulla
visione cristiana dell'uomo e della società. Si tratta quindi di una sfida
condotta nel campo dei diritti concreti del lavoratore, quali (e Scalabrini li
enumera) il diritto al lavoro, la limitazione dell'orario, il salario
garantito per legge, il diritto di sciopero, il diritto al sindacato, il diritto
al contratto collettivo, l'istituzione dei probiviri, la partecipazione agli
utili, la pensione di invalidità e di vecchiaia, la tutela del lavoro femminile
e minorile, le condizioni igieniche, 1'associazionismo cooperativo, ecc.
Ma
Scalabrini non si accontentava di proclamazioni verbali, esigeva piuttosto dal
suo clero competenza e impegno fattivo; raccomandava che in ogni parrocchia si
costituissero Società Operaie; e sollecitava la fondazione di Casse Rurali,
Casse di Risparmio, Società di Mutuo Soccorso e di Assicurazione,
Cooperative, ecc. E in questa sua azione sociale Scalabrini non pensava
minimamente di esulare dalle sue competenze ecclesiali.
In
quello stesso anno, in un discorso tenuto a Ferrara, parlando proprio degli
emigrati come "i figli della miseria e del lavoro", egli non dubitò
di affermare che "dove c'è il popolo che lavora e che soffre, ivi è la
Chiesa". E per rendere presente questa Chiesa, non mancava egli stesso di
visitare le fabbriche e d'incontrarsi con gli operai; e nei casi di sollevazioni
violente scendeva in piazza a soccorrere i feriti e a pacificare gli animi.
Per meglio condurre poi la sua battaglia sociale, Scalabrini patrocinerà la
fondazione del settimanale Il Lavoro. Significativo fu il fatto che nel
1901, a ricordo del suo giubileo episcopale, tra le altre iniziative figurò
anche la fondazione in Piacenza del "Circolo Scalabrini di Studi
Sociali", con lo scopo di diffondere i principi cristiani fra le classi
lavoratrici, di tutelare i diritti degli operai e dei contadini nei confronti
della classe padronale e di favorire l'istituzione di associazioni di carattere
economico, previdenziale e professionale. Scalabrini, nel citato opuscolo,
riporta le parole di Ketteler, il vescovo-deputato che diede al Cattolicesimo
tedesco una forte impronta sociale: "In altri tempi i signori dotavano la
Chiesa di conventi e di pubbliche istituzioni di carità; oggi farebbero cosa a
Dio più gradita, mettendosi a capo di società operaie di produzione, di
cooperazione e di consumo, per migliorare le condizioni degli operai". E
Scalabrini, proprio per il suo impegno sociale e per la sua dedizione alla
causa dei lavoratori più abbandonati, gli emigrati, sarà definito dal
sociologo tedesco Romano Maerker "il Ketteler dell'Italia".
FONDATORE
IL GRANDE ESODO
L'emigrazione
di massa è uno dei principali contrassegni dell'epoca moderna; e per
l'Italia, fin dalla seconda metà del secolo XIX, è stato il più vasto e il più
grave dramma sociale della sua storia. Nell'arco di un secolo espatriarono
dall'Italia circa 25 milioni di persone. Il periodo più drammatico
dell'emigrazione italiana, sia per la consistenza numerica che per lo stato di
assoluto abbandono, fu quello che coincise con il trentennio di episcopato di
Giovanni Battista Scalabrini.
In
Italia, a provocare un esodo ditali proporzioni, fu soprattutto la
disoccupazione. Infatti l'agricoltura, che era la principale componente
dell'economia nazionale, non era più in grado di offrire i mezzi di
sostentamento a una popolazione che era in rapida crescita demografica e che
non trovava sfogo nell'ancora incipiente economia industriale. A nulla valsero
le proteste dei latifondisti, allarmati dalla partenza dei loro braccianti i
quali al salario di fame preferivano i rischi dell'emigrazione. O rubare o
emigrare era il loro drammatico dilemma.
I
rischi maggiori erano riservati a coloro che si recavano oltre oceano. Circuiti
e arruolati dai turpi "agenti d'emigrazione", privati degli ultimi
risparmi dagli albergatori di porto e dalle compagnie di navigazione, stipati
nelle malsane stive delle navi, affrontavano il calvario di un lungo e
massacrante viaggio. Una volta sbarcati, vedevano infranti
i loro sogni, finendo spesso in mano a profittatori,
quando, come in Brasile, non subentravano ai negri appena emancipati. Per
nulla protetti o difesi dalle autorità consolari, raramente riuscivano a far
giungere il loro grido disperato alla madrepatria.
L'Italia
risorgimentale, occupata a darsi quelle strutture di stato moderno che le
dessero prestigio nel consesso delle nazioni, subì e ignorò questo gravissimo
dramma sociale. Basti vedere la scandalosa latitanza della classe politica, di
destra e di sinistra che fosse, che per quarant'anni non seppe por mano ad una
legislazione giusta ed efficace; basti constatare il fatto sconcertante che i
grandi scrittori del tempo (escluso forse il Pascoli), nonostante il verismo
letterario e le mode socialistoidi, abbiano ignorato questo dramma. Questa
specie di congiura del silenzio, durata in Italia fino ai giorni nostri (in
quali testi scolastici se ne parla?), è forse legata al destino stesso degli
emigrati. Costoro sono troppo lontani dal paese d'origine perché questo li
ricordi; e troppo estranei al paese di adozione perché questo se ne occupi più
di tanto. A tale destino sembrano associati anche coloro che sposarono la
causa degli emigrati, come Scalabrini e i suoi missionari. Sintomatico è quanto
disse Cesare Cantù dei primi missionari Scalabriniani partenti: "Il
mondo avrà la leggerezza di non conoscerli, l'ingratitudine di
dimenticarli".
Intuizione
profetica che troverà conferma nella Costituzione "Exsul Familia"
di Pio XII (1952) là dove, parlandosi di sacerdoti, religiosi e laici che si
sono prodigati a favore degli emigrati, viene aggiunto: "I cui nomi, anche
se perlopiù non figurano nelle pagine della storia, sono però scritti in
cielo". (Lc 10,20).
Oggi
il fenomeno emigratorio coinvolge varie altre nazioni, raggiungendo cifre da
capogiro. In Italia si sono aggiunti il fenomeno dell'emigrazione interna,
specie dal sud al nord, e quello crescente e preoccupante dell'emigrazione dal
Terzo Mondo. Quindi nuovi fronti, nuove sfide per lo zelo dei Missionari
Scalabriniani.
Non
possiamo qui dilungarci nell'esporre il pensiero di Scalabrini circa il fenomeno
migratorio. Ci limitiamo a riferire alcune sue idee guida dalle quali possono
ricavare indicazioni e stimoli coloro che ancora oggi sono impegnati
nell'agitato fronte migratorio.
Scalabrini,
nei suoi scritti e nelle sue conferenze, s'inseri
nell'acceso dibattito circa la bontà o meno del fenomeno migratono.
Egli lo collegava a uno dei diritti fondamentali della persona umana,
quello di muoversi sulla superficie della
terra e di uscire dai confini di
uno Stato. Grazie poi al suo profondo senso sella storia, sapeva bene
come la civiltà umana si fosse andata
formando proprio attraverso le varie forme di mobilità. Poteva anche
accettare le opinioni di coloro che vedevano nell'emigrazione
una valvola di sicurezza per l'Italia, un
mezzo per incrementare i rapporti
commerciali e culturali e cose simili. Infine, come cristiano, non poteva non
essere "provvidenzialista" in quanto Dio, Creatore e Signore
dell'universo, attraverso il mescolarsi tumultuoso di popoli e di razze, va
operando l'unificazione del genere umano in Cristo.
Ma
tutte queste convinzioni, per le quali l'emigrazione dovrebbe essere giudicata
un bene, non lo distoglievano dal cogliere anche tutta la drammaticità del
fenomeno per le cause che lo provocavano e per il modo in cui avveniva. In ogni
caso la fede nella Provvidenza non generava in lui alcun fatalismo, ma era
motivo di maggiore impegno. Egli riassumeva la sua concezione dell'emigrazione
con questa lapidaria espressione: "Libertà di emigrare, ma non di fare
emigrare".
Con
questo pensiero egli fustigava soprattutto le pubbliche autorità, le quali
lasciavano campo libero ai famigerati agenti d'emigrazione, veri
"trafficanti di carne umana". Sotto altre vesti gli agenti
d'emigrazione esistono ancora oggi, essendoci ancora chi causa e chi sfrutta
i drammi degli emigrati, il dramma cioè di coloro che, per ragioni economiche o
politiche, vengono espulsi dalla propria terra e sospinti sulle strade del
mondo, finendo a volte sfruttati ed emarginati nelle terre altrui.
Ai
tempi di Scalabrini molti consideravano l'emigrazione come un fenomeno
passeggero, una specie di calamità naturale a cui si doveva far fronte con
provvisorie misure d'emergenza. Scalabrini invece intuì la vastità e la
stabilità del fenomeno, per cui reclamò dallo Stato una vera "politica
emigratoria" e dalla Chiesa una "pastorale specifica".
Intuizione e rivendicazione che possiamo fare nostre, visto che oggi, perdurando
i differenziali demografici ed economici tra il mondo industrializzato e quello
povero e sovrappopolato, il fenomeno emigratorio, lungi dall'essersi
attenuato, va ampliandosi e ingigantendosi sempre più.
Ma
Scalabrini constatò un' altra "durata" del fenomeno migratorio, donde
un ulteriore e appropriato impegno. Spesso il fenomeno viene considerato solo
nella prima fase d'emergenza e si ignora o si sottovaluta il lungo e lento
processo d'integrazione con tutti i relativi problemi. Spesso Scalabrini si
lamentava che si facesse un gran parlare di emigranti, mentre assai
poco ci si interessava degli emigrati.
Fedele
alla visione cristiana dell'uomo e della società, Scalabrini poneva al centro
del fenomeno migratorio la persona umana, opponendosi alla concezione riduttiva
di quelle ideologie che da sempre identificano il fenomeno emigratorio con il
solo suo aspetto economico. Quello degli emigrati è soprattutto un dramma
umano, messo in evidenza dai vari gravi problemi: quello familiare che va dai
ricongiungimenti all'educazione scolastica dei figli; quello culturale con
l'esigenza di integrarsi nella nuova società, salvaguardando la propria identità
culturale; quello della partecipazione alla vita politica e sindacale del paese
di adozione e l'attività associativa in genere; quello proprio di una diaspora
che aspira ad un'aggregazione comunitaria; e tutti gli altri problemi che
interessano il mondo del lavoro e del tempo libero, oltre che la possibilità di
far rientro in patria.
Ma
assolutamente preminente vi è il problema religioso, che riguarda la
possibilità di continuare a vivere la propria fede; problema che più di ogni
altro allarmò e spronò il Vescovo Scalabrini. Poiché la fede non può che
essere "inculturata", essa viene messa a repentaglio quando il fedele
viene sottratto alla sua cultura, fatta di valori, di tradizioni e di lingua.
Ecco perché Scalabrini diede somma importanza alla conservazione della propria
lingua e cultura. Il dissolversi della comunità cristiana, la rarefazione
della pratica religiosa e soprattutto la rottura del rapporto vitale con la
Parola di Dio, portano ad una specie di apostasia pratica. Ragione per cui
oggi i sociologi annoverano l'emigrazione tra i fattori dell'odierno fenomeno
della secolarizzazione. Scalabrini additò dunque alla Chiesa un nuovo fronte
missionario. Cosa serve, si chiedeva, andare per il mondo alla conquista degli infedeli,
se poi nelle nostre
nazioni si lasciano perdere i fedeli? E faceva questo calcolo: negli
Stati Uniti d'America vi erano allora 10 milioni di cattolici, mentre gli
emigrati cattolici che vi erano affluiti erano calcolati circa 48 milioni.
Quindi 1' assistenza solerte e adeguata degli emigrati era per Scalabrini
un'autentica attività missionaria. Ed egli, impegnandosi in questo, preparando
e inviando uno stuolo di missionari, vide realizzarsi, come abbiamo già
osservato, le parole profetiche che da giovane prete aveva udito dal proprio
Vescovo: "Le tue Indie sono l'Italia".
La rilevanza del fenomeno emigratorio nell'odierna
attività missionaria ci è stata ricordata di recente dall'Enciclica Redemptoris
Missio di Giovanni Paolo Il, propulsore di quella "Nuova
Evangelizzazione" di cui Scalabrini fu certamente antesignano.
L'APOSTOLO DEGLI EMIGRATI
Ogni epoca produce i suoi "poveri" che
vanno ad aggiungersi alle categorie classiche di diseredati quali gli orfani,
gli ammalati, gli anziani, gli handicappati, ecc. Lo sconvolgimento politico e
sociale del secolo XIX introdusse la categoria degli emigrati. Sappiamo
che Dio, per ogni categoria di tribolati, suscita un apostolo con il doppio
compito di additare il loro dramma e di recare loro soccorso. A prendersi cura
degli emigrati il Signore suscitò il Vescovo Giovanni Battista Scalabrini, il
quale sollecitò e incalzò la società civile e nello stesso tempo diede il via
nella Chiesa ad un movimento di assistenza specializzata e organica a favore di
tutti coloro che, per qualsiasi ragione, erano costretti ad abbandonare il paese
d'origine.
Nella Chiesa l'opera di assistenza a favore degli emigrati
prese il via sotto il pontificato di Pio IX. Fra i pionieri figurano tre santi:
S. Vincenzo Pallotti, S. Giovanni Bosco e il Vescovo di Filadelfia S. Giovanni
Nepomuceno Neuman. Oltre ai Pallottini (Inghilterra, Stati Uniti e Brasile) e
ai Salesiani (Argentina e Brasile) religiosi di altri ordini e sacerdoti
secolari prestavano qua e là un' assistenza occasionale e frammentaria,
originata a volte più dagli interessi personali che dallo zelo.
Un'assistenza organica e specializzata iniziò solo
sotto il pontificato di Leone XIII per opera principalmente di Scalabrini. Questi,
per far fronte alle emergenze, si valse inizialmente di sacerdoti e
religiosi di ogni provenienza, che accettavano di legarsi con un temporaneo giuramento
di fedeltà. Ben presto però comprese
che, per un'opera efficace e stabile, era necessario un corpo specializzato di
missionari, legato definitivamente dalla consacrazione religiosa. Fu così
che egli stesso fondò le due Congregazioni di Missionari e Missionarie di S.
Carlo (Scalabriniani/e); e propose il suo ideale ad altre nuove Congregazioni di
suore come le Missionarie del S. Cuore di S. Francesca Cabrini (cui egli stesso
consegnò il Crocifisso di Missionaria il 19 marzo 1889) e le Apostole del S.
Cuore di Madre Clelia Merloni.
Sull'esempio di Scalabrini altri Vescovi, specie del
Nord Italia, diedero vita a organizzazioni di assistenza che ebbero però vita
più o meno breve. Ricordiamo in particolare il Beato Card. A. C. Ferrari il
quale, per circa quindici anni (1893-1908), promosse nella diocesi di Milano
un'intensa opera assistenziale a favore degli emigrati che dalle zone alpine
si recavano nei vari paesi europei; e ricordiamo soprattutto il Vescovo di
Cremona Mons. Geremia Bonomelli il quale nel 1900 diede vita a una grande
organizzazione di sacerdoti e di laici che prenderà il nome di "Opera
Bonomelli" e s'interesserà dell'emigrazione italiana in Europa. Quest'opera,
per problemi istituzionali interni (principalmente quello del rapporto fra clero
e laicato) e più tardi per le pressioni politiche, ebbe un'esistenza alquanto
travagliata al punto che, nel 1927, la S. Sede ne decise lo scioglimento.
Ma ritorniamo a colui che giustamente fu definito
"L'Apostolo degli Emigrati", Giovanni Battista Scalabrini. Egli
comprese questa sua missione in un giorno imprecisato alla Stazione Centrale di
Milano. Lo racconta egli stesso nell'opuscolo L'Emigrazione Italiana in
America (1887).
Un giorno, di passaggio alla Stazione Centrale di
Milano, fu colpito dalla scena di centinaia di emigranti che affollavano sale e
banchine in attesa del treno per Genova. Scorgendo nei loro volti i segni delle
privazioni e la tristezza del distacco, e facendo in cuor suo la rassegna
delle tribolazioni a cui essi sarebbero andati incontro in terra straniera, provò
un tale sentimento di compassione e d'indignazione da esclamare: "La
vampa del rossore mi sale in volto, mi sento umiliato nella mia qualità di
sacerdote e di italiano". Si presume che allora egli fosse ancora semplice
sacerdote. Se infatti fosse stato già vescovo, l'avrebbe certamente detto,
vista la forte coscienza che egli aveva della propria dignità e responsabilità
episcopale. Si può supporre allora che la visita alla stazione di Milano sia
avvenuta fra gli anni 1870-1876, quando egli era Priore della Parrocchia di S.
Bartolomeo in Como. Anzi si potrebbe fare questa congettura. Proprio nel 1875 fu
inaugurato l'ultimo tratto della linea ferroviaria Milano-Como (da Camerlata a
Como), linea che passava proprio attraverso il territorio della Parrocchia di S.
Bartolomeo. La prima parte di questa linea (Milano-Monza), la prima in
Lombardia, era stata inaugurata nel lontano 17 agosto 1840. In una delle carrozze
trainate dalla locomotiva a vapore "Lombardia", avevano trovato
posto l'Arciduca Ranieri, il Governatore Generale e anche l'Arcivescovo, tutti
grandemente festeggiati lungo tutto il percorso. Non appena fu inaugurato l'ultimo
tratto fino a Como, nel 1875, il giovane parroco di 5. Bartolomeo, sollecitato
dalla festa popolare e incline egli stesso a valorizzare ogni forma di
progresso, potrebbe aver deciso di inaugurare egli stesso quel treno e di fare
una capatina a Milano.
Ad ogni modo una cosa è certa: che dalla Stazione
Centrale di Milano prese il via l'epopea scalabriniana. Fu uno dei tipici
appuntamenti della Divina Provvidenza. Come S. Francesco d'Assisi, nella
diroccata chiesetta di S. Damiano, si sentì dire: "Va' e restaura la mia
casa in rovina";
come S. Ignazio di Loyola, dopo essere stato ferito nella battaglia di Pamplona,
decise di farsi soldato di Cristo; così Scalabrini comprese quella che doveva
essere la sua missione nella società e nella Chiesa proprio lungo i binari di
una stazione gremita di emigranti.
In
quel tempo, a Milano, l'imponente Stazione Centrale era una delle attrazioni
cittadine. Tanti vi si recavano ad ammirarla e a salutare la partenza e l'arrivo
delle sbuffanti locomotive. Ma nello stesso tempo tutti i grandi scrittori
dell'epoca (escluso più tardi solo il Pascoli), nonostante il verismo
letterario e la moda socialista, ignorarono scandalosamente il dramma italiano
dell'emigrazione. A parte il Carducci che, nel suo trionfo "Inno a
Satana", vide nel treno "Il bello e orribile mostro", simbolo del
Progresso, destinato a sconfiggere "Il Geova dei sacerdoti", Giovanni
Verga, massimo esponente del nostro verismo, proprio mentre alloggiava al Gallia
Excelsior di fronte alla Stazione Centrale, scriveva nel 1881 il romanzo
antiemigratorio "I Malavoglia". Mentre dunque il celebre romanziere
siciliano demonizzava l'emigrazione e alla stazione andava forse come gli altri
borghesi ad ammirare i vasti capannoni e i treni che sferragliavano sui binari,
un prete generoso invece, lungo quei binari fiancheggiati da centinaia di emigranti,
provava quella vergogna e quella compassione che lo resero indomito e geniale
Apostolo degli Emigrati, vergogna e compassione che lasciò in eredità ai numerosi missionari e
missionarie che ancora oggi continuano la sua opera nel mondo.
Da quel giorno con la tempestività e la concretezza
di chi non si accontenta di inconcludenti geremiadi, decise di passare
all'azione. Percorse l'Italia in lungo e in largo, tenne conferenze in molte
città, avvicinò persone ragguardevoli, tutto allo scopo di mobilitare
l'opinione pubblica e così indurre Stato e Chiesa a prendere coscienza del
dramma migratorio e a farvi fronte con solerzia ed efficacia. Con genuino
spirito conciliatore sollecitò a un comune impegno cattolici e laici in nome di
"quella carità, vera tregua di Dio, che non conosce partito",
sanando così, almeno sul fronte migratorio, il dissidio tra cittadino e
cristiano. Egli stesso studiò il fenomeno migratorio nelle sue cause e nelle
sue prospettive, denunciò ingiustizie e propose leggi adeguate. La "Legge
Visconti-Venosta" del 1901, che accoglierà finalmente le valutazioni e le
proposte di Scalabrini, sarà chiamata dai Missionari Scalabriniani "La
nostra legge".
Ma la sua opera principale sarà quella di aver dato
vita a istituzioni di sacerdoti e di suore che ancora oggi, come vedremo,
continuano nel mondo la sua opera.
Per quanto riguarda invece il laicato, mentre
l'azione del Governo si riduceva a generiche e inefficaci circolari e quella
dell'Opera dei Congressi a semplici e appassionati appelli, Scalabrini passò
decisamente e autonomamente all'azione. Allo scopo di fiancheggiare l'azione dei
Missionari, nel 1889 fondò una società di patronato che cinque anni più
tardi prenderà il nome definitivo di "Società San Raffaele". Questa
s'ispirò all'Unione San Raffaele fondata in Germania nel 1871 dal deputato
Peter Paul Cahensly.
Per la sua opera Scalabrini si valse di eminenti
personalità tra i quali G. B. Volpe-Landi che curò i rapporti con l'Opera
dei Congressi e Giuseppe Toniolo che fu incaricato a redigere lo statuto.
Fra gli anni 1890-1891 sorsero vari comitati della
San Raffaele nelle città dove Scalabrini tenne le sue dotte e stimolanti
conferenze e soprattutto nelle città di porto in Italia e all'estero. I più
attivi furono quelli di Genova e di New York.
Oltre all'assistenza religiosa durante la
navigazione, la Società San Raffaele, in forma più autonoma, promosse
l'assistenza medica e farmaceutica durante il viaggio; l'apertura di scuole
per il mantenimento della cultura italiana; l'assistenza legale e sociale in
materia di obbligazioni contrattuali; una rete di informazioni sui migliori
posti di lavoro; e in generale un aiuto a superare le difficoltà del primo
insediamento. L'opera inoltre concorse alla formazione della legge migratoria
Visconti-Venosta del 1901.
Siccome nel frattempo altre Società San Raffaele
andavano sorgendo in varie altre nazioni europee, si pensò a una specie di
"Lega Internazionale Europea", ma con scarso risultato. Tutto infatti
si ridusse al primo e unico congresso, tenutosi a Lucerna il 9 dicembre 1890,
dal quale però usci il famoso "Memorandum di Lucerna" che accolse
tutte quelle idee di Scalabrini che saranno pienamente recepite nel 1952 dalla
Costituzione Apostolica Exsul familia di Pio XII.
Ma Scalabrini non si accontentò di inviare nel mondo
missionari e missionarie; alla fine si fece missionario egli stesso, andando a
visitare le collettività italiane delle Americhe. Il primo viaggio fu quello
negli Stati Uniti. Il 18 luglio 1901, dopo aver ricevuto l'incoraggiamento e la
benedizione di Leone XIII, s'imbarcò a Genova, fece scalo a Napoli, quindi
affrontò i quindici giorni di navigazione insieme a 1.200 emigranti. Con
l'ardore di un giovane cappellano celebrò quotidianamente la S. Messa,
amministrò Prime Comunioni e Cresime, tenne corsi di catechismo e assistette
gli ammalati. Di tutto questo rese conto in un edificante diario di bordo.
Il 3 agosto sbarcò a New York, sostò nell'isola di
Ellis Island dove assistette all' arrivo di 650 emigrati italiani. Da New York
prese il via il suo pellegrinare da una città all'altra. Ne raggiunse una
cinquantina, percorrendo circa 15.000 chilometri, dormendo a volte in treno per
guadagnare tempo, accolto dalle comunità italiane commosse e plaudenti. Tenne
riunioni, predicò ritiri, esercitò ogni forma di ministero (con ben 340
discorsi) e giunse fino alla Casa Bianca di Teodoro Roosevelt, facendosi
paladino degli emigrati italiani che erano allora i più disprezzati e
abbandonati. Ebbe grande risonanza il suo discorso, pronunciato al Catholic
Club di New York, nel quale espose, con tono appassionato e profetico, la sua
visione storica e teologica dell'emigrazione. Il 12 novembre ripartì da New
York e sbarcò a Napoli il giorno 26. Prima ancora di far ritorno a Piacenza, si
recò dal Papa cui riferì le esperienze del viaggio oltre che le condizioni e
le prospettive dell'emigrazione italiana negli Stati Uniti.
Nel 1904 fu la volta del Brasile. S'imbarcò a Napoli
il 17 giugno. Due giorni prima era andato a salutare il Papa Pio X con il quale
s'accordò di incontrarsi "nella preghiera" ogni mattino alle ore 7
durante tutto il viaggio. In Brasile dove sbarcò il 7 luglio, più che le
intense attività di ministero (tra l'altro amministrò circa 25.000 Cresime),
furono i lunghi e massacranti viaggi, specie le lunghe cavalcate attraverso
l'impervio Rio Grande do Sul, a minare gravemente la sua salute. Infatti,
rientrato in Italia il S dicembre, avrà solo pochi mesi di vita. Quasi per ricuperare
il tempo "perduto", riprese la sua febbrile attività; concluse la
quinta Visita Pastorale e indisse la sesta; avviò i lavori di preparazione del
secondo Congresso Catechistico Nazionale; e consegnò al Papa il memorandum
con il quale sollecitava la Chiesa a prendersi cura degli emigrati di ogni
nazionalità.
Nel maggio 1905, dopo il faticoso viaggio in Brasile,
l'aggravarsi della malattia dell'idrocele, richiese un intervento chirurgico.
A questa malattia se ne aggiunse un'altra, quella che egli chiamava la
"malattia dei vescovi", ossia la stanchezza. Infatti, pochi giorni
prima, aveva confidato a uno dei suoi intimi: "Sono stanco fino a
morirne". Morirà il 1° giugno 1905, festa dell'Ascensione del Signore,
verso le 6 del mattino. In quell'ora le campane di Piacenza annunziarono ai
fedeli non solo l'ascesa al cielo di Gesù, ma anche il ritorno al Padre del
loro amatissimo Pastore. Quel giorno, in tutte le chiese, si sarebbe letto, dal
Vangelo di Matteo, il mandato missionario che Gesù diede agli Apostoli:
"Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura".
Scalabrini era andato per il mondo, aveva predicato il Vangelo a folle immense (fin'
anco agli Indios della foresta amazzonica), meritando così 1' aureola di
missionario. Non solo. Ma uno dei suoi missionari, avuta la notizia della morte
del Fondatore, ebbe a esclamare: "E' morto non solo il Padre, ma anche il
Martire degli emigrati".
La prematura scomparsa di Scalabrini fece sì che
tante sue idee passassero in eredità alla Chiesa, che le realizzerà negli anni
successivi. Vediamone alcune.
Il 12 agosto 1912S. Pio X attuò uno dei progetti che
stavano più a cuore a Scalabrini: l'istituzione di un organismo centrale presso
la S. Sede che si occupasse degli emigrati di ogni nazionalità. Oggi questo
organismo si chiama "Pontificio Consiglio della Pastorale per i migranti e
gli itineranti". Invece la proposta di una commissione internazionale
di esperti sarà accolta dalla Costituzione Apostolica Exsul familia
(1952). Oggi questa si chiama "Consiglio Superiore per le
Migrazioni".
Per quello che riguarda l'emigrazione italiana, Scalabrini
aveva caldeggiato l'istituzione di Centri Diocesani per l'Emigrazione, collegati
a un Ufficio Centrale a Roma. Oggi gli Uffici Diocesani fanno capo a una
commissione della C.E.I. denominata "Commissione Ecclesiale per le
Migrazioni (CEMI) la quale si vale come organo operativo della "Fondazione
Migrantes".
Per promuovere e meglio organizzare l'attività dei
sacerdoti diocesani a favore degli emigrati, S. Pio X istitui nel 1914 il
Pontificio Collegio dei Sacerdoti per l'Emigrazione Italiana, la cui direzione
voleva affidare ai Missionari Scalabriniani, i quali però furono in grado di
accettare solo nel 1949. Oggi il reclutamento e la preparazione di detti
sacerdoti è affidata alla CEMI.
Per quanto riguarda il settore dei Cappellani di
Bordo, ai cosiddetti "missionari interni" Scalabrini aveva aggiunto
quelli "esterni , cioè i sacerdoti che si fossero prestati, anche una solo
volta, ad accompagnare gli emigranti durante la navigazione. Fra questi vi fu P.
Giuseppe Marchetti, che ricorderemo più avanti, e più tardi ci sarà Mons.
Giangiacomo Coccolo il quale, dopo appena un mese dalla morte di Scalabrini,
fonderà la Società dei Missionari di 5S Antonio da Padova, la quale, formata
appunto da cappellani di bordo, sarà per qualche tempo alle dipendenze del
Superiore Generale degli Scalabriniani.
Un' idea di Scalabrini fu anche quella della "Prelatura
per l'Emigrazione Italiana" che venne istituita nel 1920 da Benedetto XV ma
che ebbe vita breve.
Infine viene attribuita a Scalabrini anche la
paternità della "Giornata Nazionale dell' Emigrante", istituita nel
dicembre del 1914 e resa universale nel 1952 dalla Costituzione Apostolica Exsulfamilia.
Questa Costituzione rappresenta la Magna Carta dell'azione pastorale a
favore dei migranti; sarà aggiornata secondo le istanze conciliari dalla
Istruzione Pontificia De pastorali migratorum cura di Paolo
VI (1969); e finalmente recepita dal nuovo Codice di Diritto Canonico (1983).
Attualmente, a 25 anni dalla promulgazione della
Istruzione Pontificia di Paolo VI, si pensa a un suo aggiornamento in base
alle mutate situazioni del fronte migratorio e alle istanze pastorali della
nuova evangelizzazione a cui anche le comunità straniere sono chiamate.
MISSIONARI SCALABRINIANI
Oggi sul fronte migratorio operano tre famiglie religiose
scalabriniane: la Congregazione dei Missionari di S. Carlo (Scalabriniani),
fondata a Piacenza nel 1887; la Congregazione delle Missionarie di S. Carlo,
fondata a Piacenza nel 1895; e l'Istituto delle Missionarie Secolari Scalabriniane,
sorto a Solothurn in Svizzera nel 1961.
Le istituzioni fondate da Scalabrini, proprio perché
basate sulla totale e definitiva consacrazione religiosa, sono giunte fino a
noi, pur attraveso travaglite vicede;
mentre
tutte le altre, per quanto attive e generose, ebbero una vita assai breve per il
fatto che, oltre ad essere legate all'emergenza, erano basate su un volontariato
generico, privo di elementi di stabilità.
Prima di trattare ampiamente della prima famiglia
religiosa scalabriniana, sarà bene presentare brevemente le altre due.
Missionarie di S. Carlo. Questa
Congregazione fu fondata a Piacenza il 25 ottobre 1895 da Mons. G. B. Scalabrini, secondo il quale la propria opera,
senza le Suore, sarebbe stata incompleta. Con lui collaborarono lo scalabriniano
P. Giuseppe Marchetti e la sorella di questo, Madre Assunta Marchetti, che fu la
prima superiora generale. Nel 1934 la Congregazione venne ufficialmente riconosciuta
come Istituto Religioso di diritto pontificio. Nel 1936 fece ritorno in ltalia,
in quella Piacenza da cui aveva preso il via la sua avventura missionaria. Oggi
le Suore Missionarie Scalabriniane sono 814, distribuite in 159 comunità,
sparse in 20 nazioni.
Qui ci piace ricordare il modo straordinario, in cui
nacque questa istituzione. Un giorno P. Giuseppe Marchetti, da poco ordinato
sacerdote, si recò a Lucca ad ascoltare una conferenza di Scalabrini sui
problemi dell'emigrazione italiana. In seguito Padre Giuseppe fu nominato
economo spirituale del paesetto di Compignano; nel 1894 accompagno a Genova un
buon numero della popolazione di questa piccola parrocchia di montagna, in
partenza per il Brasile; allora si ricordò certamente la conferenza sull'
emigrazione ascoltata due anni prima. Restò così vivamente impressionato che
decise di dedicarsi alla causa degli emigrati. Lo comunicò a Scalabrini e si
offrì come missionario "esterno" per assistere gli emigrati nei
lunghi viaggi di mare.
Durante il secondo viaggio nel dicembre del 1894 successe
un episodio che lo portò a scoprire la sua vocazione a prodigarsi tra gli
orfani. Sono gli appuntamenti della Provvidenza! Era morta una giovane donna,
lasciando nella disperazione il marito che si voleva buttare a mare insieme con
il figlioletto. P. Giuseppe riuscì a calmarlo, decidendo di prendersi cura egli
stesso dell'orfanello. Giunto a Rio de Janeiro, si presentò al Console Generale
portando in collo il bambino. Il funzionario ebbe soltanto parole
d'incoraggiamento. Allora iniziò a bussare di porta in porta, finché riuscì a
collocare il bambino presso il portinaio di una casa religiosa. Ebbe allora
una folgorazione: si
fermerà in Brasile e costruirà un orfanatrofio. Un padre gesuita gli indicò
un ricco signore, il dottor Azevedo, che avrebbe potuto dargli una mano. Costui
sconsigliò il terreno malsano adocchiato da P. Giuseppe e lo condusse a
vederne un altro sulla collina di Ipiranga, nella periferia di S. Paolo. Dopo
l'ispezione quel signore gli disse: "Le piace questo terreno? E' suo,
glielo regalo". Non poteva essere che un segno della Provvidenza.
P. Giuseppe si mise subito all'opera con determinazione.
Alla fine di gennaio, quindi a due settimane appena dal suo arrivo in Brasile,
scrisse a Scalabrini dicendo fra l'altro: "Le mura crescono, in due mesi
sarà compiuto il guscio".
Ma per la conduzione di un orfanatrofio c'era bisogno
di suore. Dove trovarle? Fondare una nuova Congregazione oppure istituire il
ramo femminile della Congregazione Scalabriniana? Ne parlerà con Scalabrini.
Intanto decise di cominciare. Da buon vocazionista qual era, convinse a
dedicarsi all'assistenza degli orfani e degli ammalati emigrati, la sorella
Assunta, che già coltivava la vocazione religiosa, due buone ragazze di
Compignano e perfino sua madre.
In ottobre ritornò in Italia a prelevarle e prima di
imbarcarsi, il 25 ottobre 1895, si recò da Scalabrini. Nel 1900, in
riferimento alle Suore, Mons. Scalabrini scrisse: "Anni or sono un cumulo
di circostanze provvidenziali mi fecero conoscere essere questo il volere di
Dio". L'iniziativa di Padre Marchetti costituì senz'altro la più
determinante di queste "circostanze provvidenziali" ed egli non se la
lasciò sfuggire.
Così il 25 Ottobre 1895, nella cappella
dell'episcopio di Piacenza, il Vescovo Scalabrini accolse il piccolo gruppo.
Padre Marchetti emise i voti perpetui, divenendo scalabriniano a tutti gli
effetti. Le quattro prime missionarie emisero i voti temporanei privati e
ricevettero da Scalabrini, che non tratteneva le lacrime, l'invio e il
Crocifisso di Missionarie. Questa è considerata la data di fondazione di
quella che un giorno diventerà un' autonoma Congregazione vera e propria,
quella delle Suore Missionarie di S. Carlo, Scalabriniane.
P. Giuseppe morirà il 14 dicembre 1896, vittima di
un contagio di febbre gialla e di tifo subito nell'assistere alcuni emigrati
italiani. Mori dunque a soli 27 anni, dopo aver fondato in due anni l'Orfanatrofio
Cristoforo Colombo di 5. Paolo, quattro scuole di arti e mestieri, un panificio
e una tipografia.
Quale fu il segreto di tanto dinamismo? Pensiamo
quello di aver aggiunto ai tre voti religiosi di povertà, castità e obbedienza
questi altri due: il voto di "carità" (Diceva: "In tutto
anteporro il prossimo a me stesso") e quello singolare di "non perdere
un solo quarto d'ora al giorno". Scalabrini non poteva avere discepolo
migliore. Altrettanto fedele allo spirito del Fondatore sarà Madre Assunta
Marchetti di cui è stata introdotta la causa di beatificazione.
Missionarie
Secolari Scalabriniane. La storia delle Missionarie Secolari Scalabriniane è iniziata a
Solothurn in Svizzera nel 1961, in ambiente migratorio, e si è sviluppata con
la collaborazione dei Missionari Scalabriniani. Il primo nucleo venne
riconosciuto come Pia Unione dal Vescovo di Basilea il 14 maggio 1967.
L'erezione a Istituto Secolare di diritto diocesano è avvenuta il 15 aprile
1990, dopo l'approvazione delle Costituzioni da parte della Congregazione
Romana per gli Istituti di Vita Consacrata e per Società di Vita Apostolica il
25 marzo 1990. Questo Istituto Missionario è sorto con una decisa scelta di
consacrazione totale a Dio nel mondo dei migranti, si è proposto subito non
solo di dare assistenza, pure urgente e molteplice, ma soprattutto di convertire
la drammatica vicenda emigratoria in una particolare esperienza di vita
cristiana. Ecco perché questo Istituto fu subito caratterizzato da una
profonda spiritualità, ispirata al Vescovo G. B. Scalabrini; da una particolare
attenzione ai giovani che sono più disponibili a trasformarsi e a trasformare
il mondo; e inoltre da uno spiccato senso della cattolicità, atto a far
superare le barriere etniche. Infatti appartengono a varie nazionalità non solo
i destinatari della loro azione missionaria, ma anche esse stesse che sono di
diverse nazionalità (italiana, svizzera, francese, tedesca, brasiliana e
australiana) e operano già in diverse nazioni (Svizzera, Italia, Germania e
Brasile).
Missionari di S. Carlo. E'
la prima
Congregazione Missionaria fondata da Mons. Scalabrini. Vediamone la nascita,
lo sviluppo e le prospettive attuali.
Era l'anno 1887, l'anno in cui falli la breve
primavera conciliatoristica per il fatto che, dalla prospettata conciliazione,
Leone XIII si aspettava dallo Stato Italiano almeno la restituzione di Roma,
mentre Crispi si aspettava dalla Chiesa la rinuncia ad ogni rivendicazione
territoriale. Tutto fu inutile. Il Vescovo Scalabrini, non vedendo risolto il
"funesto dissidio" (Leone XIII) in patria, perseguirà la
riconciliazione fra gli italiani all'estero, abbinando in forma stupenda e
concreta gli ideali di religione e di patria.
In
giugno pubblicò il suo primo scritto sull'emigrazione: L'emigrazione
italiana in America. Questa pubblicazione ebbe una grande risonanza e
servi, in un certo senso, ad aprire la strada alla sua opera principale, la Congregazione
Missionaria, fondata il 28 novembre 1887. Questa fece parte di quella
straordinaria fioritura di Congregazioni Religiose che contrassegnò la Chiesa
del secolo XIX. Questa Chiesa, pure aggredita dalle nuove dissacranti ideologie
e dalle pretese egemoniche dei giovani stati moderni, seppe attuare una vasta
"offensiva sociale" che compensava le presunte assenze o ritardi dei
cristiani nelle grandi questioni sociali dell'epoca. Fu così che innumerevoli
schiere di uomini e di donne, trascinate da straordinarie figure di apostoli,
si posero al servizio di ogni categoria di diseredati e allargarono
enormemente il fronte missionario della Chiesa. In questa offensiva sociale
della Chiesa fu protagonista incomparabile Giovanni Battista Scalabrini. Egli,
dedicandosi alla causa degli emigrati, fece una delle scelte più ardimentose
sia per le particolari difficoltà di questo impegno missionario e sia per le
implicazioni di carattere politico e sociale che esso comportava. Ci volle
tutta la soprannaturale caparbietà dello zelante e lungimirante Vescovo
Scalabrini per porre mano ad una simile opera, di fronte a una società
assolutamente impreparata e dopo i fallimentari tentativi altrui.
Come ogni opera di Dio, la Congregazione Scalabriniana
ebbe origini umilissime. Fu il piccolissimo seme che crebbe secondo la legge del
Regno di Dio (Mt 13, 32). L'inizio avvenne in un grigio lunedì di novembre,
verso mezzogiorno, nella chiesa piacentina di S. Antonino, deserta e a porte
chiuse. Qui Scalabrini ricevette il giuramento dei primi due missionari: il
piacentino P. Giuseppe Molinari e il vicentino P. Domenico Mantese. Solo il
giorno prima, la domenica 27 novembre, Scalabrini aveva fatto chiamare il
parroco di S. Antonino, Mons. Domenico Costa, e gli aveva comunicato il suo
progetto per il giorno seguente. E il buon parroco gli mise a disposizione non
solo la chiesa, ma anche la casa canonica, che divenne la prima sede della
Congregazione Scalabriniana, e fin'anche se stesso che divenne il superiore
della prima comunità. Quale sproporzione fra questo evento, sottratto perfino
alla curiosità dell'opinione pubblica, e l'immane dramma emigratorio che
agitava la società italiana!
L'anno dopo, in occasione della partenza dei primi
missionari, i nobili della città si contenderanno l'onore di portarli alla
stazione sulle proprie carrozze. Ma l'anno prima, nel momento in cui prendeva il
via un'opera che doveva essere tutta di Dio, Scalabrini scelse la solitudine e
il silenzio, l'umiltà e la fede, e lasciò ogni calcolo umano al di là del
portone sprangato.
Cinque anni dopo, il 15 marzo 1892, in una lettera
inviata ai suoi Missionari, Scalabrini proclamerà loro patrono S. Carlo
Borromeo, per cui essi si sarebbero chiamati "Missionari di S.
Carlo". Non fu una semplice scelta devozionale, ma una indicazione precisa
di strategia missionaria. Così infatti egli descriveva S. Carlo: "Egli
era uno di quegli uomini d'azione che non esitano, non si dividono, non
indietreggiano mai; che in ogni loro atto riversano tutta la forza della
propria convinzione, tutta l'energia della
propria volontà, tutta l'interezza
del loro carattere, tutto quanto se stessi".
Con queste parole Scalabrini presentava come
modello non solo il grande Arcivescovo di Milano, ma anche se stesso. E a
dimostrare che le parole di quella lettera non erano generiche espressioni
di circostanza, due anni dopo Scalabrini proporrà ai suoi missionari la
scelta radicale della consacrazione religiosa
attraverso l'introduzione
dei voti perpetui. Infatti, dopo i primi sette anni della fondazione della
Congregazione, Scalabrini comprese, dietro anche le segnalazioni dei
missionari più zelanti, che l'efficacia e la stabilità dell'azione missionaria
potevano essere assicurate soltanto da un impegno totale e definitivo. Fu così
che l'8 dicembre 1894, nella chiesa di S. Carlo appena restaurata, 17
Scalabriniani (5 sacerdoti, 11 seminaristi e un fratello laico) emisero per la
prima volta i voti religiosi perpetui nelle mani del Fondatore, vivamente
commosso.
Commentando questo storico evento, Scalabrini in quei
giorni scrisse:
"E' la prima volta che provo una profonda consolazione e un'intera fiducia
nell'avvenire". La prima volta, quindi non la provò nemmeno il
giorno della fondazione; un 'intera fiducia nell 'avvenire, fiducia che
rischiò di andare delusa. Infatti la S. Sede aveva sempre manifestato delle
riserve circa il progetto di Scalabrini di introdurre i voti perpetui,
progetto giudicato inopportuno per due ragioni: prima di tutto perché il
fenomeno emigratorio era considerato temporaneo; e poi perché i Missionari non
sarebbero stati in grado di praticare quella vita comune che è
essenziale allo stato religioso. Fu così che l'introduzione dei voti perpetui,
attuata da Scalabrini ad experimentum nel 1894, otterrà non più che
un'approvazione verbale soltanto quando Scalabrini, rientrato dagli Stati
Uniti (novembre 1901), esporrà con più forza le ragioni del suo progetto.
Egli, uomo pratico, preoccupato più del bene delle
anime che delle implicazioni di carattere giuridico, aveva costatato di persona
come il successo dell'azione pastorale a favore degli emigrati dipendeva in
buona parte da questi due fattori: dallo spirito di povertà e dall'unità dei
Missionari. Ma ogni sforzo di Scalabrini parve vanificato nel 1908, quando,
dopo appena tre anni dalla sua scomparsa, la S. Sede richiese un nuovo
Regolamento nel quale i voti religiosi furono sostituiti da un semplice
giuramento di perseveranza; fatto questo che metterà a repentaglio l'esistenza
stessa della Congregazione. Ma questa, grazie a Dio e al fervore di un gruppo di
Missionari, sopravvisse fino al 1934, quando il ripristino dei voti religiosi
diede alla Congregazione nuova linfa e segnò l'inizio di un grande rilancio.
Veniva così confermata quella "intera fiducia nell'avvenire" che il
santo e lungimirante Fondatore aveva manifestato quarant' anni prima.
Nell'aprile 1997, a 110 anni dalla Fondazione della
Congregazione, i Missionari Scalabriniani erano 723 di 17 nazionalità,
distribuiti in circa 260 sedi, sparse in nazioni di 5 continenti; mentre i 33
seminari, fra piccoli e grandi, contavano 368 studenti.
Ma oltre che per questa espansione geografica, oggi
si rimane ammirati anche per la quantità e la varietà delle opere: chiese,
scuole, asili, orfanatrofi, ospedali, ospizi per anziani (autentici villaggi),
ostelli per la gioventù, case del marinaio, circoli culturali e ricreativi,
associazioni varie, giornali, riviste, programmi radiotelevisivi, centri studi. Come
si vede, oltre all'impegno strettamente pastorale, vi è anche un rilevante
impegno sociale. Si tratta di quella assistenza "globale" che rientra
nella autentica testimonianza di carità.
All'espansione geografica e pastorale si accompagno
un rilancio ideale fin dal 1934, quando, come vedemmo, furono ripristinati i
voti religiosi. In questi ultimi anni gli Scalabriniani stanno operando un
secondo rilancio ideale, attraverso la riscoperta del proprio carisma
missionario, sollecitata
dal Concilio Vaticano Il, e soprattutto dopo l'internazionalizzazione della
Congregazione. Questo cambiamento, approvato ufficialmente nel 1981 con la
promulgazione delle nuove Costituzioni (oggi chiamate Regole di Vita), comporta
il superamento del fattore etnico, per cui diventano destinatari dell'azione
missionaria tutti coloro che, prescindendo dalla propria nazionalità o razza,
"vivono più acutamente il dramma della migrazione" (Regole di Vita
n.5), fermo restando il metodo della omogeneità culturale, originaria o
acquisita.
Per far fronte alle nuove esigenze missionarie, è in
atto un intensa attività vocazionale in tutti i continenti. A questa è
collegato tra l'altro il lancio di un Movimento Laicale Scalabriniano per il
quale si stanno studiando obiettivi, metodi e strutturazione. Oggi i Missionari
Scalabriniani, affiancandosi alle schiere di sradicati ed emarginati e operando
essi stessi, con difficoltà e sofferenza, la propria integrazione nella
società e nella Chiesa locale, non si sentono stranieri, se è vero quanto ebbe
a dire loro il compianto Paolo VI: "Voi non percorrete i sentieri marginali
della Chiesa, ma la strada maestra".
Quello dei Missionari Scalabriniani è considerato
"un grande atto d'amore".
Leone XIII nell'Epistola Quam aerumnosa (1888)
con la quale affermava per la prima volta l'esigenza di una pastorale
emigratoria specifica, definì i Missionari Scalabriniani "Viri quos
Christi charitas urget" (Uomini spronati dalla Carità di Cristo).
Lo stesso riconoscimento venne loro dalla società
civile. All'indomani della promulgazione della legge emigratoria del 1901,
reclamata e plaudita da Scalabrini e dai suoi Missionari, il futuro Presidente
della Repubblica Italiana Luigi Emaudi defini questi Missionari "Uomini
che hanno fatto scopo della loro vita il bene degli altri". Non si è
trattato di un elogio di cui compiacersi, ma fu ed è tuttora uno stimolo a un
sempre maggior impegno. Oggi più che mai, dal momento che la società, a
dispetto dei conclamati intenti di solidarietà, è ancora attraversata di
rigurgiti di razzismo e di nazionalismo.
A conclusione di questo capitolo sui Missionari Scalabriniani,
ci piace indicare con uno specchietto quella che è stata la prodigiosa
espansione nel mondo delle tre famiglie scalabriniane. Fino
agli anni '30 gli Scalabriniani operarono solo nelle Americhe: i Missionari
negli Stati Uniti e nel Brasile, le Missionarie nel Brasile. Nel 1934, come
abbiamo visto, tanto gli uni che le altre ripresero il volto chiaro e definitivo
di religiosi. Questo fatto non frenò ma piuttosto accrebbe il loro
dinamismo missionario. Due anni dopo infatti prese il via quella che amiamo
definire "Marcialonga Scalabriniana" alla quale, nel 1961, si
unirono le Missionarie Secolari. Tutto questo dimostra come la consacrazione
religiosa, lungi dall'essere un impaccio, consente invece quella disponibilità
e quella mobilità che sono richieste dal continuo variare del fronte migratorio
nel mondo.
IL RITORNO DI SCALABRINI
La domenica 9 novembre 1997, a proclamare
"Beato" Giovanni Battista Scalabrini, Apostolo degli Emigrati, è
Giovanni Paolo Il, il Papa "venuto da lontano" che provò come tanti
il distacco dalla propria terra. Ma quel giorno, nello splendore della Basilica
Vaticana, avviene un altro fatto singolare. L'enorme folla che inneggia al nuovo
Beato, è composta non solo dei fedeli di Como, di Piacenza e di altre parti
d'Italia, ma anche di numerosi emigrati provenienti da ogni parte del mondo e
guidati dai loro missionari e missionarie. E' una vera Pentecoste. Come
infatti nella piazza di Gerusalemme, il giorno di Pentecoste, si trovavano genti
"di ogni nazione che è sotto il cielo" (At 2, 5), così a 5. Pietro
in Roma ci sono emigrati di ogni lingua e cultura, i quali ringraziano Dio per
il grande dono di avere un modello e un patrono tutto per loro.
Questo fatto non poteva certo essere previsto dallo
Scalabrini pur nella sua straordinaria lungimiranza, quando percorreva
l'Italia o attraversava l'oceano sollecitando Stato e Chiesa a prendere
coscienza dell'immane dramma degli emigrati. Quella scena del Vescovo Scalabrini
elevato agli onori degli altari e osannato da migliaia e migliaia di emigrati,
accolti come a un immenso abbraccio entro il colonnato del Bernini, costituirà
un fatto unico, grandioso e qualificante nella secolare storia dell'emigrazione,
che èpoi storia della Chiesa la quale altro non è che "Il Popolo di Dio
in cammino".
Come abbiamo già ricordato, Scalabrini appartenne
all' 800, sfiorò appena il 900, ma grazie alla lungimiranza delle sue
intuizioni e la continuità delle sue opere, egli arriva fino a noi, giunti a
varcare la soglia del terzo millennio. Ma la Chiesa, annoverando fra i Santi
il Vescovo Scalabrini, converte questa attualità in presenza. Con la
canonizzazione Scalabrini ritorna in mezzo a noi, prima di tutto a
completare la sua opera missionaria lasciata incompiuta dalla sua prematura
scomparsa, ma ritorna soprattutto in un mondo che ha tanto bisogno di lui.
Ritorna in ltalia divenuta paese di immigrazione al punto che folle di poveri e
di bisognosi danno l'assalto alle sue coste; ritorna nel mondo dove centinaia di
milioni di emigrati e di profughi sono sospinti sulle strade dei cinque
continenti
senza che le nazioni riescano a por mano a una forma civile e umana di diritto
internazionale. Scalabrini dunque ritorna perché l'Italia, l'Europa e il mondo
hanno sempre bisogno di lui.
L'URNA
MONUMENTALE DEL BEATO SCALABRINI
Davanti al monumento di Mons. Scalabrini, opera di A.
Monti, sorge ora l'urna del nuovo Beato: un masso di pietra serena contenente
l'urna di bronzo e cristallo che raccoglie il corpo del Vescovo di Piacenza. La
vista del Beato si offre nella sua totalità dall'alto al basso, ma anche
parzialmente attraverso degli oblò nella parete dell'urna marmorea.
L'urna di cristallo con struttura di bronzo, fine opera della Scuola del Beato
Angelico di Milano, ha, in bronzo dorato, i quattro angoli in forma simbolica di
prore di nave - idea suggestiva, perché ci richiama il fine del pellegrinaggio
di questa vita consistente nello "sciogliere le vele": e ci ricorda
anche che dopo il suo viaggio in America Scalabrini era stato salutato col
titolo "Pastor et Nauta" di Malachia. Alla
base di queste prore sono incisi i quattro titoli che costituiscono i suoi
maggiori meriti, titoli prestigiosi, e che i figli sentivano già come una
anticipata consacrazione, perché attribuitigli dai papi: Apostolo del
Catechismo (Pio IX), Padre degli emigranti (Pio XII), Vescovo
Missionario (Pio XI), Amò il suo popolo (Benedetto XV). Il Beato vi
appare vestito di splendidi paramenti episcopali, quelli che fanno - come diceva
lui - della Chiesa la sposa ricca di gioielli e adorna per il suo sposo.
Ricordiamo i due a lui più cari: il Pastorale, o bastone del pastore che guida
e difende il suo gregge, e l'anello "degli sponsali con la sua
Chiesa", che egli volle indissolubili, anche quando gli fu offerto il
Patriarcato. L'anello è opera fine di cesello del Sant'Elia di Como. La
maschera d'argento del volto (anch'essa opera della Beato Angelico) riproduce
perfettamente i tratti fisionimici del Beato, che erano, e sono, "di una
nobiltà che è amabile" (Bonomelli). Nell'urna marmorea c'è un
congegno che consente di sollevare l'urna di cristallo a livello della
superficie superiore del blocco, permettendo così, una specie di solenne
"ostensione" in ricorrenze di particolare importanza. La soluzione
adottata è di alto profilo artistico e religioso, e a questo duplice fine
contribuisce anche l'analoga austera e semplice gestione dello spazio
circostante a mezzo di piramidi di bronzo. Indovinata soprattutto l'idea di
avvolgere l'urna di cristallo col possente involucro marmoreo, che insieme al
bugnato dà l'idea della vita nella sua rude saldezza, più che di una vita in
vitro''. I Santi
- diceva il Beato Scalabrini - sono il dono più grande che Dio possa
fare alla sua Chiesa; e i santi che hanno fondata, o cresciuta "la fede
avita", devono essere particolarmente amati e venerati come santi più
propri e più ben disposti verso i figli. Ascoltiamolo: "Il passaggio sulla
terra di questi eroi è un fatto della più grande importanza, è l'esplicazione
dei più alti misteri di Dio. Immagine viva della santità di Colui che è santo
in se stesso e in tutte le sue opere; imitatori fedeli di Cristo che fu dato al
mondo per essere la nostra sapienza giustizia e santificazione (I Cor. 1),
sono la sua gloria più grande (Eccl. 23), il capolavoro della sua mano,
lo spettacolo più gradevole agli occhi suoi, il dono più grande che Dio
faccia alla terra (...). Queste anime generose, le migliori, le più forti, le
più illustri, le più tenere che produsse l'umanità, Dio ha voluto mettere
innanzi ai fedeli come nuovi modelli e nuovi intercessori, dei quali la povera
umanità tanto ha di bisogno. Se, a detta del Damasceno, le reliquie dei Santi
sono fonte indefinita di benefizi e di grazie per gli uomini; se, come
scrive S. Ambrogio, vegliano e pregano per noi, quelli specialmente dei
quali possediamo i corpi gloriosi, io mi debbo congratulare con la nostra
Piacenza, culla di tanti eroi della Chiesa e degna custode delle loro sacre
spoglie, che scuotono, commuovono, consolano e soccorrono chi in loro confida".
(Discorso in occasione delle feste per la
ricognizione del corpo del Beato Marco Fantuzzi alla Madonna di Campagna).