VITA
DEL BEATO
GABRIELE
FERRETTI
Il Beato Gabriele nacque in Ancona dalla
nobile famiglia dei Conti Ferretti nel 1385. Il Conte Liverotto, suo padre, e
Alvisia, sua madre, educarono Gabriele alle più squisite virtù cristiane,
specialmente alla purezza che traspariva dal suo comportamento angelico. A 18
anni si fece Religioso francescano nell'Ordine dei Frati Minori. Nel chiostro
studiò filosofia e teologia con raro profitto, per cui, ordinato Sacerdote,
si dedico con frutto alla predicazione, convertendo molti peccatori. Ebbe
da Dio il privilegio di conoscere il futuro, e il dono di guarire i malati con
il semplice segno della Croce o al contatto della sua tonaca. Nutrì tenera
devozione alla Vergine Santissima, che spesso gli appariva con il Bambino Gesù
tra le braccia nel silenzio della cella o nel bosco del Convento. Il 12
novembre 1456, dopo una vita piena di virtù e di miracoli a favore degli
umili e dei sofferenti, dolcemente spirava. San Giacomo della Marca, ai
funerali solennissimi, ne tesseva l'elogio dinanzi al Vescovo, al Senato e al
popolo Anconitano. Presso le sue spoglie incorrotte,
che si venerano nella Chiesa di San Giovanni Battista in Ancona, si
moltiplicano da secoli grazie e miracoli; e i malati, benedetti con l'olio
della lampada del Beato Gabriele, ottengono la sua celeste protezione.
Il Papa Beato Pio IX (Giovanni
Maria Mastai Ferretti), beatificato il 3 settembre 2000 da Giovanni Paolo II,
è un discendente del Beato Gabriele, attraverso i Conti Ferretti di Ancona,
che provengono ancor più remotamente dalla Svizzera e dalla stirpe
“germanica” ed era molto devoto al suo antenato, alla cui intercessione
attribuiva una particolare protezione per lui e per la Chiesa.
UN SANTO PATRONO PER I GIOVANI
che devono fare una scelta di vita
Contrariamente a quanto fece il giovane del Vangelo egli
lasciò le sue grandi ricchezze e seguì Gesù nella povertà e nell’umiltà,
divenendo così esempio e stimolo per “i giovani” che devono operare una
scelta di vita per seguire Gesù nella rinuncia ai beni terreni
(cfr.
Mc.10,17-31)
Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse
incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro
buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché
mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti:
Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa
testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre». Egli allora gli
disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza».
Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: và,
vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e
seguimi». Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto,
poiché aveva molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi
discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel
regno di Dio!». I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù
riprese: «Figlioli, com'è difficile entrare nel regno di Dio! E' più facile
che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di
Dio». Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: «E chi mai si può
salvare?». Ma Gesù, guardandoli, disse: «Impossibile presso gli uomini, ma
non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio».
Pietro allora gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e
ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità vi dico: non c'è
nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o
campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento
volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a
persecuzioni, e nel futuro la vita eterna».
(Mc.10,17-31)
VITA DEL BEATO GABRIELE
DEI CONTI FERRETTI
FRATE MINORE
COMPATRONO DELLA CITTA’ DI
ANCONA
Biografia
scritta da Padre GIULIO MENCARELLI
PREFAZIONE
Scrivere
la vita di un Santo significa esporsi a un duplice pericolo: lavorare invano
rispetto a un pubblico disattento o impoverire e falsare la prospettiva più
bella del protagonista. Il pubblico ama il giornale d'informazione politica e
sportiva, la rivista illustrata di attualità mondana, i fumetti di avventure
eroiche, i settimanali umoristici e persino immorali; solo raramente si compra
un libro che non sia un romanzo di moda per la celebrità dell'autore e per le
polemiche che ne sono, per esso, derivate. Gli spiriti sono disorientati dal
frastuono pubblicitario e dalla réclame cinematografica, in modo tale che con
difficoltà ci si curva per una lettura seria, che sia priva di queste
attrattive esterne.
La nostra penna coglie facilmente i tratti appariscenti e palpabili della vita
quotidiana: ogni creatura tende a ciò per educazione, per imitazione e per
istinto. Lo sforzo di esprimersi comincia quando si tenta di illuminare i moti
reconditi dello spirito, la tacita ascesa della santità, il mistero di Dio e la
tragedia che si nasconde nel cuore umano. In genere, la vita del Santo è priva
di azioni scenografiche e chiassose che possono richiamare l’attenzione: lavorìo
tutto interiore, partecipazione integrale ad un programma 1ungamente
vagheggiato, mondo di esperienze soprasensibili e spirituali.
Il Padre Giulio Mencarelli, in questa breve vita del Beato Gabriele Ferretti, in
occasione del quinto centenario della morte, ha superato brillantemente l'uno e
l’altro pericolo, presentando un libretto attraente come un settimanale, e
cogliendo nella tenue trama gli intimi palpiti del suo eroe. La biografia,
infatti, che non ha nulla dello schema tradizionale e non si appesantisce in
ricerche storiche o in tirate polemiche, procede, agile e svelta, per quadri
cinematografici e visioni intuitive che si animano dei diversi scenari:
dall'apparizione della Vergine nel bosco, al "fioretto" d'umiltà di
fronte a San Giacomo della Marca; dalla descrizione della peste cittadina al
racconto della morte a "San Francesco ad Alto". Le tappe stesse della
vita non sono rivissute in sé, ma riassunte in cornici che ne allargano il
respiro e ne fanno gustare il lento procedere; è un naturale svilupparsi di
interessi, un progressivo rivelarsi di una forte personalità, come pilastri di
un ponte maestoso o quadri di una superba galleria: il Conte Ferretti, il
Francescano, il Superiore, il Santo.
Quest’ultima
caratteristica non sorprende il lettore che ha già tutto intravisto nel
capitolo introduttivo: "Il vero volto del Beato”. La sua "Vita"
non consiste nella rievocazione di date cronologiche o nei frammenti di
esistenza biologica, ma nel perenne avvicinarsi al suo schema interiore, nella
tensione verso l’ideale, ove si trasfigurano le suggestioni del titolo
nobiliare, la spiritualità dell’abito francescano e la missione di Superiore.
Nella febbre di Dio, nel fervore di ogni giorno, nell'ansia di un desiderio
ineffabile, nella sete struggente di un'acqua soprannaturale è il filo
conduttore, il segreto di questa biografia. La quale non si ferma sul sepolcro
del Beato Gabriele, procedendo nei secoli a decantarne il culto e a ricordarne
le vicende della devozione.
Vi
penetrano così narrazioni di episodi commoventissimi, accenni di umane miserie
e squisiti ricordi di solidarietà fraterna. Non solo, ma con la storia del
Beato Gabriele, il Padre Giulio Mencarelli ha toccato sobriamente la genealogia
della illustre famiglia dei Conti Ferretti, i fasti dei Francescani in Ancona e
la operosità ardente di oggi, ove si rivela la non mai interrotta vitalità di
una azione che tende ad allargarsi sempre più per tutti stringere in un
abbraccio di fraternità operosa e fattiva.
Il
popolo di Ancona che vide il Beato Gabriele coraggioso assertore di carità
cristiana e di amore patrio, ha potuto vedere, nel recente passato, durante la
furia della guerra devastatrice, gli umili figli di San Francesco ancorati sulle
rovine fumanti del convento di San Giovanni di Capodimonte, curvarsi su tutte le
miserie, penetrare nei più umili tuguri e sfamare migliaia di bisognosi. Sono
pagine di epica grandezza, sono squarci di cielo sereno su un mondo arso
dall’odio e spasmodicamente proteso verso mète che solo la presenza di Gesù
e dei Santi può giustificare e rendere attuabili per il progresso dell'umanità.
Padre
ARMANDO QUAGLIA
Capitolo I
IL VERO VOLTO DEL BEATO
IL
BOSCO DEGLI ANGELI
Uno scultore del secolo quindicesimo ci ha lasciato un bellissimo mezzo rilievo
(oggi nel Museo di Ancona), raffigurante l'immagine della Vergine, che con il
Bambino al seno appare tra un bosco di pini al Beato Gabriele Ferretti (1).
Questo delicato lavoro, che viene dall’ex convento dei Frati Minori di “San
Francesco ad Alto" (2), ha fissato nel marmo il più dolce episodio
dell’ex Conte Ferretti.
La lunetta artistica commenta i colloqui di Frate Gabriele con la Madre di Gesù,
tra i pini del suo convento (3).
Maria,
dice lo storico, conduceva spesso al nobile Gabriele, Gesù tra schiere
angeliche; e, nel silenzio verde di “San Francesco ad Alto” si elevavano
squisite melodie d’amore. Questa tenerezza per la Signora tutta pura, aveva
chiamato il cielo fra gli alberi del bosco, dove Gabriele saliva estatico nella
contemplazione della gran Madre di Dio! La selva del convento era diventata
sacra come la Chiesa; i pini formavano con le loro punte come le guglie di una
maestosa cattedrale; nel bosco abitavano gli angeli. Quando Gabriele pregava,
essi erano là a portare in alto le preghiere; quando la Madonna appariva, essi
erano schierati su nuvole invisibili e facevano corteo a Gesù che, dal seno di
Lei, benediceva... (4).
LA
LEGGENDA DEI PINI
Così
la storia del bosco degli angeli.
E questa storia è restata inviolata, per cui tu non puoi pensare al Beato
Gabriele senza ricordare il bosco dei pini, le apparizioni di Maria, le schiere
angeliche, il fraticello estatico: è l'immagine inconfondibile e vera del Conte
Frate.
I pini di "San Francesco ad Alto" (5) tramandarono questa meravigliosa
leggenda: essi raccolsero fedelmente i sospiri di un dramma celeste, che di
quando in quando si riproduceva nel bosco del convento! In questo dramma vivo
sta tutta una storia vera, quella del nobile Conte Ferretti, che si era fatto
figlio di Frate Francesco.
Anche Carlo Crivelli (6) se ne ricordò: e quando gliene parlarono, egli, che
non aveva visto l’ex Conte Frate, interrogò i pini…
LA
FEDELTA’ DELL'ARTE
Là, nell’orto del convento, era restato il bosco e il pino annoso sulle cui
fronde, come in un nido, la Vergine appariva tra nubi candide, con il Bimbo al
seno! Il genio dell'artista veneziano, in quegli anni celebre (7), colse tutta
l’anima di quel dramma e lo fissò sulla tela.
La
figura di Gabriele estatico, ginocchioni davanti alla Vergine, che appare tra i
pini, in un corteo di angeli, resta così consacrata.
La tua fantasia, o lettore, e la mia, animata dalla devozione plurisecolare,
vedrà sempre così il Beato di Ancona; l’arte ha toccato a meraviglia
l'episodio che commuove la pietà cristiana; essa è in sintonia perfetta col
nostro cuore credente; essa sintetizza la vera vita del Beato, per cui nessuna
mano d'artista se ne potrà più distaccare; e se, anche oggi, tu sali il Colle
Astagno, vedi troneggiare sulle Spoglie gloriose del Conte Frate una tela (8),
che il Parocel ha dipinto con l’animo invasato dalla leggenda che i pini
raccontano.
LA
TRAMA SCINTILLANTE
Non fa meraviglia, che il Conte Ferretti si abbandonasse a questa storia
prodigiosa d'amore.
Egli
apparteneva alla schiera dei cavalieri (9), che Francesco d'Assisi aveva
lanciato nel torneo per la gloria della grande Castellana d'Italia (10). E
bisognava conquistare il primato della devozione e dell'amore alla Donna tutta
pura ed immacolata.
Era
ancora fanciullo, ma come per istinto si era dedicato al servizio della celeste
Signora!
Alvisia
Sacchetti-Ferretti, la contessa madre, aveva scoperto questo gioco incantevole
della Grazia di Dio; la tela si ordiva piano piano, e gli appuntamenti di
Gabriele con le deliziose immagini di Maria, si moltiplicavano…; finché venne
il giorno in cui gli agi e le grandezze della casa paterna non gli dicevano più
nulla; tutto era scialbo! tutto, una delusione! tutto, una malinconia!
Per
questo si rifugiò nel romitorio di Santa Maria.
NEL
ROMITORIO DI SANTA MARIA
Sul monte Astagno, tra il bosco di pini, sorgeva un umile oratorio (11),
dedicato alla Vergine del Cielo. Intorno intorno i Frati Minori avevano
costruito capanne per raccogliersi nella gioia della preghiera e della
penitenza...
La tradizione vuole che Francesco d’Assisi (12) abbia indicato tale luogo ai
suoi Frati come il più adatto alla preghiera e, salpando per l'Oriente, abbia
comandato di edificare un conventino accanto all'oratorio della Vergine. I Frati
Minori incominciarono così ad abitare il bosco dei pini, ed erano come la
guardia d’onore della Madonna.
Da Capodimonte, la Ancona medievale si distendeva verso il Guasco; quella cima
verde aveva richiamato il cuore di Gabriele...; fu lassù che l'idillio del
Conte Ferretti con la mistica Signora degli Angeli, sfociò nel più bel dramma
fiorito di meraviglie e di apparizioni.
Tra queste meraviglie si dipana la vita quotidiana del Beato Gabriele; e tra
colloqui segreti, estasi, canto di Angeli, sorrisi di Maria, Egli scrive il suo
poema di amore per la Gran Madre di Dio!
A colloquio con i confratelli, parla sempre di Maria; scendendo verso la sua
città, invita i fanciulli ad onorare Maria; quando istruisce il popolo, si fa,
dal pulpito, cantore innamorato delle glorie di Maria...; esorta tutti alla
devozione più tenera e all'amore più cordiale per la Madre del divino Amore!
L’ampia distesa azzurra dell'Adriatico è, per il Beato di Ancona, solo un
canto alla Stella del mare; la cima del Monte Conero (13), e tutto quel
promontorio che disegna il golfo dorico, è un ricordo di Maria, torre di
fortezza; il verde del bosco, che racchiude il romitorio nel profumo delle sue
resine e dei fiori, è la sua più verde speranza in Maria; il cielo, la terra,
gli uomini, le cose, ogni atomo, ogni sospiro... sono tutte sillabe del poema
universale che il suo cuore fa scandire alla natura e fa intonare da tutto
l’universo a Maria.
MARIA
IL TEMA
Nel convento
di “San Francesco ad Alto" c'erano i fratini (14). Cari giovinetti! come
Gabriele, lasciando la madre terrena e la casa paterna, per seguire l’ideale
francescano, essi devono innamorarsi di Maria.
Intanto il Beato ha avuto dai Superiori un compito delicato: educare la gioventù
dell’Ordine Serafico.
Lo spirito, l’anima, della più bella pedagogia non poteva essere che Maria;
il tema, la gran Madre di Dio; il motivo dominante, la Vergine; tutti gli
affetti, i più puri, per la Regina del Cielo!
La Madonna gradì l’omaggio e ricompensò visibilmente il Conte Frate.
GIGLI
E ROSE D’ORO
Un
giorno, divenuto Superiore del convento di Ancona, comandò ad un fratino, di
nome Luigi, di recitare ogni giorno la corona della Beata Vergine (15).
Ma per una volta fra Luigi aveva dimenticato la recita del Rosario; e, quando il
novizio si recò alla mensa, il Beato, interiormente illuminato di ciò,
ingiunse al fratino di levarsi dalla tavola e andare in chiesa a compiere l'atto
di devozione a Maria. Era trascorso del tempo, ma il novizio tardava a ritornare
in refettorio; mandò quindi un altro religioso per vedere… Una visione
straordinaria trattenne anche il secondo religioso: un angelo aleggiava sul capo
di fra Luigi, che pregava la Vergine, e mentre le labbra del novizio dicevano
“Ave Maria”, l'angelo infilava rose e poi, al Gloria, un giglio d'oro…
dieci rose e ancora un giglio d'oro....
Nel
frattempo si mosse il Beato Gabriele e, giunto in Chiesa, assistette con gli
occhi pieni di lacrime all'incantevole spettacolo. Quando la recita della corona
terminò, l’angelo depose il serto prezioso sul capo del novizio e disparve
(16)!
Il fratino del Beato perseverò poi fino alla morte nella vera devozione
all'Immacolata.
Per molti anni nella chiesa di "San Francesco ad Alto" proprio presso
l'altare di Maria, nel luogo che era stato teatro di quella visione, restò un
soave profumo di rose e di gigli (17).
IN
MARIA IL SOLE DELLA PUREZZA
Gabriele si accendeva così sempre di più all’amore per la sua Regina; ne
imitava ogni virtù; si esercitava nell'umiltà, la virtù principale della
Madonna; e vegliava presso il suo altare senza mai stancarsi. Ma il suo volto si
irradiava di luce quando Maria gli appariva tra i pini del convento e le sue
pupille balenavano i raggi della purità del cuore.
E quando più tardi, trasfigurando la sua giovinezza sopra l’altare di Dio,
sentirà la gioia quasi infinita di essere sacerdote, la stessa luce del bosco
entrerà nella chiesa per vedere finalmente il cantore di Maria, divenuto
portatore di Gesù.
Nel convento, San Francesco gli aveva parlato di penitenza, perché il giglio si
difende con le spine, e la sua purezza trionfò in un profumo liliale;
sull'altare, Maria gli affiderà il suo purissimo Figlio Gesù, perché al
passaggio di Gabriele il mondo ritrovi l’innocenza!
La
sua vita fu così una festa; ed il suo volto è Maria.
IL
SUO VOLTO E' MARIA!
Gabriele servì così la Madonna, da autentico cavaliere senza macchia e senza
paura; e la Regina degli Angeli gli dà la sua impronta: difende il suo
"angelo" e predilige il suo "sacerdote".
Ancona sentì nel Beato tutta questa sintesi festosa; tutti gli accordi
soprannaturali tra la Madre ed il Figlio!
Ed
è naturale che i nostri occhi non si stanchino di rimirare questi bozzetti di
limpida poesia: l’estasi di Gabriele tra i pini del convento, le apparizioni
di Maria, il Bimbo al seno..., mentre i Cherubini stanno a contemplare.
Capitolo II
IL CONTE FERRETTI
I
GENITORI DEL BEATO
Il
Padre Antonio Talamonti (1), illustre storico francescano, nella sua opera:
"Cronistoria dei Frati Minori della Provincia Lauretana delle Marche",
inizia a tracciare le gesta del Beato Gabriele, così: "Questo santo
Religioso, gloria della città di Ancona, onore dell’Ordine Serafico e della
provincia Lauretana (2), come fondatamente si deduce dalle diverse epoche della
sua Vita, nacque circa il 1385 (3), dalla signora Alvitia (Alvisia) di Simone
Sacchetti e da Liverotto Ferretti podestà e capitano del popolo di Firenze,
podestà di Genova e di Brescia, ambasciatore della sua città alla Sede
Apostolica.
Gli onorifici impieghi e le alte cariche occupate dal conte Liverotto ci
dimostrano i singolari meriti del padre del Beato e la grande considerazione in
cui era tenuta la famiglia Ferretti, la quale fin da quei tempi vantava antica e
nobile origine”.
LA
GENTE FERRETTA... IN ITALIA
"Essa infatti discendeva dal conte Antonio, oriundo da illustre stirpe
germanica. Il pio Conte, circa il 1228, dalla sua patria si recò in Italia, per
recare aiuto alla Santa Sede contro Federico II, e prese dimora nella città di
Ancona " (4).
"I Ferretti, stabilitisi in Italia e divenuti Signori del piccolo paese,
che da loro prese il nome di Castelferretti, molto si distinsero nel valor
militare, nelle cariche civili e nelle ecclesiastiche dignità" (5). Qui ci
dobbiamo fermare, perché lo spazio e lo scopo del presente lavoro non ci
consentono di illustrare le gesta della nobile famiglia, donde il Beato ha
sortito i natali.
IL
SUO NOME: GABRIELE
Il conte e cavaliere Liverotto era nato in Italia dal Cavalier Francesco, primo
conte di Castelferretti. Nel 1378 impalmò la nobile fanciulla Alvisia di Simone
Sacchetti (6) portando in casa Ferretti una ricchissima eredità.
Ma la più grande dote degli illustri sposi e la più grande eredità furono i
loro numerosi figli (7), che si distinsero per nobiltà, scienza e virtù. Tra i
dieci figli maschi, il fiore più bello della nobile coppia Liverotto e Alvisia
Ferretti, fu il Beato di Ancona.
Il Servo di Dio nacque nel 1385 e mamma Alvisia lo volle chiamare Gabriele.
Questo nome fu un dolce presagio per la vita del fanciullo: angelico come
l’Arcangelo Gabriele, santo come un messaggero di Dio.
UNA
PAGINA BIANCA
I suoi primi passi sfuggono alla penna dello storico; tuttavia è pacifico che
Mamma Alvisia improntasse l’educazione del fanciullo alle più sode virtù
cristiane. E se la nobiltà del casato esigeva nel piccolo Gabriele una vita
principesca, l’amore di Dio costruì nel tenero fanciullo un ricco edificio di
bontà. Squisiti accenti di pietà; commoventi atti di rinuncia del piccolo
conte; una deliziosa pietà verso la Madonna, sono le prime conquiste del Beato
Gabriele.
Il
tempo ci ha rubato anche il giorno fatidico della sua Prima Comunione. Ma ci
piace ripensare a quell’incontro angelico di Gabriele con il suo Dio
Eucaristico, come il preludio il più dolce, al giorno in cui si presenterà
solennemente all’Altare col crisma di Sacerdote di Cristo!
Forse
Gesù sarà disceso nel suo cuore fra tanta festa in casa Ferretti: nella
cappella del palazzo le torcie e i candelabri si saranno moltiplicati in un
incendio fantasmagorico per la Prima Comunione del Contino, simbolo di quell’incendio
mistico, che ardeva nel suo cuore per Gesù. Così ci è lecito ricostruire la
pagina più bianca della fanciullezza di Gabriele.
Questo è l’episodio, che deve aver sintetizzato tutta la sua adolescenza fino
al giorno in cui, per rispondere a Cristo, lascerà il palazzo per il romitorio
dei Frati Minori a Santa Maria ad Alto.
Capitolo III
FRATE GABRIELE
FRANCESCO
NELLE MARCHE
Nel secolo XIII il Poverello di Assisi, San Francesco, si era spinto
dall’Umbria fino alle Marche. Al suo passaggio gli uomini rimanevano attoniti
e le sue parole penetravano gli animi. Soprattutto li trascinava l’esempio di
una vita vissuta secondo lo spirito evangelico. Alcuni lo disprezzavano; le
donne lo compassionavano; i bambini lo volevano vedere…; era vestito
rozzamente come un uomo dei campi, ma gli spiriti forti intuivano negli occhi
del Santo umbro il sublime ideale della povertà.
Dietro di lui corsero i giovani, i generosi, i cuori puri, i cantori della vita
vera, i conquistatori. Le Marche furono scosse da questa parola che veniva
dall’Umbria; lo fecero proprio, e in pochi anni tutta la regione conobbe il
movimento francescano.
AD
ALTO, AD ALTO!
Il fenomeno prese proporzioni vaste, e ogni paese desiderava avere qualcuno dei
seguaci del Poverello; almeno una casa, nel proprio territorio, di quei frati,
che il Santo umbro aveva chiamato per umiltà "minori".
Ancona, adagiata come una matrona sulle pendici del Guasco, aspettava con tale
animo il Poverello. Dal suo golfo, San Francesco avrebbe salpato per
l’Oriente.
Al suo arrivo nella città dorica, il popolo e il Senato gli aprirono le braccia
come ad un loro concittadino; quindi lo pregarono di lasciare, come pegno certo
della sua considerazione, qualcuno dei suoi frati, che predicasse, che
facesse loro del bene...
Alle richieste insistenti, San Francesco indicò il luogo, dove i suoi frati
avrebbero dovuto abitare. "Ad Alto, ad Alto!" prese a dire il Santo,
indicando il colle Astagno, che sovrasta la città e che era ricoperto di pini
(1).
Su Capodimonte i francescani piantarono le tende. San Francesco intanto partiva
per l’Oriente con il desiderio di convertire il Sultano dell'Egitto, e vedere
i Luoghi Santi...
Quando ritornò, il popolo anconitano aveva costruito tra i pini del colle
Astagno il conventino per i suoi Frati, intorno alla chiesina dedicata alla
Vergine Santissima.
Il
convento era situato nel pendìo del colle; poi, nella infausta soppressione
delle famiglie religiose, avvenuta nell’anno 1861, fu chiuso e requisito dal
governo (2); oggi rimane la sola struttura dell’antico convento di "San
Francesco ad Alto" che, con la aggiunta di recenti fabbricati, è stato
trasformato in Ospedale Militare (3).
…
IN VIA DEL COMUNE
Il
Conventino di Santa Maria ad Alto, costruito fin dai primordi dell'Ordine
Francescano (4), era mèta continua degli anconitani.
I Frati Minori crebbero di numero; e i fedeli sentivano insufficiente la
chiesina di Santa Maria, per cui, aderendo al desiderio del popolo e dei
magistrati di Ancona, i Frati Minori edificarono un'altra casa in Via del
Comune, proprio al centro della città che fu chiamata "Santa Maria
Maggiore" e poi "San Francesco alle Scale" (5). Il popolo così
ebbe due conventi di frati francescani; e mentre "San Francesco alle
Scale" (6) era più capace per ospitare i frati e più comodo per i fedeli,
Santa Maria ad Alto era più riposante per lo spirito e per la preghiera.
IL
CONTE A S. MARIA AD ALTO
Gabriele aveva tanto pregato da giovanetto, perché il Signore illuminasse il
suo cuore.
Conte
non sarebbe stato; no, proprio non lo sentiva.
La vita galante della sua casa patrizia, sebbene mamma Alvisia e il conte
Oliverotto fossero sinceramente cristiani, era in netto contrasto con le sue
segrete aspirazioni e non lo rendeva felice.
Sentiva prepotentemente il bisogno di evadere dalla vita comune della sua
famiglia.
Il senso della solitudine e della preghiera si era approfondito nel suo cuore.
Lo spirito di fortezza gli faceva disprezzare ormai ogni delicatezza e tutti gli
agi della sua famiglia cospicua e patrizia.
Cristo era nato povero e chiamava beati coloro che fossero distaccati dalle
ricchezze e comodità della vita terrena; beati coloro che fossero puri di
cuore, perseguitati... Gabriele intuì profondamente il Cristo, ed ora cercava
la soluzione.
Quei frati minori di Santa Maria ad Alto, che di quando in quando bussavano al
suo portone per chiedere la carità cristiana, avevano senz'altro lasciato
qualche traccia nel giovane contino di Casa Ferretti.
A
18 ANNI
Nell'alterna
vicenda tra la vita mondana e la conquista delle virtù, Gabriele aveva scelto:
sarà francescano!
Nelle sue vene scorreva sangue nobile; per ciò i parenti non si potevano
rassegnare che il contino vestisse una tonaca di bigello, camminasse scalzo, si
radesse il capo, e andasse perfino ad elemosinare!
Forse la mamma avrà anche pianto dinnanzi alla decisione del suo caro Gabriele.
Ma Cristo chiamava: e il conte Ferretti, superando ogni ostacolo, ogni
opposizione, seppure dolce, dei buoni genitori, diede addio al sangue nobile,
alla sua casa, ed entrò nella famiglia dei francescani.
Il sentimento si era ribellato, ma Gabriele aveva vinto il cuore come un re!
A
CAPODIMONTE
Giunto
a Capodimonte Gabriele si vestì da frate minore (7). La storia non ci ha
tramandato nulla di questo fatto, neppure la data, ma con orgogliosa certezza ha
puntato il dito sull’episodio centrale: il conte si è fatto frate!
Non
vedi, lettore, i velluti e lo spadino, i ricchi calzari, la cinghia tempestata
di gemme del contino, abbandonati per terra davanti all'altare di Santa Maria ad
Alto? E non vedi lui, il contino Gabriele, scalzo, raso, con il sacco di San
Francesco sulle spalle e la corda ai fianchi?
La
fantasia corre a ricostruire la scena; le immagini si frangono come onde e si
rincorrono in visioni cariche di sentimento: Ancona patrizia, la Gente Ferretta,
la nobiltà del sangue, alle spalle; davanti, l'altare della vita religiosa, e
lui, il contino, candidato al sacrificio.
La
nostra fantasia si perde nella mistica fantasmagoria di una vestizione
religiosa; un vero poema tracciato da audaci pennellate nell'animo di Gabriele,
ormai novizio francescano.
L'OFFERTA
A Santa
Maria ad Alto, il giovane Gabriele pregò; studiò la vita e la Regola dei Frati
Minori; e dopo un anno si consacrò a Dio, emettendo i voti di povertà, castità
e obbedienza.
Con questo atto, che il Diritto Canonico definisce “Professione Religiosa”,
il Beato dà l’addio definitivo al mondo.
E’ grande il gesto di Gabriele: Egli ha fatto proprio come Francesco! Questi
uscì dalle mura della città di Assisi, ma non andò lontano per dedicarsi a
Dio, e ciò per sfidare il rispetto umano! Lui, il Conte Gabriele, uscì fino al
bosco dei pini del Colle Astagno, senza andare più oltre. Eppure il palazzo
avito, i genitori conti, la nobiltà dei parenti vicini non facevano più
breccia nel suo cuore ormai perduto nell’offerta totale, per ritrovarsi solo e
tutto in Dio!
STUDIO
E PREGHIERA
Cappuccio
in testa e mani in manica, Gabriele novizio passava dalla cella all'oratorio di
Santa Maria ad Alto, come una visione.
Era
tutto concentrato in Dio nell'esercizio della vita religiosa e nella sua
preparazione al Sacerdozio.
Dice
lo storico che non si insuperbì dei lusinghieri progressi che faceva nello
studio. La sua intelligenza limpida come il suo cuore, si approfondiva nello
studio della scienza teologica, onde penetrare le Verità cristiane.
Quando
la preparazione culturale fu terminata e la vita religiosa praticata
fervidamente, il conte Ferretti salì l'altare per cantare la Prima Messa.
Vorrei
qui poter descrivere tutti i sentimenti e gli alti pensieri che entusiasmarono
frate Gabriele, nel giorno della sua Ordinazione Sacerdotale. Vorrei farvi
sentire l’eco di quel giorno trionfale; ma la storia tace.
Forse
Ancona fu tutta in festa; e la sua casa, e la sua mamma? O forse il romitorio di
Capodimonte ha racchiuso gelosamente, nel silenzio delle sue sacre mura, le
gioie intime del primo sacerdozio di frate Gabriele?
Certamente la felicità di essere sacerdote francescano, unita alla
consapevolezza dell'altissima dignità a cui una umana creatura viene da Dio così
elevata, ha fatto fare passi da gigante al Beato sulla via della virtù.
SACERDOS IN POPULO!
La
città di Ancona forse aveva riso alla notizia che il figlio del conte Liverotto
si era ritirato a Capodimonte. E per quanto amasse i francescani, certamente non
si sarebbe sentita di vedere sotto quel rude saio il contino Ferretti. Il
giovane Gabriele non si allarmò per questo; egli sapeva che si sarebbe
allontanato dalla sua città, dalla vita comune, per poco!
Infatti,
ormai Sacerdote, Egli ridiscendeva il colle Astagno, per donare alla sua Ancona
un sorriso e il senso di una vita superiore a quella della semplice nobiltà di
sangue.
Ancona
non se ne doveva adontare, se per un poco le aveva voltato le spalle e in un
modo brusco; ma doveva sentire che il conte Ferretti aveva sostituito ad una
nobiltà gentilizia, che l'avrebbe illustrato soltanto civilmente, un'altra
discendenza, dal calvario all'altare, alle anime…
Il
popolo anconitano lo capì, e nel sacerdozio del Padre Gabriele trovò la sua
salvezza, la sua gioia.
Quando San Francesco restituì a suo padre, il vestito ricco davanti al Vescovo
di Assisi, lo fece per amore della libertà. “Da oggi innanzi – proclamò
solennemente il figlio di Pietro Bernardone - griderò più forte: Padre Nostro
che sei nei cieli”.
Gabriele aveva capito che il titolo della sua nobiltà terrena, anche se lo
rendeva invidiabile agli occhi di molti, gli avrebbe troncato la strada per
accostarsi a tutti; per questo come Francesco, si spogliò di tutto...
Appena
frate minore, egli si trovò tra i malati, tra i poveri. Lui, che era stato
conte, aveva bisogno di bruciare la distanza che separa la povera gente dalla
nobiltà terrena, dall' aristocrazia, dal sangue blù!
Lui,
doveva essere come Gesù...! E, come per non essere egoista era uscito da Casa
Ferretti, così, per seguire l'alto ideale d'amore, ridiscenderà in mezzo al
popolo, il più povero, il più bisognoso, con il crisma del suo
apostolato.
Ancona
aveva trovato il padre!
Passando
di porta in porta, elemosinava senza vergogna il pane per i frati; confortava le
vedove, consigliava, istruiva, benediceva i bambini, consolava i malati...
Un
apostolato di carità immenso; intessuto di prodigi e di episodi senza numero.
Correva
sempre, Gabriele!
Era
chiamato al capezzale degli infermi ; entrava nelle case dove Dio era
bestemmiato; e quando occorreva, levava la sua mano per benedire.
Il
segno di croce del Beato era un prodigio. Molti malati guarivano a quel semplice
segno che Padre Gabriele tracciava.
Cassandra,
figlia del Conte Ferretti e sposa ad un nobile anconitano, soffriva da alcuni
anni un grave tumore in una gamba; chiamò il padre Gabriele, che la confessò e
consolò con dolci parole; prima di lasciare l'inferma, tracciò su di lei il
segno della croce: dopo due giorni Cassandra era perfettamente guarita (8).
Tra
i numerosi miracoli (9), che Dio si è compiaciuto di operare per mezzo del
Beato, ancora vivente, riferiamo la guarigione istantanea di Pietro De Santis.
Questo caro concittadino del Beato era oppresso da un male mortale e ridotto in
fin di vita. La moglie corse a Capodimonte, scongiurando il Padre Gabriele a
recarsi presso il letto del suo Pietro. Ma appena giunse Gabriele, il malato
perdette i sensi e sembrò spirare. Il Beato però invitò ugualmente l'infermo
a fare atti vivi di fede, sussurrò preghiere e, dopo averlo benedetto, Pietro
De Santis, come se si fosse destato da un profondo sonno, si alzò subito dal
letto completamente guarito (10).
Erano
ormai trascorsi vari anni, circa quindici, da che il Beato si era vestito da
frate minore; e già da alcuni anni passava per le vie di Ancona come sacerdote
del buon Dio facendo veramente del bene.
Il
popolo lo sentiva profondamente vicino con la sua santità, con i suoi consigli,
con il suo zelo, e... con i suoi miracoli.
Ancona
correva ai suoi piedi per ricevere i Sacramenti e soprattutto il perdono di Dio!
Gabriele,
proprio come Gesù, aveva delicatezze squisite per i poveri peccatori. Egli li
affidava alla Madonna, per cui il loro cuore traviato ritornava sulla via retta.
E
tutti sentivano una profonda riconoscenza per il buon Padre spirituale! I Frati
Minori, suoi confratelli, segnalarono le sue virtù e le sue doti ai Superiori
maggiori che lo elessero, nel 1425 (11), Guardiano del Convento di Ancona.
Forse
l'umiltà del Beato, gli avrebbe proibito di accettare il compito di Superiore,
ma Egli che era stato sempre ubbidiente, chinò il capo.
Più
che superiore, fu il padre dei suoi confratelli, e, perfetto figlio di San
Francesco, inculcò più con l'esempio che a parole l’osservanza della Regola
francescana.
Ai
suoi sudditi insegnava l’umiltà, comandando con discrezione, correggendo con
dolcezza, esercitando uffici umili nel convento e, per primo, lavorando.
Scendeva lui stesso in città a chiedere l'elemosina per i suoi frati.
Nella
nobiltà del suo animo studiava squisitezze verso i bisognosi, dimostrava
sincera delicatezza con i suoi “fratelli” anziani.
Ancona
quasi non si accorse che il suo concittadino era il Superiore dei frati di
Capodimonte, perché il manto della sua umiltà lo nascondeva; il popolo
tuttavia aumentava la sua fiducia nella sua persona veramente nobile come la sua
dignità sacerdotale; e appena intuì un desiderio, una necessità per il suo
convento, rispose in pieno.
Era
l'ora della riconoscenza!
Il
conventino di Santa Maria ad Alto, ormai vecchio e deteriorato, aveva urgente
bisogno di restauri. Il Beato si mise all’opera e, con il concorso
plebiscitario dei suoi concittadini, restaurò e ingrandì la dimora dei frati.
Aggiunse all'antica una nuova chiesa, perfezionata poi dal Padre Bernardino
Ferretti, nipote del Beato e guardiano anche egli del convento di Capodimonte
(12).
Il Beato
Gabriele non si fece vincere in generosità e, per riconoscenza, moltiplicò la
sua attività apostolica in mezzo agli anconitani, implorando con i suoi
religiosi ogni benedizione sui benefattori del convento.
LA
MORTE FA STRAGE
Ad
ogni sciagura piccola o grave che colpiva Ancona, Gabriele era chiamato alla
ribalta.
Se
la famiglia si divideva, Gabriele veniva scelto a paciere; nelle più gravi
delibere per il bene del popolo, Gabriele veniva interpellato; prima di prendere
decisioni gravi, i magistrati dorici cercavano il consiglio illuminato del
concittadino ritenuto il più sapiente e ormai, dai più, veramente santo.
Intorno
agli anni 1425-27 le Marche furono colpite dalla terribile epidemia della peste
(13).
Ancona,
centro della regione, poteva diventare da un momento all'altro un cimitero.
Il
Senato vegliava sulla incolumità gravemente minacciata dei cittadini, ma ogni
precauzione fu inesorabilmente troncata, e la peste vinse.
Nel
settembre 1427, la morte infestava la città dorica. Finivano sotto i suoi colpi
funesti vittime e vittime. Le vie e le piazze erano piene di lutti; il mare
mugolava lugubre e triste; le belle contrade, i casolari erano devastati dal
terrore.
Il
Beato non aspettò che lo venissero a chiamare.
Sinceramente
affezionato alla sua città, eroicamente amante del prossimo, sfidò il contagio
e si gettò nella breccia per consolare, benedire, salvare...
Quel
popolo non sapeva più a chi rivolgere i suoi sguardi atterriti dalla morte.
Ogni giorno decine e decine di bare! Gabriele, il padre spirituale della città,
era per tutti l'angelo del conforto.
Alla
notte pregava per gli appestati; e in tutte le ore del giorno correva di
giaciglio in giaciglio, dove il bisogno era più grave (17).
Si
conobbero così gli eccelsi doni di cui Dio aveva arricchito il Beato in premio
dell'angelica sua vita e della tenera devozione alla Madonna.
Quando
l'epidemia ingigantì e nessuno sarebbe potuto più scampare, il Beato diede
mano ai prodigi.
Ancona
non deve morire! Ancona, che ospitò generosamente Francesco e i suoi frati!
Ancona, che dava il pane da oltre due secoli ai figli del Poverello! Ancona,
devota del suo conte frate!...
Chi
può dire le guarigioni che Gabriele ha operato tra gli appestati? Chi rassicurò
te, Parroco di Sant’Egidio di Ancona, te e i tuoi familiari colpiti dalla
peste, che non sareste periti?
Chi
profetizzò al nobile Clemente che il suo figlio lontano e colpito dalla peste
sarebbe ritornato da Venezia in Ancona, presso la casa paterna, perfettamente
guarito?
Perché
disperi, popolo d’Ancona? Gabriele è davvero l'angelo inviato da Dio; egli è
con te per la tua salvezza, egli implora la Misericordia perché il flagello
cessi!
Quando
l'epidemia passò, e negli anconitani restò soltanto il ricordo di tanta
strage, la città beneficata non dimenticò il suo concittadino. A buon diritto,
lo ha scelto per suo Compatrono.
Nel
bosco del convento il Beato riceveva gli augusti sorrisi della Madonna, ma i
suoi slanci d'amore finivano ai piedi del Crocifisso.
Sensibile
alle armoniose bellezze del creato, Gabriele, come il Serafico Padre, sentiva in
ogni creatura il palpito paterno di Dio; ma l'apice di questo amore, che lo
teneva in continua e intima unione con il Signore, era il Mistero
dell'Incarnazione. Nella contemplazione di questo Mistero stava lungamente
davanti al Crocifisso della chiesa (15), già testimone dei rapimenti del suo
confratello Beato Pietro da Treia.
Questa
devota Immagine è ricordata da tutti gli storici come “il Crocifisso del
Beato Gabriele” (16), che rivelò al Servo di Dio quelle sublimi ascensioni
del cuore umano nel dolore, per cui Gabriele seppe intendere la povertà, la
malattia e gli afflitti d'ogni specie.
Sulle
carni innocenti del Cristo Crocifisso, il Beato aveva letto la passione dei
fratelli; e per questo fu l'eroe della Carità.
Capitolo
IV
SUPERIORE DEL PICENO SERAFICO
Dopo
che Padre Gabriele aveva terminato la chiesa, i restauri del convento e i
muretti degli orti di “San Francesco ad Alto”, l'attenzione dei cittadini e
dei suoi confratelli si concentrò nella sua persona.
Gabriele
era stato un realizzatore! Ma, poiché le conquiste più grandi sono quelle
dello spirito, aveva lavorato senza spegnere lo spirito di devozione (l).
Ora
gli anconitani quasi lo veneravano, e i confratelli lo avrebbero voluto per
sempre loro superiore; ma dopo qualche anno, circa il 1434, dovette abbandonare
il Convento di Ancona per assumere il governo della Provincia Serafica delle
Marche (2).
I
frati, radunati a capitolo, scelsero, nella persona del Beato Gabriele, il loro
Vicario Provinciale.
Aveva
ormai 48 anni: Dio chiamava a lavorare in un campo più vasto colui che non
dubitiamo di definire l'apostolo e il benefattore, l'angelo di Ancona; il padre
della sua città; il difensore degli umili e l’amico dei poveri (3).
La fama del predicatore efficace aveva raggiunto tante città del Piceno. Le
folle erano entusiaste di sentire le sue parole piene di dottrina e di carità.
Era passato per le Marche a piedi; era conosciuto in tutti i paesi; aveva
predicato con frutto, convertendo peccatori e suscitando ondate d’entusiasmo
verso la Madonna.
Ora, in veste di Vicario Provinciale, riprendeva il cammino della regione per
visitare i suoi confratelli sparsi un po’ dovunque. Il conte Frate passa così,
a piedi, di contrada in contrada; molti lo riconoscono; molti ammirano la sua
figura d’apostolo; attira l’attenzione di tutti, e i giovani si sentono
trascinati. Molti infatti chiedono di farsi frati minori.
Forse San Francesco ebbe pochi figli che, come Gabriele, accoppiassero così
bene le austerità del suo Ordine con le bellezze dello spirito serafico, tanto
da rendere smagliante anche la povertà, da conquistare tanti cuori, da
suscitare tante vocazioni.
Il Piceno Serafico si scosse; e nei suoi conventi, già ricchi di scienza e di
pietà, passò un brivido nuovo che animò i frati alla perfezione religiosa e
all’apostolato.
Il passaggio del Vicario Provinciale era come un risveglio primaverile, e sul già
rigoglioso albero della vita serafica del Piceno scorreva nuova linfa
d’idealità e di gloria.
Il Beato portava il fervore nei buoni; un po’ di forza negli stanchi; un
sollievo per i vecchi; un po’ di animo, un po’ di vita per tutti. La sua
personalità, improntata allo spirito di Francesco, produceva una rigogliosa
fioritura nell’animo dei suoi confratelli.
Bisognava aprire intanto nuovi conventi.
I giovani, conquistati dal santo frate, insistevano per entrare nell’Ordine
serafico; e il Beato Gabriele procedeva alla fondazione di conventi, quali Santa
Maria delle Grazie a San Severino Marche, San Nicolò ad Ascoli, e la SS.ma
Annunziata ad Osimo.
Il Pontefice Eugenio IV dà ampia facoltà al Beato di aprire conventi (4).
A San Severino Marche invia un nutrito gruppo di santi religiosi che presero
possesso di Santa Maria delle Grazie. Il Convento-Santuario era edificato in
luogo solitario, tra il verde delle boscaglie, méta continua di fedeli, che si
recavano a venerare la devota immagine della Madonna.
Questo luogo fu poi reso più celebre dalla santa dimora e dalla preziosa morte
del Sanseverinate San Pacifico Divini, avvenuta il 24 settembre 1721 (5).
Oggi il Convento-Santuario è mèta di pellegrini, che vanno a visitare le sacre
spoglie di San Pacifico, molto venerato nei dintorni.
I Frati si dedicano all’educazione dei giovinetti, che si incamminano allo
stato religioso francescano, per cui i “Fratini di San Pacifico” rendono più
bello il convento fondato dal Beato Gabriele.
I Frati Minori avevano in questo territorio un piccolo convento, situato al di là
del fiume Tronto; si chiamava San Savino ed era lontano dalla città. Gli
ascolani, che amavano e stimavano i frati minori, li avrebbero voluti più
vicino per poter frequentare più spesso i santi Sacramenti nel loro convento.
Il Beato accettò quindi di aprire proprio alle porte della città il convento
di San Nicolò, dove traslocò da San Savino numerosi pii religiosi (6). Ma da
questo luogo i Frati Minori partirono presto perché era poco salubre.
Il Vescovo Andrea della diocesi di Osimo (7) cullava da tempo il desiderio di
avere una comunità di Frati Minori nella sua diocesi.
Chiamò perciò il Beato Gabriele e fu scelto un luogo ameno proprio vicino alla
città. Il popolo accolse i frati minori con viva gioia, e gli osimani fecero a
gara per dare offerte onde erigere subito la nuova costruzione.
Ma un triste episodio spezzò l’impresa. Mentre il Beato stesso dirigeva i
lavori della nuova fabbrica sul terreno donato dal Comune, alcuni maligni
riuscirono a far cessare l’opera e costrinsero il Vicario Provinciale dei
Frati Minori a lasciare la città con evidente dolore dei buoni.
Il Santo Vescovo Andrea intervenne subito per provvedere all’increscioso
incidente, sollecitando l’autorità del Ministro Generale dell’Ordine e
dello stesso pontefice Eugenio IV per mettere a tacere i cattivi e riavere i
Frati Francescani (8).
Gabriele ritornò; e il buon popolo osimano (9) fece grande festa quando la
fabbrica fu ultimata.
Il beato dedicò anche questo luogo alla Madonna e arricchì il nuovo convento
con una meravigliosa comunità. La SS.ma Annunziata fu sempre uno dei conventi
più gloriosi del Piceno serafico.
Oggi il convento è distrutto e la chiesa è trasformata a sacrario dei caduti
osimani nella Guerra 1915-18.
L’ex area del convento e degli orti è trasformata in cimitero.
Non era ancora compiuta la fabbrica del nuovo convento di Osimo, che il Beato
Gabriele vi convocava la congregazione provinciale. Era l’anno 1441 e stava
predicando nella città di Osimo San Giacomo della Marca (10).
Per l’agosto di quello stesso anno, Gabriele prenderà la via di Assisi. Solo,
con abito rozzo, umile, si mise in cammino verso la Porziuncola. A Foligno non
fu riconosciuto come Vicario Provinciale e un fratello laico del convento di San
Bartolomeo lo mandò a servire la messa come un chierichetto. Il Beato obbedì;
il superiore di Foligno si scusò dell’errore commesso dal fratello laico, ma
Gabriele si dichiarò assai onorato di aver fatto il servizio degli Angeli (11).
In Assisi pregò, meditò, ricevette i sorrisi della Madonna e la benedizione di
San Francesco.
Dopo la Porziuncola, pellegrinò a Loreto dove chiede alla Madonna grazie e
favori per il Piceno Serafico.
Capitolo V
GABRIELE SANTO
Le sue rare doti di mente e di cuore l’avevano messo in vista presso i
superiori e i concittadini per cui fu eletto Guardiano di Ancona; la stima
degli uomini si ingrandì tanto che i Frati delle Marche lo elessero Superiore
Provinciale; ma la fama della sua santità, unitamente alle sue doti di governo
e di apostolato, oltrepassarono ben presto i confini della regione.
Ad
“Ara Coeli”, centrale dell’Ordine Serafico (1), era pervenuta chiara
l’eco delle sue virtù e delle sue doti singolari. Da Roma, il Ministro
Generale dell’Ordine, Fra Guglielmo da Casale, aveva puntato gli occhi su
Frate Gabriele.
La Chiesa stava reclutando i figli migliori dell’Ordine francescano per la
“Crociata della Verità“ nei paesi del Danubio.
Quando
San Giacomo della Marca, che predicava in Bosnia con il fior fiore di Apostoli
Frati Minori, ebbe bisogno di nuovi operai specializzati per combattere
l’eresia manichea, suggerì il nome di Fra Gabriele. L’amicizia spirituale
di San Giacomo col Beato era grande; e Fra Gabriele non poteva dire di no. Il
Ministro Generale Fra Guglielmo poi, aveva comandato, e il Servo di Dio non
poteva disubbidire.
Il
campo di lavoro era arduo e difficile per le eresie che infestavano la Bosnia, e
il Beato si armava per partire alla conquista del Regno di Cristo.
Il
Padre Gabriele era in quel tempo Vicario Provinciale e percorreva il Piceno con
grande frutto spirituale, nel difficile compito di Ministro dei Frati Minori.
In
mezzo al vasto e intenso lavoro, non dimenticava Capodimonte e la sua città.
Anzi a “San Francesco ad Alto” lo sentivano sempre vicino e gli anconitani
continuavano a rivolgersi a lui in molte circostanze.
Quando
si sparse la notizia dell’imminente partenza di Padre Gabriele per i Balcani,
il consiglio municipale di Ancona del 22 Febbraio 1438 si riunisce e delibera di
presentare subito una supplica allo stesso sommo Pontefice Eugenio IV, perché
voglia dispensare il Frate anconitano dal recarsi a predicare in Bosnia.
Nessuno
voleva rassegnarsi a vederlo partire dalle Marche e dall’Italia, e
specialmente Ancona non poteva restare priva dell’amorevole assistenza del suo
illustre e santo concittadino (2).
In Bosnia San Giacomo aveva avuto ragione dell’eresia dei Manichei; e, dopo
averla estirpata con la sua eloquenza, si trasferiva con tutta la sua volante
serafica nel regno di Boemia per mettere pace tra quel popolo e l’imperatore
Sigismondo.
Le
ultime notizie della Bosnia arrivarono velocemente a Roma, e Frate Gabriele non
partì più, perché gli eretici erano stati sgominati!
Così
il Beato restò nelle Marche e, come abbiamo detto in altra parte, continuò il
suo buon governo nel Piceno Serafico, propagando il movimento francescano,
operando conversioni e compiendo opere di santità in mezzo al popolo.
Era ormai avanzato negli anni, ma San Giacomo della Marca Vicario Provinciale
(3), pregò Gabriele di riprendere ad Ancona l’ufficio di Guardiano del
convento di Capodimonte (circa il 1449).
Questo
ritorno del Beato nella città dorica per la seconda volta Superiore del
convento di “San Francesco ad Alto” suscitò un’ondata di sincero
entusiasmo e tutti considerarono una grazia del cielo la sua presenza in città.
Egli infatti apparve ai suoi concittadini e ai religiosi non più un uomo
terreno, ma un angelo.
La
sua santità s’imponeva all’ammirazione di tutti e Ancona ricominciò il suo
pellegrinaggio quotidiano a Capodimonte per ricevere la benedizione prodigiosa
del Beato e i frutti della sua sapienza (4).
UN PANE DI ZUCCHERO E UN TAPPETO
La santità
vuole chiarirsi ogni giorno di più: perciò Iddio permise proprio in questo
secondo guardianato del Beato, un episodio singolare per perfezionare la
graziosa umiltà del suo Servo.
Padre
Gabriele fu accusato, ed esageratamente, al Vicario Provinciale San Giacomo di
Monteprandone, forse per qualche lieve difetto. San Giacomo della Marca, impose
subito al guardiano di Ancona di dire la sua colpa in pubblico e di flagellarsi
davanti ai suoi frati.
Il
Beato, riunita subito la comunità, si sottopose con santa ilarità al comando
del Vicario Provinciale e i religiosi ne furono commossi.
Il
gesto di San Giacomo aveva costato tanta umiltà al Servo di Dio, ma anche tanta
gioia spirituale; perciò Gabriele volle esprimere al Superiore Provinciale la
sua riconoscenza.
In
quel tempo San Giacomo stava costruendo il convento di Monteprandone, quando gli
giunse questa lettera, che accompagnava un grazioso dono del Beato Gabriele (5):
“poiché Vostra Paternità troppo si affatica qua e là scorrendo e
governando la provincia, le trasmetto un pane di zucchero, acciocché si possa
confortare alquanto, e perché di fresco ha dato principio alla fabbrica di un
convento in Monte Prandone, le dono un tappeto che servirà per adornare la
chiesa”(6).
INTIMITA’ CON IL VESCOVO BEATO ANTONIO
FATATI
I Frati di Capodimonte non dimenticarono più l’episodio di umiltà del Beato
nell’eseguire la penitenza inflittagli da San Giacomo.
Da
quel tempo in poi, le virtù del Beato Gabriele si chiarivano ogni giorno, e i
Frati si ritenevano fortunati di averlo con loro.
Non
sappiamo quando il suo secondo mandato di Guardiano ebbe termine (1452?), ma è
quasi certo che il Beato non si mosse più da Ancona (7).
Infatti
nel 1455, penultimo anno della sua vita, Egli scriveva al vescovo anconitano
Mons. Antonio Fatati (8), eletto governatore della Marca nel 1450, dal Convento
di “San Francesco ad Alto”, a Macerata.
Il
venerando Presule e il Servo di Dio erano legati da profonda spirituale
amicizia. Dall’esame poi di quel prezioso autografo, appare chiaramente che
l’animo di Gabriele e l’animo del nobile vescovo Antonio, erano una cosa
sola.
Il
Beato infatti, dopo aver detto che si sentiva ormai stanco per gli anni, formula
auguri e impartisce consigli per il buon governo della sua diocesi; in ultimo
confida con tutta umiltà serafica una necessità, per cui lo prega di
provvedergli una tonaca nuova di panno pesante per difendersi dai rigori
dell’inverno. La lettera (9) è l’unico autografo del Beato che sia arrivato
fino a noi. Il prezioso manoscritto si trova presso la famiglia Fatati di
Ancona, discendenti del Vescovo Antonio.
Noi
ne abbiamo riportato la traduzione del Padre Giacinto Pagnani nell’appendice
di questo lavoro.
Il
Beato Gabriele fu quindi un buon consigliere del santo Vescovo Fatati, che
ricorreva a lui con animo fraterno, per attingere consigli alle limpide sorgenti
della sua rara sapienza.
Aveva
firmato la lettera, forse l’ultima, al Vescovo Antonio, così: “Pregate
il Signore per me peccatore…. Indegno frate minore, nel luogo antico di
Ancona, 29 gennaio 1455”. Il Servo di Dio era ormai all’apice della sua
vita terrena; aveva settant’anni; e più si sentiva prossimo al Cielo più si
inabissava nella sua umiltà. Con occhio cristallino aveva cercato di carpire le
altezze infinite di Dio, che gli appariva immenso, santissimo… aveva militato
con passione nelle file del Francescanesimo; si era sforzato di accumulare
grandezze per il suo Ordine…
Noi
diciamo perciò, forse perché limitati o temerari: “Gabriele, hai speso
bene la tua vita; tu hai fruttato il cento per uno; riceverai la ricompensa del
servo buono e fedele”. Lui, invece, insiste a chiamarsi: “un
peccatore…”, “un indegno”!
Le
sue ali erano ormai protese verso la mèta: “nel 1456, nota lo storico (10),
il Beato Gabriele cade gravemente infermo nel convento di Capodimonte”.
In
quell’anno San Giacomo della Marca esercitava nella Provincia Picena
l’ufficio di Nunzio, predicando e raccogliendo elemosine per la campagna
contro i Turchi, per incarico del papa Callisto III (11); appena il Santo seppe
che Gabriele era gravemente malato, lui e il suo compagno
nell’apostolato, Fra Giorgio Albanese, corsero in Ancona a “San Francesco ad
Alto”.
Quando
i due Santi, amici del Servo di Dio, giunsero, Gabriele era in fine di vita.
Il
male aveva ormai ragione del suo corpo stanco e fragile, mentre l’anima
anelava ai riposi del Cielo.
Il Beato si rallegrò di quella fraterna premura; li pregò di non
allontanarsi perché la fine era prossima.
In
quella cella povera, tutto sembrava ricco; tre grandi anime erano riunite a
convegno; il cielo era disceso tra quattro mura per cantarvi il poema della più
dolce fratellanza.
Il
Beato si sentiva proprio rapito, avendo vicino Fra Giacomo e Frate Giorgio.
Li
volle ringraziare e profetizzò: “Rallegratevi ed esultate, perché i
vostri nomi sono scritti in cielo”. Era il 12 novembre 1456: Gabriele
spirava in un mare di luce! (12).
I
Frati di Capodimonte si raccolsero intorno al suo corpo, muti e sconvolti.
Ancona
ebbe un brivido; il popolo pianse perché era morto il padre dei poveri.
ALONE
DI GLORIA
PARLA
SAN GIACOMO!
Tutta
Ancona passò riverente e commossa, davanti alla bara.
I
magistrati decretarono il lutto cittadino; Mons. Giovanni Caffarelli che sedeva
sulla cattedra di San Ciriaco, giunse a Capodimonte con tutto il suo clero e il
popolo per rendere l'estremo saluto a Gabriele.
Nella
Chiesa di “San Francesco ad Alto” si levarono le voci dei Frati, che
salmodiavano; poi il Vescovo di Ancona comandò a San Giacomo di parlare (l).
Il Santo
improvvisò l'elogio del Beato in presenza del Senato dorico e di tutto il
popolo; allora tutti si rallegrarono perchè Ancona aveva collocato un
protettore in Cielo.
Il Sacro corpo fu tumulato per terra, sotto il pavimento della Chiesa, a destra
della porta centrale di “San Francesco ad Alto”.
Così aveva voluto Gabriele perché i fedeli entrando, calpestassero il suo
sepolcro (2). Ma Dio glorificò il suo servo; e poiché i malati proprio su quel
sepolcro guarivano e i peccatori si convertivano (3), Callisto III in quello
stesso anno 1456 ordinò a San Giacomo di compilare il processo delle virtù
dell’umile e santo Frate (4).
Il Pontefice Callisto III, letto il documento di San Giacomo, ordinò con breve
apostolico (5) che il corpo del Beato Gabriele fosse esumato e riposto in un
sepolcro più decoroso (6).
Per varie cause, che qui sarebbe lungo descrivere, il corpo del Beato rimase
ancora per molto tempo sotto terra (7).
I fedeli intanto non cessavano di pellegrinare ogni giorno alla tomba del Beato,
ormai teatro di continui prodigi.
Quell’umile quadrato del pavimento dietro la porta del tempio, era la mèta
della fede, segnando il trionfo delle virtù del Beato, che sprigionava raggi
luminosi di santità.
MIRACOLI E MIRACOLI
San Giacomo si era messo subito al lavoro e alla fine dello stesso anno 1456
aveva presentato al Papa con le sue stesse mani il processo, che conteneva
sessantatré miracoli autenticati e più altri trenta, scritti in un libro a
parte (8).
San Giacomo, tessendo l’elogio in presenza del popolo, aveva spontaneamente
descritto le sue virtù per le quali Dio si era compiaciuto di glorificarlo,
ancora vivente, con strepitosi prodigi.
Mentre il sacro cadavere era ancora sopra la terra, molti malati furono portati
a Capodimonte e al contatto delle sue sacre Spoglie furono guariti.
Lucia di Ancona, era stata colpita in tenera età da un male alla mano sinistra,
tanto ostinato e grave che ormai da molto tempo disperava di guarire; ma appena
toccò il Beato e invocò il suo nome, la sua mano guarì.
Un’altra pia donna anconitana, di nome Riccabella, aveva perduto la vista
all’età di quattro anni; toccò le sue pupille sui piedi scalzi del Beato. La
malata cieca da tanti anni riprese perfettamente la vista; e in segno di
riconoscenza fece appendere al Sepolcro del Beato due piedi di argento (9).
Un fanciullo, già morto, fu preso in braccio dai genitori, che non si
rassegnavano a tanta perdita, e lo condussero subito a “San Francesco ad
Alto”.
Il cadaverino del fanciullo fu adagiato sopra il sepolcro del Beato Gabriele,
mentre i parenti accendevano lumi e imploravano il miracolo… Ad un tratto
tutti videro il corpicino rianimarsi ed alzarsi solo, da terra, vivo! San
Giacomo, venuto a conoscenza dello strepitoso miracolo, volle vedere e parlare
con il fanciullo risorto da morte per intercessione del Beato Gabriele (10).
PROCESSIONE D’INFERMI
Una fanciulla epilettica fu condotta dal padre, Nicolò Della Rocca, sulla tomba
del Beato. Aveva molta febbre, ma in quel medesimo giorno la fanciulla fu
liberata dalle convulsioni e il padre giubilando la ricondusse a casa
completamente guarita.
Una signorina aveva perduto la favella. Accese una candela presso la tomba del
Beato e tenendo in mano il cero, simbolo della sua viva fede, implorava la
guarigione.
D’un tratto la sua lingua si sciolse, e ricominciò a parlare perfettamente.
“O Beato Gabriele, se mi otterrete la primitiva salute e la grazia di avere un
figlio, vi prometto di chiamarlo con il vostro nome, e voglio che per due anni
indossi l’abito di San Francesco”.
Con
questi precisi accenti, una pia donna anconetana, di nome Costanza, implorava la
sua guarigione presso il sepolcro del Beato. Erano sei anni che soffriva una
incurabile emorragia; la scienza medica non sapeva cosa fare, ma il Beato guarì
la sua devota, che, per riconoscenza, mantenne fedelmente le sue promesse (11).
Per
lunghi venti anni un giovane era stato martoriato dalla lebbra. Le sue membra
erano disfatte, e il suo cuore era spezzato dalla disperazione. Si trascinò a
“San Francesco ad Alto” e lì, presso il glorioso sepolcro del Beato
Gabriele, fu subito guarito dalla schifosa malattia (12).
Nell’anno
1476 lasciava la terra anche San Giacomo della Marca, e nel 1478 il Beato
Francesco da Castel d’Emilio, contemporanei ed amici del Beato.
Il
Padre Luigi di Ancona, sacerdote francescano, si raccomandava a questi Beati
Comprensori del Cielo per riavere la vista.
La
fede di Padre Luigi fu premiata con una strepitosa visione; entrarono nella sua
cella San Giacomo, il Beato Francesco e il Beato Gabriele; li vide, si
inginocchiò; gridò al miracolo…
Tutti
i frati del convento furono testimoni del miracolo; e, il giorno dopo, il Padre
Luigi riprese a celebrare la Santa Messa come faceva prima di perdere la vista
(13).
Questi
e tanti altri prodigi furono operati dal Beato Gabriele. Nel corso dei secoli il
suo sepolcro fu circondato da innumerevoli “ex voto”, che la furia
demolitrice del tempo ha distrutto (14). Ciò è confermato da tutti i biografi
del Beato; i quali dicono che i fedeli beneficati per sua intercessione,
appendevano piccoli quadretti, “ex-voti” di argento e altri segni intorno al
suo sepolcro.
Nel
1753 il Vescovo Nicola Manciforte enumerava nel processo di ricognizione e
traslazione del corpo del Beato Gabriele dall’antico sepolcro alla prima
cappella eretta a “San Francesco ad Alto”, 304 ex voto.
Così
chiudiamo questa breve rassegna di grazie, e ci stringe il cuore perché lo
spazio non ci consente di narrare altre meraviglie operate da Dio per mezzo del
glorioso Beato Gabriele.
FASTI GLORIOSI
PAOLINA FERRETTI
Paolina
Ferretti, sorella affezionatissima e devota del Beato Gabriele, aveva sempre
avuto in animo di preparare un sepolcro degno del suo grande fratello.
E
glielo aveva ingenuamente confidato quando era ancora vivente, per cui il Beato
la rimproverò severamente esprimendo la volontà di essere seppellito
umilissimamente.
Poi
venne il tempo in cui la devozione fraterna di Paolina poté essere soddisfatta.
Il
sepolcro infatti fu costruito con i suoi pii lasciti, durante il pontificato di
Sisto IV (1371-1474) e di INNOCENZO VIII (1484-1492); e il corpo del Beato vi fu
trasportato nel 1489, in forma privata e alla presenza di pochi testimoni (1).
Il
superbo mausoleo fu eretto proprio secondo i desideri di Paolina, nonostante che
Gabriele avesse scongiurato la pia sorella di non volere tanto onore, per lui
umile frate minore.
L’opera monumentale si trovava a destra dell’altare Maggiore di “San
Francesco ad Alto”, dentro il presbiterio.
La parete frontale è ornata da festoni di fiori da un cestino di frutta, da una
lampada ardente e da un libro aperto. Sopra il coperchio l’artista vi ha
adagiato la statua del Beato: cappuccio in testa, mani incrociate, profilo
nobile; la figura dorme su un ricco cuscino (2).
Il Mausoleo porta scolpito nella parte anteriore queste parole: “Sepulcrum
Beati Gabrielis”. Di fronte si apre anche una finestrella, da cui si poteva
vedere il volto del sacro corpo.
L’opera fu attribuita a Giovanni De Franceschi (3).
Il sarcofago nel 1868 fu trasportato da “San Francesco ad Alto” alla
Cattedrale di San Ciriaco.
Noi abbiamo avuto la gioia di descrivere questo superbo mausoleo, osservando
disegni e fedeli riproduzioni fotografiche, perché l’opera ora è
semidistrutta dai bombardamenti di Ancona che nell’ultima guerra (1940-45) ha
colpito la Cattedrale di San Ciriaco e la Cripta dove era stato collocato (4).
Le spoglie preziose del Beato in quell’anno non c’erano più in Cattedrale,
perché nel 1943 furono trasportate, per opera di Padre Guido Costantini, Frate
Minore e Parrocco di San Giovanni Battista, a Capodimonte (5).
Il mausoleo descritto e l’onorata sepoltura facilitarono subito la devozione
del popolo verso il Beato, perché i Frati Minori si adoperarono per rendere
immortale la santità di Gabriele.
Nel frattempo casa Ferretti si preoccupava di tramandare ai posteri la
vera effigie del suo grande antenato. E, pochi anni dopo il suo trapasso, il
celebre pittore Carlo Crivelli delineava a vivi colori, propri dell’arte
veneta, il quadro del Beato, estatico davanti alla Vergine, per incarico dei
Conti Ferretti. L’opera incantevole, datata 1466, ha ornato la parete destra
del presbiterio di “San Francesco ad Alto” sopra il mausoleo del Beato (6).
Il capolavoro descrive la visione di Gabriele tra i pini del Convento.
Nel 1861 il Convento e nel 1862 la Chiesa “ad Alto” furono chiusi per causa
della soppressione dei religiosi; ma il prezioso originale si conservava già in
casa Ferretti in Via Guasco (7). Non
è scomparso e il Padre Costantini afferma che il 28
gennaio 1943 la Contessa Venanzoni Ferretti gli riferì che il quadro del
Crivelli si trovava a Londra (8). Infatti noi abbiamo ricavato dai registri del
Museo dorico che il quadro del Crivelli si trova alla Galleria Nazionale di
Londra, catalogato con il n.668.
I devoti del Beato non si stancavano di pellegrinare a Capodimonte e ogni giorno
il suo sepolcro era teatro di meraviglie. Fiori e lumi ardevano continuamente.
Ogni anno il 12 novembre, anniversario della preziosa morte di Gabriele, il
popolo saliva più numeroso presso la Chiesa dei Frati Minori per ricevere i
Sacramenti e implorare l’intercessione del Compatrono di Ancona.
Alcuni oggetti usati dal Beato, tra cui un pezzo di mantello e il berrettino,
furono trattati con riverenza dal popolo e conservati gelosamente presso la
Sacrestia (9). I devoti richiedono anche oggi di toccare queste reliquie per
devozione al Beato, e i sofferenti, specialmente di emicranie, chiedono la
cosiddetta “benedizione con il berrettino del Beato Gabriele”. Al contatto
di tali reliquie molti malati si sentono sollevati.
Ai lati del mausoleo i Frati Minori tenevano perennemente accese due lampade ad
olio. I devoti incominciarono a chiedere di essere unti con quell’olio e il
Beato Gabriele operava prodigi sui malati segnati con l’olio delle sue
lampade.
L’olio arde da secoli presso l’urna del Beato e anche oggi nel suo nuovo
santuario di Capodimonte, i fedeli continuano a richiedere quell’olio,
diventato prodigioso, per portarlo in casa e tracciare con esso il segno di
croce sui malati.
Dai paesi circonvicini e anche dalle contrade lontane venivano i fedeli ai piedi
del Compatrono di Ancona. La fama dei prodigi operati dal Beato si allargava
sempre di più, in molte cittadine delle Marche, specialmente in Osimo;
raggiunse, dice lo storico, perfino il Regno di Napoli, e i pellegrini facevano
sempre la strada a piedi verso il Sepolcro glorioso.
Si moltiplicavano i suoi devoti, ma si moltiplicavano anche i prodigi; i fedeli
chiedevano di toccare le sue reliquie, specialmente il mantello che egli aveva
usato; e un sacerdote francescano lo portava anche agli infermi della città,
degenti nelle proprie case (10).
Questa
devozione continuò ininterrotta per secoli e la testimonianza del culto
prestato al Beato, dopo trecento anni dalla sua preziosa morte, è stata la più
fulgida ed efficace testimonianza al processo per la conferma ufficiale del
culto.
Benedetto
XIV decretava gli onori degli Altari all'ex Conte Ferretti. Questo fausto
avvenimento ha glorificato ufficialmente il Beato Gabriele e ha rallegrato il
suo popolo devoto, che da secoli lo venerava.
I
miracoli portentosi e ininterrotti parlavano.
Il
Padre Giuseppe da Torino, postulatore generale dell'Ordine Francescano per le
cause dei Santi, sollecitato anche dal pio Conte Benedetto Ferretti, istruì il
processo presso il Vescovo di Ancona. Mons. Nicola Manciforte (1746-1762) il 29
aprile 1752 proferì la sentenza del culto prestato ininterrottamente al Beato
(11). Il 9 settembre 1753 Benedetto XIV confermò la sentenza del Vescovo Nicola
e ne approvò solennemente il culto.
Per
solennizzare l'evento, Ancona organizzò grandiosi festeggiamenti: nei giorni
19-21 maggio 1754 il Colle di Capodimonte fu invaso da una folla enorme, per
assistere alle grandiose celebrazioni in onore del Beato Gabriele (12).
Il
28 agosto 1754 la Congregazione dei Riti concesse anche l'Ufficio proprio e la
Santa Messa del Beato Gabriele per la Diocesi di Ancona e per tutto l'ordine dei
Frati Minori (13). Il nuovo breviario romano-serafìco ha fìssato la festa nel
12 Novembre, giorno sacro per il trapasso del Beato da questa terra al cielo!
(14).
UN PENSIERO GENTILE E UNA OFFERTA...
La
commemorazione annuale del 12 novembre, assunse ben presto uno sviluppo
grandioso. In quel giorno Ancona saliva tutta a Capodimonte in una sagra
cittadina in onore del Beato. La festa era di tutti, ma soprattutto dei bambini
e dei poveri, dei malati e dei bisognosi, che erano stati sempre l'oggetto delle
sue più squisite attenzioni.
I
Frati Minori ne furono testimoni e suggerirono ai nobili discendenti di
Gabriele, i Conti Ferretti, un modo grazioso e pio per ricordare a tutti l'amore
che Gabriele aveva sempre nutrito per i poveri del buon Dio.
Il
Conte Cav. Giovanni Ferretti, il 6 novembre 1786 impose con suo testamento agli
eredi di sborsare ogni anno per “il giorno del Beato”, il 12 novembre, una
offerta di 15 scudi da donare ad una giovane povera di Ancona. Ogni Parrocchia
della città inviava al Padre Guardiano di Capodimonte, ogni anno, la fanciulla
povera, che insieme alle altre giovani di tutte le parrocchie di Ancona,
partecipava al sorteggio dei 15 scudi. Dopo il Vangelo della Messa solenne, il
Superiore del Convento sorteggiava davanti al popolo i nomi; e la fanciulla
preferita dalla sorte riceveva il dono dei 15 scudi in onore del Beato (15).
Il
Melchiorri, nella sua “Leggenda del Beato Gabriele Ferretti” descrive
fedelmente la ricognizione operata dal Vescovo Nicola Manciforte il 4 settembre
1757 (16). Intanto il Cav. Benedetto Conte Ferretti in occasione della
traslazione del Corpo del Beato dall'antico al nuovo deposito, aveva fatto
decorare la prima cappella a sinistra di chi entrava nella Chiesa di “San
Francesco ad Alto”.
La
cappella era stata arricchita di pregiati marmi; e sopra il primo altare del
Beato troneggiava il quadro di Stefano Parocel (17), opera dolcissima eseguita
nel 1756 e la cui immagine viene continuamente riprodotta e distribuita ai
devoti. Il pittore insiste sul medesimo tema: il Beato rapito in estasi davanti
alla Madonna.
LA VOCE DEL POETA
Ai
lati della Cappella fiorivano varie epigrafi (18); e nel lato sinistro furono
incisi con lettere d'oro (19) gli immortali distici del famoso Cav. Francesco
Cinzio Benincasa di Ancona (20), ricco e fiorito poeta. Questi distici tessono
il più vero elogio di Gabriele (21) :
« Qui de' Frati minor gloria sublime
« riposa Gabriele, onde la fama
« lustro e decoro alla sua patria imprime.
« Chiaro per nobiltà che in Lui dirama
« non è, non per dovizie; chè valente
« degli averi mondan spogliò la brama.
« Ei poverello, umìl, casto, e paziente
« delle miserie con mertato onore
«
stringevasi alla Croce onnipotente:
«
E fattosi per lei seguitatore
«
nell'orme al pio Francesco, ai piè sacrati
«
di Cristo si dà servo al suo Signore:
«
Davante al quale con preghi iterati
«
òra insieme alla Madre che sicuri
«
giorni alla patria vengano donati,
«
E amica al sommo Iddio per sempre duri »
«
Francesco Cinzio cantava.
«
Morì nel 1456, il 12 novembre il Beato Gabriele (22).
LA VOCE DELLA FEDE
Il
più bel poema però, che i secoli cantano al Beato è la serie ininterrotta di
prodigi che la cronaca appunta ogni giorno a maggior gloria di Dio che si rende
mirabile nel suo Servo fedele.
E
allora cantaci tu, piccolo Anacleto Gigliucci di Ancona, con voce argentina, la
gloria di Gabriele, che nel lontano 1797 rallegrò i tuoi genitori quando ti
videro correre per la prima volta, dopo tre anni di paralisi alle gambe, presso
l' Altare del Beato (23).
E
tu, pio Luigi Rondini, pure di Ancona, raccontaci come al contatto del
berrettino del Beato guaristi; tu che il 18 maggio 1800, balzando dal letto,
dove ti aveva inchiodato per un mese la acerba immobilità, sei andato a piedi a
ringraziare il Beato a Capodimonte (24).
E
tu, e tu, e tu... devoti senza nome, anime sconsolate, corpi affranti, che ogni
giorno sperimentate nell'alone della Fede la gloria immortale del Beato
Gabriele...
Gli
anni 1752-57 furono trionfali per la storia del culto prestato al Beato
Gabriele, perché si conclusero con la solenne Beatifìcazione, con la erezione
della cappella “Ferretti” in “San Francesco ad Alto”, e del primo altare
al Beato; con la ricognizione e traslazione del sacro corpo e con la
celebrazione del III Centenario del suo prezioso Transito.
Il Vescovo Nicola Manciforte donò in quel tempo (settembre 1756) una
preziosa reliquia del Beato ai Conti Ferretti, un osso del suo corpo venerabile;
e i frati minori acconsentirono anche che fossero consegnati ai nobili
discendenti del Beato Gabriele “il vecchio abito, che aveva rivestito il Servo
di Dio, il cuscino e il fazzoletto sui quali appoggiava il capo, la tovaglia che
era distesa sotto il suo corpo”. Tutte queste reliquie furono esposte in una
cappella rurale dei Conti Ferretti, che il Padre Stanislao Melchiorri, autore de
“La leggenda del Beato Gabriele...” (1844), dichiara che nei suoi tempi
ancora esisteva (25).
Si
diffondeva così la devozione al Beato, che segnò pagine gloriose di fede; ma
gli anconitani aspettavano un altro felice evento: Erano ormai passati molti
anni dalle celebrazioni del 1756, e si avvicinava a grandi passi il quarto
Centenario (1856) del Transito Beato dell'Angelo di Ancona.
In
questa circostanza la città dorica fece a gara per dimostrare il suo
attaccamento al Compatrono, organizzando una duplice celebrazione: il I°
Centenario della Beatificazione del Beato Gabriele e il IV Centenario della
morte.
Era
il 6 settembre 1856: il rione di Capodimonte assisteva ancora una volta al
prodigio di una folla numerosissima accorsa ai piedi del Beato Gabriele; al
cadere della sera, il Padre Domenico da Montemilone, illustre oratore e
confratello del Beato, decantava dal pulpito la gloria quattro volte centenaria
dell' Angelo di Ancona (26).
L'eco
grandiosa di questa apoteosi commosse tutti gli anconitani e raggiunse le
contrade più lontane.
Il
Beato moltiplicava così i pellegrini al suo altare, agitava nell'animo di tutti
la fiamma dell'amore di Dio; convertiva i peccatori; rallegrava gli innocenti!
Per
gli anconitani Frate Gabriele non era morto; ma lo sentivano sempre in mezzo a
loro, come quando era vivente, a condividere le ansie e le lotte di ogni giorno,
per cui il Beato accende le glorie del suo patrocinio celeste su tutta la città.
L'aureola
della sua santità si dilatava sempre più; e quando il conte Giovanni Maria
Mastai-Ferretti diventò Pio IX, il Vicario di Cristo e Sovrano dello Stato
Pontificio scese da Roma per venerare le spoglie gloriose del suo illustre
antenato!
Nei
giorni 22-24 maggio 1857 il Papa Pio IX fu ospite della città di Ancona. Prima
di lasciare la città dorica, volle salire il colle Astagno per visitare la
fortezza, opera di Antonio da Sangallo, posta a difesa della città e del golfo.
Era
il 24 maggio1857: Pio IX usciva dal forte di Capodimonte, quando un improvviso
temporale colse il corteo papale. A due passi c'era il Convento del Beato
Gabriele, e il Papa comandò di entrare a “San Francesco ad Alto”. I
cocchieri frenarono l'impeto dei cavali sbuffanti sotto gli scrosci violenti del
temporale, le guardie pontificie di scorta presentarono le armi e Pio IX varcò
la soglia del Convento!
La
Provvidenza aveva voluto così che il Vicario di Cristo, Sovrano dello Stato
Pontificio, dopo aver visitato il forte, garanzia sicura contro le minacce di
nemici materiali, avesse visitato il Sepolcro del Beato Gabriele, cittadella
spirituale, inespugnabile, di tutta Ancona, alla quale il popolo ha appeso tutte
le sue speranze contro ogni nemico dello spirito e della carne!
PIO IX VENERA GABRIELE SUO BEATO ANTENATO
Il forte
Pontefice Pio IX, discendente della nobile stirpe Mastai-Ferretti, si reputò
doppiamente felice di aver potuto venerare Colui che dopo aver illustrato con le
sue rare virtù il suo nobile casato, sprigionava ora dal Cielo raggi potenti di
santità per proteggere la città dorica e i suoi sudditi.
Il
Sovrano dello Stato Pontificio e Vicario di Cristo ricevette in udienza tutti i
Frati Minori del Convento nella sacrestia di “San Francesco ad Alto” e li
ammise al bacio del sacro piede; quindi con tutto il suo seguito si prostrò
davanti alle spoglie gloriose del Beato Gabriele.
Il
Pontefice ammirò il primo altare del Beato, che il genio e la munificenza
avevano arricchito di arte; pensò a tutti i devoti del Conte Frate, e perciò,
prima di uscire dal Convento “Ad Alto” volle lasciare al Padre Guardiano dei
Frati Minori un autografo con cui concedeva il privilegio all'altare del Beato
Gabriele (27).
Ora
il temporale era cessato, e il sole, come d'incanto, aveva ripreso a brillare
sul colle Astagno: Pio IX, edificato e quasi ricreato dinanzi alla gloria del
suo illustre antenato, benedisse i Frati e risalì la carrozza pontificia verso
il Palazzo Apostolico.
A
perenne memoria del fatto venne posta nella sacrestia di “San Francesco ad
Alto” una lapide commemorativa (28).
NEL
NUOVO SANTUARIO
LA LUCE PRODIGIOSA
Una
graziosa leggenda ci ha tramandato il popolo anconitano. Di notte tempo un lume
prodigioso sale sulla vetta della chiesa del Santuario del Beato; folgoreggia
sulla croce; poi si snoda per il lungo tetto.
Il
popolo vede!
Quella
luce si sprigiona dal sepolcro glorioso e, dopo aver guizzato in
fantastiche fiammelle per le arcate del tempio, sale sulla torre sonante, tocca
i sacri bronzi, si accende più luminosa sulla croce del campanile, discende sul
timpano della chiesa e poi corre a rifugiarsi nuovamente dentro l'Urna di
Gabriele.
E'
una leggenda (1), ma essa mette il dito nel cuore di Ancona, che sente nella
gloria imperitura del suo Beato la luce che guida. Quel lume è il sole che
illumina le menti, riscalda i cuori di tutto il popolo che nel Beato ha riposto
la sua fiducia. Quel lume è la speranza, che egli non lo voglia abbandonare,
mai; è la carità che affratella e che riunisce i cuori in un corteo d'amore
verso Dio! Quel lume è la storia religiosa di Ancona, che invoca Gabriele per
suo grande Compatrono.
IL CONVENTO DI SAN GIOVANNI IN CAPODIMONTE
Perché
quel lume non si spenga, i Frati Minori sono restati sul fatidico Colle Astagno;
e se infauste vicende storiche hanno distrutto la chiesa di “San Francesco ad
Alto” e il suo convento, nei pressi di quel luogo prodigioso che ha visto le
gesta del Beato, la Provvidenza ha chiamato i Frati Minori nel nuovo convento di
San Giovanni Battista (2).
Il
25 aprile 1884, infatti, il Card. Achille Manara, Arcivescovo di Ancona,
concedeva in perpetuo la parrocchia di San Giovanni Battista ai Frati Minori
delle Marche (3).
Il
primo parroco fu Padre Colombo Tisei da San Donato e prese possesso della
parrocchia il 26 aprile 1884 (4).
Due
anni dopo, nei locali annessi alla chiesa fu eretto canonicamente il convento di
San Giovanni Battista e il Primo Superiore fu il Padre Gabriele Bruschi.
Lo
zelante Padre Gabriele Bruschi, omonimo del Beato, in occasione del
trasferimento del sacro corpo dall'altare del Crocifisso in Cattedrale, ad un
altare della cripta della Madonna, scrisse una lettera (5) al Card. Manara in
cui riconfermava in modo assoluto gli inalienabili diritti che l'Ordine
francescano aveva sui resti mortali del Beato Gabriele (1898), ma non fu
restituito ai Frati Minori. Le venerate Spoglie avevano patito ed erano molto
deteriorate per cui fu necessario un lungo ed accurato intervento del Dott.
Taddeo Taddei per salvarlo dallo sfacelo (1901) (6).
GABRIELE RITORNA
Il Colle
Astagno aspettava. Aveva visto partire le spoglie del Beato in quel tramonto
infausto della soppressione religiosa (7), ma ormai era giunta l’ora in cui le
sacre Spoglie sarebbero ritornate a risplendere presso il bosco dei pini.
Erano
cessati i motivi per cui i Frati Minori avevano consegnato al Guasco il Beato.
Perciò il Superiore Padre Guido Costantini, chiese ed ottenne di riportare sul
Colle Astagno l’incorrotta Salma del venerato confratello (8).
Il
30 gennaio 1943 il Beato ritornò, e il santuario riprese il suo cammino (9).
Qualche nonagenario forse poteva ricordare la mesta discesa, verso il Guasco,
del sacro corpo, la sera del 14 maggio 1862 (10), ma prima di morire il Beato
gli si è fatto rivedere risalire il suo colle.
Il
giorno dopo tutto il rione di Capodimonte si riunì festante intorno alle sacre
Spoglie del Beato in un triduo solenne di preghiere (11).
COME I FIORI
All’ombra del sepolcro del Beato Gabriele sono fiorite otto stupende
realizzazioni che vanno sotto il nome generale “Opera francescana di
Protezione derelitti Padre Guido”.
Il
Padre Guido Costantini da molti anni soffriva della passione per gli umili e per
i poveri abbandonati dagli uomini e dalle loro istituzioni, perché senza nome.
Sentiva che questi derelitti imploravano soltanto la pietà dei buoni.
Sul venerato
sepolcro del Beato confratello, il detto padre si ispirava e così spuntavano i
fiori fecondi di carità. Nel 1937, proprio a San Giovanni si iniziava la Mensa
del povero. Sin d'allora quanti poverelli e randagi hanno trovato e trovano ogni
giorno il piatto caldo di minestra riempito dall'amore dei buoni!
Successivamente sorgeva la custodia dei figli del popolo, il Laboratorio
vestiari usati, l'Assistenza a domicilio, Scuola di lavoro per l'eleganza
cristiana. Nel 1947 nasceva l'Ospizio Infanzia abbandonata, ora diviso in due
sezioni: uno, piccolo, in Via Pescheria, e un secondo, grande, in Via Carmine di
Posatora. In quest'ultimo vi sono anche tutte le cinque classi elementari parifìcate:
ultima felice realizzazione.
Quante
volte, e ora non si contano più, il Beato Gabriele ha fatto sentire la sua
potente protezione, intervenendo, consolando, aiutando in un modo addirittura
insperato! Non per nulla le ricoverate lo pregano fervidamente tutti i giorni
affinché protegga tutta l'Opera francescana, tutto il personale assistente,
tutti gli amici, tutti i cari benefattori” (12).
Queste
opere di amore sono fiorite sotto la protezione del Beato. “Noi irradiamo
l'amore”! è stata la diana che ha ingaggiato una battaglia di carità operosa
sul Colle Astagno, dove il Padre Guido ha riunito nel nome del Beato, i poveri,
gli orfanelli, i derelitti… (13).
Quest’opera
è sua, proprio sua, perché il Beato, nei derelitti del Padre Guido, rivede i
suoi poveri, quelli che lui stesso aveva soccorso da vivo.
In
un canto d’amore, l’apostolato tra i bisognosi si è ingrandito, ha preso
proporzioni colossali, e dovunque c’è un assistito del Padre Guido, ivi c’è
un cuore benedetto dal Beato. Quest’opera ha varcato i confini della città;
si è dilatata in un respiro larghissimo e ha preso carattere nazionale.
La guerra ultima ha scatenato tutte le sue furie sul Colle Astagno.
Padre
Guido Costantini, Parroco di San Giovanni, fondatore dell'Opera francescana per
i poveri, tra il turbine della guerra, ha visto soltanto il Beato e i suoi
poveri. Se anche tutto fosse andato distrutto, le Spoglie di Gabriele dovevano
essere salve!
Alla
contrada del “Carmine”, presso l'antica chiesina, il Beato ha trovato il suo
rifugio (14). Vivente, il suo rifugio era stato Maria; ora che l'odio furente
della guerra con tutte le sue distruzioni, stava per fare scempio delle sue
stesse venerate Spoglie, Maria sarà la salvezza.
La
Madonna ha voluto così dimostrare la sua predilezione al suo Servo fedele, che
in vita tanto l'aveva onorata.
Il
Padre Guido, con i Frati Minori di Capodimonte, aveva trasportato il corpo del
Beato dentro la chiesina del “Carmine”, presso la Colonia dell'Opera
francescana (15).
Su
quel quadrato sarebbe sorta “l'Oasi dell'Immacolata”, futuro ospizio per
l'infanzia abbandonata e casa di noviziato delle “Missionarie della Carità”
(16).
Ora
possiamo constatare che nei mesi in cui il Beato è stato sfollato al
“Carmine”, ha agitato proprio Lui quel fermento, che doveva sviluppare la
grande massa dell'Opera di amore per i poveri.
Ad
Ancona intanto la guerra aveva fatto strage. I Frati Minori piangevano sul
Convento e la Chiesa distrutti (17). Pochi ruderi e molte macerie si levavano
contro il cielo di Ancona a scandire le lugubri note della distruzione.
Sembrava
che tutto fosse finito: silenzio e morte erano d'intorno.
“I centomila di Ancona, così scrive il P.
G. Cecchetti, i fortunati non ancora colpiti dai bombardamenti, erano
sciamati lontano, per le campagne. In città erano rimasti appena cinque mila, e
quasi sempre sotto i rifugi: tutto mancava loro. Nello spasimo lento e
quotidiano, questi vedevano ogni tanto, quali angeli, i pochi e coraggiosi
sacerdoti rimasti. Uno specialmente, nella veste del poverello di Assisi era
ogni giorno particolarmente atteso come si attende un padre, un fratello. Padre
Guido dopo aver ramingato durante tutto il giorno per raccattare latte, pane,
verdure, generi d'ogni specie, al mattino seguente inappuntabilmente era là
sotto, specie al rifugio di Via Astagno, felice di donare un po' di sollievo nel
nome di San Francesco e del Beato Gabriele. Erano bambini, vecchi, ammalati,
profughi di ogni colore che ascoltavano allora la Santa Messa in quegli antri
sotterranei, mentre lacrime di commozione scintillavano negli occhi di tutti; e,
dopo quella suprema comunione di anime, si rifocillavano tutti con quella
provvidenza che il figlio di San Francesco aveva loro così amorevolmente
portata. La preghiera del Beato Gabriele era come il fiducioso arrivederci, anzi
il sicuro appuntamento per l'incerto e spaventoso domani. Ma chi potrà e vorrà
descrivere tanti episodi di bontà ed eroismo? le parole scolorirebbero forse
ogni gesto e lasciamo che una pagina così eloquente resti scritta prima di
tutto nel cuore di Dio e nei cuori di tutti quelli provati allora da tante
sventure”.
I
sopravvissuti sapevano e infatti videro presto che tra le macerie di Capodimonte
pulsava un cuore, quello del Beato, che dava il via alla ricostruzione, lenta,
faticosa, ma tenace.
Fra
le macerie, la vita parrocchiale di Capodimonte; che non aveva mai cessato pur
tra gli eroici sacrifici dei Frati Minori, aveva ripreso in pieno! I Frati si
ostinavano intanto ad abitare quattro stanze restate miracolosamente in piedi.
Il Padre Guido aveva allestito la sala parrocchiale scampata alla distruzione, a
Chiesa; e sotto l'improvvisato Altare, Gabriele era ritornato a benedire i suoi
devoti (18).
In breve tempo tutto ricominciò a vivere.
“Nel dopo-guerra, così difficile e così duro, specialmente per il popolo di
Ancona martoriata da quasi duecento bombardamenti, semidistrutta nei suoi
quartieri periferici, con nel lastrico tante famiglie, i dolori e le miserie più
accorate hanno levato il grido possente di soccorso con tragedie e odissee senza
nome. Perciò l'Istituto Francescano, che sebbene fosse stato colpito da bombe,
pure non era morto - perché le opere dell'amore non muoiono - si accinse subito
alla ricostruzione” (18).
II
Beato suscitava questa fede nei suoi confratelli, e anche i muri ritornavano
nuovi.
II
13 aprile 1950 per le vive premure del Parroco Padre Vittorio Foschi,
incominciarono i lavori di ricostruzione della Chiesa e il 15 giugno 1951 i
lavori del Convento. L'opera fu finanziata dal Governo, ma per completare il
tutto e ridare un po' di splendore alla casa del Beato, occorsero sacrifici
finanziari dei Frati Minori e di cari benefattori. Anche il Commissario
Provinciale di Terra Santa ha concorso con rilevante offerta, perché ha fìssato
la sua sede Regionale nel Convento di Capodimonte.
LA CAMPANA DEL BEATO
Il
22 Marzo 1952 S. E. Mons. Egidio Bignamini, Arcivescovo di Ancona, consacrava
solennemente l'Altare della Chiesa, presenti il Provinciale dei Frati Minori
delle Marche, Padre Armando Quaglia, alte personalità e numeroso popolo. Con
questa solennità il Tempio è stato riaperto al culto; e il popolo fece grande
festa al suo Beato perché aveva visto con evidenza la sua mano nella rapida
ricostruzione del Santuario.
Il
21 giugno 1953 le campane ripresero a suonare. E l'inno dei nuovi bronzi
consacrati rallegrò Capodimonte e i devoti del Beato. Nell'odio scatenato dalla
guerra, il bronzo dei cannoni aveva seminato la distruzione e il terrore, ora la
campana del Beato Gabriele (l9) era ritornata ad annunziare “quando sorge e
quando cade il die - e quando il sole a mezzo corso il parte”, la voce
dell'amore sul colle Astagno e sulla città dorica, invitando i fedeli alla
preghiera.
IL
TEATRO DELLE MERAVIGLIE
Nel
maggio 1955 la mano della pietà dava l'ultimo ritocco alla nuova cappella del
Beato. Il Padre Superiore dei Frati Minori Padre Armando Riccobelli con il
concorso di pii benefattori completava la decorazione della cappella del Beato
(20). Il pittore anconitano Erminio Gasparri ha reso festoso il sepolcro di
Gabriele.
Sotto
l'altare di marmo riposa il suo sacro corpo; sopra, il Parocel canta la gloria
plurisecolare del Beato Gabriele, nella visione di Maria tra i pini del Convento
“ad Alto” (21).
I
devoti accorrono, ogni giorno, e in ogni bisogno al santuario; e il Beato
continua a benedire, a confortare e a compiere prodigi.
...
il 12 del mese, sacro al glorioso transito del Beato, egli chiama come ad un
felice appuntamento tutto il popolo di Ancona. E allora vedi mamme, fanciulli,
poveri sostare presso le sue Spoglie gloriose.
Il
Beato invade lo spirito di tutti; egli chiama; egli accarezza; egli trascina!
Nell’anno
1956 nuovi fulgori di gloria si verificarono: era il V Centenario del suo
prezioso Transito (22).
Ancona festeggiò
questo grande avvenimento, con tutto il suo cuore proteso verso il Beato. Ancona
cantò nelle solenni celebrazioni centenarie del Beato Gabriele, le meraviglie
del suo Compatrono, che da secoli veglia sul suo mare, nelle sue officine, sul
suo lavoro; Ancona sarà ancora benedetta; il popolo protetto e... per quanti
secoli ancora?
Ci
sembra di vederlo; Lui, il Beato, nobile, grazioso, santo, balzare contro il
cielo azzurro di Ancona!
Ci
sembra di vederlo; Lui, il Beato stendere un gesto magnifico, benedicente, largo
come il mare, sul popolo di Ancona!
Ci
sembra di vederlo; Lui, il Beato, Angelo tutelare col suo cuore aperto, pieno di
dolcezza, di carità,... come Cristo, in un amplesso supremo di amore per
richiamare i traviati, confortare i deboli, salvare tutti.
(1)
- Il capolavoro fu eseguito per ordine del P. Bernardino Ferretti, nipote del
Beato Gabriele, circa l'anno 1485.
MELCHIORRI, Leggenda del Beato Gabriele..., Ancona, 1844, pag.
77.
(2)
- Per distinguerlo da “San Francesco alle Scale”, in Via del Comune. “San
Francesco ad Alto”, ora trasformato in Ospedale Militare, era situato in Via
Torrioni, sul Colle Astagno. Rimane solo la struttura esterna. Confronta Tav.
III: Così era la facciata. TALAMONTI, Cronistoria dei Frati Minori della
Provincia Lauretana delle Marche. Sassoferrato 1939, vol. II; Ancona, S.
Francesco ad Alto, IV, pag. 32, nota 2. Nel 1908 il Bassorilievo si trovava
ancora nell'ex convento di “San Francesco ad Alto”. G. AURINI. Di un
ignoto bassorilievo quattrocentesco nell'Ospedale Militare di Ancona (opuscolo),
Ancona, 1908. Nel 1923 Palermo Giangiacomi asserisce che la lunetta artistica si
trovava in un magazzino dell'Ospedale Militare. P. GIANGIACOMI. Guida di
Ancona. anno 1923, pag. 96, nota 1. La “lunetta” fu portata al Museo di
Ancona il 3 novembre 1924, come risulta dagli incartamenti delle pratiche svolte
dal medesimo con il ministero della guerra, da cui dipende l'Ospedale Militare
(ex convento di S. Francesco ad Alto).
(3)
- Vedi riproduzione nella IV tavola fuori testo del presente lavoro. Il
bassorilievo fu attribuito a Giovanni De Franceschi, ma il nome del celebre
scultore lo troviamo soltanto in una litografia, donata ai frati nel 1755 dalla
signora Bernardina Ferretti-Massimi. TALAMONTI, op. cit., pag. 60. Piero Marconi
e Luigi Serra, nel 1934 lo dicono: Arte dalmata del secolo XV. MARCONI e
SERRA, Il Museo nazionale delle Marche in Ancona, Roma 1934, pag. 73,
sotto l'illustrazione. Adolfo Venturi lo attribuisce a Giorgio da Sebenico; e,
il disegno, al Crivelli. P. GIANGIACOMI, Guida di Ancona, Ancona 1923,
pag. 96, nota 1.
(4)
- La scultura, del secolo XV, dimostra la verità della devozione del Beato
Gabriele verso la Vergine, e dell'apparizione nel bosco del convento. TALAMONTI,
op. cit., pag. 47-48 e nota 1.
(5)
- “... un annoso pino rimasto nell'orto sino all'occupazione fatta dai soldati
nel tempo della invasione francese (1797) ...” ricordava, insieme ad una
Cappella ivi eretta dopo la caduta di Napoleone I, il luogo delle apparizioni di
Maria al B. Gabriele. TALAMONTl, op. cit., pag. 47.
(6)
- Pittore veneziano, che ha molto lavorato nelle Marche; fu incaricato dai Conti
Ferretti di ritrarre, pochi anni dopo la morte del Beato, il loro illustre
antenato. L 'opera del Crivelli descrive il Beato estatico davanti la Vergine
col Bambino, che appare tra i pini di “S. Francesco ad Alto”. TALAMONTI, op.
cit., pag. 56.
(7)
- Carlo Crivelli (1430-1494) celebre in tutto il Piceno. Passò in quel tempo in
Ancona e dipinse il quadro datato 1466.
(8)
- Dipinto, già esistente a “S. Francesco ad Alto”, nella Cappella Ferretti,
la prima a sinistra di chi entrava, sopra l'altare del Beato, eseguito da
Stefano Parocel, francese, nel 1756, per incarico del conte Benedetto Ferretti.
Il pittore in quegli anni lavorava a Roma. Il dipinto è stato donato dalla
famiglia Mengoni-Ferretti di Ancona ai Frati Minori di S. Giovanni Battista (Capodimonte),
nel 1950, per collocarlo nuovamente alla venerazione sopra l'urna del Beato
nella nuova Cappella della chiesa di S. Giovanni Battista in Via Astagno.
(9)
- I Frati Minori, devoti propagatori della devozione di Maria.
(10)
- L 'Ordine Francescano è il difensore del dogma dell'Immacolata, da Scoto e S.
Bonaventura fino al Rev.mo P. Luigi Flamini da Loreto, Ministro Generale
dell'Ordine, che presentò una dottissima relazione facendo voto al Papa Pio IX
di definire il dogma dell'Immacolata. Il P. Flamini riposa nella chiesa di S.
Maria Nova a Fano, nella parete destra del presbiterio.
(11)
- Storia e tradizione di “S. Maria ad Alto” poi “S. Francesco ad Alto”:
vedi TALAMONTI, op. cit., pag. 30-33 e seguenti.
(12)
- Bernabei Lazzaro (+1492), storico anconetano, ha raccolto la tradizione.
TALAMONTI, op. cit., pag. 32. MELCHIORRI, Op. cit., pag. 31, nota 1. S.
Francesco avrebbe dato anche il disegno della piccola chiesa dedicata alla
Vergine del Cielo. TALAMONTI, op. cit., l. c., pag. 32.
(13)
- Il monte che sovrasta Ancona, e che compone, col suo retroterra e il Colle
Guasco, il promontorio che disegna il golfo naturale della città dorica.
(14)
- Il Beato era maestro dei novizi di “S. Francesco ad Alto”: cioè educatore
di quei giovinetti, che, vestito l'abito religioso, si apprestano a professare
la Regola di S. Francesco. Non risulta però che “S. Francesco ad Alto”
fosse proprio convento di noviziato. MELCHIORRI, op. cit., pag. 32.
(15)
- La corona francescana, composta di sette decadi e due Ave Maria, in memoria
dei 72 anni, che la tradizione dà alla Madonna. Leone X ha approvato la recita
il 24 settembre 1517 , ma già da molti anni i Frati Minori esercitavano la pia
devozione. MELCHIORRI, op. cit., pag. 32, nota l.
(16)
- MELCHIORRI, op. cit., pag. 33-34. Waddingo, Vol. X, pag. 63.
(17)
- MELCHIORRI, op. cit., pag. 34.
(1)
- Morto il 18 agosto 1938, nel convento di S. Francesco a Matelica. Il suo corpo
riposa nel cimitero comunale, nella tomba dei Frati Minori.
(2)
- Così si chiamava la Provincia Picena prima della fusione avvenuta con la
Provincia gemella di S. Pacifico, nel 1945.
(3)
- TALAMONTI, op. cit., pag. 43, nota 3.
(4)
– “L'antica e nobile origine è confermata anche da una Bolla di Gregorio IX
ai Ferretti...”. TALAMONTl, op. cit., pag. 44, nota 1.
(5)
- TALAMONTI, Op. cit., pag. 43-44.
(6)
- Non si conosce la patria di questa nobile fanciulla, ma con molta probabilità
proveniva da uno dei castelli del retroterra anconetano presso Cingoli, piccola
cittadina montana delle Marche. MELCHIORRI, op. cit., pag. 15, nota 1.
(7)
- Francesco Conte Ferretti, tesse la serie di questi figli raccolta dai processi
dei Cavalieri di Malta, così: “Conte Liverotto fu padre del conte Giovanni,
del conte Anton Giacomo, del conte Simone, di Mons. Pietro Vescovo di Ancona e
poi di Ascoli, del P. Giovanni, Abate di Portonuovo, del conte Francesco, del
conte Conte, del conte Angelo, del conte Antonio, del conte Pellegrino, del
Beato Gabriele dei Minori Osservanti”. FERRETTI FRANCESCO, Pietra del
paragone, Ancona, 1685. In questa nota sono nominati solo i maschi della
coppia Liverotto-Alvisia Ferretti, colle rispettive dignità, ma il Beato ha
avuto anche alcune sorelle tra cui Paolina, che ha fatto erigere il sepolcro
del. “quattrocento” al suo santo fratello. MELCHIORRI, op. cit., pag. 17.
(1)
- Il WADDINGO negli Annali al Vol. X, dichiara tradizione costante che,
alle richieste degli anconetani dove fabbricare il primitivo convento per i
Frati Minori, S. Francesco indicasse con l'indice il luogo “ad Alto” sul
colle Astagno. TALAMONTI, op. cit., pag. 39.
(2)
- Il convento è stato invaso dai militari nel 1861. La chiesa chiusa al culto
nel 1862. Verbale del trasloco delle Spoglie del Beato alla Cattedrale di
Ancona, Arch. conventuale S. Giovanni Batt. Ancona.
(3)
- TALAMONTI, op. cit., pag. 28.
(4)
- TALAMONTI, op. cit., pag. 39.
(5)
- Edificato dal Vescovo Nicolò Ungari (si ignora l'anno). Il convento e
oratorio risalgono al 1295. Fu incominciato ad abitare nel 1323: così riferisce
il Waddingo nel Vol. V degli “Annali”. Alcuni storici ritengono che i frati
vi dimorassero già nel 1294. TALAMONTI, op. cit., pag. 39.
(6)
- La chiesa fu edificata col titolo di S. Maria Maggiore, poi ha preso il nome
di “S. Francesco alle Scale”.
(7)
Il Beato abbandonò da giovane la casa paterna e si ascrisse all'umile Istituto
dei Frati Minori. Però non possiamo precisare l'anno. TALAMONTI, op. cit., pag.
45. L'autore dell'“Analisi” della seconda metà del sec. XVIII, ritiene che
il Beato Gabriele facesse il noviziato a Capodimonte nel 1405. Tale notizia,
dice il Talamonti, non ha rigoroso fondamento storico. TALAMONTI, op. cit., pag.
41.
(8)
- MELCHIORRI, op. cit., pag. 26.
(9)
- S. Giacomo della Marca nel processo fatto per ordine di Callisto III, enumera
63 miracoli autenticati. Il processo è andato smarrito, ma il Waddingo riporta
i miracoli desunti dalla copia autentica del processo, che era nell'archivio
conventuale di “San Francesco ad Alto”.
(10)
- MELCHIORRI, op. cit., pag. 26.
(11)
- TALAMONTI, op. cit., pag. 46, nota 2.
(12)
- Appena fatto guardiano nel 1425, il Beato si accinse all'opera di
ricostruzione: “aggiunse all'antica una nuova chiesa, accrebbe il Convento di
celle, e cinse di mura buona parte dell'orto”. MELCHIORRI, op. cit., pag.
30-31, nota 1. Il P. Bernardino Ferretti, figlio del Conte Pellegrino e nepote
del Beato, portò a termine, come Guardiano, i lavori di restauro e ampliamento
dello zio circa il 1480. E costruì la magnifica facciata di “S. Francesco ad
Alto”. TALAMONTI, op. cit., pag. 57.
(13)
- Ancona fu colpita dalla peste nel 1427. TALAMONTI, op. cit, pag. 50, nota 1.
In questo stesso anno (1427) predicava in Ancona S. Giacomo della Marca. E poiché
fin dal 1421 era sorta una profonda discordia tra i cittadini, San Giacomo
(forse sollecitato dal Beato Gabriele) si mise al lavoro per riconciliare le
parti avverse. Richiese perciò ed ottenne dal Senato due cittadini per rione,
che riuscì a mettere d'accordo e così restituire la pace alla città del Beato
Gabriele. Tutto ciò risulta dai registri dei Consigli Anconetani dell'anno
1427, libro III, pag. 12, 20 e 22. MELCHIORRI, op. cit., pag. 37, nota 2.
(14)
- Per la meravigliosa operosità del Beato durante il contagio, vedi MELCHIORRI,
op. cit., pag. 37-40.
(15)
- TALAMONTI, op. cit., pag. 48.
(16)
- Questa devota Immagine “si trovò per molto tempo in chiesa; poi fu
collocata in sacrestia e nella seconda metà del sec. XIX si conservava
nella cappella interna del convento”, nella quale rimase fino all'ultima
soppressione religiosa; poi è sparita. TALAMONTI, op. cit., pag. 48.
(1)
- Conforme al Testamento di S. Francesco: “e i frati lavorino con onesto
lavoro, senza spegnere lo spirito di devozione...”.
(2)
- Non si può precisare quando il Beato partì da Ancona per assumere l'ufficio
di Vicario Provinciale. TALAMONTI, op. cit., pag. 50.
(3)
- Ancona era la pupilla degli occhi del Beato: infatti anche da Superiore
Provinciale molto si interessava di “S. Francesco ad Alto” e dei suoi
concittadini. TALAMONTI, op. cit., pag. 50.
(4)
- Si è smarrito il Breve Pontificio di Eugenio IV. MELCHIORRI, op. cit., pag.
42. WADDINGO, op. cit., VoI. XI, pag. 80. MELCHIORRI, op. cit., l. c., nota 1.
(5)
- TALAMONTI, op. cit., pag. 51.
(6)
– Il Beato ottiene da Eugenio IV di trasferire i frati da S. Savino a S. Nicolò
alle porte di Ascoli. I Frati Minori lasciarono ben presto S. Nicolò per causa
della malaria. MELCHlORRI, op. cit., pag. 43, nota 1.
(7)
- Il Vescovo Mons. Andrea che era oriundo di Treia, invitò il Beato Gabriele ad
Osimo per aprire il convento della SS.ma Annunziata. MELCHIORRI, op. cit., pag.
46.
(8)
- Il Vescovo ricorse a Roma. MELCHIORRI, op. cit., pag. 47.
(9)
- MELCHIORRI, op. cit., l. c., pag. 47.
(l)
- Il successore di S. Francesco, Ministro Generale di tutto l'Ordine dei Frati
Minori, risiede a Roma presso S. Maria Mediatrice, sul Gelsomino; ai tempi del
Beato risiedeva presso S. Maria ad Ara Coeli, sul Campidoglio.
(2)
- TALAMONTI, op. cit., pag. 50. Nel libro VI a pag. 14, leggiamo la decisione
del Consiglio Municipale di Ancona, al 22 febbraio 1438, relativa al Beato
Gabriele. MELCHIORRI, op. cit., pag. 45, nota l.
(3)
- Presentato da S. Giacomo, Vicario Provinciale dal 1449 al 1452, per il secondo
guardianato di Ancona. TALAMONTI, op. cit., pag. 52.
(4)
- MELCHIORRI, op. cit., pag. 53. TALAMONTl, op. cit., pag. 52.
(5)
- MELCHIORRl, op. cit., pag. 53.
(6)
- MELCHIORRI, op. cit., pag. 54.
(7)
- TALAMONTI, op. cit., pag. 52.
(8)
- Il nobile Beato Antonio Fatati, Vescovo di Teramo (+1484) e Governatore della
Marca, che era amico di Gabriele fino dalla infanzia, fu fatto Vescovo di Teramo
nel 1450. Chiamato allo Stato Ecclesiastico, le sue virtù e doti lo resero
meritevole, fra l' altro, di essere eletto tesoriere della Marca di Ancona.
TALAMONTI, op. cit., pag. 52. MELCHIORRI. op. cit., pag. 55.
(9)
- L 'originale, che si conserva presso la famiglia Fatati di Ancona (a Villa
Fatati nei pressi di Camerano), racchiuso in un piccolo quadro, è stato
pubblicato (1844) dal Melchiorri, ma, come osserva il Talamonti, con molti
errori. TALAMONTI, op. cit., pag. 52, nota 2. Vedi la traduzione in appendice di
questo volume: la lettura e traduzione del prezioso autografo è del P. Giacinto
Pagnani, frate minore.
(10)
- TALAMONTI precisa che il Beato si avvicinava al termine dei suoi giorni
terreni : op. cit., pag. 52.
(11)
- In quel tempo Maometto II stava perseguitando l'Ungheria cattolica, per
cui il Papa aveva eletto S. Giacomo della Marca Collettore e Nunzio nella
Provincia Picena, per raccogliere tra i fedeli sussidi per combattere i nemici
turchi. MELCHIORRI, op. cit.
(12)
- La data 12 novembre 1456, fu scolpita nell'epitaffio posto sopra il sepolcro
del Beato, sulla parete destra del presbiterio, soltanto nel 1489. S. Giacomo
invece, nei due codici che riportano il suo discorso su S. Bernardino, notò il
9 novembre 1456. TALAMONTI, op. cit., pag. 53 e nota 1.
(l)
- Il discorso è stato improvvisato; e per quanto gli storici abbiano cercato
minutamente negli archivi, non è mai apparsa una sillaba. Così nota il
Talamonti; ed era naturale. Mons. Giovanni CaffareIIi, barone romano, fu
trasferito dal Vescovado di ForIì a quello di Ancona nel 1437 e morì a Roma
nel 1460. Non si conosce la data precisa in cui Mons. Caffarelli ha lasciato
Ancona. TALAMONTI, op. cit., pag. 54 e nota l.
(2)
- MELCHIORRI, op. cit., pag. 63.
(3)
- Il Vescovo anconetano e il Senato inviarono un'ambasciata al Papa CalIisto III,
perché si compilasse subito il processo sulle virtù del Beato.
(4)
- Il processo scritto da S. Giacomo era redatto in due copie; una fu portata al
papa Callisto e l' altra conservata nell’Archivio di “S. Francesco ad
Alto”. Ambedue sono andate perdute. TALAMONTI, op. cit., pag. 54. Viene a
mancare così la fonte più ricca per ricostruire la vita del Beato. Per buona
fortuna però il WADDINGO, nel libro XII degli Annali, riporta notizie e
miracoli tratti sicuramente dalla copia esistente a “San Francesco ad Alto”.
Questa copia autentica è perita o nelle turbolenze e rivoluzioni che afflissero
Ancona nel sec. XVI, oppure in un grave incendio che distrusse buona parte del
convento di “San Francesco ad Alto”.
(5)
- Questo Breve del Pontefice (+1458) non fu più ritrovato.
(6)
- MELCHIORRI, Op. cit., pag. 68-69.
(7)
- TALAMONTI, op. cit., pag. 55-56.
(8)
- Non ci è più possibile descrivere tutti i miracoli perché il processo è
perito. Questi che trascriviamo l'abbiamo tratti dal Melchiorri che si riferisce
al Waddingo.
(9)
- Miracoli desunti dal processo di S. Giacomo.
(10)
– Il miracolo, poiché fu desunto dal processo di S. Giacomo, fu operato sul
sepolcro del Beato nell'anno 1456. MELCHIORRI, op. cit., pag. 66.
(11)
- MELCHIORRI, op. cit., pag. 66.
(12)
- MELCHIORRI, op. cit., pag. 68.
(13)
- Questo miracolo fu allegato agli atti per l'approvazione ufficiale del culto
al Beato Gabriele, avvenuta nel 1753.
(14)
- Ciò è confermato dai biografi del Beato. In particolare confronta: SPECIALI
GIROLAMO, Notizie storiche dei santi protettori della città di Ancona, Venezia
1759; pag. 258.
(1)
- Conforme il Breve d'Innocenzo VIII, del 27 gennaio 1489. TALAMONTI, op. cit.,
pag. 55.
(2)
- TALAMONTI, op. cit., pag. 57. MELCHIORRI, op. cit., pag. 72-74.
(3)
- Nell'Itinerario del SERRA si afferma che il sarcofago è attribuito (da
Adolfo Venturi) a Giorgio da Sebenico. Lavoro che si vuole eseguito su disegno
del Crivelli : è di una purezza ed eleganza ammirabili. P. GIANGIACOMI, Guida
di Ancona, Ancona 1923, pag. 96 e nota 1.
(4)
- Ora i frammenti sono stati ricostruiti dagli esperti nel Museo della
Cattedrale. I Frati Minori di Capodimonte hanno tentato di riscattare il
monumento.
(5)
- Mons. Marco Della Pietra, Arcivescovo di Ancona, frate minore, ha restituito
ai frati di Capodimonte le spoglie del Beato nel 1943, che poi durante la guerra
furono trasportate dal Padre Costantini al “Carmine” come si legge al Cap.
VIII di questo lavoro.
(6)
- Il dipinto al tempo del processo di Beatificazione (1752- 1753) era ancora
sopra il mausoleo di “San Francesco ad Alto”. TALAMONTI, op. cit., pag. 60.
(7)
- MELCHIORRI, testimonio oculare, riferisce che nella prima metà del sec. XIX
il quadro si trovava nell'archivio privato del Palazzo Ferretti, piazza del
Plebiscito. MELCHIORRI, op. cit.
(8)
- Il quadro si trovò presso l'Oratorio privato di Casa Mengoni-Ferretti, piazza
del Plebiscito fino al 1850. Ora si trova nella Galleria Nazionale di Londra,
catalogato al n. 668.
(9)
- Il mantello si conservava in sacrestia dell'ex chiesa di “S. Francesco ad
Alto”; oggi è racchiuso in un quadro presso la cappella del Beato
Gabriele nel nuovo santuario, in S. Giovanni Batt. in Capodimonte.
(10)
-
(11)
- Fu Vescovo di Ancona dal 1746 al 1762.
(12)
- MELCHIORRI, op. cit., pag. 86-87.
(13)
- MELCHIORRI, op. cit., pag. 86.
(14)
- Il Vescovo Nicola Manciforte emanò un decreto, 1'8 agosto 1757, con cui
fissava, per comodità del popolo, la festa del Beato al 6 settembre.
(15)
- MELCHIORRI, op. cit., pag. 99.
(16)
- E' riportata per intero la traduzione del processo di ricognizione delle
Spoglie e le notizie dettagliate della traslazione del corpo del Beato
dall'antico mausoleo del '400 alla nuova Urna di marmi, nella Cappella Ferretti,
avvenuta il 4 settembre 1757. La S. Congregazione dei riti aveva concesso la
necessaria facoltà e delega al Vescovo Nicola Manciforte il 16 luglio 1757.
MELCHIORRI, op. cit., pag. 88 e pag. 98. TALAMONTI, op. cit., pag. 76 e segg.
(17)
- Il quadro del Parocel troneggia ora nella nuova cappella e fa da pala all'
Altare.
(18)
- Queste epigrafì furono rimosse all'epoca della soppressione religiosa
(1860-70) e portate in Duomo, dove furono collocate presso l'altare del
Crocefisso nella cripta accanto alle Spoglie del Beato: nel 1944 i bombardamenti
frantumarono e quasi distrussero le storiche lapidi; in parte in attesa di
ricostruzione nel Museo della Cattedrale. Per le diciture confronta Melchiorri e
Talamonti.
(19)
- MELCHIORRI, op. cit., pag. 96.
(20)
- Furono scritti per richiesta del P. Bernardino Ferretti, Guardiano di “S.
Francesco ad Alto” nel 1484 e posti sopra il mausoleo del Beato.
(21)
- Confronta l'originale latino a pag. 96 dell'opera citata del MELCHIORRI.
(22)
- La traduzione è del Melchiorri, pag. 76-77, op. cit.
(23)
- MELCHIORRI, op. cit., pagg. 100-101-103.
(24)- MELCHIORRI, op. cit., pagg. 104-105.
(25)- TALAMONTI op. cit., pag. 79.
(26)- TALAMONTI, op. cit., pagg. 87-88 nota 2.
(27)- TALAMONTI, op. cit., pag. 88 nota 1.
(28)- TALAMONTI, op. cit., pag. 88.
(1) - L'illustre storico Talamonti dà una spiegazione esauriente
di questa credenza tramandata dal popolo (insieme con i supposti rumori che si
udivano nel Sepolcro), che non ha sufficienti basi storiche. TALAMONTI, op. cit.,
pag. 65.
(2)
– Diciamo “nuovo” anche perchè i suoi muri sono stati tutti ricostruiti e
su nuovo disegno dopo la distruzione dei bombardamenti (1945); la chiesa però
è stata riedifìcata nel magnifico stile settecentesco. Vedi le vicende della
parrocchia di S. Giovanni Battista dall'origine fino a quando non fu consegnata
all'Ordine dei Frati Minori (1884), in Talamonti. TALAMONTI, Op. cit., Ancona,
Convento S. Giovanni Batt., pagg. 109-114.
(3)
- Confronta cronistoria manoscritta del Convento S. Giovanni Battista. Arch.
conv.le Ancona.
(4)
- Per l'elenco dei parroci dal Padre Colombo Tisei, primo parroco 1884, fino al
1936, confronta TALAMONTI, Op. cit., pagina 114; e confronta cronistoria
manoscritta del convento di S. Giovanni Batt., Ancona.
(5)
- La lettera è in data 31 marzo 1898. Confronta copia conforme all’originale
della Cancelleria Vescovile di Ancona, nell’Arch. conv.le di S. Giovanni,
Ancona.
(6)
- Per le notizie dettagliate circa le vicende qui descritte, confronta TALAMONTI,
op. cit., pag. 115-116.
(7)
- II 4 gennaio 1861 era avvenuta la soppressione dei religiosi, eccetto i
Mendicanti; ma già, nel maggio 1861, dice lo storico, il Ministro della guerra
del nuovo Regno d'Italia, per mezzo del Cav. Antonio Bellotti di Ancona, faceva
pratiche presso la Cassa Ecclesiastica per ridurre a caserma il convento dei
Frati Minori di “San Franceso ad Alto”.
Il 29 agosto 1861 il Ministro del Culto ordinò per telegramma ai Frati
Minori di abbandonare entro il 9 settembre p.v. i locali abitati; intanto la
Chiesa fu affidata al Sacerdote Rev.do Don Filippo Angelucci, che fungeva da
cappellano; ma il 3 marzo 1862 anche la Chiesa passò al Comando militare di
Ancona, e il 30 marzo 1862 fu ordinato di portare il Corpo del Beato Gabriele
con quello del martire S. Giustino nella Chiesa di S. Domenico. I Frati Minori
si rivolsero allora al Card. Antonio Benedetti Antonucci Vescovo di Ancona
(1851-79), ma questi non fece alcuna pratica a favore dei Frati, soltanto
incaricò il suo cancelliere vescovile di assistere alla traslazione del Corpo
del Beato. Dopo altre vicende, descritte dettagliatamente dallo storico P. A.
Talamonti, il giorno di Pasqua 1862, 20 aprile, fu reso noto il decreto
definitivo di consegna della Chiesa “San Francesco ad Alto” al Comando
militare. Il 2 maggio 1862 il Tempio fu chiuso per sempre. TALAMONTI, op. cit.
pagg. 91-94.
(8)
- Era Arcivescovo di Ancona Mons. Marco Della Pietra, frate minore.
(9)
- Il Beato fu trasportato in forma privata dalla Cattedrale al Convento di S.
Giovanni Battista, il 30 gennaio 1943.
(10)
- Confronta verbale del trasporto delle Spoglie del Beato Gabriele dal convento
di “S. Francesco ad Alto” alla cattedrale, (Archivio conv.le di S. Giovanni
Battista, Ancona).
(11)
- Il 31 Gennaio 1943, solenne triduo di ringraziamento al Beato per il ritorno
nella casa dei Frati Minori, in Capodimonte.
(12)
- Articolo del P. GIUSEPPE CECCHETTI, assistente dell'Opera Francescana dei
Poveri, (Bollettino del Santuario, “Beato Gabriele”, 11 novembre
1955, n.2).
(13)
- Il P. Guido Costantini, coadiuvato dai suoi confratelli e con la cooperazione
fattiva del T.O.F. di Capodimonte, fondava le Opere Francescane per i Poveri nel
1937. (Confronta Fiori di un decennio: modesta origine..., delle Opere
Francescane per i Poveri. Opuscolo, 1947, Ancona). Alcune date storiche
dell'Opera Francescana per i Poveri: 12 Novembre 1937: P. Guido apre il
Laboratorio Vestiari Usati. 4 Aprile 1938: la Mensa del Povero a
Capodimonte, benedetta da S. E. Mons. Mario Giardini Arc. di Ancona.
Contemporaneamente si inizia il servizio a domicilio per i poveri. 8 Aprile 1940:
apre l'Istituto Francescano della carità in Capodimonte e chiama a gestirlo le
Suore francescane di Cristo Re, di Venezia. Erano presenti Autorità civili e
religiose e il Rev.mo P. Leonardo M. Bello, Ministro Generale dell'Ordine. 16 Aprile
1942: fondazione del Sodalizio delle Missionarie Francescane della Carità,
per il servizio dei poveri derelitti. 12 Novembre 1943: sfollamento
dell'Istituto a Massignano e Carmine di Ancona per causa della guerra. 1° Settembre
1944: l'Istituto rientra in città in Via Crispi, ora De Bosis n. 14,
prodigandosi a soccorrere profughi e sinistrati, bambini delle colonie e tutti i
lavoratori di transito. 24 Dicembre 1945: l’Istituto si trasferisce in
Via Pescheria, n.5. 11 Novembre 1946: Inaugurazione del Palazzo nuova
sede delle Opere in Via Pescheria. Erano presenti sua Ecc. Mons. Egidio
Bignamini, Arc. di Ancona e il Prefetto Dott. Mario Carta. 1° Luglio
1947: Al Carmine di Ancona posa della prima pietra dell'”Oasi
dell'Immacolata”: Casa Madre delle Missionarie Francescane della Carità,
personale volontario di tutto il complesso assistenziale dell'opera. 26 Luglio
1954: Si apre la Casa S. Rosa in Città per l'apostolato dell'eleganza
Cristiana con sartoria per giovanette povere.
4 ottobre 1954: Apertura della Scuola Elementare parificata
presso l'Ospizio Francescano dell'infanzia abbandonata al Carmine di Posatora.
(14)
- Il 30 Novembre 1943: i Frati di Capodimonte trasportano il corpo
del Beato in località Carmine. Così l’Arch. conv.le e parrocchiale di S.
Giovanni Batt. (confronta cronistoria del Conv. S. Giov.). Alcuni ritengono che
tale luogo, dove esiste l'antica chiesina del “Carmine” sia stato un antico
ospizio dei Frati Minori dipendenti dalla Custodia di Terra Santa. Noi non
abbiamo potuto vagliare storicamente questa notizia.
(15)
- Il Sig. Maggi Luigi donava alla “Mensa del povero” il suo fondo del
Carmine di Ancona. Il Pio benefattore dell'Opera Francescana è morto il 17
maggio 1941.
(16)
- Anche la Sig.ra Buratti vedova Paolucci donava il suo fondo di Massignano per
l'Ospizio Infanzia abbandonata. Ospizio ora unificato all'Oasi, e diretto dalle
Missionarie Francescane della Carità.
(17)
- Il convento fu colpito dalle bombe il 2-17-19 Maggio 1944. La chiesa fu
colpita il 26 Maggio 1944. (Cronistoria del conv. S. Giovanni Ancona).
(18)
- Il B. Gabriele fu riportato dal “Carmine” a Capodimonte nel mese di
settembre 1944. Fiori di un decennio (Opuscolo) pag. 10-11: “Opere
Francescane per i Poveri”.
(19)
- Il 2 giugno 1953 sono state consacrate le nuove campane da S. E. Mons. Egidio
Bignamini Arc. di Ancona. La quarta campana porta l'immagine del Beato Gabriele.
(Confronta cronistoria conv. S. Giovanni Ancona).
(20)
- Nel Maggio 1955 il pittore Gasparri Erminio anconetano ultimava la Cappella
del Beato a sinistra della chiesa di S. Giovanni: Sotto l'altare è adagiato il
sacro corpo dentro un'urna di legno con cornice dorata e vetro di fronte. La
pala dell'altare è il dipinto del Parocel (1756).
(21)
- Questa tela è stata collocata nel 1950. Il Beato ha riposato nel teatrino
parrocchiale trasformato in chiesa dal settembre 1944 al 22 marzo 1952; in
questo giorno è stato collocato nella nuova cappella a sinistra di chi entra
nella Chiesa di S. Giovanni Battista dei Frati Minori in Capodimonte.
(22) - Per celebrare degnamente il V centenario, è anche uscito per la prima volta (11 novembre 1955) il giornalino mensile del Santuario intitolato “Beato Gabriele”. Il bollettino vive di offerte ed è stampato a due colori presso le Arti Grafiche Gentile di Fabriano.