Beato
Fr. Eustachio Kugler
SERVIZIO
A TEMPO PIENO
EDITRICE
ELLE DI CI 10096 LEUMANN (TORINO)
La
scienza assicura che ogni vivente, anzi tutto l'universo, è programmato. Ogni
essere segue un corso ben preciso per realizzare il fine specifico della sua
esistenza, in armonia con tutto il creato e al servizio di esso.
È
sbalorditivo costatare l'ordine, l'equilibrio che regna nel mondo, dove ogni
creatura, dal macrocosmo al microcosmo, ha una struttura ben definita,
strettamente legata agli altri.
La
Bibbia afferma che Dio, dopo le singole creazioni, «vide che tutto era buono».
Anche l'uomo, capolavoro del creato, fin dal momento del suo concepimento ha una
precisa programmazione, nell'ordine fisico, intellettuale, spirituale.
Dio
creando ogni persona «a sua immagine e somiglianza», la arricchisce di doni
che le consentono di elevarsi al disopra di tutte le creature, fino ad
arrivare all'incontro personale, al dialogo diretto con il suo Creatore, che la
chiama, dopo la breve esperienza terrena, a partecipare alla sua stessa vita e
felicità infinita.
Vocazione
comune a ogni uomo è la santità. «Questa è la volontà di Dio - dice san
Paolo - che vi facciate santi». La santità è pertanto il vertice supremo
della programmazione umana.
Ma
questo progetto divino non si realizza senza la collaborazione dell'uomo,
l'unico essere creato libero, quindi nella possibilità di accettare o
rifiutare il piano di Dio.
Queste
pagine presentano la vita di un uomo qualunque, da Dio chiamato a una grande
missione, che non si sarebbe realizzata se egli non avesse accettato e
corrisposto con grande generosità al programma di Dio. Un uomo che, pur tra
grandi difficoltà e con scarsità di doni personali e aiuti umani, ha saputo
levarsi alto nel cammino della santità e fare della sua vita un dono di
amore.
Un
dono del Signore
All'alba
di una limpida giornata, il 15 gennaio 1867, in un piccolo villaggio sperduto
nella campagna bavarese, in Germania, vedeva la luce un bimbo, Giuseppe Kugler,
che doveva lasciare un ricordo indelebile del suo passaggio terreno.
Era
un mattino gelido; la campagna, coperta da una fitta coltre di neve,
scintillava alle prime luci dell'alba. Nessuno poteva prevedere allora quale
dono il Signore avesse offerto all'umanità con quella fragile creatura che
tremava nella povera e fredda casa dei Kugler. Quel bimbo, con la sua carità
eroica, avrebbe un giorno riscaldato il cuore di tante creature provate dalla
sofferenza.
-
Ancora una bocca da mantenere! - esclamò sorridente papà Michele, prendendo
tra le robuste braccia il suo ultimo nato. - Il Signore ci aiuterà come ha
fatto con gli altri cinque che lo hanno preceduto - soggiunse la mamma, Anna
Maria Schuster -. Ogni bimbo è un dono di Dio e sento che i nostri un giorno
ci daranno grandi consolazioni.
I
coniugi Kugler si erano sposati il 30 giugno 1852 nella bella chiesa
parrocchiale di Nittenau, dedicata alla natività di Maria, dalla quale
dipendeva Neuhaus, il loro piccolo villaggio di 200 anime, quattro chilometri
oltre il Regen, un fiume di 165 km, che a Ratisbona si getta nel Danubio.
Nittenau
appartiene alla provincia e diocesi di Ratisbona, antica colonia romana «Colonia
Augusti», di cui rimangono ancora vestigia come la «Porta Praetoria».
La
città di Ratisbona sorge sulle due sponde del Danubio, ed è un attivo porto
fluviale, all'incrocio di importanti arterie stradali e ferroviarie. Fa parte
della Baviera, uno degli stati della Repubblica Federale Tedesca, con 70.440
kmq e circa 11 milioni di abitanti. Nittenau sorge a 35 km dalla città; ha
una popolazione di circa 3.000 abitanti, che raggiungono i 5.000 con quelli
dei borghi e dei villaggi circostanti.
Neuhaus
era uno dei più piccoli: un gruppo di casolari agricoli, ai margini della
foresta. Il terreno povero, di origine alluvionale, viene coltivato a fieno,
avena, frumento e patate. I raccolti sono sempre scarsi, tanto che la gente
dei dintorni usa dire, con un briciolo di sarcasmo: «A Neuhaus, durante i
raccolti, i passeri muoiono di fame».
La
casa dei Kugler sorgeva un po' staccata dalle altre, con attorno un piccolo
appezzamento di terreno, non sufficiente comunque a sfamare le otto bocche
della famiglia, per cui papà Michele integrava i magri raccolti con il mestiere
di fabbroferraio e maniscalco. Ovviamente non erano molti i cavalli e gli
asini da ferrare o i lavori in ferro battuto da eseguire, ma era pur sempre
qualcosa che aiutava a tirare avanti...
-
Il lavoro mi piace - diceva -. Oltre tutto mi tiene occupato nei lunghi
periodi quando i campi non hanno bisogno delle mie braccia.
Il
bambino, secondo l'usanza del tempo, venne battezzato il giorno stesso della
nascita e gli venne imposto il nome di Giuseppe; Eustachio sarà il nome che
prenderà quando entrerà nell'Ordine dei «Fatebenefratelli».
-
Sotto la protezione del custode della divina Famiglia - aveva detto la mamma -
crescerà buono e docile.
-
E speriamo diventi anche un buon lavoratore come lui - aveva aggiunto il padre
-. Noi stiamo diventando vecchi e avremo bisogno dell'aiuto dei nostri figli.
Era
stato battezzato a Nittenau perché a quel tempo Neuhaus non aveva ancora una
chiesa; solo recentemente è stata costruita una piccola ma graziosa cappella
nella quale ogni tanto un sacerdote si reca a celebrare la Messa.
In
casa Kugler regnava una grande armonia. I genitori, cattolici di fede
autentica, si preoccupavano, più con l'esempio che con la parola, di educare i
figli alla pratica dei grandi valori morali e religiosi. La giornata,
particolarmente nel periodo dei lavori agricoli, cominciava molto presto per
tutti e si chiudeva immancabilmente con la recita comunitaria del Rosario.
Alla domenica, papà in testa, tutti percorrevano il lungo tratto di strada fino
alla chiesa parrocchiale, per partecipare alla Messa e alla funzione
pomeridiana.
-
Cerchiamo di dare sempre al Signore il primo posto - diceva Michele ai figli -.
Compiuti bene i nostri doveri religiosi, tutto diventa più facile.
Santificare la festa è un comando di Dio!
Il
piccolo Giuseppe cresceva sano e sereno in questo ambiente povero ma pervaso
anche di pace e di quella serena allegria che sarà una delle note dominanti
della sua vita. Il futuro benefattore di tanti diseredati fu educato, fin
dalla prima età, alla scuola del sacrificio, delle privazioni e delle
mortificazioni.
«Pane
e patate, zuppe di verdura e di latte, erano la pietanza abituale per tutti,
scrive un suo biografo, Francesco Hiltl. «Solo nelle domeniche e nei giorni di
festa si poteva arricchire la mensa con un pezzo di carne. La camera dove dormivano
i ragazzi era una specie di sottotetto, i cui interstizi lasciavano filtrare
liberamente il vento e le intemperie, il caldo e il freddo».
Malgrado
le ristrettezze in cui vivevano, papà Michele non aveva esitato a sobbarcarsi
al sacrificio di inviare il figlio maggiore, dopo le scuole elementari, a
frequentare il ginnasio.
-
Noi non abbiamo avuto i mezzi per studiare - diceva -, ma desidero che tutti i
miei figli, se dimostreranno buona volontà, possano conseguire un grado di
cultura che permetta loro un avvenire migliore, più sicuro.
A
chi gli diceva che avrebbe invece dovuto metterli a lavorare, ad imparare un
mestiere per dargli un aiuto, rispondeva con fermezza:
- Finché sono in grado di mantenerli, sono contento di aiutarli a raggiungere una buona posizione sociale. Tocca a noi genitori sacrificarci per il bene dei nostri figli, non sacrificare loro al nostro interesse ed egoismo!
Ancora
piccolo, Giuseppe offriva alla mamma il suo aiuto nelle piccole faccende
domestiche: dar da mangiare alle galline, pascolare le oche, accudire ai maiali,
coltivare l'orto... tutte attività che servivano a integrare il fabbisogno
familiare.
Quando arrivava qualche contadino per ferrare il cavallo o mettere i cerchioni di ferro alle ruote del barroccio, era lui a mantenere vivo il fuoco della fucina azionando il mantice. Era felice quando poteva rendere un servizio ai suoi cari.
-
Papà - diceva -, tu lavori tanto per noi; lascia che ti aiuti un po'. Quando
sarò grande, non ti lascerò lavorare così duramente per me!
Compiuti
i sei anni prese a frequentare la scuola elementare a Nittenau, percorrendo ogni
giorno i quattro chilometri che lo separavano dal paese. Un'ora di cammino, nel
caldo torrido estivo o nella morsa gelida dell'inverno. Solo quando il Regen
era ghiacciato, poteva abbreviare il percorso attraversando direttamente il
fiume, senza passare per il ponte.
Ogni
giorno, con qualunque tempo, a piedi scalzi durante la bella stagione, o con un
paio di robusti zoccoli d'inverno, giungeva, spesso stanco e infreddolito, in
classe, dove tuttavia era sempre attentissimo alle lezioni. Intelligente,
volitivo, riuscì sempre tra i migliori durante il ciclo elementare.
Ma
una prova durissima attendeva il piccolo Giuseppe e la sua famiglia: la morte
del padre. La Provvidenza, che trae il bene anche dal male, preparava così,
alla scuola del dolore e della povertà, colui che un giorno sarebbe stato il
consolatore di migliaia di sofferenti.
Il
31 marzo 1874, a soli 51 anni di età, papà Michele, tanto buono e amato,
lasciava la numerosa famiglia priva del suo sostegno. Una prova tremenda che
solo il coraggio e la fede aiutarono a superare.
Il
figlio maggiore, Francesco Saverio, che frequentava il liceo a Ratisbona, fu
costretto a interrompere gli studi; anche gli altri figli dovettero impegnarsi a
lavorare sodo per guadagnare da vivere.
-
Mamma, se vuoi - disse Giuseppe -, lascio la scuola e mi metto a lavorare
anch'io.
-
Assolutamente no; devi completare almeno le scuole elementari come tutti i
tuoi fratelli.
Nel
1880 egli otteneva il certificato di licenza elementare, con una votazione più
che lusinghiera: «Sempre il primo della classe».
-
Signora, lo faccia proseguire negli studi - insistevano gli insegnanti -. È un
ragazzo diligente, pieno di buona volontà: riuscirà magnificamente.
-
Sarei felice di assecondare la sua passione per gli studi, ma non abbiamo alcuna
possibilità finanziaria - rispondeva la mamma.
Fu
Giuseppe stesso a troncare le sue perplessità:
-
Lo so, mamma, che non hai i mezzi e io stesso desidero mettermi subito a
lavorare per non essere di peso a te e ai fratelli.
Si
mise subito ad aiutare il fratello Giovanni che aveva preso il posto del padre
come fabbro-ferraio. Alla domenica continuò a frequentare per tre anni la
scuola parrocchiale, aperta a coloro che non avevano mezzi per andare al
ginnasio pubblico. Era sempre assiduo alle funzioni religiose, dimostrando una
pietà che portava molte mamme ad additarlo ai figli come modello.
-
Guardate Giuseppe Kugler come è buono, obbediente, servizievole. Sua madre è
proprio fortunata ad avere un ragazzo che le dà tante soddisfazioni.
Oltre
che nei campi, lavorava di buona lena accanto al fratello, nella piccola
officina, e diventò in breve tempo molto abile nell'arte di modellare il
ferro. Però ai due fratelli mancava
il
lavoro, a causa della scarsezza e anche della povertà degli abitanti di
Neuhaus. Per cui a soli 13 anni decise di andare a cercar lavoro altrove.
-
Mamma, mi dispiace lasciarti, ma è necessario che io trovi una occupazione
sicura. Qui in due siamo anche troppi! Se potessi andare in città, potrei
imparare bene il mestiere e un giorno aiutarti. Prova a scrivere a Francesco,
forse lui potrebbe trovarmi un posto...
-
Ma sei ancora un ragazzo! Tuo fratello, poi, grazie ai suoi studi si è
impiegato alle poste e si è fatta una famiglia, per cui non penso sia in grado
di aiutarti.
-
Non voglio esser di peso ad alcuno: desidero mantenermi con il mio lavoro.
A
malincuore, la mamma lo lasciò partire per Monaco, dove aveva trovato lavoro
anche la figlia Margherita.
-
Se avrai bisogno di aiuto, rivolgiti a lei che ti vuole tanto bene.
Armato
di tanta volontà e coraggio, eccolo nella capitale della Baviera, ospite del
fratello. Trovò subito lavoro in un'officina, con altri garzoni apprendisti.
A
quel tempo non esisteva alcuna forma di assistenza né una legge che tutelasse i
diritti di un ragazzo lavoratore; gli apprendisti erano alla mercé del
padrone che usava e abusava di loro, sfruttandoli al massimo. La paga del nostro
Giuseppe era di 10 centesimi di marco al giorno, che bastavano appena a comperare
il pane. La sorella Margherita lo aiutava come poteva, passandogli ogni tanto
dei panini, un po' di burro e di formaggio.
Giuseppe
poi, quale ultimo arrivato, doveva sopportare tutte le beffe e le angherie degli
altri apprendisti. I lavori più umili e pesanti erano per lui.
-
Ehi, contadino, se vuoi vivere in pace, oltre al padrone, devi servire anche
noi!
Si
sa come le «reclute siano oggetto di soprusi, scherni e sovente anche di
violenze. Proprio uno di questi ragazzotti, un giorno, mentre si trovavano sopra
un'impalcatura, tentò di tirargli le orecchie. Giuseppe, per sottrarsi a quel
manesco, mise un piede in fallo, precipitando da un'altezza di oltre tre metri.
La
grave caduta, oltre a diverse ferite, gli procurò la frattura e la slogatura di
un piede, che non sarebbe guarito mai perfettamente. Portato all'ospedale, vi
rimase a lungo. Ad un certo momento i medici temettero di dovergli amputare la
gamba. Riuscirono a salvare l'arto, ma Giuseppe rimase leggermente claudicante
per tutta la vita.
Trascorse
le lunghe giornate della convalescenza dedicandosi a pie letture e soprattutto
passando molte ore in preghiera nella cappella dell'ospedale. Quando il
fratello e la sorella venivano a fargli visita e non lo trovavano nel camerone
o nei corridoi, chiedevano agli infermieri:
-
Dove potremmo trovare il giovane Kugler? L'immancabile risposta era:
-
Cercatelo in chiesa! Quello ha la vocazione per farsi frate. Prega sempre!
In
verità, da quando era entrato in ospedale, egli occupava gran parte del tempo
libero nella preghiera, davanti al tabernacolo, in intimo colloquio con Dio e
con la dolce Madre celeste. Fin da piccolo aveva sempre nutrito una tenera,
filiale devozione verso la Madonna: sarà questa una caratteristica della sua
spiritualità.
Dimesso
dall'ospedale per quanto non ancora perfettamente guarito, gli fu difficile
trovare un lavoro stabile. All'officina, dove gli era capitato l'incidente, non
vollero più saperne di un ragazzo menomato, dato anche il tipo di lavoro che lo
costringeva a rimanere in piedi.
-
Il tuo posto è già occupato - gli dissero -. Cercati un impiego meno pesante.
Ad
aggravare la situazione ci fu la partenza della sorella Margherita, che nel
frattempo si era sposata e trasferita a Reichenbach, nell'alto Palatinato, un
paesino agricolo con un migliaio di abitanti, poco lontano da Neuhaus.
La
permanenza in casa del fratello divenne impossibile, anche se Giuseppe si
prestava per qualsiasi servizio pur di guadagnare qualcosa e di non pesare
sulla famiglia. Sovente era ridotto alla fame, per cui chiese di poter
raggiungere la mamma, che intanto si era ritirata presso la figlia Margherita.
Qui trovò un tetto più accogliente anche da parte del cognato, il signor
Spitzer.
Umile,
sottomesso, si adattava a tutto: governare la casa, accudire gli animali,
condurli al pascolo, ripulire la stalla, cambiare la lettiera... Un
servitorello che diceva sempre di sì e non chiedeva mai nulla.
Il
12 maggio 1886 la morte lo privò anche delle tenerezze della mamma, la creatura
che più di ogni altra gli era stata vicina e aveva compreso l'intima
sofferenza di quel ragazzo, che a vent'anni desiderava realizzarsi senza dover
sempre mendicare un tozzo di pane.
Fu
allora che si consacrò totalmente alla Madonna dicendole: - D'ora in poi sarai
tu la mia mamma! Sono sicuro che non mi abbandonerai mai.
La
vita in casa della sorella, con la nascita dei figli, si era fatta più
difficile. Senza un'occupazione stabile, Giuseppe aveva la sensazione di
pesare sul loro magro bilancio familiare.
-
Devo trovare un lavoro! - andava ripetendo.
Ma
per quanto cercasse non riusciva a trovare un padrone che lo accogliesse. Il
piccolo paese agricolo non offriva alcuna possibilità per uno come lui, che non
poteva, a causa della menomazione, adattarsi a fatiche troppo pesanti.
Finalmente
gli si prospettò una soluzione. A Reichenbach viveva l'altra sorella, Caterina,
che aveva sposato il fabbro del paese, Giuseppe Reincherberger.
-
Prendetemi con voi - supplicò - conosco il mestiere. Sono sicuro che non ve ne
pentirete; saprò guadagnarmi il pane. Non pretendo nulla, vi chiedo solo di
farmi lavorare...
Il
cognato finì per accondiscendere.
-
Una bocca in più - disse - non ci manderà in miseria! Ha tanta buona volontà:
penso che potrà esserci d'aiuto.
Si
accorse ben presto quanto fosse utile la presenza del giovane, abile nel
forgiare il ferro, pronto e servizievole con ogni tipo di cliente, anche il più
difficile e scorbutico. Finirono tutti per preferirlo: - Quel ragazzo ci sa fare
- dicevano.
-
Per favore, questo lavoro lo affidi a Giuseppe. - Può mandarmi Giuseppe a
casa?...
I
clienti aumentavano, il lavoro non mancava. Tra le varie ordinazioni vi erano
pure quelle dei frati ospedalieri dell'Ordine dei Fatebenefratelli, così
chiamati dall'invito con cui il fondatore, san Giovanni di Dio (1495-1550),
esortava i suoi religiosi a compiere le opere di carità: «Fate bene
fratelli, per amore di Dio e di voi stessi!.
Nel
1891 questi religiosi avevano acquistato a Reichenbach un antico monastero,
appartenuto ai padri benedettini, che vi avevano dimorato dal 1118 al 1803; il
loro progetto era di trasformarlo in un ospedale per minorati psichici,
epilettici, malati di mente.
L'incarico
per i lavori in ferro (cancelli, grate, serrature, maniglie) era stato
affidato al cognato di Giuseppe. Il grosso incarico portò il nostro giovane
operaio a soggiornare a lungo nel convento, dove eseguiva i lavori di messa in
opera e rifiniture, secondo le necessità. Vedendo la sua abilità, il fratello
incaricato dei lavori un giorno gli chiese: - Ti sentiresti di installare
anche le tubature e relativi allacciamenti dell'acqua, per le varie parti
dell'ospedale?
-
Penso di farcela, anche se non sono propriamente un idraulico.
Ed
eseguì con celerità e precisione anche questo lavoro. Intanto, vivendo
accanto a quei religiosi, Giuseppe aveva avuto la possibilità di ammirarne lo
zelo, lo spirito di sacrificio e la dedizione con cui assistevano gli infermi.
A
poco a poco nel suo animo andava insinuandosi un pensiero, diventato ben
presto un vivo desiderio, una autentica chiamata del Signore: perché non
potrei essere come uno di loro e dedicare la mia vita a tanti infelici,
bisognosi di aiuto e di amore? Ma mi accetteranno con la mia infermità?
Cominciò
a pregare con rinnovato fervore.
-
Madonna santa, se questa è la volontà di Dio, aiutami a superare ogni
difficoltà!
La
«Regola» dell'antico Ordine dei Fatebenefratelli era molto austera ed
esigente: richiedeva ai postulanti, oltre a un grande spirito di sacrificio,
una salute a tutta prova per l'assistenza ai vari tipi di infermi.
Giuseppe
temeva che la salute malferma e il difetto al piede costituissero un ostacolo
insormontabile. Ma intanto la voce misteriosa lo chiamava con insistenza a
donarsi a servizio degli altri. Un giorno, rotti gli indugi, avvicinò il
Vicario, P. Hermann Wasinger, e gli aprì l'animo.
-
Padre, da tanto tempo sento il desiderio di farmi religioso. Vorrei entrare
nel vostro Ordine, diventare uno di voi, per consacrare la mia vita ai
sofferenti, agli ammalati.
Il
padre, che con gli altri confratelli aveva notato la vita di pietà, lo spirito
di sacrificio, la dedizione al dovere del giovane operaio, fu quanto mai lieto
della proposta. Tuttavia gli disse:
-
Godo del tuo desiderio, ma hai pensato quanto sia dura la nostra vocazione?
-
Sì, ho riflettuto a lungo, ho pregato tanto perché la Madonna mi ispirasse;
ho atteso fino ad oggi nel timore di non essere accettato a causa della mia
infermità.
-
Certo, la nostra regola è molto esigente, ma ne parlerò al padre provinciale,
P. Gaetano Pflügl. Lo avvicinò quel giorno stesso.
-
Padre, questo giovane lo conosco bene: oltre ad essere un abile carpentiere,
possiede una grande fede e una pietà profonda, è sempre pronto a donarsi e a
sacrificarsi per gli altri. Il difetto del piede non gli impedirà di essere un
buon religioso e di lavorare con zelo a servizio dei sofferenti. Penso anzi che
questa sua menomazione lo renderà anche più disponibile e accetto ai malati.
-
Va bene - disse il Provinciale -, continua a seguirlo. Intanto digli che faccia
domanda per entrare come postulante. Un anno di prova servirà a lui e a noi per
dimostrare se ha una vera vocazione.
Pieno
di gioia, il nostro giovane, ringraziata la sorella e il cognato per quanto
avevano fatto per lui, il giorno 11 febbraio 1893, entrava come postulante nel
convento-ospedale di Reichenbach, e il 12 luglio dello stesso anno vestiva
l'abito religioso dell'antico Ordine Ospedaliero.
Giuseppe
trascorse l'anno di aspirantato nell'istituto «Sebastianeum» di Wórishofen.
Il giorno 11 giugno 1894, secondo la prassi, i membri della comunità furono
chiamati a votare sulla sua ammissione. Il risultato fu deludente, anzi
negativo: la maggioranza, cinque contro quattro, era di parere contrario. Motivazione:
«Ha tutte le doti per essere un buon religioso, però la malferma salute e la
menomazione al piede ne sconsigliano l'accettazione».
Ma
il padre provinciale, cui spettava l'ultima parola, diede il parere favorevole.
-
Le doti del postulante Kugler suppliranno a tutto e faranno di lui un bravo
religioso. Accettato!
Il
24 agosto 1894 entrava nel convento-ospedale di San Volfango a Neuburg, sul
Danubio, e il 20 ottobre iniziava l'anno di noviziato, coronato dalla
professione religiosa il 21 ottobre 1895. Nel vestire l'abito, in attesa di
consacrarsi a Dio con i voti di povertà, castità, obbedienza e ospitalità
(quest'ultimo legato al carisma proprio dell'Ordine, che è quello di curare
non solo la malattia, ma tutta la persona ferita nella sua condizione di
infermo e di povero) aveva preso il nome di fra Eustachio, con il quale lo
avrebbero sempre chiamato.
Dopo
la professione venne inviato all'ospedale psichiatrico di Reichenbach, dove
continuò a lavorare come fabbro, completando i lavori lasciati in sospeso
durante il postulantato e il noviziato.
Tre
anni più tardi, il 30 ottobre 1898, emetteva la professione religiosa
solenne, che lo legava definitivamente a Dio nell'Ordine dei Fatebenefratelli,
nelle mani del nuovo provinciale P. Enrico Humbs.
Successivamente
fra Eustachio fu inviato in diverse altre case dell'istituto, dove svolse, con
competenza e generosità, le attività che gli venivano affidate: lavori
manuali, riparazioni, manutenzione... Era sempre disponibile per tutti: -
Fratello Eustachio, il portone non chiude bene... Un rubinetto perde acqua...
Si è rotta la maniglia della porta... Egli diceva sempre di si a tutti,
prestandosi con gioia a qualsiasi servizio per quanto fosse umile e gravoso.
È incredibile quanto sia prezioso in una casa, particolarmente poi in un ospedale,
un «uomo tutto fare» come fra Eustachio.
Né
trascurava il compito proprio dell'Ordine: l'assistenza ai malati, con turni di
giorno e di notte. Aveva conosciuto la povertà e le sofferenze fisiche
durante la lunga degenza all'ospedale, di cui portava le conseguenze, e quindi
sentiva una grande compassione per i poveri, i malati, particolarmente quelli
mentali, privi anche dell'uso della ragione. Chiedeva il privilegio di assistere
i più difficili.
-
Sono i prediletti di Dio - diceva -; dobbiamo vedere in ciascuno di essi il
volto sofferente del Signore Gesù.
Lo
troviamo in questi primi anni di fecondo apostolato a Johannesbrun, nella
Bassa Baviera, all'istituto psichiatrico di Gremsdorf nell'Alta Franconia,
nell'infermeria dell'istituto correzionale di Kaisheim, vicino a Donauwórth,
recando ovunque, con il suo inalterabile sorriso, la dedizione umile e generosa
al lavoro che gli veniva affidato. Ma la fiaccola, rimasta nascosta sotto il
moggio, era ormai pronta per risplendere sul candelabro.
Le
eccezionali doti di mente e di cuore, la stima e la fiducia che fra Eustachio
godeva presso i confratelli e gli ammalati, indussero ben presto i superiori
ad affidargli incarichi direttivi di grande responsabilità.
Dal
1905 al 1914 eccolo superiore (priore) nell'ospedale psichiatrico di Straubing;
dal 1922 al 1925 in quello di san Volfango a Neuburg, sul Danubio. Ovunque
lasciò un segno della sua instancabile attività, migliorando le attrezzature
logistiche dei conventi e degli ospedali, nonché l'assistenza e le strutture
terapeutiche. Fu soprattutto l'animatore di autentiche comunità di fede e
carità, impegnate al servizio dei sofferenti, nello spirito del fondatore.
Non
fa pertanto meraviglia che i superiori, con il pieno consenso dei confratelli,
pensassero di affidargli la carica di «provinciale», responsabile di tutti i
religiosi e delle opere esistenti nella regione bavarese.
L'unico
che non si riteneva adatto a coprire quel posto era proprio lui, e cercò in
tutti i modi di sottrarsi all'importante compito.
-
Sono un povero uomo, un umile fabbroferraio, che ha frequentato solo le scuole
elementari. Lasciatemi servire i malati: è l'unica occupazione che sono capace
di svolgere discretamente.
Solo
quando fu convinto che l'invito veniva da Dio, espresso dalla designazione
unanime di superiori e confratelli, si arrese. Fare la volontà di Dio fu un
impegno costante di tutta la sua vita. Scrisse quel giorno, 19 giugno 1926, nel
suo diario spirituale: «Sono stato eletto provinciale. Ho subito offerto
confratelli e malati alla cara Madre di Dio, pregandola di dirigere lei la
provincia e di aiutarmi a fare in tutto la volontà del suo divin Figlio. Amen!».
Ripetutamente
rieletto, resse la provincia per ben ventun anni (fino alla morte, avvenuta
nel 1946), durante uno dei periodi più cruciali e tragici della storia tedesca
per l'ascesa al potere del nazismo e per il secondo conflitto mondiale, che
seminò ovunque, particolarmente in Germania, incalcolabili rovine materiali
e morali.
Il
compito più importante di un superiore è la formazione e la direzione del
personale addetto alle varie opere. Egli adottò subito questa regola di vita: -
Non chiedere mai a un confratello quello che tu non osi praticare...
-
Attuare con tutti l'aurea massima di san Francesco di Sales: «Si prendono più
mosche con una goccia di miele che con un barile di aceto».
-
Perdonare la fragilità, incoraggiare sempre, ma intervenire con coraggio per
impedire il peccato.
-
Esortare con costanza all'osservanza fedele della «regola», per un servizio
umile e generoso ai malati che la Provvidenza ci affida.
-
Abbandonarsi con piena fiducia a Dio per fare in ogni momento la sua volontà,
confidando nell'aiuto e nella protezione della Vergine santissima.
Un
programma vissuto sempre con assoluta fedeltà e coerenza.
Il
governo di fra Eustachio fu fecondo di geniali, coraggiose realizzazioni per
andare incontro alle tante necessità dei malati, particolarmente di quelle
categorie per le quali è difficile trovare ricovero e assistenza nelle
normali strutture sanitarie.
Uno
dei primi ospedali da lui fondati, subito dopo l'elezione, fu quello di
Ratisbona, una città cresciuta rapidamente negli ultimi decenni, dove si
sentiva la carenza di un complesso atto a risolvere le necessità della
popolazione.
Iniziò
i contatti, già nell'estate del 1926, con il sindaco della città ma incontrò
molte difficoltà e nette opposizioni da parte dell'amministrazione comunale.
Il problema più grosso era quello di reperire le enormi somme richieste per
attuare il progetto. Allora egli invitò tutte le case della provincia a
versare un contributo per la realizzazione di quell'opera che gli stava tanto
a cuore.
-
Siamo generosi con Dio - diceva ai confratelli -, sicuri che lui non si lascia
mai vincere in generosità.
L'ospedale
venne costruito e attrezzato secondo i più moderni criteri dell'edilizia
sanitaria e il 29 giugno 1929 solennemente benedetto dal vescovo della città,
mons. Michele Buchberger, alla presenza di tutte le autorità civili e
religiose.
Terminato
questo lavoro, ne iniziò un secondo su un terreno attiguo, per l'accoglienza
delle donne, e lo inaugurò nel dicembre del 1930. E complesso dei due
nosocomi occupa un'area di nove ettari; la sola costruzione venne a costare otto
milioni di marchi, al valore di quel tempo. I due ospedali, con una capienza
di circa mille posti letto, sono i più moderni e attrezzati di tutta la
regione.
Per
realizzare il duplice, grandioso progetto, fra Eustachio si ingolfo in debiti,
tali da turbare e scoraggiare chiunque non avesse avuto la sua fede nella divina
Provvidenza.
-
Dio - diceva - non viene mai meno a coloro che confidano in lui. Dobbiamo
essere uomini di fede! Lui stesso ha promesso: «Qualunque cosa chiederete al
Padre nel mio nome, l'otterrete... Bussate e vi sarà aperto, chiedete e vi
sarà dato...».
Una
persona un giorno gli domandò se prima di iniziare quelle opere si fosse
consigliato con persone prudenti. Rispose con semplicità: - Sì, mi sono
consultato con Dio. Ho avuto la sua approvazione, per questo sono sicuro che
non mi mancheranno gli aiuti. E nello spazio di soli sei anni riuscì a saldare
ogni debito. Nel 1934, ottenuti i dovuti permessi dai superiori maggiori, trasferì
anche la sede provinciale dalla città di Neuburg sul Danubio, a quella di
Ratisbona, dove risiedette fino alla morte.
A
quanti lo elogiavano per il complesso ospedaliero realizzato, rispondeva
invariabilmente con assoluta sincerità e autentica umiltà: - Non è opera
mia! È il Signore che l'ha voluta e ha suscitato anime generose per
realizzarla. Io sono soltanto un povero servo inutile!
Durante
gli anni del suo provincialato fra Eustachio vide sorgere e svilupparsi il
nazismo con la sua aberrante ideologia, sfociata nelle ben note persecuzioni
razziali e religiose.
Proprio
a Monaco, capitale della Baviera, Adolfo Hitler (1889-1945) nel 1920 aveva dato
vita al movimento nazionalsocialista, che si impadronì a poco a poco di tutta
la Germania, instaurando la crudele dittatura che doveva poi causare tante rovine
e morti nel mondo.
Fra
Eustachio ebbe fin dall'inizio la percezione netta dei semi distruttori e
delle conseguenze catastrofiche contenute in quella pericolosa ideologia.
-
Prepariamoci ad affrontarla con coraggio - diceva ai confratelli -.
Accettiamola come una prova che il Signore permette per il nostro bene.
-
La Chiesa ha sempre conosciuto, nella sua lunga storia, contraddizioni e
persecuzioni, ma ne è sempre uscita vittoriosa. Gesù ha garantito: «Io sarò
con voi fino alla fine dei secoli e le forze del male non avranno il sopravvento».
-
Il Signore non lascerà crescere questo albero fino al cielo - andava ripetendo
sovente, come ricorda fra Pancrazio Wolf. Come padre provinciale ebbe a subire
vessazioni di ogni genere, particolarmente negli anni 1937 e 1938.
Frequenti
erano le irruzioni della «Gestapo», la famigerata polizia hitleriana. Gli
sgherri giungevano improvvisamente, di giorno e di notte, mettendo a soqquadro i
conventi, arrestavano i confratelli, sottoponendoli a interminabili
interrogatori con le accuse più assurde: nemici del terzo Reich, cospiratori
politici, nido di spie, corruttori della gioventù...
Più
d'ogni altro era preso di mira il provinciale, «responsabile di una masnada
di traditori». Ebbe a subire, ricordano i confratelli, una trentina di
logoranti interrogatori accompagnati da meticolose perquisizioni che mettevano a
soqquadro l'archivio e il suo ufficio. Lo tormentavano per ore ed ore, con
malevoli insinuazioni e perfide calunnie che il coraggioso superiore, malgrado
l'età e la malferma salute, sopportava con grande dignità e fortezza.
-
Ne ricordo particolarmente una - dice fra Andrea Weitnauer -. Nel 1937 mi ero
recato da lui perché trasferisse un confratello che ritenevo inadatto alla casa
e al posto affidatogli. Lo trovai nel suo ufficio mentre recitava il Rosario.
Tutti gli armadi e la stessa macchina da scrivere erano stati sigillati dalla
Gestapo. Teneva accanto a sé una borsa con un po' di biancheria e il manuale
delle preghiere.
-
Cosa fa? È in partenza? - gli chiesi.
-
Mi tengo pronto - rispose -. Da un momento all'altro può giungere la polizia
per arrestarmi.
-
Sono venuto - aggiunsi - per avere subito un'obbedienza: cambi destinazione a
me o al confratello che ha inviato da noi.
-
Mi dispiace proprio - fece sorridendo e con la solita calma -, ma non posso
accontentarla. Vede come Dio, sempre buono, guida gli avvenimenti: anche se lo
volessi non potrei agire.
Tutto
è sigillato; non posso toccare nulla. Il Signore mi ha così tolto il peso di
dover prendere una decisione grave e dolorosa.
-
Talvolta - ricorda un altro confratello - gli interrogatori, accompagnati da
insulti e minacce, duravano anche sei-sette ore, nel tentativo di strappargli
confessioni e accuse contro i confratelli. Ma egli rimaneva costantemente
calmo, imperturbabile e irremovibile.
-
Potete portarmi in prigione, condannarmi - diceva -, ma non posso tradire la
fiducia dei miei confratelli. Le loro confidenze sono per me sacre, come un
segreto di confessione!
La
brutalità degli aguzzini dovette arrendersi di fronte all'umile coraggio di
quell'uomo inerme. La sua forza d'animo ebbe la meglio sulla prepotenza.
Se
la prima guerra mondiale (1914-1918) aveva causato tanti lutti e sofferenze
nei paesi belligeranti, immensi furono quelli dovuti al secondo conflitto,
scatenato dalla follia sanguinaria di Hitler. Fra Eustachio, che già aveva
sofferto a causa della prima guerra, fu sottoposto a durissime prove nella
seconda, anche perché responsabile di tanti confratelli e opere sotto la sua
giurisdizione.
Aveva
previsto con assoluta sicurezza l'uragano che si addensava all'orizzonte, e
aveva invitato i confratelli « a pregare ed essere pronti a ogni evenienza».
-
Facciamo in modo - diceva - che Dio ci trovi sempre preparati. Preoccupiamoci di
essere veramente buoni Fatebenefratelli, perché proprio in questi tempi così
duri dobbiamo fare tutto il possibile per santificarci ed essere di buon esempio
a tutti.
Durante
il lungo periodo del conflitto sostenne i confratelli con assidue visite alle
case e numerose circolari in cui li esortava alla pietà, alla confidenza in
Dio e nella Madonna. Insisteva molto sulla fedeltà alla «Regola». «Le
sofferenze cui è sottoposta tanta parte dell'umanità devono spingerci a
tendere a una maggiore perfezione. Il religioso deve essere un professionista
della santità. Solo santificandoci collaboriamo alla salvezza dei fratelli».
Come
sappiamo, le ostilità scoppiarono il l° settembre 1939, con l'invasione della
Polonia, seguita due giorni dopo dalla dichiarazione di guerra alla Germania
da parte dell'Inghilterra e della Francia. La grande carneficina era cominciata!
Tutti
i giovani vennero mobilitati e inviati al fronte, compresi i confratelli di
fra Eustachio. E questa fu la sua più amara sofferenza. Molti caddero sui
campi di battaglia, altri vennero fatti prigionieri, alcuni poi, travolti dagli
eventi, non fecero più ritorno in comunità. È facile immaginare con quanto
dolore egli seguisse questi suoi figli esposti a tanti pericoli. Pregava e faceva
pregare: - Non dimentichiamo i nostri poveri confratelli in guerra, esposti a
gravi pericoli fisici e morali, perché possano far ritorno sani e salvi.
Ricordiamo in modo particolare coloro che sono feriti o languono in prigionia.
Per
questi religiosi aveva le più delicate attenzioni, sostenendoli con lettere e
aiuti di ogni genere, se riusciva a mettersi in contatto con loro. Quando
giungeva la notizia di qualche decesso, ne provava dolore come per la perdita
di un figlio. Faceva celebrare sante Messe e chiedeva abbondanti suffragi per le
loro anime.
Aprì
le case, i conventi, gli ospedali a tutti coloro che avevano bisogno di
assistenza e di aiuto, senza alcun riguardo alle loro idee religiose o
politiche.
-
In ogni uomo - diceva - cerchiamo di vedere, amare, servire sempre il Signore
Gesù, che ritiene fatto a sé quello che facciamo a uno dei nostri fratelli.
Le
tremende restrizioni causate dalla guerra e dai bombardamenti erano uno
stimolo costante a moltiplicare le opere di carità verso tutti i sofferenti. Fu
particolarmente prodigo di aiuti ai confratelli della Slesia, cacciati dai loro
conventi dalle truppe di occupazione e perciò costretti a cercare alloggio
altrove. Mise a disposizione tutte le case della provincia, con animo aperto e
generoso.
-
Facciamo in modo che in ogni nostro convento si sentano come a casa loro. La
famiglia del padre è sempre aperta ai figli!
Anche
la provincia bavarese ebbe a subire le conseguenze di una guerra feroce,
disumana, che non risparmiava nulla e nessuno. Diversi conventi-ospedale
furono requisiti, prima dal governo e poi dalle truppe di occupazione. Si
dovette provvedere ai confratelli estromessi dalle case, procurando loro vitto e
alloggio; problema tutt'altro che facile in un periodo in cui i viveri erano
strettamente razionati e i bombardamenti aerei a tappeto radevano al suolo le
case senza risparmiare neppure i luoghi di culto e di cura.
Inoltre
la massiccia chiamata alle armi di tanti giovani confratelli lo costringeva a
colmare i vuoti con persone anziane, non sempre in grado di offrire una adeguata
assistenza ai malati.
Oppresso
da tante difficoltà, sofferente egli stesso per un male che covava nel suo
organismo e gli procurava grandi sofferenze, chiese alla curia generalizia di
essere esonerato dal gravoso incarico.
-
Vi prego, affidate questo compito a una persona più esperta e con maggiori
energie.
Ma
la sua preghiera non fu esaudita.
-
Rimanga al suo posto - gli fu risposto -; un buon comandante non abbandona la
sua nave nel momento del pericolo. Superiori e confratelli sono molto contenti
della sua guida.
Piegò
il capo al volere di Dio, espresso così chiaramente da coloro che lo
rappresentavano, continuando a dirigere la provincia con la dedizione di
sempre, restando sereno e tranquillo
anche
quando giungevano le notizie più dolorose: la morte di confratelli, il
danneggiamento o la distruzione di qualche casa della provincia.
-
Signore, sia fatta la tua volontà! - ripeteva con fede. Quando giungeva qualche
notizia particolarmente penosa si rifugiava nella cappella, inginocchiandosi
davanti al Santissimo, con la corona del Rosario tra le mani, in intimo
colloquio con Dio, ripetendo: - Signore, aiutami a portare con te la Croce!
Grazie per quello che ci doni e anche per quello che la cattiveria degli uomini
ci toglie...
I
confratelli lo chiamavano «l'angelo tutelare orante». La sua calma, la sua
serenità, anche nei momenti più terribili, infondeva coraggio a tutti.
Quando gli attacchi aerei si facevano più terrificanti, accompagnava il
Santissimo nel rifugio, poi invitava tutti a mettersi al riparo, esortandoli a
pregare.
Incredibile
era la sua calma, anche durante i più furiosi bombardamenti, tra lo scoppio
delle bombe e il fragore dei crolli e delle distruzioni. La sua fiducia in Dio e
nell'aiuto della Vergine era assoluta: «Gesù mio - soleva ripetere -, io
vivo per te e muoio per te; sono tuo per la vita e per la morte...».
Troviamo
tra i ricordi degli esercizi spirituali del settembre 1942 quanto aveva scritto
ai confratelli: «La nostra migliore protezione contro tutti i pericoli è una
grandissima fiducia in Dio, unita a una buona coscienza».
Durante
il terribile bombardamento del 17 agosto 1943, gli aerei nemici rasero al suolo
le grandi fabbriche degli aerei Messerschmitt, vicinissime al complesso
ospedaliero da lui creato. Tutti si erano precipitati nel rifugio; fra
Eustachio, invece, si era ritirato nella cappella a pregare. Grappoli di bombe
caddero a tre, quattro metri dall'ospedale; 1.200 persone rimasero sotto le
macerie, ma i due ospedali e tutto il personale rimasero perfettamente
incolumi.
-
Un miracolo! Un vero miracolo! - gridava la gente.
Religiosi,
suore, infermieri e ammalati si dissero convinti che i due ospedali erano stati
sottratti alla furia devastatrice della guerra dalla fede e dalle preghiere
del loro provinciale.
Terminata
la guerra, fra Eustachio iniziò con coraggio la ricostruzione delle case
distrutte o danneggiate, intensificando l'assistenza ospedaliera, sebbene le
truppe americane di occupazione avessero requisito anche i due ospedali di
Ratisbona.
-
Il più grosso dispiacere - disse - è che non possiamo curare noi i feriti e
molti malati civili sono abbandonati a se stessi, senza alcun ricovero. Facciamo
di tutto per andare incontro alle loro necessità.
Nell'agosto
del 1945 iniziò la visita canonica ai quattordici conventi-ospedale della sua
provincia, esortando i confratelli a una piena ripresa della vita religiosa e
dell'attività caritativa.
Ma
intanto il male, che da tanti anni covava nel suo organismo, prese a
riacutizzarsi. Il suo medico curante, dottor Eugenio Komer, afferma:
-
Fin dalla prima visita, nel 1929, mi confidò che soffriva da venti anni di una
gastrite che gli procurava ogni tanto fortissimi dolori. Quando durante le
visite successive gli chiedevo come si sentisse: «Anche troppo bene per un
vecchio come me!», rispondeva sorridendo.
Nel
1944 i dolori si fecero più acuti, accompagnati da conati di vomito. Nella
Pasqua del 1946 il male esplose in tutta la sua virulenza. La diagnosi fu un
decreto di morte: «Carcinoma allo stomaco, aggravato da una forma ulcerosa al
duodeno». Fra Eustachio non si allarmò né si preoccupò più del solito. Da
sempre era preparato all'incontro con «sorella morte». Continuò sereno,
tranquillo, la vita di sempre, partecipando in tutto agli impegni della
comunità.
Ogni
tanto il riacutizzarsi del male lo costringeva a letto, e di lì continuava ad
accudire a tutti i doveri del suo ufficio, raccogliendosi più a lungo in
preghiera. Cercava di nascondere il più possibile le sue sofferenze; nessuno lo
udì mai lamentarsi...
-
Guardiamo il Crocifisso - diceva ai confratelli -. Cosa sono i nostri dolori, di
fronte a quello che il Figlio di Dio ha sofferto per la nostra salvezza?
-
Le sofferenze che ci accompagnano nel pellegrinaggio terreno sono una grande
grazia del Signore: servono a purificarci, a renderci degni del paradiso!
Durante
gli ultimi mesi i dolori si fecero più frequenti, prolungati, lancinanti.
Mangiava pochissimo e verso la fine non poté inghiottire più nulla.
Nella
festa dell'Ascensione del 1946 chiese di alzarsi per partecipare ancora una
volta con la comunità all'Eucaristia. All'infermiere, fra Eustachio
Geisenberger, che lo assisteva con tanto amore, diceva: - Fratello, non avere
tutte queste premure per me; chissà in ospedale quanti malati non hanno alcuno
che li assista!
A
ogni piccolo gesto, rispondeva: - Grazie, fratello: il Signore te ne renda
merito. Ricevette con edificante pietà l'Unzione degli infermi. A chi gli
chiedeva come si sentisse, rispondeva invariabilmente: - Sto per andare in
patria! Mi preparo a tornare alla casa del Padre!
Anche
quando non riusciva più a parlare e pregare forte, con la corona del Rosario
tra le mani continuava a mormorare giaculatorie e preghiere. Sul comodino
teneva dei fogli scritti di suo pugno: A doni dello Spirito Santo, per meditare
ogni giorno su uno di essi e prepararsi ad accogliere lo Spirito consolatore,
nel giorno della Pentecoste.
E
il lunedì, dopo la grande solennità, attorniato dai confratelli, il santo
vegliardo si addormentò sereno nella pace del Signore. Erano le 16,30 del 10
giugno 1946. Aveva 79 anni e 5 mesi di età, 50 anni di professione religiosa.
Finalmente era ritornato a casa, come aveva desiderato!
Dopo
aver tracciato il breve profilo biografico di fra Eustachio, cercherò di
penetrare nelle profondità spirituali di questo uomo, per cogliere alcuni
aspetti della sua ricca personalità.
Sono
i valori morali e spirituali la grande forza che lo ha sostenuto durante tutta
la vita; tesori che egli ha tenuto gelosamente nascosti, vivendo nella più
grande semplicità e umiltà.
Fortunatamente
è possibile, attraverso i suoi scritti, i ricordi e i propositi dei suoi
Esercizi spirituali e la testimonianza dei confratelli, mettere in luce la sua
piena corrispondenza al progetto di Dio che lo chiamava alla santità.
Pur
senza l'aiuto di grandi studi ascetici e teologici,sulle orme del fondatore,
san Giovanni di Dio, egli fece della sua vita un canto di amore a Dio e un dono
di amore ai fratelli.
Visse
il dono della fede, ricevuto nel Battesimo il giorno stesso della nascita
terrena, con assoluta coerenza e fedeltà, assieme alle altre due virtù
teologali della speranza e della carità.
Fin
da piccolo, Dio occupò sempre il primo posto nella sua giornata, che cominciava
e si chiudeva invariabilmente con la preghiera.
-
Anche durante il giorno - afferma fra Anastasio Filser - l'ho visto spesso,
oserei dire quasi ogni ora, recarsi nella cappella per una breve adorazione.
La
pietà eucaristica e la filiale devozione alla Madonna erano il mezzo sicuro
con cui alimentava la sua fede. Leggiamo nei suoi propositi: «Vivere sempre
alla presenza di Dio». «In tutto quello che faccio voglio sempre avere Dio davanti
agli occhi». «propongo di consacrare sempre i primi pensieri del mattino a
Dio e vivere tutto il giorno alla sua presenza». «Vedere in ogni persona
costantemente Dio, non l'uomo». «La Madonna è la nostra speranza, il nostro
aiuto in ogni circostanza... ».
La
sua era una fede robusta, ma semplice, operosa, entusiasta, base granitica e
guida sicura dei suoi pensieri, dei suoi affetti, delle sue scelte operative.
Sapeva che «senza fede è impossibile piacere a Dio», come dice la lettera
agli Ebrei.
La
fede era la forza che lo rendeva invincibile in mezzo ai contrasti, alle
difficoltà e persecuzioni incontrate sul suo cammino.
«Se
Dio è con noi, chi sarà contro di noi?», ripeteva con l'apostolo Paolo. Il
segno di croce che faceva sovente e devotamente, era una manifestazione di
questa fede. Alla sua luce egli valutava tutto: persone ed eventi, gioie e
dolori, prove e contraddizioni. Era profondamente convinto, e lo inculcava a
tutti, che «l'occupazione principale deve essere la nostra santificazione...
Salvare le nostre anime... Essere fedeli fino alla morte ai nostri voti
battesimali e religiosi».
Affermava
che i mali del mondo e l'infedeltà ai propri doveri erano dovuti alla
mancanza di fede. «Cari confratelli - scriveva in una circolare del 1940 -,
preghiamo ardentemente per avere una fede viva, che è veramente un grande dono
di Dio».
La
fede fu dunque il segreto della santità e della fecondità dell'apostolato di
questo religioso, umile e modesto, pio e coraggioso, che poteva ripetere con
Paolo di Tarso: «Tutto mi è possibile con l'aiuto di Dio che mi sostiene!».
La
fede sfocia necessariamente nell'amore; è una testimonianza di vita, perché
«la fede senza le opere è morta», afferma san Giacomo.
In
fra Eustachio, l'amore totalizzante verso Dio si coniugava costantemente nella
carità verso l'uomo, con una spiccata predilezione, come abbiamo visto, per i
poveri, i sofferenti, gli emarginati.
Memore
che «non si può amare Dio che non si vede, se non si ama il fratello che si
vede», come dice san Giovanni, egli fece della carità un impegno costante.
-
Il nostro amore verso Dio - ripeteva sovente - lo misuriamo nella carità
verso i fratelli! Gesù stesso ha detto: «Da questo vi riconosceranno per
miei discepoli, se vi amerete l'un l'altro»; anzi, più ancora, ci ha
ordinato di amarci come lui ci ha amato, cioè fino a sacrificare la vita per
gli altri.
Egli
amava Dio nel prossimo.
-
Dobbiamo vedere Cristo - diceva ai confratelli - in ogni uomo, in ogni malato.
La
bontà, la gentilezza, il servizio pronto, l'aiuto generoso erano una costante
del suo comportamento in ogni momento della sua giornata, con i confratelli e i
malati, i ricchi e i poveri. Su questo aspetto sono unanimi le attestazioni dei
confratelli.
«Era
la bontà e dolcezza in persona, fin troppo!» (Fra B. Schella).
«Con
tutti era un padre più che un superiore» (Fra A. Filser).
«Si
poteva andare da lui in qualsiasi momento. Era sempre disponibile per tutti»
(Fra C. Bierler).
La
sua carità verso i poveri era inesauribile. A chi gli faceva osservare che
spesso i mendicanti abusavano della sua carità, rispondeva: - Siamo debitori
verso i poveri; meglio dare una pagnotta in più a loro, che averla in casa! Il
Signore ripaga sempre con il cento, il mille per uno, quello che facciamo ai
suoi prediletti.
Per
i confratelli aveva le cure e le premure di una mamma. - Non dimenticherò mai -
scrive uno di loro - la bontà con la quale mi aiutò a superare un momento
critico della mia vita. Ero deciso a ritirarmi, prima della professione
religiosa, ma prima volli aprirgli il mio cuore. Mi accolse con tanto affetto,
mi ascoltò con grande attenzione, poi, mettendomi le mani sulle spalle,
soggiunse: «Coraggio, figliolo. Ricorda: non siamo mai soli; accanto a noi c'è
il Signore, confida in lui e va' avanti tranquillo!». Ogni timore scomparve e
feci la mia professione con il cuore pieno di gioia.
Un
confratello fuggì dal convento senza avvisarlo, per timore di essere
arrestato dalla Gestapo. Tornò dopo undici mesi, ed egli lo accolse con grande
bontà, senza muovergli alcun rimprovero. Dopo averlo abbracciato: - Sono
proprio contento - disse - di vederti tornare tra noi! E gli propose un posto
che fosse di suo gradimento. Perdonava prontamente sgarbatezze e offese.
-
Nel suo animo - ricordava un altro - non c'era posto per astio o rancore. Non
solo perdonava, ma dimenticava subito e ripagava facendo del bene a chi gli
aveva procurato dispiaceri. Nelle visite alle case esortava: - Soprattutto
coltivate l'amore fraterno; sopportatevi, sostenetevi, perdonatevi a vicenda.
Non
criticava mai; più che i difetti amava mettere in risalto le buone qualità dei
confratelli. Aveva una cura particolare dei malati, informandosi della loro
salute, preoccupandosi che non mancasse loro alcunché. Pregava e faceva pregare
per i defunti, recandosi sovente a visitare le loro tombe. Il suo era un cuore
traboccante di amore per Dio, che poi riversava a piene mani su quanti
incontrava!
Fondamento
della sua spiritualità era un'umiltà a tutta prova. Credeva fermamente che
Dio resiste ai superbi e dona la sua grazia agli umili. Si era proposto di
imitare il divino modello che dice: «Imparate da me che sono mite e umile di
cuore».
L'umiltà
è la virtù dei grandi, dei santi; virtù che attira le benedizioni di Dio e il
compiacimento degli uomini.
-
Fra Eustachio - afferma fra Filiberto Bitter - era il più modesto e umile
confratello della provincia bavarese.
-
L'umiltà - ricorda fra E. Geinsenberger - era la virtù che maggiormente
spiccava nella sua vita.
-
Ebbi la fortuna di conoscerlo - dice P. Gallo Lethmeier - come postulante,
confratello, superiore e padre provinciale, e posso affermare che rimase sempre
lo stesso: umile, modesto, servizievole e amabile come nessun altro.
Il
suo diario spirituale trabocca di propositi per crescere nella pratica di
questa virtù.
Durante
tutta la vita non cercò mai onori, cariche, privilegi; amava stare sottoposto
ad altri; accettò di essere superiore solo per obbedienza, esercitata sempre
con spirito di servizio. Non parlava mai di sé, delle sue realizzazioni,
ascrivendo tutto all'aiuto di Dio, della Madonna, dei suoi confratelli.
Personalmente
si reputava l'ultimo della provincia, il servo di tutti. Innumerevoli gli
episodi che dimostrano quanto fosse radicata in lui l'umiltà.
Un
giorno un giovane confratello arrivò alla stazione di Neuburg con lo stesso
treno del provinciale. Non conoscendolo, gli chiese la strada che portava al
convento.
-
L'accompagno io - disse - e permetta che le porti la valigia.
Immaginarsi
la sua sorpresa quando all'arrivo seppe che il premuroso facchino era lo stesso
provinciale.
In
comunità voleva essere trattato come gli altri, senza alcun riguardo o
distinzione per la carica che ricopriva. Sovente persone in visita
all'ospedale, vedendo un venerando religioso, pieno di premure, accanto ai
malati, intento ai servizi più umili, chiedevano: - Chi è quel confratello che
li assiste con tanto amore? - È il nostro provinciale! - si sentivano
rispondere, rimanendone ammirati ed edificati.
La
brevità di questa monografia non ci consente di mettere in risalto le altre
virtù praticate da fra Eustachio, sempre in grado eroico: la povertà, la
mortificazione, la prudenza, il coraggio nelle prove e nelle sofferenze
incontrate durante tutto l'arco della sua vita. La Chiesa, ce lo auguriamo, le
proclamerà un giorno, elevandolo all'onore degli altari.
Possiamo
concludere affermando che egli visse in tutta la sua integrità e profondità lo
spirito delle «Beatitudini», il discorso programmatico di Gesù, rivolto a
coloro che vogliono seguirlo sulla via della santità.
Le
Beatitudini sono il paradosso del Cristianesimo, l'affermazione della felicità
che nasce solo dall'amore, anche dove c'è povertà, persecuzione, sofferenza,
perché «nessuno ama più di colui che dà la vita per i propri fratelli», ha
detto l'Amore fattosi uomo.
Beati
quelli che le praticano: «Rallegratevi ed esultate, perché grande è la
vostra ricompensa nei cieli». Siamo certi che fra Eustachio è fra questi «beati»,
perché ha vissuto le beatitudini nella loro radicalità, diventando così segno
e portatore del messaggio di salvezza di Cristo.
Signore
Gesù, attraverso l'esempio straordinario di fra Eustachio Tu ci hai fatto
conoscere la bellezza e la gioia di una vita interamente consacrata per il Tuo
amore al servizio dei fratelli sofferenti.
Te
ne siamo profondamente grati e, in attesa che le eroiche virtù di questo Tuo
servo possano trovare presto un riconoscimento da parte della Chiesa, ci
rivolgiamo a Te chiedendoTi per sua intercessione la grazia di...
Nella
fiducia di essere esauditi, promettiamo di vivere coerentemente il nostro
Battesimo nella fede, nella speranza e nella carità, in attesa di essere
accolti con Te nella gloria del Paradiso. (Con
approvazione ecclesiastica)
Per
segnalazioni di grazie ottenute
per intercessione di fra Eustachio Kugler è pregato di darne comunicazione a:
Casa Generalizia - Religiosi Ospedalieri di San Giovanni di Dio Piazza
Fatebenefratelli, 2 - 00186 ROMA
San
Giovanni di Dio nacque a Montemoro-o-Novo, in Portogallo, nel 1495. Dopo una
vita piena di pericoli nella carriera militare, ispirandosi a ideali più alti,
si consacrò tutto al servizio dei malati. A Granada, in Spagna, nel 1539,
fondò un ospedale e riunì intorno a sé dei compagni.
Santo
atipico per tanti versi, Giovanni di Dio muore l'8 marzo 1550 lasciando solo
l'ospedale di Granada con 200 poveri: infatti non aveva fondato l'Ordine. Sarà
san Pio V nel 1572 a dare ai Fatebenefratelli la regola di Sant'Agostino e a
fare del gruppo di quei generosi apostoli un ordine religioso. I discepoli di
Giovanni seppero imprimere all'opera un rapido sviluppo: appena un secolo dopo
la sua morte, i Fatebenefratelli gestivano ben 224 ospedali. Dal 1600 a oggi ne
hanno fondato circa 650, la maggior parte dei quali è ora affidata ad
amministrazioni pubbliche, contribuendo così in modo rilevante al progresso
sanitario di molti Paesi, in particolare della Spagna, del Portogallo,
dell'Italia e dell'America Latina.
Una
così imponente diffusione si spiega con l'ideale di dedizione totale proposto
da Giovanni di Dio ai suoi seguaci, ma anche con le sue concezioni igieniche e
assistenziali, basate sul rispetto assoluto della personalità del malato (in
stridente contrasto con il sistema usato dovunque allora). Per questo,
Giovanni, secondo la celebre definizione di Cesare Lombroso, è il «creatore
dell'ospedale moderno».
La
Chiesa, dopo averlo canonizzato (nel 1690) lo ha proclamato, insieme a San
Camillo de Lellis, patrono degli ospedali e degli infermi (1886) e patrono degli
infermieri e delle loro associazioni (1930). Oggi i Fatebenefratelli sono
disseminati nei cinque continenti e assistono ogni giorno nei loro 200 istituti
circa 40.000 tra malati, minorati fisici o psichici, drogati, anziani e minori
abbandonati, per un totale annuale di oltre 11 milioni di giornate di ricovero.
Sono cifre che dovrebbero far meditare anche i laici più distanti dalla
tematica religiosa.
Il
ruolo dei frati ospedalieri resta quello assegnato loro da Giovanni: realizzare
il Regno di Dio attraverso il servizio agli uomini e l'umanizzazione
dell'ambiente sanitario, che malgrado l'applicazione costante dei progressi
scientifici tende ancora a considerare il malato un oggetto, un caso clinico.
«Rinnovarsi per umanizzare» è lo slogan che riassume il programma dei Fatebenefratelli in cammino verso il duemila: restare al proprio posto, a fianco del personale sanitario (oggi i collaboratori dell'Ordine sono circa 25 mila) e dalla parte del malato, perché sia trattato il più umanamente possibile; privilegiare l'impegno nei paesi del terzo mondo; adeguare le proprie strutture alle nuove esigenze, rinnovando la «scelta dei poveri», quelli che la società moderna trascura.
Casa
Generalizia Isola Tiberina, 39 - 00186 ROMA
Superiore
della provincia romana Via Cassia, 600 - 00189 ROMA
Superiore
della provincia lombardo-veneta Via San Vittore, 12 - 20123 MILANO