BEATO FILIPPO SMALDONE
Servo
della caritàDi
Cosmo Francesco Ruppi
La Beatificazione del sacerdote don Filippo Smaldone, Fondatore delle Suore Salesiane dei Sacri Cuori e padre dei sordomuti, è un evento eccezionale che va vissuto nella fede e nella gioia, ma va soprattutto accolto come un dono del Signore.
Un
sacerdote diocesano che sale alla gloria degli altari, figlio del Sud, padre e
maestro dei non udenti, testimone e servo della carità, ha già in sé un
fascino speciale non solo per i suoi confratelli nel sacerdozio, per le sue
figlie e per tutti i religiosi e le religiose, ma anche per l'intera comunità
dei fedeli. I Santi, infatti, sono compagni di viaggio e nostri intercessori
presso il Padre.
Il
Concilio Vaticano II insegna che i Beati rinsaldano tutta la Chiesa nella
santità... e non cessano di intercedere per noi presso il Padre, offrendo i
meriti acquistati in terra mediante Gesti Cristo, unico mediatore tra Dio egli
uomini (LG 49).
E'
in questa luce, che accogliamo la Beatificazione di Filippo Smaldone, esultando
per la sua glorificazione terrena e guardando alla sua persona come a un anello
che ci congiunge al cielo.
Filippo
Smaldone è già arrivato alla meta!
Il
4 giugno, nel dies natalis celebreremo la sua festa liturgica e lo veneremo
pubblicamente, onorando le sue Reliquie, custodite nella Casa Madre della Congregazione.
La
Beatificazione dello Smaldone deve far cresce-
re
in noi l'impegno di carità, ma soprattutto l'impegno di santità. La vocazione
universale alla santità, di cui ha parlato il Concilio Vaticano II (LG cap. v),
deve divenire il nostro principale impegno di vita. Come il novello Beato,
anche noi, seguendo l'esempio di Cristo e del suo Servo Filippo, dobbiamo
consacrarci al servizio di Dio e del prossimo: così la santità del popolo di
Dio crescerà r'n frutti abbondanti, come è splendidamente dimostrata nella
storia della Chiesa enella vita dei santi (LG 40).
Per
questo è stato preparato questo piccolo sussidio che ha solo l'intento di far
conoscere alla nostra gente la figura di Filippo Smaldone, stimolando il desiderio
di seguire il suo esempio di santità.
Per
le Suore Salesiane dei Sacri Cuori, la Beatificazione del Fondatore è un premio
per i loro cento anni di storia, di lavoro e di sacrificio ed è auspicio di
rilancio vocazionale e missionario.
Per
i sordomuti di tutto il mondo, è un incoraggiamento e un atto di attenzione:
per loro lo Spirito ha suscitato nella Chiesa una guida eccezionale e un benefattore
insigne come don Filippo.
Ma
anche la Chiesa di Lecce esulta per questo evento, che il Signore ci dona nella
fase preparatoria del Sinodo diocesano. Dopo la Visita del Papa, la
Beatificazione di Filippo Smaldone è una conferma della bontà del Signore
verso la nostra Chiesa e uno stimolo a sviluppare ancora di più la comunione
ecclesiale e l'impegno di carità.
Lecce,
24 gennaio 1996 Festa di S. Francesco di Sales +
Cosmo Francesco Ruppi Arcivescovo Metropolita di Lecce
Filippo
Smaldone nacque a Napoli il 27 luglio 1848 e morì a Lecce il 4 giugnol923.
Primogenito di sette figli, nacque nel quartiere Mercato da Antonio, negoziante
e fabbricante di mattoni, e Maria Concetta De Luca, buoni cristiani, che dettero
una sana educazione ai loro figli.
Nel
1862 frequentò il liceo arcivescovile e ricevette la prima spinta pastorale
nella Cappella serotina di Santa Maria della Purità nel Borgo Loreto, ove maturò
la vocazione al seminario.
A
15 anni entrò nel seminario arcivescovile, vestì l'abito talare - come si
usava allora - il 27 settembre 1863 nella chiesa di Santa Caterina al Foro Magno
e per circa otto anni frequentò gli studi per divenire sacerdote nel clero
napoletano, ma non si dedicò molto agli studi, perché già da allora
cominciava a dedicarsi all'insegnamento del catechismo e alla visita ai malati,
scoprendo una speciale vocazione per i sordomuti.
Ritenuto
insufficiente a proseguire per il sacerdozio a motivo degli scarsi studi fatti,
fu ammesso solo ai primi due ordini minori (ostiariato e lettorato). Il
Cardinale Sisto Riario Sforza, dandogli il consenso ad andare in un'altra
diocesi, scrisse:" ... il detto giovane scarsissimo di talento, in luogo di
rendersi più idoneo nel corso dei suoi studi chiericali, forse non per sua
volontà, si è mostrato sempre più insufficiente a poter essere da me
abilitato a proseguire negli Ordini...".
L'Arcivescovo
di Napoli, però, pur non ritenendolo idoneo a far parte del Clero napoletano,
consentì a lui di incardinarsi nella diocesi di Rossano Calabro, pur rimanendo
però di fatto a Napoli per studiare privatamente teologia.
L'arcivescovo
di Rossano Calabro lo accolse nel suo clero e l'ordinò prima suddiacono nel
1870, diacono nel 1871 e sacerdote il 23 settembre 1871.
Per
13 anni lo Smaldone lavorò a Napoli dedicandosi soprattutto ai malati e ai
sordomuti, facendosi molto stimare, tanto che nel 1879 fu incardinato dal nuovo
arcivescovo nel clero napoletano. I disegni del Signore, però erano diversi.
Dapprima sentì un forte slancio missionario, tanto da fargli maturare l'idea di
andare in India, ma il suo confessore lo convinse a dedicarsi ai sordomuti e ai
poveri che c'erano e ci sono in Italia. Saranno le sue figlie, ottanta anni
dopo, ad andare in Brasile e in Africa, in Rwanda, per realizzare il sogno
missionario che egli non poté realizzare.
Tra
il 1881 e 1882 cominciò a dar vita ad una piccola comunità che si dedicava ai
sordomuti. Nella primavera del 1885 si trasferì a Lecce con don Lorenzo
Apicella per dare inizio alla nuova opera e il 25 marzo di quell'anno fece la
vestizione delle tre suore: nasceva la famiglia delle Suore Salesiane dei
SS.Cuori, intitolata al grande Santo Francesco di Sales, patrono dei sordomuti.
Da quel momento il Beato è vissuto sempre a Lecce, sua seconda patria, ove sono
conservate le sue spoglie mortali nella bellissima Chiesa delle Scalze, Casa
Madre della Congregazione.
Metà
della sua vita è trascorsa nel capoluogo salentino; a Lecce è maturata la sua
santità e da Lecce ha preso il via la nuova famiglia religiosa, che egli guidò
con la sua vita di santo Fondatore e con il costante appoggio del Vescovo mons.
Luigi Zola, che approvò le prime Regole. All'inizio, come sempre accade, vi
furono ostacoli e difficoltà. Tutte le opere di Dio sono attraversate da
sofferenze ed ostacoli, ma col passare del tempo la vita del Beato assumeva
sempre più il profilo del sacerdote umile, sereno, silenzioso, paziente e
soprattutto obbediente alla volontà del Signore.
Tutta
la sua vita è dedicata all'assistenza ai sordomuti e alla guida della
Congregazione religiosa nata dal suo cuore sacerdotale: aumentavano le case e le
vocazioni e il Beato era sempre lì a pregare, a consigliare e ad offrire il suo
servizio pastorale alla città di Lecce. Tra le tante opere apostoliche vanno
ricordate la Lega Eucaristica dei sacerdoti adoratori, fondata nel 1910 e quella
delle Dame adoratrici nel 1914.
Lo
Smaldone fu anche prima membro e poi superiore della Congregazione dei
missionari di San Francesco di Sales e partecipò a molte missioni popolari in
diversi paesi del Salento (Summarium, 225).
Gli
ultimi anni furono segnati da gravi disturbi di salute, tra cui anche il diabete
e alcuni disturbi cardiaci. Ai primi di giugno del 1923 ricevette il Viatico,
nonché la visita e la benedizione del Vescovo. Alle ore 21 del 4 giugno la sua
anima benedetta tornò alla Casa del Padre, tra il compianto non solo delle
suore, del clero, ma di tutta la popolazione leccese. Dopo solenni funerali, la
sua salma fu sepolta per pochi giorni nella tomba della Congrega del Bambino (la
tomba dei canonici), poi fu ospitata nella tomba di famiglia della Badessa
Giuseppina della Ratta, sua penitente, ove rimase fino al 7 novembre 1942,
quando venne definitivamente trasportata nella chiesa dell'ex monastero delle
Scalze.
Qui,
silenziosa, in un angolo, ha atteso la sua glorificazione terrena, mentre dal
cielo guidava, con la sua assidua preghiera, il cammino di santità non solo
delle suore, ma dei sacerdoti e del popolo di Dio che è in Lecce e nella terra
di Salento.
Filippo
Smaldone fu senza dubbio un sacerdote santo. L'esame attento della sua vita e la
valutazione di tutto quello che è stato il suo cammino terreno nei 75 anni di
età porta senz'altro alla conclusione che egli è stato un sacerdote secondo il
cuore di Dio. Apostolo della carità, ha testimoniato l'amore di Cristo per i più
poveri e i più deboli, lasciando una grande eredità spirituale innanzitutto ai
suoi confratelli nel Sacerdozio.
Pur
essendo, per natura, un uomo timido e schivo, riservato e nascosto, ha sempre
manifestato grande pietà, immenso amore alla Madonna e all'Eucarestia, una
costante fedeltà al Vescovo, sia a mons. Zola, che lo aiutò nella fondazione
della Congregazione, approvandone le Costituzioni e guidandone i primi passi,
sia a mons. Trama, che tanto lo difese e lo sostenne nei momenti di tempesta. Ma
anche l'Arcivescovo di Bari e tutti i Vescovi delle diocesi, ove fondò le sue
prime case religiose, ricevettero dallo Smaldone profonda devozione e
obbedienza.
Nei
confronti della Santa Sede, poi, fu di una umiltà eccellente, accettandone
tutte le disposizioni e decisioni anche quella della lunga Visita Apostolica,
che durò quasi dieci anni e nel corso della quale, a conferma della serietà
dell'Opera da lui fondata, si ebbe il 30 novembre 1915 il Decretum laudis della
Santa Sede per la Congregazione delle Suore Salesiane dei Sacri Cuori.
Filippo
Smaldone era un uomo di preghiera: assidua e costante era la sua preghiera! Nel
processo, si leggono testimonianze di persone che lo vedevano per lunghe ore
poggiato sulla balaustra della chiesa delle Scalze raccolto in preghiera.
Trascorreva spesso anche la notte in preghiera e la sua insistenza per insegnare
ai sordomuti la preghiera e guidare le suore nella vita interiore è continua e
pressante.
Con
la preghiera, va ricordata anche la sua vita di sacrificio e di penitenza. Si
conservano i cilici con cui si flagellava e non pochi testimoni ricordano i suoi
sacrifici eroici e la sua severità di vita: si privava di tutto, spesso, anche
del necessario!
Stimato
dai Vescovi e dal Clero, era confessore di alcune Case religiose di Lecce, tra
cui il Monastero delle Monache benedettine, ove si recava mediamente una volta
la settimana ed era anche confessore ordinario del Seminario diocesano. Negli
ultimi anni, quando non poteva più recarsi nel Seminario di piazza Duomo, erano
i seminaristi che andavano da lui, nel monastero delle Scalze, a confessarsi.
L'adorazione
eucaristica e la pietà mariana furono la caratteristica costante della sua
spiritualità. Uno dei Consultori intervenuto nel Congresso speciale del
processo di beatificazione, ha riconosciuto, senza mezzi termini che lo Smaldone
"non era un teologo, né un predicatore, ma sapeva arrivare alla
comunicazione diretta del messaggio evangelico, con dei mezzi semplici,
immediati e così diventò formatore efficace e maestro spirituale delle Suore e
delle bambine e dei bambini muti".
Una
suora, suor Cecilia Biondi, ha testimoniato: “non faceva mai prediche; ma
bastavano poche parole penetranti per richiamare ognuna al suo dovere”.
La
spiritualità dello Smaldone era semplice e lineare, del tutto evangelica, ed
era incentrata totalmente sulla fede e sull'esercizio delle virtù. Il suo
modello era San Francesco di Sales, non solo perché anch'egli si era occupato
dei sordomuti ed aveva dato esempio di donazione apostolica, ma soprattutto
perché era il santo della soavità, della pazienza e della dolcezza.
Nei
sordomuti Smaldone vedeva Gesù e più volte ripeteva che, come ci si
inginocchia dinanzi al SS.mo, così bisogna inginocchiarsi dinanzi a un sordo.
Anche oggi le sue suore seguono questo insegnamento nelle loro case e nella loro
vita, mostrando una immensa stima e attenzione per i non udenti, fin quasi a...
venerarli, come faceva il loro Fondatore.
Il
giorno della sua morte i Padri delle Missioni Apostoliche, di cui faceva parte,
affermavano di lui: Sacerdote integro, mente elevata, cuore ispirato alla più
pura carità evangelica, nobile esempio di virtù operosa e di zelo instancabile
verso il clero, che lo amò sempre e lo ritenne sacerdote benefrco e santo (Summ.
IX, 269).
Raccolgo
dalle testimonianze dei contemporanei alcuni giudizi che riguardano la sua
santità sacerdotale:
-
"ebbe un anima eroicamente virtuosa, accesa dalla fiamma della carità
divina "(Don V De Santis);
-
"ho sempre ammirato la grandezza e santità del suo animo" (Don O.
Bello, cancelliere vescovile);
-
"Fu un sacerdote esemplare, sempre pronto a dedicarsi per tutti:.. con la
pazienza più eroica attraverso tante angustié' (Mons. Chiriatti);
-
"Ci apparve sempre come un modello di sacerdoti fidente in Dio, umile e
raccolto, appariva come immerso in Dio; la sua carità eroica animò tutta la
sua vita" (Don O. Politi).
Bisognerebbe
scorrere le numerose testimonianze di sacerdoti, suore e laici raccolte nel
corso del processo, per farsi un'idea della santità del Beato e dell'eredità
che ha lasciato non solo al clero leccese, ma al clero del Salento e del
Mezzogiorno d'Italia.
La
sua Beatificazione, pertanto, è un dono per la Chiesa, ma lo è soprattutto per
il clero, diocesano e religioso, ed è uno stimolo a camminare di più in santità
di vita.
Filippo
Smaldone iniziò giovanissimo ad occuparsi dei poveri nella natia città di
Napoli. Cominciò col visitare i malati dell'ospedale di Loreto e sin dai primi
giorni del suo sacerdozio sentì un particolare trasporto verso di loro, tanto
che quasi ogni giorno si recava in ospedale a visitarli. Con la dedizione ai
malati, emerge in lui anche la dedizione alla catechesi: insieme a un sacerdote
napoletano, don Gennaro Trama, che poi ritroverà a Lecce come suo vescovo
(1902-1928), si recava ad insegnare il catechismo nelle cappelle serotine della
parrocchia di Sant'Arcangelo all'Arena.
Subito,
però avvertì una chiamata speciale, quella di dedicarsi interamente ai
sordomuti. Nel 1976, infatti, lasciò la sua abitazione e si trasferì nella Prà
Casa dei sordomuti a S. Maria dei Monti ai Ponti Rossi di Napoli, ove si fece
tanto apprezzare, che l'Arcivescovo di Napoli, il card. Sisto Riario Sforza, che
prima non lo aveva voluto incardinare nel Clero di Napoli per scarsità
intellettuale, cominciò a stimarlo, e chiese al Vescovo di Rossano, che lo
aveva accolto nella sua diocesi, di consentirgli di dimorare abitualmente presso
quella casa per potersi dedicare alla cura dei sordomuti.
Nei
primi di settembre 1880 don Filippo partecipò ufficialmente al Congresso
internazionale dei maestri dei sordomuti, nella sua qualità di vice direttore
delle Case erette a Napoli e Molfetta.
Nei
primi degli anni 80, lo Smaldone stendeva un primo abbozzo di una Congregazione
religiosa che si dedicasse esclusivamente ai sordomuti. Stando vicino a un altro
apostolo dei sordomuti, don Lorenzo Apicella, Smaldone avvertì il bisogno di
costituire una nuova famiglia religiosa, maschile e femminile, che si occupasse
di questa categoria di persone particolarmente bisognose. In quel tempo insieme
all'Apicella prese contatto con don Bosco, per affidargli la nascente
congregazione.
Intanto
a Lecce la Deputazione provinciale di Terra d'Otranto progettò di costruire una
casa di accoglienza ed educazione per sordomute e fece richiesta a don Lorenzo
Apicella di inviare personale specializzato. Ma non se ne fece nulla. Apicella
chiese al Comune di Lecce un terreno compreso tra la Stazione ferroviaria e
l'Orto Agrario per costruirvi a sue spese la desiderata casa, ma il Comune
rispose che tale terreno era assegnato per altri scopi. Si prese così in fitto
una abitazione privata e lì nacque il primo Istituto per sordomuti di Lecce con
la direzione di don Filippo Smaldone.
Nei
primi anni Smaldone tentò anche di occuparsi dei ciechi, ma ripiegò ben
presto, dedicandosi solo ai non udenti. La sua missione nella Chiesa è stata ed
è quella di padre e maestro dei sordomuti.
Studiò
i problemi dei sordi e si perfezionò nell'arte di insegnare ai sordi; studiò i
metodi antichi e si dedicò alla conoscenza delle nuove tecniche di
comunicazione per loro, tanto da preparare un Piccolo catechismo per sordomuti,
il cui originale si conserva nella Casa generalizia delle Suore Salesiane a
Roma.
Questo
piccolo catechismo era, in sostanza, la traduzione di quello francese di Rieffel,
direttore dell'Istituto imperiale dei sordomuti di Chambery, e, per la storia,
il primo sordomuto a giovarsene fu Nicola De Giorgi, un sordomuto di Melendugno,
ricoverato nell'Istituto di Lecce.
Filippo
Smaldone è un vero specialista nell'educazione dei sordi, tanto che stese
programmi e progetti educativi, linee di metodo e di didattica, esaltando il
metodo orale labiale, che è la specialità delle Suore Salesiane.
Mentre,
infatti, 1'Apicella, l'altro apostolo dei sordomuti, preferiva il metodo
gestuale, ossia quello della mimica, Smaldone puntava su quello labiale,
cercava, cioè, di farsi capire con i movimenti della bocca: insegnare la parola
orale e per mezzo d'essa soltanto.
"Con
la parola grado grado conosciuta - si
legge nel 1' articolo del capitolo sull'istruzione dello Statuto organico - si
insegna la scrittura, la lettura, il valore del linguaggio, il catechismo, la
storia sacra, il vangelo, l’aritmetica, la geografia la storia patria e tutto
quel corredo di cognizioni naturali, morali e civili, che sono necessarie alla
vita e convenienti ti alla condizione degli allievi'.
Sarebbe
interessante leggere quanto Smaldone ha scritto sulla natura e sull'insegnamento
ai sordomuti. Molti sono gli studi e le ricerche fatte in materia, come è
facile vedere nella documentazione della Positio di mons. Porsi e negli studi di
mons. Colonna e di altri.
Nei
suoi scritti è evidente l'influsso della pedagogia di don Bosco, soprattutto
del metodo preventivo che consiste - egli dice - "nel far conoscere le
prescrizioni e i regolamenti e... mettere gli allievi nella impossibilità di
commettere mancanze". "Questo sistema - continua il Beato - si
appoggia sulla ragione, la religione e l'amorevolezza; perciò esclude ogni
castigo violento e cerca di tener lontani i castighi leggeri" e qui spiega
i motivi per cui il metodo preventivo è preferibile a quello repressivo.
Da
più di cento anni le figlie di Smaldone continuano a seguire l'insegnamento e
l'esempio del Fondatore e non solo in Italia, ma anche in Brasile e in Rwanda
(Africa) ove, attuando il sogno del Beato, hanno allargato la loro presenza,
portando il nome, lo slancio apostolico e l'amore ai sordi del loro Padre.
La
pedagogia dello Smaldone è la pedagogia dell'amore e dell'esempio ed anche oggi
i suoi insegnamenti giovano molto agli educatori dei sordomuti e a chiunque
desidera svolgere l'impresa delicata e urgente della educazione delle giovani
generazioni.
Si
è discusso a lungo sulla fondazione delle Suore Salesiane dei Sacri Cuori ed è
stato questo uno dei motivi della lentezza della Causa ed anche di alcune
incomprensioni sorte all'interno del Clero e della Curia di Lecce. Le ricerche
storiche e lo stesso pronunciamento ufficiale della Sede Apostolica hanno
accertato che fondatore della Congregazione delle Suore Salesiane dei Sacri
Cuori è Filippo Smaldone.
Gli
inizi, come avviene in ogni Fondazione religiosa, sono piuttosto incerti e non
c'è dubbio che un ruolo determinante ha avuto il vescovo mons. Luigi Zola,
grande figura di pastore, che ha incoraggiato e guidato la nascita della nuova
Congregazione e ne ha anche indicato ed approvato le Regole e le Costituzioni.
Mons. Zola, vescovo di Lecce dal 1877 al 1898, era un uomo di grandi virtù e di
grande impegno e si deve a lui il primo autorevole sostegno alla nascente
Congregazione delle Suore. Con lui, Smaldone tentò la nascita del ramo maschile
della Congregazione, ma il tentativo fallì sul nascere.
Il
27 gennaio 1895 mons. Zola promulgò il Decreto di erezione e di approvazione
delle Regole della nuova Congregazione e due giorni dopo, nella festa di San
Francesco di Sales, accolse la prima professione delle Suore.
Con
l'approvazione canonica, la Congregazione delle Suore Salesiane prese il volo e
nel mese di ottobre dello stesso anno 1895 si apriva una casa a Trepuzzi
(Lecce). Nel 1896 venne aperto un Educandato per giovani a Bari; nel 1897 una
casa a San Cesario di Lecce con un orfanotrofio; nel marzo 1898, col consenso
del card. Vicario, venne aperto a Roma un pensionato per studentesse; nel 1903
fu inaugurato un orfanotrofio a Castro Marina in diocesi di Otranto etc.
Il
cammino della nuova famiglia religiosa fu veloce, come veloce fu anche lo
sviluppo delle vocazioni, seguite personalmente dal Fondatore.
Nel
1902 don Filippo comprò l'ex monastero delle Carmelitane Scalze con l'annessa
monumentale chiesa, nel centro storico di Lecce, sede definitiva della
Congregazione.
Il
Papa, informato dal nuovo vescovo mons. Trama, mostrò il suo apprezzamento per
la nuova famiglia religiosa, tanto da concederle come protettore il card.
Gennari, antico vescovo di Conversano, e nel marzo 1905 concesse al Fondatore, a
titolo personale, la Croce pro Ecclesia et Pontifice. Anche il Prefetto di Terra
d'Otranto, in una lettera al Ministro dell'Interno, elogiò l'operato sociale ed
umanitario dello Smaldone.
In
tutte le vite dei santi, specie dei Fondatori, vi sono tempeste e polemiche,
persecuzioni e malevolenze di ogni genere. Così è stato anche per Filippo
Smaldone che ha trascorso un decennio di durissime prove spirituali e morali. E'
il periodo più significativo della sua vita, nel quale ha affinato le virtù
della pazienza ed è cresciuto ancora di più nella fede in Dio. E' il periodo,
che va dal 1907 al 1918, il tempo della prova, il tempo del fuoco. E il fuoco -
come annotano gli studi biografici - scoppiò all'esterno e all'interno della
Congregazione.
La
prima grande sofferenza del Beato venne dall'Amministrazione Comunale di Lecce,
che aprì sull'Istituto dei sordomuti una inchiesta amministrativa. Il
Postulatore della causa, mons. Luigi Porsi, che ha studiato minuziosamente non
solo la vita, ma anche le vicende connesse con la vita dello Smaldone, non esita
a riconoscere che "da un Sindaco e un Consiglio comunale a prevalente
componente di ispirazione cattolica fino al 1906-1907, si passò ad una
Amministrazione dalle prevalenti componenti radicali, socialiste, liberalmassoniche"
(Posítio, pag. 159).
le
suore salesiane vennero accusate di maltrattamento alle ragazze sorde con
"insufficiente e non sana alimentazione, scarsa igiene personale delle
ricoverate, totale assenza di metodi didattici ed educativi, maltrattamenti
anche fisici, inesistenza di registri amministrativi etc.". Fu nominata una
Commissione d'inchiesta da parte del Comune di Lecce che formulò una Relazione,
ampiamente raccolta dalla stampa dell'epoca e strombazzata ai quattro venti.
L'intento di chiudere l'educandato delle Scalze, però, non fu raggiunto, ma
venne ritirato il sussidio che il Comune soleva dare all'Infanzia abbandonata.
L'intento della laicizzazione dell'Istituto e la cacciata delle suore non andò
in porto, perché i sordomuti erano molto legati al Fondatore e alle sue suore,
ma soprattutto perché insorse duramente in difesa dello Smaldone sia il vescovo
di Lecce, mons. Trama, che l'arcivescovo di Bari, mons. Giulio Vaccaro.
La
tempesta si placò, ma le ferite restarono nel cuore dello Smaldone e ancor di
più delle suore. La gente e la gran parte della pubblica opinione era però
dalla loro parte. Fu in questo periodo, che lo Smaldone intensificò preghiera,
penitenza e silenzio, raccomandando alle suore di avere grande fiducia in Dio e
nel trionfo della verità.
Il
gran polverone suscitato contro le suore salesiane si placò e la stessa
Deputazione Provinciale confermò stima e fiducia nell'azione a favore dei
sordomuti e continuò a dare gli aiuti come prima.
Ben
più lunga, complessa e dolorosa fu la Visita Apostolica, che durò quasi dieci
anni e recò immensa sofferenza a don Filippo e alla giovane Congregazione,
soprattutto perché la causa di tutto era nel comportamento della Superiora
Generale, accusata di gravi disordini amministrativi, di nepotismo ed altro.
E'
questa una pagina oscura e triste, che ha richiesto immenso studio e riflessione
nel corso del Processo di beatificazione, ma che alla fine ha fatto emergere
ancora di più la santità del Fondatore. E' infatti, durante la prova del fuoco
che si vede la santità, perché la sofferenza e le persecuzioni sono il
crogiolo che prova il vero oro della fede.
La
tempesta arrivò proprio mentre la Santa Sede si apprestava a dare
l'approvazione definitiva della Congregazione con il cosiddetto Decretum laudis,
caldeggiato non solo dal Vescovo di Lecce, ma anche dal Cardinal Protettore
Casimiro Gennari e da altri dodici vescovi che avevano conosciuto direttamente
lo Smaldone, le suore e le loro opere.
Accuse
e calunnie erano tanto gravi, da indurre la Santa Sede ad aprire una Visita
Apostolica, affidandola al Provinciale dei Padri Redentoristi, p. Giacomo Maria
Cristini che ai primi di febbraio 1909 era già a Lecce a verificare come
stavano le cose. La superiora Generale suor Natalia Rocca venne prima sospesa e
poi deposta; venne sciolto il governo della Congregazione e nominato un governo
provvisorio. Filippo Smaldone accolse con serenità questa prova e manifestò
alla Santa Sede piena obbedienza e sottomissione, ringraziandola per le
decisioni adottate, che, peraltro, non andavano affatto contro la sua persona.
Anzi, a conferma della stima che si aveva nei suoi confronti, il 20 settembre
1910 la S. Sede nominava motu proprio nuova Superiora Generale Suor Antonietta
Smaldone, sorella del Fondatore.
A
questo punto la Vista poteva concludersi, ma per il bene dell'Istituto rimase
ancora aperta per dare un assetto stabile e sicuro alla Congregazione. P.
Cristini di fatto restò in carica fino al 1918 e in questo periodo venne dato
il Decretum laudis e furono approvate le Costituzioni (30 novembre 1915).
In
tutto questo tempo, Filippo Smaldone rimase sereno e tranquillo, come se la cosa
non lo riguardasse: devoto e obbediente col Visitatore Apostolico, ne accettò
decisioni e pareri e si comportò come un vero figlio della Chiesa, dedicandosi
unicamente alla preghiera, alla penitenza, alla guida spirituale delle suore e
alla educazione dei sordomuti. Visse ritirato e silenzioso, mai proferendo una
sola parola di lamento e di riprovazione contro chicchessia. Anche con qualche
suora, che lo aveva accusato e calunniato, fu paterno e amabile, perdonando
tutto e pregando per la sua santificazione. Il Visitatore Apostolico in più
occasioni e soprattutto nelle sue molteplici relazioni mise in luce 'la buona
formazione data dal Fondatore alle postulanti e novizie e la guida spirituale da
lui costantemente data alle suore tutte'.
In
questo decennio di fuoco Filippo Smaldone
affinò
le virtù della pazienza e del silenzio, sviluppando l'itinerario di santità.
Nel
processo di beatificazione è stata messa in luce la situazione della
Congregazione al tempo della Visita Apostolica e ne è emersa ancor di più la
santità eroica del Fondatore. Contro i persecutori e calunniatori Smaldone fu
paterno, benevolo e amabile, non conservando rancore contro chi lo aveva fatto
soffrire. E' questo il periodo aureo del nuovo Beato!
Ed
è un grande esempio per tutti, perché ci aiuta a capire l'insegnamento del
Maestro: "Amate quelli che vi odiano e dicono male di voi!'.
Il
Congresso speciale della Congregazione per le Cause dei Santi, composto dal
Promotore Generale della Fede e da otto teologi consultori, ha dato un giudizio
complessivo sulla santità del nuovo Beato, mettendo in luce il senso della
santità di Filippo Smaldone.
"Emerge
il forte impegno di perfezione del Servo di Dio nel suo costante e progressivo
cammino nella pratica delle virtù e nella eroica e perseverante scelta di
operare nel difficile apostolato a beneficio dei sordomuti".
"Lineare
e intensa- prosegue la Relazione conclusiva del processo canonico - fu la sua
vita interiore, che si concretizzava nell'unione con Dio e nel generoso
adempimento della sua volontà. EServo di Dio è esemplare nell àccettazióne
silenziosa delle sofferenze e nello svolgimento umile enascosto della sua
attività quotidiana, al servizio dei sordomuti, nella cura spirituale delle
anime, che a lui ricorrevano nel ministero della confessione".
"Mosso
da spirito soprannaturale, adorno di viva e soda pietà, il Servo di Dio agiva
unicamente per il Signore, in intensa vita di preghiera, in interiore dialogo
con Dio, in esemplare devozione alla SS.ma Eucarestia, in tenero amore alla
vergine Maria. Da tutto ciò traeva l’inalterabile serenità di spirito, che
si manifestava nella dolcezza dei suoi modi e nell’equilibrio del suo
comportamento".
Si
tratta, come si vede, non del giudizio di un biografo, bensì della risultanza
di un lungo, approfondito e minuzioso esame della sua vita, fatto ufficialmente
dalla Chiesa, attraverso la Congregazione per le Cause dei Santi.
Nota
dominante della personalità del Beato è la sua umiltà sincera e profonda.
Essa viene rilevata ed esaltata da tutti i testi, che dichiarano di esserne
rimasti colpiti e costituisce uno dei motivi fondamentali per cui la figura
dello Smaldone spinge alla imitazione. Per questo, può essere portato come
esempio di vita sacerdotale per la sua ricchezza interiore che lo caratterizza e
ne valorizza non solo l'aspetto soprannaturale, ma anche quello umano.
Filippo
Smaldone ha esercitato in modo eroico le virtù della fede, della speranza e
della carità, Era un uomo di fede, che attingeva dalla messa quotidiana e
dall'adorazione eucaristica la forza per superare le tempeste. Era uomo di fede
e suscitava fede in chi lo avvicinava, sordomuti, suore, confratelli, fedeli...;
confessore amato e ricercato, predicatore semplice ed umile, fondava tutto il
suo ministero sul rapporto con Cristo Sacerdote.
Viva
era anche la speranza nel suo cuore. Ottimista di temperamento, non si
scomponeva dinanzi alle tempeste e infondeva in tutti fiducia, pazienza e
speranza. Ma è la carità, la virtù in cui eccelleva, tanto da divenire una
pagina vivente di carità ad essere collocato accanto ai grandi santi della
carità, don Orione, don Guanella, Cafasso e altri sacerdoti del nostro tempo.
L'amore
verso il prossimo è il movente di tutta la sua vita, sin dalla giovinezza. Un
testimone oculare, suor Vincenzina Massa, afferma che "la sua prerogativa
speciale era una grande carità verso i poverelli, ai quali non negava mai
l'elemosina anche abbondante secondo la possibilità, mantenendo anche qualche
seminarista povero in seminario.
Da
quando si dedicò alla cura degli appestati di Napoli, nel colera dell'agosto
1884, fino alla morte, Smaldone f i sempre servo della carg testimone della
carità.
Eccelso
è anche nelle virtù della prudenza, giustizia, fortezza, povertà, obbedienza,
castità. Il suo distacco dai beni materiali era noto a tutti, come a tutti era
nota la sua castità sacerdotale e la totale ubbidienza alla Chiesa. Lavorava
nell'umiltà e nel nascondimento e raramente permise che si svolgesse qualche
manifestazione in suo onore. L'abbadessa del Monastero delle Benedettine di
Lecce lo descrive come un sacerdote umile, dolce, silenzioso e, detto da quell'anima
grande, che era Madre Della Ratta, c'è da credere che fosse vero!
Nei
suoi 52 anni di sacerdozio, Filippo Smaldone è stato un ministro santo e
santificatore!
La
sua glorificazione terrena è un premio per la sua santità, ma è soprattutto
un invito a sacerdoti, suore e fedeli laici, a camminare sulla via della santità.
Non
solo per i sacerdoti, Smaldone è un fulgido esempio da imitare, ma lo è
soprattutto per le religiose, per le suore da lui fondate e tutti i religiosi
e
religiose, perché, pur essendo un sacerdote diocesano, incarnò in maniera
splendida il carisma della vita consacrata nella perfetta carità.
La
fama di santità del Beato Smaldone è stata assidua e continua, anche se sono
passati alcuni decenni prima che fosse iniziato il processo canonico. Le suore,
il clero e la gente sapevano di questo sacerdote santo, silenzioso e nascosto,
che aveva tanto sofferto e tribolato, offrendo la vita per i sordomuti. Oltre
alla stima dei vari Vescovi, va ricordata quella del clero e del popolo.
Numerose poi sono le testimonianze di guarigioni e i favori celesti, ottenuti
con la sua intercessione.
Il
postulatore della Causa, mons. Porsi, ha presentato una lunga e minuziosa
relazione, denominata Positio, in cui sono raccolte tante testimonianze e
giudizi, da cui emerge che il Beato fu davvero "un sacerdote di vita
esemplare, sempre pronto .a dedicarsi a tutti, con la bontà del suo cuore, sia
col tratto squisito dei suoi modi... pure con la pazienza pini eroica,
attraverso tante angustie, che Satana gli procurò nella sua nobile missione di
educatore e di padré' (Mons. Gennaro Chiriatti, segretario del Vescovo Mons.
Zola).
Il
suo medico curante il dott. Pietro Losavio lo definì un esempio mirabile di
pazienza e di uniformità alla volontà di Dio, mentre un sacerdote, don
Giuseppe Moschettini, di lui affermava: grande la sua pazienza nell’aspettare,
più grande la sua fatica nel cercare, massima la sua carità nell’accogliere.
In
genere, tutti coloro che lo conobbero e lo seguirono durante le sue innumerevoli
sofferenze e peripezie, ne esaltano la pazienza, il silenzio e la immensa carità,
soprattutto verso i bambini, i sordomuti e le stesse suore. Tutta la sua vita
era sostenuta continuamente dalla preghiera, dall'Eucaristia e da una intensa
pietà mariana.
Il
processo canonico sulla fama di santità si svolse a Lecce negli anni 1964-1967.
Ne era stata fatta richiesta il 26 luglio 1946, ma per vari motivi l'apertura
ufficiale avvenne 18 anni dopo, ad opera del Vescovo mons. Francesco Minerva.
Contemporaneamente fu fatto anche un processo rogatoriale a Napoli nel 1965. Il
12 dicembre 1968 la Santa Sede emanò il nihil obstat. Il 15 febbraio 1989, a
cura di due Teologi, fu fatto l'esame degli scritti, non trovandosi nulla che
sia contro la fede o la morale o che possa impedire il proseguimento della
Causa.
Il
23 giugno 1989 la Congregazione per le Cause dei Santi emanò il Decretum super
validitatem Processus.
Il
3 febbraio 1995 il Congresso Speciale della Congregazione delle Cause dei Santi
ha dato il voto affermativo sulla eroicità delle virtù del Venerabile.
Nella
Plenaria dei Padri Cardinali, membri della Congregazione per le Cause dei Santi,
il 16 maggio 1995 è stato ratificato tale giudizio nella forma più autorevole,
riconoscendo che `il sacerdote Filippo Smaldone è stato cresta un vero maestro
di vita spirituale per 1 Mica costanza nel praticare le virtù teologali;
cardinali e morali: egli non è solo un santo sacerdote, ma un Sacerdote Santo e
di una santità di grande attualità, semplice, amabile, proponibile a tutta la
Chiesa".
Nella
stessa Plenaria è stato sottolineato dal Cardinale Innocenti, Ponente della
Causa, che la glorificazione del Beato Smaldone sarà un dono grandissimo per le
Suore Salesiane dei Sacri Cuori, che vedranno definitivamente riconosciuta
l'autenticità del loro carisma, ma sarà anche un grande onore e un
incoraggiamento per Lecce e per la Puglia, sua patria di adozione, per Napoli e
la Campania, sua patria d'origine.
Decreto
sulle virtù eroiche e approvazione del miracolo
Al
termine del lungo processo canonico, 1'11 luglio 1995 il Santo Padre ha
approvato ufficialmente il Decreto di venerabilità del Servo di Dio,
riconoscendo la eroicità delle sue virtù. Nel corso di una Udienza, presente
l'Arcivescovo di Lecce, la Superiora Generale e la Vicaria Generale delle Suore
Salesiane dei Sacri Cuori, Giovanni Paolo II ha dichiarato solennemente:
Constare delle virtù teologali Fede, Speranza e Carità sia verso Dio, che
verso il prossimo; nonché di quelle cardinali Prudenza, Giustizia, Fortezza,
Temperanza, ad esse congiunte, in grado eroico, del Servo di Dio Filippo
Smaldone, sacerdote diocesano, Fondatore della Congregazione delle Suore
Salesiane dei sacri Cuori.
Dopo
aver ricordato che Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, sanando ogni
malattia e infermità (Mt 9,35 sq.), nel Decreto Pontificio si afferma che
"soli esempio di Cristo, anche Filippo Smaldone sospinto da carità
pastorale e missionaria, consacrò la sua vita al progresso umano e cristiano
della gioventù bisognosa, soprattutto dei sordomuti; ai quali, in tantissimi
modi, testimoniò la volontà del suo cuore e la materna sollecitudine della
Chiesa".
"Per
meglio accudire all’assistenza e alla istruzione dei sordomuti - prosegue il
Decreto - fondò la Congregazione delle Suore Salesiane dei Sacri Cuori...
L'Opera, che Dio benedisse egli uomini circondarono di stima, affermatasi e
cresciuta nell'Italia Meridionale, estese la sua attività anche alle fanciulle
cieche e all’infanzia povera; in seguito attraversò fasi di contrasti interni
ed esterni, che, però, invece di indebolirla, ne resero più incisiva ed
efficace azione nel servizio di Dio e dei poveri' .
Dopo
il Decreto sulla Venerabilità del Servo di Dio, la Santa Sede ha proceduto
all'esame del Miracolo richiesto per la Beatificazione.
Tra
i tanti fatti straordinari, attribuiti alla intercessione del Servo di Dio,
quello più significativo è la guarigione improvvisa di Ruggero Castriotta,
avvenuta nell'aprile 1937 da stomatite ulcerocancrenosa.
Il
miracolo era stato già oggetto di un Processo ordinario con valore apostolico,
fatto dalla Curia dì Bari negli anni 1965-68. Ma solo dopo la conclusione del
Processo sulla eroicità delle virtù, la Congregazione per le Cause dei Santi
ha esaminato il miracolo, avvalendosi prima del parere legale di periti e poi
approvandolo nella Consulta medica, nella Commissione dei Teologi e, infine,
nella Plenaria dei Cardinali e vescovi membri del Sacro Dicastero.
Il
12 gennaio 1996 Giovanni Paolo II ha approvato il miracolo e fissato al 12
maggio la data della Beatificazione.
Il
bambino miracolosamente guarito per intercessione del Beato, è nato il 12
febbraio 1930 a Manfredonia ed è medico condotto in quella stessa città.
Ricoverato ali' Ospedaletto dei bambini di Bari, ove svolgevano la loro missione
le suore salesiane dei Sacri Cuori, era gravissimo, ma le preghiere della
famiglia, delle suore, e dello stesso Arcivescovo di Manfredonia per
l'intercessione del Servo di Dio, ottennero la guarigione improvvisa, com'è
attestato dai medici curanti, dagli specialisti e dal minuzioso esame dei testi
e dei documenti.
PREGHIERA
Signore
Gesù, ti ringrazio per la Beatificazione del tuo sacerdote Filippo Smaldone,
fondatore delle Suore Salesiane dei Sacri Cuori, padre e maestro dei sordomuti.
Fa'
che la sua santità sacerdotale rifulga sempre di più agli occhi della Chiesa e
concedi a noi di imitare, nella nostra vita, le sue virtù.
Moltiplica
le vocazioni sacerdotali e religiose e fa' che l'ardore di carità del Beato
Filippo possa dilatarsi in tutto il mondo. Degnati, Signore, di concederci, per
la sua intercessione,
la
grazia che, umilmente, ti domandiamo. Amen.
Con
approvazione ecclesiastica
+
Cosmo Francesco Ruppi Arcivescovo Metropolita di Lecce