BEATO DON MICHELE RUA

Primo Successore di S. Giovanni Bosco

D. EMILIO GARRO S. D. B.

A metà con Don Bosco -  A Torino, nell'affollato e caratteristico mercato di Porta Palazzo, una mattina del maggio 1847 un gruppo di scolaretti attra­versava la piazza. Un prete sui trent'anni, di complessione robusta, ma dall'aria affabile e dallo sguardo penetrante, veniva loro incon­tro. Era Don Bosco, l'amico dei «birichini», il futuro grande Apostolo della gioventù e Santo della Chiesa. Attorniato subito da quei ragazzi, molti dei quali lo conoscevano, il suo occhio si fissò sopra uno di essi, di dieci anni, dalle sembianze delicate e dal vestitino pulito e quasi elegante: Michele Rua.

- Che cosa vuoi? - gli chiese Don Bosco.

- Una medaglia, come i miei compagni, se ne ha ancora.

- No, non ne ho più. Ma a te darò qual­che cosa di meglio.

E, porgendogli la mano sinistra aperta, fa­ceva con la destra l'atto di tagliarla in due, dicendogli: - Prendi, Michelino, prendi!

- Che cosa devo prendere? - risponde­va il bimbo meravigliato, guardando la mano vuota ed il sorriso misterioso di Don Bosco.

- Che cosa vuol dire?

Il Santo glielo spiegava cinque anni più tardi: - Tu farai sempre a metà con Don Bosco! Dolori e gioie, cure e responsabilità saranno per tutta la vita in comune con lui!

La famiglia Rua - Michelino, nato il 9 giugno del 1837, era l'ultimo di nove figli di Giovanni Battista Rua, capo ufficio nella fabbrica d'armi di To­rino. Alla sua nascita rimanevano vivi cin­que fratelli, come lui gracili e malaticci, in tempi assai tristi. Il padre presto morì, una figliuola volò anch'essa al cielo, i due mag­giorenni, figli del primo matrimonio, si al­lontanarono dalla matrigna, e la vedova Rua rimase sola con Giambattista, impiegato nel­la fabbrica, e Luigi e Michele che andavano a scuola. Questi due fratellini frequentavano l'Oratorio di Don Bosco, l'istitugione provvi­denziale che riuniva alle domeniche tanti po­veri giovinetti intorno a quel Santo or in un luogo, or in un altro. Il giorno però che il piccolo Michele, nel lunedì di Pasqua del '46 faceva con fervore singolare la sua prima Comunione, pregando per la vita dell'Orato­rio, questo si fissava definitivamente a Val­docco.­

La chiamata di Dio - Finito il corso elementare dai Fratelli delle Scuole Cristiane, Michelino fu interrogato da Don Bosco: - Ti piacerebbe continuare gli studi?

- Sì, ma la mamma ha già fatto tanti sa­crifici, che...

- E vorresti studiare il latino presso di me, per diventare un giorno prete?

- Volentieri, ma non so se la mamma...

- Parlane a lei, e dimmi poi il suo pen­siero.

L'ottima donna fu assai contenta. «Vederti prete - essa gli disse, stringendolo al seno - sarebbe la più grande gioia della mia vita! Dì, a Don Bosco che acconsento ».

Così il Santo prese sotto la sua tutela Mi­chelino Rua, e gli fece fare in pochi anni tutto il corso di latinità. Ingegno eletto, dili­genza accurata nei suoi doveri, pietà profon­da e serietà precoce, facevano fin d'allora spiccare il giovane Michele tra i suoi compa­gni e presagire di lui grandi cose.

Il campanello - In quel tempo i suoi due fratelli morirono uno dopo l'altro. Rua ne provò gran dolore, lenito solo dall'affetto, dalle cure e dalla sti­ma che gli mostrava Don Bosco, il quale a lui affidava incarichi di fiducia, come dargli a trascrivere i suoi manoscritti e mandarlo in giro, in tempo di quaresima, a invitare i ragazzi al catechismo. Rua pigliava allora in mano un campanello, e percorreva i campi intorno all'Oratorio, andando là dov'erano dei gruppi di giovani che oziavano o gioca­vano, e annunziando l'ora della dottrina cri­stiana. Quelli si univano a lui, e tutti insieme entravano nell'Oratorio. Nell'autunno del '53 Don Bosco gli propose di stare stabilmente con lui, ed egli, col consenso della madre, entrò come interno in quella,casa che doveva abitare per circa 60 anni. In quell'anno stes­so Don Bosco gli imponeva l'abito chiericale, nella cappella dei Becchi a Castelnuovo d'Asti, tra l'esultanza dei compagni e la gioia del Santo, che vedeva, in quel primo suo chierico, avverarsi le promesse del Signore.

Il primo Salesiano - Altri chierici si unirono a Rua nei due anni seguenti: Cagliero, Francesia, Bonetti; e Don Bosco li andava formando secondo il suo spirito, e imponeva loro, sotto la protezione di S. Francesco di Sales, il nome di Salesiani. Tutti si studiavano d'imitare Don Bosco nel­lo zelo, nella preghiera, nel lavoro, ma più di tutti il chierico Rua, il quale - come con­fessò in seguito - « profittava molto di più a osservare Don Bosco, anche nelle più umili azioni, che a leggere e meditare un trattato d'ascetica». Il buon Padre notava questo progresso nella virtù, e lo stimò presto ma­turo per promettere a Dio povertà, -castità e ubbidienza.

Era una sera di marzo, la sera dell'Annun­ciazione. Una povera camera, quella stessa di Don Bosco, accoglieva il Maestro e il di­scepolo: quello in piedi, questo in ginocchio davanti al Crocifisso; un breve mormorio di parole del giovine chierico che pronunziava la formula dei voti annuali; una breve ri­sposta del Santo, e la cerimonia, semplice ed umile, era finita.

Ma un nuovo Ordine religioso nasceva allo­ra nel mondo!

Lavoro! Lavoro! - All'Oratorio i ragaz­zi interni erano ormai un centinaio, e Don Bosco aveva bisogno di professori e di aiutan­ti. Il chierico Rua fu perciò lanciato in mez­zo al lavoro, sicchè gli rimaneva appena il tempo di respirare. Fu dapprima professore di matematica ad una scolaresca vivace che egli seppe dominare col tono calmo e sicu­ro della voce, con lo sguardo fermo, con la padronanza di sè stes­so. Con la scuola ebbe poi l'assistenza gene­rale di tutti i giovani nel refettorio, nel cor­tile, nella cappella.

Nello stesso tempo ebbe le chiavi della bi­blioteca, l'insegnamen­to della religione e l'ufficio di segretario di Don Bosco. Attendeva a tutto. Sebbene di meschina apparenza, ma­grissimo, pallido e diafano, aveva però nel­l'anima una gran forza di volontà, un arden­te amore di Dio, una dedizione assoluta a Don Bosco. Non dubitò quindi, allorchè scop­piò a Torino il colera, di rispondere all'ap­pello del Santo, e prodigarsi per due mesi, con altri generosi, a trasportare i colpiti nei ricoveri, ad assistere i malati e gli agoniz­zanti, a preparare i moribondi al passaggio all'eternità. Ogni domenica, per di più, an­dava a dirigere l'Oratorio di S. Luigi, nella parte opposta della città. Quivi istradava i ragazzi al confessionale, dirigeva le preghie­re e i canti, iniziava in cortile animate par­tite di giuoco, finchè, preso a mezzogiorno un piatto di minestra nello sgabuzzino del portinaio, ricominciava da capo per tutto il pomeriggio, per tornare dopo il tramonto a Valdocco stanco, sfinito, ma con l'animo feli­ce di aver fatto tanto bene!

Studi ecclesiastici - E intanto studiava per sè. Frequentò per sei anni le lezioni di filosofia e di teologia al seminario di Torino, e fu sempre il primo tra i compagni. Attento e metodico, compilava i suoi sunti in un eccellente latino, con ordine e chiarezza. Dopo la scuola, andava, tre vol­te la settimana, a dar lezione al marchesino Fassati, e le altre a studiar greco ed ebraico dell'abate Peyron, dotto vegliardo, sì che in breve arrivò, con la sua tenacia e il suo buon volere, a capire a prima vista la Bibbia in greco e in ebraico.

E là a Valdocco, mentre, nei momenti di riposo, il chierico Cagliero - futuro Cardi­nale - seduto alla spinetta, componeva la musica delle sue romanze, e il chierico Fran­cesia - poeta fin oltre i novanta anni - cesellava i suoi versi latini ed italiani, il chierico Rua - la copia più fedele di Don Bosco - si sprofondava nello studio del­l'ebraico.

A Roma - Un gran piacere fu per lui accompagnare, come segretario, Don Bosco a Roma. Rua portava la valigia, dov'era il prezioso mano­scritto delle Regole della nascente Società Salesiana da sottoporre al giudizio della Santa Sede.

Quanta emozione provò nel toccare il suo­lo della città Eterna e nel visitare le Basili­che e i monumenti! Ma quanto maggiore al­lorchè fu ammesso con Don Bosco all'Udien­za pontificia e, inginocchiato ai piedi di Pio IX, ricevette la papale benedizione! Al ritor­no a Torino, egli, benchè semplice suddia­cono, fu nominato Direttore spirituale di quella nascente Società, cha pigliava ufficial­mente nome e posizione nel vasto campo della Chiesa.

Il novello Levita - Il suddiacono fu presto diacono, e poi or­dinato sacerdote nel luglio 1860 a Caselle, da Monsignor Balma. Una grande mèta era rag­giunta. Ma che trepidazione nel suo cuore, la vigilia! Egli era stato alloggiato in casa del Barone di Barbania, gran benefattore di Don Bosco. Al mattino, i domestici incaricati di rassettare la camera si accorsero che il letto era ancora intatto.

- Dev'essere un santo quel chierico! - dissero al barone. - Questa notte, non ha dormito, e, certo, sarà stato tutto il tempo in orazione.

- Ciò non mi sorprende! - rispose il barone. - E' un discepolo di Don Bosco, e basta!

La festa che si fece a Valdocco, dove ce­lebrò la Prima Messa fu straordinaria. Tutta la casa era imbandierata, adorna di festoni e di scritte inneggianti al novello Levita. I ra­gazzi interni ed esterni - parecchie centinaia! - erano pieni di gioia ed in faccende a preparar addobbi, canti, musiche, regali. La signora Rua, che da qualche tempo era ve­nuta a stare col figlio, regalò un letto di ferro, dono che commosse Don Michele, il quale non si stimava degno di tanta como­dità. Cantò la Messa, assistito da Don Bosco, raggiante anch'egli di santa letizia, e, dopo i Vespri, si svolse in suo onore un tratteni­ento musico-letterario, sedendo al piano Cagliero, e Francesia dando lettura d'una sua magnifica poesia. Negli elogi a lui fatti, fu chiamato con felice intuizione, « modello dei giovani, esempio dei chierici, emulo di Do­menico Savio, nuovo S. Luigi per la purezza della vita, nuovo S. Bernardo per l'amore al­la Vergine SS. e un nuovo Don Bosco per l'amore generoso dei fanciulli ». Era proprio così.

Lavoratore instancabile - Sacerdote, ebbe la direzione generale delle scuole e la responsabilità morale di tutta la gioventù dell'Oratorio, che rifiorì di vita, di allegria, d'applicazione al lavoro. A 360 fece arrivare il numero degli alunni del Ginnasio.

Più di 300 eran pure gli artigiani, con la­boratori in piena efficienza. Fiorente era la pietà, lo studio, la disciplina in quell'immen­sa famiglia. Come se tanto non bastasse, Don Bosco lo pregò di occuparsi dell'Oratorio del­l'Angelo Custode, in Borgo Vanchiglia. Don Rua non se lo fece dire due volte, e ogni do­menica andava là a lavorare. Vi fondò la a Compagnia di S. Luigi », ed una biblioteca; vi faceva due prediche in giornata, proces­sioni nelle solennità, sermoni serali nel mese Mariano; dava, dopo la Messa con Comunio­ne generale, colazione gratuita a tutti i ra­gazzi nella festa del­l'Angelo Custode; vi chiamava la banda di Valdocco a farvi fra­casso, e, a notte, ac­cendeva fuochi piro­tecnici strabilianti, sì che i ragazzi lo ama­vano ed erano entusia­sti di lui.

Una tavola - per dormire - Tanta attività e bel­le doti indussero Don Bosco a mandarlo, seb­bene avesse solo 26 anni, come Direttore del secondo Istituto Salesiano che il Santo apriva allora a Mira­bello Monferrato. Là stette due anni, che furono di continuo pro­gresso per quell' Isti­tuto, il quale riprodus­se la vita e lo spirito della Casa Madre di Torino. Ma Don Rua allo zelo, alla pietà, al lavoro pel buon andamento generale univa personali penitenze. Dovendo dare alloggio a Don Durando, professore Salesiano, venuto per gli esami e compagno suo, ed essendo occupate le altre camere, Don Rua gli cedette la propria. Quando però vi entrò, Don Durando si vide poco dopo venire a lui il Direttore, preoc­cupato.

- Che hai? - gli chiese.

- Ho lasciato una cosa... un oggetto... - rispose Don Rua, palpando il letto.

- Sta tranquillo - soggiunse l'amico - l'oggetto l'ho messo io da parte. E gli mo­strava in un angolo della stanza una lunga tavola che Don Rua era solito interporre fra il materasso e le lenzuola.

- Non son cose da farsi! - mormorò Don Durando.

- E Don Bosco lo sa?

- Ti pare? - replicò l'altro confuso. - Ma non credere ch'io lo usi tutte le notti... « Se ti buttassero dalla finestra non moriresti! »

Da Mirabello fu in seguito richiamato Don Rua all'Oratorio perchè quivi si rendeva in­dispenhsabile un Vicario di Don Bosco, il qua­le spesso e a lungo era assente per i viaggi che intraprendeva. Così ebbe sulle sue spalle il governo totale della Casa Madre, coi suoi 700 allievi, i laboratori, il Santuario di Maria Ausiliatrice in costruzione, l'Oratorio festivo, il vitto da procurare ogni giorno, le paghe da

dare agli operai, l'incombenza di calmare gli appaltatori insistenti, la responsabilità com­pleta delle «Letture Cattoliche », libretti mensili di propaganda, con 12.000 abbonati, e il disbrigo della copiosa corrispondenza di Don Bosco! Non era davvero poco! E tutto faceva Don Rua, preoccupato solo di alleg­gerire la fatica all'amato Padre. Ma quando, terminata la cupola del Santuario e accele­rati i lavori di sistemazione interna, si do­vette preparare la solennità della consacra­zione, le fatiche aumentarono. Per un mese egli non dormì più di quattro ore per  notte, tante cose aveva da prevedere, organizzare, decidere, sorvegliare, animare. La festa riu­scì un trionfo, ma Don Rua s'ammalò grave­mente di peritonite fulminante. Don Bosco, ch'era assente, al suo ritorno fu avvisato della sventura sulla porta. Il Santo rimase tran­quillo: andò a confessare, a cenare, a posare in camera le carte di viaggio, e in ultimo si recò al letto dell'ammalato.

- Oh, Don Bosco! - esclamò il moribon­do - è.venuta la mia ultima ora? Non abbia paura di dirmelo, chè io son pronto.

- Caro Don Rua - soggiunse il Santo - io non voglio che tu muoia. Hai ancora mol­to da lavorare! - E lo benedisse.

Il giorno dopo l'ammalato stava peggio e il medico aveva quasi perduto ogni speranza. Ma Don Bosco insisteva:

- Don Rua deve guarire; egli ha troppo da fare al mio fianco. Vista poi sul tavolo la borsa dell'Olio San­ta, domandò: - Perchè questo?

- Per amministrargli l'Estrema Unzione - rispose l'infermiere - stava tanto male ieri sera; il medico stesso...

- Ah, gente di poca fede! - interruppe Dori Bosco. E voltandosi ridendo all'amma­lato: - « Senti, Don Rua - disse - anche se ti buttassero giù dalla finestra, così come sei, ti assicuro che non moriresti! ».

Difatti, di lì a pochi giorni, Don Rua era fuor di pericolo. La fede di Don Bosco aveva vinto.

In viaggio con Don Bosco - Con la guarigione ritornarono su Don Rua le occupazioni precedenti ed altre nuove, co­me l'istruzione domenicale, che tenne dal pulpito per vent'anni, la preparazione alla cattedra di Sacra Scrittura e la confessione dei giovani, a cui attese fedelmente tutte le mattine per trenta anni. Nello stesso tem­po fu mandato come Ispettore a visitare le altre Case salesiane di Lanzo, di Mirabello, di Alassio, di Varazze, di San Pier d'Arena; so­stituì Don Cagliero, partito per la Patago­nia, come Direttore spirituale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, altra istituzione di Don Bosco; collaborò alla partenza dei Missiona­ri, alla creazione della Unione dei Cooperatori e alla fondazione del Bollettino Salesiano.

Faceva proprio a metà con Don Bosco! E questi non poteva fare senza di lui! Co­sì che, trovandosi il Servo di Dio a Parigi, e non avendo chi l'aiu­tasse come conveniva, lo chiamò con un tele­gramma. Ventiquattro ore dopo, Don Rua era â Parigi, pronto al la­voro.

Cumuli di lettere si ammucchiavano sul ta­volo di Don Bosco, e mentre questi andava al giro per visite, conferenze, riunioni, Don Rua, calmo, amabile, ben addestrato, butta­va giù centinaia di risposte. Dalla Francia si recava col Santo in Austria, dal Conte di Chambord, ammalato. Qualche anno dopo accompagnava in Spagna Don Bosco già vec­chio e male in gambe. Prima di partire, non sapendo lo spagnolo, s'era comprata una grammatichetta da tre soldi e l'Imitazione di Cristo in quella lingua, e s'era messo a stu­diare. Con la sua memoria prodigiosa e la sua tenacia fece la bella improvvisata, quan­do arrivarono alla frontiera, di mettersi a parlare correntemente in spagnuolo coi do­ganieri.

- Bravo! - gli disse contento Don Bosco. - Chi sa quante volte mi toglierai d'im­piccio!

Infatti rivolse pubblicamente a nome suo la parola agli alunni del grandioso Collegio di Sarrià, e tenne in Chiesa una conferenza ai Cooperatori, in lingua spagnuola.

Un aiuto singolare - Ma fece, lì a Barcellona, anche di più. Aiu­tò Don Bosco a fare miracoli. Era tanta la gente che voleva una benedizione dal Servo di Dio, tanta la folla che faceva ressa per poter vedere il Santo, che Don Bosco era co­stretto, a intervalli di tempo, ad affacciarsi al balcone e benedire quelle continue ondate di persone. Tra queste v'era una madre che conduceva, piangente, il suo bambino, spac­ciato dai medici. Don Bosco, informato, le fece dire che andasse a chiedere la benedi­zione da Don Rua. Questi la diede, e il fan­ciullo, pallido e smorto, riacquistò sull'istante colore e vivacità e fu guarito.

Vicario Generale - Don Bosco si sentiva ormai al termine della vita, e il Sommo Pontefice Leone XIII espres­se il desiderio ch'egli designasse il suo suc­cessore, qualora venisse a mancare. Ed il Santo, che aveva già testimoniato di Don Rua colle parole: « Se Dio mi avesse detto: - Immagina un giovane adorno di tutte le virtù e abilità maggiori che tu potresti desiderare, chiedimelo ed io te lo darò - io non mi sarei mai immaginato Don Rua » e di lui aveva affermato: « Se volesse far miracoli la potrebbe », designò appunto lui come Prefetto generale, dandogli il pieno esercizio del governo della Congregazione. Allora Don Rua, chiamato a partecipare di quella santa paternità, cambiò totalmente aspetto, atteggiamento, tono. Mentre prima, nell'esercizio di cariche talvolta odiose, ve­deva la necessità di mostrare una faccia se­vera e una serietà da censore, adesso, ritrovando la sua vera na­tura, illuminò sempre il volto con un amabile sorriso, la sguardo si fece affettuoso, la vo­ce ebbe inflessioni di bontà. La sua figura ascetica effuse d'intor­no quel fascino miste­rioso che traspariva dal suo grande Padre e Maestro. Riprodusse anche in ciò Don Bo­sco.

La dipartita - del Santo - Fu un'ora assai tri­ste quella in cui l'a­mato Padre, ammalato a morte, tenne con Don Rua gli estremi collo­qui.

- Coraggio, caro Don Rua, - diceva il morente - Dio ti aiu­terà e ti aiuteranno anche i nostri Coope­ratori... Niente ti tur­bi... Lavoro e preghie­ra! Il Papa, ovunque e sempre.

- Vegli su di noi, Don Bosco! - rispon­deva il Vicario. - Continui la sua opera dall'alto dei Cieli... ci ottenga grazie da Ma­ria Ausiliatrice!...

- Sì, domani come ieri... faremo sempre a metà!... continueremo a lavorare insieme!... non sarò inoperoso!...

Il 31 Gennaio 1888, verso le due del mat­tino, Don Bosco entrò in agonia. Tutti i Su­periori della Congregazione erano attorno al suo letto. Don Rua, singhiozzante, gli chiese perdono a nome di tutti, e soggiunse: - Ci dia ancora la sua benedizione. Io le solleverò la mano e dirò la formula. - Così, anche quell'ultimo atto della vita del Santo, era fatto a metà con Don Rua. Quindi, mentre suonavano i rintocchi dell'Angelus, Don Bo­sco spirava.

Sviluppo della Congregazione Salesiana sotto Don Rua - Lo zelo e l'ardore instancabile del lavoro continuarono in Don Rua, come Rettore Maggiore dei Salesiani, sì che tutta l'Opera, sotto di lui, se ne avvantaggiò. Alla morte di Don Bosco i Salesiani erano 768; a quella di Don Rua, 3996; le Ispettorie da 6 aumenta­rono a 34; dall'Italia, Francia, Inghilterra e America del Sud la Congregazione si diffuse sotto di lui nella Svizzera, nel Belgio, nel­l'Algeria, nella Palestina, in Polonia, in Tur­chia, negli Stati Uniti, al Capo di Buona Speranza ed altrove. I Missionari Salesiani var­carono territori non prima conosciuti; si sta­bilirono fra i selvaggi e fra i lebbrosi; si fissarono nelle Indie e nella Cina. Don Rua visitò personalmente le Case Salesiane in 18 Nazioni, e, intorno a lui, allievi, ex allievi, Cooperatori, gente del popolo e Principi del­la Chiesa si affollavano, come già intorno a Don Bosco. Tutti volevano avvicinarlo, avere una benedizione, talvolta tagliuzzargli la ve­ste per serbarne reliquia. Ed egli lasciava fare, buono, umile, cortese, dicendo a tutti una santa parola, mostrandosi ovunque di­vino messaggero di bontà e di pace.

Lo sciopero d'una filanda - La pace egli cercò di metterla anche nei contrasti fra capitale e lavoro. A Torino, nel­la filanda del signor Poma, era scoppiato uno sciopero tra quelle centinaia di operai, im­bevuti di socialismo, per una riduzione d'ore di lavoro. La Camera socialista li sosteneva, sussidiando ciascun operaio con una lira al giorno. Da cinquanta giorni durava lo scio­pero, che andava facendosi sempre più preoccupante. La folla degli scioperanti, am­mutinata, sostava minacciosa intorno all'opi­ficio, scagliando pietre. Don Rua, con altri due o tre coraggiosi, passò loro in mezzo, andò a trovare il signor Poma, gli parlò con carità, con forza ed efficacia e lo indusse ad un accomodamento con gli operai.

Il Congresso Salesiano di Bologna - Grandi consolazioni ebbe Don Rua. Oltre lo sviluppo prodigioso della Congregazione, vide prodursi frutti miracolosi di santità nei confratelli, come nel Principe Augusto Czarto­rysky e in Don Andrea Beltrami, il cui motto era: Vivere per soffrire. Tre Salesiani furono in quel tempo fatti Vescovi: Don Luigi Lasa­gna, Don Costamagna, Don Marenco. Un tri­onfo fu poi il Congresso Salesiano dei Coope­ratori, tenutosi a Bologna per prepararvi la fondazione di un Istituto.

Presidente onorario fu S. Eminenza il Car­dinale Svampa, e Presidente effettivo fu lo stesso Don Rua. Cinquantotto giornali vi man­darono i loro corrispondenti dalle varie parti d'Europa.

Alle riunioni affollatissime, assistevano 4 Cardinali, 21 tra Arcivescovi e Vescovi, il gran sociologo Prof. Toniolo e l'illustre gior­nalista Don Albertario. Nell'ultimo discorso di chiusura, Don Rua concludeva dicendo commosso: - Questa è opera di Dio, ed è mi­rabile ai nostri occhi!

Una raffica infernale - Ma grandi furono anche i dolori che gli straziarono l'animo. Uno dei più illustri Sa­lesiani, Don Dalmazzo, cadde sotto i colpi d'un assassino. Mons. Lasagna perì in una catastrofe ferroviaria; dieci anni di fatiche apostoliche furono distrutte in Patagonia da un’inondazione; espulsi i Salesiani dalla Francia, nel 1902; nel 1908 il terremoto di Messina inghiottiva nove salesiani e qua­ranta alunni; crudeli infermità logorarono spesso il suo corpo. Ma forse il dolore mag­giore fu quando, nel 1907, una raffica infer­nale; di calunnie vergognose si scatenò sul collegio Salesiano di Varazze per una mon­tatura della Massoneria, che mirava, con quel colpo, alla laicizzazione di tutte le scuo­le d'Italia. Il Collegio fu chiuso, i giovani inquisiti e minacciati, i poveri Salesiani arrestati, tradotti in una caserma, incarcera­ti, fatti ludibrio d'indegni funzionari. Niun rispetto si ebbe pel Direttore Don Viglietti, ex segretario di Don Bosco, nè pel veneran­do Don Paseri, che da 32 anni insegnava lì in la Elementare, ed ora camminava, appog­giandosi, piangendo, al braccio del Direttore. Giammai Don Rua fu visto così triste e ad­dolorato come in quei giorni. La sua anima soffriva una sofferenza senza confini, e, nel segreto del cuore, fece un voto a Gesù Cro­cifisso. « Nella vostra infinita misericordia - pregò - rendete alla mia famiglia il suo onore intatto, ed io, prima di morire, per­correrò come pellegrino penitente il paese sa­cro alla vostra Passione e Morte!... ».

Il voto fu accolto. La reazione alle mene massoniche si levò da ogni parte d'Italia; gli accusatori furono essi stessi accusati, proces­sati, condannati; l'onore ritornò intatto, e i giovani dei collegi riaffluirono più numero­si, più fiduciosi. E la Palestina rivide Don Rua, penitente, prostrarsi in riconoscente pre­ghiera sui luoghi benedetti dalla presenza del Redentore.

Predizioni mirabili - Anche Don Rua, come Don Bosco, leggeva nell'avvenire. Una Figlia di Maria Ausilia­trice fece venire un giorno Don Rua al letto di sua madre, colpita da apoplessia a 70 an­ni. I medici dicevano che la sua morte era questione di giorni. Ma egli, benedettala, disse alla vecchietta: « Coraggio! la SS. Ver­gine non vi ha ancor preparato il posto in Paradiso. Voi morirete tre anni dopo di me ». Infatti essa morì nel 1913, tre anni dopo Don Rua. A un suo segretario, tornato dall'Ame­rica e desideroso di riandarvi, assicurò - si era nel 1903 - che non ci sarebbe più tor­nato, aggiungendo: Sarai mio segretario an­cora sette anni.

E quegli lo fu fino al 1910, allorchè Don Rua morì.

A una giovane piemontese, che accompa­gnava la cugina suora, alla tomba di Don Bosco, Don Rua, incontratala nel cortile di Valsalice, predisse: « Lei si farà suora e poi partirà per l'estero, dove farà molto bene ». La giovane non aveva per allora nessuna di queste intenzioni, ma, quattordici anni dopo, entrò realmente tra le Figlie di Maria Au­siliatrice, e fu mandata in Albania, dove fece davvero molto bene.

Trovandosi a Marsala, per l'apertura di quella Casa, un signore gli presentò i suoi due bambini. Don Rua li guardò e li com­passionò, invitandoli nel nuovo Orfanotrofio. - Venite - diceva - sarò per voi un padre affettuoso.

Il signore si offese di quelle parole, e volle licenziarsi subito dal Servo di Dio, che strin­gendogli con premura la mano, gli sussurrò: - Sì, arrivederci in Paradiso! - Qualche giorno dopo, quel signore veniva colpito da meningite e moriva lasciando due orfanelli!

Due suore. Una ragazza incorreggibile. - Suor Vittoria e Suor Cesarina, tutt'e due di cognome Rossini, ma non parenti, erano Figlie di Maria Ausiliatrice nella Casa di Liegi. La prima, pallida e magra, era tisica in stato avanzato; la seconda, paffuta e colo­rita, scoppiava di salute. Don Rua, che visi­tava quella Casa, dava udienza a tutte le Suore ad una ad una. Quando si presentò Suor Cesarina: - Oh, voi non state mica bene! - le disse. - Coraggio, mia buona figliuola, fatevi co­raggio!

- Ma, Padre mio, - rispose l'altra, me­ravigliata - credo che lei s'inganni, e mi confonda con Suor Vittoria, anch'essa Ros­sini, che attende qui in anticamera. Essa sta veramente poco bene.

- Oh, coraggio, coraggio! - continuava Don Rua - cercate di fare sempre la volontà di Dio!

Dopo il colloquio, riflettendoci su, la buo­na suora pensò che il Servo di Dio avesse voluto prevenirla di qualche male imminen­te. Infatti, di lì a pochi giorni, la colse una tisi galoppante che la condusse al sepolcro prima che Don Rua fosse arrivato a Torino. Suor Vittoria, invece, visse ancora cinque anni.

Un altro fatto. Lì a Torino, al Rifugio di Santa Filomena, c'era una ràgazza ribelle ad ogni disciplina, cattiva con le compagne, im­pertinente con le maestre, linguacciuta e scombosta. La volevano mandar via, ma, pri­ma, la Superiora desiderò ch'essa ricevesse una benedizione da Don Rua.

Fu perciò condotta a lui. Egli l'accolse con un amabile sorriso, le regalò una medaglia di Maria Ausiliatrice, la fece inginocchiare ai suoi piedi, e le disse: « Ti benedico di tutto cuore, figlia mia, - perchè possa diventare buona, santa, e poi entrare in religione ». Meraviglia dei presenti. Eppure, la ragazza cambiò condotta, corresse i suoi difetti ed entrò fra le Suore dell'Immacolata d'Ivrea.

Anche da lontano! - Andando una volta Don Rua a celebrare la festa di S. Luigi nel Collegio Salesiano di Borgo San Mastino, la banda musicale del­l'Istituto gli andò incontro e lo accompagnò sonando fino all'entrata, ma lì si tacque. Do­mandatone egli il perchè, gli fu risposto che una delle suore, addette alla cucina, era mo­ribonda. Tifo, polmonite e nefrite tormenta­vano la povera ammalata, e i medici non davano più alcuna speranza. Le compagne di cucìna, immerse nella massima tristezza, commossero poi Don Rua quando andò a visitarle. Una di esse piangeva a calde lacrime.

- Non pianga - le disse in tono sicuro Don Rua, dopo essersi raccolto un istante. - Stia tranquilla: la suora non morrà. Essa deve fare ancora molto bene su questa terra. Non ho tempo adesso di andarla a vedere, ma le dica che questa sera, alle nove, le manderò dalla mia camera la benedizione di Maria Ausiliatrice.

Uscito dalla cucina, andò in cappella a re­citar le preghiere della sera coi giovani, ai quali raccomandò di dire tre Ave Maria per l'ammalata grave. Alle 9, dalla camera, le mandò la benedizione. Suor Filomena, la moribonda che da quindici giorni non pren­deva sonno, cominciò allora ad assopirsi, e alle 10 dormiva profondamente. Il giorno dopo, di buon mattino, venne il medico, e domandò subito a che ora era morta la suo­ra, ma gli dissero ch'era in vita, e pareva sentirsi meglio. La esaminò, e con stupore trovò che le malattie erano tutte scomparse, non lasciandole più che un'estrema debolez­za. Un vero miracolo! Suor Filomena si ri­mise poi completamente e visse ancora ven­ticinque anni, morendo direttrice d'un pic­colo ospedale salesiano a Damasco.

Guarirai e verrai a pranzo da me - Il Prof. De Magistris, amico di Don Rua, aveva avuto un attacco apoplettico, e si tro­vava a letto, in stato comatoso. Don Rua fu chiamato in fretta. Egli accorse, contemplò l'amico, che non dava segno di sentimento, pregò, tutto raccolto in sè, poi disse ai pre­senti con accento di fede: « Non temete: non morrà; abbiate fiducia quanta ne ho io ». Quindi, posata la mano sulla testa dell'am­malato, gli mormorò: « Stai tranquillo, caro Giuseppe: tu guarirai e verrai a far pranzo con me! ».

Trentotto anni dopo, il Prof. De Magistris raccontava ancora il fatto.

« Surdi audiunt » - A Saint-Cyr, presso Tolone, gran folla di gente stava ad udire nella chiesa una confe­renza di Don Rua.

C'era tra gli altri un tal Rondin, sordo, che non udendo l'oratore, si propose di avvi­cinare il successore di Don Bosco per essere da lui guarito. L'aspettò in piazza, ma per la ressa, non potè accostarsi; corse nella strada per dove doveva passare Don Rua, e, appena potè, gli si gettò in ginocchio ai piedi, gri­dando: « Non sento niente! Mi dia la sua benedizione, e guarirò! ».

- Se lei guarisce - rispose Don Rua - mi promette di farsi Cooperatore Salesiano? - E' sordo: non intende! - dissero i presenti. Ma con meraviglia, si sentì il Ron­din rispondere:

- Cooperatore Salesiano? Che cosa si­gnifica?

Era bell'e guarito.

Una corona di rose - A Nizza, Suor Marietta Sorbone, Figlia di Maria Ausiliatrice, consumata da un cancro allo stomaco, si stava spegnendo. Da quaran­ta giorni non mangiava più nulla di solido. Essa, prima di morire, desiderava fare i voti perpetui. Don Rua, ch'era capitato là, le fece pronunciare la formula, la benedisse, le posò sul capo la tradizionale corona di rose, poi le soggiunse: « Facciamo voti che voi vivia­te tanti anni ancora quante sono queste rose. Voi avreste dovuto morire ora, ma Don Bo­sco ha bisogno di miracoli. Vivrete, guarirete, ma non perfettamente, e farete un gran be­ne ». La ribenedisse ed uscì dalla camera. Non era ancora arrivato in fondo alla scala, che Suor Marietta domandava da mangiare, e, prima di sera, si era già messa sette volte a tavola. Aveva però contato le rose della corona, e quando, passati parecchi anni, giunse all'ultima, restò assai preoccupata. Don Rua, saputolo, la chiamò e le disse: « Promettetemi,. di lavorare a gloria di Dio e a salvezza della gioventù, ed io dirò a Don Bosco di raddoppiare, di moltiplicare anche il numero dei vostri anni! ». E da quando fu guarita, ella visse ancora più di 50 anni, chiamata la « Suora del miracolo ».

Chi è quel prete così magro? - Un'aria di vero asceta aveva Don Rua: il volto era scarno, gli occhi bruciati dalle ve­glie notturne, la persona esile e slanciata. L'angolosità del suo corpo spiccava sotto la povera sottana quand'egli camminava, con la testa leggermente piegata in avanti, le spal­le un tantino rialzate, le braccia incrociate e le mani aderenti l'una all'altra sul petto. -

Chi è quel prete così magro e vestito così poveramente? - esclamò una volta il sinda­co di Nizza, vedendoselo venire incontro, e non pensando che potesse essere il capo di una Congregazione religiosa. Ma sotto quel corpo così emaciato vibrava un'anima gran­de e sublime. Una fiamma interna di amor di Dio e di carità del prossimo spandeva calore su tutto il suo dire e rivelava la sua mente penetrante, la sua cultura solida e va­sta, la sua memoria prodigiosa. Aveva nel cuore una fine sensibilità, ma sapeva conte­nerla nel più rigido ascetismo. In ogni cir­costanza era d'una compitezza perfetta, d'un tratto squisito, d'un'accortezza finissima. Una volontà d'acciaio e una pietà profonda lo so­stenevano. Ad avvicinarlo si sentiva in lui re­spirare il profumo delle virtù di Gesù Cristo.

Mons. Mantegazza, Vescovo ausiliare di Milano, era solito dire: « A Torino vi sono tre cose da venerare: la S. Sindone, la Con­solata e Don Rua! ». E il P. Franco, della Compagnia di Gesù, a chi gli domandava: - Chi è più santo, Don Bosco o Don Rua? - rispondeva: - Non saprei davvero pronun­ciarmi!

La regola personificata - Una sua dote caratteristica era la puntuale e minuziosa osservanza della Regola, tanto che di lui Don Bosco stesso affermava: - Don Rua è la regola personificata! La sua giornata aveva un orario fisso, dal quale non defletteva. Per primo entrava in chiesa, per primo si trovava in ufficio, per primo a ogni atto di pietà, per primo ovunque il dovere lo richiedeva. Perfino avanti. d'entrare in agonia, essendo l'ora fissata, volle che gli si leggesse la meditazione del giorno. Lavoro e preghiera erano per lui uria passione. Nè meraviglia l'arguta osservazione che di lui fu fatta, da chi disse: - Don Rua, appena entrato in Paradiso, avrà domandato a Don Bosco: « A che ora è la meditazione? ».

«Vuoi il mio breviario?» - Altra caratteristica era il suo spirito di economia. Nulla sprecava e nulla voleva che si sprecasse; il suo vestiario era pulito, ma dimesso; la sua camera, già di Don Bosco, la mantenne nella sua sacra povertà. Per molti anni, all'Oratorio, fu presidente della Compagnia dei tozzi », i cui soci s'incari­cavano di raccattare i tozzi di pane rifiutati dagli sbadati e dagli schizzinosi, e mangiar­seli essi, per non lasciar andar a male quella grazia di Dio. Don Rua, anche da Superiore Generale, praticava questo edificante eserci­zio. Si serviva poi degli oggetti fino all'estre­mo. Un giovane sacerdote domandò una vol­ta a lui, Economo, un breviario nuovo. - Fammi vedere il vecchio - gli disse Don Rua. E, vistolo ancora buono, gli mostrò il proprio, dicendogli: - Vuoi fare il cambio col mio? - L'altro lo osservò: contava se­dici anni di servizio e faceva pietà con quel­la legatura sgualcita, il cuoio unto, la dora­tura annerita. Il poveretto, a tale profferta, si reputò felice di conservare quello che aveva.

Carità e fiducia nella Provvidenza - Quanta carità vi era nel cuore di Don Rua lo testimoniano i tanti Ospizi e Orfano­trofi ch'egli aperse. Anche quando nel terre­moto di Messina, il Collegio Salesiano era ridotto a un ammasso di macerie, e l'animo di Don Rua, oppresso dal dolore, gemeva per la perdita di tanti confratelli ed alunni, egli scriveva che pensava di propiziare su queste vittime la bontà di Dio aprendo nuo­vamente la porta dei suoi Istituti ai giovani orfani. Al soccorso di tanti fanciulli poveri e abbandonati, che si trovano nel mondo, egli sollecitava le offerte e le elemosine dei ric­chi. « Se voi pensate per tempo a soccorrerli - diceva ai Cooperatori - procurando loro una buona educazione, diverranno cittadini onorati, rispettosi, amanti del prossimo e ri­conoscenti ai benefattori. Se invece non li aiuterete, forse da qui ad alcuni anni, si pre­senteranno sulle vie e sulle piazze armati di bastoni e di picche, per far man bassa nei negozi e nelle case private ». « Una racco­mandazione - ricordava un'altra volta - fa­ceva sovente il nostro Don Bosco, soprattutto a quei benestanti che non avevano eredi ne­cessari o bisognosi. Egli diceva: «Mettete i vostri beni ad interesse in una banca che non chiude mai gli sportelli, la quale anzi, rende il cento per uno. Questa è la Banca di Dio, la Banca di Maria Ausiliatrice, ed anche la Banca di Don Bosco. Questa Banca celeste spende sempre bene le vostre sostanze, vi rende il centuplo con elette benedizioni nella vita presente, e poi vi restituisce il capitale, col darvi il paradiso eterno ».

Egli pel primo confidava in questa Banca Celeste. Dovendo erigere a Verona un fab­bricato per giovani artigiani, così parlava a quei Cooperatori: « Noi non aspetteremo ad innalzare la fabbrica quando avremo i denari; no, la fabbrica s'inizierà, e la Madonna penserà a far venire il denaro; e i buoni Veronesi proveranno che i denari, posti in ma­no a Maria SS. Ausiliatrice, sono ben collo­cati e fruttano un cospicuo interesse! ».

La fabbrica infatti fu non solo iniziata, ma presto compiuta.

Pecorelle smarrite - Nè la sua carità si riferiva solo a beni ma­teriali, ma più e soprattutto al bene delle anime. Avendo saputo che Francesco Crispi, il celebre uomo di Stato, già beneficato da Don Bosco, era moribondo a Napoli, scrisse a un sacerdote Salesiano di là, di avvicinare a tutti i costi l'infermo, vestendosi anche, se necessario, in abito borghese.

Un suo antico allievo, sviato, era venuto a Torino per commettere uno sproposito ir­reparabile. Don Rua lo sa e gl'indirizza una lettera all'albergo, ma quello non si cura di rispondere. Allora egli in persona va in cerca della pecorella smarrita, si presenta all'al­bergo, chiede di quel giovane traviato. « Se posso parlargli anche per soli dieci minuti - pensa tra sè - scuoterò quel cuore osti­nato, lo arresterò sull'orlo dell'abisso ». Lo sciagurato fa rispondere ch'egli è assente. Don Rua comprende la menzogna, sa che in­vece è là dentro, e non si diparte: insiste, anzi, nel volerlo vedere, prega, scongiura. Il cameriere torna dall'infelice dicendo che quel prete non se ne vuole andare, e quel tristo figliuolo, nel timore di non poter resi­stere alla forza di tanta carità, tremante e col cuore in sussulto, fugge vilmente dall'al­bergo per una porta secondaria.

Ma anche in questi casi Don Rua non si dava per vinto, e, non potendo far altro, pre­gava per le pecorelle smarrite affinchè la misericordia di Dio toccasse loro il cuore.

Il venerando Don Francesia, suo compae­sano, incontrò un giorno in un paese del Pie­monte un professore che gli raccontò con commozione la storia della propria vita. Era stato allievo di Don Rua allorchè questi diri­geva l'Istituto di Mirabello, ma di condotta tanto cattiva, che, a nulla giovando le esor­tazioni e le preghiere del santo Direttore, Don Rua era stato costretto a licenziarlo. Egli pe­rò sentiva che il pensiero e il cuore di quel buon Padre erano continuamente vicini a lui.

Presto rimpianse i dispiaceri che gli aveva dato: ritrovò il cammino della chiesa e la pratica dei Sacramenti, si formò una famiglia educata cristianamente, ed ora, quarantacin­que anni dopo, pregava Don Francesia di ri­ferire tutto ciò a Don Rua e d'impetrargli il perdono.

- Che notizia consolante mi dài! - escla­mò il Venerabile a quell'annunzio. - Tocco con mano una volta di più che non biso­gna mai dubitare della misericordia del Signore. Se non è oggi, sarà domani, ma essa ci raggiunge sempre.

Al medesimo Don Francesia, che suggeriva a lui, ammalato, di offrire le sofferenze per uno che gli aveva procurato dispiaceri: - L'ho fatto sempre - rispondeva - e non so­lo per lui, ma anche per questi altri. E gli nominava tre che l'avevano fatto tan­to soffrire.

« Don Bosco m'è apparso una volta! » - Da sofferenze di altro genere lo liberò ta­lora Don Bosco, che pure era già morto. Lo confessò Don Rua stesso a Don Francesia, il quale, con la confidenza che godeva presso di lui, gli aveva domandato: - Dimmi un po': non ti è mai apparso Don Bosco?

- Sì; Don Bosco mi è apparso una volta - rispose Don Rua - e fu per suggerirmi il mezzo di liberarmi da una faccenda spinosa nella quale mi dibattevo da tre anni.

« Come va che tu non hai pensato - mi disse - di ricorrere al signor X? Tu conosci quanta simpatia nutre per le nostre opere! ». Il giorno dopo scrissi a quel signore, e di lì a tre giorni l'affare si aggiustava. Vedi che Don Bosco non dimentica i suoi figli.

Tutto ciò egli raccontava con semplicità, senza meraviglia del soprannaturale, ma con la naturalezza che proveniva dal suo profon­do spirito di fede e di pietà.

Come prega bene! - Il suo pensiero era continuamente rivolto a Dio, ed ogni sua azione era una preghiera. All'altare, nel celebrare la santa Messa, la­sciava trasparire nel volto il fervore della sua fede. Talvolta, dopo la consacrazione, versava lacrime di tenerezza, e fino all'ultima malat­tia, pur con le gambe piagate, cercava di far esatta la genuflessione, toccando il suolo col ginocchio. Se, alla sera, in tempo di silenzio, trovava alcuni in conversazione, li invitava con sè a passeggiar sotto i portici, recitando il Rosario. Lunghe ore della notte le passava in adorazione davanti all'altare. A vederlo pregare si restava edificati. Ogni anno nella processione della Consolata, la folla, assiepata sul percorso, lo segnava a dito: - Quello è Don Rua! - esclamava. - Come è magro! Ma come prega bene! Pare un Angelo!

Non posso più! - Nel febbraio del 1910, aggravato dagli an­ni e dalle fatiche, questo infaticabile lavo­ratore dovette cedere le armi e darsi vinto. La mattina del 15, già gravemente infermo, fatta a letto la santa Comunione, si provò, dopo il ringraziamento, a leggere le ulti­me lettere arrivategli, ma gli occhi, troppo logori e stanchi, si rifiutarono. Raccolse al­lora il fascio di corrispondenza e, consegnandolo all'infermiere, gli disse: «Portalo a Don Rinaldi; io non posso più ». Don Rinaldi, Prefetto della Congregazione, partecipò a tutte le Case salesiane la gravità dell'am­malato, e allora fu una preghiera generale per la sua salute. Lo visitarono Vescovi, Principi, Cardinali, Superiori di Congrega­zioni, allievi, ex-allievi. Alterne vicende eb­be la malattia, ma alla fine di marzo pre­cipitò. Gli fu portato il Viatico da Don Ri­naldi, accompagnato da tutti i Confratelli del­la Casa, coi ceri accesi. Appena il celebran­te, con lo strazio in cuore, ebbe pronunziato il Misereatur e l'Indulgentiam, Don Rua vol­le parlare. Sollevato sui guanciali, con un fi­lo di voce, parlò: raccomandò l'amore a Ge­sù Sacramentato, la divozione a Maria Ausi­liatrice, l'ubbidienza al Papa. Come Don Bo­sco.

« ...Non tralascerò di pregare per voi - terminava. - Se il Signore mi accoglierà in Paradiso con Don Bosco, come spero, preghe­rò per tutti!... ». La scena era davvero com­movente: era il Viatico di un santo.

Salvar l'anima è tutto! - Alla mattina del 6 aprile la sua fine era prossima. Don Francesia, suo confessore, gli suggeriva giaculatorie, e gli ripeteva l'asso­luzione, secondo la sua richiesta. I Confra­telli stavano intorno al suo letto, e pregavano.

- Domine, ad adiu­vandum me festiva! -­ gli sussurrò Don Fran­cesia.

- Oh, sì! - replicò Don Rua - festiva, fe­stiva! Affrettati! Af­frettati! Ad ogni giacu­latoria si ravvivava, e le ripeteva con fervore. L'ultima che riuscì ad esprimere fu quella imparata da fanciullo da Don Bosco: Cara Madre, Vergine Maria, fate ch'io salvi l'anima mia! Sì, salvar l'anima! - aggiunse - salvar l'anima è tutto! Furono le ultime pa­role.

Poco dopo, per più di un'ora sfilarono mesti i giovani dell'Orato­rio, i Salesiani, le Suo­re, a baciargli la ma­no, già fredda. Quin­di, senza un lamen­to, senza una scossa, lieve e serena, la gran­de anima del primo Successore di Don Bo­sco, allietata dalla benedizione apostolica del Papa Pio X, vola­va al Cielo.

Centomila persone visitarono la salma - Più di 100.000 persone, con a capo au­torità religiose, politiche, civili, e gente di ogiai ceto e partito, visitarono la salma, ch'era stata trasportata nella chiesetta di S. Fran­cesco di Sales. Il giorno dei funerali, i treni riversarono a Torino ondate di viaggiatori, venuti da ogni parte.

Il corteo funebre, lungo chilometri e chilo­metri, si snodava tra una folla straripante. Cinque Vescovi precedevano il carro, ch'era quello dei poveri, senza fiori e senza corone, ma sul quale si posavano migliaia di sguardi e convergevano migliaia di cuori.

Coi Santi - Non era un funerale, era un trionfo!

La sua tomba, fu, in un primo tempo, nella collina di Valsalice, dove per vent'anni fece a metà con la tomba del Padre. Poi, allonta­natosi il Padre per ripercorrere trionfalmen­te il cammino dell'Oratorio ed ascendere, col­l'aureola dei Santi, alla gloria degli Altari, Don Rua lo seguì nella Basilica dell'Ausilia­trice, andando umilmente a riposare nella sotterranea Cappella delle Reliquie, in attesa della meritata esaltazione. E già la Chiesa, con l'autorevole parola del Sommo Pontefice Pio XII, che ne praciamb l'eroicità delle vir­tù (26 giugno.1953), dopo, il Processo Dioce­sano e le Congregazioni Antipreparatoria e Preparatoria, lo avvia a ricevere egli pure la aureola dei Santi. Preghiamo Dio che voglia, con miracoli operati per intercessione del suo fedel Servo, affrettare quel giorno. Allo­ra Don Rua splenderà di luce celestiale ed in un nuovo trionfo si riunirà a Don Bosco per la ben degna apoteosi.