BEATO BONILLI PIETRO
Biografia
Un ragazzo coraggioso
Il sole declinava dolcemente illuminando il
castello di san Lorenzo di Trevi, uno dei tanti disseminati nella dolce pianura
umbra, con le sue mura massicce, disposte a quadrilatero, circondate da un largo
fossato colmo di acque stagnanti.
I contadini, terminata la faticosa giornata nei campi, tornavano alle loro case
entro le mura castellane; gli altri alle loro povere abitazioni disseminate
nella pianura, dove l'acqua stagnante dei fiumi e dei torrenti, allagando
sovente la zona, rendeva quanto mai dura e faticosa la vita. Malaria, fame,
povertà, scandivano a quel tempo le ore della vita dei fittavoli e dei piccoli
proprietari di quelle terre ingrate.
Anche quella sera Sabatino Bonilli e la sua giovane sposa Maria Allegretti
rientravano stanchi nella. casupola che si erano costruiti, dopo il matrimonio,
nel piccolo podere avuto dai genitori.
Sulla porta li attendeva il loro piccolo Pietro, che li aveva preceduti per
accendere il fuoco e preparare la cena. Era nato il 15 marzo 1841 recando una
grande gioia ai genitori, che erano stati costretti ad allontanarsi dalla casa
paterna, perché ai Bonilli, una famiglia piuttosto agiata, non era piaciuta la
scelta della Allegretti di origine più povera.
Dopo il pasto frugale e la recita del Rosario, una pratica con cui tutte le
famiglie a quel tempo chiudevano la giornata, il ragazzo trovò il coraggio di
esprimere il tormento che covava da tanto tempo nel suo animo.
- So di darvi un dispiacere - disse -, ma vi chiedo, vi prego, datemi la
possibilità di studiare.
- Cosa stai dicendo? Un contadino, un poveraccio che vuole studiare? Ma chi ti
ha messo in testa queste idee?
- Il parroco, e anche qualche maestro che ogni tanto mi dà qualche lezione
privata. Mi assicurano che potrei riuscire, se frequentassi una scuola regolare.
- Ma qui non ci sono scuole e noi siamo poveri. Non potremmo mai aiutarti. Solo
i ricchi possono pagarsi un insegnante o frequentare le scuole in città.
- E' quello che voglio fare io. Voi non preoccupatevi,lasciatemi solo provare,
se non riuscirò tornerò a lavorare la terra con voi
- E dove vuoi andare? Chi ti manterrà? Come pagherai i libri e gli insegnanti?
- Andrò a Trevi, farò il garzone, andrò a servizio di qualche famiglia
benestante, ma voglio tentare di frequentare una scuola regolare...
Fu così che un bel mattino un contadinello di nove anni, piccolo di statura, ma
armato di una volontà tenace, con un fagottino di biancheria sulle spalle e un
po' di pane e formaggio nella bisaccia, si incamminò verso Trevi, la ridente
cittadina che si inerpica su un erto pendio, coperto da rigogliosi uliveti.
Umile inizio di una luminosa carriera che avrebbe condotto quel contadinello a
meravigliose imprese per diffondere il messaggio dell'amore. .
Protettore e benefattore
Trevi, antico municipio romano, conserva ancora le
caratteristiche tipiche delle cittadine medievali. Sorge sulla Valle Umbra, a 47
km da Perugia, capoluogo regionale, alla destra del Clitumno, a 412 metri di
altezza, nell'archidiocesi di Spoleto.
Qui il giovane Pietro trascorrerà gli anni più belli della sua giovinezza,
aperta ai grandi ideali. Non esiste alcuna documentazione di come abbia
trascorso i primi anni. Sicuramente si sarà offerto come garzone tutto fare
presso qualche bottega artigiana, o come servitorello in una delle numerose
famiglie bisognose delle braccia robuste di questo ragazzo, aduso fin da piccolo
ai faticosi lavori dei campi.
L'incontro con don Ludovico Pieri, amico e benefattore, più tardi direttore
spirituale del nostro giovane, segnerà un momento determinante nella sua vita.
Questo esimio sacerdote eserciterà sempre una grande influenza sul suo
protetto, incoraggiandolo in ogni iniziativa.
Pieri era nato il 22 febbraio 1829, in una poverissima famiglia; desideroso di
abbracciare lo stato ecclesiastico, aveva incontrato non poche difficoltà per
raggiungere la meta a cui si sentiva chiamato.
L'amicizia tra i due, che doveva prolungarsi fino alla morte del Fieri, avvenuta
il 22 gennaio 1881, all'età di soli 52 anni, era cominciata qualche anno dopo
il trasferimento del ragazzo a Trevi, mentre ancora cercava una sistemazione per
pagarsi gli studi.
Sull'esempio di quanto andava facendo don Bosco a Torino, il Fieri aveva
cominciato a raccogliere attorno a sé ragazzi poveri, per allontanarli dai
pericoli della strada, aiutando particolarmente quelli che mostravano
inclinazione allo studio.
Il Bonilli fu subito attratto dalle singolari doti del giovane sacerdote, che
prese a guidarlo e aiutarlo nel lungo cammino che voleva percorrere. Egli intuì
le qualità del giovane discepolo, sostenuto da una ferrea volontà di riuscire,
per cui decise di indirizzarlo a quella vita che anche lui aveva scelto. Un
giorno affrontò decisamente l'argomento.
- Hai mai pensato di farti sacerdote? Sei ancora giovane, ma per poter scegliere
con assoluta libertà, tra le molte possibilità che la vita ti offre, vorrei
proporti anche questa.
- Sì, ci ho pensato e mi piacerebbe diventare sacerdote come lei, per dedicarmi
alla povera gente, magari come suo aiutante. Ma non troverò mai i mezzi per
studiare e pagarmi la retta in seminario.
- Se è per questo, non preoccuparti, con la buona volontà si possono superare
tutte le difficoltà. Vedi, ce l'ho fatta anch'io! Ti assicuro, avrai tutto il
mio aiuto!
Nella scelta della vocazione, il consiglio e la testimonianza del Fieri gli
diedero piena sicurezza. Lo attesta lui stesso: "Le maniere di questo uomo
di Dio mi attrassero. Mi accolse, mi prodigò cure, mi fu vicino con i più
squisiti tratti di benevolenza. Si interessò al mio avvenire e quando io,
udendo la voce dall'alto che mi chiamava al sacerdozio, decisi di abbandonare il
mondo, egli benedì i miei abiti sacerdotali e me li fece indossare. Mi
accompagnò, sempre con saggi ammaestramenti, nella preparazione al sacerdozio e
poi ancora quando fui inviato come pastore in cura di anime!".
Per interessamento del Pieri, venne accolto prima nella scuola del collegio
Lucarini, poi nel seminario di Spoleto, dove completò la sua formazione,
culminata con l'ordinazione sacerdotale ricevuta il 19 dicembre 1863 dal vescovo
di Temi, mons. Giuseppe Severi. Aveva solo 22 anni e nove mesi.
Padre e pastore
Don Pietro Bonilli era stato nominato parroco di
Cannaiola prima ancora di essere ordinato sacerdote. La carenza di clero, le
doti del giovane ordinando, avevano indotto il vescovo ad affidargli, ancora
suddiacono, la piccola comunità parrocchiale, confinante con quella di san
Lorenzo, suo paese natale. Ebbe così il tempo di preparare, aiutato da don
Pieri, un accurato piano pastorale che avrebbe attuato all'uscita dal seminario.
Cannaiola sorge nella parte più bassa della pianura di Trevi nella vallata
umbra; un luogo paludoso, quanto mai insalubre, particolarmente a quel tempo.
Contava allora circa 600 abitanti; attualmente, bonificata, supera il migliaio.
In questa parrocchia egli trascorrerà ben 34 anni di intenso apostolato,
profondendo i tesori di uno zelo instancabile e di una carità senza confini.
Possiamo segui me le vicissitudini grazie a un "manoscritto" nel quale
prende nota degli avvenimenti più importanti, che raccoglierà più tardi in un
volume di ben 282 pagine: Cannaiola. Memorie storiche raccolte negli anni
1873-74 da don Pietro Bonilli, parroco del luogo.
Una preziosa raccolta di dati storici, civili, religiosi, sugli usi e costumi
del tempo, con rilievi topografici, catastali e inventari di grande valore,
oltre a preziose annotazioni del lavoro che andava svolgendo come pastore del
gregge affidatogli.
La situazione economica, morale e religiosa del piccolo centro non era certo
delle più incoraggianti. "La maggior libertà -scrive - procurata dai
recenti mutamenti politici, era degenerata in libertinaggio: il giuoco,
l'ubriachezza, la bestemmia, il turpiloquio, i balli... erano venuti a turbare
la vita religiosa di quelle popolazioni". 1
Ad aggravare questa situazione la parrocchia era rimasta senza parroco per
diversi anni. Dal 1857 al 1863, in seguito alla rinuncia del parroco don Camillo
Nardeschi, fu affidata alla cura di vari economi e cappellani, che assicurarono
almeno la Messa e l'amministrazione dei Sacramenti.
Questo abbandono aveva fatto sì che, al concorso bandito dall'arcivescovo,
l'unico a presentarsi fosse il Bonilli. Superato l'esame, si dovette ricorrere
alla dispensa della Congregazione del Concilio per il difetto di età. Ottenne
la bolla ufficiale di nomina il 31 agosto 1863.
Fece il solenne ingresso nella parrocchia il 31 dicembre di quello stesso anno.
Ricorda così quel giorno memorabile della sua vita: "Una giornata
splendida che lascerà nel mio spirito tracce incancellabili. Nuovo a un atto
così grave e solenne, circondato dai fratelli della compagnia del SS.
Sacramento e da un popolo foltissimo, tra il suono giulivo delle campane e lo
sparo dei mortaretti, io ero profondamente commosso e la commozione crebbe ancor
più quando per la prima volta rivolsi la parola a quel popolo che d'ora innanzi
era il mio popolo: le pecorelle consegnatemi dall'eterno pastore Gesù perché
le guidassi ai pascoli della vita e della salute".
A dargli il possesso, oltre ai sacerdoti designati dall'arcivescovo, l'amico e
benefattore di sempre: don Pieri, che continueràad assisterlo, particolarmente
durante i primi anni di ministero.
1 FAUSTI MONS. LUIGI, Vita del canonico Don Pietro Bonilli Fondatore
dell'Istituto Nazzareno e dell 'Istituto delle Suore della S. Famiglia di
Spoleto, Unione Tipografica Nazzarena Fasano e Neri, Spoleto 1936, p. 104.
Intensa attività
Il concorso per la parrocchia di Cannaiola era
andato disertato anche per la grande povertà del beneficio parrocchiale.
L'entrata annua, come egli ha cura di notare, era di lire 479, comprese 300 lire
che gli passava il governo. Solo la sua grande fede, la certezza che Dio non
abbandona mai chi confida nella Provvidenza, lo avevano indotto ad accettare.
Unico rammarico: non avere disponibilità economiche per andare incontro alle
molte necessità del gregge affidatogli.
Non si perse d'animo; ingegno e coraggio non gli mancavano. Cominciò subito a
bonificare i terreni del beneficio parrocchiale, per offrire ai contadini un
lavoro più sano e redditizio.
- Il Signore vuole che salviamo tutto l'uomo - diceva-, anima e corpo. Non si può
parlare di Dio quando uno non ha possibilità di sfamarsi a sufficienza. Noi
sacerdoti dobbiamo promuovere ogni aspetto della vita, economico, culturale,
morale, religioso di queste popolazioni da troppo tempo dimenticate e sfruttate.
Volle rendersi conto della situazione della parrocchia in tutti i settori,
facendo un accurato inventario, per combattere il male dalle radici e promuovere
il bene delle famiglie e dei singoli. Prese come modello e ispiratore della sua
azione pastorale il santo curato d' Ars, Giovanni Battista Vianney, vissuto
anche lui in una povera parrocchia di campagna.
Rivolse le prime cure alla chiesa, la casa di Dio, centro del culto e della vita
cristiana. L'edificio, per troppi anni trascurato, aveva bisogno di urgenti
restauri. Nel giugno del1865 radunò tutti i capi famiglia, presentando un
ardito progetto.
- Ho bisogno del vostro aiuto - disse -. La chiesa è la casa di Dio, appartiene
a tutta la comunità. Non possiamo lasciarla nello stato in cui si trova. So che
siete poveri, ma sono sicuro che il Signore ci aiuterà se offriremo tutti
quello che possiamo. Quello che doniamo a Dio per rendere più degno e
accogliente il luogo di culto, il Signore ce lo ridonerà moltiplicato.
La gente rispose con grande generosità: vennero raccolte ben 4.000 lire, una
cifra favolosa a quel tempo, tenendo presenti le condizioni economiche di quella
povera gente di campagna.
Don Pietro diede per primo l'esempio, non solo offrendo tutto quello che aveva,
ma lavorando personalmente a portare mattoni, impastare la malta, salire sulle
impalcature per aiutare i muratori, sostituendosi addirittura al capomastro
quando questi non si sentì più di continuare l'impresa.
I lavori, iniziati nel 1869, furono completati nel 1870, con la solenne
benedizione dell 'arcivescovo il l o agosto di quell' anno, presente tutto il
popolo, preparato da un corso di predicazione.
Mentre portava avanti il restauro e l'abbellimento del tempio, non trascurava
quello che riteneva il dovere più importante: il decoro delle sacre funzioni,
celebrate sempre con grande solennità. Curò in particolare il canto liturgico,
memore che "chi canta bene prega due volte".
"Guardando indietro alla strada percorsa - scriverà più tardi - mi
stupisco come abbia trovato tanto denaro e tanti aiuti nelle strettezze e
miserie di questo paese. Bisogna proprio dire che, quando Dio vuole una cosa,
tutto si appiana e diventa facile per realizzarla. Basta fidarsi di lui che è
infinitamente ricco e buono e ci manda sempre tutto quello di cui abbiamo
bisogno. Il mezzo per ottenere è mostrarsi larghi e generosi per fare quello
che il Signore desidera da noi".
Promuovere la gloria di Dio e il bene dei fratelli saranno le linee portanti di
tutta la sua vita, ispiratrici di ogni sua attività.
Zelo sacerdotale
Restaurata la chiesa, volle arredarla in modo che
diventasse veramente un centro di fede e di pietà per il popolo di Dio:
decorazione di stucco in tutto l'interno, organo e cantoria rinnovati, rifusione
della campana maggiore, costruzione del cimitero di cui il paese era ancora
sfornito.
Nel 1886, dopo aver introdotto nella parrocchia la devozione alla Sacra Famiglia
come il mezzo più efficace per il risanamento morale del paese, fece collocare
nella chiesa un artistico gruppo di statue: Gesù fanciullo tra la Madonna e san
Giuseppe.
È stata questa la prima figurazione plastica in Italia delle tre sacre Persone,
eseguita da una ditta di Lecce su indicazioni precise del Bonilli. Alla solenne
inaugurazione il 14 novembre 1886 era presente lo stesso arcivescovo con una
grande folla venuta anche dai paesi vicini.
Per promuovere il culto e la devozione, fondò in parrocchia la "Compagnia
delle guardie d'onore della sacra Famiglia", iniziando un movimento che si
estenderà largamente nella zona e in tante altre regioni d'Italia.
L'apostolato della sacra Famiglia lo accompagnerà durante tutta la vita e sarà
il tema ispiratore di tutte le sue coraggiose iniziative per propagarne il
culto, la devozione e l'imitazione.
Per fomentare la pietà e fare della comunità parrocchiale una grande famiglia,
organizzò pellegrinaggi ai santuari vicini e curò le processioni tradizionali
nelle grandi solennità, compresa quella in onore del martire san Marice, le cui
spoglie si veneravano nella chiesa parrocchiale.
Il suo zelo per la salvezza delle anime che Dio gli aveva affidato non aveva
confini. I fanciulli furono oggetto particolare delle sue cure: accurata
formazione catechistica per la preparazione alla prima Comunione, assidua
frequenza alla Messa e ai Sacramenti.
- Sono i pilastri che preparano le nuove generazioni a una
vita autenticamente cristiana - diceva ai suoi collaboratori -. Se non crescono
con Dio, finiranno per vivere contro di lui.
- La mia gioia più grande - affermava - è preparare questi innocenti alloro
primo incontro con il Signore. Sono questi gli anni più preziosi per seminare
nei loro piccoli cuori, se vogliamo domani mietere frutti sicuri.
Curò per i giovani le varie associazioni esistenti, introducendone delle nuove,
perché tutti potessero trovare un ambiente adatto alla loro formazione. Fondò,
in quattro sezioni, la Pia Unione della Sacra Famiglia: ragazzi, fanciulle,
padri e madri di famiglia, con opportune regole e adattamenti. Diceva:
- Queste sante Persone sono un modello per vivere la nostra fede a compiere i
doveri di ogni stato.
Diede nuovo impulso alle confraternite, fiorenti a quel tempo nella Chiesa,
invitando i membri a partecipare ai corsi di esercizi spirituali che teneva loro
in preparazione alle maggiori solennità.
Insisteva molto sulla formazione religiosa, mediante corsi di cultura per le
diverse età, invitando conferenzieri e predicatori di grido.
- Chi non semina non raccoglie - soleva ripetere -. La fede viene
dall'insegnamento, come dice san Paolo. E la Parola di Dio deve trovare un
terreno ben preparato per attecchire e germogliare.
Ogni festa, ogni ricorrenza doveva sfociare nella pratica dei Sacramenti.
- Il termometro della pietà si misura al confessionale e nella presenza alla
santa Messa e alla Comunione.
Incredibile come lo zelo di questo parroco riuscisse a trasformare una povera
parrocchia di campagna in un centro pulsante di vita religiosa, che destava
ammirazione nei superiori e contagiava santamente le parrocchie vicine. Il bene
si diffonde sempre, quando trova un apostolo della statura di don Pietro Bonilli.
Apostolo della sacra Famiglia
La devozione alla sacra Famiglia era nata,
possiamo dire, con la stessa vocazione sacerdotale, alla scuola del suo grande
maestro don Pieri.
Questi nel 1860 aveva fondato una associazione: "I figli della sacra
Famiglia", per offrire ai giovani un modello di comportamento nella figura
di Gesù, che aveva trascorso la maggior parte della vita accanto a Maria e
Giuseppe. Uno dei primi discepoli, che diverrà poi un apostolo e instancabile
diffusore di questa devozione, era stato appunto il giovane Bonilli.
"Fin da quando ero chierico - scriverà - nutrivo una grande devozione
verso la sacra Famiglia. Fatto parroco la volli diffondere nel mio gregge,
sicuro che avrebbe dato frutti abbondanti" (FAUSTI, o.c., p. 117).
Nel 1874 inizierà la celebrazione di un intero mese, dedicato a questo
insuperabile modello familiare di vita cristiana. Una devozione che dal piccolo
centro di Cannaiola si estenderà a tutta l'Italia.
Constatati i frutti di questa devozione per la rinascita della famiglia e della
società, concepirà un progetto grandioso per estendere largamente, con la
parola e gli scritti, l'iniziativa cui dedicherà tutta la sua vita.
- Il più efficace rimedio - diceva - al decadere della vita cristiana e ai
tanti mali che affliggono oggi la nostra società, è presentare al popolo gli
insuperabili modelli della santa Famiglia di Nazaret.
Nel 1872 cominciò a raccogliere notizie sul culto alla santa Famiglia nelle
varie nazioni cattoliche. A vendo constatato che non esisteva una devozione
pubblica, pensò a una grande associazione per porre tutte le famiglie sotto la
protezione della santa Famiglia, invitandole a imitarne gli esempi.
"Dopo maturo esame durante molti anni - scrive - e dopo fortissimi impulsi,
presi la decisione di dedicarmi al servizio della sacra Famiglia. Una devozione
che non deve limitarsi a qualche preghiera, ma diventare il mezzo più sicuro ed
efficace per la restaurazione della società" (Fausti, o.c., p. 203).
Studiò attentamente un regolamento che fosse accettabile da tutte le parrocchie
e il 20 gennaio 1878 ne chiese l'approvazione canonica all'arcivescovo di
Spoleto, mons. Cavallini. Il 2 febbraio ottenne l'approvazione della Pia Unione
con questo lusinghiero augurio: "che si estenda a tutte le parrocchie della
diocesi, dell'Italia e del mondo intero, sull'esempio della parrocchia di
Cannaiola" (Dal decreto di approvazione).
Immensa la gioia del buon parroco, che vedeva aprirsi un vasto orizzonte e un
immenso campo di apostolato. Anima vulcanica, per estendere questa devozione e
far conoscere l'associazione, decise, sempre con il consiglio del Pieri, di
fondare un periodico.
Chiesta l'approvazione dell'arcivescovo, il 15 agosto 1880 diede alle stampe
presso la tipografia di Foligno il primo numero de "L'apostolo della Sacra
Famiglia". Data la distanza e la mancanza di puntualità del tipografo, nel
1881 fece "una grande pazzia - come scrive all'amico don Bonaccia -. Ho
comperato per 2.000 lire una tipografia a Trevi".
Venne benedetta solennemente il 20 maggio dello stesso anno con il nome di
"Tipografia Nazzarena". Questo gli consentirà di uscire regolarmente
con il periodico e moltiplicare le stampe riguardanti l'associazione e la
diffusione del culto alla sacra Famiglia.
- La stampa - dirà - è una delle armi più potenti in mano ai nemici della
Chiesa per diffondere il male; noi la useremo per difendere i più grandi valori
della fede e della morale. Tutti i cattolici devono impegnarsi in questa
battaglia per la gloria di Dio e il bene dell'umanità.
Nel 1884, per avere a portata di mano questo strumento così efficace, trasportò
la tipografia a Cannaiola.
Un grandioso progetto
Per realizzare quello che ormai considerava
l'impegno primario del suo apostolato, mezzo insostituibile per rinnovare la
famiglia e la società, il parroco di Cannaiola si accinse, sempre con la guida
e l'aiuto del Pieri, a una impresa di più ampio respiro: fondare una società
di missionari consacrati alla evangelizzazione del popolo, particolarmente nelle
campagne dove regnava una grande ignoranza religiosa.
- È questo il male più grave che dobbiamo combattere con ogni mezzo.
L'ignoranza religiosa porta all'indifferenza e all'abbandono della pratica della
vita cristiana.
Qualche anno dopo, san Pio X, salendo al Pontificato nel 1903, scriverà nella
sua lettera enciclica "Acerbo nimis": "Tra i mali gravissimi che
affliggono oggi la società nessuno è più grave e pericoloso dell'ignoranza
religiosa che pervade tutte le classi sociali".
Già don Pieri aveva cominciato a radunare attorno a sé alcuni sacerdoti che
intratteneva con appropriate conferenze, comunicando loro l'urgenza di far
rifiorire la vita cristiana tra le popolazioni. Nacque così, quasi per
generazione spontanea, il cenacolo dei "Missionari della Sacra
Famiglia".
Tra il 1869 e il 1870 il Pieri, "non senza ispirazione e rivelazione da
parte di Dio", scrive il Bonilli, aveva concepito questo grande progetto
missionario. I primi a fame parte, oltre al parroco di Cannaiola, furono don
Paolo Bonaccia e don Giuseppe Tabarrini, dimoranti a Spoleto.
Si studiò un regolamento, che ottenne l'approvazione dell' arcivescovo mons.
Domenico Cavallini il 21 aprile 1872; anzi lo stesso prelato chiese di fame
parte, iscrivendosi per primo alla pia società, di cui divenne protettore e
benefattore. Ben presto altri sacerdoti si unirono ai primi tre, formando un
nucleo di anime generose votate all'apostolato. .
Oltre agli apostoli della parola, il Pieri volle aggregare anche persone
impegnate a pregare per il buon esito delle missioni, "le apostole della
preghiera", e laici "Coadiutori secolari", impegnati a
collaborare secondo la loro possibilità all'attività dei missionari.
Il decreto di erezione canonica venne firmato dall'arcivescovo i16 gennaio 1873
e, con un successivo decreto dellO dicembre dello stesso anno, autorizzava i
missionari a portare al collo, durante le missioni, un Crocifisso e cingersi i
fianchi di una fascia con le iniziali della sacra Famiglia.
Il sogno del Pieri e dei suoi primi collaboratori era di estendere a tutto il
mondo questo impegno, diretto alla riforma del clero e al rinnovamento del
popolo di Dio. Convinti di essere chiamati a un apostolato universale, vi si
dedicarono con slancio e fervore straordinario per coinvolgervi altre diocesi e
nazioni; ma incontrarono ostacoli e difficoltà di ogni genere, tanto che nel
1883 si dovette procedere a una momentanea sospensione della società, che pur
aveva ottenuto grandi successi in tante missioni.
Don Bonilli, che fin da giovane aveva tanto desiderato andare in terra di
missione, divenne l'anima di questo movimento, prestandosi oltre ogni limite
nella predicazione ovunque fossero chiamati.
La prima a goderne i benefici fu la sua parrocchia di Cannaiola con risultati
superiori ad ogni aspettativa, che confermarono i missionari sulla bontà della
loro iniziativa.
Uno dei grandi desideri dei missionari era la fondazione di ma "Casa
Nazzarena", da costruire accanto al santuario della Madonna della Stella, o
"Maria Auxilium Christianorum", per livere insieme in comunità e fame
il centro propulsore della 10'0 società missionaria, aprendola a corsi di
esercizi spirituali per l clero.
Un primo tentativo non ebbe successo. Il parroco di Cannaiola entò nuovamente
di ricostituire la società nel 1888, nella par'occhia san Filippo Neri di
Spoleto, rimasta vacante. Ritentò ancora nel 1907 nell'ex convento dei
Cappuccini di Trevi, e ancora a Spoleto nel 1914. Ogni tentativo risultò vano,
ma servì a mettere in luce la tenacia e il coraggio dell'umile sacerdote, che
avrebbe sicuramente impresso alla storia della Chiesa un moto di accelerazione
per rinnovare il mondo.
Sviluppo di un piccolo seme
Dopo questa parentesi, torniamo a seguire l'intensa attività del parroco di
Cannaiola. Piantata solidamente l'associazione della sacra Famiglia nella sua
parrocchia, disponendo ora di una sua tipografia, decise di lanciare
l'iniziativa a tutta l'Italia, rivolgendo ai vescovi e ai sacerdoti un caldo
invito perché la diffondessero nelle loro diocesi e parrocchie.
L'appello fu accolto con entusiasmo da cardinali, vescovi e parroci di ogni
regione: centinaia di parrocchie introdussero il culto della sacra Famiglia e si
consacrarono ad essa con particolari funzioni.
Il periodico "L'apostolo della sacra Famiglia" venne sostituito da un
altro dal titolo "La sacra Famiglia", che si diffuse largamente. Il
Bonilli continuò a curarlo personalmente, diffondendolo con l'aiuto degli
"Zelatori Nazzareni", che aveva istituito sull'esempio dei
"Cooperatori salesiani" di don Bosco a Torino..
Il movimento varcò ben presto i confini d'Italia: a Malta nel 1881, nella
Spagna nel 1882 dove, a Barcellona, si decise la costruzione del grandioso
santuario in onore della sacra Famiglia, e in altre nazioni.
"Mentre godiamo di questi progressi in tanti paesi - scriveva don Bonilli
-, ci rammarichiamo come in Italia non si sia fatto ancora nulla. Proponiamo fin
d'ora di dedicarvi almeno una cappella" (da "L'apostolo...", anno
II, n. 16).
In Francia un grande ammiratore del Bonilli, P. Francoz, si accordò con lui per
stampare in francese il suo periodico; il primo numero uscì nel marzo del 1882.
Intanto la tipografia nazzarena sfornava libri e opuscoli per diffondere la
devozione alla sacra Famiglia con un crescendo consolante. Don Bonilli,
instancabile nel suo zelo, tra il 1882 e 1'83 promosse la consacrazione delle
famiglie religiose, invitate a diventare "Guardie nobili" della santa
Famiglia.
- Vi aiuterà - diceva - a rendere più fervorosa la vostra preghiera e la
fedeltà alla vostra vita di consacrati, mentre ci aiuterete a rendere più
efficace e incisivo il nostro apostolato.
Incoraggiò la diffusione di "Biblioteche circolanti" per la
diffusione della buona stampa. Nel 1885 promosse la "Lega spirituale del
clero" e l'anno seguente si propose di consacrare il mondo intero alla
sacra Famiglia, grazie anche all'aiuto del Patriarca di Venezia, che ammirava lo
zelo e le iniziative di questo sacerdote. Ritentò ancora nel 1890. Il suo sogno
venne realizzato dal grande Pontefice Leone XIII, il quale, intuito il bene che
ne poteva venire alla Chiesa, con il Breve "Neminem fugit" del 14
giugno 1892, istituiva a Roma l' "Associazione universale della sacra
Famiglia", alla quale dovevano far capo tutte le associazioni.
Il cardinale vicario Lucido Parocchi, in data 8 gennaio 1893 pubblicava, per
ordine del Papa, le "Regole" da seguire nelle varie associazioni. Lo
stesso Pontefice componeva tre bellissimi inni iry. onore della sacra Famiglia.
Finalmente un Decreto della Congregazione dei Riti, del 4 giugno 1893, approvava
l'ufficio e la Messa propria in onore della sacra Famiglia, fissandone la data
nella terza domenica dopo l'Epifania.
Era il coronamento di quanto aveva ardentemente desiderato il nostro don Pietro,
il quale aveva pregato e fatto pregare, bussando a tante porte e presentando
tante istanze perché fosse istituita questa festa.
- Ora - disse - posso morire in pace. Sono vent'anni che sospiravo questo
momento, prima ancora di iniziare il nostro periodico e la tipografia per
diffondere l'associazione delle famiglie, consacrate alla santa Famiglia. È
sempre stato questo il voto ardente del mio cuore, lo scopo del mio apostolato,
il fine dellemie preghiere. Oh cara e santa Famiglia, io pregusto il tuo trionfo
e mi sento indegno di assistervi; mi basta essere arrivato a questo giorno in
cui il Papa ha decretato la tua festa. Ora posso morire in pace!
Ma il Signore gli riserbava altre mete da raggiungere.
Amare Dio nei poveri
Lo zelo e la carità del parroco di Cannaiola non
poteva limitarsi solo all'apostolato della Parola, alla diffusione di buoni
libri; l'aspetto sociale, l'amore verso i poveri, erano parte integrante del suo
impegno ecclesiale. "Non si ama Dio che non si vede, se non si ama il
fratello che si vede", afferma san Giovanni (4,20) e ancora: "Da
questo vi riconosceranno per miei discepoli, se vi amerete l'un l'altro"
(13,35).
Oltre alla coraggiosa difesa dei diritti dei poveri, agli aiuti materiali che
offriva con generosità a quanti accorrevano a lui, il cuore di don Pietro era
profondamente amareggiato e preoccupato vedendo tanti ragazzi orfani e menomati
che vivevano in condizioni di estrema miseria.
- Il loro stato di abbandono - ripeteva - non ci può lasciare tranquilli. La
scelta dei poveri deve essere la nota dominante della Chiesa, perché è stata
la scelta di Gesù, il suo divin fondatore. Al termine della vita saremo
giudicati sull'amore, esercitato o rifiutato verso i prediletti di Dio!
Ogni sorta di sventure trovava nel suo animo sensibile di padre la massima
disponibilità di soccorso. Già nel luglio 1881 annunciava nel suo periodico di
voler dare vita a un orfanotrofio da collocare accanto alla sua tipografia,
anche per offrire agli orfani la possibilità di apprendere un mestiere.
Ottenuta l'approvazione dell'arcivescovo, lo iniziava nel settembre 1884, con
l'acquisto di una casa e di un piccolo podere annesso. Lo chiamerà
"Orfanotrofio nazzareno".
"L'amore alla sacra Famiglia - scriveva - è per me amore al prossimo,
carità per i derelitti, aiuto agli orfani, zelo per la salute dei più poveri e
abbandonati... Opero con piena fiducia in Dio, sicuro che il Signore non negherà
il suo aiuto a un'opera di così grande carità".
Per far conoscere l'iniziativa ed estendeme il raggio di azione, nel gennaio
1886 iniziava un supplemento mensile al periodico "Sacra Famiglia",
che usciva con il titolo: "Bollettino Nazzareno"; in esso presentò lo
statuto particolareggiato della nuova iniziativa. L'arcivescovo stesso, mons.
Pagliari, ne assumeva il patronato, benedicendo quanti avrebbero collaborato
allo sviluppo della benefica istituzione.
Nel 1886, notando come le fanciulle erano esposte a maggiori pericoli che i
ragazzi, decise di aprire un orfanotrofio femminile. Nei primi mesi dell'87
anche questa istituzione era una realtà: una casa con attività adatte a loro:
taglio, cucito, ricamo, tessitura. . .
- Oltre a sottrarle ai pericoli della strada - diceva -, dobbiamo insegnare loro
un lavoro che le aiuti a guadagnarsi da vivere onestamente.
Tutte queste iniziative incontrarono ostacoli di ogni genere, non solo per la
mancanza di mezzi economici, ma anche per la difficoltà di reperire personale
adatto a dirigerle, senza contare l'ostilità preconcetta di chi avrebbe voluto
che il parroco si fermasse in sacrestia.
Intanto egli andava vagheggiando un' opera anche più impegnativa a favore delle
sordomute povere e delle fanciulle cieche. "Mi pareva - scrisse - che la
sacra Famiglia stessa mi invitasse a occuparmi di queste sventurate, anche più
infelici delle orfane" .
Inviò una circolare a tutti i sindaci dell'Umbria, pregandoli di segnalargli i
casi più pietosi e chiedendo il loro appoggio. La domenica 7 maggio 1893
inaugurò il "Ricovero delle sordomute", con le prime tre ospiti; un
istituto che avrà un lungo cammino e desterà l'ammirazione e la solidarietà
di benefattori illustri e ignoti, per l'altissimo livello raggiunto, non
inferiore ai migliori istituti di quel tempo, usando le più moderne terapie.
Nel 1898 il piccolo istituto di Cannaiola, che viveva tra strettezze e difficoltà,
grazie all'interessamento del conte Paolo Campello e del dottor Domenico
Arcangeli, con l'aiuto anche dell'arcivescovo mons.Pagliari, potè traferirsi a
Spoleto nell'ex convento delle "Convertite". Il Bonilli vi trasferirà
anche la tipografia nazzarena e vi prenderà egli stesso dimora stabile. Il
piccolo seme continuava a germogliare, producendo sempre nuovi frutti di bene.
Apostole della carità
La più grande difficoltà per il parroco di
Cannaiola, quando decise di aprire i suoi ospizi, fu il trovare persone adatte a
dirigere quelle opere. Interpellò diverse congregazioni religiose, ebbe un
lungo carteggio con la nobildonna Costanza Cerioli di Bergamo, disposto a
inviare loro alcune giovani della zona per ricevere una adeguata formazione
prima di rientrare a Cannaiola.
Visto che non otteneva nulla, decise di dare egli stesso vita a una comunità
religiosa, tanto più che il grande progetto missionario della sacra Famiglia
contemplava, accanto ai sacerdoti, anche le suore che si dedicassero alla
evangelizzazione del popolo.
Aprendo l'orfanotrofio femminile nel 1887, ne affidò la gestione ad alcune
giovani di buona volontà che era andato scegliendo e formando egli stesso
all'apostolato. Era il primo nucleo delle "Suore della sacra
Famiglia". Nel maggio dell'88, celebrando il primo anniversario
dell'apertura dell'ospizio, scriverà: "Celebreremo questa data con la
solenne consacrazione di alcune giovani che, abbandonate le vanità del mondo,
affrontando molti sacrifici, si consacreranno a Dio per dedicarsi all'
educazione delle orfane" (Dal "Bollettino Nazzareno", marzoaprile
1888, p. 5).
Fu lo stesso arcivescovo mons. Pagliari a imporre l'abito religioso la domenica
13 maggio alle prime quattro volontarie, rivolgendo loro un'affettuosa
allocuzione, commentando la parabola delle vergini prudenti.
Immensa la gioia del Bonilli, anche se ora arrivavano per lui nuove
preoccupazioni per formarle allo spirito di rinuncia e sacrificio che comporta
la vita religiosa. A questo si devono aggiungere le grandi difficoltà di
carattere finanziario in cui si dibatteva l'istituto, al punto che mancava
sovente il necessario per soddisfare l'appetito sempre gagliardo di tante
bocche.
Si trovò costretto, anche se a malincuore, a mandarle qualche volta a mendicare
viveri dai contadini. Verso la fine dell'88 si aggiunsero altre due postulanti,
per cui poteva aprire nei primi mesi dell'89 una seconda casa a Trevi,
nell'ospedale della città.
- Sono contento - diceva - che le nostre suore possano occuparsi degli infermi.
Curare i malati è una delle opere di misericordia tanto raccomandate dalla
Chiesa. Gesù andava incontro a tutte le sofferenze dell'uomo, essi sono i
parafulmini della società.
Nel 1890, festa della sacra Famiglia, l'arcivescovo imponeva l'abito religioso a
tre altre postulanti. Le vocazioni continuarono a susseguirsi a un ritmo
costante e gli davano la possibilità di aprire anche l'istituto per sordomute,
affidando alle suore questo nuovo e più delicato compito. Intanto pensava anche
a un'opera per le cieche.
Tra il 1892 e il 1896 poté aprire varie case in diverse parti d'Italia, dalla
Sicilia alla Lombardia. L'afflusso di tante anime generose gli permetteva di
dare inizio nel 1897 a un noviziato regolare.
Il buon padre seguiva attentamente queste sue figlie, formandole con accurate
istruzioni e con una sicura direzione spirituale. Si premurava anche di
compilare le "Regole", che l'arcivescovo approvava nel 1897 "ad
experimentum" per un triennio, rinnovato negli anni successivi. Ottenuta
l'approvazione della Congregazione dei religiosi, con opportune modifiche
suggerite dai consultori, le stampò nella sua tipografia con il titolo
"Costituzioni del pio istituto della sacra Famiglia".
L'8 marzo 1911 san Pio X concedeva all'istituto il "Decretum laudis",
per cui la congregazione passava direttamente sotto la giurisdizione della santa
Sede. Il Bonilli presentò ufficialmente le regole approvate a Spoleto, dove
aveva trasferito la casa madre, il 21 giugno 1913, con questa esortazione:
- Leggetele, meditatele, mettetele in pratica: esse vi condurranno in Paradiso
ricche di meriti.
L'approvazione definitiva venne concessa il lO giugno 1932. Era il suggello di
un lungo cammino con cui il Pontefice dava un degno riconoscimento all'opera del
Bonilli: una vita tutta consacrata all'amore!
Doloroso distacco
Trasferite le sue opere a Spoleto, si rendeva
necessario che anche il fondatore prendesse dimora in quella città, per
continuare la formazione dei suoi collaboratori e la direzione delle varie
attività nel campo editoriale e caritativo.
Amici e ammiratori pregarono l'arcivescovo perché lo nominasse canonico
penitenziere della cattedrale, offrendogli quindi un preciso incarico per
giustificare il richiamo da Cannaiola. La nomina reca la data del 28 marzo 1897,
ma la partenza da Cannaiola fu rimandata al settembre dell'anno seguente. La
permanenza del Bonilli in parrocchia era durata ben 34 anni!
Grande il suo dispiacere nel doversi separare da quella comunità, dove per
tanti anni aveva profuso i tesori di pastore, tutto proteso al bene dei fedeli
che Dio gli aveva affidato. Ne sentiamo gli echi nella lettera di commiato
scritta ai suoi parrocchiani. Ne presentiamo qualche stralcio perché è un
documento di altissimo valore morale e religioso, dal quale traspare la
profondità di un animo sacerdotale, tutto proteso al bene delle anime,
profondamente innamorato della missione affidatagli.
"Il momento doloroso è giunto! Ho aspettato, ho differito, tanto mi
tormentava dirvelo, ma,ora conviene purtroppo separarci, bisogna direi addio:
parola triste, parola lugubre e desolante, ma bisogna dirla. Dunque addio,
addio! Questo amaro giorno di separazione mi opprime tanto più il cuore, quanto
fu lieto e festevole il mio ingresso in questa parrocchia...". Ricorda con
grande gioia quel giorno indimenticabile e prosegue, rivolgendo il primo
pensiero alla chiesa: "Addio mia cara e bella chiesa! Non ti trovai così
quando venni; fosti il mio primo pensiero e intorno a te lavorai e sudai molti
anni. Con la vostra cooperazione riuscii a renderla meno indegna di quel Dio che
accoglie. Quante memorie mi susciti, mia cara chiesa! Quanti sospiri e lacrime
sparsi tra le tue mura nelle grandi sventure che mi colpirono!_"
Rivolge un pensiero anche al cimitero, che aveva fatto costruire, dove riposano
tante persone care: "Addio anche al camposanto. Tu conservi le ceneri di
mio padre, di mia madre, di centinaia dei miei parrocchiani che io stesso
accompagnai all' estrema dimora. Oh quanto anche tu mi sei caro! Prima di
partire voglio venire tra le tue mura e, prostrato davanti alle tue croci,
implorare l'eterna pace dei giusti e di, tutti quelli che in te trovano onorata
sepoltura.
Addio dunque ai vivi e addio ai morti! La commozione mi fa morire in gola la
voce, ma voglio sforzarmi per dirvi ancora una parola. lo vi amai tutti, piccoli
e grandi, poveri e ricchi; non offesi nessuno: a tutti, secondo quanto potei
feci del bene; tuttavia se, senza mia colpa, avessi offeso qualcuno, gliene
chiedo umilmente perdono. Certo che guardando al formidabile ministero compiuto
tra voi in questi 34 anni, potrò forse dire di non aver mancato mai? Oh, no,
purtroppo, mi prostro nella polvere e dinanzi a Dio grido: Signore, abbi pietà
di me, perdonami se non ti ho servito con quella perfezione che dovevo, se non
ho custodito bene le anime che mi hai affidato... lo parto ma il mio cuore
rimane tra voi; quell'affetto che Dio stesso mi accese in cuore per voi, perché
siete tutti miei figli secondo lo spirito, non si estinguerà mai!".
La lettera si chiude con una serie di ricordi, quasi volesse continuare a vivere
tra loro: è il suo testamento spirituale, in cui esorta a essere fedeli a quei
valori e a quelle pratiche religiose che aveva inculcato loro durante tutti gli
anni del suo intenso ministero pastorale.
Raccomanda l'amore alla sacra Famiglia, la modestia ai giovani "per
crescere come fiori graditi a Dio, onore e sostegno del proprio paese"; la
pia unione delle Figlie di Maria; la pietà Eucaristica come "la massima
tra tutte le devozioni"; invita a fuggire il turpiloquio e la bestemmia;
infine il culto verso i defunti, mediante abbondanti e generosi suffragi.
"Questi brevi ricordi nel dirvi addio, sono dettati dall'amore che vi porto
e non hanno altra mira che la vostra felicità" (Fausti o.c.,pp . 129-132).
Meritati riconoscimenti
Quando il Bonilli si trasferì a Spoleto aveva
solo 57 anni. Malgrado le fatiche e gli strapazzi dei lunghi anni di apostolato,
si sentiva ancora pieno di energie per continuare e ampliare gli orizzonti del
suo apostolato.
Le suore della sacra Famiglia e l'Istituto Nazzareno furono oggetto delle sue
cure più assidue, pur senza trascurare gli impegni di penitenziere, che lo
videro sempre puntuale al confessionale in cattedrale a dispensare il perdono
divino ai molti penitenti che accorrevano a lui.
L'arcivescovo, mons. Pagliari, nel 189910 nominava anche amministratore del
seminario, e il suo successore, mons. Serafini, nel 1905 lo volle rettore del
seminario stesso, carica che tenne per quattro anni con grande soddisfazione di
tutti. I giovani seminaristi trovarono in lui un maestro ricco di sapienza ed
esperIenza.
Nel 1912 l'arcivescovo, nominato assessore della Congregazione del S. Ufficio,
dovette rinunciare alla sede metropolitana di Spoleto. Il Capitolo tentò allora
di eleggere alla carica di Vicario capitolare il Bonilli, in attesa che il Papa
nominasse il successore dell'arcivescovo. Ma egli pregò e scongiurò di
esimerlo dalla carica.
- Confratelli, vi prego caldamente, se mi volete bene, eleggete un sacerdote più
capace e più degno di me. lo sono un povero prete di campagna, già impegnato
in tante attività che assorbono tutto il mio tempo.
Fu esaudito, per cui poté continuare a occuparsi delle sue Opere e delle molte
comunità religiose della città che ricorrevano al suo ministero.
Promosse con ogni mezzo il culto e l'amore verso la sacra Famiglia, tema
dominante di tutto il suo apostolato, celebrandone solennemente le feste in
tutte le parrocchie e nelle comunitàreligiose.
La stima e la venerazione di cui era circondato conducevano continuamente da
ogni parte d'Italia persone di ogni ceto sociale all'Istituto Nazzareno, bramose
di conoscere, parlare, ricevere una benedizione dal fondatore che molti
stimavano un santo autentico. Unico a dispiacersi di tanta stima era proprio
lui, che amava il nascondimento.
- Sono un povero uomo - andava ripetendo -, un peccatore bisognoso di perdono e
di misericordia. Se mi volete bene, pregate per me perché possa salvarmi!
- Visitato da illustri personalità del clero e del laicato si sentiva umiliato:
- Quanta degnazione e bontà verso un povero prete. Se mi conoscessero bene
penserebbero e parlerebbero diversamente. Non sono nulla e non conto nulla!
A sua insaputa e contro la sua volontà, il 25 gennaio 1908 venne nominato
"Cameriere soprannumerario di sua santità Pio X", che gli dava il
diritto di fregiarsi del titolo di monsignore.
Un decreto reale del 27 ottobre 1930 lo nominò "Cavaliere della Corona
d'Italia", onorificenza di cui non amava sentir parlare e tanto meno
portare le insegne.
Nel 1913 celebrava le sue nozze d'oro sacerdotali e ancora il sessantesimo nel
1923 e il settantesimo nel 1933, feste accuratamente preparate all 'insaputa
dell 'interessato e celebrate con grande solennità all'Istituto Nazzareno,
presenti le massime autorità.
Sempre schivo di lodi e ringraziamenti, si commoveva profondamente per queste
manifestazioni di stima e affetto.
- lo non merito nulla - ripeteva -. Ho solo cercato di compiere il mio dovere,
di fare un po' di bene, con l'aiuto di Dio e della Madonna. Al Signore e solo a
lui ogni gloria e onore.
- Se Dio avesse trovato una persona più povera di me, più incapace, chissà
quali grandi opere avrebbe realizzate per la sua Chiesa. Noi siamo solo poveri
strumenti nelle mani dell' Artefice divino, che sceglie le creature meno adatte,
perché risplenda il suo potere e amore infinito.
Poteva così toccare con mano quanto afferma la Scrittura: "Chi si umilia,
sarà esaltato" (Luca 14, Il) e "I giusti splenderanno come stelle
fulgidissime nel firmamento" (Sapienza 3,7).
Tramonto di luce
Ma ormai anche la giornata dell'infaticabile
apostolo volgeva al tramonto. Verso gli ottant'anni le forze cominciarono a
declinare, pur mantenendo lucidissima la mente: un dono prezioso che Dio
concesse al suo servo buono e fedele che aveva speso tutta la vita per
diffondere il messaggio dell' amore.
Costretto a concedersi un po' di riposo, ebbe l'assistenza assidua, premurosa
delle sue figlie spirituali, che si prodigheranno per prolungare l'esistenza del
santo vegliardo, fino all'eccezionale età di 94 anni. Chiuso nel suo istituto,
continuava ad accogliere, con la bontà e disponibilità di sempre, quanti
accorrevano a lui per consiglio, per aiuto, per implorare il perdono di Dio, o
anche solo per avere la sua benedizione.
Suore e novizie soprattutto approfittavano della sua presenza e della sua parola
per imbeversi del suo spirito. Tema dominante era sempre la devozione,
l'imitazione della sacra Famiglia. Un giorno, rivolgendosi dalla finestra della
sua cameretta alle novizie raccolte in cortile, additando loro la statua di san
Giuseppe:
- Ecco - disse - il mio protettore! Vedete, quando mi presenterò al tribunale
di Dio dovrò dire: "Signore, non ho fatto nulla di buono nella vita e non
merito il Paradiso, ma ho molto amato e onorato il vostro padre putativo e l'ho
fatto conoscere e amare da tante persone, anche dalle mie novizie". Sono
sicuro che il Signore mi risponderà: "Va bene, poiché hai interposto la
protezione di san Giuseppe che può tutto, ti accoglierò in Paradiso!".
Il Signore concesse eccezionale longevità al Bonilli per arricchirlo di meriti
con le molte sofferenze fisiche che santificarono i suoi ultimi anni.
A 88 anni, colpito da dolori lancinanti, dovette sottoporsi a un intervento
chirurgico all'ospedale civile, da cui tornò miracolosamente guarito. Poco dopo
cominciò il martirio di una cecità progressiva: il male contro cui aveva tanto
lottato a favore di innocenti creature private del dono della vista. Continuò a
peggiorare tanto che non poté più distinguere gli oggetti.
- Non riesco neppure a vedere le vostre persone - diceva alle Figlie che
andavano a visitarlo -. Se non vi riconoscessi dalla voce dovrei chiedere chi
siete.
Sentiva dolorosamente questa menomazione che lo privava della gioia di leggere,
immergendolo a poco a poco nella più assoluta oscurità, tanto da chiedere:
- Pregate il Signore perché mi chiami a sé. Che faccio ancora qui alla mia età:
non vedo più nulla, non ricordo nulla, non sono capace di nulla!
Grande consolazione poter ancora celebrare la santa Messa.
- Che sarebbe un sacerdote - diceva - senza poter celebrare? Questa è la nostra
gioia e forza più grande che ci sostiene nelle prove.
Anche così malato continuava a esercitare il ministero della confessione.
"Cosa davvero mirabile - scrive il suo primo biografo - negli ultimi mesi
era così smemorato da dover ripetere più volte la stessa domanda, ma quando
confessava diventava un altro: ascoltava, faceva qualche domanda, e terminava
con brevi esortazioni sempre nuove e appropriate" (FAUSTI, o.c., p. 370).
Trascorse gli ultimi mesi sempre tra la vita e la morte.
- Sto per andarmene - diceva ai visitatori -; sia sempre benedetto il nome del
Signore! Ora ho terminato il viaggio, pregate per me!
Disteso sul divano, con la corona del Rosario tra le mani, trascorreva le
giornate pregando. La febbre intanto consumava le sue ultime energie. Ebbe la
visita del nuovo arcivescovo di Spoleto, mons. Pietro Tagliapietra, al quale
raccomandò con voce flebile il suo istituto, le sue Figlie, le sue Opere.
Il 31 dicembre 1934 fece la sua ultima confessione con perfetta lucidità; il
giorno seguente chiese di ricevere l'Unzione degli infermi, seguendo
attentamente tutte le fasi del rito e la benedizione apostolica. Volle poi
ringraziare e benedire tutti i presenti, le Figlie vicine e lontane, le varie
Opere che aveva fondato.
Verso le 8 del mattino del 5 gennaio 1935, vigilia dell'Epifania,
all'invocazione dei presenti: "Gesù, Giuseppe e Maria spiri in pace con
voi l'anima mia", il suo spirito volava all'incontro con le tre sante
Persone, che tanto aveva amato e onorato durante tutta la vita.
Il suo carisma
I santi sono i veri e grandi protagonisti della
storia, pionieri della marcia in avanti, protesi a migliorare il mondo.
Generalmente ognuno di loro si è lasciato guidare da un "carisma
particolare", un'idea madre, diventata forza ispiratrice della sua vita e
della sua attività.
Il movente orientativo della dinamica attività di don Pietro Bonilli è stato
il culto verso la sacra Famiglia, inteso non come semplice devozione, ma
soprattutto come imitazione.
- La vera devozione - soleva dire -, consiste nell'imitare questi modelli che
Dio stesso ha offerto all'umanità.
La famiglia è la sorgente della vita, il primo e insostituibile elemento di
formazione umana e cristiana. Le parole e soprattutto la testimonianza di fede e
di vita dei genitori lasciano un'impronta determinante nelle nuove generazioni.
Nessuno di noi sarebbe quello che è, se non fosse nato e cresciuto in quella
data famiglia.
Il Bonilli, ispirato e guidato dallo Spirito, ha messo in giusta luce
l'efficacia educatrice che proviene per genitori e figli dalle tre persone che
compongono la più perfetta famiglia; imitarle è un mezzo sicuro per rinnovare
la società.
"Per me - scriveva - la santa Famiglia di Nazaret è segno di civiltà,
progresso, fratellanza universale, pace e felicità temporale ed eterna".
Questa intuizione, avuta ancora giovanissimo alla scuola del Pieri, lo portò a
intraprendere coraggiose iniziative, superando incomprensioni, difficoltà,
contrasti di ogni genere, sostenuto da una fede incrollabile, vissuta nella
carità più operosa, come abbiamo visto nelle pagine precedenti.
Nato povero, vissuto sempre tra grandi ristrettezze, fino a trovarsi talvolta
privo del necessario, coltivò sempre una spiccata preferenza verso i poveri, i
sofferenti, gli emarginati, ai quali aprì le sue case.
- Sono i prediletti di Dio - diceva alle sue religiose -, li dobbiamo amare e
servire come i nostri padroni. In ognuno di questi derelitti la fede ci aiuta a
vedere il volto stesso di Dio, il divino fratello Gesù, che durante i trent'anni
di Nazaret si è immerso nella nostra condizione, scegliendo di nascere in una
grotta abbandonata e morire nudo sulla croce.
- Gesù è nato povero, è vissuto povero, fino a poter affermare: "Le
volpi hanno una tana, gli uccelli un nido, il Figlio di Dio non ha una pietra
dove posare il capo" (Matteo 8,20). Le sue scelte devono essere le nostre.
Sull'esempio della sacra Famiglia si sforzò di vivere costantemente la
radicalità delle Beatitudini evangeliche per raggiungere il traguardo luminoso
della santità.
Verso la meta radiosa
Ma tentiamo di penetrare più profondamente lo
spirito di questo infaticabile apostolo. Ce lo permettono le pagine del
"Diario", in cui annota gli avvenimenti più importanti della sua
attività e fissa gli aneliti più profondi del suo animo.
Il fine a cui mirava costantemente era la santità, meta comune a ogni
cristiano, ma un impegno anche più esplicito per un sacerdote, chiamato da una
particolare vocazione a santificare quanti gli sono affidati.
- Se un sacerdote non è santo - scriveva -, non serve a nulla. Devo essere
santo a ogni costo. Il sacerdote deve essere un altro Cristo: "Siate
perfetti come il Padre vostro nei cieli", ha detto Gesù (Matteo 5,48).
- La fecondità del nostro apostolato è proporzionale non alle parole che
diciamo o alle opere che facciamo, ma alla vita che conduciamo. Il nostro unico
modello è Gesù: "lo vi ho dato l'esempio perché quello che ho fatto, lo
facciate anche voi" (Giovanni 13,15).
La sua vita è stata un'ascesi continua, attuata giorno dopo giorno, alimentata
da una profonda pietà eucaristica e mariana, con la preghiera assidua e la
pratica di ogni virtù in grado superlativo.
Entrando parroco a Cannaiola chiede la grazia "di essere un parroco santo,
per santificare tutti i suoi abitanti".
La celebrazione della Messa era il momento centrale della sua giornata.
- È il nostro paradiso - diceva -, qui attingiamo le energie necessarie per
compiere fino in fondo il nostro dovere e donarci agli altri.
- Noi sacerdoti dobbiamo essere il "sale della terra", la "luce
del mondo", come ha detto Gesù; ma solo in continua comunione con lui
potremo realizzare la missione che ci ha affidato, restare fedeli alla nostra
vocazione.
Uomo di azione, non tralasciò mai di dedicare molto tempo alla preghiera. Come
il curato d'Ars, che aveva scelto per modello, sapeva che le anime si salvano in
ginocchio. "Preghiera e sacrificio sono i mezzi con i quali Gesù ha
salvato il mondo".
Per lui non c'era dicotomia tra azione e contemplazione, anzi si integravano a
vicenda: la preghiera è lavoro, il lavoro e preghiera!
- È Dio che fa tutto - ripeteva spesso -. Noi siamo solo servi inutili!
Preghiera e sacrificio sono stati l'alimento costante della sua carità verso
tutti, con una spiccata preferenza "verso i più poveri, i più
abbandonati, i più sventurati" dei quali si sentiva "padre" nel
senso più vero della parola.
La sua era una carità senza confini: si preoccupava di ogni persona,
dimenticando solo se stesso. Nessuno bussava alla sua porta senza riceverne un
aiuto, non fosse altro che una parola di conforto e incoraggiamento.
Nel suo amore per la salvezza dei fratelli avrebbe voluto abbracciare il mondo
intero: "Vorrei sanare ogni piaga - scriveva -, asciugare ogni lacrima,
consolare ogni cuore".
Ben si può applicare al Bonilli ciò che si dice di san Paolo: "Il suo
cuore era il cuore di Cristo!".
Rivive nelle figlie
La congregazione delle "Suore della sacra
Famiglia" è nata, come tutte le altre iniziative, dal suo amore verso la
santa Famiglia.
"Essa non solo esprime ciò che vi è di più grande, eccelso, potente e
amabile nel mondo, ma implica amore verso il prossimo, carità verso i
derelitti, zelo per la salute delle anime" (La Sacra Famiglia, n. 15, otto
1885).
Quando volle attuare il disegno di aprire un'opera per andare incontro alle
sofferenze dei più poveri e indifesi: orfani, ciechi, sordomuti, dopo aver
bussato invano a tante porte, decise di dare vita a una sua famiglia religiosa,
capace di recepire le sue istanze e condividerne gli ideali, come abbiamo visto.
Tracciò per esse un regolamento che possiamo riassumere in tre punti:
l. Amore verso il prossimo, 'vissuto nella carità più generosa per i più
poveri, con opere di assistenza ed educazione.
2. Zelo per la salvezza di tutti gli uomini, diffondendo nel mondo, con ogni
mezzo, il messaggio della salvezza.
3. Costante impegno per migliorare la società, mediante una intensa attività
pastorale impostata sulla famiglia.
Povertà, umiltà, spirito di mortificazione e sacrificio fino all'eroismo,
contraddistinguono la vita delle religiose della sacra Famiglia, che
"devono essere permeate da una carità senza limiti verso tutti, alimentata
da una profonda unione con Dio, scopo primario della vocazione religiosa".
- Il servizio al prossimo - esortava - non deve mai distoglierci dal
raccoglimento. La preghiera deve occupare sempre il primo posto, anche se
immersi nel più intenso lavoro a servizio degli altri. L'azione deve sempre
coniugarsi con la contemplazione.
"Nella meditazione degli esempi della Famiglia di Nazaret le suore
troveranno la forza di vivere il servizio apostolico fino alle estreme
conseguenze".
Egli volle per le sue suore un'adeguata preparazione e qualificazione
professionale, perché potessero esercitare con competenza i vari uffici lor6
affidati. Per un apostolato così impegnativo, particolarmente la cura degli
handicappati, esigeva accurati corsi di studio. Per questo i suoi istituti hanno
sempre ottenuto risultati superiori a quelli dei più qualificati affidati a
enti governativi.
Sono ormai trascorsi quasi cent' anni dalla nascita di questa Famiglia, che,
fedele al progetto del fondatore e agli impulsi dello Spirito, ha allargato
costantemente il suo campo di apostolato, fino alle lontane terre dell' Africa e
dell' America.
Dal cielo il beato Bonilli veglia e sorride a queste sue figlie che continuano a
incarnare e a diffondere il suo messaggio di amore.