Una giovinezza di luce
Beata TERESA MANGANIELLO
P. ANTONIO M. DI MONDA OFM Conv.
Alle Suore Francescane Immacolatine alle Terziarie Francescane ai giovani tutti dal cuore fervido e generoso queste pagine che ripresentano una linpida loro gloria e un incomparabile modello.e ideale di vita.
L'Arcivescovo incoraggia e benedice!...
Teresa Manganiello (Montefusco 1849-1876) fu un'umile giovane appartenente a una famiglia costretta a vivere in condizione di sottosviluppo, ma pervasa da un'atmosfera di rettitudine e di rassegnazione. Nella sua breve vita, apparentemente insignificante e del tutto povera di avvenimenti esteriori, contano solo le due date estreme: nascita e morte! Pure è stata contrassegnata da una fede granitica che le permise di affrontare la penosa fatica quotidiana e il martirio della fase finale in perfetta letizia.
Analfabeta, divenne sapiente della saggezza delle anime sante e attinse le Sue virtù edificanti alle sorgive più vive della pietà cristiana: la devozione al Crocifisso, all'Eucarestia e all'Immacolata, a cui sovente rivolgeva la bella preghiera «Mamma bella fate che non entri in me quello che Gesù non vuole».
La sua santità fiorì all'ombra e nella segretezza, senza ricorrere a imprese clamorose, tra incomprensioni e contumelie. L'incanto della regola francescana l'indusse ad essere terziaria con il nome di Maria Luisa, sotto la guida del cappuccino p. Ludovico Acernese, e rinunciò a realizzare la propria esigenza di Assoluto tra le Suore di p. Ludovico da Casoria a favore di una sorella; ne visse, invece, la radicalità senza allontanarsi dalle condizioni di un'esistenza casalinga e rurale, convintissima di aver scelto «uno Sposo da fare invidia a tutti».
La sua giornata fu un continuo purificarsi nel passare senza turbamento dalla preghiera e dalle mortificazioni alle opere semplici e necessarie, alla condizione della sua casa, con il cuore sempre pieno dell'amore di Dio e del prossimo e la volontà decisa di espiazione congiunta alla Passione del Signore.
La sua figura è il germe che ispirò, dopo la sua morte, la nascita dell'Istituto delle Suore Francescane Immacolatine a Pietradefusi, da parte del suo direttore spirituale p. Acernese, e infonde serenità e speranze per la purezza del suo cuore e il suo farsi piccola per il Regno di Dio. Senza alcun dubbio, va oltre il suo secolo come generosa e autentica testimonianza degli ideali evangelici vissuti e sofferti con costante sottomissione alla volontà di Dio.
Il caro p. Antonio M. Di Monda, religioso conventuale, apprezzato docente di teologia dommatica presso lo Studio Teologico «Madonna delle Grazie» del nostro Seminario, reca un contributo di rilievo, con la trasparenza della Sua felice riflessione, sull'avventura mistica, così densa di fascino, della giovane Manganiello e recupera generosamente memorie che interpellano la gioventù dei nostri giorni sui valori indistruttibili dello spirito, onde si possa costruire un migliore avvenire.
Auguro che l'intera nostra Chiesa Beneventana, già toccata dalla grazia per la vita eroica della giovane Teresa Manganiello, continui a crescere nella consapevolezza di essere depositaria del suo carisma, vissuto e celebrato nella vita religiosa delle ottime Suore Francescane macolatine. Auguro che la presente biografia trovi accoglienza, soprattutto, tra i giovani, vere peranze di questa nostra Comunità, e che quanto prima il Calendario dell'Arcidiocesi si possa arricchire per la celebrazione in onore della prima donna di questa terra elevata agli onori dell'altare.
Benedico con affetto tutti coloro che si avvicineranno a queste pagine col desiderio di crescere nella conoscenza del Vangelo, attualizzato e ripresentato a noi nella vita della Serva di Dio Teresa Manganiello.
«Sia per amore di Dio!»
Benevento, 15 ottobre 1990
+ CARLO MINCHIATTI
Arcivescovo Metropolita
PREFAZIONE
"Ogni scriba divenuto dotto del regno dei cieli è simile ad un padre di famiglia, che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche" (Mt 13,52)
Mi pare che ben si addica questa massima evangelica al libro uscito dalla penna feconda del noto scritore francescano Padre Antonio Di Monda, che ho il piacere di presentare. Nello scorre e le pagine del volume, che ricostruisce su fonti storiche di prima mano e perciò attendibilissime, le linee essenziali della vita e della personalità umana religiosa di una giovane della verde Irpinia, TERESA MANGANIELLO, si coglie molto bene questo duplice sapore dell'antico e del nuovo.
Il Padre Di Monda ha veramente estratto dal suo già pingue tesoro di produzione teologica una cosa, che possiamo considerare antica per due ragioni. Prima di tutto, perché la giovane di Montefusco è vissuta in un arco di tempo già abbastanza lontano dal nostro: la seconda metà del secolo scorso (1849-1876). E poi anche perché effettivamente le fonti informative e descrittive della vicenda terrena di Teresa Manganiello erano rimaste nascoste e sepolte nel tempo e dal. tempo, e non è sembrato conveniente farne una ristampa così com'erano con lo stile oramai troppo lontano dalla sensibiltà e dal gusto dei giorni nostri. E, quindi, in un certo senso, il Padre Antonio Di Monda ha letteralmente "estratto" dai penetrali del tempo passato la figura di Teresa Manganiello, morta nel 1876 a soli 27 anni di età.
Con la rielaborazione e, per così dire, rivivificazione delle fonti storiche l'autore ci ha poi fatto dono di una cosa nuova, descrivendoci in una serie di capitoli i vari aspetti della vita, della personalità, della perfezione e santità di Teresa, il cui stile di vita non finisce di stupire per la straordinaria dedizione ai valori assoluti e trascendenti, che fanno di lei una degnissima emula di figure di donne già canonizzate dalla Chiesa per l'eccellenza delle virtù.
Scorrendo le pagine del volumetto, che segnalo con intento di servizio pastorale alla gioventù Irpina e Sannita ed alle famiglie cristiane in genere, mi auguro che più di qualcuno, giovane o adulto, laico o ecclesiastico, respiri nello stile di vita di Teresa Manganiello, figlia di contadini, una ventata di autentica novità. Non può, infatti, non apparire straordinariamente nuovo lo stile di vita di Teresa, giovane bella e piena di vita, se viene raffrontato con il clima edonistico e spesso diciamolo pure, superficiale ed egoistico assai diffuso al giorno d'oggi.
È auspicabile, pertanto, che queste pagine biografiche, vere ed autentiche, siano veicolo di fermenti di idee, tanto antiche e sempre nuove, e trovino accoglienza fra la nostra gente, che, se distratta ed abbagliata da accecanti ideali di pseudoprogresso, sente nondimeno ancora il bisogno di ideali profondi e sublimi capaci di riempire e di nobilitare la vita.
Teresa Manganiello, fiore di autentica bellezza fisica e soprattutto di fascino spirituale, nelle sue scarne risorse culturali - non andò mai a scuola, come tante altre ragazze del suo tempo - ci si rivela nelle pagine di Padre Di Monda come una di quelle vergini sagge del vangelo, che portò sempre pronta con sé la lampada della fede limentata dall'olio di un amore a Dio ed al prossimo fino alle forme più alte di immolazione e di sofferenze cercate o accettate con una ilarità di cuore da mozzare il fiato.
In un tempo come il nostro, nel quale l'uomo è posto, forse con troppa frequenza e non sempre nella giusta luce, al centro della vita e della realtà, questa fanciulla contadina, palesemente ripiena di sapienza divina, dice con impressionante e letificante riscoperta che Dio - e Dio soltanto - è il vero assoluto, al Quale l'uomo può e deve fare omaggio di tutto il suo essere.
Possa la lettura di queste pagine biografiche costituire un veicolo di freschezza e di autentica novità cristiana fra la gioventù specialmente dell'Irpinia e del Sannio, che possono vantare di possedere in lei un frutto eccellente e squisito di grazia e di santità, nato, cresciuto e maturato fra la loro gente.
Mons. Luigi Porsi
Referente storico per le Cause dei Santi
INTRODUZIONE
Teresa Manganiello - conosciuta anche come sorella Maria Luisa, dal nome preso nella Fraternità del Terz'Ordine Francescano, cui appartenne - è una ragazza del popolo, analfabeta, ma semplice e limpida come una goccia cristallina, che vive la sua breve ma intensissima giornata nella gioia e nella poesia di un amore supremo. Giovane nel senso più pieno e più bello della parola, addita soprattutto ai giovani le vette che rendono grande e danno valore alla vita. Giovani come Teresa commuovono, esaltano e fanno pregustare la vera poesia della vita.
E, tuttavia, Teresa potrebbe, anche, far paura proprio ai giovani: come conciliare, infatti, l'ansia frenetica di godimento di questi con quella febbre, quasi, di Teresa, di patimenti e di penitenze?...
L'età giovanile, che sente prepotente, quasi come seconda natura, il richiamo al piacere, anche quello proibito, potrà mai accettare una vita così aspra e quasi assurda, come quella di Teresa, senza appannare del tutto il suo bel cielo, carico sempre di azzurro e di infinito?... Certo. Quella di Teresa non si direbbe una giovinezza, se la sua vita non sprizzasse letteralmente gioia, amore e felicità da tutti i pori. In realtà e. proprio questa la giovinezza: quella che ama e si dona, quella che scopre e si incanta. Una giovinezza, pulsante di vita più che per gli anni freschi, per l'opera dello Spirito Santo. Teresa e appunto una autentica meraviglia dello Spirito Santo Amore, che spira dove vuole e ovunque Gli aggrada.
Come capire, allora, il mistero di questa giovinezza?... I santi, pur essendo esseri concretissimi che si muovono in contesti di vita, comuni ai più, ragionano però e operano nella logica e nell'ottica dell'amore. Sono essi che sanno andare fino in fondo e tirare tutte le conclusioni da certe premesse. Il contrasto, perciò, tra essi e il mondo è tutto qui. O, se si vuole il contrasto è tra la logica di un tipo di amore e la logica di un altro tipo. Anche il mondo riesce a fare tutti i sacrifici, per es., pur di arrivare a possedere ciò che ama. Ma non capisce più quando questo stesso atteggiamento è adottato nei riguardi di Dio. Non capisce, non vuole capire che non solo Dio è l'unico valore degno veramente di amore, ma che solo Dio va amato, come preciso e fondamentale dovere di vita, con tutte le forze e con tutta l'anima.
Chi ama non fatica e quasi non soffre, la fatica stessa e la sofferenza è amata.
La vita di Teresa va guardata e capita proprio in questa ottica. Ai giovani, specialmente, che più degli altri sentono il richiamo della vita; e sentono prepotente il bisogno di godere, la vita aspra e penitente di Teresa può apparire, ripetiamo, un assurdo, un'offesa alla vita. Ma se si pensa che, in lei, tutto è amore, e tutto è voluto per un amore eroico, e che, proprio per quest’amore, la giovinezza, in lei, cantava realmente un magnifico inno alla vita, nulla più può atterrire. L'amore, sotto qualsiasi forma, operi e si presenti è sempre affascinante poesia divina.
Quanto qui è presentato è storia autentica, non finzione o costruzione di fantasia, non essendo che testimonianza scritta del suo confessore o di chi fu testimone oculare. Testimonianza resa possibile per la chiara e ripetuta permissione di Teresa stessa a rivelare quanto fosse ritenuto utile.
Il redattore, perciò, delle pagine che seguono, non ha fatto altro che rielaborare e presentare, magari, in una sintesi e in uno stile più confacente - si spera - ai gusti letterari di oggi, i due volumetti del P. Ludovico Acernese e del P. Giancrisostomo da Dentecane, e cioè rispettivamente: Cenni biografici della Sorella Maria Luisa e L'Apologia della virtù cristiana o Suor Maria Luisa Manganiello, Terziaria Francescana di Montefusco.
Egli si augura soltanto che una cosi splendida e luminosa figura di giovane non solo venga alla piena luce del giorno, per la gioia e l'edificazione della Chiesa e, in particolare, della Congregazione delle Suore Francescane Immacolatine, a cui essa appartiene, per tanti motivi; ma che divenga, per tante giovani donne, soprattutto, una guida e modello di vita, comunicando loro un acceso e purissimo desiderio di vette e la fame dell'infinito. In fondo, è proprio questo che dà senso e bellezza alla vita degli uomini!
1. La "corsa" di un'anima gigante
Teresa Manganiello nacque a Montefusco (Av), il 1° gennaio 1849, in una casa colonica, non lontana dal convento dei Padri Cappuccini di S. Egidio, da Romualdo e Rosaria Lepore, pii e onesti contadini della parrocchia di S. Maria della Piazza.
Battezzata nello stesso giorno, le fu imposto il nome di Teresa. In un ambiente, fisicamente e moralmente sano, e tra insegnamenti morali essenziali e sostanziosi, Teresa conoscerà, presto, sotto la guida e la spinta dello Spirito Santo, una crescita spirituale rigogliosa.
Nostalgia di vette
Col passar degli anni,Teresa diverrà assidua frequentatrice della Chiesa dei suddetti Padri Cappuccini. Vi conoscerà, qui, soprattutto, il P. Ludovico Acernese di Pietradefusi, attivo apostolo del Terz'Ordine francescano, che diverrà presto il suo direttore spirituale.
All'età di circa venti anni, e precisamente il 15 maggio 1870, entra a far parte del Terz'ordine della Penitenza, professandovi, l'anno dopo, il 15 maggio 1871, col nome di Sorella Maria Luisa. Evidentemente, ella prendeva a modello della sua vita spirituale, S. Luigi Gonzaga, il santo giovane dell'innocenza e della penitenza.
Per meglio crescere in virtù e arrivare più agevolmente alla perfezione, fece voto di castità e di verginità insieme, obbligandosi, così, cioè, non solo a conservare la virtù della castità, come tutti sono obbligati a fare, ma anche a non contrarre matrimonio, rimanendo vergine di corpo e di spirito.
Richiesta, più volte, in matrimonio, soleva rispondere che gli uomini non erano fatti per lei. Una vita, quindi, impostata solamente e decisamente su Dio, amato e ricercato quale unico ed eccezionale sposo dell'anima sua.
E, infatti, presto decide di ritirarsi, prima, come conversa tra le Monache Visitandine di S. Giorgio La Montagna, oggi S. Giorgio del Sannio e, poi, come Suora tra le Suore Bigie Elisabettine di P. Ludovico da Casoria. Ma ella non potrà attuare il suo disegno solo perché, pregatane, lasciò il posto alla sua sorella minore. Fu questa ad implorare che fosse Lei, Teresa, a rimanere a casa e permettere a lei di consacrarsi a Dio in religione. Un sacrificio grande per Teresa, accettato solo per obbedienza e spirito di dedizione. Non potè, infatti, dire altro che: «Io non ho volontà»... Sarà lei, perciò, ad accudire la casa, a servire a tutti, pur senza mai perdere di vista l'ideale della sua vita. E, infatti, tutta tesa alla perfezione, ella vi compie, in breve tempo, passi da gigante. La preghiera, la penitenza, il rinnegamento di sé, il candore e la rettitudine dell'anima, lo spirito eroico di riparazione, ecc. sono i fiori che più spiccano e olezzano nel suo mistico giardino.
Ha appena circa 26 anni, in stupenda fioritura d'anima e di corpo. Ma ella è già matura per il cielo. Forse la terra e gli uomini non sono degni di certi splendidi fiori.
Ostia immolata
Nel 1876 è assalita da una artrite generale ostinata, che la costrinse a letto per quattro mesi; un periodo di martirio e di stancante monotonia, vissuto da Teresa con impressionante letizia, pazienza e forza di spirito. Al sopravvenire della malattia, le furono proibite tutte le astinenze e mortificazioni. Con le cure mediche migliorò, si riebbe sicché poté tornare al rigore di vita di prima, con la sola eccezione dei digiuni.
Ma ecco che, nel mese di luglio 1876, viene improvvisamente colpita da un violento sbocco di sangue. In verità, ne aveva già avuto qualcuno precedentemente, senza annettervi troppa importanza. Nel febbraio 1874, mentre era in chiesa, aveva avuto, prima, un dolore al petto e poi, come un urto e tre o quattro sbocchi di sangue. In circa tre mesi, il fenomeno si ripetette per cinque volte e con molta più forte intensità.
Anche questa volta non avrebbe fatto ricorso a medici e medicine, avendo chiesta, lei stessa, di soffrire per amore del Signore. Ma, dietro precetto di santa obbedienza, docilmente si sottopose a tutte le prescrizioni e cure mediche.
Nella malattia soffrì e accettò tutto con sì esemplare e commovente serenità, che medici, visitatori e familiari ne erano oltremodo ammirati. Soprattutto per tale comportamento, coloro che venivano a farle visita, se ne tornavano commossi, fino alle lacrime.
Pochi giorni prima di morire, sembrò mettersi in agonia: arrivò, infatti, il confessore che, con indosso la stola, iniziò le preghiere degli agonizzanti. Seguirono momenti ricolmi di grande edificazione per tutti e di intensissima commozione. Teresa è già vestita, così come si recava in chiesa: abito bigio, cinta da un cordone con tre nodi, a significare i tre voti di povertà, castità e obbedienza. Sul capo ha un largo fazzoletto bianco di filo che, appuntato su una piccola cuffia, si spande sulle spalle ed è fermato, davanti, sotto la gola, con i lembi pendenti. Al collo un crocifisso che poggia quasi sul cuore. Sembrava un angelo del cielo, seduta e appoggiata a parecchi guanciali, con gli occhi dimessi, il volto bianco come la neve, le labbra smorte.
Ma Teresa, per il momento, non morirà: si riprenderà per continuare a pregare e a soffrire. Il confessore è rimasto al suo fianco per tutto quel giorno. Di tratto in tratto, al sopraggiungere di nuovi visitatori, egli l'interroga: «Teresa, perché stiamo sulla terra? ... ». Ed ella, raccogliendo tutte le sue forze, rispondeva con un fil di voce: «Per prepararci a ben morire. Beato chi si prepara in tempo!». Una toccante e suprema lezione di saggezza, offerta a tante anime!.
Nell'ultima malattia, ricevette tre volte il viatico, l'olio santo il 4 ottobre, giorno di S. Francesco, tre benedizioni papali e generali.
Il 3 novembre 1876, a un'ora circa dopo la mezzanotte, se ne volava al cielo, tra le braccia del suo Dio amato.
La salma, vestita del santo abito del Terz'Ordine della Penitenza, fu accompagnata, nel pomeriggio di quello stesso giorno, dai Padri Cappuccini e da una straordinaria folla di popolo, alla Chiesa di S. Egidio.
Il giorno dopo, 4 novembre, in questa stessa Chiesa, gremitissima di ogni ceto di persone - la gente era arrivata da tutti i paesi vicini e da alcuni lontani, nonostante la pioggia a dirotto! - vennero celebrati i funerali solenni. Ne disse l'elogio funebre il P. Giancrisostomo da Dentecane. Il rito, di festa quasi più che di tristezza, fu accompagnato e seguito con indicibile commozione e pianto. E non tanto perché era stata stroncata una giovinezza, nel suo pieno rigoglio, quanto soprattutto perché era morta la santarella!
Finita la cerimonia in Chiesa, la maggior parte dei presenti volle, nonostante il tempo piovoso, accompagnare la salma alla sepoltura al cimitero di Montefusco, distante oltre due chilometri.
Fu là che si depose la salma di Teresa, da tutti proclamata santa, e il cui ricordo, nonostante vicende avverse e colpe di uomini, rimase sempre in benedizione.
2. Fame di Dio e di perfezione
Teresa ebbe per Dio - visto soprattutto in Cristo, Verbo Incarnato del Padre - un amore meraviglioso e possente. Gesù costituì il suo più grande fascino, il suo dolcissimo tormento, la sua felicità in terra. Letteralmente assetata di Lui, cercherà di placare il cuore ferito, approdando a Lui in tutto e in ogni cosa, ad ogni istante della giornata, con tutti i mezzi e per tutte le vie.
La sua giornata era piena del pensiero di Dio. Di buon mattino, con qualsiasi tempo, anche con pioggia dirotta e neve abbondante, saliva alla Chiesa dei Cappuccini di S. Egidio, accompagnata da due suoi cani.
Lungo il giorno, nelle sue sempre numerose faccende domestiche, il pensiero era fisso in Lui, tutto assolvendo, però, con sollecitudine e gioia grande, perché tutto doveva essere rinnovata espressione di amore al suo Gesù.
La sera se ne stava in cucina lungamente, a fare le sue devozioni, ritirandosi nella sua stanza solo a notte inoltrata.
Dio lo trovava ovunque, con un senso di fede vivissima. Sembrava proprio, a volte, che Lo toccasse, Lo sentisse «materialmente»! Lo trovava e Lo amava nei suoi Santi: nella Madonna Immacolata, nel suo Angelo Custode, per il quale aveva grandissimo rispetto, timore santo e devozione, in S. Michele Arcangelo, in S. Giuseppe, in S. Francesco e in ogni santo, di cui avesse sentito raccontare le gesta meravigliose. I santi, splendido riflesso di Dio, Teresa amava onorarli e invocarli con la disarmante semplicità dei piccoli.
In fondo Lei che con tutti parlava solo di cose sante, avrebbe volentieri parlato solo e sempre dei santi.
Era sempre pronta ad aprirsi il petto e prendere il cuore, per farne dono al suo Gesù!
E Dio sapeva vederLo anche in qualsiasi piccolo o grande dono le venisse fatto. In tali circostanze, per lei era quasi come un rito sacro: dapprima recitava l'Ave Maria, domandava la benedizione e poi riceveva il dono, baciando la mano del benefattore e la stessa cosa donata, soggiungendo: «Sia per amore di Dio».
Dio Lo trovava soprattutto in Chiesa. Qui ella è presente, per lo più, alla Messa mattutina, che i Cappuccini di S. Egidio avevano uso di celebrare, tutti i giorni, per i contadini.
Per potervisi recare con maggiore libertà, sbrigava prima, con grande diligenza e sollecitudine e gioia, tutto ciò che c'è da fare in una casa colonica, soprattutto quanto alla cura dei vari nipotini, alcuni dei quali erano lattanti. A volte, arrivava a fare fino a tre infornate di pane, nella notte. Alle prime luci dell'alba, poi, avvisava semplicemente la mamma di dare un'occhiata al forno, giacché tutto era stato fatto.
Per due invernate continue, si avviava verso la Chiesa già verso le tre del mattino. La neve era alta fino a cinque palmi, ma ella, a piedi nudi, faceva la strada come per incanto, senza lasciar orme sul sentiero.
Nelle feste solenni si tratteneva in chiesa, col permesso dei genitori, tutta la giornata. Tutto per far piacere a Gesù. Assisteva alle funzioni, anche se molto lunghe, sempre in ginocchio, e sempre assorta solo in Dio.
Centro della sua devozione amorosa era Cristo Crocifisso, soprattutto nel Sacramento dell'altare. Ogni anno, il giovedì santo era lì, assieme ad altre persone da Lei spinte, a far la guardia d'onore a Gesù, specie quando la Chiesa era deserta di visitatori e di oranti. Per Gesù Sacramentato, in preparazione e ringraziamento alla comunione con Lui, dettò preghiere infuocate e piene di altissimi sentimenti. Era soprattutto davanti all'altare, nel praticare la preparazione e il ringraziamento alla comunione sempre lunghissimi, che sembrava un serafino del cielo. Ogni qualvolta pure che si recitava il «Dio sia benedetto» con la preghiera conclusiva, ella se ne stava prostrata a faccia per terra.
Ogni anno si recava in città, per la visita dei «santi Sepolcri» in compagnia di altre anime fervorose, con eccezionale modestia di portamento, recitando il S. Rosario. Per questo sfidava e sopportava, serena, i lazzi e i motteggi di viziosi e sfaccendati.
Lo vedeva Dio nei sacerdoti suoi ministri. Davanti ad essi, ovunque si trovassero, si inginocchiava e baciava loro la mano.
Come era compresa, sempre e dovunque, della presenza di Dio! Era anche questo che acuiva il suo disagio, quando, attorno a lei, o lei presente, si parlava di amore e di fidanzamenti!
Dio Lo cercava con tutte le forze dell'anima sua e di tutto il suo essere. Lo cercava nella preghiera: nel suo camminar erano tante le sue devozioni! Non sapendo leggere - e a parte pure quella che poteva essere pura contemplazione - le sue formule preferite erano quelle, comuni, di tutti i cristiani: il Padre nostro, l'Ave Maria, il Gloria al Padre..., la recita del Rosario, il pio esercizio della Via Crucis, ecc.
Lo cercava Dio con la mortificazione e il distacco da tutto, persuasa che ciò che può far velo alla «vista» di Lui sono proprio le creature e soprattutto l'io orgoglioso: «Amiamo, amiamo Dio e non le creature», soleva ripetere, soprattutto, di fronte a proposte e propositi di amore umano.
Lo cercava Dio con e nell'osservanza umile e generosa di tutta la Legge. Teresa sapeva bene che a Dio bisogna andare con la semplicità e la docilità e l'umiltà di cuore dei piccoli; ed era così che cercava di comportarsi. Era sufficiente che dicesse: «Voglio», e tutto veniva eseguito, senza sdolcinature e infingimenti.
Dio Lo cercava con e nei grandi mezzi offerti dalla Chiesa alle anime: i Sacramenti, le Associazioni religiose, quelle stesse Associazioni tanto derise, a volte, dagli uomini, ma tenute in sì alta considerazione dai santi. Teresa si era iscritta al Divinissimo Cuore, al Sacro Scapolare, al SS. Nome di Gesù, allo Scapolare del Carmine, a N. Signora del S. Cuore, al Cingolo di, S. Tommaso d'Aquino. Soprattutto volle essere figlia di S. Francesco nel Terz'ordine Secolare della Penitenza. E questo non lo fece mai per snob o per equivoci sentimentalismi o per supina adesione a «mode», perché in tutte le Associazioni Teresa fu osservante fedelissima di tutti gli obblighi che gliene venivano, in conseguenza.
Dio lo cercò col e nel silenzio e nel raccoglimento abituale di tutta la sua vita. Avendo fatto voto di silenzio, non trascorse mai in parole inutili: sempre ritirata, sempre silenziosa per conversare col suo Sposo amabilissimo.
Lo cercò Dio nella sua Parola, accolta avidamente, con immensa gioia, dalle labbra specialmente dei sacerdoti e soprattutto del suo Direttore P. Ludovico Acernese. La divina Parola le era veramente luce, forza, alimento insostituibile dell'anima. Di ritorno dalle istruzioni religiose, ripeteva piena di gioia e di entusiasmo: «Che tesoro, che tesoro ho trovato!».
Nell'ultima malattia, quando non poteva recitare tutte le sue orazioni, pregava il Padre, che l'assisteva, a volerle leggere qualcosa. Un giorno, - racconta appunto il suddetto Padre - la vidi tutta lieta e rinvigorita, dopo che le era stato letto qualche brano della vita di Gesù.
Nei momenti di più atroce sofferenza: «Padre - diceva -, leggete, leggete sempre, anche quando mi vedete assopita e quasi dormente. Il mio corpo, è vero, essendo senza forze, sembra quasi già cadavere; ma il mio spirito, allora più libero e più attivo, si diletta e si béa delle cose sante che dite».
E, naturalmente, tutto operava per il suo Signore. Aveva fatto il voto di operare sempre, e al più presto, ciò che sentiva e riteneva il più perfetto.
Una ricerca amorosa, dunque, concreta ed efficace, che, mentre le dava forza e coraggio per andare avanti nella vita, la trasformava pure radicalmente nell'intimo dell'anima. Ad ogni giorno poteva, perciò, ripetere: «Oggi, con l'aiuto di Dio e della Mamma Immacolata, devo fare più di ieri per il mio Gesù! ».
Per amore di Lui avrebbe dato volentieri tutto, anche la vita. Quella stessa ansia di mortificazione e di penitenza, che caratterizzerà la sua breve esistenza, era anche come un tentativo di annientarsi, di scomparire davanti a tanta Maestà: in definitiva, altrettanti atti di amore e di dedizione. E, infatti, quando assestava vigorosi colpi di disciplina sulle sue povere spalle, spesso ripeteva: «Gesù bello, sposo mio, io sono una fetente»! Col Suo « ciuccio vizioso e fetente» - come amava chiamare il suo corpo - si sentiva come indegna di stare davanti a Lui, somma e infinita bellezza e bontà. Ed era per amore, pure, di Dio - così spesso e così orrendamente offeso dai peccati! - che correggeva, rimproverava ed espiava. Quando poteva, infatti, rimproverava a chiunque le offese fatte a Dio, cercando di persuadere con buon garbo a desistere da comportamenti colpevoli. Zelante soprattutto contro le profanazioni della Festa e della Chiesa, correggeva senza rispetto umano. Se ne asteneva solo quando era sicura essere inutile ogni correzione. Ma alla mancata correzione o ai frutti mancati suppliva con la riparazione, pagando di persona e pesantemente, come vedremo.
Splendido e concretissimo amore che spingeva Teresa a sacrificare tutto per Dio e in tutti i modi possibili. E la rendeva apostola ardente, attirando anime ad amarLo in sincerità di vita e di azione; e la spingeva a fuggire anche l'ombra del peccato, e ad esercitare ogni sorta di virtù. E’ - quanto - tra l'altro - può ravvisarsi in una testimonianza del genere: «Amando per davvero il suo Divinissimo Sposo, non poteva non adoperarsi - per la logica delle cose - in tutti i modi a procurarne la gloria».
Per Gesù avrebbe fatto tutto... Era felice, per esempio, essendosi impegnata a curare l'ordine e la pulizia degli arredi e indumenti sacri, di dirsi la «lavandaia» di Gesù Sacramentato!
«Che altro - insiste ancora il suo biografo - poteva spingerla al sacrifizio di tutto se stesso se non una carità serafica?».
È per questo amore e con questo amore che Teresa ha potuto raggiungere la perfezione. Lo si notò soprattutto nell'anno di noviziato nel Terz'Ordine francescano: faceva progressi così rapidi nella virtù e nella perfezione, che era un incanto.
Una meraviglia di più nella Chiesa santa di Dio, compiuta in una analfabeta che, però, aveva mirabilmente appreso la scienza dei santi!
3. Su le orme di Frate Francesco
Amò S. Francesco d'Assisi con quell'amore autentico che è, insieme, ammirazione, devozione e, soprattutto, imitazione: Francesco divenne presto il suo grande ideale e modello.
Teresa dovette scoprire S. Francesco, soprattutto, forse, a contatto dei Padri Cappuccini di S. Egidio, la sua chiesa preferita, e specie di P. Ludovico Acernese, un innamorato di S. Francesco e anche del Terz'ordine Francescano. In incontri di istruzioni e conferenze, egli dovette aprire gli occhi e l'anima della ragazza - già forse decisamente avviata per la via della perfezione - a nuovi sconfinati orizzonti di luce. Lo provano le parole che, spesso, Teresa ripeteva, di ritorno da tali incontri: «Che tesoro, che tesoro ho trovato! ». Il senso pieno di tali parole fu chiaro a tutti, quando, in ginocchio, davanti ai genitori, Teresa chiese, un giorno, il permesso di entrare nel Terz'Ordiné della Penitenza. Ottenutolo, dirà, piena di gaudio interiore: «Mamma mia, è questo il più bel giorno della mia vita. Da ora in poi mi vedrai sempre tranquilla e allegra. Farò sempre tutto ciò che mi tocca fare, lo farò anche con più diligenza e prestezza. Ma compiuti i miei doveri di casa, mi devi permettere di andare in chiesa».
La decisione di entrare nel Terz'ordine non fu - come forse potrebbe esserlo di tanti altri - semplicemente una innocente velleità: era veramente Francesco d'Assisi che l'attirava irresistibilmente, con la sua perfezione. Alle suddette parole, infatti, ella aggiunse ancora: «Lo sai, Mamma, che adesso devo volere più bene a Gesù, e devo anche diventare più buona?...».
Ammessa nel Terz'ordine, si sottopose con gioia ed entusiasmo a quell'anno di prova, che è detto «noviziato». Arrivò così, a grandi passi, al 15 maggio 1871, il giorno, della sua «professione», con l'anima pienissimamente disposta a donarsi al Signore. Promise ai piedi dell'altare, di osservare, conformemente al suo stato, la povertà, la castità e l'obbedienza: una promessa, in fondo, di un totale e radicale cambiamento di vita, suggellata, oltre che dal rito suggestivo, anche dal cambiamento del nome. In Fraternità, Teresa, d'ora in poi, si chiamerà Sorella Maria Luisa: Maria per la devozione, certo, che tutti i francescani nutrono per la grande Madre di Dio; Luisa, per seguire gli esempi e le orme di S. Luigi Gonzaga, il giovanissimo e grande campione dell'innocenza e della penitenza.
Un rito, dunque, e un nome che sono tutto un programma di vita. Teresa, quindi, persuasa com'è che deve cambiare tutta, nello spirito principalmente, oltre che all'esterno, impegnerà veramente tutte le forze del suo cuore e della sua volontà.
Segno di ciò - anche se non unico ed essenziale - sarà, per lei, l'abito bigio, un po' come quello dei Cappuccini, cinto da un cordone di lana con tre nodi, a significare i tre voti di povertà, castità e obbedienza. Amerà, perciò, portarlo sempre, anche per istrada, ovunque, avendoglielo concesso il papa stesso Pio IX, per privilegio. Lo porterà, incurante delle dicerìe, degli insulti e «sorrisi» di sufficienza, che le pioveranno addosso da tutte le parti. Un tratto che - anche in questo - l'assomiglia a Frate Francesco che, cambiata vita e sostituiti gli abiti lussuosi con altri rozzi da poverello, si attirerà addosso ogni sorta di ingiurie e di commiserazioni, trattato da «pazzo» soprattutto dai tanti immancabili «buonpensanti»!
Dall'abito amato, Teresa non vorrà separarsi neanche in morte. Desidererà, infatti, essere seppellita, vestita appunto da figlia di S. Francesco. Pregò, infatti, il confessore di farla seppellire, dopo morte, con l'abito che teneva addosso, il più vecchio e da notte, per il voto di povertà, con due mattoni sotto la testa. Ottenutane la promessa, se ne rallegrava con chiunque le capitava di parlarne.
Si distaccò dalle cose più care, e perfino dal confessore, che è quanto dire. Questi, per provarla, le aveva detto che, capitando qualche volta in casa - dato che i genitori di lei si lagnavano che mai li onorava di una sua visita - ella non avrebbe dovuto offrire né sedia né far convenevoli, come pur si usa da tutti. Avrebbe dovuto solo inginocchiarsi là dove si trovava, chiedere la benedizione e continuare a fare quello che stava facendo. Cosa che Teresa osservò fino allo scrupolo!
Ma l'abito - si è detto - fu solo un segno del suo profondo cambiamento di vita. Teresa si rende conto che, per essere veramente «figlia» di S. Francesco, deve sposarne integrale lo spirito e la passione ardente. Come lui, deve essere innamorata folle di Dio, di Cristo Crocifisso, avere la brama insoddisfatta della preghiera e del colloquio ininterrotto con Lui, avere spirito di penitenza e di distacco da tutto. Nello studio della Regola di S. Francesco Teresa era stata colpita, soprattutto, dallo spirito di distacco e di rinnegamento. È in questa prospettiva che ella, attentissima sempre ai doveri di Terziaria, attuerà la sua «conversione» completa.
E perciò, ricercherà come meta suprema, a cui tutto subordina e a cui tutto è preparazione e mezzo, la conformazione perfetta a Cristo Crocifisso, volendone e fissandone, nell'anima, i lineamenti.
Ecco come prega la Madonna: «Mamma bella fate che non entri in me quello che Gesù non vuole». Chiede cioè di tener lontano dalla sua anima quanto, evidentemente, avrebbe impedito o ostacolato tale conformazione allo Sposo divino.
Predilesse, per questo, come Francesco, la povertà assoluta che associa a Cristo sofferente ed umiliato e rimuove, pure, ogni ostacolo all'amplesso totale e sincero con Lui. In merito, significativi episodi fanno intravedere a quale altezza di perfezione si sia spinta questa ingenua e incolta ragazza del popolo.
Appena ricevuta nel Terz'Ordine di S. Francesco ed emessi, in confessione, i voti di povertà, di castità e di obbedienza, consegnò a sua madre la chiave della cassa, dove conservava le sue robette, tenendo per sé solo un paio di sandali, una veste di poco conto, a lei regalata in occasione di una cresima di una ragazza, un paio di fazzoletti, un fazzolettone e due pazienze di lana. Non era una posa o il fervore di un momento. All'occorrenza, e se glielo avesse richiesto l'obbedienza, si sarebbe volentieri distaccata da tutto, compresi gli oggetti di devozione.
Una povertà che non le lasciava più alcuna disponibilità personale. Se potè andare a Roma, all'udienza del Papa Pio IX, lo fu per l'obolo della carità.
Una povertà, amata in pienezza di gioia, come splendido diadema.
Un giorno, di ritorno, più che mai gioiosa, dalla Chiesa, dice alla mamma: «Sai, mamma, Gesù vuole che ti faccia un regalo». Prende tutte le sue cose e, offrendogliele, dice: « Tenetele. Queste cose non fanno più per me. Mi basta questa veste che porto addosso. A che prò tante cose inutili?... Potreste servirvene per altre persone, che ne hanno bisogno. Vi prego solo, dovendo, all'occorrenza, farmi qualche altra veste, che non sia di colore troppo chiaro. E’ necessario, infatti, che noi giovanette, siamo oneste, mamma mia! ». Bella lezione per chi, così facilmente, dimentica di essere donna cristiana. Teresa si rivelava piena della sapienza dei santi.
Povera e distaccata, sarebbe andata volentieri a chiedere l'elemosina di porta in porta, per il necessario sostentamento di vita. Cosa che non si verificò solo per la decisa opposizione dei suoi. Ma per lei, essere detta «pezzente», più che parola oltraggiosa, era motivo di gloria vera! Non diventava, così, simile al suo Sposo che, pur Signore del cielo e della terra, non aveva dove posare il capo?...
Un distacco eroico, osservato fin sul letto di morte. Infatti, presente o no il suo confessore, Teresa è ugualmente contenta. Era la gioia serena di chi, ormai, dall'alto della montagna, domina veramente e abbraccia tutto!
È questo ardente desiderio di rassomigliarsi a Lui, che la spinge pure a condividerne umiliazioni e sofferenze. Così, tra l'altro, si provvede di un grosso fascio di spine e vi si avvoltola dentro, spesso, con tutto il corpo, coperto solo, per decenza e pudore; di una veste leggera come un velo.
Il venerdì, specialmente in quelli di marzo, alle consuete penitenze, aggiungeva quella di salire la scalinata della casa, carica di un enorme peso sulle spalle e sulla testa; e quella di appendersi, verso l'ora della morte di Gesù, con le braccia legate e con una corona di spine in testa, ad un robusto tronco di croce da lei stessa preparato e tenuto gelosamente nascosto alla vigilanza paterna. Intendeva cósì imitare Gesù nella sua salita al calvario.
E come S. Francesco, meditava e piangeva a dirotto, ogni giorno, sulla passione di Gesù e i dolori della sua santissima Madre.
Brilleranno in lei, pure, tutte le altre virtù francescane: la semplicità che le permetteva di avvicinare tutti con estrema disinvoltura; la letizia con cui è sempre lei ad incoraggiare tutti, a sdrammatizzare ogni situazione difficile... Trasparenza e candore quasi infantili di un'anima che, come sempre, costituiscono l'eterna poesia del creato!
Teresa: una figura nella quale, certamente, si ritrovava, compiaciuto e sorridente, il grande Padre Francesco!
4. La virtù dei forti e dei grandi
L'armonia cosmica, che riempie di stupore ogni intelligenza, anche per poco, attenta, è frutto, in pratica, dell'obbedienza o, detto con parola meno urtante, della cooperazione e subordinazione di tutti gli esseri. Nell'universo, infatti, c'e chi comanda e chi obbedisce, chi trasmette e chi riceve, chi agisce e chi subisce: il tutto senza contestazioni, recriminazioni o rimpianti. Anche nel mondo delle anime e nell'anima singola la vita e l'armonia sono assicurate dall'obbedienza voluta e amata per amore di Dio. È questa, soprattutto, l'obbedienza dei santi. Teresa Manganiello è stata una creatura obbedientissima. Obbediva così prontamente e alla lettera, e con tanto slancio e sincerità di cuore, da apparire quasi come se non avesse volontà alcuna. Non era così. Semplicemente, ella faceva dono della sua volontà a chi, di diritto, essa appartiene. Essa lo sa che tutto appartiene a Dio, e nessuno può arrogarsi la proprietà di alcunché. Che se la libertà appartiene a Dio, come qualsiasi altro bene, è più che logico che solo Lui può disporre sempre e per qualsiasi fine, direttamente o tramite uomini e avvenimenti. Teresa intuisce che guerre e disordini nel mondo si verificano soprattutto per difetto di obbedienza. Essa sa che Cristo «pur essendo di natura divinâ, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini, apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil. 2,6-8). E sa che tutti i beni della redenzione ci vengono da questa obbedienza al Padre. È convinta, perciò, che solo assoggettandosi completamente a Dio, arrivino all'uomo tutti i beni. Per questo soprattutto volle essere obbedientissima.
Obbedì a tutti: a Dio, ad ogni autorità costituita ed, anche, ad ogni creatura, come è nello stile dei più grandi santi, come S. Francesco d'Assisi od altri giganti di santità.
Obbedì a Dio accogliendone, in pienezza, le leggi, le ispirazioni sante, le misteriose permissioni di umiliazioni, malattie e prove di ogni genere.
Obbedì al suo Direttore spirituale, non rifiutandone neanche comandi arditi e penosi, accettandone anzi perfino i desideri e consigli.
Obbedì ai genitori e parenti che, in merito, mai potettero lagnarsi di alcunché. Lo stesso medico curante, nell'ultima malattia, ebbe a dire di non aver mai incontrato un'inferma così obbediente.
Obbedì a tutti, anche piccoli ed estranei, per la gioia di poter dipendere ed annientarsi come Gesù. .
Per obbedienza Teresa è pronta a mangiare, a lavorare, ad andare a vendere al mercato, e pronta anche a rinunciare ad entrare immediatamente in monastero, tra le Suore di P. Ludovico da Casoria, e a rimanere in casa. Pronta perfino a rinunciare ad andare in chiesa, lì dove pur trovava il segreto e la sorgente di ogni sua forza e il senso del suo lavoro e di tutta la sua vita. È pronta a tutto perché quello che conta, per lei, è fare la volontà del Suo Sposo; e, perciò, è contenta di quello che Lui vuole. Anche il suo scarsissimo cibo giornaliero lo voleva prendere per obbedienza e, perciò, lo chiedeva in ginocchio alla madre, per carità; o, lei assente, a qualcuna delle cognate.
Anche nelle opere di bene, non voleva essere lei a prendere iniziative o decisioni di sorta. Avveniva, così, che, non essendoci in casa nessuno dei grandi, al presentarsi di un poverello, chiedesse a qualcuno dei nipotini, o, addirittura, al garzoncello guardiano di pecore: «Vogliamo dare un po' di pane a questo povero, per amore di Gesù Cristo?». Perfino quando era richiesta di pregare da o per qualcuno, rispondeva lietamente: «Lo dirò al confessore...».
E obbediva prontamente, senza indugio o ritardi ingiustificati. Appena chiamata, Teresa si precipitava; anche se, assistendo alla Messa, il Sacerdote era al momento solenne dell'elévazione.
Abulìa?... Sciatteria?... Pose ridicole?... No, nulla di tutto questo. Teresa è semplicemente convinta che l'obbedienza piace e glorifica immensamente Dio; e sa che, così facendo, si conforma pienamente al Cristo, obbediente fino alla morte di croce; e fa dono, totale e incondizionato, del proprio io.
Concepita così, l'obbedienza, per Teresa, come per tutti i santi, viene prima di tutto, in ordine assoluto: prima delle devozioni amate, che interrompe istantaneamente al primo comando. Prima delle penitenze e mortificazioni: e, infatti, nella malattia, interruppe ogni esercizio di penitenza, appena glielo ordinò il confessore. Prima anche - l'obbedienza - del pudore e della verginità, a cui pur teneva immensamente. E, infatti, non esiterà di fare i bagni caldi prescrittile dal medico, superando la naturale ritrosìa e riservatezza a scoprirsi. La momentanea incertezza, infatti, se obbedire al medico o rifiutare di curarsi con tale mezzo, fu risolta subito, obbedendo al confessore, che obbligò di far la cura.
È questa obbedienza di tutto l'essere a Dio che si rivela, anche per Teresa, il segreto di meraviglie e di miracoli, come accenneremo, parlando di alcuni fenomeni straordinari.
Un'obbedienza, così spiccatamente soprannaturale ed eroica, poteva anche apparire, a chi forse non possedeva lo stesso spirito di fede, ostentazione, ridicolaggine o posa. Si spiega perché, per es., quando chiedeva il suo pane in ginocchio, per carità, la si rimproverava come di un atto di ostentazione o di smorfia bambinesca.
In realtà, l'obbedienza di Teresa, oltre ad essere del tutto soprannaturale e perciò autentica, tendeva ad attuare il più totale rinnegamento dell'io, da toccare, appunto, i vertici del più puro eroismo. Lo confermano soprattutto due episodi.
Un giorno è il suo Direttore spirituale a metterla a durissima prova. Si sa quanto sono cari i capelli a tutte le donne, soprattutto se giovani. Teresa è sui venti anni: sprizza antusiamo e calore da tutti i pori, è sveglia, intelligente e si rende facilmente conto di tante cose. Aveva dei capelli castani lunghi e folti, di cui ógni ragazza sarebbe andata giustamente fiera. Teresa intuì, forse, anche il pericolo della vanità a cui poteva essere esposta. Ma ella era tempra che si piegava solo a Dio e solo per suo amore operava. Ad un semplice cenno del confessore, non ebbe né esitazioni né ripensamenti: con un taglio netto recise la sua bella chioma, facendone omaggio alla Madonna Assunta.
Un gesto di accettazione eroica, che doveva come centuplicarsi in'un'altra obbedienza, ancora più ardua e difficile. Così com'è, e cioè con la testa rapata, il Confessore le ingiunge di portarsi da casa sua ad una abitazione, sita oltre Pietradefusi. In sostanza, Teresa avrebbe dovuto attraversare l'intero paese, a testa scoperta. Lo fece, ancora una volta, senza esitare minimamente, e con animo ilare e volto sereno. Naturalmente, le piovvero addosso insulti, villanìe, frizzi di ogni genere. Ma tutto ella accolse senza alterarsi, godendone anzi, come se si fosse trattato di complimenti ed attenzioni!
L'obbedienza si rivela come il midollo stesso dell'anima di Teresa; e come la vera inesauribile sorgente di pace e di serenità che la contrassegneranno sempre, per tutta la vita. In effetti, l'uomo vive, veramente, solo quando aderisce amorosamennte e compie con gioia la volontà del Padre. È l'atteggiamento delle anime forti e grandi che, sole, riescono ad avere un perfettissimo dominio di sé, da poter tutto fare, tutto intraprendere, tutto accettare e tutto soffrire - come appunto avverrà di Teresa! - senza eccessivi traumi nell'intimo. Voler dare ad intendere che l'obbedienza è virtù passiva e perciò virtù dei deboli, è dar prova lampante di non aver mai esperimentato quanto costi, un atto dì obbedienza. È immensamente più facile ribellarsi e contestare: lo conferma tutto un mondo che si ribella, ricalcitra ed è infelice! È puro eroismo sapersi piegare in umiltà e amore, dominando fino in fondo istinti e forze cieche, che urgono nel fondo del proprio essere.
Teresa fu così! E svelò così la sua non comune forza d'animo! La sua grandezza sta appunto in quanto testimoniato incondizionatamente dal suo confessore: obbediva non per convenienza o per motivi umani, ma solo e sempre per amore di Dio, e perciò con rettissima e purissima intenzione!
5. Sotto i colpi della tormenta...
È quasi impossibile, nella vita, non imbattersi, prima o poi, nel furore della tempesta. Da essa squassate, spesso si spezzano le querce giganti e superbe; mentre resistono e si salvano, piegandosi fin a terra, esili pianticelle.
Piegarsi, annientarsi, quasi, è il comando di Gesù: «Chi mi vuol seguire rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Teresa non sfugge alla sorte comune. Ella, però, esile pianticella, affronta la tormenta con l'umiltà e la fede dei piccoli, e vince stupendamente. Sulla sua anima si abbatteranno valanghe di calunnie, di infamia, di malevolenze. Ogni giorno se ne inventava una contro di lei e la dicerìa faceva il giro del paese, con grande scalpore. Ma essa accetterà tutto con incredibile rassegnazione e coraggio e serenità di spirito. Perché, oltre tutto, è profondamente convinta che sofferenze e prove sono regali splendidi del suo sposo Gesù, che plasma così le anime amanti.
La vita di Teresa è tutta intessuta di tali «regali» o «carezze» dello Sposo. Abbiamo già ricordato come, ottenuto il permesso dal Papa di indossare sempre, anche in pubblico, l'abito della Terziaria, lo facesse con indicibile gioia interiore, ma andando incontro anche ad un mare di calunnie e di irrisioni.
A chi si rammaricava con lei di tanto velenoso vespaio, Teresa rispondeva: «Se l'anima mia è pura davanti a Dio, tali sofferenze non sono grazie di Gesù?... Non vogliamo sopportare nulla per il Signore?... Queste persecuzioni sono un ottimo mezzo per esercitarsi nella virtù... Preghiamo, preghiamo per i nostri nemici. Non dubitatene: la nostra fermezza nei doveri, sarà per loro un mezzo di ravvedimento».
Ma, in merito, Teresa doveva scrivere pagine ancora più luminose. Il suo Padre Direttore spirituale la mise terribilmente alla prova con maltrattamenti e rimproveri di ogni genere. E la fanciulla, giuliva e serena, in ginocchio ai suoi piedi, fissandolo in volto con la trasparente innocenza dei suoi occhi limpidi, e con le mani giunte, accoglieva, impavida, le grandinate e gli scoppi della tempesta. Teresa non perdeva la serenità neanche quando veniva umiliata pubblicamente, davanti al popolo. Inequivocabile segno che ella possedeva già, in grado eroico, la virtù dell'umiltà, la virtù base e fondamento di tutta la perfezione. Eccone qualche episodio o dettaglio significativo.
Teresa si comunicava tutti i giorni. Ebbene, spesso, il Padre spirituale la minacciava pubblicamente o la scacciava dall'altare, davanti ad una folla di popolo, come indegna della S. Comunione.
Altre volte le imponeva di chiedere perdono in pubblico, nella Chiesa, e di baciare le mani dei
presenti, compresi i ragazzi. Teresa compiva ciò con tante lacrime e compunzione, dicendo di essere una peccatrice, una sciagurata o peggio.
Spesso la inviava, piangendo dirottamente, ad altri confessori, a baciar loro le mani e i piedi, dicendo: «Sono una peccatrice ostinata, piena di vizi e di lordure. Poiché non voglio obbedire; perciò faccio impazientire il mio confessore». Fu inviata ad altri confessori anche a rinnovare la confessione generale. Ciò che, naturalmente Teresa eseguiva senza indugio. Minacciata d'essere allontanata dalla confessione, si riconosceva colpevole, dicendo: «Questo è tutto per colpa dei peccati miei».
A volte, le fu imposto di far penitenza in pubblico e chiedere perdono, in un profluvio di lacrime o in somma letizia, a compagne e a inferiori di età, come pure a ragazze e ragazzi; di baciar loro le mani, in ginocchio e con la faccia per terra, esclamando: «Calpestate questa fetente!».
Tutto questo, per quanto si voglia essere insensibile o superficiale, non poteva non colpire e impressionare profondamente tutti. Si aveva la netta sensazione di trovarsi davanti ad un'anima di eccezione. «Beata te! ...», le dicevano tanti. Ma la risposta di Teresa era unica e perentoria. Buttandosi per terra, esclamava con profondo e sincero rammarico: «Per carità, i beati stanno in cielo. Io non sono che una peccatrice viziosa e piena di sozzure. Merito, perciò, solo di essere calpestata!... ».
Era questo, possiamo dire, l'abituale suo biglietto di visita, che esibiva a tutti, con disarmante sincerità di cuore: «Asino vizioso e fetente, (che merita solo) mazzate e scarso cibo... Sono peggiore di un cane morto meritevole solo di essere cacciata fuori della Chiesa!».
Con sì basso sentire di sé, era più che logico che, anche in famiglia, se ne stesse sempre all'ultimo posto, senza fiatare e prendere iniziative di sorta, attendendo solo di essere comandata per qualunque cosa. Salvo poi a rispondere, sempre, con una prontezza, uno slancio e generosità a tutta prova.
Una virtù che, per tanti versi, si svelava matura e robusta. Virtù che darà vivissimi guizzi di luce, soprattutto, nell'ultima malattia. Teresa rinnovò, allora, ripetutamente, al suo confessore, il permesso, già datogli tante volte quando era in bùona salute, di poter svelare ovunque e a chiunque, in qualsiasi tempo e circostanza, le sue confessioni. Svelarle anche dall'altare, e chiamarla peccatrice e maltrattarla, dicendo di lei tutto quello che voleva. Un permesso rinnovato in ogni confessione, fatta a letto, ed in presenza di sacerdoti e laici.
Siamo di fronte al perfetto e totale rinnegamento, a cui chiama Cristo, e perciò totale e supremo olocausto. È difficilissimo, infatti, e quasi impossibile che una donna possa spogliarsi completamente dell'innato vizio di comparire più di quanto si è in realtà e, parimenti, del vizio di essere capricciosa e piena d'amor proprio!
In questo stato di vittima, Teresa sopportò con invitta pazienza, le tante sofferenze dell'ultima malattia, dando le ultime sublimi lezioni di umiltà.
Un giorno, si era assopita da sembrare morta. E, invece, all'improvviso, rinvenne. Fece avvicinare al letto prima i genitori, poi i fratelli, e quindi le cognate. Chiede loro di darle la destra, la bacia, implorando perdono. Una stupenda, inattesa lezione di umiltà, che fece fremere di commozione tutti e, soprattutto, richiamò alla mente quanto, così spesso, Teresa aveva ripetuto: «Beato chi si prepara in tempo a morire, giacché nella sofferenza che, d'ordinario, s'accompagnano alle ultime malattie, non v'è più forza, ma solo prostrazione senza fine».
6. Angelo in carne
Si disse di Teresa che fu «angelo in carne», una espressione ricorrente, se si vuole, ma sempre bella e piena di significato.
L'angelo, puro spirito senza materia o carne, non conosce le tempeste che si originano da questa, né le pulsioni cieche e prepotenti dell'istinto. L'angelo, come la luce, può posarsi ovunque, anche su immondezzai e luridumi, senza contaminare per nulla la limpidezza e trasparenza della sua realtà. Così sembrò essere Teresa. Pur avendo un corpo con tutti i limiti e le complicazioni d'ogni genere, che esso comporta, essa passò pura e limpida, non «toccata» né contaminata da nulla.
Guardò al suo corpo come a cosa sacra, che non bisogna né toccare né rimirare con tocchi o sguardi profanatori; una cosa sacra di cui bisogna aver rispetto sommo, giacché esso, come il giglio candido, si sciupa anche al minimo tocco. Per questo Teresa non si toccava mai, neanche quando doveva lavarsi. Si lavava, infatti, coprendo con un panno la mano che doveva lavare l'altra mano, e coprendo tutte e due per lavarsi il viso. E dovendosi cambiare gli abiti per le ovvie necessità e contingenze della giornata, lo faceva in maniera da non scoprirsi mai. E non baciava neanche i suoi nipotini, ai quali pur non lesinava affetto e tenerezze.
Quello di Teresa è senso squisito del sacro e della dignità, con nessuna contaminazione di manicheismo che vede, nel corpo, il male da fuggire e da sopprimere. Conformemente alle parole dell'Apostolo Paolo: «II corpo non è per l'impudicizia, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. (...) Fuggite la fornicazione. (..) O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi?» (1 Cor. 6,13. 18-19).
Che fosse così per Teresa, è confermato dal fatto che ella mai ebbe - per esplicita testimonianza del suo confessore e direttore spirituale - immaginazioni o pensieri impuri o meno che casti, fino a far pensare di non avere, come purtroppo ogni figlio di Adamo, gli stimoli della concupiscenza e del fomite, ma di essere quasi come i puri spiriti!
.Sono queste profonde persuasioni che orientano e ispirano tutto il comportamento di Teresa. Nessuna meraviglia, allora, che esso fosse improntato, pure, sempre e con tutti, ad una grande semplicità. Sempre allegra in volto; sempre svelta e leggera come una colomba che sfiora appena la terra; sempre come una bambina dagli occhi ricolmi di stupore..., che guarda, parla e opera con tutti con la disinvoltura e la semplicità dei piccoli!
Semplice e discreta nel vestire, si presentò a tutti allo stesso modo: ai suoi genitori, al parroco, al suo Direttore di spirito, al Papa, a chiunque. Particolare da non trascurare, se si pensa all'incidenza che, nella donna specialmente, esercita il vestire. Il comportamento tradisce, senza equivoci, una fede profonda e inconcussa in valori superiori ed eterni.
Presa dalla bellezza e dal fascino della virtù della purezza - e certamente mossa dallo Spirito Santo, che ama istruire soprattutto i semplici e i piccoli - Teresa fece voto, ancora bambina, di verginità e di castità, insieme. Essa, cioè, promise solennemente a Dio, non solo di non profanare mai il proprio e l'altrui corpo, con gesti o azioni e pensieri disordinati; ma di non donarsi mai ad un uomo neanche con legittimo matrimonio. «Gli uomini non sono per me», ripeterà davanti a proposte di fidanzamento o matrimoni.
Fobìe di un animo infantile, timoroso di tutto?... Paura degli uomini, senza conoscerli?... Chiusura all'amore umano che, venendo esso stesso da Dio, costituisce, almeno in parte, la «felicità» di tutti, sulla terra?... No, niente di tutto questo. Con l'intuito dei santi, essa sa perfettamente la grandezza e la santità dell'amore legittimo. Ma sa, pure, che l'amore umano è fallace e, soprattutto, insufficiente al cuore umano. «Gli uomini promettono molto - diceva - ma danno poco, troppo poco». Molto fumo e niente arrosto, si direbbe con un colorito proverbio popolare. E, aggiungeva, per chi forse, poteva essere non del tutto persuaso di ciò: «Devo trovarmi uno sposo bello, da fare invidia a tutti».
Con convinzioni così cristalline, è ovvio che non poteva neanche approvare comportamenti, tra fidanzati, che né la morale genuina né l'amore veramente rispettoso potranno mai avallare: «Amiamo, amiamo Dio e non le creature»! - ripeteva spesso con sorelle e amiche - «E poi, l'amore come lo fate voi, non mi piace affatto; e credo che certi scherzi non possano piacere a Dio». Alle più piccole, poi, diceva: «Venite con me, non guardate a quelle. Voi dovete amare Dio e la Madonna!». Esortazioni, ammonizioni non risparmiate a nessuno di quelli che vedeva in un certo stato o comportamento morale, ma espresse sempre con toccante semplicità.
Teresa nuotava nella luce e nel candore di una pulizia totale, e perciò non sopportava, neanche, che si parlasse di certi argomenti o che si tollerassero certe «libertà»! Un candore che diveniva, facilmente, contagioso, tanto può la vera virtù! Davanti a lei, infatti stavano tutti con dovuta modestia. Ne subirono il fascino anche i medici. Il medico e chirurgo straordinario, non solo rifiutò ogni onorario per le visite, fattele ad ogni richiesta, ma la visitò sempre con estrema delicatezza, come si fa con i santi; arrivando, addirittura, a fare le pulsazioni e auscultazioni non sulla nuda carne, ma su un asciugatoio.
Un riserbo «profumato», che non si smentirà neanche nei giorni della sua ultima e tremenda malattia. Infatti, pur con sofferenze acutissime e strazianti, mai ardì fare o lasciar fare, per le sue cure, cosa che non fosse stata in piena consonanza con la sua purezza. Modestia tanto amata da pregare che nessuno avesse osato scoprirla, dopo morte.
Obbligata dal medico e dal suo confessore a fare i bagni caldi, per curare una forma di artrite generale, vi andrà. Ma per non intaccare in nulla la sua virtù, fece uso di una camicia simile ad un velo e, sopra, di un lenzuolo.
A questo punto, però, viene spontaneo il chiedersi: quella di Teresa è vera virtù, conquistata con lo sforzo della volontà e la grazia di Dio; o si è di fronte ad un «soggetto diverso» dagli altri comuni mortali? Nessuno ignora, infatti, quali sono le condizioni generali di tutti: stimoli mai soddisfatti della carne, tendenze tiranniche di istinti a dilettazioni, che non lasciano indifferente nessuno, ecc. E, allora: si può credere ad una virtù così delicata, ma anche così facile, quando tutti sentono il «peso» di certi comandamenti, in specie?... Come spiegare una virtù, quando l'idolo principale, di ogni tempo, è stato sempre il sesso, il vero tallone d'Achille per la più parte degli uomini?... Sì, si può e si deve credere, perché, tra l'altro, Dio non può imporre una legge superiore alle forze, di cui l'uomo dispone. Se la legge non la si potesse veramente osservare, sarebbe, in fondo, Dio a peccare e ad apparire stolto, non l'uomo.
Teresa - anche se, generalmente, ogni donna è facilitata in questo compito, non sentendo o sentendo, infinitamente meno, gli stimoli della carne - è arrivata alla virtù perché è rimasta padrona dei suoi istinti e delle sue forze inferiori. Seppe discernere ed eleggere... Non le mancarono neanche le sollecitazioni, che tutti subiscono, ma seppe contenerle e superarle. Significative le parole che le uscirono, un giorno di bocca, a proposito, appunto, dell'obbligo di rigettare qualsiasi tentazione: «Che padrona sono io della mia volontà? ...».
La sua purezza fu una conquista eroica, resa possibile soprattutto dalla preghiera e dalla penitenza, dal rifiuto di allivellarsi a quelle che sono gli usi e le esigenze dell'andazzo e della moda dei più. Teresa ha così il «diritto» di poter ammonire e di fare aprire alla speranza. Come ogni scalatore di montagna, partecipa a tutti l'ebbrezza della speranza di poter attuare altrettanto, nella propria vita. Mai come in queste circostanze si sente l'«orgoglio» di essere uomini!
7. Una giovinezza d'eccezione
La giovinezza, l'età dell'esuberanza e dell'amore, dei sogni e delle illusioni, Teresa l'ha vissuta con inusuale intensità.
Come tutti i giovani - che vivono in pienezza la loro età -, che si entusiasmano davanti ad ideali di luce che li attraggono e li fanno fremere, anche Teresa ha il suo splendido ideale, che ama fino alla follìa: è Gesù, il Dio del cielo e della terra e Uomo perfetto! «Mi sceglierò uno Sposo da fare invidia a tutti»! È quasi la parola che ripetono tutti coloro che hanno scoperto, per davvero, Gesù. E, infatti, nel suo amore, Teresa è felice, sprizza gioia da tutti i pori, comunicandola attorno come effluvio dolcissimo.
Con grandi ideali nel cuore e con forze, che urgono da tutte le parti, il giovane ama lavorare per dare sfocio, come ad un torrente in piena. Teresa lavorerà intensamente, soprattutto, per la casa e la famiglia, sentendo tutta la responsabilità di figlia di famiglia: accudisce ai nipotini piccoli, anche lattanti, sbriga le faccende di casa, prepara il mangiare, cuoce il pane nel forno, ed è Lei soprattutto che, a tavola, divide il cibo. Lavoro, se si vuole, modesto e senza particolari risonanze e, forse, anche, non sempre apprezzato, come di dovere, da tutti, ma, certo, grandemente meritorio e sfibrante.
Ma Teresa non gira a vuoto. Ha capito che il suo lavoro dev'essere espressione e complemento del suo amore per Gesù. E, perciò, non conosce ozio, sembrando quasi ignorare stanchezza e monotonìa. Al vederla lavorare con tanto impegno e con tanta lena sembra come albero che, tutto proteso verso l'alto, cresce e rende fino allo spasimo. Non si vedono, specie in certi anni di abbondanza, alberi che sembrano come cedere e scoppiare, sotto il peso e l'abbondanza dei frutti che portano? Esiste immagine di giovinezza più luminosa? Eppure, poiché compiuto sempre per amore, il lavoro non l'assorbe mai del tutto. C'è largo spazio per la preghiera e la riflessione, per le funzioni liturgiche e gli incontri di Associazioni. Per non privarsi della gioia della preghiera e di tali funzioni e incontri, di cui sente estremo bisogno, Teresa è pronta a tagliare al sonno, alle sue esigenze di donna, mai ai doveri di casa!
Lavorare per amore: è questo il segreto di una vita incomparabile. Chi opera con un grande amore nell'anima, canta ed è felice sempre. E, infatti, Teresa tutto eseguiva con sollecitudine, diligenza e gioia!
Una giovinezza, quella di Teresa, dalla beltà tutta particolare, quasi selvatica, immune com'è da ogni artificio. Ella, infatti, è una giovane massaia, che coltiva i campi e accudisce in casa: un regno, sufficientemente vasto e bello per un'anima, che sa apprezzare ancora, fino in fondo, i sani valori dello spirito e della natura. Una giovinezza che, comunque, se ignora esplosioni tumultuose, spesso impressionanti quanto inutili, sboccia e fiorisce, fecondamente, in un silenzio ricco di fascino e di mistero. Teresa, infatti, parla poco, è sempre ritirata e raccolta, ma la sua crescita è vigorosa, incessante ed essa non sfugge ad occhi attenti.
Come tutti i giovani, spiritualmente sani e ricchi di fede, Teresa non sa cosa sia il rispetto umano. È fiera della sua fede. Ha ricevuto ordine, al suono di qualunque campana, di inginocchiarsi in qualslasi momento e ovunque si trovi, e sempre vi si attiene con scrupolosa fedeltà. Sa combattere per il suo Dio, convincendo e rimproverando chi osa offenderLo.
E, come tutti i giovani ardenti e generosi, Teresa non teme di dare la vita stessa. La morte, per conseguenza, non la spaventa. Sorprende come ella abbia potuto discorrere, con tanta imperturbabilità, di ciò che terrifica tutti. Un giorno prega il confessore di insegnarle come deve comportarsi negli ultimi momenti dell'agonia. Il confessore le rispose: «Ti proibisco di chiedere perdono affliggendoti, per non rendere più grave la sofferenza. Solo quando starai per dare l'ultimo respiro, ecciterai il tuo cuore ad una grande contrizione, ripetendo mentalmente: 'Sposo mio bello, sono stata e sono una peccatrice, ve ne chiedo perdono, perdono, perdono...'». Il confessore continua a spiegarle: «L'anima si separa dal corpo e, ripiena com'è di contrizione perfetta, volerà al suo Bene. Ricordati pure che devi morire sorridendo!». Teresa ascolta contenta e pronta ad eseguire alla lettera, come farà, per constatazione di tutti i presenti alla sua morte.
Un altro giorno, ancora, tutta premurosa chiede al confessore se il suo cadavere sarebbe stato portato alla Chiesa di S. Antonio (la Chiesa dei Cappuccini di S. Egidio). «Certo - risponde il confessore - se da viva sei stata sempre nella nostra Chiesa, vi sarai anche da morta. Resterai lì per tutta la notte; l'indomani i funerali solenni; e poi ti attendono sette palmi di terra... ». Teresa, tutta contenta, ascolta ed annuisce. Prodigio di una giovinezza, che tutto riveste della sua luce, perfino il volto nero della morte, «la sora morte» da attendere ed accogliere con la gioia del cuore, preparandovisi tutta la vita. Già, Teresa aveva capito benissimo che, nel mondo ci si sta, per apparecchiarsi alla morte, e cioè per aprirsi alla pienezza della vita nell'eternità.
E, certo, una giovinezza che non trema e non s'attrista neanche davanti alla morte, si rivela magnifica conquista di maturità e di dominio di sé. Infatti, anche Teresa sentì i morsi della tentazione e le voci allettatrici delle creature, ma tutto seppe vincere e dominare con la grandezza della sua fede e del suo amore. «Che padrona sono io della mia volontà - soleva ripetere - se non sono capace di rifiutare e vincere la tentazione?». Doveva, anzi, essere così bene allenata a dominare gli istinti, da insegnare anche come vincere, suggerendo di ripetere la bella invocazione alla Madonna: «Mamma bella, fate che non entri in me quello che Gesù non vuole».
Parole e atteggiamenti che dicono fino a che punto avesse chiaro e giusto il concetto di libertà. Sa lottare e vincere; ma sa pure identificare pericoli e insidie da fuggire. S'accorge, per es., che a distoglierla dal suo tenore di vita e allontanarla dal suo ideale, il diavolo si serve anche dei suoi stessi parenti. È per questo che, da abile consumata stratega, organizza il suo lavoro da non dare ansa a lamentele di sorta. Ed è lei a vincere la battaglia.
A questa giovinezza, perciò, non manca neanche - anzi! - l'impegno di imparare e l'entusiasmo. Non sa leggere, è però attentissima ad ascoltare. E così, sentendo leggere, impara subito per quindi, all'occorrenza, comunicare quanto ha appreso. Per non dare occasione a lamentele per le sue frequenti e prolungate andate in chiesa, si alza di notte tempo, provvede quanto può occorrere per la campagna e la casa, arriva a fare fino a tre infornate di pane prima del giorno; e poi va in chiesa. Al ritorno prepara per il pranzo e riprende ad occuparsi dei nipotini. Una giovinezza, quella di Teresa, che cresce e si dona, lotta e aspira a superarsi ogni giorno. Una giovinezza piena e feconda, vissuta in una serenità che neanche l'annuncio della morte prematura riesce ad offuscare definitivamente, alimentata e sostenuta dalla luce della fede e dal calore di un amore autentico. Il tutto nello scorrere di un quotidiano assolutamente ordinario e comune.
Ci vuol così poco - sembra ripetere Teresa - per essere veramente e pienamente giovani e non perdere mai la poesia della vita! E ci vuol così poco, anche, per cogliere il valore di essere «donna», anche quando la vita si svolge tutta tra le mura della casa e della chiesa!
8. Verso i fratelli con cuore aperto!...
I santi, amando Dio con tutte le forze e sopra ogni cosa, imparano ad amare i fratelli in un modo nuovo, stupendo, eroico: l'amore ai fratelli si rivelerà, appunto, metro e segno dell'amore a Dio.
La brevità della vita non ha permesso a Teresa di esibirsi in gesti spettacolari di carità fraterna. Ma i pochi indizi, in nostro possesso, sono sufficienti a far intendere che, anche in questo settore, essa era arrivata a livelli non comuni di perfezione. Da dire, prima di tutto, che il suo cuore spaziava in orizzonti senza frontiere, dal momento che era aperto a tutto l'universo. In tali orizzonti si ritrovavano agevolmente vicini e lontani, parenti ed estranei, sacerdoti e laici, santi e peccatori.
Come tutte le anime grandi, se qualche predilezione l'aveva, era per i più poveri ed infelici della vita. Affermava, infatti, di amare tutti in Dio, ma i poveri, gli sventurati, gli orfani le strappavano lagrine di sofferenza: per essi, soprattutto, pregava più particolarmente il Signore. Immagine di Dio e personificazione di Gesù, amava soccorrerli, appunto, per amore di Dio: « Vogliamo dare, per amore di Dio, un po' di pane a questo poverello di Gesù Cristo?».
Come ogni buon cristiano, armava e desiderava vedere il santo Padre. Ma come arrivare allo scopo? Come superare le difficoltà del lungo e dispendioso viaggio?... Ma, a chi le faceva presente tutto questo, rispondeva con la sua solita carica di fede o di amore: «Non è provvidenza divina l'invenzione del vapore? Viene meno forse ai miei bisogni la carità dei fedeli?». E il suo voto fu soddisfatto. Le offese e le amarezze, arrecate al Papa, la facevano soffrire molto. Era sempre pronta, per questo, ad inasprire le sue terribili penitenze, aggiungendo alla disciplina, il tormento prolungato di un fascetto di ortiche.
La stessa cosa faceva per i sacerdoti, che riteneva e rispettava come altrettanti Cristi in terra. Ai fratelli in Gesù Cristo offriva tutto quello che poteva, non risparmiandosi in nulla: la preghiera fervorosa, la riparazione, la testimonianza, l'ammonizione, il dono di cose semplici.
Tra i fedeli diffuse e fece conoscere il dovere dell'apparecchio e del ringraziamento alla santa comunione. Ciò che, se era a gloria di Dio, era non meno a pienissimo vantaggio spirituale delle anime.
Alle consorelle e confratelli del Terz'Ordine francescano e a tutti quelli che, comunque, poteva incontrare sul proprio cammino, offriva il dono prezioso del suo esempio illibato e la carità squisita della sua edificazione. Non per nulla, tutti quelli che l'avvicinavano, uomini o donne che fossero, rimanevano perpetui suoi ammiratori! Operò per il bene di tutti, allo stesso tempo che per la gloria di Dio, soprattutto nell'ambito del Terz'Ordine, sicché ne rimanevano ammirati. I peccatori, i negligenti, gli apatici nel servizio di Dio e nella pratica della vita cristiana, erano oggetto di sua particolare preoccupazione amorosa. Correggeva, ammoniva, espiava. Soprattutto si martoriava e pregava per essi.
Si adoperava a preservare e difendere i più piccoli e più indifesi dall'apprendere modi e comportamenti che, a lei, sembravano lesivi della dignità del cristiano. I piccoli imitano tanto facilmente nel bene come nel male!
Voleva sinceramente il bene di tutti. E così - esempio di rara delicatezza e sensibilità - si adoperava a che le anime credenti non fossero private del gran dono delle indulgenze, il prezioso condono di pena per i peccati commessi. E, infatti, iscritta al Rosario vivente, oltre a recitare la sua posta della corona, recitava l'intero rosario di 15 poste per quegli ascritti, che avessero potuto omettere la recita della posta e del mistero. Così, né gli ascritti zelanti e né le anime del Purgatorio perdevano le indulgenze e i suffragi.
Per queste ultime aveva emesso il voto eroico di carità, spogliandosi, a loro favore, di tutti i meriti in vita e di tutti i suffragi dopo morte. Pregava intensamente per loro, suffragandole in tutte le maniere. Per loro faceva, pure, sempre il pio esercizio della Via Crucis anche più volte al giorno, possedendo un crocifisso, con annesse le indulgenze di tale pio esercizio.
Si prodigava, soprattutto, per la conversione dei peccatori, offrendo, per questo, tutto a Dio. E pagava di persona, con riparazione generosa e incessante, come subito vedremo. Generosità che cercherà di inculcare in altre anime, con la parola e l'esempio. A questo la spingeva, assieme al comando dell'obbedienza, il suo gran cuore assolutamente alieno da ogni ombra di fanatismo o di impostura o di vanagloria, affamata sempre di porsi in mostra e di essere acclamata. E così, Teresa - a parte tutto il bene prodotto e noto solo a Dio - ha chiamato alla salvezza più di qualche anima peccatrice. Un povero sacerdote, sospeso da dodici anni, si ravvederà davvero per la grazia del Signore, a lui comunicata dalle ripetute visite di Teresa.
Era aperta non meno ai nemici, che però voleva piegare con la preghiera, l'esempio, la perseveranza nel bene. «Preghiamo, preghiamo per i nostri nemici - diceva. Il nostro perseverare nel bene, la nostra fedeltà al dovere sarà, senza dubbio, per loro, ottimo mezzo di ravvedimento». Teresa non si sbaglia, avendo per così dire, l'istinto dei santi: essi sanno bene che cuori e volontà possono essere piegati solo da Dio!
Il pensiero dei peccatori - i fratelli più poveri e bisognosi! - l'assilla, centuplicandone la generosità. La più frequente delle sue invocazioni, specie nel tempo della malattia, era per loro: «Signore, misericordia dei peccatori! ».
Amore fattivo e concreto per tutti, che diveniva anche, all'occorrenza, pieno di tatto e di delicatezza. Non voleva pesare troppo sui parenti né voleva affliggerli oltre misura. Per questo, durante l'ultima lunga malattia, si sforzava di nascondere la fievolezza della voce, per non mettere in costernazione la famiglia.
Amore umile, generoso e sottomesso, che brillerà in un ultimo sublime gesto: quello - come abbiamo visto - di voler baciar la destra a tutti e chiedere loro perdono. Rinsaldando così, per l'eternità, un vincolo di amore già così profondo e bello.
Ma forse l'eroicità dell'amore di Teresa per i fratelli, pur in così modeste manifestazioni, volle svelarla Dio stesso. Due grazie, verificatesi dopo la morte di lei, venivano accordate, per sua intercessione, proprio a chi le era stato meno vicino. Una giovanetta, non molto gentile con Teresa, venne guarita da infermità cronica e minacciosa.
La cognata, avversa a Teresa da viva, per quasi istantanea conversione, si inscriverà al Terz'ordine Francescano, diventandone quasi perfetta imitatrice.
Non si deve dimenticare, soprattutto, che Teresa si è impegnata con tutte le forze perché i suoi fratelli, e cioè tutti gli uomini, imparassero ad amare Dio con tutto il cuore, consapevole che solo per questa strada, vengono loro tutti i beni ed ogni felicità nel tempo e nell'eternità!
9. Amore che espìa e ripara
Teresa fu una eccezionale amante del digiuno e della penitenza, in tutta la loro estensione, tanto da indurre a far pensare, subito, a quei grandi penitenti ed eremiti del deserto, di altri tempi. Qualcosa, si direbbe, a prima impressione, di anacronistico e di non credibile. Come può - si è tentati di dire subito - una giovane esistenza non sentire, prepotentemente, il fascino della vita e della giovinezza, che invita a godere e a gioire?... Può una giovinezza rivestirsi, sempre, di lutto e di pianto?... In verità, anche Teresa sentì, irresistibile, il fascino della vita; solo che seppe purificarlo, orientarlo, sublimarlo in ideali ancora più grandi e sublimi. D'accordo, la vita di coloro che, pazzi di amore, donano tutto, privandosi di innumerevoli soddisfazioni, può sembrare anche, all'apparenza, una vita triste e impossibile. E, tuttavia, tale vita è vita di autentica felicità e giovinezza. Non è questo, sempre, il miracolo dell'amore autentico e coerente?
Teresa si è innamorata di Cristo Crocifisso fino alla follìa. Divenire, allora, come Lui, compartecipando alle sue sofferenze, sarà il suo grande sogno di amore.
Consapevole della brevità della vita - un soffio che svanisce! -, è persuasa che l'uso migliore, che se ne può e se ne deve fare, è quello di sfruttarla al massimo, seminando senza risparmi, per una messe di gloria e di vita eterna. Convinta che i veri gioielli di Dio e dell'universo sono le anime, per le quali Lui stesso si è degnato di scendere sulla terra e morire in un mare di sofferenze, sente la necessità e la gioia di cooperare a salvarle dal peccato, riparando per loro, espiando le loro colpe, che turbano l'armonia dell'universo.
Teresa si donerà per tutti, riparerà per tutti. Solo così si spiega la sua incredibile sete di sofferenze, ricercate e amate in tutti i modi, con più ardore di chi è alla ricerca di un ambitissimo e preziosissimo tesoro. Instancabile - attesta il suo Confessore - al lavoro per valorizzare al massimo il tempo e mortificare senza pietà il suo corpo. Al fine di piacere unicamente al suo Sposo divino.
Digiunava a pane e acqua: pane anche scarso, e chiesto per carità. Un digiuno di tutti i giorni, come in una quaresima continuata.
Qualche po' di cibo lo prendeva per obbedienza, perché per Teresa, l'obbedienza è al di sopra anche della penitenza.
Quando i genitori si accorgevano di questo e, soprattutto, nei giorni di festa, la obbligavano a stare a mensa con loro e a mangiare. E Teresa: «Sì, come non mangio? ...». Ma, poi, dandosi tutta a dividere, a dar da bere e facendo vedere di gustare questa o quella cosa, ella sapeva accortamente distrarli, sicché, in pratica, non interrompeva la sua astinenza.
Obbligata a mangiare, mescolava destramente, al cibo delle foglie di assenzio - cosa piuttosto usuale per lei - e, a volte, della cenere. Faceva così anche quando mangiava solo un pezzo di pane.
Nella settimana santa e negli ultimi giorni di carnevale, si sostentava solo della Comunione eucaristica e di una tazza di caffé con un fascetto di assenzio, che masticava voluttuosamente e inghiottiva come fosse cibo squisito.
Dormiva poco o niente. Alla sera, se ne stava in cucina a fare le sue devozioni, ritirandosi nella sua stanza solo a tarda notte. A rassicurare suo papà di aver dormito, si appoggiava appena sul letticciuolo, ma, dopo una o due ore, era in piedi e disfaceva, un po', il letto.
Sonno scarso e sempre, anche, disagiato. Infatti, al di sopra del paglione aveva sistemato una tavola e delle spine.
E non erano, solo, privazioni e disagi. Martoriava e crocifiggeva, letteralmente, il povero suo corpo. Era così, soprattutto, che le sembrava di poter assomigliare a Cristo sulla croce, con Lui espiando e riparando. Martoriava il petto con una tenaglia; ai lombi portava un cilizio e fascetta, larga quattro dita, seminata di piccoli chiodi. Aveva tutto il corpo ricoperto, di un cilicio, le cui punte, forando la pelle, erano sempre e tutte lorde di sangue. Aveva le spalle e il petto ricoperti da un busto armato, al di dentro, di una infinità di punte di acciaio, lavoro delle sue mani. Sopra di questo scaricava i colpi di un flagello di cuoio, anch'esso frastagliato di punte acuminate. Si percuoteva con tanta forza da far spicciare sangue in abbondanza.
Anche tutto il resto del corpo era ricoperto dal cilicio.
D'estate e d'inverno, dentro e fuori casa, faceva uso solo di sandali.
Come si vede, un ininterrotto e tremendo martirio di tutto il corpo, reso tutto una piaga. Impossibile, al vedere tali strumenti di penitenza tutt'ora conservati gelosamente, per l'edificazione dei visitatori, non inorridire di ribrezzo e non rimanere profondamente stupìti e impressionati.
Ma Teresa non si fermava qui. Come Cristo, amava di essere flagellata nel corpo. E, infatti, nell'andare in chiesa, di buon mattino, si fermava fino a tre volte per via, e dato di mano alla disciplina, si percuoteva orribilmente, supplicando: «Signore, Signore, misericordia per i poveri peccatori». Si disciplinava a sangue per risarcire le offese che, a quell'ora, si facevano a Dio, in tutto il mondo. Amore che espìa, e perciò tutto avvolto dal segreto più rigoroso. A conoscenza di tutto è solo il Suo confessore: nulla, per quanto dipendeva da Teresa, trapelava a occhi e orecchi indiscreti!
Le flagellazioni le ripeteva due tre volte al giorno, e una due volte la notte. E questo, specialmente il lunedì, il mercoledì e il venerdì; e ogni volta che sentiva offese a Dio. La diciplina sembrava, addirittura, la sua arma preferita, per placare il cielo. La portava, infatti, sempre con sé e, quando non era vista, volto uno sguardo di amore al cielo e dicendo: «Gesù bello, sposo mio, io sono una fetente» ecc., assestava sulle povere spalle cinque o sei robusti colpi, per quindi rimetterla a posto, e riprendere le sue faccende di casa.
Ovviamente, così facendo, i chiodetti del busto penetravano nella carne e si rinnovava lo strazio di tutti gli altri cilizi che portava addosso.
Con un corpo, sottoposto da capo ai piedi a un continuato martirio e reso tutto una piaga, stando in chiesa, ancora, girava se stessa nel busto, che la trafiggeva, tre volte ad ogni elevazione de l'Ostia santa e del Calice. Tre volte, pure, ad ogni assoluzione che le veniva impartita e spesso in casa e altrove. Faceva tutto questo - dicono i testimoni - affinché le vitarelle, uscendo e rientrando dai rispettivi buchi, le avessero rinnovato gli strazi per amore del suo santissimo Sposo.
Verso le ore pomeridiane, stando in casa, prendeva pure in braccio uno dei bambini. Adagiandolo sulle gambe, risentiva le trafitture, subito si girava e rigirava nel busto, a maggior castigo del suo «ciuccio vizioso e fetente», come chiamava il suo corpo.
Qualche volta si è battuta con un fascio di chiavi. Altre volte, ha goduto, vedendosi percossa ugualmente sulle spalle, divenendo così più atroci i dolori - a causa dei chiodi - e più profonde le piaghe.
In una parola, Teresa, per assomigliare a Cristo sofferente, poneva in opera tutta l'inventiva del suo animo.
Tutto questo lo faceva soprattutto il venerdì, il giorno sacro alla passione del Signore!
Una vita intera di riparazione e di espiazione, per puro amore, specie nei pochi anni di appartenenza al Terz'ordine francescano.
Rimproverava a chiunque le offese fatte a Dio, convincendo con la parola e l'esortazione. Ma quando non poteva farlo o vedeva inefficace la sua parola, si martoriava e pregava per quei traviati. Correggeva e rimproverava per le profanazioni della festa e della domenica; ma, vista inutile la sua correzione, domandava perdono, pregava per i peccatori e martoriava, ancora più crudelmente, se stessa. E più pesanti erano le offese, più aumentava la riparazione. Sentendo proferire bestemmie, o venendo a conoscenza di risse, di morti improvvise, di omici, di insulti al Papa e ai sacerdoti, alla disciplina aggiungeva il tormento prolungato di un fascetto di ortiche e il voltolarsi - coperta solo, per la salvaguardia del pudore, di una lunga camicia somigliante a velo - su di uno strato di cardi di castagno o di pungentissime spine.
Ancora una volta, espiazioni e penitenze, intensificate di molto, erano riservate soprattutto ai venerdì, specie quelli di quaresima.
Dono di amore, quello di Teresa, fatto sempre con immensa generosità e letizia. Lo si poté constatare soprattutto nella malattia che la condurrà alla morte. Aveva sbocchi di sangue, ma richiesta come sta: «Bene», rispondeva con angelico sorriso. Le sue sofferenze erano tali da venirle meno il respiro, ed essa non cessava di ripetere, serena, di stare bene. Grande e sublime logica dei santi: se la sofferenza con Gesù e grazia grande, come sfuggirla?... Al vederla soffrire così terribilmente come le pene del purgatorio, il Padre Cappuccino che l'assiste, le chiede: «Cos'è?..». Ed ella: «Bene, bene. Sarebbe bello... Se Gesù mi ha fatto la grazia di patire per Lui, posso io lamentarmene? Egli sa bene di quale aiuto ho io bisogno». E - per poter soffrire -, ella avrebbe rifiutato ogni soccorso e cura, se l'obbedienza non l'avesse obbligata ad accettare tutto.
Come si vede, una vera sete di sofferenza, quale la si ritrova in anime di eccezione, come S. Teresa d'Avila, S. Giovanni della Croce, Santa Veronica Giuliani, ecc. Nell'ultima malattia, Teresa mostrava questa sete, ripetendo anche, spessissimo, agli astanti: «Patire e non morire, patire e non morire! ».
E, se sulla soglia dell'eternità, ella ha un rimpianto, questo non è perché muore giovane o perché non è stata guarita, ma solo perché non può più soffrire. Interrogata, infatti, se trovasse duro morire, in sì giovane età, rispose: «Mi è duro, sì, ma solo perché morendo, non posso più patire per il mio Diletto. Santa Veronica diceva: patire e non morire. Ma a me tocca fare solo la volontà del mio Dio!».
Come è facile giudicare, siamo al vertice dell'amore. Solo i santi che amano così, riescono a capire, ad amare, a santificare e trasfigurare quel dolore che, a tutti gli altri uomini, mette addosso il terrore e la disperazione!
10. L'anima mistica
Ogni anima è chiamata ad una unione strettissima con Dio. E quando vi arriva, essa comincia ad essere come guidata, costantemente, da l'alto, pur senza mai perdere la propria libertà. È allora, anche, di preferenza, che possono accadere dei fenomeni straordinari o dei «segni», che sono come l'espressione dell'unione raggiunta. Teresa dovette raggiungere un altissimo grado di contemplazione e di unione con Dio: ne fanno fede i pochi ma significativi indizi, lasciatici dal suo biografo e confessore.
Possedeva, ad es., il dono delle lacrime, che consiste in una coscienza altissima del peccato, anche nelle sue più tenui espressioni, e per il quale, così abbondantemente presente nel mondo, si versano fiumi di lacrime di contrizione. Con detto dono si piange, pure, di profondissima consolazione, di cui è inondata l'anima. Teresa possedeva questo dono perché implorava perdono per colpe non commesse, con l'ardore di una Maddalena o del penitente più consumato. Evidentemente piangeva pure per i peccati degli uomini: per chi ama, infatti, ogni offesa a Dio è ferita gravissima inferta al proprio cuore. Nel chiedere perdono, eccitava in sé tanto dolore da morirne quasi e piangeva con dirottissimo pianto. Ed avveniva pure che, al colmo del dolore e del pianto, passasse d'improvviso a somma letizia. Era chiaro che a guidarla era lo Sipirito Santo!
Pur così oberata, soprattutto in casa, di occupazioni senza fine, e pur stando, così fattivamente con i piedi per terra - come si suol dire -, Teresa sembrava muoversi in un mondo misterioso e pieno di fascino, ignoto alla più parte degli uomini. Ogni venerdì, verso sera, si poneva in meditazione, meditando per un'ora intera, ordinariamente, sulla passione di Gesù e i dolori della sua santissima Madre. Ma tutta la sua vita, attesta il suo confessore, potrebbe dirsi una continua orazione mentale e vocale.
Non è a dire quanto sentisse la presenza di Dio: una presenza che chiaramente, la esaltava e ne illuminava costantemente il cammino. Nessuna meraviglia che tutto facesse per Dio, per il suo Gesù! Era pure grandemente compresa della presenza del suo Angelo custode, che riteneva fermamente al suo fianco e del quale aveva rispetto, timore e grande devozione.
Ma il suo paradiso, la sua felicità era Gesù nell'Eucarestia. Davanti al SS. Sacramento dell'Altare, soprattutto, sembrava un serafino: il mondo pareva come scomparire ai suoi occhi, immergendosi estatica nella realtà del suo Dio e Signore. Lo si percepiva da tanti suoi gesti e atteggiamenti.
Ogni volta che si recitava il «Dio sia benedetto» e la preghiera: « O divina Eucarestia», se ne
stava per terra, sprofondata nel suo nulla. Evidentemente, come sentiva e godeva della letificante presenza del Dio-Amore, ne adorava non meno l'augusta maestà che, tremebondi, osannano gli angeli del cielo.
Sempre silenziosa, solitaria, ritirata in sé stessa, a colloquio, senza dubbio, col suo amabilissimo Sposo.
Teresa era arrivata alla contemplazione mistica.
La contemplazione è il quasi vedere e toccare con mano e il vivere continuato nell'atmosfera di Dio. Non è escluso, abbiamo detto, che in questo stadio del cammino interiore, si verifichino fatti straordinari, sotto l'impulso dello Spirito Santo. Ci limitiamo a rilevarne qualche indizio.
Teresa era analfabeta e, tuttavia, al semplice sentir leggere qualcosa, l'imparava subito: perspicacia di una contadina dalle scarpe grosse e cervello fino, come vuole il proverbio popolare, o dono dall'alto?...
Vivendo così intensamente il mistero di Gesù, presente nell'Eucarestia, lei, analfabeta, dettò, per comando del suo Direttore, delle preghiere di preparazione e di ringraziamento alla Comunione così infuocate e ripiene di altissimi sentimenti, da sembrare ispirate. Si servì di queste lunghissime preghiere, in più luoghi, ma specie nella chiesa dei Padri Cappuccini di S. Egidio: l'unanime impressione fu sempre quella di trovarsi davanti ad un angelo!
È questa la scienza dei santi! Da aggiungere, a questo proposito, che Dio si serve, spesso, di queste anime semplici, per far conoscere le sue meraviglie e comunicare sprazzi di luce divina. Chi, infatti, incontrava Teresa ne avvertiva e ne subìva, immediatamente, il fascino. Due magistrati, in due diverse circostanze, vollero saggiarne la virtù, ponendole delle domande sottili e a tranello. Ne ebbero delle risposte da lasciarli trasecolati, stupìti che in una giovanetta contadina potesse trovarsi tanta profondità, tanta prontezza e virtù!
Fu interrogata anche da alcune Autorità ecclesiastiche, un po' preoccupate per le voci che correvano sul nuovo genere di vita da lei intrapreso, per accertarsi dei suoi sentimenti e saggiarne i propositi. Ma anch'esse rimasero stupìte della saggezza e nobiltà delle risposte, esprimendo pubblicamente la stima e l'ammirazione per un'anima così bella! L'essere così magnificamente istruita a rispondere sempre, con garbo e disinvoltura, anche a quesiti importanti di persone poco morali ed anche autorevoli, era frutto dell'istruzione, ricevuta dai Padri o non piuttosto dell'intensa familiarità con Dio? Ancora. Abbiamo detto che, per due invernate, già alle tre del mattino, Teresa era in cammino verso la chiesa. Il Confessore attesta: faceva la strada, come per incanto, con la neve fino a cinque palmi, ed ella, scalza, ad imitazione di S. Venceslao, la percorreva come se fosse volata, senza lasciar traccia alcuna sulla neve.
Si tratta solo di ammirata amplificazione di un pur eccezionale comportamento, o di vero e proprio fenomeno mistico?...
Fu, poi, solo un caso che, pur stando sì lungamente a letto, mai si ebbe il minimo cattivo odore?
Il Signore ama scherzare con i piccoli, i mondi di cuore, operando meraviglie. Teresa aveva sempre serbato rigorissimo silenzio sulle sue asprissime penitenze. Ma un imprevisto sembrò buttar per aria tutta questa discrezione. Abbiamo accennato come, per una forma di artride, le si ordinò i bagni caldi. Il suo cuore fu in tumulto: l'obbedienza la spingeva ad attenersi alla prescrizione medica, la sua verginale purezza ed umile riservatezza per il suo corpo tutto piagato reclamavano il contrario. Il dilemma fu sciolto, in buon punto, dal confessore: Teresa andrà ai bagni, fruendo del caritatevole servizio di una sua parente terziaria francescana e della stessa Ministra del Terz'Ordine di Pietradefusi.
Ma Teresa non vuole, non può svelare il suo segreto di amore. Prega fervidissimàmente Gesù e Maria, perché vogliano nascondere agli occhi altrui ciò che aveva operato - diceva - nelle sue membra in isconto dei suoi peccati. E, infatti, le due consorelle videro, non senza grande stupore - perché, in fine, era pur trapelato qualcosa di tale segreto -, il corpo di Teresa bello e netto come quello di un bambino!
Si tratta di indizi, abbiamo detto, ma tanto eloquenti. Il più, forse, e il meglio di una contemplazione ammirabile Teresa lo ha tenuto gelosamente per sé. Ma forse anche il confessore, a conoscenza delle meraviglie di Dio, non ha saputo né voluto comunicare di più. Il volto, tuttavia, di questa ragazza evidenzia tutti i tratti di un'anima, naufraga di felicità nel suo Sommo Bene!
11. Li riconoscerete dai loro frutti...
Un albero che si piega sotto il peso dei suoi frutti è, forse, la più suggestiva immagine della feconda bellezza dell'estate. È così ogni anima che ama Dio ed osserva la sua legge: un albero piantato sulla riva del fiume, sempre verde e ricco di frutti. Anche Teresa, pur nella brevità del suo itinerario terreno, ha dovuto avere frutti abbondanti e dolcissimi. Lo si deduce da alcuni guizzi rivelatori.
Come chiede Cristo nel Vangelo, Teresa è testimone invitta della sua Parola. Abbiamo già visto come ella ammoniva, correggeva, esortava, catechizzava, battendosi per i diritti di Dio e la salvezza dei fratelli. Ma essa fu incomparabile testimone soprattutto con la santità della sua vita, voce impossibile a soffocarsi.
E, infatti, molti confessarono di aver ripreso le pratiche religiose per la vita sinceramente cristiana di Teresa.
Un sacerdote confidò ai suoi superiori di essersi convertito davvero, per l'esempio e la carità di Lei.
Ugualmente una meretrice abbandonò, per Lei, il suo losco mestiere imboccando la via della salvezza.
Ovviamente, se una vita esemplare irraggiava, così provvidenzialmente, ai lontani, non poteva non infervorare soprattutto i vicini. E, infatti, molti, nel Terz'Ordine francescano, divennero terziari ferventi per lei, per il suo esempio, per i suoi insegnamenti ispirati. Le sue lezioni di paradiso avevano un fascino tutto particolare, sicché chi l'ascoltava, mai più avrebbe voluto distaccarsi da lei. Affascinavano la soavità, la precisione e la singolarità di tali lezioni.
Ma il frutto più bello di Teresa - anche se non le sarà dato né di vederlo di persona né di goderlo sulla terra - è l'Istituto delle Suore Francescane Immacolatine, fondato dal Cappuccino P. Ludovico Acernese, ma per ispirazione, appunto, di Teresa. Era stata, infatti, soprattutto lei che, assieme ad un gruppetto di terziarie, aveva insistito col Padre per vivere in comunità. Lei era andata a Roma, dal s. Padre Pio IX, per ottenere il permesso di portare pubblicamente, sempre, l'abito del terziario, e la benedizione per i progetti di bene, che fiorivano nella mente del suo Direttore P. Ludovico. Era stata lei, soprattutto, a portare ovunque detto abito. E fu Lei, in modo tutto particolare, a vivere innanzi tempo, quella spiritualità o modo di vita, che sarà poi codificata e offerta ai membri del suddetto Istituto religioso. Forse la sua stessa morte precoce fu la spinta decisiva alla fondazione del P. Ludovico.
E, infatti, lo spirito e la fisionomia spirituale di Teresa coincidono, quasi perfettamente con lo spirito e le caratteristiche delle Suore Francescane Immacolatine. Essi sono, in pratica:
Amore ardente all'Immacolata Spirito di riparazione
Ansia di evangelizzazione, di servizio e di assistenza soprattutto delle ragazze del popolo.
La Santissima Vergine Immacolata, la dolce Madre di Gesù, fu per Teresa la stella luminosa nel suo cammino a Gesù. Vuole, infatti, che sia Maria a plasmare il suo cuore, per donarlo, immacolato e fremente di amore, allo Sposo: «Mamma bella - pregherà così spesso - fate che non entri in me quello che Gesù non vuole».
«Oh la mia cara Mamma - esclamava pure. Solo in vostra compagnia sarò degna di presentarmi al Figlio vostro».
Appoggiata a Maria, Teresa, bambina inesperta, vuole crescere, camminare, migliorare, ogni giorno: «Con l'aiuto di Dio e di Mamma Immacolata, oggi voglio fare più di ieri per il mio Gesù».
«Mamma»: era l'appellativo affettuoso e tenero con cui, abitualmente, si rivolgeva a Maria. E da Lei ottenne di non tradire il segreto delle sue penitenze, come da Lei - affermava -, aveva sempre ottenuto le grazie più singolari.
Maria SS. è anche l'ideale che propone agli altri: piccoli e grandi.
Maria La vedeva come Mamma dolcissima; l'amava con la tenerezza di figlia; la contemplava con la cristallina innocenza del suo cuore: «Mamma bella!...» è la sua espressione o invocazione abituale. E a Lei offrirà i fiori più smaglianti, espressi soprattutto con la recita dei suoi Rosari. Recitava, infatti, un rosario di cinque poste, un altro rosario intero di 15 poste, la Coroncina delle 7 allegrezze, la Coroncina dell'Immacolata, il rosario della Misericordia, tanto raccomandato da papa Pio IX.
Ma, per Teresa, ogni occasione è buona per esprimere e accrescere l'affettuosa sua dedizione. Le hanno insegnato e comandato di inginocchiarsi al suono della campana, in qualsiasi ora e ovunque si trovasse, dicendo: «Ecco l'Ancella del Signore», con la recita della Salve Regina, quale graditissimo saluto a Maria. Ed ella non se ne dimentica mai.
E a Maria affida anche le preoccupazioni della giornata, per superarle con Lei nel miglior dei modi. Quando fratelli e cognate si meraviglieranno, sovente, domandandole come facesse - stando in Chiesa - a tenere quieti e tranquilli in casa i suoi nipotini, senza latte e senza farli piangere, risponderà: «Me li mantiene la Madonna! ».
Dello spirito di riparazione di Teresa abbiamo gia parlato abbastanza. Esso diverrà nell'Istituto delle Suore Francescane Immacolatine l'anima stessa di tutto l'apostolato. P. Ludovico, infatti, le vorrà «per istruire le figlie del popolo, come omaggio speciale all'Immacolato Concepimento di Maria, per un giornaliero risarcimento degli oltraggi che si fanno a Dio, con ogni specie di peccati e segnatamente con quelli dello smodato sensualismo».
Abbiamo pure fatto cenno dell'impegno evangelizzatore di Teresa che, formalizzato e meglio specificato e finalizzato, passerà, non meno, tra le finalità del suddetto Istituto.
Tutto questo fa di Teresa, in piena verità, l'ispiratrice, la pietra angolare, la matrice spirituale e quindi, anche l'ideale di tutte le Suore Francescane Immacolatine. Merito non piccolo, dal momento che tutto il bene che dette Suore hanno fatto e faranno nei secoli, è anche, sotto molti aspetti, bene di Teresa. Forse la sua stessa morte prematura doveva essere, nei disegni di Dio, come il fondamento stabile dell'Opera che stava per nascere!
Per finire...
I dati su Teresa Manganiello, in nostro possesso sono, purtroppo, scarsi. Vicissitudini di uomini e di tempi hanno come congiurato a far dimenticare, un po', una grande scìa di luce. Ma può, la luce della Santità essere definitivamente vinta?... E così la dolce figura di questa ragazza, dagli occhi meravigliosamente limpidi, puntati sull'infinito, è ritornata con tutto il suo fascino e la carica della sua vita eccezionale.
In effetti, è difficile, leggendo e rileggendo i pochi appunti biografici, non sentire, nell'intimo dell'anima, una profonda attrazione. Si finisce, cioè, con l'avere la netta sensazione di trovarsi davanti ad uno di quei miracoli di grazia, con i quali tante volte Dio gratifica questo nostro povero mondo di tenebre e di miserie. Ed essa affascina tanto più, in quanto si tratta di una analfabeta, di una ragazza nel pieno vigore dei Auoi verdi anni, di una povera contadina o casalinga: si tratta, ancora una volta del fascino dello straordinario nella piu ordinaria e modesta vita, così come è vissuta da tanta gente.
È proprio vero che la luce, dove si posa, riscatta, abbellisce e impreziosisce tutto. Come sarebbe il mondo se su di esso si posasse, in pienezza, la luce della santità e dell'amore, la luce dell'amore di Dio?...
Ai giovani, alle donne, soprattutto di umile condizione, alle anime consacrate, Teresa può ben essere un modello e un ideale accessibile e una speranza, giacché a nessuno è preclusa la via della vera gloria e della vera crescita umana!