ROSALIA (Beata Suor)
La
madre dei poveri
di
Paolo Risso
Gex,
dipartimento dell'Ain, in Francia, 1794. Nella casa dei signori Rendu, la madre,
vedova con tre bambine, nonostante il momento economicamente difficile, ha
assunto un domestico, non si sa bene per fare che cosa.
Si
chiama Pietro e, fin dal primo giorno, è circondato di onori e di rispetto
grandissimo: a mensa è capotavola, nel salotto è invitato a sedersi sulla poltrona
più bella. Si chiama Pietro ed è diverso dagli altri. Così pensa Giovanna
Rendu, una delle bambine, sette anni di età, nata l'8 settembre 1787.
Una
notte, a causa di tramestii vari, la piccola non riesce a dormire. Si alza,
furtivamente... Incredibile! Pietro, "il domestico" ha vestito i
paramenti sacri e celebra la Messa.
"Chi
sarà mai costui?" - domanda tra sé la bambina.
Qualche
giorno dopo, giocando con le sorelline, rompe la loro bambola.
La
mamma minaccia castighi. Giovanna le risponde: "Se mi punisci, dirò a
tutti che Pietro non è Pietro!". La mamma signora Anna Laracine, le spiega
che il "domestico" è in realtà il Vescovo di Annecy, nascosto nella
loro casa. La prima volta che lo vede, Giovanna si inginocchia e gli bacia le
mani. Ha capito che deve custodire un grave segreto: il Vescovo è perseguitato
e rischia il martirio.
Pochi
giorni dopo, ella sa che il sindaco di Annecy - che è loro cugino - è stato
fucilato sulla pubblica piazza, per non aver abbandonato alla profanazione e
al fuoco le reliquie di S. Francesco di Sales, Vescovo della città.
Giovanna
si domanda perché il suo parroco, don Colliex, ora va in giro, vestito da
contadino, le campane della chiesa non suonano più e c'è un clima strano...
Così giovane, non può ancora capire tutto quel che sta capitando in Francia.
Dal
principio del secolo, era dilagata una filosofia nuova,
"l'illuminismo", per cui "Se Dio c'è, non c'entra" e l'uomo
non solo ha "lumi" sufficienti, ma straordinari per illuminarsi da
solo e per illuminare la società. Uno degli "illuminati" del tempo,
Voltaire, aveva detto: "Schiacciate l'infame". L'infame era il
Cattolicesimo. I "lumi" dunque dovevano spegnere Cristo, la Luce.
Anzi, quella del Cattolicesimo non era Luce, ma oscurantismo. La Ragione,
scritta con la maiuscola, "la Ragione che ragiona" sarebbe stata la
luce.
Così,
nel 1789, era esplosa la rivoluzione francese, con tre magiche parole: libertà,
uguaglianza, fraternità. Ma non c'era Dio in mezzo. Solo la ragione, unica
legge all'uomo. Così presto la libertà si era fatta oppressione. Di
uguaglianza, meglio non parlarne, perché comandava il più forte, con le
armi. E la fraternità?
Nel
1793, i "fraterni" governanti di Parigi avevano perpetrato il
genocidio della cattolica Vandea. Ed ora, nel 1794, Robespierre ha instaurato il
Terrore, con la ghigliottina che tronca le teste non solo ai credenti e ai
preti, ma anche agli scienziati come Lavoisier.
Una
bufera terribile contro la Chiesa e contro l'uomo.
La
Francia, i cattolici sono perseguitati, religiosi, preti e Vescovi sono
incarcerati e mandati a morte. È tornato il tempo delle catacombe, con i
martiri, come all'inizio del Cristianesimo. Ma il sangue dei martiri - si sa -
è seme di vitalità nuova.
Dal
giorno in cui ha scoperto chi è il "domestico" Pietro e ha compreso
che gli ospiti di casa sua sono ricercati dalla polizia perché sono fedeli alla
Chiesa Cattolica, per Giovanna, Gesù diventa l’”Unico".
Colui
per il Quale i buoni vivono e si sacrificano e molti di loro immolano la vita
per non tradirlo, merita davvero tutto il suo amore. Ella si prepara alla
prima comunione e don Colliex, il suo parroco, arriva, vestito da contadino, a
insegnarle il catechismo. La bambina lo ascolta, avida di imparare e di conoscere
il suo Dio.
Giunto
il giorno - anzi, la notte stabilita - mamma Anna prepara l'altare in cantina. I
candelieri restano spenti, quando il prete proscritto inizia la Messa. Sono
presenti le sorelline e pochi servi fidati. Giovanna non ha il vestito bianco
con il candido velo, ma prega intensamente.
Al
momento di ricevere per la prima volta Gesù eucaristico, ella gli giura,
decisa: "Io vivrò solo per Te, ti amerò, ti servirò per tutta la vita
nei piccoli, nei poveri". Prega per i rivoluzionari che tentano di spazzare
via la Chiesa dalla Francia, dall'Europa: "Padre, perdona loro, perché non
sanno quel che fanno".
Nasce
così, la donna grande che un giorno sarà...
Passata
la bufera, Giovanna va a scuola dalle Orsoline di Gex. Desidera consacrarsi a
Dio, sedotta da Lui solo. Ma non gli basta la preghiera, anche se ama pregare a
lungo.
E
una ragazza piena di vita, allegra, vivace, ricca di iniziative. Quel Gesù che
ama, ella lo vede nei malati più gravi, nei miserabili, negli abbandonati. Li
"scopre", per la prima volta, da vicino, all'ospedale di Gex e sente
per loro una singolare attrazione.
A
15 anni, chiede alla mamma di lasciarla andare a servire in mezzo a loro. È
l'età dell'amore, l'età della vita che sboccia verso la pienezza. Ella ama e
serve, con amore esclusivo, Gesù, nei sofferenti.
All'ospedale,
incontra le Figlie della Carità, fondate da S. Vincenzo de' Paoli e da S.
Luisa de Marillac, nel 1633, le suore che si chinano sui malati come sorelle e
mamme. In Francia, sono state da poco ristabilite dal "primo console",
Napoleone Bonaparte, che ha detto ai suoi collaboratori: "Tutti i vostri
filantropi insieme non valgono una sola suora della carità!".
Giovanna
è affascinata da loro. Si trova a fianco con la signorina Jacquinot, che ha 15
anni più di lei, la quale vuol farsi Figlia della Carità. Pensa di aver
scoperto la sua vocazione e vuole seguirla. Domanda alla mamma di lasciarla
partire per Parigi. Ne riceve un rifiuto netto. Ella insiste e torna ad
insistere: "Sarò felice solo tra le Figlie della Carità".
Finalmente,
la mamma le permette di partire. Le dà una lettera per un saggio prete della
capitale: "Lui - le dice - ti guarirà dalla tua follia". Spera che il
tempo avrebbe dissipato le illusioni della figlia.
Al
momento della partenza, dopo abbracci e lacrime senza fine, appena Giovanna è
salita sulla diligenza, la mamma le grida: "Girati verso di me, bambina
mia, che ti veda ancora una volta". È grande la sofferenza del distacco
nel suo cuore di ragazza, ma Cristo la chiama: irresistibile!
Il
25 maggio 1802, bussa alla porta delle Figlie della Carità, a Parigi, in rue du
Vieux-Colombier. Gli apre il mondo dei poveri da amare.
Durante
gli anni terribili della Rivoluzione Francese, le Figlie della Carità erano
state disperse dalle loro case in cui, fin dal Seicento, si prendevano cura dei
poveri e dei piccoli. Così avevano voluto "i democratici" governanti
di Parigi, ma, nonostante i loro "lumi" e la loro potenza, essi non
avevano risolto i problemi di alcuno.
Le
Figlie della Carità, perseguitate e ricercate a morte, sotto abiti civili,
avevano continuato ad occuparsi dei loro prediletti. Appena "la
tempesta" si attenuò, ripresero la loro vita di preghiera e di servizio
ai più disagiati. Ognuna aveva da raccontare all'altra qualche avventura, un
atto eroico compiuto: la carità di Cristo, ancora una volta, era stata più
forte della violenza. Ora avevano recuperato le loro case e la loro
"porzione": i poveri.
Nella
dimora di rue du Vieux-Colombier, Giovanna Rendu, appena arrivata, trova
questo ambiente fervoroso, in cui si respira eroismo e martirio. Sente la
storia delle Figlie della Carità, dell'ospedale di Angers, Maria Anna Vaillot e
Odilia Baumgarten, mandate al patibolo il 1° febbraio 1794, e di quelle di
Arras, Maddalena Fontaine, Francesca Lanel, Teresa Fantou, Giovanna Gerard,
ghigliottinate a Cambrai il 26 giugno 1794. Giovani donne, innamorate di
Cristo, dedite a Lui nei fratelli più soli, eliminate dall'odio dei
senza-Dio.
Giovanna
si sente ardere il cuore. - Tocca a me - pensa - prendere il loro posto e
rinnovare le loro meraviglie». Medita la vita di S. Vincenzo de' Paoli e di S.
Luisa de Marillac, i fondatori della sua Famiglia religiosa, capaci di sfidare,
in nome della carità, i potenti della terra, come Richelieu, e le asprezze più
dure della miseria.
Ma
è tanto giovane, poco più di una bambina. Emotiva e sensibile, deve sforzarsi
per vincere le difficoltà che trova, nell'ambiente che comincia ad
affrontare. Ci riesce per amore di Cristo. Viene mandata presso suor Tardy,
nella casa di rue des Francs-Bourgeois, nel borgo di S. Marceau di Parigi. Vi
compie il noviziato, con generosità. Ama tutte ed è riamata.
Giovanna
si consacra a Dio con i voti religiosi e riceve il nuovo nome di suor Rosalia.
Poi si stabilisce nella casa di S. Marceau, che non lascerà più. Qui comincia
la sua rivoluzione gentile e inarrestabile. Nessuno, neppure un esercito,
riuscirà a fermarla.
"S.
Marceau" è una delle zone più povere di Parigi; vicoli tetri e luridi,
case buie o diroccate, soffitte senza vetri, sporcizia, uomini, donne e
ragazzi scheletriti dalla miseria, spesso con il cuore colmo di odio. Su questa
trincea, si butta suor Rosalia Rendu. A Versailles, impera Napoleone, circondato
da generali e ministri - molti filantropi - ma ella sa che solo Cristo è il
Redentore dell'uomo, il Solo che risolve i problemi più profondi della vita:
a Lui tocca regnare. Suor Rosalia si stringe a Lui e gli chiede, pregando
davanti al Tabernacolo, la luce e il coraggio per continuare la battaglia
contro la povertà e seminare a piene mani il Vangelo.
La
casa delle Figlie della Carità a S. Marceau, è stata designata come uno dei
quattro centri di soccorso del XII circondario: vi si organizza una farmacia,
un deposito di indumenti, una scuola gratuita per i bambini più poveri, un
"bureau de charité" (= ufficio di assistenza). Napoleone dà locali
e denaro alle suore incaricate del centro. Rosalia non resta ad attendere i
poveri, ma, sin dal primo giorno, va alla ricerca di coloro che considera
"i miei padroni".
Lavora
con intelligenza e con zelo. Comprende le necessità, più di ogni altro. A ogni
problema, ha la soluzione giusta. I soccorsi, che le sono posti tra le mani, si
moltiplicano al centuplo. Accoglie e benefica tutti quelli che bussano alla
porta.
Va
per le strade, nei tuguri e nelle soffitte a portare aiuto. In breve, tutti la
conoscono e imparano a volerle bene. I suoi prediletti sono i lontani dalla
Chiesa: ella li soccorre e li riconduce a Dio. Gli amministratori del centro di
assistenza la sentono loro consigliera. Qualcuno la chiama
"benefattrice". Ella corregge: «No, non dite così, sono solo amica,
sorella!».
Nel
1814, dopo la disfatta di Napoleone a Lipsia, Parigi è invasa dalle truppe
straniere e ci sono anche i russi. Un giorno, si diffonde la notizia che, tra
loro, un soldato, per un atto grave di indisciplina, è stato condannato a
morte.
All'istante,
suor Rosalia prende con sé una donna più anziana, attraversa il
"campo" russo e chiede di parlare al generale. Appena introdotta, si
butta ai suoi piedi e gli chiede la grazia per il condannato. «Allora lo
conoscete - grida l'ufficiale - e lo amate molto?».
«Sì,
io lo amo - risponde la suora - lo amo come uno dei miei fratelli, redento dal
sangue di Cristo e sono pronta a dare la mia vita per salvare la sua!».
Il
soldato è graziato ed ella ritorna a casa, stupita di quel che ha fatto e
spaventata della sua audacia. A 28 anni, nel 1815, è nominata superiora della
casa di S. Marceau. Il quartiere celebra la nomina, come una festa. Non
dimentica che per le Figlie della Carità, la superiora è "suor
servente", quella che serve di più. Non chiede altro. Non aveva forse
lasciato la sua famiglia a Gex, per essere simile a Gesù servo?
Da
quel giorno, suor Rosalia si sente prima di tutto mamma buona e premurosa delle
sue "Figlie", le vuole possedute dall'amore di Cristo, per donarlo
agli altri, senza mai tirarsi indietro. Vuole essere una santa che ama e si fa
amare.
Impara
questo stile meditando gli scritti di S. Vincenzo de' Paoli e di S. Francesco di
Sales - che ella chiama "il mio caro amico e compatriota" - ed attinge
la sua carità senza confini al Cuore di Cristo, come l'apostolo Paolo. Sa
essere umana e soprannaturale, austera e premurosissima, capace di
"debolezze" sublimi e della grandezza che viene solo dall'amore.
Accoglie
le ragazze - numerose - che vengono a chiederle di consacrarsi a Dio tra le
Figlie della Carità, con la delicatezza di una vera mamma e le prepara con
dolcezza alla loro missione. Dopo una giornata di lavoro, ha ancora la forza di
vegliare a lungo presso suore ammalate. Soffre come una madre, cui è stata
tolta una figlia, quando qualcuna delle sue suore è trasferita e fa in modo che
ciò avvenga raramente. Accetta tutte come sono, ma le porta a vivere in
pienezza l'amore per Dio e per il prossimo.
La
sua maternità si allarga ad ogni creatura, in primo luogo ai poveri e ai
sofferenti. Non c'è situazione, per quanto tragica, che ella non riesca a
risolvere o almeno ad alleviare. I più disperati, i reietti, la sentono mamma
al loro fianco.
Non
si ferma né chiude il cuore, quando qualcuno approfitta della sua generosità.
Un uomo riesce a farsi dare le coperte, ma poi le vende per comprarsi da bere.
Saputolo, suor Rosalia, una sera rifiuta di dargliele ancora. Ma durante la
notte, non riesce a dormire, perché pensa che forse quel poveretto sta gelando
nel suo tugurio. Al mattino, prestissimo, va a portargliele: «Così dormiremo,
tutti e due» - commenta sorridente.
I
poveri la chiamano a tutte le ore. Rosalia va, ricca di Cristo e con le mani
piene. Una notte è richiesta presso un morente, un vecchio rivoluzionario, un
bestemmiatore accanito, che non vuole il prete, ma solo lei, proprio lei. La
piccola suora, sola per vicoli malfamati, al buio, va dall'agonizzante, gli
parla con la sua passione. All'alba, l'uomo muore con tutti i Sacramenti.
Alle
sue suore insegna a donare senza misura: «Sorella, Dio oggi non è contento di
lei. Perché ha lasciato andare via quel povero che aveva freddo? Procuriamogli
una stufetta, della legna... Vada subito da lui...». Quando è stanca - o
qualche sorella è stanca - sorride e ricorda, a sé e all'altra: «Non
dimentichiamo che in ogni povero è presente Gesù. Possiamo essere indifferenti
a Lui?».
A
ogni ora, la riprende una nuova energia.
I
rivoluzionari con le loro idee, la miseria e l'ignoranza hanno compiuto una
gran devastazione. Rosalia e le sue suore provvedono con urgenza cibo, medicine,
vestito, calore, un ambiente più umano. Cerca lavoro per chi non l'ha e può
lavorare e l'accompagna con il consiglio affinché la sua famiglia trovi
sicurezza e serenità.
Ed
insieme offre il dono più grande: Gesù Cristo che dà senso alla vita, libera
dall'egoismo e dalla violenza, rende amabile persino il dolore e nella morte,
apre alla speranza che non delude. Gli altri, i dimenticati dai potenti, sentono
la sua passione e l'ascoltano. Nel "paese" del dolore, fiorisce la
primavera.
La
gente del borgo si abitua a far visita, diverse volte alla settimana, alla loro
"madre" per aprirle il cuore su tutto, anche solo per vederla e
rapirle un sorriso. La sua porta è sempre aperta.
Ma
una mattina, suor Rosalia ha la febbre e non può scendere. Arriva un uomo,
senza dubbio, un bisognoso, che vuole parlarle a tutti i costi. La portinaia
cerca di allontanarlo. Quello diventa furioso e fa un gran baccano.
La
"madre" lo sente, si alza in fretta e, con i brividi, dalla febbre,
scende ad ascoltarlo. «Il medico le ha detto di stare a letto» - le ricorda la
consorella. «Bambina mia - risponde - lasciamo che il medico faccia il suo
mestiere e noi facciamo il nostro, che è la carità. Provveda subito a
quest'uomo e un'altra volta mi chiami». «È stato maleducato!» - insiste la
portinaia. «Vedi, mia cara, - spiega Rosalia - chi ha bisogno, non può
studiare le belle maniere... Questi nostri poveri valgono di più di quel che
appare».
Arrivano
i buoni e i cattivi. Ma proprio questi sono i preferiti da Rosalia, perché il
Figlio di Dio, Gesù, si è fatto uomo per tutti, per salvarli e farli suoi
amici come noi. Ella non allontana alcuno. Ascolta e condivide. Risolve il
bisogno immediato e annuncia Gesù. Innumerevoli esistenze rovinate dall'ateismo
e dalla disperazione, sono cambiate.
Ci
sono tanti malati nel borgo. Non hanno assistenza. Le loro famiglie si trovano
presto in miseria. Rosalia si preoccupa di loro uno per uno, di persona o
mandando le sue suore. Opera per la loro guarigione e pretende che i medici
curino anche dove non possono essere pagati. I medici le obbediscono. I malati
la vogliono presso di loro.
Davanti
a tanta larghezza di carità, qualcuno si domanda: «Ma come fa a provvedere a
tutto?». È il momento in cui i ricchi, i signori e le signore di Parigi e
della Francia, scoperta questa donna singolare, non la lasceranno più sola e
le porteranno generosamente il loro contributo. Rosalia accetta anche il più
piccolo aiuto che le offrono gli umili. Sarà un incendio d'amore che divamperà
in Francia, in Europa.
Un
giorno, viene a sapere che c'è un uomo gravemente malato, che ha goduto del
sangue sparso al tempo del Terrore, tra il 1793 e il 1794. Rosalia va a fargli
visita. Quello l'accoglie, prima di malavoglia, poi, vinto dalle sue attenzioni,
le apre il cuore: «Ero giovane, nel 1793, e mi trovavo a Nantes... Lì ho
assistito alle terribili esecuzioni dei cattolici della Vandea, ordinate dal
governo rivoluzionario. Io applaudivo. Le numerose vittime andavano alla morte,
cantando un inno alla Madonna, Regina dei Martiri... ».
La
suora ascolta e ricorda i giorni della sua fanciullezza. L'altro continua: «Non
ho mai dimenticato quel canto... attraverso le diverse vicende della vita,
lontanissimo dalla fede, ogni giorno, come spinto da una volontà superiore, ho
ripetuto quel canto. È merito di quei martiri se ora ritorno a Dio. Ed è merito
suo, Madre Rosalia».
Qualche
giorno dopo, l'uomo si confessa e riceve il Viatico. Muore, cantando a fior di
labbra, l'inno degli innocenti condannati a Nantes, sotto i suoi occhi, e
pregando per colei che gli ha aperto il Paradiso.
I
luoghi della miseria e della bestemmia, grazie a lei, diventano luoghi della
speranza e della preghiera. Un vecchio straccivendolo, arricchito, aveva
abbandonato la moglie e conduceva vita scandalosa. Si interessava solo di sua
figlia che ha mandato a scuola dalle Suore della Carità. Rosalia l'ha conosciuto,
quando pativa ancora la fame e già l'aveva aiutato. Sentendosi vicino alla
fine, egli la fa chiamare: «Sto per morire - le dice - e voglio lasciare a mia
figlia l'argenteria che possiedo; per questo la do a lei, affinché gliela
consegni».
«Ci
vuole un notaio» - gli risponde la suora.
«Non
lo voglio - continua quello - io ho fiducia solo in lei e potrò morire
tranquillo per mia figlia». Rosalia gli propone di chiamare un sacerdote per
riconciliarsi con Dio.
«Non
ho bisogno del prete - replica il malato - per mettermi a posto con Dio. Lei è
la persona che rappresenta Dio meglio di chiunque!».
Infine,
l'uomo si convince. Lei accetta l'argenteria, più di 15 mila franchi, per la
figlia e fa venire il sacerdote per l'uomo. Il quale si confessa, fa la pace con
la moglie e muore sereno.
Episodi
simili nella vita di suor Rosalia non si possono contare. È diventata la
prima missionaria di Parigi. Lo è ancora di più nei giorni più oscuri della
Francia e con la fondazione delle sue opere.
Nel
1815, Napoleone è stato spazzato via a Waterloo. Esule a S. Elena, sperduta
isoletta dell'Atlantico, ha concluso i suoi giorni il 5 maggio 1821, dopo che
Papa Pio VII, che aveva fatto prigioniero a Fontainebleau, è stato l'unico a
ricordarsi di lui e ad aiutarlo nella sventura.
In
Francia sono tornati i re di Borbone: prima Luigi XVIII, poi Carlo X.
Quest'ultimo è solito far giungere alle mani di suor Rosalia enormi elemosine
per i suoi assistiti. Altrettanto fa la sposa dell'erede al trono, con una carità
straordinaria.
Nel
luglio 1830, scoppia di nuovo la rivoluzione, sostenuta da repubblicani,
socialisti e bonapartisti, per la gran parte, nemici della Chiesa. Nelle
giornate del 27, 28, 29 luglio 1830, re Carlo X è costretto ad andarsene. La
violenza fa vittime. Per le strade, si alzano le barricate. Le chiese sono
minacciate, i preti insultati.
Suor
Rosalia conosce un solo verbo: amare. Un suo vecchio assistito, a cui ha portato
i "buoni" per il pane, le dice ironico: «Non abbiamo più bisogno di
queste carte, domani daremo l'assalto all'Arcivescovado!».
Immediatamente
l'Arcivescovo di Parigi, Mons. De Quelen, è avvisato e trova rifugio nella casa
della suora. Allo stesso modo, Rosalia nasconde preti e religiosi ricercati.
Intanto,
gli uomini giunti al potere, ristabiliscono l'ordine e i rivoltosi rischiano
condanne, anche la morte. È chiamato al trono re Luigi Filippo d'Orléans.
I
ricercati dalla polizia dei potenti di turno, si rivolgono a suor Rosalia per
aver salva la vita.
Ella
li nasconde, li aiuta e provvede alle loro famiglie. Qualcuno, riesce a farlo
evadere. È mossa non da interessi di parte, ma solo dalla carità di Cristo. Ma
è denunciata, come colpevole di aiutare i ribelli. Il capo della polizia le fa
sapere che sta per essere spiccato contro di lei il mandato di cattura. Come
se nulla fosse, Rosalia non smette di aiutare i condannati e fa scappare uno
dei più illustri.
Monsieur
Gisquet, prefetto di polizia, firma l'ordine di arresto e manda un agente a
eseguirlo. Questi gli fa notare: « È la madre dei poveri. Tutto il borgo di S.
Marceau si solleverà. Esploderà una rivolta che non potremo fermare. Il popolo
prenderà le armi per lei!». Gisquet decide: «Andrò io a vederla, questa
suora! »
Nel
parlatorio, trova una fila interminabile di persone. Passati tutti, Gisquet si
presenta: «Io sono il prefetto di polizia! Lei è gravemente compromessa con i
ribelli. Ha persino fatto evadere un ufficiale dell'esercito, reo di
insubordinazione al governo. Avevo già firmato l'ordine di arresto per lei.
L'ho ritirato, ma vengo a domandarle come ha osato mettersi contro la legge».
«Signor
prefetto - gli risponde suor Rosalia - io sono solo una Figlia della Carità e
vengo in aiuto agli infelici, dovunque li incontro. Io le prometto che se lei
fosse ricercato e mi domandasse soccorso, io non glielo rifiuterei!».
Il
prefetto sorride: in un tempo di rivoluzioni facili, quella non è una
promessa da poco. Conversa a lungo, soggiogato dal suo fascino. Andandosene, le
raccomanda: «Per ora chiudo un occhio, ma non ricominci di nuovo. Mi
dispiacerebbe assai agire contro di lei!». «Non posso prometterlo, signore;
una Figlia di S. Vincenzo non può mancare alla carità».
La
settimana seguente, un capo della Vandea si trova presso la suora, quando
sopraggiunge un commissario di polizia. Con un cenno, fa capire al vandeano
la necessità di allontanarsi. Poi intrattiene il poliziotto per più di un'ora,
dando così il tempo all'altro di mettersi in salvo.
Qualche
giorno dopo, l'agente viene a lamentarsi del brutto tiro che gli ha giocato.
Ella replica: «L'ho fatto per quello e anche per lei: ho voluto risparmiare a
lei la briga di prenderlo e di custodirlo, non ho fatto bene?».
Una
fredda sera dell'ultimo scorcio d'inverno 1832, nel parlatorio, suor Rosalia si
trova davanti un giovane di 19 anni, puro e distinto come un angelo: l'ha
condotto Jules Devaux, studente in medicina che ella già conosce. Il giovane si
chiama Federico Ozanam e studia storia e lettere alla Sorbona.
Lungo
il tragitto, dall'abitazione dello scienziato Ampère presso cui dimora, a S.
Marceau, Federico ha visto con i suoi occhi la miseria in cui molti vivono.
Freme di indignazione per chi non fa nulla e di amore per quella gente. Ha
domandato all'amico: «Chi è questa suor Rosalia?».
Devaux
gli ha risposto: «È l'onnipresente. Arriva come una benedizione di Dio,
soprattutto quando fa molto freddo; reca cibo e combustibile, denari per
l'affitto, abiti e medicine. Ha creato un nido d'infanzia e un asilo per i
bambini, le cui madri lavorano, e perfino una scuola professionale per i più
grandi. Ma i poveri sono un'infinità...».
A
suor Rosalia, Devaux presenta Federico: «Desidera aiutarla».
«La
Francia ha bisogno di gente comprensiva e generosa per aver pace» - replica la
suora senza perdersi in chiacchiere. Scrive qualche riga su un foglietto e
glielo consegna, dicendogli: «Ci sono qui gli indirizzi di tre famiglie
bisognose e questi sono i buoni per il pane e il carbone». Guarda negli occhi
Federico e aggiunge: «So che li avvicinerà con molta umiltà. Noi siamo i loro
servitori, perché Cristo è in ogni povero che incontriamo».
Quel
giorno stesso, Federico Ozanam comincia le sue visite ai poveri. Di ritorno,
confida a Rosalia: «Dedicherò tutto il mio tempo libero alle visite ai poveri».
Poi annota nel suo diario: «Ogni giorno, Gesù viene a me nella santa
Comunione, io gli restituirò la visita andando a servirlo nei poveri».
Nella
primavera del 1832, a Parigi esplode il colera. Federico - che è di Lione - è
richiamato subito a casa dai suoi genitori, ma egli rimane nella capitale,
"agli ordini" di suor Rosalia e dei colerosi. In un mese, ci saranno
1300 morti, intere famiglie distrutte, tanti bambini orfani.
"La
madre" con le sue suore è in prima linea per soccorrere i malati; Tra la
gente, corre il sospetto, infondato, che siano medici e farmacisti a inoculare
il contagio. Ella lotta per dissipare il sospetto. Basta che i medici facciano
il suo nome, perché siano accettati.
In
mezzo agli agonizzanti, ai morti, alla desolazione dei superstiti, non perde
la calma e organizza medici, sacerdoti e volontari. Provvede a tutto, alle cure,
al cibo, all'igiene, alle sepolture. Porta a tutti il conforto della presenza
viva di Cristo. È, insieme alle sue suore, l'angelo della consolazione e della
speranza.
Federico
Ozanam mobilita altri giovani amici. Non abbandonano il campo dove l'epidemia
miete vittime e lavorano come fratelli premurosi, rischiando la pelle, pronti al
sacrificio. La loro azione si allarga fuori Parigi.
Prima,
quei "signori" si radunavano a discutere di storia e di filosofia
nelle loro "conferenze". L'anno dopo, il 23 aprile 1833, il giorno del
ventesimo compleanno di Federico, queste saranno "le Conferenze di S.
Vincenzo" che assistono i poveri, visitandoli uno per uno settimanalmente
e risolvendo tanti loro problemi. Il fondatore è Federico Ozanam, ma
l'ispiratrice è stata lei, suor Rosalia Rendu. Le "Conferenze" si
diffonderanno rapidamente in Francia, in Italia, in Europa.
Passato
il colera, Rosalia pensa agli orfani e alle vedove, alla sistemazione degli
anziani rimasti soli. Le saranno sempre vicini i giovani delle "Conferenze
di S. Vincenzo". Federico Ozanam, diventato illustre professore alla
Sorbona, per tutta la vita, sarà "complice" della piccola Figlia
della Carità.
Nella
casa di S. Marceau, suor Rosalia è anche direttrice di scuola. In un tempo di
analfabetismo, ancora assai vasto, diffonde l'istruzione, andando dappertutto a
cercare bambini e ragazzi affinché imparino a leggere e scrivere e il
catechismo.
Alle
suore insegnanti, trasmette il metodo dell'amorevolezza per ciascun alunno.
Nelle classi, si rivolge ai fanciulli bisognosi per incoraggiarli e far loro
sentire l'amore di Dio. Spesso incontra ragazzi per le strade: «Dove vai a
scuola?» - domanda. Quando le rispondono che non ci vanno, si reca a chiedere
alle famiglie di mandare i loro figli nella sua scuola.
Ma
sono troppi i ragazzi che non possono avere istruzione. Suor Rosalia apre nuove
scuole in rue du Banquier, impegnando tutti coloro che si curano dell'istruzione
popolare. Il Municipio di Parigi riconosce le istituzioni da lei fondate ed
ancora più le apprezza, quando ella apre un laboratorio in cui gli alunni
potranno imparare un lavoro.
Rosalia
educa con lo stile di Gesù, che forma tutto l'uomo, prendendosi cura del
fisico, formando l'intelligenza, orientando l'esistenza alla luce di Dio.
Con
le sue insegnanti, ella comunica la cultura più alta, quella che dà senso alla
vita.
Tante
madri lavorano e non possono occuparsi dei loro bambini, anche se piccolissimi.
Allora, la suora istituisce "il nido d'infanzia", in cui accoglie i
frugoli delle lavoratrici. Il "nido", diventa il luogo della sua
ricreazione, il suo orgoglio, la sua gioia.
Un
giorno, vi trova un bambino abbandonato, destinato all'orfanotrofio. Il piccolo
le tende le braccia e grida: «Mamma, mamma!». Nessuno riesce più a
staccarlo dal suo cuore. «Mi chiama mamma - esclama - non posso abbandonarlo!».
E lo tiene con sé per sempre.
Ha
visto per le strade del borgo tanti bambini lasciati a se stessi. E al nido, ha
aggiunto l'asilo dove essi avranno riparo, giochi, educazione e tanto amore, da
parte delle Figlie della Carità.
Né
il nido e l'asilo né le scuole le bastano. Troppo sovente, cominciando a
lavorare, molti perdono la fede. Non poche ragazze tornano da lei, solo per
piangere le loro colpe.
Allora
suor Rosalia organizza un "patronage" per le giovani operaie: esse
continuano a lavorare, ma alla domenica, vi trovano il luogo sano per stare
insieme, divertirsi e crescere nella fede. Alcune buone signore vengono a
offrire il loro aiuto. L'idea si diffonde nelle parrocchie di Parigi e della
Francia.
La
suora riunisce le ragazze migliori in un'associazione sotto la protezione
della Madonna del Buon Consiglio, le guida a un'intensa vita di amicizia con Gesù
e propone loro di prendersi cura dei più piccoli, di visitare i poveri, di
portare il Vangelo in famiglia e dovunque.
Quando
queste giovani apostole vengono a raccontarle le loro "imprese", ne
prova una gioia sconfinata: è Cristo che riprende possesso della società
scristianizzata dai senza-Dio della rivoluzione francese e dai loro nipoti.
Ella
sa che nelle fabbriche non mancano situazioni di sfruttamento e che si
diffonde il socialismo, sotto diverse forme, che sradica e lascia la vita senza
speranza.
Per
questo segue le apprendiste e le operaie sul lavoro e nelle famiglie,
interessandosi ai loro problemi, richiamando i datori di lavoro ai loro
doveri, preparandole alla vita familiare... Insegna lo stesso stile alle sue
suore. Altre Figlie della Carità la imitano. Ogni settimana, le operaie si
radunano intorno a lei a raccontarle di se stesse e per ascoltarla. Se ne vanno,
serene, con dentro la luce del Vangelo da diffondere.
È
davvero il tempo, in cui, in Francia, anche alla "scuola" di Madre
Rosalia, come di Padre Lacordaire, di Federico Ozanam e del Curato d'Ars, per
citare solo i più noti, sta di nuovo penetrando il Cristo con la sua Verità e
il suo Amore. Nasce una gioventù nuova ed è stata pure Rosalia a generarla con
la sua fede e il suo cuore di madre.
Il
lavoro iniziato non finisce mai. Ma è con questi nuovi apostoli che Cristo
torna ad attrarre a sé la società, la gioventù e l'amore.
Nel
medesimo tempo, alla cima dei suoi pensieri, ci sono gli anziani, spesso malati
e soli. Non bastano le visite alle loro case. Chiede per loro una sistemazione
negli "ospizi" di Parigi. Ma sono tanti e non sempre sono accolti.
Suor Rosalia apre per gli anziani un'altra casa in rue Pascal e assicura loro
alloggio e vitto gratuito.
In
ambienti semplici e puliti, essi vivono, sereni, gli ultimi anni.
E’
riuscita a coinvolgere tante persone nella sua opera: coloro che hanno maggiori
fortune e vogliono essere veri cristiani, la sostengono con il denaro e con
l'aiuto personale. Le è esploso attorno un vero miracolo della carità, anche
se diversamente dai politici, dagli intellettuali e dai sobillatori, Rosalia
non ha mai fatto discussioni né grandi promesse.
Con
il senso pratico e l'operosità dei santi, ha risolto un'infinità di problemi,
ha creato nuove strutture, ha indicato nuove vie da percorrere.
Fin
dal 1826 ha contribuito alla fondazione della "società di S. Francesco
Regis" e l'accoglie nella sua casa: l'istituzione lavora per promuovere e
sostenere le famiglie alla luce della fede.
Nel
1840, riorganizza l’"Opera dei poveri ammalati", che risaliva allo
stesso S. Vincenzo de' Paoli. Le "dame" dell'opera ricevono da lei le
prime lezioni e cominciano nella parrocchia di S. Medardo la loro attività.
Intanto
ha acceso "un fornello economico" e passa gran tempo a distribuire un
piatto caldo, ogni giorno, a quelli che non l'hanno, ai poveri, come agli operai
che vengono a lavorare in città da lontano. Insieme alla minestra, trasmette un
raggio di luce che rende bella la vita.
Lavora
fino allo stremo delle forze, sostenuta dalla fede e dall'intimità con il suo
Signore.
«Madre
- le domandano molti - quando si riposerà un po'?». Suor Rosalia risponde:
«Una Figlia della Carità è soltanto un paracarro, su cui tutti coloro che
sono stanchi, hanno il diritto di posare il loro fardello». Un paracarro,
quindi niente. Una cosa che non pretende neppure un grazie, dopo aver dato
appoggio.
Scopre
che quelli, già ricchi un tempo, finiti in miseria, non osano dirlo ad alcuno.
Porta loro aiuto, cerca una sistemazione con delicatezza, senza urtare. Nessuno
teme di aprirsi a lei.
Il
suo cuore si è allargato alle dimensioni di quello di Cristo. Può accogliere
tutti e tutto. «La parte di miseria che le era affidata - scrive il suo
biografo, De Melun - era abbastanza grande da assorbire la vita più lunga e il
patrimonio più ricco. Non rispondeva mai: "Non ho tempo. Ho già i miei
poveri". Le persone, le opere, gli ordini religiosi, la Chiesa, lo Stato,
la società, tutti si rivolsero a lei e tutti furono accolti. Suor Rosalia fu,
sulla terra, la rappresentazione della Provvidenza divina. Il suo rapporto con
il borgo e con la città fu così intenso che presto si diffuse in tutta Parigi
e nella Francia intera la fama del bene che sapeva fare e dei servizi che poteva
rendere. Il mondo prese l'abitudine di ricorrere a lei».
Dalla
campagna, giungono a Parigi molti giovani in cerca di lavoro e di fortuna. Molti
sono mandati da lei con una lettera di presentazione. Suor Rosalia trova per
loro un alloggio, un lavoro, oppure li indirizza negli studi. Ascolta i loro
problemi, indica Gesù come il più grande Amico. Diventa per essi una mamma.
Uno
apprende da lei il suo stile di carità e non teme grosse rinunce personali pur
di provvedere ai bisognosi. Rosalia si preoccupa che non abbia a soffrirne
nella salute. Un altro, venuto nella capitale, credendo di essere libero dal
servizio militare, è arrestato come disertore. La suora corre al ministero
della difesa e gli ottiene di regolarizzare la sua posizione.
Scopre
che tra i giovani e le ragazze esistono anime aperte alla chiamata di Dio e fa
loro toccare con mano la bellezza e la gioia di consacrarsi a Lui: «Vedi - è
solita dire - se noi religiosi pensassimo quanto è grande la grazia che Dio ci
ha fatto chiamandoci, ci alzeremmo dieci volte ogni notte per ringraziarlo».
Quando
riconosce in un'anima i segni della vocazione, fa tutto il possibile per dare
a Dio e alla Chiesa un sacerdote o una religiosa. I superiori dei seminari e
delle congregazioni accolgono dalle sue mani i "chiamati" che vi ha
indirizzato.
Ai
giovani, suor Rosalia indica la strada per vivere fedeli a Dio e profondamente
felici: la carità. «Tutti - ella spiega - possono fare qualcosa: uno con la
penna, l'altro con l'azione, l'altro con la scienza, l'altro con la parola...».
«I poveri ci insegnano come si vive e come si soffre».
Vede
i "suoi" giovani partire per le visite ai poveri: «Abbiate pazienza
con loro. Ascoltate quanto vi raccontano: per loro è già una gioia». A tutti
raccomanda: «Ragazzi miei, amate i poveri, non accusateli troppo. Odiate il
peccato, ma amate i poveri. Se avessimo passato le loro prove, saremmo peggio
di loro. Dio ci chiederà conto dei loro sbagli, se non veniamo loro incontro. I
poveri sono più sensibili alla stima che date loro che ai vostri aiuti. Amate
i poveri. Essi ci rappresentano Gesù Cristo!».
I
giovani l'ascoltano. Entrando nelle case dei loro assistiti, dicono: «Mi manda
suor Rosalia». Vedono infelici sorridere solo a sentire quel nome. Ritornano a
raccontarle le loro Imprese". Nel suo parlatorio, si incontrano spesso
allievi di tutte le scuole, aspiranti a tutte le carriere, studenti di medicina
e di diritto, della Sorbona e del Politecnico. S'intendono a perfezione con la
suora dal volto pieno di rughe, ma sempre giovane e lieta, perché sa
perdutamente amare.
«Li
riunisco tutti - spiega suor Rosalia alle sue "Figlie" - per il
servizio di Dio; essi hanno lavorato per la sua gioia. Che bella giornata per
loro, oggi!».
Rosalia
sa che anche i ricchi spesso sono "poveri" per l'assenza di fede,
per la noia e per la disperazione, per i loro vizi. Non fa la predica, ma li
manda dai più poveri e dai malati che, nella loro indigenza, hanno accettato di
soffrire con amore, di amare e di pregare, ad immagine di Gesù Crocifisso.
Ricchi,
sazi e disperati, giovani sbandati, trovano così il senso cristiano
dell'esistenza, la gioia di spendere la vita per Dio e per i fratelli. Sono
altri miracoli d'amore.
Vengono
illustri sacerdoti ad aiutare suor Rosalia nella sua opera, ad ascoltarla, come
una guida autorevole. Alcuni, in seguito diventati Vescovi, hanno imparato da
lei, lo stile dell'amore con cui si governa - cioè si serve - una diocesi.
Uno
è il futuro Mons. Dupuch. «Lei non sa misurarsi», lo rimprovera amabilmente
suor Rosalia. Con altri, aggiunge: «Se quello diventerà Vescovo, darà ai
poveri persino il pastorale con la mitra».
Un
giorno, diventato Vescovo, Mons. Dupuch, manda a chiedere alla suora qualcosa
per vestirsi: un povero straccione era venuto e lui gli aveva dato l'unico paio
di pantaloni che gli restava ed ora si trovava senza...
Il
Padre De Lamennais era solito recarsi da suor Rosalia a portarle il suo generoso
aiuto. Discuteva con lei dei problemi della Chiesa e della società e scriveva
le sue parole in nota al suo libro dell'Imitazione di Cristo. Ma nel 1834 si
era ribellato alla Chiesa. Rosalia non lo vide più nel suo parlatorio, ma non
lo dimenticò. Continuò a pregare per lui sino alla fine.
Spesso
incaricata dai Vescovi, va a cercare i sacerdoti che hanno lasciato il ministero
per riportarli alla Chiesa. Quando giunge a Parigi una nuova Famiglia di suore,
la cercano per consiglio e appoggio. Se c'è qualche divisione nelle comunità,
spesso è proprio lei, interpellata come un angelo del cielo, a riportare la
concordia.
Nel
1846, sei suore Figlie della Carità, polacche, costrette a fuggire dalla loro
terra, senza portarsi nulla, trovano a Parigi, grazie a lei, il necessario per
ricominciare. Quando le "Piccole Sorelle dei Poveri", arrivano nella
capitale, tutte le porte si spalancano, perché Rosalia ha spianato loro il
cammino e ha persino arredato la loro casa.
Collabora
all'apertura di scuole cattoliche, alla fondazione di case religiose, di centri
di carità, alla costruzione di nuove parrocchie. Si trova a partecipare a
tutto ciò che si fa di bene in Francia e nel mondo cattolico. In ogni opera c'è
qualcosa di suo: un'idea, un'azione, un consiglio.
Nel
1847, in Francia, è carestia. Suor Rosalia fa dei miracoli per dar da mangiare
a chi non ne ha.
In
quegli anni, sotto forme diverse, si sono diffuse le idee del socialismo. Karl
Marx, a Londra, pubblica, nel 1848, il Manifesto del partito comunista. Ma non
saranno questi intellettuali, che pensano l'uomo chiuso tra la nascita e la
morte, a portare migliori condizioni di vita.
Il
23-24 febbraio 1848, a Parigi, in un clima che è andato via via riscaldandosi,
repubblicani, socialisti e tanti operai scendono in piazza. Il re, Luigi
Filippo, abdica. Il 25 febbraio, un governo provvisorio, in cui prevalgono i
socialisti, proclama la repubblica. Sono istituite "fabbriche
nazionali", finanziate dallo stato. Vi accorrono numerosi operai. Si parla
di nazionalizzazioni. Sembra attuarsi il programma dei socialisti, come Louis
Blanc. Si diffondono i club socialisti, leghe e cooperative operaie. Emerge, di
nuovo, l'odio contro la Chiesa. Per le vie di Parigi, circolano numerosi
esaltati.
In
borgo S. Marceau, i beneficati da suor Rosalia, per più di un mese, montano la
guardia alla sua casa per proteggerla.
Alle
elezioni del 23 aprile 1848, vincono uomini dell'alta borghesia che
ristabiliscono l'ordine. I capi socialisti sono arrestati, i loro centri
sciolti, le fabbriche nazionali chiuse. Segue lo scontro di classe: dal 23 al
26 giugno 1848, migliaia di insorti costruiscono le barricate per Parigi e
combattono contro le truppe del governo capeggiate dal generale Cavaignac.
L'Arcivescovo di Parigi, Mons. Affre, scende in mezzo alle barricate per
trovare un accordo tra i contendenti. È gravemente ferito da una fucilata:
muore poche ore dopo, mormorando: «Che il mio sangue sia l'ultimo».
Suor
Rosalia si trova in mezzo alla mischia. La sua casa si apre ai feriti, ai
ricercati. Molti le consegnano le armi; ad altri ella stessa strappa le armi
dalle mani.
Un
ufficiale dell'esercito, all'attacco delle barricate, trovandosi proprio
vicino alla casa di suor Rosalia, sta per cadere in mano agli insorti. Fugge e
cerca scampo nel cortile della suora. Lo inseguono.
Rosalia
e le sue suore si interpongono tra lui e quelli che vorrebbero ucciderlo.
Comincia un negoziato incalzante in cui la voce della carità reclama la vita
di un uomo. «Lo vogliamo come prigioniero» - gridano. Rosalia urla più forte:
«Qui non si uccide, qui si ama soltanto».
«Non
lo uccideremo qui, ma sulla strada!» - ribattono quelli, puntando i fucili
addosso alle suore che fanno scudo all'uomo.
«Sono
50 anni che ho consacrato a voi la mia vita - li prega Rosalia, in ginocchio -
per tutto il bene che ho fatto a voi, alle vostre donne, ai vostri bambini, vi
chiedo salva la vita di quest'uomo!».
Accettano.
L'ufficiale bacia la suora come la sua mamma.
Due
giorni dopo, la rivolta è domata. Sono migliaia gli arrestati, i deportati, i
morti. Donne e bambini si recano da suor Rosalia a chiederle di intercedere
per i loro cari. Ella ottiene la liberazione di molti, va a trovare gli altri
nelle prigioni.
Il
gen. Cavaignac, diventato capo del governo, si reca da lei a ringraziarla del
bene che ha fatto. Rosalia ne approfitta per strappargli molte grazie per gli
arrestati.
Tra
i prigionieri, c'è pure un operaio, uomo onesto, che ha partecipato
all'insurrezione senza pensarci troppo. La suora non è riuscita ad ottenere
la sua liberazione. È vicina la condanna.
Una
figlia dell'operaio, sei anni, va a scuola dalle Figlie della Carità. Un giorno
Cavaignac, arriva a far visita a suor Rosalia, la quale lo conduce subito in
classe. Chiama la piccola: «Ecco un signore che, se vuole, può restituirti il
tuo papà». La bambina si inginocchia e gli chiede: «O mio buon signore,
rendimi il mio papà. È così buono e noi abbiamo gran bisogno di lui».
«Ma
ha fatto qualcosa di male?» - risponde il generale.
«Affatto
- replica la bambina - la mamma mi ha detto di no. E poi non lo farà più.
Liberi il mio papà, la prego!».
Qualche
giorno dopo, l'uomo è restituito alla sua famiglia.
Il
governo, per tener calma la popolazione, mette a disposizione abbondanti
soccorsi. Suor Rosalia organizza la distribuzione.
Il
10 dicembre 1848, è eletto presidente della repubblica, Luigi Napoleone, nipote
dell'imperatore Napoleone Bonaparte. E di nuovo aperta la porta all'impero.
Nel
1849, riesplode il colera. Rosalia e le sue suore sono ancora in prima linea.
Molti vengono ad aiutarla, primo fra tutti Federico Ozanam, prestigioso
professore alla Sorbona, con i suoi amici delle Conferenze di S. Vincenzo.
«Ciascuno
superò se stesso - scrive il De Melun - ma suor Rosalia si elevò al di sopra
di tutti. Sotto la sua direzione, la carità strappò all'epidemia tutto il
possibile, scongiurò altre disgrazie, salvò le anime di quelli a cui non era
possibile salvare il corpo, allontanò la disperazione, alimentò la fede e la
speranza».
Nessuna
delle Figlie della Carità morì di colera. Una si ammalò ma guarì presto.
Lo
zelo di suor Rosalia non si limita a Parigi. Le officine di Montataire, decimate
dal colera, mancano di soccorritori. Si ricorre a lei; ella manda a Montataire
e nella zona circostante i suoi "soldati". Essi si fanno fratelli dei
più infelici e riportano la speranza in un'ora gravissima. Anche il Vescovo del
luogo, alla fine del contagio, si reca a ringraziare la suora che si è presa
cura di una parte del suo gregge.
Intanto
a Parigi, gli orfani non si contano più. Suor Rosalia fonda "l'Asilo dei
piccoli orfani": tutti i giorni vi si reca per vedere che non manchi nulla
agli ospiti e intraprende nuove iniziative per loro.
È
il tempo, in cui uno dei giovani che si prestano a far da segretario alla suora,
conta nel suo parlatorio circa 500 persone ogni giorno in cui riceve: vanno da
lei ad attingere, come a una sorgente pura ed inesauribile. Ci sono i politici e
i miserabili, gli operai e i Vescovi, i carrettieri e gli alti ufficiali.
Nessuno
va da lei inutilmente: i nemici escono riconciliati, i disperati si aprono alla
speranza, i senza-tetto trovano riparo, i giovani scoprono l'orientamento per
il futuro; i ricchi incontrano un nuovo senso della vita, gli orfani hanno una
madre, i potenti comprendono che l'autorità vale solo per servire.
Gli
uomini più considerevoli dello Stato, della società, della cultura si recano
nel suo parlatorio, attirati dalla sua personalità eccezionale: un minimo pretesto
basta per incontrarla.
Un
giorno del 1852, di ritorno dal solito giro, suor Rosalia è attesa da due
nobili. Le dicono: «Ci manda l'imperatore Napoleone III in persona, a insignirla
della "legion d'onore". «Si sente quasi urtata e si dimentica subito
dell'onorificenza imperiale. Quel che conta, ora che le forze cominciano a
diminuire, è soltanto amare, come Gesù, fino all'ultimo.
Da
quando ha cominciato la sua opera, ha steso la mano ai ricchi e ai potenti e ha
scritto, più di una volta, ai sovrani di Francia, per i più poveri. Nel suo
parlatorio, una mattina arriva anche l'imperatrice Eugenia, generosa di aiuti.
Rosalia l'accoglie con semplicità e rispetto e le chiede il più possibile per
i bisognosi.
Un
altro giorno, giunge da lei Donoso Cortès, rappresentante della Spagna a
Parigi: amico di Dio e degli uomini, ha voluto conoscere di persona la suora.
Davanti a lei, comprende che cosa può rendere più bella l'esistenza: la
carità per chi ha di meno. Accetta un lungo elenco di indirizzi di povera gente
e comincia tutte le settimane il suo giro. Al termine, passa da Rosalia,
dicendo: «Adesso vado a vedere il mio direttore».
Quando
si ammala, nel 1853, continua a mandarle il denaro per i suoi assistiti.
Aggravatosi, suor Rosalia va a fargli visita e lo assiste fino all'ultima ora...
Cortès, stringendo il Crocifisso, esclama: «Perché chiamare ancora il medico?
Non ho più bisogno che di Dio».
Ricorda
la sua brillante carriera di statista: «A che serve il mondo? Chi mi è stato
utile se non questo angelo di sorella che mi ha insegnato la pazienza, la
rassegnazione?». Indica il reliquiario di S. Vincenzo che lei gli ha donato ed
aggiunge: «Chi mi ha aiutato, se non i santi? Che i poveri preghino per me e
non mi dimentichino!».
Sono
le sue ultime parole e suor Rosalia affida Cortès all'amore infinito di Dio.
Nel
settembre 1853, le giunge una notizia triste: il professor Federico Ozanam,
stimato e amato dalla Francia intera e dallo stesso Papa Pio IX, a soli 40 anni,
il giorno 8, festa della Natività di Maria, è morto, mormorando: «Perché
temerlo, il Signore? Io lo amo tanto!». Suor Rosalia piange tutte le sue
lacrime per lui, l'intimo di Dio, l'apostolo della Verità e dell'Amore. Pensa
che la sua "ora" non sarà più lontana.
Il
18 marzo 1854, è chiamata urgentemente in parlatorio: c'è l'imperatore
Napoleone III, in persona, con l'imperatrice Eugenia, ad attenderla. Suor
Rosalia ringrazia: «Vostra Maestà - dice - è qui non per me, ma per i piccoli
e i deboli... Vostra Maestà sta dando una lezione di servizio a chi è in autorità».
«Siamo
pronti a molti favori» - rispondono Napoleone III ed Eugenia.
«Il
comune di Parigi vuole assegnare il nostro asilo a una direzione laica. Vorrei
che continuasse ad essere diretto dalle Figlie della Carità».
«L'avrete,
senza dubbio». L'imperatore mantiene la promessa.
Suor
Rosalia commenta con le sue suore: «Bisogna sempre avere una mano aperta per
donare, e l'altra aperta a ricevere».
Ormai
la Francia la riconosce "sovrana della carità". Tutti le vengono
incontro: gli amministratori pubblici, gli industriali, gli operai, i Vescovi e
le Famiglie religiose. Anche quelli che hanno poco o nulla le danno una mano. Si
può attraversare la Francia con il suo nome sulle labbra, sicuri di essere
accolti.
C'è
in Rosalia Rendu, per la vita di ogni creatura, una passione che stupisce, fino
a lasciare increduli. È impossibile alle sole energie umane una simile dedizione.
Nessuno la può generare né alimentare in sé, da solo.
Ma
Rosalia non è un'eroina, tanto meno un gigante che opera per la sua
superiorità. E una piccola donna: - «Una serva, un'amica, una sorella, ecco
che cosa sono», è solita definirsi -. Si è sentita amata da Cristo e ha dato
se stessa a Lui. Cristo l'ha posseduta; vivo nella sua anima, ha continuato in
lei la sua opera, trasfigurandola in un suo prolungamento di umanità,
rivoluzionaria del suo amore senza limiti.
«La
S. Comunione - scrive il biografo De Melun - era il suo cibo quotidiano. Rosalia
trovava nel possesso del suo Dio lo spirito di carità che animava ogni
istante della sua giornata. Portava in se stessa Nostro Signore, allorché
andava in suo nome, a visitare, consolare, evangelizzare i poveri; era Lui che
parlava, attraverso la sua voce, che donava per mezzo delle sue mani, e spandeva
su tutti i suoi atti la grazia che rendeva il suo lavoro così fecondo, la sua
missione così ricca di frutti. Anche da ammalata, non potendosi reggere, si
alzava a fatica e andava a ricevere Gesù, felice della presenza del suo
Salvatore».
Le
numerose occupazioni non la distolgono dal colloquio continuo con Gesù, tra la
gente, per la strada, nelle visite. Appena ha un attimo libero, corre davanti
al Tabernacolo a pregare. A qualcuna delle sorelle che le domanda se ha riposato
almeno di notte, confida: «Ringrazio il Signore per le mie frequenti
insonnie, perché così posso passare molto tempo in preghiera». Ha
un'affezione grandissima alla Madonna e le chiede ogni giorno il coraggio di
servire Cristo nei più poveri. Tra i santi ha molti amici: S. Giuseppe, sposo
di Maria, S. Vincenzo de' Paoli e S. Luisa de Marillac, i fondatori del suo
Istituto, S. Francesco di Sales, figlio della sua terra. Medita i loro scritti e
se ne riempie l'anima, così che quando parla, ha la loro eloquenza, semplice e
attraente.
Vive
in unione piena con Dio che dà ai suoi gesti, anche ai più consueti, una
dignità, un tono di santità, un fascino così grande che spesso le sue suore
indugiano, immobili e silenziose, a contemplarla. Lei domanda: «Perché mi
guardate così, figlie mie?». Non le rispondono, ma tra loro, dicono sottovoce:
«Quando la Madonna era nella casa di Giovanni, l'apostolo prediletto di Gesù,
non doveva essere diversa dalla nostra madre».
Sta
consumando la vita per Gesù solo.
Di
Lui è perdutamente innamorata, dalla sua prima Comunione, nella
"catacomba" della casa natia, quando infuriava il Terrore di
Robespierre. Da Lui, ha imparato a rispondere alla rivoluzione che odia e
distrugge, con la sola rivoluzione che vale, quella che ama e si immola per i
fratelli.
Nell'autunno
del 1855, benché indebolita nella vista, suor Rosalia è ancora sulla breccia.
Nel mese di ottobre, è operata di cataratta. Subito le sembra di vedere, ma la
cecità l'avvolge sempre di più. «Dio - esclama, serena - mi ha resa cieca,
perché provavo troppo piacere a vedere i miei poveri».
Ha
un rammarico, di non poter più dedicarsi a loro, come prima. Ma mobilita le sue
suore e tutti coloro che vengono per i suoi prediletti.
A
Gex, vive ancora la sua vecchia mamma: ha 88 anni e pensa in continuazione alla
sua Giovanna, da più di 50 anni suor Rosalia, la suora di cui parla tutta la
Francia. Apprende che la figlia è diventata cieca e dice: «Ora proprio non ci
vedremo più».
Il
4 febbraio 1856, suor Rosalia ha la febbre alta e non può più alzarsi dal
letto. Il medico dichiara che si tratta di pleurite. Le cure servono a poco.
Ella si preoccupa di non disturbare troppo perché i poveri non siano trascurati
per causa sua. Accetta le sofferenze, pregando in silenzio.
«Madre,
non sente nulla?» - le domandano.
«Oh,
sì, sento tutto, ma sono pure i chiodi di Nostro Signore».
Il
6 febbraio, si aggrava. Suor Rosalia riceve l'ultima volta il suo Gesù. Si
spegne, serena, l'indomani, 7 febbraio 1856, alle undici.
«Vieni
nella mia gioia - le dice Gesù, in quell'ora - Ho avuto fame, ero malato, avevo
freddo e tu mi hai nutrito, mi hai visitato, mi hai scaldato... Quel povero,
quel barbone, quel bambino abbandonato, quel carcerato, lo sai, ero Io, proprio
Io ...».
Una
folla senza numero, poveri e ricchi, da ogni dove, si riversò a renderle
omaggio. Tutti posavano sul suo corpo Rosari o medaglie da conservare in suo
ricordo. Tra la gente, c'era pure l'Arcivescovo di Rouen, che si tolse la croce
pettorale e la appoggiò tra le mani di colei che riteneva una santa.
Il
giorno dei funerali, suor Rosalia, sul carro dei poveri, percorse l'ultima volta
il suo quartiere, con il giro più lungo possibile, prima di giungere alla parrocchia
di S. Medardo. Tutta Parigi si fermò. I negozi rimasero chiusi. C'erano tutti:
i signori, le autorità, il popolo, i poveri, tantissimi poveri, per darle
l'ultimo saluto.
In
chiesa, davanti alla sua bara, circondata da un picchetto di soldati mandati dal
governo di Napoleone III, celebrò il Vicario generale Mons. Sunat, inviato
dall'Arcivescovo di Parigi. Un vero trionfo tributato alla Serva dei poveri.
Quando
la deposero nella tomba a Montparnasse e tutti se ne andarono, i suoi poveri,
rimasero, quella notte, a vegliare la loro "mamma" sulla porta del
cimitero.
Nella
medesima giornata, le sue suore seppero che la vecchia mamma di suor Rosalia era
morta, pochi giorni prima, il 3 febbraio 1856.
Nella
Francia del 1° e del 2° Impero, nella Parigi dei romantici e dei ribelli, nel
tempo dei senza-Dio, in un mondo violento e putrescente nonostante il suo
luccichio, suor Rosalia Rendu, una piccola grande donna, aveva rivelato Cristo,
luce di verità, miracolo di amore.
Solo
Cristo può formare, anche oggi, donne, uomini così.
Alla
morte di suor Rosalia, molti si domandarono: «Ed ora chi prenderà il suo
posto?».
L'umanità
di oggi, poveri da sfamare, ragazzi soli, persone abbandonate, cercatori della
gioia e del senso della vita, disperati di ogni genere, invocano: «Chi verrà
da noi?».
Forse,
in questo momento, tu senti questa Voce. È la Voce di Cristo che ti chiama a
seguirlo, innamorata di Lui, a prendere il suo posto, ad amare Dio, a servire
ogni fratello, ogni sorella.
Se
gli rispondi "sì", non ti mancherà mai l'amore, non verrà mai meno
la gioia.
(Giovanni
Paolo II° l’ha beatificata il 9 novembre 1993).