BEATA PIERINA MOROSINI  

 

PRESENTAZIONE

Il modo migliore per comprendere chi era veramente Pieri-na Morosini sarebbe salire a Fiobbio, il piccolo paese della Val Seriana dove Ella nacque e dove oggi riposa, e chiedere alla gente che l'ha conosciuta di parlarci di Lei.

Ne verrebbe fuori la figura di una ragazza straordinaria, bella e riservata, intelligente e volitiva, innamorata di Dio e dedita agli altri fino all'eroismo: non udreste una sola voce discorde, non riuscireste a cogliere nelle parole dei vecchi e severi contadini bergamaschi il minimo dubbio sulla verità delle sue virtù e sulla purezza della sua vita.

Fortunatamente però c'è chi ha già fatto questo lavoro per noi: è una maestra di Cene, un paese poco distante da Fiob-bio che, alla notizia della tragica morte di Pierina, si sentì ispirata a raccogliere subito tutte le testimonianze possibili su Lei, impegnandosi in questa ricerca con tale costanza e precisione da riuscire a consegnarci, dopo più di 20 anni di lavoro, la sua preziosissima raccolta in un bel volume intito-lato: «Pierina Morosini, testimone di Cristo», dal quale abbiamo ripreso la gran parte delle testimonianze che qui riferiremo.

Il nostro ringraziamento va quindi - dopo che alla Mam-ma di Pierina, che da anni segue con affetto particolare lo sviluppo di questo nostro piccolo lavoro - alla signorina Er-menegilda Poli, chiamata dalla Provvidenza ad essere l' «Evangelista di Pierina» e, per le preziose confidenze spiri-tuali, al carissimo Padre Luciano da Albino, l'umile frate cappuccino che più di ogni altro ha penetrato sulla terra la bellezza dell'anima di Pierina, avendo avuto la felicissima responsabilità di dirigerla spiritualmente dall'età di 15 anni fino alla morte.

Un doveroso grazie infine a quanti - e sono molti - ci hanno aiutato in vari modi a portare a termine il nostro lavo-ro anche se non ci arrischiamo qui a nominarli per il timore di tralasciarne qualcuno: Pierina dal Cielo li ricompensi tut-ti con grazie celesti.

Pessano, 15 Settembre 1987, Festa dell'Addolorata                                              Don Angelo Albani Don Massimo Astrua  

I

IL VOLTO DI PIERINA

Ci sembra bello che il primo incontro con Pierina Morosi-ni avvenga osservandone il volto.

Le descrizioni anche minuziose che di Lei ci hanno fatto le persone che l'hanno conosciuta non ci permettono, da sole, di immaginare come Pierina era davvero, mentre le poche fo-to che di Lei ci sono rimaste hanno il potere di farcela cono-scere in modo vivo ed immediato, come se la incontrassimo. Queste foto, a quanto sappiamo, sono soltanto tre. Eccole.

1) La foto-ricordo di Roma

La prima è la foto-ricordo del pellegrinaggio che la Gio-ventù femminile di Azione Cattolica della Diocesi di Berga-mo fece a Roma nell'aprile 1947 in occasione della beatifica-zione di Maria Goretti.

I pellegrini sono disposti sulla scalinata della chiesa del Gesù: Pierina, che ha 16 anni, è la prima a destra della se-conda fila, indicata dalla freccia bianca. Di lei si intravvede solo il volto e mezzo busto. Sappiamo che il soprabito chiaro che indossava le era stato donato da una sua parente e che ai piedi calzava un paio di sandali pure regalatigli in occasione del viaggio.

Di questa foto abbiamo tentato un ingrandimento, ma con scarso successo: il volto di Pierina rimane sfuocato e confu-so e lo abbiamo qui riprodotto solo come documento, essen-do il più antico ritratto di Pierina che ci sia pervenuto.

2) Il gruppo di Bergamo

La seconda foto - anche se non ne conosciamo con cer-tezza la data - è di qualche anno posteriore, quando Pieri-na poteva avere diciannove o vent'anni (Poli, 103).

é stata scattata presso il Seminario di Bergamo e ritrae Pierina (la prima a destra di chi guarda) con altre tre ragazze di Fiobbio, zelatrici del Seminario, in occasione di un conve-gno indetto dall'Opera diocesana San Gregorio Barbarigo.

é l'unica foto che ci mostra tutta la persona di Pierina: il portamento è eretto, naturalmente dignitoso, e dal volto, ap-pena sfiorato da un lieve sorriso, traspare, una pace e una forza interiori che fan bene a guardarlo.

3) La foto-tessera

La terza ed ultima foto che possediamo di Pierina - l'uni-ca che ritragga da vicino il suo volto - è una foto-tessera scattata posteriormente alle due precedenti, forse solo poco tempo prima della sua morte.

Essa ce la rappresenta a mezzo busto, con i capelli scuri discriminati al centro e legati in lunghe trecce raccolte attor-no alla nuca.

L'abito è un semplice grembiule nero di cotone che lei stes-sa si era cucito e che le amiche giudicano troppo aperto sul collo: «Pierina - asseriscono - lo teneva più chiuso, forse con uno spillo, anche d'estate quando faceva caldo» (239).

Anche se non ci conserva il colore degli occhi «che erano azzurri come i laghi alpini» (90) né quello delle guance, «ros-se come una bella mela della sua valle» (90), questa foto è un vero dono di Dio!

Senza di essa Pierina sarebbe rimasta per noi quasi una sconosciuta; con essa invece Ella resta a noi vicina e ci divie-ne familiare come una sorella; da essa quasi ci parla, rivelan-doci tacitamente il suo mondo interiore e suscitando in noi una piena di sentimenti che il Padre Mondrone ha espresso stupendamente così:

«C'è, in questo volto, la bellezza intatta e fiera, ma soprat-tutto gelosa, della montanina; l'espressione di un tempera-mento volitivo e dolce insieme. Gli occhi azzurri riflettono serenità e purezza incantevoli. Lo sguardo sembra fissarsi verso un ideale ben preciso e che fiorisce dal di dentro. Le labbra restano dolcemente sigillate come per custodire un suo grande e misterioso segreto.

C'è la ragazza salda e battagliera, dalla volontà che si do-mina e che sa dominare; c'è una padronanza di sé che impo-ne rispetto, ma insieme ispira fiducia e ammirazione»

 

II

I LUOGHI DELLA SUA VITA

La conoscenza dei luoghi e dell'ambiente nei quali una persona è vissuta ci può aiutare a comprendere meglio la sua vita e a cogliere più profondamente i tratti della sua persona-lìtà.

Per questo, dopo aver presentato il volto di Pierina, vo-gliamo ora narrarne in succinto la vita, inserendola anche vi-sivamente in quell'ambiente contadino ed operaio, così satu-ro di cristianesimo, che era ed è ancora caratteristico delle valli bergamasche.

Per agevolare il lettore in questo sforzo di comprensione abbiamo tracciato, nelle pagine (seguenti), uno schizzo pano-ramico che abbraccia i luoghi principali nei quali Pierina è vissuta, luoghi che andremo man mano illustrando coi pro-cedere della narrazione.

 

La nascita e il Battesimo di Pierina

I genitori di Pierina, Rocco e Sara Noris, subito dopo il lo-ro matrimonio presero alloggio in una casa rurale di Fiobbio che, nello schizzo, abbiamo chiamata «la prima casa».

Presto però, nel 1930, Rocco e Sara si trasferirono alla Cedrina Alta, una semplice e solida casa di pietra di pro-prietà dei Morosini isolata a mezza costa del Monte Misma.

Tuttavia, nei primi anni del loro matrimonio, terminati i lavori estivi, i giovani sposi scendevano in paese a passarvi l'inverno; non più però nella «prima casa», bensì in un casci-nale posto all'altro lato del paese in un piccolo avvallamento detto popolarmente del «Muto».

é in questa casa che il 7 Gennaio 1931 nacque Pierina, primogenita di ben nove fratelli.

La camera natale, a pian terreno, è bassa, col soffitto a se-sto acuto così caratteristico delle vecchie cascine lombarde, e conserva ancor oggi tutto il fascino di quella povertà dignito-sa e rispettabile che accompagnò sempre la famiglia Morosi-ni.

Il giorno seguente, Pierina fu battezzata nella nuova Chie-sa parrocchiale di Fiobbio dal Parroco Don Antonio Savoldi col nome di Pierina Eugenia.

Ventisei anni più tardi, sullo stesso stesso registro del suo Battesi-mo, un altro Parroco, Don Salvatore Pirovano, annoterà le seguenti parole:

Gloriosa Martire della Purezza Ferita il 4-4-57; Morta il 6-4-57; Sepolta il 9-4-57.

 

La mamma, maestra di preghiera

Pierina trascorse la sua fanciullezza alla Cedrina Alta do-ve la famiglia Morosini si era ormai trasferita definitivamen-te, ma soggiornava ogni tanto anche alla Cedrina Bassa, il cascinale della nonna materna, da dove le era più facile rag-giungere d'inverno la scuola e la Chiesa.

In quegli anni il papà, sempre più cagionevole di salute, la-sciò il lavoro dei campi e fu assunto come guardiano nottur-no presso la ditta Siama di Albino: partiva allora da casa verso sera e non vi risaliva se non la mattina dopo.

Ricordando questi anni, mamma Sara racconta: «Siccome mio marito partiva da casa ogni sera, perché fa-ceva la guardia notturna presso uno stabilimento, io restavo sola coi piccoli in una casa così sperduta tra i boschi del Mi-sma, e mi veniva quasi paura; allora pregavo a lungo con i miei bambini, ogni sera, spinta dal bisogno di ottenere la pro-tezione di Dio sulla mia famiglia» (44-45).

«Cominciai a far pregare i figli quando ancora non sapeva-no parlare, perché i piccoli, sentendo dire le orazioni, le im-parano. Se dite a un bambino: "metti le manine giunte e pre-ghiamo", lui prega anche solo ascoltando» (45).

«Pierina pregava bene; anche da piccola non si stancava mai di pregare e non disse mai che le preghiere erano lunghe. A lei e ai primi figli, quando erano piccoli, facevo recitare in-sieme le preghiere del mattino e della sera. In più, ogni gior-no, facevo loro ripetere le prime Formule della Dottrina Cri-stiana, in modo che, a quattro anni, Pierina sapeva già a me-moria molte preghiere e gli Atti di Fede, Speranza, Carità e Dolore, oltre ai Comandamenti e le Opere di misericordia...» (44).

«Le altre preghiere che recitavamo erano il Rosario, l'Atto di Cosacrazione: "O Gesù dolcissimo Redentore...", la Co-roncina del Sacro Cuore di Gesù, le Offerte per i defunti, la Coroncina dei sette Dolori della Madonna: quest'ultima pre-ghiera Pierina continuò a recitarla a memoria anche da adul-ta; i fratelli ricordano che essa la faceva loro recitare special-mente quando entravano insieme nella Chiesa del Pianto di Albino» (45).

 

La S. Cresima e la Prima Comunione.

Così ben preparata spiritualmente dalla mamma, Pierina - che ancora non aveva iniziato le scuole - fu ammessa, a soli 6 anni, alla S. Cresima che ricevette ad Albino dalle ma-ni del Vescovo di Bergamo, Mons. Adriano Bernareggi, il 10 gennaio 1937: il Parroco di Fiobbio che l'aveva esaminata sulla sua preparazione catechistica, ne era rimasto meravi-gliato!

Nel maggio dell'anno seguente ricevette la Prima Comu-nione nella chiesa parrocchiale di Fiobbio.

 

La Messa prima della scuola

Racconta ancora mamma Sara:

«Quando i primi figli furono grandicelli, li mandavo quasi ogni mattina alla prima Messa; io non potevo andarci allora, dovendo restare a casa coi piccoli, tuttavia li accompagnavo per un buon tratto lungo il sentiero deserto e buio, poi mi fer-mavo finché li sentivo giungere sulla strada da dove essi mi davano la voce, come d'accordo. Pierina guidava la piccola comitiva: dopo la Messa tornavano a casa per la prima cola-zione, quindi con le loro cartelle scendevano di nuovo in pae-se per la scuola» (45).

Quando i bambini furono alquanto cresciuti, la mamma ri-prese l'abitudine della Messa feriale:

«Tutte le mattine, alle 5, scendevo con Pierina alla chiesa di Fiobbio e ci inginocchiavamo insieme nel penultimo banco a sinistra di chi entra. Quando era sola, probabilmente sarà andata più avanti, nel terzo banco vicino all'altare, come af-ferma la Superiora» (45).

A Fiobbio, a quel tempo, non esisteva la classe quinta, per cui Pierina vi frequentò solo le prime quattro classi elementa-ri e dovette andare ad Albino, dalle Suore del Sacro Cuore, per fare la quinta.

Pierina - come avremo modo di ripetere nel prossimo ca-pitolo - riusciva molto bene negli studi che avrebbe voluto continuare fino a consegure il diploma di maestra, ma dovet-te rinunciare a questo suo desiderio per poter aiutare econo-micamente la famiglia ormai numerosa.

E così, dopo aver frequentato sempre ad Albino un corso di «taglio e cucito», a 15 anni fu assunta come aiutante tessi-trice nel Cotonificio Honegger.

 

La Messa prima sel lavoro.

Al Cotonificio Pierina lavorava otto ore al giorno, ma non sempre nello stesso orario: una settimana faceva il primo tur-no di lavoro, dalle 6 del mattino fino alle 14; la settimana successiva lavorava nel secondo turno, dalle 14 alle 22.

«Nella settimana in cui Pierina doveva recarsi allo stabili-mento per il turno del mattino, partiva da casa poco dopo le 4, munita di pila elettrica o di candela. Nei primi anni di la-voro, quand'era giovanissima, la mamma l'accompagnava per un buon tratto lungo il sentiero nel buio del castagneto: partivano di casa con la corona in mano e recitavano il Ro-sario insieme. Poi la mamma tornava indietro e, lungo un al-. tro sentiero, si recava alla chiesa di Fiobbio per la Messa mentre Pierina continuava la discesa e, arrivata ad Albino, si dirigeva alla chiesa parrocchiale dove talvolta arrivava quan-do la porta era ancora chiusa. Allora aspettava fuori pregan-do.

Ricevuta la Comunione prima dell'inizio della Messa, che era alle ore 5,15, vi assisteva a una parte e poi via verso lo stabilimento dove entrava poco prima delle 6» (19).

Il percorso di Pierina è facilmente individuabile sullo schizzo panoramico alle pagine 24 e 25: partendo dalla Ce-drina Alta, Pierina scendeva lungo il sentiero si snoda nei bo-schi fino al Dosso, e proseguiva poi per la via Monte Cura che conduce al ponte sul Serio. Di qui Pierina saliva alla chiesa di Albino di dove, o per la strada alta o per quella bas-sa che passa davanti al Santuario del «Pianto», raggiungeva il Cotonificio Honegger.

Una buona ragazza di Albino ci ha lasciato questa testi-monianza:

«La settimana in cui le toccava il turno del mattino, io la sentivo arrivare in chiesa prima delle cinque e mezza; faceva rumore con i suoi zoccoli... La vedevo ricevere la Comunio-ne prima che iniziasse la Messa insieme con poche altre buo-ne operaie che accorrevano così presto in chiesa prima di re-carsi al lavoro; ma quella che più mi meravigliava era lei, perché veniva da lontano. Vedendola, noi si pensava: "Quel-la si è alzata alle quattro!"» (56).

E un'altra operaia ci ha detto:

«Lavoravamo nello stesso stabilimento, anzi nello stesso turno di lavoro. Nella settimana del turno antimeridiano, di solito alle 5,15 io ero già nella chiesa di Albino. Quando sen-tivo il rumore degli zoccoli dicevo tra me: "Arriva Pierina!". Camminava lentamente, faceva la Comunione, poi usciva un momento prima di me; quando la raggiungevo nei pressi del-la chiesa del Pianto, le dicevo sorpassandola: "Pierina, prega per me". Mi rispondeva umilmente: "Preghi lei per me!"» (72).

«Gli operai che andavano a prendere la corriera delle cin-que, la incontravano ogni mattina diretta alla parrocchiale di Albino; sentivano il rumore dei suoi passi e si dicevano: "Ar-riva quella degli zoccoli!". Ma ora che è morta, ricordandola dicono: "Quella lì era proprio buona!"» (135).

Anche il Sacrestano della chiesa di Albino racconta che vedeva arrivare Pierina prima delle cinque, con qualunque tempo, per accostarsi alla Santa Comunione. Una volta la vide con gli abiti inzuppati, perché era stata colta da un ac-quazzone, recarsi ugualmente alla balaustra e afferma di aver sentito compassione per quella figliola che, pur gron-dando acqua, non volle rinunciare alla S. Comunione.

E continua:

«Pierina l'ho conosciuta fin da piccola, perché ero amico di famiglia. Quel mattino dell'acquazzone, dopo la Messa prima andai a casa e dissi a mia moglie: "Pensa, qui tutti so-no ancora a letto, e quella ragazza è ventua da lontano sotto l'acqua per fare la Comunione!"» (165).

«Pierina andava alla balaustra camminando piano, più na-scosta che poteva vicino al muro, mai lungo la navata cen-trale; saliva i gradini rasente il muro e si inginocchiava alla balaustra all'estrema destra, in modo che era la prima a rice-vere la Comunione. Quando le davo in mano il vassoio pensavo: "Questa è un angelo! Porgo il vassoio a un angelo! é una creatura tale che non ce ne saranno più uguali!"» (165). Quando invece Pierina faceva parte del secondo turno, an-che se alla sera si era coricata tardi e stanca, si alzava pre-stissimo per ascoltare nella chiesa di Fiobbio l'unica messa che si celebrava nei giorni feriali. Risaliva poi a casa dove sbrigava i lavori domestici fino alle 12,30, pranzava e poi ri-discendeva il monte per il sentiero tra i boschi, per essere al Cotonificio prima delle 14.

Racconta il Parroco di Fiobbio, Don Pirovano: «Pierina faceva la Comunione tutti i giorni, una settimana qui e una settimana ad Albino, a seconda del turno di lavoro. In certe mattine di brutto tempo entravo in chiesa pensando che non vi avrei trovato nessuno: mi sbagliavo, perché le due Morosini, mamma e figlia, erano già là, puntuali come sem-pre, nel solito posto, al penultimo banco» (19).

E un'amica conferma:

Quando le toccava il secondo turno di lavoro, il mattino era la prima ad entrare in chiesa qui a Fiobbio, e l'ultima ad uscirne. Stava delle mezz'ore in ginocchio, china sul banco, prima e dopo la Comunione. Ma lei cominciava a pregare già da quando partiva da casa» (96).

 

«Piccinina» e tessitrice.

1 turni di lavoro al Cotonificio duravano otto ore, interrot-ti solo da un breve intervallo di mezz'ora.

All'inizio Pierina fu assunta come «aiutante», quel ruolo che nel gergo delle tessiture lombarde è detto della «piccini-na» vale a dire della operaia più piccola, dell'apprendista. Suo compito era di correre da un telaio all'altro per rifornirli di spole, ma anche quello di raccogliere le filacce, la «straz-za», e portarla negli appositi bidoni.

Ci piace qui riportare integralmente la precisa testimo-nianza di una tessitrice più anziana di lei:

«Le operaie la chiamavano anche quando c'era da disfare la tela perché piena di «falli» o perché c'erano le «navettate» ossia i colpi della navetta che si blocca tra il pettine e la tela strappando anche centinaia di fili dell'ordito: allora bisogna star curve delle ore a riannodarli uno a uno e a infilarli nelle maglie dei licci e poi tra i denti del pettine. é un lavoro di pa-zienza e di precisione che in più deve essere fatto alla svelta per non lasciar troppo tempo fermi i telai.

Pierina, appena la si chiamava, veniva volonterosa, men-tre altre aiutanti rispondevano anche sgarbatamente. Ricor-do che molte volte veniva ad aiutarmi anche senza essere chiamata: magari io stavo in un telaio e Pierina, se era libera, veniva spontaneamente a farmi funzionare gli altri telai; in-somma, sapeva intuire dove c'era bisogno di aiuto» (129).

Dopo qualche anno Pierina fu promossa «tessitrice», lavo-ro che compiva con tanta precisione e rendimento da giunge-re a condurre da sola ben 12 telai.

Ascoltiamo in proposito la preziosa testimonianza di Gio-conda Signori:

«Io fui la prima "maestra di reparto" di Pierina; io le inse-gnai a lavorare sui telai.

Pierina aveva molta pazienza: quando aveva un telaio rot-to, e quindi fermo, esitava a chiamare il capo a ripararlo, per non farlo bestemmiare. Una volta sono andata io per lei, e il capo mi disse: "Con quella lì non posso bestemmiare!".

Pierina ne ebbe anche altre di maestre, ma io fui la prima. Lavorava molto e non si sa come facesse a fare tanta produ-zione. Pareva che non lavorasse o, almeno, che non si appli-casse con troppa alacrità, eppure era tra quelle che rendeva-no di più ed era sempre la prima a ricevere il premio per la maggior produzione.

Lavorava tenendo gli occhi bassi e stava in continua pre-ghiera. Non parlava con nessuno e pareva una «sibrottona» (una ciabattona). Aveva vergogna perfino a chiamare me, quando occorrevo per le sue macchine. Ma io l'ho conosciu-ta in pieno: era una santa!» (208).

Le amiche la, chiamavano «sibrottona» per il suo povero modo di vestire, fuori moda ed anche un po' goffo, come ap-pare dalla descrizione che ci fa la signora Virginia Carrara Rossi, sua compagna di lavoro:

«Pierina arrivava allo stabilimento con gli zoccoli, indos-sando calze grosse di filo nero con le solette bianche. Come arrivava le levava e se ne metteva un altro paio più brutto; non stava mai senza calze, sia d'inverno che d'estate.

Il suo grembiulone, con le maniche lunghe, e se lo teneva sempre chiuso al collo. Non so se con delle spille; ad ogni modo il collo lo teneva chiuso. Quando faceva caldo le dice-vo: "Ma apri un po'!". E lei sorrideva, limitandosi ad asciugarsi il sudore con una pezzuola, pulita però. Perché lei era sempre pulita e ben pettinata.» (238-239).

«D'estate, quando il termometro arrivava a segnare 30 ed anche 35 gradi, noi guardavamo Pierina che lavorava ai telai con le maniche lunghe e le calze grosse. Alcune operaie dice-vano: "é una sempliciotta"; ma noi, conoscendola, sapeva-mo che era intelligente, molto buona, e che faceva una vita di penitenza!» (96-97).

Proprio perché era ritenuta una "sibrottona", una "sem-pliciotta" che non si lamentava mai, i lavori più "rognosi" fi-nivano sempre a lei, come ci conferma un'amica:

«Quando arrivava la trama "brutta", cioè non forte o di scarto, veniva collocata subito sui telai di Pierina. Forse perché lei non si faceva mai sentire, non protestava per nien-te; solo piangeva davanti ai telai fermi, con tanti falli da ripa-rare nella tela» (238).

«Talvolta la chiamavano negli uffici per farle osservazioni: lei subiva le sgridate senza dir mai niente e tornava al suo po-sto rossa rossa in viso (era già un po' rossa di carnagione) e si metteva a piangere. Io la confortavo: "Ma perché piangi? Non ne hai colpa. Lascia perdere!". Mi rispondeva: "Eh, dovrei stare più attenta. Sai, se domani mi lasciassero a ca-sa ...» (238).

«Pierina non si arrabbiava mai, dice un'altra signorina. Noi qualche volta si provava a stuzzicarla per farle perdere la pazienza, ma lei rimaneva sempre serena. A chi le diceva che era buona, rispondeva: "Non è vero, sono anch'io come le altre". E quando allo stabilimento i suoi telai funzionava-no male, non si stizziva ma sapeva mantenersi calma. Io ne sentivo compassione e le dicevo: "Pierina, non sei stanca di questi telai?". Mi rispondeva dolcemente: "Bisogna offrire tutto al Signore per i poveri peccatori"» (96).

Quest'ultima frase è come un raggio di luce che illumina l'intimo di questa ragazza semplice e buona: ella non impone a nessuno le sue convinzioni religiose, ma le testimonia con la vita e le manifesta con coraggio e naturalezza anche in un ambiente dove non tutti la pensano come lei.

 

Durante l'intervallo.

é così che, durante la mezz'ora di intervallo, dopo aver consumato la sua colazione, si ritirava nella Cappella del Convitto (che sorgeva all'interno dello stabilimento) a prega-re o a leggere un buon libro.

«Durante l'intervallo - ci racconta un'amica - quando si faceva un po' di colazione, Pierina aveva solo due pani e una bottiglietta, quella delle "gazose", piena di vino o di latte, e un poco di zucchero in un pezzo di carta di giornale; estraeva la mollica dei panini e ci metteva dentro quel pochi-no di zucchero, un pochino di vino e si mangiava il suo pane in cinque minuti; poi mi chiamava (a volte stavo ancora col panino in mano) e si andava insieme nella cappellina dello stabilimento. Certe volte io mi stancavo e le dicevo: "Eh, Pierina, oggi non vengo con te in chiesa". A me piaceva an-che star lì a fare una chiacchierata con le altre amiche» (237--238).

«Un giorno, visto che non si muoveva, le chiesi: "Non vie-ni oggi in cappella?". Mi rispose semplicemente: "Non pos-so". Seppi poi che, obbedivà a chi le aveva fatto l'osservazio-ne che era meglio stesse lì a riordinare i telai durante la mez-z'ora. Subì anche delle; ingiustizie, ma non se ne lamentava: rimaneva ugualmente serena» (135).

Bella è anche questa testimonianza di un'altra operaia: «Io l'ho conosciuta perché eravamo insieme allo stabili-mento dal 1946 al 1951, quando mi licenziai.

Pierina era bugna, questa sì si può dire che era buona! Nei primi tempi, una sua parente che lavorava con noi la sgridava: "Se tu non rendi nel lavoro verrai licenziata, e hai una famiglia da mantenere!" Pierina taceva e piangeva. E pregava.

Veramente, a vederla così infagottata nell'abito ampio e lungo, con le maniche lunghe, pensavo anch'io che Pierina non potesse muoversi bene nel lavoro! Neppure d'estate si rimboccava le maniche e in più si teneva le calze grosse: mi par di vederla ancora col suo faccione grondante sudore!» (128).

E - ancor prima che Pierina venisse uccisa - una com-pagna di lavoro confidava spesso alla sua mamma questi sentimenti: «Mamma, io lavoro vicino a una ragazza di Fiobbio che è molto buona; non parla mai con nessuno, non dà confidenza a nessuno; indossa un semplice grembiule; è molto paziente e prega sempre. A chi ha voglia di scherzare sulla sua vita di pietà, essa risponde dolcemente: "Pregate anche voi, che un giorno vi troverete contente"» (129).

 

Tre ore di cammino al giorno.

La giornata di Pierina non finiva col lavoro al Cotonificio, ma si prolungava, come sappiamo, nelle tre ore quotidiane di cammino sui sentieri e sulle strade della sua valle, che per-correva quasi sempre sola, specie nel tratto nascosto tra i bo-schi che va dalla Cedrina Alta al ponte sul Serio.

Tre ore di cammino ogni giorno non sono un sacrificio da poco! Ma Pierina sapeva riempire quel tempo con la preghie-ra e sapeva sfruttarne ogni istante offrendo a Dio i disagi del caldo estivo e del freddo invernale. Vediamo come.

Un'amica di Pierina, Maria Carrara, ci racconta che «uscendo in gruppo dallo stabilimento la sera alle dieci, quando si giungeva davanti al Santuario della Madonna del Pianto, Pierina ci diceva: "Recitiamo il Rosario qui sulla strada piana, perché in salita si soffia". Ma noi le si osserva-va: "Qui in mezzo a tutti è vergogna, ci sentirebbero!". Ma lei: "Io lo recito qui, così non ci penso più". E cominciava la fila delle Ave Maria, ben scandite, lentamente, e ci impiega-va molto, dalla chiesa del Pianto fino a metà salita del Mi-sma. Qualcuna le diceva: "Ti ridono dietro, Pierina!". Ma era inutile, lei continuava» (193-194).

«Una volta, una del gruppo le disse scherzosamente: "Fenésela, Pierina, ché n'va po a séna!, cioé: "Finiscila, Pie-rina, così potremo andare a cena!". Pierina allora, volgendo-si a me, disse sottovoce: "Diciamolo noi il Rosario; devo re-citarlo mentre cammino qui al piano, perché in salita non mi viene il fiato...". Rallentammo per restare un po' distanziate dal gruppo e pregammo noi due per tutta la strada fin quasi a casa mia» (200).

Quando le amiche erano arrivate alle loro case, Pierina ri-maneva sola sul sentiero. Allora la preghiera si faceva più raccolta e più intensa, e il suo amore per Gesù la spingeva a fare qualche sacrificio per Lui e per i peccatori, come il to-gliersi le calze per camminare a piedi nudi sulla neve o sul ghiaccio durante l'inverno (91).

Le amiche si erano accorte di questo: «D'inverno non si metteva le calze, le teneva nella borsetta, ma non lo faceva per timore di sciuparle, perché non era un'avara; il vero mo-tivo per cui lo faceva era questo: per far penitenza. Ma quan-do noi le chiedavamo: "Perché non le hai messe?", risponde-va amabilmente: "Perché non ho freddo io!"» (95).

Un'altra signorina racconta:

«Una volta ero con lei sulla strada e faceva molto freddo. Io indossavo il cappotto mentre lei aveva il solito grembiule nero, ed era riparata dolo con una sciarpa di lana. Allora io la tentai dicendole: "Pierina, che freddo ho io!". E lei subito: "Vuoi la mia sciarpa?". "Sì, dammela" feci io per celia. Es-sa me la diede davvero e io la presi. Ma poi subito gliela ri-diedi dicendole: "Ma che ingenua sei, Pierina! Prendila tu che io non ho freddo!"» (95-96).

Anche un uomo, padre di famiglia, il signor Angelo Vedo-vati, ci ha lasciato questa testimonianza:

«La vedevo scendere dal monte, scalza, ma sorridente in mezzo alla neve. Io le chiedevo: "Come fai, Pierina, ad avere una resistenza così forte?. E lei, sempre sorridendo, rispon-deva: "Io non sento il freddo..."» (205).

«Quando usciva dallo stabilimento alle 14, incontrava spesso sul sentiero, appena dopo il Dosso, i minatori che scendevano dalla cava del cemento, avendo terminato an-ch'essi il proprio turno alle 14. Pierina allora interrompeva sempre il suo Rosario e, sorridendo, li salutava come si usa nel dialetto bergamasco: "Stì bé", ossia "State bene"» (97).

«Più su, a circa un terzo del sentiero, c'è un grosso sasso sul quale Pierina era solita sedersi per prendere fiato. é qui che estraeva dalla borsetta di tela un libro di pietà e faceva la sua meditazione. Giunta a casa diceva alla mamma: "Mam-ma, mi sono fermata un momento a leggere il libro, perché qui a casa non riuscirei più a farlo"» (62 e 90).

Riprendeva poi la salita meditando quel che aveva letto o continuando il Rosario.

Verso il termine del sentiero udiva le voci festose dei fratel-lini e delle sorelline che le venivano incontro. Allora Pierina accelerava il passo verso di loro, abbracciava i più piccoli e tirava fuori dalla sua borsettina di stoffa qualche mela o qualche castagna delle quali si era privata, e le donava loro per farli felici.

é commovente notare che anche il giorno in cui fu assali-ta, nella sua borsetta furono trovate tre mele che a colazione non aveva mangiato per portarle ai suoi fratellini...

 

Il lavoro in casa.

Il ritorno di Pierina portava la gioia in tutta la famiglia: la sua presenza diffondeva la bontà e gli affetti più cari traspa-rivano dagli occhi di tutti.

Pierina era conscia di ciò, ma anche del bisogno che c'era di lei e del suo lavoro. Cominciava così per Pierina un altro "turno di lavoro", certamente il più gradito anche se non il meno faticoso.

Per prima cosa faceva fare i compiti ai bambini, poi pren-deva in mano un ago o la macchina da cucire e rammendava i loro vestiti o ne cofezionava dei nuovi.

Dice la mamma:

«In casa faceva tutto Pierina, e eravamo in undici! Per confezionare abiti nuovi prima si preparava i modelli di car-ta, poi disegnava la stoffa, quindi tagliava e cuciva. Per noi era una vera provvidenza!

Lavorava continuamente: cuciva, rattoppava, puliva ed era sempre felice e contenta. Spesso la vedevo rattoppare abiti di persone povere o malate, utilizzando anche i minimi ritagli di tempo; ripeteva spesso: "Il tempo è più prezioso dell'oro"» (50-51).

Tra un lavoro e l'altro, Pierina trovava anche il tempo di scendere dal sarto di Fiobbio, il signor Giuseppe Spinelli per aiutarlo quando aveva troppo lavoro ed anche per confezio-nare i pantaloni dei propri fratelli con una macchina da cuci-re più moderna della sua.

Pierina imparò molto da questo buon sarto, vero cristiano timorato di Dio e abile artigiano, il quale, nella sua umiltà, ci disse: "Pierina era veramente buona, era molto intelligente e aveva imparato a cucire molto bene: era più brava di me!".

Per aumentare un poco le entrate, mamma Sara aveva ac-cettato di ospitare in casa 8 o 10 bambini di pochi anni, i cui genitori dovevano recarsi lontano da casa per il lavoro (a quei tempi a Fiobbio non c'era ancora la "Scuola materna").

Ci racconta la mamma:

«Mentre Pierina cuciva, i bambini le erano tutti intorno: chi le tirava il grembiule, chi le toglieva le forcine dalle trec-ce, chi le faceva cader l'ago dalle dita. E lei, sempre zitta, li lasciava fare. Io le facevo osservare: "Non ti pare di essere una gran sempliciona facendoti burlare così dai bambini?" Lei rispondeva sempre con un sorriso» (50).

Anche il papà si era accorto di ciò:

«Mia figlia era paziente con i piccoli; una sera, pochi mesi prima che morisse, notai che i bambini le facevano dispetti e allora le dissi: "Pierina, mandali via!". Mi rispose semplice-mente: "Papà, lasciateli fare!"» (117).

Dice ancora la mamma:

«Quando chiedevo un piccolo servizio ai figli, era lei che balzava subito in piedi e preveniva tutti nell'eseguire i miei desideri» (50).

«Appena si accorgeva che in casa mancava qualcosa, su-bito partiva per Fiobbio ad acquistare ciò che occorreva, e certe volte si arrampicava su per la salita carica come un uo-mo, portando sulle spalle pesi di 30 chili» (20).

E una sorella ci ricorda questo episodio:

«Una fredda sera di sabato, giorno in cui usciva alle 18 dal lavoro, era arrivata a casa da poco quando sentì la mamma dire: "Devo andare in paese a prendere il vino". Pierina, in-vece che sedersi a mangiare, uscì in silenzio, prese il bidonci-no sulle spalle e, stanca com'era, scese in fretta verso il pae-se. C'era ghiaccio e per non scivolare sul ripido sentiero do-vette camminare a piedi nudi. Così fu vista arrivare in paese con gli zoccoli in mano verso le 20. E più faticoso sarà stato il ritorno con il carico sulle spalle, ma era contenta d'aver ri-sparmiato un viaggio alla mamma.

E quando in casa i piccoli pensionati strillavano e distur-bavano troppo il papà, Pierina si alzava dal lavoro e li pren-deva tutti con sé dicendo: "Venite con me". E li portava fuo-ri, nel prato, dove li calmava raccontando loro degli esempi di Santi» (97)

Pierina aveva innato lo spirito dell'apostolato. Mentre la-vorava circondata dai fratellini e dai piccoli pensionati, rac-contava loro episodi del Vangelo o della vita dei Santi, oppu-re li faceva pregare ad alta voce.

Dice la sorella Gemma:

é vero che pregava sempre! Tra noi era cosa normale sentire Pierina dire giaculatorie che poi faceva ripetere anche a noi piccoli: "Gesu, Maria, vi amo, salvate anime!". E al suono di ogni ora ripetevamo insieme: "Un'ora meno della mia vita, un'ora più vicino alla mia morte"» (51).

La sera, quando tutti dormivano, Pierina vegliava nella sua camera leggendo al lume di una candela (la luce elettrica arriverà alla Cedrina Alta solo nel 1955) i suoi libretti che si era comperati con tanto sacrificio. Quello a lei più caro, che dovette rileggere moltissime volte tanto fu ritrovato consun-to, fu La vita di Maria Goretti, libro che imprimerà nella sua anima l'ideale di una purezza intemerata da conservare an-che a costo della vita.

Mostrandolo alla signorina Poli la mamma disse: «Ecco il suo libro preferito; l'aveva spesso in mano e poteva saperlo a memoria; glielo aveva regalato una sua zia, e lei lo impresta-va a tutti. Quando invitava le sue sorelle a leggere i suoi libri, desiderava che prendessero questo» (81).

Pierina aveva i suoi Santi preferiti che onorava quando giungeva la loro festa: le piaceva festeggiare Domenico Sa-vio e Pier Giorgio Frassati, ed aveva lette le vite di Don Bo-sco e di Don Orione.

Ma più di tutti era Maria Goretti che esercitava su lei una speciale attrattiva: aveva comperato una cornice e con una immagine se ne era fatto un quadretto che teneva in camera sua.

In sostanza, Pierina è una ragazza che trova la sua gioia nel far del bene agli altri, ma che attinge la forza di sacrifi-carsi solo dalla preghiera e dal desiderio di imitare Cristo nei suoi Santi.

A confermarci in questo, ci pare sufficiente ricordare le parole che il papà, piangendo, ripeteva a tutti dopo la morte di Pierina:

«La mia Piera! Pregava sempre! Lavorava senza un minuto di sosta, in casa, allo stabilimento.

In più veniva nei campi ad aiutarmi. A tavola dovevo insistere: "Mangia!". Ma lei si accontentava di poco, il minimo indispensabile nel cibo e nel vestiario...» (14).

 

Il giorno di festa

«Al sopraggiungere della domenica, Pierina era felice perché con più agio avrebbe potuto attendere alle alle prati-che religiose. Di buon mattino scendeva alla chiesa parroc-chiale per assistere alla Messa e ricevere la Santa Comunio-ne; quindi si intratteneva a lungo a meditare e a pregare, in atteggiamento di profonda devozione a Gesù Sacramentato» (62).

«Vi ritornava il pomeriggio per i Vesperi e per la Dottrina cristiana, attorniata da un gruppo di bambine che le erano state affidate (63), alle quali poi, in una piccola aula dell'ora-torio, spiegava il catechismo» (95).

Nell'insegnare il catechismo, Pierina aveva un'arte tutta sua, fatta di bontà, di calore e di fermezza che incantava i bambini. Ed era anche una educatrice nata, perché sapeva concludere sempre con dei propositi pratici, o "fioretti", che lei stessa indicava alle bambine, insieme a brevi "giaculato-rie" che avrebbero recitato durante la settimana.

Una bambina ricorda queste sue parole:

«Per far penitenza, recitate tre Ave Maria con le mani sot-to le ginocchia; quando sentite una bestemmia, dite subito una giaculatoria, per esempio: "Dio sia benedetto"; oppure: "Gesù mio, misericordia".

Noi l'ascoltavamo attente e ci sforzavamo di praticare i suoi consigli, anche se le mani sotto le ginocchia ci facevano un po' male!» (98).

«Quante ragazze sono state istruite da lei nel Catechismo! Aveva una tattica speciale nel convincerci a fare il bene. Qualche volta portava con sé gli albi illustrati di Don Bosco e di Domenico Savio - che aveva comperato per i suoi fra-telli dalla giornalaia di Albino (56) - e ce li leggeva durante l'adunanza, ce li spiegava, e poi ci mostrava le belle illustra-zioni a colori» (98).

Una signora, più anziana di lei, ci ha lasciato questa bella attestazione:

«Quando io ero deleganta delle Aspiranti (ossia delle ra-gazzine più grandi, di 14 anni), vedendo che Pierina era così brava a tenere le adunanze alle sue piccole, le chiedevo: "Come devo fare a tenere l'adunanza alle mie Aspiranti?". Lei si schermiva dicendo: "Oh! non sono brava neppure io..."» (100).

Ma una Suora ci dice che «Pierina aveva una tattica parti-colare per insegnare alle bambine non solo il catechismo, ma anche lo spirito di preghiera, di obbedienza e di sacrificio. Talvolta premiava qualche bambina con una coroncina o una medaglietta, dicendo sempre: "Prendi, e fai la buona!"» (104).

Pierina faceva, in parrocchia, tutto il bene che poteva, sia nell'Azione Cattolica, sia nel raccogliere di casa in casa of-ferte per le Missioni e per il Seminario.

Tuttavia, verso la fine della sua vita viveva più appartata, e dedicava il suo tempo libero a visitare gli ammalati più soli. Suor Giulia Piccinini racconta che «incontrandola a volte per strada, la invitava all'Oratorio. Ma Pierina, pur deside-randolo, non accettava e si scusava dicendo: "Ci sono gli anziani malati da visitare!"» (192).

Ma ecco la testimonianza di una sua amica che aveva la mamma inferma:

«Entrava umile e dolce, si fermava un quarto d'ora a te-nerle compagnia e le offriva sempre un pacchetto con mezzo chilo di zucchero.

Diceva poche parole lei, lasciava parlare l'ammalata, ascoltava con paziénza il racconto dei suoi crucci e dei suoi, dolori e, infine, le diceva: "Poveretta, portate pazienza! Quanto merito avrete presso il Signore! Offritegli qualche sa-crificio anche per me".

La mia mamma ribatteva: "Sei una santa tu, non ne avrai bisogno!". Pierina umilmente concludeva: "Sì, ne ho biso-gno..."

La mia mamma mi diceva poi soddisfatta: "Pierina non mi abbandona, viene sempre a trovarmi!".

Le poche parole che essa rivolgeva a mia madre erano sempre le stesse e so che press'a poco erano tali anche quelle che rivolgeva agli altri ammalati» (96).

 

Pellegrina a Roma.

«"Dove sei stata più lontano?" - chiese un giorno a Pie-rina Suor Martines Miotto.

"Non lo immagina! - rispose Pierina illuminandosi in volto - sono stata a Roma! Che bello Roma! Non lo dimenti-cherò mai!"» (191).

Non erano però i ricordi del viaggio né delle bellezze di Roma che riempivano il cuore di Pierina, bensì il sentimento ormai incancellabile dell'incontro con Marietta Goretti, la "sua santina", l'amica, il modello, l'ideale della sua vita, alla cui beatificazione aveva avuto il dono di essere presente.

Mamma Sara si era accorta da tempo che Pierina deside-rava ardentemente partecipare a quel pellegrinaggio, e pen-sava: "Questa figliola lavora tutto il giorno, non chiede mai niente per sé... perché non farle questo regalo?". Si confidò col marito e si decise di sì. Per pagare il viaggio si chiese una cifra in prestito, mentre una parente offrì il proprio cappotto grigio e un paio di sandali, perché Pierina non possedeva né l'uno né gli altri.

Una signorina di Gazzaniga che fece con lei il viaggio in treno, ci ha raccontato:

«Dall'insieme del suo comportamento capii che non dove-va essere ricca.

Una volta le chiesi: "Come hai fatto a venire a Roma?". Mi rispose: "Mia mamma mi ha fatto il regalo, perché io sono la prima di tanti fratelli"» (70).

Il pellegrinaggio in treno durò dal 25 al 30 aprile 1947, con visita alle principali basiliche di Roma, alle Catacombe, ecc; ma per Pierina il centro di ogni aspettativa era il giorno della beatificazione di Marietta.

Le amiche, vedendola tanto buona e semplice, la chiama-vano "l'Angelo della compagnia", anche se talvolta, sul tre-no, ridevano della sua ingenuità.

Eppure quella sempliciotta dal viso bianco e rosso e dal povero vestitino preso in prestito, usciva fuori in certe rispo-ste che lasciavano allibite le compagne per la sapienza e per l'equilibrio che dimostravano. Racconta Maria Vedovati di Albino:

«Una sera a tavola Pierina notò che una pellegrina faceva ogni sforzo per mandar giù una pietanza che non le andava affatto; allora le disse gentilmente: "Se questo cibo non ti piace, non sforzarti a prenderlo; il Signore non pretende l'im-possibile da noi"» (72-73).

Pierina, fin dal primo giorno del pellegrinaggio, annotò su un quaderno il diario del viaggio con un impegno che manife-sta l'importanza che ella dava all'avvenimento.

Questo pellegrinaggio invero segnò la sua vita in modo in-delebile, come traspare da tre espressioni che le amiche udi-rono uscire dalla sua bocca in tre tempi diversi:

La prima é di subito dopo la beatificazione:

«Ricordo bene - ci testimonia un'amica - che dopo la cerimonia della beatificazione, Pierina mi disse: "Vorrei as-somigliare a Maria Goretti. Vorrei essere come Lei!"» (71).

La seconda le uscì di bocca subito dopo l'udienza papale: «Ricordo che, dopo l'udienza papale, uscendo dall'aula delle benedizioni, dopo aver visto anche mamma Goretti, Pierina era accanto a me, e ne fu tanto colpita che esclamò, con accento di profonda commozione: "Oh, la mamma della Goretti! Che gioia fare la morte della Goretti!"» (73).

La terza frase la pronunciò sul treno, durante il viaggio di ritorno

«Durante il viaggio di ritorno - testimonia un'amica - ci si chiedeva: "Come avrà fatto la Goretti ad affrontare il martirio?"

Io dissi: "La Goretti ha fatto proprio la morte di una po-vera ingenua! Lasciarsi uccidere a quel modo! Pierina, lo fa-resti tu?"

Mi rispose subito: "Perché no? Si, anch'io mi lascerei uc-cidere!"» (70).

é facile notare in queste tre frasi un crescendo di determi-nazione verso una un ideale sublime che va dal desiderio alla decisione eroica: «Vorrei...» - «Che gioia!» - «Anch'io!»

Un desiderio che il Cielo volle esaudire e una gioia che vol-le concerLe.

Conclude infatti l'amica: «E Pierina lo fece davvero!» (70). «Nel viaggio di ritorno, sul treno, ci mostrammo a vicenda i ricordini che avevamo acquistato a Roma: corone, spille, anelli, immagini... Pierina, osservandoli, mi disse: "Quanti! Io invece ho pochi soldi" e ci fece vedere solo un pacchettino di immagini di Maria Goretti da dare alle sue bambine del Catechismo di Fiobbio.

Io le chiesi: "Per te cos'hai comprato? Non hai preso nes-sun ricordo?"

Mi rispose: "lo, il mio ricordo, l'ho qui nel cuore1 "» (70 e 73).

 

III

INTELLIGENTE ED UMILE

Dopo aver tracciato a grandi linee la vita di Pierina, ci sof-fermiamo ora sui due aspetti più appariscenti della sua per-sonalità.

Tutti quelli che hanno avuto modo di intrattenersi con lei sono concordi nell'affermare di essersi trovati di fronte ad una ragazza indiscutibilmente intelligente e straordinaria-mente umile.

 

Una ragazza intelligente.

Che Pierina fosse dotata di una intelligenza non comune traspare dalle grandi scelte che seppe fare nella vita, ma an-che dal suo comportamento nelle piccole cose di tutti i gior-ni, dalle risposte brevi ed assennate che sapeva dare a chi la interrogava ed, in modo quasi palpabile, dall'eccelente riusci-ta negli studi.

Pierina frequentò le scuole solo fino alla quinta elementa-re, ma i giudizi delle sue insegnanti di quegli anni sono tal-mente elogiativi da far presagire per lei - qualora avesse potuto continuare gli studi - una riuscita eccezionale.

Ecco quanto ci ha lasciato scritto la sua insegnate di quar-ta, la Maestra Giovanna Fornari:

«Era di una bella intelligenza, precisa, scrupolosa; emerge-va perciò dal livello generale degli altri. Sono certa che in tut-te le altre manifestazioni della sua vita non scolastioa avrà manifestato sempre le stesse doti...» (90).

Abbiamo rintracciato il registro con i voti finali dell'anno di quarta elementare. Tutti "lodevole": media del 10!

La quinta elementare Pierina la frequentò presso le Suore Figlie del Sacro Cuore di Albino, nell'anno scolastico 1941--42.

Nell'elenco della sua classe, Pierina figura al numero 9, ma putroppo non siamo riusciti a rintracciare il registro sco-lastico con i voti che però la sua Insegnate, Suor Gabriella, assicura essere stati sempre ottimi.

Mamma Sara era consapevole del valore della sua Pierina che «a quattro anni sapeva già gran parte del Catechismo perché aveva buona memoria e avrebbe voluto farle prose-guire gli studi, almeno fino alle Magistrali, perché riusciva bene e aveva sempre buoni voti sulle pagelle» (46).

Dice ancora la mamma:

«Ne avevo parlato con la sua Maestra di quinta, Suor Ga-briella; Pierina era contenta e avrebbe volentieri continuato a studiare, ma poi, riflettendoci bene, pensai: come faremo a pagare la spesa per gli studi? e poi è la prima figlia ed è ora il bello d'avere un aiuto da lei! Con una famiglia così numero-sa c'è bisogno del suo aiuto...» (46).

E Pierina acconsentì.

L'intelligenza di Pierina si manifestò anche nel lavoro: a 11 anni fu mandata dalla mamma ad Albino per imparare il cucito da una sarta, ed a 13 anni già sapeva tagliare e confe-zionare alla perfezione tutto l'occorrente per la famiglia: grembiuli, camicie, calzoni... «Perfino i calzoni - commenta la mamma - che sono piuttosto difficili! Da allora non cucii più nulla: ci pensava Pierina» (46).

Anche al Cotonificio Honegger di Albino, nel quale fu as-sunta come aiutante all'età di 15 anni, Pierina dimostrò di saper fare tutto con la massima perfezione.

Era molto stimata dai superiori e rispettata dalle altre ope-raie. Ecco il giudizio di una di loro:

«Pierina era molto educata... veramente brava e molto co-scienziosa. Aveva una gran passione al lavoro e un porta-mento calmo che manteneva anche lavorando. Era di quelle che fanno andare i telai quasi senza fatica perché, con abi-lità, fanno lavorare la testa, non solo le mani ed i piedi, e san-no produrre molto. Pierina dava la massima resa e questo, per qualcuno, era inspiegabile data la sua calma abituale» (143).

 

Una ragazza umile.

Nonostante fosse intelligente - o forse proprio per que-sto! - Pierina si considerava l'ultima di tutti.

é straordinario come questa ragazza abbia saputo vivere nella totale dimenticanza di sé pur possedendo una spiccata personalità e conducendo una vita attiva e di intenso lavoro.

L'umiltà in lei non era frutto di timidità o di acquiescenza, ma piuttosto di scelta consapevole della vera grandezza, quella voluta per noi da Gesù: "Chi vuol essere grande tra voi diventi come il più piccolo... Ecco io sono in mezzo a voi come uno che serve." (Luca 22,26-27).

Su una pagina bianca del suo libretto di preghiere intitola-to "La pia giovinetta" aveva ricopiato queste parole rivolte da Gesù a Suor Maria della Trinità, una Clarissa claustrale di Gerusalemme:

"Dimenticati: non ti difendere. Silenzio, silenzio, come Me!».

Quel «come Me» deve aver polarizzato tutto il mondo inte-riore di Pierina: condividere il silenzio di Gesù, la mitezza di Gesù, l'arrendevolezza di Gesù, era diventato per lei un idea-le segreto e fecondo che la riempiva di gioia e di pace.

 Don Ludovico Rota, Vice Postulatore della Causa di beatificazio-ne, ci ha informato che questa frase Pierina la trascrisse sul suo libretto di preghiere da un opuscolo della Madre Oliva, fondatrice delle Missio-narie della Chiesa, intitolato: "Fiori di Cielo".

La Madre Emanuela, Carmelitana scalza di Milano, con paziente ri-cerca, è risalita all'Autrice che la scrisse nel suo Diario Spirituale, pub-blicato dai Padri Francescani di Gerusalemme col titolo: Suor Maria della Trinità, clarissa, Colloquio interiore, Gerusalemme 1942. La fra-se porta, nel Diario, la data del 2 gennaio 1940 ed è contrassegnata dal paragrafo 2.

Solo così si spiega quel suo modo di fare sempre sorriden-te e remissivo, spinto fino a lasciarsi canzonare dalle amiche. A chi la rimproverava per la sua pazienza, rispondeva tran-quilla: "Lasciale dire. Finché scherzano me non scherzano le altre!".

Noi conosciamo già come in casa, in parrocchia e presso gli ammalati che visitava, Pierina si comportava veramente "come una che serve".

A proposito delle visite agli ammalati, la mamma ricorda: «Qualche volta Pierina mi espresse questo desiderio: "Se io potessi vorrei andare da un'ammalata e fermarmi a farle le pulizie di casa, lavarle la biancheria, sbrigarle le faccende, magari lavorando una domenica intera". lo la guardavo e le facevo notare: "Pierina, come fai? Sei già così sacrificata!". Infatti non aveva un ritaglio di tempo libero» (46-47).

Eppure tutto ciò non era facile per Pierina, che doveva spesso combattere contro se stessa e contro la sua naturale suscettibilità, sostenuta solo dal suo segreto ideale: "dimenti-cati, come Me!".

Stupenda è questa testimonianza della mamma: «Obbediva senza discutere e, se qualche volta pareva che volesse ribattere, taceva ugualmente, oppure mi diceva pron-tamente: "Mamma, scusatemi!". Chiedeva scusa solo perché le veniva la voglia di rispondere!» (47).

Ancora la mamma ci racconta l'ultima obbedienza di Pie-rina, così:

«Un mese prima della morte mi disse che voleva andare a Merano a trovare il fratello militare, e aveva già deciso per il sabato santo. Io le risposi che non la lasciavo andare perché era un viaggio troppo lungo e sarebbe dovuta partire di sera per viaggiare la notte. Pierina come al solito obbedì e volle spedire al fratello la somma che aveva destinata per quel viaggio.

Il sabato santo dell'aprile 1957 Pierina era già morta da due settimane» (47).

E poi ci fu l'obbedienza eroica (dovremmo dire: l'eroica dimenticanza di se!) della rinuncia alla propria vocazione re-ligiosa e missionaria.

Ascoltiamo ancora la mamma:

«Aveva 16 anni quando mi confidò il desiderio di farsi suora. Io le feci notare che il suo aiuto era necessario alla fa-miglia. Ella si permise solo di osservare: "Non sapete, mam-ma, che Nostro Signore ha detto: Chi ama il padre o la ma-dre più di Me non è degno di Me?".

Questa risposta, quantunque detta con tono umile e genti-le, la sentii penetrare profondamente nel cuore. Tuttavia da allora le dicevo spesso: "Pierina, prega". Speravo che il Si-gnore l'avrebbe illuminata di restare; ma se lei si fosse osti-nata a voler partire, l'avrei lasciata andare» (49).

Pierina invece restò, senza fare insistenza, perché aveva compreso che il Signore la voleva in famiglia.

Nel suo cuore però continuava a sentire il desiderio della vita religiosa e ad offrire il sacrificio nascosto della rinuncia, come ci attesta questo colloquio che l'anno seguente, nell'a-gosto 1948, ebbe con la zia Suor Maria Noris, sorella della mamma:

«Pierina mi domandò se entrando nella mia Congregazio-ne, poteva sperare di andare nelle Missioni subito dopo emessi i voti, ed aggiunse: "Anche se dovessi essere martire il primo giorno dopo il mio arrivo in terra di missione, ci an-drei ugualmente» (131).

Un'amica ci riferisce:

«Quando le chiedevo: "Vai Suora, Pierina? Da quali Suo-re?". Rispondeva: "Sì, ma non so quali Suore. E tu non vai?". Io dovevo confessarle: "No, perché sono ammalata". E lei: "Non importa, si può fare tanto bene anche qui". Poi io insistevo: "Tu andresti, vero?" "Si, diceva, ma vedi quanti fratelli ho!"» (101).

Pierina portò nel cuore il desiderio della vita religiosa fino al giorno della sua morte: ce lo testimoniano questi due col-loqui che ebbe con due Suore, quando era ormai più che ven-tenne.

Suor Emmarosa Moroni, di Fiobbio, racconta:

«Un giorno, tornando dal lavoro, si parlava della scelta dello stato, e proprio quella volta dissi a Piera il mio deside-rio di entrare in convento. Lei rispose: "Da tempo ho capito che hai preso questa decisione: fortunata te! io invece...". "Anche tu andrai", replicai io. Mi disse allora: "Andrei an-che subito, se dipendesse da me, ma vedi? la mia situazione è ben diversa dalla tua, io sono la maggiore e la mia famiglia ha bisogno del mio aiuto. Certamente passeranno ancora di-versi anni per me". Io continuai: "Ma tu, Pierina, fai tanto bene anche a stare a casa, sei così buona!". E lei subito: "Domanda alla mia mamma se sono buona, vedrai che cosa ti dirà, sono piena di difetti e basta"» (145).

La seconda attestazione, sicuramente posteriore, è di Suor Clara Lamera, superiora della Casa della Trinità:

«Una volta mi confidò: "Io non mi faccio Suora; sarei an-data prima, a 17 anni, ma per la famiglia sono stata a casa"» (149)

Le persone che per la prima volta incontravano Pierina erano negativamente impressionate dal suo antiquato modo di vestire, inusitato in una ragazza bella e giovane: un lungo grembiule nero, un paio di grosse calze nere, gli zoccoli di le-gno e, d'inverno, una sciarpa di lana al collo.

Di qui il dileggio e le critiche di alcune compagne di lavoro e la loro tendenza ad evitarne la compagnia, per non far brutta figura.

Pierina era troppo intelligente per non capacitarsi di susci-tare qualche meraviglia, ma - come lo compresero, fino ad ammirarla, le amiche più intime - il suo comportamento

non aveva nulla di strambo o di esibizionistico, ma era con-seguenza di una precisa scelta ideale alla quale resterà fedele fino alla morte: imitare Gesù povero ed umile e condividere la povertà di tanta gente più povera di lei. Ella era inoltre persuasa di preservar meglio in tal maniera la virtù della mo-destia e di testimoniare in modo tacito la sua intima aspira-zione alla vita religiosa.

(*) Bisogna anche considerare che negli anni 1940-45 (quando Pieri-na aveva 10-15 anni) si era in tempo di guerra e i molti generi di prima necessità, tessuti compresi, erano razionati o del tutto mancanti. Non va neppure dimenticato che nelle famiglie contadine bergamasche di al-lora era normale che le donne, anche se giovani, vestissero di nero. Pie-rina era ben lungi dal ricercare la singolarità nel suo modo di vestire: volle solo mantenere l'antica povertà, rifiutandosi di seguire le innova-zioni della moda.

A riprova di quanto detto riportiamo alcune testimonianze e, prima di tutte, quella della mamma:

«Una volta le avevo comprato la stoffa per un vestito nuo-vo, o meglio per un grembiule di satin nero, ma lei non lo volle e mi disse: "Fatelo per voi, mamma, perché a me non occorre nulla".

Non aveva niente, eppure diceva che non le mancava nien-te. Io concludevo fra me: "Questa figlia finirà che non avrà più niente!". Infatti quando morì non aveva nulla. Quel ri-masuglio di grembiule che ho conservato, si disfa, tanto è lo-goro; a tirare un po' si lascia andare e si strappa...» (48).

«Molte di noi - dice una compagna di lavoro - hanno capito chi era Pierina solo dopo la sua morte: dal suo grem-biule di lavoro, rimasto pochi giorni nello spogliatoio, furono tagliati parecchi pezzetti di stoffa da tenere per ricordo. Ep-pure, proprio nello spogliatoio, da alcune era stata derisa per il suo abbigliamento antiquato e per una sottoveste rattoppa-ta!» (97).

Lei stessa era consapevole di essere derisa, ma aveva il buon gusto di scherzarci sopra. Dice un'amica: «Molte volte, quando la volevamo in comitiva con noi, ella ci diceva riden-do: "Non venite con me, perché sono vestita male!"» (95). Una sua zia le faceva notare:

«"Pierina, cosa dirà la gente di te a vederti vestita così ma-lamente?"... Rispondeva: "Il Signore guarda lo stesso a me; quando c'è la pulizia, basta. Ognuno deve guardare a sé: io vado avanti così"« (193).

In Pierina c'era anche un che di battagliero, una fierezza sua propria che la portava a disprezzare i giudizi del mondo. «A una Suora che le chiedeva: "Perché va vestita in questa maniera, lei così giovane?", rispose:con franchezza: "Perché a me non interessa il mondo; vado vestita così come mi pia-ce: il mondo non interessa proprio niente a me!". Ed a una signora che le faceva la stessa osservazione, disse: "Le don-ne che vestono secondo la moda anche poco modesta, lo fan-no liberamente: e perché io non potrei vestimi come vo-glio?"» (203).

Nella stessa logica di povertà e di umiltà rientra la decisio-ne di Pierina di portare gli zoccoli invece delle scarpe. Erano zoccoli di legno chiusi sulla punta da una tomaia di stoffa o di pelle nera ma che lasciavano libero il tallone, co-me usavano i contadini durante il lavoro. Pierina però li por-tava tutti i giorni anche nelle feste.

Non per tirchieria, ma per vero spirito di povertà, era soli-ta toglierseli quando camminava sola sui sentieri del Misma o rinforzarli con pezzetti di lamiera: «Quando passava nei viali dello stabilimento, faceva molto rumore col suo passo, perché sotto gli zoccoli aveva messo dei rinforzi di lamiera. Lei si accorgeva che noi la notavamo e, sorridendo, ci dice-va: "Faccio rumore, vero? Sono i rinforzi, così gli zoccoli mi durano di più, perché la strada é lunga!"» (147-148).

Quegli zoccoli, simbolo di povertà vissuta, che lezione per noi che non siamo mai sazi di possedere cose belle e comode! Purtroppo essi sono andati perduti. Ci dice la mamma: «Avrei voluto conservare almeno i suoi zoccoli, ma sono fini-ti in mano alla Giustizia, insieme coi suoi stracci: non so che fine abbiano fatto...» (48).

 

IV

IL SEGRETO DI PIERINA

Il segreto che Pierina portava nel cuore e che influenzò tutta la sua vita, fino a condurla ad accettare il martirio, fu - come lo fu per tutti i santi - l'amore di Dio sopra ad ogni cosa. Ma in Pierina l'amor di Dio aveva assunto una connotazione particolare, perché era da lei vissuto come unione cosciente e continua con Lui.

é illuminante, a questo proposito, quanto ci disse di lei il suo Direttore Spirituale, Padre Luciano da Albino, il 3 no-vembre 1977:

«In Pierina l'ordinario stesso era straordinario. Era un'ani-ma costantemente immersa in Dio e guidata in tutto da Lui. Spesso, anche in compagnia di altre persone, pareva segui-re un proprio pensiero, come se quanto gli altri dicevano non la interessasse: eppure, appena chiamata in causa, dava con semplicità il suo giudizio così pertinente e così equilibrato che non poteva non essere accettato da tutti.

Per conto mio Pierina confrontava tutto interiormente con ciò che sapeva essere la volontà di Dio, e ciò le conferiva quella sapienza che lasciava stupiti».

Si: il segreto della vita spirituale di Pierina è stato la unio-ne continua e cosciente con Dio: una unione nutrita con la meditazione e con la lettura assidua della vita dei Santi; gui-data da una saggia direzione spirituale; facilitata da un tota-le distacco da tutte le cose della terra; vissuta in una preghie-ra quasi mai interrotta.

Diamo un breve sguardo a tutto ciò.

 

Le letture di Pierina

L'unica ricchezza di Pierina erano i libri spirituali.

Per comprarli non temeva di spendere i suoi risparmi, poiché sapeva per esperienza come da essi avrebbe tratto lu-ce e forza per amare Dio.

All'Oratorio di Fiobbio esisteva sì una piccola biblioteca circolante, alla quale spesso Pierina si rivolgeva, ma Lei vo-leva avere i suoi libri da leggere, da rileggere, da meditare, da annotare.

E prima di tutti i libri di preghiera, tra i quali la mamma ri-corda "Le massime eterne", libro allora assai diffuso tra il popolo, "La pia giovinetta ", contenente pereghiere e medita-zioni adatte alle giovani, e "La grande promessa" sulla devo-zione al Sacro Cuore di Gesù.

Specialmente "La pia giovinetta" fu per Pierina una vera fonte di pietà cristiana.

Dice la mamma indicando il libretto:

«Questo l'aveva sempre in mano: in chiesa, in casa, anche sul lavoro durante l'intervallo, e lo portava con sé nella bor-setta. Lo prendeva ogni mattina per andare alla Messa e non aveva vergogna a levarlo da questa custodia che pare una pezzuola qualunque» (81).

é significativo che, di questo libro, particolarmente logore e sciupate siano le pagine contenenti la lunga preghiera inti-tolata: "Litanie per la buona morte".

Numerosi sono poi, tra i libri di Pierina, quelli che narrano la vita dei Santi: oltre quella di Maria Goretti, Pierina lesse la vita di Pier Giorgio Frassati; del Padre Damiano da Samara-te, apostolo dei lebbrosi in Brasile; del Curato d'Ars, libro che rilesse tante volte; di Don Orione; di Don Bosco; di Do-menico Savio; di Gemma Galgani...

Dalla vita di questi suoi "amici" ella sapeva trarre inse-gnamenti preziosi ed anche desideri santi di imitarli. Pierina lesse più volte anche due libri ascetici di grande valo-re: "La vita nascosta" del Padre Fosch e "La pace interiore" del Padre Plus.

Insomma: Pierina nutriva il suo cuore con gli ideali e gli esempi dei Santi, perché sapeva che gli esempi buoni trasci-nano al bene più di tutti i ragionamenti dotti.

 

La direzione spirituale

Pierina ebbe da Dio il dono singolare di imbattersi, quan-do aveva ancora quindici anni, in un Direttore spirituale che seppe comprenderla e condurla con discrezione e saggezza sulle vie di Dio, ed al quale rimarrà fedele per tutta la vita.

Ebbe, è vero, anche altri confessori, come Don Canova, rettore della Chiesa del Pianto, e Don Gamba, prevosto di Albino, ma l'unico direttore spirituale fu sempre Padre Lu-ciano, del Convento dei Cappuccini di Albino.

L'incontro con lui avvenne casualmente quando Pierina, essendosi ferita ad un piede durante il lavoro in fabbrica, fu ricoverata all'Ospedale Honegger di Albino nell'aprile del 1946, dove era Cappellano Padre Luciano.

Fu in questa occasione che Padre Luciano incontrò il papà di Pierina che pure lo scelse come confessore ed al qua-le tutta la famiglia si affezionò a tal punto da dare il suo no-me all'ultimo figlio nato.

Abbiamo chiesto a Padre Luciano qualche confidenza sùl-la spiritualità di Pierina, ed egli, così schivo nel parlare, ci ha esaudito dicendoci:

"Io ho sempre avuto l'impressione che Dio la guidasse in modo non comune, per cui anche la direzione spirituale si ri-duceva a favorire la rotta che già percorreva guidata dallo Spirito Santo".

"Pierina era una ragazza di intelligenza non comune e di profonda sensibilità. Su queste doti lavorò la Grazia di Dio e l'educazione familiare, ma soprattutto la sua fedeltà, talvolta eroica, a quanto Dio voleva da lei".

"Pierina sapeva fin da piccola quel che doveva fare, e lo fece! Viveva nella luce di Dio: Dio lo vedeva, lo sentiva in modo quasi palpabile. La Comunione e la preghiera erano per lei un rientrare nel suo clima di fede, un sentirsi comple-tamente a suo agio. Vivendo a tali altezze spirituali non c'e da meravigliarsi che non abbia mai conosciuto il peccato ve-niale volontario".

"Su mio suggerimento, Pierina faceva il voto ci castità che rinnovava due volte all'anno, all'Immacolata e a Pentecoste. Aveva anche fatto il voto di vivere il più poveramente possi-bile e di ubbidire al suo direttore spirituale".

"Una delle obbedienze che più costarono a Pierina fu quella della rinuncia ad entrare in Convento. Quando me lo chiese, poteva avere 15 o 16 anni: non ci fu bisogno di molti ragionamenti per acquietarla e per convincerla ad attendere qualche anno. Quando più tardi mi rinnovò la domanda io, che conoscevo bene l'indole della sua anima, giudicai che Pierina la sua missione la doveva compiere fuori del Conven-to. E la sua adesione all'indirizzo che le avevo dato fu sem-pre umile, docile e piena di pace".

Su una pagina bianca del suo libretto di preghiere aveva scritto una frase che riassume l'atteggiamento del suo animo nei riguardi del Direttore spirituale: "La mia vocazione: mi lascerò condurre come una bambina di un giorno solo".

Tra i libri di Pierina fu ritrovato un foglio dattiloscritto su ambedue le facciate, contenente un "Piccolo regolamento quotidiano" molto particolareggiato, che si pensa dovuto al-lo stesso Padre Luciano. Il dattiloscritto porta numerose cor-rezioni a penna dovute forse allo stesso Padre. Nel retro, la metà inferiore del foglio, che era rimasta in bianco, fu riem-pita a penna da Pierina con sette propositi, al termine dei quali lo stesso Padre Luciano scrisse di suo pugno la parola "Bene!".

Ecco il testo integrale del "Piccolo Regolamento quotidiano". Es-so é diviso in sei parti: i "dodici punti"; la "Stella polare"; il "Ritiro mensile"; un "Atto di consacrazione a Gesù per Maria", con la rinno-vazione del voto di verginità; un secondo "Atto di consacrazione"; i "Sette propositi" composti da lei stessa.

D-S M

A GESù PER MARIA PICCOLO REGOLAMENTO QUOTIDIANO

1. Mi alzerò per tempo, senza poltrire e, vestendomi modestamente, offrirò la mia giornata a Gesù per le mani di Maria SS.

2. Preghiera del mattino, santa Messa e, possibilmente, Comunione quotidiana.

3. Meditazione di almeno quindici minuti; raccoglimento, amore, propositi pratici per il giorno.

4. A casa, attenderò con la massima fedeltà e serenità alle mie fac-cende domestiche e al mio lavoro.

5. Al suono di ogni ora penserò a Gesù e a Maria, con una giaculato-ria o uno sguardo di amore.

6. Ogni mia azione la farò in unione con Maria e, nelle contrarietà, mi abbandonerò come una bambina sul suo cuore materno, invocando il suo aiuto e quello del mio caro angelo custode.

7. Dirò il rosario o almeno una corona, secondo le mie possibilità.

8. Ogni giorno mi sforzerò di offrire a Maria SS. qualche "fiore" profumato e nascosto (una mortificazione di lingua, di occhi, di gola, soprattutto di volontà).

La parte superiore del retro del foglio contenente il "Piccolo regolamento". Vi si possono leggere i due atti di consacrazione a Gesù per Maria, fatti nello spiri-to della "Schiavitù d'amore alla Madonna" caratteristico di S. Luigi Maria Gri-gnon di Montfort. Verso la fine del primo "Atto" si notano, sottolineate, le pa-role per il rinnovamento del Voto di verginità.

9. Non mi metterò mai a tavola senza aver fatto una piccola preghie-ra, né mai mi alzerò senza aver compiuto una mortificazione di gola.

10. Mi sforzerò di sorridere sempre a tutti e di cedere con amabilità al giudizio degli altri, specialmente dei miei genitori e superiori.

11. Curerò sommamente la modestia nel vestito, nello star seduta e nel camminare; con nessuno mi permetterò leggerezze di parole o di mani.

12. Prima di coricarmi, secondo le possibilità, farò un po' di lettura spirituale e scriverò il resoconto dell'esame di coscienza; quindi, recita-ta la preghiera della sera, mi addormenterò pensando alla Comunione dell'indomani o a qualche cosa buona.

N.B. - Tutto questo mi propongo di metterlo in pratica fedelmente, con amore e gioia, ma senza eccessive preoccupazioni; pronta a omet-tere qualche devozione o a interromperla, quando l'ubbidienza ai supe-riori o ai miei doveri lo richiede, sicura che la Madonna preferisce da me, sua piccola schiava d'amore, l'offerta del mio cuore e della mia vo-lontà in tutte le circostanze della vita.

LA STELLA POLARE. Offrirò a Gesù per mezzo di Maria SS. tut-te le preghiere, le fatiche, le sofferenze e le mortificazioni volontarie del-la mia vita secondo l'intenzione del mio Padre spirituale e per la salvez-za dei peccatori.

RITIRO MENSILE. Silenzio, parlerò il puro necessario, a bassa voce. 2. Rileggerò questo mio Regolamento spirituale.

3. Meditazione del mattino: ricavando un frutto speciale che mi dovrà servire per quella giornata, e un frutto generale a cui dovrò atte-nermi per tutto il mese.

4. Lungo il giorno: un'ora o mezz'ora di adorazione. Esame generale di coscienza. Via Crucis.

5. Meditazione della sera: sulla vera devozione a Maria Santissima e sulla mia vocazione.

6. Ogni mese scriverò un resoconto mensile annotando anche i pro-positi che mi propongo di attuare e le buone ispirazioni avute.

A GESO PER MARIA.

Vergine Immacolata, Madre e Regina del mio cuore, alla presenza di tutta la Corte Celeste, dei miei Santi Patroni e del mio caro Angelo Cu-stode, a Te mi consacro per sempre come una piccola schiava d'amore.

Nelle tue mani purissime affido il mio corpo, la mia mente, il mio cuore e tutti i miei beni spirituali passati, presenti e futuri, per la mag-gior gloria di Dio e per la salvezza delle anime.

Concedimi la grazia che le mie orazioni, le mie fatiche e le mie soffe-renze quotidiane fecondino santamente l'apostolato dei sacerdoti e dei missionari, specialmente dei più perseguitati.

E come pegno e sigillo della mia totale consacrazione d'amore, con l'obbedienza del confessore, faccio voto a Dio della mia verginità, da oggi... fino al giorno..

Gradisci, Madre pietosa, la mia povera offerta, e ottienimi da Gesù, Sposo e Re dell'anima mia, purezza e costante fedeltà.

BREVE ATTO DI CONSACRAZIONE.

Io son tutta vostra, e tutto quanto posseggo ve l'offro, amabil mio Gesù, per mezzo di Maria vostra Santissima Madre.

1. Mi sforzerò di tener la pace in famiglia.

2. Quando la stanchezza mi avrà vinta, mi mostrerò sempre allegra.

3. Avrò sommo rispetto verso la mamma; la obbedirò e non rispon-derò sgarbatamente.

4. Non prenderò nessuna golosità.

5. Durante la giornata mi terrò alla presenza di Dio, farò Comunioni spirituali e reciterò giaculatorie.

6. Non cercherò di sapere cose altrui.

7. Non dirò mai parola in mia lode e procurerò di star nascosta agli occhi degli uomini.

 

Il distacco dalle cose create

L'unione intima con Dio esige sempre come contropartita il distacco del cuore da tutte le cose create. "Chi non rinun-cia a tutto, non può essere mio discepolo" aveva detto Gesù, e San Giovanni della Croce gli aveva fatto eco con questi versetti che, sebbene non conosciuti da Pierina, furono da lei vissuti alla lettera:

"Per giungere a gustare il Tutto (che è Dio) non cercar gusto in niente.

Per giungere a possedere il Tutto non voler possedere niente.

Per giungere ad essere Tutto non voler essere niente".

C'è tuttavia una frase, di ugual significato, che Pierina fe-ce propria e che trascrisse nel suo libretto di preghiere per poterla rileggere e meditare. Eccola nella sua stupenda bel-lezza:

"La verginità è un profondo silenzio di tutte le cose della terra" ( ). (S. Teresa)

( ) Sulla dottrina di San Giovanni della Croce, si veda: Albani- Astrua, Una vita per l'Assoluto, Mimep-Docete, Pessano 1980, pagine 131-205.

Questa frase non è, come è stato scritto, di Santa Teresa d'Avila e neppure di Santa Teresa di Gesù Bambino, anche se si trova citata in una lettera cha quest'ultima scrisse il 14 ottobre 1890 alla sorella Celi-na. L'edizione critica delle lettere di S. Teresa di Gesù Bambino annota che l'origine di questa frase non è stata identificata (S. Thérèse de l'en-fant Jésus, Correspondance générale, tome 11, pag. 621-622).

Per tutte queste notizie ringraziamo la Rev.da Madre Emanuela delle Carmelitane scalze di Milano.

Noi sappiamo che Pierina amava circondarsi di questo si-lenzio e vivere in questo silenzio, non per sottrarsi ai propri doveri, ma per poter compierli in unione con Dio.

In lei non c'era alcun disprezzo per le creature: non per i suoi Cari che amava con cuore tenerissimo, e non per il crea-to che (sono parole di Padre Luciano) "contemplava con gli occhi sbarrati del bambino dinanzi a qualcosa di inatteso e di meraviglioso"; in lei c'era la capacità quasi innata di elevarsi dalle creature al Creatore e di offrire a Lui istante per istante, il dono dellla sua verginità.

 

é necessario pregare sempre

Questo comandamento di Gesù fu da Pierina vissuto alla lettera. Ella pregava continuamente: il classico adagio bene-dettino "Ora et lavora", "Prega e lavora", per lei non signi-ficava distinzione di tempi, ma sovrapposizione di preghiera e lavoro nel medesimo tempo.

In tal modo la sua unione con Dio diveniva realmente at-tuale e continua, riempiendo il "silenzio di tutte le cose della terra" con la voce beatificante del suo Amato.

Le giaculatorie più belle fiorivano sulla sua bocca anche mentre lavorava: "Gesù, Maria, vi amo; salvate anime!" era una delle più frequenti. Ma su un foglietto aveva scritte quel-le che più le piacevano e che ripeteva frequentemente anche ai fratelli e alle bambine dell'oratorio, come questa forse composta da lei: "O Maria, sempre giovane perché sempre pura, fate ringiovanire il mio cuore con la bellezza della ca-stità!".

Quando camminava svelta sulle strade che la conduceva-no a casa o al lavoro, chi la incrociava notava un quasi im-percettibile movimento delle labbra: Pierina stava pregando.

Nei tempi dedicati alla preghiera, sia in chiesa che in casa, Pierina pregava sempre in ginocchio, col volto tra le mani per concentrarsi meglio in Dio, o con lo sguardo al Taberna-colo.

 

V

MARTIRE DI CRISTO

Timore e determinazione

E' certo che negli ultimi mesi della sua vita, Pierina viveva nel timore di essere aggredita da un bruto.

Anche la mamma se ne era accorta: «Mia figlia negli ulti-mi mesi stava molto appartata e per giustificarsi mi diceva: "Non desidero la compagnia, preferisco star sola". Tuttavia non soffriva la malinconia; era allegra e contenta soprattutto in casa cantando spesso canzoni di contenuto religioso» (261).

Un'amica, Giacinta Carrara, che nelle settimane di turno del mattino assisteva a Fiobbio con Pierina alla prima Mes-sa, vedendola in quei giorni risalire il sentiero subito dopo la Messa insieme alla mamma, ne restò meravigliata perché so-litamente Pierina stava in chiesa a pregare a lungo e poi risa-liva a casa da sola.

«Alla mia domanda ella rispose: "Mi fa impressione la strada, allora vado insieme con mia mamma". Ciò mi sembrò strano, perché l'avevo vista tante volte percorrere da sola quel sentiero; mi feci premura di chiederle: "Ti senti ma-le?". Mi rispose; "No, preferisco far la stada in compagnia". Ma io sentii poi dire che negli ultimi giorni Pierina temeva d'essere pedinata» (199).

Il sig. Giuseppe Carrara di Fiobbio ha testimoniato che circolavano voci di «una scommessa tra lazzaroni, che ve-dendo passare Pierina dissero a un certo giovane: "Se sei ca-pace di fargliela a quella lì..."» (37). In seguito si seppe an-che che il premio per l'iniqua scommessa era stato fissato in cinquantamila lire.

Davanti a questi timori, il cuore di Pierina, anzichè trema-re, si faceva più forte.

Ella sapeva benissimo quale pericolo la minacciava e - confidandosi con i suoi Cari - esternò più di una volta la sua fermissina volontà di morire piuttosto che peccare.

Ecco quanto la mamma raccontò il 4 giugno 1959 alla si-gnorina Poli:

«Un mese prima della morte, una sera Pierina stava chiac-chierando col fratello Andrea; io ero in cucina e essi nella stanza attigua; le loro voci giungevano fino a me, ma io non vi badavo... A un certo punto intesi chiaramente che Pierina uscì in queste parole: "Piutòst che fa ol pecat, me se làghe massà"; "Piuttosto che commettere il peccato, mi lascio am-mazzare".

E Andrea ricorda che essa intendeva parlare proprio del peccato dell'impurità» (138).

 

Il giorno del sacrificio

Nonostante questi angosciosi timori, Pierina continnò a compiere serenamente e puntualmente ogni suo dovere. Quel giovedì 4 aprile 1957 (il turno di lavoro era al matti-no) come sempre Pierina si accostò alla S. Communione nel-la parrocchiale di Albino. Proprio quella mattina il Prevosto Don Gamba le aveva parlato paternamente "per raccoman-darle di risparmiarsi un poco e di non compromettere la sua salute" (L'Eco di Bergamo del 10 aprile 1957); Pierina ave-va ringraziato con riconoscenza, ma poi era scesa di corsa al Cotonificio per iniziare puntuale il suo turno di lavoro, che sarebbe stato l'ultimo della sua vita.

Alle 14 uscì dallo stabilimento accompagnata da alcune amiche, e passando davanti alla Chiesa del Pianto, vi entrò a pregare. Erano circa le ore 14,05. (149)

Di questo particolare abbiamo due testimonianze: una del-la sua compagna di lavoro Iside Piccinini, che ci attesta: «Il mattino del 4 aprile eravamo andate insieme allo stabi-limento; era il primo giovedì del mese e dopo il lavoro lei entrò nella chiesa del Pianto» (209).

La seconda testimonianza è della signora Virginia Contini esercente di Albino, che conosceva Pierina perchè veniva spesso nel suo negozio a far la spesa. Ecco cosa ci dice:

«Il 4 aprile 1957, alle 14,20, esco dal portone pensando: "Chissà se farò in tempo a confessarmi al Pianto": dovevo andare in negozio alle 15 ed era la vigilia del primo venerdì del mese. Camminando, incontro Pierina Morosini con quat-tro o cinque sue compagne di lavoro; io la guardai perché di solito ella teneva occhi bassi, invece quel giorno sorrideva» (250).

Salutata la Vergine Addolorata a lei tanto cara, verso le 14,30 Pierina era probabilmente già sola sul sentiero che si inoltra nel bosco, ignara di incamminarsi sul sentiero del suo martirio.

A questo punto però le testimonianze ci abbandonano: noi possiamo ricostruire ciò che avvenne dalle 14,30 alle 14,45 solo basandoci su ciò che videro coloro che accorsero sul luogo del delitto, quando questo era stato ormai consumato.

A costo di dilungarci un poco, riferiremo quattro relazioni degli stessi avvenimenti: del fratello Santo, della mamma, del Parroco e della Superiora dell'Oratorio che, in diversi tempi, accorsero sul luogo.

Potremo così ricostruire il fatto guardandolo da quattro angolature diverse e renderci conto di ciò che veramente ac-cadde.

Il fratello Santo ci ha lasciato questo lungo e commovente resoconto:

«Io fui il primo a trovare Pierina distesa sul sentiero. Quel 4 aprile ero tornato, come al solito, da Bergamo alle 13. Consumata una modesta colazione, cominciai subito a stu-diare per prepararmi alle lezioni del giorno successivo. In ca-sa ero solo con la mamma; il papà era fuori, presso un com-paesano che stava spaccando legna; Andrea zappava nei campi. Gli altri, fratellini e sorelline, si erano recati in chiesa per la confessione, perché era la vigilia del primo venerdì del mese. Dei sei bambini che avevamo da custodire, tre si tro-vavano a letto e tre erano usciti, precedendo la mamma di qualche momento, verso la cascina sottostante, dove si tene-vano le mucche in quella stagione.

Verso le tre pomeridiane, la mamma, vedendo che Pierina ritardava un poco e non scorgendola ancora lungo il sentie-ro, decise di uscire ugualmente e di raggiungere i bambini giù alla cascina. Rimasto solo, apparecchiai la tavola per la so-rella; ma, cosa strana, da quel momento cominciai a preoc-cuparmi per il suo ritardo; eppure di solito rincasava alle 15,10 e l'orologio non segnava ancora le 15,30, ma una spe-cie di brivido percorse tutta la mia persona.

Chiusi i libri, dato che l'agitazione m'impediva di studiare e, rimandando tutto alla sera, cambiai l'abito con l'intenzio-ne di recarmi ad Albino per alcune spese. Ai tre piccoli che dormivano avrebbero pensato le sorelline che stavano per tornare dalla chiesa. E forse Pierina era passata dalla casa della nonna.

Dopo aver percorso circa cinquecento metri, ecco che scorsi, sdraiata sul sentiero tra la fitta boscaglia, una figura nera, nella quale non tardai a riconoscere mia sorella. M'ar-restai, pensando che Pierina si riposasse dalla fatica della sa-lita, ma non capivo perché avesse scelto proprio quel luogo per una breve sosta. Così fermo, ripetutamente la chiamai, ma non ottenni risposta: allora mi precipitai verso di lei. Pa-reva che dormisse, ma il suo volto era sanguinante, il respiro lento e affannoso.

Presi tra le mani la sua testa per rialzarla, ma, inorridito, le ritrassi macchiate di sangue e imbrattate di carne; la parte occipitale del capo era stata duramente colpita e fracassata, per cui le mie dita vi si erano affondate. I capelli insanguinati coprivano le raccapriccianti ferite. La chiamai, le rivolsi pre-cipitose domande per sapere che cosa le fosse accaduto. Nessuna risposta. Pierina non aprì neppure gli occhi; solo alzò debolmente, e forse inconsciamente, una mano verso le ferite del capo. Anche le sue mani erano insanguinate. Allora ebbi il primo contatto con la realtà più brutale.

Mi levai la sciarpa dal collo e gliela misi sotto la testa; la coprii con la mia giacca e mi precipitai verso i campi dove la-vorava Andrea. Un momento dopo eravamo ambedue sul luogo della disgrazia, ma privi d'ogni mezzo di pronto soc-corso. Subito corsi allora a chiamare la nonna, pregandola di salire con disinfettanti. Sul luogo si recarono immediatamen-te la nonna, due zie, lo zio con la moglie e alcuni dei loro bambini. Mentre una zia cercava di prestare qualche aiuto alla moribonda, e lo zio correva per mandare a chiamare il parroco e il medico, mio fratello aveva scoperto, scendendo un pochino lungo il sentiero, tracce di sangue sui sassi. An-drea mi chiamò ed io pure constatavo le fresche impronte di mani insanguinate e, dopo qualche altra ricerca, trovammo un sasso a forma di martello, sporco di sangue e di brandelli di carne, vicino ad un grumo di sangue già rappreso.

Ormai tutto era messo in luce: Pierina era stata assassina-ta. Lo scopo era facile a indovinarsi. Ma come spiegare la posizione supina, l'abito composto, lo scialle steso sulle gam-be e quanto aveva con sé, zoccoli, calze, borsetta, corona del rosario, tutto ben disposto lì accanto?

Pierina fu colpita ripetutamente alla testa col grosso sasso, poi cadde, o fu sbattuta a terra, nel punto stesso dove tro-vammo il grumo di sangue. Ma essa, molto robusta, sotto l'impressione del pericolo, riuscì a fuggire su per il sentiero roccioso per una ventina di metri, inseguita dall'uomo, la-sciando su un masso emergente dal terreno le impronte delle mani aperte insanguinate. Tra i due, fu certo lei che ebbe bi-sogno di appoggiarsi, perché stava perdendo le forze, non lui.

Si spiega il sangue sulle sue mani, perché le avrà portate alla testa per il vivissimo dolore procuratole dal trauma cra-nico mortale. Dopo aver percorso fuggendo una ventina di metri, sfinita per la lotta sostenuta, per il sangue perduto, e soprattutto per la commozione cerebrale in atto, data la gra-ve frattura cranica, cadde svenuta e, ovviamente, non potè più difendersi... e dallo stato di coma non si riebbe più.

Viene da sè che dev'essere stato lo stesso aggressore a rac-cogliere gli oggetti e a comporre la vittima in ordinato atteg-giamento di dormiente, per cercare di nascondere in qualche modo le tracce del suo misfatto.

Volendo coprirla con una coperta, corsi a casa, sparec-chiai la tavola perché la mamma al ritorno non s'accorgesse che Pierina era ancora assente, indi, provvisto di un paio di coperte, tornai dalla povera sorella. Nel frattempo la zia Margherita, la quale s'era portata un secchio d'acqua, coto-ne idrofilo e alcool, provvedeva, aiutata dalla nonna, a pulire le mani e la faccia insanguinate di Pierina con un fazzoletto, che era quello di Pierina, e che lei conserva tuttora insangui-nato.

Quasi subito arrivarono sul triste luogo il parroco, il medi-co e la superiora dell'oratorio. Il parroco le amministrò l'E-strema Unzione, mentre il medico mi incaricava di provvede-re per l'immediato ricovero in ospedale. Scesi di corsa ad Al-bino per telefonare alla Croce Rossa e per avvertire i carabi-nieri del misfatto.

Dopo qualche momento, ecco giungere il maresciallo di Albino; arrivò anche l'autoambulanza della Croce Rossa, che potè spingersi solo fino alla località della Santissima Tri-nità. Salimmo tra i prati in fretta a prendere la povera ferita, la ponemmo sulla barella e mentre stavamo per scendere lun-go il sentiero, ci raggiunse anche la mamma. Era stata infor-mata poco prima dalla superiora, aveva affidato alla maggio-re che restava in casa tutti i piccoli, per correre in soccorso della figlia. Giunti alla strada carrozzabile, Pierina venne adagiata sull'autoambulanza; l'accompagnarono all'ospeda-le di Bergamo la mamma, Andrea, la superiora e una zia» (21-25).

Ed ecco il racconto della mamma che "per volontà del Si-gnore" - come lei dice - si accorse del grave fatto solo al-le 17,30 quando Pierina stava già per essere trasportata in barella verso l'autolettiga:

«Io mi trovavo alla stalla, molto sotto alla casa, e mentre lavoravo a governare le mucche, e precisamente nella mungi-tura, il ragazzino che avevo preso con me - un piccolo pen-sionante che aveva la madre in Svizzera - mi chiamò: "Ve-nite qui a vedere che passa il parroco, la Giulia e la madre dell'Asilo". Infatti li vidi, e con loro c'era anche mia sorella Maria, e notai che camminavano tutti in fretta, correvano. Io pensai solamente: Chissà dove vanno! Passavano attraverso i prati, sotto la stalla.

Pensai ai miei: uno era su a casa che studiava, il Santino; l'altro, l'Andrea si trovava nel campo a vangare, Antonio era militare, mio marito stava fuori casa con un amico che spaccava legna; Pierina, pensavo, sarà su in casa, perché si era verso le quattro, e allora io ho concluso: Della mia gente non c'è in giro nessuno. Quelli correvano, ma io non ho pen-sato: Se corrono vuol dire che sarà successo qualcosa! Non sospettai niente. Tornai dentro tranquilla a continuare la mungitura.

Dopo un po' arriva il mio Luciano, che aveva 9 anni allo-ra; gli chiedo: "E' arrivata Pierina? Ha mangiato?". Mi ri-sponde di si, mentre invece avevano già nascosto il suo piat-to e sparecchiata la tavola. Sapeva tutto lui, ma quando gli chiesi: "Che sta facendo Pierina"  mi rispose: "Sta a cuci-re". Invece lui sapeva che già le avevano dato l'Olio Santo. Ecco perché fino alle cinque e mezzo stetti là tranquilla a ba-dare al mio lavoro; non mi passò neanche per la mente quel che poteva essere successo, non mi venne il pensiero: Perché correva il prete da queste parti dove egli non passa mai? Per qual motivo mia figlia Giulia, mia sorella e la superiora cor-revano? Perché io me ne rimasi là tranquilla?

Forse è stata una cosa voluta dal Signore. Finito di gover-nar le bestie e chiusa la stalla, partii verso casa portando il latte. Vado avanti un pezzetto e viene la mia Giulia con la superiora, madre Giacomilde; e ancora il mio pensiero: Chissà perché vien giù la superiora di qui, mentre non ho mai visto una suora da queste parti!

Ma intanto la mia Giulia, da dietro la suora, mi faceva se-gno di non piangere. Allora io ho cominciato a tremare. La madre inizia a dirmi di non spaventarmi, che a Pierina ave-vano dato l'Estrema Unzione, che aveva preso un sasso in testa... Io non ebbi più parola: se m'avessero fatto parlare non sarei riuscita, non avevo più saliva in bocca.

Ci penso ancora: aver visto passare il prete là sotto la stal-la e non ricordarmi più niente. Forse è una cosa permessa dal Signore perché io, davanti a un piccolo taglio con una goccia di sangue m'impressionavo.

Quando arrivai sul posto e vidi la mia Pierina in coma, era già il momento in cui la sollevavano da terra per portarla giù con la barella» (26-27).

Due altre testimonianze serviranno a completare il quadro di ciò che avvenne in quelle poche ore:

Ecco il racconto del Parroco, Don Salvatore Pirovano, e quello della Superiora dell'Oratorio Suor Giacomilde. Dice il Parroco:

«Quel giorno poco prima delle cinque è venuta Giulia Mo-rosini a chiamarmi quando avevo già finito di confessare i ragazzi, essendo la vigilia del primo venerdì del mese.

Giulia prima suonò alla porta; mia sorella Maria andò a aprire e lei le disse concitata: "Dov'è il parroco?". Le rispo-se: "E' qui nell'orto". Giulia gridò: "Signor prevosto, corra, corra, che la Pierina sta morendo, 1'abbiam trovata sul sen-tiero, forse è caduta e ha battuto giù la testa; non dà più se-gno di vita".

Presi con me l'Olio Santo e partii subito; anche madre Giacomilde partì verso il monte Misma, ma lei camminava più svelta di me e si portò più avanti.

La Giulia per farmi salire più in fretta, nei punti più fatico-si del sentiero mi prendeva perfino per un braccio e mi tirava su e ogni tanto mi chiedeva angosciata: "Morirà mia sorel-la?". Andavamo su attraverso i prati per far più presto, ma di lassù mi gridavano: "Tenete il sentiero più alto". Poi im-provvisamente mi sono trovato sul posto. Appena arrivato là ho visto la nonna, i parenti... Il dottore, arrivato dopo di me, mandò a avvisare i carabinieri e a telefonare alla Croce Ros-sa (per il trasporto della malata all'ospedale) presso la porti-neria dell'Italcementi, e ci andò Santino.

Chiesi a Pierina: "Cosa hai, Pierina"

E lei ha fatto un segno così, cioè alzò la mano destra verso la testa lentamente a indicare dietro l'orecchio dove era stata colpita. lo dissi: "Si vede che capisce". E allora le ammini-strai l'Estrema Unzione. Poi Andreino, che nel frattempo aveva scoperto un sasso insanguinato, mi disse: "E' stata ag-gredita". E mi condusse più sotto a farmi vedere un sasso abbastanza grosso, macchiato di sangue: da questo si co-minciò a pensare che si trattasse di un delitto. Pierina aveva accanto la sua borsetta, la corona in mano, era ben compo-sta. Madre Giacomilde era andata a chiamare la mamma; questa, come arrivò, e seppe che si aspettava l'autoambulan-za, ci disse: "Tanto muore, lasciatela morire qui a casa". E avrebbe voluto che fosse trasportata su in casa anziché in ospedale.

In attesa dell'autoambulanza che tardava a arrivare, Pieri-na fu trasportata più in basso. Io l'accompagnai fin dove tro-vammo l'ambulanza, di fianco alla Trinità» (29-30).

Ed ecco infine la preziosa testimonianza di Suor Giacomil-de:

«Quel 4 aprile 1957 vennero a chiamarmi e subito sono partita insieme col parroco verso il monte. Ho aiutato a lava-re la faccia e le mani di Pierina con un secchio d'acqua por-tato dalla zia Margherita, e gliele asciugai col mio grembiule e anche con una coperta portata dalla nonna. Mentre ero curva su Pierina, ogni tanto la chiamavo per nome e lei emet-teva un gemito, senza poter articolare parola...

Mentre cercavo di pulirle un po' la testa, ricordo che mi ri-volsi al fratello Santino: "Vieni qui, sostienile la testa intanto che gliela lavo". Egli mi aiutò, e anche lui s'imbrattò di san-gue.

Il dottor Gregis s'interessò di far avvisare la Croce Rossa, i carabinieri e l'ospedale.

Io non fui presente all'Estrema Unzione amministratale dal parroco, perché ero andata in cerca della mamma di Pie-rina.

M'accompagnò giù verso la stalla una sorella di Pierina, Giulia. Incontrammo la mamma che stava già risalendo il sentiero con il secchio del latte in risano. Le chiesi: "Cosa fa, Sara, da queste parti?"

Mi rispose: "Cosa fa lei, madre, da queste parti? Lei che non va fuori se non è per disgrazie?"

Ripresi: "Coraggio, Sara, che il Signore vuole un bel sa-crificio da lei; ne ha fatti tanti, sia generosa!".

Essa passò il secchio a Giulia e mi si buttò al collo escla-mando: "E' morta la mia Pierina". Io subito la rassicurai: "No, è viva".

Ma, fatti due o tre passi, la povera madre mi si appoggiò al braccio dicendo: "Le gambe non mi portano più". Allora cercai d'incitarla: "Coraggio, Sara!".

Intanto io camminavo seguendo sua figlia Giulia sul sen-tiero che andava a sinistra, verso casa Morosini. Ma, dopo pochi passi, la mamma, sempre appoggiata al mio braccio, mi disse: "Madre, sbaglia la strada". Le chiesi: "Perché sba-glio?". Rispose: "Perché questa notte ho sognato che ero fuori, là, insieme con Pierina; poi è arrivato su un uomo che voleva prenderci, ma noi due siamo volate in aria". Le dissi semplicemente: "Allora mi guidi lei dove è volata in aria". E lei stessa mi portò sul posto preciso, mormorando sopra la povera figlia: "La mia Pierina!". E si mise a piangere.

Andrea non c'era, l'avevo mandato a cambiarsi l'abito, perché qualcuno accompagnasse Pierina in ospedale. Alla madre proposi subito: "Adesso per salvare la sua Pierina c'è solo l'ospedale". Essa non voleva saperne, lo riteneva inutile: "Non vede che è morta?", mi disse. Arrivò Andrea, che pre-se la mamma per un braccio e le disse con franchezza: "Mamma, se questa è la volontà di Dio, Pierina va all'ospe-dale e tu stai zitta". Allora essa mi supplicò: "Prenda anche me". Mi disse il Maresciallo: "Sorella, prenda anche lei; il Signore l'ha aiutata finora e l'aiuterà ancora". Poi mandò via i bambini.

Pierina, sempre in coma, fu adagiata su una scala a pioli (che in montagna è la barella di fortuna per trasportare al piano malati e feriti). Io aiutai a sistemarvela sopra e la co-prii con la stessa coperta con cui l'avevo asciugata, e che ora è conserata dalla nuora Margherita. Scendemmo dal Misma lungo un ripido sentiero fino al luogo detto Trinità, dove Pie-rina fu posta sull'autolettiga, presenti anche i carabinieri» (31-32).

 

La corsa all'ospedale

L'estrema gravità delle ferite consigliò i medici di ricovera-re Pierina all'ospedale di Bergamo per tentare un intervento chirurgico alla testa.

«Arrivati a Bergano - continua Suor Giacomilde - c'e-rano due medici dell'ospedale ad attenderla fuori dal cancel-lo. Furono fatti scendere la mamma e Andrea e la zia Maria Noris, per visitare Pierina. Io rimasi su. Poi la portarono su-bito in Chirurgia II, in sala medicazione: c'era una suora presente alle suture; continuavano a chiamarla al telefono, ma essa rispondeva: "Non posso". E restava in sala con Pie-rina. La mamma e Andrea erano fuori in corridoio. Io stavo un po' dentro con la povera ferita, e un po' fuori a confortare la mamma. Chiamarono altri medici: quattordici in tutto. Uno, uscito in corridoio, s'avvicinò alla mamma e le chiese: "Lei è la mamma? Mi rincresce, mamma, ma purtroppo de-vo dirle che sua figlia è stata aggredita"» (32-33).

«Il prof. Gianforte Postiglione che la visitò e l'ebbe nel re-parto Chirurgia II, fu udito esclamare: "Abbiamo qui una nuova Maria Goretti"

Era evidente il parallelismo con la Goretti! Fu portata qui nell'ospedale completamente incosciente e non riprese più i sensi. Tutta la zona occipitale (la nuca) era intrisa di sangue; vi constatai cinque o sei ferite lacero contuse, frastagliate, quindi non provocate da lama di coltello, ma come quelle che si formano sbattendo il capo contro uno spigolo. Le ipo-tesi sono due: o la vittima fu colpita al capo con una pietra, oppure fu sbattuta a terra contro le pietre, affinché perdesse i sensi. Aveva gli abiti intrisi di sangue. Fu tentato ogni mez-zo, ma la ragazza non si riprese più» (25-26).

Pierina rimase in coma per tutto il giorno 5, primo venerdì del mese.

Il papà, affranto, ricorda: «Quel sabato mattina, 6 aprile 1957, arrivato con la moglie in Ospedale a Bergamo, verso le 11, mi dissero subito che Pierina era morta; straziato dal-l'angoscia, mi sfogavo nel pianto, quasi disperado di trovare un qualsiasi conforto al mio grande dolore, tanto che mio fi-glio ci venne incontro dicendo: "Non piangere per lei, perché è in Paradiso!".

M'appressai al letto ove giaceva morta e la baciai dicendo: "Piera, aiutami!". Da quell'istante mi sentii sollevato, il peso del mio dolore non mi opprimeva più. Ricordo che il mattino seguente, domenica, scendendo alla chiesa per la Messa con mia moglie, mi sentivo contento, come avessi voglia di can-tare. La mia Pierina m'aveva portato via l'oppressione della sciagura che mi aveva colpito. E il lunedì sera, quando scesi in paese ad aspettare l'arrivo della salma da Bergamo, Pieri-na mi diede una forza come di credere che non fosse morta. Lo dissi anche al maresciallo, che procedeva nelle indagini per rintracciare l'aggressore: "Mia figlia a me ha dato una gran forza" » (28).

Come detto sopra «Il 6 aprile, primo sabato del mese, de-dicato al Cuore Immacolato di Maria, Pierina rese l'anima a Dio. La sua salma fu trasportata a Fiobbio il lunedì 8 aprile verso sera e collocata nella casa della nonna in una stanzetta trasformatata in camera ardente; fu vegliata dalle compagne di lavoro. Il giorno 9, martedì ebbero luogo i funerali. Nel primo tratto di sentiero, il più disagevole, la bara fu portata dai giovani, poi dalle amiche; era seguita dai familiari, dal sindaco di Albino, da dirigenti e maestranze del cotonificio Honegger e da immensa folla accorsa dalla città e dai paesi della Valle Seriana. Dopo i suffragi in chiesa, è stata tumula-ta nel piccolo cimitero di Fiobbio in un loculo dei colombari, che presto divenne mèta di pellegrinaggi» (26).

Il 4 ottobre 1987 il Papa Giovanni Paolo II, a Roma, l'ha proposta a modello di tutti i giovani del mondo proclaman-dola "Beata"; mentre a Fiobbio il corpo martirizzato di Pie-rina riposa nella sua chiesa, proprio accanto alla porta dove era solita fermarsi a pregare in ginocchio.

«La Verginità è un profondo silenzio di tutte le cose della terra», aveva scritto Pierina sul suo libretto di preghiere. Ed è proprio in questo Silenzio che Ella ha udito, di gior-no in giorno più limpida e chiara, la Voce del suo unico Bene finché, raggiunto il profondo silenzio della morte, quella Vo-ce è divenuta un Incontro

«Alzati, amica mia, mia bella, e vieni!

O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è leggiadro». (Cantico 2, 13-14)