IL
PANE DI VITA
PRESENTAZIONE
La
figura di donna che emerge da queste pagine non è facile da comprendere.
É necessario collocarla storicamente e socialmente nell'ambiente della Sicilia a cavallo fra il XIX e il XX secolo.
Non
perché Maria Barba abbia avuto un ruolo particolare nella società politica
del tempo, quanto piuttosto perché esprime e dimostra i condizionamenti
imposti alla donna in quel periodo storico.
Emergono
due linee principali nella concezione della donna: ella è soggetta al padre e
ai fratelli, dedita alla cura della casa; e le viene concessa un'educazione
scolare limitata, anche quando il livello sociale e culturale del nucleo
familiare era elevato, come nel caso della stirpe dei Barba.
Maria
non poté mai uscire da sola, ma fu sempre scortata e controllata in tutti i
suoi movimenti, dopo l'uscita dal collegio, ancora adolescente.
Questi
sono dati innegabili e negativi.
Quale
però la sua reazione? Sarebbe meglio parlare di una trasfigurazione. La realtà
infatti rimane immutata e si incrudelisce quando i fratelli di lei, pur
praticanti e credenti, si oppongono al suo ingresso in monastero. Indubbiamente
mossi dall'affetto, che possiede le caratteristiche possessive, già espresse,
di quella società.
Maria
si trovava in un bel dilemma. Come si comportò?
Sembrò
per un periodo assoggettarsi, come era richiesto dalla donna siciliana di
allora, eppure trovò una via di uscita regale.
Non
vide nei suoi condizionamenti l'esito di una gabbia sociale da far esplodere, ma
riconobbe lo stesso Dio all'opera in quel quadro sociale.
Il
culmine si colloca quando i fratelli le impedirono di accostarsi all'Eucaristia
quotidianamente, ed ella ubbidì. Non perché si assoggettava banalmente, ma
perché era mossa dalla carità.
Si
veniva già delineando da questi anni giovanili il profilo che caratterizzò
Maria Barba divenuta la carmelitana Maria Candida dell'Eucaristia:
-
un amore sempre più grande e dilagante che dimenticava se stessa per favorire
gli altri;
-
la certezza che ogni bene le veniva dalla stessa Presenza eucaristica;
-
la solidità della sua vita di orazione, arricchita da numerose grazie mistiche.
La
donna siciliana, oppressa e controllata, conservò intatta la sua forza di
reazione: quando comprese che il Signore le stava dando via libera per l'entrata
nel Carmelo, resse ad ogni coercizione e abbandonò la sua casa e tutti gli
affetti familiari: non vide infatti nel corso di tutti i trent'anni della sua
vita monastica esemplare, nessuno dei suoi fratelli o delle sue sorelle.
Nel
Carmelo trovò quanto la sua anima cercava: la solitudine e il silenzio, la
povertà e soprattutto il centro di ogni «colombaio della Vergine», come aveva
desiderato Teresa di Gesù, cioè la Presenza di Gesù nell'Eucaristia.
Fu
presto eletta priora e dette un grande impulso di rinnovamento ad una comunità
che aveva forse dimenticato quelle direttive di vita, che rendono un gruppo di
donne un autentico Carmelo teresiano orante.
Fu
una Madre molto amata perché era una donna attenta e rigorosa, ilare in tutte
le difficoltà e, nel corso della sua ultima dolorosa malattia, padrona di sé e
testimone del servizio che la sofferenza offre alla Chiesa: la crescita di un
amore sempre più grande.
La
sua santità proclamata dal popolo e riconosciuta dalla Chiesa che presto la
beatificherà, invita i credenti di oggi a ritrovare, se lo si fosse smarrito,
un senso ecclesiale radicato sul Signore Gesù che sta sempre con i suoi nel
tabernacolo.
Madre
Candida ha lasciato diversi scritti di ordine spirituale. La maggior parte sono
autobiografici e riferiscono le sue esperienze interiori; altri contengono
esortazioni e riflessioni preparate per le sue consorelle.
Ella
non amava scrivere, né aveva grandi doti per farlo. Lo fece a prezzo di grandi
sacrifici, per aderire alla richiesta del confessore o delle Superiore.
Consapevole
della sua incapacità, si affidò a Gesù, e a Lui attribuì i risultati del suo
sforzo. Nell'eseguire la sua ubbidienza, ella si propone di far conoscere le
misericordie del Signore e di concorrere alla sua gloria: «A Te ogni sillaba,
perché tu sia amato, perché i cuori palpitino per te e venga il tuo regno
eucaristico, o Amore».
I
primi scritti risalgono al 1917.
Nonostante
la fatica e il sacrificio che le costava lo scrivere, convinta di fare la volontà
di Dio, portava al confessore nascostamente quando poteva un plico di fogli
manoscritti.
Scrisse nel 1922, al tempo del noviziato, per ordine della Madre Maestra e continuò da Priora fino al 1930; nel 1933 scrisse sull'Eucaristia; terminato il Priorato, sotto insistenza delle sue consorelle, scrisse alcune riflessioni, che servissero per la loro meditazione.
Eccone in breve i risultati e le sigle:
CM
Il canto della Montagna ed.
Fiamma Serafica, Palermo 1980 (Scritti del Priorato 1926-1930);
E
Esortazioni e Conferenze (Manoscritto conservato presso l'Archivio Carmelitane
Scalze di Ragusa);
ES
L'Eucaristia ed. Fiamma Serafica, Palermo 1979 (Scritti sull'Eucaristia 1939);
L
I Lettere a sacerdoti e
secolari (Manoscritto conservato presso l'Archivio Carmelitane Scalze di
Ragusa);
L
II Lettere alla famiglia
(Manoscritto conservato presso l'Archivio Carmelitane Scalze di Ragusa);
L
III Lettere alle consorelle
(Manoscritto conservato presso l'Archivio Carmelitane Scalze di Ragusa);
NSC
Nella stanza del mio cuore (Confessione Generale 1910) Scuola Grafica Salesiana,
Torino 1989;
P
Pensieri ed. Il Passero Solitario, Roma 1989 (Raccolta antologica di Madre Maria
Candida dell'Eucaristia);
PC
Perfezione carmelitana Tip. Piccitto, Ragusa 1949 (Perfezione carmelitana,
1947); PE
Novene, Pensieri, Poesie (Manoscritto conservato presso l'Archivio Carmelitane
Scalze di Ragusa);
TdE. Tutto dall'Eucaristia Tip. Randazzo, Siracusa 1974, (Scritti
sull'Eucaristia, 1933).
Maria
nacque il 16 gennaio 1884 a Catanzaro, da Pietro Barba e da Giovanna Florena,
genitori palermitani, profondamente cristiani. Era la decima di dodici figli,
dei quali cinque morirono in tenera età. La sua era una famiglia borghese della
fine Ottocento.
Il
padre era un alto magistrato, Primo Consigliere di Cassazione e Presidente della
Corte d'Appello. Era un vero cattolico: ogni sera, come testimonia la figlia
Antonia, recitava il rosario e ciò anche dopo le lunghe udienze della Corte di
Assise e della Cassazione. In tutte le feste si accostava ai Sacramenti e si
faceva accompagnare sempre dai due figli maggiori: Stefano, che divenne medico
specialista cardiologo e libero docente, Cristoforo, che divenne magistrato di
Corte d'Appello. Essi accompagnavano il padre alla Messa ed erano ferventi
cristiani.
Anche
la madre, profondamente religiosa, terziaria francescana, sapeva compiere bene
il suo ruolo di educatrice dei figli: fù infatti una donna forte, anche se un
po' rigida, ma coraggiosa. Era riconosciuta dai poveri come « la donna della
carità». L'impronta dei genitori incise profondamente nell'educazione dei
figli.
La
piccola Maria fu battezzata tre giorni dopo la sua nascita: la famiglia nel
1886, quando la bimba aveva due anni, si stabilì definitivamente a Palermo.
Crebbe
in un ambiente sereno: attrasse la benevolenza di tutti.
Ella
stessa dice: «So che fino a 3 anni ero stata una bambina così quieta e così
calma, da non recare quasi nessuna fatica alla mia buona e cara mamma».
Continuò
a crescere sana e piena di vivacità: era piuttosto ambiziosa, le piaceva venire
accarezzata; voleva quello che voleva, col suo carattere capriccioso, che sapeva
imporsi. Era però capace di atti generosi e imparava già ad essere mortificata
nella gola, quando desiderava ottenere dalla Madonna qualche grazia. Il pensiero
di Dio occupava nella sua testolina già un posto rilevante.
Insieme
alle qualità naturali crebbe in lei anche una notevole bellezza fisica. Aveva
solo 6 anni, quando la inarnma le affidò la cura della sorellina Antonietta: la
mamma infàtti doveva badare al fratellino Paolo, l'ultimo della schiera e
dedicare a lui le sue cure.
L'amicizia
tra Maria e la sorella Antonietta divenne sempre più profonda. Dice la sorella:
«Maria fu la mia maestra di spirito... aveva sempre il suo sguardo vigile su di
me e in una certa occasione non mi fèce mancare il suo rimprovero...».
Antonietta,
a sua volta, fu molto vicina a Maria negli anni in cui dovette soffrire tanto
per la sua vocazione e l'aiutò, sola, nei suoi preparativi per l'ingresso al
Carmelo.
A
sette anni Maria fu iscritta al Collegio di Maria al Giusino, per frequentare le
scuole elementari. Imparò anche da queste suore a pregare con maggior
attenzione e spirito di fede. Quando poi chiese alla mamma di insegnarle a fare
meditazione, subito s'impegnò a dedicarvi mezz'ora al giorno. In quei primi
anni s'interessava in particolare di considerare la Passione di Gesù e i dolori
della Madonna.
Il
Signore stesso l'aiutava, facendole sentire la sua presenza ed operando
misteriosamente nella sua anima. Ella stessa afferma: «Qualche volta Gesù mi
muoveva l'anima a tenerezza e compunzione, mi penetrava con la luce di qualche
"novissimo", nella meditazione ed anche leggendo qualche preghiera
che trattava della sua Passione o della salvezza eterna dell'anima» (CG).
A
questa mezz'ora di meditazione era fedelissima. Il suo modo di pregare venne
notato dalle religiose del collegio, che l'incaricarono di presiedere alla
recita delle orazioni comuni.
Ella
cominciò prestissimo a frequentare il Sacramento della Penitenza. A 10 anni
fece la sua prima Comunione. A questo proposito dice: «Ricevuto Gesù, dopo le
belle parole del sacerdote, ritornata al posto, fui preda, per alcuni istanti,
di una stretta amorosa di Gesù... rimasi felice, sorridente, a gustare quella
goccia di cielo e di celeste consolazione caduta sulla mia anima...». È
bello a questo proposito ricordare che il Papa Pio X volle si desse la Prima
Comunione ai piccoli.
Questo
primo incontro con Gesù lasciò un'impronta profonda e seria nella sua anima.
«Fin
da bambina - ella dice - fu grande la mia speranza nell'Eucaristia».
In
certi giorni la mamma non poteva fermarsi dopo la Messa a lungo in Chiesa e
tornava subito in famiglia; Maria la seguiva e continuava nel silenzio il suo
ringraziamento in casa.
Questa
devozione all'Eucaristia crebbe in lei in modo meraviglioso lungo la sua vita e
diverrà, come vedremo, una componente fondamentale della sua spiritualità.
Compiuti
però i corsi elementari e i tre corsi di Magistrale Inferiore, anni in cui ebbe
sempre ottimi voti, avrebbe dovuto, per ottenere la patente e terminarli,
andare in un altro collegio per qualche anno.
La
madre però, secondo quanto attesta la sorella, preferì ritirarla in casa, non
volendo più saperne di averla lontano tutto il giorno: le fece coltivare un po'
di studi in casa ed in particolare quello del pianoforte.
Alla
fànciullezza segue un periodo più agitato. Maria resta una bambina vivace, un
po' irrequieta e piuttosto ambiziosa. Fa perdere qualche volta la pazienza alle
insegnanti, e talora, per divertire le compagne, prende in giro qualche suora.
Non
è più molto sottomessa alla mamma e alle insegnanti; talora è capace anche di
mentire. A volte si mostra incontentabile e piena di pretese.
Di
notte, quando non dorme, gioca e si alza, fa i capricci e pretende di divertire
le sorelle. La sorella maggiore, annoiata del suo modo di fare, la chiama: «Maria,
la diavolona!».
Cominciò
ad essere arrogante e ad usare parole sprezzanti con le sorelle, a sentire il
desiderio di piacere, di essere ammirata e di vestirsi con eleganza.
Crescendo,
sentiva maggiormente il fascino del mondo. Cedette a poco a poco alla vanità,
al desiderio di svaghi, al sentimentalismo.
Al
termine della scuola provò un forte dispiacere nello staccarsi da una maestra,
alla quale si era affezionata in modo particolare. Ma poi le bastò osservare
in lei una piccola mancanza di educazione, per restare libera da ogni attacco.
Sentì
anche un legame particolare per una giovane inferma; quando tuttavia capì che
quell'affetto la dominava eccessivamente e la portava a pensare troppo
all'amica, riuscì per una grazia attribuita a S. Antonio, a riacquistare
serenità e libertà di spirito.
A
13 anni si ammalò piuttosto gravemente; non voleva tuttavia prendere le
medicine assegnatele dal medico; guarì - ella dice - per le preghiere delle
religiose del Giusino.
I
due anni seguenti furono i più pericolosi della sua vita. Si volse alle cose
mondane, alle vanità, alla ricerca degli affetti terreni. L'attrazione delle
creature invase il suo cuore, che prima voleva essere solo di Dio.
La
madre la seguiva, cercando di mantenerla fedele alla meditazione quotidiana e
facendole condividere l'amore per i poveri, per i quali Maria sarebbe stata
capace di privarsi anche del necessario.
La
stessa condizione sociale della famiglia, la costringeva ad un tenore di vita
piuttosto mondano. Nonostante l'indole riservata di Maria, che la faceva
rifuggire dai balli, dai teatri e dalle visite alle persone altolocate, ella
divenne verso i 15 anni più vanitosa nel vestirsi e nell'acconciarsi i capelli,
tanto che una domenica, mentre si trovavano in campagna, si rifiutò di andare a
Messa, perché pensava di non avere un abito di suo gradimento. Fu un periodo di
crisi di breve durata, in cui la giovane indulse alquanto alla mondanità.
Nei
suoi scritti e specialmente nella sua «confessione generale», Maria è
spietata nell'insistere sui peccati commessi dai 13 ai 15 anni. Usa parole ed
espressioni che fanno proprio pensare a cose gravi. Sembra invece che non si
tratti che di frivolezze, di vanità femminili, di curiosità spinte, stuzzicate
dai discorsi e dagli esempi delle compagne.
Più
tardi, considerando il suo modo di agire alla luce di Dio, si rese conto che
tutto questo era deplorevole e se ne addolorò profondamente.
Si
legge nei suoi scritti: «Dacché Gesù mi prese per sé, mi pare che con la
volontà non l'ho più offeso. Mi pare che dai 15 anni in poi, mai ho commesso
deliberatamente colpa veniale».
Doveva
solo prendere la rincorsa e spiccare un salto più alto verso la pienezza della
carità!
Lasciato
il collegio, nel giugno del 1899, appena trascorsi i suoi 15 anni, Maria, una
sera, fu improvvisamente attratta dalla lampada che ardeva presso il piccolo
altare del S. Cuore, preparato in casa per il mese a Lui dedicato.
Ella
si sedette per fare la meditazione, cominciò a leggere qualcosa sullo Spirito
Santo e rimase raccolta. Racconta: «... Restai ad un tratto tutta assorta nel
mio Dio che tutto era sceso fino all'anima mia; assorta in Lui con lo spirito,
con tutta me stessa; i miei occhi rivolti al cielo, che tanto sensibilmente
sentivo aperto sul mio capo, davano copiose lacrime di felicità, sì, ma più
di annichilamento nella mia miseria, di stupore dinanzi a tanta bontà... Iddio
immenso fino a me... quell'immensità la sentivo tutta circondarmi, riempirmi,
proteggermi! La sentivo a me vicino, la sentivo aleggiare sul mio capo!».
Non
si trattava quindi di una visione, ma di una comunicazione interiore di una
presenza nuova, che lasciò una traccia profonda nella sua anima. Fu di breve
durata; dopo poco Maria, chiamata a tavola per la cena, s'intratteneva con i
familiari, disinvolta e serena come sempre.
Da
quel momento in poi tuttavia, le cose cambiarono per lei: fu più fedele alla
preghiera e alla meditazione; rimaneva molto più a lungo con il Signore e,
come ella dice: «Le cose di questo mondo o s'erano dileguate ai miei occhi, o
più non le sentivo... prendeva il loro posto Gesù!...».
L'intervento
divino aveva portato in lei una rottura col mondo e con la mediocrità del
vivere, determinando un nuovo orientamento spirituale.
Ma
questa grazia di comprensione ebbe un seguito. Un nuovo intervento di Dio ravvivò
quel fuoco che ardeva un po' sotto la cenere.
Le
cose cambiarono completamente il giorno in cui la sorella Luisa, già sposata,
invitò Maria ad assistere alla vestizione religiosa di sua cognata, nel
monastero della Visitazione di Palermo. Durante la cerimonia Maria fu talmente
colpita dalla grandezza e dal fascino della bellezza spirituale, che emanava dal
volto della neo religiosa, che si sentì cambiare interiormente, al punto di
sentirsi chiamata a seguire la vita religiosa consacrata. Ebbe proprio da qui
inizio la sua vocazione e conversione. Era il giorno 13 luglio 1899: da allora
ebbe la forte e durevole decisione di dedicarsi completamente a Dio.
Al
mattino seguente, improvvisamente si svegliò, sentendo qualcosa di dolcissimo
al cuore: «Gesù, con le sue mani divine, fece per rubare il mio cuore e quel
tocco lo coprì di felicità, di cosa mai provata. Vi innestò e vi lasciò
passare il suo Amore e nel suo Amore suggellò il mio cuore per Lui. Non me lo
chiese, ma senz'altro lo prese, come padrone di casa».
Molto
probabilmente si trattò di una visione immaginaria, con la quale Dio le
manifestava l'intenzione di possedere totalmente il suo cuore, al quale comunicava
la pienezza del suo Amore.
Maria
pensò allora di diventare sua per sempre e la vocazione religiosa, d'allora in
poi, le apparve un ideale meraviglioso che l'affascinò completamente.
Se
la scelta era definitiva, la sua realizzazione però le sarebbe stata rimandata
di ben venti anni: venti anni di attesa, di dolore e di incomprensioni.
Da
allora in poi elle ebbe una vera smania di cambiare, di diventare buona,
obbediente, di dedicarsi alla vera virtù, in una vita mortificata e tutta
offerta alla volontà divina. Cercò davvero di rinunciare a se stessa e di
compiere tante mortificazioni, cercando di vincere i suoi difetti, la sua
vanità nel vestire, distaccandosi da ogni creatura e da ogni cosa.
Iniziò
a sentire dentro di sé un particolare amore verso l'Eucaristia e la SS. Vergine
Maria. Irruppe così in lei la forza della grazia e la Presenza stessa del
Signore, che divenne l'unico vero sole, in grado di riscaldare tutti gli slanci
della sua esistenza giovanile.
Rinunciando
decisamente ad ogni altro allettamento sensibile ed esterno, iniziò la vera
via di santificazione personale, con l'esercizio dell'umiltà e dell'ubbidienza,
sottoponendosi, per potervi riuscire, a pesanti mortificazioni corporali.
Resistendo
con coraggio alla volontà dei genitori e dei fratelli, che volevano
indirizzarla alla vita matrimoniale, Maria, rifiutando le numerose offerte che
le venivano fatte per questa vita, fece a 18 anni il voto di verginità, per tre
mesi, da rinnovare periodicamente.
Nel
1901 si iscrisse alla Confraternita di Maria del Rosario e nel 1903 compì la
pratica dei 14 sabati, per impetrare luce e forza per la sua vocazione
religiosa. Sempre in quell'anno s'iscrisse, insieme alla sorella Antonietta,
alla Confraternita del Carmine, eseguendo fedelmente gli impegni assunti.
Fece
vari ritiri spirituali, tra i quali quelli del «Giusino». Il predicatore un
giorno ascoltò i suoi desideri e la seguì con zelo paterno. Scrisse la sua
«Confessione generale» per ordine del suo Direttore Spirituale, P. Matera,
e in seguito a questo fu inondata di gioia e di tanta consolazione da parte di
Gesù.
Nel
dicembre dello stesso anno fece un altro ritiro presso l'Ordine della
Visitazione, dopo il quale ebbe la convinzione ferma di volersi fare religiosa.
La resistenza della sua famiglia però, per questa sua decisione, divenne
sempre più forte.
La
vita della sua famiglia ad un tratto perse la sua serenità, per una improvvisa
e grave malattia del padre; era stato colpito da un male che per ben tre anni
doveva purificarlo e santificarlo. L'infermo aveva bisogno di continua
assistenza; Maria si dedicò a curarlo con generosità, vegliandolo nei suoi
turni anche di notte, con penosa fatica.
Ella
sapeva però soffrire con calma e con tanta generosità.
Una
volta confidò ad Antonietta che considerava il letto del padre come l'altare
sul quale intendeva immolare se stessa per Dio.
Le
occasioni per sacrificarsi erano continue: a volte il babbo stesso nel delirio
la maltrattava o le percuoteva. Nessuno spesso aveva il tempo di accompagnare
Maria in chiesa, per cui molto frequentemente doveva rinunciare alla comunione e
alla preghiera. E questo le costava assai. Quando invece il babbo era in sé,
era Maria che l'aiutava a recitare il Rosario e altre preghiere, a prepararlo
alla confessione e alla comunione.
Il
padre morì santamente nel 1904, lasciando in tutta la famiglia un profondo
dolore.
Maria
confessò in seguito che attraverso proprio quella malattia del padre, aveva ben
compreso come tutto quaggiù è di passaggio e luogo di lunga prova.
Dopo
la morte del padre la famiglia si recò a Caronia, per prendere un po' di
riposo.
Maria
in questo periodo ebbe sofferenze e vere amarezze: la chiesa era molto lontana,
per cui non le fu possibile né ascoltare la Messa né comunicarsi.
Quando
i familiari tornarono a Palermo la salute della mamma non era migliorata; anche
Maria appariva malaticcia e sciupata; più che di iniezioni e cure mediche,
ella aveva bisogno di incontrarsi col suo Signore, nell'Eucaristia.
A
Palermo la vita riprese faticosamente, sotto la guida della mamma. La famiglia
era stimata, unita e amata: in particolare Maria, con la sua virtù e generosità,
era nel cuore di tutti, era ricercata e apprezzata.
Ella
agiva sempre con calma, senza mai lasciarsi prendere dall'affanno. Diceva: «Voglio
fare ogni cosa come se fosse l'unica e l'ultima... ».
Sapeva
ogni tanto portare in famiglia anche una nota di gaiezza.
Aveva
un ottimo rapporto con tutti, anche con le persone di servizio, che aiutava in
tante occasioni. Talora si alzava alle quattro del mattino per aiutare la
domestica a lavare i panni.
«Tratto
amabilmente - diceva - le persone di servizio, mirando di acquistare un po' di
ascendente sul loro cuore, per portarle a Gesù» (NSC, p. 96).
Spesso
le veniva chiesto di suonare, cosa che Maria faceva con piacere e con abilità;
nella famiglia Barba la musica aveva un posto notevole e una funzione
distensiva.
«La
musica - scrive - ha per me un'attrattiva immensa; mi solleva a Dio, mi diletta,
mi commuove... mi fa pensare al cielo!...».
Ma
non è tutto qui.
Nel
1910 tutta la famiglia Barba si recò a Roma, per un viaggio di piacere.
Ebbe
anche un'udienza pontificia: la mamma presentò i figli e le figlie al Santo
Padre, futuro San Pio X, il Papa dell'Eucaristia, facendo notare che Maria
voleva farsi religiosa.
Il
Papa Pio X la fissò a lungo e poi tracciò su di lei un segno di croce. Maria
restò profòndamente colpita da quest'incontro.
La
giovane approfittò del soggiorno romano per recarsi anche dalle religiose
dell'Istituto «Maria Riparatrice», presso il quale ella sperava di entrare
fin dal 1908, dopo aver letto l'autobiografia della fondatrice, Madre Maria di
Gesù. Ma non poté attuare il suo programma, perché costretta a ripartire
per Palermo.
Un
anno dopo, nel 1911, si ammalò gravemente e in pochi giorni morì, l'ultimo
fratello, Paolo. Maria ne soffrì moltissimo, ma accettò tutto con fede e rassegnazione.
Dopo
la morte di Paolo la salute della mamma declinò rapidamente.
In
un primo momento sembrò che il suo organismo resistesse abbastanza bene al suo
immenso dolore. Dopo alcuni mesi tuttavia si ammalò e non si riprese più.
Due
anni dopo infatti morì, e venne sepolta nella tomba gentilizia nel cimitero dei
Cappuccini a Palermo, accanto al suo sposo. Aveva 66 anni; risentì molto
della morte dell'ultimo figlio Paolo. Diceva: «La pena della morte del marito
l'ho superata, ma questa del figlio non la potrò superare!».
Maria
la curò con una vera abnegazione: subito dopo la sua morte Maria ebbe una breve
crisi.
«La
perdita della mamma - scrive - è un dolore acerbo! Io non credevo di dover
soffrire tanto!». Questi lutti segnarono nella sua vita spirituale un vero
progresso. La perdita degli affetti più sacri la portarono ad un abbandono
totale nel Signore, in un rapporto di confidenza illimitata.
Ella
continuò a vivere in famiglia con le sorelle e i fratelli, lavorando
intensamente, accettando le osservazioni che essi le facevano per la sua vita
di pietà e di noncuranza della vita di società: tutto questo arrivò a farla
ammalare anche in modo grave: per fortuna a poco a poco si riprese, anche se
lentamente.
Aveva
però vicino Padre Matera, suo confessore e direttore di spirito, che la capiva
molto bene e poteva aiutarla. Uomo discreto e prudente, conoscitore della
famiglia e del suo ambiente, la guidò, sciogliendone i dubbi, illuminandola e
fortificandola nella strada intrapresa dell'esercizio della virtù.
Verso
il 1912 Maria si orientò, invece, verso il Carmelo. Ella stessa scrive: «Ricordo
che nel leggere la regola del Carmelo, la vita carmelitana mi apparve in tutta
la sua austerità e vidi in quale mortificazioni e silenzio avrei dovuto
vivere... Mi pare sia stata quella una grazia di luce accordatami da Gesù».
Ma,
più che per l'austerità, ella fu attratta al Carmelo come luogo che mirava
all'intimità sponsale: «L'anima mia ha sete di quella orazione incessante che
mi concede la nostra Regola...» (CM, 32, 35). Quando si trattò di ricevere il
Sacramento della Cresima, che a quei tempi a Palermo si soleva amministrare al
momento o poco prima del matrimonio, Maria dovette ricorrere a un vero
sotterfugio. Chiese a Mons. Bova, Vescovo Ausiliare della città, che le venisse
dato, quasi in segreto, quando questi si trovava in casa della sorella Luisa,
per conferirlo a un suo figlio gravemente ammalato. Era l'anno 1912 e Maria
aveva già 28 anni.
Prima
di morire, conoscendo bene il desiderio di Maria di farsi religiosa, desiderio
rimasto insoddisfatto proprio a causa sua, perché non aveva voluto privarsi
della compagnia e dell'assistenza di sua figlia, la madre le aveva detto: «Figlia
mia, la tua barca sta per entrare in porto! Presto andrai in Monastero, dopo la
mia morte!». E, rivolta agli altri figli, aveva aggiunto: «Contentate Maria,
fate che presto entri in Monastero» (A. Barba - Ricordi, p. 175).
A
solo otto giorni di distanza dalla morte della madre, Maria, sentendosi libera,
aveva tentato di lasciare la famiglia, per entrare a Roma, dalle Religiose
dell'Istituto di Maria Riparatrice. Fu allora che la sorella Antonietta, nel
sorprenderla, ebbe un collasso e Maria, che aveva chiesto un impedimento al
Signore, se questa non fosse stata la sua volontà, rinunciò all'idea.
Dovette
così aspettare ancora ben cinque anni, prima di prendere la via del chiostro,
per l'opposizione dei fratelli, che non vollero seguire il consiglio della
madre.
Maria
non poté affatto svincolarsi dalla famiglia, anzi fu costretta a subire urti,
malintesi, umiliazioni e rammarichi di ogni genere da parte dei fratelli, che
seppe sopportare in maniera eroica. Non poté più fare la Comunione (non la
lasciavano uscire da sola) e dovette sottostare a ciò che era contrario alle
sue intime aspirazioni (Ricordi, p. 187).
Ella
dovette lottare e faticare per convincere i familiari ad accompagnarla in
chiesa. Per mesi e mesi e fòrse anche per un anno intero, per lei non ci furono
né domeniche, né chiese, né Santo Sacrificio né Eucaristia.
Anche
la sorella attesta che dovevano ricorrere a veri stratagemmi (nella società
siciliana di allora le giovani non potevano uscire da sole, se non accompagnate
da un uomo) per riuscire a santificare le feste. Questo atteggiamento così
contrario dei fratelli deriva dal fatto che si aveva in quegli anni in Sicilia
un modo di pensare che condannava il sacrificio di fanciulle che entravano in
chiostro; esso infatti era considerato «un carcere» e «una prigione»; non si
entrava assolutamente nello spirito soprannaturale, che lo considerava luogo
adatto ad una vita di silenzio, di pietà e di sacrificio, per amore a Gesù
Cristo.
Soprattutto
con il fratello Cristoforo esercitò in sommo grado la carità. Egli la umiliò,
bestemmiò in sua presenza per farla soffrire, arrivò anche a darle un calcio e
uno spintone.
Maria
gli rispose sempre con dolcezza e pazienza, né mai serbò nel suo cuore alcun
rancore verso di lui. Ella diceva: «Sento nel mio cuore un immenso profondo
desiderio di rendere sempre a tutti bene per male» (N8C, p. q-,).
I
fratelli, sempre più radicati nel pensiero che Maria dovesse sposarsi, la
conducevano a feste da ballo e le proponevano vantaggiosi partiti.
L'appartarsi
della giovane, il suo vestire semplice e senza ricercatezza, le sue continue
mortificazioni, li irritavano tanto da portarli a parole e gesti, che per Maria
erano motivo di un vero martirio.
La
mancanza della Comunione fu per lei la più grande delle sofferenze. Sentì nel
cuore Gesù che le diceva: «Non ti ricordi di esserti offerta come vittima per
riparare le ingratitudini e le offese che ricevo nel SS. Sacramento? ...».
Ed
ella continua: «È un vero purgatorio volere tanto Gesù e non poterlo avere. E
fare sacrificio di una sola Comunione basta, per divina misericordia, ad
espiare, a far penitenza di tutti i peccati, se a Lui piace» (NSC, pp. 70 e
71).
Da
questo può ben immaginare cosa abbia sofferto in questo periodo di tempo!
Gesù
però la ricompensò, dandole dolcezza infinita e ferita d'amore, come Maria
stessa riferisce: «Una volta, dopo la S. Comunione, sentii come un sottile
raggio passarmi il cuore; si ripeté ancora e tanto a lungo che mi sembrò di
svenire... dicevo: "O Gesù, sono ferita, abbi pietà di me, che sono
ferita dal tuo Amore"» (CM, p. 38).
In
questi frangenti l'unico sostegno morale e spirituale era soltanto Padre
Matera, che rinsaldò fortemente i propositi di Maria nella vocazione carmelitana.
Un
giorno, non sapendo come consolarla, Padre Matera le disse: «Ma vada dal
Cardinale e ascolti il suo consiglio». Ella andò, ricevette il consiglio di
andare al Carmelo di Ragusa e tutto si svolse con tempestività e fortezza
sempre sotto la guida di questo Padre Matera, il quale diceva a tutti: «Quella
è una vocazione vera e forte». La fortezza sarà infatti una nota
caratteristica della spiritualità di Maria anche in Monastero, fortezza che sarà
assorbita amabilmente dalla soavità della spiritualità carmelitana, con
l'aiuto e la direzione morale del secondo Direttore di Spirito, il can. Padre
Giorgio La Perla.
Maria
si decise quindi, dietro il consiglio del Card. Lualdi, a scrivere alle
Carmelitane Scalze di Ragusa, pregando di essere accettata nel loro Monastero.
Finalmente, nonostante la forte opposizione dei fratelli, riuscì ad entrare
in questo Monastero il 25 settembre 1919, quando già aveva 35 anni.
Finiva
così per lei la lunghissima lotta che l'aveva impegnata per tanti anni, prima
di poter rispondere alla chiamata di Dio.
Non
trovò certo i fratelli all'appuntamento della partenza, perché essi
consideravano la vita monastica come una vera morte civile. Ella non li vide più.
Al
Carmelo di Ragusa Maria fu accolta a braccia aperte. Fece a tutta la comunità
buona impressione, per il suo tono di cortesia e di allegrezza. Diede subito
prova di perfezione, con l'osservanza esatta della Regola.
La
stessa Maestra delle novizie sottolineerà che Maria dimostrava di volersi
adattare subito alla vita di Comunità, accettando di buon grado il tenore di
vita umile e mortificato.
Alla
fine del postulandato, vestì l'abito religioso di novizia, il 16 aprile 1920,
prendendo il nome, da lei desiderato, di Maria Candida dell'Eucaristia.
Una
sorella che visse con lei tanti anni, Suor Maria Rosalia La Perla, attesta: «...
Lo si vedeva in quei giorni di preparazione quanto stesse raccolta e inondata di
grazia. Proprio la mattina della vestizione, mentre la Comunità si trovava
riunita, pronta ad entrare in coro al segnale della campana della sagrestia,
vedendola così calma e serena, nonostante che nessuno dei parenti fosse intervenuto
alla cerimonia, l'avvicinai e le dissi: “Nessuno è venuto?” -, mi rispose:
"Nessuno, come sono felice! Tutti i miei affetti sono per Lui solo!".
Il
giorno della vestizione fu per la Serva di Dio pieno di grande gioia; le si
leggeva in volto, durante lo svolgimento della funzione, specialmente dopo che
ebbe tagliati i capelli e vestito l'abito, questa felicità che fu anche
osservata da quelli che assistevano alla funzione...».
Durante
il noviziato fu sempre piena di fervore, gioviale: sapeva intrattenere le sue
sorelle in gioiosa letizia con i suoi racconti e col suo modo di fare.
Era
osservante in tutto della sua Regola; atteggiamento che fu subito notato dalle
sorelle incaricate della formazione, che si accorsero della statura spirituale
già matura di questa donna, giudicandola diversa e migliore delle altre
novizie, perché risplendeva in lei fortemente un grande desiderio di
perfezione.
Il
suo periodo di noviziato venne contraddistinto da un esercizio profondo di ogni
virtù, dalla devozione particolare all'Eucaristia, da una profonda umiltà, che
l'aveva spinta a domandare di essere ammessa soltanto come «sorella conversa».
Ebbe,
come già abbiamo accennato, come nuovo Direttore Spirituale il canonico La
Perla, santo sacerdote, quanto mai prudente e qualificato da alcuni «più
carmelitano dei carmelitani».
Suor
Maria Candida si distinse anche in questo periodo per la sua carità e
amabilità: cercava di essere di sollievo a tutte, trascinando, con il suo
esempio, a seguirla. Sembrava, già da allora, che leggesse nei cuori: aveva
uno sguardo che sembrava penetrare fino in fondo all'anima e capire le cose più
intime dell'anima altrui.
Il
suo carattere vivace la rendeva allegra e sempre contenta; quando però suonava
la campana, che al Carmelo regola le diverse incombenze della giornata,
acquistava subito la padronanza di sé e del suo carattere e l'osservanza del
suo silenzio diventava perfetta.
Fece
la sua Professione Semplice il 17 aprile 1921; il 23 aprile 1924 fu ammessa alla
Professione Solenne: da quel momento le consorelle notarono in lei uno slancio
più forte verso la santità.
Disimpegnava
molto bene i vari incarichi che le venivano affidati: fu rotara, portinaia
(quella cioè che apre le porte al momento necessario, anche per l'entrata
degli eventuali operai addetti a qualche riparazione), sagrestana e
aiuto-cuoca; in Comunità si divertivano a chiamarla la «suora turabuchi».
Un
giorno avvenne che Madre Immacolata di S. Giuseppe, Madre Maestra e poi Priora
di Suor Maria Candida, nel 1925 dovette lasciare il Carmelo di Ragusa, perché
inviata dai Superiori alla fondazione del Carmelo di Chiaramonte Gulfi.
Ella
era stata l'unico punto di riferimento per la Comunità, in quanto a
comportamento e a stile di vita carmelitano. Prima di partire aveva additato
alla Comunità Suor Maria Candida, come la futura Priora che doveva sostituirla.
La
Madre, che già da tempo aveva osservato bene il modo di comportarsi di Suor
Maria Candida, poteva esclamare: «Parto tranquilla, perché lascio questa casa
in buone mani».
Prima
di partire tuttavia confidò alla figlia «tante cose che in Comunità si
dovevano migliorare».
Si
trattava, secondo le direttive ricevute dai Superiori maggiori, di stabilire
un più fòrte rigore riguardante la stessa la clausura; prassi che, per
motivi di prudenza, era stata trascurata al principio della fondazione.
Nessuna
meraviglia quindi se, dopo appena sei mesi dalla Professione Solenne, il 10
novembre 1924, le monache del Carmelo di Ragusa decisero di votarla come Priora.
Dovettero per questo domandare a Roma una speciale dispensa, che fu loro
concessa due giorni dopo.
Madre
Maria Candida, alle sue prime armi, scrive: «Stupisco come può amarmi il mio
Dio, stupisco ancora come possono amarmi e cercarmi le creature! Se non fossi
sicura della sincerità del loro cuore, mi sentirei burlata dalle mie figlie,
che vogliono intrattenersi con me, che osano volermi bene... Mio Dio, Tu vuoi
nascondere agli occhi loro e altrui le mie miserie... Se Tu vuoi che io compaia
migliore di quella che sono, Tu sei padrone... esse mi apprezzano non per ciò
che valgo e sono, ma per quello che Gesù mi fa apparire loro... Io mi metto a
disposizione dell'Amore! Dò a Lui la mia libertà, i miei stessi passi, la
mia parola, perché Lui muova tutto, diriga tutto; oh come ho constatato mille
volte che è stato Lui a dirigermi!...
Se
io potessi descrivere la felicità e il risultato che derivano dal vivere senza
programma! Abbandonata alla direzione dello Spirito di Gesù! Far fare a Lui!
Far compiere a Lui la nostra giornata! Rinunciare al proprio tempo, alla propria
libertà, ai propri progetti, per tante piccole cose da farsi! Lui guida! Vi
sono mille sacrifici e rinunzie da compiere, la lotta a volte non manca, ma
quanta pura e calda felicità a volte!».
La
linea di condotta che Madre Maria Candida seguirà nei lunghi anni del suo
priorato è tutta qui. Ogni giorno sarà diverso dall'altro per le diverse
preoccupazioni, angustie, difficoltà e sofferenze, e per l'amore più profondo
che sgorgherà dal cuore della Madre. La persona più sapiente e prudente è
essenzialmente quella che confida unicamente nel Signore e capisce che la
scelta del suo Regno vale più di ogni perla preziosa e di ogni tesoro.
La
prudenza, allora, equivale alla capacità di rischiare per Dio, di lasciare ogni
cosa per Lui. Una persona che fa questo, vive con saggezza, armonia e chiarezza,
riuscendo a mettere pace intorno a sé. Ella infatti vive nell'atmosfera della
presenza di Dio, respira la sua aria: «Dimmi quello che vuoi, Gesù, nulla ti
negherò: portami dove mi attendi e vuoi» (L III, p. 151).
È
questo atteggiamento di fòndo che fa di lei un'anima evangelicamente
prudente, ossia schietta, franca, amante della verità, che attinge unicamente
da Dio.
Nel
primo triennio del priorato di Madre Maria Candida, sorsero delle difficoltà.
Due mesi prima di essere eletta Priora, aveva ricevuto un dono mistico molto
singolare: «L'infusione dello Spirito della Regola»; la Regola divenne per lei
vita, come testimonia una sua sorella: «Teneva la Regola e le Costituzioni
dentro il cuore, talmente le aveva immedesimate nel suo spirito».
Quando
venne chiamata a dirigere la Comunità, non partì certo con l'idea di riformare
quanto negli anni precedenti aveva osservato di manchevole, perché forse di
manchevolezze vere non se ne era neppure accorta. Ma ora, nel posto ove Dio
l'aveva messa, nota tutto con grande chiarezza e si accorge di dover migliorare
la Comunità su alcuni punti. Sente di dover mettere in pratica quanto le aveva
suggerito la Madre M. Immacolata. Non vuole perciò lasciare il suo dovere di
formatrice delle sorelle, ma sente anche il bisogno di comunicare loro «un dono»
che ella stessa a sua volta ha ricevuto: «Vivere dello spirito soave e forte
della Regola Carmelitana» (Lettera alle consorelle III pp. 56, .59 ecc.).
Ella
dunque desiderava questo: la non frequenza ai parlatori e l'uso dei veli durante
i colloqui con gli estranei. Si trattava di due punti imposti dalle «Costituzioni
delle Carmelitane Scalze» del 1926. Questa innovazione, tuttavia, che era stata
rimandata, come detto sopra, per motivi di prudenza, suscitò malumori. Non
sapevano spiegarsi come mai la Madre M. Immacolata, considerata la «formatrice»
della Comunità, si fosse comportata con molta più larghezza, mentre
questa «Priorma», appena eletta, fosse così esigente nei riguardi
delle visite e dei veli. Per questo, non conoscendo gli accordi e le motivazioni
che erano noti alle due Priore, alcuni giudicarono il comportamento di Madre
Maria Candida come una conseguenza della «sua» ricerca di perfezione e un
desiderio del suo tipico comportamento.
I
più seccati e contrari si mostrarono i parenti delle religiose, che si videro
costretti a limitare le loro visite; arrivarono così a ricorrere agli stessi
Superiori dell'Ordine.
Il
Generale, Padre Guglielmo di S. Alberto, scrisse una lettera alla Madre, in cui
la invitava a concedere maggiori larghezze riguardo alla clausura. Malgrado la
sua sofferenza, la Madre si sottomise docilmente, vedendo in questo la volontà
di Dio.
A
queste tensioni fra la Madre e i parenti delle religiose e alcune consorelle
che condividevano questi punti di vista, si aggiunse un altro inconveniente:
alcuni sacerdoti di Ragusa, forse spinti dai parenti, vollero intromettersi
negli affari del Monastero.
La
Madre però fu ferma su questo punto, e non permise che questo avvenisse. Il
fatto però venne risaputo dai Superiori: il Padre Generale inviò in visita
al Monastero il Procuratore Generale, Padre Adeodato di S. Giuseppe (futuro
Card. Piazza), perché si rendesse conto di persona di quanto avveniva. La
vista di Padre Adeodato e del suo segretario si risolvette di fatto in una
visita paterna. Si accertarono della verità delle cose e rimasero pieni di
ammirazione e compiacimento per Madre Candida.
Le
monache stesse, tranne una o due, accettarono volentieri la riforma desiderata
dalla Priora e voluta dalle Costituzioni e le monache prima scontente, ubbidirono
in silenzio, anzi furono in seguito liete che la giovanissima Comunità
procedesse nel suo cammino, migliorando il ritmo di vita.
L'intervallo
intercorso fra la lettera del Padre Generale e la visita fu di circa tre mesi.
Per Madre Maria Candida fu una bella prova, in cui fece una grande esperienza:
«Ho constatato, con mia grande gratitudine a Gesù, in una occasione, che è
vero il mio sentimento di disprezzo per me. E l'occasione è durata circa tre
mesi».
Il
Padre Guglielmo di S. Alberto, venuto in visita canonica dopo circa un anno e
mezzo, si mostrò contento della Madre e della Comunità.
Madre
Candida, tranquillizzata e incoraggiata anche da lui, in quella circostanza
scrisse:
«Nostro
Padre Generale chiuse la Santa Visita, facendoci ascoltare ancora la sua paterna
e amorevole esortazione! Ci benedisse! Ci diede tanta gioia e poi ci lasciò,
partendo per il Carmelo di Chiaramonte Gulfi, ove andò pure a compiere la Santa
Visita».
Per
rendere vivo l'ideale carmelitano in ciascuna delle sue figlie, Madre Candida
spese, per tutta la sua vita, le sue energie e le sue capacità. Sapeva combattere
il loro orgoglio e il loro amor proprio; voleva che fossero semplici, rette,
tutte donate al Signore. I loro difetti la ferivano: le voleva desiderose di santità
vera. Diceva: «È una volta sola che si lavora per essere perfette: questo
lavoro lo si fa in questa vita... Non perdiamo il tempo!».
Faceva
queste calde e animate esortazioni alla sua Comunità, ogni volta che se ne
presentava l'occasione. Vigilava ogni cosa con prudenza ed esattezza: compiva
tutto con una dignità che trascinava anche le figlie.
All'efficacia
dell'esempio univa il magistero della parola e degli scritti. Quanti biglietti
per esortare, incoraggiare e correggere!
Eccone
alcuni stralci: «... è manifesto, figlia mia, che Gesù l'ama e brama davvero
santificarla. Accolga una preghiera della sua Madre: procuri di svincolarsi da
quella certa indolenza naturale, che la porta tante volte a risparmiarsi. Non è
l'ora, figlia mia; vinca, sia generosa con Gesù, si - slanci a fare tutto
quello che può, impieghi tutte le sue forze nella fatica, nel lavoro e risparmi
piuttosto le altre» (Scritti della Madre alle consorelle).
Talora
più incalzante e sembra prendere un coltello per tagliare, cauterizzare la
piaga, fin nelle sue radici più profonde: «Che l'anima sua si slanci da tante
ricerche dell'io, da tanto pensare e, lasciando tutto e tutta se stessa ai piedi
del Diletto, avanzi nelle sue vie».
Ed
ancora: «... Il suo desiderio di farsi violenza, di santificarsi, è voce di
Gesù: io la prego, non la renda vana, cominci davvero! ... ».
Quando
Madre Maria Candida incontrava una corrispondenza umile e filiale a tante sue
premure, era davvero felice: «Mia cara, il suo proponimento basta a Gesù e a
me! Sia felice di aver scoperto una lacuna, che le avrebbe impedito
assolutamente la santità!...».
Niente
sfuggiva al suo occhio penetrante, spesso le religiose erano sorprese nel
constatare come potesse veder tanto. Diceva con amabilità: «I Superiori hanno
due angeli custodi, ed essi li aiutano».
Abbandonandosi
completamente a Gesù, Madre Maria Candida si sentì quasi naturalmente spinta
ad emettere «Il voto del più perfetto», dopo aver ottenuto naturalmente
l'approvazione del proprio Direttore Spirituale. Lo emise 1'8 settembre 1927,
giorno della Natività di Maria. «Posso dire - osserva la Madre - che l'anima
mia si trovava in una disposizione felice e come trasportata in più alta
atmosfera. Sentivo che era un periodo nuovo per l'anima mia» (SV, p. 77).
Madre
Maria Candida era veramente un'anima eucaristica. Si può ben dire che
l'Eucaristia fu il centro della sua vita.
Suor
Maria Ines di Gesù ricorda che la Madre «avrebbe desiderato che ai piedi di
Gesù noi fossimo state delle continue, ardenti lampade viventi». Voleva che,
giunte in coro, le religiose facessero della genuflessione, non un atto
meccanico, ma che il loro sguardo s'innalzasse fino al Tabernacolo. Poiché Gesù
era presente, desiderava che alla lampada posta dinanzi al SS. Sacramento risplendesse
e fosse sempre pulita... voleva che si accendesse una seconda lampada nel coro
superiore, durante le ore notturne».
Aggiunge
Suor Maria Rosario: «La Comunione era stata sempre il suo palpito, la sua
brama. Sin da fanciulla capiva che Gesù le aveva fatto un gran regalo
dolcissimo, scegliendola per l'amore alla SS. Comunione, e, nello stesso
tempo, eleggendola a patimenti, a contraddizioni, a sacrifici e a martirii per
essa».
Non
fare la Comunione era per lei «un martirio» tanto doloroso, come subire
un'operazione chirurgica. Molte sono le testimonianze che parlano della bellezza
dello sguardo di Madre Candida, quando s'accostava alla Comunione.
Alcune
suore ricordano: «Andava alla S. Comunione con fervorosa devozione e tradiva
anche esternamente la pietà del suo animo».
Ed
ancora: «Alla S. Comunione si accostava sempre con grandissima modestia nel
portamento e con umiltà. Durante l'ultima malattia ho potuto vedere un volto
pieno di luce soprannaturale...».
«Fu
vista talmente assorta in preghiera, che a chi la chiamava non rispondeva, non
lasciando neanche un istante allontanare gli occhi fissi sul Tabernacolo. Una
signora le disse un giorno, commossa, che le faceva venire le lacrime agli
occhi, vedendola fare la Comunione».
Anche
Padre Angelo dello Spirito Santo, come altri del resto, dice: «Ogni qualvolta
ebbi occasione di dare la Comunione a Madre Candida, notai sempre in lei un'espressione
angelica».
Madre
Maria Candida nutriva infatti costantemente l'amore per Dio e per il suo
prossimo, nel rapporto fecondissimo che aveva con l'Eucaristia.
Ella
percepì anzitutto che l'Eucaristia è il memoriale della Pasqua del Signore,
ossia il sacramento che rende vitale e presente il suo sacrificio d'amore per
noi. Ella vi scorgeva la potenza redentiva di Cristo, come dice Mario Cascone,
che si immola per l'umanità: «Gesù immolato è il sostegno del mondo e della
Chiesa; è la supplica perenne che per noi sale al cielo; il motivo di tante
grazie e misericordie che dal Padre sono concesse alla terra, ad ogni anima» (T.d.E.,
p. 31).
C'è
in queste parole una grande densità teologica, perché si esprime qui la fede
sincera nell'opera redentiva del Cristo, attuata mediante il sacrificio della
Croce. Si rende chiaro anche il fatto che ogni grazia viene ottenuta tramite il
sacrificio di Cristo.
Ella
afferma ancora: «Ascoltando la S. Messa, all'Elevazione, chiederò la grazia di
sapermi immolare, la grazia del patire. Mi immolerò con la vittima divina e poi
starò attenta a non lasciarmi sfuggire alcuna occasione per sacrificarmi» (T.d.E.,
pp. 32, 33).
Questa
immolazione avviene di fatto attraverso la completa spoliazione di sé, secondo
uno spirito di povertà eroico, e con un distacco totale da quanto non conduce a
Cristo.
Madre
Candida ha la netta consapevolezza che questo sia il senso più autentico della
vocazione carmelitana.
Ella
vive in modo altissimo al cospetto della Presenza di Gesù nel Tabernacolo.
Come un'innamorata che desidera stare il più possibile in compagnia dello Sposo
e non riesce a staccarsi da Lui, ella capisce assai bene che questa Presenza di
Gesù è il tesoro più prezioso che esiste su questa terra. Dice: «Quante
volte, specialmente a sera, ricordando le grandezze, gli splendori della terra e
poi volgendo lo sguardo sul Tabernacolo, esclamo: tutto è vuoto; non vi è
tesoro più grande, più delizioso di quello che io posseggo e che tutto è là»
(TdE., p. 20).
E
ancora: «Dove c'è Gesù Ostia, là ci sono anch'io. Il primo respiro a
destarmi, l'ultimo nell'addormentarmi, è per Gesù presente in tutti i
Tabernacoli del mondo... là è il mio cuore, presso Gesù, come lampada perenne
che adora, ama, ringrazia» (TdE., p. 29).
Vive
la sua esistenza claustrale carmelitana come lampada che si consuma ai piedi di
Gesù, nel nascondimento e nell'umiltà, sentendosi attratta irresistibilmente
dalla Presenza reale di Gesù nel Tabernacolo.
«Per
amore di Gesù Ostia, che tutto a tutti si dona, mi prodigherò per il mio
prossimo. Darò tutto per i poveri peccatori» (Td.E., p. 28).
Senza
questo rapporto intensissimo con l'Eucaristia, difficilmente si capirebbe il
messaggio, donato a tutti, di Madre Maria Candida.
La
stessa unione molto stretta tra Maria e Gesù, Madre Candida la vede realizzata
nel Sacramento dell'Eucaristia. Ella sa bene infatti che «la carne di Cristo
è la carne di Maria». Ecco come esprime questo mistero: «Salve o Corpo di
Cristo, nato da Maria Vergine. Salve o Maria, aurora dell'Eucaristia.
Divina
Eucaristia, tu mi fosti data da Maria». Ed ancora: «L'Ostia immacolata ti
ricordi l'Immacolata Madre di Gesù!
È
a Maria che dobbiamo l'Eucaristia. Maria desidera che tu faccia le sue veci
presso Gesù Sacramentato».
Il
modo migliore, secondo lei, di aderire a Gesù è quello di imitare Maria,
ovvero di «fare le sue veci» presso Gesù. Si pone nei confronti
dell'Eucaristia con lo stesso atteggiamento di lode, di contemplazione adorante
che fu quello della Vergine, la quale «serbava tutte queste cose, meditandole
nel suo cuore» (Lc 2, 19). Ella dice: «Gesù mi dà Maria, Maria mi dà Gesù»
(Td.E., p.36). Lo sforzo di porsi alla sequela di Cristo, imitando le virtù di
Maria, si traduce di fatto nell'esercizio dei tre consigli evangelici, che Madre
Candida cerca di vivere proprio con questo spirito mariano.
La
modalità della sequela e dell'imitazione di Cristo, che si esplica proprio con
l'esercizio dei tre consigli evangelici, il Carmelo è chiamato ad attuarlo in
un'ottica mariana.
Questo
è il motivo per cui ogni carmelitana deve accogliere Maria come Madre e Maestra
di vita spirituale, per essere conformata a Cristo e condotta alla santità.
Grande e intenso è stato l'amore di Madre Candida per la Vergine Maria, la
dolcissima Madre del Carmelo, verso la quale ella ha tante espressioni molto
delicate che insegna anche alle figlie sue con tenerezza: «... Non ti
scostare mai dalla Madre tua, a Lei confida la tua anima e la tua
santificazione, prega che ti gratifichi di una sua visita speciale.
Fortunata
l'anima che s'incontra intimamente con la Madre sua Immacolata...».
Sapeva
additare la Madonna alle monache come Madre, Modello e Maestra di vita
contemplativa. Anche lo stesso voto di castità, inteso come «gioiosa
manifestazione della carità divina», viene vissuto da Madre Candida ad
imitazione della Vergine Santissima: «Anche alla dolce Madre Maria desiderai
offrire il mio giglio: glielo mettevo tra le mani, sul suo stesso cuore, e la
pregavo di farmi candida e angelica vergine, giglio olezzante di purezza, il
cui profumo arrivasse fino alla SS. Trinità» (NSC p. 109).
«Candida»
di nome e di fatto, Madre Candida vive la purezza del cuore, che la rende beata
e capace di vedere Dio. Proprio per questa trasparenza, è anche capace di far
vedere Dio agli altri: dal suo sguardo e dai suoi atteggiamenti infatti traspare
sempre il Signore Gesù.
La
castità, vissuta come amore totale per Cristo, non la impoverisce come donna,
al contrario rende più forti le sue capacità umane di amare.
Ella
così può dire: «Sento una grande gratitudine verso il mio Dio per avermi
chiamata, eletta fra mille, ad essere Vergine. Sento la grandezza della grazia
a me concessa, la felicità di essere occupata dell'unico oggetto degno di
essere amato. Purtroppo io non sono che fango. Dovrà farmi pura Maria» (NSC,
p. 109).
Nel
nascondimento del Monastero carmelitano, Madre Candida può vivere il silenzio,
lo stupore, lo sbigottimento estasiato della Vergine dinanzi alla chiamata di
Dio. Può vivere la sua consacrazione verginale come un incessante donarsi a
Dio e agli altri, sostenuta da una personalità integra e matura.
Anche
per questo aveva tanto desiderato, senza farlo sapere agli altri, il nome di «Candida».
E le fu «regalato» dal Signore.
Abbiamo
parlato dei primi tre anni trascorsi da Madre Candida come Priora, non senza
difficoltà e incomprensioni. Dopo la scadenza del primo triennio, fu rieletta
per un secondo triennio; dopo un triennio di intervallo, durante il quale fu
sagrestana e Maestra delle novizie, venne nuovamente rieletta Priora; così, di
triennio in triennio, fino al luglio del 1947.
Nel
1947 fu di nuovo rieletta; ma il nuovo Superiore Generale, Padre Silverio di
S. Teresa, non credette opportuno rinnovare la dispensa, avendo nel suo
programma di governo di non concedere dispense al riguardo.
Madre
Candida trascorse così in tutto 20 anni di Priorato: non si possono contare i
sacrifici e le abnegazioni continue che ebbe a portare e a sopportare; esercitò
una benefica influenza sulla sua Comunità, che ne rimase radicalmente
trasformata.
Era
di salute malferma e fu continuamente afflitta da disturbi fisici e da acuti
dolori, che sopportò con esemplare e gioiosa rassegnazione.
Dalla
testimonianza di Suor Maria Rosaria sappiamo che in molti frangenti si
affidava al suo Angelo Custode; con lui faceva le preghiere e la meditazione, e
con fede sincera sentiva di averlo a fianco. «Era molto devota di S. Giuseppe -
dice - come noi stesse avevamo occasione di poter notare; le decisioni di una
certa importanza o la distribuzione dei diversi lavori di casa, li faceva nel
giorno a lui dedicato; anche durante l'ultima guerra del 1940-45, affidò a S.
Giuseppe la custodia del nostro Monastero... Collocò in coro una statua del
Santo, perché voleva che stesse sempre con noi, per proteggerci...».
Era
una donna dalla speranza inconcussa, senza oscillazioni: tutto sperava da Dio;
in tutti gli avvenimenti guardava sempre a Lui, desiderando che si adempisse
la sua Volontà.
Nel
1937, nonostante l'assoluta scarsità dei mezzi, fondò in Ragusa un nuovo
Monastero. Portò a termine quest'opera che, umanamente parlando, sarebbe
stata impossibile realizzare, confidando unicamente nella Provvidenza divina;
quando le monache la spingevano a rivolgersi a qualche benefattore, lo faceva,
solo per accontentarle, perché era solita dire loro: «Io sono sicura che
nostro Signore ci ascolterà e ci aiuterà».
Si
poté infatti completare la costruzione e pagare tutti i debiti.
Non
le mancavano certamente paure e lotte interne ed esterne, ma sapeva superarle
così bene, che di fuori non appariva mai nulla.
«Un
giorno - aflèrma una suora - mentre fervevano i lavori della costruzione,
eravamo tutte riunite intorno a Madre Candida, per festeggiare il suo onomastico.
Venne una monaca a dirle che la cercava l'appaltatore.
Noi
sentimmo molte voci, anzi delle grida violente da parte di questo appaltatore.
Quando Madre Candida ritornò presso di noi, era rossa in viso e alle nostre
richieste disse semplicemente: «Voi sapete che l'appaltatore ha un timbro di
voce forte; è molto buono e ha interesse di finire presto il Monastero».
Abbiamo
saputo poi che chiedeva una somma di denaro che non gli spettava, e che aveva
usato frasi ingiuriose. In parlatorio si trovavano infatti dei parenti di una
nostra monaca, che ci raccontarono tutto l'accaduto.
Madre
Candida non lasciava mai trapelare nulla di queste sue lotte, anche esterne.
«Ricordo
- dice un'altra monaca - che una volta nel giardino avvennero degli
inconvenienti tra le suore addette alla coltivazione del giardino stesso. Madre
Candida, appena se ne accorse, disse: “Meglio che tutte queste piante
inaridiscano!” Io, che mi trovavo presente, mi permisi di farle osservare
che non doveva parlare così, dato che noi da molti anni avevamo cura delle
piante e dei fiori.
Nel
mio interno temevo davvero che il Signore la esaudisse. Ella allora mi disse:
"Preferirei che tutto il giardino inaridisse, anziché vedere soltanto
compiere un piccolo difetto!"».
In
una pagina dei suoi scritti, dove Madre Candida parla di quanto ebbe a soffrire
a causa di una nostra consorella, dice: «La grazia del mio Dio mi aiutò anche
in religione a sopportare dolcemente e senza parola, la vigilanza, le frequenti
osservazioni (anche su cose non vere) di una buona consorella... La mia
attenzione era grande nell'accontentarla... nel compiere quello che mi aveva
chiesto, senza farle capire che poteva costarmi del disagio, e che era un po'
difficile quello che lei voleva. Grazie mio Dio, perché naturalmente non mi
incontravo con quell'ottima sorella, né il suo carattere si confaceva al mio.
Mi
aiutò e mi aiuta ancora Gesù a sostenere lotte acerbissime per il modo di fare
e per il carattere di un'altra consorella e tanto la sua grazia mi sostenne, da
poter restare con lei in dolce e amabile armonia, ed esserle di aiuto e di
conforto. Ma quanto patire, quante repressioni, quanto lasciare che mi passasse
tutto! Niente appariva all'esterno, se non amore e veramente l'amavo e l'amo».
«Noi, dicono le monache, mentre ella era in vita, ignoravamo sempre tutto
questo! Quando, durante i Capitoli, parlava a noi sorelle, ci inculcava molto
l'attenzione durante la recita delle preghiere e dell'Ufficiatura e ci
raccomandava di stare sempre, durante l'orazione, alla presenza di Dio. Se
qualche volta le capitava di notare che qualche monaca facesse qualche gesto
fuori luogo, non mancava di intervenire a tempo: ci voleva raccolte.
Madre
Candida non faceva sfoggio del suo sapere: dopo la sua morte abbiamo saputo che
suonava bene il pianoforte, l'arpa e forse altri strumenti. Era molto abile nei
ricami in seta. Ma, su tutti questi punti, accettava, ben sapendone di più, i
consigli che le venivano dati, con grande umiltà.
Aveva
molto amore per il prossimo: amava anche noi monache, indistintamente. Ognuna di
noi si sentiva la preferita, ma non si può dire che mostrasse delle
particolarità.
Non
nego che qualche monaca, in certi periodi di tempo, non si sia sentita amata da
Madre Candida. Mi riferisco a quella sorella verso la quale la Madre usava un
contegno forse più severo, per metterla alla prova. Io un giorno lo feci notare
alla Madre, lagnandomene. Ella mi rispose: “Mi lasci fare, io so quello che
faccio, ed altre espressioni del genere, dalle quali compresi che si comportava
così per provare la monaca”».
Si
legge nei suoi quaderni: «Io stupisco del mio cuore; quanto sa amare! Come può
contenere tanto amore, da sorpassare e dimenticare ogni torto senza eccezione,
e da essere felice di rendere bene per male e, con soavissima delicatezza, da
studiarsi di mostrarsi tale come se non avesse ricevuto nessun torto o alcunché
di spiacevole...
Tu
Signore mi insegnasti a compatire sempre, a scusare sempre e non solo di
fronte agli altri, ma anche nel profondo del mio pensiero e della mia anima...
Ho
potuto convincermi e toccare con mano che la carità, per essere preziosa, deve
essere accompagnata dall'amabilità e dalla cordialità...».
Aveva
per noi tutte parole che rasserenavano sempre lo spirito, quando andavamo nella
sua cella; quando ne uscivamo eravamo tutte più serene. Sapeva incoraggiarci e
confortarci ed era capace di far sparire dal nostro spirito ogni ansietà.
Si
ricorda quest'episodio: la sorella di una monaca del Monastero era
addoloratissima perché, tanto il marito, quanto l'unico figlio, avevano dato
segni chiari di squilibrio mentale; il figlio era già stato ricoverato
nell'ospedale psichiatrico.
Venne
al Monastero, ma la sorella non seppe infonderle tanto coraggio da farle
sopportare la prova. Fu chiamata Madre Candida che le disse tali espressioni e
le parlò con accenti così infuocati sulla rassegnazione al volere di Dio,
che quella signora, da allora in poi, seppe vivere rassegnata e confortata, nonostante
la grave sventura, e divenne sempre più abbandonata alla volontà di Dio.
Quando
Madre Candida era sagrestana, aveva come aiuto un'altra sorella. Un giorno la
Madre la chiamò e l'invitò ad aiutarla a tirare un cassetto molto pesante: ne
ebbe un rifiuto molto secco e sgarbato. Da quella stessa monaca ricevette, non
si sa perché, una catinella d'acqua fredda ai piedi, gettata in un momento di
stizza.
Una
volta un'altra monaca, ferita nel suo amor proprio per una correzione fattale
dalla Madre, le disse: «Si vede che lei sta perdendo la testa!». Era il tempo
in cui la Madre soffriva violente emicranie!
La
Madre soffriva molto anche per disturbi intestinali, per cui alcune avevano
pregato le sorelle di cucina di trattarla nei cibi con un po' di riguardo. Un
bel giorno però una delle cuciniere disse alle altre di non fare questo, perché
la Madre Priora doveva essere trattata come tutte le altre. La Madre venne a
saperlo, ma non se ne lamentò mai, anzi si mostrò contenta di quello che era
successo.
Di
fronte a queste spiacevoli vicende non rispondeva mai nulla e rimaneva
tranquilla e serena. Si trattava di scatti o di parole, forse permessi dal
Signore, perché in generale tutte le monache le volevano veramente bene.
Verso
i poveri che venivano al Monastero per essere aiutati, era molto generosa.
Qualche volta la comunità si trovava in gravi ristrettezze, ma il soccorso ai
poveri non fu mai negato.
Agli
operai la Madre dava una paga un po' più grande del dovuto e, se poteva,
aggiungeva anche del cibo; qualche volta donava loro anche capi di biancheria.
Trattava
le ammalate con squisita carità. I primi anni di priorato era un po' più
rigida, ma poi cambiò. Se qualcuna aveva bisogni particolari per il cibo, le
veniva incontro con materna sollecitudine; ugualmente era molto comprensiva con
quelle che dovevano stare a letto.
Suor
Margherita soffriva di eczema ulceroso ad una gamba, e questo da molti anni. La
Madre, per consolarla e per farla riposare, l'andava a trovare ogni sera, dopo
che le religiose erano tutte in cella per il riposo, e puliva e fasciava la
gamba ammalata.
Una
povera consorella invece, ammalata psichica e ricoverata in seguito in clinica,
non risparmiava a Madre Candida noie, insulti e talora dileggi. La Madre in
cambio, senza far trapelare nulla, le rispondeva con grande affetto e le offriva
i cibi migliori e le primizie che talora arrivavano al Monastero.
Quando
doveva correggere una monaca per qualche mancanza, sceglieva qualche momento
della ricreazione, e col suo fare gioviale e semplice, diceva: «Veda, nei suoi
occhi leggo una... due... tre imperfèzioni». Oppure trovava altre felici
occasioni per la correzione, che era però sempre materna. Quando invece si
trattava di cose di una certa importanza, allora chiamava quella determinata
persona e, con dolcezza, le dava la sua correzione.
In
una sola occasione soleva essere rigida e austera: quando si mancava alla
clausura. Appena però la religiosa riconosceva il suo errore, ritornava
subito dolce e amabile.
Ella
si mostrò dunque, sempre con tutte, sorella e madre, cercando sempre di agire
con grande giustizia e, soprattutto, mettendo in atto in prima persona ciò
che spesso consigliava alle altre: «Del nostro prossimo o parli bene o niente»
(PE., p. 46).
È
ovvio che questo amore verso gli altri scaturisce dall'amore verso Gesù. Così
Madre Candida confida al suo Signore: «Quando Tu entri nei cuori, muovi
all'amore! Vicino a Te il mio prossimo è un altro me, lo amo più di me» (PE,
p. 22).
Il
Signore trova in Madre Candida una grande risposta, perché ella vuole amare il
prossimo più di se stessa. E ciò in forza del fatto che Gesù la sospinge a
identificarlo con tutte le persone con cui si trova a contatto: per lei sono
tutte una presenza di Gesù!
Ella
si esprime molto bene con queste sue parole: «Siano sempre umili le tue parole,
i tuoi pensieri, i tuoi atti, tratta tutte con grande umiltà, sappi sopportare
un disprezzo, un'offesa, un rimprovero, e scordatene presto... Sii umilissima
per Gesù, per Maria. La carità più ardente, ma soprattutto operosa, te li
faccia amare; e per loro amore devi amare molto le tue sorelle. Vorrei che ti
chiamassi sempre “carità”» (PC, p. 90).
Madre
Candida usava anche prudenza per quello che concerneva la vera chiamata allo
stato religioso e ricorreva anche, se era necessario, a degli accorgimenti,
perché non voleva che entrassero al Carmelo persone senza una vera vocazione.
Una
religiosa ricorda ad esempio il fatto di una certa Suor Maria Celeste Nifosi,
vedova Ottaviano. Costei, prima di farsi monaca, era stata moglie di un certo
notaio Francesco Ottaviano, e tre delle sue figlie si trovavano già in questo
Monastero, prima ch'ella chiedesse di venirvi accolta.
La
signora volle entrare insieme alla sua quarta figlia. La Madre temeva però che
potesse trattarsi di una vocazione interessata, dovuta al fatto che già tutte
le figlie si trovavano al Carmelo.
Pensò
di assicurarsi della sua vocazione, ricorrendo a questo espediente: la signora
aveva lasciato nel mondo un figlio. Madre Candida lo mandò a chiamare e lo pregò
di far di tutto per indurre sua madre a lasciare il Carmelo. Questo avveniva
qualche mese prima della Professione della religiosa, che si chiamava Suor
Maria Celeste.
Il
figlio non si fece tanto pregare, anche perché era stato contrario in passato
all'ingresso in monastero della madre. Suor Maria Celeste non si lasciò per
nulla persuadere e fece in seguito la sua professione.
Bisogna
anche notare il fatto che Suor Maria Celeste portava al Monastero, così
bisognoso, una dote cospicua. Ma Madre Candida non si lasciava certo allettare
da questo; era in tutto una donna prudente.
Se
la prudenza è la virtù attraverso la quale possiamo conoscere i progetti e i
suggerimenti di Dio, prima valutandoli, applicandoli alla vita e infine prendendo
una decisione, Madre Candida seppe davvero esercitare la prudenza in tutte e tre
queste fasi: la conoscenza, la valutazione, la decisione.
Anzitutto
si sforzava di conoscere la volontà di Dio: la trovava nella sua preghiera
contemplativa e nell'orazione, secondo il vero stile della vita carmelitana.
Dice in proposito: «... Se si sapesse quanto è prezioso il silenzio e il
raccoglimento dello Spirito... Ascolta nel raccoglimento ciò che Dio ti
chiede e corrispondi con fedeltà alla grazia» (LI, p. 107).
«Ama
il silenzio, sii parca di parole e ascolterai il Verbo Eterno» (PE, p. 71).
La
prudenza consiste infatti primariamente in questo mettersi in ascolto del Verbo
Eterno, per lasciarsi istruire da Lui e corrispondere con fedeltà alle sue
richieste. Questo ascolto nutre la vita; diventiamo così persone prudenti,
sagge, capaci di discernere in ogni circostanza il volere di Dio.
Madre
Candida osservò anche il voto di povertà in modo meraviglioso; non chiedeva
mai nulla, anche se ne aveva bisogno. Così, durante l'inverno, non chiedeva o
indumenti o biancheria più pesante; l'accettava unicamente se gliela offrivano.
Pur
essendo Priora per lunghi anni, e potendo di conseguenza fare uso direttamente
di vari oggetti, nulla prese mai con le sue mani, ma chiedeva tutto alla monaca
incaricata per l'occasione. Perfino nell'uso dei libri si accontentava
dell'indispensabile: teneva il libro di lettura in cella, e qualche eventuale
libro, solamente per il tempo necessario alla consultazione e alla lettura,
riponendolo tosto in biblioteca.
Leggeva
in generale vite di santi e prevalentemente libri di ascetica o di mistica. La
sua cella era semplice e nuda: due sedie, un pagliericcio e il catino per
lavarsi. Per spirito di povertà, prima di fare qualche spesa, rifletteva e
cercava di spendere il meno possibile. Anche per l'acquisto di quanto serviva
alla Comunità si atteneva all'indispensabile, stimando superflua l'eccessiva
preoccupazione di provviste.
Ella
aveva appreso da Maria il senso e lo stile della povertà. La Madonna si
presenta come la creatura più povera della terra, ma, proprio per questo, anche
come l'essere più libero del mondo. La povertà liberamente scelta e non
subita, libera il nostro essere da ogni legame di asservimento alle realtà
materiali e lo slancia verso l'avventura d'amore, che il Signore prospetta al
nostro essere.
La
Vergine vive intensamente la povertà in tutta la sua vita. L'atto supremo della
sua povertà è sul Calvario, quando Gesù fa comprendere a Maria che deve
tare dono del suo Figlio all'umanità; attraverso il dono di quello che le è più
caro, può divenire Madre di tutti gli uomini.
Madre
Candida vuole partecipare a questo dolore di Maria ai piedi della Croce, per
imparare dalla Vergine anche il senso della spoliazione di sé, per donarsi a
Dio e al prossimo. Ella sente di dover offrire se stessa a Dio proprio
attraverso il voto di povertà, interpretato appunto come rinuncia volontaria ad
ogni cosa e come donazione di sé a Gesù, che è l'unica vera ricchezza
dell'umanità. Dice: «Mi pareva tanto bello essere povera e vivere di fiducia e
di abbandono. Ritenevo i poveri le persone più felici, perché possono riposare
nelle mani, sul seno del Padre che è Provvidenza» (NSC p. 94).
Ecco
come tratteggia ancora la virtù della povertà: «Essere povera di tempo, della
propria libertà, privarsi della soddisfazione di dare qualcosa, vedersi
togliere ciò che faceva comodo, senza parlare o protestare, lasciarsi
caricare di lavoro o caricarsene con l’obbedienza; amare, economizzare il
tempo per trarne maggior guadagno; scegliere il meno e il peggio, quando ci è
concesso di scegliere» (ES, p. 77).
Già
abbiamo accennato alla grande fortezza di Madre Candida nel sopportare ogni cosa
per amore: dolori fisici, morali e spirituali.
Una
religiosa racconta che si era alla vigilia di S. Giuseppe; il giorno dopo ci
sarebbe stata la festa della velazione di Suor Maria Amata.
La
Madre ricevette in quel giorno una lettera dalla sua famiglia. Quando di sera la
religiosa andò dalla Madre per chiederle non si sa quale permesso, la trovò
come assorta in un profondo dolore. Quando si accorse che qualcuno entrava in
cella, Madre Candida piegò una lettera e la nascose, mentre il suo volto
diventava sereno come al solito. La religiosa chiese con segni di che si
trattasse, ma non ne venne a sapere nulla.
L'indomani
ci fu la cerimonia della velazione e la normale festa in famiglia, e, a sera, la
Madre stessa distribuì ricordi e dolci. Durante il giorno la stessa suora
insistette per sapere qualcosa a proposito della lettera. Solo il giorno dopo,
per l'insistenza della religiosa stessa, la Madre finalmente le disse che le
era morta la sorella Luisa, proprio quella da cui ella era stata aiutata
materialmente e spiritualmente.
Dopo
un paio di giorni, la suora, recatasi a trovare ancora la Madre, la trovò con
un'altra lettera ancora in mano e con le lacrime agli occhi. La Madre allora,
facendosi forza, le comunicò che era morta anche la sua nipote Giuseppina,
figlia della sorella Luisa.
La
giovane non aveva avuto la forza di sopravvivere alla morte della madre ed era
morta anche lei per il grande dolore; nella stanza, in due letti, giacevano e la
madre e la figlia.
Nonostante
questo grave e intenso dolore, la Madre partecipò a tutti gli atti comuni,
proprio come se nulla fosse successo. Il fatto avvenne nel 1943.
Già
nel 1929, il 10 settembre, al suono dell'Ave Maria, mentre la Madre era in
Comunità, sentì ad un tratto come un tonfo al cuore. Ebbe la grave percezione
che il Signore le chiedeva qualche grave sacrificio, ma si ricompose in
perfetta calma.
Dopo
qualche giorno infatti, la famiglia della Madre scriveva al sacerdote Giorgio La
Perla che il 10 settembre era morto Cristoforo, il fratello di Madre Candida.
Il
Padre ne diede comunicazione alla Madre per mezzo di sua sorella, che a sua
volta pregò una religiosa di darle la notizia. Quando questa fece per comunicarglielo,
ella rispose: «So quello che deve dirmi», e accolse la triste notizia con
grande calma. Scrisse però poi al suo Direttore Spirituale: «Il mio cuore
sanguina... Sì il dolore mi ha come sommersa in certi istanti... ma altamente
benedico ciò che Gesù ha fatto».
Grande
fortezza dimostrò anche in altre diverse situazioni. Osservò ad esempio i
digiuni prescritti dalla Regola, sempre e tutti, anche con grande sacrificio e
benché talvolta si trovasse seriamente ammalata. Dava al suo corpo il minimo
riposo e si comportava in modo che le sorelle pensassero che questo non le
costasse che ben poco.
Madre
Candida era sempre pronta a partecipare agli atti comuni, anche a costo di
grossi sacrifici. Se la fortezza esprime la voglia di andare avanti ad ogni
costo, senza lasciarsi prendere dalla pigrizia, dalla paura o dalla viltà,
Madre Candida fu un carattere forte e non si lasciò mai fermare da niente e
da nessuno, nel seguire la strada che Dio le aveva indicato. La fortezza di
Madre Candida è strettamente legata alla mitezza evangelica, che consiste nella
capacità di resistere al male, non con una sterile passività, ma con la
forza di ricambiare il male con il bene. Mitezza e fortezza sono le due facce di
un'unica realtà ed esprimono la potenza dell'amore di Dio, che si manifesta non
nella verità della forza, ma nella forza della verità, che è essenzialmente
l'Amore.
Da
dove trae Madre Candida questa fortezza interiore ed esteriore? La risposta
non può essere che una: da Dio. Offrendosi completamente a Lui e lasciandosi
guidare unicamente da Lui, ella si uniforma in tutto alla Volontà di Dio, e sa
con certezza che Dio non l'abbandonerà.
Ecco
come si esprime a questo riguardo: «Nelle contrarietà non piangere, ma dà a
Gesù il tuo sorriso di uniformità, ed Egli penserà a tutto» (LI, p. 101).
La
fortezza si acquisisce valorizzando le croci di ogni giorno, piccole o grandi
che siano. In questa luce ascoltiamo questa bella espressione di Madre Candida:
«Se io ti carezzo, canta: Io sono là. Se io ti provo, canta ancora: Io ti sono
più vicino. Se lo ti crocifiggo, canta più forte: noi siamo insieme» (LI, p.
30).
Madre
Candida non perde la sua fiducia incrollabile nella potenza dell'Amore di Dio,
che vede riflettersi particolarmente nell'Eucaristia: «Tutto passa con Gesù
Sacramentato; le pene si dileguano, l'anima riprende forza e se la prova o il
dolore non cessano, diventano però sopportabili, anzi dolci, per la soavità
che scorre nella divina Eucaristia» (TAE., p. 23).
Per
questo ella riuscì a vivere con grande pace anche le tante prove a cui fu
sottoposta durante la vita in Monastero. Se da un lato infatti, il Carmelo rappresentò
per lei una vera oasi di pace, dall'altro la mise anche in situazioni che
mettevano a dura prova le sue virtù. Tra le altre ci fu quella di non aver più
rivisto, fino alla morte, i suoi fratelli e familiari, che non risposero
nemmeno alle sue lettere.
Vedremo
poi soprattutto la forza d'animo che ebbe, nella sua ultima malattia, quella che
la portò alla morte.
Tra
le sue prove ci fu anche questa: nel 1946 vennero a Ragusa, in un nuovo
Convento, i Padri Carmelitani: da allora il sacerdote La Perla cessò ogni sua
attività apostolica nel Monastero, dove era stato cappellano, confessore,
direttore di spirito e maestro. La Comunità, con Madre Candida, soffrì per il
suo allontanamento ed anch'egli ne soffrì molto.
Ma
un giorno la Madre disse: «Il Padre La Perla ritornerà ad essere nei nostri
riguardi, quasi come prima».
Così
difatti avvenne, in modo inspiegabile, proprio per insistenza del Priore dei
Carmelitani. Fu una grande gioia per tutta la Comunità. Si trattò di una delle
previsioni di Madre Candida: ne ebbe in vita diverse altre.
Madre
Candida, fin da giovane, era stata sempre molto obbediente ai suoi genitori.
Divenuta religiosa, era obbediente alla Madre Maestra, alla Priora, al confessore
e a tutte le sue consorelle. Faceva veramente la volontà di tutte, procurando
di mostrarsi, e più ancora, di essere veramente obbediente a tutte.
Si
sentiva sempre legata all'obbedienza, senza ammettere eccezioni.
Un
giorno, ad esempio, Suor Candida faceva osservare alla Madre Priora, Madre
Immacolata, il senso di disordine che dava una religiosa, che non sapeva
appuntare il soggolo con lo spillo, come erano solite fare tutte. Madre
Immacolata le disse per mortificarla: «Provi anche lei a tenere il soggolo
senza spillo».
Per
tutta la vita Madre Candida si sentì legata a questo desiderio della Priora e
portò il soggolo senza spillo.
Per
lei non erano necessari comandi, bastava un semplice desiderio. E così ubbidì
ad una suora, la quale, pensando di fare cosa gradita, le aveva preparato
della frutta un po' abbondante. Benché la Madre non si sentisse bene, obbedì
al desiderio della suora che le aveva raccomandato: «La mangi tutta, l'ho preparata
io stessa». Ne soffrì in seguito le conseguenze, con veri disturbi
intestinali.
La
prontezza nell'obbedire le faceva rinunciare anche a ciò che più le poteva
essere di godimento spirituale, come il potersi fermare davanti a Gesù Eucaristia;
lasciò scritto in proposito: «Non vorrei dare alla presenza innanzi al Tabernacolo
un solo minuto di più di quello che l'ubbidienza mi assegna, né avrei il
coraggio di stare ai suoi piedi, quando un dovere anche minimo o la carità mi
chiamano altrove».
Ecco
allora in cosa consiste l'ubbidienza: nell'uniformare la propria volontà a
quella di Gesù, con un atto libero della volontà, con docilità e sottomissione,
unifòrmandosi a Cristo nell'amore.
«Lo
amo perché voglio tutto ciò che Lui ha voluto e vorrà per me: voglio
adempiere la sua volontà fino all'ultimo, con la sua divina grazia, della
quale sono certa.
Lo
amo per se stesso e voglio servirlo senza mercede. Spero di spogliarmi sempre
più di me stessa per vivere e morire unicamente della Sua Santissima Volontà»
(NSC, p. lol).
Madre
Candida ci insegna che dobbiamo vestirci perennemente della volontà di Dio,
perché obbedendo ad essa, realizziamo il nostro vero bene.
Madre
Candida cominciò a godere dell'orazione di quiete quand'era ancora nel mondo e
con grande frequenza. Ella stessa dice: «Sì, quante volte, mentre tutto è
tenebra e aridità in me, avviene tosto nel mio cuore qualcosa di divino...
Stavo ancora in famiglia e le acque purissime del Cuore del mio Bene,
diluviando in me, ma proprio così sensibilmente, come sentirsi addosso il
riversarmisi di acqua fresca, imbalsamavano di purezza grande e di soavità
divina il mio cuore, la mia anima, tutta me stessa. Di tali grazie Gesù me ne
ha fatto assai dono» (NSC).
Che
si tratti di dono gratuito, e cioè di orazione infusa, lo si deduce dal fatto
che le viene concesso all'improvviso, senza alcuna sua preparazione o predisposizione,
in situazioni o ambienti che sembrano i meno favorevoli.
Il
primo frutto di queste comunicazioni divine è il bisogno di vivere al di
dentro, e la sete di silenzio. Un sacerdote le ha insegnato a rinchiudersi nella
cella del suo cuore e a vivere ivi alla presenza del Signore. E Gesù le concede
di «sentirsi vicino al suo Cuore e di sentire il calore del suo petto».
Le
comunicazioni di Dio si fecero così in lei sempre più frequenti e intense. In
certi momenti le sembrava che non ci fosse più «alcuna separazione tra lei e
Gesù». Molte grazie del genere erano legate al suo amore per l'Eucaristia; nei
suoi scritti parla diverse volte di questi doni. Dice a proposito: «... Ho
provato sensibile e dolce la mia unione con Lui... una volta mi parve che Gesù
mi accostasse di più al suo Cuore».
Un'altra
volta dice: «Dopo la santissima Comunione... sentii come un sottile raggio
passarmi il cuore...; la cosa si ripeté a lungo, apportandomi consolazione e
piacere...».
Diverse
altre volte accenna a queste grazie, che riferisce per obbedienza al suo confèssore,
senza voler che egli pensi a cose straordinarie. Spesso, quando riferisce
esperienze nuove del genere, dice esplicitamente di non sapere se sono dipese
da lei e non esclude che si tratti di fatti naturali.
Sta
di fatto che queste grazie si irradiano anche al di fuori e hanno una profonda
eco nella sua condotta esterna e nella sua vita spirituale; quando fu in
Monastero crebbero in frequenza ed in intensità.
Anche
in occasione della sua Vestizione religiosa e della sua professione, ella
accenna a questa presenza di Dio che le si fa vicino: In un giorno di ritiro,
Gesù mi fece dono di un piccolo raggio sul mistero dell'augustissima Trinità.
Questa Triade di amore divenne così, a via di grazie, la santa follia
dell'anima mia, sì che solo a sentirla nominare... mi sentivo subito prendere
da quella Immensità; sentivo in me luce e calore, brama di inabissarmi, e le
lacrime tante volte non potevano essere trattenute» (NSC).
Mentre
si confessava, alla vigilia della festa della SS.Trinità, vide la sua anima
illuminata dalla grazia, come posseduta da Dio presente nel suo centro. Ne
rimase estasiata, piena di riconoscenza per il Signore e di felicità intima.
Madre
Candida trovò in questi favori celesti un motivo di più per impegnarsi con
tutte le sue forze nella ricerca della perfezione religiosa.
Ma
non le mancavano poi le prove; dopo questi periodi di fervore e di gioia, venne
colta da periodi di vera oscurità, da tentazioni, da ripugnanze, da aridità
e tenebre, come ben descrive S. Giovanni della Croce nelle «notti oscure dello
spirito». La persona si trova allora di fronte a realtà nuove, ad un nuovo
modo di operare di Dio, che la sorprende e la disorienta: scopre attraverso
questo, tante imperfezioni che non sapeva di avere, si sente oppressa dalla
paura di venire respinta da Dio stesso.
Madre
Candida sopportò con umiltà e rassegnazione la sua lunga purificazione di
spirito, che continuò anche dopo la Professione Solenne. Sofferenze
purificatrici e grazie singolari contribuirono quindi armonicamente, secondo il
piano di Dio, alla sua maturazione interiore, associandola così all'opera
redentrice di Cristo.
Si
tratta di fenomeni non essenziali alla vita di perfezione, che hanno come
carattere fondamentale la passività, perché non dipendono dall'iniziativa
umana, ma sono causati da Dio in modo misterioso e vitale: l'anima si trova
sotto l'azione dello Spirito Santo.
Madre
Candida diceva sempre che sarebbe morta nel mese di giugno, da semplice suora e
non da Priora. Da allora le sorelle, ogni anno, passato il mese di giugno,
scherzavano con lei, perché doveva ancora attendere prima di morire almeno un
anno.
Ad
una consorella che temeva che la Madre potesse morire di notte, ella serenamente
rispose: «Morrò di giorno, di pieno giorno, e in un giorno di festa».
La
previsione si avverò in pieno.
Negli
ultimi tempi della sua vita si capiva esternamente che non stava bene, ma ella
continuò ugualmente a prender parte alla vita della Comunità; qualche volta
non scendeva in refettorio, perché non riusciva a mangiare. Era come un'ombra
che si aggirava nel Monastero: pallida e gialla in viso, ma pur sempre amabile
e sorridente.
Trascorsero
alcuni mesi: eseguiva le prescrizioni del medico con esattezza, benché fosse
sicura che il male che le era stato diagnosticato non era in realtà quello
vero. Le avevano detto infatti che aveva un'orticaria, mentre si trattava di
ben altro: aveva un carcinoma al fegato.
Ma
in lei si notava una profonda indifferenza e un grande distacco. La Madre si
intendeva molto di medicina e talvolta curava lei stessa le piccole infermità
delle sorelle.
Una
volta, durante la malattia, ci disse: «Se in punto di morte mi vedrete
piangere, non vi meravigliate. Piangerò per la grande gioia di andare in cielo
e per la tenerezza che sento nel lasciare voi».
La
sera dello stesso giorno, scesa in ricreazione, fu colpita da uno svenimento.
Riavutasi alquanto, noi la scongiurammo a non voler scendere sola in coro di
notte. Alle nostre affettuose insistenze rispose: «Come sarebbe bello morire ai
piedi di Gesù!». Era proprio molto sofferente e ammalata.
Alla
festa dell'Ascensione stava tanto male che non poté scendere per fare la
Comunione. Aveva ascoltato la S. Messa dal coro superiore e le era stata amministrata
la S. Comunione in cella. Verso le 15.00 le fu amministrata la S. Eucaristia in
forma di Viatico.
Aveva
ricevuto il giorno prima l'Unzione degli Infermi, amministratale da Padre
Casimiro. Chiese perdono alla comunità, con parole che commossero le religiose
fino alle lacrime. Era serena, contenta e seguì lo svolgersi della cerimonia
partecipando a tutte le preghiere.
Una
grande pace traspariva dal suo volto. In seguito per parecchi giorni notammo in
lei qualcosa di diverso, quasi fosse diventata una bimba semplice e serena.
Un
giorno però ci disse con un tono ed una espressione che straziavano il cuore:
«Sorelle mie, se sapeste..., se sapeste quello che soffro... pregate per me...
aiutatemi... soccorretemi...! Madre mia Maria, aiutami! Gesù, grazie di queste
sofferenze!».
«In
un'altra occasione, quasi comprendendo il mio desiderio di sapere quale sarebbe
stata la sua missione dopo la morte - dice una sorella - disse, quasi marcando
le sillabe: “In cielo pregherò per i religiosi... sì, pregherò, perché mi
fa pena vederli tanto occupati nell'apostolato esterno, senza aver tempo di
pensare alle anime loro!...”».
«La
pregai un giorno - testimonia sempre la religiosa - di scrivere ai suoi
familiari, per avvisarli del suo grave stato di salute. Mi rispose: “Stefano e
Antonietta non possono viaggiare, quindi la notizia per loro sarebbe
un'agonia... Non ci pensi - aggiunse - andrò io a consolarli”».
Benché
amasse molto i suoi cari, specialmente la sorella Antonietta, pure, avendo
saputo di una loro prossima venuta al Monastero, pregò il Signore che vi
mettesse ostacolo. Egli la esaudì. Difatti, durante trenta anni della sua vita
religiosa, mai i suoi parenti la videro, benché parecchie volte si
ripromettessero di venire da lei: all'ultimo momento nasceva sempre qualcosa che
li impossibilitava.
Il
vero motivo erano le preghiere di Madre Candida «che voleva dare a Gesù
l'intero olocausto di tutti i suoi affetti».
Arrivò
davvero l'ultimo giugno della sua vita. Un giovedì, alla fine della
ricreazione, la Madre Priora condusse tutta la Comunità presso l'inferma. Desiderava
che benedicesse tutte le sorelle.
L'ammalata
sembrava non capisse. La Priora replicò: «Madre, le benedica per obbedienza!
È stata tanto ubbidiente, ubbidisca anche questa volta!». Ella, dopo qualche
replica, alzò maternamente la mano, facendo un largo segno di Croce e dicendo,
con voce commossa: «Sì, vi benedico con tutto il cuore: vivete da carmelitane,
per amore di Gesù e... di me! Siate perfette! Perfette! Perfette!».
Una
suora un giorno le disse: «Madre, con tante sofferenze, fa quaggiù il suo
purgatorio»; un'altra soggiunse: «Altro che purgatorio! Chissà quante anime
sta salvando per Gesù! Una legione, non è vero?».
E
Madre Candida: «Una legione! Oh no! Così poco?... Tutte le anime vorrei
salvare! Del resto io soffro per amore e Gesù può farne quello che vuole!».
Durante
la malattia spesse volte diceva parole di ringraziamento, perché il Signore la
visitava con quel male: «Padre celeste tutto mio, che pensieri delicati avete
per me. Grazie, grazie! Tutto per amore, per Suo grande amore!».
Negli
ultimi giorni non poté più ingerire né cibo né bevande, perché non li
tollerava più per i suoi forti dolori. Gli ultimi due giorni furono terribili
per le sue grandi sofferenze.
Quando
gli spasimi si fecero più acuti, Padre Casimiro, venuto per darle
l'assoluzione, le chiese come stesse. Ella esclamò: «È il parossismo, Padre!».
Gridava
e gemeva forte, ma le sorelle (le avevano anche, senza alcun effetto, fatto
un'iniezione di morfina) si sentivano impotenti di fronte a tanto dolore.
Padre
Casimiro diceva: « In 25 anni di sacerdozio non mi è capitato mai un caso
simile, di assistere cioè ad un'agonia così straziante!».
Alla
fine, invitata dall'obbedienza, invocò Maria. Aveva gli occhi aperti,
immobili... Per circa 20 minuti sembrò immersa nella contemplazione... era
serena, sorridente, cambiata. Le suore pregarono il sacerdote La Perla di venire
al suo capezzale. Egli la invitò a partire da questa terra quasi per
obbedienza: solo allora, circondata da noi tutte, il 12 giugno 1949, festa della
SS. Trinità, alle 12.20, Madre Candida rese serenamente la sua anima a Dio.
«Quando,
dopo il Vespero - racconta una suora - la Comunità rientrò nella cella della
morta, ebbe di fronte uno strano spettacolo: Madre Candida sembrava
ringiovanita e aveva un aspetto fresco, come fosse una bambina: aveva un sorriso
che infondeva pace e gioia».
La
salma così composta in coro, tra fiori e candelabri, rimase esposta davanti
alla grata aperta fino alle cinque pomeridiane del martedì successivo,
acclamata da tutti quale santa. La ressa del popolo fu tale che tutti
desideravano far toccare alla salma oggetti di devozione, vestiti di bambini
ammalati ecc. ecc., stancando così le stesse monache che pregavano al suo
fianco.
Quando
la porta della clausura si aprì, mille braccia si protesero per accoglierla,
disputandosi l'onore di portarla al cimitero sulle spalle, mentre tutti ripetevano
con acclamazioni entusiastiche: «La santa, la santa!».
Il
trasporto della salma fu un vero trionfo e quando passava per le vie della città,
molti ripetevano: «Passa la santa!».
Venne
sepolta nella tomba del sacerdote Giorgio La Perla.
Coloro
che la conobbero ebbero per lei il concetto di una santa, stimandola molto per
le sue virtù e i suoi doni.
Già
durante la sua vita la gente di ogni condizione veniva da lei a prendere
consiglio e a raccomandarsi alle sue preghiere. Specialmente durante il periodo
di guerra, tante donne venivano a trovarla; altre scrivevano, chiedendo
preghiere e perfino notizie sui figli che si trovavano in guerra o dispersi.
Molte
grazie e qualche miracolo vengono attribuiti all'intercessione di Madre Candida:
fra queste merita particolare rilievo la guarigione improvvisa del sig.
Francesco Bocchieri, residente a Ragusa. Questi, affetto da tumore al cervello,
dopo essere stato sottoposto alla visita del prof. Sortino di Ragusa e del
prof. Piero di Catania, voleva recarsi a Milano per sottoporsi ad operazione
chirurgica.
Durante
una delle notti precedenti il viaggio, Madre Candida, in sogno, gli disse di
fermarsi a Ragusa. Egli iniziò una novena alla Madre e al terzo giorno guarì.
Anche
una delle sue consorelle, Suor Maria Margherita, affetta da eczema purulento
al piede destro, dichiarata incurabile, due giorni dopo il funerale, una
mattina, con sua grande sorpresa, si ritrovò il piede completamente guarito.
Ottenne
la guarigione da un male grave anche una nipote stessa della santa; ma grazie e
guarigioni se ne ebbero tante anche in seguito, di bambini, di giovani e adulti.
Alcuni
fedeli ci hanno chiesto qual è lo sviluppo del processo che conduce alla
canonizzazione di un battezzato. Quanto segue, traccia le grandi tappe del
percorso.
La
procedura con la quale la Chiesa cattolica proclamava che uno dei suoi figli
era Venerabile, Beato Santo è cambiata nel corso dei tempi.
Il
papa Giovanni Paolo II ne ha semplificato le regole il 25 gennaio 1983, con la
Costituzione apostolica Divinus perfectiónis Magister, per permettere uno
svolgersi più rapido e per dare il posto principale alle Chiese locali
(Diocesi).
La
prima condizione che permette di pensare ad una procedura è la fama di santità
del Servo di Dio (è l'espressione usata ufficialmente), dopo la sua morte.
Questa fama può durare e perfino ingrandirsi. Quelli che hanno conosciuto la
persona, parlano del suo irraggiamento spirituale, dell'esemplarità della sua
vita, della sua influenza positiva, della sua fecondità apostolica, delle
circostanze della sua morte... Alcuni desiderano che la sua santità sia
riconosciuta dalla Chiesa. È necessario allora, con l'aiuto di un postulatore
(o di un vice-postulatore), rivolgersi al Vescovo del luogo dove è morto il
candidato alla santità (o del luogo dove egli è vissuto).
Il
Vescovo valuta il bene autentico di questo passo, interrogando i testimoni e
facendo esaminare gli scritti pubblicati dal Servo di Dio.
Egli
interroga anche i Vescovi della regione apostolica sull'opportunità di
un'eventuale canonizzazione. Se tutte le condizioni preliminari sembrano concordi,
il Vescovo può allora introdurre la causa in vista della canonizzazione. Per
questo bisogna nominare un tribunale composto da un suo delegato, da un promotore
generale della fede e da un notaio attuario, aiutato da notai aggiunti, se
necessario.
In
certi casi il Vescovo nominerà ugualmente una commissione di storici,
incaricata di riunire tutti gli scritti del Servo di Dio e tutti i documenti che
lo riguardano in qualsiasi modo. Questa commissione deve esprimere un giudizio
sull'autenticità e il valore dei documenti, e sulla figura del candidato alla
santità, quale appare in questa documentazione. Il Vescovo presiede la
sessione di apertura del processo, dove i diversi attori prestano giuramento.
Il
tribunale è incaricato di investigare sulla vita e sulle virtù del Servo di
Dio. Raccoglie i giuramenti, le testimonianze di quelli che hanno conosciuto il
candidato alla santità e anche il lavoro della commissione storica. Tutte le
informazioni vengono raccolte.
Vengono
poi sigillate nel corso di una sessione di chiusura, presieduta dal Vescovo. Il
dossier completo è allora portato a Roma, alla Sacra Congregazione per le Cause
dei Santi.
Per
appoggiare la documentazione ricevuta, un membro della Congregazione prepara una
Positio (specie di sintesi). Questo documento sarà quindi studiato da un
gruppo di teologi; se il loro giudizio è favorevole, il dossier sarà allora
dato ai Vescovi e ai Cardinali della Congregazione. Se il giudizio di questi
ultimi è ugualmente favorevole, il Santo Padre decreta l'eroicità delle virtù.
(Le virtù del Servo di Dio che diventa Venerabile).
Se
il Venerabile è anche Martire, diventa subito Beato; altrimenti è necessario
che un miracolo, dovuto alla sua intercessione, sia riconosciuto. Perché un
miracolo avvenga, una commissione di medici deve attestare il carattere
naturalmente ingiustificabile della guarigione; in seguito una commissione di
teologi si pronuncia sul carattere miracoloso o meno della guarigione. In
seguito a questa proclamazione, il Beato è iscritto nel calendario liturgico
della sua diocesi o della sua famiglia religiosa, nel giorno anniversario della
sua morte.
Un
secondo miracolo è necessario perché il Beato sia dichiarato Santo. È allora
iscritto nel calendario della Chiesa universale.
L'ORDINE
DEL CARMELO UN CARISMA PER IL TERZO MILLENNIO
L'ORDINE
DEI CARMELITANI SCALZI
A
differenza di altri Ordini religiosi, l'Ordine del Carmelo non si rifà a un
fondatore ben distinto, quanto piuttosto a un gruppo di iniziatori, i cui nomi
non ci sono pervenuti. Nel XII secolo alcuni pellegrini, probabilmente
ex-crociati, si erano stabiliti sul Monte Carmelo, in Terra Santa, per vivere
nell'imitazione di Cristo, sullo stile del profeta Elia e il modello della
Vergine Maria. Qui costruirono una chiesetta dedicata a Maria e, attorno ad
essa, il loro eremo. Tra il 1206 e il 1214, dietro loro richiesta, il Patriarca
di Gerusalemme, Sant'Alberto, diede loro una norma di vita. Dopo pochi decenni,
però, furono costretti a trasferirsi in Occidente, a motivo dell'espansione
islamica. Con la caduta del regno latino di Gerusalemme (1291) sfumò
definitivamente la speranza di un ritorno nella terra d'origine. L'Ordine, sorto
come eremitico, si avviò inevitabilmente verso la trasformazione in Ordine
mendicante.
Nei
secoli XIV e XV i Carmelitani seguirono nelle grandi linee lo sviluppo e il
declino degli altri Ordini mendicanti, fino a giungere ad un progressivo rilassamento
della vita religiosa, sfociato poi nelle mitigazioni della Regola.
Movimenti
di riforma iniziarono già nella seconda metà del secolo XV (Mantova e Albi).
È in questo periodo che, sotto il Generale Giovanni Soreth (1394-1471),
vennero fondate le Monache Carmelitane. La riforma che ebbe maggiore sviluppo,
fu quella avviata in Spagna da Santa Teresa di Gesù; fondando nel 1562 il
monastero di S. Giuseppe, ad Avila, ella riprese la Regola di sant'Alberto nella
sua forma primitiva. La riforma teresiana, grazie all'adesione di San Giovanni
della Croce, nel 1568 si estese anche al ramo maschile. Non compresa e non
accettata da parte dell'Ordine, la riforma dovette chiedere a Roma la
separazione giuridica (1593). Da allora esistono due famiglie religiose, i
Carmelitani dell'antica osservanza e i Carmelitani Scalzi o Teresiani, ciascuna
con le sue Costituzioni e un governo proprio. Nel 1600, i Carmelitani Scalzi
d'Italia venivano eretti da Clemente VIII nella Congregazione di S. Elia, che
assumeva un marcato carattere missionario.
Già
due anni dopo la morte di Santa Teresa (1582), i Carmelitani Scalzi giungevano a
Genova, per fondare il primo convento dell'Ordine fuori di Spagna; animatore
dell'impresa era P. Nicolò Doria. Da questo convento di S. Anna presto il
Carmelo teresiano si sarebbe diffuso per tutta l'Europa; nel medesimo tempo,
dalla Spagna e dal Portogallo, si partiva per fondare in America Latina. Anche
le Monache Scalze vennero a Genova, nel 1590, diffondendosi poi per tutta
l'Italia e l'Europa e giungendo anche a Praga.
La
riforma introdotta da Santa Teresa e da San Giovanni della Croce volle essere
una superiore quanto delicata fusione tra l'ideale contemplativo, proprio dei
primi eremiti del Monte Carmelo, e l'ideale apostolico che animò
profondamente i due Santi riformatori. Questa mirabile sintesi spirituale può
essere schematizzata nei seguenti binomi: intensa ricerca di Dio, proteso
sull'uomo, e grande attenzione all'uomo, assetato di Dio; comunione con Dio,
alla sequela di Cristo, e comunione con la Chiesa, seguace di Cristo;
riposo
dell'animo nella pratica dell'orazione e sforzo ascetico di purificazione;
*
quiete in Dio e inquietudine per la salvezza del mondo;
*
gusto delle cose spirituali e senso del concreto;
*
solitudine, silenzio, ritiro e zelo delle anime, dottrina universale, slancio
missionario.
La
spiritualità del Carmelo si basa sulla dottrina di Santa Teresa di Gesù e di
San Giovanni della Croce, proclamati Dottori della Chiesa, ed è unanimemente
riconosciuta come il supporto fondamentale della teologia ascetica e mistica.
Questa dottrina, che prende il nome di Scuola teresiana, è stata
successivamente arricchita dall'esperienza e dagli scritti di altre figure carmelitane,
quali Santa Teresa di Gesù Bambino (dal 1997 Dottore della Chiesa), la beata
Elisabetta della Trinità e Santa Teresa Benedetta della Croce. Caratteristico
della spiritualità carmelitana è lo spiccato cristocentrismo. Al cuore della
vita spirituale risplende la figura di Cristo, che l'anima cerca per mezzo delle
virtù teologali (fede, speranza, amore) e ascetiche (umiltà, carità,
distacco) intraprendendo il cammino dell'orazione amorosa. Da questa
spiritualità profondamente mistica e coraggiosamente ascetica fiorisce, fin dal
XVII secolo, l'ideale missionario. Basti pensare che la prima Congregazione di
Propaganda Fide (1600) fu in gran parte opera dei Carmelitani Teresiani, ed ebbe
il notevole apporto dal grande missionario spagnolo Tommaso di Gesù. I primi
missionari italiani si recarono in Persia (1604); in seguito fondarono a Malta,
nelle Indie, in Mozambico e Madagascar, in Cina ed Estremo Oriente.
Originaria
e fòndamentale è la consacrazione dell'Ordine a Maria, Madre e Regina del
Carmelo. Segno di questa speciale consacrazione alla Vergine è lo Scapolare,
che ogni religioso indossa come parte del suo abito, poiché è proprio della
madre vestire i figli. Innumerevoli sono i laici iscritti alla Confraternita
dello Scapolare; vi fanno parte tutti coloro che desiderano raggiungere la
santità dentro quel solco che è il Carmelo, nutriti della sua spiritualità e
sostenuti dalla sua preghiera.
"Teresa
(1515-1582) intraprese la Riforma Carmelitana nel 1562. Influì grandemente
sulla spiritualità di San Giovanni della Croce, e, benché più anziana di lui
di circa trent'anni, subì a sua volta l'influsso spirituale di colui che ella
chiamava affettuosamente
“il
mio piccolo Seneca” e "una delle anime più pure e sante che Dio abbia
nella sua Chiesa". Santa Teresa è grande maestra della vita di orazione
avendoci lasciato nelle sue opere la descrizione precisa e affascinante della
sua esperienza personale.
La
sua profonda amicizia con Gesù si dà ardore apostolico sempre più grande
per la Chiesa e per le anime. Sul letto di morte dirà: "O Signore.
finalmente è ora d'incontrarci!"; e ancora: "Sono Figlia della
Chiesa!". Maestra d'orazione, è proclamata Dottore della Chiesa nel
1970. Pur di salvare un'anima sola darei nulle volte ia vita.
Compagno
di Santa Teresa nella sua opera di riforma dell'Ordine, Giovanni della Croce
(1542-1591) è il primo Carmelitano Scalzo.
Dottore
dell'Assoluto, è forse il più grande tra i mistici cristiani: ne sono prova
la sua vita e i suoi scritti. “Quelli che sono molto attivi e che pensano di
abbracciare il mondo con le loro prediche e con le loro opere esteriori,
ricordino che sarebbero di maggior profitto per la Chiesa e molto più accetti a
Dio se spendessero almeno la metà del tempo nello stare con lui in orazione.
Allora, con minor fatica, otterrebbero più con un'opera che con mille”
(Cantico Spirituale, 28,3).
“Per
una conversazione tanto interiore quanto è quella che si fa con Dio, si deve
scegliere il luogo che meno occupi e attiri a sé il senso... Per tale motivo è
utile un luogo solitario e anche impervio perché lo spirito si unisca fermamente
e direttamente al Signore senza essere impedito e trattenuto dalle cose
visibili” (Salita al Monte Carmelo, 3.39,2).
"Gesù
Cristo disse ai suoi discepoli di non usare molte parole nella preghiera, e
raccomandò caldamente loro di perseverare nella preghiera" (Salita al
Monte Carmelo 3.44,4).
La
dottrina di questa giovane carmelitana di Firenze (1747-1770) è una cosa sola
con la sua vita: ha voluto consumare nel silenzio e nel nascondimento la sua esistenza
per quel Dio, che a lei si era comunicato come il più grande Amore.
Il
Vostro cuore sarà l'altare dove si ha da fare questa consumazione di me in Voi.
Teresa
di Gesù Bambino (1873-1897), francese, è contemplativa e missionaria. La sua
breve avventura è segnata dalla piccola via. Una vita all'apparenza incolore,
ma di un'intensità straordinaria. Ella conosce la tentazione dell'ateismo e si
offre vittima di carità per i suoi fratelli. È patrona delle Missioni. Recentemente,
il 19 ottobre 1997, a conclusione del primo centenario della morte, Giovanni
Paolo II l'ha proclamata Dottore della Chiesa. Diventano così tre i dottori
del Carmelo. Teresa è il più giovane Dottore della Chiesa: ventiquattro anni!
Ho trovato la mia vocazione nel cuore della Chiesa, mia Madre, io sarò
Minore!... così sarò tutto.
Elisabetta
Catez (1880-1906) entra a ventun anni nel Carmelo di Digione. Meditando S. Paolo
trova il suo nome nuovo e la sua vocazione: Lode di gloria. Si inabissa così
nel cielo della fède in adorazione dei suoi Tre. Giovanni Paolo II l'ha
beatificata in San Pietro il 22,5 novembre 1984. O miei Tre, mio Tutto, mia
Beatitudine, Solitudine di ifinita, Immensità an cui mi perdo, mi consegno a
voi come preda.
S.
RAFFAELE DI S. GIUSEPPE (JosafKalinowski)
Raffàele
di S. Giuseppe (Josef Kalinowski), nacque a Vilna, da famiglia polacca, il 1°
luglio 1835 e morì a Wadowice, il 19 novembre 1907. Laureatosi in ingegneria
all'Accademia del Genio Militare a San Pietroburgo, fù assegnato alla
fortezza di Brest Litowski e promosso capitano di Stato Maggiore dell'esercito
russo. Nonostante la volontà di lasciare la vita militare, aderì
all'insurrezione per salvare la Polonia dall'occupazione zarista, accettando la
nomina di ministro della guerra a Vilna. La notte del 24 ottobre 1864 venne
arrestato e condotto in carcere. Fu condannato a morte, sentenza che gli fu
commutata in dieci anni di lavori forzati in Siberia. Nel 1874 ottenne la libertà
e fù rimpatriato. Nel 1877 entrò al Carmelo. Ordinato sacerdote nel 1882, si
impegnò soprattutto nel ministero del confessionale, nella direzione spirituale
e pieno di zelo ecumenico operò ardentemente per l'unità della Chiesa. Fece
rifiorire in Polonia l'Ordine del Carmelo Teresiano. Il Signore conduce ognuno
per le sue vie.
Teresa
di Gesù, di Los Andes, il cui nome prima di entrare in monastero era Juanita
Fernàndez Solar, nacque a Santiago del Cile il 13 luglio 1900. A quindici
anni entrò nel collegio delle religiose del Sacro Cuore e 1'8 dicembre 1915
fece voto di consacrarsi totalmente al Signore. Il 7 maggio 1919 entrò tra le
Carmelitane Scalze della cittadina di Los Andes, prendendo il nome di Teresa
di Gesù. Il Venerdì Santo del 2 aprile 1920 si ammalò di tifo. Il giorno 5
ricevette gli ultimi sacramenti ed emise la professione religiosa in articulo
mortis. Spirò il 12 aprile 1920, dopo aver trascorso al Carmelo, come
postulante e come novizia, soltanto undici mesi. E stata canonizzata in san
Pietro a Roma da Giovanni Paolo II il 21 marzo 1993.
La
mia vita è strettamente unita alla vita della Chiesa.
S.
TERESA BENEDETTA DELLA CROCE (EDITH STEIN)
Edith
Stein nasce a Breslavia nel 1891 da genitori ebrei. Nel 1913 perde la fede.
Dal 1916 al 1918 è assistente di Husserl. Sfogliando per caso l'autobiografia
di santa Teresa, ne rimane così colpita che, dopo aver passato un'intera notte
immersa nella lettura, scriverà in calce al libro: "Questa è la Verità".
Si converte così al Cristianesimo. Trascorre gli anni dal 1922 al 1933 tra
insegnamento e impegni culturali che la portano in molte città d'Europa. Entra
prima al Carmelo di Colonia e poi passa in quello di Echt in Olanda. Deportata
dalla Gestapo muore ad Auschwitz nel 1942. L'11 ottobre 1998, in piazza san
Pietro a Roma, nel corso di un'imponente celebrazione, è canonizzata da
Giovanni Paolo Il. Lo stesso pontefice, durante il Sinodo dei Vescovi europei,
tenutosi a Roma nell'ottobre del 1999, con grande sorpresa, dichiara santa
Teresa Benedetta della Croce Patrona d'Europa con santa Caterina da Siena e
santa Brigida di Svezia. Ancora una volta una Carmelitana è chiamata a svolgere
un ministero, una diaconia, che mostra come i legami con la Chiesa pellegrinante
non s'interrompono con la morte.
La
mia ansia di verità era una continua preghiera.
Nella
fedeltà viva e coerente all'orazione e alla vita di orazione, i Carmelitani
Scalzi si sforzano di raggiungere "quella esperienza del Dio vivente che
nella Chiesa è il loro titolo di nobiltà, la loro speciale vocazione, la loro
missione salutare. Solo così essi sanno di essere nel mondo di oggi le guide e
i maestri degli uomini assetati di comunione e di esperienza di Dio"
(Giovanni Paolo II).
Per
questo, a tutti coloro che vogliono fare un'esperienza di preghiera secondo lo
stile di vita carmelitano, essi intendono offrire:
-
un ambiente di pace e di fraternità
-
un clima di silenzio e di solitudine
-
una direzione spirituale
-
un approfondimento della vita cristiana attraverso celebrazioni liturgiche,
meditazioni, riflessioni teologiche...
“La
Chiesa ha bisogno di chi ascolta le lezioni sublimi, gravi e difficili, di santa
Teresa di Gesù e di san Giovanni della Croce. Ha bisogno di chi abbia
l'audacia di una scelta così unica come la vostra” (Paolo VI).
La
famiglia del Carmelo Teresiano è presente in tutti i continenti e comprende:
I
Frati Carmelitani Scalzi,
che operano in 68 nazioni con 3.765 religiosi distribuiti in 459 case.
Le
Monache Carmelitane Scalze,
presenti in 81 nazioni con 857 monasteri e 13.195 religiose claustrali.
Le
Suore Carmelitane di vita attiva,
suddivise in 69 Congregazioni diverse, che si ispirano tutte allo stesso
carisma.
I
Laici dell'Ordine secolare,
con circa 27.000 laici riuniti in 677 fraternità, sparse in molte parti del
mondo.
Fanno
inoltre parte della Famiglia del Carmelo Teresiano anche varie Associazioni
laicali, tra cui:
le
Confraternite dello Scapolare,
il
Movimento Carmelitano dello Scapolare...
Il
Centro Carmelitano Vocazioni ha aperto un Sito Internet per rendere più agevole
l'informazione e la comunicazione con i lettori delle nostre pubblicazioni. In
esso si trova una presentazione delle varie attività vocazionali del Centro,
di tutta l'attività editoriale, della storia e della spiritualità del Carmelo
e dei suoi Santi.
L'indirizzo
del Sito è http://ilearmelo.com
http://ilcarmelo.it
Chi
lo desidera può inviarci messaggi ed eventuali ordinazioni attraverso la
posta elettronica: ccv@ilcarmelo.com
ilcarmelo@brianzaest.it
padreantonio@ilcarmelo.com
SE VUOI CONOSCERE LA SPIRITUALITA’ DEL CARMELO O VIVERE QUALCHE GIORNO DI VITA CARMELITANA
CARMELITANI
SCALZI Convento di Concesa Tel. 02/90961489 - Fax 02/90964144 20056 TREZZO
D'ADDA (MI) È casa di accoglienza e ritiri, esercizi spirituali. Sede del
Noviziato.
Viale
C. Battisti, 52 Tel. 039/322944 - 039/32.3506 20052 MONZA (MI) È casa di
promozione, .animazione e discernimento vocazionale. Sede del Postulandato.
Eremo Santa Maria del Monte Carmelo 21030 CASSANO VALCUVIA (VA) Per informazioni: tel. 039/322944 039/323506 È luogo di accoglienza per gruppi di ragazzi/e e giovani in discernimento vocazionale.
Bologna
MONASTERO CARMELITANE SCALZE - 40137 Bologna - Via Siepelunga 51 Tel. 051/6236942; Fax 051/6233589
PADRI CARMELITANI SCALZI - 10125 Bologna - Via Santo Stefano 105 Tel. e Fax 051/348808
MONASTERO
CARMELITANE SCALZE - 10090 Cascine Vica (To) - Via Bruere ī 1 Tel. e Fax
011/9594874
MONASTERO
CARMELITANE SCALZE - 23816 Concenedo di Barzio (Lc) Tel. e Fax 0341/996586
PADRI
CARMELITANI SCALZI - CASA DI NOVIZIATO - Via P. Benigno Calvi 9 20056 Concesa
per Trezzo s/Adda (Mi) Tel. 02/90961489; Fax 02/90964144
MONASTERO
CARMELITANE SCALZE - 44100 Ferrara - Via Borgo Vado 23 Tel. e Fax 0532/65203
PADRI
CARMELITANI SCALZI - 44100 Ferrara - Via Pergolato 1 Tel. 0532/65125
MONASTERO
CARMELITANE SCALZE - 2002:5 legnano (Mi) - Via del Carmelo 22 Tel. 0331/544175;
Fax 0331/484791
PADRI
CARMELITANI SCALZI - 20025 Legnano (Mi) - Piazza Monte Grappa Tel. 0331/441246;
Fax 0331/542232
PADRI
CARMELITANI SCALZI - Fraternità Carmelitana 10010 Lessolo (Torino)
Tel.
0125/58188; Fax 0125/561970
MONASTERO
CARMELITANE SCALZE - 26900 lodi - Torretta - Via del Carmelo Tel. e Fax
0371/411015
PADRI
CARMELITANI SCALZI - STUDENTATO TEOLOGICO 20145 Milano - Via Canova 4 Tel.
02/341419; Fax 02/33611392
MONASTERO
CARMELITANE SCALZE - 20149 Milano - Via Marcantonio Colonna 30 Tel. e Fax
02/33002905
MONASTERO
CARMELITANE SCALZE - 10024 Moncalieri (Te) - Pia.ta 13. Maria degli Angeli 1
Tel. e Fax 011/641888
MONASTERO
CARMELITANE SCALZE - 35043 Monselice - Via San Biagio 20 Tel. 0429/72033
MONASTERO
CARMELITANE SCALZE – Sassuolo 41049 Montegibbio di Sassuolo (Mo) Tel.
0536/872013; Fax 0536:988130
CENTRO
CARMELITANO VOCAZIONI - 20052 Monza (Mi) - V.le C. Battisti 52 Tel. e Fax
039/323506
MONASTERO
CARMELITANE SCALZE - 43100 Parma - Via Monte Bello 69 Tel. e Fax 0521/960468
PADRI
CARMELITANI SCALZI - 43100 Parina - Via Verdi 3 Tel. 0521/282814 Fax 0521/285151
MONASTERO
CARMELITANE SCALZE - 29100 Piacenza - San Lazzaro - Via Spinazzi 36 Tel.
0523/614832; Fax 0523/571746
MONASTERO
CARMELITANE SCALZE - 1603.5 Rapallo - Passo al Convento 11 Tel. 0185/50236
PADRI
CARMELITANI SCALZI - 10121 Torino - Via Santa Teresa 5 Tel. 011/538278; Fax
011/541984
Valmadonna
MONASTERO CARMELITANE SCALZE - 15040 Valmadonna (AI) - Via della Serra Tel. e Fax 0131/507362
MONASTERO
CARMELITANE SCALZE - 11020 Villair de Quart (Ao) Tel. e Fax 0165 765848