BEATA MADRE EUGENIA RAVASCO

biografia  

Primi passi in famiglia

Eugenia Ravasco nasce a Milano il 4 gennaio 1845. E' la quinta figlia del banchiere genovese Francesco Matteo Ravasco e della nobildonna Carolina Teresa Francesca Mozzoni Frosconi, ma due suoi fratellini muoiono in tenera età: ad accogliere la neonata, insieme ai genitori vi sono il fratello Ambrogio, di nove anni, e la sorella Costanza, di cinque. Un anno dopo nascerà la sorellina Elisa. La piccola Eugenia manifesta subito un carattere vivace e un'intelligenza pronta. La mamma asseconda la sua indole con tenerezza: la guida nei primi ragionamenti, le insegna le preghiere ed è un modello di bontà per la piccola. La figura del papà, molto più anziano, pare più lontana. Presto la sventura bussa alla porta della famiglia: dopo la nascita di Elisa, mamma Carolina non riesce a riprendersi e, nel 1847, lascia questo mondo. La zia Marietta, che non ha figli, si sente chiamata a fare un po' da mamma agli orfani, in particolare a Eugenia, della quale è anche madrina. Il marito Giambattista Ravasco, fratello di Francesco Matteo, approva la sua decisione e si impegna lui stesso in quell'opera buona. Francesco Matteo Ravasco decide di tornare a Genova, sua città natale, con i figli Ambrogio ed Elisa. Tre anni dopo, Eugenia perde anche la sorella Costanza; è una ferita profonda, che la zia Marietta e lo zio Giambattista cercano di lenire soprattutto circondando la bambina di affetto e di attenzioni. Poco tempo dopo, Francesco Matteo decide di ricomporre la famiglia: anche Eugenia andrà ad abitare a Genova. E' un grande dolore per la piccola, tanto più che fino ad allora aveva chiamato "mammina" Marietta, mentre ora le viene rivelatc che è sua zia. La mancanza della figura materna diventa ora più dolorosa. 

 Una personalità in evoluzione

A Genova, Eugenia ritrova il fratello Ambrogio, che non promette bene, perché non studia e non si impegna in attività costruttive, ma sembra interessato solo ai divertimenti; il padre, ormai stanco e rassegnato; la sorellina Elisa, che finora ha incontrato solo sporadicamente. Nella città ligure vivono anche la zia Elisa Ravasco vedova Parodi e i suoi numerosi figli, con i quali Eugenia si trova subito a proprio agio. Francesco Matteo sembra rifiorire, accanto a questa figlia dal carattere aperto e socievole, ma è ormai invecchiato nel corpo e nello spirito. Muore nel 1855, a settantatré anni. I tre figli sono ancora molto giovani, e lo zio Luigi Ravasco, anch'egli banchiere, diventa il loro tutore. La zia Marietta, che nel frattempo è rimasta vedova, si trasferisce a Genova per stare vicina ai nipoti. Eugenia trascorre il suo tempo studiando, occupandosi di cucito e ricamo, dedicandosi alla preghiera e a opere di beneficenza. Elisa, timida, schiva e di costituzione gracile, condivide le sue esperienze.

“La preghiera umile sarà sempre il mezzo sicuro per ottenere la perseveranza nel bene”  

Emergono virtù cristiane

Lo zio Luigi ha assegnato alle due nipoti un piccolo fondo, da gestire a discrezione, ma di cui è necessario presentare un rendiconto a fine mese. Nel bilancio di Eugenia, la voce più alta è sempre quella delle elemosine. Inoltre, la giovane si accosta con frequenza ai sacramenti e dimostra che per lei la preghiera non è una semplice formalità. Nel 1862, poco prima della morte dello zio Luigi, Eugenia incontra monsignor Salvatore Magnasco, che diventerà il suo direttore spirituale. E' un incontro importante, che segnerà la sua vita.

Proprio in questo periodo, la zia Marietta si impegna per dare un indirizzo alla vita della nipote: intende trovarle un marito, e i pretendenti non mancano di certo. Eugenia è bella, matura, istruita e ha una ricca dote: vi sono dei giovani interessati a lei. Sembra che il prescelto debba essere il marchese Giovanni Battista De Ferrari e presto cominciano le trattative tra le famiglie. Eugenia, però, non sembra entusiasta. Quando compie diciotto anni, - chiede - e ottiene "l'emancipazione legale", un provvedimento grazie al quale può disporre della parte di patrimonio che le spetta. Il suo sogno è utilizzarlo, mettendolo a disposizione dei poveri, per fare il bene alla gioventù. Non si sente proprio portata per il matrimonio.

Che fare? La risposta è... una domanda: "Dunque, non c'è proprio nessuno che vorrà dedicarsi totalmente a fare il bene per amore del cuore di Gesù?". La pronuncia il celebrante nel corso di una funzione religiosa, il 31 maggio 1863 nella chiesa di Santa Sabina. Eugenia se ne sente interpellata. Comprende che vuole vivere per fare il bene ed esprime così ciò che sente nel cuore: "Eccomi, Signore, si, voglio salvare non solo l'anima mia, ma tante altre ancora... insegnamene il modo...". Dopo un attento discernimento, abbandona senza rimpianti il progetto di matrimonio: la sua strada è un'altra. Eugenia decide di lasciare il marchese De Ferrari. La zia Marietta ne è molto contrariata e, per il momento, i rapporti tra zia e nipote sembrano compromessi. Finalmente libera di sé, insieme a Elisa, Eugenia intensifica il suo impegno nella carità. Si dedica agli ammalati dell'ospedale di Pammatone e dei Cronici, sedi tradizionali del volontariato dell'aristocrazia genovese, offre la sua collaborazione nell'Opera di S. Dorotea e nell'insegnamento del catechismo presso la sua parrocchia, di N.S. del Carmine, ma spesso si sorprende a riflettere che tante altre necessità attendono una risposta. Più di ogni altra cosa, la colpiscono le ragazzine del popolo, malvestite, poco pulite e senza istruzione. Le vede urlare e azzuffarsi, verifica che la povertà può abbrutire.

“Gesù Maria aiutateci che il bisogno è grande”  

Risposta a una chiamata

Per il momento, Eugenia rimane ancora in famiglia, ma approfitta di ogni occasione per aiutare chi è nel bisogno di aiuto. Si dedica in particolare alle figlie del popolo, bisognose di tutto, ma soprattutto di amore. Attinge forza dalla preghiera, dalla messa quotidiana, dal confronto con il direttore spirituale. Il 6 dicembre 1867 emette in privato il voto di verginità, con il proposito di mettersi al servizio del bene. Nel 1868, vive un'altra profonda sofferenza: l'amatissima sorella Elisa, sposatasi tre anni prima, muore. Le resta solo il fratello Ambrogio, che vive in un'altra casa e mostra segni di crisi psichiche. Eugenia vede in questi dolorosi avvenimenti un richiamo a una scelta totale per Dio. Il 6 dicembre 1868, con le collaboratrici Adele Molinari e Carla Serra fonda la Congregazione delle Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria, con la benedizione di monsignor Magnasco appena diventato Vescovo Ausiliare di Genova. Madre Eugenia è ormai proiettata verso le forme di apostolato che la Provvidenza mette sul suo cammino. “La vita è come un viagio, in compagnia di altri, verso la stessa meta”

Inizialmente si occupa delle giovani del popolo; successivamente si dedicherà anche alle figlie dei ricchi: a lei sta a cuore la salvezza di tutti, perché ama ogni persona. Tutto questo accade nel periodo in cui la frattura tra Santa Sede e Regno d'Italia diventa totale, dopo l'ingresso dei bersaglieri piemontesi in Roma, nel 1870. Seguirà un periodo di contrasti anche violenti tra laicismo e cattolicesimo. In questo contesto, Madre Eugenia si impegna verso le giovani che hanno bisogno di istruzione (per loro fonda scuole elementari prima e magistrali poi, e vuole come maestre suore ben preparate), verso i poveri che silenziosamente chiedono aiuto, i malati che la società non è in grado di assistere e tutte le persone che necessitano di una formazione cristiana, perché il nuovo Stato laico sembra voler togliere loro il sostegno della fede. Anche la scuola magistrale aperta da Madre Ravasco risente di questo clima: pur essendo legalmente autorizzata, non è riconosciuta come "pareggiata". Nonostante le difficoltà, l'Istituto vede fiorire le vocazioni, assume consistenza e si espande.    

Spiritualità e carisma

La spiritualità che Madre Eugenia vive e propone è contraddistinta da tre aspetti peculiari: il proposito di orientare costantemente a Dio il cuore e il pensiero, da cui nascono lo spirito di preghiera e il raccoglimento "Tutto solo per Dio solo"; l'impegno di far corrispondere agli ideali la vita: la fede deve tradursi in opere concrete, non fermarsi alla teoria o ai sogni; la passione ardente per il bene di tutti, specialmente per la gioventù. Non sono ammessi alibi, ma solo una profonda comprensione di fronte ai limiti umani, e la retta intenzione di piacere a Dio. Di qua nasce il carisma dell'Istituto, finalizzato a cercare di raggiungere la personale identificazione a Cristo, dal cuore "mite e umile", e fare propria la sua "sete di anime". Fino a quando la salute glielo consente, Madre Ravasco trascorre ore davanti a Gesù in sacramento.

“Preghiamo e lavoriamo con grande impegno tra la gioventù”

E dalla preghiera attinge le risorse per esortare, impegnarsi nella catechesi, offrire beni materiali ai bisognosi, anche quando lei stessa si ritroverà in gravi difficoltà economiche, ascoltare e consigliare i giovani, guidare con amore la comunità. La sua carità si esercita negli ambiti più diversi: aiuta, talvolta anche in incognito, famiglie in difficoltà, fornisce una dote a ragazze che altrimenti non potrebbero sposarsi, paga uno stipendio alle balie di bimbi le cui mamme sono malate, tiene a portata di mano monete da donare ai fratelli questuanti degli ordini mendicanti, assiste i moribondi... La grandezza di Madre Ravasco, però, non consiste nell'importanza delle opere realizzate, ma nel compiere ogni cosa, anche la più piccola, per amore di Dio e per il bene dei fratelli.

“Tutta la nostra vita sia amore”  

Un arduo cammino

Al contrario di altri fondatori di Istituti religiosi, quasi fino al termine della    sua  esistenza terrena Eugenia Ravasco non ha problemi di denaro: discendente di banchieri, mette il suo notevole patrimonio a disposizione del bene delle anime, certa che frutterà il centuplo (ef Mc 10,29-30. "Io vi assicuro che se qualcuno ha abbandonato casa, fratelli, sorelle, madre, padre, figli, campi... per me e per il vangelo, riceverà già in questa vita - insieme a persecuzioni - cento volte di più"). Per se stessa sceglie la povertà e il sacrificio. Altre difficoltà, però, attraversano la sua vita. I già citati lutti, per cominciare, poi le incomprensioni da parte di persone del suo ceto, convinte che lei esageri "immergendosi" così nella realtà dei bisognosi, e anche di alcuni parenti che speravano di avvalersi delle sue ricchezze; in compenso, la zia Marietta, dimenticati i dissapori per il mancato matrimonio della nipote, è da annoverare fra i benefattori dell'Opera di Eugenia; incomprensioni all'interno del suo Istituto, fino all'emarginazione. Un'ulteriore prova è costituita da gravi problemi di salute, che affliggono Madre Ravasco fin dall'età di 35 anni. La fine della sua esistenza terrena si profila al termine dell'anno 1900. La sua salute è ormai minata quando si congeda dalle suore dell'Istituto chiedendo loro perdono e rinnovando le raccomandazioni di sempre. Le sue ultime parole sono: "Vi lascio nei Cuori di Gesù e Maria". Lascia questo mondo il 30 dicembre 1900, in concetto di santità.

Frutti di santità

Nel 1948 si apre il processo ordinario informativo presso la curia diocesana di Genova e nel 1981 viene promulgato il decreto di introduzione della causa per la beatificazione di suor Eugenia Ravasco. Il seme fecondo della sua carità verso i bisognosi nel corpo e nello spirito compiuta per amore di Dio, dell'educazione dei giovani nell'ottica del sistema preventivo e della generosità come stile di vita ha portato molto frutto: l'Istituto Ravasco conta ormai decine di case diffuse in quattro continenti.

Il 27 aprile 2003, domenica in Albis, Madre Eugenia Ravasco viene proclamata beata da S.S. Giovanni Paolo II a Roma,  Piazza San Pietro. Con questo gesto, il Santo Padre afferma solennemente che la vita della Madre è da considerarsi "riuscita" tanto da essere proposta come modello alla Chiesa universale.