
BEATA
KATERI (CATERINA) TEKAKWITHA
MI PRESENTO
Mi sembra ieri eppure sono passati tredici anni. Tredici anni fa ero ad Ossernenon, il villaggio in cui Caterina Tega-kuita nacque. Avevo desiderato di visitarlo, da quando giovinetto mi entusiasmavo dei pellirossa. Chiesi finanche di continuare i miei studi in America ed essere missionario in una delle loro riserve. Non mi fu concesso. Quante cose non mi sono state concesse! Ma tredici anni fa potei salire anch'io la Collina dei Martiri ad Auriesville, nello stato di New York. Auriesville è il nome della Ossernenon di Caterina. Sapevo di Caterina, sapevo dei martiri Isacco Jogues e Renato Goupil e trovarmi lassù fu un godimento allo spirito, vivo e profondo. Volevo vedere ogni angolo, osservare ogni pietra, come se dappertutto ci fossero tracce di Caterina, gocce di sangue dei martiri. Sarei rimasto giornate intere lassù, notte e giorno, ma non potevo. Credo che se ritornassi oggi saprei riconoscere tutto e alberi e sassi e steccati. Da Ossernenon andai a Fonda, dove si trasferì il villaggio di Cervo Verde, il papà della nostra giovane. Lì Caterina visse la sua adolescenza, divenne cristiana. I mozziconi dei travi infilati nel terreno disegnano ancora il villaggio della prima Ganewada di Caterina. La sua lunga casa è a destra, all'inizio del villaggio e la si incontra subito, salendo. Che commozione! Andai a Montreal passai il S.
Lorenzo, feci tutto l'arco del fiume dalla Prateria della Maddalena, a S. Lamberto, a Ganewada del Canada. La chiesa d'oggi non è quella che Caterina vide, quella che fu testimone dei suoi slanci. Nel tempo, Ganewada ha cambiato cinque volte sito. Ma la chiesa e la missione di S. Francesco Saverio conservano le sue reliquie. Qui promisi a Caterina di scrivere la sua vita, in cambio... non lo posso dire, è troppo personale. La vita l'ho scritta mese per mese, e mese per mese l'ho pubblicata. Confesso che più di una volta mi sono chiesto se poteva interessare, se non avessi fatto meglio a troncare tutto, a chiudere in un breve capitolo. Ma tutte le volte ricevevo, invariabilmente, una lettera, un biglietto, più di una lettera, più di un biglietto, che mi chiedevano di continuare, che volevano sapere come il romanzo, come la storia andava a finire. A chi mi scrisse, a chi mi ha letto, grazie. Ho finito e mi dispiace. Ora attendo che la mia Occhidisole, che Caterina Tega-kuita mi ottenga quello che le chiesi a Ganewada, inginocchiato davanti alle sue reliquie.Paolo Tanzella scj.
PRECISAZIONI
Per uso dei lettori italiani mi sono permesso delle licenze che qui denuncio: La più grossa riguarda il nome indiano di Caterina. L'ho riportato alla grafia antica: Tegakuita più pronunciabile per un italiano di Tekakwitha, la forma americana attuale. La seconda licenza
sempre sul nome: Tega-kuita non si sa cosa voglia dire. Si è perduto il suo significato. Anche gli Irochesi di oggi non sanno cosa voglia dire. Qualcuno interpreta il nome in "Colei che cammina a tentoni", "Colei che mette le cose in ordine", “Colei che toglie gli ostacoli davanti a se” . Sono tutte interpretazioni gratuite. Io l'ho chiamata con un nome più poetico sì, ma più pellirossa: Occhidisole, da un autore spagnolo del quale non ricordo il nome. L'altra libertà che mi sono presa è stata quella di dare poi nomi italiani al padre di Caterina, allo zio, alla sorellastra, e a qualche altro personaggio che o non ne avevano nelle fonti a mia disposizione, o ne avevano uno intraducibile. In fondo al volume ho citato la bibliografia di cui mi sono servito. Un'altra libertà è stata quella di aver preferito la grafia italiana dei nomi inglesi o pellirossa. I nomi estrosi inceppano la lettura e non servono allo scopo di renderla il più agevole possibile. Chiesto venia di queste libertà, invito a leggere la vita di Caterina l'Irochese. Il suo amore a Cristo è tale da servire di esempio agli uomini d'oggi e di tutti i tempi.
Cap. I
FIORE DELLA PRATERIA
Sei uomini risalivano in silenzio il sentiero del fiume verso una spirale di fumo che si levava a distanza. Li mandava avanti Cervo Verde, il capo, per sapere chi fossero gli uomini del fuoco, se amici o nemici, se visi pallidi o altri indiani. I sei camminavano sicuri e tranquilli, ignari che due occhi nascosti li fissavano tra i rami. Una sentinella algonchina era lì di guardia, pronta a dare l'allarme. Ma gli venne il prunto alle mani. «Questi diavoli di Mohawks sono venuti a far scorreria nella nostra terra. Se li pòtessi far fuori tutti e tornarmene al campo con sei scalpi, sarebbe una giornata di gloria per me». Mosse la mano per prendere una freccia dalla faretra. Lo fece con la maggior cautela possibile, ma il fruscio dei rami fu udito dall'orecchio finissimo dei Mohawks. «Alt!», disse il capo della piccola colonna. I Mohawks si rannicchiarono dapprima sotto un cespuglio. Poi si divisero. Tre si avvicinarono curvi ad una roccia. Due rimasero indietro. Il sesto scomparve letteralmente. La sentinella capì le mosse e decise di agire. Mirò ai tre della roccia. Il primo caddè senza un urlo. Il secondo si afflosciò supino còn il tomahawk stretto in mano. Stava per far scomparire anche il terzo, quando un tremolar di foglie al di sopra di lui lo fece guardare in alto. Era il guerriero di cui aveva perduto le mosse. Cambiò mira e la terza freccia si conficcò nel petto del malcapitato che gli cadde addosso pesante. Non ebbe tempo di rialzarsi, che già tre accette lo tempestavano rabbiose. Magro trofeo lo scalpo dello sfortunato Algonchino già morto. Con lo scalpo ancora intriso di sangue vivo, i tre fecero ritorno al campo. Non ebbero molto da dire. Cervo Verde non li interrogò neppure. Lo invase la furia e decise l'attacco agli Algonchini. Divise i suoi uomini in tre colonne, si pose al comando della centrale e partì per la vendetta. La sorpresa riuscì perfettamente. Il campo fu invaso con tanta furia che a mala pena pochi guerrieri poterono entrare sotto le tende a rifornirsi di frecce. Fu la distruzione e la carneficina. I Mohawks uccisero tutti i feriti che non potevano camminare, strapparono i loro scalpi, se ne ornarono i fianchi e costrinsero i prigionieri a trasportare il bottino. Ripresero il sentiero lungo il fiume. Cervo Verde camminava innanzi a tutti; dietro a lui un gruppo dei suoi valorosi, poi la ciurma dei prigionieri che avrebbe preferito la morte a quel viaggio; infine la retroguardia. All'improvviso il capo fece alt. - Kasewa, vieni qua, gridò. Un guerriero ben robusto corse dal capo. - Sei sicuro che c'era una sola sentinella? - Sì, Grande Cervo, una sola. - Vuoi dire che saremo sicuri da sorprese ed inseguimenti. Tuttavia non ci accamperemo qui, ma quando arriveremo al fiume grande. Costringi i prigionieri a camminare in fretta, per essere là prima del tramonto. Kasewa obbedì e al tramonto la colonna raggiungeva il fiume Hudson. - Alt! Ci accampiamo qui! Kasewa, poni di guardia le sentinelle! Si sedettero finalmente e consumarono il pasto a base di carne secca e granoturco. Accesero le pipe e cominciarono i commenti sull'impresa compiuta. - Sì, è stata una bella giornata, disse un guerriero che aveva quattro scalpi pendenti dalla cintura, è stata una bella giornata, ma non abbiamo trovato alcun Algonchino degno di noi. Sembravano ragazzini impauriti. - Non gonfiarti troppo, Ala Leggera, non è sempre stato così, commentò Cervo Verde. Gli altri annuirono. Si ricordavano molto bene che gli Algonchini, gli Uroni, e i Mohicani li avevano sconfitti più volte, e più volte li avevano costretti ad abbandonare le loro terre. Pochi anni prima, dodici esattamente, l'alleanza degli Algonchini con i Susquehanni li aveva stretti a Nord e a Sud in una morsa feroce, sì da costringerli ad una pace solenne che durò come duravano tutte le paci dei pellirossi. Cervo Verde era andato anche lui ai Tre Fiumi, per sotterrare l'ascia di guerra e fare pace con gli Uroni, padroni del commercio delle pelli. Gli Uroni erano i favoriti dei Francesi... - Bisogna distruggere i Francesi, sbottò Kasewa. - Non sai quello che dici, replicò Cervo Verde. I Francesi devono essere nostri alleati. - Ma essi non sanno che farne di noi. Ci odiano. - E' vero!, ammise il capo, ma noi abbiamo bisogno del loro commercio. Se noi eliminiamo tutti i loro alleati essi si rivolgeranno a noi. Le nostre terre son povere. La nostra caccia misera. Le ultime parole furono pronunciate con volto scuro. Cervo Verde si alzò e cominciò a passeggiare avanti e indietro, sbuffando. La conversazione era finita. Ed era tempo ormai di riposare un po'. Avevano ancora molto cammino da fare prima di raggiungere il villaggio. Avvistarono il villaggio nel tardo pomeriggio del giorno dopo. Grida di vittoria salutavano i guerrieri al loro arrivo, urla di gioia partivano dalle canoe. Cervo Verde alzò la mano e gridò un "basta!" che fece zittire tutti. - Formate le linee! Le tenebre stanno per scendere e noi abbiamo trentatrè vittime da offrire al Grande Spirito. Per molte lune non abbiamo potuto sacrificare tanti olocausti. Formate le linee. Il popolo si divise in due ali per il passaggio dei loro valorosi e dei prigionieri. Prima che il martirio di questi cominciasse, Cervo Verde prese per il braccio una giovane algonchina e la spinse fuori della colonna. - Come ti chiami?, grugnì.- Kahenta, Fiore della Prateria, bisbigliò la giovane impaurita. - Fiore della Prateria, è un bel nome. Sci capace di mantenere in ordine una casa e di coltivare i campi? - Nessuno si è mai lamentato, azzardò la ragazza alzando gli occhi timorosi verso il possente capo. Cervo Verde si voltò di botto e fermò una donna anziana che aveva appena colpito col suo randello un guerriero algonchino. Fiore della Prateria tornò nella fila dei prigionieri. La vecchia accennò a parlare. Disse cose che Kahenta non comprese. Mala giovane si vide puntare addosso gli occhi di tutti e si strinse ad un guerriero della sua terra. - Non aver paura, gli sussurrò questi, la vecchia è Wienhahe, la zia del capo e ha detto che ti adotta per figlia. Solo Wienhahe ti poteva salvare dalla tortura. Il capo è intervenuto a tuo favore. Tu non passerai per il guanto. Il guanto era lo spazio tra le due ali di popolo che i prigionieri dovevano attraversare per salire sulla collina fino al centro del villaggio. Era chiamato "sfida al dolore e alla morte", perché le bastonature, le staffilate, tutte le percosse che i prigionieri dovevano subire, uomini, donne, bambini, ragazze, dovevano servire a saggiare la loro resistenza e farne la scelta crudele per il sacrificio al Grande Spirito. Finito il discorso della vecchia, Fiore della Prateria fu messa di nuovo fuori della colonna dei prigionieri e fatta sedere sulla riva del fiume. La sfida del guanto si svolse tra la selvaggia ebbrezza degli Irochesi, maestri di tormenti. Quando l'ultimo algonchino raggiunse la piattaforma, il popolo ruppe le file e corse a prepararsi per la cerimonia dei sacrifici. Cervo Verde e la zia raggiunsero Fiore della Prateria. Il capo disse semplicemente: - Porta la ragazza a casa. La vecchia obbedì. Raggiunsero la lunga capanna fatta di pali conficcati nel terreno, chiusi in alto da rami intrecciati a volta. Era il sistema di abitazione degli Irochesi, che riservavano la tenda circolare solo per i viaggi e la caccia.In casa la vecchia, fino allora taciturna, prese a parlare: - Cervo Verde non è solo capo di guerra ma anche sachem, capo di pace. Mai fino ad ora unuomo del dan della Tartaruga ha occupato le due cariche nello stesso tempo. Cervo Verde è un grande uomo, e questo grand'uomo ha salvato la tua vita miserabile. Ricordati che ora sei sua schiava. Sbrigati, prepara da mangiare. Quando sarà di ritorno avrà molta fame. Kahenta si mise al lavoro: le mani occupate, la mente sorpresa. Cervo Verde era il capo del dan della Tartaruga, il più importante dei tre che componevano la nazione dei Mohawks, una delle cinque della lega degli Irochesi. Che voleva da lei il capo? Quale destino le riservava? Le donne prigioniere potevano finire serve, schiave, concubine, abbandonate, uccise. Che sarebbe stato di lei? «Mio Dio, sono nelle tue mani». Fiore della Prateria aveva appena finito, quando Cervo Verde fece ritorno a casa, accompagnato da Kasewa. - La ragazza algonchina, ti piace? bisbigliò Kasewa, che aveva fatto un certo pensiero. - Sì, da quando l'ho vista ho pensato a lei. - E' bella e sembra una brava massaia. - Questo è da vedersi, aggiunse Cervo Verde. Gli uomini sedettero sulla stuoia, incrociando le gambe. Cavarono dalle loro saccoccie i cucchiai che portavano sempre con sé per il piatto di polenta tradizionale. Wienhahe prese una ciotola di sagamitè (farina di granoturco bollita) e si avvicinò a suo nipote. Ma il capo mosse la testa in forma di diniego e accennò a Kahenta. La vecchia comprese attonita.Vuoi che te lo porga questa schiava algonchina? Il capo accennò di sì. - Tu, Irochese? Ma ti rendi conto che ciò significa sposarla? Lo sguardo freddo del capo rispose ancora di sì. La vecchia non replicò, prese la ciotola di cerimonia e la porse alla giovane. Timida, Fiore della Prateria si inginocchiò davanti al capo e gliela offerse. Cervo Verde la prese, fissò profondamente negli occhi la ragazza e cominciò a mangiare. La cerimonia del matrimonio era stata celebrata.
Cap. Il
GLI IROCHESI
All'epoca della nostra storia, poiché storia è la nostra anche se pare un romanzo, gli Irochesi si appoggiavano al fiume S. Lorenzo al Nord e si stendevano da Est ad Ovest, tra il fiume Hudson che scende a Nuova York e la penisola del Niagara, dall'immensa cascata famosa. Erano divisi in tribù, clan e famiglie che preferivano conservare la propria fisionomia, ma che si mescolavano volentieri rendendo abbastanza facile le unioni matrimoniali fra tribù e tribù. Era molto raro che un irochese sposasse una donna non della sua razza. Da ciò la meraviglia della vecchia Kahenta verso suo nipote capo e giudice di pace che si prende in moglie un'odiatissima algonchina. Gli Algonchini vivevano sulla riva sinistra del fiume S. Lorenzo, in pieno Canada, separati dagli Ardinondi dal fiume Ottawa. Gli Irochesi, in origine sembrano essere stati un piccolo clan di Uroni, nel territorio di questi ultimi, spesso confusi con gli Algonchini stessi. Sono pochi e sono disprezzati. Vivono di caccia, e devono accettare la selvaggina rimasta. Si muovono verso occidente, passano il fiume S. Lorenzo e scendono verso l'attuale Siracusa nello Stato di Nuova York. A tappe continuano a scendere finché incontrano il fiume Mohawk. Qui si fermano, qui delimitano uno spiazzo, nasce il primo villaggio irochese. Sono i Mohawks. Ma loro si chiamano i "Ganeaga-Onoga": il popolo della selce. Hanno fortuna. Si moltiplicano, sciamano, crescono, formano nuovi clan, nuove tribù. Assumono il nome pomposo e solenne di "Nazioni". Si stringono in confederazione. Formano la Lega delle Cinque Nazioni Irochesi. La storia di questo popolo è fantastica. Nel 1609 si scontrano con i Francesi sul lago Forge. E' la prima volta che combattono contro le armi da fuoco. Sono in numero di 200. Scappano. Poi, audaci, le rubano agli Uroni che le hanno ricevute dai Francesi. Si volgono agli Inglesi e vengono ben equipaggiati. Con le armi da fuoco gli Irochesi ottengono facilmente la supremazia assoluta su tutte le tribù dei pellirossi. Nel 1643 cacciano le nazioni neutrali dalla penisola del Niagara. Nel 1653 hanno quasi sterminato gli Eries. Nel 1670 completano la dispersione degli Algonchini, degli Ariandi e degli Uroni. Diventano padroni dei territori tra i laghi Urone, Erie e Ontario. Dominano la riva sinistra del S. Lorenzo sino al fiume Ottawa, fino a Montreal. La presenza di un Irochese Mohawk incuteva tale spavento che appena se ne intravvedeva la forma si dava l'allarme da collina a collina e la gente scappava come pecore dinanzi a un, lupo. Nel 1680 i Seneca, la terza delle nazioni irochesi invadono il territorio degli Illinois sul Mississipi. E' tale la paura e la costernazione degli Illinois che preferiscono abbandonare tutto e trovare scampo altrove. Nel 1700 raggiungono il culmine della loro potenza. Scorazzano dall'Atlantico al Mississipi, dal S. Lorenzo al Tennesee. Hanno vinto e reso tributari tutti i pellirossi della vasta zona. Alcuni, come i Delawares, furono confinati al rango di donne. Era la morte morale, la fine come popolo e come nazione. Non potevano prendere parte alla vita civile, erano esclusi da ogni azione di guerra. I pellirossi di qualsiasi tribù temevano questa condanna come la peggiore jattura. Gli Irochesi la somministravano, ma con molta prudenza. Si accontentavano più facilmente di posti di osservazione e di supervisione nei punti che ritenevano più strategici, pronti sempre ad intervenire per acquetare qualche malintenzionato. Non potevano fare diversamente anche perché il loro nemico numero uno rimaneva sempre in piedi. Il nemico era la Francia che s'era alleati gli Algonchini e gli Uroni dei grandi laghi e fatti amici gli Illinois del Mississipi. Questi alimentavano il mercato delle pelli, il più ricco e il più fortunoso. Il mercato che dava sui nervi agli Irochesi che facevano frequenti irruzioni tra gli Algonchini e gli Uroni e gli altri indiani per renderlo impossibile. Ad ogni incursione seguiva una spedizione punitiva, la pace, la guerra di nuovo e poi la pace ancora. Nel 1665 i Francesi invadono il territorio degli Irochesi. Questi si ritirano. Le difficoltà costringono il comandante Courcelles dei Francesi a ritirarsi. Nel 1666 nuova incursione francese comandata dal vicerè in persona De Tracy. Con lui sono 1200 francesi e 600 pellirossi. Sono più fortunati. Raggiungono uno dei principali villaggi dei Mohawks. Lo distruggono. Distruggono le riserve di granoturco, e tornano indietro senza aver visto una faccia di Irochese. Nel 1684 si ha una spedizione che si conclude con un incontro tra il governatore della Nuova Francia e gli Irochesi. Accuse e contro-accuse, recriminazioni reciproche e difese e la fumata della pipa sacra ai quattro punti cardinali. La pipa significava la pace. La pace che richiamava a testimoniare il Grande Spirito e che doveva durare eternamente. Durò solo tre anni. Gli Irochesi Seneca, gli ultimi della fila, ma i più vicini al Niagara costrinsero a sloggiare le tribù neutrali che si appoggiavano sul fiume Niagara fino all'odierna Detroit. Non contenti fecero diverse razzie contro i procacciatori di pelli. Il mercato sembrò arrestarsi. Per riprendersi si dovette passare allargo dei grandi laghi, molto dentro il Canada, per sentieri nuovi, più lunghi e pericolosi soprattutto nell'inverno. Il nuovo Governatore del Canada volle farla finita. Stabilì di dare una severa lezione ai Seneca e partì con 2000 soldati e 600 indiani. Correva il 1687. De Nonville fu feroce. Passò il lago Ontario e fu tra i Seneca. Cinquecento indiani cercarono d'opporsi e di rallentare il passo agli invasori. Fu una scaramuccia dimostrativa. De Nonville andò avanti, prese quattro villaggi e quattro ne distrusse. Ma i Seneca, come sempre, come tutti gli Irochesi, lasciato tutto, si ritirarono nell'interno del paese, dove era più facile nascondersi e più facile la sorpresa. Il Governatore si ritirò pensando che la lezione data sarebbe stata efficace per molti anni. Lo fu neppure per qualche mese. In autunno, gli Irochesi erano sotto Montreal. Non riescono a conquistare il forte, ma fanno razzie di uomini e di animali nei dintorni. Se i bianchi quando distruggono non risparmiano nulla, gli Irochesi non lasciano neppure la traccia. a si apre una nuova fase: la guerra tra gli Inglesi e i Francesi per il possesso del Canada (1688).Nella vicenda degli Europei entrano in scena come sempre gli Irochesi con la Nuova Inghilterra, gli Algonchini e gli Uroni con la Nuova Francia. Si ripetono gli scontri, le invasioni, le rappresaglie del bianchi contro i bianchi, dei rossi contro i rossi, dei bianchi contro i bianchi e i rossi, dei rossi contro i rossi e i bianchi. Non si fuma più il calumeto di pace. Per farlo si deve arrivare al 1760 con la conquista finale del Canada da parte degli Inglesi. Ma il 1760 ci porta quasi alla vigilia della guerra di indipendenza degli Stati Uniti. Le n'azioni Irochesi che da cinque sono diventate sei con l'aggiunta dei Tuscarosa, espulsi dalla Carolina del Nord, tengono una grande riunione. L'alleanza sempre rinnovata, fedelmente mantenuta con gli Inglesi li porta a schierarsi ancora una volta con loro. Ma i motivi che li spingevano a lottare contro i Francesi non sono gli stessi contro gli Americani. Dalla riunione, dal Congresso come lo chiamavano i pellirossi, uscì per la prima volta, la tesi che le diverse nazioni combattevano a titolo personale. Erano i popoli della selce e delle colline, i popoli dei terreni fangosi che combattevano, non era la lega delle sei nazioni che dissotterrava l'accetta di guerra e si moveva contro gli Americani. La guerra si volse contro gli Inglesi. Nel trattatodi pace del 1783 l'Inghilterra abbandona i suoi alleati. E' la dispersione. E' la fuga. Il territorio degli Irochesi divenne parte del nuovo stato di New York. Gruppi passarono nel Canada, gruppi si ridussero nelle riserve. Dell'antica gloria rimane un nome. Lo ricordano gli Irochesi del Canada che ne coltivano la memoria: Caterina Tega-kuita.
Cap. III
OCCHIDISOLE
Il fuoco crepitava nella lunga capanna del capo, gettando ombre curiose sulle pareti ineguali di corteccia d'albero. Erano le donne che andavano e venivano per vedere la bimba nata all'alba, e complimentarsi con la mamma fortunata. Il capo se ne stava lì, seduto, non un canto, seguendo le spire di fumo della sua pipa. Cervo Verde non parlava. I suoi pensieri andavano da quella culla dove era posta la sua primogenita, lontano nello spazio e nel tempo. La sua tribù era sempre in guerra. Aveva troppi nemici tra i pellirossi ed ora anche i Francesi mostravano di essere seccati delle continue scorrerie degli Irochesi. Il piano di costringere i visi pallidi a servirsi di loro per il commercio delle pelli, distruggendo l'una dopo l'altra le tribù avversarie, era in pieno svolgimento. Osservando il fumo salire dalla sua pipa, fissando l'Algonchina che aveva fatta sua moglie e che gli aveva dato una graziosa bambina, Cervo Verde si domandava che sarebbe stato di lei se le sorti della lotta si fossero rivolte contro di loro. Ma lui era uomo da non dire a nessuno i suoi sentimenti, tanto meno a quelle donne che venivano a congratularsi con sua moglie. Lui era capo e doveva pensare a vincere, vincere sempre, vincere per quella creatura che gli apportava sorriso di cielo all'anima in quel giorno di calma insolita. La domanda che si era posta sul futuro della sua figlia era naturalmente per lui, uso a dirimere le questioni degli altri, a riconoscere e a confermare con la sua autorità le aspirazioni della sua gente. Cervo Verde stette delle ore seduto, senza dir parola, come se quella creatura che lo, rendeva felice non lo interessasse. Quando si alzò, il sole aveva percorso molta strada nel cielo terso di quella mattina di primavera. Uscì di casa a godersi il sole, ad attendere ai suoi doveri di capo. Finalmente Kahenta era sola. Fiore della Prateria, l'Algonchina risparmiata dalla schiavitù, aveva nel cuore pensieri diversi dal suo marito. Aveva imparato da piccola una ninna nanna gentile e cara che ora scherzava sulle sue labbra e che voleva cantare sul tesoro bello che le stava a fianco. Era la ninna nanna che il padre De Brebeuf aveva composta per gli indiani una notte di Natale, quando evangelizzava la terra degli Uroni. Timidamente Kahenta si guardò attorno nella lunga casa deserta. Non c'era nessuno. Unico segno di vita, il crepitio esitante del fuoco. Si chinò sulla bambina, l'avvolse nella pelle di daino e cominciò a cullarla. Il dondolio lento delle braccia era accompagnato dal canto. Il canto diceva che una notte d'inverno fu trovato un Bambino in una capanna dalle scorze d'albero sberciate. Lo avvolgeva una povera pelle di lepre, una pelle che nascondeva una bellezza mai vista. Nei dintorni un gruppo di cacciatori era pronto a snidare la selvaggina, ma la voce dello Spirito li diresse alla capanna nella notte gelida. In alto, molto in alto, uno stuolo di angeli ricordava ai guerrieri che quel bimbo, Gesù, era il loro capo, il capo più potente che mai fosse nato, il capo che il Grande Spirito aveva promesso di inviare dalla parte del cielo dove sorge il sole. Kahenta si strinse al cuore il suo bene e il canto le diceva ora che mai nessuna luna era stata così bella e piena come l'alone di gloria che circondava il capo del bimbo Gesù. Kahenta guardò la bimba e la baciò con tenerezza infinita. Era piccolo così il figlio di Maria nella capanna aperta ai sibili del vento. Quando i guerrieri arrivarono, diceva ancora il canto, si inginocchiarono davanti al piccolo Gesù. Avevano con sé regali di volpe e cuccioli di castoro e tutto deposero ai piedi del piccolo Gran Capo venuto dall'Oriente. Fiore della Prateria era cristiana. Per lei il canto, quella ninna nanna, era tanto. Una preghiera più che uno sfogo, un desiderio più che una melodia. Kahenta voleva vivere da cristiana, ma non lo poteva. Cervo Verde odiava i visipallidi e i vestinere. Era sempre in guerra con loro e non poteva permettere che nel suo villaggio, in casa sua si coltivasse la religione degli stranieri, si servisse un Grande Spirito che non fosse quello degli Irochesi. Sospirava Fiore della Prateria: potesse venire anche qui il vestenera, e versare l'acqua che salva sul capo della mia piccina! Ma i Mohawks non li vogliono. Vennero e furono uccisi. Ondessonk, il padre Jogues, fu martirizzato in questo villaggio. Ondessonk Ondessonk passò due volte per il tragico guanto della tortura. Gli strapparono le unghie e gli pestarono le dita delle mani. Lo ridussero che non poteva più agevolmente celebrare la S. Messa, né usare la piroga. Eppure lo tennero schiavo tredici mesi. Povero Ondessonk! Come facevi a lavorare, diceva fra sé Fiore della Prateria, come facevi a vivere in questo triste villaggio? Perché non accettasti di essere riscattato dai tuoi amici? Ti fermasti per soccorrere i guerrieri cristiani che gli Irochesi facevano prigionieri e destinavano alla morte e alla schiavitù come te. Eri il loro consolatore, l'amico che li incoraggiava a durare in attesa del cielo. Poi non ti lasciarono esercitare più neppure questo compito pietoso e fuggisti. Ma ritornasti, prima come ambasciatore, poi per lasciarvi la vita. Perché non ti fermasti nella mia tribù degli Algonchini che avrebbero ascoltato la tua parola, seguito i tuoi consigli? Volesti venire, fidandoti di questi Irochesi che avevano accettato la pace. E non sapevi che questi guerrieri così valorosi, ma altrettanto ignoranti e crudeli, attribuirono lo scoppio dell'epidemia nel villaggio alla cassettina di rosari e crocette che tu lasciasti nella tua visita di ambasciatore. Volesti ritornare e ti toccò salire per la seconda volta la collina, passando il guanto delle torture. Per la seconda volta i ragazzi vennero a te con i carboni accesi e ti riaprirono le ferite e ti bruciarono il petto, la schiena, le braccia, dove c'era traccia di una dava di ferro, e segni delle molte bastonature ricevute. Tu parevi che non sentissi il dolore. Non ti preoccupavano le ferite, non gemevi. Pregavi per i tuoi cari Irochesi, i tuoi figli di Dio. E questi tuoi figli ti mozzarono il capo e gettarono il tuo corpo nel fiume. Lassù, su quella palizzata, esposero il tuo capo, Ondessonk. Ondessonk, vieni, resta in questo villaggio. Io son qui ora, senza vestenera. Vieni Ondessonk, versa tu l'acqua che purifica sulla mia piccina. Manda un altro vestenera che c'insegni la via del cielo, che renda bella l'anima della mia bambina. Aiutami a darle un cuore cristiano. Aiuta me ad essere una buona cristiana. Resta con me, Ondessonk! A nastasia Fiore della Prateria guardava sulla spianata che formava la piazza del villaggio. La storia di padre Jogues l'aveva sentita nel suo villaggio, vicino al S. Lorenzo. Era stato argomento di conversazione e di edificazione tra i pellirossi algonchini che avevano abbracciato la fede cristiana. Ora lei viveva quella storia passando per gli stessi luoghi, visitandoli con commozione, pregando il martire per la sua piccina, per tutto quel popolo che era diventato suo. Il posto che la impressionava di più era la via del guanto. Sapeva quanto fosse terribile, conosceva quanta crudele raffinatezza i suoi Irochesi mettevano nel far soffrire le vittime. Per quanto cercasse ogni scusa per non assistere alle torture, qualche volta doveva presenziarvi. Era la moglie del capo. E ogni volta la pena si acuiva, ogni volta tremava in tutto il suo essere. Avrebbe voluto che quell'uso barbaro avesse fine, ma che poteva fare lei, povera Algonchina risparmiata dalla schiavitù, che un capriccio del capo avrebbe potuto rigettare senza che una voce si sarebbe mai alzata in sua difesa? Ah!, se ci fossero anche ad Ossernenon i vestinere! Un leggero movimento alla tenda di pelle d'orso che chiudeva l'ingresso della capanna la distolse dai suoi tristi pensieri. - Buon giorno, Kahenta, le diceva una voce vibrante. - Buon giorno, rispose lei dolcemente. Era Anastasia, una donna avanti negli anni, ma non vecchia e sempre vigorosa ed energica. Cristiana anche lei, anche lei Algonchina. Grazie al suo carattere fermo aveva potuto vivere indisturbata e rispettata tra i Mohawks. Anastasia amava molto Fiore della Prateria, le sue maniere graziose, la sua mitezza. Erano due temperamenti opposti che si attraevano e si compensavano. Anastasia avrà molto peso nella vita della fanciulla che in quel momento si teneva felice tra le braccia. Diverrà la confidente della figlia, come ora lo è della mamma. - Kahenta, sai chi ho visto? - Se non me lo dici, come lo posso sapere? Parlavano sottovoce. C'era sempre il timore della presenza di qualche indiscreto nella capanna, abitata per solito da più famiglie imparentate fra loro. E nella sua, le famiglie erano tre. - E' venuto il vestenera nel vostro villaggio, disse Anastasia. I francesi lo chiamano padre Lemoyne, ma gli indiani Ondessonk in memoria del martire padre Jogues. Kahenta trattenne il respiro. - E' venuto, continuò Anastasia, a portare conforto agli Uroni dell'isola di Orleans. Sono dei cristiani... - Oh Anastasia!, sospirò Kahenta; pensi tu che il missionario vorrà venire in casa mia a versare l'acqua benedetta sulla mia bambina? Anastasia scosse il capo. - Il vestenera ha rimproverato i guerrieri Mohawks della loro crudeltà. Tuo marito è rimasto molto seccato. Non credo che gli permetterà di venirci a trovare. Cervo Verde non vuole che sua figlia diventi cristiana. - E' colpa mia, gemette Fiore della Prateria, colpa mia se Cervo Verde pensa di me che sono rimasta ancora molto algonchina e simpatizzi troppo per i Francesi. E questo solo perché una volta mi permisi di dirgli che alla nostra nazione la pace con i Francesi sarebbe stata più utile della guerra. Mio marito mi guardò male. Rispose duro che con i Francesi non ci poteva essere pace. I visipallidi erano venuti per rubare la terra ai pellirossi, corrompere i valorosi con la loro acqua che brucia e renderli inetti e ucciderli. Che posso fare, Anasta sia, per fargli cambiar idea? Tu puoi pregare, Kahenta, puoi armarti di tutta la pazienza possibile. Cerca di non irritano. Sappi attendere. Una squaw deve imparare ad aspettare, deve saper starsene zitta. Anastasia si alzò continuando a tenere la bimba in braccio e a vezzeggiarla. - Chi lo sa, andava dicendo a Fiore della Prateria, chissà quello che avverrà del clan della Tartaruga? Anche gli Uroni hanno ucciso i vestinere e ora ne ascoltano la parola. La stessa cosa potrà avvenire per gli Irochesi. - Quanto lo vorrei e presto, soggiunse Kahenta. Le due donne erano giunte sulla soglia della lunga capanna. Anastasia cedette alla mamma la piccola cheaveva tenuto fino allora gli occhi chiusi. Alzò la pelle d'orso che serviva da porta e si voltò a dare ancora un saluto all'amica. Il sole entrò nella capanna. Col sole la bimba aprì gli occhi. Che gioia per la mamma vederli. Le parvero belli, tanto belli, splendenti di tanta luce. Sembravano bearsi di sole. Fiore della Prateria e Anastasia ne rimasero colpite. Quegli occhi non temevano la luce, rimanevano aperti al sole. - Occhidisole, dissero entrambe. Occhidisole, che bel nome per la figlia di un capo, pensò Kahenta. Al ritorno Cervo Verde seppe dell'episodio e confermò: Sì, Occhidisole sarà il suo nome (1656).
Cap. IV
LA FIGLIA DEL CAPO
Quando gli occhi di Kahenta riuscirono ad assuefarsi al fumo che saliva dalla lastra di pietra arroventata nell'angolo della capanna destinata al bagno, riconobbe Anastasia intenta a versare l'acqua sulla lastra. Le due donne furono felici di godersi assieme il bagno di vapore e naturalmente la loro conversazione cadde su Occhidisole che cresceva come una meraviglia. Bella, paffuta, sempre sorridente dagli occhi chiari splendenti di innocenza. - Dov'è ora Tega-kuita?, domandò Anastasia. - Occhidisole si trova dallo zio Onsingongo. Egli vuol bene alla bambina quasi come Cervo Verde. La piccola gli fa passare delle ore liete e lo ricompensa in qualche modo della perdita dei suoi tre bambini. - Nessuno può amare Occhidisole come suo padre. Egli dimentica d'essere Sachem quando gioca con la figliola. Se Cervo Verde e Onsingongo non fossero quei valorosi guerrieri che tutti riconoscono ed ammirano, la gente si burlerebbe di loro, quando li vede con Occhidisole.- Anastasia, ora devo andare, disse Fiore della Prateria. Devo aiutare Nintha a rifinire la tunica di Onsingongo per il concilio della Lega che si deve tenere a Onondaga. Deve essere uno degli uomini più eleganti laggiù. - Parte anche Cervo Verde? - Sì, anche lui e Cardaroni. E' meraviglioso vedere come i tre fratelli si aiutino nel lavoro. La nostra lunga casa è fortunata di avere tre cacciatori così valenti, tre guerrieri tanto forti. Fiore della Prateria si fermò all'ingresso del reparto riservato alla sua famiglia. Si fermò e non poté fare a meno di sorridere. La cognata Nintha teneva in braccio Occhidisole, mentre i tre fratelli si divertivano a far tintinnare i sonagli ricavati dai gusci delle tartarughe. Come era bella la sua bimba, ormai di tre anni, vestita d'una tunica rosso e gialla, con i calzoncini rossi ricamati di bianche perline. Kahenta si fece avanti e rimproverò amorevolmente i tre uomini.- Come volete che la bambina prenda sonno con tutto il fracasso che le fate? E Nintha: - Questi tre signori se ne starebbero qui a giocare per ore intere invece di riposare o fumare. E tu sai che nulla è più gradito ad un Mohawk della pipa. - Donne, donne, avete sempre da ridire su tutto, disse Onsingongo, ed uscì di casa. Lo seguirono i due fratelli, approvando la battuta di Onsingongo.
Guerra ai Francesi. Sul piazzale trovarono Garangula che si intratteneva con un gruppo di guerrieri in attesa che il capo uscisse dalla sua lunga casa. Garangula era il capo del popolo delle grandi colline (Onondaga), l'oratore più famoso degli Irochesi, colui che si alzò a controbattere le lagnanze dei Francesi scesi col loro governatore De la Barre a far razzia tra gli Irochesi nel 1687. La spedizione finì con la fumata del calumeto. Ma da allora i bianchi non avevano cessato di combinare altri guai. - L'ultima beffa, i visipallidi ce la fecero in casa nostra. Avevamo ricevuto nel villaggio un gruppo di coloniali, mandati dal governatore francese. Finché erano ospiti non li potevamo toccare, ma avevamo deciso di ucciderli appena fossero usciti dal recinto. Sapemmo in seguito che un capo guerriero cristiano di passaggio li aveva avvertiti del pericolo. - Se ne fuggirono? domandò Cardaroni. Noi siamo Onondaga. Nessuno scappa facilmente da noi. Ma quei cani di visipallidi ci invitarono ad una cena, "mangia-tutto". Pensavamo che non avessero niente, che non riuscissero ad uccidere neppure una piccola volpe, invece non mangiammo mai come quella sera. Maiali, galline, cani, daini, orsi non finivano mai di comparire nel cerchio. Mangiammo tanto che tutti gridammo basta! Tutti eravamo talmente pieni che il sonno venne rapido e profondo. Quando ci svegliammo, la calma più assoluta regnava nel campo dei visipallidi. Alcuni dei nostri guerrieri strisciarono fino alla porta del loro accampamento, ma era chiusa. La sfondarono. Dentro non c'era nessuno. I Francesi se n'eran fuggiti sui ghiaccio. Certamente si erano costruita una canoa e con l'accetta avevano spaccato il ghiaccio del fiume. Il freddo acuto lo aveva chiuso di nuovo, e noi non trovammo nessuna traccia di loro, in nessuna parte. - Allora, scattò Cervo Verde, noi dobbiamo vendicare la vergogna che i visipallidi ci hanno inflitta, dobbiamo uccidere tutti i Francesi. Prese l'accetta e la scagliò nel centro del cerchio, fissandola nel terreno. Gli altri guerrieri lo imitarono. Era la dichiarazione di guerra, di guerra totale, fino allo sterminio. I delegati dei Mohawks al grande raduno delle nazioni irochesi avrebbero portato la loro dichiarazione di guerra. Cervo Verde sapeva della tendenza delle altre tribù, chiamate nazioni. Sapeva che i Cayuga e gli Oneida erano per la pace, che gli Onondaga e i Seneca erano perplessi, ma lui e i suoi volevano la guerra e si sarebbero battuti con tutte le loro forze, usando tutta la loro eloquenza, per far trionfare nel grande concilio la loro tesi. La decisione presa sarebbe stata legge per le cinque nazioni. Kahenta vedeva e seguiva tutto. Amava suo marito, ma lo avrebbe voluto meno guerriero. Non che non ammirasse le sue doti e non fosse orgogliosa di lui, ma lei era sempre per la pace e desiderava che suo marito nutrisse sentimenti di conciliazione invece di ricorrere continuamente alle imboscate e alla guerra. Ma mentre i guerrieri mohawks procedevano al lancio del tomahawk, ella notò una figura sinistra avanzarsi verso il gruppo, coperto da una maschera orribile. Era lo Shaman, lo stregone. Personalmente non aveva nulla da temere da quell'uomo. Ma le faceva un ribrezzo istintivo che non sempre riusciva a dominare. E d'altra parte lo Shaman era contro di lei, sia pure nascostamente, perché cristiana.- Che vuoi, Tenkwekon? domandò brusco Cervo Verde. - Prima che tu e i tuoi guerrieri partiate per il grande concilio dobbiamo eseguire la danza di guerra, visto che la decisione presa è di guerra senza quartiere. Dobbiamo propiziare Aireskoi sulla vostra missione. Aireskoi, il dio della guerra, placato dalle torture dei prigionieri che si trovano in catene, vi aiuterà a convincere tutti i capi della lega ad accettare la vostra tesi. - Sia per la danza di guerra, rispose Cervo Verde. Fiore della Prateria, malgrado il disgusto che provava per lo stregone, vi dovette intervenire, conoscendo molto bene che l'inimicizia dello stregone le poteva essere dannosa soprattutto ora che suo marito sarebbe rimasto assente almeno per un mese, se non di più.
La danza di guerra. La danza di guerra era derivata agli Irochesi dai Sioux. Arricchita di elementi nuovi costituiva la danza più famosa e più importante, quella che i giovani imparavano per prima. Di solito veniva eseguita a sera inoltrata da un gruppo di quindici o venticinque danzatori selezionati dal capo che ne era il leader. Poteva durare un'ora sola se non vi fossero discorsi, tre o più ore se era intercalata da canti, da brevi interventi dei presenti che si improvvisavano oratori e dicevano le cose più strane a base di motteggi, battute di spirito, attacchi benevoli agli amici, alle donne, distribuzione di tabacco, invettive contro i nemici. Quella sera la danza durò tutta la notte. Kahenta era nel gruppo delle donne. Tega-kuita che doveva dormire ma non poteva, se ne stava in casa, occhieggiando dalla sua capanna. Due tamburi erano i soli strumenti che accompagnavano i canti e il ritmo dei danzatori, tutti mascherati.Il popolo era riunito da tempo nella capanna delle riunioni. Una capanna per modo di dire, costruita da pali innalzati verticalmente e sempre in cerchio, uniti in alto da altri pali coperti di frasche. Nel mezzo ardeva il fuoco. I danzatori si preparavano in una capanna vicina, e intanto altri guerrieri intonavano canti di guerra per creare l'atmosfera. Di tanto in tanto le grida di guerra venivano lanciate anche dalla capanna dei preparativi. Con un ultimo grido Cervo Verde, seguito dai fratelli Falco Gigante e Cardaroni, e da altri ventidue guerrieri uscì dalla capanna, facendo tintinnare i sonagli che portava alle gambe e ai piedi. La folla si aprì e il corteo dei danzatori irruppe nel mezzo, disponendosi in fila indiana, attorno al fuoco. I tamburi cominciarono a battere adagio con rumore sordo e attutito. I danzatori si muovevano lenti, simulando l'avanzata cauta verso il nemico, guardinghi come se realmente un accampamento di Uroni fosse là da presso e dovesse essere colto di sorpresa. Vi fu una pausa, un discorsetto seguito da applausi. Poi la danza riprese più rapida, più sostenuta. Interpretava lo scivolare delle canoe sull'acqua con i guerrieri che vigilavano attenti ai due lati della foresta per scorgervi il minimo muoversi delle fronde, sicuro indizio della presenza di nemici, di sentinelle pronte a dare l'allarme. Altre pause, altridiscorsi, finché i tamburi non batterono rabbiosi, elocissimi e assordanti, accompagnati dagli urli dei danzatori che dovevano muoversi a due a due, uno in atteggiamento di attacco, l'altro di difesa; uno scagliando le frecce, l'altro adoperando la dava; uno maneggiando il tomahawk, l'altro studiando il momento per atterrare il nemico. Tutto questo con violenti contorsioni delle braccia e delle gambe, con un agitare confuso e ordinato di tutte le membra, or a curve, ora rette, ora poggiate a destra, ora volte a sinistra. Tega-kuita a guardare quelle maschere l'una più feroce dell'altra, a sentire quegli urli acuti e assordanti, a vedere tutto quell'agitarsi di gambe che il fuoco rifletteva in ombre sempre più varie e moruose, ebbe paura. Ad un tratto vide che la maschera capofila uscendo dal cerchio si dirigeva verso di lei. Non pensò a fuggire, ma se ne stette lì senza fiato. Prese a tremare quando fu alzata da quelle braccia bagnate di sudore. Poi sorrise al suono della voce che ben conosceva. - Tega-kuita, piccola mia, perché hai paura dei guerrieri mohawks e della loro danza di guerra? Tu se i Mohawk, tu non devi avere mai paura. Vieni, vieni a sederti vicino al fuoco, così potrai vedere tutto quello che noi facciamo. E la portò a Fiore della Prateria. - Kahenta, Occhidisole ha paura della danza. Tienila con te, perché veda ed impari ad essere coraggiosa. Nessuna figlia di capo del clan della Tartaruga deve vergognarsi di quello che suo padre fa e mostrare la minima paura. Tienila con te fino alla fine della cerimonia. La danza ricominciò lenta, solenne, lugubre. Il canto diceva: "Io sono valoroso e intrepido. Io nonho paura della morte. Nessun genere di tortura mi spaventa. Chi ha paura è un codardo. La vita è nulla per chi ha coraggio. I miei nemici saranno confusi dal mio valore e diverranno verdi di rabbia. Era ormai alba quando Cervo Verde lanciò l'ultimo grido per dire che la cerimonia era finita e l'assemblea era sciolta. - Povera piccola mia, diceva Fiore della Prateria, quanto tremi per quello che hai visto questa notte. Possa tu non diventare mai viziosa e crudele come tutte le altre ragazze mohawks. Dovrò lavorar molto per insegnarti quello che il vestenera fece imparare a me. Ondessonk, martire di Cristo, aiutami tu a fare di Occhidisole la più bella, la più brava creatura del mondo, una perfetta cristiana.
Cap. VI
IL SOGNO
Di buon mattino Cervo Verde, l'arco in mano e la faretra colma, buttato addosso il fucile per ogni evenienza, si prepara a partire. Pensa di non rimanere molto fuori. All'imbrunire, anche prima, sarà di ritorno con la selvaggina che basti per la colazione della sera. Esce più che altro per ingannare il tempo, visto che quel giorno non ci sono questioni da risolvere nel villaggio e i discorsi si aggirano tutti sulla guerra ai Francesi che lui deve propugnare come necessaria e inevitabile al gran concilio dei Sachem. Mancano pochi giorni alla partenza per Onondaga e vorrebbe che l'evento di cui è in attesa venisse ad allietare la sua casa prima di mettersi in cammino. "Se fosse un maschietto, un futuro Sachem e possibilmente come me capoo guerriero", pensa Cervo Verde! Occhidisole vede il babbo pronto ad uscire e corre a salutarlo con mille piccole manifestazioni di affetto. Ormai si è fatta grandicella e sa che il babbo gradisce tanto le sue carezze. Cervo Verde depone l'arco, solleva in alto la sua bambina e le schiocca un bacione in fronte. - Sarai buona quest'oggi? - Sì, babbo. Mamma te lo dirà. La mamma faceva sforzi per sorridere. - Torna presto, disse Fiore della Prateria. - Prima che il sole tramonti, sarò qui, rispose Cervo Verde. - Buona caccia. - Mi raccomando... Tega-kuita accompagna il babbo sulla soglia, gli si mette tra i piedi quando esce, poi scompare. La mamma non l'ha vista rientrare. Sarà andata a giocare? Non è possibile. Glielo avrebbe chiesto. Una delle abitudini belle prese dalla piccina era quella di avvisarla ogni qual volta andava a trovare le amichette. Due ne aveva particolarmente care, Raggio di Luna ed Erba del Prato. Si divertiva immensamente con loro per ore ed ore. I giochi preferiti erano il salto nel cerchio con i piedi congiunti, la palla a rimbalzo, il getto degli stecchetti e a nascondersi. Ma Tega-kuita non era andata a giocare quel mattino. Lasciato il babbo si era ritirata in casa, quatta quatta, per divertirsi con la mamma. Non vedendola, certamente l'avrebbe chiamata. E allora lei avrebbe imitato il miagolio del gattino. E la mamma davvero la chiamò, una, due volte. Dal cesto dove s'era nascosta Occhidisole imitò il gattino. - Esci fuori, Tega-kuita! Non abbiamo tempo di giocare quest'oggi. La piccina alzò un tantino il capo e vide che la mamma aveva il volto bianco, sofferente, e che si mordeva le labbra. Non ebbe coraggio di miagolare più, spiccò un salto gridando: «Mamma, mamma!». - Portami i tuoi vestiti e ti aiuterò ad indossarli. La piccina le gettò le braccia al collo.- Ma tu sei malata, mamma, disse spaventata. - No, no, rispose Fiore della Prateria, baciando forte sulle guance la sua piccina. Non sono malata. Qualcosa di meraviglioso sta per accadere quest'oggi. Occhidisole le portò la tunica di pelle di daino ornata di frange e i mocassini ricchi di perline. Fu vestita, pettinata, da sembrare una reginetta. - Ora corri e chiamami Anastasia. Dille che ho bisogno di lei, subito. Poi tu vai a giocare e stattene fuori, finché non ti mando a chiamare. - Si, sorrise la bimba. Ma poi tu mi dirai la cosa meravigliosa che sta per accadere? - Sì, certamente. Allora tutti lo sapremo. Tega-kuita si mise a correre. La casa di Anastasia si trovava piuttosto lontana dalla sua. All'avvicinarsi, comincio a gridare: - Anastasia, Anastasia! Ed ansimava per la corsa. Anastasia era occupata ad infilare perline variopinte di porcospino su un paio di gambali nuovi. Uscì dalla capanna, protendendo le braccia verso la piccina che sempre correndo si vide sollevata di peso. - Anastasia... - Mi chiama tua mamma, vero? - Sì, sì, una cosa meravigliosa sta per accadere. - Vengo subito. E sempre tenendosi in braccio la piccola entrò nella capanna, diede a Occhidisole una bambola di granoturco e la depose a terra. Mise da parte il suo lavoro, prese alcune cose ed uscì svelta per la capanna del capo. Occhidisole le teneva dietro a malapena, correndo. Da una capanna uscivano scoppi di risa di bimbi. Anastasia si fermò. Prese Tega-kuita gentilmente per un braccio, le diede un colpettino sulla guancetta. - Senti? Freccia Diritta e Raggio di Luna stanno giocando. Vai da loro. - Sì, anche la mamma vuole che stia fuori a giocare. - Allora... e accennò con la mano che andasse. Tega-kuita si mosse e Anastasia riprese la sua strada. Gli scoppi di risa non cessarono, quando Occhidisole comparve in mezzo a Raggio di Luna e a Freccia Diritta. Le amichette la salutarono festose e Raggio di Luna prese l'iniziativa. - Giochiamo a nasconderci? Vieni, andiamo. Presto altri bimbi si unirono a loro. Tega-kuita era la più piccola e per la sua statura riusciva sempre a scovare un posto dove era difficile trovarla. Quella volta si ficcò in un tronco di quercia, scavato. Si girò e rigirò tanto da rimanere quasi piegata in due con i piedi un poco fuori. Vi adattò sopra alcuni rametti e li nascose tra le foglie. Il gioco cominciò e Occhidisole sorrideva ogni volta che un compagno veniva scoperto e si univa agli altri nella ricerca. Non restava che lei, ora. Le passarono più volte tanto vicini che quasi la toccavano; ma non la videro. Ad un tratto sentì una voce nuova che si era unita alle altre. - Che gioco stupido!, diceva con disprezzo. Era Unghia d'Orso, il figlio di un grande guerriero. Tega-kuita era molto contenta di aver trovato un nascondiglio così sicuro. Unghia d'Orso le faceva paura. - Andiamo a giocare ai guerrieri, comandò Unghia d'Orso. - Sì, sì, andiamo! gridarono gli altri bimbi eccitati. - Tega-kuita, vieni fuori!, le gridavano in coro. Occhidisole non si mosse. Ella odiava cordialmente quel gioco. Sperava che se ne sarebbero andati senza di lei. Aveva tante cose da raccontare alla sua bambola. Ma Unghia d'Orso aveva una vista molto acuta. Egli vide i due gambalini rosso-bruni occhieggiare dal tronco e mosse verso Occhidisole che tratteneva il respiro. - Eccola! gridò, prendendola per una gamba. Non c'era più nulla da fare. Dovette muoversi ed uscire. Lo fece con fatica. E le veniva da piangere. Ma era ormai troppo grande per piangere, i suoi quattro anni le impedivano assolutamente di mostrare i lagrimoni sulla faccia. Unghia d'Orso tracciò un largo cerchio sul terreno. Divise lo spazio in cinque segmenti. Agli estremi figuravano due villaggi, poi due fasce della pace, dove c'era la sola possibilità di arrendersi, e nel mezzo il campo della lotta. - Occhidisole tu stai qui, a custodire il villaggio, disse Unghia d'Orso alla figlia del capo. Tega-kuita non voleva altro. E cominciarono le scorribande da un villaggio all'altro, le corse, i prigionieri, le grida di vittoria, le urla degli sconfitti. Una imitazione perfetta di quello che facevano i grandi. Naturalmente vinse il villaggio di Unghia d'Orso, il quale, mai stanco di giocare, lanciò un'altra proposta: - Giochiamo ai visipallidi. In coro ragazzi e ragazze applaudirono. Le ragazze vennero messe da parte come spettatrici. Occhidisole, perché figlia del capo, dovette sedersi su un tronco d'albero, quale personaggio più importante. Tre ragazzi dovevano fingere di essere bianchi e prepararsi a fuggire. Gli altri si misero in cerchio per iniziare la danza di guerra. Bisogna dire che i mocciosi danzavano da veri provetti. La danza di guerra d'altronde era la prima e la più importante che venisse loro insegnata. Urli, contorcimenti, finte, tutto era perfetto. Finalmente Unghia d'Orso cacciò un urlo che significava per i tre visi pallidi la fuga e per i guerrieri irochesi la rincorsa ad acciuffarli. Occhidisole se ne stava quieta, non divertita, mentre le altre ragazzette, compresa Raggio di Luna incitavano i loro piccoli bravi. Quando i tre furono presi e condotti al villaggio, Unghia d'Orso, il più grande e il più prepotente, ordinò che si facesse il guanto. - Adesso dobbiamo immolare i visipallidi al dio della guerra. Tega-kuita, che conosceva fin troppo bene cosa significasse, perché un gioco, per quanto gioco, si tramutava facilmente in bastonature vere, sopportate con stoicismo dai piccoli che volevano fare i coraggiosi, alle parole di Unghia d'Orso si alzò di scatto e si diede alla fuga nella foresta. - Bah, grugnì Unghia d'Orso. Guardate come scappa. Quella non è una vera Mohawk. Tega-kuita, come sua madre, odiava la guerra e le uccisioni. Fuggì lontano, tanto da non sentire più le voci dei compagni di gioco e s'accascio senza fiato su di un angolo d'erba. "Perché Unghia d'Orso deve sempre guastare i giochi? Era così piacevole giocare a nascondersi o starsene quieta con Raggio di Luna a divertirsi con le bambole! Dove compare Unghia d'Orso non ci sono che guerrieri, danze e prigioniericchidisole era triste. Poggiata ad un albero prese la bambola e le cantò sottovoce la ninna nanna che sua madre le aveva insegnata. Il canto ricordava un bambinello venuto al mondo una notte d'inverno, che i grandi capi andarono a visitare offrendo molti doni belli. Il sole alto riscaldava l'aria e conciliava il sonno. Tega-kuita cantò a lungo alla sua bambola, finché gli occhi si chiusero e le braccine caddero sulle ginocchia, la bambola di granturco sempre inmano. Si svegliò ad una voce chiara, conosciuta, chela chiamava dolcemente. Aprì gli occhi e si vide suopadre davanti. - Babbo!, e si slanciò tra le sue braccia. - C'è una sorpresa, mio piccolo uccello dalle alisse. - Una sorpresa? - In casa è arrivato un papoose di carne. Un fratellino per te, disse sorridendo Cervo Verde. Vieni a vedere.- Un fratellino? Allora questa è la sorpresa meravigliosa che mi ha detto mamma questa mattina! Il babbo la prese per mano e si incamminò verso casa. Molte erano le domande che Occhidisole faceva al babbo sul fratellino: e come era venuto e chi lo aveva portato e come era fatto. E il padre a parlarle del Grande Spirito che l'aveva donato e della tartaruga che l'aveva recato sul dorso dal cielo fino alla terra, fin nel loro villaggio, fin nella loro casa. Bello era, certamente il più bel papoose della terra. Tega-kuita si beava delle risposte del padre e voleva vederlo presto il suo fratellino papoose. A casa la madre li accolse col sorriso più bello.Prese il piccolo che ancora non aveva un nome e lo mostrò al marito e alla figlia. Tega-kuita corse dalla mamma, si inginocchiò per veder meglio la faccetta rossa del suo fratellino. Quanto era felice! Avrebbe avuto cura di lui, avrebbe aiutato a nutrirlo, gli avrebbe cantato con tanto amore i canti che finora erano andati a un papoose di stoffa o di granturco. - Benvenuto, fratellino, gli disse e volle prenderlo in braccio. La mamma glielo diede senza lasciarlo lei stessa. Gli occhi di Cervo Verde e di Fiore della Prateria si incontrarono nel gesto di Tega-kuita e sorrisero entrambi. La donna prese coraggio: - Questa è una bella giornata. - Meravigliosa! - Forse tu mi vorrai fare un regalo oggi. - Tutto quello che vuoi. - Vorrei che venisse il vestenera a versare l'acqua benedetta sui nostri bambini! Cervo Verde si rabbuiò tutto. Fu come se la folgore l'avesse colpito. Nubi di rabbia passarono sul suo volto. Guardò torvo sua moglie. Fiore della Prateria comprese che non era il caso di ripetere la domanda e d'insistere. - Ho fatto un sogno su Tega-kuita, disse per mutare l'animo di suo marito e distoglierlo dal furore che aveva in corpo e che lo rendeva muto. Cervo Verde la guardò. Un sogno ha sempre una grande importanza nella vita di un irochese. Un sogno ha il potere di cambiare fatti ed avvenimenti di una vita. Rispose semplicemente: - Un sogno?... Il tono della voce non era aspro, ma non tradiva alcun mutamento nel suo animo. - Ho sognato che la nostra Tega-kuita sarà la donna più famosa della nostra razza. Uomini e donne si inginocchieranno davanti a lei e una casa molto grande sarà costruita per lei. - Racconta il sogno allo Shaman. Egli ci potrà dire il suo esatto significato. La donna annuì col capo, ma si guardò bene di dire a suo marito che ella non credeva in nessuno stregone e in nessuna loro interpretazione. A sua volta Cervo Verde ricordò che il mattino a caccia aveva incontrato un'antilope che se ne fuggiva lestissima. Avrebbe potuto colpirla. Ma non sapeva neanche lui perché non lo avesse fatto. Una forza strana glielo aveva impedito. Una voce gli aveva detto di no. - E' stato lui certamente, lui, il nostro bambino, Antilope Rapido. - Antilope Rapido è il suo nome. - E' un bei nome, aggiunse Fiore della Prateria.
Cap. VI
IL VAIOLO (1660)
Il Gran Consiglio. Non fu facile, ma neppure arduo per Cervo Verde far prevalere la sua tesi al Gran Consiglio dei Sachern. Di diritto il Consiglio comprendeva nove Sachem per nazione. Solo gli Oneida ne avevano dodici perché più numerosi, erano al centro delle altre nazioni, custodivano il sigillo della lega e il wampum. Il wampum era allo stesso tempo costituzione e codice della lega delle nazioni irochesi. Il codice era costituito da cinture e da stringhe di vario colore intrecciati ad arte con conchigliette. Erano gli articoli della legge. Occorrevano degli uomini particolarmente versati che ricordassero e decifrassero il contenuto di ogni legge. Essi facevano parte dell'assemblea ed avevano il titolo e il grado di Sachem. Il Gran Consiglio dei Sachem era per gli irochesi, quello ch'è il Parlamento per noi. Solo che la loro carica non era elettiva, ma ereditaria. Passava da padre in figlio e poteva seguire la linea collaterale dei fratelli e dei cugini. Solo il Gran Consiglio dei Sachem ne poteva deporre uno per indegnità, solo essi ne proclamavano la legittima successione. La cerimonia si apriva con l'accensione del fuoco sacro tra il silenzio riverente di tutti i presenti. Presiedeva di diritto il primo sachem degli Oneida, il tododaho, dal nome del fondatore della lega. Era lui che aspirava per primo le tradizionali quattro boccate di fumo da lanciare ai quattro punti cardinali per propiziare gli spiriti che vagavano in ogni angolo della terra. Lui passava il calumeto, lui lo riceveva e lo custodiva quando tutti avessero fumato. Lui parlava per primo e dava la parola a chi la chiedeva. Ma quanto a decisione, il suo voto aveva lo stesso valore di quello degli altri sachem. E le decisioni dovevano essere prese all'unanimità. Governo oligarchico, adunque, quello degli Irochesi; governo però' che lasciava una grandissima libertà di iniziativa ai singoli, purché si muovessero nell'ambito delle decisioni prese collegialmente. Così, quando Cervo Verde riuscì a far prevalere la tesi della guerra ad oltranza ai Francesi, i singoli capi militari erano liberi di condurre le ostilità come meglio credevano. Dichiarata la guerra, infatti, non c'era un comandante supremo che dirigesse le operazioni, non c'era la mobilitazione generale. La mobilitazione era nello spirito di tutti che si riunivano in bande, non necessariamente guidate dal capo militare, ma con la sua approvazione. Cervo Verde partecipò a molte imprese personalmente ed era dei più temuti. Tutti i Mohawks, d'altronde, si distinsero per coraggio, astuzia e decisione. Finché un giorno, ad un anno circa dal grande raduno dei sachem si sparse nel villaggio di Ossernenon la terribile nuova della presenza del vaiolo.
L'epidemia. Quel giorno Cervo Verde era assente e il male si sviluppò proprio nella sua casa. Fu Tega-kuita ad accorgersi.Occhidisole passava molte ore a giocare col suo fratellino che già riusciva a muoversi da solo come un piccolo scoiattolo, aiutato dalle mani e dalle ginocchia. Come sempre anche quella mattina Tega-kuita si avvicinò al fratellino che se ne stava seduto per terra, appoggiato con la schiena alla parete, gli occhi chiusi. - Non è più tempo di dormire, mia piccola Antilope, gli disse la sorella. Ma il piccino non gli dava retta. - Vedi cosa ho con me questa mattina? E gli mostrava un guscio di tartaruga ornato di perline e di sonagli. Ma anche il tintinnio dei campanelli non valse a smuovere Antilope Rapida. Occhidisole ebbe un moto di impazienza, ma fissando il fratellino si accorse che sulle guance e per le braccine vi erano delle macchie rossastre in abbondanza, mai viste prima. - Mamma, mamma!, si mise a gridare Occhidisole, correndo verso di lei. La mamma stava preparando il sagamitè per il pranzo. Col cuore pregava. La mamma sapeva della presenza del vaiolo nella tribù della Tartaruga. Un clan vicino era già stato colpito e la morte mieteva vittime, senza risparmio. Pregava Fiore della Prateria il suo Rawennio, il suo Dio. Lo pregava per il suò marito lontano, per i suoi figli, per sé, perché proteggesse tutti, li salvasse dal flagello, si realizzasse il suo sogno su Occhidisole. La sua era una preghiera di fiducia e di abbandono, una preghiera che includeva i vestinere. Era certa che sarebbero venuti un giorno a convertire tutti gli Irochesi, che l'acqua battesimale sarebbe scesa sul capo dei suoi figli. - Mamma, mamma!, continuava a gridare Tega-kuita, e aveva lo sguardo pieno di paura. - Antilope Rapida, il fratellino ha... Ma prima che avesse finito, già la mamma era dal piccolo. Gli toccò le guance che bruciavano di febbre e rimase atterrita. Si buttò in ginocchio, nascose il capo tra le mano e pianse. "Se il vestenera fosse qui, pensava, egli pregherebbe il Grande Spirito...". A Tega-kuita disse: - Non è nulla. Antilope Rapida è malato, ma guarirà. Ma Fiore della Prateria sapeva che non c'era più nulla da fare, che il demonio del vaiolo era entrato nella sua casa e che contro quel male non c'erano rimedi che valessero.
Gli scongiuri degli stregoni. Quella notte il villaggio era pieno di rumori strani. I tamburi battevano rabbiosamente, continui e assordanti. Uomini dipinti con stnsce bianche e nere, coperti il volto dalle maschere più terrificanti, danzavano nel mezzo del villaggio. Accompagnavano le movenze selvagge con canti che sembravano piuttosto urli mossi su toni ben definiti. Erano scongiuri, incantesimi; grida per spaventare il demonio del vaiolo. Nella casa del capo vi era la tristezza più profonda. Fiore della Prateria passava continuamente sulla fronte del suo piccolo pezzuole imbevute di acquafresca. Cervo Verde dall'istante ch'era giunto in casa non si era staccato dal suo bambino. Occhidisole se ne stava in un angolo tenendo in mano la sua bambola di foglie di granturco, senza dire piarola, senza importunare i suoi genitori con domande che avrebbero turbato la fissità del padre e l'affacendarsi della mamma.I rumori ad un tratto si fecero più vicini. Si mosse la tenda dell'ingresso e tre uomini entrarono nella capanna del capo. Erano gli stregoni che venivano a ripetere l'operazione della piazza nella capanna. Fiore della Prateria si ritirò e Cervo Verde apprezzò il gesto, fiducioso. Salti, urla, baccano e rumori si ripeterono attorno ad Antilope Rapido, giacente sul suo piccolo pagliericcio. Stettero per un bel pezzo, poi andarono ad altri malati. Dovevano atterrire quel demonio, dovevano liberare il villaggio da quella peste. Al mattino il bimbo non stava meglio. Cervo Verde non voleva muoversi, ma lo richiamava un dovere più forte della sua tenerezza di babbo, più cruciale dei suoi interessi di famiglia. Nel villaggio i viveri erano scarsi e con quel male che vi serpeggiava l'inazione poteva essere piu fatale. Fu così che, raccolto un gruppo di uomini validi, andò alla caccia col cuore in tempesta. Fiore della Prateria lo aveva rassicurato che poteva andare e che al ritorno il piccolo l'avrebbe trovato meglio. Occhidisole uscì col babbo, ma si fermò dove ilvillaggio si congiungeva alla foresta. Si mise asedere appoggiata ad un albero e cominciò araccontare alla bambola la malattia del fratellino e il baccano in casa nella notte scorsa. Parlava, parlava, quando vide Raggio di Luna salire dal fiume con una brocca d'acqua. - Vieni a giocare alle bambole, Raggio di Luna? - No, non ora, Occhidisole. - Quando hai portato l'acqua a casa - No, Occhidisole, no. La mamma... Il pianto le tolse ogni parola. - Perché? Che è successo? - Il demonio del vaiolo ha afferrato mia mamma. Era la prima volta che Tega-kuita sentiva parlare del vaiolo. Pensò alla sua mamma, pensò al fratellino e corse anche lei a casa. La mamma era stesa sul letto con gli occhi chiusi come Antilope Rapido. Anastasia era lì che seguiva i due malati. Occhidisole comprese istintivamente la tragedia. Mai aveva visto la sua mamma a letto in pieno mezzogiorno. Le si avvicinò per abbracciarla, ma Anastasia l'afferrò per le ascelle e se la tenne tra le braccia. - Il demonio del vaiolo sta per portarmi via la mamma, gemette Occhidisole, poggiando il capo sulla spalla di Anastasia. La donna non sapeva che rispondere. Ella assisteva, impotente, alla morte dell'amica e del suo figlioletto. Accarezzava Occhidisole, la pregava che non piangesse per non disturbare il sonno della mamma. La baciava spesso e mormorava preghiere per Fiore della Prateria e per la figliola che presto sarebbe rimasta orfana. Quella sera Cervo Verde non tornò. La caccia aveva le sue sorprese e gli uomini potevano essereandati molto lontano per stanare la selvaggina. Al mattino Antilope Rapida reclinò dolcementeil suo capo. Anastasia non disse nulla all'amica. Non molto dopo Fiore della Prateria chiamò a sé Anastasia. - Anastasia, prenditi cura della piccola Tegakuita. Io prego che riceva l'acqua benedetta. Anastasia piegò il capo, assentendo con amore e lasciando che le lacrime le scendessero copiose a rigarle il volto uso al dolore. Furono le ultime parole di Fiore della Prateria. Poi si addormentò nella pace del Signore e seppe da Lui che anche Occhidisole era malata. All'imbrunire il gruppo dei cacciatori tornò al villaggio. Era uno spettacolo triste. Più d'uno mancava e i superstiti si erano caricato sulle spalle il capo. Stroncato dal morbo, Cervo Verde faceva il suo ingresso al villaggio, inerte. L'uomo dalle cento imboscate, il guerriero valoroso e temuto, il capo rispettato e obbeditò ciecamente, aveva finito i suoi giorni, spendendosi per il suo popolo, che amava come la sua famiglia. Fu lasciato nella sua lunga casa, accanto al suo Fiore della Prateria, al bimbo per il quale aveva sognato e desiderato grandi cose. Nessuno lo vegliò, nessuno si fermò a piangerlo. L'epidemia continuava a mietere le sue vittime. E Anastasia, che sola si muoveva tra i morti, era troppo occupatà per Occhidisole che scottava di febbre e delirava.
Cap. VII
LA NUOVA FAMIGLIA
Anastasia ha accolto le ultime parole di Fiore della Prateria come un impegno sacro: - Veglia sulla mia piccola, le aveva detto l'amiInsegnale quello che io non ho potuto, fa' chel'acqua che salva scenda sul suo capo. Anastasia aveva promesso che avrebbe fatto damamma ad Occhidisole e non l'avrebbe mai abbandonàta. E stava lì giorno e notte vicino alla piccina febbricitante, industriandosi di lottare contro il morbo, incurante di prenderlo ella stessa. Quando i guerrieri portarono nella capanna il capo, lei aveva messo accanto alla mamma il bimbo morto, belli tutti e due come mai lo erano stati vita. Sembravano addormentati in un sonno placido, rispettati dal morbo che li aveva stroncati. Non uscì dall'alcova che per gettare uno sguardo su quanto avveniva al centro della lunga casa. Vide Cervo Verde steso, i guerrieri muti attorno. Lei non poteva far nulla. Sarebbe stato compito di Fiore della Prateria apprestare gli abiti migliori, l'arco e la freccia, il piatto di sagainitè, il tabacco, la pipa e dipingere il volto di suo marito. Nella credenza degli Irochesi i pellirossi avevano bisogno di tutti questi arnesi per il lungo viaggio al cielo, alla dimora del Grande Spirito, viaggio che poteva durare molti giorni, forse anche mesi. Per la scomparsa di Fiore della Prateria il compito toccò alla cognata Nintha, la moglie di Onsigongo. Nintha era diventata l'oyander, la madre della tribù, benché suo marito fosse assente e non avesse ancora ricevuto l'investitura di sachem, di capo. Nintha fece il suo dovere e quando il corpo di Cervo Verde fu issato sui pali uniti in alto, a graticola, fu lei che liberò l'uccello catturato apposta perché servisse di guida e di compagnia all'anima del defunto nella sua ascensione al cielo. Nintha ancora accese il fuoco vicino alla tomba del cognato, perché si potesse cuocere il cibo di cui aveva bisogno nei giorni che gli rimanevano, prima di librarsi definitivamente verso l'alto.
Convalescenza. Furono le preghiere di Fiore della Prateria, quelle di Anastasia, certo un consiglio amoroso di Dio, il fatto e' che Occhidisole, spesso tra la vita e la morte, riuscì a vincere il morbo del vaiolo. Il suo primo gesto fu la ricerca della mamma. Anastasia faticò non poco a far capire che la mamma non c'era più e neppure il fratellino, che tutti e due erano andati da Rawennio. Lassù la mamma era tanto felice. Lassù l'aspettava. Ma lei Occhidisole, doveva essere sempre buona, doveva sempre ricordarsi quanto la mamma le aveva insegnato, voler bene, molto bene a Rawennio. La bimba diceva sì e voleva che Anastasia le ripetesse le cose che la mamma le aveva detto, i racconti di Rawennio che la mamma le aveva narrati. E finivano, la donna e la piccola, col giungere le mani e pregare come i cristiani pregavano. Occhidisole aveva vinto il vaiolo, ma il male s'era vendicato, butterandole la faccia e indebolendole la vista. Era ancora convalescente, Tega-kuita, quando mise per la prima volta il piede fuori di casa, accompagnata da Anastasia. - Non ci vedo, disse la piccina, non ci vedo, e socchiudeva fortemente gli occhi. - Che hai, piccola mia?, le chiese Anastasia. - Il sole, rispose Tega-kuita, il sole mi fa male. Rientrarono immediatamente. Anastasia scelse tra il corredo della fanciulla un cappuccetto leggero che le pose sul capo in modo da formare con le sue falde un'ombra protettiva agli occhi. Uscirono di nuovo. E ora? chiese Anastasia. - Ora va meglio, ora sì che posso vedere. Ma gli occhi erano rivolti ancora in basso e le palpebre strette come chi si sforzi di vedere davanti a se. La debolezza della vista l'accompagnerà per tutta la vita, ma questo non toglierà ad Occhidisole di diventare una irochese perfetta e di meritarsi il titolo di "ragazza dalle mani d'oro" che le donne e gli uomini del suo clan le daranno spontanei ed unanimi.
L'investitura. Falco Gigante, tornando al villaggio dopo mesi di assenza, trovò Occhidisole ormai uscita di convalescenza e l'epidemia ridotta a pochi casi. Era nella logica delle cose che Falco Gigante fosse riconosciuto il sachem legittimo, sia perché era una carica ereditaria, sia perché nessuna colpa poteva trovarsi in lui che glielo impedisse per indegnità; ma occorreva sempre che nel villaggio si tenesse la celebrazione dell'avvenimento. Per l'occasione Falco Gigante voleva adottare pubblicamente Tega-kuita come sua figlia. Occhidisole era l'unica erede della famiglia, e poi... le voleva bene. Per la cerimonia si approfittò di una giornata calma, quando non c'erano - impegni per qualche funerale. Nella concezione irochese il funerale finiva col saluto al morto e l'accensione del fuoco vicino ai pali che sostenevano in alto i cadaveri. Dopo subentrava la gioia, la festa. Ed erano logici. Avevano assicurato al defunto il cammino al cielo, al riposo preparato dal Grande Spirito. L'anima del defunto era felice, anche se non aveva ancora raggiunto la dimora celeste. Il grande tormento degli Irochesi era quello di non poter ricuperare i morti in battaglia o in incidenti; perché allora, pensavano, le anime si aggiravano tristi nei luoghi dove giacevano i loro corpi. Ma questo non era il caso di Cervo Verde e degli altri morti per il vaiolo, perché avevano avuto tutti la loro degna celebrazione funebre e quindi erano felici. Falco Gigante poteva ordinare che la sua festa avesse luogo. Si svolse solenne, con addobbi di frasche, rami di betulle e sempreverdi nel centro del villaggio. Nel mezzo era già stato acceso il fuoco da cui doveva essere tolto il tizzone per accendere la pipa sacra, indispensabile per le tradizionali quattro boccate ai punti cardinali. I notabili erano i più vicini al fuoco, in cerchio. In cerchio si trovavano gli uomini, e per primi gli anziani, poi le donne. Anastasia aveva vestito Occhidisole in modo superbo. Per l'occasione le aveva fatto un cappuccetto così bello e ornato di tante perline, così ben disposte, che l'attenzione di tutti doveva essere attirata dal luccichio delle perle e dal vestito piuttosto che dal volto della piccina. Ma anche il volto di Occhidisole era stato lavorato con pazienza, passione e arte. Quasi erano scomparsi i segni del vaiolo. Anastasia non poteva ritoccare gli occhi di Tega-kuita e ridarle tutta la vista, ma non mancò di istruirla come doveva muoversi, dove doveva andare per non aver mai il sole di fronte o le fiamme del fuoco della cerimonia in faccia. Tega-kuita aveva avuto istruzioni dalla Nintha di quello che dovesse dire alla cerimonia; ma la piccola aveva voluto che Anastasia approvasse e provasse ogni cosa, e assistesse alle danze, ai canti, ai discorsi, a tutto. Stava ora parlando lo zio, ringraziando i presenti per la sua designazione a sachem, capo civile del villaggio e del dan della Tartaruga. Diceva: «Ora che sono legittimamente vostro sachem al posto di mio fratello Cervo Verde, vi annuncio la determinazione di adottare Occhidisole come mia figlia. Sono i vostri cuori d'accordo col mio?». Vi fu un coro di sì ripetuti e una selva di applausi.Nella casa del sachem, ella sarà sua figlia.- Vieni, Tega-kuita, chiamò Falco Gigante. Anastasia la spinse dolcemente in avanti e le raccomandò ancora: - Sta' di spalle al fuoco. Guarda lo zio, e volgiti dalla mia parte. - Sì, Anastasia) perché qui, vicino a te, io vedo la mia mamma. La comparsa di Occhidisole nel mezzo del cerchio fu il trionfo di Anastasia. Questa volse gli occhi d'attorno e vide su tutti, sulle donne specialmente e sulle bambine, tanti segni d'ammirazione. Fiore della Prateria non avrebbe fatto di più per Occhidisole e anche lei si sentiva l'amica vicina, contenta e orgogliosa per quel tesoro che le somigliava tanto. Falco Gigante tolse il cappuccio a Tega-kuita. Era parte della cerimonia. Anastasia lo sapeva ed era proprio quello il momento in cui la piccola doveva voltarsi verso di lei. Tega-kuita si ricordava tutto e lo fece. Anastasia alzò la mano in un gesto convenzionale tra i due che significava: brava! Lei, Anastasia, era contenta! Occhidisole lo vide e sorrise. Falco Gigante prese il sorriso per sé. - Coraggio, mia piccola, le sussurrò il padre adottivo. Noi qui siamo tutti Mohawks e Tartaruga. - Perché siamo Tartaruga, sachem? La domanda faceva parte del rito. - Ataentsic, lo spirito femminile, era a caccia in cielo, quando il suo cane cadde giù, attraverso una buca. Ataentsic amava molto quel cane e gli si buttò dietro. Gli animali della terra la videro precipitare e giacché la terra era coperta da molte acque stabilirono di salvare Ataentsic. Il castoro e la lontra si preoccuparono subito di formare del terreno. Lo posero sulla spalla di una tartaruga e fecero un isola. Ataentsic cadde su quell'isola e lì nacque sua figlia. Così ebbe inizio l'umanità. Oggi la tartaruga continua a sostenere la terra sul suodorso e la tartaruga è il totem più importante e più nobile degli Irochesi. - E Rawennio, sachem? Tega-kuita, ispirata da Anastasia, ad arte aveva sostituito il nome pagano di Dio con il termine con cui gli Irochesi convertiti al cristianesimo chiamavano Dio. Falco Gigante non se ne accorse o finse di non accorgersi e rispose col termine irochese pagano. - Hawenneyu è il Signore di tutti, è il Padrone di tutto. Tutto quello che noi abbiamo viene da Lui. Noi lo preghiamo, e lo ringraziamo, e gli offriamo il sacrificio del cane bianco. Il Grande Spirito strinse un'alleanza con i nostri padri. Secondo questo patto ogni qualvolta noi mandiamo al cielo lo spirito di un cane bianco, senza alcuna macchia, Hawenneyu sa che noi gli siamo fedeli e il suo orecchio è disposto ad ascoltare le nostre suppliche con particolare benevolenza. Tega-kuita, figlia mia, sii sempre degna di appartenere alla tribù più nobile degli Irochesi, sii sempre fiera di essere una Mohawk e una Tartaruga. - Sì, padre! Col nome di padre la cerimonia dell'adozione era praticamente finita. Ma Occhidisole era figlia naturale di un capo, e figlia adottiva di un altro. Per lei il rito si doveva concludere con l'imposizione della penna d'aquila, infilata tra i capelli sul lato sinistro della nuca. Falco Gigante se la fece portare, diede le ultime quattro boccate di fumo al cielo e alla terra e agli spinti d'oriente e d'occidente, alzò la penna in modo solenne perché tutti la potessero vedere e l'infilò tra il nastro e i capelli che scendevano sul petto di Tega-kuita rannodati a treccia. Tutti i presenti applaudirono e Falco Gigante si dimenticò per un istante di essere capo. Prese tra le braccia Occhidisole e l'alzò in alto vezzeggiandola. Anastasia era quella che più faceva baccano con gli applausi. Poi si interruppe e ripeté il gesto convenzionale dell'approvazione.Tega-kuita notò e sorrise ancora. Vicina ad Anastasia c'era la sua mamma, Fiore della Prateria.
Cap. VIII
IL VILLAGGIO SI MUOVE
Occhidisole guardava con curiosità e meraviglia i tre visipallidi che conversavano pacificamente con lo zio nella sua lunga capanna. Era la prima volta che li vedeva. Se li era immaginati dei mostri con tanto di nasi storti, bocca a sghimbescio, occhi felini, cattivi, e un paio di corna su gli orecchi smisurati. Aveva dato ai bianchi l'immagine delle maschere che gli stregoni irochesi usavano nelle danze degli scongiuri. Quei tre invece non avevano nulla di spaventoso. Erano vestiti, sì, in modo curioso, con quella tunica corta che si abbottonava davanti, con quei calzoni larghi che non capiva come potevano essere adoperati per camminare nella foresta e quelle fibbie d'argento sulle scarpe di cuoio; ma cattivi non lo sembravano. Certo quella barbetta a pizzo sul loro viso pallido dava proprio l'idea di tre capri stranamente mansueti, ma comunque l'immagine che si era fatta di loro era totalmente diversa dalla realtà. Lo zio poi, suo padre adottivo, confabulava con loro senza la minima paura, senza avere in mano né arco né freccia per difendersi ed offendere. Tega-kuita si ritiro in un angolo, come tutte le donne irochesi avrebbero fatto, perché non era loro costume interferire nelle faccende degli uomini. Continuava a guardare come ad uno spettacolo, e lo spettacolo era troppo interessante perché la sua attenzione fosse sviata altrove. D'altra parte sembrava che lo zio si divertisse a vederla lì, con gli occhioni larghi, fissi su i tre. Quando se li vide venire incontro non fuggì a nascondersi. Accettò le loro carezze compiaciuta. Si lasciò ricoprire di gingilli luccicanti e di regali numerosi. Uno dei tre, quello che sembrava il capo, fece un passo indietro e la complimentò: - Che bella bambina! Lo zio sorrise, Occhidisole ne fu felice. I tre erano Olandesi che venivano da Beverwyck, oggi Albany, la capitale dello stato di New York. Erano protestanti, calvinisti arrabbiati, che godevano nel mettere contro i Francesi cattolici e rivali nel commercio, gli uomini del clan della Tartaruga. Col tempo questi Olandesi scompariranno come entità nazionale e saranno assorbiti dagli Inglesi. Gli anni che passeranno non saranno molti, ma per ora essi guardano al futuro con tranquilla soddisfazione e possono scrivere nelle loro memorie che malgrado il flagello del vaiolo (1659-1660), gli Irochesi sono sempre degli amici sinceri, pronti ad ogni evenienza ad incoccare la freccia e a scagliare l'accetta per loro. La conversazione fra Falco Gigante, nome che Onsigongo aveva assunto prima della sua designazione a sachem, continuava col solito tono amichevole. - Ho chiesto il vostro aiuto, miei fratelli, per un'opera molto importante. Siamo qui, pronti ad aiutarti. Non l'abbiamo sempre fatto? - Sì, continuava il capo, seguendo il filo del suodiscorso. Dobbiamo costruire una palizzata per il nuovo villaggio, lassù, alle rapide. - Lassù? - Si, nell'angolo tra il rio Auries e il fiume Mohawk. - E' una posizione molto bella. - Per poter fare la palizzata ci occorrono i cavalli. Quella è opera da coloni come voi, non da guerrieri come noi. Abbiamo bisogno dei vostri cavalli. Il capo degli Olandesi diede una occhiata ai compagni. Ma Gnsigongo continuò. - Noi non conosciamo i cavalli, perciò domandiamo ai nostri fratelli olandesi di guidare loro stessi i cavalli e portar sulla collina le travi per la palizzata. L'invito era fatto con voce calma, ma il tono e l'espressione volevano dire che sarebbe stato interpretato come un insulto un eventuale rifiuto. Gli Olandesi si guardavano ora tutti e tre. - Non vedi che siamo stanchi? esclamarono. Abbiamo fatto un lungo cammino attraverso la foresta. I nostri cavalli non riescono ad arrampicarsi su quella collina così alta e scoscesa senza strade. Ci devi scusare, capo'. Ecco, vedi, come pegno della nostra amicizia ti abbiamo portato una cinquantina di accette. Vedi come sono lucenti e bene affilate? Guarda questa. E' per te. La tua mano forte ne farà uno strumento di guerra chc seminerà spavento. Falco Gigante la prese, l'ammirò e se la cinse ai fianchi. Il capo non insistette. Disse soltanto: - Andiamo alla lunga casa delle riunioni e fumiamo il calumeto. Ma gli Olandesi per quanto amichevoli e concilianti, sembravano ora pressati dal tempo. Lasciarono i doni e partirono per l'Hudson e Beverwyk. Il capo non si mostrò offeso. Quelle accette brillavano nei suoi occhi come armi meravigliose. Lasciò che i bianchi se ne andassero, li accompagnò fino al limite della foresta e tornò al mucchio. - Con queste taglieremo gli alberi, ma taglieremo anche le teste dei francesi. E sorrise malizioso. Occhidisole sentì e rimase atterrita. Le parole dello zio significavano la ripresa della guerra. Ma intanto la palizzata era stata piantata, le capanne ricostruite e dopo una festa, che era stata un'orgia, Ossernenon fu abbandonato. La peste, i molti morti, l'aria ch'era rimasta pesante, indussero il nuovo capo e i rimasti a sciamare altrove. I pellirossi che lo lasciarono non avrebbero mai immaginato e meno tutti Falco Gigante che quel mucchio di capanne restate sole e disabitate, spazzate dai venti, asportate dagli uomini, un giorno sarebbero state oggetto di ricerca per rivivere gli anni d'infanzia di Occhidisole e il glorioso martirio dei santi Isacco Jogues, Renato Goupil e Giovanni Lallemant.
Le orme salvatrici. Nelle lunghe case i vecchi tremano dal freddo attorno ai focolari spenti, le donne sono ravvolte nelle coperte e chiacchierano sui fatti che sanno e su quelli che cercano di indovinare. Gli uomini erano in guerra, malgrado l'inclemenza della stagione. Il nuovo villaggio supponeva una provvista di viveri trasportati a schiena o tirati dai cani legati a due giovani tronchi incrociati. Ma dal vecchio al nuovo villaggio non si era potuto portar molto, perché il vaiolo aveva impedito di coltivare i campi. E anche quello che c'era non poteva essere cotto, perché mancava la legna. E così con quel tempaccio di neve e di vento nessuno s'era arrischiato d'uscir fuori. Nella capanna del capo il freddo non era meno intenso che altrove. Il fuoco aveva durato a lungo, ma anche lì stava per spegnersi. - Muovi la brace, disse Nintha, la moglie del capo, ad Occhidisole. - C'è poco da smuovere commentò Ennita, Ginestra Odorosa, vedendo gli sforzi inutili che faceva Tega-kuita.Ginestra Odorosa era la sorella adoltiva di Occhidisole, entrata anch'essa nella capanna del capo come figlia.Ginestra aveva pochi anni di più di Occhidisole. Voleva bene alla sorellina e non mancava di difenderla con discrezione. Ginestra era più Irochese di Tega-kuita come temperamento, ma non faceva pesare né gli anni, né l'arditezza, né la civetteria.Certo approfittava anche lei della bontà di Occhidisole, ma sapeva sorriderle, sapeva aiutarla e farle compagnia. Quel giorno se ne stava anche lei nel crocchio delle donne, ben incappucciata e protetta, mentre Occhidisole che aveva notato l'acqua diventata un blocco di ghiaccio nel secchio di legno, si affannava a romperlo con una mazza puntita. Quel rumore diede fastidio alla zia Arosen che prese a redarguirla: - Invece di fare tanto chiasso con quel bastone, perché non ti metti a preparare qualcosa da mangiare? Povera Tega-kuita, fece del suo meglio, ma ne venne fuori un sagamité così tiepido che le piovve addosso un nugolo di rimproveri e di rabbuffi. Fu Ginestra che ancora una volta intervenne, ma la zia non si diede per vinta. Continuò a sfogarsi e a mangiare e non s'avvide che Tega-kuita aveva preso i suoi calzari da neve, s'era messo sul capo il suo scialle rosso ed era uscita, sfidando il vento e la tempesta. Andava in cerca di legna, lei, creatura fragile, ma felice. Felice di far contenti gli altri, lieta d'essere sola. Il vento, la tempesta, la neve, il gelo le davano al cuore una pace che nessuno avrebbe potuto pensare ed immaginare. Camminava la piccola, cadeva, si rialzava, affondava le mani in mucchi dove le sembrava che vi potessero essere rami d'alberi o sterpi. Riuniva, legava e poneva sulle spalle. Soffriva negli occhi, le si gelavano le mani, ma continuava a camminare senza sentieri e senza tracce. La neve caduta li aveva nascosti, e molta ne continuava ancora a cadere larga, fitta e silenziosa. Occhidisole si perse, ma qualcuno dentro di lei, riuscì a guidarla verso casa. Questo qualcuno, noi lo chiamiamo semplicemente Provvidenza, perché mentre Tega-kuita cercava nel bosco di orientarsi verso il nuovo villaggio, lasciava delle tracce sulla neve che servirono a sviare il pericolo che incombeva sul suo clan. Le donne, nella lunga casa, potevano ben dire che al di fuori del freddo non c'era nessun altro nemico ch'esse potevano temere, ma il nemico c’era, e forte ed agguerrito. Avvolta nella stessa tempesta di Tega-kuita, flagellata dallo stesso vento, congelata dallo stesso freddo, una colonna di soldati francesi, si muoveva decisa a sterminare gli Irochesi Tartaruga, nel cuore di quell'inverno. Comandati dal governatore in persona, signor De Courcelle, i trecento veterani delle guerre di Luigi XIV, il glorioso battaglione Carignan, con altri duecento francesi della colonia avevano lasciato Quebec con guide algonchine per punire i tre clan dei Mohawks che più davano fastidio. La storia ci dà la data esatta della spedizione, 6 gennaio 1660, e il nome del cappellano, padre Rafferix. Una delle guide s'era spinta molto avanti, quasi ad incontrarsi con Occhidisole smarrita nella foresta. Notò le orme lasciate da Tega-kuita e le seguì come pista. Ma erano le orme che a tratti comparivano e scomparivano secondo i posti e la neve che vi cadeva. L'esploratore finì per perderle e non fece più ritorno al battaglione. Anche le altre guide fecero la stessa fine. Senza guide i Francesi, ormai a soli tre giorni di cammino dal primo villaggio irochese, invece di piegare a destra voltarono a sinistra. Fu loro fatale. Una sessantina di essi furono attratti in una imboscata e massacrati da un gruppetto di irochesi che operavano nella zona. Gli altri arrivarono ad Albany in condizioni pietose. Furono accolti con sensi di umanità, ma la sorpresa non li atterri di meno, quando seppero che erano scantonati sul terreno di dominio di sua Maestà Britannica. Nella capanna del capo intanto a Gandawague ci si cra accorti dell'assenza di Tega-kuita. Si era pensato che la piccola fosse nascosta sotto la coperta che di solito l'avvolgeva nel suo angolo, ma quell'angolo non dava nessun segno di vita. Sorse l'idea che Occhidisole se ne fosse uscita, offesa dai rimbrotti ingiustificati che aveva ricevuti. Ma uscire con quel tempo e dove? Il vento che urlava forte, la neve che scendeva accecante, potevano aver provocato una disgrazia. La paura di dover affrontare le ire di Falco Gigante gettò le donne in un panico di disperazione. Nintha cominciò a urlare il nome di Tega-kuita. Si avvicinò all'ingresso della capanna, sollevò la pelle d'orso e sbirciò fuori. Ma un colpo di vento le buttò in faccia tanta neve che si ritirò immediatamente indietro, sbattendo i denti. - Che cosa dirò a Falco Gigante se la piccina s'è perduta? Quale scusa trovare, quale giustificazione dare? Falco Gigante non mi perdonerà mai questa colpa. Le sue ire sono tremende. Sono come temporali che si abbattono violenti e che possono lasciare la casa in piedi; ma riescono anche a scoperchiarla e a mandarla in rovina. - Guarda, disse Arosen, qualcuno ha sollevato la pelle dell'ingresso e l'ha lasciata cadere. - E' il vento, rispose Nintha tremando. Tuttavia si alzò, andò alla porta e trovò Tega-kuita appoggiata all'uscio con la schiena carica di legna. Nintha non rimproverò alla piccola la sua assenza, sarebbe stata troppo crudele. Occhidisole aveva fatto quello che né lei, né la cognata, né Ginestra Odorosa e nessun'altra donna aveva avuto il coraggio di fare. Sollevò il peso di dietro alla schiena di Tega-kuita, fece scivolare la cinghia dal capo e depose per terra il fagotto bianco, com'era tutta bianca Occhidisole. Ginestra accorse, baciò la sorellina coraggiosa e si adoperò a fare un po' di fuoco. - Come hai fatto a camminare con queste mani gelate coi piedi diventati ghiaccio?, disse Arosen, la zia, complimentosa. Occhidisole sorrise e raccontò come il vento del nord l'aveva schiaffeggiata molte volte, l'aveva spinta contro un albero e buttata a terra. Aveva temuto per un momento di non poter tornare a casa, ma aveva invocato la mamma, Fiore della Prateria, e si era trovata sulla strada giusta, fino alla capanna. - Ma non hai avuto paura? - Beh, sì! Ma la mamma mi era vicina.
Cap. IX
IL VESTENERA RITORNA
Capitava molto di rado che Occhidisole e Anastasia rimanessero sole nella capanna. Ma quando avveniva era una festa per tutte e due. Inevitabilmente il discorso cadeva sulla mamma ed era la ragazzina che lo sollevava. C'era qualcosa in lei, più forte di lei, che la spingeva a sentire e riudire cose che le erano state ripetute molte volte, ma che assumevano sempre un valore nuovo per lei. Della mamma, Occhidisole voleva saper tutto: quello che pensava, quello che credeva, quello che faceva e perché. La povera Anastasia a volte rimaneva interdetta perché non sapeva come rispondere, quale nuova spiegazione dare. Finché si trattava di ricordare la fede di Fiore della Prateria nelle sue linee generali, le sue risposte erano colorite, ma esatte. Quando la piccina scendeva nei particolari, la scienza di Anastasia e la sua cultura religiosa svelavano incertezze, comprensibili in una neofita che le vicende della guerra tra gli Algonchini e gli Irochesi avevano strappata dal suo villaggio e condotta lì, in terra straniera, lontana dai missionari, priva di quei conforti che i sacramenti danno alle anime generose. Capitò anche a lei, come a Fiore della Prateria,che un guerriero si interessasse di lei e la prendesse in sposa. Il marito la lasciò vivere da cristiana come lei voleva, dopo una discussione in cui l'uomo si convinse che per averla con sé doveva lasciarla com'era, con i suoi pensieri, le sue devozioni, i suoi propositi. D'altronde non aveva nulla da lamentarsi di Anastasia. Paragonata alle donne irochesi le sopravanzava tutte per premure, laboriosità, delicatezze e coraggio. Non c'era donna irochese, diceva suo marito, che potesse stare alla pari con Anastasia. Le stesse cose pensava e diceva Cervo Verde di Fiore della Prateria. Anastasia lo ricordava ad Occhidisole e la bambina si inteneriva. - Rawennio trasformò tua madre in un angelo. Oggi ella si trova nelle grandi praterie del cielo, vede Rawennio, parla con Lui e prega per te. Oggi, tua mamma è due volte angelo. - Io voglio andare con mia madre nelle praterie del Grande Spirito. - Ci andrai, Occhidisole, se sarai buona come tua madre, angelo come lei. - Che debbo fare? - Vieni, preghiamo. Tutte e due si segnano con la croce e la piccina ripete il nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Le mani sono ancora giunte, quando entra nella capanna il capo. Falco Gigante vede la scena e caccia un urlo che avrebbe impaurito il più valoroso guerriero. Istintivamente Occhidisole si getta tra le braccia di Anastasia in segno di difesa. La donna stringe a sé la fanciulla e rimane calma. Sa che il temporale quando si abbatte violento spezza i rami sottili, ma risparmia le querce. Lascia che la furia di Falco Gigante si sfoghi, ma sa che non le farà nulla con la piccina stretta a lei ed implorante. Lo sdegno accendeva di fuoco gli occhi di Falco Gigante, la rabbia si comunicava alle sue mani che contorcevano l'arco come un fuscello. Le ultime parole che pronunciò cupo furono rivolte ad Anastasia: - Tu, qui, mai! E ripeté: - Mai!
La tragedia di autunno. La donna sollevò Occhidisole, la baciò e la pose nel suo angolo. Stava per uscire, quando due vedette irochesi sollevarono la pelle di orso dell'ingresso. I due annunciavano al capo un fatto terribile: i Francesi erano a mezza giornata di cammino da loro. Come se nulla fosse stato, come se Anastasia non esistesse più, Falco Gigante ritornò il capo, il sachem degli uomini della Tartaruga. - Dove sono? - Al Pino Ritorto. - Pazzi! Li fermeremo, li schiacceremo tutti. Nessuno rimarrà vivo. Andate, ordinate il raduno dei guerrieri. Le vedette non si muovono. - C'è altro? - Sono molti, molti... - Quanti siano li uccideremo. - Hanno con sé due mostri di ferro col nasolungo e rotondo. - Bene! Piede Largo, tu raduna i guerrieri. Tu, Freccia Sicura, vai a seguire le mosse dei visipallidi. Io andrò dagli Orsi e poi dai Lupi. Assieme voleremo, combatteremo, distruggeremo uomini e cose dei bianchi malvagi. Falco Gigante parlava, comandava, disponeva, ma dentro aveva qualcosa che gli rammentava altri tempi penosi, altre sconfitte, altre fatiche ai suoi uomini e alla sua tribù. Corse ai villaggi degli Orsi, volò a quelli dei Lupi. Tutti avevano ricevuto la terribile nuova. Tutti erano pronti. Ma tutti gli uomini validi dei tre clans non superavano i cinquecento guerrieri. Le forze erano troppo disuguali. Che fare? Si stabilì di concentrarsi a Teondaloga (ai due fiumi) il villaggio che offriva maggiori possibilità di difesa. Gli anziani, le donne e i bambini dovevano nascondersi nelle foreste. La colonna dei Francesi intanto aveva raggiunto il villaggio di Occhidisole, il primo degli Irochesi che si parava loro davanti. Dopo lo smacco subito nell'inverno, il governatore De Courcelle e il generale De Tracy erano decisi a dare agli Irochesi una lezione che servisse a piegare per sempre la loro tracotanza. Si erano mossi da Quebec in settembre seicento soldati di Francia, seicento uomini della colonia e un centinaio di Algonchini. Portavano con se munizioni in abbondanza e, novità per gli Irochesi, due cannoni. Li accompagnavano questa volta qùattro cappellani e tra essi il padre Raffeix. Quando Falco Gigante arrivò in mezzo ai suoi, lo schieramento dei Francesi era completato. Si mordeva dalla rabbia e dalla impazienza, avrebbe voluto buttarsi a capofitto nella mischia e far strage di quei dannati visipallidi, ma ebbe la forza di reprirncrsi e di misurare tutta la tragedia a cui andava incontro se si fosse lasciata sfuggire una parola sola, il grido di guerra che era segnale dell'attacco. I suoi uomini non fiatavano. Certo, se Falco Gigante avesse dato l'ordine, se avesse saltata la palizzata, i suoi guerrieri l'avrebbero seguito. Ma, guardando i loro volti, scrutando i loro sguardi, il capo si accorgeva che avevano paura. Ordinò alle donne di uscire e di portarsi con sé tutto il possibile. Non capiva perché i Francesi non attaccassero. I Francesi non si rendevano conto di quel silenzio misterioso. Si domandavano se i pellirossi erano fuggiti o avevano teso un tranello. I missionari intanto, saputo delle intenzioni del comandante, parlottavano con lui perché risparmiasse il villaggio. Ragioni di prudenza dicevano, ragioni di ministero. I pellirossi mai si sarebbero piegati ad accettare un missionario tra loro, se i propositi del generale non fossero più miti. Passò un po' di tempo, quel tempo appena necessario che servì alle donne per allontanarsi. Rimasero i soli guerrieri in una attesa spasmodica. Poi De Tracy diede l'ordine di attacco con i cannoni. Il rombo terrorizzò i difensori, le prime palle squarciarono la palizzata e fecero i primi morti. Non era possibile combattere con quella disparità di forze. Le accette dei Tartaruga non avrebbero raggiunto un solo soldato, i loro fucili non avrebbero fatto tacere quelle due bocche spaventose. Falco Gigante ordinò la ritirata. Disse una fraseche esprimeva il suo stato d'animo e scappò dopo tutti: - Coioti, ci rivedremo! Si rividero a Teondaloga. I guerrieri erano tutti là, tra la doppia palizzata. Ma quando i due demoni di ferro cominciarono a far sentire la loro voce, quando ripresero a starnutire fragorosamente dal loro nasone scuro e buttar palle che si squarciavano in mille pezzi ferendo e uccidendo chiunque capitasse nel raggio dello scoppio, il terrore si impadronì di tutti e fuggirono, lasciando Teondaloga alla mercé dei Fràncesi, così come avevano lasciato Ganawada e tutti i villaggi. Tutto fu bruciato e distrutto: villaggi, campi, provviste, ogni cosa. Quando il corpo di spedizione si ritirò, lasciò dietro di sé la desolazione e l'inverno era alle porte con il suo rigore, con la sua neve e il vento gelido. Occhidisole, Ginestra Fiorita, Anastasia e tutte le donne, passati i giorni dell'invasione, spostandosi sempre più lontano, sempre più addentro nella foresta, con la visione delle colonne di fumo alle spalle, quando le scolte assicurarono che i francesi se n'erano andati, fecero ritorno ai luoghi cari, dove prima c'erano i villaggi. Occhidisole e Ginestra Fiorita furono tra le prime a raggiungere le rovine di Ganawada. Nel luogo dove di solito ardeva il fuoco sacro e gli anziani si riunivano a discutere i loro problemi, era piantata una croce. Le due ragazze se la indicarono a vicenda e attesero Anastasia per la spiegazione. Il missionario aveva voluto dire che non gli era stato possibile evitare il disastro, che era stato costretto a partire con i soldati, ma che vi lasciava qualche cosa che indicava la sua simpatia e il suoaffetto. La croce naturalmente scomparve dal villaggio, ma scomparve anche il villaggio, perché non fu più ricostruito sullo stesso posto. Era troppo amaro il ricordo che la terribile avventura aveva lasciato. Si andò qualche miglio più a nord, si passò il fiume e si scelse un'erta che offriva maggior difesa naturale. Il nome rimase lo stesso, perché anche lì c'erano le rapide. La seconda Ganawada vive ancora oggi. Più giù, verso il fiume, la cittadina di Fonda conserva, con il museo Tega-kuita, l'unico punto effettivamente storico, dove un villaggio di pellirossi ha vissuto la sua vita di coraggio e di passione. Sopra la cittadina di Fonda, ci sono ancora, ficcati nel terreno, i resti dei pali che servirono come ossatura alle lunghe case degli Irochesi. Una più lunga, a destra, quasi all'ingresso del villaggio indiano, presumibilmente è stata la casa di Occhidisole. Qui la nostra fanciulla è cresciuta, si è fatta grande, ha incontrato per la prima volta il vestenera. Fu nell'agosto del 1667, quando i padri Frémin,Bruyas e Pierron arrivarono, ambasciatori del vicerè, a ratificare la pace. La lezione dell'autunno precedente era stata capita da tutti gli Irochesi. Occhidisole e Ginestra Fiorita erano nel campo assieme, lavorando al granturco. Occhidisole vide per prima l'arrivo di canoe, senza riuscire a distinguere i passeggeri. Chiamò la sorella: - Ginestra, vieni. Chi arriva? Ginestra corse, fece schermo con la mano agli occhi, il sole era alto, si attaccò ad un albero, sisporse meglio e disse: - Occhidisole, ci sono i vestinere! - I vestinere? Sono prigionieri? - Vorrebbe dire che abbiamo rotto il trattato di pace. I Francesi verranno di nuovo, bruceranno i nostri villaggi, ci uccideranno tutti. - No, no, rispose Occhidisole, non è possibile! Non saranno stati così sciocchi i nostri capi. Ma temeva proprio che fosse realmente così; conoscendo il carattere volubile e il cattivo spirito dei Mohawks. Insieme le fanciulle lasciarono il campo, scesero la collina e arrivarono al villaggio. C'era già gente in piazza. Il capo e gli anziani erano lì calmi, in attesa di qualcuno. Dal contegno di Falco Gigante, Occhidisole comprese che i vestinere non arrivavano come prigionieri. Infatti quando il piccolo corteo dei tre missionari arrivò, scortato dai guerrieri mohawks, fu Falco Gigante che li ricevette. - Siate i benvenuti, vestinere, disse il capo. Mangiate il nostro cibo, dormite nelle nostre case, insegnate a noi le cose che i bianchi conoscono. Tega-kuita era sorpresa e lieta del discorso del capo, per quanto sapesse che non era sincero. - Hai sentito?, le disse Ginestra Fiòrita che le stava accanto. Che gli abbia parlato il Grande Spirito?. - Fosse vero! si accontentò di rispondere Occhidisole. Padre Pierron rispose in irochese: - Grande capo, noi ti ringraziamo delle tue parole, della tua gentilezza e di quella del tuo popolo. Noi siamo felici che tu ci abbia dato il benvenuto. Noi siamo qui per la pace, per portarvila parola del Grande Spirito, di Rawennio. Occhidisole era meravigliata di sentire un veste-nera parlare la sua lingua. Pendeva dalle labbra del missionario come una assetata di acqua pura. Alla fine della cerimonia, il capo introdusse i missionari nella sua capanna. Assegnò il loro appartamento, poi chiamò a sé Tega-kuita. - Mia nipote, disse Falco Gigante. Mia moglie è assente e lei si prenderà cura di voi. E' intelligente. Vi lascio in buone mani. - Grazie, sachem, disse il padre Frémin, il più vecchio dei tre. Ci dispiace di darvi fastidio. Sarà per pochi giorni. Padre Bruyas andrà dagli Oneida e padre Pierron a Teondaloga per prendersi cura di tutti i Mohawks. Io ritornerò indietro. Occhidisole era incantata del sorriso buono dei vestinere. Era poi felice di essere stata scelta lei a servirli. Ma perché il capo l'aveva fatto? Il capo prima di uscire dalla capanna fece cenno a Tega-kuita di seguirlo. - Tu servirai questi uomini, Occhidisole; ma non parlerai mai di cose che non siano strettamente attinenti al tuo dovere. Hai capito? Tega-kuita capiva benissimo. Non si era fatta illusione dei sentimenti reali del padre adottivo verso i missionari. - Verrà giorno in cui i bianchi si inginocchieranno davanti a noi e ci serviranno. Bisogna avere pazienza! Il giorno verrà, ma non nella forma voluta da Falco Gigante. I bianchi si inginocchieranno davanti ad Occhidisole che avrà il primo commento autorevole nella testimonianza di padre Frémin: «Che modestia incantevole in quella bambina!».
Cap. X
SCAMPATO PERICOLO
Il daino bianco. Occhidisole era sui tredici, quattordici anni, quando le zie decisero per lei il rito della pubertà. Secondo le tradizioni della tribù la fanciulla doveva essere segregata o in una capanna solitaria o in un angolo della casa, dietro una tenda. Nessuno poteva avvicinarsi a lei, nessuno parlarle. La sola persona che una volta al giorno le doveva recare un po' di cibo, scarsissimo, era la mamma o una donna appositamente incaricata. Il cibo era scondito di sale, l'acqua doveva mancare per tutti i quattro giorni di reclusione. La fame e la sete erano le condizioni richieste per portarla a quel grado di esaltazione, necessario perché il genio della vita le si rivelasse. Nel concetto indiano della società, una donna, per quanto si stimasse e fosse stimata inferiore all'uomo, aveva sempre un gran peso, soprattutto sulla sua discendenza, tanto che i figli che le nascevano appartenevano alla sua tribù e non a quella del marito. I matrimoni erano questioni che riguardavano soltanto le donne, ed erano gli uomini che lasciavano la loro casa per andare ad abitare in quella della donna. Si capisce quindi l'importanza dei giorni di segregazione, che per gli Irochesi significavano il passaggio dallo stato d'infanzia a quello di donna matura con tutti i doveri e i diritti delle donne della tribù. Si credeva anche che in quei giorni gli spiriti che influenzavano la ragazza agivano sulle persone e sulle cose che venissero a contatto con lei. E si voleva sempre che gli influssi fossero benefici. Per Occhidisole quel ritiro aveva una importanza particolare, essendo figlia di un capo e destinata ad essere la prima donna della tribù, posto occupato attualmente dalla zia Nintha, per la morte della mamma, e che sarebbe divenuto suo, perché la zia era senza figli. Occhidisole entrò in ritiro in una capanna isolata, nel bosco. Abituata alla solitudine, non provò nessun turbamento, nessuna angoscia. N'ebbe quasi piacere. In definitiva era qualcosa che la faceva uscire dalla monotonia della casa, dai doveri che tutti i giorni erano uguali e che pesavano su lei come se non fosse mai stata bambina. I pensieri di Occhidisole in quei giorni si rivelarono in un fatto singolare: uscita dalla capanna, si inoltrò nella foresta rivelatrice del suo genio tutelare. Prese una selce, e su di un albero tracciò il segno della croce, tanto venerato ed amato dalla mamma. Pregò davanti a quella croce il Dio dei vestinere e di sua madre. Credo che quel giorno, inginocchiata davanti a quel sacro segno, Occhidisole divenne cristiana, pur senza ricevere il battesimo. Il Signore che vuole i suoi ministri, ma che non ha bisogno di intermediari, agi direttamente in lei e l'arricchì dei suoi doni, soprattutto di un bisogno strapotente di essere tutta sua e di non legare la sua vita a quella di nessun uomo. Mentre Occhidisole pregava, Falco Gigante si aggirava nei pressi in cerca di selvaggina. L'avcssc trovata in quella posizione, avrebbe pensato a un tradimento e l'ira forse si sarebbe sfogata in un delitto. Ma la preghiera della fanciulla fu interrotta da un rumore tra i cespugli vicini. Un piccolo daino bianco, testimone deI fervore di Occhidisole, la guardava innocente. Il grazioso aùimale non fuggì dalla fanciulla, quando questa lo invitò a sé, parlandogli della sua mamma e del Grande Spirito. Si lasciò anzi avvicinare da Occhidisole e accarezzare da lei. Falco Gigante capitò lì mentre si svolgeva il colloquio tra la nipote e il daino. Sorrise compiaciuto e pronosticò grandi cose per lei. La storia del daino bianco riempì la capanna del capo dove tutti, come di costume, erano ansiosi di sapere che cosa avesse visto nei suoi giorni di ritiro, chi le fosse apparso, con chi avesse parlato e quale sarebbe stato il suo totem personale. Avrebbero potuto chiamarla "Daino Bianco" da quel momento, come non raramente capitava tra gli Irochesi che in quella occasione cambiavano il nome. Ma Tega-kuita continuò ad essere Occhidisole. Comunque era una donna. La nuova dignità assunta agli occhi di tutto il villaggio, doveva esercitarla presto in uno dei tanti episodi penosi della sua tribù. Del fatto abbiamo la data precisa, 18 agosto 1669. Padre Pierron, il missionario gesuita fermatosi a Teondaloga, fu presente alla lotta e ce la descrive.
L'assalio dei Mahicani. L'assalto avvenne nella notte, un'ora prima dell'alba. Trecento Mahicani, di solito confusi con i Mohicani, si erano mossi dalla zona che ora circonda Boston, col proposito di schiacciare gli Irochesi delle cinque nazioni. Li guidava il famoso capo Chackatabutt che in italiano significa "Casa che Brucia".quando i Mahicani giunsero al villaggio di Tega-kuita, gli abitanti erano ancora immersi nel sonno. La sentinella, pur non vedendo nulla, percepì un rumore strano, leggero, leggero, quasi di fronda mossa dallo zeffiro. Sapeva che nella foresta si aggiravano i nemici mortali degli Irochesi e quell'agitar di foglie, inconsueto a quell'ora, in quel momento, lo insospettì. - Kuè, kuè, chi va là, gridò, più per far notare la sua presenza vigile che per avere una risposta. E la risposta non venne. Si stese a terra, tese l'orecchio al suolo per percepire il minimo fruscio, il più leggero toccar di rami. Non tardò molto a convincersi che i nemici si avvicinavano e strisciavano da parti diverse in direzione del villaggio. Saltò la palizzata e corse ad avvertire Falco Gigante e Kryn, i due capi di Ganawada. Kryn non è stato mai nominato fin'ora, ma avra presto una parte importante nella nostra storia. Alla morte di Cervo Verde che aveva le due cariche di capo civile e militare, le due funzioni andarono a Kryn per la parte militare e a Falco Gigante per quella civile. In pratica spesso il sachem assumeva funzioni di capo guerriero e comunque era sempre la prima autorità del villaggio, il solo che lo rappresentava nelle sedute dei Gran Consiglio delle Cinque Nazioni. La sentinella dunque andò da Falco Gigante e da Kryn, chiamato semplicemente il "Grande Mohawk". Li mise al corrente della situazione e ritornò al suo posto di guardia. Non era ancora giunto, quando s'avvide che un guerriero nemico stava puntando su di lui. Lo prevenne e uno sparo lacerò il silenzio della notte, stendendo la prima vittima. Poi fu il bailamme. Le fucilate si incrociarono, le accette e le clave entrarono in azione, la lotta si sviluppò in corpi a corpi feroci e mortali. Le donne erano anch 'esse sul piede di guerra, armate di coltellacci, di mazze, di quanto potesse capitare nelle loro mani, pronte ad intervenire nel caso che i loro uomini non fossero riusciti ad impedire una breccia nella palizzata. Occhidisole era donna ormai e doveva partecipare alla lotta con le altre. Si mise a trasportare acqua nei punti diversi, per essere pronta a spegnere eventuali incendi, poi si improvvisò crocerossina e corse dai feriti. I Mahicani erano più numerosi e lottavano con grande coraggio, ma i Mohawks avevano in corpo il furore della disperazione e si battevano da leoni. Mentre ferveva ancora la pugna, la notizia dell'assalto era giunta ai villaggi vicini. Una voce diceva anzi che i Tartaruga erano stati sconfitti, che il suolo era perduto e che i nemici sanguinari si sfogavano ad uccidere le donne e i bambini e a distruggere tutto Ganawada. Si formarono così bande di volontari che corsero in aiuto dei fratelli sventurati. Padre Pierron, il missionario, si trovò nel primo gruppo dei guerrieri venuti da Teondaloga. Quando arrivò, trovò il campo sgombro dai nemici che non erano riusciti a prevalere e il pianto delle donne in cerca dei propri cari caduti. Si mise subito ad aiutare i feriti, a confortare i moribondi, istruendoli sommariamente nella fede e battezzando quelli che dessero segni di adesione. La presenza del missionario fece allontanare gli stregoni, più volte messi in imbarazzo da lui per la sua provetta capacità di infermiere. Girando per i feriti, padre Pierron si avvide che in un angolo nascosto, al di fuori della palizzata, si stava eseguendo un sacrificio ad Araskoi, il dio della guerra, e già un guerriero mahicano aveva avuti i piedi e le mani tagliate, già era stato scorticato in più parti e aveva brani di carne strappate. La scena lo riempì di molta pena. Il sacrificio ad Araskoi significava la continuazione della guerra, la preparazione per una prossima azione. Avrebbe voluto correre dal disgraziato, liberarlo, istruirlo e battezzano. Ma non gli era possibile in quel momento, con quegli uomini. Non poteva e si girò in cerca di altri feriti, quando il suo sguardo fu attratto da un'altra scena che mitigò la sua sofferenza. Poco lontano una giovanetta, con lo scialle rosso caduto sulle spalle era inginocchiata vicino ad un guerriero ferito, puliva le piaghe e le fasciava. Era Occhidisole. Più tardi, padre Pierron, ricordando l'episodio, disse che in quel momento entrò nel suo cuore una grande fiducia, una speranza mai sentita che anche quel popolo che mostrava solo cortesia nei suoi riguardi, avrebbe accettato la sua parola e risposto alle sue premure. Senza parlare, Occhidisole gli diede la certezza che la grazia di Dio avrebbe trionfato anche dei Tartaruga. D'allora concepì il proposito di una cappella a Ganawada con un missionario che lo aiutasse e vi risiedesse. Padre Pierron si fermò quei giorni nel villaggio di Tega-kuita. Il sacrificio ad Araskoi, i preparativi febbrili per la spedizione lo convinsero a restare. E quando i Mohawks si mossero, anche lui partì, solo sulla canoa, né desiderato, né respinto. Lo scontro avvenne a poche miglia dall'odierna Schenectady sulla riva sinistra del fiume Mohawk, sopra i fianchi di una collina rocciosa. Il Padre fece miracoli di bontà, impavido, sicuro, sereno, in mezzo al fuoco. Si accampò con i suoi Mohawks. Vide l'imboscata ch'essi tesero, l'abbandono del campo da parte dei nemici, il combattimento che furono costretti ad accettare. I Mohawks vinsero, dopo alterne vicende che fecero temere della loro sorte. L'uccisione di Casa che Brucia diede il tracollo ai Mahicani rimasti che fuggirono. Poi fu il ritorno accompagnato dal canto lugubre dei prigionieri, il loro canto di morte. Padre Pierron con la sua presenza eroica, pacifica e consolatrice aveva ottenuto la sua grande vittoria. Gli Irochesi l'avevano visto in mezzo a loro, incurante di ogni pericolo. Più volte la morte gli era stata vicina, ma l'aveva sempre risparmiato. L'ascendente che padre Pierron acquistò sui Mohawks fu alto come non mai. E con l'ascendente la libertà di catechizzare i prigionieri, la possibilità di far venire un missionario, la fine dell'ostruzionismo al suo apostolato.
L'insidia del matrimonio. Il missionario venne l'anno seguente, 1669. Giovane d'anni, fresco di energie, padre Boniface, appena giunto dalla Francia, fu mandato a fondare la missione di S. Pietro a Ganawada, nel villaggio di Tega-kuita. Con le disposizioni d'animo che abbiamo visto nella fanciulla, ci aspetteremmo di vederla tra le prime ad iscriversi al catecumenato e seguire le istruzioni del missionairio. Tega-kuita invece si tenne in disparte, sia per la naturale timidezza che per paura dello zio. Tra le prime fu la moglie di Kryn, di nascosto dal marito. E quando questa fu battezzata, il Grande Mohawk, ritenendosi colpito nel suo orgoglio, confuso e umiliato, abbandonò colmo di rabbia la casa e l'unica figlia di otto anni che il missionario descrive come un bocciolo di bambina. Un male misterioso colpì la fanciulla che morì durante l'assenza del padre. Le dicerie dei pagani furono infinite, i rimproveri alla cristiana senza numero. Occhidisole viveva li, sentiva e tremava. Quali sarebbero state le reazioni di Falco Gigante, se lei pure fosse diventata cristiana? Si, c'era con lei Ginestra Fiorita, la sorellastra. Ma Ginestra non era Tega-kuita per il padre adottivo di tutte e due. Ginestra, d'altronde, quando le si era parlato del matrimonio e le avevano presentato Onas, un bravo guerriero e un ottimo cacciatore, non aveva mosso nessuna difficoltà. Era il costume di tutte le ragazze, la loro aspirazione. Poco importava se i matrimoni fossero combinati dalle madri e gli sposi andassero a nozze a volte senza neppure conoscersi. Per Occhidisole lo scoglio non erano le formalità del matrimonio, ma il matrimonio stesso. Le ripugnava come nessuna cosa al mondo. Così, tutte le volte che le zie accennavano alla questione ricevevano un costante rifiuto, addolcito da scuse che sembravano e non erano plausibili. Falco Gigante, interpellato, appoggiava la nipote, giustificando la sua determinazione con l'età. Non lo poté più quando gli anni da 14 divennero 18. Allora propose il suo candidato, ma lasciò alle donne di sbrigarsela in un compito che non gli competeva e che tutta la tradizione rispettava. Il giovane scelto da Falco Gigante era Due Penne, degli Oneida, di qualche anno più vecchio di Tega-kuita. I matrimoni non si contraevano mai nel cerchio della stessa tribù. Ancora una volta Occhidisole si schernì, ma Nintha non si diede per vinta e le macchinò un tranello. Approfittò lei e la cognata Arosen di non so quale celebrazione e le fecero indossare gli abiti migliori. Tega-kuita, sempre docile, si vestì a dovere. Quando fu pronta comparve Due Penne con la mamma e altri parenti. La scusa fu facile a trovarsi. Venivano da Tagasoke, villaggio degli Oneida, per far visita al grande capo dei Tartaruga. Ci furono i soliti complimenti delle visite gradite; poi si sedettero tutti, le gambe incrociate, per lo scambio dei doni. Nintha assegnò a Tega-kuita il posto vicino a Due Penne. Il giovane offrì il meglio della sua caccia per dimostrare la propria abilità, la padrona di casa ricambiò, non facendovi mancare il sacro sagamitè. Nintha cominciò lei stessa a distribuire il bigio granturco con carne tritata, poi, fingendo di dover prendere qualcosa d'altro, disse ad Occhidisole di occuparsene lei. Tega-kuita obbedì. Vicino a lei era Due Penne e la convenienza esigeva che lei offrisse al giovane la ciotola di sagamité. Lontanissima dall'immaginare il significato del suo gesto dopo lo scambio dei doni, Tega-kuita prese il mestolo, lo riempì di polenta di granturco e lo versò nella ciotola. Sempre ignara, piegata su di un ginocchio, stese la mano verso Due Penne che allungava la sua, sorridente. Nintha stava per scoppiare dalla gioia. Non credeva ai suoi occhi allargati e scintillanti per il trionfo di quel momento. Tutta l'ostinatezza di Occhidisole era crollata in un istante davanti a Due Penne. Nella capanna si era fatto un gran silenzio e gli occhi erano fissi su Tega-kuita. Quel silenzio improvviso e quegli sguardi arrestarono la mano di Occhidisole. La giovinetta comprese che il suo gesto era la celebrazione del rito nuziale. Rossa di fuoco, ebbe uno scatto improvviso, e, prima che gli astanti si rendessero conto del travaglio della sua anima, lasciò cadere a terra la scodella e fuggì nella foresta. Per Nintha fu uno schianto, per Due Penne e i suoi parenti un insulto atroce. Se la capanna non fosse stata del sachem, e Falco Gigante il padre di Tega-kuita, l'insulto poteva avere conseguenze tragiche. Ma tutto finì nelle scuse degli uni e nella rassegnazione per gli altri. Nella foresta Occhidisole piangeva e ringraziava Rawennio dello scampato pericolo.
Cap. XII
L GRANDE MOHAWK
Natale 1672. In un angolo della cappella di S. Pietro, padre Boniface ha preparato un presepio. E' la prima volta ed entusiasma tutti i pellirossi, cristiani e pagani, del villaggio di Ganawada. Il Padre ha preparato con infinita pazienza un coro di ragazzi e di fanciulle, per i canti natalizi in lingua latina ed irochese. - I nostri figli cantano come i bianchi, i canti dei bianchi, dicevano con orgoglio i pellirossi. La chiesetta è piena, piena da non potersi dire. Non ci entrerebbe più neppure un calabrone. Anche Tega-kuita è lì, come le zie, come Ginestra, come Anastasia. Il presepio è posto su di un tavolo rialzato, ben visibile a tutti. Tega-kuita ascolta per la prima volta dal missionario la narrazione dell'avvenimento che già conosceva e in cui i pastori son diventati giovani baldanzosi alla caccia, e i Magi i grandi capi delle nazioni irochesi. Tega-kuita è felice d'essere in chiesa, ammiratissima della festa cristiana, e invidia la sorellastra Ginestra, perché può frequentare la Chiesa cristiana, lei e il suo Onas, malgrado le durezze di Falco Gigante e le ostilità delle zie che si industriano arendere la loro vita insopportabile. E' ansiosa che quel giorno venga anche per lei; ma ancora se ne sta lontano, schiva, paurosa. L'ora sua non è ancora giunta. I disegni di Dio sono altri per lei. Padre Boniface ci dice che quando i ragazzi attaccarono l"'Adeste Fideles" in latino col meraviglioso ritmo gregoriano, i pellirossi si guardavano con una soddisfazione indicibile.iacquero tanto l"'Adeste" e gli altri canti, che fu costretto a lasciarli eseguire per tutto il periodo natalizio, durante la Quaresima, sino a Pasqua. Terminata la funzione di mezzanotte, la chiesa si svuota, e il tepore creato dalla presenza di tutti quei bravi figlioli cede al freddo della notte, serena e disseminata di stelle, bianca di neve gelida. Tutti se ne sono usciti, tranne una donna che, andata ai piedi di Gesù Bambino, continua a pregare sola e immobile. A casa non l'attende nessuno. La sua bimba è morta, suo marito l'ha disertata. Il missionario la lasciò pregare. Prega egli stesso il Bambino Gesù di consolare quella poveretta, che se è fiera di essere cristiana, non è insensibile alle calunnie, alle prove, alla solitudine che le si è creata nella sua lunga casa. Le candele della grotta si sono quasi spente, e il buio completo sta per farsi nella chiesetta. La donna continua a pregare e il freddo comincia a pungere forte. Padre Boniface si avvicina alla donna, ma non osa chiamarla. Le si mette a fianco, in piedi. Quando finalmente la donna alza gli occhi e avverte la presenza del vestenera, questi le dice: - E' troppo freddo per te, figlia mia. - Non lo sento, Padre. - Questo è un Natale felice per la tua bambina. Essa è in cielo con Gesù. - Sì, Padre, lo so. - Hai notizie di Kryn? - Nessuna, Padre. - Ti molesta ancora la gente? - Non importa, non ci faccio più caso. - "Benedetti quelli che soffrono per la giustizia, perché di essi è il Regno dei Cieli". Questa è la risposta di Gesù Bambino. La donna sorride grata, ed esce fuori nella neve, alla sua lunga casa.
Nel villaggio della preghiera. Sono mesi ormai che Kryn ha lasciato la casa, il suo villaggio, la sua gente, colto dal furore istintivo e selvaggio entratogli in corpo per la conversione di sua moglie. Kryn avrebbe potuto prendersi un'altra donna e formare una nuova famiglia, come era nel costume degl'Irochesi. Ma il suo non è un problema di donne. E' difficile penetrare nel cuore di un uomo, arduo scandagliare quello di un pellirossa. Capire Kryn è per noi impossibile. Forse è più facile pensare a quella forza misteriosa che conduce gli uomini e le cose, pur lasciandoli liberissimi di ogni gesto e di ogni decisione. Kryn non sarebbe mai ritornato a Ganawada, tanto più se avesse saputo che la sua "Fronda di Biancospino", la sua figlia, era morta. Lo seppe infatti da un gruppo di cacciatori e fu come se una lama acutissima penetrasse più profondamente nella ferita che portava sempre aperta e che lui nel suo rimuginare contribuiva a mantenere sanguinante. Lasciò il gruppo a cui si era momentaneamente unito, e senza nessuna spiegazione continuò solo ad errare per la foresta, esposto a tutte le insidie delle intemperie e a tutti gli agguati dei nemici che sempre circolavano a due, o a tre o più numerosi in cerca di selvaggina e di scalpi. Kryn viveva come una bestia randagia, come se fosse continuamente braccato da qualcuno. In realtà era lui che bracca Va se stesso, lui con la sua inquietudine, il suo malumore, la vergogna che sentiva esagerata, il disonore di cui si voleva integralmente coperto. Con questo stato d'animo finì con l'andare avanti senza saper più dove. Perse innumerevoli volte l'orientamento, non sapeva più dove fosse. Venne l'inverno e venne la neve, si rifugiò in un antro. Ma non poteva rimanere eternamente là dentro in attesa della morte. Così si pose di nuovo in cammino, avanti, avanti sempre, guardingo, sospettoso, vigile. Giunse ch'era ormai buio ad un villaggio che non conosceva, ad un gruppo di capanne che non aveva mai viste. Il vento fischiava e il freddo gli penetrava nella carne e nelle ossa, gelandolo tutto. Sentì una voce: «Kryn! Che sorpresa! Benvenuto a La Prateria!». Kryn si pose in difesa e incoccò la freccia nell'arco. Il villaggio doveva essere vuoto perché era la stagione della caccia. Chi era quest'ombra che l'aveva individuato e si moveva verso di lui? Lasasciò cadere l'arco eripose la freccia nel turcasso. Dall'abito lungo capì ch'era il vestenera. I gesti e la voce si ripetevano e le parole erano un invito. Kryn aveva bisogno di sfogàrsi, di svuotare il fardello pesante di se stesso che si ingigantiva ad ogni ora. In seguito si chiese perché non avesse ucciso il missionario, giacché, in fondo, un vestenera era la causa di tutti i suoi guai. Padre Frémin, il vestenera che aveva conosciuto con padre Bruyas e padre Pierron anni prima a Ganawada, in occasione dell'adempimento delle condizioni del trattato di pace con la Francia, era davanti a lui, simpatico e cordiale, e lo invitava ad entrare come ospite gradito nella sua capanna di corteccia di betulle. Kryn seguì il Padre, a’accostò al fuoco, divise con lui il sagamité dell'amicizia, fumò alla stessa pipa. Dopo un'ora il grande Mohawk avvolto nella coperta di pelle d'orso giaceva sul materasso preparato per lui. Nel buio sorrideva alla stranezza della sua situazione. Lui, Kryn, l'eroe nazionale dei Mohawks, nel villaggio della preghiera! Lui, e contento per di più!
Ritorno a Ganawada. Non ci è dato di descrivere quello che sia avvenuto del capo irochese alla Prateria della Maddalena, nella missione di S. Francesco Saverio. Da principio fugò la rabbia, poi divenne curioso della vita del villaggio, fece qualche piccola scorribanda a caccia di di animali, perché la sua presenza non pesasse troppo sulla bilancia economica del padre Frémin, cominciò ad interessarsi della cappella, delle campane, delle statue, dei quadri che vi si trovavano. Quando accennava a partire, il missionario insisteva perché rimanesse, e lui in realtà si trovava tanto bene alla missione che non avrebbe più voluto andarsene. Le conversazioni col missionario erano tanto attraenti. Erano istruzioni, ma non ne avevano il tono. Ma un giorno Kryn finì col chiedere il battesimo. Padre Frémin attendeva quella decisione e pregava perché avvenisse. Quando nel villaggio si seppe (era passato l'inverno) si fece gran festa. Kryn, diventato cristiano, non cessò d'essere l'uomo valoroso, il capo riconosciuto delle battaglie, il guerriero che incuteva terrore con la sua presenza. Disse al missionario che voleva mettere al servizio di Dio la sua reputazione, che voleva coadiuvarlo nell'opera di apostolato e intendeva ritornare a Ganawada, nel suo villaggio, dove forse sua moglie l'aspettava ancora, se fosse viva. Il missionario acconsentì e Kryn si pose in cammino, ripercorrendo la foresta senza più perdersi, diritto a Ganawada. L'ultimo tratto lo fece in canoa, quella canoa che aveva nascosta sotto i rami di un salice piangente dai rami folti intrecciati a capanna che scendevano sul fiume Hudson. La canoa era ancora lì, sporca di fogliame e di rametti, ma sempre utile e sempre maneggevole. Quando arrivò a Ganawada non c'era ovviamente nessuno ad aspettarlo. Cacciò un urlo, il suo potente urlo di guerra e il villaggio si vuotò per accorrere alla riva a salutare il grande Mohawk che tornava, perché quell'urlo non poteva essere che il suo. Sulla riva c'erano Falco Gigante, Nintha, Arosen e Tega-kuita, il missionario, i vecchi, i bambini, tutti. Mancava solo la moglie di Kryn che all'urlo si era buttata in ginocchio, pregando Dio di proteggerla. Non aveva saputo nulla di lui da tanto e ora si aspettava chi sa quali torture d'animo, per quanto, in fondo al cuore, una voce le dicesse di non temere. Kryn fu commosso dell'omaggio ricevuto e appena scorse il missionario gli andò incontro e lo salutò con molto rispetto e molta deferenza, oltre le usuali convenzioni dettate dall'etichetta irochese.Falco Gigante fu il primo a meravigliarsene e la cosa sconvolse un po' tutti. Che Kryn non fosse più Kryn? Kryn, malgrado la conversione era sempre lui, parlava allo stesso modo, agiva con la medesima autorità. Era partito rabbioso, tornava sorridente. Notò che sua moglie mancava e chiese di lei. - Sarà nella capanna, gli dissero, perché l'abbiamo vista tornare poco fa dal lavoro. Kryn andò alla sua lunga casa, sollevò la pelle d'orso ed entrò. Sua moglie era ancora in preghiera. La chiamò per nome, col suo nome cristiano: Maria. Poi l'aiutò ad alzarsi, le sollevò il mento, le disse semplicemente: - Chiamami Pietro. Era la sua confessione, la sua prima semplice professione di fede nel villaggio. La donna per poco non svenne dalla commozione. Lui, cristiano? Cristiano, sì. Pietro Kryn, il grande Mohawk. Al pomeriggio, sul tardi ci fu il raduno dei notabili nella piazza. L'aveva sollecitato Kryn e volle che vi assistessero la moglie e il vestenera. Dopo le tradizionali quattro boccate di fumo, si alzò a parlare. Narrò le sue vicende nella foresta, il suo incontro con padre Frémin, la sua conversione, la vita nel villaggio della preghiera a La Prateria della Maddalena. Finì con l'esortazione a seguire il vestenera. Disse che si sarebbe ritirato volentieri lassù e che era disposto ad accompagnare quanti cristiani volessero. Aggiunse che lui era sempre Kryn, il loro grande Mohawk e che avrebbe speso volentieri l'intera sua vita per il bene della sua tribù. Lo chiamassero in tutte le circostanze, soprattutto di pace e lui sarebbe stato lieto di servirli. Il discorso di Kryn fece grande impressione. I cristiani si rallegrarono con lui, i pagani si guardarono sorpresi. Nessuno osò contraddirlo, neppure Falco Gigante che in cuor suo tacciava Kryn di imbecillaggine. Quando partì quaranta cristiani lo seguirono. C'era Maria, la moglie, Ginestra Fiorita con il marito Onas, Anastasia. La perdita di Anastasia fu un grave colpo per Tega-kuita. Ma ormai anche per lei si avvicinava l'ora della grazia. Presto sarebbe giunto il momento in cui avrebbe acquistato la forza e la irremovibilità che aveva dimostrata nel rifiutare costantemente il matrimonio. La partenza dei 40 cristiani aprì un vuoto sentito nel villaggio. E si capisce. Ganawada poteva contare 300 abitanti nei giorni in cui tutti, uomini e donne erano presenti al villaggio. Quaranta in meno, e tra essi guerrieri validi, significava una breccia pericolosa nella sua difesa, tanto più grave in quanto gli uomini del clan della Tartaruga, staccatisi dagli Inglesi, parteggiavano per gli Olandesi. Era in gioco il possesso del territorio che dall'attuale capitale dello stato di Nuova York, Albany, scendeva fino a Manhattan, fino al villaggio di Nuova Amsterdam in seguito Nuova York. Albany perduta nel 1671-1672, fu conquistata dagli olandesi nel 1673, e di nuovo perduta nel 1674, gli anni dell'attività di padre Boniface a Ganawada. Ma proprio nel 1674 padre Boniface, che ha dato tutto se stesso per i suoi Irochesi ed è sfinito e sente bisogno di riposo, lascia il villaggio di Occhidisole. A Falco Gigante fece piacere la notizia. Ma a padre Boniface segui un altro giovane missionario che si trovava nel Canada dal 1672, il padre Giacomo de Lamberville. Padre de Lamberville scoprì Tega-kuita, l'aiutò a vincere ogni perplessità, la fece incontrare con Colui che amava teneramente nel segreto del suo cuore.
Cap. XII
LA PRIMA GIOIA GRANDE
Occhidisole non era al lavoro quel giorno. Una ferita al piede la costringeva a starsene sdraiata sulla sua stuoia. Non aveva altro da fare che aspettare che il suo male sparisse, per riprendere il ritmo ordinario dei suoi giorni. Pensava a Ginestra Fiorita lontana col suo Onas e ad Anastasia. Che facevano nel villaggio della preghiera? Che genere di vita conducevano? E Kryn, il valoroso Kryn convertito alla religione dei vestenera, la religione di sua madre? Non solo Kryn, ma anche Polvere Infiammabile, il grande capo degli Oneida era diventato cristiano. Se potesse parlare col Padre, se il vestenera avesse potuto leggere nel suo cuore e difenderla dall'ira dello zio Falco Gigante! Rawennio, quando sarà?, gemeva in una preghiera fervorosa e insistente la povera Tega-kuita. Una donna della lunga casa stava lavorando attorno al piede di Occhidisole, cercando di curarne la ferita. Era l'ora che il missionario si recava in visita ai malati, approfittando della calma del villaggio, perché tutti, uomini e donne erano fuori, o alla caccia o al lavoro. Il missionario era benaccetto dappertutto. Solo nella casa del sachem non poteva entrare. Falco Gigante glielo aveva proibitoe il padre De Lamberville non sapeva come era fatta la sua lunga casa. Così quando lasciò la cappella dopo aver salutato l'ospite divino e pregato che desse alla sua parola il conforto necessario per sollevare i malati e disporli alla grazia, giunto alla casa di Falco Gigante passò oltre. Tega-kuita ne vide l'ombra tra il vano dell'ingresso lasciato semiaperto e mormorò ancora: - Se il Padre entrasse! Padre De Lamberville disse più tardi che fu tentato di entrare nella casa di Tega-kuita malgrado la proibizione, ma che continuò per la sua strada. Non molto, aggiunse, solo pochi passi. Poi sentì come una mano che lo tratteneva, una forza che gli impediva di andare avanti, una voce che gli comandava di entrare. Tornò indietro, apparve sull'uscio, si sentì chiamare: - Raqueni, Padre! Era un grido di gioia. Il vestenera, ch'era uso rivolgere per primo la parola col suo saluto, rimase interdetto, meravigliato di quel grido spontaneo, di quell'invito che non ammetteva dubbi sul dovere di infrangere la proibizione del capo. Si riprese, salutò. La donna intervenne senza lasciar parlare la malata. - Tega-kuita si è ferita malamente a un piede mentre zappettava nel campo. La ferita non era profonda. Come il Padre sospettava la donna aveva fasciato il piede senza aver prima lavata la ferita. Come tutti gli Indiani la donna aspettava che venisse lo stregone per cacciar via gli spiriti cattivi che avevano prodotto la ferita e che si erano insediati in essa. Padre de Lamberville tolse la benda, pulì la ferita, chiese un po' di acquavite per disinfettarla. Tega-kuita guardava il missionario senza dire una parola, ascoltando quello che diceva alla donna e a lei. "Parla!", le diceva qualcuno dentro e quando il vestenera ebbe finito, con molta semplicità e naturalezza chiese: - Padre, mi vuole aiutare? Il missionario non comprese qual genere di aiuto Occhidisole gli chiedesse dopo la sua assistenza di buon samaritano. Disse: - Certamente, figliola. Tornerò a vedere la ferita. - No, Padre, non è questo. - No? Tega-kuita prese a raccontare al missionario quanto fosse grande il suo desiderio di abbracciare la religione di sua madre e come la paura di Falco Gigante l'aveva sempre trattenuta. Non si era mai avvicinata alla chiesa apertamente. Di nascosto, sì, si era fermata più volte dietro le pareti a sentire. Ma ora era decisa, diceva Occhidisole, ora avrebbe affrontato non solo le ire del patrigno, ma delle zie, di tutti, per conoscere Rawennio e amarlo come aveva desiderato sempre di amarlo. Il missionano ascoltava la giovane accalorarsi nel racconto delle cose sue. Tega-kuita si esprimeva con parole che rivelavano un insolito lavorio della grazia nella sua anima. Amare Rawennio era qualcosa di più di un semplice desiderio di farsi cristiana. Cominciò a porre delle domande. E le risposte vennero limpide, serie, vere. Tega-kuita aveva sempre la sua antica modestia. Di nuovo c’era una risolutezza che non era caparbietà, ma proposito fermo, irrevocabile. - Padre, aggiunse Occhidisole, so che mio zio mi ucciderà, quando saprà che mi voglio fare cristiana. Ch'io almeno muoia figlia di Rawennio. Padre, versa sul mio capo l'acqua santa, subito.Il missionario sorrise a tanta brama. - Non così presto, Tega-kuita. Tu devi frequentare le istruzioni alla missione. Tu stessa hai detto che conosci così poco della religione di Rawennio. Occhidisole si fece pensierosa e rispose: - E' vero. Io conosco poco Rawennio, ma lo voglio conoscere di più, meglio. Farò tutto quello che lei mi dice. - Bene! Per primo io vado a chiedere a Rawennio che ti dia forza e coraggio. Tu dirai a tuo zio che vuoi diventare cristiana. Egli si infurierà, naturalmente. Ma non aver paura. Digli che hai già parlato con me. Egli non vorrà avere fastidi dal missionario. Poi... ricordati che Dio è con noi. Egli ci aiuterà. Tega-kuita acconsentì. - Gli parlerò questa sera, promise. Durante tutta la giornata Occhidisole pensava e ripensava come doveva introdursi. Che cosa dovesse dire; le parole migliori che doveva usare per non urtare Falco Gigante. Giunge la sera. Il sachem entra nella sua casa, guarda Tega-kuita, ma non le rivolge la parola. Si siede vicino al fuoco, accende la pipa e si mette a fumare. Tega-kuita nota la sua freddezza. Aveva saputo che il vestenera era stato da lei? Ora sarebbe venuta la tempesta. Che scoppiasse, Occhidisole non la temeva. Era pronta. Si raccomandò a Rawennio. - Padre mio, disse, oggi ho parlato col vestenera. Le sopracciglia del capo si aggrottarono, smise di fumare. Tega-kuita tremò. Del discorso che aveva preparato non ricordava più una parola. - Voglio diventare cristiana, disse semplicemen te. E fu più efficace. Quelle parole buttate lì, nude, incatenavano ogni resistenza di Falco Gigante. Dette così senza ricami erano l'espressione di una volontà di ferro che non chiedeva nessun permesso, non supplicava nessuna concessione. Falco Gigante conosceva Occhidisole. Sapeva che avendo detto di no al matrimonio, non era stato, malgrado l'umiliazione che gli aveva procurato con Due Penne, il giovane oneida chiamato ad impalmarla. Ora Occhidisole gli diceva soltanto che voleva essere cristiana. Se lo diceva, l'avrebbe fatto volente o nolente lui, Falco Gigante. Ripose la pipa in bocca e ricominciò a fumare.Tega-kuita era meravigliata di quella reazione. Il silenzio non era nel costume di Falco Gigante. "Che Rawennio gli abbia toccato il cuore?", pensava. Finalmente vide la faccia del suo padre adottivo che, presa la decisione, si era voltato verso di lei. - Fa' quello che vuoi, le disse, e riprese a fumare. Si, è Rawennio. Non può essere che Lui a piegare il sachem. Occhidisole guarì, riprese a camminare, ad andare al lavoro tutti i giorni. Tutti i giorni, mattina e sera, si recava in chiesa. La mattina per le devozioni di tutti i cristiani, la sera per le istruzioni. Padre De Lamberville ammirava quella fedeltà, quella voglia di imparare, quella capacità di ritenere. Gli sembrava Occhidisole una creatura d'eccezione e volle indagare sul suo passato. Le risposte furono concordi: Tega-kuita è la più virtuosa delle nostre ragazze. Tega-kuita non ha mai fatto male a nessuno. Tega-kuita s'è sempre prestata ad aiutare gli altri, sia nei lavori del campo, che in casa. Il missionario decise di anticipare la data del battesimo. La Pasqua s'avvicinava e volle solenizzarla col battesimo di Tega-kuita. Era la figlia del capo e il villaggio avrebbe partecipato a quella solennità. Il missionario non s'ingannava. Tutto il villaggio era lì, la vigilia di Pasqua, ad ornare la chiesa con rami di sempreverdi, di fiori agresti, e pellicce e stoffe variopinte. L'ingresso era abbellito da archi di trionfo uniti a galleria festosa. Era il giorno di Tega-kuita, il primo giorno bello dopo tanti, l'unico giorno bello anzi della sua vita. Fuori c'era il sole, un chiaro sole di aprile. Nell'anima della battezzanda splendeva la gioia più pura, l'amore più ardente per il suo Rawennio. - Rawennio, grazie, diceva continuamente Tega-kuita. Rawennio, ti amo, ti amo! Si preparò alla festa con tutto l'impegno. Volle gli abiti migliori, i più fastosi, i più ricchi, quelli che lei stessa si era fatti e tutti sapevano quanto erano raffinati i suoi gusti. Per Raweììnio, Tega-kuita non risparmiò tempo, non lesinò fatiche. - Rawennio, si diceva, non deve avere una figlia pezzente. Rawennio deve essere contento di venire incontro alla sua Tega-kuita. E quando la mattina di Pasqua uscì di casa per recarsi in chiesa, all'appuntamento col suo Dio, Tega-kuita era così bella che mai nessuna pellirossa era stata così avvenente il giorno delle sue nozze, nessuna così elegante. Un gruppo di amiche era ad attenderla. Si formò un corteo d'onore, spontaneo e fuori programma. Poi la chiesa si riempì, incominciarono i canti, inizio la santa-messa, celebrata dal padre De Lamberville. Al Vangelo il vestenera superò se stesso per descrivere con linguaggio indiano, il miracolo della Risurrezione, la vittoria di Cristo sui suoi nemici, la trasformazione di un'anima investita dall'amore di Dio nel battesimo. Al termine della messa parlò ancora.Tega-kuita era davanti, sola. Il missionario spiegò la cerimonia, il significato delle singole parti, il valore dell'acqua benedetta versata sul capo dei neofiti, la luce posta nelle loro mani. Parlò con tanta naturalezza, con vivezza d'immagini così doviziosa che i pellirossa pensavano di dover vedere Dio in persona scendere dal cielo a trasformare Tega-kuita. Lo videro infatti nello sguardo luminoso di Occhidisole quando alzò il capo, le trecce ancora bagnate dall'acqua battesimale, divenuta a venti anni Caterina Tega-kuita. Gli occhi di Caterina erano chiari, trasparenti come di cristallo, lucenti come il suo nome. Il miracolo della Grazia sembrò riflesso nei suoi occhi tutto il giorno, divenuti straordinariamente belli. I pagani e i cristiani lo notarono e Caterina divenne l'idolo del villaggio, l'argomento di tutte le conversazioni. Era la Pasqua del 1676.
Cap. XIII
E' FATTA DI BUON ACCIAIO
Non passarono molti giorni, si può dire che non ne passò nessuno dalla gioia serena e profonda del battesimo senza che la signora Nintha si industriasse a rendere difficile la vita di Caterina. Aveva finto di godere della sua gioia quel giorno, si era presa la sua parte di complimenti. Ma capiva che il battesimo frapponeva un altro ostacolo e non piccolo tra lei e la nipote, tra la sua volontà di costringere Caterina a sposarsi con l'uomo che lei avesse scelto e il proposito della giovane di rimanere tutta di Dio. Cominciò subito con battutc spiritose, con allusioni alla storia del matrimonio. Cercò di caricaturare la pietà della neofita, di distoglierla dal frequentare con tanta assiduità la chiesa. Non ottenne nulla. Caterina adempiva con molto impegno i suoi doveri di cristiana e di giovane pellirossa. Sembrava che stesse sempre in chiesa e sempre in casa o al campo. Nintha non poteva attaccarla su questo punto, finché Caterina non le diede l'occasione. E fu la domenica che seguì al battesimo. Caterina era stata in chiesa per la santa messa. Al ritorno non si mutò d'abito, non prese la zappa per recarsi al campo. Era stata più a lungo la sera prima. Si proponeva di fare un lavoro straordinario il giorno seguente. Ma la matrigna non la pensava così. Vedendola per la casa a mettere in ordine le cose, cominciò a parlare a voce alta tra sé, ma in modo che Caterina sentisse. Ed erano le solite accuse contro i cristiani. Aspettava che Caterina si ribellasse. Ma la giovane taceva, finché Nintha, esasperatà da quel silenzio, l'affrontò. Prese la zappa di Caterina in mano, le si avvicinò e disse perentoriamente: «Al lavoro!». - Oggi? Oggi no, è domenica. I cristiani non lavorano la domenica. E' il giorno del Signore. - Al lavoro, cristiana lazzarona. - Lavorerò il doppio domani. - No, oggi. - Non posso, mamma, mi dispiace. - Non vuoi? Non mangerai. In casa entrò Falco Gigante. Colse le ultime parole della moglie e ne chiese il motivo. Sanzionò asciutto: - Non mangerà. E Caterina stette digiuna quella domenica, tutte le domeniche, tutte le feste. Il missionario non ne seppe nulla. Avvertì che le cose non andavano nella capanna del sachem solo tardi, quando un giorno gli fu riferito che un giovanottone armàto di accetta, il tradizionale tomahawk, era entrato di furia nella capanna del capo in un momento in cui Caterina era sola. Voleva solo spaventarla, voleva ucciderla? Irruppe nella capanna, urlando come se andasse all'assalto di un nemico feroce. Alla presenza di Caterina continuò ad inveire, a minacciare, ad insultare. Alzò il tomahawk per colpire. La giovane che se ne era stata calma, che l'aveva guardato in faccia, senza mostrare il minimo timore, da perfetta indiana, davanti al tomahawk pronto a scendere su di lei, piegò il capo, perché se il bruto voleva, poteva staccarglielo dal busto. Il gesto di Caterina fermò il braccio del giovane furioso. La mano si aprì e il tomahawk cadde ai piedi di Tega-kuita. Ci fu un istante di silenzio. Caterina alzò il capo, ma solo per vedere che il suo persecutore, urlando come era venuto, se ne fuggiva come se una forza misteriosa lo spingesse alla disperazione. Nintha stava in agguato. Nintha aveva sobillato Foglia Secca. Quando lo vide correre nella boscaglia come impazzito, entrò nella capanna. Tega-kuita era ancora lì, immobile, il tomahawk ai suoi piedi. Nintha entrò con una cera innocente, come per caso. Raccolse l'accetta, guardò sangue, la mostrò alla nipote. - Cos'è questa? Nessuna risposta. - Che è successo? - Nulla. - E' pronto il sagamitè? - L'acqua sta bollendo. Altre persone avevano visto uscire Foglia Secca dalla lunga casa del capo. Ma nessuno seppe nulla dalla viva voce di Caterina. Cominciarono a circolare voci, si ricostruì l'episodio, alterandolo, e lo si mise in relazione a Nintha. Ma quando Nintha divenne oggetto di conversazione, quando lc si attribuì la trama del fattaccio, era già andata oltre, aveva superato tutti i limiti. Fu Nintha la prima a chiamare Caterina con il semplice appellativo di "cristiana". Si era scordato anche di "Tega-kuita". Per lei la nipote era semplicemente: la cristiana. Lo diceva per derisione, per umiliarla, non usava altro termine per designarla o chiamarla, e cristiana divenne il nome e il soprannome di Tega-kuita. C'erano altri cristiani nel villaggio, ma nessuno veniva chiamato così. Gli altri erano cristiani, Caterina era la cristiana. La cristiana che per andare a messa doveva a volte affrontare insulti, dileggi, fino sassate. Una mattina tornava a casa dal suo quotidiano appuntamento col Signore. Camminava tutta raccolta, quando un sasso le fischiò all'orecchio e le strisciò il volto. Girò il capo per vedere, ma non scorse nessuno. Udì soltanto piedi di ragazzo correre veloci, a fianco ad una lunga casa. Caterina non disse nulla e continuò per la sua strada. Il giorno dopo i ragazzi erano due. La colpirono in pieno e finsero di stare giocando. Poi il numero si accrebbe. Fu una vera sassaiola. Caterina fu ferita e tornò a casa sanguinante. Sapeva da chi venivano quei sassi. Sapeva che quei monelli erano protetti. Ma la mamma di due di essi, sentendo lo schiamazzo che il gruppo faceva, uscì fuori e prese i due suoi marmocchi. Ne venne la confessione. - Nintha ha detto che bisogna distruggere i cristiani. - Anch'io sono cristiana, volete uccidere anche vostra madre? - Ma Nintha vuole... - E io ve lo proibisco, a voi e agli altri, se non volete passar guai, voi e tutti. Le sassate finirono; ma le ingiurie passarono dai piccoli ai grandi. Probabilmente Falco Gigante non ne sapeva nulla. Ma Nintha era contenta. Nintha era dietro a tutto e a tutti. Padre De Lamberville era preoccupato. Il missionario conosceva bene i pellirossi e la loro incostanza. Aveva proibito ai cristiani di partecipare alle danze che di solito finivano in orge; aveva imposto di stare lontano dalle feste pagane che terminavano in sbornie. Per Caterina questo non era sacrificio, perché anche prima di essere cristiana, rifuggiva e dalle danze e dalle feste. Ma nell'adempimento dei suoi doveri di cristiana, Caterina vi metteva qualcosa di più del solito impegno e della solita buona volontà. Il suo era amore. Le persecuzioni in casa e fuori, lo scarso cibo che le si dava, i digiuni volontari e quelli che le erano imposti dalla zia fiaccavano sempre più, non lo spirito, ma il fisico di Caterina. Il missionario pensò seriamente che era il caso di fare allontanare la giovane da Ganewada. Gliene parlò anche. E Caterina rispose che lo stare con la sorellastra Ginestra Fiorita, con Onas e Anastasia le avrebbe fatto grande piacere; ma era convinta che Falco Gigante non l'avrebbe permesso. La sua fuga poteva avere conseguenze sinistre per lei. E questa volta non si sbagliava davvero. Il missionario attendeva l'occasione propizia. Un giorno gli si presentò Nintha in persona. L'avrebbe volentieri rampognata, ma era sempre la moglie del capo e non voleva dare a costui nessuno appiglio per lamentarsi di lui e combatterlo apertamente. Nintha non aveva il sorriso sulle labbra.Appariva agitàta, addirittura sconvolta. Entrò in argomento senza preamboli. - Tega-kuita, la modella, Tega-kuita, la cristiana, v'inganna. E' un'ipocrita. Tutta la sua pietà è falsa, tutta la sua remissività e doppiezza. Non c'è volpe più astuta di lei, non c'è puzzola più malefica di lei. Il missionario tentò di fermare l'irruenza verbosa della moglie del capo, ma costei continuava imperterrita. Finalmente esplose con una battuta che compendiava tutto: - Tega-kuita è uno schifo. E prese respiro. Il missionario approfittò per interloquire nel concitato monologo. - Nintha, disse, non so se ti rendi conto della gravità delle tue parole. Hai ingiurato tua nipote, ma non hai ancora detto che ha fatto. - Che cosa ha fatto? Ecco quello che la cristiana ha fatto. Noi eravamo andati alla caccia nei pressi di Schenectady. C'era anche la cristiana. In un gruppo di donne costei si permise di chiamare suo padre col nome, è una confidenza che va oltre i limiti di una figlia adottiva. La cristiana se la intende col capo e voi la stimate virtuosa. V'inganna, v'inganna! Padre De Lamberville non credeva ai suoi orecchi. L'accusa era chiara, ma infondata. Cambiò atteggiamento e divenne severo. - Donna, tu hai una lingua velenosa, impastata di maldicenze e di calunnie. Che diritto hai tu d'ingiurare una giovane innocente? Dovresti arrossire per il male che hai fatto e hai fatto fare a Caterina. Nintha divenne rossa. La parola le morì sulle labbra. Neppure salutò il missionario. Se ne uscì in fretta, come era entrata. Ma l'episodio convinse il missionario che la prova cominciava ad essere troppo pesante anche per le spalle solide e per cristiani ferventi come Caterina. Era convinto di trovarsi davanti ad una autentica fantasticheria di Nintha, ma se la donna era giunta tant'oltre, significava che ormai più nulla avrebbe tralasciato per infamare Caterina e perseguitarla più crudelmente che nel passato. Le parole di Nintha le riteneva per quello che erano; ma qualcosa era tuttavia entrato in lui che lo preoccupava. Stimava la giovine, sì, l'aveva osservata e seguita da vicino e l'aveva ammirata per la sua fedeltà alla vita cristiana e all'amore a Dio. L'aveva istruita con cura. Ma c'era qualcosa che non le avesse detto? La sera dopo la funzione la chiamò a sé. Cominciò a parlarle del peccato, dell'inferno ecc. Con fermezza, senza la minima esitazione, Caterina rispose: - No, Padre, io non ho mai commesso questo peccato, né quando mia zia le ha detto, né mai. Io non ho paura di andare all'inferno per questo. Ho paura di non essere coraggiosa abbastanza per lasciarmi uccidere piuttosto che andare nel campo a lavorare la domenica. - Ma Caterina, disse il Padre con voce commossa, non stai tu tutto il giorno digiuna la domenica? - Sì, Padre, ammise Caterina. Essi dicono che il cristianesimo mi ha svuotato il cervello e mi ha fatto lazzarona. Il missionario scosse la testa. - Tu devi partire al più presto, disse il vestenera deciso. - Mio zio, Padre, mio zio non lo permetterà mai. - Vieni, ndiamo a pregare il Signore. Si inginocchiarono il vestenera e la giovane pellirossa davanti al Santissimo Sacramento. Il missionario notò che bastarono pochi istanti perché Caterina si perdesse nella preghiera. La preghiera non era un dovere per lei, era amore. Quando Caterina uscì, il missionario la guardò andare verso la casa e commentò: - E' fatto di buon acciaio. Si piega, ma non si spezza.
Cap. XIV
LA FUGA
"La risposta del Signore alla preghiera del missioinano non tardò molto. Dopo la caccia era compito delle donne preparare le pelli. Caterina fece il suo dovere come al solito, e come al solito la sua concia riuscì perfetta, migliore delle altre donne, migliore di Nintha. Le pelli lavorate dalle sue mani erano molte e più apprezzate: Nintha si rodeva, ma non poteva farci nulla. Nintha beveva e chiacchierava e le sue mani lavoravano poco e male. Tentava al bere anche Caterina, ma non riusciva a farle trangugiare una goccia. Caterina dopo la faccenda della caccia e la calunnia della zia era in casa come una estranea. Colpita in ciò che maggiormente apprezzava, fustigata nel suo amore per la purezza, non provava che un desiderio: andarsene lontano per lavorare, vivere in pace e amare il suo Rawennio. La caccia si era svolta in primavera, la primavera del 1677. In estate, le pelli erano già pronte. Falco Gigante se le caricò e partì dagli amici europei per venderle. Lui partito, arrivarono a Ganewada, Polvere Infiammabile, Onas e un Urone. Venivano dall'altra Ganewada, posta sulle rive del S. Lorenzo. Polvere Infiammabile si recava a Tagasoke, capitale degli Oneida, Onas veniva a trovare i suoi parenti sulle rive del Mohawk. L'Urone faceva compagnia. Ma nessuno dei tre pensava alla fuga di Caterina. Giunti a Ganewada, andarono subito a trovare il missionario, e il vestenera parlò ai tre della necessità di aiutare la giovane pellirossa. Polvere Infiammabile prese la cosa sopra di sé. Egli avrebbe organizzato la fuga e quando la partenza fosse avvenuta si sarebbe diretto tra gli Oneida a predicare la fede, e anche per sviare gli eventuali sospetti. Caterina aveva visto arrivare i tre. Ma stavano col missionario e non osò avvicinarsi. Quando il padre De Lamberville fu solo, ella corse da lui. - Padre, io devo partire. Mi costasse la vita. - Vedremo, Caterina. Ma penso che il tempo sia venuto. Polvere Infiammabile, intanto, aveva fatto il suo piano. La comitiva doveva muoversi, protetta dalle tenebre. Non bisognava perdere tempo. Onas si sarebbe procurata una canoa nel villaggio. In canoa Onas e l'Urone avrebbero percorso una decina di miglia, poi avrebbero abbandonata la canoa, per inoltrarsi nella foresta e raggiungere a piedi il lago Santissimo Sacramento, o Jago Giorgio come lo chiamavano gli Inglesi. Lì avrebbero trovata la canoa di Polvere Infiammabile. Avrebbero attraversato qùel lago, proseguito per il lago Champlain e poi a piedi. Era possibile che Falco Gigante, sapendo della fuga li inseguisse. Si trattava di raggiungere il lago Santissimo Sacramento al più presto possibile. Poi sarebbe stato troppo tardi per Falco Gigante e per chiunque altro raggiungerli. Caterina non dormi quella notte. Sarebbe ingiusto dire che non sentisse nulla, che lasciasse i luoghi cari alla sua infanzia senza pena. Anche quella casa, che le era diventata ostile, lei l'amava. Amava l'uomo che l'aveva adottata bambina, che l'aveva cresciuta, ch'era sempre fratello di suo padre. Da un po' di tempo la trattava freddo, staccato, ma sapeva che le voleva ancora molto bene. Tuttavia, malgrado l'affetto che portava agli uomini e alle cose del suo villaggio, doveva partire. Nel suo cuore era entrato un amore la cui forza l'avvolgeva e la rapiva. Dio la chiamava, l'attirava. Avrebbe dato tutto per il suo Dio. Così, prima che sorgesse l'aurora, al gracidare del corvo, un corvo imitato perfettamente da Onas, raccolse le piccole povere cose che aveva ed uscì dalla lunga casa dove tutti erano ancora immersi nel sonno. Vide due ombre lontane dirigersi verso il fiume, un'altra attraversava dall'angolo opposto la piazza, una quarta aspettava appoggiata ad un albero. Il missionario era lì per salutare i partenti, per benedire il gioiello della sua missione di S. Pietro, Caterina Tega-kuita. Sulla riva parlavano tutti sottovoce. Caterina fu aiutata a scendere nella canoa, e si mise tra i due vogatori, nel mezzo. Il padre De Lamberville le consegnò una lettera per il missionario di Salto S. Luigi, disse una preghiera, salutò Giacomo l'Urone, Onas il Mohawk, tracciò il segno della croce e la canoa si mosse. La lettera che Caterina portava con sé diceva: «Caterina Tega-kuita viene a vivere a Salto S. Luigi. Prendete cura di lei. V'accorgerete presto che vi mando un grande tesoro. Custoditelo. Possa ella profittare della vostra direzione per la gloria di Dio e per la salvezza di un'anima che certamente le è molto cara».
L 'inseguimenio. Falco Gigante aveva barattato le sue pelli, cercando di ottenere di più, molto di più da quelle lavorate da Caterina. Infine si era accontentato. Ma aveva altre cose molto più importanti da fare. Bisognava firmare un accordo di pace con gli Inglesi e unirsi a loro per combattere i Francesi e i vestinere odiati... Firmata la pace, Falco Gigante si stava godendo l'ospitalità deI suo amico Corlaer. Seduto ad un tavolo beveva a larghi sorsi uno dopo l'altro diversi bicchieri di acquavite. Il liquore gli accendeva la fantasia. Sognava armi, imboscate, battaglie controi Francesi, vittorie. Una mano batté alla porta e prima ancora che gli si dicesse di entrare, l'uomo era già davanti a Falco Gigante. Il capo balzò in piedi, offeso dalla scortesia di Cavallo Leggero. Ma non ebbe tempo di parlare. Il messaggero aveva pronunciato un nome: - Tega-kuita. - Tega-kuita? - E' fuggita! - No! - Nintha mi ha pregato di venirtelo a dire. E' scomparsa questa notte. - Questa è l'ultima! Si buttò il fucile sulle spalle, si strinse la sacchettali della polvere da sparo al fianco, si scusò presso l'ospite, traversò il villaggio furibondo e si diresse al lago Santissimo Sacramento. - Se vanno al Nord, pensava, è quella la via che debbono scegliere, la vallata .che conduce al lago. La traverserò in diagonale e li acciufferò... Fossero in mille, voglio la "cristiana". Era la prima volta che chiamava Caterina così. Aveva troppa rabbia in cuore, troppo furore nella mente per pronunciare il nome della sua figliastra. Aveva sopportato l'umiliazione del mancato matrimonio, aveva acconsentito a che seguisse la religione dei bianchi, ora partiva per andare a servire i suoi nemici, i Francesi e i vestinere. Falco Gigante nel traversare la foresta non prese nessuna cautela. Faceva tanto rumore che un orecchio esperto lo avrebbe potuto udire da lontano un miglio. E Onas ogni tanto si sdraiava per terra, tendeva l'orecchio, ascoltava se nessuno venisse. Immaginava che Nintha, una volta accortasi della fuga, avrebbe avvertito suo marito e questi li avrebbe inseguiti da solo o con altri indiani. - Ssst! - Che c'è? domandò Giacomo l'Urone. - Sento passi concitati venire dalla collina di sinistra. Trovatevi un posto' per nascondervi. Più giù, là, ci sono cespugli foltissimi. Io vado incontro all'uomo. Se è Falco Gigante sparo un colpo di fucile. Onas si allontanò dai due. Scelse un albero fronzuto, si arrampicò e si mise in vedetta. Chi arrivava era proprio lui, Falco Gigante. Onas scese dall'albero e si pose sul sentiero di spalle a Falco Gigante, in atteggiamento di cacciatore che mirasse sui rami un uccello da colpire. Quando con la coda dell'occhio si accorse che Falco Gigante prendeva lo stesso sentiero, ed era ad un centinaio di metri di distanza, fece fuoco e'corse tra i cespugli come se andasse in cerca della selvaggina colpita. Caterina e l'Urone sentirono il colpo, e pensarono a nascondersi. Ma il posto non permetteva di occultare più di una persona. L'Urone provvide che Caterina fosse ben nascosta, invisibile anche all'occhio più esperto. Poi addocchiò un ceppo per sedersi, accese la pipa e si mise tranquillamente a fumare. Falco Gigante non lo conosceva e non avrebbe mai sospettato di lui. Quando il furibondo Falco vide Onas chiamò ad alta voce: - Ehi, cacciatore! Ma Onas aveva già sparato ed era scomparso. Lontanissimo dal pensare a un qualunque agguato, come sarebbe stato suo costume se avesse avuto altri pensieri, Falco Gigante continuò la sua strada. Raggiunse l'Urone a passi lunghi, rumorosi. Si fermò. - Hai visto due uomini e una ragazza passare da queste parti? Giacomo si finse scemo. Col tono più ebete del mondo ripeté: - Due uomini, di qui? Una ragazza, di qui? Sporse in basso il labbro inferiore, aprì la bocca di traverso, scosse il capo in forma di diniego. - Due uomini? e muoveva il pollice e l'indice, come se volesse contare. - Due uomini e una ragazza! Giacomo cominciò a stralunare gli occhi. Caterina pregava. Il suo padre adottivo le era tanto vicino che ne avrebbe potuto sentire il battito del cuore. - Nessuno, disse finalmente Giacomo l'Urone. Falco Gigante pensò che ormai Caterina correva sul lago. Non poteva più raggiungerla. E poi se fosse stato uno scherzo di Nintha? Beveva troppo ormai la donna, da un po' di tempo. Diede un'occhiata di compassione a Giacomo e si voltò indispettito per lo smacco, in direzione di Ganawada, suo villaggio. Passò accanto a Caterina, le sfrusciò il braccio, ma non si avvide della sua presenza. Quando Onas che seguiva i passi di Falco Gigante, fu certo delle intenzioni del capo, raggiunse Giacomo e Caterina. Li trovò inginocchiati in preghiera e si unì a loro a ringraziare il Grande Spirito per averli scampati dal pericolo. Si alzarono dalla preghiera rinfrancati. Il pericolo era stato grave per tutti. Se Falco Gigante avesse solo sospettato chi era quel cacciatore, quell'ebete di Urone, non lo avrebbe risparmiato. Se invece di rabbia, il suo spirito fosse stato dominato dalla calma abituale e fosse partito con qualche altro guerriero che gli perlustrasse la foresta nei dintorni del lago del Sacramento, la fuga dei tre sarebbe finita lì. Caterina si sentiva la più piena di riconoscenza, perché aveva avuto la sensazione della morte vicina. Dal nascondiglio non vedeva, come non era vista; ma sentiva tutto. In un altro momento avrebbe riso di cuore della trovata di Giacomo l'Urone; ma allora temette anche per lui. E si meravigliò che Falco Gigante non avesse dato nemmeno uno spintone a Giacomo per la parte di scemo che si era data. Evidentemente stimò una vigliaccheria pren dersela con uno stupido. Ma perché se ne tonrò indietro? Perché non si spinse fino al lago? I perché che Caterina si faceva erano molti; e a nessuno sapeva dare una risposta. Salvo una, la più vera, che Dio era con lei, che Dio la proteggeva, chec Dio voleva quella fuga perché ella fosse tutta sua. La risposta umana a quel rapido ritorno, Caterina la ebbe non molto dopo. Ripreso il cammino giunsero al lago. L'Urone avanti, lei nel mezzo e Onas dietro. Sapevano dove c'era la canoa, lasciata da Polvere Infiammabile. Ma nello sccndere l'Urone fece segno di fermarsi. - Alt! disse, nel lago ci sono i Mohicani. Onas passò davanti a Caterina e andò anche lui a vedere. Una decina di canoe si raggruppavano in mezzo al lago. Era pazzesco dar segno di vita in quel frangente. Meglio aspettare, meglio osservare le loro mosse, la direzione che piendevano. Stettero forse un'ora così ad aspettare. I Mohicani sembrava che tenessero una loro seduta, riuniti com'erano attorno ad una canoa centrale. Finalniente si mossero, gettando tutti in acqua qualcosa. - Ecco, disse Onas a Caterina, stanno gettando del tabacco ai pesci per placare gli spiriti del lago e propiziarseli nelle loro imprese di guerra. - Oggi i pesci avranno pasto abbondante, aggiunse faceto Giacomo l'Urone. Si udì lontano un grido di civetta. Un altro rispose. Erano stati ripetuti tre volte, seguiti da uno più breve. I Mohicani si erano messi in fila e si dirigevano verso la sponda destra del lago. I tre si fermarono ancora lì, protetti dagli alberi e dai cespugli, finché i Mohicani non furono tutti sulla riva, compresa la canoa degli uomini in vedetta che si era staccata dalla loro parte dopo il grido della civetta. Falco Gigante partito, i mohicani scomparsi, i tre si diressero al luogo dove si trovava nascosta la canoa di Polvere Infiammabile. Onas dovette scendere nell'acqua fino alla cintola per individuarla. Era ancora lì, dove era stata lasciata, piena di foglie secche sparse, cadute dagli alberi. Si era in ottobre e l'autunno si faceva sentire. - Ecco, disse Giacomo, ci siamo. Scivolarono sul lago, presero il fiume Richelieu. Erano più sereni. Difficilmente si sarebbe presentato loro un agguato sul fiunie ch'era controllato dai Francesi. Si tennero ad ogni buon conto nel mezzo, per quanto la corrente si facesse sentire e appantisse lo sforzo delle loro braccia, sollevaio dai canti cristiani. Caterina ora non se ne restava muta. Sentiva il cuore tanto leggero, come una piuma che volasse al disopra del fiume, spintavi da un vento ch’era carezza. Cantava anche lei i canti che conosceva e vi aggiunse uno, quello che aveva appreso a brani dalla mamma,, che Anastasia le aveva ripetuto, ch’era stato perfezionato dal missionario. Era la ninna nanna della sua culla, quella che ricordava la nascita di un bambino, a cui i guerrieri offersero doni e i capi portarono il loro omaggio. – Caterina, tu hai una bella voce, disse l’Urone. La giovane rise: - Non so! – Non lo sai? Te lo dico io! – Mi auguro che tu sia un buon giudice. E riprese a cantare la sua ninna nanna. Anni e anni fa, oltre venti, su a madre aveva fatto quel viaggio, in senso inverso. Fiore della Prateria, era condotta schiava, prigioniera di suo padre. Caterina avvertì il contrasto dei due diversi viaggi; ma sentiva la mamma vicina, tanto vicina a lei, che non riusciva ad essere triste. Era forse la mamma che la faceva sentire leggera come una piuma, mentre risaliva il fiume? Doveva essere lei, perché, entrata nell'orecchio, la ninna nanna la ripeteva sottovoce, mentalmente, per conto suo, come un'armonia che più si ascolta più piace, più si ripete più si ha voglia di sentirla. La mamma su quel fiume anni fa, la mamma presente ora, con Dio. Riuniva i fili della sua avventura. Disse a voce alta: - La Provvidenza! Onas che guidava si voltò a guardare la cognata. Il suono di quella parola, in quel momento, lo sorprese. Non vide che un viso raccolto, muto in preghiera. Ripetette anche lui: - La Provvidenza! E aggiunse: Domani vedrai, Caterina, che bella casa ti ha preparata la Provvidenza. Non crederai ai tuoi occhi, sarai felice.
Cap. XV
ULT SAINT LOUIS
- Vieni, Caterina, la riva è alta e sdrucciolevole, dammi la mano. Caterina accettò l'offerta del cognato e d'un balzo fu a terra. Disse semplicemente: - Rawennio, grazie! Onas sorrise. Dalla riva si scorgeva la croce della missione. Non si meravigliò che nessuno era ad attenderli. Nessuno sapeva ancora del suo arrivo, né i missionari, né Anastasia, né Ginestra Fiorita. Chiese ad Onas: - Dov'è il villaggio? - Là, in direzione della chiesa. L'Urone e Onas legarono la canoa ad un masso sporgente e con Caterina si avviarono alla missione. Era naturale che andassero a trovare per primi i vestinere, ch'erano i sacerdoti e, si può dire, gli amministratori del villaggio, organizzato come le famose "riduzioni" del Paraguay. D'altronde la missione era il primo edificio che essi incontravano approdando dal fiume. A Caterina piacque la coincidenza, perché sospirava di rincontrarsi con Gesù, dopo quattro giorni di fuga. All'avvicinarsi alla missione i cani cominciarono ad abbaiare sempre più insistenti mano a mano che i tre procedevano verso di loro, incuranti dei latrati. Il padre Chauchetière che se ne stava nella sua stanzuccia intento a disegnare uscì a vedere. Onas lo salutò e Giacomo l'urone pure. Caterina si tenne in disparte. Poi Onas la presentò: - Caterina, la cognata. In quel momento usciva padre Frémin, il superiore. Vide la giovane e prima che Onas gli dicesse il nome, si rivolse a lei. - a tu, tu non Tega-kuita, la fanciulla che ci accolse nella sua casa a Ganewada, anni fa, e ci serviva con tanta solerzia? Caterina abbassò lo sguardo rispettosa e disse: padre Frémin, sono io. - Allora, sono felice di ricambiarti l'ospitalità. Onas spiegò che Caterina, diventata cristiana, veniva a Sault per viverci. - pero che sarai contenta. - o sarò certamente, padre, rispose la giovane. - a dov'è Ginestra, dov'è Anastasia? - nel campo, disse il padre Cholenec, il terzo missionario di Sault St. Louis. - a mandatele a chiamare. Saranno molto contente di vedere la loro Tega-kuita. Caterina intanto aveva preso la lettera di padre De Lamberville. Una lettera? chiese il padre Frémin. - Padre De Lamberville me l'ha data da consegnare a lei. Il superiore l'aprì e lesse. Mosse le palpebre tra il meravigliato e l'incredulo. Passò la letterà al padre Cholenec e disse: - Lei, dre, si prenderà cura di Caterina. - molto volentieri, disse senza leggere. Era l'incaricato dei neofiti e il vedersi affidata Caterina gli sembrò naturale. Dal campo arrivò Anastasia, poi Ginestra. Il sapere lì Tega-kuita aveva dato ali ai loro piedi e si erano precipitate alla missione. La presenza dei missionari non turbò il loro slancio e il loro affetto. Non esisteva che Caterina in quel momento. Sembrava quasi se la mangiassero e se la distruggessero a piacimento. Caterina da parte sua non rimase insensibile e ricambiò con tutto l'affetto di cui era capace. Onas ruppe l'incanto con una battuta di spirito. - Vede, Padre, disse rivolto al padre Frémin, io non sono nulla. Ginestra non si è neppure accorta che suo marito è qui. Padre Frémin domandò con accento da trascurato: - ove alloggerà Caterina? - Ma con noi, Padre, disse Anastasia, nella nostra lunga casa. - Allora, donne, aggiunse Onas, casa. Abbiamo disturbato troppo i padri. - Onas! esclamò padre Frémin, cui non piacque l'uscita dell'indiano. Caterina guardava verso la chiesa. Non so se padre Frémin indovinò il desiderio della giovane. Accolse ad ogni modo quel desiderio e disse: - Se salutassimo il Signore? E si mosse per primo verso la chiesa.
Forse sarai sorpreso... Padre Cholenec riprese a scrivere la lettera che aveva interrotta: “I nostri cristiani conducono qui a Sault una vita molto esemplare. Tutti si sforzano di vivere secondo il Vangelo, di far tesoro degli insegnamenti dei missionari. Lottano strenuamente contro le loro cattive tendenze e le loro passioni. Passano intere giornate senza commenttere deliberatamente un peccato veniale. Vengono a confessarsi anche per i più piccoli scrupoli di coscienza. Forse tu sarai sorpreso delle mie affermazioni, il Padre continuava a dire al suo confratello in Europa, ma nella mia poca esperienza )aveva 37 anni) posso assicurarti che in Francia non ho trovato nulla di analogo se non in certi conventi. Io trovo molto più soddisfazioni spirituali in un giorno fra i miei Indiani che in mesi di apostolato in Francia. “
Padre Cholenec rimase con la penna alzata, il polso poggiato sul tavolo. Gli sembrava d’aver scritto troppo. Entrò da lui il padre Chauchetière. - Sei pensieroso padre Cholenee, che hai? - Ecco, e gli lesse la lettera. In Francia saranno certamente sorpresi di quanto ho detto. - Lo saranno di sicuro, lo siamo anche noi, ma è la realtà. Hai letto il biglietto di padre De Lamberville su Caterina Tega-kuita? - Sì, l'ho letto. - Che ne dici? - Credo che abbia esagerato. Il buon Padre con il tenore di vita che conducono i nostri cristiani qui. - Può essere. Ma guarda che il padre De Laniberville è un giudice acuto e un uomo misurato nelle parole. Padre Cholenee divenne l'istruttore di Caterina, il il suo osservatore, il moderatore dei suoi slanci. Bastarono poche settimane per fargli ammettere che padre De Lamberville aveva ragione. Caterina, in un ambiente profondamente cristiano come quello di Sault s'era imposta all'ammirazione dei missionari e di tutti i cristiani. Non la chiamavano la "cristiana" come nel suo villaggio tra i Mohawks, ma trovavano piacere a mettersi vicino a lei in chiesa, a frequentare la sua compagnia. Si sentivano più buoni, dicevano, pregavano meglio, erano confortati dal suo esempio luminoso e discreto, fatto di atti concreti più che di parole. Anastasia ne era particolarmente fiera. Glielo aveva detto! - Tu porti un nome che significa santità qui a Sault. Prima di te è vissuta alla missione S. Francesco Saverio Caterina Ganueaktena, una donna Erie, la più pia, la più pura, la più caritatevole e paziente che la missione abbia prodotto. Era ancora pagana, quando aiutò il padre Raffeix a fondare la missione. Tu devi cercare di imitarla. - Ci proverò, mamma, ma tu mi devi aiutare. - Farò del mio meglio. Intanto, dimmi, ti sembra caritatevole che tu rifugga la compagnia di Ennita? - Credevo che nessuno se ne accorgesse. - Io me 'ne sono accorta. Ti sembra una cosa degna di una cristiana? La giovane soffriva. - Non ho nulla contro di lei. Ma mi sembra così orgogliosa della sua santità, che ho paura di non poter diventare più buona vicino a lei. Era vero ed Anastasia tacque. Ma non cessò di osservarla, di guidarla, di spingerla. Un giorno Anastasia le chiese, come se fosse la prima volta che la vedesse: - Che cosa hai fatto, Caterina, nel villaggio di Ganewada dopo ch'io ebbi lasciata la Valle dei Mohawks? - Le solite cose, Anastasia, il solito lavoro delle donne, rispose Caterina sorridendo. Ma la Pasqua, il battesimo, Anastasia! Sembrava il Paradiso! E tacque il resto: le prove, la persecuzione, tutto. - Ma tu sei sempre la stessa, come quando ti vidi l'ultima volta, continuò Anastasia, sempre con quella collanina attorno al collo e le perle sui tuoi capelli. Ci sei proprio molto attaccata? Caterina sembrò sorpresa. - Sono belle, disse, ma non significano nulla per me. Le ho sempre portate, secondo il costume della nostra gente. Sono sciocca, Anastasia e molto ignorante. Tu devi avere molta pazienza con me. - Dimmi, Caterina, vuoi bene alla Madonna? La risposta della giovane tralusse nei suoi occhi e sul suo volto. Ma Anastasia continuò: - Non ti vorresti privare di queste vanità ad imitazione della Madonna? - Certamente, rispose Caterina senza esitazione. E si tolse tutto. Anastasia aveva ancora qualcosa da chiedere. - Non ti vorresti sposare, Caterina? Qui non hai a temere nessun sposo pagano. Caterina lavorava ad un paio di mocassini. Alzò lo sguardo e mosse il capo in senso di diniego: - No, cara Anastasia, non desidero sposarmi. La conversazione terminò lì, per quel giorno. Alla missione se ne svolgeva un'altra e l'argomento era ancora Caterina. - Ho paura, diceva il padre Chauchetière, che abbiamo sottovalutato il padre De Lamberville. - Sì, è vero, aggiunse padre Cholenee. Il suo tesoro è davvero un tesoro. Io non ho mai visto la giovane senza rosario. Lo porta abitualmente al collo e quando ha le mani libere dal lavoro lo fa scorrere continuamente. Appena ha un po' di tempo, corre in cappella. Spesse volte l'ho vista in chiesa a lungo la sera, quando tutti sono a dormire. - Dice che stando vicino al Signore si riposa più che dormendo. - Tutti i giorni, ascolta tutte le messe. Dalle cinque del mattino è in chiesa, vi ritorna durante il giorno, si ferma la sera. Eppure è sempre la prima al lavoro. Nessuno si è mai lamentato di lei; né Anastasia, né Onas,ùé Ginestra Fiorita. Se non lavorasse, se non facesse il suo dovere al campo e in casa, Anastasia sarebbe la prima a rimproverarla e Ginestra non mancherebbe di farle coro. Ma dicono che non sanno come faccia a far tutto. Padre Frémin sembrava assente alla conversazione dei suoi collaboratori, i quali senza volerlo, tessevano gli elogi di Caterina. Intervenne finalmente e da superiore. - Voi dite tante belle cose di Tega-kuità, e io sono pienamente d'accordo con voi. Posso aggiungere che la sua costanza è eroica e che merita un premio. Ho detto un premio e sbaglio. La comunione non è un premio. Sì, noi aspettiamo due anni prima di far partecipare al banchetto divino i nostri cristiani. Noi sappiamo quanto siano incostanti i nostri cari indiani Ma Tega-kuita è di un'altra stoffa. O meglio, la grazia ha lavorato in lei e lavora con maggior impeto e trova una corrispondenza docile. - Quanto a docilità, intervenne padre Cholenee, posso dire che è ammirevole. Non ho mai trovato una cristiana così pronta come Caterina a seguire i miei consigli. Qualunque cosa le dica, la esegue immediatamente, anche se si tratta di frenarla nelle sue espansioni spirituali. Non voleva andare alla caccia questo inverno, per esempio, per rimanere più vicina al Signore, ascoltare le sue messe, fare le sue visite prolungate, che durano alle volte delle ore intere, come dice il padre Chauchetière. E' bastato che le dicessi che desideravo partecipasse alla caccia conie tutte le donne del villaggio, perché rispondesse subito di sì e si preparasse. - Padre Cholenec, riprese il Superiore, tu dovresti permettere a Tega-kuita di fare la comunione prima dei due anni soliti. - E' quanto pensavo, disse francamente padre Cholenee. - Che diresti per Natale? - Caterina ne sarebbe felicissima. - Allora rimane stabilito per Natale. - Come lei vuole, per Natale! Il giorno seguente, dopo la santa messa, padre Cholenec chiamò Caterina nel suo studio. - Caterina, ho da dirti una cosa. - Son qui, Padre! - Ho stabilito di farti fare la Santa Comunione. - La S. Comunione? - Sì, per Natale. Per Natale? La gioia era talmente visibile che il missionario comprese fosse quello il più grande desiderio della giovane. - Naturalmente ti esaminerò prima, per essere sicuro che sei pronta per accostarti al Sacramento; ma penso che lo sei. - Grazie, Padre, grazie! scoppiò Caterina in un grido ch'era gioia e confusione. - Ora va' da Anastasia e dalle la buona notizia. Tu devi essere pronta per Natale. E se tutto va bene, come spero, Natale sarà il giorno della Prima Comunione, come Pasqua è stato quello del battesimo. Caterina lasciò il missionario. Fece una rapida visita in chiesa e raggiunse Anastasia che ritornava a casa. - La comunione, tu? - Sì, a Natale. Ma devo essere pronta, ha detto il Padre. - Mancano tre settimane. Come faccio ad essere pronta per Natale? - Vieni, ora lavorare. Poi vedremo. Ma per Natale sarai pronta, te l'assicuro. Alcuni giorni prima di Natale, padre Cholenec chiamò di nuovo Caterina. Le fece delle domande sulla fede, sulle pratiche cristiane, poi volle sapere cosa facesse in chiesa; come pregava. - Quando io entro in chiesa al mattino, io penso quanto sia meraviglioso aver ricevuto il battesimo. Ringrazio Rawennio per questa sua bontà, mi calo il cappuccio per tener lontane le distrazioni e penso che Rawennio è presente nel Sacramento dell'altare. - allora? Domandò il sacerdote. - Allora, gli parlo e ascolto le sue risposte. Ccome finisci le tue preghiere? Finisco sempre col pregare Rawennio di dare il dono della fede a Falco Gigante, alle zie di Ganewada, a tutti i miei parenti. Il Padre continuò le sue domande, portando l'argomento sulla divozione alla Madonna. Padre Cholenee confessò più tardi che la sua non era un'inchiesta e neppure un esame. Era piuttosto una scoperta. La scoperta del lavoro di Dio in un' anima bella. L'amore di Caterina per la Madonna era talmente vivo e penetrante che lo commosse. Sembrava che parlasse di Fiore della Prateria, la sua mamma algonchina, non della Madonna. Le disse finalmente: - Sì, a Natale riceverai Gesù, e la Madonua gli farà compagilia.
La Prima Comunione. Natale 1677. La neve aveva steso un soffice manto bianco sull'intero villaggio. La giornata si annunciava fredda, ma splendida di sole. Tutti erano ancora immersi nel sonno quando i padri si alzarono per la meditazione del mattino. Padre Cholenec notò delle impronte partire dalla capanna di Onas. - La ragazza è già in chiesa, disse al padre Frémin. - Come lo sai? - Ci sono delle tracce sulla neve. Caterina era già in chiesa, al suo solito posto, immersa nella preghiera. I padri entrarono, padre Cholonec fece anche del rumore; ma non notò nessun movimento nella giovane. Caterina non si accorse di nulla. Non si accorse neppure quando i cristiani entrarono per la messa. Vennero i canti, venne la comunione. Caterina era sola alla balaustra, rimase sola al suo posto per molto, molto tempo, quando tutti se ne erano usciti. Anastasia fu discreta e non la disturbò. I missionari non le dissero nulla. Nessuno può dire quello che passasse nell'animo di Catenua Tega-kuita stretta ai suo Dio. Padre Cholcnec scrisse di lei in seguito: «Tutto quello che possiamo dire è che da quel giorno Caterina ci apparve differente. Rimase piena di Dio, rapita nel suo amore. Le comunioni che seguirono furono come la prima». E aggiunse: «Quando c'era la coniunione generale le donne più pie cercavano di starle vicino e di guardarla. Dicevano che era la preparazione più eccellente che potessero fare per ricevere Gesù nel loro cuore. C'era qualcosa che passava da Caterina a loro». Il missionario sulle prime rimase sconcertato. Ma poi le lasciò fare. Caterina non se ne avvedeva e nessuno volle turbare mai la sua spontaneità e il suo raccoglimento, parlandole di cose che avrebbero turbato la sua modestia e la sua umiltà. Avevano paura di offenderla, temevano di perdere quel beneficio che credevano di ricevere dalla sua preghiera e dalla sua santità.
Cap. XVI
MARIA TERESA
L'ossatura della chiesa è da tempo in piedi. I carpentieri stanno ora lavorando alle pareti e al tetto. L'interno è ancora vuoto, senza altari e senza banchi. I cristiani vengono a vedere i progressi dell'opera, bella, ampia, capace. Ammirano il presbiterio, largo, dove i loro figli si riuniranno per il servizio liturgico. Sentono le loro voci in un prodigio di acustica. Hanno ragione di amarla quella chiesa che per loro farà invidia ai bianchi dell'altra sponda del S. Lorenzo. Di là i visipallidi potranno vedere il loro campanile che segue il progresso della chiesa. Il padre Frémin dice che due campane sono già pronte e una terza, la grande, dovrà presto arrivare dalla Francia. Sarà una cosa meravigliosa, pensa Caterina, svegliarsi al suono delle campane, correre in chiesa al loro dolce richiamo. Rawennio, il Grande Spirito, parlerà con la loro voce, chiamerà a sé i suoi figli pellirossi e questi lo seguiranno come i cerbiatti la loro madre, protetti e nutriti da essa. Mentre Caterina pensa al suo Dio sull'ingresso della Chiesa, ancora senza porta, un'altra donna si ferma vicino a lei per quella curiosità innata che ci spinge a vedere che cosa attira l'attenzione degli altri. E' una Irochese Oneida. Lo dice la foggia del vestito. Le due donne non si conoscono. Stanno lì per un pezzo senza parlare, immerse nei propri pensieri, quasi ignare l'una della presenza dell'altra. Ma finalmente i loro occhi si incontrano in un saluto mutuo e caldo. Caterina è colpita dagli occhi vivi e decisi di Teresa, questa dalla limpidezza e dalla pace che emanano quelli di Caterina. Qualcosa fa parlare la nostra eroina, di solito schiva, a dispetto della sua timidezza. - Da quale parte, pensi, che si metteranno le donne nella nuova chiesa? - Credo dalla parte del Vangelo. - Sì, è bella questa chiesa, soggiunge Caterina, parlando a se stessa, ma non è tutto quello che il Signore vuole da noi. Egli brama di vivere nei nostri cuori e fare delle anime nostre i suoi veri templi. Maria Teresa sempre pronta a rispondere rimane senza parole. Le ferite le sanguinano l'anima a getti copiosi e continui. Guarda muta Caterina, fissa quegli occhi che scintillano innocenza. - Per me, continua Caterina, e la sua voce sembra ridotta ad una sottile corda tesa da cui mani invisibili traggono armonie di cielo, per me io non sono degna di entrare in questa chiesa. Caterina non sospetta in quale animo cadano quelle sue parole lavorate dall'umiltà. Non immagina quale fuoco di redenzione accendono nel cuore dell'Oneida che ha conoseiuto il bene ed è stata travolta dalla tempesta del male. - Tu dici questo? prorompe Maria Teresa in un sospiro che pare singhiozzo. Ma non sei Caterina Tega-kuita, tu? E senza lasciarle tempo, senza neppur permetterle di muovere le labbra, continua: - E io? Cosa dovrei dire io? Io sono l'indegna. Io non merito di entrare in questa chiesa che sarà abitata dal Signore e vedrà i vestinere celebrare le belle funzioni della nostra religione e istruire e guidare il nostro popolo. Come vorrei gustare anch'io queste cose, come vorrei che mi si inchiodassero i piedi alla missione. Oh, se mi legassero ad un albero e mi colpissero e mi strappassero la carne per far penitenza pei miei peccati. Ma ho paura di non riuscire a servire il Signore, ho paura che non sarò mai buona, non imparerò mai a condurre una vita santa. Nella sua foga Maria Teresa aveva giunte le mani in preghiera, quasi ad impetrare da Caterina che le comunicasse un brano della sua santa vita. - Poter sentire il perdono di Dio, continua Maria Teresa, non offenderlo più, non offenderlo ed amarlo. Caterina è commossa. Guarda negli occhi brucianti e sinceri di Maria Teresa, prende nelle sue quelle mani che implorano soccorso ed ama come una sorella quella donna ch'è il trionfo della vita e che piange una vita. Maria Teresa e Caterina opposte di temperamento, si sentono attratte e sigillano davanti ad una chiesa non finita un' amicizia che non si spezzerà neppure con la morte. Lentamente prendono a camminare. E' Caterina ora che parla. Dice della sua vita nella valle dei Mohawks, della sua conversione, della sua fuga. Raggiungono la grande croce sulla riva del fiume e instintivamente si siedono. - Laggiù, Falco Gigante, non vuol saperne della nostra religione, la combatte come può e le mie zie sono ancora pagane, Maria Teresa prega anche tu per loro. - Sì, Caterina, lo farò per quello che può valere la povera preghiera di una povera donna. Tu non sai cosa mi chiedi, ma lo farò. La mia storia, Caterina, è più lunga della tua e più straziante. «Ero giovane donna da poco sposata, quando fui battezzata dal padre Bruyas nella mia terra degli Oneida. Giovane e fragile con un marito non cristiano, che non capiva perché sua moglie non dovesse essere come le altre squaws. Tu hai provato e sentito le insidie dei pagani e sai quanto è difficile vivere da buoni cristiani nei nostri villaggi. Hai fatto a tempo a fuggire e hai fatto bene. Io invece rimasi, e la tentazione dura e forte mi spezzò, come un fuscello arido e secco. Sì, c'erano anche tra noi delle donne forti e coraggiose. Ne vidi una lottare con le unghie per tenere chiusa la bocca e non permettere che l'acqua di fuoco le bruciasse la gola e l'anima. La donna vinse contro tre uomini, sbronzi marci. Io cedetti, invece, Caterina e bevvi, bevvi, fino a non essere più io. Appartenni financo alla società della danza nera: una cosa orribile che vorrei dimenticare. La mia vita cristiana divenne zero. La mia fede...». Maria Teresa scosse le spalle quasi per togliersi di dosso un peso terribile che l'opprimeva.
Mio marito morì. Caterina Gamecaktena, la santa, riuscì a tener vivo quel baluccichio di fede che mi rimaneva e mi trasferii con la famiglia a Laprairie. Ma anche lì non vissi da buona cristiana. Il bere mi aveva trascinata troppo in basso e mio marito continuava ad essere pagano. Lasciai la missione, si può dire che fuggii, nel primo autunno del 1675. Mio marito e il figlio di mia sorella erano con me. La scusa fu la caccia. Andammo in effetti a caccia lungo il fiume Ottawa. Per istrada incontrammo altri Irochesi e ci unimmo a loro. Eravamo in undici: quattro uomini, quattro donne e tre ragazzi. Disgraziatamente la neve cadde tardi quell'anno e noi non riuscimmo a prendere nulla. Finirono tutte le provviste. Finì anche l'alce che mio marito aveva ucciso. Era una fame terribile, la più nera che si possa immaginare. Mangiammo le pelli che avevamo con noi per fare i mocassini, strappavamo le erbe dal terreno, le scorze dagli alberi, come animali. Mio marito si ammalò. Due uomini, un Mohawk e un Seneca decisero di avventurarsi soli in cerca di selvaggina verso un luogo ch'essi conoscevano e che dicevano aveva dato sempre una caccia fortunata. In una decina di giorni al massimo sarebbero stati di ritorno. Noi ci fermammo pieni di fiducia e di speranza. Al decimo giorno tornò indietro un uomo solo. La sua sacca era vuota, le sue mani pulite. Disse che il Seneca era morto di stenti e che l'aveva abbandonato. Non era vero! Quell'uomo aveva ucciso il suo compagno ed era vissuto quei giorni con la sua carne. Non lo confessò apertamente; ma sta va troppo bene in salute, troppo pasciuto, perché si potesse credere alle sue parole. Dietro l'incalzare delle domande ammise che la caccia era stata vana. Non aveva trovato nulla, neppure un leprotto. Mio marito continuava a star male. Di giorno in giorno si faceva più pallido, più scheletrico.gi mini cominciarono a venirmi attorno dicendo che mi salvassi io, salvassi mio nipote e tutti, lasciando che le carni di mio marito nutrissero la compagnia». Caterina ebbe un fremito. «No, non me l'uccisero, non lo mangiarono. Resistetti finché mi abbandonarono, sola col malato e mio nipote. Due giorni dopo mio marito morì. Era pentito d'aver lasciato la missione, pentito di non aver corrisposto all'invito del vestenera di farsi cristiano. Lo seppellii e ripresi la strada, vagamente verso il villaggio dei bianchi. Andai avanti due giorni. Al terzo, senza volerlo, mi incontrai nella comitiva che mi aveva abbandonata. Erano tutti malati, tutti esausti, la disperazione negli occhi. Quando mi videro mi chiesero di mio marito. - A quattro giorni, risposi, sotto la neve. - avessimo mangiato, disse l'uomo che aveva ucciso il Seneca. Soffriva anche lui ora e ne ebbi paura. I suoi occhi erano di iena, la sua bocca di lupo».
Prendi e mangia. «Nella comitiva avevano già deciso di uccidere il primo che si rendesse inservibile. Fu un uomo, ma anziano. Il Mohawk, il solito, compì il misfatto sotto i miei occhi. E, non contento, offrì anche a me la sua carne. Provai una tale ripugnanza che mi sentii la febbre nelle vene e il fremito addosso. Cominciarono a deridermi, a tempestarmi di domande. - Tu sei la sola battezzata tra noi. Dicci, era permesso uccidere quest'uomo? Io tacevo. Indovinavo o credevo di indovinare i loro pensieri. - Ma era vecchio, inabile alla caccia, rovinato nelle gambe, non poteva esserci utile in nulla. - Era un peso per tutti. Ci avrebbe dato un mucchio di fastidi. - Non abbiamo ulla da mangiare. Se non lo avessimo ucciso saremmo morti tutti. - Tu non hai voluto mangiare, il danno è tuo perché finirai... Mi copersi la faccia con le mani. L'allusione era troppo evidente. Non avevo voluto mangiare, quindi avevo deciso la mia sorte. Quando la carne del vecchio sarebbe finita, io dovevo scomparire per dare loro la possibilità di vivere. E intanto le domande riprendevano: - Tu che sei battezzata, che dici? Possiamo uccidere per salvarci? Io avevo la morte nel cuore. Tutti si guardavano, tutti studiavano chi poteva essere la prossima vittima. La vedova del Seneca si era fatta pallidissima. Lei stava male e i suoi due bambini peggio. Fu il suo turno e quello dei due figli. Poi sarebbe stato il mio e di mio nipote». Maria Teresa piena d'orrore guardava lontano, al di là del fiume. Caterina sentiva dentro di sé l'angoscia dell'amica. Il suo cuore era ferito, le labbra si muovevano chiuse per trangugiare il pianto, le mani si serravano l'una sull'altra per farsi forza. Non parlava. E che poteva dire per consolare quella donna che le stava a fianco e che raccontava a lei la sua triste e terribile storia con uno spasimo che si rifletteva negli occhi, traspariva nel volto, bello e cupo, doleva in tutte le membra della narratrice? Caterina guardava Maria Teresa con molta pietà, col cuore di una mamma che si immedesima delle pene di una figlia infelice. Nei riguardi di Teresa poteva esserle soltanto una sorella minore, ma la verginità ha dei toni, dei flussi che sono schiettamente materni. «Io li vedo ancora lì, continuò Maria Teresa con molto sforzo. Sono lì che mangiano, gli occhi pazzi fuori dalle orbite. Soffrivo, oh! Caterina, soffrivo. Non c'era membro in me che non dolesse. Mi potevo appena trascinare sulla neve. E il pensiero della mia anima mille volte più miserabile del mio corpo, mi perseguitava e mi tormentava. Sembrava che il demonio del male si fosse impossessato di me e mi spingesse a sprofondarmi nella neve e morire. Ma avevo paura, molto più paura dei miei compagni affamati. Volevo correre e non riuscivo a muovermi, volevo fuggire e mi sentivo pesante. Gridai con voce che mi si strozzò in gola: "Dio, abbi pietà di me. Dio, perdona una donna debole e disgraziata. Salvami da questo pericolo. Non riesco a camminare, non so più dare un passo. Aiutami a raggiungere il villaggio. Mi confesserò, farò penitenza. Rawennio! Dio"». Caterina abbracciò l’amica. - Dio è buono, Teresa, Dio è buono! - Sì, è buono! «Quel giorno vidi delle tracce sulla neve, riprese Maria Teresa dopo una pausa lunga. Gridai più forte del vento: "Guardate, guardate un animale". Non poteva essere un alce, perché le orme erano piccole. Ma i cacciatori si misero all'inseguimento. Non andarono lontano. Una volpe, mezza morta anch'essa, ci permise di mangiare quel giorno e il seguente: di vivere. Nel frattempo il peso che portavo sulle spalle, il mio nipotino, si era fatto leggero, leggero. Avevo fatto del mio meglio per tenerlo in vita. Lo difendevo dal freddo, lo frizionavo quando qualche macchia di bleu appariva sul suo corpo, lo nutrivo con le radici che trovavo, con qualche bacca che riuscivo a scovare sotto la neve, con foglie gelate e secche, poi con la carne della volpe. Ma era troppo tardi. Un giorno mi sfuggì dalle spalle. Feci a tempo a prenderlo tra le braccia e ad avvolgerlo come potevo, a nasconderlo agli altri. Quando fu buio mi allontanai da tutti e andai a seppellirlo sotto la neve. Era morto». Caterina non poté trattenere i singhiozzi. - ravamo partiti in undic'i, arrivammo alla missione in quattro. Si, andai dal vestenera, mi confessai. Ma io sono impulsiva, Caterina, e troppo amante dei comodi della vita. Non ho fatto ancora tutto, non ho mutato ancora la mia vita. Caterina, sono un mostro... e scoppiò in lacrime. Piangevano tutte e due, abbracciate, Caterina Tega-kuita e Maria Teresa Tega-iaguenta. - Faremo penitenza assieme, sussurrò Caterina, vuoi? Teresa l'abbracciò più forte. Restarono ancora a lungo ai piedi della croce senza dirsi nulla, guardando la corrente del S. Lorenzo rapida e tumultuosa.
Cap. XVII
INNAMORATA DI DIO
Visita a Montreal. Maria Teresa e Caterina erano divenute inseparabili. Assieme andavano al campo, assieme nella foresta, assieme a pregare in chiesa. - Sono contento della loro amicizia, diceva il padre Cholenee, vedendole sulla riva del S. Lorenzo in animata conversazione. E' un'amicizia spirituale, un'amicizia sincera. - Sì, rispondeva padre Chauchetière, un'amicizia che umanamente le completa. Caterina ha bisogno di un'amica più vicina alla sua età che non sia Anastasia, e Maria Teresa non ne ha molti di più ed ha un carattere forte e gioviale. - E Caterina, soggiungeva padre Cholenec, avrà una calma influenza su Maria Teresa e la renderà più costante. Le due si completavano davvero, non avevano segreti e tutta la loro tensione era concentrata nel come amare il Signore più perfettamente e con maggiore generosità. Intanto preparavano mocassini, collarini, scialli, pelli che dovevano essere venduti a Città S Maria, in seguito Montreal. Li avrebbe portati Onas con altri pellirossi, Ginestra e forse Anastasia. Teresa prese l'iniziativa e sceremo agli uomini di vendere la mercanzia. Noi andremo per conto nostro a visitare la città. Accettato? - Accettato!
Che cosa e' un ospedale. Due canoe scivolarono sul S. Lorenzo, più a sud delle rapide, là dove il fiume si allarga a formare un lago. Girarono l'isola degli Eroni, si avvicinarono alla cappella che i Gesuiti tenevano ancora a Làprairie, puntarono sull'isola di S. Paolo. Non vi scesero, ma, videro le fortificazioni avanzate dei francesi, fucili e cannoni. Caterina ebbe un fremito. Maria Teresa se ne accorse e le chiese che avesse. Tornarono alla mente le scene della fuga precipitosa nella vallata dei Mohawks, gli incendi del Tracy, le rovine dei campi, le distruzioni dei villaggi. Finalmente la croce dei vestinere. Caterina raccontò all'amica quelle sue giornate affannose, rimaste scolpite nella sua mente di fanciulla con tanta vivezza da farla rabbrividire come fossero recenti. Maria Teresa prese nelle sue le mani dell'amica come per farle coraggio, per farle dimenticare un passato tanto triste e intanto cominciava a mostrarle i primi edifici della città che diventavano sempre più chiari e distinti mano a mano che si avvicinavano alla riva. Approdarono di fronte alla via S. Paolo ch'era allora la strada principale di Città S. Maria. La percorsero tra lo stupore crescente di Caterina che non era mai stata fuori della sua foresta e dei suoi villaggi e si trovava perduta tra quelle case che avevano tutte delle alte palizzate protettive che le facevano somigliare a fortezze. Maria Teresa e Caterina andarono sole; Onas, Ginestra e gli altri si diressero al mercato per le compere e le vendite. Se salissimo per via S. Giuseppe, disse Maria Teresa a Caterina, arriveremmo a uno spiazzo dove i bianchi hanno accumulato una enorme quantità di pietre per costruire una chiesa come ne fanno al di là della "grande acqua". - Andiamo, rispose Caterina. Ma che chiesa è questa? - Non è una chiesa. - E quella croce, lì in alto? - Caterina, questo è un ospedale. spedale? Che cosa è un ospedale? - una casa, dove i visipallidi raccolgono i malati e li curano. - E chi si prende cura dei malati? - Un certo numero di donne bianche, che vestono tutte allo stesso modo, che non si sposano e passano la loro vita pregando e facendo del bene. La spiegazione di Teresa colpì la sua compagna come una rivelazione inattesa e meravigliosa. "Non si sposano, pregano e fanno del bene rimuginava Caterina; come deve essere bella la loro vita!". Teresa aveva chiesto di visitare l'ospedale. Furono accontentate e fece loro da guida suor De Bresoles, una suora intelligente e perspicace che s’avvide delle disposizioni d'animo delle due visitatrici, alle quali raccontò la storia della fondatrice signorina Mance che aveva attraversato la "grande acqua", l'oceano, per servire i visipallidi e i pellirossi senza nessuna distinzione, perché tutti i figli di Dio. In ospedale, infatti, vi erano pazienti delle due razze, frammisti gli uni agli altri con le suore che andavano indifferentemente a pulire, medicare e sollevare sia i rossi che i bianchi. Caterina guardava e taceva. La parte dell'interlocutrice la lasciava fare a Maria Teresa. Quello che sentiva in sé era troppo bello e intimo per manifestarlo ad una persona sia pure simpatica come suora De Bresoles, la quale, avesse indovinato o no, nel prendere congedo dalle visitatrici, cinse col suo braccio le fragili spalle di Caterina e disse: - Vorrei prendermi cura di questa ragazza e farla star bene e farla diventare forte. - Tu, disse rivolta a Teresa, tu non hai bisogno di ospedale. - Anch'io sono forte, disse Caterina. E furono le uniche parole che seppe pronunciare vinta dalla timidezza, le sole che mostravano alla suora tutta la sua gratitudine per quanto aveva visto e imparato.
Suor Maria Margherita Bourgeoys. Sole, sulla strada, le due stabilirono di andare allo spiazzo dove era in costruzione la chiesa di S. Giuseppe. Ma un'altra suora venne loro incontro dall'altro lato della strada, vestita di nero, con un collarino bianco e unaspecie di cappuccio sul capo, annodato sotto il mento. – Buon pomeriggio, figliuole, disse la nuova suora in perfetto irochese. Le due amiche si guardarono. - Venite dalla Missione di Ganewada? La suora aveva sulle labbra un sorriso contagioso, il suo gesto manifestava una cordialità cui era difficile resistere. - Entrate e state con me tutto il tempo che volete. Parlatemi della missione. Che fanno i nostri cari cristiani laggiù? E i Padri? Quanti siete? E' finita la chiesa? Non lasciava dire. Poi si battette la fronte e si presentò: - Scusate, non ho detto chi sono: suor Margherita Bourgeoys. - Questa è Caterina Tega-kuita, disse Maria Teresa, e io Maria Teresa Alabianca. - Maria Teresa? Noi abbiamo una giovane che si chiama come te. E' una Seneca. Venne anni fa a Città S. Maria con suo nonno, un cristiano battezzato dal padre Brebeuf. Margherita Bourgeoys si incaricava dell'educazione dei piccoli, soprattutto delle fanciulle. A Città S. Maria, dove c'era il convento, venivano le canadesi, a Monte Reale, alla Missione, le pellirosse. Caterina visitò le due scuole, poco distanti l'una dall'altra. Restò sorpresa a vedere le indiane che sapevano leggere e scrivere e ricamare come le bianche. Specialmente la colpì madre Bourgeoys e le altre suore. La stessa pietà, vista all'ospedale, il medesimo zelo, l'uguale spirito di sacrificio. E poi anche queste suore come quelle dell'ospedale consacravano la loro verginità a Dio, per essere più vicine a lui. Era quello che Caterina ricercava: vivere più vicina a Dio. Comunicò i suoi pensieri a Maria Teresa Ala-bianca che già aveva fatto il proposito di non più maritarsi. - Ma siamo in due, rispose Teresa, e per fare una comunità come le suore di Città S. Maria ce ne vorrebbe almeno una terza. - E' giusto, ma chi? domandò Caterina. - Conosco Maria Skarichions, più vecchia di me, ch'è vissuta lungamente a Quebec alla missione di Nostra Signora di Loreto, diretta dai vestinere come la nostra missione di Ganewada. Maria certamente si unirà a noi. Teresa s’incaricò di parlare all'amica. Come aveva previsto, Maria Skarichions aderì pienamente e tutte e tre si trovarono sotto la croce, abituale luogo delle riunioni per stabilire il programma, le regole di vita della lunga casa-convento. Poi Teresa si chiese: - Dove andremo a vivere? - Ma, lì, soggiunse Caterina, all'isola degli eroni. - Bellissimo! Vi staremo tranquille e potremo dar sfogo a tutte le nostre devozioni. - E' vero, Teresa. Ma per essere sicure di fare la volontà di Dio, una di noi deve andare dal padre Frémin e sentire il suo parere. Noi non vogliamo far nulla contro l'obbedienza. Chi va dal padre? - Tu, Teresa, disse Maria. E l'Oneida andò dal superiore della missione. Caldeggiò l'impresa con tutto il fervore possibile e concluse: - Ma noi non vogliamo far nulla senza il suo consenso. Il padre Frémin fu contento dello zelo di quelle figliole. Lodò l'iniziativa; ma soggiunse che laggiù, sole, erano troppo lontane dal villaggio. Non avevano nessuna protezione, non avevano mezzi per mantenersi e poi, la loro isola sarebbe stata meta di appoggio di tutti i giovani che si sarebbero recati a Città S. Maria. In pratica non sarebbero state lasciate mai tranquille. Maria Teresa recò la risposta del Padre alle amiche. - Il Padre ha ragione, concluse Caterina. E il progetto di una lunga casa-convento fu abbandonato.
Perché non pensi ad una buona sistemazione? Giornata di luglio. Sole splendente. Troppo vivo per permettere a Caterina di lavorare nel campo. Ginestra Fiorita ne approfitta per farle un discorso che aveva rimuginato da molto tempo. - Caterina cara, ho bisogno di parlarti, ma lo voglio fare a cuore a cuore con te, sole noi due. Vieni, siediti vicino a me per qualche minuto. Caterina prese la sua stuoia, la pose accanto a quella di Ginestra, incrociò le gambe e si sedette. - Son qui, Ginestra, tutta per te. - Grazie, sorella, lo sapevo che mi avresti accontentata. Caterina allargò le braccia per dire: son qui, parla, di' tutto quello che vuoi. - Devi ammettere, cara sorellina, che il Signore è stato buono con te e con me per averci condotte qui, a Sault, dove tu puoi pensare alla salvezza dell'anima tua con tutta serenità, senza che nulla o nessuno disturbi le tue devozioni. Se tu sei felice, qui, io non lo, sono meno di te. Direi che sono più felice di te, perche ti ho vicina. Caterina mostrò di essere riconoscente alla sorella per le sue parole, ma non credeva di far molto per meritarsi tanto affetto. - Tu puoi aumentare la mia felicità con la tua saggia condotta e son certa che avresti l'approvazione dell'intero villaggio. Caterina cercava ora di indovinare il significato delle nuove parole di Ginestra Fiorita. - C'è ùna cosa sola, continuava Ginestra, c'è una cosa sola che può fare me e te perfettamente felici. Caterina, perché non pensi seriamente a una buona sistemazione, a un buon matrimonio? Lo sguardo di Tega-kuita ebbe un guizzo rapido e il respiro accentuò il suo ritmo. Ginestra la fissò negli occhi per ingraziarsela e continuò: - Ma qui tutte le ragazze lo fanno, e fanno bene, perché la vita del matrimonio preserva dalle tentazioni e dai peccati e dà la possibilità di provvedere adeguatamente alla vita. No, credimi, sorella mia, non è perché Onas ed io non abbiamo piacere di pensare a te e al tuo sostentamento. Ci priveremmo di tutto per te. Ma tu diventi vecchia, e la nostra famiglia aumenta, grazie a Dio. Se capitasse qualche sinistro? Tu sai che le nostre tribù sono sempre in guerra con i visipallidi, e noi siamo esposti tra i due fuochi. Se noi non fossimo più, in condizione di poterti aiutare, dove e da chi andresti? E Ginestra si fece più vicina e prese ad accarezzarle le guance. - Caterina, credimi, tu dovresti proteggerti subito dai mali della povertà, per il bene della tua anima e del tuo corpo; dovresti far ora, che ti è facile, quello che non ti sarà più possibile domani. La tua famiglia lo desidera tanto. Caterina amava e rispettava sua sorella. Le ragiòni di Ginestra erano buone, come lo erano state prima, come lo sarebbero sempre state. L'accenno al sostentamento suo da parte della famiglia, non era esatto. Sapeva che il suo lavoro le dava di più di quello che le servisse per vivere ed ebbe la forza di sorridere e di ringraziare Ginestra per il suo interessamento. - Ma è cosa di grande importanza Ginestra, disse, ho bisogno di tempo per riflettere. - Va bene, pensaci ancora, poi mi dirai. Nella stessa giornata, Caterina si recò dal suo direttore, il padre Cholenec. Riferì il colloquio con sua sorella. - Caterina, rispose il vestenera, questa è una cosa di cui tu sola puoi essere giudice. Dipende da te se sposarti o no. Pensaci bene, prega e affidati a Dio per la decisione. - Ma io non voglio sposarmi, Padre, disse Caterina senza la minima esitazione. Sento in me la più grande avversione al matrimonio. - D'accordo, aggiunse il missionario, non vuoi.Ma per sondare meglio i sentimenti della giovane riprese gli argomenti di Ginestra, ricalcandoli: povertà, peso alla famiglia, solitudine, ecc. - Il pensiero della povertà non mi spaventa, Padre. Il mio lavoro mi rende molto di più di quello di cui io abbisogni e poi pochi stracci mi sono sufficienti per coprirmi. Padre Cholenec fu soddisfatto. Temeva che Caterina non considerasse abbastanza i lati negativi umani della sua decisione. Invece si accorse che la giovane sapeva molto bene quello che faceva e aveva soppesato le difficoltà cui andava incontro. Ma Caterina non aveva detto tutto al suo direttore. Non gli aveva ancora parlato degli effetti in lei della visita a Montreal. Ciò era ancora oggetto di segreta conversazione tra lei e Maria Teresa ai piedi della croce sui bordi del S. Lorenzo. Passò del tempo: una settimana o due. Ginestra volle sapere la decisione finale di Tega-kuita. Le si avvicinò, riprese i soliti argomenti, aggiunse la derisione degli uomini, gli assalti del demonio. - Non ho paura dei motteggi degli uomini, finché io non faccio nulla di male. Quanto al demonio, il Signore è abbastanza grande e potente per darmi la forza di vincerlo. Per il resto, ho abbastanza vestiti per coprirmi, il mio lavoro mi dà a sufficienza pei; non pesare sulla famiglia e su nessuno del villaggio. Ginestra scoppiò a piangere. Capì di aver toccato un tasto falso e si pentì. Abbracciò sua sorella e riprese a parlare tra le lacrime; ma in quel momento entrò Anastasia. Vide Ginestra piangere e chiesela ragione. Anastasia appoggiò Ginestra con tutto il peso e l'autorità di una mamma. Caterina non perdette la calma. Voleva bene a Ginestra, voleva bene ad Anastasia, ma non poteva per amore loro andare contro se stessa, contro quanto sentiva Dio voleva da lei. Non rivelò il suo mistero, ma sorridendo rispose ad Anastasia: - Capisco Ginestra - questa la baciò - ma non capisco te, mamma Anastasia. Se quello che tu dici della vita matrimoniale è giusto, se davvero tu credi che sia così, perché non ti sei sposata una seconda volta? La battuta spiritosa fece scoppiare a ridere Anastasia e anche Ginestra. - Ah, brutto scoiattolo! Io sposarmi? - Non ti sono mancati partiti a Ganewada... - Volpetta astuta, io sposarmi? Io... io?... Caterina accennava col capo: sì, sì. Ma Anastasia rideva, rideva, e inestra si sganasciava.
Il voto di verginità. Né Anastasia, né Ginestra avevano altro da dire in quel momento. Caterina comprese però che non sarebbe finito così. Era giunta l'ora di parlare al suo direttore, con tutto il cuore in mano. L'avversione al matrimonio era dettato da un unico desiderio: essere tutta del Signore. L'esempio delle suore di Città S. Maria aveva dato una forma a questo desiderio: il voto di verginità. - Anastasia e Ginestra, Padre, non mi lasciano in pace. Anche oggi un nuovo assalto. E non sarà l'ultimo. - Capisco, figliola. Prendi tre giorni di tempo. Poi vieni di nuovo e ti darò il mio parere. Caterina era uscita dalla stanza del Padre, aveva fatto la sua visita a Gesù nella cappella, s'era incamminata verso casa, quando ritornò sui suoi passi. Picchiò discretamente alla stanza del padre Cholenec e sentito avanti", entrò. - Che c'è di nuovo, figliola? - Padre, non posso vivere più a lungo in uno stato di indecisione. E disse il suo segreto. - Padre, se rinuncio alla vita matrimoniale, non è perché io non ne apprezzi i vantaggi. Quello che Anastasia e Ginestra dicono è esatto; ma se io ho rinunciato al matrimonio è stato per avere Gesù come sposo. Questo lo voglio ancora e sempre. La vita di povertà e di miseria per suo amore è l'unica che mi può far felice. Questo io voglio, Padre, voglio solo Gesù. Voglio consacrare a lui la mia verginità, voglio... Padre Cholenec la guardava e taceva. Avrebbe voluto dirle che questo lui lo aveva pensato da molto, che questa era la sua strada, il logico coronamento della sua santa vita. Ma aveva voluto attendere che il Signore si manifestasse. Il Signore lo faceva ora. Disse: - Caterina, sono sicuro che il Signore è contento di te e approva la tua risoluzione. Continua con la stessa fermezza e con il medesimo fervore. Io ti difenderò, non temere. Ne' io, né nessuno dei Padri ti abbandonerà o permetterà che tu venga a mancare di qualche cosa. - Grazie, grazie, Padre, rispose Caterina radiosa. La pace e la gioia avevano cancellato ogni tensione. Ma Occhidisole aveva ancora una cosa da chiedere. Era rimasta sospesa con l'ultimo "voglio" interrotto dal Padre e che ora le rimaneva in cuore e stentava ad uscire. Fu il Padre ad incoraggiarla. - Ho l'impressione che tu abbia ancora qualcosa da dire. - Sì, Padre. E se ne stava zitta. In quel momento si chiedeva se non era superbia la sua, se non era pazzia voler salire alla stessa stregua delle suore di Città S. Maria. Ma lei era tanto innamorata del suo Rawennio, del suo Dio. E se il Padre dicesse di no? Ma il vestenera non la lasciò più sospesa. - Vuoi parlare forse di quanto Maria Teresa ti ha certamente riferito in merito al sommessa, quasi vergognosa, vorrei consacrare la mia verginità a Dio con voto. Con voto? - Sì, Padre, se lei acconsente. Padre Cholenec disse più tardi che si aspettava una domanda del genere. Era convinto che Dio guidava quella giovane Irochese per vie tutte sue, di grande predilezione. Il sangue del padre Jogues doveva dare i suoi frutti, sino i più belli e nella forma più smagliante. Il Padre sorrise. Caterina non s'e ne avvide. L'atteggiamento di rispetto di un pellirossa è sempre quello di avere il capo reclinato in avanti e gli occhi bassi. - Sì, Caterina, disse finalmente il vestenera. Credo proprio che sia volontà di Dio. Hai una data che preferisci? - La festa dell'Annunciazione. - La data è scelta bene. Si, al 25 marzo prossimo.
Il nostro angelo. Caterina era appena uscita che arrivò dal missionario Anastasia per perorare la causa del matrimonio. Non ebbe tempo che di accennare all'argomento. Il missionario la interruppe: - Sono molto sorpreso, Anastasia, disse il padre Cholenec, che tu continui a tormentare Caterina in ciò che tu stessa dovresti lodare. Tu sei stata cristiana per tanti anni e non hai aperto gli occhi sulla bellezza e la grandezza della vita che Caterina. vuol condurre. Anastasia fu colpita da uno shock penoso. Ma il Padre continuò severo: - Tu dovresti ammirare Caterina e sentirti fiera ed onorata che Dio ha scelto nella tua casa una giovane per mostrare agli indiani che cosa sia la verginità. Essi non sanno nulla di ciò che rende gli uomini simili agli angeli. Caterina sarà la prima a dare l'esempio di una vita che fu scelta dalla Madonna. Anastasia era piena di rossore e di vergogna. Non si scusò, ma ammise di essere stata stolta e chiese perdono al missionario. Anastasia ne parlò a Ginestra Fiorita e del matrimonio non si fece più parola. Per le due donne Caterina era stimata una santa e quando ne parlavano tra loro la chiamavano: "il nostro angelo".
Cap. XVIII
FOLLIE DELL'AMORE
Caterina, chiamata prima del suo battesimo indifferentemente Tega-kuita od Occhidisole, aveva ereditato dalla mamma algonchina l’orrore alla violenza, una sensibilità squisita, una accondiscenza ch'era servizio gioioso, carità anche prima che ne conoscesse il nome e fosse cristiana. Ma la nostra eroina era sempre una pellirossa e aveva nelle vene sangue irochese, sangue dei Mohawks, i più violenti, i più feroci, i più temuti degli Indiani. Natura buona e forte, docile e coraggiosa, mansueta e temeraria sono il complesso della sua anima, che avrebbe potuto essere tutt 'altro da quella ch'è stata, se Dio non l'avesse visitata per tempo con la sua grazia e se lei non si fosse chinata ad accettarla con commossa gratitudine. Verso la fine della sua vita, si risveglia in lei tutto il sangue focoso dell'Irochese e diventa ardore, follia di un amore che la strugge. Caterina si sente amata da Dio e vuole amare Dio, intensamente. Non sono le penitenze che si impone, non i sacrifici che abbraccia gioiosamente, a rendere il suo fisico gracile. La brucia, la consuma quello che ha dentro: l'amore. Un amore esclusivo, totale, da sposa, verso Gesù Crocifisso, suo sposo. Per questo vuole consacrargli la verginità con voto.
Il nerbo dei condannati. Ha scelto per la cerimonia una festa dedicata alla Madonna, perché lei, la Vergine, le faccia da Madre, e la prepari a spogliarsi di tutto e a dare tutto. Mancano pochi mesi al 25 marzo, all'Annunciazione del 1679. Non li vuol perdere, neppure un giorno. E fa appello a ciò che sente dentro con sangue e fuoco di pellirossa irochese. Lo raccontò Maria Teresa Alabianca. Molte di queste cose ci vengono dalla testimonianza dell'amica, che si sforzava di seguirla e spesso ne piangeva. Era domenica, dice Maria Teresa, e si aspettava il suono della campana che annunciasse la santa messa. Nella lunga casa si trovavano sole, Caterina e lei.u Caterina che prese l'iniziativa. Era ormai vestita, ma ad un tratto andò in un angolo segreto e prese un nerbo di quelli che si usavano per il martirio dei prigionieri condannati a morte. Lo porse a Maria Teresa. - Manca un quarto d'ora, disse, e questa mattina dobbiamo ricevere Gesù. E' una buona preparazione, non ti pare, Teresa? Per i nostri peccati, per quelli della nostra gente. - Sì, risposi: ma io ho più peccati di te da scontare. Tu mi devi battere per prima. - Lascia fare, vedi? Io sono pronta. Si era già messa in ginocchio, aveva già scoperto le spalle. Caterina era molto più ardente di me, molto, molto. La sua volontà la vinceva sempre sulla mia. Tentai ancora di resisterle. Ma mi guardò con tali occhi supplici che mi costrinsero ad accontentarla. Cominciai a battere. Ai primi colpi si formarono le lividure, poi venne il sangue. Scoppiai a piangere. Ma lei, l'innocente Caterina, voltò il capo e mi disse in pena: - Teresa, tu mi risparmi. Forte, batti più forte. Cercai di accontentarla, ma soffrivo più io di lei. Lei aveva il tormento del corpo, io quello dell'anima. Non proseguii. - Ora basta per te, le dissi, ora tocca a me. E mi posi in ginocchio e le diedi il fragello. Sì, soffrivo anch'io. Ma non come lei. Io ero robusta e anche se facevo piano, le mie mani pesavano sempre. Lei anche se ci metteva tutta la forza, i suoi colpi sembravano poco più di carezze. Povera Caterina, si stancò quasi subito. Disse: - Dobbiamo vestirci. E' l'ora della messa. In chiesa arrivammo che già i canti erano iniziati e il sacerdote si avvicinava in quel momento all'altare. Eravamo felici tutte e due. Potevamo portare qualche cosa a Gesù. Un giorno che Maria Teresa ricordava era presente Anastasia. - Sono stata io, diceva la vecchia, sono stata io a risponderle. Ma chi poteva immaginare che il nostro angelo sarebbe giunto fino a questo? In qualche modo sono responsabile anch'io di averla fatta soffrire. Ma mi rivolse la domanda con tanta ingenuità: come potevo pensare? Credetti ad una curiosità di Caterina, ecco tutto; Invece... - Mamma Anastasia, le diceva Maria Teresa, quasi a rammentarle di più che cosa era stata Caterina Tega-kuita per lei. Mamma Anastasia, tu non ti devi crucciare. Né tu né io potevamo misurare il suo amore per Dio, la sua brama di possederlo. Sì, dicevamo di voler essere le schiave di Rawennio e lo volevamo essere per davvero, ma in quella forma io non me lo sarei mai sentito. - Si parlava dei nostri villaggi, riprese Anastasia, di Fiore della Prateria, di Cervo Verde e Caterina si rammaricava che suo padre era morto senza essere stato battezzato. Certamente Fiore della Prateria, sua mamma, l'avrebbe avvicinato al vestenera se fosse vissuto e Cervo Verde si sarebbe fatto cristiano, diceva.
Il fuoco tra le dita. Ora lei desiderava ardentemente la conversione di suo zio, Falco Gigante. Cosa non avrebbe fatto per ottenere da Dio questa grazia. E diceva che Dio l'avrebbe esaudita e che non solo Falco Gigante, ma tutto il suo popolo avrebbe smesso di fare sacrifici di prigionieri alla dea della guerra e avrebbe abbracciato la dottrina di amore di Cristo. Parlavamo di questo, quando mi chiese quale fosse, secondo me, il dolore più acuto, quello di cui i prigionieri maggiormente soffrivano. Risposi ch'era il fuoco, ma non avrei mai immaginato che la sua domanda racchiudesse già i1 proposito di infliggersi quel martirio. - L'ho saputo quando tu me lo dicesti. Tu te ne accorgesti per prima. - Sì, fu il giorno dopo, riprende Maria Teresa, quando vidi Caterina camminare penosamente per venire in chiesa alla messa. Era tanto contenta, sorrideva con tanta spontaneità che capii. Mi dissi: Caterina ha fatto qualche mortificazione grossa per essere così felice. Glielo chiesi. - Cosa ti sei fatto ai piedi? - Nulla d'importante. - Caterina, tu non mi devi nascondere nulla. Che cosa hai fatto? Ieri sera non camminavi così. - Ieri nientre parlavamo, mamma Anastasia e io, ricordavamo i nostri villaggi. Volsi lo sguardo attorno distrattamente, e i miei occhi s'incontrarono nella croce del campanile. Pensai alla croce che vedemmo Ginestra e io, quando tornammo al nostro villaggio, distrutto dalle truppe francesi. Sentii che dovevo fare un piccolo sacrificio per amore del Signore, per ottenere la pace nei nostri villaggi e la loro conversione al cristianesimo. Così chiesi a mamma Anastasia, quale fosse il dolore che tormentava di più i prigionieri. Mi rispose il fuoco e la notte scorsa ho messo dei tizzoni accesi tra le dita dei piedi. Non li ho tenuti a lungo, non sono molto coraggiosa, tu lo sai, e dopo ho sentito il bisogno di scusarmi col Signore di tanta poca generosità e sono andata in chiesa a salutare Gesù. Sì, mi fanno un po' male, ma non ti allarmare, è nulla. Dopo la messa le chiesi di togliersi i mocassini. - Ma, perché? - Credo che tu abbia esagerato. - Mano, vedi! Esitolse i mocassini e osservai e scoppiai a piangere. Tra le dita aveva piaghe ancora fresche, e sangue. La medicai e lasciò fare. Non dissi nulla al vestenera, non so neanch'io perché. Ma certo avrei dovuto dirglielo. Ma se parlavo io, non poteva sembrare ch'era la mia debolezza, il mio amore per la vita comoda a parlare per me? Cosa mi avrebbe risposto il vestenera?
Come schiave. A quel tempo pensavo che se Caterina così innocente faceva tali penitenze per amore di Dio, quali non ne avrei dovuto fare io che ho offeso tanto il Signore? Io mi sforzavo di seguirla, ma non sempre ci riuscivo, o almeno non tanto come lei. Una volta mi propose di tenerci legati i piedi stretti, come si faceva dalle nostre tribù per i condannati a morte. Questo per lo spazio di una Ave Maria.Ci provammo. Ma io non riuscii a finire l'Ave Maria. Il tormento era tale che le mani si portarono meccanicamente a sciogliere i legacci. Caterina finì la sua preghiera e penso che l'avrebbe ripetuta se non fosse stato per compassione della mia debolezza. - Vedi, Caterina, come sono fiacca? - Ma, no, mi rispose, non ti devi accusare di debolezza. Il Signore ha gradito moltissimo la tua penitenza e la tua intenzione. - Credi? - Sì, certo. Il Signore è buono... - Lo dici sempre. - E non è così forse? E' così! Sentivo io stessa che Caterina aveva ragione e avevo piacere di dargliela tutta. Ella ne gioiva e io godevo di farla contenta. Vi fu una volta che Teresa fece dispiacere a Caterina. Il motivo che addusse non era perfettamente vero: ma Teresa ci credette e Caterina, preoccupata, lo prese sul serio. Fu per il suo bene d'altronde.
Letto di spine. Nella sua sete insaziabile di provare a Dio il suo amore per mezzo della mortificazione, un giorno Caterina si era recata nella boscaglia a raccogliere fasci di rami spinosi. Entrò silenziosa in casa e nascose il fascio in un angolo. La sera quando tutti erano a letto riunì le sue spine e le stese sotto la stuoia che le serviva da letto. Ne fece un materasso che sembrava accogliente. Vi si stese sopra e accomodò la stuoia che sembrava l'avvolgesse come d'ordinario. Caterina naturalmente non cercava il riposo. Le spine fanno male anche ai santi. E pungevano anche le carni di Tega-kuita e le penetravano dentro e le facevano sanguinare. Fu una nottata meravigliosa, ella disse a Teresa, al mattino seguente, quando l'amica, entrata nella lunga casa di Caterina, la vide terribilmente pallida e stanca. - a tu ti senti male, Caterina. - No? no, sto benissimo. - Benissimo con quella faccia cadaverica? - Non ho dormito molto, ma in cambio ho pregato assai. Teresa ebbe un dubbio. Vedeva sul collo dell'amica delle chiazzelle di sangue raggrumato. - Cosa hai fatto questa notte? - Ho pregato, te l'ho detto. - ma... e guardò verso la stuoia-letto. Si avvicinò, sollevò la stuoia e gettò un grido di stupore e d'angoscia. - Hai dormito là sopra? - Sì, ho potuto fare compagnia a Gesù tutta la notte. - Ma l'hai detto al vestenera? Hai il suo permiesso per fare certe cose ed abbracciare certe penitenze? - Non pensavo di doverle dire. - Caterina, non sai ch'è peccato fare queste mortificazioni senza il permesso del Padre? - Peccato? - Sì, peccato! Era la parola che la faceva rabbrividire. Lasciò l'amica e andò difilato in chiesa a cercare il Padre per confessarsi. Il Padre logicamente le ingiunse di non fare più mortificazioni del genere. Si accontentasse delle penitenze comuni, quelle che tutti i cristiani generalmente facevano. Ma quali erano le penitenze che tutti i cristiani facevano? Quali erano esattamente quelle che il missionario proibiva?
Fervore di neofiti. Il padre Cholenec scrive che la Chiesa fondata sulla riva destra del S. Lorenzo sino al fiume Mohawk era pervasa da grazie così straordinarie e da tale santità da poter essere degna della Chiesa dei primi secoli. Gli Irochesi, egli continua, sono fortemente attaccati alla Chiesa e questi bravi e ardenti neofiti hanno concepito un dolore talmente profondo dei peccati commessi prima del battesimo, che ancora fanno grandi penitenze per ripararli. Non era raro, ad esempio, che alcuni cristiani usassero flagellarsi fino al sangue, diverse volte la settimana. Così era ordinario che altri, nell'andare a raccogliere la legna nel bosco, si cingessero i fianchi con catene di ferro e le portassero giornate intere. Il ghiaccio e la neve fornivano occasioni frequenti di mortificazioni. Alcuni, anche nel più rigido invernosi avvoltolavano nella neve, o, spaccato il ghiaccio con l'accetta, vi si im mergevano fino al collo. Si sa che una donna lo fece per tre notti successive e, tornata a casa, per timore che gli altri se ne accorgessero, non si avvicinò al fuoco, ma si avvolse nella sua coperta con le stesse vesti ghiacciate della sua mortificazione. Nelle narrazioni dei missionari è ricordata una certa Anna, moglie di un tale Stefano, molto devota e conosciuta alla missione di Sault St. Louis. Questa Anna non contenta di immergersi lei nel fiume ghiacciato, prese la sua bambina di tre anni e le fece fare lo stesso bagno. La bambina venne fuori mezza morta. Quando il missionario venne a conoscenza di questa esagerazione redarguì severamente la mamma e le chiese perché avesse trattato con così poca pietà la sua creatura. Anna era in buona fede e risposé che l'aveva fatto per timore che la bambina, crescendo negli anni, diventasse una cristiana lassa. Così aveva pensato di farle fare penitenza in anticipo. Questa era la tendenza dei cristiani irochesi: combattere la ferocità delle loro nazioni, con la ferocità dell'espiazione. Caterina Tega-kuita vive in questo ambiente. Anche lei si immerse più volte nel fiume dopo averne spaccato con l’accetta il ghiaccio. Anche lei nella festa della Purificazione del 1679, precedente alla sua emissione del voto di verginità, si sprofondò nella neve per tutto il tempo della recita dei suoi tre rosari. Maria Teresa racconta che la vide camminare a piedi scalzi sugli stagni gelati, ricamati da venature frastagliate di ghiaccio. E' ancora Maria Teresa che si accorge di una cintura di ferro che Caterina portava andando a raccogliere legna a fascina, Caterina scivolò sul ghiaccio e cadde a terra. In quel momento le punte le penetrarono nella carne. Maria Teresa lasciò il suo peso e corse dall'amica. L'aiutò ad alzarsi e la rimproverò della sua audacia. - Ma non è nulla, disse Caterina, poche ferite insignificanti. - Tu sei troppo debole, Caterina, lascia portare a me il tuo fascio. - Teresa, mi credi proprio moribonda? - Moribonda no, grazie al cielo, ma debole sì. - Ecco, vedi se sono debole. E si caricò il suo fascio sulle spalle e procedette allegra come se nulla fosse capitato. Caterina forse non ha fatto nulla oltre lo straordinario che facevano i cristiani più fervorosi d'ella missione di Sault St. Louis. Le sue mortificazioni sembrano dettate da uno spirito equilibrato e moderato. Dove lei si distingue è nella umiltà, nell'obbedienza, nella serenità, nella gioia, nell'amore per il suo Gesù Crocifisso, in una parola, nella sua santa vita. I missionari che moderavano lo spirito non erano affascinati dalle sue penitenze, ma dalla sua innocenza, dalla sua vita costantemente unita a Dio, dal fuoco che la struggeva e la purificava e la innàlzava. Il suo corpo ne soffriva, ma era sua massima lasciar il corpo in preda alla fame piuttosto che fare languire l'anima. Lo dirà sempre, tutte le volte che si avvicinerà la stagione della caccia. Chiederà sempre di poter restare al villaggio, ma il missionario non glielo permise che l'ultimo inverno della sua vita. Quello del 1678-79 dovette andare e ci andò. Ne soffrì in seguito moralmente, perché una cristiana, buona d'altronde e fervorosa, sobillata dal diavolo, sospettò in Caterina una colpa esistente solo nella sua immaginazione. Vide la giovane lavorare allegra alla canoa di suo marito. Era stata chiamata perché si sapeva particolarmente abile, sempre servizievole. Ma la donna pensò ad altro e lo disse al missionario. Il vestenera interrogò Caterina, ma era così serena, così semplice, così tranquilla che non esitò un istante a confermarsi nella opinione che già aveva nei riguardi della santità e dell'innocenza della nostra eroina. Ma la donna buona e fervorosa, se tacque con tutti, se non fece delle sue inimaginazioni un argomento di conversazione e di cicalecci non riuscì a. vincere se stessa, e non seppe dimenticare se non dopo la morte di Caterina. Continuò a sorvegliare la giovane e suo marito. Malgrado non scoprisse nulla che potesse avvalorare i suoi sospetti, si cinse di freddezza nei rapporti con Tega-kuita. Era la sofferenza che doveva ingemmare l'anima di Caterina di maggiori meriti e farla distaccare dalle creature, dopo che anche le più buone non sapevano evitare il sospetto e guardare con occhio puro, dove tutto era puro. L'accusa, se non la scosse, fece tuttavia soffrire Caterina. E l'affinò per il giorno delle nozze con il suo sposo. Quell'anno Pasqua venne abbastanza presto e con Pasqua la primavera. Il manto di bianco copriva ancora la terra, ma non era più neve e il fiume S. Lorenzo era coperto di lastroni di ghiaccio che la corrente portava oltre. Il tepore subentrava al rigido inverno e le giornate cminciavano a dirsi veramente belle. Nel ridestarsi della natura, Caterina Tega-kuita che non aveva mai conosciuto l'inverno, coronò il, suo sogno d'amore. Non so se, inginocchiata al suo solito posto, immobile come sempre nella sua preghiera, mentre attendeva la celebrazione della messa, lei pensasse a quando aveva lasciato cadere la ciotola del sagamité che aveva urtato la matrigna, indispettito l'Oneida fidanzato e turbato Falco Gigante. Ma se le venne in mente fu per una preghiera ai protagonisti di quella giornata. Caterina pensò certamente a quello che stava per fare e le sembrò, e lo era, tutta la sua vita condotta dalla Provvidenza, con gli avvenimenti lieti e tristi che si' svolsero: dalla perdita dei genitori, alla fuga di Ganawanda dei Mohawks, ai tre anni passati a Sault St. Louis, tutto perché vivesse quell'ora di cielo, nel suo cuore, col suo Dio. Lo comprese così bene, lo sentì così profondamente, che non ebbe esitazione di dire a Maria Teresa: - I giorni che mi restano non sono molti.Il vestenera parlò al Vangelo. Il padre Cholenec parlò dell'Annunciazione e pose in risalto la dedizione della Madonna a Dio, la consacrazione della sua verginità, il trionfo di questa verginità fiorita prodigiosamente nella divina maternità. Esortò Caterina ad imitare la Vergine di Nazareth, promettendole a nome di Dio una maternità spirituale feconda. Alla comunione il padre Frémin tenne un vibrante fervorino, Caterina si avvicinò all'altare celebrante intonò il Veni Creator in lingua mohawk e tutti si unirono al canto. L'Amen volteggiava ancora per la chiesa, quando il padre Frémin si accostò alla giovane inginocchiata per ricevere il suo voto. «Io, Caterina Tega-kuita, prosirata davanti a te, Dio Onnipotente, alla presenza della Vergine Santissima, Madre del tuo divin Figlio, e di tutta la corte celeste faccio solenne voto di mia perpetua verginità. Conservami o Gesù, l'anima e il corpo sempre degni dei tuoi sguardi, e che io possa ogni giorno meritare il titolo di tua sposa». La commozione prese Caterina. Il padre Frémin troncò il resto della formula che le era stata insegnata e intonò solennemente il Te Deum.
Cap. XIX
E' IN CIELO! E' IN CIELO!
Perché, Anastasia, non hai seguito di più Caterina nelle sue penitenze e mortificazioni? Si sarebbe controllata di più, avrebbe risparmiato la sua salute. - E che potevo fare? Quando m'accorgevo era troppo tardi. Ella aveva un modo tutto suo per agire lesta, con semplicità e senza farsi accorgere. Ho visto qualche volta il suo sagamité di un colore più grigio, ma pensavo che dipendesse dalla cottura, non dal fatto che Caterina per mortificarsi vi metteva della cenere ad imitazione di san Luigi, come aveva sentito dal vestenera. - Bisognava stare attenti a parlare con lei, anche a mostrarle esempi di santi. Istintivamente era portata ad imitarli. - Ho paura per lei. E' ridotta ad un fuscello. La sua debolezza aumenta, aumenta il suo respiro affannoso. Ho paura che ci lascerà presto. Ginestra Fiorita e Anastasia avevano ragione. D'altronde anche Caterina era consapevole che i suoi giorni erano contati. Lo aveva detto a Maria Teresa in una di quelle confidenze che si facevano reciprocamente e proprio quando l'amica la redarguiva per le sue mortificazioni eccessive: - Maria Teresa, io non resterò molto a lungo sulla terra. Sento che morirò presto. Vorrei dare tutto al Signore, tutto, tutto. L'amica aveva le lacrime agli occhi, ma non si sentiva di spegnere il fuoco che ardeva in Caterina. Interveniva per l'affetto che le portava, ma era un affetto accompagnato da ammirazione e dal desiderio di seguirla per quanto ne fosse capace. Solo il missionario moderava gli ardori di Caterina. E il missionario la guidava con forza e saggezza. E quando l'inverno batté alle porte e i pellirossi si prepararono alla caccia, non fu per assecondare il desiderio di Tega-kuita che il vestenera le permise di rimanere nel villaggio. Il male galoppava e Caterina non avrebbe potuto affrontare i disagi della spedizione. Tuttavia non fu lui a prendere l'iniziativa. Lasciò che lei, Caterina, ne manifestasse il desiderio. Era certo che l'avrebbe fatto, come tutti gli anni. Ormai non andava più che alla messa delle otto, costretta dal suo male e dall'obbedienza a prendere più riposo al mattino. Caterina aiutò la preparazione della caccia col suo solito entusiasmo e col sorriso che le era diventato caratteristico. Poi, quando il giorno della partenza si fece prossimo, andò dal missionario. Ripetette la preghiera, ridisse che preferiva veder languire il suo corpo, ma irrobustire il suo spirito col nutrimento del pane divino, chiese al missionario l'autorizzazione di restare. Il sagamité e i pesci che avrebbe pescato nel fiume sarebbero stati sufficienti per mantenerla. Il missionario rispose di sì ed aggiunse che anche Maria Teresa sarebbe rimasta. Caterina fu sensibile alla delicatezza del vesténera e ne mostrò la sua felicità. Non si aspettava tanto, ma sapeva che se Maria Teresa rimaneva, era un regalo fatto a lei. Forse anche il missionario indovinava che non ci sarebbero stati molti domaniper lei. Ma lo indovinava o no, era certa che la Provvidenza aveva guidato il missionario nella decisione, perché l'amica a lei più cara assistesse al suo passaggio all'eternità. Si era in febbraio, il febbraio del 1680, quando Caterina non poté più lasciare il letto. Il suo stomaco era uno schianto, le ossa le laceravano la carne, tutto il corpo le doleva. Si girava a fatica sulla stuoia, respirando affannosamente. Ogni tanto le sfuggiva un lamento, ma cercava di reprimerlo per non allarmare e somigliare di più al suo Signore sulla via del Calvario. La malattia di un pellirossa è accompagnata sempre dall'isolamento. Le si mette al fianco una ciotola di sagamité e un bicchiere d'acqua e poi gli uomini vanno alla caccia e le donne al lavoro del campo. Così era per tutti. Così fu per Caterina. Abituata alla solitudine, vissuta nel suo mondo interiore guidato da Dio, Caterina non soffriva di esser lasciata sola. Anzi trovava più tempo per intrattenersi col suo Dio. E a Dio parlava, parlava di continuo in un'estasi di amore che le faceva accettare e godere le sue sofferenze. Il missionario andava a farle visita tutti i giorni. Per lui era conforto, per la giovane festa. Un giorno il vestenera pensò di trasformare la lunga casa di Caterina in scuola di catechismo per i bambini. Fu il padre Chauchetière ad avere la felice idea, lui che aveva preso il posto del padre Frèmin nella direzione della missione. Padre Chauchetière si era sempre dilettato di pittura e aveva dipinto diverse scene dell'Antico e Nuovo Testamento per illustrare ai ragazzi e inculcare con immagini visive le verità della fede cristiana. Caterina era assorta in preghiera, quando fu distratta dal vocio dei bambini guidati dal missionario. Il Padre entrò, seguito dai suoi alunni tra lo stupore di Caterina. - Credo che avrai piacere di vedere anche tu quello che ho dipinto per questi ragazzi. - Non solo piacere, padre, felicità. I ragazzi si disposero attorno al giaciglio della giovane e il missionario prese a parlare. Sapeva che la più attenta sarebbe stata la malata e che i ragazzi avrebbero appreso sì e no quanto lui diceva. Parlò per un'ora, poi disse che poteva bastare e che il giorno dopo i ragazzi potevano tornare a vedere Caterina e a farsi ripetere da lei quanto lui aveva insegnato quel giorno. Così Caterina fu trasformata in catechista e i ragazzi furono più che contenti di andare a trovare "la santa". Caterina, buona novelliera, riusciva a tenere incatenati i suoi amichetti con la sua voce flebile, quasi fioca. Avrebbe parlato per più ore se il missionario non avesse concertato la sua visita con la fine della lezione. Ogni volta i ragazzi si mostravano dispiaciuti della interruzione. La cosa finì quando il male ebbe progredito tanto da togliere la parola alla nostra giovane. Allora si potè vedere i ragazzi passare in religioso silenzio davanti alla lunga casa di Caterina, per non arrecarle noia e si tenevano lontani dalla capanna quando giocavano. Non era stato impartito loro nessun ordine, ma lo facevano così, spontancamente, per il rispetto che le portavano e per il bene che le volevano. Non solo i ragazzi, ma a volte il vestenera teneva attorno al letto di Caterina anche le riunioni dell'Associazione della Sacra Famiglia. Nei pensieri dei padri Chauchetière e Cholenec più che le loro parole erano gli esempi che Caterina dava ad indurli a queste riunioni. Dicevano che avevano per scopo di intrattenere Caterina, in realtà era perché lei insegnasse. Si andò così avanti tutto il febbraio e il marzo. Il lunedì della settimana santa, il padre Cholenec comprese che ogni speranza di guarigione per Caterina era svanita. Tutta la sua vita era nel sorriso che nessuna debolezza, nessuna sofferenza avevano offuscato. La vivacità del suo spirito nmaneva sempre affascinante, gaia, gioviale. Disse al padre: - E' la settimana santa. Posso fare qualche mortificazione per onorare la passione del Signore? Piccole cose, padre. Stare un giorno senza toccar cibo, per esempio. - Dio gradisce la tua buona intenzione, figliuola. Ma tu devi pensare ad altro ora, non ti rimane molto da vivere.- Oh, Padre!... La voce era poco più di un soffio, ma la gioia la faceva vibrare. - Domani, aggiunse padre Cholenec, facendosi forza per non tradire l'interna emozione, domani ti porterò il Signore. Non era mai avvenuto per nessuno. Per inculcare negli Indiani un grande rispetto per la Santissima Eucaristia, i missionari avevano adottato come norma di far portare i malati in chiesa, stesi su di una portantina, per il Santo Viatico. Per Caterina si fece un'eccezione, sia perché troppo debole per essere trasportata, sia perchél'eccezione non avrebbe meravigliato nessuno. Il martedì mattino, di buon'ora, Maria Teresa era presso Caterina. - Non mi lasciare ora; il Signore sta per venire. - Sta' tranquilla, non ti lascerò. Poi Caterina fu colta da rossore - Maria Teresa, io sono povera, molto povera. Non ho un vestito decente per coprirmi e per ricevere Gesù.- E quelli che ti sei fatti, e quelli che io stessa ed Anastasia ti abbiamo dati? Caterina sorrise: - Sono andati ad altri più poveri di me. - Aspetta.Maria Teresa corse nella sua capanna e tornò in pochi minuti con la sua migliore tunica di pelle di daino, con nuovi mocassini e uno scialle azzurro. Dovette volgere lo sguardo altrove mentre vestiva l'amica. Quel corpo le faceva pietà, quegli stracci che le erano rimasti erano tutt'altra cosa delle belle tuniche ricamate per gli altri. Finì con l'abbracciarla commossa. Le pareva troppo alta per capirla, troppo buona per avvicinarsi a lei, troppo eroica per imitarla. Ma le voleva bene e tremava al pensiero di rimaner sola nella vita, sola ad affrontare nuovamente la sua vita. Ma Caterina le sussurrava: - Non temere Maria Teresa, io non ti abbandonerò. Dal cielo pregherò per te, starò sempre con te. Se ti vorrai sposare di nuovo consigliati con i missionari. Se ti riesce difficile vivere in questa missione vai a Quebec, alla missione di Loreto. Continua a fare le mortificazioni che abbiamo fatte assieme. Starò sempre con te, Maria Teresa. - Sempre? - Sempre! Si baciarono. Si sentiva il campanello del Viatico annunciare la venuta del Signore. Maria Teresa si pose in ginocchio, Caterina si raccolse nella sua estasi di amore. Gesù venne portato dal superiore padre Chauchetière. Padre Cholenec era con lui, e tutte le donne rimaste al villaggio li seguivano in una processione devota e raccolta; Caterina ricevette il Viatico e chiuse gli occhi, sola col suo Dio. Rimase a lungo immobile, col respiro calmo, lento. Si era formata sui suoi occhi un' ombra scura, scura. Padre Cholenec temette che fosse la fine e corse alla chiesa a prendere gli oli santi per l'Estrema Unzione. Caterina se ne avverti e sorrise. - No, Padre, non c'è fretta, disse con estrema sicurezza. Il Padre si ricordò d'aver sentito che la giovane Irochese sarebbe morta il mercoledì santo, alla vigilia delle due feste care al suo cuore, il giovedì dell'Eucaristia e il venerdì della Passione. La voce gli era giunta due mesi prima e l'attitudine di Caterina gli fece pensare ch'ella sapeva con certezza quando sarebbe venuta la sua fine. L'Estrema Unzione fu rimandata al giorno dopo. Ma quel martedì rimase per il villaggio memorabile. Gli Indiani tenevano in gran conto le parole dei moribondi. Le stimavano sacre, le pensavano dettate dal Grande Spirito o sotto la sua influenza. Diventati cristiani non perdevano questa abitudine, solo ci davano valore diverso. I missionari permisero che in tutta la giornata levisite continuassero, individuali o a gruppi. Sapevano che Caterina avrebbe edificato tutti, dando a tutti buoni consigli. Alla sera, in chiesa, padre Cholenec parlò addolorato. La voce tremava. Poi stabilì che due membri della confraternita della Sacra Famiglia vegliassero la notte accanto alla morente. Fu scelta Anna, anziana e già usa a queste veglie e Maddalena, la più giovane, ai suoi primi fervori. Dopo le preghiere della sera Maddalena andò dal padre Cholenec. Si fermò davanti a lui con gli occhi imploranti, ma senza dire parola. - Che vuoi, figliuola, chiese il padre. - Mi permette? E si fermò esitante. - Permette che cosa? Di andare nel bosco e fare qualche piccola penitenza perché Caterina abbia una morte felice. Per un momento padre Cholenec non rispose. - Io le voglio bene, Padre, e lei pure me ne vuole. - Sì, figliuola, vai, acconsentì il Padre che non poteva credere a se stesso per tanta generosità e delicatezza. Maddalena andò e stette per un quarto d'ora a flagellarsi perché Caterina, l'amica, avesse una santa morte. Caterina, intanto, si girò nella sua stuoia. Nella lunga casa non c'era nessuno, salvo Anna, che la vegliava. - Anna, sussurrò, per piacere cerca Maddalena e dille di venire subito da me. La donna uscì e trovò Maddalena che tornava dal bosco. - Caterina ti cerca, disse Anna, è meglio che tu venga subito. - Son qui, rispose la giovane, stavo venendo. Cominciò il turno della veglia. Anna si mise vicino al fuoco, sgranando il rosario.- Lasciamo che prima si assopisca, disse Caterina a Maddalena. Ti devo parlare, ma da sola a sola. La testa di Anna cominciò a pesare e in pochi minuti cadde nel sonno. - Vieni più vicina, Maddalena, pregò Caterina. La giovane le si accostò, e si pose in ginocchio. La sua faccia quasi toccava quella di Caterina. - Sii fedele al Signore. Egli è contento di te. - Oh! Tu mi conosci, Caterina, esclamò Maddalena sorpresa, tu sai che povera cosa sono. Caterina le prese la mano e la strinse con quella poca forza che aveva. - So quello che dico, sorella mia, e so da dove vieni e che cosa hai fatto per me. - Il Padre ti ha parlato? - No, il Padre non è venuto qui, non è il Padre che me lo ha detto. Lo so. Fatti coraggio. Ti assicuro che Dio è contento di te e quando io sarò con lui ti aiuterò. Non fu difficile per Maddalena pensare che il Signore aveva parlato a Caterina. Nessuno fuori del Padre sapeva del suo proposito, nessuno l'aveva vista entrare nella boscaglia. Per tutta la notte non chiuse occhio e accompagnò con la sua la preghiera dell'amica che ora venerava come una santa autentica. Non si era ancora fatto giorno quando Maria Teresa si precipitò da Caterina. Anche lei non aveva dormito. Avrebbe voluto far lei la veglia, ma il missionario aveva deciso diversamente. Le era costato, ma aveva accettato per amore dell'amica. Quando giunse la trovò spossata nel corpo dolorante, ma sempre calma nello spirito. Ebbe l'impressione che per Caterina mancassero solo pochi minuti e scoppiò a piangere. Caterina fece uno sforzo e accennò con la mano che le voleva parlare. - Maria Teresa, tu dovresti andare al campo a lavorare. Devi pensare al supplemento di cibo per la settimana santa. - Mi cacci via da te, proprio ora? - No, non temere, quando sarà il momento ti manderò a chiamare. Maria Teresa non si mosse. Non riusciva. Guardò verso la porta, sperando che il Padre arrivasse. Fuori della porta c'erano altre indiane che volevano entrare per vedere come muore una santa. Maria Teresa riferi il pensiero di Caterina. "Andassero al lavoro", le avrebbe aspettate. Fece impressione alle donne tanta sicurezza, ma nessuna pensò ad andarsene. D'altronde il padre Cholenec era lì che veniva e il padre avrebbe deciso. Il padre entrò nella capanna e si avvicinò al letto della inferma. Ne ebbe il più largo e riconoscente dei sorrisi. Poi l'assicurazione che non sarebbe morta prima del ritorno di tutte le donne dal lavoro. - Caterina, disse il missionario, desidera che vi provvediate abbondantemente di cibo per i giorni che restano della settimana santa, affinche' possiate attendere alle funzioni in chiesa a tutto vostro agio senza preoccupazioni di sorta. Dice che vi aspetterà tutte. La saluterete ancòra, prima che vada dal Signore. Le donne si mossero e anche Maria Teresa. Caterina la guardò e la assicurò di nuovo che l'avrebbe fatta chiamare. Verso le dieci infatti, quando il padre Chauchetière si disponeva ad amministrare l'Estrema Unzione, Caterina mandò a chiamare Maria Teresa. Questa lavorava sì e no, disattenta e in pena. Alla voce lasciò tutto e corse. Aiutò Caterina a ricevere l'Estrema Unzione poi se la tenne stretta stretta, come se fosse una sua bambina. - Sto per lasciarti, Maria Teresa, sto per morire. Ma ricordati quello che abbiamo fatto assieme da quando ci siamo conosciute. Coraggio, non piangere. Vado dal Signore, sai, dal nostro Rawennio. Ti continuerò ad amare anche dal cielo. Pregherò per te. Ti assisterò. Maria Teresa sentì in sé una pace profonda, ma non poté fare a meno di stringersi ancora più forte Caterina e di far scorrere sulle proprie guance le lacrime. Le occorse tempo per calmarsi e seguire l'amica nella preghiera. Per Caterina era la gioia, l'avvicinarsi dell'incontro tanto desiderato. Gesù l'attendeva, la Vergine l'accarezzava. Non diceva lunghe preghiere. I nomi che pronunciava di continuo, che assaporava con tutta l'anima: Gesù, Maria, dicevano tutto, e l'ansia e il perdono e l'amore. Al pomeriggio i padri Chauchetière e Cholenec erano al suo capezzale per le preghiere della raccomandazione dell'anima. Le donne tornavano dal campo e venivano da Caterina. Ma non erano ancora tutte. Continuavano le preghiere dei sacerdoti, seguivano le invocazioni di Caterina. Si sentì distintamente: Gesù, Gesù, Gesù, poi le labbra di Caterina si tacquero. Il suo volto sembrava di persona che stesse in contemplazione, non di morente.Vennero le ultime donne, si disposero in ginocchio attorno al letto, pregando. Caterina le aveva aspettate. Poi sembrò che si assopisse nel sonno: un sonno calmo, dolce, sereno. Era la morte? Nessuno poteva dire. Si pregava. Il volto di Caterina diventava bello, bello, bello. Quando il padre Cholenec lo vide cacciò un grido di stupore e di meraviglia. Quel volto, butterato dal vaiolo, rovinato dalle austerità, sfigurato dalla malattia, risplendeva come mai era stato, senza nessun segno più del vaiolo che l'aveva deturpato dall'età di quattro anni. Caterina era morta e la sua ascesa al cielo era testimoniata dalla bellezza che la sua anima aveva comunicata al corpo. - Caterina è in cielo! è in cielo!, gridò il padre Choleiìec piangendo anche lui, l'uomo, il missionario, di gioia e di fervore. Era il mercoledì santo, 17 aprile 1680.
Cap. XX
CAMMINO DI GLORIA
Caterina lo sapeva. Andiamo a Sault? - Andiamo! I due pionieri francesi che abitavano alla "Prateria della Maddalena", dove stava prima la Missione di Sault, si mossero presto al mattino del giovedì santo, per assistere alle funzioni della settimana santa. Per istrada parlarono del più e del meno: del clima ancora rigido, dei loro affari con i pellirossi che dovevano essere tornati dalla caccia, degli avvenimenti che li potevano coinvolgere, perché le inquiete tribù degli Irochesi, istigati dagli Inglesi, si preparavano ancora a muovere guerra ai Francesi. Non erano uomini che si lasciavano facilmente prendere dalla paura, ma queste storie di guerre e di incursioni li seccavano molto. - Speriamo che ci lascino in pace almeno quassù. Lassù, negli anni seguenti, si dovette combattere e furono gli Irochesi stessi a muovere contro i fratelli della loro stessa razza, colpevoli di aver abbracciato la fede cristiana. Lo rivelerà Caterina, apparendo al padre Chauchetière. La storia non ci dice se i due Francesi che stavano arrivando a Sault abbiano partecipato alla lotta. E' probabile, perché la guerriglia arrivò anche lassù, ma questo non ha importanza. La loro presenza è ricordata per quello che hanno fatto a Caterina Tega-kuita. Giunti a Sault, fecero due passi per il villaggio in attesa che suonasse per la funzione. Si trovarono così a passare davanti alla capanna di Caterina. La tenda-porta era alzata e la giovane era ben visibile. Si meravigliarono di vedere tanta gente silenziosa intorno a lei. Guardarono e proseguirono il loro cammino. Ma l'uno disse: - Hai notato quella giovane così bella dormire nella capanna? - Sì, ho notato il suo sorriso meraviglioso. - Chi sarà? E quella gente che fa? Si trovava lì, per caso, Maria Teresa. Sentì i commenti dei due Francesi e, istintiva come sempre, entrò in conversazione: - Quella giovane non dorme. E' morta ieri al pomeriggio. - Morta? - Sì, Caterina ci ha lasciati ieri per il cielo. I due si guardarono. - Andiamo a vedere. - Venite, disse Maria Teresa. Entrarono nella capanna. Conoscevano Caterina Tega-kuita per averla vista in chiesa altre volte. Ma rivederla lì, stesa sulla stuoia, ornata di una bellezza mai osservata su volto di fanciulla, né in Francia, né nel Canada, li commosse. Compresero il significato deI miracolo avvenuto su quel volto e si buttarono in ginocchio a pregare la giovane pellirossa. Alzatisi, dissero al missionario: - Padre, non è possibile dare sepoltura a Caterina al modo indiano, avvolta semplicemente in una coperta di pelle di castoro. Vogliamo fare per lei una bara di legno prezioso, il migliore dei dintorni. E si mossero e fecero una bara preziosissima per la "santa". La finirono dopo la funzione del matti-no, mentre nella missione il padre Cholenec cercava di convincere il padre Chauche'tière a far seppellire Caterina in chiesa. - Abbiamo fatto già troppe singolarità per Caterina, disse il superiore, non ritengo sia conveniente fare quest'altra. Il padre Cholenec tacque e lasciò che il Superiore desse l'ordine di scavare la fossa che avrebbe dovuto accogliere i resti della vergine irochese. La fossa fu scavata sulle rive del S. Lorenzo, in un posto che era stato amato da Caterina per le sue preghiere e le sue meditazioni. L'avevo scelto così, disse in seguito il padre Chauchetière, senza dare troppa importanza alla cosa. Dopo qualche anno parlando di Caterina, i miei cristiani mi dissero: - Padre, si ricorda quando stavamo scavando la fossa per il piccolo Luigi? - Ricordo la morte di Luigino; ebbene? - Caterina era con noi a scavare. Parlando della morte e del Paradiso ognuno di noi sceglieva un posto per la sua tomba. Si parlava così per dire. Caterina taceva, forse pregava, non sappiamo. Le domandammo per celia dove sarebbe stata seppellita lei. Caterina non rise e non scherzò. Rispose con aria convinta che lei sarebbe stata sepolta lì, e accennò al luogo vicino alla croce. Padre, esattamente dove lei ordinò. - Caterina lo sapeva. Se non ci fossero stati altri fatti, se non avessi notato il risveglio, che la morte di Caterina Tega-kuita suscitò nella missione, se io stesso non avessi avuto la sua apparizione, avrei pensato a un fatto casuale. Ora sono portato a credere che realmente il Signore abbia svelato a lei il luogo della sepoltura, come le fece conoscere il momento della morte.
L'ho vista. Ho detto l'ho vista e lo confermo, dice il padre Chauéhetière. So che al mondo si crede poco a questi fatti soprannaturali, e visioni ed apparizioni fanno sorridere più d'uno. Ma io ho visto Caterina Tega-kuita circondata di luce e di fulgore che non so descrivére. Non so trovare un esempio nella natura, un paragone che mi possa aiutare a rendere l'immagine del suo volto, lo splendore che avvolgeva la sua persona. Ero in preghiera alle quattro del mattino nella mia chiesa di S. Francesco Saverio. Era lunedì di Pasqua, sei giorni dopo la sua morte. Caterina mi apparve maestosa, gli occhi rivolti al cielo. Fuori dell'alone di gloria che la circondava, aveva a sinistra una chiesa devastata e a destra un pellirossa che al palo di tortura ardeva come una torcia. Ho l'impressione che la visione sia durata molto a lungo: due ore quasi. Ma il tempo non conta. Può essere stata anche di un istante, ma la sensazione che mi ha lasciata è stata di ore. Conta il fatto che i due vaticini si sono avverati. Il primo tre anni dopo, nell'agosto del 1683; il secondo a distanza di altri cinque, nel 1688. Avevamo finalmente deciso di trasportare le spoglie di Caterina in chiesa. La sua tomba eradivenuta luogo di preghiera, meta di pellegrinaggi. Ci sembrava di farle un torto a lasciarla ancora lì, sottoterra. Sollecitavamo continuamente i dovuti permessi, stavamo preparando il luogo nella chiesa. Presago di una disgrazia, mi recavo tutti i giorni alla sua tomba. E anche quella mattina, malgrado che il cielo fosse plumbeo e si annunciava uno di quei spaventosi temporali d'estate, ero stato lì a dire le mie preghiere. Il ciclone si scatenò verso mezzogiorno. La nostra chiesa e la casa furono investite in pieno. Fu sollevato il tetto, spezzato il campanile, svelte le pareti. Casa e chiesa erano un ammasso di travi, di legni accatastati con rabbia. Noi tre missionari, sotto. Quando il ciclone si fu divertito, passò oltre il S. Lorenzo e si disperse. Tornò il sole, vennero gli indiani e noi sentivamo da sotto le macerie il pianto delle donne e la consternazione degli uomini. Cominciarono a chiamare, sentirono le nostre voci. Con pazienza e cautela prendevano ora una trave, ora una tavola, ora l'avanzo di un mobile. Venne fuori la statua della Madonna, caduta da quattro metri di altezza e rimasta intatta. Sentimmo le grida di gioia delle nostre donne, la soddisfazione ammirata dei nostri uomini. Poi anche noi venimmo liberati. - Padre, ci dicevano, pensavamo che foste tutti morti. Il nostro cuore soffriva al pensiero che eravamo rimasti orfani. - La buona Caterina ci ha salvati. Sapevo che sarebbe avvenuto, ma non quando.- Sapeva? Raccontai la prima parte della visione. - Sì, la costruiremo più bella e più grande e Caterina sarà con noi, nella nostra chiesa. La chiesa risorse, opera di un architetto di Montreal. Il permesso di trasportare le spoglie di Caterina ci fu accordato. Dopo la relazione sul ciclone Caterina fu con noi, di casa. La seconda parte della visione, come ho detto, si realizzò cinque anni dopo. Gli Irochesi ruppero la pace con i Francesi e ordinarono a tutti gli uomini abili alla guerra di unirsi alla lotta. I pellirossi di Ganewada rifiutarono. Per vendetta ne furono catturati alcuni durante la caccia invernale e portati a Onnotague per essere torturati e bruciati vivi. Legati ai pali, avvolti nelle fiamme invocavano Caterina Tega-kuita perché desse loro coraggio, fortificasse i loro cuori e li aiutasse a testimoniare la loro fede tra gli orribili tormenti che venivano loro inflitti. Padre Chauchetière asserisce d'aver visto altre due volte Caterina. Nella prima egli chiese di farle un quadro. Il Padre si sentì confuso e assolutamente inadatto a ritrarla. Ma si mise al lavoro e ne uscì qualcosa che non è certo un'opera d'arte, ma che piacque molto agli indiani. Questi supplicarono il Padre di fare per loro immagini più piccole. Il missionario li accontentò e altre ne fece per i bianchi di Montreal che già si univano ai pellirossi nell'invocare il "Giglio degli Irochesi". La fama di santità di Caterina si era sparsarapidamente per tutta la Nuova Francia e grazie emiracoli le venivano attribuiti a Montreal e a Quebec. Chi più ne gioivano erano Anastasia e Maria Teresa. Anastasia fu la prima, dopo il padre Chauchetière a godere dell'apparizione di Caterina. Avvenne otto giorni dopo la sua morte, il mercoledi di Pasqua. Nella capanna si erano dette in comune le preghiere e recitato il rosario. Dopo la giornata di lavoro nei campi stanchi, tutti si erano messi a letto. Anche Anastasia. Non si era ancora addormcntata, quando si sentì chiamare: - Mamma, alzati. Riconobbe subito la voce. Era il suo uccellino dalle ali rosse, Caterina. La vide in un trionfo di luce con una croce nella destra alzata. Anche la croce era luminosa. Sembra-va, anzi, che fosse la croce ad irradiare tutta quella luce attorno a Caterina. - Vedi, mamma, vedi questa croce quanto è bella? L'ho amata tanto nella mia vita e la amo tanto ancora. Mamma, vorrei che tutti l'amassero come me e più di me. Caterina scomparve e Anastasia rimase tutta la notte in preghiera come in una estasi meravigliosa. Aveva visto la sua figlioccia, bella come mai l'avrebbe immaginata. E quanta consolazione nel cuore della vecchia Anastasia. In preghiera le diceva che venisse presto a prenderla, perché ormai non desiderava altro che stare con lei, vicina, vicina. Maria Teresa aveva bisogno di un colpo d'ala. Non era affievolito il suo fervore, ma c'era qualcosa da modificare nella sua vita, perché fosse perfetta. Maria Teresa si trovava sola nella sua capanna, seduta sulla stuoia. Ad un tratto le apparve Caterina. Con molta familiarità le si sedette accanto e cominciò a parlare. Maria Teresa non sapeva cosa fare. Avrebbe voluto abbracciare l'amica, buttarsi in ginocchio davanti a lei, prenderle almeno la mano. Ma Caterina parlava e sorrideva. Maria Teresa non volle svelare l'argomento della conversazione. Supplicò Caterina di aiutarla. E n'ebbe risposta affermativa con un sorriso che non le si cancellò mai dalla mente e dal cuore. Caterina ormai, e lei sola, era il suo ideale. Il suo sforzo di raggiungerla era tale che a Ganewada presero a chiamarla Caterina, invece di Teresa. A lei dispiaceva e tutte le volte si riempiva di confusione. Diceva all'amica del cielo: - Vedi cosa hai fatto? Vogliono te, ti vogliono per forza. Io Caterina? Io non sono che la Maria Teresa peccatrice. Però, sentiva e vedeva la sua Caterina sorriderle. Ed era felice. E conservò la sua vedovanza sacra a Dio. Divenne la presidente del gruppo più fervoroso delle pellirosse: le “Sorelle di Caterina”.
Sempre viva. Il gruppo esercitò un'influenza grandissima nella vita del villaggio cristiano dì Ganewada. Ad imitazione di Teresa altre vedove non vollero più risposarsi. Ma Maria Teresa Alabianca non era che la reliquia vivente di Caterina. Era lo spirito della nostra Caterina che aleggiava sul villaggio. Ormai non si parlava più che di Caterina la santa, di Caterina modello, di Caterina da imitare. E si svolgeva attorno alla sua tomba un pellegrinaggio incessante che i vestinere stessi alimentavano, recandovisi, sia pure da soli. Ma i vestinere che in cuorloro invocavano il "Tesoro dei Mohawks", si guardavano bene di incoraggiare qualunque forma di divozione. Sentivano parlare di grazie ricevute, di fatti straordinari attribuiti a Caterina, e si domandavano se tutta quella venerazione non si sarebbe affievolita col tempo. Se Dio realmente voleva mettere sul calendario la loro "santa", avrebbe pensato lui. Padre Cholenee era il più perplesso. E fu proprio il padre Cholenec che ad un anno di distanza dalla morte di Caterina fu chiamato al capezzale di Claudio Caron alla Prateria della Maddalena. Per istrada il Padre si fermò alla tomba di Caterina. La pregò di dire una parola su i suoi dubbi, di illuminarlo. Le disse confidenzialmente: - Caterina, tu mi devi obbedire come sempre l'hai fatto, quando eri in vita. Giunse dal malato. Riuscì a stento a capire la sua confessione. Il Caron aveva i polmoni distrutti, la morte vicina. - Ti metterò sotto la protezione di Caterina, disse il sacerdote. Il malato fece cenno di sì; ma mentre gli assistenti gli cambiavano le lenzuola, scivolò pesantemente a terra. Un grido di costernazione si levò dai petti dei presenti. Rimasero inebetiti come se si fosse già verificata la tragedia. Il missionario li scosse tutti e ordinò che il moribondo fosse posto di nuovo a letto. La signora Caron in preda al dolore più acuto stava per chinarsi sul marito morto e piangerlo come piange una moglie affettuosa, quando si avvide che il suo Claudio si era semplicemente addormentato, con un respiro calmo, riposante. - E' la prima volta che dorme così dopo settimane, disse rivolta al missionario... - Padre, è la quiete che annuncia la fine? Il missionario si tacque. Pose il crocifisso di Caterina tra le mani del moribondo e attese pregando. Il sonno non durò molto. Il Caron aprì gli occhi e sorrise. - Mi sento meglio. Anzi sto bene. Credo di potermi alzare. Mi è stato tolto il macigno che mi opprimeva e mi schiacciava. Si alzò davvero, perfettamente guarito. Il missionario aveva voglia di piangere, salutò tutti e partì. Si fermò di nuovo alla tomba di Caterina, la ringraziò della risposta e a casa tracciò le prime righe della biografia della sua figlia spirituale. Non aveva ancora finito la prima stesura che si verificò il secondo miracolo. Questa volta nel villaggio stesso di Ganewada. Malata grave era la, moglie di Polvere Infiammabile, il capo che aiutò Caterina alla fuga. Maria Teresa le mise addosso la coperta usata da Caterina. Poi, giacché era suonato per la santa messa, lei e le altre donne andarono in chiesa. Sola, dopo una mezz'ora, la malata avvertì la coperta, si raccomandò a Caterina e fu guarita all'istante. Finita la messa uomini e donne trovarono la malata in piedi, sana come non lo era mai stata. I miracoli in seguito si moltiplicarono. Le guarigioni furono tante, dice il padre Cholenec nel 1696, che non passava settimana senza che se ne avesse notizia. Si finì per annotare le più importanti: quella del padre Bruyas, ad esempio, che abbiamo già incontrato nel corso della nostra storia, del capitano Daniele Du Luth, della signorina DeMartigny, della signora De Tonty, alla presenza del Vicario Generale di Montreal e del Superiore dei Sulpiziani. Il rev. don Pietro Remy, parroco a Lachine nell'isola di Montreal sulla riva sinistra del S. Lorenzo, scrive al padre Cholenec il 12 marzo 1696: «So che sta scrivendo la biografia della sua figlia spirituale: Caterina Tega-kuita. E' mio dovere portare a sua conoscenza quanto è avvenuto in questi anni a me personalmente e ai miei parrocchiani. Nei riguardi di Caterina io sono stato un autentico san Tommaso, l'incredulo. Mi parlavano di miracoli e non volevo crederci. I miei parrocchiani mi chiesero di andare con loro in pellegrinaggio alla tomba di Caterina. Mi rifiutai. Non volevo avvallare con la mia presenza una forma di culto che mi ripugnava. Qualcuno mi disse: - Padre, stia attento, sarà punito. Non risposi. Ma mi venne addosso un male improvviso, pericolosissimo, che mi costrinse ad allettarmi. Compresi la causa dell'attacco e feci voto di unirmi ai miei parrocchiani come i miei predecessori, se guarivo. Non ebbi tempo di finire. Stavo di nuovo bene. Io posso, attestare, Padre, che in questi sei anni, dal 1690 al 1696, nella mia parrocchia si sono verificati almeno un centinaio di veri miracoli». Don Remy continua la sua lunga relazione. Noi non possiamo riportare tutti i miracoli che si sono verificati nel corso di quasi trecento anni, dacché Caterina entrò in cielo. La sua memoria, sempre viva nel Nord America e nel Canada, ha attraversato l'Oceano e, passata in Europa, è giunta fino a Roma. Già nel 1884 gli arcivescovi e Vescovi degli Stati Uniti chiesero a Leone XIII l'autorizzazione ad aprire il processo di canonizzazione della serva di Dio. Fu il prinio passo, ufliciale. Occorsero anni, studio, ricerche. Pio XI nel 1930, istituì presso la Sacra Congregazione dei Riti la sezione storica incaricata di vagliare diligentemente grazie e miracoli attribuiti all'intercessione di Caterina Tegakuita. Lo stesso Pio XI nella sua allocuzione radiofonica ai fedeli riuniti a Quebec per il Congresso Eucaristico invocò sull'Anicrica del Nord e sul Canada la protezione di Caterina Tega-kuita (1938). Il decreto sulla eroicità delle sue virtù fu firmato nel 1943, il 3 gennaio. Il cammino della gloria procede. Forse troppo lento per i devoti della vergine irochese, ma sicuro. Dio si è riservato il giorno. Dio ha una sapienza sua che non sempre la nostra austerità riesce a cogliere. Ma il giorno di Dio verrà vicino o lontano, non sappianio. Ci auguriamo prossimo e che porti con sé, radioso, l'abbraccio di tutte le razze tra loro con Dio.
Cronologia di Caterina
1656
Nasce ad Ossernenon, oggi Auriesville, N. Y. Il padre è un capo indiano del clan della Tartaruga. La mamma è una cristiana algonchina, fatta prigioniera in una spedizione contro la tribù rivale.1660 Un'epidemia di vaiolo fa morire il padre, la madre e il fratellino. E' adottata dallo zio paterno Onsigongo.
1662 E' abbandonato Ossernenon. Il villaggio si sposta più ad occidente e prende il nome di Ganewada.
1666 Il governatore del Canada De Tracy distrugge il villaggio di Caterina.
1667 Il villaggio è ricostruito più a Nord sulla riva sinistra del fiume Mohawk a un chilometro circa dell'attuale Fonda, N. Y. Conserva lo stesso nome Ganewada.
1669 Il missionario gesuita P. Boniface arriva a Ganewada. Si apre la cappella di S. Pietro.
1675 P. Boniface è sostituito da P. Giacomo De Lamberville.
1676 Caterina riceve il santo battesimo nella cappella di S. Pietro il 18 aprile, domenica di Pasqua.
1677 Caterina, perseguitata a Ganewada, fugge al villaggio cristiano dei pellirossi sulle rive del S. Lorenzo.
1677 A Natale, Caterina riceve la Prima Comunione.
1679 Il 25 marzo fa voto di perpetua verginità, sotto la guida del direttore spirituale P. Cholenec, gesuita.
1680 Caterina muore nel villaggio cristiano della Prateria della Maddalena, Missione di S. Francesco Saverio, il 17 aprile, mercoledì santo.
1884 Gli arcivescovi e vescovi del Concilio plenario di Baltimora domandano alla Santa Sede di istituire il processo di beatificazione di Caterina.
1931 Il processo informativo per la causa di Caterina è chiuso ad Albany, capitale dello Stato di Nuova York.
1938 La sezione storica della Congregazione dei Riti di Roma dichiara che i documenti sono completi, genuini e veritieri. La stessa Congregazione dà un parere favorevole sulla fama di santità di Caterina.
1939 20 maggio. Pio XII firma l'introduzione della causa di beatificazione di Caterina.
1943 3 gennaio. Pio XII dichiara eroiche le virtù della serva di Dio Caterina Tekakwitha.
1980 22 giugno: Beatificata da Papa Giovanni Paolo II.