BEATA
EUSTOCHIO VITA DELLA VERGINE
PADOVANA (1444-1469)
Beata
Eustochio (B. Lucrezia Bellini) Monaca Benedettina - Padova 1444-1469
Con
l'autorevolissima consulenza di C. Gasparotto, P. Sambin, C. Bellinati e L.
Maschietto, nel 1965 un gruppo di alunni del «Tito Livio» di Padova (Giuliana
Anselmii, Pier Franco Beatrite, Francesco Iori, Isabella Mazzucco, Anna
Pagnotta, Mariarosa Salmazzo, Roberta Spagna) compi un'importante ricerca
riguardante la padovana Beata Eustochio. Il lavoro venne poi affidato alle
Suore Dorotee. Sia pure a distanza di anni, riteniamo che il lavoro meriti la
pubblicazione.
PREGHIERA
ALLA BEATA EUSTOCHIO
O
potente nostra avvocata Beata Eustochio, tu fosti suscitata fra noi da Dio, per
essere un luminoso modello di virtù, soprattutto di straordinaria pazienza.
La
tua vita, segnata dalla Croce, ne è prova evidente. Prega ora per noi.
Ottienici, ti preghiamo, la grazia di camminare sulla scia dei tuoi esempi e
di considerare le tribolazioni e le sofferenze di questa vita, come un dono
che ci viene dalla mano paterna di Dio, per il nostro vero bene.
Fa'
che abbracciamo, a tua imitazione, con pace e fiducia, le sofferenze della
nostra vita, certi di essere un giorno premiati dal Dio della pazienza e della
consolazione.
Sia
Egli stesso l'abbondante ricompensa, per quanti si sottomettono volentieri alle
sue amabilissime disposizioni. Così sia. Padre - Ave -
Gloria
(Imprimatur
Padova, 29-3-2000, Mons. Dr. Mario Morellato. Vic. Gen.)
Nel
1405, a Padova, cadde la Signoria dei Carraresi, e ad essa, per la spontanea
dedizione del popolo padovano, subentrò la dominazione veneziana. Questa si
dimostrò subito intelligente e feconda dopo i due secoli di tirannide dei Da
Romano e dei Da Carrara, sia per quel che riguarda l'organizzazione politica e
amministrativa sia per l'incremento economico e culturale.
Il
territorio padovano fu suddiviso in sette podesterie e sei vicarie. Il governo
di Padova fu così organizzato: ogni sedici mesi il Senato Veneziano vi
mandava due senatori a sostenervi, uno la carica di podestà con potere
giudiziario, l'altro la carica di capitano con poteri militari. Inoltre venivano
inviati due nobili come camerlenghi con il compito di amministrare il denaro
pubblico, dipendenti dal podestà, e altri due nobili in qualità di
castellani a capo del presidio militare e dipendenti dal capitano. Un
Consiglio Maggiore rappresentava il governo civico di Padova che eleggeva le
magistrature subalterne e i sei vicari. Esso aveva i suoi Statuti, una specie
di codici legislativi, che nel 1420 furono migliorati dal Senato Veneziano ed
assunsero il nome di «Codice riformato».
Quello
che però c'interessa più da vicino è la situazione religiosa della Padova
quattrocentesca. Innanzi tutto il dominio veneziano portò una novità anche
nel campo dell'amministrazione ecclesiastica di Padova: infatti i Vescovi di
questa città che erano sempre stati eletti direttamente dal Pontefice Romano,
da allora vennero eletti dal Senato della Repubblica e scelti quasi sempre fra i
patrizi delle più cospicue famiglie veneziane.
È
opportuno ricordare che i Patriarchi di Venezia non s'intitolarono mai alla
maniera delle altre chiese «Per la grazia di Dio e della Sede Apostolica»,
ma sempre «Per la divina clemenza» ovvero « Miseratione divina»: il che
sta ad indicare quel continuo atteggiamento d'insofferenza, caratteristica
della Repubblica di Venezia, verso qualsiasi forma d'imposizione esterna.
Nel
1469 a Padova fu istituito il primo Monte di Pietà per opera del frate Michele
di Milano, esimio predicatore, con il benefico scopo di evitare ai poveri i
prestiti ad usura dei ricchi commercianti ebrei. Inoltre, sotto il dominio
veneziano, nel XV sec., la città fu abbellita di notevoli costruzioni sacre
come la chiesa di S. Francesco del 1420; la cupola centrale della Basilica di S.
Antonio del 1424; la chiesa di S. Giovanni di Verdara del 1450, e di utili
costruzioni profane come l'ospedale civico del 1420 e il palazzo del Capitano
del 1428.
Poche
città avevano, come Padova, un numero così grande di chiese, parrocchie,
conventi, monasteri, confraternite. Si pensi che su una popolazione che
ancora non raggiungeva i 30.000 abítanti, v'erano oltre 20 conventi di frati
e quasi 30 di monache, senza contare le altre chiese minori e le parrocchie che
complessivamente superavano la trentina.
Nonostante
questo cospicuo numero di chiese che avrebbe fatto bene sperare per la vita
religiosa della città, grande era la corruzione negli ambienti
ecclesiastici, come del resto in gran parte d'Europa, tant'è che da ogni dove
si levavano voci di protesta che chiedevano una pronta ed efficace riforma dei
costumi.
Non
si dimentichi che siamo al tempo dei grandi Concilii di Costanza e di Basilea,
dove già si comincia a parlare, non più sporadicamente, di riforma, e che
d'altra parte, nel XV sec., si conclude il secondo grande ciclo della storia
della Chiesa in una profonda crisi morale, religiosa, teologica che prelude
alla crisi d'unità e d'autorità del '500. A Padova, in particolare, la
rilassatezza dei costumi trovò un momento favorevole nei mesi della vacanza
della Sede Vescovile, dopo la morte di Fantino Dandolo nel 1459, e della
controversia che ne seguì tra il Papa Pio II Piccolomini e il Senato Veneziano
per l'elezione del successore, che fu poi, di comune accordo, eletto nella
persona di Iacopo II Zeno, uomo letterato e di illibati costumi. Egli, come
vedremo, attuò nella sua diocesi una riforma dei costumi con polso fermo e
deciso. È in questa cornice storica che si svolge la vita della Beata Eustachio
cui è dedicata questa ricerca.
Ad
occidente di Padova, presso le ultime mura, sorgeva nel XV secolo il monastero
di S. Prosdocimo dell'ordine benedettino, dove la disciplina era molto
rilassata. Non esistendo ancora il salutare freno della clausura, istituita dal
Concilio di Trento, potevano entrarvi giorno e notte laici e secolari. Le
educande e soprattutto le monache avevano un comportamento tutt'altro che
religioso; tra queste ultime la vecchia Maiorina, che in gioventù aveva amato
indulgere ai piaceri, ora era divenuta maestra di malcostume alle altre. Il
Barozzi, uno dei biografi della Beata, senza molti eufemismi definiva quel
monastero un «Lupanar». Maiorina, dunque, nel 1442 si recò sulla collina di
Gemola, a tre miglia da Este (Padova), dove sorgeva la chiesa di S. Giovanni,
con annesso monastero delle Vergini Benedettine che era stato edificato nel
1221 sotto il patrocinio della Beata Beatrice, figlia di Azzone VIII, marchese
d'Este, e di Leonora, figlia di Tommaso III, conte di Savoia. Maiorina indusse
una di queste monache, Maddalena Cavalcabò, a seguirla nel monastero di S.
Prosdocimo, col pretesto di farle cambiare aria, mentre in cuor suo già
l'aveva destinata al peccato.
A
Padova, nell'orto del monastero di S. Prosdocimo, c'era in quel tempo la casa
di un certo Bartolomeo Bellini, un giovane già ammogliato, tanto affascinante
quanto corrotto. Per macchinazione di Maiorina, Maddalena incontrò costui nel
chiostro: dapprima stupita, poi compiacente, la giovane monaca cedette alle sue
lusinghe. Quando la sciagurata Maddalena si accorse che stava per diventare
madre, terrorizzata e smarrita, per consiglio di Maiorina si finse malata onde
evitare uno scandalo nel monastero di Gemola e rimase a S. Prosdocimo finché
diede alla luce una bambina. Poi tornò a Gemola dove, pentita, cercò di redimersi
e morì in grazia di Dio.
Così
nel 1444, mentre era Vescovo di Padova Pietro VII Donato e podestà Ser Luca
Tron l'Avogador de Comun, nacque Lucrezia Bellini, così battezzata per
volere del padre che l'affidò ad una nutrice fino all'età di quattro anni.
Poi la prese con sé, ma la matrigna la odiava, in quanto vedeva in lei la prova
del peccato del marito. Il padre, istigato dalla moglie, finì anch'egli per
maltrattarla tanto da bastonarla in pubblico.
Fin
da piccina Lucrezia fu molto devota a S. Gerolamo e alla Vergine. Quando aveva
quattro anni, si cominciò a supporre che fosse posseduta dal demonio; ma non
era indemoniata, bensì ossessa; conservava cioè sempre lucida la mente. Spesso
si mostrava sgarbata ed arrogante verso i familiari; ma ciò non era frutto
della sua volontà, bensì delle vessazioni del demonio; comunque anche in
quei momenti la sua mente si manteneva sempre raccolta in Dio.
Fu
sottoposta agli esorcismi rituali e sembrò che il demonio se ne fosse andato.
Pur non avendo crisi violente continuò ad essere intollerante col padre e con
la matrigna e per questo veniva spesso picchiata.
Il
padre, quando la bambina aveva sette anni, si mise in mente che ella lo volesse
avvelenare e per prevenirla pensò di ucciderla lui. Secondo il parere di alcuni
biografi (Cordara, Salìo, Barozzi, Salicario) era il demonio ad ispirargli tali
pensieri. Ma poi, non volendo che ella morisse, il demonio gli suggerì di
affidarla alle monache dello stesso monastero dov'era nata, affinché in mezzo
a tanta corruzione anch'ella si perdesse.
Nel
1451, mentre era Vescovo di Padova Fantino Dandolo (1448-1459) e podestà Ser
Mattio Vitturi l'Avogador de Comun, il padre affidò la bambina alle monache di
S. Prosdocimo, non tanto perché le venisse data un'educazione religiosa, che
certo in quel monastero non si impartiva, ma solo perché imparasse i soliti
lavori femminili, avendo intenzione di farla fidanzare e poi sposare.
Tra
le educande ella era la più giovane e l'unica che conducesse una vita
illibata nella generale corruzione. In quell'anno la comunità si componeva di
sette monache più la Badessa: le monache conducevano una vita oltremodo fatua,
uscendo di frequente dal monastero, mischiandosi ai secolari e ricevendone nei
chiostri; tutto ciò a grave danno del loro buon nome e con disonore del loro
istituto. Ma la perfidia di quelle monache arrivò al punto, tra gli altri
delitti, di accelerare col veleno la morte della Badessa, una donna di sani costumi,
che proibiva loro di uscire dal monastero e di conversare, cercando di
ricondurle ad una vita più religiosa e suscitando così il loro risentimento.
Alla
morte della Badessa, il Vescovo di Padova Iacopo II Zeno (1460-1481) proibì
loro di eleggerne una nuova secondo il costume dell'epoca: infatti esse
avrebbero certamente eletto una di loro e la vita del monastero sarebbe
continuata in quella maniera disgustosa, mentre il Vescovo voleva por fine a
quello scandalo.
Monache
ed educande, temendo una riforma, fuggirono presso parenti ed amici; nel
monastero rimase soltanto Lucrezia. Fu aperto un processo nel 1460 col Vicario
Pavini e Marco Negri, Vescovo di Cataro, e si trovò più di quanto si pensasse.
Negli atti del processo si legge anche l'esame di Lucrezia, da cui risulta che
certamente fu il braccio divino a sottrarla al cattivo esempio delle educatrici.
Il
Vescovo allora pensò di fondare una nuova comunità a S. Prosdocimo e trasse
dal monastero della Misericordia Giustina de Lazara, nobile padovana e pia
monaca, ed altre suore con educande di migliori costumi, per trasferirle a S.
Prosdocimo, creando Badessa la de Lazara.
Lucrezia
chiese allora di vestire l'abito monacale; le altre monache però non la
vedevano di buon occhio, essendo a conoscenza delle sue origini e credendo che
anche lei fosse corrotta come le religiose che vivevano prima nel monastero. Il
Vescovo tuttavia accettò la richiesta di Lucrezia e così il 15 gennaio 1461,
dal confessore del monastero Niccolò ella fu accolta nella comunità col nome
di Eustochio, in ricordo della dama romana discepola di San Girolamo. Circa
l'etimologia del nome troviamo nel Salìo: «Eustochio che per alcuni così
latinamente come volgarmente, non senza errore, Eustochia s'appella, è nome
greco diminutivo, perciò neutro, che suonerebbe come Eustochietta», da
EYCTOXAZOMAI, che significa «miro bene, faccio centro, sono buon indovino».
Durante
le cerimonie, il sacerdote, dopo aver comunicato un'altra conversa, Paola, si
accinse a comunicare anche Eustochio: in quel momento la Sacra Ostia cadde a
terra e le monache, già prevenute, cominciarono a fare mille supposizioni sull'insignificante
episodio.
Da
quando Eustochio aveva quattro anni fino al 30 agosto 1461, cioè ad un mese
dalla festa di S. Girolamo, il demonio non si era più manifestato in maniera
visibile. Per alcuni biografi invece esso rimase nascosto solo per otto mesi e
dodici giorni, cioè dalla data in cui fu accettata nella comunità fino alla
fine di agosto del 1461. In questo periodo ella cominciò a moltiplicare le piccole
mancanze che commetteva di solito ed appariva molto agitata; il confessore del
monastero, Gerolamo Salicario, che la confortava sempre, pensò bene di
svelare alla Badessa e alle altre monache che Eustochio era posseduta dal
demonio. Tra le monache la cosa suscitò una specie di ribellione, e nessuna le
rivolgeva più la parola. Il primo ottobre 1461 (il giorno seguente la festa di
S. Girolamo), nel chiostro accadde un incidente: Eustochio, spinta dal
demonio, minacciava con un coltello le altre monache; il Salicario, accorso, costrinse,
con degli esorcismi, lo spirito a parlare, e questo disse, per bocca di
Eustochio, di essere stato inchiodato a un banco da S. Girolamo, protettore
della monaca. Effettivamente, sembrava che ella non potesse muoversi di li e
poiché continuava ad agitarsi pericolosamente, la legarono ad una colonna per
qualche giorno. Poi si calmò; ma naturalmente era troppo peggiorata
l'opinione che di lei avevano le compagne. Di lì a poco la Badessa s'ammalò
e i medici non riuscivano a capire la natura del male, mentre essa continuava a
peggiorare.
Inoltre
si trovarono nel monastero strane «cose superstíziose», come le definisce
il Cordara, e si pensò che fossero oggetti magici usati da Eustochio per
avvelenare la Badessa seguendo gli insegnamenti delle sciagurate monache di
prima.
Per
mandato episcopale, in seguito a questi fatti, Eustochio venne incarcerata come
fattucchiera, in attesa di essere processata e messa a morte.
Con
lei venne imprigionata anche Paola, un'altra conversa, sospettata della stessa
colpa solo perché era stata vista rivolgerle la parola. Paola fu poi liberata,
mentre Eustochio rimase nel carcere. Le passavano soltanto pane e acqua ed ogni
tre giorni veniva lasciata completamente a digiuno: i suoi carcerieri pensavano
così di indurla a confessare. Intanto il popolo, tanto facile a lasciarsi
influenzare dall'opinione di pochi, tumultuava fuori del monastero volendo
bruciarla viva senza processo.
Ella
passava tutto il suo tempo pregando per resistere alle tentazioni del demonio
che le prometteva di rompere i catenacci e aprire le porte della prigione se
avesse negato Cristo. Erano state scelte appositamente come sue carceriere due
monache che l'avevano particolarmente in odio. A queste un giorno ella chiese
il Breviario come conforto, ma le fu rifiutato. Intanto il demonio continuava
a tormentarla: mentre pregava la pungeva un vespone dal quale poteva schermirsi
soltanto recitando «sub tuum praesidium» e inoltre si sentivano nella cella
rumori insoliti che la distraevano dalla meditazione.
Il
Salicario, convinto della sua innocenza, cercava di intercedere per lei presso
la Badessa e gli fu infine permesso di avere un abboccamento con Eustochio. Alle
domande del Confessore, però, la monaca affermò davanti a tutti di essere lei
la colpevole del veneficio; ciò convinse tutti tranne il Salicario il quale,
supponendo che ella fosse stata costretta dal demonio a dire simili cose, volle
tornare il giorno seguente a interrogarla: questa volta Eustochio negò.
Un
giorno fu scoperta mentre faceva cenni a una monaca dalla finestrella della
prigione: volendo che ella restasse in completa solitudine si ordinò che
fosse chiuso anche quell'unico spiraglio. Il Salicario sperando ormai soltanto
nell'aiuto divino per far liberare Eustochio, implorò le preghiere delle
monache del monastero di S. Gerolamo, divenuto poi di S. Teresa. La difficoltà
maggiore stava nel riuscire a convincere dell'innocenza di Eustochio le alte
personalità patavine: tutta la città infatti si interessava della questione, e
per la monaca il sapersi ritenuta capace da tutti di aver avvelenato la sua
Superiora era molto demoralizzante.
Dopo
tre mesi di prigionia un Angelo apparve alla Badessa ordinandole di liberare
Eustochio senza processo, mandandola via dal monastero; esso altri non era che
il demonio, il quale sperava così finalmente che Eustochio, su ingiunzione
della Superiora stessa, sarebbe caduta nella tentazione di abbandonare il
monastero per ritornare nel mondo. La Badessa allora chiamò il suo fratello
maggiore Francesco de Lazara, affinché facesse da intermediario.
Egli,
recatosi da Eustochio, le promise uno sposo ed una buona dote qualora avesse
abbandonato il monastero: infatti ella non aveva ancora pronunciato i voti e
quindi poteva ancora liberamente uscire dalla comunità. Le ricordò inoltre
che suo padre l'amava e poteva darle un'ottima sistemazione. Non riuscendo a
convincerla, il de Lazara le propose almeno di cambiare monastero dato che qui
non era ben vista dalle compagne; ma ella rifiutò decisamente e di fronte a
tanta fermezza di proposito anche il de Lazara si convinse della sua innocenza
e cercò insieme al Confessore di persuadere la sorella e le altre monache a
scarcerarla. Queste adducevano come pretesto per non liberarla il fatto che
essendo stata incarcerata per mandato episcopale, anche per liberarla era necessario
un ordine del Vescovo; ma poiché questi era da tre mesi in una villa fuori città,
per evitare il contagio della peste che v'infuriava, ciò non era possibile.
Tuttavia
il Salicario garantì per lei ed Eustochio fu egualmente liberata.
Fu
rinchiusa però in infermeria, una prigione più luminosa e vicina alle celle
delle malate.
Un
giorno il demonio, che quando parlava per sua bocca diceva di chiamarsi Mamon,
toltale la benda e lo scapolare, cercò di strozzarla: le monache, richiamate
dal chiasso che si sentiva nella infermeria e non ricevendo risposta alle loro
invocazioni, sfondata la porta, la trovarono a terra svenuta e subito si
prodigarono per rianimarla. In seguito una conversa di nome Dalmatina si ammalò
di peste, o almeno così si credette sulle prime; venne affidata ad Eustochio
nella speranza che anch'ella venisse contagiata.
Eustochio
spesso sveniva quando serviva Dalmatina che naturalmente si spaventava; allora
un'altra conversa di nome Eufrasia le offrì amicizia sino alla morte: quando
la vedeva agitata, le gettava addosso la stola per cacciare il demonio e l'aiutava
nella sua opera di assistenza. Dalmatina, intanto, poco a poco guarì e allora
si comprese che non era stata malata di peste.
Così
Eustochio fu finalmente messa in libertà ma con numerose proibizioni: non
poteva recarsi nel coro nè in chiesa per i sacri offici; non poteva andare in
parlatorio nè conversare con alcuno, nemmeno con i suoi parenti. Le altre
monache aveva no l'ordine di schivarla, pena la «scomunica», vocabolo che
però in questo caso indica soltanto l'espulsione dalla comunità di S.
Prosdocimo. Inoltre si diceva che Eustochio fingesse di essere tormentata
dal demonio per suscitare pietà.
Ella
ricambiava quest'odio con altrettanto amore e recitava spesso le preghiere
della solennità di S. Stefano, in cui appunto è invocato l'aiuto del Santo per
poter amare i propri nemici.
Per
quattro anni consecutivi il demonio continuò a tormentarla con incredibile
crudeltà e nei modi più impensati: la batteva con un flagello di funicelle
armato di punte di rame molto aguzze, la sfregiava e le incideva profondamente
le carni con un coltello, specialmente al collo, sì che grondava sangue; la
trascinava per terra, la gettava violentemente al suolo, la bastonava, la legava
con funi così strettamente da toglierle ogni possibilità di movimento. Il
demonio non le concedeva requie: le incideva le vene, la stringeva con un irsuto
cilicio, le comprimeva la testa, gliela immergeva nell'acqua gelida, la
costringeva a bere grandi recipienti colmi d'acqua mista a calcina e vernice.
Una volta le fece persino mangiare una spugna fritta con olio puzzolentissimo,
cosa che, secondo il parere dei medici, sarebbe bastata da sola ad avvelenare
una persona. E non è tutto: spesso la povera Eustochio si sentiva come bruciare
tra le fiamme di un rogo; altre volte le sembrava che tante lame di rasoio le
straziassero le carni.
Un
giorno il demonio la portò addirittura su di un'altissima trave e, tra lo
sgomento generale, minacciava di gettarla a terra se non avesse rinnegato
Cristo, quando sopraggiunse il Salicario e la salvò scacciando il demone con
gli esorcismi di rito. Un'altra volta la trascinò e la rinchiuse nella sala del
Capitolo dove, pronunciando orribili bestemmie, la ferì a sangue; per
quest'ennesima vessazione, però, il demonio fu punito da S. Gerolamo e da
S. Luca, dai quali diceva di essere battuto e trattenuto. In seguito infisse ad
Eustochio un coltello nel petto minacciando di colpirla al cuore, ma ella,
incrollabile nella sua fede, gli rispose di inciderle sul petto dalla parte del
cuore il nome IESU, ed effettivamente quando dopo la sua morte le sorelle la
spogliarono per lavarla, trovarono questa parola incisa sul suo corpo.
Le
monache, vedendola tanto soffrire, cominciarono finalmente ad averne
compassione e la portarono nella Basilica di S. Giustina a visitare la tomba
di S. Luca, protettore degli indemoniati: da questa visita ella trasse molto
beneficio e il demone sciolse la corda che la cingeva strettamente ai fianchi
e da allora non gliela rimise più.
Eustochio
si confessava spesso e ogni sette giorni si comunicava.
Finalmente,
all'inizio del 1465 fu ammessa al coro e il 25 marzo alla professione; già
quattro mesi prima, il giorno di S. Martino (11 novembre 1464) si era votata a Dío
alla presenza del confessore, in ginocchio davanti alla Badessa e alle altre
religiose, a porte chiuse. Il Salio afferma che ai suoi tempi si conservava
ancora il manoscritto della patente che ella teneva in mano quando professò i
voti. Essendo molto debole per le vessazioni del demonio e per le penitenze
che s'imponeva, non poté nemmeno alzarsi dal letto per andare in Chiesa a
ricevere il velo nero. Pertanto il 14 settembre 1467, festa dell'Esaltazione
della S. Croce lo ricevette, invece che dal Vescovo, dal confessore che glielo
portò a letto. Sei giorni dopo, rimessasi in forze, tanto che alle sorelle
parve un miracolo, il giorno di S. Matteo (21 settembre) poté recarsi in Chiesa
a ricevere ufficialmente il velo; ma senza pompe, da un semplice sacerdote,
perché nella sua umiltà non volle scomodare il Vescovo.
Eustochio
conduceva sempre una vita esemplare, rinunciava ai più piccoli piaceri come a
ricamare, attività in cui era bravissima e ad andare in parlatorio. Stava
sempre sola meditando sui libri spirituali ed aveva frequenti, edificanti
colloqui col confessore intorno ai problemi dell'anima. Leggeva spesso la S.
Scrittura, soprattutto le Epistole di S. Paolo, le Confessioni di S. Agostino,
le lettere di S. Gerolamo e di S. Bernardo e i dialoghi di S. Gregorio.
Giudicando di non dover possedere nulla per sè diede alla Badessa la chiave
della cassettina dove teneva le sue povere cose e quasi tutte le altre monache
seguirono il suo mirabile esempio.
Nel
coro scelse il posto più nascosto perché i suoi occhi non si posassero sui
fedeli o sul celebrante. Serviva e obbediva a tutte le monache, pregava per
loro e per i suoi genitori, e con le sue preghiere riuscì a fare in modo che
suo padre morisse piamente.
In
tutte le vessazioni non si lamentava mai, anzi sorrideva sempre e ringraziava il
Signore. Per dimostrare quanto ella fosse virtuosa, i suoi biografi riportano
un episodio significativo: le nozze di Caterína Cornaro con Giacomo re di Cipro
avvennero con tanto sfarzo che se ne parlava ovunque in città e anche nel
monastero; ma Eustochio a questo proposito ebbe a dire che non avrebbe cambiato
i suoi tormenti con tutte quelle gioie e quei piaceri. Intendeva così dire che
preferiva soffrire nel corpo in questa vita per Cristo, piuttosto che avere
gioie momentanee e passeggere.
La
sua grande fede era animata dalla profonda convinzione che la vita terrena è
soltanto una prova cui Dio sottopone ciascun uomo in vista del premio o del
castigo eterno. Appunto per questo riteneva di essere particolarmente fortunata
per quelle terribili vessazione che mettevano a dura prova la sua costanza in
Cristo e che certamente avrebbero portato altri a rinnegarlo.
Non
paga di quei tormenti che le procurava il demonio, s'imponeva altre penitenze da
sè: ad esempio mangiava pochissimo, una sola volta al giorno, verso sera, e lo
faceva quasi con schifo, perché le sembrava di cedere ai sensi nel gustare il
cibo.
Non
volle mai nutrirsi di carne, nemmeno quando era ammalata e debolissima. Inoltre
digiunava molto spesso anche per due o tre giorni di seguito. Era tanto schiva
di ogni vanità che si contentava di possedere una sola veste. Pur soffrendo
d'insonnia si alzava sempre la mattina presto per recarsi in Chiesa ad
ascoltare la S. Messa. Sempre per non indulgere alla benché minima gioia dei
sensi, non si concedeva mai la vista di un oggetto curioso, né una vivanda
gustosa o una amena passeggiata. Pur essendo tanto debole da doversi reggere
col bastone a soli ventitré anni, continuava a digiunare due giorni la
settimana. A causa di queste privazioni la sua bellezza era completamente
sfiorita, il suo fisico debilitato, ma la sua mente restava sempre ferma in
Cristo.
Non
si limitava però alle sole mortificazioni corporali, ma pregava anche molto. La
sua devozione si rivolgeva in particolare alla Vergine Maria. Fin dai tempi
in cui era stata incarcerata soleva recitare ogni giorno una corona di Salmi
le cui iniziali componevano il nome di «MARIA»: «Magnificat», «Ad Dominum
cum tribularer», «Retribue servo tuo», «Iudica me Deus», «Ad te levavi
oculos meos», premettendovi il Salmo «Domine labia mea aperies»; oppure
recitava un'altra corona di preghiere le cui iniziali formavano pure il nome
della Vergine: « Missus est», «Assumpta est», «Rubrum quem viderat Mojses»,
«In odorem», «Ave Maria».
Altre
sue preghiere preferite erano: «Ego mater pulchrae dilectationis», «Memento
salutis Auctor», «Qui Rabitat», «Sub tuum praesidium», «Kjrie elejson»,
«Pater nostrr», «Interveniat pro nobis quaesumus Domine».
Era
particolarmente devota di S. Gerolamo, S. Luca, S. Giuseppe, S. Anna, S.
Gioacchino, S. Elisabetta, S. Giovanni Battista, S. Paolo, cioè di quei santi
che più erano stati vicini alla Madonna e a Gesù, oltre S. Gerolamo e S. Luca
protettori degli indemoniati e S. Paolo che onora tanto il nome di Gesù,
ripetendolo spesso nelle sue Epistole.
Teneva
.sempre con sé un Crocifisso: pregava dinanzi alle semplici, divote immagini
della Passione, appese alle pareti della sua modestissima cella. Ad esempio,
davanti all'immagine di Gesù legato alla colonna di Ponzio Pilato recitava
molti «Pater» ed «Ave» con le mani legate dietro la schiena.
Nonostante
ella fosse debolissima, il demonio continuava a tormentarla: ad esempio, una
volta ella consegnò al confessore un flagello intriso di sangue, con cui
disse di essere stata battuta. E tale flagello secondo il Salicario aveva un
grande effetto sui sensuali.
Comunque
Eustochio continuava nella sua vita esemplare cercando sempre di raggiungere una
maggiore perfezione. Eseguiva gli ordini della badessa e del confessore
senza chiedersi se fossero più o meno giusti, dato che la regola di S.
Benedetto prescrive la più assoluta obbedienza; consultava i suoi superiori
anche per cose di poca importanza. Ella sentiva venir meno in sé la forza
vitale e comprendeva di essere ormai vicina a morire. La morte però non la
spaventava, perché avrebbe potuto così riunirsi a Gesù e per prepararsi bene
a questo passo decisivo, negli ultimi due anni della sua vita pregava
continuamente.
Volendo
restar sola nella sua meditazione, chiese ad Eufrasia di dire alle compagne, le
quali per pratica pietosa volevano visitarla, che non la distraessero,
ringraziandole comunque del loro buon cuore. Per vincere anche quel minimo
timore che il pensiero della morte suscita in ogni uomo, ella volle essere
presente nel momento del trapasso delle cinque consorelle che resero l'anima a
Dio nell'ultimo anno della sua vita.
Il
suo unico conforto spirituale in ore così dure in cui il demonio cercava di
vincere quel fisico ormai tanto provato, era il poter conversare con il suo
confessore. I biografi affermano che il demonio, per toglierle anche
quell'ultima consolazione, fece sì che il Salicario provasse noia di quei
colloqui e abbandonasse Eustochio ai suoi tormenti. Ma ecco che quando ella
invocava l'intercessione della Vergine recitando cento «Ave», egli veniva,
dicendosi spinto da una forza occulta.
Si
comunicava e si confessava sempre più spesso perché la presenza di Cristo in
lei rafforzasse il suo spirito. Il demonio faceva i suoi ultimi più tremendi
tentativi: cercava invano di tagliarle le arterie e la squarciava. Ormai quello
che usciva dalle ferite non era più sangue ma acqua sanguigna. Aumentarono
anche di più le vessazioni dall'inizio dell'Avvento 1468 fino al giorno
precedente la Purificazione di Maria (2 febbraio 1469), cioè fino ad undici
giorni prima della morte. Poi cessò il demonio di tormentarla nel corpo,
travagliando invece il suo spirito: le procurava visioni di divertimenti
sfrenati, di orge e bagordi; la terrorizzava dicendole che certamente sarebbe
andata all'inferno. Sperava in questo modo di perderla, suscitandole qualche
cattivo pensiero. Ma Eustochio, prendendo spunto da ciò, ammoniva Eufrasia
che neppure in punto di morte possiamo essere certi della nostra salvezza,
poiché basta un unico cattivo pensiero per rendere vana la fatica di tutta
una vita condotta santamente.
Ormai
la sua vita volgeva al termine: tuttavia sette giorni prima della morte,
raccogliendo le sue ultime forze, per grazia del Signore poté andare in Chiesa
per prendere il Viatico e fu quella l'ultima volta che vi si recò. La
domenica precedente la morte chiese di confessarsi sentendo che sarebbe
stata l'ultima volta.
Pregò
poi Eufrasia di non lasciarla sola quella notte, e quella sorella che, sola fra
tutte, l'aveva assistita e confortata nelle sue atroci sofferenze, in quel
momento supremo non l'abbandonò.
Nel
silenzio della celletta quella vita si spegneva. Eufrasia vegliava accanto a
lei nell'oscurità. Quand'ecco, verso mezzanotte, si udì un cupo rumore. La
sorella trasalì e le parve che quel rumore fosse prodotto da qualcuno che
cercava di arrampicarsi lungo il muro della cella per uscirne. Poi la celletta
ripíombò nel silenzio e il chiarore argenteo dei raggi della luna che
filtravano dalla finestrella fece apparire agli occhi di Eufrasia la serena
bellezza di quel volto non più turbato dalla presenza del demonio.
Il
nuovo giorno la trovò ancora viva, composta nella sua serenità. Eustochio
volle chiamare a sè la badessa e le altre monache per dar loro l'ultimo
saluto. Chiese loro perdono del male esempio e del disturbo che aveva arrecato
con i suoi travagli. Poi chiuse gli occhi e senza che nessuno se ne
accorgesse; come se si fosse dolcemente addormentata, spirò. Era il lunedì
13 febbraio del 1469.
Immediatamente
dopo la sua morte numerosi furono i prodigi che confermarono la sua santità.
Nel momento in cui ella spirava il confessore s'addormentò e gli apparve in
sogno la Beata rilucente di gloria che gli disse: «O quanta dolcezza, o quanta
allegrezza, o quanta beatitudine!». Poi scomparve ed egli si destò con una
soave dolcezza nel cuore. In quell'ora ad alcuni cittadini parve di vedere
l'immagine di Eustochio che ascendeva al cielo e così, prima ancora che la
notizia della sua morte fosse data ufficialmente dalle monache, l'accaduto si
venne a sapere in città. Coloro che, mentre era viva, l'avevano calunniata,
la piansero pentiti. Le sorelle meste si accinsero a compiere le pietose
pratiche funebri: com'era d'uso ne lavarono il corpo e trovarono inciso sopra
il cuore il nome IESU, segno evidente dell'amore ch'ella portava a Cristo
anche nei tormenti più atroci. Dal suo corpo emanava un soave odore che non trovava
riscontro in alcuno dei profumi esistenti nella terra e che venne perciò
definito dai biografi «odor di Paradiso». Tale profumo perdurò per anni e
anni nei pressi del sepolcro; era però percepibile non da chi vi si
accostasse per curiosità, ma solo da chi vi si recasse a pregare. Dopo averla
lavata, dunque, le sorelle la vestirono dell'abito monacale e la
seppellirono in terra nel chiostro del monastero. Intanto si sparse dentro e
fuori città la fama della santità di Eustochio, accresciuta da numerosi
prodigi e si composero inni e preghiere in suo onore, sebbene il culto non fosse
ancora autorizzato. Grande era l'afflusso dei fedeli al suo sepolcro
soprattutto degli indemoniati che ricevevano molto beneficio e spesso
guarivano grazie a queste visite. Il vescovo Iacopo Zeno volle allora sincerarsi
della veridicità di questi miracoli e fece portare sul suo sepolcro una donna
riconosciuta ossessa: questa, più si avvicinava alla tomba, più smaniava,
tanto che nell'ultimo tratto dovette esservi trascinata a viva forza. Giuntavi
urlando, vi restò come inchiodata sopra, e tentò di strangolarsi con una di
quelle funicelle che servivano a quel tempo a tener strette le maniche degli
abiti femminili. Ma la corda si spezzò, evidentemente per un miracolo, perché
il Salicario, che si trovava presente, avendo provato poi a spezzare la parte
rimanente della funicella, per quanta forza vi mettesse, non vi riuscì. Fu
questa un'ennesima prova della santità di Eustochio.
Tre
anni e nove mesi dopo la sua morte, moltiplicandosi i miracoli e perdurando il
profumo, il vescovo accordò il permesso di riesumare i resti per porli in più
degna sepoltura. La traslazione avvenne il 16 novembre 1472, alla presenza di
un certo Giovanni dottore e vicario del vescovo, di Taddeo Lucrini, gentiluomo
veneziano, del Salicario, di tutte le monache e di altre personalità
patavine. Benché Eustochio fosse stata inumata senza cassa si ritrovarono corpo
e vesti intatti. La salma fu coperta di nuove vesti e le vecchie vennero usate
per farne reliquie; quindi venne deposta in una cassa di cipresso nel Capitolo
del monastero. Tre anni dopo, il 14 novembre 1475 la cassa fu trasportata in
chiesa e posta alla sinistra dell'altar maggiore, cioè dalla stessa parte in
cui si legge il Vangelo durante la S. Messa, in un monumento di marmo, sulla cui
lastra fu inciso «Beata Eustochio Paduana».
Ogni
anno, il 13 febbraio, giorno in cui si celebrava l'anniversario della sua
morte, il corpo veniva trasportato dietro una grata da cui lo si poteva
scorgere stando in chiesa, come se fosse stato in una cappella; intorno venivano
collocati dei ceri e per tutta la giornata il popolo poteva recarsi a
venerarlo. Nel 1676 fu costruito un apposito altare, ove però il corpo non
era sempre visibile. Poiché il popolo voleva invece poterlo sempre vedere,
nel 1721, secondo quanto dice il Salìo, o nel 1720, per il Cordara, le monache
fecero erigere un altare di marmo sopra il piano del quale, tra le colonne, fu
posta una tela con l'efige del transito della Beata. Posto in un'arca di
cristallo, il corpo era visibile dietro una grata d'oro, lunga quanto l'arca,
posta tra il piano dell'altare e il dipinto.
Con
decreto della Sacra Congregazione dei Riti del 22 marzo 1760, fu concessa al
culto della Beata la messa «de Communi Virginum».
Dato
che sin dalla sua morte moltissimi: erano stati i prodigi, la sua prima
sepoltura non era stata richiusa, ma soltanto coperta con tavole. Dopo il giorno
dell'Epifania del 1473 cominciò a sgorgare da tale fossa un'acqua limpidissima
che venne definita non di natura terrena: dato che aveva effetti prodigiosi
sugli ammalati, veniva attinta molto spesso, ma ciò nonostante saliva sempre
allo stesso livello. In alcuni periodi cessava di sgorgare, ma poi tornava
anche per un mese o più,. in quantità maggiore nei periodi di siccità,
quasi a confermare la sua natura miracolosa. Nel vecchio monastero di S.
Prosdocimo, in un chiostro terreno, vicino alla porta c'era un buco nel
pavimento, circondato da una ringhiera di ferro, attraverso il quale si
scendeva nella fossa, rivestita di mura come un camerino sotterraneo. Incassata
nel terreno c'era una conca di marmo con cinque fori, uno per ciascun lato e
uno sul fondo, da cui penetrava l'acqua, salendo fin quasi all'orlo della conca.
L'acqua
miracolosa continuò a sgorgare fino al 26 aprile 1797, data in cui scomparve
per riapparire il 20 gennaio 1798, quando, col sopraggiungere delle armate
austriache, in Padova tornò la pace. Poi nel 1805 cessò per sempre di
sgorgare. In esecuzione del decreto napoleonico del 5 aprile 1806 la chiesa di
S. Prosdocimo con l'annesso monastero e quindi anche la fonte furono di
strutti, e le monache si trasferirono nel monastero di San Pietro Apostolo.
Il
12 settembre 1806, alle due del mattino, il corpo della Beata fu traslato di
nascosto nella Chiesa di S. Pietro; durante il tragitto scomparvero, forse
rubate, due dita e una parte della mano destra della Beata. Non ostanti le
precauzioni perché il trasportò rimanesse segreto, vi accorse una gran folla
che segui il corteo finché il corpo fu collocato nella cappella che guardava il
Capitolo delle monache di S. Pietro, allora chiamata «del Rosario».
Nel
chiostro adiacente fu installata la vasca dell'acqua miracolosa, sperando, ma
invano, che ritornasse a sgorgare. Ma ecco che con il decreto napoleonico
dell'undici maggio 1810 venne soppresso anche il monastero di S. Pietro, che
divenne proprietà privata e la vasca venne riposta in uno stanzino, dietro la
tomba.
Più
tardi, sia il monastero che la Chiesa furono adibiti a deposito militare, e
una mano ignota incise presso la tomba «12 settembre 1806, Beata Eustochio
Patavina».
Nel
1834 Monsignor Scarpa fece abbellire con marmi l'altare che fungeva da sepolcro,
e il Guglielmi dipinse una tela raffigurante la Beata che vince il demonio. Il
13 febbraio 1835 il corpo rimase per tutto il giorno esposto alla venerazione
del pubblico in una ricca bara attorniata da molti ceri offerti dai fedeli. La
sera si fece gran processione con intervento di fanciulli capitati negli orfanatrofi,
di componenti le confraternite, di padri conventuali, cappuccini e di molti
altri ordini. Grande fu in quell'occasione il tributo di pietà che il popolo
offrì alla Beata.
Contro
ogni sorta di diaboliche tentazioni, contro le possessioni, le infestazioni, le
calunnie, le ingiustizie e le prepotenze, per ottenere lume per ben conoscere e
riconoscere il diavolo, e forza per superarlo.
Recita
ogni giorno la seguente orazione:
Prega
per noi Beata Eustochio
Affinchè
siamo degni delle promesse di Cristo
Onnipotente
Eterno Dio, che rafforzasti la Beata Vergine Eustochio contro le potenze delle
tenebre con una ammirevole virtù e una invincibile pazienza, per i suoi meriti
e le sue preghiere, concedici, una volta liberati da ogni demoniaca influenza,
di servirti con l'animo riposto in Te.
Per
Cristo Nostro Signore, AMEN (Decreto della Sacra Congregazione dei Riti - il 22
marzo 1760) Cinque Pater, Cinque Ave, in onore elle cinque Piaghe dei Redentore
Chi
ricevesse grazie per intercessione della Beata Eustochio è pregato di ciò il
Rettore della Chiesa di S. Pietro a Padova (Via S. Pietro, 127 - 35139 Padova).