BEATA
ELISABETTA DELLA TRINITA
di
Suor Juliane Vasconcelos Almeida Campos, EP
Bambina intelligente e precocemente contemplativa, di spirito saldo, a soli sette anni di età si trovò in visita al Canonico Isidoro Angles, molto amico della famiglia. Ad un certo momento, stanca di giocare e dell'infantile conversazione con la sorella e le amiche, la bimba si avvicinò al sacerdote e gli sussurrò all'orecchio:
- Monsieur Angles, io sarò monaca. Voglio esser monaca!
-
Che dice questa monella? - chiese sua madre, di soprassalto. Molto intuitiva;
aveva capito che queste parole possedevano una serietà non confacente all'età
di sua figlia. Conosceva bene Elisabetta e presentiva la realizzazione di questo
desiderio manifestato con tanta fermezza. Passò la notte tormentata e, il
giorno dopo, cercò il canonico e gli chiese, ansiosa, se credeva seriamente a
quella vocazione. La risposta le trafisse il cuore come una spada:
-
Sì, credo proprio di sì.
Nata
il 18 luglio 1880, nell'accampamento militare di Avor, vicino a Bourges,
dove suo padre era capitano, Maria Elisabetta Catez fu battezzata quattro
giorni dopo. Bambina di temperamento forte ed impetuoso, personalità decisa,
sguardo vivace, effervescente, chiacchierona e molto affettuosa, Elisabetta
era unita da profondo affetto alla sorella Margherita, tre anni più piccola,
che possedeva un'indole opposta: era tranquilla e persino timida.
Quando
aveva appena sette anni, Elisabetta vide morire il padre tra le sue braccia,
vittima di un attacco cardiaco. Questo fatto la segnò profondamente e le
diede un'esperienza sensibile del carattere effimero delle cose terrene.
Pochi mesi dopo, la vedova traslocò con le sue due figlie in un appartamento
da dove si poteva vedere, a poca distanza, il Carmelo di Digione.
Possedendo
un carattere impetuoso e irascibile, fin dalla più tenera età, quella
bambina battagliava per dominarsi, con una volontà di ferro. Sua sorella
testimonia a questo riguardo: "a forza di lottare con se stessa, è
giunta ad una dolcezza. angelica. Mi ricordo di quando lei era molta piccola,
ed aveva veri accessi di collera, gridava e batteva i piedi... Quella bambina
così difficile si è trasformata in una giovane di grande serenità".
In
una lettera diretta alla madre, il 1° gennaio 1889, dimostra bene questo
desiderio di vincere il proprio temperamento: "Augurandoti un felice Anno
Nuovo, ho la gioia di prometterti che mi comporterò sempre bene e sarò
obbediente; che non ti darò più occasione di arrabbiarti; che non piangerò più
e che sarò una bambina esemplare in modo che tu sarai soddisfatta in
tutto".
Mesi
dopo, in una nuova lettera alla madre, scrive: "Spero di avere ben presto
la gioia di fare la Prima Comunione; per questo, mi comporterò ancora meglio
perché chiederò a Dio Nostro Signore che mi faccia diventare ancor più
buona".
Infatti,
il 19 aprile 1891, giorno in cui ricevette l'anelato Pane degli Angeli, il
temperamento della giovane Elisabetta si trasformò in maniera improvvisa e
profonda. Dopo la cerimonia, confidò a Maria Luiza Hallo, sua intima amica:
"Non ho fame; Gesù, mi ha alimentata". Quel primo contatto con Gesù
nascosto nella Sacra Ostia era stato decisivo per il suo itinerario
spirituale. A partire da allora, "il maestro prese totale possesso del suo
cuore"; afferma Padre Philipon.
Nello
stesso giorno in cui ncevette l'Eucaristia per la prima volta, fece una
visita al Carmelo e provò una profonda emozione quando la priora, Madre Maria
di Gesù, le spiegò che il nome Elisabetta significa "Casa di Dio".
Tali parole segnarono indelebilmente la bambina, chiamata ad una comunione
singolare e profonda con la Santissima Tìinità - con i "miei Tre",
come lei stessa avrebbe detto più tardi -, che abitava con speciale intensità
nella sua anima.
Dotata
di peculiari doti musicali, Elisabetta cominciò a studiare, all'età di otto
anni, nel Conservatorio di Digione dove fu varie volte premiata. A soli
tredici anni, ricevette il primo premio di pianoforte, in un concerto che
ebbe ripercussioni nella stampa locale e la rese nota nella città come
strumentista di talento.
Al
di là del Conservatorio, non frequentò la scuola. Come era costume di quel
tempo, le bambine ricevevano l'educazione in casa, con insegnanti assunti
dalle famiglie. Inoltre, lo studio del piano le prendeva molto tempo ed era
costantemente invitata a concerti o soirées musicali.
La
signora Catez e le sue figlie avevano un gran cerchio di amicizie.
Nella
Francia del secolo XIX, ancora profumata dalla doceur de vivre, le
relazioni sociali offrivano numerosi piaceri innocenti, tali come sessioni
musicali, partite a tennis, picnic ed escursioni in montagna o in incantevoli
cittadine francesi. Tutte queste attività mantenevano Elisabetta e le sue
amiche costantemente occupate, all'interno di un ambiente caratterizzato da
una gioia difficile da immaginare oggigiorno.
Così,
passeggiate, musica e molti altri divertimenti facevano parte della vita
quotidiana di Elisabetta. Lei si entusiasmava per le montagne e boschi, per
i giochi; le chiese e le cittadine francesi. Traeva profitto intensamente
anche dai frequenti viaggi che la famiglia faceva nel sud della Francia. Era
felice in seno ad una società che non impediva affatto la pratica della virtù
né creava difficoltà alla vita interiore di quella contemplativa adolescente.
La
stessa Elisabetta narra un avvenimento, decisivo per il suo itinerario
spirituale avvenuto .in quest'epoca, poco prima di compiere quattordici anni:
"Un giorno, durante l'azione di grazie, mi sono sentita irresistibilmente
spinta a scegliere Gesù come mio unico sposo; e senza più dilazioni, mi sono
unita a Lui col voto di verginità. [ ...] La mia decisione di esser` tutta sua
è diventata più definitiva ancora".
Terminati
i viaggi di vacanze, la primogenita dei Catez: ritornava a Digione piena di
nostalgia del Carmelo, la cui campana ascoltava con piacere, il cui giardino
intravvedeva dalla sua finestra e alla cui cappella dirigeva i suoi pensieri.
Un impelso mistico la trasportava verso quei muri benedetti, così vicini e al
tempo stesso tanto distanti.
Ansia
per l’incontro con lo Sposo
Dopo
l'estate del 1898, compiuti i 18 anni, Elisabetta prese la ferma decisione di
entrare nel Carmelo. Tuttavia, si imbatté in un ostacolo irremovibile: il
divieto perentorio della madre,. a cui, pur soffrendo enormemente, si
sottomise con rassegnazione. Solo quando avesse compiuto 21 anni, la maggiore età
all'epoca, sarebbe stata autorizzata a realizzare la sua aspirazione.
Gli
anni di attesa non fecero che favorire un'evoluzione spirituale in Elisabetta,
che poggiava sui grandi maestri del Carmelo, specialmente Santa Teresa di Gesù,
San Giovanni della Croce e Santa Tèresa di Lisieux, morta poco prima, nel 1897.
Con una forza speciale sarebbe echeggiata nell'anima della futura religiosa la
lettura della Storia di un'annua, che già circolava m tutta la Francia.
Durante
una missione redentorista, realizzata a Digione nel 1899, nacque nel cuore di
Elisabetta il desiderio di esser vittima espiatoria, di ottenere anime per il
suo Sposo, di aiutarLo a caricare la Croce. Registrò questi propositi nel suo
Diario Spirituale, nell'ultimo giorno della missione, concludendo in questi termini:
"Oh! Mio Sposo, mio re, mia vita, mio amore supremo, sostienimi sempre in
questo cammino della croce che ho scelto di condividere, poiché senza di Te
niente posso!".
Nel
giugno di quell'anno, la signora Catez autorizzò la figlia a far visita
alle carmelitane e Elisabetta presentò alla priora del Carmelo la sua
richiesta di ammissione. A partire da quel momento, cominciò ad allontanarsi
sempre più dalla vita sociale. Compariva ancora in alcune riunioni, ma il suo
spirito era altrove.
Agli
inizi del 1900, partecipò agli esercizi spirituali predicati da un gesuita,
padre Hoppenot. La giornata conclusiva, 27 gennaio, annotò nello stesso
Diario Spirituale: "Mi sono donata del tutto al buon Maestro, mi sono
abbandonata a Lui, confidandogli tutti i miei desideri più cari. Voglio
soltanto quello: che Lui vuole. Sono la sua vittima: Che faccia di me quello che
riterrà. Che mi prenda nel momento che vorrà, poiché sono pronta e vivo
nell'attesa di questo". Sorsero
altri vari ostacoli che ritardarono l'entrata di Elisabetta nel Carmelo, ma,
alla fine, il suo anelito diventò realtà il 2 agosto 1901. Semplice
postulante, si sentiva già carmelitana e tutte le: cose nel convento la
incantavano. Il giardino, i chiostri, la regola, il raccoglimento, i silenzio...
tutto le parlava in tal modo di Dio che lei giunse ad affermare: "Solo un
tenue velo sembra separarci, Egli è sul punto di apparire". Nella festa
dell'Immacolata Concezione di quello stesso anno prese l'abito da novizia, e
meno di due anni dopo, l'11 gennaio 1903, fece la professione religiosa.
Ora,
nel noviziato vennero meno, queste grazie primaverili. L’anima della sposa
di Cristo, a Lui offerta come vittima per amore, cominciava ad esser
purificata nel dolore e nella difficoltà. "Alle raggianti chiarezze della
postulante subentrarono, per Suor Elisabetta della Trinità, le tenebre di una
notte profonda", attesta la priora dell'epoca, Madre Germana di.Gesù.
"È impossibile dire quello che ha sofferto, allora, questa innocente figlia,
poco prima immersa in una pace che sembrava inalterabile".
"La
mano divina", chiarisce padre Philipon, "non le risparmierà le purificazioni
supreme con le quali Dio costuma introdurre le anime eroiche nella pace
immutabile dell'unione trasformante, ed elevarle al di sopra di ogni piacere e
di ogni dolore".
In
questo modo, la giovane sorridente e irrequieta, abituata ad assorbire con
entusiasmo gli innocenti piaceri della vita, imparava ad accettare come
connaturali le più terribili sofferenze.
Il
segreto più intimo
Analizzando
l'itinerario spirituale di Elisabetta della Trinità, il teologo domenicano già
menzionato, Marie Michel Philipon, descrive dettagliatamente l'attuazione dei
doni dello Spirito Santo su di lei e afferma esser stato quello della
saggezza - il più divino, di tutti i doni che le permise di partecipare, nel
più alto grado possibile su questa Terra, alla conoscenza sperimentale che
Dio ha di se stesso nel Verbo, dando origine all'Amore.
Elisabetta
si sentiva come figlia adottiva della Trinità, in una completa connaturalità
con Lei, in modo tale che tutti i suoi atti provenivano dalla sua anima e, al
tempo stesso, da Dio. Viveva costantemente, per così dire, nel cuore stesso
della Trinità e da questo centro indivisibile la sua anima contemplava tutte
1e cose; nelle sue ragioni più elevate, più divine. Tùtto su questa Terra anche
il dolore e la sofferenzarestava in un secondo piano per lei. Possedeva,
"per istinto, il senso delle cose eterne e divine, e avrebbe dovuto
violentarsi per scendere al livello delle inezie in cui si trascinano numerose
anime, anche religiose - che si dicono contemplative - e che non sanno
dimenticare le loro miserie e il loro nulla".
Tale
era il segreto più intimo di Elisabetta, manifestato nella sua vita e nei suoi
scritti. La sua
grande
ambizione era "dire a tutte le anime che fonte di forza, di pace e di
felicità avrebbero trovato se avessero consentito di vivere in questa intimità
delle persone divine.?"
"Laudem
gloriae"
La
spiritualità trinitaria di Suor Elisabetta le faceva possedere, come abbiamo
visto, una specie di visione anticipata delle abitudini dell'eternità,
riempendola di pace e rendendo la sua vita deiforme.
Ora,
prima di arrivare alla visione beatifica, l’anima di questa privilegiata
carmelitana doveva salire ancora, di un gradino verso la perfetta unione con
l'Amato. Questo processo iniziò, fortuitamente, durante una conversazione
spirituale con un'altra religiosa a proposito di un breve passo delle lettere di
San Paolo: "ut simus in laudem gloriati eius" - "per
esser la lode della sua gloria" (Ef 1,12).
Per
una grazia tutta speciale, quelle parole dell'Apostolo delle Genti le
svelarono il fulcro della sua spiritualità e l'essenza della sua missione,
su questa Terra. Aveva dato inizio ad una nuova tappa nella sua vita, nella
quale il motto Laudem gloriae passò ad essere il suo antonomastico.
Suor Elisabetta lo userà anche come una firma, al fine di segnare questo
periodo ricco, caratterizzato da un completo abbandono alla Divina
Provvidenza. "Affinché sia lode di gloria - dirà - dobbiamo morire a tutto
ciò che non è Lui, al fine di vibrare soltanto sotto il suo tocco".
È
difficile da capire per chi è poco abituato agli arcani della mistica, tutta
la profondità spirituale e teologica contenuta in questo brevissimo motto. Esso
riflette uno stadio molto elevato di vita interiore, nel quale l'anima
trascende persino la stessa ricerca della santità per preoccuparsi esclusivamente
della gloria divina. Non si tratta più di andare alla ricerca dei mezzi per
ottenere il Cielo, ma di iniziare già su questa terra "il Sanctus
nella patria dei beati".
All'interno
di questa primo assaggio di paradiso, si fermava spesso a meditare sul rapporto
di Maria con la Trinità. Immaginava il Padre chino su di Lei, desideroso che
fosse Madre nel tempo di Colui di cui è Padre nell'eternità. E intravvedeva lo
Spirito d'Amore – che presiede a tutte le operazioni di Dio - che ingenerava
in Lei il Verbo incarnato, a partire dal suo Fiat.
Il
desiderio di essere schiava del Signore, sull'esempio della Madonna, la
incantava. Fu per la sua intima unione con la Trrinità che Maria aveva aperto
agli uomini la "porta del cielo" -Janua Caeli -, portando al
mondo il Salvatore.
Quando
era già molto malata, Suor Elisabetta chiedeva alla Vergine Santissima che
vegliasse sulla sua partenza dal Carmelo verso il Cielo, così come l'aveva
protetta nella sua entrata in convento. Maria sarebbe stata la porta aperta
propiziatrice del suo incontro definitivo con la Santissima Trinità. "Janua
Caeli lascerà passare Laudem gloriae", la sentirono dire
nelle ultime ore della sua agonia." Vado alla vita, alla luce,
all'amore"
Nella
primavera del 1905, Elisabetta cominciò a sentire i primi sintomi di una
malattia incurabile all'epoca: la malattia di Addison.
Sapendo
di essere sulla via della morte, crebbe in lei un desiderio di fare del bene
alle anime, unendole alla Santissima Trinità. Si moltiplicarono, allora,
gli scritti di addio e le lettere di consigli spirituali. Su richiesta della
Priora, annotò alcune meditazioni del suo ultimo ritiro, realizzato
nell'agosto 1906, nelle quali traspare la prospettiva dell'eternità; dove la
sua anima sembrava già vivere: "Quanto è bella la creatura così
spoglia, liberata da se, stessa! [... ] Ella sale, si eleva al di sopra dei sensi,
della natura; supera se stessa; domina ogni gioia e ogni tristezza, e tutto
supera per riposare solo quando sarà penetrata all'interno di Colui che lei
ama".
Alla
fine di ottobre dello stesso anno, la malattia si aggravò in modo irreparabile.
Sapeva che si stava avvicinando il momento tanto atteso di vivere con "i
suoi Tre" e, negli ultimi giorni di agonia, ripeteva "con voce incantevole"
queste parole: "Vado alla luce, alla vita, all'amore…"
La
superiora non l’abbandonava giorno e notte, e fu testimone del suo distacco,
sopportato con pazienza e serenità, da questa vita terrena. Sfigurata dal
dolore, diventò irriconoscibile. Il 4 novembre, alle cinque e
quarantacinque del mattino, si girò sul lato destro, piegò la testa
all'indietro e il suo volto si illuminò. Gli occhi, chiusi da vari giorni, si
aprirono, sembrando intravvedere qualcosa sopra la testa di Madre Germana che,
inginocchiata al suo capezzale, pregava. Così partì per incontrarsi con
"i suoi Tre".
Dopo
la sua morte, Suor Elisabetta continua ad essere un esempio di alta
spiritualità e singolare vita trinitaria, invitandoci a seguire le sue orme
per sperimentare la vita in Dio. Più che insegnamenti teologici ella ci ha
trasmesso per i secoli futuri una ricca esperienza mistica, maturata in forma
impressionante in appena pochi anni nel Carmelo e abbondantemente riportata in
lettere e altri scritti.
Questa
eredità per il futuro è ben descritta da Papa Giovanni Paolo II nell'omelia in
occasione della sua beatificazione: "Alla nostra umanità disorientata,
che non sa più trovare Dio o che Lo deforma, che ricerca una parola in cui
fondare la sua speranza, Elisabetta dà testimonianza di un'apertura
perfetta alla Parola di Dio che lei ha assimilato, al punto da farne vero nutrimento
della sua riflessione e della sua preghiera, e da trovare in essa tutte le sue
ragioni di vivere e di consacrarsi alla lode della sua gloria".
Ne
consegue oggi la diffusione del suo messaggio con una singolare forza
profetica.
(Tratto
da: “Salvami Regina” novembre 2010)