(BEATA) ELISABETTA CANORI MORA

un amore fedele tra le mura di casa

biografia

PAOLO REDI - ©1994, Città Nuova Editrice Via degli Scipioni, 265 - 00192 Roma

Con approvazione ecclesiastica

PREFAZIONE

«Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte? E Gesù gli rispose: Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette». (Mi 18, 21)

Una donna che viene da lontano

È vissuta due secoli fa, e questo sembra rendere lontana e sbiadita la sua figura. Cosa può dire alle donne e alle spose di oggi, la storia di una donna e sposa vissuta in Roma tra la fine del '700 e gli inizi dell'800? Forse nulla, o quasi. È trop­po distante e lontana. È vissuta in un'epoca che aveva menta­lità, cultura, abitudini troppo diverse dalle nostre. Per i gio­vani di oggi, le persone che hanno superato i 40 anni sono già dei «trapassati» o dei «dinosauri». Da questo punto di vista Elisabetta è separata da noi da una distanza stellare!

Eppure Elisabetta parla con la sua vita, e la sua voce giunge a noi limpida e chiara. Cambiano gli abbigliamenti, le pettinature, le abitudini delle «ragazze di buona famiglia» e il bon ton. Ma i sentimenti non cambiano. L'amore è sempre uguale; e le storie d'amore si rassomigliano tutte. Sotto il pe­plo, i cenci della mendicante, gli abiti dimessi della donna del popolo, i vestiti sfarzosi della regina, gli abiti firmati o il prêt-à-porter della ragazza di oggi, il cuore batte sempre allo stesso modo, perché l'amore non ha data. E anche il tradi­mento si ripercuote nella vita delle persone sempre allo stesso modo: con le stesse amarezze e lo stesso senso di morte.

La storia di Elisabetta Canori è la storia di una donna tradita. Il suo uomo, Cristoforo Mora, l'aveva conosciuta quando Elisabetta aveva 20 anni e lui 22. Il giovane e pro­mettente avvocato se ne innamora a prima vista. Lei è bella, elegante, fine, colta, di sentimenti profondi e di una religio­sità sincera senza bigottismi. La chiede subito in sposa, e po­chi mesi dopo, con il consenso delle due famiglie, sono mari­to e moglie. Un vero matrimonio d'amore, anche se venato, da parte di Cristoforo, da un senso di eccessiva possessività e di accentuata gelosia. Giunge a impedirle di vedere i genitori perché la vuole tutta per sé; le proibisce di lavorare d'ago per­ché non rovini le sue belle mani; e al ritorno dalle feste spes­so la rimprovera perché troppa gente le ronzava attorno. Eli­sabetta deve essere tutta e solo sua. Dopo pochi mesi resta in­cinta, e Cristoforo segue la gravidanza con tenerezza e trepi­dazione. Nasce una bimba, ma nonostante le cure del suoce­ro, noto e affermato medico, la piccola vive solo pochi giorni. È il primo grande lutto che si abbatte su quella coppia felice. Ma da quel momento la sofferenza entra come ospite sgradito e indesiderato nella loro casa e vi prenderà stabile dimora: non la abbandonerà più.

L'idillio dura appena due anni. Elisabetta si accorge del cambiamento di Cristoforo. Non è più quello di prima. Chie­de spiegazioni; e lui la rassicura: sono preoccupazioni, nervo­sismi, assenze causate dalla professione. Ma il suo intuito di donna - confermato da voci di persone che dimostrano di es­sere bene informate su quello che sta avvenendo - le danno la certezza: Cristoforo ha un'altra donna. La conferma viene nel momento in cui è per la seconda volta incinta. Per lei è una mazzata. Non sa cosa fare. Tiene per sé il segreto, pen­sando che la cosa finisca. Cristoforo ha qualcosa di infantile.

La sua possessività e la sua gelosia ne sono una conferma. Ed Elisabetta si illude che dopo questa sbandata le cose ritorne­ranno come prima. Ma Cristoforo sembra letteralmente stre­gato. Ha incontrato una donna del popolo che è riuscita a le­garlo a sé, e che lo sta portando alla rovina.

Iniziano così i primi sette anni di tormenti, di speranze deluse, di attese senza rientri. Continuano a vivere insieme; e avranno ancora tre figlie, di cui solo due sopravvivranno. Eli­sabetta non si arrende: ritorna sull'argomento, discute, rim­provera, supplica, richiama il marito al senso di responsabi­lità, moltiplica le sue attenzioni. Ma inutilmente. Solo una volta, dopo una lunga malattia in cui Elisabetta ha dimostra­to tutta la sua dedizione e il suo amore, Cristoforo sembra de­ciso a ritornare alla sua famiglia. Ma è una promessa che non ha seguito. Appena guarito riprende la relazione con quella donna.

La donna fedele nel tradimento

Nonostante questa nuova delusione Elisabetta continua ad essergli fedele e ad amarlo. Ha capito fino in fondo che co­sa significa «sposarsi nel Signore»: sa che Dio le ha affidato Cristoforo e che lei ha la responsabilità di portarlo a salvezza. Resiste anche al consiglio del confessore che le suggerisce di separarsi. Non può abbandonarlo, perché Dio glielo ha affida­to. Quando ha promesso di amarlo per tutta la vita, ha preso sul serio queste parole. E quando le hanno detto che avrebbe dovuto amare Cristoforo «come Cristo ama la Chiesa», ha ca­pito che l'amore va oltre il gusto di stare insieme. È un impe­gno che non finisce mai. neppure quando l'altro rifiuta di la­sciarsi amare, neppure quando abbandona la casa e si allonta­na alla ricerca di nuove avventure, e ama altre donne. Il mo­dello è quello del Padre celeste, che ama anche quando il fi­glio decide di andarsene dalla casa paterna e sperpera tutto il suo patrimonio. È quello che Cristoforo sta facendo. Elisabetta sa che deve continuare a volergli bene e che deve lavorare per riportarlo alla sua famiglia e a Dio. Non sa ancora come. Ma è certa che questa è la missione che Dio le ha affidato. E questa convinzione la accompagnerà per tutta la vita.

Ma come può salvare la persona che ogni giorno si al­lontana sempre di più e che respinge ogni sua offerta e ogni suo intervento? Oggi sembrerebbe normale rivolgersi ad un consultorio, o a persone specializzate per chiedere consiglio o per iniziare con esse una analisi o una terapia d'appoggio, per essere aiutati a ricostruire un equilibrio interiore e una pro­pria identità nella situazione del tradimento.

Elisabetta seguirà un'altra via. O meglio. Sarà Dio stes­so a prenderla per mano e a condurla per una via assoluta­mente nuova, che la porterà a ricostruire il rapporto d'amore con il suo Cristoforo.

La logica degli uomini e la logica di Dio

I cristiani continuano a parlare di fedeltà; ma quando si racconta loro il modo in cui Elisabetta ha vissuto la fedeltà, molti di essi scuotono il capo. Perché anche tra di loro conti­nua a resistere la mentalità del mondo che presenta l'uomo infedele in modo simpatico o almeno tende a scusarlo. Si dice che è un uomo che non si chiude nel ristretto mondo del ma­trimonio, che sa conservare il gusto della conquista, che con­serva la freschezza e lo slancio di chi non si lascia dominare dalla noia e dalla routine quotidiana, che ha forza e fantasia e si butta con entusiasmo in nuove relazioni affettive. È l'uo­mo della novità, che sa rilanciare la sua vita quando si accor­ge che si sta spegnendo, o che non si accontenta di quello che ha, e va come un esploratore alla ricerca di prede e di terreni umani nuovi.

E accanto a questa figura maschile aitante e intrapren­dente, continua a resistere lo stereotipo della donna tradita che piange, si dispera, si consuma nell'attesa: la donna che è simile all'edera che vive finché si appoggia alla vita solida dell'uomo; ma che si affloscia, si ripiega su di sé e muore ap­pena da lui si distacca.

Elisabetta cancella e supera questi schemi. Il marito si innamora di un'altra, e la tradisce per tutta la vita. Dopo il primo inevitabile smarrimento non si ripiega su se stessa, e non si abbandona al canto triste della «malmaritata»; ma si rimbocca le maniche e costruisce una vita nuova per sé, per le figlie e per lo stesso marito. Non si compiange, non elemosi­na compassione, non lotta contro chi le ha rubato il marito, perché sa che a quel livello è ormai perdente. Mette in atto una strategia nuova che è Dio stesso a suggerirle, e col Suo aiuto apre una strada che la ricongiungerà al suo Cristoforo. Si ritroveranno uniti in questo cammino anche se a livelli di vita più alti e in tempi diversi. È un cammino nuovo, diffici­le, faticoso, pieno di rinunce e di sofferenza; ma sereno, come è sereno un mattino di primavera, quando il sole dà vita e ca­lore e il cielo è terso e rende bella e luminosa la vita, anche se è tutta in salita.

Elisabetta esce dagli scenari costruiti dall'uomo e accet­ta di entrare in un orizzonte nuovo, con paesaggi costruiti se­condo la logica di Dio. Non le è stato facile, come non è stato facile ad Abramo lasciare tutte le sue sicurezze e iniziare un cammino verso terre sconosciute. Ma come Abramo, anche Elisabetta è certa di giungere alla terra promessa e di ritro­varsi col suo Cristoforo, perché in questo cammino ha Dio stesso come guida. Si affida a Lui e si lascia condurre per stra­de spesso incomprensibili. Sa che le vie e i pensieri di Dio di­stano da quelli degli uomini quanto i cieli distano dalla terra. Ha accettato di fare il salto di qualità che la fa entrare nella «pazzia di Dio». Ma sa che accettando la proposta di Dio co­struirà una donna «nuova» e riconquisterà l'uomo che la tra­disce. Potrà così ritessere con lui un rapporto nuovo, più profondo, definitivo.

Una fedeltà nuova per un rapporto nuovo

Dopo sette anni di tradimento e di inutile attesa, avvie­ne qualcosa che cambia profondamente la vita di Elisabetta. Giunge al termine della sua ultima gravidanza. È la quarta in otto anni di matrimonio. Forse lo stress fisico, ma ancor più la sofferenza morale la fanno cadere in una malattia che la costringe a letto per nove mesi. I medici non sanno come cu­rarla. All'improvviso sembra riprendersi e invece ricade in una prostrazione fisica che la porta alle soglie della morte. Le portano l'estrema unzione e il viatico, perché tutti sono or­mai convinti che non ci sia più nulla da fare se non preparar­la al passo estremo. E invece questa è l'ora dell'appuntamen­to con Dio.

Dio aspetta il momento in cui tutto sembra perduto per ricominciare tutto da capo. Il punto di partenza è sem­pre il deserto. Anche per Elisabetta. Non ha più nulla. Il marito la tradisce; due figlie sono morte, e non è in grado di accudire alle altre due; in casa non conta nulla, anzi le rim­proverano di essere la causa della vita dissoluta del marito; la stessa servitù la deride. Sembra una donna ormai finita: svuotata e senza futuro, ridotta ad una larva umana. E inve­ce è il deserto in cui incontra Dio. (La stessa cosa avverrà vent'anni dopo a Cristoforo). La malattia che l'ha afflitta è misteriosa, come misteriosa è la guarigione. Dio sta inizian­do in lei la sua opera. Elisabetta ha una visione. E in questa visione un dardo infuocato la colpisce al cuore. Si sente per­vasa dalla presenza misteriosa del Dio amante che riempie totalmente la sua vita. È una gioia che non ha mai provato: un riflesso della beatitudine stessa di Dio nel suo piccolo cuore di donna. Sente che Dio la chiama ad una missione particolare e che le è vicino per aiutarla a portarla a termi­ne. Si abbandona totalmente a Lui, e con Lui inizia il cam­mino.

Le strade divergenti che si ricongiungono in Dio

Da questo momento le vie di Elisabetta e di Cristoforo sembrano separarsi: l'uno infatuato della sua amante ed Eli­sabetta proiettata tutta in Dio. Invece è l'inizio della ricostru­zione del loro rapporto.

Cristoforo continua la relazione; e da questa storia rac­coglie frutti amari. La sua immagine pubblica viene offuscata dalla relazione adulterina; la perdita di reputazione influisce negativamente sulla sua affidabilità di professionista; inizia - sotto la pressione dell'amante - speculazioni sbagliate che lo riducono sul lastrico, con ripercussioni economiche pesanti anche sulla sua famiglia; subisce un processo; viene escluso dall'eredità dalle sorelle. E in tutte queste vicende Elisabetta continuerà a restargli vicina con il suo amore e anche con il suo aiuto concreto.

Continua a vivere con lui, ma la sua vita percorre una via tutta diversa. Ha accettato di camminare per la strada che Dio ha preparato per lei. Non è la via della fedeltà che atten­de con pazienza il ritorno del guerriero. Ma è una via di fe­deltà nuova. Nessun consultorio o professionista sarebbe ca­pace di proporla e soprattutto di sostenerla. Solo avendo Dio come consulente e come terapeuta è possibile iniziarla e por­tarla a termine. Vivrà giorno per giorno quello che Dio le chiede. È un Dio esigente, ma che non si lascia vincere in ge­nerosità. Passa ore e ore in preghiera; è arricchita di grazie speciali e di doni straordinari; gode la gioia dell'estasi; parte­cipa in visione a momenti della vita del Cristo; è dotata del dono delle guarigioni, della preveggenza, del consiglio, della bilocazione.

Una donna nuova per un rapporto nuovo

Ma tutto questo non la estranea dalla vita di ogni gior­no. Dio non ha la gelosia e la possessività dell'uomo. Al con trario, quanto più è amato, tanto più dilata il cuore della creatura che lo ama e lo rende capace di un amore ancor più generoso e profondo. Elisabetta in questo rapporto con Dio acquista uno straordinario equilibrio che le permette di vivere intensamente l'estasi e la vita di famiglia, le visioni e il suo lavoro di «camiciaia» per pagarsi l'affitto e mantenere le fi­glie, il dono della guarigione e l'impegno faticoso con i poveri e gli ammalati, il dono della preveggenza e del consiglio e l'ubbidienza assoluta al confessore. Ma soprattutto vive con più intensità l'amore per Cristoforo, e ha la forza di non ab­bandonarlo anche quando continua a deluderla con promesse che non mantiene. Anzi, si sente ancor più unita e responsa­bile del suo destino. La casa è sempre aperta, per lui. E quan­do lascia le due stanzette e la soffitta in cui viveva con le fi­glie e riesce a trovare una sistemazione più dignitosa, la pri­ma preoccupazione è di attrezzare uno studio dove Cristoforo possa esercitare la sua professione. Cristoforo sembra vivere distrattamente con loro, come chi ha il cuore e la testa altro­ve; ma lei non smette di metterlo al corrente e di chiedere il suo parere per ogni decisione che prende per sé e per le figlie: è sempre suo marito e deve sapere tutto. Così lo rende parte­cipe della vita della famiglia.

In realtà Cristoforo è colpito da questa forza interiore e da questa generosità; e osserva con stupore il cambiamento e i fatti straordinari che avvengono nella vita di Elisabetta. Ma non sa ancora decidersi a cambiare vita. Continua a mantene­re la posizione di chi sta alla finestra, e si accontenta di guar­dare senza mai entrare nei fatti. È ancora legato alla sua amante: ma Elisabetta lavora su di lui, irradiando su di lui la bellezza che le viene dal contatto con Dio. Cristoforo la vede sempre più trasfigurata nella luminosità di Dio, e nello stesso tempo sempre più innamorata di lui e delle figlie. Sente che la sua Elisabetta sta vivendo una vita straordinaria. E poco alla volta ne resta affascinato. Quando l'ha sposata era stato preso dalla sua bellezza; e ora si accorge che c'è in lei una nuova bellezza che nasce e cresce e si irradia diventando il punto di riferimento di tante persone che si rivolgono a lei per consiglio, per conforto, per aiuto.

In una delle ultime misteriose malattie di Elisabetta, Cristoforo passerà al suo capezzale ore ed ore. Parlano; ma più frequenti sono i silenzi. Per Elisabetta sono silenzi pieni di gioia per la presenza del suo Dio e del suo Cristoforo; per Cristoforo sono momenti di riflessione e di pentimento, in cui incomincia a risentire l'eco lontana della Sua voce. Elisa­betta lo sta trascinando insensibilmente nella direzione della mèta a cui lei è ormai quasi giunta. Ma la distanza che li divi­de è molto grande. Il problema ormai non è più la sua vici­nanza alla donna di cui si è innamorato e per la quale ha tra­dito Elisabetta per tutta la vita; ma è la sua distanza da Dio. È là che Cristoforo ritroverà la sua Elisabetta e si riunirà a lei per sempre.

Sulla stessa strada, verso la stessa rnèta

Il cammino di Cristoforo incomincia dopo la morte di Elisabetta. E come è avvenuto per Elisabetta, anche lui inco­mincia dal deserto di cose e di persone; ma ha il vantaggio di avere davanti a sé l'esempio della sua Elisabetta e dentro di sé la sua presenza invisibile. Non si era lasciato prendere da lei quando era viva. Ora invece Elisabetta può finalmente prenderlo per mano e guidarlo per quella strada che lei per prima ha percorso. Anche le figlie gli stanno vicino, quelle fi­glie che nel passato aveva trascurato e che la madre aveva continuato ad educare nel rispetto del padre. Una è sposa feli­ce con un bimbo; l'altra è entrata nella vita religiosa. Ad una di esse che lo invitava a regolarizzare la sua situazione con la donna per la quale aveva tradito la mamma per tutta la vita, confida che anche lei è morta. Ora è solo. La decisione di cambiar vita è sincera, anche se è duro cambiare mentalità e abitudini. Si aggrappa col pensiero alla sua Elisabetta e da lei trae forza per restare fedele al proposito di conversione. Porta sempre con sé un suo ritratto e piange al pensiero delle soffe­renze che ha fatto patire alla donna che lo ha atteso per tutta la sua vita.

Inizia una vita di preghiera e di penitenza. Accetta l'amarezza della solitudine, il vuoto di affetti, l'umiliazione della povertà, la durezza delle rinunce. Per unirsi ancor più alla sua Elisabetta chiederà di essere accolto nel terz'ordine dei Trinitari, per vivere la sua stessa spiritualità. Poco alla volta matura l'idea di farsi religioso. Entra tra i Minori Con­ventuali. Viene ordinato sacerdote. Vive nell'umiltà, nel na­scondimento, nell'ubbidienza. Viene additato come esempio di religioso perfetto e gli vengono affidati i giovani frati per la loro educazione religiosa e teologica. Accetta tutto quello che gli chiedono di fare. Ormai la sua vita non è più sua, ma di Dio. È diventato come Elisabetta, e così diventa finalmen­te «uno» con lei. Per sempre.

Morirà a 72 anni in concetto di santità. Il suo cammino di conversione è durato quasi quanto il cammino di Elisabet­ta, vent'anni.

La storia di un matrimonio singolare

Si erano sposati nel gennaio 1796. Cristoforo inizia a tradirla l'anno seguente. Sette anni dopo, nel 1803, Elisabet­ta viene chiamata da Dio, e per 22 anni percorrerà il cammi­no da Lui indicato, fino al 1825, anno della sua morte. È il cammino che la trasforma e la rende donna «nuova» anche agli occhi di Cristoforo. Cristoforo se ne innamora di nuovo, e si riunisce in modo nuovo a lei percorrendo la sua stessa strada. Anche per lui sarà un cammino che durerà 20 anni, fi­no alla morte, avvenuta nel 1845. E al termine si ritroveran­no insieme, in Dio.

Possiamo dire che la loro è una storia in tre tempi. Il primo, breve, in cui godono insieme un amore felice. Il secon­do, lungo 27 anni, in cui Cristoforo si abbandona al tradi­mento ed Elisabetta invece inizia e porta a termine la fatica di una ricostruzione della sua personalità, lasciandosi plasma­re da Dio. Il terzo, lungo 20 anni, in cui Cristoforo, dopo aver riscoperto la nuova Elisabetta, se ne innamora per la se­conda volta e vive con lei la fatica della ricostruzione della sua vita e della sua personalità. I tempi sono sfasati. Ma il ri­sultato è ottenuto. Elisabetta non avrà la consolazione di ri­congiungersi al suo sposo in terra; ma avrà il conforto di aver costruito con lui un rapporto molto più profondo e duraturo: quello che due sposi raggiungono camminando sulla stessa strada che porta a Dio, e vivendo nella gioia della contempla­zione del suo Volto. Per l'eternità.

P Giordano Muraro O.P

 

LA FAMIGLIA

Elisabetta Canori Mora nasce a Roma il 21 novembre 1774.

Tommaso Canori, il papà, è un importante proprieta­rio terriero, uno di quei mercanti di campagna che, nel­l'agro romano, gestivano grandi tenute agricole con criteri gestionali e commerciali avanzati. Un gentiluomo di vec­chio stampo che crede nell'onestà delle persone e nella gíu­stizia dei rapporti, amministra senza avidità, disdegnando il sopruso e la sopraffazione. È persona di fede profonda e di limpida moralità, probabilmente poco in sintonia con le «novità» che in quegli anni si stavano diffondendo in Italia e in Europa e stavano modificando radicalmente i rapporti sociali ed economici.

Si sposa, giovanissimo, con Teresa Primoli, nobile, im­parentata con i Bonaparte. La nuova famiglia, con casa di proprietà in via Tor dei Conti presso Campo Carleo, è in evidenza nella Roma che conta.

I coniugi Canori hanno dodici figli, sei dei quali muoiono nei primi anni di vita: l'elevata percentuale di mortalità infantile dell'epoca colpiva tutte le fasce sociali. Quando nasce, Elisabetta trova cinque fratelli maschi e una sorella, Maria. Due anni dopo di lei, nasce anche Benedet­ta, la sorella minore cui Elisabetta riserverà molte cure e molto affetto.

Vita brillante, frequentazioni importanti, feste e balli appartenevano allo stile di vita della famiglia Canori, nella quale però era data grande importanza anche alla devozio­ne, alla pratica religiosa, alla preghiera.

Elisabetta, per la sua prima educazione viene affidata alle suore di S. Eufemia e si distingue per la vivacità della sua intelligenza ma anche per una certa sensibilità religiosa e per capacità di riflessione e maturità di giudizio. Appren­de in fretta a leggere e a scrivere. Le sue qualità e il suo feli­ce temperamento si impongono all'attenzione delle sue educatrici, che le riservano qualche trattamento particolare. La superiora M. Geltrude Riggoli vorrà farle da madrina di cresima (5 luglio 1782, in S. Pietro).

La fortuna economica della famiglia Canori si basava su un difficile equilibrio tra agricoltura e commercio, che l'abilità e l'onestà di Tommaso non riuscirono a salvaguar­dare a lungo. Cattivi raccolti, moria del bestiame, insolven­za dei creditori, avevano già compromesso la sua solidità economica. I figli, cui affida le sue tenute, fanno il resto av­venturandosi in una gestione inconsulta: puntano tutto sui successi immediati e non cercano di salvaguardare il valore reale della proprietà; badano ad assicurare alle loro rispetti­ve famiglie redditi elevati ma dilapidano velocemente il pa­trimonio paterno.

Tommaso Canori si trova, nel giro di pochi anni, in ta­li ristrettezze da non avere i mezzi per assicurare alle figlie un futuro adeguato. Deve ricorrere all'aiuto di un fratello, residente a Spoleto, il quale accetta di farsi carico delle due nipoti Elisabetta e Benedetta e decide di affidarle alle suore Agostiniane del monastero di S. Rita da Cascia. Per i coniu­gi Canori è una scelta dolorosa essere costretti a separarsi dalle figlie per mancanza di mezzi, ma fanno di necessità virtù e nel 1785 accompagnano le due ragazze a Cascia. Eli­sabetta e la sorella restano nel monastero due anni e otto mesi.

Il modello educativo di quei tempi prevedeva per le ragazze soprattutto corsi di addestramento legati al loro fu­turo destino di spose e di madri. Al cucito, al ricamo e ai lavori femminili in definitiva veniva riservata maggior atten­zione che allo studio. Anche in queste attività Elisabetta, che comunque nello studio riesce brillantemente, rivela una particolare facilità di apprendimento.

 

PRIME INTUIZIONI

A Cascia, Elisabetta intuisce che ci sono modelli di vi­ta alternativi a quelli da lei finora conosciuti. Con il tipico slancio dell'adolescente, che vive di suggestioni, decide di imitare lo stile di vita delle suore. Per pregare dorme poco ed esagera nelle mortificazioni e nelle rinunce al punto da risentirne fisicamente.

Il ricordo di Cascia l'accompagna per tutta la vita. «Quanto stavo bene nell'età della mia puerizia in quel sacro chiostro racchiusa - scriverà in seguito - ché ad altro non pensavo che a Voi (Signore). Quanto lieto e tranquillo era il mio cuore. Eppure allora non conoscevo il mio benessere». Vive in maniera particolarmente intensa la sua prima comunione. Da allora, l'Eucarestia sarà il fulcro della sua vita spirituale e il centro della sua giornata: il permesso che le verrà accordato, anni dopo, di fare la comunione quoti­diana costituirà per lei un «privilegio» straordinario. Lo trasformerà in quotidiano incontro d'amore, in dialogo ininterrotto con l'«amato mio Bene», in impegno costante per la salvezza e la redenzione del mondo e della Chiesa.

«Mi dedicai tutta al Signore - ricorda, sempre a pro­posíto degli anni trascorsi a Cascia - con continue orazioni e mortificazioni e con esercizi di virtù, ma particolarmente col raccoglimento interiore. Questo lo procuravo con la so­litudine e con la mortificazione dei sentimenti del corpo. Ero favorita da Dio bene spesso tanto nella santa Comunio­ne, quanto nelle orazioni». È evidente che da adulta Elisabetta tende a considerare quell'esperienza giovanile come la prima tappa del suo itinerario spirituale.

In occasione della prima comunione, senza chiedere il parere di nessuno - il confessore del monastero pare non si sia accorto della particolare ricchezza del suo spirito - Eli­sabetta fa voto di castità.

A dodici anni, una scelta del genere esprime una gran­de generosità di spirito: la piccola Elisabetta capisce in qualche modo che per essere tutta di Dio occorre donarsi a Lui completamente. Ma il senso di un voto del genere le sfugge e di fatto se ne dimenticherà per anni. In quel perio­do sa comunque elaborare le motivazioni di quel gesto: è perché intende farsi suora che emette il voto di castità.

Anche sua sorella Benedetta coltiva, sia pure con mi­nor slancio e maggior equilibrio, la stessa idea. Timida e riservata, piuttosto insicura e fragile, non lascia mai Elisa­betta, vuole da lei protezione e attenzione. Le suore tenta­no invano di separarla, ma alla fine devono rassegnarsi ad accettare il dato di fatto: alle due sorelle Canori viene concesso di dormire nella stessa stanza e di fare assieme tutte le attività proprie della vita comunitaria. Per Elisa­betta è un peso tal quale questa dipendenza della sorella da lei, ma fa di necessità virtù: la ascolta, l'aiuta, se la por­ta sempre dietro.

Benedetta però, al di là delle apparenze, si rivela nel giro di qualche mese ragazza piuttosto autonoma e inventi­va. Decisa a realizzare, assieme alla sorella, il sogno di farsi suora, si informa sulle modalità di accettazione e viene a sa­pere che per la giovane età non possono essere ancora ac­colte nel monastero.

Alla ragazzina un divieto del genere risulta ingiusto. Ha fretta e passa alle vie di fatto organizzando una straordi­naria messa in scena. Non si sa come, riesce a mettersi in contatto con la superiora del monastero di S. Chiara da Montefalco e a strapparle la promessa di essere accolta tra le sue suore, falsificando forse l'età. Di nascosto scrive poi a casa, dicendo al padre che Elisabetta sta molto male e che deve venirle a prendere.

Tommaso Canori si precipita a Cascia. Trova Elisabet­ta pallida e dimagrita e decide immediatamente di riportar­la a Roma, assieme alla sorella. Benedetta tenta di far nota­re al papà che l'aria di Roma forse non è adatta e che l'aría di Montefalco è certamente più fine e poi c'è un monaste­ro... Ma Tommaso Canori non accetta alcun consiglio e sotto gli occhi esterrefatti delle buone suore, all'oscuro di tutto, si porta via le figlie.

 

LE SCELTE IMPORTANTI

Ritornata a casa, Elisabetta in poco tempo riacquista la salute e cambia stile di vita. Sollecitata dalla madre e dal­la famiglia, rientra nel giro della vita mondana romana, fa­cendosi notare per raffinatezza di tratto e bellezza. Il cam­biamento repentino costa ad Elisabetta: non è una ragazza molto portata all'esteriorità. Convenienze e regole familiari hanno però il sopravvento. La resistenza iniziale si attenua. Balli, teatri, divertimenti, frequentazioni importanti, ammi­ratori riempiono le sue giornate, senza escludere una certa pratica religiosa, del resto consolidata nella sua famiglia.

Elisabetta giudicherà questo periodo della sua vita co­me un «tradimento». In realtà, al di là di un certo raffred­damento spirituale, la sua coerenza morale non viene meno e la sua sensibilità religiosa è in qualche modo salvaguarda­ta. Vive come una ragazza del suo tempo e del suo livello sociale, rispondendo alle aspettative dei genitori e dell'am­biente con una particolare raffinatezza, per cui si fa notare. Ha fascino, grazie ad un insieme di equilibrio, di gradevo­lezza estetica, di dolcezza, di squisita femminilità, di cui fa partecipi gli altri con disinvoltura e con una certa innata spontaneità. Calcolo ed esibizionismo le sono infatti estra­nei, il che la rende agli occhi di molti coetanei ancor più in­teressante.

Al di là delle apparenze e delle convenienze, la situa­zione economica di casa Canori continua però a peggiorare. Tommaso vive assediato dai creditori e in balia dei figli.

L'atmosfera familiare diventa tesa: discussioni e liti sono frequenti. Maria, la sorella maggiore, scarica su Elisabetta tutta l'aggressività del suo infelice carattere: la tratta come una serva, la insulta, acida e prepotente.

Questi rapporti familiari difficili sono il doloroso ro­vescio della medaglia di questo periodo della sua vita. Eli­sabetta sta scoprendo nuovi sentimenti e nuovi desideri, coltiva nuovi sogni e aspettative. Si rende conto di perdere, a causa dei dissesti economici della famiglia, interessanti opportunità per il suo futuro. Soffre nel vedere i suoi geni­tori preoccupati e umiliati. La disturba molto di non poter intervenire direttamente per risolvere la situazione e nello stesso tempo si sente coinvolta e responsabilizzata.

Comincia in questo periodo a rivelare, in maniera sempre più incisiva, i tratti caratteristici della sua persona­lità: senso pratico nell'affrontare i problemi e grande parte­cipazíone emotiva; concretezza e finezza di spirito; equili­brio di giudizio e intuizione psicologica.

Provengono da questa dotazione personale certe scel­te a sorpresa che caratterizzano la sua vita, come quella, del matrimonio.

Un generoso prelato, che ben conosce le qualità spi­rituali e i problemi economici della famiglia Canori, pro­pone di far entrare Elisabetta e Benedetta nel monastero delle Oblate di S. Filippo ai Quattro Cantoni. Avrebbe lui sostenuto tutte le spese. Quella di avviare al chiostro i figli meno garantiti delle nobili casate era una soluzione tipica di quei tempi. Benedetta accetta e si fa suora (giugno 1795) con il nome di Maria Serafina dello Spirito Santo. Elisabetta no.

Non se la sente di abbandonare i suoi genitori e di la­sciare la famiglia in difficoltà. Si rende conto, con grande realismo, di avere delle responsabilità precise. E quindi co­mincia a coltivare l'idea del matrimonio sia per rispondere al suo profondo bisogno di amare sia per venire incontro al desiderio e alle necessità dei suoi genitori. Un buon partito avrebbe risolto molte cose, pensavano i coniugi Canori, ed Elisabetta capiva bene le loro ragioni.

E così quando il medico Francesco Mora, ricco e noto professionista, presenta in casa Canori il figlio Cristoforo con chiare intenzioni di combinare il matrimonio, Elisabet­ta prende in considerazione la proposta. Cristoforo, 23 an­ni, è un ottimo giovane, colto, educato, religioso, ben avvia­to nella carriera di avvocato. Piace ai suoi genitori e anche a lei. Conscia dell'importanza del passo da compiere, dopo un breve periodo di riflessione e di preparazione, dà il suo assenso.

Il 10 gennaio 1796, nella chiesa di Santa Maria in Campo Carleo, la stessa dove era stata battezzata, si celebra il matrimonio: una cerimonia sontuosa, una festa in cui i genitori degli sposi investono tutto il loro prestigio di ari­stocratici. Elisabetta affascina tutti.

 

UN AMORE DIFFICILE

Cristoforo ha arredato un alloggio nel palazzetto dei Vespignani, presso S. Eustachio, con grande gusto ed ele­ganza. Profondamente innamorato della moglie, viene ri­cambiato da Elisabetta con grande affetto e disponibilità. Una coppia felice.

Elisabetta conosce bene i suoi doveri di moglie e di donna di casa e anche se il marito le proibisce qualsiasi la­voro manuale e, quando rientra a casa arriva a controllarle le mani per vedere se ha adoperato ago e filo, lei di nasco­sto lavora, legge e occupa attivamente il suo tempo. Cristoforo è un marito squisito ma si rivela presto per­sona affettivamente immatura: possessivo e geloso non con­sente alla moglie nessuna scelta autonoma e la rimprovera quando scopre che non obbedisce ai suoi ordini. Sopporta persino a fatica che i genitori di Elisabetta la vadano a tro­vare e si trattengano con lei mentre è fuori casa. Elisabetta è a disagio e i suoi genitori capiscono: per evitare ogni mo­tivo di discussione diradano e poi interrompono le visite al­la figlia. Si accontentano di passare ogni giorno sotto la ca­sa di lei, per guardarla dalla strada e scambiare un saluto a distanza.

Giovane brillante e ben introdotto negli ambienti ari­stocratici, Cristoforo ama il teatro e i divertimenti, ama so­prattutto esibirsi accanto alla moglie, il cui fascino scatena la curiosità e l'interesse di molti ammiratori. Elisabetta, ingenuamente, non si accorge degli sguardi e non registra i commenti.

Ma è Cristoforo che si rende conto del «successo» crescente della moglie. La cosa lo infastidisce, lo irrita. Di­venta ombroso e sospettoso. Le scenate di gelosia sono all'ordine del giorno.

Durante la prima gravidanza, uno strano episodio vie­ne a segnare la vita della giovane coppia. Cristoforo aveva ricevuto in regalo una pistola e la stava mostrando, una mattina, alla moglie nella camera da letto. Elisabetta, spa­ventata, lo prega di scaricarla. Cristoforo l'accontenta ed, eseguita l'operazione, punta per scherzo l'arma contro la moglie. Una strana voce grida di mirare altrove e, mentre Cristoforo automaticamente cambia la mira, parte un colpo che raggiunge il quadro di un crocifisso, a pochi centimetri dalla testa di Elisabetta, mandandolo in frantumi. Paura, fumo, puzza. Un effetto strano che impressiona Elisabetta. Nel suo diario annoterà questo «segno» particolare, scor­gendovi una misteriosa indicazione divina.

Nasce una bella bambina che riporta l'armonia in ca­sa. Per pochissimi giorni. La piccola non riesce a deglutire e muore. È un dolore terribile per Elisabetta e per tutti.

Anche una seconda gravidanza si conclude drammati­camente. Ma ad aggravare il dolore di Elisabetta è il com­portamento sempre più strano del marito. Assente, chiuso in se stesso, teso più del solito, Cristoforo rispetta le appa­renze ma si vede che non è più lo stesso. Elisabetta non vuole sospettare niente di particolare e si accontenta delle spiegazioni che riceve, unicamente preoccupata di non far­gli mancare l'affetto e la tenerezza.

In realtà Cristoforo aveva avviato una relazione con una donna di modeste condizioni, che lo legherà a sé in una maniera fortissima, costringendolo non solo a tradire siste­maticamente la moglie ma a dilapidare il patrimonio, ridu­cendo sul lastrico la famiglia.

Quando Elisabetta viene a conoscere la verità e tenta di discuterne con il marito, viene aggredita da un Cristofo­ro infuriato che nega tutto, accusandola di sfiducia nei suoi confronti.

La nascita nel 1799 di Marianna non migliora le cose. Cristoforo è ormai in balia dell'amante, per raggiungere la quale è capace di lasciare la moglie sola a teatro o nel bel mezzo di un ricevimento con scuse penose.

In casa Mora gli animi sono agitati. Il fatto diventa, come succede sempre in questi casi, di dominio pubblico. Il prestigio della famiglia è, in qualche modo, compromes­so. Ma Cristoforo non recede e continua a chiedere soldi ai suoi genitori, con i pretesti più strani. Si fa di tutto perché il vecchio dottor Mora non venga a conoscere la vera natu­ra di certi ammanchi di cassa.

Una situazione insostenibile. Per allentare la tensione, come succede, qualcuno vuole trovare un capro espiatorio, su cui scaricare la responsabilità della vicenda. E così si co­mincia ad accusare Elisabetta di poca attenzione per il ma­rito, di poca capacità di tenerlo legato alla famiglia, di in­competenza nell'amministrazione della casa.

Elisabetta è frastornata e umiliata. Non si rassegna al fallimento del suo matrimonio, fa di tutto per tenere unita la famiglia e, senza contestare direttamente le accuse che le vengono rivolte, dimostra il massimo di disponibilità verso suoceri e cognati.

In occasione di una grave malattia, che tiene Cristofo­ro a letto per alcuni mesi, Elisabetta passa giorno e notte accanto al marito dandogli una straordinaria prova di amo­re e di dedizione. I parenti si riavvicinano e l'aiutano, aveva infatti da badare anche alla figlia. Per un momento spera che quella malattia possa essere una buona soluzione e che Cristoforo rinsavisca.

Il marito infatti non può non registrare l'eccezionale risposta di Elisabetta al suo tradimento. Si commuove, rin­grazia. Sembra voler recuperare il suo ruolo e la sua di­gnità.

I signori Mora decidono di mettersi in casa figlio, nuo­ra e nipote, un po' per ridurre le spese, un po' per meglio seguire la convalescenza di Cristoforo o forse per controllar­lo meglio. Elisabetta accetta, anche se è a disagio per non poter disporre di una casa propria.

Pur essendo trattata dai suoceri alla pari delle altre fi­glie, in casa Mora non fa certo la parte dell'ospite: è attivis­sima, si accolla i lavori domestici, si rende disponibile a suoceri e cognate, è affabile con la servitù, partecipa con di­sinvoltura a feste e ricevimenti. Non può evidentemente sottrarsi alla curiosità, spesso cattiva, di parenti e conoscen­ti che vogliono sapere del suo matrimonio e dei rapporti con il marito. Soffre e nasconde il suo stato d'animo con grande dignità.

Il 5 luglio 1801 dà alla luce Maria Lucina ed è una gioia per tutti. Un'altra occasione per sperare in un ravvedi­mento, perché Cristoforo sembra felice di essere nuova­mente padre. In realtà è solo più cauto e più bravo nel na­scondere la sua seconda vita: è sempre meno presente in casa, con la scusa degli impegni di lavoro, e comincia a pas­sare più di qualche notte fuori.

La quarta gravidanza e il disagio psicologico di un rapporto matrimoniale insostenibile piegano la resistenza di Elisabetta che si ammala. È giocoforza affidare ad altri la neonata e, per evitare conflitti tra i parenti, si decide per una balia di Trastevere. Elisabetta, non appena le forze glie­lo consentono, va a trovare la bambina e la trova in condi­zioni pietose, sporca, dimagrita e «piena di sfogo». Si cam­bia immediatamente balia, ma Elisabetta ricade ammalata e, questa volta, si teme addirittura per la sua vita. Le viene impartita l'Estrema Unzione.

Nel diario essa parla di «febbre putrida maligna», ri­ferendosi probabilmente ad una grave malattia infettiva. «Diciannove giorni stetti priva di ogni umano pensiero, ma il pensiero dell'eternità in cui sicuramente credevo di dover passare, teneva tutte impiegate le potenze della povera anima mia. Non cercavo rimedio al mio male, né di sostentare le mie deboli forze, ma solo rivolto il mio cuore al Signore, Gli domandavo misericordia e perdono; prevenuta dalla grazia, eccessivo era il dolore dei miei peccati».

Il verdetto dei medici non consente illusioni: Elisabet­ta è condannata. E invece guarisce, al di là di ogni ragione­vole spiegazione medica. Cinque mesi di convalescenza convincono Elisabetta che «la vita miracolosa che il Signore mi aveva restituita non doveva essere più mia». È la scelta radicale: «mi offrii tutta al mio Signore». A caratterizzare questa scelta è subito una vita sacramentale molto intensa: confessione e comunione settimanali e poi, per una felice intuizione del suo confessore, la comunione tre volte alla settimana. «Di questa grazia ringraziai affettuosamente Ge­sù e Maria: qual profitto mi portò la frequenza della Ss.ma comunione non posso esprimere».

Non appena le forze glielo consentono, Elisabetta si fa riportare la figlia e la trova pelle e ossa, incapace persino di lamentarsi. La balia si giustifica dicendo che la bambina ri­fiutava il suo latte, ma Elisabetta capisce come sono andate le cose. «Si reca la bimba in seno, chiede un uovo fresco, lo dà a bere alla figlia che lo sorbisce, e si calma dal suo malin­conico lagno». Determinazione materna e saggezza pedia­trica del tempo.

 

LA NORMALITA’ DELLA FEDE

Nel raccontare la vita di Elisabetta, stiamo cercando, nel rispetto dei fatti, di evitare il troppo facile effetto della santità anticipata.

Nel caso di Elisabetta Canori Mora questa avvertenza ci pare particolarmente importante, trattandosi di una don­na che ha raggiunto la santità attraverso una straordinaria esperienza umana e una eccezionale esperienza mistica. La sua vita potrebbe far pensare al caso atipico, all'evento fuo­ri dal comune, al «fenomeno» ricco di effetti speciali - mol­tissimi, come vedremo - ma privo di collegamenti concreti con la nostra esperienza e con la nostra sensibilità di oggi.

E invece nella vicenda di Elisabetta Canori Mora non c'è niente che si presti ad una forzatura del genere, tanto­meno la sua esperienza mistica.

Elisabetta è una donna del suo tempo e della sua clas­se sociale. È intelligente ma poco colta (non finisce nemme­no gli studi), il che non mette in discussione le sue notevoli doti letterarie: è una scrittrice incisiva ed efficace anche se poco esperta della grammatica e della sintassi. La sua ric­chezza interiore può tradursi in componimenti lirici di no­tevole suggestione, tanto più significativi in quanto accom­pagnati da una incontestabile povertà formale.

Come donna, Elisabetta accetta il modello corrente, che la vuole ragazza riservata, moglie fedele, madre, custo­de della famiglia, educatrice, cristiana devota. Difficile tro­vare nel suo diario - da lei scritto per ordine del confessore - altro fatto storicamente datato - una qualche critica a questo tradizionale ruolo femminile, allora socialmente e religiosamente riconosciuto. Impossibile quindi leggere la sua personalità con la diversa consapevolezza che la donna di oggi ha maturato circa il proprio ruolo e la propria iden­tità. Più interessante invece osservare come a partire da un modello così psicologicamente e culturalmente condiziona­to, Elisabetta sia riuscita a inventare un progetto di vita straordinario e, come avremo modo di dimostrare, quanto mai attuale.

La sua fede, assorbita spontaneamente dall'ambiente familiare e sociale, diventa progressivamente una scelta consapevole che si traduce nella preghiera quotidiana, nella frequenza dei sacramenti, nella scelta di un'obbedienza as­soluta al direttore spirituale. È una fede che pervade tutta la sua esistenza, alla luce della quale Elisabetta legge la sto­ria e ritiene che quanto avviene sia sempre espressione della volontà e dell'amore di Dio, in sintonia ancora una volta con la teologia e la spiritualità dominanti nel suo tempo. Il fatto che lei da queste certezze sappia dedurre conclusioni pratiche e scelte di vita «eroiche» amplia il significato della sua esperienza: l'eroismo di Elisabetta non sta nella testa ma nel cuore e nelle mani. Alla «verità» essa arriva «cammi­nando» non teorizzando.

È questa concretezza, accompagnata da una straordi­naria sensibilità etica e religiosa, che consiglia la suocera di affidarle le due figlie più giovani, nella convinzione di aver trovato in lei una guida e una maestra credibile. Ed Elisa­betta soddisfa puntualmente le aspettative della suocera e delle giovani cognate. Il che conferma che Elisabetta rien­trava nei canoni della normalità allora riconosciuti: le si at­tribuiva al massimo una particolare capacità di rispettarli. Sarà quando la sua coerenza la porterà a rifiutare radical­mente il modello di donna corrente, quando i suoi parenti la vedranno «affatto slontanata dalli divertimenti del mon­do, abbandonare li adornamenti donneschi, contenta di vestire un abito triviale» che le rinfacceranno la sua «sconve­niente» diversità.

Ciò nonostante, Elisabetta continuerà a vivere di fede e di pratica religiosa, di fedeltà ai suoi doveri di madre e di sposa, di lavoro e di impegno per gli altri nella convinzione di rispettare la più ovvia normalità. La sua religiosità, pur essendo profondamente segnata da espressioni e pratiche di provenienza monastica, non la estrania dai suoi compiti familiari: Elisabetta non è una madre che per andare in chiesa abbandona il marito o le figlie o che per pregare si dimentica di preparare il pranzo. Al massimo si alza più presto al mattino e prega quando gli altri dormono. Co­stretta alla povertà da un marito incosciente e infedele, si guadagnerà da vivere facendo la sarta. Da quando non si può più permettere cameriere e maggiordomi sbriga da sola i lavori più pesanti, incurante del freddo, del caldo, della stanchezza e, per anni, anche della fame.

È una donna forte, concreta, decisa, oculata con le fi­glie. Sempre, anche quando l'esperienza mistica raggiunge i massimi livelli. Mentre è in estasi, può continuare a cucire. Il che è meno eccezionale di quanto si possa pensare a pri­ma vista. E lei è la prima a voler sottrarre alla curiosità o all'ammirazione altrui quanto di straordinario vive.

In questa difesa gelosa della sua «normalità» possia­mo leggere correttamente una lucida adesione di Elisabetta alla sua vocazione squisitamente laica. Se la riveste di «sa­cro» è perché è convinta che tutto è grazia. Elisabetta non è una donna costernata davanti alle prove della vita e non si rifugia quindi nella fede per cercare protezione, ma è una donna «prosternata» davanti al mistero dell'amore di Dio. Il suo Dio non è la Ragione Suprema che tutto spiega ma è comunione d'amore - Trinità appunto - che tutto salva e redime.

 

UNA FEDELTA’ IRRIDUCIBILE

Questa concretezza, che non ammette soluzioni di continuità tra vita quotidiana e fede, si rivela particolar­mente creativa nell'atteggiamento che Elisabetta assume ri­spetto al marito che la tradisce.

Quando è chiaro a lei e a tutti che Cristoforo non cambierà vita, l'idea di una separazione la può anche sfiora­re, non fosse che per recuperare un minimo di tranquillità per sé e per le figlie. Ma a prevalere saranno altre conside­razioni.

Obbedisce, con comprensibile disagio, all'ordine di un confessore piuttosto rozzo che le impone di riprendere i rapporti intimi con il marito. Il rifiuto di questi, violento e sarcastico, la umilia come donna, ma quando Cristoforo le chiede il consenso di continuare la relazione extraconiuga­le, con la squallida motivazione di restituire l'onore all'a­mante, il suo «no» è categorico.

La famiglia Mora si spacca: da una parte il padre e le figlie vogliono che Cristoforo paghi con la galera la vergo­gna loro inflitta; dall'altra la madre lo difende strenuamente e cerca una soluzione di compromesso.

Cedendo alle insistenze del suocero, Elisabetta si limi­ta verbalmente a consentire che si faccia ricorso al tribunale ecclesiastico. Il cardinale Vicario di Roma, appena ricevuto il ricorso, spicca l'ordine di «custodia cautelare». Cristofo­ro è rinchiuso nel convento dei Passionisti ai SS. Giovanni e Paolo,`'impegnato in «spirituali esercizi» fino a nuovo ordine. Viene avviato il processo. A quei tempi il potere ec­clesiastico aveva i mezzi non solo per processare e condan­nare gli adulteri ma anche per applicare pene detentive. Siamo nel 1807.

L'avvocato deve sottomettersi al provvedimento. I re­ligiosi che lo prendono in consegna sono molto zelanti e non gli lesinano ore e ore di cappella, di prediche e di silen­zio, concedendogli solo lo svago di qualche momento d'aria nell'orto del convento. Costretto a ripensare ai suoi casi, Cristoforo è quasi sul punto di riconoscere il suo torto e di chiedere perdono. Ma la rabbia di essere stato svergognato dalla moglie - come credeva - davanti a tutta Roma, lo trat­tiene. Riesce a farle pervenire una lettera ricattatoria, carica di minacce, che Elisabetta consegna ai suoceri. I due si spa­ventano e sollecitano la conclusione del processo. Il Tribu­nale emette la sentenza: divieto assoluto di incontrare e di parlare all'amante; in caso di non emendamento cinque an­ni di reclusione per lui a Castel Sant'Angelo ad arbitrio del cardinale Vicario e altrettanti per la donna nel carcere fem­minile di S. Michele presso Ripa Grande.

L'avvocato capisce che gli conviene cambiare tattica. Scrive una lettera ai genitori promettendo loro di interrom­pere definitivamente la relazione adulterina e di mettere la testa a partito. Troppo e troppo in fretta per essere credibi­le. Padre e sorelle non gli credono, infatti. Lo vogliono rin­chiuso a Castel Sant'Angelo. La madre invece lo difende. Elisabetta si dimostra indifferente. Mentre il tribunale prende atto della «conversione» di Cristoforo, le due co­gnate, un po' per realismo un po' per interesse, le propon­gono di cambiare casa, inde evitare la prevedibile reazione di Cristoforo. Non se ne fa niente. Cristoforo, dopo ventot­to giorni di «spirituali esercizi», torna in famiglia.

Gentile, sottomesso, suadente con i genitori, sfoggia tutta la sua arte consumata di avvocato per convincerli a far rientrare il divieto di incontrare l'amante: ritiene suo dovere di gentiluomo restituirle l'onore. Con Elisabetta è invece duro, minaccioso, strafottente, un «leone infierito - scrive lei - per vedersi privo della sua amica. La priva­zione di questa amicizia non ad altro servì che inferocirlo contro di me, sicché molto dovetti soffrire da questo omo forsennato».

Cristoforo pretende da lei un consenso scritto per «tornare liberamente a trattare la sua amica». Elisabetta, per guadagnare tempo chiede di consigliarsi con il confes­sore. È un diversivo inutile: il suo confessore le può dare solo la risposta che lei conosce già. Cristoforo si imbestiali­sce e passa alla violenza fisica. Una sera, al colmo della rab­bia, estrae un pugnale e le si avventa contro. La suocera ar­riva appena in tempo per inframmetersi tra i due e impedi­re il peggio. Cristoforo, davanti alla calma irremovibile del­la moglie, ha un attimo di mancamento: Elisabetta lo soc­corre. L'avvocato si riprende e ricomincia con gli insulti. Poi si alza ed esce di casa, minacciando di andarsi ad am­mazzare.

La suocera, disperata e spaventata, accusa Elisabetta di essere la causa di tutto. A rincarare la dose arrivano le cognate. Le bambine, svegliate dal grande baccano, sono spaventate. Una notte d'inferno. Ricordandola, Elisabetta si meraviglia di non aver mai perso la calma interiore e di aver saputo affrontare la prova con una straordinaria serenità di spirito.

Il giorno dopo, Cristoforo ritorna, più cupo che mai. In casa tutti sono del parere che occorra trovare una solu­zione. Si teme per l'incolumità di Elisabetta. «Ai miei pa­renti - scrive - recava molta meraviglia come io avessi tanto spirito di restare sola di notte in camera con un uomo tanto imbestialito, senza paura di restar morta per le sue mani».

Non si piega davanti alle minacce, agli insulti e alle percosse. Tre mesi drammatici. Qualcuno dei parenti la consiglia di ritirarsi in convento, sua madre vuole che tor­ni a casa, il suo confessore la consiglia di sciogliere il ma­trimonio.

«In mezzo a tutta questa disparità di pareri, il mio spi­rito riposava dolcemente nelle braccia del suo Signore». Al­la fine è Elisabetta a decidere, su indicazione divina. Dice al suo confessore: «Deponga ogni pensiero riguardo a questa separazione di matrimonio, perché io antepongo la salvezza di queste tre anime al mio profitto spirituale perché lì è maggior gloria di Dio».

In questa scelta di Elisabetta, al di là delle motivazioni etiche e religiose da essa espresse, c'è un significativo modo di affrontare il problema. Tutte le ipotesi che le vengono proposte, di fatto invece di risolvere il conflitto lo negano: accettano di fatto l'adulterio. Lei invece punta ad una solu­zione vera e lo fa ristrutturando i termini del problema: non considera più marito e figlie come congiunti cui è lega­ta da un vincolo contratto con il matrimonio ma come «ani­me» da amare «per pura carità e cercare per questi tutti i vantaggi della loro eterna salvezza». Rinunciando «ad ogni affetto sensibile che possa mai avere il mio cuore verso di loro», in realtà li lega a sé con un amore molto più grande.

Non riuscendo a produrre il cambiamento in quanto sposa e madre, assume un altro ruolo: quello di salvatrice. Invece di porsi l'obiettivo, ormai impraticabile, del recupe­ro dell'amore del marito, si pone quello della sua salvezza.

In questo modo, scende a sorpresa sullo stesso terreno di Cristoforo e si confronta con la sua stessa logica: come lui si sente in obbligo di «salvare» la sua amante, restituen­dole l'onore compromesso senza pretendere vantaggi affet­tivi, ma per puro senso di giustizia; così Elisabetta non gli concede la separazione, per puro senso di «carità», rinun­ciando agli affetti sensibili per la sua salvezza eterna. Per restituire l'onore all'amante, a questo punto, Cristoforo non può far altro che riconoscere l'amore della moglie.

Sarà questa «trappola» della fedeltà che assicurerà ad Elisabetta il successo finale. Ed è significativo che Cri­stoforo non sia mai riuscito a liberarsene, anche quando poteva presumere che la giustizia non si interessasse più al suo caso. La sua fissazione gli creerà attorno il vuoto, ma la fedeltà di Elisabetta gli impedirà di andare alla deriva. Se ne renderà drammaticamente conto dopo la morte del­la moglie.

Della fedeltà, Elisabetta fa una questione di principio, ma ne difende coscientemente anche la funzione pratica: evitare alle figlie la scomparsa definitiva della figura pater­na (coraggiosa e intelligente scelta pedagogica); imporre al marito almeno il rispetto dei suoi impegni di sostentamento economico della famiglia (difesa tenace di un diritto acqui­sito, condotta da una donna che non accetta di essere mes­sa da parte come un oggetto consumato e rivendica pari re­sponsabilità familiari, a tutti i livelli).

Elisabetta chiede con insistenza a Cristoforo di ricor­darsi dei suoi obblighi e di pensare alle necessità della fami­glia. È umile ma non succube. Non baratta se stessa e il ma­trimonio con gli alimenti. Esige solo quello che le spetta.

Nella sua fedeltà riscontriamo quindi anche una com­ponente lucidamente ed eroicamente «laica». Elisabetta non accetta di cambiare di segno la sua esperienza familia­re: per quanto ella viva immersa nel divino, tiene mani, pie­di, cuore e cervello ben fissati alla terra. Come qualsiasi ma­dre, sa che il pane prima di diventare simbolo di amore e di comunione deve arrivare concretamente sulla tavola: ai figli che hanno fame non si imbandiscono buoni sentimenti.

A controprova di questa irriducibile concretezza nei rapporti umani e familiari sta anche l'atteggiamento assun­to da Elisabetta in quella particolare esperienza che sono state le «nozze mistiche». Una volta che essa cede alla «se­duzione» di Cristo che la vuole sua sposa, la sua fedeltà non conosce incrinature. Anche in questo caso le prove non mancano e sono durissime, per lei. Pur non venendo meno al patto mistico, il suo «amatissimo Gesù» le si sot­trae, si nasconde. In un certo senso la «tradisce» trattando­la come una vittima sacrificale della sua giustizia. Ma nean­che il «silenzio di Dio» piega Elisabetta. Essa esige che parli, rivendica il «diritto» di ascoltare la sua voce, vuole veder soddisfatto ampiamente il suo appassionato desiderio. Sarebbe errato pensare alle «nozze mistiche» come ad un surrogato consolatorio del matrimonio fallito di Elisa­betta, come se essa, tradita dal marito terreno, avesse trova­to nello sposo celeste l'alternativa al suo bisogno di amare o quantomeno una sublimazione dello stesso. La testimonian­za diretta di Elisabetta e di quelli che l'hanno conosciuta esclude un'ipotesi del genere.

Elisabetta risponde positivamente alla nuova proposta nuziale come ad un ulteriore impegno, come ad una nuova vocazione. Agli inizi è reticente, non si sente degna, lo ritie­ne un compito superiore alle sue forze, fa resistenza anche perché teme si tratti di un inganno del suo spirito. Ma quando sceglie non vuole contropartite consolatorie, si me­raviglia anzi che le vengano date.

Nelle diverse celebrazioni delle «nozze místiche» cede alle esigenze di Dio nella piena consapevolezza di perdersi: il «piacere di Dio» ha la stessa violenza del dolore che le viene imposto. Non chiede e non si lamenta, ringrazia. Ma esige una reciprocità totale. E Dio, che non bara, deve cederle.

In questo modo, Elisabetta ci svela una dimensione importante del rapporto matrimoniale: quella «mistica». Gli aspetti biologici, economici, giuridici, etici e religiosi che, presso tutte le culture, si intrecciano nel matrimonio quando sono vissuti dalle persone come funzioni dell'amo­re danno una risultante «mistica» inequivocabile: intensità delle emozioni, calore, coinvolgimento e soprattutto il su­peramento delle distinzioni, dei ruoli, l'annullamento della distanza tra soggetto e oggetto che si fondono in «un cuore solo e un'anima sola».

Perdersi nell'altro - sia esso la moglie, il marito o Dio - accettare che l'altro ti perda, è l'unico modo per salvarsi. Per questo il Vangelo considera l'amore come il comanda­mento centrale: perché il paradosso su cui si fonda - per­dersi per l'altro nel dono d'amore - produce salvezza.

Di qui la continuità tra amore umano e amore divino: hanno entrambi una funzione salvifica. Nella liberazione della potenza creatrice di Dio (fecondità) e nella liberazio­ne della libertà umana, sta il senso di ogni comunione d'amore. Per questo il Dio di Elisabetta è la Trinità, míste­rioso rapporto interpersonale nel quale l'amore è fonte, nello stesso tempo, di diversità e di unità. La «comunione» - esperienza sacramentale e mistica fondamentale per Elisa­betta Canori Mora - è la prospettiva più elevata e liberante del nostro destino di creature.

 

ESPERIENZE MISTICHE

7 settembre 1803. Colpita da «prezioso dardo», scoc­cato dalla «divina colomba», Elisabetta Canori Mora vive la sua prima esperienza mistica. Il fatto provoca un profondo cambiamento nella sua vita.

In uno stato di leggero dormiveglia, ha una visione in cui un misterioso personaggio - da lei poi riconosciuto co­me sant'Ignazio di Loyola - la conduce alla presenza di una «leggiadra Signora ammantata di candide vesti» che «tene­va nelle sue mani bella e risplendente colomba», sotto le ali della quale essa vede impressi i chiodi della crocifissione, da cui partono «dardi di fuoco». Invitata da un «brutto mostro» a fuggire, Elisabetta vince la paura e ascolta l'invi­to della guida che le dice di restare. «Ed ecco che quella di­vina colomba mi scocca prezioso dardo: di sacro fuoco re­stò colpito il mio cuore intimamente: il prezioso colpo mi cagionò deliquio mortale».

Rapimenti ed estasi si susseguono poi con una tale forza «che il mio corpo, come morto, restava disteso per terra». Sono «fenomeni» difficili da nascondere agli estra­nei. I suoi battiti cardiaci assumono un andamento così ir­regolare che «scuotevo la sedia in cui sedevo, il letto in cui riposavo». I medici ordinano alcuni salassi, senza nessun ri­sultato. Sarà lei a chiedere alla Madonna di liberarla da «quel palpito tanto sensibile». E viene esaudita.

Elisabetta si rende conto di essere travolta da una straordinaria passione amorosa, superiore alla sua volontà.

Il fuoco nel quale brucia, come il biblico roveto ardente, non la consuma.

Gli effetti di questa esposizione diretta al divino sono incontrollabili: le basta fare la comunione per ritrovarsi in al­tri universi dominati da montagne misteriose, percorsi da sentieri pericolosi, popolati di strane presenze; dopo pochi istanti di preghiera, può entrare in contatto con personaggi celesti (Angeli), con i protagonisti del Vangelo (la Madonna, gli Apostoli), con Gesù in persona o con la stessa Trinità. So­no forme di estraniamento che fisicamente si possono espri­mere con levitazioni da terra, con svenímenti prolungati, con la cessazione di ogni sensibilità, con pianti incontrollabili o con estasi e rapimenti per lei indescrivibili. Per raccontarli in qualche modo ricorre alle tipiche immagini dell'innamora­mento: parla di «passione», di «brama», di «ardore», di «pazzia amorosa», di «desiderio», con uno stile, tra l'altro, che va oltre la sua modesta competenza letteraria.

Tutto questo, per anni, la mette a disagio. È una don­na concreta, attiva, spiritualmente raffinata ma non certo incline ad eccessi e tantomeno a esibizionismi. Pur doven­do ammettere i fatti, ë la prima a chiedersi che cosa signifi­cano e perché succedono proprio a lei. È la prima a pensa­re subito a una qualche distorsione interiore, a una qualche sofferenza psicologica.

Il dubbio si impossessa di lei, la rende insicura e questo spalanca le porte all'azione del «nemico». All'estasi seguono così frequenti «attacchi diabolicí» - anche fisicamente deva­stanti - durante i quali si sente dolorosamente divisa tra pau­ra e amore, tra illusione e realtà. Per superare queste prove, oltre a ricorrere alla competenza dei suoi direttori spirituali, Elisabetta adopera due mezzi: la preghiera, che diventa sem­pre più un confidenziale dialogo amoroso con Dio, e la peni­tenza, che si trasforma in un annullamento sempre più mar­cato dei suoi bisogni fisici. Per anni si nutrirà una volta sola al giorno e poi una volta ogni 48 ore; dormirà sempre po­chissimo e lavorerà tutta la vita duramente.

Come in ogni esperienza mistica, anche in quella di Elisabetta è centrale la funzione del dolore: essa lo assume, lo domina, lo controlla e ne annulla gli effetti distruttivi di­ventando sempre più leggera e trasparente, riducendo le sue esigenze, i suoi bisogni fisici e psichici. La sua resisten­za al dolore aumenta in proporzione al suo annullamento che le permette di dare sempre maggior spazio alla potenza divina. Una volta che arriva a identificarsi con il suo amato Signore, il dolore non può più nulla contro di lei. Avremo modo di raccontarlo.

All'inizio del suo cammino mistico, Elisabetta si iden­tifica con il Cristo sofferente del Getsemani («Tre volte nel­lo stesso anno fui condotta dallo spirito del Signore al Get­semani»). Farà poi l'esperienza del baratro - vuoto assolu­to, perdizione eterna - da cui il Signore la salverà e quella del Cenacolo durante la quale verrà «condotta a viva forza» a partecipare al banchetto eucaristico in cui «il buon Gesù di propria mano mi comunicò». In seguito, dopo le ripetute celebrazioni delle nozze mistiche, il contatto diretto con Dio si svilupperà in maniera sempre più coinvolgente e «paritaria», al punto che sarà lei - in più di qualche occa­sione - a imporre la sua volontà all'amato, trasformando il di lui furore per il Male del mondo in misericordia.

Tipica della vicenda mistica di Elisabetta Canori Mora - vicenda che si colloca tra quelle classiche della spiritualità cristiana, note agli studiosi e alla devozione popolare, da santa Teresa d'Avila a san Giovanni della Croce - è una cer­ta dimensione «materna» del rapporto con il divino. In nu­merose «apparizioni» le viene dato in braccio il Bambino Gesù. C'è inoltre una presenza costante della Madonna nel­le sue visioni, quasi a sottolineare una sintonia spirituale tra donne e tra mamme. Anche davanti alle sofferenze del Cri­sto è il suo «amore materno» che viene attivato e che si esprime in gesti di grande tenerezza: l'abbraccio, il riposo sul petto del suo amato bene. È insomma la «donna» che fornisce alla «mistica» i gesti dell'amore.

 

I CREDITORI

L'inizio dell'esperienza mistica coincide con una fase drammaticamente travagliata della esistenza di Elisabetta. Suo marito fallisce e i creditori si avventano sulle re­stanti risorse di casa Mora per rifarsi. Elisabetta vende tutto quello che ha per far fronte alle richieste, camera matrimo­niale compresa. Non basta.

Per evitare a Cristoforo la galera, decide di affrontare i creditori, mettendo da parte il suo orgoglio di nobildon­na. Passa dall'uno all'altro, spiega la sua situazione, li con­vince che non possono ottenere più di quello che hanno ri­cavato e di risparmiare il carcere al marito.

Tutti cedono alla sincerità dolorosa e al fascino della sua straordinaria dignità. Solo uno squallido personaggio tenta di approfittare della situazione proponendo a Elisa­betta un ignobile baratto: il condono dei debiti contro la sua dignità di donna e la sua fedeltà di sposa. La reazione ferma di Elisabetta lo disarma. Firma anche lui la quietanza a saldo delle sue spettanze.

Cristoforo registra questa generosa azione della mo­glie, ma, stimolato - pare - dall'amante, continua a impe­gnarsi in. avventate imprese economiche oltre che a darsi al­la bella vita. Sua madre lo copre ostinatamente e giunge ad ingannare il marito per assecondare il figlio, nella vana spe­ranza di ripianarne le finanze. Il povero dottor Mora, ormai avanti negli anni, continua la sua professione fornendo in­volontariamente i mezzi perché si continui a ingannarlo. Si limita soltanto a interdire alla moglie la gestione economica della casa, che viene assunta dalla figlia Maria.

Maria è una donna dura e prepotente, per niente di­sposta ad accollarsi il carico economico della cognata e del­le nipoti. Non perde occasione per far loro notare che sono un peso tal quale e che devono trovarsi qualche altra siste­mazione.

Elisabetta cerca in qualche modo di compensare l'ag­gravio economico della famiglia e si accolla tutti i lavori più pesanti. Ormai è ridotta a fare da «cantiniera» e da «galli­nara», meno considerata dei servi.

Le bambine, adorate dal nonno, sono sistematicamen­te maltratte dalle zie, persino picchiate. Quando il nonno regala loro qualche moneta d'oro, le zie sono capaci di far­sela consegnare, come vile risarcimento delle spese che so­stengono per esse. Elisabetta trova tutto ciò insopportabile, ma non può far altro che aiutarle a reggere la difficile situa­zione. Se esse minacciano di andare a riferire tutto al non­no, le convince a non farlo.

Cristoforo è del tutto assente, unicamente preoccupa­to di salvaguardare il rapporto con genitori e sorelle per estorcere continuamente denaro. Il che non gli impedisce di esigere dalla moglie abiti in ordine e servizio accurato. Con le figlie tenta qualche improbabile gesto paterno, ma ormai le ragazze hanno capito che su di lui non possono contare.

Chiedono spiegazioni alla mamma, ed Elisabetta ha il suo bel da fare per non squalificare ai loro occhi l'immagi­ne del padre. Le sue spiegazioni allentano per un momento la tensione, ma i fatti parlano troppo chiaro perché le sue figlie si lascino convincere.

Un giorno, Maria entra nella stanza della bambine e getta sul letto un paio di scarpette appena rattoppate, di­cendo loro che si tratta degli ultimi soldi che è disposta a spendere. Umiliate, le ragazze vogliono ribellarsi. Elisabetta deve ricorrere a tutte le sue risorse dialettiche e al suo grande affetto per assicurarle che le cose cambieranno e per convincerle ad avere ancora un po' di pazienza. Il che co­míncia a sollevare nelle ragazze qualche dubbio nei suoi confronti. Che cosa pretende da esse? Perché subire tanti soprusi e ingiustizie quando si potrebbe vivere bene? Per­ché la zia Maria si è comprata un abito bellissimo - pagato una cifra da capogiro - e se ne va in giro a farsi ammirare quando loro non hanno un vestito decente da indossare?

E’ dura convincere delle ragazzine che non è poi così importante vestirsi bene e avere tanti soldi da spendere, so­prattutto quando attorno a loro parenti e conoscenti non fanno e non pensano ad altro. Elisabetta accetta la sfida, anche sul piano educativo e oppone la sua visione del mon­do, i suoi valori, mettendo in gioco con coraggio la sua stes­sa credibilità di madre.

Questo comportamento può risultare inspiegabile. In realtà Elisabetta si trova in una condizione che non le offre alternative. La dura legge della realtà si impone a lei e alle figlie. Ritiene corretto non nasconderla ai loro occhi, tenta solo di ristrutturarla in positivo, di evitare che distrugga il rapporto tra le persone. Il che non significa che l'accetti passivamente: pratica e concreta come sempre, cercherà e troverà una soluzione nel giro di qualche mese.

 

L'ESTASI PROIBITA

In questa drammatica situazione, Elisabetta ha un uni­co rifugio: una specie di stanzino ricavato da un sottoscala, che essa, con il permesso della suocera, ha scelto e attrezza­to come luogo di preghiera. Nelle rare pause della sua pe­sante giornata e soprattutto durante la notte - comincia a dormire pochissimo - prega, tentando di nascondere a tutti quanto di straordinario le succede durante i suoi colloqui con Dio.

«Il più delle volte ero sorpresa dallo Spirito del Signo­re, che violentemente mi rapiva, e non era in mio potere resi­stere alla sua forza; sicché ora mi tratteneva distesa al suolo, ora dalla violenza balzava senza ritegno». Saranno le figlie, per prime e dopo qualche tempo, a scoprire il suo segreto.

E certamente significativa questa capacità di Elisabet­ta di affrontare la sua difficile condizione mantenendo una sostanziale integrità psichica, in modo da salvaguardare le energie necessarie per svolgere i suoi compiti di madre e di sposa e per dedicarsi alla preghiera e alla contemplazione. È però chiaro a tutti che Elisabetta sta profondamente cambiando. Il suo modo di fare e di vestire, il suo continuo pregare, la sua messa e la sua comunione quotidiane, la sua indifferenza per le apparenze creano disagio. È sempre una donna molto bella e il suo stile nell'affrontare le difficoltà della vita ne aumenta sottilmente il fascino. Ma le conve­nienze sociali impongono comportamenti più consoni al nome della famiglia ed Elisabetta non le rispetta.

Glielo fanno notare in tanti: parenti, ecclesiastici, ami­ci di famiglia, direttori spirituali, uno dei quali arriva a proibirle di andare in estasi. Elisabetta entra in conflitto con se stessa, rendendosi conto che le osservazioni hanno un certo fondamento. Non e ceto persona disposta a «esi­bire» ad ogni costo la propria diversità. Nello stesso tempo è profondamente convinta che lo stile di vita che si preten­de da lei non è economicamente e psicologicamente prati­cabile: è una donna povera, tradita, e, per mantenere le fi­glie, ha ben altro cui pensare che ai balli e ai divertimenti. E poi la superficialità della vita mondana non la interessa: non le serve per resistere, infatti. Si preoccupa comunque di non irritare la gente.

Per uscire dall'incertezza si rivolge all'unico interlocu­tore «sbagliato», a quel suo Signore con cui intrattiene or­mai un rapporto d'amore costante. La risposta che ne rica­va non ammette alternative: Dio non è affatto disposto a ri­nunciare a lei, ma la assicura che incomprensioni, disagi, sofferenze finiranno.

 

LA CAMICIAIA, I POVERI E I CARBONARI

Il «piacere» che Elisabetta ricava dal fuoco della sua passione amorosa non le serve come fuga dalla realtà. La le­ga anzi ancor più alle sue figlie, alla sua famiglia, ai parenti e moltiplica le sue energie per far fronte agli eventi, allo scopo di provocare un cambiamento radicale della situazio­ne e delle persone. Non solo. L'irruzione del divino nella sua vita la immerge sempre più profondamente nel mondo, la responsabilizza del dolore altrui. Per questo si fa carico dei problemi, delle sofferenze, della povertà di tutti quelli che le stanno attorno, con uno straordinario attivismo.

Fin dai primi anni di vita, Elisabetta rivela una parti­colare sensibilità per le persone: è attenta, premurosa, di­sponibile, attiva soprattutto nei confronti della gente più modesta, dei poveri e degli ammalati. Questa cortesia dello spirito diventa scelta di vita, con una coincidenza significa­tiva: nel momento in cui Elisabetta comincia a sperimenta­re sulla sua pelle la povertà, a causa della disgraziata rela­zione del marito, il suo interesse per i poveri diventa un im­pegno costante della sua giornata.

Le figlie le fanno notare che nel suo comportamento c'è un qualche cosa di strano: come si fa a dare agli altri quando non si ha, spesso, nemmeno il necessario? Ma Eli­sabetta vede la realtà in maniera diversa: sono il dono e la gratuità a moltiplicare le risorse, non il possesso e il consu­mo. E lo dimostra concretamente alle figlie, cui non farà mai mancare il necessario.

Eccola allora passare per il centro di Roma con pento­le e tegami, diretta alla casa di qualche infermo solo o di qualche famiglia indigente. Eccola entrare e uscire dagli ospedali per prestare ai degenti i più umili servizi. Povera tra i poveri, veste in maniera sempre più modesta, al punto che qualcuno pensa sia uscita di senno e tenta di internarla.

Alla cognata Maria, la terribile amministratrice di casa Mora, Elisabetta chiede cortesemente di darle una mano a procurarsi del lavoro. Ha pensato infatti di mettere a frutto le sue competenze di sarta per confezionare camicie. Maria si sente quasi costretta ad aiutarla: era stata proprio lei a in­sistere che trovasse i mezzi per mantenersi.

Arrivano i primi clienti, viene organizzato un modesto laboratorio casalingo. La giornata di Elisabetta diventa an­cora più pesante: ma è un prezzo necessario per difendere un minimo di autonomia.

In casa Mora l'atmosfera è sempre meno respirabile. Cristoforo continua nelle sue spese folli e nelle sue folli ini­ziative commerciali. Le sue sorelle sono furenti. C'è il ri­schio che i creditori si rifacciano su di loro. E poi non sop­portano più di avere tra i piedi un fratello del genere, una cognata che sembra una stracciona e fa la sarta e due nipoti da mantenere.

Senza dire niente al padre, mettono alla porta fratello, cognata e nipoti. Costretta a cercar casa, Elisabetta trova un modestissimo appartamento in via delle Muratte, nel quale si­stema la famiglia. Crístoforo deve subire l'onta, ma è suo inte­resse non ribellarsi. Per volere dei suoceri, però, per alcuni mesi cena e pranzo si faranno ancora in casa Mora: nella nuo­va abitazione, del resto, non c'era modo di cucinare. Le due famiglie si ritrovano all'ora dei pasti. Ma quando diventa disa­gevole per le cognate spostare l'orario della cena per rispetta­re gli impegni di lavoro di Elisabetta e i ritardi di Cristoforo, il programma viene cambiato: ai poco graditi ospiti viene da­to il necessario per la cena da consumarsi nella loro nuova abitazione. E così la loro presenza in casa viene dimezzata.

Elisabetta ritiene di aver comunque ottenuto due «vantaggi»: un modesto alloggio tutto per sé e la possibilità di allontanare le figlie da un ambiente diseducativo oltre che umiliante. Adesso può organizzare la sua giornata, tra lavoro, assistenza ai poveri, preghiera, come meglio crede. Gli impegni con i clienti non le lasciano molto spazio: sono tre, quattro camicie al giorno che deve confezionare per far quadrare in qualche modo il bilancio. Per quanto coinvolga le figlie, il loro apporto produttivo è scarso: l'unico vantag­gio è che in questo modo non possono stare in ozio, a cu­riosare dalla finestra come avrebbero la tendenza di fare. Sono ormai in un'eta - siamo nel 1812 - in cui si fanno sen­tire nuove sensazioni e nuovi desideri e in cui un discreto controllo è necessario.

Nessun povero che si presenti alla porta della nuova casa se ne va a mani vuote. Nella dispensa, testimoniano le figlie, spesso compare del pane che nessuno ha acquistato.

La morte del suocero - 28 agosto 1813 - significa per Elisabetta la fine di ogni protezione. Le cognate le fanno immediatamente comprendere che non intendono conti­nuare ad aiutarla. Grazie all'amicizia e alla stima di un bra­vo signore, Giovanni Cherubini, da lei conosciuto nelle sue visite agli ospedali, riesce a trovare un nuovo alloggio in via Rasella, angolo via Quattro Fontane. Il contratto di locazio­ne è abbordabile ed Elisabetta si presenta alle cognate per riavere la sua dote di mille scudi, versata a suo tempo al dottor Mora.

Quelle non fanno alcuna obiezione di principio, ma sostengono di non disporre dell'intera somma, per cui la li­quidano in parte con soldi e in parte con suppellettili, mo­bili e altre cianfrusaglie. Il sopruso è evidente e le figlie pro­testano.

Elisabetta non vuole discussioni. Accetta quello che le viene dato, convince Cristoforo a chiudere la partita, arreda la nuova casa persino con una certa raffinatezza - sia pure nella massima semplicità - e lascia cognate e suocera. Chiede scusa, anzi, per il disturbo loro arrecato. La suocera ca­pisce fin troppo bene il senso di queste scuse e non sa darsi pace. Farà di tutto per mantenere i rapporti con nuora e ni­poti, ricevendone sempre in cambio cortesia e massima at­tenzione.

Cristoforo lascia mano libera alla moglie. Sembra qua­si deciso a interessarsi un po' di più della famiglia. A volte riesce persino a dare qualche cosa in casa, ma sono contri­buti irrisori. È un bravo avvocato, noto per la competenza giuridica; potrebbe assicurare a se stesso e alla famiglia il meglio. Ma non è uomo da assumersi responsabilità del ge­nere.

Gli riesce meglio inguaiarsi in un'altra impresa degna di lui. Sono tempi di turbolenza politica. Massoneria e Car­boneria si diffondono anche nello Stato Pontificio. Si for­mano cellule e ritrovi segreti in cui si parla di libertà, di ab­battimento del potere costituito, di nuove prospettive poli­tiche. Crístoforo si entusiasma, partecipa, discute, si espone e rischia.

Elisabetta lo mette in guardia, gli raccomanda pru­denza, gli ricorda le sue pendenze con la giustizia, gli con­testa le posizioni anticlericali e atee dei cospiratori. Non serve. Cristoforo respira a pieni polmoni le nuove idee li­bertarie e si attarda, fino a notte inoltrata, in riunioni inter­minabíli.

Una sera la discussione degenera. Il contrasto di opi­nioni diventa violento. Cristoforo viene affrontato da un energumeno che lo vuole ridurre al silenzio. Reagisce da av­vocato par suo mettendolo a tacere. La riunione finisce ma­le. Se ne vanno tutti nella notte con gli animi agitati. Camminando per le buie stradine Cristoforo avverte un'incomprensibile sensazione di pericolo. Accelera il pas­so. All'improvviso gli si para di fronte un uomo con il pu­gnale sguainato. È l'avversario da lui offeso.

La scena è «seguita» a distanza da Elisabetta, che, in casa, sta trepidando per il marito. Nel momento in cui l'aggressore sta per vibrare il colpo, Elisabetta... è sul posto e lo devia. Cristoforo riesce a fuggire.

La realtà si ricompone. Elisabetta sveglia le figlie per­ché ringrazino Dio per lo scampato pericolo del padre. Quelle non capiscono: quale pericolo, ringraziare per che cosa, dov'è il papà? Minuti lunghi un'eternità. Finalmente Cristoforo apre la porta di casa. Pallido come un cadavere si butta su una sedia. Le figlie gli sono attorno, vogliono rincuorarlo, chiedono spiegazioni ma è solo Elisabetta che sa come sono andate realmente le cose. Lui è in stato con­fusionale.

Lo choc piega Cristoforo: una febbre violentissima, accompagnata da complicazioni di ogni genere, lo porta sull'orlo della tomba. Un ammalato in più da accudire per Elisabetta, che passa giorni e notti al capezzale del marito. Arrivano anche le cognate. E sono nuovamente critiche e recriminazioni contro di lei, come se Cristoforo si fosse da­to alla cospirazione politica per causa sua. La cattiveria è sempre stupida.

Elisabetta non reagisce, perché l'occasione che le si è presentata è troppo importante per perderla. Fa ragionare il malato, lo aiuta a riflettere su stesso, gli sottolinea l'im­portanza di quel «segno» che gli ha risparmiato la vita. In questa azione di recupero coinvolge il signor Cherubini e altri amici di famiglia. In casa viene fatto entrare un sacer­dote che si conquista la fiducia e la simpatia dell'infermo. Cristoforo capitola, decide di confessarsi e di comunicarsi. Un giorno indimenticabile per Elisabetta

 

IL «NUOVO» DIFFICILE

Al di là della sua eccezionalità, l'episodio rappresen­ta bene il profondo coinvolgimento di Elisabetta nei pro­blemi del suo tempo. La sua condizione di donna e la sua oggettiva emarginazione di povera non le impediscono di avere della realtà che la circonda una visione molto preci­sa. Mentre si interessa dei suoi poveri e delle loro indivi­duali sofferenze, vede e valuta il contesto da cui esse sono originate.

La piaga drammatica del pauperismo, prodotta da un intreccio inestricabile di motivazioni politiche ed economi­che, era stata assunta dalle élites rivoluzionarie come un pretesto per sovvertire l'ordine costituito. Di fatto i tentati­vi di riforma economica e sociale, progettati e avviati dai riformisti nei vari Stati italiani, tra la fine del Settecento e i primi decenni dell'Ottocento, fallivano sistematicamente: non si fondavano infatti su una corretta analisi della com­plessità della situazione (quando l'analisi veniva fatta) e passavano sopra la testa della gente che non li comprende­va e, soprattutto, non aveva i mezzi economici, politici e culturali per farli propri.

Significativi, a questo proposito, gli effetti provocati dalla generalizzata soppressione delle opere caritative con cui la Chiesa da secoli aveva cercato di sostenere le classi sociali più deboli. Sembrava una decisione necessaria per li­berare il popolo da una mentalità assistenzialista, oltre che un mezzo per ridurre il potere della Chiesa. Ma, una volta aboliti gli Ordini religiosi, che dell'assistenza ai poveri era­no i principali operatori e trasformate le istituzioni ecclesia­stiche di assistenza in istituzioni pubbliche, il problema del pauperismo si aggravò al punto da divenire una mina va­gante per la stabilità di quasi tutti i governi.

Sommosse di piazza, banditismo, violenza diventaro­no così le espressioni correnti della disperazione delle classi più povere della società, soprattutto in Italia.

Come tutte le rivoluzioni, anche quella francese (1789 -1795), che alimentava quei progetti di rinnovamento in Francia e in Europa, produceva così gli amari frutti dell'in­certezza, della confusione, dell'epidemia di quegli stessi va­lori da essa propugnati. Le strutture sociali, investite da ra­dicali cambiamenti, non reggevano e diventavano un terre­no ideale per l'avvento dell'uomo forte.

Napoleone, che si era assunto il compito di esportare la rivoluzione in tutta Europa, ne diventerà il liquidatore definitivo. I suoi successi militari fulminei stravolgono per qualche decennio la geografia politica del Continente, so­prattutto dell'Italia, nella quale vengono instaurate la Re­pubblica Cispadana, quella Cisalpina e la Repubblica Ro­mana (1798). Pio VI, fatto prigioniero, verrà condotto in Francia e morirà l'anno successivo.

Inevitabile che tra la Francia di Napoleone e l'Europa sia guerra totale. Chi ha salutato in lui il liberatore deve ben presto fare i conti con l'usurpatore. Invano Napoleone cerca di trovare una legittimità politica al suo espansioni­smo: anche in Francia trova un'opposizione decisa alle sue ambizioni e deve ricorrere al colpo di Stato per imporsi.

Lo Stato Pontificio viene coinvolto nella bufera: pur essendo militarmente fragile, l'autorità politica e morale del Pontefice è un ostacolo non indifferente per Napoleone, che aveva sostenuto in Francia la costituzione civile del cle­ro e intendeva imporre il suo potere anche sulla Chiesa. Pio VII, divenuto papa nel 1800, nel tentativo di allentare la tensione, firma l'anno dopo il concordato con la Francia.

Napoleone pensa di averlo come alleato e da lui si fa inco­ronare imperatore (1804).

Ma Pio VII non può avallare la sua politica di conqui­sta forzata del continente, non può accettare le sue conti­nue prevaricazioni sui diritti e sulle proprietà della Chiesa. Non può soprattutto subire passivamente un rapporto di dipendenza della Chiesa e del clero dal potere statale. Que­sta opposizione gli costa l'arresto (1809) e la prigionia a Fontainebleau. Ritornerà a Roma nel 1814, ma avrà vita molto difficile fino alla morte (1823).

 

IL PESO DEL MONDO

Elisabetta Canori Mora non è spettatrice passiva di tutti questi eventi. Vive le disavventure del pontificato di Pio VII con molta apprensione, lei che per parte di madre può rivendicare ascendenze «napoleoniche». Saluterà il rientro di Pio VII a Roma con molta gioia, coinvolgendo con il suo entusiasmo molte persone.

Ha modo, in più riprese, di far conoscere a Pio VII la sua devozione ma anche il suo parere. Lo consiglierà di non abbandonare Roma quando Ferdinando VII di Napoli ten­terà di conquistare lo Stato Pontificio, per punire il papa che aveva scelto la neutralità nella guerra tra Regno di Na­poli ed Austria. Ma pare che anche Pio VII, probabilmente attraverso alcuni alti prelati della Curia - Elisabetta nei suoi diari è piuttosto reticente in proposito - la consulti, l'ascolti e accetti che si ricorra ai suoi «poteri» in diverse occasioni, riguardanti sia lo Stato della Chiesa che la sua salute perso­nale.

Ma al di là degli eventi politici e militari, sui quali Eli­sabetta interviene indirettamente, il suo contributo specifi­co sta nella lettura partecipata che essa è in grado di fare dei mali del suo tempo.

Nella descrizione delle sue numerose «visioni» sullo stato della Chiesa e della società è possibile cogliere, sia pu­re in filigrana, una puntuale analisi della situazione cultura­le, religiosa ed etica di quel periodo, caratterizzata da uno scontro violento tra i «valori» della tradizione religiosa e politica e le nuove tendenze promosse dall'Illuminismo. È l'insorgere di una nuova cultura atea, sostanzialmente an­tiumanistica oltre che antireligiosa, che essa denuncia e te­me.

L'anticlericalismo diventa una bandiera.

Nello scontro, condotto senza esclusione di colpi, si distinguono, per tenace difesa delle ragioni dell'ortodossía e del papa, i Gesuiti, che diventano il bersaglio preferito degli intellettuali anticlericali e dei governi innovatori. E così gli attacchi contro «il canchero del genere umano» (co­sì sono definiti i Gesuiti), contro la «canaglia fratesca, la ti­rannia della Curia romana» (Caracciolo) sembrano rappre­sentare il metodo giusto per liberare le popolazioni dall'op­pressione del potere religioso e instaurare l'epoca dei lumi.

Anche nel clero si creano confusione, incertezza, moti di ribellione contro l'autorità pontificia, cedimenti alle pressioni del potere politico, che, in alcuni casi, esige espli­citi impegni di sottomissione e quindi un ufficiale rifiuto dell'autorità ecclesiastica. Le nuove idee illuministe e il fa­scino della nuova metodologia scientifica riscuotono nel clero culturalmente più preparato una certa attenzione. Non mancano le adesioni entusiaste, cui il magistero ovvia­mente si oppone.

Elisabetta ha di questa situazione complessa una «vi­sione» precisa: vede in essa l'azione oscura del Male, il ri­fiuto della legge di Dio sostituita dalla legge dell'uomo, la violenza del forte sul debole, la negazione dell'amore come modello di rapporto tra persone e istituzioni. Davanti ai suoi occhi si spalancano, a più riprese, rappresentazioni drammatiche del degrado politico e religioso, da essa de­scritto con tipica simbologia apocalittica (mostri, foreste inestricabili, la Chiesa come una vecchia matrona, il fuoco devastatore, la nave nella tempesta, demoni e catene). Il suo sguardo penetra molto avanti nel futuro, tanto da far pen­sare abbia anticipato alcuni degli eventi più drammatici dei decenni successivi.

Elisabetta si dà molto da fare soprattutto per il clero, non solo per il grande concetto che ha dei sacerdoti e dei religiosi, ma anche per sostenere nuove vocazioni e per re­cuperare religiosi e sacerdoti devianti. Nella sua vita entra anche un ex-diacono, condannato a morte per l'omícidio di tre persone: ne ottiene la conversione pochi istanti prima dell'esecuzione capitale.

Ma ciò che più conta è la chiara consapevolezza di Elisabetta della missione salvífica e redentrice della Chiesa nel mondo. Di questa missione di sente partecipe e ad essa consacrerà la sua vita.

 

LA VITTIMA

Elisabetta non ha potere economico, politico, cultura­le o religioso: è e resta una povera donna, costretta a lavo­rare duramente, priva di mezzi e lontana dagli ambienti che contano, anche se cardinali e principi in numero crescente si rivolgono a lei per avere consigli, per ottenere grazie, per raccomandarsi alle sue preghiere.

La conoscenza di un problema non la lascia mai indif­ferente. Elisabetta è una donna d'azione. Se incontra per la strada una povera ragazza non si limita a fare l'elemosina. Valuta la situazione, si informa, capisce il rischio fisico e morale cui la povertà espone la giovane e interviene. Si trat­ta della figlia di un funzionario pontificio che, a suo tempo, non aveva voluto prestare giuramento alle autorità francesi insediatesi a Roma, ed era stato condannato all'esilío. Ritor­nato in città e colpito da apoplessia, viveva assieme alla fi­glia nella più squallida miseria. Elisabetta va a cercare que­st'uomo, prende atto della situazione e se ne fa carico. In­terviene presso l'autorità competente perché risolva il pro­blema dell'ex funzionario, perorando il suo diritto all'assi­stenza. Ottiene quanto chiede e proibisce alla ragazza di scendere in strada per chiedere l'elemosina.

Non solo è incapace di essere spettatrice passiva degli eventi ma non s'accontenta nemmeno dei gesti della sua ca­rità. Sa che le radici del male sono più profonde. E così, da­vanti allo sfascio morale e politico della società in cui vive, accetta una sfida tremenda: quella di addossarsi la colpa degli uomini, accettando di farsi «vittima di espiazione» per il peccato del mondo.

Travolta dalla passione divina non esita a sottometter­si all'oscuro volere del suo amato che la vuole sacrificare per soddisfare la propria giustizia. Allenata ad affrontare il dolore, ne abbraccia fino in fondo lo scopo salvifico e re­dentivo.

In una serie di esperienze fisicamente e psicologica­mente durissime, essa sperimenta la violenza dello scontro tra il Bene e il Male, fino al punto - come essa stessa affer­ma - di temere di rimanerne distrutta. Sono malattie miste­riose, ossessioni e possessioni diaboliche, spaventose visioni che si susseguono negli anni, durante le quali Elisabetta è coinvolta in una lotta terribile con Dio.

Davanti al male, il furore di Dio si gonfia, la sua colle­ra esplode, la sua ira arriva al cinismo, al punto da invitare, una volta, Elisabetta a godersi lo spettacolo della sua ven­detta sugli uomini. Ma essa si rifiuta e «impartisce» al suo amorosissimo Signore una specie di lezione etica e politica: sostiene che non è con la vendetta che si vince il Male ma con la misericordia. E giudice inflessibile deve cederle. Le ragioni dell'amore sono superiori a quelle della giustizia; non le aveva forse insegnato questo invitandola ad essere la sua sposa?

Ai poveri che continuano ad andare e venire dalla sua casa, si aggiungono ora i «peccatori», gente alla deriva, de­linquenti comuni, cristiani poco praticanti, sacerdoti in cri­si. Elisabetta ha del male una percezione così precisa che non può rifiutarsi di aiutare tutti a liberarsene. Identificandosi con il suo Gesù, essa si colloca inevita­bilmente sul Calvario, ma sarà pure testimone del sepolcro vuoto.

E il suo sposo le anticipa sensibilmente l'esperienza della «risurrezione»: alle prove durissime seguono infatti momenti inenarrabili di gioia, di pace, di straordinaria effi­cienza fisica, di rinnovate celebrazioni delle nozze mistiche, di estasi pacificatrici. Dal buio profondo del dolore alla lu­ce radiosa dell'amore trinitario: Elisabetta ne è travolta. Siamo nella prospettiva di quella spiritualità trinitaria, da Elisabetta abbracciata, che nel rapporto d'amore con Dio privilegia la dimensione redentiva. Amore come salvez­za e liberazione da ogni forma di «cattività», soprattutto dalla schiavitù del peccato e della morte.

 

L'EDUCATRICE

Elisabetta è una madre molto dolce e molto forte. Obbligata a supplire alla totale assenza del marito, è lei che cura direttamente la prima istruzione delle figlie, con delle curiose intuizioni didattiche e pedagogiche. Con­vinta che i bambini sono in grado di apprendere molte cose fin dai primi anni di vita, sovverte la tradizione scolastica dell'epoca. A tre anni, sua figlia Lucina sapeva già leggere speditamente e subito dopo, assieme alla sorella, imparerà dalla madre a scrivere, a cucire, a far di conto.

Le bambine crescono. Elisabetta, esaurita la sua com­petenza di maestra domestica, le affida alle Maestre Pie presso il «Gesù», per un'istruzione più sistematica (1806). Convinta dell'importanza della scuola, è altrettanto convin­ta che la responsabilità primaria dell'educazione rimane co­munque della famiglia. Non è una mamma che deleghi ad altri i suoi compiti educativi, magari con la scusa del lavoro e delle preoccupazioni economiche. E quante ne aveva.

Dalle testimonianze della figlia Lucina e dal suo diario è facile ricavare il progetto educativo cui Elisabetta si ispi­ra. Esso si basa su una precisa gerarchia di valori, al vertice della quale sta la fede: istruzione religiosa, preghiera quoti­diana, messa domenicale, partecipazione alla vita ecclesiale sono i mezzi con cui Elisabetta inculca nelle figlie quel­l'amore di Dio, che è la ragione della sua vita. Per Elisabet­ta non si dà educazione che non sia educazione religiosa, perché il senso ultimo dell'uomo è Dio.

Donna del suo tempo, impegnata ad educare delle donne, propone alle figlie uno stile di vita improntato alla semplicità, alla finezza del tratto, alla modestia, alla riserva­tezza, senza facili concessioni alla frivolezza e agli interessi superficiali (divertimenti, teatri, balli, vestiti). Sa farle gio­care e inventa per loro occasioni di svago e di allegria. Nei giorni di festa e di vacanza - giorni che riserva interamente a loro - le impegna nel lavoro, nella lettura di qualche libro interessante, in qualche passeggiata, oltre che nelle pratiche religiose.

E una mamma «creativa». Quando a Carnevale ma­schere, sfilate, festini e divertimenti attirano la curiosità del­le bambine, che tendono a passare troppo tempo alla fine­stra per godersi lo spettacolo, inventa visite di cortesia a qualche amica, organizza giochi con le bambine di famiglie affidabili, visite alla città, vincendo la inevitabile resistenza delle figlie con la sua serenità e il suo entusiasmo.

E una madre «diversa», per niente in sintonia con la mentalità e lo stile di vita allora dominanti, di cui dà un giu­dizio tagliente: «Vivevo in mezzo ad una ciurmaglia mal co­stumata e immersa nel vizio». Decisa a impedire che le figlie ne facciano parte, ha la forza e il coraggio di proporre loro un progetto di vita alternativo, giocandosi in prima persona come mamma e come donna. Una scelta, la sua, che, inevita­bilmente, scatena conflitti in famiglia e nel parentado.

Alle sorelle Mora lo stile educativo di Elisabetta ov­viamente non piace: quelle ragazzine stanno crescendo co­me delle monache, sono tristi, non sanno stare in società, hanno bisogno di conoscere il mondo, che figura ci faccia­mo? Come se non ne avessimo abbastanza della madre che fa la santa e veste come una matta e passa il tempo a prega­re e a vuotare i pitali negli ospedali, anche quelle povere creature vuole rovinare, non le basta avere sfasciato la fami­glia?

Come questa... finezza di spirito si conciliasse con le devozioni, le preghiere e il rosario quotidiano di casa Mora è difficile dirlo. Di fatto le sorelle Mora riuscivano a mette­re d'accordo preghiere e pettegolezzi, Messe e divertimenti, vita brillante e confessioni, vanità e genuflessioni. Elisabet­ta non si permette di giudicare. Pur non pretendendo che le figlie facciano le sue scelte - è sempre molto attenta a non condizionarle con le sue esperienze mistiche e le sue attività caritative, con le sue penitenze e la sua vita di pre­ghiera - insegna loro a vivere con una coerenza e un impe­gno diversi.

Per una di quelle strane distorsioni che l'arroganza del denaro crea, le cognate cominciano allora a rivendicare una specie di diritto di farsi carico dell'educazione delle nipoti. Puntando sull'assenza di Cristoforo, sulla «diversità» di Elisabetta, manovrano per farsi affidare le bambine. Elisabetta si oppone decisamente, per naturale istinto materno e per ragioni di carattere educativo: non intende affatto che le figlie imparino da certi esempi. Ma è sola a reggere il confronto e le critiche che la investono hanno tanto maggior peso in quanto sono espresse da chi, alla fine dei conti, mantiene lei e le bambine.

Non riuscendo a piegarla, le cognate, decise a imporre la loro volontà ad ogni costo, circuiscono la signora Teresa, la mamma di Elisabetta, ben conoscendo la grande autorità che essa esercita ancora sulla figlia. La povera donna trova che le preoccupazioni educative delle cognate per le bam­bine meritano attenzione: mandarle a scuola, d'inverno, po­co coperte, con i pericoli che ci sono per le strade quando possono disporre di due zie che di loro si curano, che per loro darebbero tutto, anzi danno già tutto e sanno come devono crescere due ragazzine di buona famiglia, come prepararle alla vita e fornire loro utili opportunità per il fu­turo e possono permettere ad Elisabetta di lavorare in pace sono certamente cose da tener presenti. Perché non valoriz­zare la loro generosa proposta?

Nonna Teresa, fragile e isolata, non conosce più di tanto le motivazioni di fondo e i calcoli delle due zitelle e fa una certa pressione presso Elisabetta perché affidi loro le bambine. Preoccupata di sottrarre alle figlie una opportu­nità, pur non essendo affatto convinta delle capacità educa­tive delle cognate, di fronte al parere della madre, Elisabet­ta, ancora una volta ingenua e obbediente, accetta. Un ce­dimento di cui si pentirà subito.

Le bambine vivono oltre un anno da incubo: balli, teatri, divertimenti, ceffoni, insulti, umiliazioni, rosario se­rale, castighi, sangue dal naso e quel continuo ritornello sull'incapacità e la stupidità della loro mamma, sulla loro condizione di «trovatelle» che se non ci fossero le zie do­vrebbero chiedere l'elemosina e imparare come si vive. Abituate da Elisabetta a non lamentarsi, psicologicamente più forti della loro età, le ragazzine reggono come possono. Ma è un'esperienza disastrosa.

Elisabetta vive nell'angoscia. Necessità economiche e regole familiari l'hanno condotta in un vicolo cieco: teme per l'integrità morale e fisica delle figlie e non ha mezzi per far valere le sue ragioni.

Ne uscirà, come abbiamo detto, decidendo di mettersi a fare la camiciaia. L'avvio della nuova attività le offre il pretesto per avere nuovamente le figlie: la loro collabora­zione le è necessaria per soddisfare le esigenze dei clienti. Le zie, del resto, si sono già stancate dell'impegno preso: il loro zelo educativo si era esaurito da tempo e il loro orgo­glio era stato abbondantemente soddisfatto.

Riavute le figlie, Elisabetta ha il suo bel da fare per eli­minare gli effetti negativi di quella esperienza educativa as­surda. Le ragazze, ormai nel periodo dell'adolescenza, han­no elaborato, sia pur dolorosamente, una certa visione del mondo in sintonia con quella delle zie e sono critiche nei confronti della mamma. Pretendono autonomia, vogliono essere come le altre, vogliono divertirsi, uscire, conoscere gente. Elisabetta assiste al cambiamento con trepidazione. Consiglia, propone, corregge, ma i risultati che ottiene so­no, per un certo periodo di tempo, deludenti. Persino suo marito si rende conto che le ragazze stanno assumendo at­teggiamenti discutibili e la prega di vigilare.

A movimentare la situazione entrano ad un certo pun­to in scena due ufficialetti. Hanno adocchiato le due ragaz­ze e da esse hanno ricevuto messaggi fin troppo facili da ca­pire. La divisa, la giovinezza, la scaltrezza e l'interesse dei due militari seducono Marianna e Lucina: sono eccitate, fe­lici, scoprono quello straordinario universo dei sentimenti che fa sognare ogni adolescente.

Vola dalla finestra qualche biglietto. Poi una camerie­ra viene coinvolta come postina segreta. La corrispondenza diventa intrigante. È innamoramento.

Elisabetta non si rende chiaramente conto di ciò che sta avvenendo, lontana com'è dal pensare che le sue figlie possano imbarcarsi in qualche strana avventura. Le due, del resto, anche per l'appoggio delle zie, riescono a nascon­dere tutto alla mamma. La relazione diventa sempre più coinvolgente e i controlli di Elisabetta, che non concede fa­cili uscite, diventano sempre più insopportabili. Occorre trovare una soluzione radicale.

I due ufficialetti sanno strategicamente cogliere il mo­mento e propongono la manovra vincente: se non proprio il rapimento, la fuga d'amore. Le due ragazze ormai non si rendono più conto di quello che fanno: l'idea di scappare da casa sembra loro la soluzione ideale per coronare il so­gno d'amore.

Una notte, nei primi mesi del 1815, i pretendenti sca­valcano il muro di cinta, si avvicinano alle finestre dietro le quali stanno aspettando le ragazze, pronte a lanciarsi tra le loro braccia e a fuggire.

- Chi è? Che cosa cercate, delinquenti? - la voce di Elisabetta rompe il silenzio della notte. La «truppa», colta di sorpresa, si dà ad una fuga ignominiosa, mentre le sorelle si infilano sotto le coperte con il cuore in gola.

Rabbia, delusione, paura del castigo. Ma la mamma non entra nella camera. Marianna e Lucina, anche se disorientate per la mancanza di una reazione immediata, si pre­parano a resisterle.

Solo il mattino dopo Elisabetta commenterà il fatto con molta calma e con molta chiarezza. Tutti i segreti e le bugie delle due ragazze sono svelati: la mamma sa più cose di quante esse non intendano ammettere. Questo le sor­prende, le irrita e le irrigidisce. Come ha fatto la mamma a scoprire il loro piano?

Elisabetta sviene, arriva il dottore, in casa c'è confu­sione. Passa qualche giorno e quella mamma a letto che non si decide a guarire è una grossa scocciatura, chissà do­ve saranno e cosa penseranno i due ufficiali, era un piano perfetto, come avrà fatto? Marianna e Lucina sono furenti, intrattabili.

Saranno la costanza di Elisabetta, la sua attenzione premurosa, la sua forza interiore a farle rientrare un po' alla volta in se stesse. Marianna avrà un'altra sbandata per un vicino di casa e ancora una volta sarà guidata con ferma de­licatezza a superare la crisi. Si sposerà, dopo la morte della mamma, con Salvatore Brandi, presentato ad Elisabetta qualche tempo prima da un amico di famiglia. Prima di morire, Elisabetta le preparerà con straordinaria finezza e materna concretezza il corredo.

Lucina, invece, deciderà di farsi suora: dopo le incer­tezze e le resistenze dell'adolescenza, si avvicinerà sempre più alla madre, il cui esempio le farà comprendere il valore dell'amore verginale.

 

IL SANTUARIO IN CASA

Nell'alloggio di via Rasella la vita è sempre dura. Per non dipendere dalla famiglia del marito, Elisabetta deve la­vorare notte e giorno, con risultati economici non sempre

soddisfacenti. Pur senza nascondere la realtà, cerca di non far pesare sulle figlie la situazione. Preoccupata che non re­stino con le mani in mano, invita in casa una signora per in­segnare loro a ricamare e a confezionare fiori finti. Per qualche ora di svago, non avendo tempo di seguirle, le affi­da a due gentili signore di sua fiducia.

Guarito dalla grave malattia che lo aveva colpito, do­po l'attentato, Cristoforo riprende la sua attività legale e sembra deciso a mantenere la promessa di cambiar vita.

Mentre in casa, moglie e figlie non sanno come sbar­care il lunario e sono alla miseria, tra l'aprile e il luglio del 1816 Cristoforo è a Napoli per ragioni di lavoro. I credito­ri, che gli stavano sempre alle calcagna, pensano ad una fu­ga e cercano di rifarsi su Elisabetta che non sa più che cosa vendere per ammansirli. In uno scambio di lettere con il marito, lo mette al corrente della situazione disperata. Arri­va qualche piccola somma, ma è insufficiente a far fronte alle urgenze.

Finalmente il 7 luglio, l'avvocato rientra senza preav­viso a Roma e si presenta a casa. Per la prima volta in vita sua porta in regalo alle figlie due tagli di abito e consegna alla moglie cento scudi. Una bella cifra, per quei tempi. Si fa festa.

La tranquillità però dura poco. Cristoforo è un debole e la sua amante riprende su di lui il sopravvento. Elisabetta si rende subito conto che l'apparente normalità dei com­portamenti familiari del marito nasconde nuovamente il tradimento.

È in questi giorni che si presenta in casa Canori-Mora il sacerdote Andrea Felici di Imola che, rispondendo ad un misterioso imperativo, regala ad Elisabetta una miniatura raffigurante Gesù Nazareno. Il quadretto appartiene ad un gruppo di tre opere commissionate per obbedienza ad un giovane penitente, del tutto ignaro di pittura, dal sacerdote di Imola.

E modo «eccezionale» con cui le viene fatto questo re­galo, la finezza spirituale del sacerdote che glielo consegna e soprattutto il soggetto della miniatura - il «Gesù Nazare­no» - che rappresenta felicemente uno degli elementi fon­damentali della spiritualità e della devozione di Elisabetta caricano il dono di molti significati: la sacra immagine di­venta immediatamente il nuovo protagonista della sua vita.

L'alloggio di via Rasella - due camere e uno stanzino al primo piano con cucina, due camere e cantina al pianter­reno - era già sfruttato al meglio: Elisabetta aveva ricavato da una delle due stanze più grandi lo studio e la camera di Cristoforo, l'altra l'aveva adibita a camera da letto per le ra­gazze e aveva riservato a sé lo stanzino. Un vano troppo piccolo per una persona, ma sufficiente per Elisabetta e per il suo «Gesù Nazareno»: lei sa come far posto all'amore.

Modestamente incorniciata ed esposta in una specie di altarino, con qualche «lampadina» e dei candelieri, quel­la miniatura è una presenza che la rende felice. Il suo amato è venuto da lei. Non se ne staccherà mai più.

Pare che già il giorno successivo la sacra immagine ab­bia manifestato la sua potenza taumaturgica. Viene a trova­re Elisabetta un'amica e le racconta di un pover'uomo in fin di vita per una cancrena. Una famiglia sul lastrico. Elisa­betta, con una sicurezza e una disinvoltura straordinarie, la invita a pregare davanti al quadretto, prende alcune ciam­bellette e le mette davanti a Gesù, pregandolo di benedirle. Le consegna poi all'amica con l'incarico di portarle all'am­malato e di fargliele mangiare. E così avviene. Quando i medici tornano per controllare il decorso dell'infezione, trovano il paziente guarito e persino in carne, dopo quaran­ta giorni di degenza. Si dichiarano disponibili ad attestare il miracolo.

Inizia così il nuovo rapporto tra Elisabetta e il «Gesù Nazareno». È fatto di preghiera, di filiale confidenza, di una disinvolta fiducia: un vero e proprio rapporto d'amore, con un continuo scambio di sentimenti e di parole. Elisa­betta ascolta, chiede consigli, affida al suo Amato Bene ani­me in pena, peccatori incalliti, persone ammalate, poveri e tutta quell'umanità che viene a contatto con lei, attirata dal­le ricorrenti notizie di eventi miracolosi ma anche dalla sua straordinaria personalità.

La casa di Elisabetta si trasforma, in breve tempo, in una insolita meta di pellegrinaggio. È gente del popolo, ma sono anche alti prelati della Curia e noti esponenti della no­biltà romana. Persino Pio VII ritroverà la salute grazie al­l'acqua che Elisabetta gli farà recapitare, dopo averla messa a contatto con la sacra immagine. Anche Pio IX affermerà in seguito che, da giovane prete, era stato guarito, per le preghiere di Elisabetta, da una strana malattia che lo faceva cadere a terra «come un materasso».

E però importante osservare come Elisabetta non dia peso più di tanto a quelli che tutti chiamano «miracoli», travolta com'è dalla sua passione amorosa che le fa pensare come sia del tutto normale che il suo Gesù dispensí salvez­za e redenzione. Lei stessa non è stata da lui salvata e re­denta?

Intanto sul piano economico le cose migliorano, gra­zie all'intervento del gentiluomo Giovanni Sala, fratello di un cardinale, che si impegna a passare a Elisabetta e alle fi­glie un assegno mensile e si assume una specie di ruolo di padre putativo, di promotore della devozione a «Gesù Na­zareno» e della santità di Elisabetta.

La miniatura del «Gesù Nazareno» seguirà Elisabetta nei suoi spostamenti a Marino e ad Albano e sarà ovunque oggetto di una straordinaria devozione popolare. E quan­do, nel 1822, la famiglia Canori Mora traslocherà in un al­tro alloggio in via Quattro Fontane, vicino alla chiesa di S. Carlo, la sacra immagine troverà in casa una sistemazione più preziosa in un vero e proprio oratorio, con altare per la celebrazione della Messa.

Nella piccola cappella domestica si succederanno sa­cerdoti e prelati, gente del popolo e funzionari pubblici fi­no alla morte di Elisabetta. Dopo di allora la potenza tau­maturgica della sacra immagine cesserà.

 

TERZIARIA TRINITARIA

Dal 1816 alla fine della vita, Elisabetta Canori Mora è travagliata da ricorrenti e misteriose malattie. I medici ten­tano varie diagnosi e varie terapie con risultati deludenti. Pare che fisicamente Elisabetta reagisca al di fuori di ogni norma: si ammala e guarisce senza alcuna spiegazione plau­sibile e, al di là di un generale stato di debolezza, che cresce progressivamente, niente riesce a riequilibrare la sua salute.

Accetta il consiglio dei medici di cambiare aria e si re­ca più volte, per periodi più o meno lunghi, ad Albano e a Marino. La situazione non migliora.

Chi capisce come stanno realmente le cose è il suo di­rettore spirituale, quel P Ferdinando di S. Luigi dei Trini­tari Scalzi che ormai la segue da vari anni e che conosce be­ne l'origine delle sue sofferenze. P. Ferdinando si rende su­bito conto che gli è stata affidata una persona particolar­mente ricca di doti umane e di doni soprannaturali. È un uomo equilibrato, non apprezza gli eccessi e fa in modo che lo slancio mistico di Elisabetta non diventi distruttivo: con­trolla il suo desiderio di penitenza, il suo bisogno di an­nientamento per far posto all'amore di Dio, la sua passione «amorosa». Con intelligenza e delicatezza la segue nelle sue scelte e nelle sue esperienze, assumendo il ruolo di guida spirituale e di consigliere pratico. A lui Elisabetta riserva la massima fiducia e una totale obbedienza. Il fatto è che tutti e due non possono modificare le scelte di un altro protago­nista di tutta la vicenda, quello Spirito di Dio che progressi­vamente prende totale possesso dell'anima di Elisabetta.

Quando P Ferdinando deve prendere atto che a gui­dare Elisabetta non è più lui ma Dio, si limita ad aiutare la sua penitente a riconoscere l'autenticità dei gesti e dei vole­ri divini, umile e riconoscente spettatore degli eventi straor­dinari che ne derivano. Il che non sposta l'attenzione dei due dalla realtà: a P Ferdinando è chiaro infatti che nessu­na esperienza eccezionale può dispensare Elisabetta dai suoi compiti di sposa e di madre, dai suoi concreti impegni familiari, sociali, ecclesiali e trova in lei lo stesso convinto realismo.

È da far risalire a P Ferdinando il rapporto particola­re che Elisabetta Canori Mora ha instaurato con l'Ordine Trinitario, fondato da san Giovanní de Matha (1154 ca. - 1213) per la gloria della Ss.ma Trinità e per la redenzione degli schiavi. Nella spiritualità trinitaria, Elisabetta ha tro­vato una particolare sintonia con la sua sensibilità religiosa: l'immagine di un Dio «comunità d'amore», la storia della salvezza come progetto di redenzione dell'uomo, l'attenzio­ne ai poveri e ai lontani da Dio, la preghiera e la penitenza come strumenti di crescita spirituale e di servizio, l'impor­tanza della parola di Dio e della frequenza ai sacramenti, soprattutto la centralità dell'Eucarestia.

Fin dal luglio 1807, Elisabetta viene a conoscere con sicurezza che è volontà di Dio che essa diventi terziaria trinitaria. Il 13 dicembre dello stesso anno riceve l'«abiti­no», prendendo il nome di Giovanna Felice del Cuore di Gesù, poi da lei modificato in Giovanna Felice della Ss.ma Trinità. È un impegno a vivere nella sua condizione di sposa e di madre secondo il carisma misericordioso-re­dentore dell'Ordine Trinitario, nel quale è sempre stato dato uno spazio significativo ai laici, chiamati assieme ai religiosi e alle religiose ad alimentare il carisma del fonda­tore.

Elisabetta comprende che la sua partecipazione al­l'Ordine Trinitario deve essere perfezionata e questo richie­de preparazione, maturità e testimonianza radicale.

Ma è ad una scelta più definitiva e radicale, ad una consacrazione più precisa alla Trinità che essa si sente desti­nata, pur ritenendo di non essere degna di un simile privile­gio: «La Venerabile mia madre - scrive Lucina - fin dall'an­no mille ottocento sette prese l'abitino dei Trinitari Scalzi, e mi ricordo, che lo fece prendere anche a noi, sue figlie; nell'ânno 1820, 'professò ella nella Cappella domestica la regola dei Terziari dell'Ordine Trinitario Scalzo, ed emise i voti soliti dell'Istituto a professarsi dalle persone, che vivo­no nel secolo».

Esternamente questa scelta non modificò particolar­mente il modo di vivere di Elisabetta, che era già fortemen­te improntato alla regola trinitaria, ma ebbe grande influen­za sulla sua vita interiore. Sarà soprattutto la frequentazio­ne con il mistero trinitario a caratterizzare sia le sue espe­rienze mistiche che il suo impegno quotidiano: «Io non ho termini di poter spiegare quale magnificenza, quale subli­mità porta questo altissimo e profondissimo mistero. Dico altissimo e profondissimo perché la sua triplicità immensa contiene tutto l'infinito suo essere: e tutte le sue infinite perfezioni sono racchiuse in esso». Dio le si manifesta con una simbologia particolarmente efficace - un monte forma­to da tre monti, una struttura triangolare, una fonte di ac­qua viva con tre zampilli, un altare d'oro e d'argento di for­ma rettangolare, una nube da cui partono tre raggi di luce - ma Elisabetta si rende conto che non è possibile descrivere adeguatamente il mistero nel quale si trova immersa. Non può far altro che adorare.

I riflessi mistici, storicamente documentati, della «consacrazione» di Elisabetta e del suo ingresso nella Fami­glia Trinitaria non distolgano l'attenzione del lettore dal si­gnificato che assume la scelta di Elisabetta di diventare una «laica consacrata». Essa non cessa mai di considerarsi a tut­ti gli effetti moglie e madre: per questo vive e in questi ruoli si esprime. L'irruzione di Dio nella sua vita, comunque si esprima e qualsiasi scelta le imponga, non mette mai in discussione il suo matrimonio: Elisabetta non considera il suo sposo mistico come un antagonista del suo sposo infedele. Il giorno in cui, per un banale incidente, mentre lava i piatti le si sfila l'anello nuziale che scompare nello scarico del lavandino, essa coglie brillantemente il senso della sua condizione di donna non legata ad un rapporto fisso, non destinata ad un unico ruolo di sposa e di madre, ma radi­calmente libera di vivere d'amore, in tutte le forme che esso comporta.

Come donna si sente protagonista della vita, il che la porta a immedesimarsi in tutti i ruoli della fecondità. È di­ventata mamma quattro volte: un'esperienza sufficiente per capire come la maternità, in tutte le sue profonde accezioni, costituisca la ragion d'essere della donna, il senso della sua presenza nel mondo. Dal momento che tutti nasciamo da donna, la maternità ha un valore universale. Di qui la «ma­terna» attenzione di Elisabetta per l'uomo, chiunque esso sia, da qualunque contrada o esperienza provenga: la sua «carità» per i poveri deriva direttamente dalla sua profonda concezione della maternità, oltre che dal dettato evangelico.

In questa prospettiva non c'è alcuna esperienza di fe­condità che risulti estranea a Elisabetta, da quella fisica a quella spirituale, da quella religiosa ed etica a quella educa­tiva e «politica». Se leggiamo la sua esperienza mistica co­me una immersione sempre più in profondità nella vita (e quindi in Colui che essa credeva fortemente essere la fonte della vita) scopriamo una stimolante chiave di lettura del suo messaggio. E capiamo come essa abbia potuto immagi­nare e vivere il legame profondo tra la maternità fisica e quella spirituale. È, il suo, un incontenibile bisogno di fe­condità che le apre le porte del mistero della vita e che le consente di realizzare un progetto straordinario di donna.

Elisabetta non rinuncia a nulla di ciò che appartiene, di fatto e di diritto, alla femminilità. Essa difende strenua­mente il «potere» della donna, rivendicando la libertà di es­sere tutto quello che può essere, persino l'«amante di Dio».

Di questo potere essa non ha esaltato soltanto gli aspetti emotivi, economici, culturali, politici ma ne ha ri­vendicato la «sacralità». Dire che quello della donna sia un potere «sacro» significa dire che è intangibile, separato, di­verso dal potere maschile, esclusivo, non negoziabile per­ché direttamente collegato al mistero della vita e quindi di diritto divino. È sempre e comunque una donna che ha «messo al mondo» Dio, che lo ha allevato, che lo ha segui­to, che gli ha chiesto il «miracolo» e ne ha raccolto il grido finale.

Questa interpretazione della femminilità proietta la fi­gura di Elisabetta al di là del suo tempo e costituisce anche per noi uno spunto di riflessione.

 

LA SCELTA FINALE

Gli ultimi anni della vita di Elisabetta sono caratteriz­zati da una relativa tranquillità. Pur defilato dalla famiglia, Cristoforo non può nascondere a se stesso l'evidenza: le persone che sempre più numerose si rivolgono a sua mo­glie, l'eco dei fatti straordinari che avvengono in casa sua, quell'atmosfera di forte spiritualità che in essa si respira gli danno la dimensione della sua penosa estraneità. Sua ma­dre muore il 12 dicembre 1824. Con essa perde l'ultima persona disposta a giustificarlo. I suoi successi professionali sanno di amaro: la sua immagine è definitivamente compro­messa e non basta certo l'approvazione di qualche combric­cola di libertini per rinnovarla. Conduce del resto una vita più appartata: un cambiamento di cui non fornisce alcuna spiegazione ma che sembra indicare un certo ravvedimento. Alle figlie riserva qualche attenzione in più e rispetta le scelte della moglie, evitando commenti e richieste di spiega­zione.

Elisabetta è periodicamente travagliata da misteriose malattie, di fronte alle quali i medici regolarmente fallisco­no: svenimenti inspiegabili, patologie a sorpresa come una «idropisia pessima» di origine sconosciuta, guarigioni im­provvise, ingiustificate, istantanee, che le consentono di ri­prendere le sue faccende quotidiane dal punto in cui le ha abbandonate, ricadute che fanno temere per la sua vita.

Solo P Ferdinando sa esattamente che cosa succede: la «vittima» che si è votata al bene del mondo e della Chiesa sta vivendo il suo sacrificio con totale dedizione e gene­rosità. Elisabetta, dal canto suo, avverte: «Non sono più io che vivo, ma è Dio che vive in me e mi dà la vita». Il suo dolore appartiene ad un'altra dimensione: è un modo di partecipare all'azione redentiva del suo Gesù. È un dono, una scelta.

In effetti, sembra che Elisabetta si ammali e guarisca a comando. Essa dimostra di esercitare un controllo particola­re sulla sua salute: si espone alla malattia quando... i suoi im­pegni glielo consentono e guarisce quando ha altro da fare.

Consigliata di cambiare aria, tra il 1820 e il 1824, tra­scorre annualmente qualche mese, come abbiamo accenna­to, a Marino, ospite della famiglia Armati. Il suo arrivo in paese movimenta ogni volta la popolazione, per cui il perio­do di riposo si trasforma in un pesante e quotidiano riceve­re gente, dare consigli, assicurare preghiere, risolvere con­flitti. Con il suo «Gesù Nazareno» Elisabetta costituisce un irresistibile punto di attrazione. Si difende dagli assalti co­me può, a volte ammalandosi.

Ciò che colpisce la gente, al di là della «santità» di Eli­sabetta, è la grande sicurezza con cui affronta i problemi che le vengono sottoposti: si tratti di valutare le nuove ten­denze politiche o di dare consigli sulla gestione di un'azien­da agricola, si tratti di illuminare un giovane sulla sua vita futura o di consolare un ammalato, di mettere pace in una famiglia o di valutare una proposta di matrimonio, Elisa­betta sa sempre qual è la soluzione giusta.

A fare notizia sono ovviamente le numerose guarigio­ni. Ma anche in questo caso sembra che Elisabetta ammini­stri le «grazie» secondo criteri particolari. Non c'è nessun automatismo, nessuna concessione al magico. La guarigio­ne dipende infatti dalla volontà di Dio: Elisabetta si limita a rivelarla.

Le persone per lei non hanno segreti. Quando Ma­rianna si incapriccia di un vicino di casa, Elisabetta sa che quello non è l'uomo adatto. Ma quando il signor Cherubini le parla di un certo giovanotto, figlio di un suo amico, che cerca seriamente moglie, Elisabetta assicura alla figlia che si tratta della persona giusta e Marianna deve prenderne atto e convincersi che la promessa fattale a suo tempo dalla mam­ma si avverava: Salvatore Brandi, questo il nome del promes­so sposo, è proprio l'uomo della sua vita. Si fidanzano.

Elisabetta è molto contenta e condivide la gioia, i so­gni e le emozioni della figlia. Questa è un'occasione impor­tante per una mamma: Elisabetta si mette in salute e si dà un gran da fare per preparare il corredo e quanto serve per un matrimonio degno di sua figlia. Una fortunata congiun­tura economica le semplifica le cose: riesce ad assicurare a Marianna il meglio che può desiderare. La ragazza, dopo le critiche, le resistenze, le ribellioni scopre finalmente chi è veramente sua madre. Elisabetta cancella il disagio e vuole che sia felice.

È tutto pronto, si fanno le pubblicazioni. Ma Elisabet­ta si ammala. Il matrimonio viene rinviato.

Elisabetta sa che questa è l'ultima prova: le viene in­fatti fatta conoscere la data esatta della sua morte. Conclu­dendo la descrizione di un'ennesima estasi scrive: «Se tanto è il gaudio che provò il mio cuore in quell'unione felice, che sarà mai quando sciolti i legami di questo misero corpo potrà il mio povero spirito liberamente slanciarsi verso il suo Dio? Questo desiderio mi ha fatto perdere ogni altro diletto».

Il che non le fa assolutamente dimenticare i suoi dove­ri di donna di casa e di madre. Con il suo solito senso prati­co, organizza tutto, in modo da non lasciare niente in so­speso. Dalla sua stanza impartisce ordini, dà spiegazioni, controlla. Persino Cristoforo intuisce che sta capitando qualche cosa di importante e le sta vicino, inutile come sempre ma almeno presente.

Elisabetta decide di preparare Marianna e Lucina al grande evento. Le chiama nella sua stanza e annuncia loro con delicatezza che deve morire. La reazione delle ragazze è scontata: non accettano, protestano, la invitano a lasciar perdere discorsi del genere. Ma Elisabetta le richiama al principio di realtà, le prepara spiritualmente e psicologica­mente ad affrontare la prova.

C'è una particolare finezza in questo gesto materno, di staccare definitivamente da sé le proprie figlie. Chi ha dato loro la vita deve assicurare loro anche la speranza.

E’ quello che fa Elisabetta, scegliendo di essere mam­ma fino all'ultimo. Le sue raccomandazioni, nella loro sem­plicità, rappresentano con straordinaria efficacia ciò che es­sa ritiene essere la famiglia: «Vi inculco il rispetto, l'osse­quio che dovete a vostro padre. Compatitelo, sopportatelo, compiacetelo più che vi sarà possibile, ricordandovi sempre che vi è padre. Io non vi lascio orfane: ho già pensato a tut­to». Ha infatti pensato di chiedere al signor Giovanni Che­rubini di fare l'esecutore testamentario e al signor Sala di fare da tutore alle ragazze e ha ottenuto le più ampie assi­curazioni che alle sue figlie non sarà fatto mancare nulla. Loro unico impegno sarà quello di eseguire nella vita la vo­lontà di Dio.

Marianna e Lucina non reggono. La forza, la sicurezza e la delicatezza della mamma, ancora una volta, le sconvol­gono. Scoppiano a piangere. Elisabetta ricorda che vuole essere rivestita da loro dopo la morte e le congeda. Dopo le parole, a una madre non tocca far altro che attendere. Elisabetta segue le prescrizioni dei medici, nonostante abbia ormai una lunga esperienza dell'inutilità delle tera­pie. C'è una certa «ironia» in questo atteggiamento, come se essa volesse far toccare con mano a tutti che non ci sono medicine o tecniche che possano tenere la morte in scacco. Per non viverla come una condanna o come una dolorosa sorpresa, tanto vale sceglierla coscientemente, prepararla, farla diventare un gesto di liberazione.

P Ferdinando viene ormai a farle visita ogni giorno. Curiosamente Marianna e Lucina gli chiedono di imporre alla mamma di non morire. Il buon frate sa benissimo che cosa esse intendono dire. Anche a lui è chiaro che è Elisa­betta ad aver scelto di andarsene, rispondendo ai suggeri­menti di un'altra guida. Ed è in effetti così che sono andate le cose: messa dal suo «diletto» davanti all'alternativa di vi­vere o di raggiungerlo, essa sceglie la seconda possibilità.

Eppure anche P Ferdinando pensa per un momento che quella donna non dovrebbe morire. Cerca di far valere la sua autorità ma scopre che ormai Elisabetta gli si è defi­nitivamente sottratta e segue le indicazioni di un Altro.

Il vecchio frate deve accettare. Elisabetta lo ha espo­sto sia pure indirettamente ad un'esperienza che lo ha se­gnato profondamente. Egli conosce un «segreto» difficile da portare. Ormai ha ottant'anni e quella figlia spirituale che soffre e vuole andarsene da questo mondo lo angoscia. Ma sa che ormai le decisioni sono prese. Cerca solo di star­le il più possibile vicino, di continuare a fare la sentinella muta del suo dolore e del suo amore.

In casa Canori Mora il ritmo della giornata non subi­sce variazioni. Nell'oratorio del «Gesù Nazareno» si cele­bra quasi ogni giorno la S. Messa. Elisabetta vive tra questo e la sua camera, sempre più frequentemente rapita dalla sua passione. È soprattutto nel momento della comunione che il suo spirito gode del più sensibile contatto con Dio. Chi può assistere ne rimane molto impressionato. Le prove dia­boliche sono cessate. Elisabetta ormai da qualche mese non riporta più niente sul suo diario.

Dobbiamo a P Ferdinando il ricordo di uno degli ul­timi episodi della sua vita, che ne sintetizza il significato. Mentre, un giorno, sta intrattenendosi in conversazione con Elisabetta, viene introdotta una povera donna. Ai poveri in casa Canori Mora era vietato far fare anticamera. Siamo in pieno inverno, la donna trema dal freddo, è poco vestita. Elisabetta le indica un cassetto e la invita ad aprirlo e a pre­levare quattro scudi. Le dice di acquistarsi un vestito, le consiglia il tipo di stoffa e la sarta cui rivolgersi. La donna ringrazia e promette di tornare.

Qualche giorno dopo si ripresenta. È felice, vestita a nuovo, tenta persino un'aria civettuola. Ed eccole le due donne che parlano di abiti, che valutano il taglio e le rifini­ture e la vestibilità e come le sta bene, è stata un buona idea, è una bella stoffa e però guardi mia cara che per un la­voro del genere i soldi che lei mi dice non sono bastati, po­co poco le mancano ancora cinque paoli, apra il cassetto e li prenda, ma no, non è un disturbo, guardi come le sta be­ne e poi tra noi che cosa sono queste storie, sono proprio contenta di averle consigliato quella sarta...

È l'ultimo gesto a sorpresa di Elisabetta Canori Mora. Un leggero miglioramento inganna tutti. Elisabetta però ha scelto e non alimenta illusioni in nessuno. Dobbiamo alla testimonianza della figlia Lucina il rac­conto della sua ultima giornata di vita, il 5 febbraio 1825. Il medico che in primissima mattinata la visita non riscontra niente di anormale. Elisabetta lo ringrazia con un sorrisino ironico. Passa qualche ora. Lucina è nella sua camera che le tiene compagnia. Elisabetta le dice che un giorno sarebbe diventata suora e avrebbe dovuto affrontare numerose pro­ve di spirito. Le dà alcuni consigli per superarle adeguata­mente. La prega poi di incaricarsi di consegnare, dopo la sua morte, tutti i suoi scritti e la «borsa degli stromenti di penitenza» al suo confessore.

Lucina tenta di interrompere questi discorsi, ma sua madre le racconta di aver ricevuto, dopo la santa comunio­ne, una ulteriore conferma che dopo poche ore il Signore «mi avrebbe condotto con sé al trionfo della gloria».

Pratica come sempre, per evitare di disturbare troppo i familiari, dice alla figlia: «Presto, non si può perdere tem­po. Fammi la carità di farmi lavare le mani e il viso. Dammi la mia camicia di lana, la veste e il fazzoletto di spalle». Rie­sce a fare quasi tutto da sola, si lava e indossa finalmente la sua divisa da terziaria trinitaria e si stende sul letto.

Fuori piove a dirotto. Ormai è scesa la notte. Marian­na e Lucina si avvicinano al letto per sistemarle meglio i cuscini. Elisabetta si lascia scivolare, come se intendesse dor­mire, tra le braccia di Lucina, dopo averle intensamente fis­sate entrambe. Credendo di assistere ad una ennesima esta­si, ma non essendone sicure, le due giovani donne manda­no a chiamare P Ferdinando. Il buon vecchio corre come meglio può verso la casa di Elisabetta. Si avvicina al suo let­to, la chiama, avvicina una candela alla sua bocca. Nessun indizio di respiro. Marianna e Lucina capiscono. Elisabetta aveva 49 anni.

 

UNA CONVERSIONE PREANNUNCIATA

Cristoforo rientra alle quattro del mattino. Per la pri­ma volta Elisabetta non è li, sveglia, ad attenderlo. Ha ri­sposto ad un altro appuntamento. L'avvocato crolla. Cono­scenti, vicini di casa, figlie cercano di consolarlo, di sorreg­gerlo: adesso è solo un povero uomo.

Tutto si svolge secondo le indicazioni di Elisabetta: il si­gnor Cherubini si interessa a espletare le pratiche per il fune­rale; il signor Sala si prende in carico le figlie e organizza il flusso dei visitatori, degli inquilini prima, della gente di Ro­ma poi. La notizia si diffonde in città ed è subito una inter­minabile processione in via Quattro Fontane. La salma resta esposta alla devozione dei fedeli per ben quattro giorni.

Al funerale, secondo la tradizione del tempo, marito e figlie non sono presenti. Ma sacerdoti, religiosi, fedeli, no­bili e gente comune sono numerosissími. Le esequie si svol­gono secondo la regola delle terziarie trinitarie.

Già durante la veglia funebre sono diverse le persone che rivolgendosi a Elisabetta ricevono grazie. Testimonian­ze attendibili parlano di diverse «apparizioni». Elisabetta, che si era premurata, negli ultimi mesi di vita, di dare l'ad­dio a parenti e amici diversi annunciando loro la sua morte, sembra aver voluto confermare la verità di quanto predetto.

Si diffonde rapidamente la credenza che ad essa ci si debba rivolgere come ad una «santa». A questa intuizione popolare aderiscono, senza riserve, anche molte autorità re­ligiose. Il Card. Benedetto Barberini, invitato da P Ferdi­nando a chiedere l'intercessione di Elisabetta, dichiara di essere guarito improvvisamente da una malattia ritenuta in­curabile dai medici.

La salma di Elisabetta viene tumulata nella chiesa di S. Carlino e sarà riesumata nel 1834. La sua causa di beati­ficazione verrà introdotta il 22 febbraio 1874, ancora viven­te la figlia Lucina.

Dopo la morte di Elisabetta, i suoi familiari prendono strade diverse. Marianna si sposa con Salvatore Brandi. Lu­cina invece entra nel convento delle Oblate di S. Filippo, dove è superiora la zia Benedetta - la sorella di Elisabetta di cui abbiamo parlato - e prenderà il nome di suor Maria Giuseppa. Assieme a P. Ferdinando diventa la testimone privilegiata della vita e della santità della madre.

Cristoforo sembra l'ombra di se stesso: svolge ancora qualche attività forense ma è chiaro che la morte di Elisa­betta lo ha drammaticamente provato. Qualche giorno do­po i funerali, Lucina lo prende da parte e con grande tene­rezza lo consiglia di regolarizzare il suo rapporto con l'a­mante.

- Sposate quella donna - sono parole dure da accetta­re da parte di una figlia che conosce la vita di tradimenti di suo padre. Cristoforo ne è quasi fulminato.

- Non posso - risponde. - Perché?

- È morta.

Nessuno ne sapeva niente. Lucina, generosa e tenera, lo aveva costretto a svelare il segreto. Ora vorrebbe non aver parlato, ma è chiaro a lei e a tutti in casa che la vita ha riservato a suo padre un ben tragico appuntamento.

Solo, piegato dagli eventi, Cristoforo si estrania pro­gressivamente dal lavoro. Lo si vede sempre più spesso vaga­re per le strade di Roma, entrare e uscire dalle chiese, a volte scalzo. Chi conosce la sua vicenda trova difficile dargli una mano. Lui non la chiede. Si permette solo, di tanto in tanto, di andare a casa di Marianna per trascorrere qualche ora con lei e con il nipotino. Ma nel 1833 Marianna muore.

Ormai attorno a Cristoforo si è creato il vuoto: la sua famiglia è un ben triste rifugio e delle antiche amicizie nes­suna traccia. Si fa vedere sporadicamente in casa di Maria Rosa Righetti, grande amica di sua moglie, ma non fa altro che piangere e mostrare a tutti un'«immagine» di Elisabetta che si porta sempre «nel fondo del cappello».

Cristoforo, ormai convinto di aver fallito la vita, decide di impiegare il tempo che gli rimane per tentare un recupero estremo. Si presenta alla figlia Lucina, e la prega di interes­sarsi per farlo entrare in qualche convento come fratello lai­co. Già dal 1825, anno della morte di Elisabetta, era stato ac­colto tra i terziari dell'Ordine Trinitario. Ma ciò che voleva ora era sparire definitivamente dalla scena del mondo.

Lucina non può far niente di più che informare delle intenzioni di suo padre un gesuita, già suo confessore. Ma è sufficiente. Questi infatti riesce a trovare le persone giuste per venire incontro al desiderio di Cristoforo.

Nel 1834 l'avvocato indossa il saio dei Frati Minori Conventuali e prende il nome di Fra Antonio Mora. Sono presenti alla cerimonia Lucina, che ha preparato al papà «la tunica e tutto il corredo che gli serviva»; Francesco, fratello di Elisabetta e due sorelle di Cristoforo. Adesso è proprio chiaro a tutti che cosa intendeva Elisabetta per fedeltà.

Fra Antonio Mora, già durante il noviziato, dà ai su­periori le più ampie garanzie di una radicale conversione. Il suo peccato è la ragione della sua vita di penitenza e di pre­ghiera. Uno strano frate che si porta sempre «nel fondo del cappello» l'immagine di una donna bellissima che non può cancellare dalla memoria.

I superiori ritengono che possa accedere al sacerdo­zio. La sua istruzione gli permette di abbreviare i tempi de­gli studi teologici.

Viene ordinato, ha la facoltà di confessare e insegna teologia in vari conventi. I suoi confratelli gli riconoscono grande umiltà, spirito di obbedienza e totale distacco dalle cose terrene. Lucina potrà più di qualche volta assistere alla Messa celebrata da lui e ricevere dalle sue mani la comunio­ne: quel pane che le aveva fatto mancare per tutta la vita, suo padre glielo dava ora, carico di un significato molto più grande.

Padre Antonio Mora, dei Minori Conventuali, muore l'8 settembre 1845.

 

IPOTESI SU UNA DONNA

Il profilo biografico di Elisabetta Canori Mora ha tutti gli ingredienti della provocazione. Basta penetrare poco ol­tre la scorza dei fatti, che inevitabilmente giungono a noi ri­vestiti della mentalità del tempo, per scoprire che il perso­naggio non si adatta ad alcuno schema precostituito: una personalità molteplice, complessa, che, nella gara della vita, va «oltre» non «contro».

1. Elisabetta Canori Mora è una donna libera.

Non si esaurisce nei ruoli di sposa e di madre, pur svolgendoli in maniera egregia. Lavora, interviene nella vita della sua città, prende posizione davanti all'autorità, si con­fronta.

Senza esasperazioni, sa essere anticonformista. È in­differente alla moda e alle convenienze: se ritiene opportu­no rispettarle, non se ne fa condizionare. Non si adegua al­lo stile di vita del suo tempo per una valutazione chiara e disincantata del vuoto di significati che lo caratterizza. È tranquillamente «diversa». Può anche adattarsi alla «nor­malità» corrente, per non mettere a disagio nessuno, ma è evidente che una norma in contrasto con le sue scelte di fondo per lei è priva di senso.

È critica verso tutto ciò che sa di apparenza e di conformismo. È indipendente senza aver bisogno di ricor­rere alla ribellione. Subisce la violenza altrui, sopporta l'emarginazione, la delazione e il tradimento con una strate­gia che finisce sempre per spiazzare tutti: quando si pensa di averla dominata, lei è già da un'altra parte. E bisogna in­seguirla. Una donna imprendibile, che sceglie a chi darsi e non si fa scegliere se non da Dio. Dio è l'unica persona cui concede, per amore, di limitare la sua libertà.

Bella e affascinante, della sua femminilità ha una con­cezione seria e della sua diversità di donna una interpreta­zione creativa, il che la rende estranea alle arti della sedu­zione. Nei rapporti interpersonali fa valere le sue ragioni, le sue convinzioni, la sua visione del mondo. Una donna-sog­getto, protagonista della sua vita e del suo tempo.

E casalinga, sarta, cantiniera e «gallinara», infermiera di basso livello, serva di tutti e in questo modo si conquista una straordinaria autorità. Un'intuizione originale: chi ser­ve è più forte di chi viene servito, perché ha meno bisogni. Il che lo rende anche più libero. Il potere rende prigionieri, il servizio libera.

2. Elisabetta Canori Mora è donna del cambiamento.

Vissuta in un periodo in cui «cambiare tutto perché tutto rimanga come prima» è norma universalmente accet­tata anche se universalmente non riconosciuta, Elisabetta persegue un cambiamento reale. Rifiuta il «nuovo» perché è apparente, dal momento che nasce da una serie di nega­zioni: negazione di Dio, negazione della fede, negazione della Chiesa, negazione dei poveri, negazione della morale, negazione dell'amore. Il «nuovo» che nasce da un no può essere solo fittizio e deve ricorrere ad artifici economici, politici, ideologici o tecnici per imporsi. Non libera quindi. Per Elisabetta, il cambiamento reale (la conversione) ri­guarda invece il cuore e le intelligenze e può essere ottenu­to solo grazie ad un amore «redentivo». Elisabetta dà tutta se stessa all'uomo, al mondo e alla Chiesa. Si tratti del mari­to, delle figlie, dei parenti o dei poveri, essa si rapporta con loro non per quello che sono o che fanno ma per quello che possono diventare. Essa li invita, li aiuta e li stimola a svela­re il «mistero» nascosto in ciascuno.

Se avesse attribuito a suo marito il ruolo fisso del «traditore» non avrebbe potuto far altro che rifiutarlo. Le basta invece pensare che Cristoforo non è i suoi errori, ma una persona in cambiamento, per non lasciarlo perdere. Cri­stoforo pensa di non aver alternative, di essere quello che è. Lui e tutti gli altri ritengono che il suo segreto nascosto sia il suo peccato. Elisabetta no. Essa ritiene che Cristoforo possa e debba andar oltre la sua colpa. Per questo non gli permette di negarla.

Se avesse considerato le figlie come ragazze vuote e sfortunate non ne avrebbe potuto fare delle donne respon­sabili e solide. Se i poveri le fossero risultati come frutti ne­cessari del progresso o come degli incapaci non avrebbe impiegato tempo e risorse per loro. Le basta guardarli e amarli come «figli di Dio» per capire che la loro condizione non è immutabile.

Anche nei riguardi di se stessa, Elisabetta è una donna che sa cambiare. Non accetta schemi rigidi: sa reinventarsi come madre quando le figlie cambiano; sa reinterpretare il suo ruolo di sposa quando il marito la tradisce; sa trasfor­marsi in continuazione come «amante del suo Signore» per far crescere il rapporto d'amore.

La vita la costringe anche a cambiare da nobildonna a lavoratrice, da padrona a serva, da ricca a povera. Ma que­ste mutazione esteriori non la preoccupano, dal momento

che non incidono sul senso profondo della sua vita. È in­fatti convinta che non c'è alcun assoluto terrestre che pos­sa salvare l'uomo. Fissarsi sul potere, sul piacere, sul suc­cesso, sulla ricchezza non porta da nessuna parte: ognuno di noi è in cammino e quindi il nostro orizzonte cambia in continuazione. Resta immutabile la nostra meta ultima, ma quella è oltre il tempo e costituisce il cambiamento defini­tivo: l'uomo nuovo, il cielo e la terra nuovi (temi ricorrenti delle sue «visioni») hanno le radici nel tempo ma si realiz­zano nell'eternità. Elisabetta tiene i piedi ben saldi sulla terra, il che le permette di fissare il suo cuore e la sua men­te in cielo.

3. Elisabetta Canori Mora è donna di fede.

La sua religiosità è datata, legata a pratiche tipiche del suo tempo e di una certa tradizione monastica. Ciò che in­vece non è datato è il senso che essa attribuisce al rapporto con Dio.

La sua scelta di fede si rifà alla teologia dell'amore. L'amore è il modo di essere di Dio - inscindibile comunio­ne di persone (Trinità) - e quindi il modo di essere dell'uo­mo, creato a immagine di Dio. L'amore salda il destino dell'uomo a quello di Dio, che non può perdere la sua crea­tura per non perdere se stesso.

Elisabetta sa cogliere nel suo diario con straordinaria finezza questo paradosso di un uomo che ha bisogno di Dio per salvarsi e di un Dio che ha bisogno dell'uomo per realizzare il suo progetto d'amore. La storia come rapporto di reciprocità tra l'uomo e Dio.

Deriva di qui il suo straordinario attivismo. La sua fe­de si traduce in azione e ogni azione obbedisce alla logica dell'amore: è gratuita, sgombra da interessi, intelligente, mirata a risolvere problemi concreti, proiettata verso il fu­turo. Ogni azione è «segno» - sacramento d'amore - che ri­manda alla salvezza delle persone, alla redenzione del male del mondo.

Ogni azione inoltre è preghiera e la preghiera è il comportamento più innovativo, creativo e pratico che un uomo può assumere. Quando Elisabetta prega sembra che cancelli dalla sua percezione il mondo. E invece è in quel momento che essa stabilisce con il mondo un rapporto pri­vilegiato: marito, figlie, parenti, poveri, ammalati, Chiesa, società, tutto è proiettato nel cuore di Dio. E se Dio espri­me il suo dissenso e la sua ira, Elisabetta gli contrappone la sua irriducibile volontà di misericordia, perché è lei per pri­ma che ritiene di aver bisogno di misericordia. La miseri­cordia è la tenerezza dell'amore, la sua forza salvifica.

Elisabetta impiega la fede per semplificare la sua vita, eliminando tutto ciò che è superfluo. Si può avere l'impressione che la fede le imponga un supplemento di eroismo e che la sua adesione radicale al Cristo comporti un eccesso di sofferenza e di annullamento.

Ma non è in questo modo che Elisabetta legge la sua vita. L'evangelica rinuncia a tutto per seguire Gesù, nella logica dell'amore, a lei risulta ovvia e utile: per camminare dietro al passo possente del suo Amato Bene deve essere leggera, non si può caricare di pesi eccessivi, dal momento che deve riservare le sue energie per portare la croce.

La croce è il dolore del mondo provocato dal Male. Nella vita di Elisabetta, il dolore svolge un ruolo fonda­mentale. Elisabetta «ama» soffrire. Chiede al suo amorosis­simo Signore di soffrire. Un atteggiamento del genere può risultare «anormale». Ed è invece il paradosso del Gol­gotha che ha cambiato la nostra storia. Per liberarci dal do­lore, Dio ha dovuto assumerlo e portarlo alle estreme con­seguenze: morendo ha distrutto la morte e ci ha dato la vi­ta. Elisabetta sperimenta persino sensibilmente questa ve­rità. Ma quello che più conta è la sua convinta consapevo­lezza che il dolore ha un unico e irriducibile avversario: l'amore. «Amare» il dolore significa distruggerlo.

In questa prospettiva assumono particolare rilevanza la sua intensa vita sacramentale e la sua devozione alla Ma­donna. La vita di Elisabetta è fatta di confessione e di co­munione: nella confessione esplora i suoi limiti, nella co­munione li supera. Nella Madonna si identifica come ma­dre/amante del suo Signore. Si procura in questo modo i mezzi per affrontare la sfida del Male.

Ci pare questo, in sintesi, il forte messaggio di Elisa­betta Canori Mora.

C'è una certa ironia della storia nel fatto che ci si sia dimenticati per molto tempo della «santità» di questa don­na e che solo oggi ci venga proposta ufficialmente dalla Chiesa. «Diversa» ieri, più che mai «diversa» oggi, Elisa­betta mette in discussione le nostre scontate categorie di giudizio e le comode scuse con cui giustifichiamo la nostra deludente incapacità di vivere.

E lo fa da donna, alla conclusione di un secolo che ve­de le donne protagoniste di un cambiamento radicale nei rapporti familiari e sociali. Di questo cambiamento, Elisa­betta ha in qualche modo anticipato il senso: il segreto della donna non è racchiuso nel suo grembo ma nel suo cuore. Per questo una Donna può permettersi di mettere al mon­do anche Dio.