Il Servo di Dio Padre ANDREA MARIA CECCHIN

dell'Ordine dei cervi di Marin a cura di P Tito M. (Sartori - Postulators 2002

 

LA SPLENDIDA VITA DI UN FRATE UMILE

Il 22 marzo 2002, Venerdì di Passione - per l'Ordine dei Servi festa liturgica di S. Maria pres-so la Croce -, è iniziato il processo di beatifica-zione e canonizzazione del P. Andrea M. Cecchin. Egli nacque a Castelfranco Veneto (TV) il 22 ottobre 1914, pochi mesi prima che su quelle terre si riversasse l'onda paurosa della prima guer-ra mondiale.

I suoi genitori, Giordano e Luigia Bordignon, erano originari di Cittadella (PD); sposatisi il 27 novembre 1901, ebbero la gioia di dare alla luce ben 7 figli, tre dei quali si spensero pochi giorni dopo il battesimo (Aldo, Virginio, Elda Maria), mentre gli altri quattro ebbero un arco di vita lungo per tre di loro (Antonio 75 anni, Caterina Maria 85, Carlo-Andrea 80), abba-stanza lungo il penultimo (Domenico, 67 anni).

Gente povera, ma educata ai grandi valori della fede e del sacrificio, al senso genuino del dovere da compiersi a qualunque costo. Ne dette-ro esempio loro, i genitori. Per poter garantire il pane ai figli, essi lasciarono la nativa Cittadella per prendere in affitto una campagna alla perife-ria di Castelfranco Veneto (TV). Il terreno da coltivare includeva anche un vecchio molino, ulte-riore motivo di fatica, ma anche di risorsa econo-mica in un'epoca in cui soprattutto il lavoro duro - e prolungato spesso oltre le otto ore giornaliere - poteva assicurare il pane alle numerose bocche dei figli.

Sia a Cittadella che a Castelfranco, il punto di riferimento per tutti era la Chiesa parrocchiale, nella quale il succedersi delle messe domenicali e la celebrazione dei vespri costituivano il luogo e l'occasione per ritrovarsi insieme. Ad aggiornare sugli avvenimenti lieti e tristi del paese e della Patria, era di solito il parroco. All'orologio del campanile il compito di scandire le ore del giorno e della notte, mentre l'avvicendarsi delle stagioni offriva a ciascuno la possibilità di variare ritmo e sequenza di vita. La fede era perciò l'elemento coagulante della vita sociale e religiosa della popolazione.

In questo ambiente, permeato di viva reli-giosità, il giorno d'Ognissanti del 1914 Carlo (questo fu il nome che gli venne dato al battesi-mo) ricevette le acque lustrali nel battistero della parrocchia del Duomo. La più commossa quel giorno fu mamma Luigia. Perché? Perché la nascita del suo ultimogenito aveva conosciuto dif-ficoltà impensabili. Mentre, incinta, lei portava gli alimenti ai maialini, fu aggredita furiosamente dalla scrofa con caduta rovinosa e conseguente lacerazione del bacino. Ne seguì l'ingessatura del bacino. Man mano che il figlio portato in grembo cresceva, divenne necessario adeguare alla crescita anche l'ingessatura. La preoccupazione, com'è ovvio, fu tanta per tutti, ma in particolar modo per la madre. E qui scatta la novità: la gestante fa voto che, se fosse riuscita a portare a termine la gravidanza, avrebbe consacrato alla Vergine la sua creatura.

Il piccolo Carlo crebbe nella serenità della vita campestre e nella gioia di condividere la vita con i fratelli, tutti maggiori di lui. La frequenza delle scuole elementari si sviluppò come di con-sueto. La fanciullezza fu contrassegnata da due avvenimenti importanti: il conferimento del sacramento della Confermazione il 22 ottobre 1922 per il ministero di mons. Giacinto Longhin, Vescovo di Treviso e il ricevimento della Prima Comunione il 10 giugno 1923. Il ripetersi della data del 22 ottobre costituisce motivo di meravi-glia nella vita del piccolo Carlo: è quello il gior-no della nascita sia di sua madre che di lui, e anche giorno del conferimento della Confermazione, ossia del suo diventare adulto - «soldato», come allora si diceva - nella vita cri-stiana.

Ma come allora accadeva spesso tra i ragazzi, il centro della vita di Carlo fu la parrocchia del Duomo. Egli si distingueva per una vivacità non comune. Ne seppero qualcosa i compagni mini-stranti, i cui cingoli egli, assieme all'amico Flavio Fraccaro (divenuto poi frate cappuccino), talvolta intrecciava per ridere poi soddisfatto nel vederli muoversi impacciati nei movimenti. Altra specia-lità di lui fu l'uso del turibolo. Manovrarlo velo-cissimamente e sovraccaricarlo d'incenso per trar-ne nuvole dense e soffocanti di fumo, era la sua nota caratteristica.

Il comportamento troppo vivace del piccolo Carlo indusse il parroco a negargli l'ingresso in seminario al termine della scuola elementare. Ai genitori che si recarono da lui per manifestare il desiderio del figlio, il reverendo dette volentieri il suo benestare, seguito però immediatamente da una condizione: «Non in seminario, perché temo che mi faccia fare brutta figura!». E così il tredi-cenne Carlo varcò la soglia dell'Istituto Missioni di Monte Berico a Vicenza nel 1927, l'anno in cui egli avrebbe poi conosciuto l'amarezza della morte del papà, colpito da broncopolmonite.

A Vicenza Carlo s'imbattè nella grande per-sonalità del P. Gioachino M. Rossetto che l'accol-se. La figura religiosa del P. Rossetto era domi-nante nell'ambiente cittadino. La sua parola infuocata e l'esempio di una vita austera e piena di zelo per il bene delle anime costituirono per il giovane Carlo un motivo in più per dedicare la propria vita alla Vergine Benedetta.

Terminato l'anno di Noviziato ad Isola Vicentina e assunto, con la vestizione religiosa, il nome di Andrea, nel silenzio e nella pace dell'iso-la di S. Elena, a Venezia, egli compì gli studi filo-sofici negli anni 1933-35. Dopo di che fr. Andrea fu trasferito al Collegio S. Alessio Falconieri in Roma. Un Servo di Dio, appunto P. Rossetto, accolse il ragazzo all'Istituto Missioni nel 1927; un altro Servo di Dio, fr. Venanzio M. Quadri, nella Capitale gli fu compagno di studi nel 1935. Coincidenza o Provvidenza divina?

Coronato il sogno della fanciullezza con l'or-dinazione sacerdotale conferitagli il 28 ottobre 1938, P. Andrea venne mandato a completare gli studi accademici all'Università di Lovanio, in Belgio. Laureatosi, tornò in Italia nell'autunno 1942 e fu immediatamente incaricato d'insegna-re Patrologia, Liturgia e Ascetica nello Studio Teologico Internazionale dell'Ordine. L'Italia, schierata a fianco della Germania e del Giappone, stava allora attraversando un periodo difficile. L'esercito italiano completava le varie sconfitte subite sui vari teatri di guerra - Africa, Russia - ripiegando ben presto rovinosamente nel freddo pauroso della gelida steppa russa. A Roma le ristrettezze alimentari si rivelarono gravi. Nell'animo del giovane P. Andrea, incaricato dalla Comunità di provvedere ai bisogni materia-li di tutti, quelle ristrettezze gli causarono un pesante cruccio quotidiano, aumentato in seguito dalle tante bocche di ebrei, ricoverati di nascosto tra le mura conventuali.

La sua generosità e disponibilità gli attiraro-no la fiducia dei superiori che prima - gennaio 1947 - lo incaricarono della formazione spiritua-le dei giovani Teologi, e poi - nell'autunno dello stesso anno - lo elessero alla guida della Comunità locale. Nel 1950, promosso lo Studio teologico a Pontificia Facoltà Teologica «Marianum», egli divenne titolare della cattedra di Patrologia. Il compito accademico si concluse 5 anni dopo con la elezione di lui a Socio provin-ciale della Provincia Lombardo-Veneta dell'Ordine e con la nomina, per un triennio, a Priore della Comunità della Basilica di Monte Berico. E fu un triennio ricco di novità. L'amore ai propri Confratelli lo indusse a rivolgere loro settimanalmente parole ispirate alla dottrina attinta dalla Bibbia - la cui edizione francese a cura della «Scuola di Gerusalemme» aveva quoti-dianamente tra le mani -, alle fonti patristiche e alla Regola di S. Agostino, divenuta per lui il libro d'oro dell'ascetica religiosa.

Lo spazio maggiore lo riservò al ministero della Riconciliazione. Dalle 6,30 fino ad oltre le 9 del mattino egli rimaneva ogni giorno in confes-sionale per ascoltare, confortare, assolvere, dive-nendo ben presto un punto di riferimento per le persone devote della città di Vicenza. Il suo riser-bo, il volto severo ma sereno, la disponibilità a tutta prova, gli attirarono la fiducia unanime. Mai uscì dalla sua bocca una parola bruciante, mai lo si vide arrabbiato. Soffriva talvolta, questo sì, ma nel silenzio, riportando a Dio, nella preghie-ra, i patimenti propri ed altrui. La domenica - a quel tempo ancora non era stata iniziata la prassi della messa verspertina, e, più tardi, questa era limitata ad una sola celebrazione -, nel pomerig-gio egli rientrava in confessionale e vi rimaneva fino alla chiusura della Basilica. Il suo esempio divenne trainante anche per gli altri frati della Comunità, edificati da tanto zelo e da tanto spiri-to di sacrificio.

Dal 1958 al 1967 egli rimase per nove anni alla guida di tutta la Provincia Lombardo Veneta, che aveva fondazioni in Africa (Transvaal), in Sud America (Argentina, Cile, Bolivia, Uruguay) e in Messico. Nei periodi in cui egli rimase a Monte Berico, nulla cambiò della prassi abituale. Per ragioni d'ufficio dovette portarsi nei luoghi appe-na citati, rimanendo assente dall'Italia talvolta anche per oltre tre mesi. Quando ritornava, era oltremodo felice di riprendere il servizio presso la Basilica. Era solito dire che nel mondo ci sono realtà bellissime, ma che le stesse realtà, in for-mato minore, sono concentrate nella nostra Penisola!

Nel 1965 l'Ordine celebrò il capitolo gene-rale elettivo a Firenze. Il nome che sulla bocca di tutti era dato per certo come eleggibile, era il suo. Ne soffrì terribilmente. Non se la sentiva di assu-mere una così grave responsabilità. Il suo atteg-giamento impietosì i capitolari, che ne ebbero compassione, e non lo elessero. Quale fosse la sua letizia per lo scampato pericolo fu noto subito a tutti, e lo si vide ritornare a Vicenza disteso, sere-no e fiducioso.

Dal 1967 al 1969 fu assegnato di famiglia nel convento di S. Carlo a Milano con l'ufficio di Priore conventuale. Il convento era stato da poco ristrutturato. Le comodità, che la ristrutturazione operata con criteri moderni gli offri, non ebbero per lui attrattiva alcuna. Si sentiva come soffoca-re in mezzo alle mura altissime, dove, per cono-scere le variazioni del cielo bisognava aprire la finestra e guardare in alto. Egli, per di più, soffri-va di claustrofobia, ma non lo disse ai Superiori maggiori, perché voleva compiere fino in fondo l'obbedienza assegnatagli, dando a tutti quell'esempio che egli, quand'era Priore Provinciale, aveva richiesto agli altri. Cominciò a dimagrire a vista d'occhio. Fu necessario riportarlo, senza che egli ne facesse richiesta, a Monte Berico, dove il verde lussureggiante del paesaggio e i ritmi aper-ti delle stagioni gli allargavano il cuore, mentre dall'alto ammirava il distendersi della pianura e lo svettare lontano delle montagne amiche.

Il capitolo straordinario dell'Ordine, cele-brato a Madrid nel 1968 per l'aggiornamento costituzionale, lo vide tra i maggiori protagonisti. Aperto alle innovazioni, ma nello stesso tempo sorretto da grande equilibrio interiore, egli cercò di essere allo stesso tempo disponibile alle novità e severo custode della tradizione. Per tale motivo la sua fu un'azione equilibratrice nel fermento rinnovatore, cercando di appianare le difficoltà senza umiliare alcuno. La serenità di quel capito-lo, chiusosi in un clima di straordinaria letizia, fu coronamento anche dell'azione sua.

Dopo il capitolo madrileno, spettò a lui, accompagnato da un altro frate più giovane, per-correre le terre di missione per ricevere dai frati colà residenti, i «desiderata» da portare poi a conoscenza del Capitolo dell'Ordine fissato ad Opatija (Iugoslavia) nel 1971. Ciò egli fece con grande amore. La sua notoria riservatezza e bontà gli consentirono di ricevere le confidenze più intime, sicuri, i missionari, che da lui mai sarebbe poi uscita una parola che potesse essere di danno ad alcuno. Fu quello l'ultimo servizio a lui richiesto a beneficio di tutto l'Ordine dei Servi di Maria.

Ritornato a Monte Berico, egli vi rimase fino alla morte, eccettuate alcune brevi parentesi, riprendendo per un triennio la guida della comu-nità, e poi assolvendo gli impegni di sempre. Ciò non gli impedì di assumere l'assistenza spirituale per oltre un decennio dell'Istituto Secolare «Regnum Mariae», sorto ad Ancona e allora biso-gnoso di particolare attenzione da parte dell'Ordine. La serenità e la lucidità mentale e spirituale di P. Andrea si rivelarono determinanti per il buon proseguimento dell'Istituzione.

Gli ultimi anni li trascorse dedicando intera-mente il tempo agli altri: i penitenti, i poveri, i frati malati, pur essendo malato lui stesso. Quando il medico gli diagnosticò un brutto malanno al fegato, egli concluse: «Ora sono pro-prio nelle mani di Dio», e continuò, sereno, il consueto ritmo di vita.

Per il mattino del 15 settembre 1995 era programmata l'apertura del processo diocesano di beatificazione del P. Gioachino M. Rossetto, il frate che l'accolse ragazzo nel 1927. Durante la notte si sentì male, ma non volle svegliare alcuno, pensando ad un dolore passeggero. Ma alle ore 6,00 chiamò i frati: fu portato d'urgenza all'ospe-dale. Ai medici del pronto soccorso la situazione apparve immediatamente molto grave. Lui stesso d'altronde se n'era reso conto prima ancora di lasciare il convento, quando chiese l'assoluzione sacramentale al P Matteo M. Novello. La stessa richiesta egli rivolse al priore, P. Cristiano M. Cavedon, immediatamente dopo la visita del medico del Reparto di Chirurgia, all'ospedale civile. Lo fece con tanta umiltà e con le seguenti parole: «Ti sembra troppo affrettato se ti chiedo l'estre-ma unzione e il Viatico?». La risposta del priore fu di immediata condiscendenza: «No, padre, non è affrettato; provvedo subito». Avvisati i frati della Comunità di Monte Bercio, un piccolo gruppo di loro si portò immediatamente all'ospedale per essere presenti in un momento così delicato e importante. «Ci siamo così trovati attorno a lui - scrive il priore P. Cavedon -, sereno e consapevo-le, mentre noi non riuscivamo a trattenere le lacrime. Dopo aver ricevuto il sacramento degli infermi e l'eucarestia, ha chiesto a noi di salutare i confratelli e ha chiesto perdono a tutti. {...} Nelle ore successive, di tanto in tanto, appena riusciva a raccogliere un po' di forze, mi chiama-va vicino per lasciarmi le ultime sue indicazioni e parlarmi dei casi bisognosi, che stava seguendo attraverso la "Messa della carità". Come volesse lasciare tutto in ordine; e il suo ultimo pensiero è stato ancora una volta la carità».

Verso mezzogiorno sembrò che la situazione andasse migliorando al punto da far decidere i sanitari a intervenire chirurgicamente per blocca-re l'emorragia interna. Al medico che gli chiede-va se lui era d'accordo con tale decisione, P. Andrea rispose che «egli era d'accordo se anche il suo priore era d'accordo». Fu portato in sala ope-ratoria. Ne uscì verso le 17,30. Quando fu ripor-tato in corsia, al suo capezzale erano presenti la cognata Rina, alcuni nipoti e P. Tito M. Sartori, che era stato suo segretario negli anni 1963-67. Il Priore, P. Cristiano M. Cavedon, approfittò della presenza dei congiunti per recarsi a Monte Berico ad avvertire la Comunità. Nel frattempo il P. Andrea, ancora sotto l'effetto dell'anestesia, con-cluse il suo itinerario per approdare nella «Città di Dio».

Cordoglio unanime ne accompagnò il deces-so: si era spenta per tutti una luce, la luce di una bontà umile e mite, ed era venuta meno una di quelle sorgenti di saggezza, che scaturiscono dal-l'amore.

All'apertura del processo canonico di beatifi-cazione erano presenti alcuni frati che lo ebbero Maestro di formazione a Roma: mons. Bernardo Cazzaro, Arcivescovo emerito di Puerto Montt (Chile) e i frati Filippo M. Berlasso, Umberto M. Baggio, Felice M. Savio. Da Castelfranco venne, assieme a mons. Lino Cusinato, parroco del Duomo, una folta rappresentanza della cittadina veneta capeggiata dal Vicesindaco e dall'Assessore alla Cultura accompagnati dal gonfalone del Comune. Tutte le Comunità della Provincia reli-giosa lombardo-veneta dei Servi di Maria manda-rono un proprio rappresentante.

Si dette così attuazione a ciò che molti di coloro che furono presenti al momento della tumulazione della salma di P. Andrea, lunedì 18 settembre 1995, dissero: «Un frate come P. Andrea lo si incontra raramente nella vita; merita perciò di essere addidato ad esempio, perché la sua fu veramente una vita animata da profondo amore a Dio e ai fratelli». Quell'auspicio ebbe adempimento in un chiaro mattino di primavera: il 22 marzo 2002.

P. Tito M. Sartori O.S.M

 

PAROLE DI PADRE ANDREA AI SUOI FRATI

«Tutto ciò di cui abbisogniamo in questa vita sono cose necessarie, ma transitorie. Solo l'amore non è transitorio e, pertanto, deve emergere e grandeggiare, come la sola cosa veramente necessaria».

 

«Trionfi nei vostri cuori la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati nell'unità di un solo corpo».

Con questo augurio e con questa esorta-zione vi saluto. Continuate a ricordarmi nei momenti, in cui vi raccogliete in preghiera. Da parte mia, sono convinto - spero che non sia presunzione - che resterò fedele a quell'affetto, che mi lega a voi e che, in questi anni di vita vissuta con voi, è andato crescendo den-tro di me; e il ricordarmi, allora, nella mia preghiera continuerà ad esserne un segno concreto.

 

TESTIMONIANZA DI DUE DONNE VICENTINE POSTESI SOTTO LA GUIDA SPIRITUALE DI PADRE ANDREA

«Piangiamo la persona più importante della nostra vita, da sempre nostro assiduo padre spirituale e testimone costante, nella santità sacerdotale, che solo Dio conta nel mondo».

 

 

Dalla sua ultima lettera del 28 agosto 1995

«...Solo distogliendo il nostro pensiero per rivolgerlo a Dio possiamo trovare sollievo e un po' di riposo. è vero che, come si legge nella Scrittura, Dio è un Dio misterioso, nascosto, silenzioso, - tale è la nostra esperienza di vita -, tuttavia quel velo di mistero, quel senso di non vedere qualcuno, quel senso di solitudine non avverten-do la presenza dell'Interlocutore, la meravigliosa e "oscura" luce della Fede ci infonde forza per continuare il nostro pellegrinare in questa valle di lacrime. è guardando al passato che possiamo percepire la presenza operativa e amorosa di Dio: tante pesanti croci ci avrebbero schiacciati, se non ci fosse stata una Mano che ci sorreggeva e un Cuore, che, lo si intuiva, ci amava. Questa Mano e questo Cuore continuano a sorreggerci e ad amarci. Quando avremo la gioia di contemplarlo faccia a faccia, sarà un immergerci in un oceano d'infinito gaudio, ammirando la meravigliosa azione provvidenziale che ha invaso la nostra vita...».

N.B. Le spoglie mortali del P. Andrea M. Cecchin riposano nel cimitero dei frati, sottostante il santuario della Madre di misericordia di Monte Berico, a Vicenza

 

PREGHIERA

O Padre Santo, che hai fatto risplendere nella vita di P. Andrea M. Cecchin la mitezza e la misericor-dia del Tuo Figlio Gesù, e in lui hai profuso il dono di rappacificare i cuori e addolcire gli animi ama-reggiati dalle sventure dell'esistenza, fa' che egli venga proposto a modello di quanti desiderano imitare il Signore nel soccorrere i poveri e gli ammalati, e nell'ascoltare con paziente amore i penitenti. Per intercessione di lui concedici la gra-zia che Ti chiediamo...

Amen

Pater, Ave, Gloria

 

Chi ricevesse grazie per intercessione del Servo di Dio P. Andrea M. Cecchin è pregato di notificarlo a: Padre Rettore Basilica di Monte Berico 36100 Vicenza

Imprimatur Vicenza 15 Marzo 2002 t Pietro Nonis, Vescovo