Siamo stati visitati da Qualcuno molto grande

di Gimpaolo Mattei redattore dell’”Osservatore Romano”

Ho una certezza: mia moglie Anna ed io siamo stati visita­ti da Qualcuno molto grande. Eppure sono certo che si dice in giro: "Poverini, è toccata loro una grande disgrazia...". Invece non si tratta di una disgrazia.. Che cosa significa, poi, per una persona esse­re "disgraziata"? Chi può dire che lo sia?

Benedetta è nata il 1 gennaio 2004, alle ore 11.10, quaranta gior­ni prima del previsto, all'Ospedale "Fatebenefratelli" sull'Isola tiberina. Il 2 sera ha avuto una forte crisi ed è cominciata una gravissima emor­ragia interna ed esterna. La mattina del 3 gennaio è stata portata, in ambulanza, al "Bambino Gesù" dove è stata operata d'urgenza. In estrema sintesi, le mancava il duodeno. Inoltre l'emorragia aveva provocato danni significati­vi. L'operazione, durata quasi quattro ore, è riuscita.

Benedetta è rimasta in ospedale due mesi. I suoi primi due mesi di vita. Non tutto è stato risolto e non tutto potrà essere risolto. Il 24 gennaio 2005 ha dovuto subi­re un'operazione al cuore. Grazie a Dio l'intervento è andato bene. Il 6 ottobre 2005, in una analisi di routine, è stato riscontrato un valore anomalo. Per farla breve, le è stata diagnosticata una brutta leucemia di tipo mieloide acuta. Dunque una forma molto grave, una delle diagnosi più infauste in medicina. È stata in ospedale per mesi, con l'intervallo di pochissi­mi giorni. Ha sostenuto quattro cicli intensi di chemioterapia. Il 16 giu­gno le è stato tolto il catetere che era stato posizionato, a dicembre, nel torace per consentire la sommi­nistrazione dei farmaci. Benedetta è stata dichiarata completamente guarita. La terribile leucemia non c'è più. Ha reagito in modo sorpren­dente alle cure. Ora dovrà fare con­trolli ogni due mesi, per anni. Benedetta ha anche qualche diffi­coltà dovuta alla sindrome di down e nell'ultimo anno non è stato pos­sibile affrontare questi problemi per via della grave malattia. A settem­bre, insieme all'asilo - dove si sta trovando benissimo - che le darà modo di crescere insieme ad altri bambini, Benedetta ha ripreso que­gli "esercizi" che, confidiamo, le faciliteranno i movimenti, il linguag­gio, uno sviluppo armonico... Ma non scrivo certo per fare una "car­tella medica" che sarebbe corposa, "pesante" e non particolarmente interessante.

Ora ci è domandato, ad Anna, a me, ai nostri familiari, ai nostri amici, di custodire e di adorare un'Ostia in mezzo a noi. Già, che senso avrebbe tutto questo se Benedetta fosse soltanto una "carne malata", un po' di vita dolo­rante, e non invece una bianca pic­cola Ostia che ci supera tutti? Siamo a tu per tu con un'immensità di mistero e di amore che ci abbaglie­rebbe se avessimo la fede per vederlo faccia a faccia.

Ecco perché Anna ed io non abbiamo avuto tempo da perdere nel farci le prediche, nel compian­gerci, nel recriminare, e davvero questi (quasi) tre anni sono pas­sati rapidamente pur nella quoti­diana pesantezza. Abbiamo supe­rato con un balzo la psicologia della sventura. Il miracolo chiama­to Benedetta, unica ed irripetibile, non è possibile che sia casuale, accidentale.

Siamo davanti, appunto, alla visita di Qualcuno molto grande.

In realtà non resta che stare in silenzio dinanzi a questo nuovo mistero che a poco a poco, dopo lo smarrimento iniziale, ci ha per­vaso della sua gioia. Ancora oggi, come già nei primi giorni di ospe­dale, avverto la sensazione, avvicinandomi a Benedetta, di accostar­mi ad un altare, ad un luogo sacro - una persona - dove Dio parla attraverso un segno concreto, di carne.

Davanti al mistero di gioia chiama­to Benedetta non posso che pormi, non mi viene altra parola, in adora­zione. Certamente non ho mai conosciuto così intensamente lo stato di preghiera come quando la mia mano "parla" a quella fronte, come quando il mio sguardo accarezza il suo sguardo che vede certo meglio, più lontano, del mio. Emmanuel Mounier che aveva una figlia disabile, Francoise, - ha scritto: "Se è vero che ogni autentica preghiera si fonda sulla morte delle potenze           sensibili, intellettuali, volonta­rie, se la sottile punta dell'anima di un bambino battezzato, come ha scritto non so più quale grande autore spirituale, è messa immediatamente in con­tatto diretto con la vita divina, quali splendori si nascondono allora in questo piccolo essere che non sa dire nulla agli uomini". Aggiunge Mounier impegnandosi a continua­re la preghiera che Françoise stessa rappresenta: "Forse occorre invi­diarci questa paternità incerta, que­sto dialogo inespresso, più bello dei giochi infantili"...

Ho capito sulla mia pelle che non si deve pensare al dolore come "qual­cosa" che ci viene strappato. II dolo­re è "qualcosa" che noi doniamo. Personalmente, mi sforzo di farlo anche per non sfigurare del tutto davanti al "piccolo Cristo" di nome Benedetta che si trova in mezzo a noi, per non lasciarla sola ad agire con il Cristo Grande.

Ogni giorno di dolore non è un giorno perduto. Sono piuttosto gior­ni pieni di una grazia sconosciuta. Davvero ogni "colpo" duro è una nuova elevazione che, quando il nostro cuore comincia ad abituarsi al "colpo" precedente, si rivela come una nuova, inedita, creativa, richiesta d'amore.

Il fatto è che Benedetta - secondo i criteri oggi dominanti - non sarebbe dovuta nascere. Quando, durante la gravidanza, le analisi - come è stato per noi - rilevano evidenti anomalie genetiche si ricorre ormai quasi automaticamente all'aborto. La sua vita è - ancora di più - dono, speranza, verità, amore. Di più: i medici erano talmente impegnati a prospettarci scenari a loro giudizio d'orrore perché la bambina aveva, "due su tre...", la sindrome di down che nessuno - dico nessuno - si è preoccupato di rilevare la necessità assoluta e urgentissima di un inter­vento chirurgico appena nata. Ho scoperto da poco la "strage degli innocenti" che vede vittime i bam­bini con la sindrome di down. Esi­stono statistiche e testimonianze agghiaccianti.

Siamo abituati a pensare che le persone deboli, fragili, piccole, malate, abbiano bisogno di avere accanto uomini e donne forti in tutto e per tutto. Ho fatto una sco­perta: non è vero. Questi (quasi) tre anni insieme con Benedetta mi hanno insegnato, mordendomi la carne, che sono io ad avere biso­gno di una persona debole, fragile, piccola, malata. Questa persona ha un volto e una storia. Il suo nome è, appunto, Benedetta. È mia figlia. Lo scrivo con umile orgoglio: è il più grande dono che il Signore mi poteva fare. Ora è un problema mio essere all'altezza di questo dono. Meritarlo. Ma so anche che il Signore non fa mai mancare la "grazia di stato". Dunque mi fido - come sempre - di Lui.

L’ho pronunciato con fierezza, ad alta voce, il nome di mia figlia la sera che l'ho battezzata: "Benedet­ta!". Era l'Epifania del 2004 e la pic­cola aveva cinque giorni. I medici e le infermiere del reparto di terapia intensiva del "Bambino Gesù" hanno interrotto il loro lavoro per qualche istante e si sono riuniti intorno all'incubatrice di Benedetta per par­tecipare a quel singolare rito del Battesimo amministra­to dal padre alla figlia. Erano pre­senti altri sette bambini, anch'essi protetti dal calore dell'incubatrice. Per qualche secondo gli allarmi non sono suonati. Ho tracciato il Segno della Croce sul corpo, piccolo e sof­ferente, di Benedetta. Un attimo di silenzio. Poi è scattato il "fischio" a denunciare un problema alle pulsa­zioni di Giacomo, uno dei piccoli ricoverati.

Il giorno del Lunedì dell'Angelo del 2004 - evento anche teneramente "femminile" e giorno evangelico del "non abbiate paura" - Benedetta è stata accolta in parrocchia con il cosiddetto rito "di completamento" del Battesimo.

Non riesco a immaginare un segno più alto della trasmissione della fede, della missione unica di un genitore che è quella di aiutare, con tutto il fiato possibile, il figlio dona­to da Dio ad entrare in Paradiso. Come padre non ho il compito di garantire a Benedetta una vita comoda, facile, "in discesa". Ho la missione di insegnarle a diventare santa, pur nella consapevolezza di tutte le mie miserie.

È questa tenera "sorpresa" di comunione e di verità che mi rende oggi profondamente e intimamente felice. È una gioia che non riesco a tenere serrata nel mio cuore e voglio comunicare a testa alta e con lo sguardo fisso al Legno della Croce.

Lo scrivo con la commossa certez­za di aver davvero toccato con mano il Corpo di Cristo inchiodato sulla Croce! Non è una "frase fatta", è la verità! È esattamente ciò che ho provato accarezzando Benedet­ta mentre, nell'incubatrice, era "inchiodata" da aghi e da tubicini. In quei primi, drammatici, giorni l'uni­ca parte del suo corpo che si pote­va accarezzare senza far suonare l'allarme era la manina destra. Ho messo un dito nella sua mano e lei lo ha stretto con la sua fragile forza. Siamo stati così per ore, in comu­nione. Felici di stare insieme. La sua fiducia mi ha toccato il cuore.

Oserei dire: mi ha convertito. Le nostre mani unite erano un segno di amore. Mi sono trovato a pregare senza aver­lo deciso. Ho recitato mille "Ave Maria" facendo scorrere lentamente il mio polpastrel­lo sui suoi ditini, come se fos­sero i "grani" della corona del Rosario. Sono sicuro che Dio, in quei momenti, teneva il Suo Dito nell'altra mia mano. La paternità che ho per Benedetta, Lui ce l'ha per me. E del resto per ricordare la piccola basta recitare l' "Ave Maria": "Benedetta tu fra le donne...".

Di che cosa mi ha parlato Benedetta nelle lunghe ore che ho vissuto accanto alla sua incubatrice in terapia intensiva? Mi ha parlato di ciò che conosce: l'amore di Dio e l'amore degli uomini. Mi ha parlato, con la tenerezza dei piccoli, della com­passione per i sofferenti, della dol­cezza che si prova nello stare insie­me, della fragilità dei deboli. Bene­detta mi ha ricordato che il Regno di Dio si costruisce con criteri oppo­sti a quelli che stanno frantumando la società degli uomini: si costruisce a partire dalla pietra scartata dai costruttori. È un passo biblico noto, lo citiamo spesso e, magari, vor­remmo credere che sia vero per tutti, ma in realtà non ci crediamo affatto. La vita, ci diciamo, è un'altra cosa, che se quelle pietre sono state scartate ci sarà pure un moti­vo...

Dal privilegiato punto di osservazio­ne che è l'incubatrice di Benedetta ho toccato con mano la verità della "follia" del Vangelo. Benedetta mi ha proposto di scegliere, una volta per tutte, la vita. Ha aperto davanti a me una porta di speranza. E non ha ancora il dono della parola. Mi ha introdotto in un mondo del dolore e della piccolezza che igno­ravo totalmente. Nell'incontrare ogni giorno i genitori di tanti piccoli sofferenti - in quel luogo "impossi­bile" di serenità e di coraggio che è un reparto di terapia intensiva o di chirurgia neonatale o di ematologia - sono rimasto sconvolto dal grido che prorompe dal loro essere, dal loro viso, dai loro gesti, dalla terribi­le sete di amicizia che si riconosce nei loro sguardi. Mi sono reso conto di vivere un'esperienza ardente e irreversibile. Francamente non c'è nessun manuale e nessun corso che prepara a vivere tutto questo.

Ho capito subito che Benedetta ed io saremmo avanzati insieme, che mi avrebbe aiutato più di quanto potrei mai fare io con lei. Senza dubbio so fare tante cose "efficaci" tuttavia mi sono accorto che queste non occupano il primo posto nella lista di ciò che Benedetta si attende da me. Si aspetta l'essenziale: la presenza, la relazione, l'amo­re. Il mio ruolo è quello di darle la possibilità di rivelare il proprio dono, la propria capa­cità di amare nella verità. È straordinario constatare come Benedetta possa comunicare una nuova visio­ne del mondo.

Il debole è presenza di Gesù e Benedetta è debole. Lo sarà sempre. Ricordo di aver contemplato - a Lviv in Ucrai­na - una Natività, fiamminga credo, che mi ha costretto a chinare il capo. I due piccoli più vicini al Bambino Gesù - erano un angioletto e un pastorello: tutti e due con i tratti caratteristici della sindro­me di down. Erano vicini al Cuore del Signore.

Noi ci siamo fidati del Signore quando abbiamo accolto il dono di Benedetta. I medici ci avevano annunciato anomalie genetiche. Abbiamo detto "sì" al Signore con­sapevoli che accogliendo una bam­bina - e una bambina sicuramente malata - avremmo accolto Lui in Persona. E Lui ci ha dato una gioia immensa e indescrivibile. Abbiamo atteso sette anni il dono di un figlio. Evidentemente il Signore ha voluto che ci caricassimo di amore così tanto da poter accogliere una bam­bina che di amore ne ha bisogno... "di più". Ringraziamo di cuore il Signore per la fiducia: ci ha donato una bambina malata perché ha cre­duto in noi, nella nostra capacità di amore.

In questo tempo ho sentito tante volte il grido di Benedetta, ho senti­to il suo pianto. Vi ho riconosciuto il grido, vi ho riconosciuto il pianto che esige l'amore di un padre e di una madre capaci di reggere la debolezza.

È naturale dirle: "Tu sei mia figlia tanto amata in cui ripongo la mia gioia, c'è tra noi un legame indi­struttibile, qualunque cosa tu faccia, resterai sempre la mia bambina. Mia figlia Benedetta".

Sul camice che in Ospedale ho dovuto indossare ogni giorno prima di accostarmi a Benedetta c'è stam­pato, all'altezza del cuore, lo stem­ma del "Bambino Gesù". È l'imma­gine di una mano che tiene nel cavo un bambino con le braccia levate verso l'Alto. La mano non è troppo aperta: il piccolo rischiereb­be di cadere. Ma non è neppure troppo chiusa: rischierebbe di soffo­care. Ha la forma di un nido, sostie­ne e porta il bambino comunican­dogli calore e sicurezza perché, giunto il momento, possa rimettersi in forza e camminare da solo.

Un padre è come il cavo della mano: non possiede il bambino, non lo chiude, ma lo aiuta perché possa essere uomo. La mia vita deve essere "cavo" per accogliere e per sostenere con amore.

E amare - mi ripeto - significa spo­gliarmi di me stesso al punto che il mio cuore possa battere al ritmo del cuore di Benedetta, perché la sua sofferenza diventi la mia soffe­renza. E com-patire. Com-patire non significa sop­primere la soffe­renza, ma viverla insieme. È una speranza che sca­turisce solo da Dio e dona senso alla sofferenza.

Fa scoprire che partecipiamo alla salvezza del mondo con il Cristo crocifisso. Mi ha commosso la certezza che Dio è presente in un bambino che soffre. Toccando quel corpicino, io tocco il Corpo del Signore.

La malattia, la debolezza, è una condizione oggi oscurata. È una dimensione debole della vita e forse si tende a percepirla come una mortificazione inaccettabile. Giorno dopo giorno, con una rapi­dità quasi brutale, si diventa solo quel male, si diventa solo quelle cure. Si capisce, a poco a poco, che cosa significa malattia e lo si capi­sce attraversando giornate di dolo­re, di paura, di solitudine. Il Signore ci ha aiutato puntualmente a sce­gliere di vivere e non di sopravvive­re e basta, ma non è facile né un fatto acquisito una volta per sem­pre.

Benedetta non è mai stata un corpo malato. È stata sempre una persona a cui il Signore ha fatto il dono dell'esistenza.

Si è concentrata con noi nella lotta contro il male. Non è mai stata pos­seduta dal male. Anche nei giorni in cui la sofferenza quasi ha tolto il respiro, e la preghiera è stata solo un silenzio per dire "eccoci"; Bene­detta non è mai stata sola: accanto aveva tutte le persone che le vogliono bene. Lei non poteva vederle e non poteva sentirle, ma ha comunicato con il cuore. Tutte queste persone le hanno dato la forza. Benedetta ha lottato anche per loro.

Ecco che proprio lei, così piccola, è stata capace di vivere e di far vivere una delle esperienze più serie della vita, che appartiene a tutti, e che non dovrebbe mai trovarci trop­po impreparati. Benedetta conti­nua a essere una novità, un incon­tro sorprendente, inaspettato, che ha acceso un gusto per la vita, donando una energia e una vitalità mai speri­mentata prima. Nei momenti critici, non pochi, prego il Signore che mi aiuti, vivendo l'esperienza di uno che si sente chiamare e gira lo sguardo.

E penso alla Madonna. Lei ha accol­to il Grande Diverso, ha accolto in sé Dio, il più Grande Diverso della Storia.

Tratto da: “Cavaliere dell’Immacolata” 12/2006