SARA ED AGAR

 

Ben sappiamo che tutta la storia dell'Antico Testamento è orientata verso la venuta del Messia e con­cerne il Regno che Dio instaurerà alla fine dei tempi. Quanto è conte­nuto nel Vecchio è dunque promessa di quanto accadrà nel Nuovo. Riferendoci ad Abramo, quindi, Sara e Agar sono da consi­derarsi le due donne dell'Alleanza: l'alleanza realizzata in Abramo e Mosè, e quella realizzata in Cristo.

"Or sta scritto che Abramo ebbe due figlioli: uno dalla schiava e uno dalla libera, e mentre quello della schiava nacque secondo la carne, quello della libera nacque in virtù della promessa. Queste cose han­no un senso allegorico. Rap­presentano le due alleanze: una del monte Sinai, che genera la schiava, e sarebbe Agar: infatti il Sinai è un monte dell'Arabia, ed ha molta relazione con la Ce­rusalemme attuale, che è schiava con i suoi figlioli. Ma la Geru­salemme superiore è libera, essa è la nostra madre; sta scritto infatti: "Rallegrati, o sterile, che non parto­risci, prorompi in grida di gioia, tu che non divieni madre, perché molti sono i figlioli dell'abbandona­ta, e più numerosi di quelli di colei che ha marito" (Lettera ai Calati, 23-27).

La discendenza di Abramo, infatti, non sarà solo la sua famiglia, poi­ché i suoi discendenti formeranno l'intera umanità.

Le storie di queste due donne so­no importanti; e poiché si intrec­ciano tra loro, mi sembra opportu­no trattarle insieme per evitare ri­petizioni.

Da quando Abramo ha lasciato Ur; dieci anni trascorrono a Canaan, ma Sarai (il cui nome in ebraico si­gnifica "principessa") non ha figli. Tuttavia, ad Abramo era stata pro­messa una lunga e numerosa di­scendenza, e perché ciò accades­se, era indispensabile un erede. Ma Sarai sapeva di essere sterile, e attendere le sembrava inutile: non pensava certo che ciò fosse nel piano di Dio, al quale nulla è im­possibile, però intende intervenire a suo tempo, a suo modo e non secondo regole umane.

Allora Sarai, pur di dare al marito la possibilità di avere un figlio, poiché è nel diritto mesopotamico poterlo avere da un'altra donna, offre ad Abramo la propria schiava egiziana: Agar. Ma questa, grazie alla giova­ne età e alla sua fecondità, comin­ciò a insuperbirsi, arrivando a di­sprezzare la padrona: era ovvio che Sarai, ingelosita, giustamente si  lamentasse con Abramo: "L'offesa fatta a me ricada su di te! lo ti ho dato in braccio la mia schiava ma da quando è accorta di essere incinta io non conto più nulla per lei. Il Signore sia giudice tra me e te!" (Cen 16, 4). Abramo, comprensivo, le rispose: "Ecco, la tua schiava è in tuo potere".

Poiché l'equilibrio è tra le cose più rare nel comportamento umano, fu allora la padrona a umiliare la schiava, al punto che questa preferì evitarne la presenza fuggendo nel deserto. Ma incontra un angelo che la conforta e la rimanda alla sua padrona con l'impegno della pro­messa. Infatti Agar dà ad Abramo il figlio primogenito, che sarà chiama­to Ismaele (col significato di "Dio ha ascoltato").

Dopo qualche tempo, trovandosi Abramo e Sarai col gregge presso la quercia di Mamre, nel sud di Canaan, mentre nell'ora più calda Abramo è seduto presso l'ingresso della tenda, alzando gli occhi vede innanzi a sé tre angeli e li invita a entrare perché possano rifocillarsi. Accettano. È il Signore accompa­gnato da due angeli, e promette ad Abramo un figlio dalla moglie legittima (Cen. 18) Ma Sarai, udendo quelle parole, poiché co­nosce la propria sterilità, non può fare a meno di ridere: il Signore sente, rimprovera Sarai, lei nega di aver riso, ma il Signore chiede ad Abramo: "Perché Sarai ha riso? C'è forse qualcosa d'impossibile a Dio? Quanto a tua moglie, non si chiamerà più Sarai ma Sara per­ché sarà madre di futuri re. Tornerò fra un anno a questa data e allora tua moglie, diventata fe­conda, darà alla luce il figlio della promessa. Abramo aveva cento anni, Sara solo dieci in meno, ma la profezia si avvera e il nome Isacco imposto al secondo figlio di Abramo significa "Dio ha sorriso". Col significato di gioia.

Ma nella famiglia di Abramo ci sa­ranno motivi di discordia. Poiché i due fratelli crescono insieme e gio­cano insieme, un giorno Sara vede Ismaele deridere il fratello minore, e dice al marito: "Ismaele fa soffri­re il mio Isacco. Scaccia questa schiava e suo figlio, che non deve essere erede come il figlio mio. Ancora una volta Abramo capisce le ragioni della moglie; invoca Dio per comprendere cosa deve fare e ne percepisce la voce : "Ascolta le parole di Sara. Io farò diventare Ismaele una grande nazione, per­ché è tua prole".

Sempre pronto a fare la volontà di­vina Abramo, pur soffrendone mol­to (Cen 16, 5-6) alzatosi di buon mattino, prende un pane e un otre d'acqua e li pone sulle spalle di Agar. Le consegna il figlio primoge­nito e li manda via. Agar se ne va tenendo per mano Ismaele; ma dopo poche ore di cammino si smarriscono nel deserto e l'acqua dell'otre viene a mancare. La gio­vane madre sistema il figlio all'om­bra di un cespuglio, si allontana al­quanto e disperatamente dice a se stessa: "Non voglio veder morire mio figlio!" Si prende la testa fra le mani e piange amaramente. Vedendo piangere in tal maniera la madre, il ragazzino si copre gli oc­chi con le mani chiuse a pugno e piange anche lui.

Non hanno più nulla, né acqua, né casa, né speranza, né avvenire. Non hanno neppure più lacrime; quan­do a un tratto Colui che non può restare indifferente davanti a un si­mile dolore fa sentire la sua presen­za: una voce chiama dal cielo: "Agar, non temere, perché Dio ha udito la voce di tuo figlio venire da lì dove ora si trova!". Agar alza gli occhi e tra l'oasi di Kades e quella di Bered ve­de un  pozzo d'acqua detto Lacai-Roi. Lo raggiunge, riempie l'o­tre e disseta suo figlio. Ancor oggi il pozzo la cui acqua ha salvato Ismaele si chiama: "il pozzo del Vivente che mi vede".

Dio accompagna con la sua bene­volenza il primogenito di Abramo. Il quale cresce e abita nel deserto e diventa un esperto domatore di ca­valli e un abile tiratore d'arco. Agar e il figlio errano nel deserto di Bersabea, dove Dio rinnova la Promessa per Israele. Ismaele di­venterà il capostipite di una grande Nazione.

Quanto a Sara, dovrà affrontare il più grande sacrificio richiesto a una madre quando Dio mette alla prova suo marito chiedendogli qualcosa che senz'altro ripugna alla sensibi­lità' umana, e soprattutto a una ma­dre; qualcosa che fa pensare a un Dio "crudele", tutt'altro che Padre. Quando, cioè, chiede che gli venga offerto in olocausto il figlio Isacco, ottenuto per miracolo. L'episodio è talmente noto che sarebbe super­fluo e lungo descriverlo qui.

Sara era stata una sposa fedele ad Abramo e lo aveva seguito sem­pre, facilitandogli il cammino verso quel Dio "sconosciuto". Quando muore, viene sepolta ad Ebron, nella grotta di Macpela di fronte a Mamre che Abramo, arrivando a Canaan ottenne in proprietà sepol­crale (Cen 25,19-20). Più tardi sarà sepolto lui stesso accanto alla moglie (Cen 25,7-11). I due capostipiti del "popolo della promessa", uniti dall'avventura della vita, non restano separati neppure dal mi­stero della morte".