SANTUARIO DELLA SS TRINITA’ A VALLEPIETRA

PARTICOLARITA’ E ORIGINALITA’ DEL SACRO LUOGO

Vallepietra, pur nella sua modestia di paesello montano, quasi sperduto dentro un'angusta valle e così lontano dal dinamico mondo d'oggi, possiede da secoli semplice e insieme solenne monumento di fede e di devozione.

Il piccolo tempio è sito su una montagna (metri 1300), alla falde d'una parete rocciosa a strapiombo alta 300 metri. Tutt'intorno incombono silenzi silvestri quasi alpini, interrotti a quando a quando dal belato dei greggi pasco­lanti a valle e velati appena dall'eco delle acque scroscianti tra i pietrami sottostanti.

Questo santuario ha la particolarità d'essere forse l'unico nel mondo cattolico dedicato al mistero della Trinità, rap­presentata nella forma originale di tre persone sedute e benedicenti.

Specialmente in questi ultimi tempi, in occasione delle feste che ricorrono nella domenica della SS. Trinità e nel giorno di Sant'Anna e pressoché ininterrottamente ogni giorno durante l'estate, il sacro luogo viene visitato da cen­tinaia di migliaia di pellegrini, molti venienti a "compa­gnie" folte e interminabili, altri a gruppi familiari e alcuni semplicemente soli.

Lo spettacolo è quanto mai commovente e interessante, tenuto conto del generale sbandamento dell'umanità oggi in fatto di fede.

Il lato spirituale del fenomeno toccò, ai suoi tempi e a modo suo, l'animo del famoso Prof. E. Suonaiuti, moder­nista e razionalista. Anche l'illustre Professor G. Tucci, grande intenditore di storia delle religioni, si è interessato con intelletto d'amore della singolare manifestazione.

Il lato pittorico invece e quello folcloristico è stato descritto da valenti artisti e scrittori, quali Cesare Pascarella ed Emilio Cecchi.

Hanno trattato del lato storico vari studiosi, specialmente il sullodato Prof. Filippo Caraffa, dalla cui opera ci permet­tiamo di prender cenni e note, anche relativamente all'e­stensione di questo nostro studio sul Santuario.

A proposito della imponente manifestazione di fede da parte dei devoti della Santissima il solito poeta locale ha composto la lirica che segue:

SANTUARIO DI MONTAGNA Stanche le genti per la lunga via e pel fardello grève su le spalle e più grève sul cuore, vanno cantando, su, verso lo speco, in bruna teoria.

La fronte è tutta perle di sudore, e pur cantano, cantano e giù a valle le cascatelle e le spume del fiume fan mùrmure e si fondono con l'eco.

Venuti i pellegrini in cima all'erta depongono su l'ara un fior di bosco e una lacrima amara.

Poi se ne vanno a frotte e si posa la notte su la montagna tacita e deserta.

Su l'ara resta quel fiore e quella stilla amara.

Signore, riguarda quella lacrima e quel fiore.

NOTE STORICHE

Il Caraffa a pag. 217 della sua opera scrive: "Non esiste ancora uno studio storico-critico su questo santuario, la cui importanza in questi ultimi cinquant'anni è andata sempre aumentando. Nell'anno 1966 centosettantamila persone circa e nel 1967 duecentomila circa vi si sono recate in occasione delle due grandi feste della SS.ma Trinità e di S. Anna. Questo sviluppo è dovuto anche alle nuove stra­de che avvicinano i pellegrini al santuario, pur rimanendo inalterato il suo carattere montano e solitario".

Più giù, a pag. 220, il Caraffa prosegue: "Esistono due leggende su l'origine del santuario: una di origine popolare e l'altra di origine letteraria.

La prima leggenda narra che un contadino, mentre arava il terreno in cima al colle della Tagliata, vide precipi­tare nel vuoto i due buoi con l'aratro. Portatosi in basso, scorse con meraviglia i due animali sul piccolo ripiano, ai piedi del precipizio, incolumi e in adorazione del misterio­so dipinto della SS. Trinità, posto nella grotta. L'aratro sarebbe rimasto impigliato sulla roccia a metà altezza, dove ancora oggi i pellegrini ritengono di vederlo in un troncone sporgente che ha l'aspetto del ceppo ricurvo di un aratro.

La seconda leggenda di carattere letterario è stata tra­smessa da una pergamena andata distrutta, ma della quale è pervenuta una copia. È un racconto fantastico, inverosi­mile, ripieno di anacronismi, scritto probabilmente da un ecclesiastico del luogo. Questa narrazione non è mai ricor­data nei documenti superstiti del santuario: il che fa pensa­re essere una compilazione molto tardiva, anteriore all'aba­te Mercuri.

Ecco il racconto: Due ravennati residenti a Roma si portarono sul monte Autore per sfuggire la persecuzione di Nerone (+68). Qui furono visitati dagli apostoli Pietro e Giovanni che, sbarcati a Francavilla, avevano attraversato il regno di Napoli. Un angelo apparso ai quattro portò loro dal cielo il cibo e fece scaturire dalla terra una sorgente. Il giorno seguente apparve la SS. Trinità che benedisse il Monte Autore alla pari del Sinai e dei luoghi santi della Palestina. Si accenna poi alla cessione del luogo alla Congregazione di S. Basi­lio, alla concessione di molte indulgenze, per chiudere con una profezia secondo la quale qui sarebbe stato battezzato il Soldano, cioè il gran Tartaro'.

... Secondo un'altra tradizione valorizzata dal Buonaiuti e dal Tucci, l'inizio della vita monastica nella valle dell'Aniene sarebbe da attribuirsi ad eremiti o monaci orientali che si sarebbero rifugiati qui nel secolo IV o nei successivi secoli V-VIII. Questi monaci avrebbero creato un centro di vita ascetica sul monte Autore, alle sorgenti del Sirribrivio e per loro mezzo sarebbe sorto sul luogo il culto della SS.ma Trinità e di S. Anna".

Astraendo dalle riferite opinioni, un primo documento storico su l'esistenza della piccola chiesa montana risale al 4 marzo 1079 ed è conservato nell'archivio capitolare d'Anagni. Esso parla d'una donazione di beni dei fratelli Liuto e Amato trebani alla chiesa della SS.ma Trinità "sita in Petra Imperatoris", così chiamato allora l'attuale monte Autore.

Ma più che tutto documentano l'oggettività del sacro delubro le varie pitture che vi si ammirano e che sono materia di studio da parte dei cultori di storia dell'arte.

L'affresco principale rappresenta le "Tre Persone", solennemente sedute, ciascuna con un libro aperto, sorret­to dalla mano sinistra, mentre tutte e tre benedicono alla greca, unendo cioè il pollice e l'anulare della destra.

L'affresco è del secolo XII, come della stessa epoca e d'uguale ispirazione bizantina sono quei che raffigurano il santo monaco benedettino Domenico da Foligno, molto simile al San Francesco del Sacro Speco di Subiaco; Santa Giuliana di Bitinia, protettrice delle donne parto­rienti, la cui festa cade il 16 febbraio e forse non a caso in tale data si celebra in paese la "sacra" cioè la consacrazio­ne del Santuario; l'Annunciazione, la Natività, l'adorazio­ne dei Magi, la Presentazione. Dietro l'altare, sotto l'affre­sco della SS. Trinità e in prosieguo a destra si vedono scene relative ai mesi di gennaio e febbraio. Probabil­mente, dopo queste, tutte intorno al tempietto, vi doveva­no essere scene degli altri mesi.

Le figure delle due Madonne col bambino, di un Sant'Antonio abate e della testa d'un santo non identifica­to sono del secolo XV.

IL NUOVO VOLTO DEL SANTUARIO

Negli anni ‘60 l'Ordinario diocesano S.E. Mons. Vescovo Enrico Romolo Compagnone ha profuso tutta la sua ope­rosa intelligenza per una maggiore funzionalità del nostro venerato santuario. Le opportune e razionali opere, oltre ad aver dato più decoro al sacro luogo, sono state eseguite con molto criterio. All'estensore di queste note, un visitato­re, letterato e competente, ebbe a dire: "in questi nuovi lavori non vi è una manata in più di calce o di cemento".

Codesti recenti impianti sono stati di manifesto gradi­mento da parte dei pellegrini e dei valligiani e forse si deve anche a tali sistemazioni l'aumentato afflusso di devoti in quest'ultimo scorcio di tempo.

Ecco, per sommi capi, le ultime opere realizzate:

1. Per essere la zona montana e particolarmente assola­ta, le masse folte e prementi dei pellegrini non avevano la possibilità di dissetarsi nella bruciante calura estiva. Per sopperire al grave disagio sono stati creati dei vasti serba­toi sotterranei, che raccolgono le varie vene filtranti dentro le viscere del monte e così l'acqua chiara e fresca viene oggi distribuita sia nella fontana del Vagno presso l'area commerciale sia sotto l'altare all'aperto. Adeguatamente incalanata serve anche tutti i locali adibiti al servizio del Santuario. Ma l'opera più recente realizzata dalla Direzione del Santuario - Vescovo Mons. Luigi Belloli e Rettore Mons. Angelo Pilozzi - è il modernissimo confortevole complesso dei servizi igienico-sanitari (1995).

2. A ridosso della parete rocciosa sono stati costruiti a muro una ventina di confessionali, l'uno a lato dell'altro, sistemati in maniera da non recare disagio né al sacerdote né ai devoti, i quali fluiscono in silenzio ordinatamente e compostamente.

3. Sotto il tempietto del santuario, da un vano oscuro e malsano, usato per l'avanti a ripostiglio e a... ricovero di animali, è stata ricavata una decorosa cappella, raccolta e soffusa così d'ombre e penombre da parere un lòculo di catacomba antica. Vi è un impianto di aria condizionata e di luce tenue confacente all'ambiente. Su l'altare s'erge un crocifisso a mosaico intonato anch'esso al misticismo che aleggia intorno.

4. Per comodità dei pellegrini, rifugi.asciutti e ampi sono stati creati a ridosso della cinta murale che sostiene il ripia­no. Essi oltre ad offrire riparo hanno contribuito all'allarga­mento e a un più vasto respiro del piazzale antistante la chiesa. In questo piazzale, qua e là, sono stati messi a dimora piante d'acero e di pino, la cui ombra, a suo tempo, sarà di refrigerio nella calura. Sono state pure dis­seminate panchine per il riposo di vecchi, bambini, malati e, comunque di coloro che sono più stanchi.

5. Le dimore dei sacerdoti e i locali delle Suore e di altre persone addette hanno avuto una sistemazione più idonea alla prestazione del servizio, che si svolge ordinato, nono­stante la folla rigurgiti e prema.

6. Infine, sul piccolo promontorio che si sporge a sud, è stato costruito un imponente e solenne altare all'aperto. Vi si accede per un'ampia scalea ed è protetto tutt'intorno da un geniale riparo a vetri. Elevato e isolato concede all'im­mensa folla la possibilità di ascoltare la S. Messa e il Pianto delle Zitelle.

Tale altare è coperto da una larga tettoia, a forma d'ali di aereo. E in verità esso è proprio come in atto di salpare, per recare alle genti stanche e affaticate del mondo il conforto e l'amore della Trinità benedicente.

LE ORIGINI DEL "PIANTO"

Il Prof. Caraffa scrive: "Il fatto più caratteristico della festa della SS.ma Trinità è costituito oggi dal cosiddetto “Pianto delle Zitelle”. È una sacra rappresentazione nella quale venti donne di Vallepietra, ora tutte giovanette, vesti­te di bianco, ad eccezione di quella che rappresenta la Madonna, che veste di nero, portando ciascuna un simbo­lo della passione o rappresentando un personaggio (la Maddalena etc.), piangono la morte del Signore...".

E altrove riferisce: "Con spirito veramente cristiano, Attilio Adinolfi, vescovo di Anagni (1931-1945), scriveva il 15 settembre 1942 al Prof. Corrado Mezzana, che curò un'edizione storica sul santuario, edizione ora esaurita: “Dalle altre relazioni di visite pastorali che ho consultato e letto, quel che mi ha fatto impressione è che discendendo fino al 1850, pur parlando di messa cantata solenne, all'a­perto, nella festa della SS.ma Trinità, non si fa il minimo cenno al canto delle zitelle, e pure sarebbe stato un parti­colare locale e caratteristico da notare”.

Ritengo - prosegue il Caraffa - molto probabile che il “Pianto delle zitelle” sia stato introdotto dall'abate Don Alessandro Graziosi (1856-1880), al quale si deve l'attuale costruzione della facciata del santuario con la loggia a rin­ghiera, da dove, fino a qualche anno fa, si cantava il Pianto.

Scrive ancora il Caraffa: "Alla stessa conclusione è per­venuto Cesare D'Onofrio il quale dice: “Le arie musicali di questo. Pianto sono prese in prestito da altre composi­zioni religiose. Tutti i versi... rivelano sia per la forma che per il contenuto una origine colta, a freddo, classicheggiante, tipica della metà dell'Ottocento e si ricordi che nel 1860 fu fatta l'attuale facciata del santuario con la loggia per il Pianto. Quindi credo si possa concludere che tale Pianto, divenuto ormai tanto celebre, non sia altro che una felice invenzione di un qualche dotto abate non anteriore al Settecento”.

Dopo il suddetto Don Alessandro Graziosi, Don Luigi Tozzi e Don Salvatore Mercuri senior ebbero assai a cuore la rappresentazione. L'uno trascrisse il testo da un originale perduto e l'altro, buon amatore di poesia e di musica, ne curava la preparazione scrupolosa ed esatta, onde, anche oggi, le ragazze eseguono il canto con pre­cisione e sentimento.

Il Tozzi morì a Petrella d'Abruzzo il 13 febbraio 1886.

Il Mercuri carico di anni e di meriti, morì nel paese natìo di Vallepietra il -3 marzo 1925 e al corteo funebre parte­cipò commosso l'intero villaggio.

Detta sacra rappresentazione videro con occhio di artisti e di letterati Cesare Pascarella ed Emilio Cecchi.

Cesare Pascarella, tra l'altro lasciò scritto: "Abbigliate di abiti bianchi ricamati a fiori d'oro e d'argento e addobbate di lunghi veli candidi le fanciulle attraversano il piazzale, a due a due, lentamente, in silenzio, a capo chino, tutte con la mano sinistra posata sul cuore e reggendo con la destra un simbolo della Passione. La processione entra nel san­tuario. Quando due chierici vengono ad ornare il davanza­le della loggetta con un tappeto giallo il silenzio è tale che s'odono soltanto i piccoli trilli delle rondini volanti intorno ai nidi innumerevoli attaccati alla rupe. Allora, l'una dopo l'altra oppure a gruppetti di tre, le `zitelle' escono e canta­no ciascuna la sua parte. Tutti le ascoltano con piacere e salutano la loro partenza con un lungo mormorio di approvazione".

Emilio Cecchi invece annota: "La drammaticità dei fatti della Passione si stempera nell'innocenza della musica. Sui rami dei lecci gli uccelli non sanno star fermi né zitti: lontano raglia un asino impaziente di tornare a casa. Dentro questa pastorale cristiana io mi sento come un topo in una forma di cacio. Finito il pianto, la montagna si vuota in un'ora. Prima che il sole sia alto i pellegrini sono ripartiti in tutte le direzioni. Di tanta moltitudine non restan per terra che gusci d'uovo e fogli unti".

 

VALLEPIETRA

CENNI STORICI

Il nome di Vallepietra appare una prima volta in un atto col quale il papa Nicolò II (1059-1061) soppresse la dioce­si di Trevi e unì alla Diocesi di Anagni questo paese e quei da esso dipendenti e cioè Vallepietra, Filettino, Jenne e Collealto.

Per il periodo antecedente non si hanno notizie precise. Il Caraffa avanza l'ipotesi che Vallepietra abbia potuto avere origine dai fuggiaschi della campagna romana, dove, nel secolo VI, infuriò fra Goti e Bizantini una guerra san­guinosa e distruggitrice che durò venti lunghi anni.

Dopo il 1000, man mano lungo i secoli, il paese fu pos­sedimento or dell'una or dell'altra delle nobili famiglie che dominarono nella zona.

La prima fu la famiglia Conti di Anagni, dà cui provenne il pontefice Alessandro IV (1245-1257), che dicesi nativo del vicino paese di Jenne. La cosa non è improbabile, dato che Jenne era incorporato, come abbiamo detto, alla dio­cesi anagnina ed è possibile che la suaccennata famiglia abbia scelto per luogo di residenza estiva quel simpatico paesello arioso e solatìo.

Seguì poi la signoria dei Caetani, altra famiglia di Anagni, il cui dominio perdurò a lungo. A memoria di quel periodo, sino a qualche tempo fa esistevano le mura fati­scenti del palazzo medievale. Ora nel luogo è stato costrui­to l'edificio scolastico. Alcuni locali, più conservati e opportunamente restaurati, sono usati come Municipio ed è cosa simpatica che la Casa del popolo stia a rappresen­tare il ricordo di quei tempi lontani.

"Intatta - scrive il Caraffa - rimane la torre che può con­siderarsi il simbolo del paese. Essa presenta una pianta quadrata; è alta dal livello della piazza venti metri e termina con i merli; era in origine nel mezzo del Palazzo e serviva come estremo rifugio e difesa. Vi è una sola finestra che guarda la piazza, mentre nei lati appaiono le caratteristiche feritoie di difesa. L'entrata era situata nel lato in direzione est: al di sopra di tale porta vi è lo stemma marmoreo dei Caetani del ramo di Filettino detti poi della Torre o di Anagni. L'origine di questo stemma risale al 1290, quando Roffredo III Caetani sposò Giovanna dell'Aquila: in segno di questa unione i Caetani inquartarono le aquile bianche su fondo azzurro dei Dell'Aquila con le proprie due onde gemelle in campo oro".

Un poco a monte della torre anzidetta vi è la chiesetta di San Francesco, che fu cappellanìa della famiglia Graziosi. Essa da tempo era abbandonata e andava gradatamente in rovina. Il Vescovo diocesano Mons. Compagnone l'ha affi­data all'amministrazione della Curia che ne ha curato il restauro incorporando la chiesetta nel complesso edilizio, che comprende la casa delle Suore e il nuovo Asilo infanti­le parrocchiale.

La Chiesa parrocchiale del paese, dedicata a San Giovanni Evangelista e, dall'anno mariano 1954, anche a Maria Assunta, dovette anch'essa far parte del palazzo medievale, sia pure in misura ridotta rispetto alla struttura sei-settecentesca attuale; sono tornati in bella evidenza infatti, dopo i recenti restauri dei primi anni novanta, gli stemmi di quei due casati. L'affresco dell'abside è opera del pittore Ranucci e risale al `700: rappresenta la Madonna incoronata dalla SS. Trinità tra una splendida festa d'angeli osannanti. Detto affresco era nascosto sotto un intonaco colorato da un banale disegno geometrico. Nel 1936, in occasione dei restauri della chiesa, eseguiti dall'allora parroco Don Salvatore Mercuri, esso fu scoperto inaspettatamente e, con permesso delle competenti auto­rità, fu ravvivato dal Prof. Testa, il quale dipinse pure le due tele applicate ai lati dell'altare, raffiguranti l'una l'Orazione di Gesù all'orto e l'altra la Cena di Emmaus. Lungo la cresta dei monti a nord di Vallepietra passava il confine tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli. Fino a qualche anno fa si incontravano in quelle alture delle picco­le colonne di pietra fissate a terra con avanti il simbolo delle chiavi e dietro il simbolo del giglio. Tuttora i locali chiamano "regnìcoli" gli abitanti dei paesi abruzzesi, siti oltre la detta linea confinaria.

- Il Prof. Caraffa scrive nel suo volume: "Il paese conserva ancora due porte: la porta del sole che si apriva sulla stra­da per Roma e la porta Napoletana sulla strada per Napoli: ambedue presentano lateralmente grosse cavità dove entrava il trave per sprangarle dal di dentro".

NOTE GEOGRAFICHE

Vallepietra è l'ultimo paese della provincia romana a confine con l'Abruzzo, a monte della lunga, stretta e fonda valle del Simbrivio, affluente dell'Aniene. Le acque di que­sto piccolo fiume sono fresche e chiare. Buona parte di esse sono state captate e incanalate attraverso imponenti acquedotti per andare a dissetare numerosi centri abitati fino a Velletri e ai Castelli Romani.

I confini del territorio sono: a nord, in Abruzzo, c'è Cap­padocia; a est vi sono Filettino e Trevi; a sud gli Altipiani d'Arcinazzo; a ovest Subiaco e Jenne.

Una strada unisce Vallepietra con Roma, da cui dista 100 km; essa passa per Tivoli, Subiaco e Jenne.

Un'altra strada nel bivio di Jenne scende a valle, piega a sinistra fino ai pressi di Trevi e poi sale ai Piani d'Arci­nazzo: da qui o scende a Piglio per Roma, oppure si porta à Fiuggi per Frosinone.

Il paese è su una collina che si allunga dalle propaggini del monte Faito in direzione ovest. Attorno alla collina, a mo' di raggiera, si adagiano varie vallette, tutte percorse da ridenti ruscelli che alimentano il Simbrivio.

I monti, che si innalzano proprio al centro del Parco Regionale dei Monti Simbruini - tra i quali monte Autore (m 1853) e monte Tarino (m 1959) - circondano torno torno il paese (m 830) eccetto l'angusta apertura a valle, verso sud. Detti monti sono coperti alle falde di boschetti e di folte selve su l'alture. Le piante che vi vegetano sono faggi, querce, aceri, elci e carpini.

Questo scenario di alti monti e di profonde valli che for­mano - con una visione d'insieme - uno stupendo anfitea­tro naturale con al centro il Santuario della SS. Trinità, è descritto mirabilmente e con animo incantato da Corrado Mezzana, il primo scrittore che, fin negli anni 40, ha com­posto un prezioso trattato dal titolo " Il Santuario della SS. Trinità sul Monte Autore".

Il Mezzana cosi scrive nel suo volume: "L'imponente massiccio del Monte Autore, in gran parte rivestito di faggi secolari, domina con i suoi 1853 metri la parte centrale dei Simbruini, catena che si innalza tra i baci­ni dell'Aniene e del Liri e che più ad oriente, preso il nome di Monti Cantari, culmina nei 2156 metri del Monte Viglio.

La vista che si gode dalla cima dell'Autore è amplissima: si stende su tutto l'Appennino centrale di cui, oltre il Terminillo e il Velino, si scoprono le giogaie del Gran Sasso e della Maiella; spazia ad oriente sull'altopiano mar­sicano e ad occidente sulla pianura romana; le preclude il mare la barriera dei Lepini.

Sul fianco meridionale della montagna s'apre come un grande anfiteatro, che ha fatto pensare alla sede di un antico ghiacciaio, il bacino delle sorgenti del Simbrivio: il corso d'acqua ne esce verso Sud e, rasentata la rupe su cui a 825 metri è appollaiata Vallepietra, con un percorso di una ventina di chilometri per una valle verdissima incas­sata tra alte cime, raggiunge l'Aniene. È il "gelido Simbrivio" di cui parla Silio Italico (Punica, lib. VIII, 370), quando accenna alle popolazioni armate da Varrone con­tro il terribile Annibale. Peccato che la valle stia per per­dere il garrulo mormorio delle sue acque che, imprigiona­te in una condotta forzata, alimenteranno una potente centrale in costruzione per soddisfare ai bisogni sempre crescenti della Capitale e degli stabilimenti industriali della valle del Sacco.

Sulle pareti del grande anfiteatro del Simbrivio, nella sua parte centrale, a 1337 metri di quota, c'è un piccolo ripia­no poggiato su colossali torrioni di roccia e sopra questo ripiano un enorme scoscendimento fortemente concavo mette a nudo il sasso vivo della montagna per uno spazio di circa trecento metri di altezza e forse mille di larghezza. Lo strapiombo tra la base e la cima, che si chiama Colle della Tagliata e raggiunge i 1654 metri, è di parecchie decine di metri e la roccia, che mostra tutte le sue stratifi­cazioni e le sue fenditure, riparata com'è dalle intemperie e spoglia di qualsiasi vegetazione, spicca vivamente col suo colore ocraceo sui fianchi boscosi del monte ed è visibile a grandissima distanza. Gli uccelli di rapina nidificano nelle anfrattuosità della rupe e le loro strida echeggiano strana­mente nella grande cavità rocciosa che può rassomigliarsi ad una gigantesca abside.

Ai piedi di questa imponentissima abside naturale, entro una grotta che s'addentra per quindici metri nelle viscere della montagna, è appollaiato il Santuario della SS. Trinità. Il breve ripiano di cui abbiamo già parlato serve di accesso al sacro speco e ai pochi edifici annessi, tutti addossati alla rupe e in gran parte in essa ricavati.

Non molto estesa ma suggestiva e imponente è la vista che si gode da questo ripiano, tra i pochi alberi che, abbar­bicati alla ripidissima pendice, vi gettano un po' d'ombra. La grande culla del Simbrivio si sprofonda ai piedi dell'os­servatore; la minuscola Vallepietra ne sorveglia l'uscita verso la valle che s'allontana fino all'altopiano di Arcinazzo, ai cui piedi incontra il corso dell'Aniene; più lontano i Lepini, cerulei e trasparenti come veli d'aria nell'aria.

E da questa parte che arriva al Santuario il maggior numero di pellegrini e precisamente tutti quelli che proven­gono dalla Ciociaria, dalla Sabina e dalle regioni limitrofe. Giunti, più o meno comodamente, sull'altopiano di Arcinazzo, debbono scendere per pericolosi sentieri fino alla confluenza del Simbrivio e dell'Aniene e poi percorrere la lunga valle del Simbrivio fino a Vallepietra, che appare al viandante solo quando ne tocca le prime case. Scesi ancora al livello del corso d'acqua e sorpassatolo, iniziano la fatico­sissima salita lungo le pareti del monte e, toccata a m 1064 la cappella dello Spirito Santo e rasentati precipizi sempre più paurosi, giungono finalmente al ripiano del Santuario.

Al quale si accede anche, più comodamente,(2) dal­l'Abruzzo; perché un sentiero che dal Santuario si dirige verso oriente, sale fino a raggiungere il ciglio della conca del Simbrivio. Bellissima è la vista che si gode dalla croce di ferro infissa sul crinale: molto più esteso il panorama che abbiamo già descritto verso mezzogiorno; tutta diversa la vista verso settentrione. Immense praterie, silenziose e deserte, alla quota di più che 1500 metri, sono circondate da cocuzzoli rivestiti di faggi: la vetta del Velino pare che vigili, da lontano, su questo paesaggio mitico e misterioso. Lo traversa un sentiero che giunge fino a Cappadocia, dove confluiscono i pellegrini che arrivano dalla conca del Fucino o dalla valle del Liri. Un altro sentiero, che muove (2) Nei tempi antichi, fino a qualche decennio fa, per mancanza di una vera e propria rete viaria il Santuario si poteva raggiungere soltanto per sentieri pedonali, come qui descrive il nostro Mezzana. Oggi invece la situazione delle strade - particolarmente dal versante delle valli del Simbrivio e dell'Aniene in provincia di Roma - è completamente cambia­ta. Parte infatti da Vallepietra - come prolungamento della provinciale 45/a - una nuova confortevole strada panoramica che, percorsi 12 chilo­metri lungo le pareti dei monti, raggiunge a quota 1500 metri gli ampi parcheggi delle Tre Croci, pur essi di nuova costruzione e in continuo miglioramento per un'accoglienza quanto possibile adeguata all'afflusso sempre più massiccio sia di pellegrini che di turisti della montagna. Da qui, finalmente, per l'antica comoda strada sterrata, si scende a piedi verso il Santuario in quindici minuti (NA.A.).

invece a occidente del Santuario, traversa faticosamente l'Autore e porta a Subiaco"

Qui si conclude la suggestiva descrizione di Corrado Mezzana sul Santuario della SS. Trinità.

Come si raggiunge Vallepietra

In automobile - Raggiungere Vallepietra per chi pos­siede mezzi propri è molto semplice: buona parte del tra­gitto è costituito dall'Autostrada A24 Roma-L'Aquila; dal­l'uscita Vicovaro-Mandela ci si immette sulla via Tiburtina; si procede su questa strada fino al bivio per Subiaco da cui si prende la via Sublacense. Da Subiaco comincia poi la bellissima strada provinciale 45/a che, passando per Jenne, giunge fino a Vallepietra. Il Santuario della SS. Trinità è raggiungibile tramite la nuova strada asfaltata (12 Km circa) che inizia dal centro abitato.

In autobus - Vallepietra è facilmente raggiungibile anche con i mezzi pubblici: dalla stazione CO.TRAL di Ponte Mammolo (METRO B direzione Rebibbia) partono gli autobus con destinazione Subiaco; da qui ci sono le coinci­denze per Jenne-Vallepietra.

Piatti tipici Vallepietra è nota anche per le sue specialità gastrono­miche: fettuccine, maltagliati, carne (castrato) alla brace, trote, funghi porcini e soprattutto i "ciavattoni", fagioli tipi­ci del luogo.