«QUAMQUAM
PLURIES»
1.
Quantunque abbiamo già ordinato più volte che si facessero in tutto il mondo
particolari preghiere e si raccomandassero a Dio nel modo più ampio
gl'interessi della cattolicità, tuttavia nessuno si stupirà se riteniamo
opportuno anche oggi ribadire nuovamente questo stesso dovere. Nei tempi
funesti, soprattutto quando il potere delle tenebre sembra possa osare tutto a
danno della cattolicità, la Chiesa è sempre stata solita supplicare Dio, suo
autore e garante, con maggiore fervore e perseveranza, invocando pure
l'intercessione dei Santi e particolarmente dell'augusta Vergine, madre di Dio,
nel patrocinio dei quali vede il massimo della propria sicurezza. Presto o
tardi il frutto delle preghiere e della speranza nella bontà divina si
evidenzia.
Ora
vi è ben noto, Venerabili Fratelli, che il tempo presente non è meno
calamitoso di quelli più tristi già subiti dalla cristianità. Vediamo
infatti perire in moltissimi la fede, che è il principio di tutte le virtù
cristiane; vediamo raffreddarsi la carità, e la gioventù degradarsi nei
costumi e nelle idee; dovunque si osteggia con violenza e con perfidia la Chiesa
di Gesù Cristo; si combatte atrocemente il Pontificato; e con tracotanza ogni
giorno più sfrontata si tenta di scalzare le stesse fondamenta della
religione. Dove si sia precipitati e che cosa ancora si vada agitando negli
animi è più noto di quanto sia necessario spiegarlo con le parole.
2.
In questa difficile e miserabile situazione, poiché i mali sono più forti dei
rimedi umani, non resta che chiedere la guarigione alla potenza divina. Pertanto
ritenemmo opportuno spronare la pietà del popolo cristiano perché implori con
nuovo fervore e nuova costanza t'aiuto di Dio onnipotente. Quindi, avvicinandosi
il mese di Ottobre, che in passato abbiamo già decretato sacro alla Vergine
Maria del Rosario, vi esortiamo calorosamente a che quest'anno tutto il mese
suddetto venga celebrato con la maggior devozione, pietà e partecipazione
possibili. Sappiamo bene che nella materna bontà della Vergine è pronto il
rifugio, e siamo certi che le Nostre speranze non sono invano riposte in Lei. Se
tante volte Ella ci fu propizia nei fortunosi tempi del cristianesimo, perché
temere che non voglia ripetere gli esempi del suo potere e della sua grazia, ove
sia umilmente costantemente invocata con preghiere comuni? Anzi, tanto più
speriamo che in mirabile modo ci assista, quanto più a lungo volle essere
pregata.
3.
Se non che un'altra cosa Ci siamo pure proposta, e per essa voi, Venerabili
Fratelli, Ci presterete, come al solito, la vostra diligente cooperazione: per
meglio rendere Iddio favorevole alle nostre preci e perché Egli, supplicato da
più intercessori, porga più rapido e largo soccorso alla sua Chiesa, riteniamo
che sia sommamente conveniente che il popolo cristiano si abitui a pregare con
singolare devozione e animo fiducioso, insieme alla Vergine Madre di Dio, il suo
castissimo sposo San Giuseppe: il che abbiamo particolari motivi di credere
che debba tornare accetto e caro alla stessa Vergine.
Quanto
a questo argomento che per la prima volta trattiamo pubblicamente, ben sappiamo
che la pietà popolare, poco favorevole, venne successivamente aumentando da
quando i romani Pontefici, fin dai primi secoli, si impegnarono gradualmente a
diffondere maggiormente e per ogni dove il culto di Giuseppe: abbiamo visto che
esso è venuto aumentando ovunque in questi ultimi tempi, soprattutto da quando
Pio IX, Nostro antecessore di felice memoria, su richiesta di moltissimi
Vescovi, ebbe dichiarato il santissimo Patriarca patrono della Chiesa cattolica.
Nondimeno,
poiché è di tanto rilievo che il suo culto metta profonde radici nelle
istituzioni e nelle abitudini cattoliche, vogliamo che il popolo cristiano
anzitutto riceva nuovo impulso dalla Nostra voce e dalla Nostra autorità.
4.
Le ragioni per cui il beato Giuseppe deve essere patrono speciale della Chiesa,
e la Chiesa ripromettersi moltissimo dalla tutela e dal patrocinio di lui,
nascono principalmente dal fatto che egli fu sposo di Maria e padre putativo di
Gesù Cristo. Da qui derivarono tutta la sua grandezza, la grazia, la santità e
la gloria. Certamente la dignità di Madre di Dio è tanto in alto che nulla vi
può essere di più sublime. Ma poiché tra Giuseppe e la beatissima Vergine
esistette un nodo coniugale, non c'è dubbio che a quell'altissima dignità,
per cui la Madre di Dio sovrasta di gran lunga tutte le creature, egli si
avvicinò quanto nessun altro mai. Infatti il matrimonio costituisce la società,
il vincolo superiore ad ogni altro: per sua natura prevede la comunione dei beni
dell'uno con l'altro. Pertanto se Dio ha dato alla Vergine in sposo Giuseppe,
glielo ha dato pure a compagno della vita, testimone della verginità, tutore
dell'onestà, ma anche perché partecipasse, mercé il patto coniugale,
all'eccelsa grandezza di lei.
Così
pure egli emerge tra tutti in augustissima dignità, perché per divina
disposizione fu custode e, nell'opinione degli uomini, padre del Figlio di Dio.
Donde consegue che il Verbo di Dio modestamente si assoggettasse a Giuseppe,
gli obbedisse e gli prestasse quell'onore e quella riverenza che i figli debbono
al padre loro.
5.
Ora, da questa doppia dignità scaturivano naturalmente quei doveri che la
natura prescrive ai padri di famiglia; per cui Giuseppe fu ad un tempo legittimo
e naturale custode, capo e difensore della divina famiglia. E questi compiti e
uffici egli infatti esercitò finché ebbe vita. S'impegnò a tutelare con
sommo amore e quotidiana vigilanza la sua consorte e la divina prole; procacciò
loro di continuo con le sue fatiche il necessario alla vita; allontanò da loro
i pericoli minacciati dall'odio di un re, portandoli al sicuro altrove; nei
disagi dei viaggi e nelle difficoltà dell'esilio fu compagno inseparabile,
aiuto e conforto alla Vergine e a Gesù.
6.
Ora la casa divina, che Giuseppe con quasi patria potestà governava, era la
culla della nascente Chiesa.
La
Vergine Santissima, in quanto madre di Gesù Cristo, è anche madre di tutti i
cristiani, da lei generati, in mezzo alle atrocissime pene del Redentore sul
Calvario; così pure Gesù Cristo è come il primogenito dei cristiani, che gli
sono fratelli per adozione e redenzione.
Ne
consegue che il beatissimo Patriarca si consideri protettore, in modo speciale,
della moltitudine dei cristiani di cui è formata la Chiesa, cioè di questa
innumerevole famiglia sparsa in tutto il mondo sulla quale egli, come sposo di
Maria e padre di Gesù Cristo, ha un'autorità pressoché paterna. È dunque
cosa giusta e sommamente degna del beato Giuseppe che, come egli un tempo soleva
tutelare santamente in ogni evento la famiglia di Nazareth, così ora col suo
celeste patrocinio protegga e difenda la Chiesa di Cristo.
7.
Queste cose, Venerabili Fratelli, come sapete, trovano riscontro in ciò che
pensarono parecchi Padri della Chiesa, d'accordo con la sacra liturgia, e cioè
che l'antico Giuseppe, figlio del patriarca Giacobbe, anticipasse la persona e
il ministero del nostro, e col suo splendore simboleggiasse la grandezza del
futuro custode della divina famiglia. Per la verità, oltre all'avere entrambi
lo stesso nome, non privo di significato, corrono tra loro ben altre chiarissime
rassomiglianze a voi ben note: prima di tutte quella che l'antico Giuseppe si
guadagnò in modo singolare la benevolenza e la grazia del suo signore, e che,
avendo da lui avuto il governo della casa, tutte le prosperità e le benedizioni
piovevano, per riguardo a Giuseppe, sul suo padrone. Ma v'è di più: egli,
per volontà del monarca, governò con poteri sovrani tutto il regno, e nel
tempo di pubblica calamità, per mancati raccolti e per la carestia, sovvenne
con così stupenda provvidenza agli Egizi e ai popoli confinanti, che il re
decretò si chiamasse salvatore del mondo.
Così
in quell'antico Patriarca è possibile ravvisare la figura del nostro. Come
quegli fu benefico e salutare per la casa del suo padrone e poi per tutto il
regno, così questi, destinato alla custodia della cristianità, si deve
reputare difensore e tutore della Chiesa, la quale è veramente la casa del
Signore e il regno di Dio in terra.
8.
Tutti i cristiani, di qualsivoglia condizione e stato, hanno ben motivo di
affidarsi e abbandonarsi all'amorosa tutela di San Giuseppe. In Giuseppe i padri
di famiglia hanno il più sublime modello di paterna vigilanza e provvidenza; i
coniugi un perfetto esemplare d'amore, di concordia e di fede coniugale; i
vergini un esempio e una guida dell'integrità verginale. I nobili, posta dinanzi
a sé l'immagine di Giuseppe, imparino a serbare anche nell'avversa fortuna la
loro dignità; i ricchi comprendano quali siano i beni che è opportuno
desiderare con ardente bramosia e dei quali fare tesoro.
1
proletari poi, gli operai e quanti sono meno fortunati, debbono, per un titolo
o per diritto loro proprio, ricorrere a San Giuseppe, e da lui apprendere ciò
che devono imitare. Infatti egli, sebbene di stirpe regia, unito in matrimonio
con la più santa ed eccelsa tra le donne, e padre putativo del Figlio di Dio,
nondimeno passa la sua vita nel lavoro, e con l'opera e l'arte sua procura il
necessario al sostentamento dei suoi.
Se
si riflette in modo avveduto, la condizione abietta non è di chi è più in
basso: qualsiasi lavoro dell'operaio non solo non è disonorevole, ma associato
alla virtù può molto, e nobilitarsi. Giuseppe, contento del poco e del suo,
sopportò con animo forte ed elevato le strettezze inseparabili da quel
fragilissimo vivere, dando esempio al suo figliuolo, il quale, pur essendo
signore di tutte le cose, vestì le sembianze di servo, e volontariamente
abbracciò una somma povertà e l'indigenza.
Di
fronte a queste considerazioni, i poveri e quanti si guadagnano la vita col
lavoro delle mani debbono sollevare l'animo, e rettamente pensare. Poiché, se
è vero che la giustizia consente loro di potere affrancarsi dalla indigenza e
di elevarsi a migliore condizione, tuttavia né la ragione né la giustizia
permettono loro di sconvolgere l'ordine stabilito dalla provvidenza di Dio.
Anzi, il trascendere alla violenza e compiere aggressioni in genere e tumulti è
un folle sistema che spesso aggrava i mali stessi che si vorrebbero alleggerire.
Quindi i proletari, se hanno buon senso, non confidino nelle promesse di gente
sediziosa, ma negli esempi e nel patrocinio del beato Giuseppe, e nella materna
carità della Chiesa la quale si prende ogni giorno grande cura del loro stato.
9.
Pertanto, Venerabili Fratelli, ripromettendoci moltissimo dalla vostra autorità
e dal vostro zelo episcopale, né dubitando che le pie e buone persone
intraprendano molte altre cose, e anche maggiori di quelle comandate da Noi,
decretiamo che in tutto il mese di Ottobre si aggiunga nella recita del Rosario,
da Noi già prescritto altre volte, l'orazione a San Giuseppe, il cui testo riceverete
insieme con quell'Enciclica, e così si faccia ogni anno in perpetuo.
A
coloro, poi, che devotamente reciteranno la suddetta orazione, concediamo ogni
volta l'indulgenza di sette anni e altrettante quarantene. È anche proficuo e
sommamente apprezzabile il consacrare, come già avviene in vari luoghi, con
giornalieri esercizi di pietà il mese di marzo in onore del Santo Patriarca.
Dove poi ciò non si possa fare agevolmente, sarebbe almeno desiderabile che
prima della sua festa, nel tempio principale di ciascun luogo, si celebrasse un
triduo di preghiere.
Raccomandiamo
inoltre a tutti i fedeli dei paesi nei quali il 19 marzo, giorno sacro a San
Giuseppe, non è compreso nel novero delle feste di precetto, che non trascurino
tuttavia per quanto è possibile, di santificarlo almeno privatamente, ad onore
del celeste Patrono, quasi fosse giorno festivo.
Frattanto,
auspice dei celesti doni e pegno della Nostra benevolenza verso di voi,
Venerabili Fratelli, impartiamo di tutto cuore nel Signore l'Apostolica
Benedizione a voi, al Clero e al vostro popolo.
Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 15 Agosto 1889, anno XII del Nostro Pontificato.
Leone PP. XIII