PRENDETE
E MANGIATE
Cardinale
Salvatore De Giorni
Carissimi
fratelli e sorelle amati dal Signore, nella lettera alle famiglie in occasione
della Pasqua ho ricordato come la santificazione della Domenica, giorno del
Signore e pasqua settimanale, trovi la sua massima espressione nell'incontro con
Gesù risorto, presente in mezzo a noi soprattutto nella Celebrazione
eucaristica.
Il
Grande Giubileo dell'anno 2000, definito dal Papa "anno intensaménte
eucaristico", c'invita a riscoprire l'Eucaristia come il dono più grande
che il Signore ha fatto alla Chiesa e a ciascuno di noi. (... )
"Nel
sacramento dell'Eucaristia, - ha scritto il Papa nella Lettera in preparazione
al Giubileo - il Salvatore, incarnandosi nel grembo di Maria venti secoli fà,
continua a offrirsi all'umanità come sorgente dì vita divina".
La vita divina
è il dono che noi abbiamo ricevuto col Battesimo e che ha fatto di noi, da
semplici creature di Dio, i suoi figli adottivi. Essa, come la vita naturale, ha
bisogno di essere alimentata. E anche a questo ha pensato Gesù.
Dopo
la moltiplicazione dei pani, un segno prefigurativo del pane eucaristico, Gesù
annunziò che egli avrebbe dato in cibo il suo corpo e in bevanda il suo sangue,
con parole che non ammettono equivoci: "Io sono il pane della vita... Se
uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io vi darò è la mia
carne per la vita del mondo... In verità in verità vi dico: se non mangiate la
carne del Figlio dell'uomo e non bevete il sito sangue non avrete in voi la
vita... Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue è la vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui ".
Le
folle che seguivano Gesù rimasero sconcertate da queste parole, indubbiamente
difficili a capirsi senza la luce della fede. Perfino molti dei suoi discepoli
lo abbandonarono, dicendo: "Questo linguaggio è duro; chi può
intenderlo?" Ma quando Gesù disse agli apostoli: "Forse anche voi
volete andarvene?", Pietro rispose per tutti: "Signore, da chi
andremo? Tu hai parole di vita eterna ".
È
come dire: Signore, quello che hai detto umanamente parlando è incomprensibile.
Come è possibile che noi mangiamo la tua carne e beviamo il tuo sangue? Ma se
tu lo hai detto, vuol dire che è possibile, perché compi quello che dici e
mantieni ciò che prometti. Hai compiuto dei segni umanamente impossibili: hai
trasformato l'acqua in vino, hai moltiplicato i pani, hai camminato sulle acque.
Se, quindi, tu dici che ci darai in cibo il tuo corpo e in bevanda il tuo
sangue, noi non sappiamo come farai, ma lo farai.
E,
in realtà, Gesù mantenne la promessa. "Nell'ultima Cena, nella notte in
cui fu tradito, prese il pane, rese grazie al Padre con la preghiera di
benedizione, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: "Prendete e
mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi".
Allo stesso modo dopo la cena prese il calice contenente vino e disse:
"Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue, per la
nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei
peccati".
Avvenne
allora il prodigio più grande dell'amore divino: nei segni del pane e del vino
si rese presente Gesù, che volle così anticipare senza spargimento di sangue
il sacrificio con cui il giorno dopo avrebbe immolato se stesso al Padre sulla
Croce per la nostra redenzione.
Ma
non basta. Dicendo, infine: "Fate questo in memoria di me", Gesù
diede ai suoi apostoli il potere di ripetere quelle parole e quei gesti, e
quindi quel prodigio, costituendoli sacerdoti della Nuova Alleanza.
È
quanto avviene ogni qualvolta si celebra l'Eucaristia. Attraverso le parole e i
gesti compiuti dal Sacerdote, che presiede l'assemblea liturgica nella persona
di Cristo, non solo viene rievocata ma si fa presente e operante in mezzo a noi
la Pasqua del Signore: la sua beata passione, la resurrezione dai morti e la
gloriosa ascensione al cielo, nell'attesa della sua venuta.
In
questo senso l'Eucaristia è detta memoriale della Pasqua del Signore. Ciò
significa che non è un semplice ricordo degli eventi pasquali avvenuti nel
passato, ma fattualizzazione, ossia la presenza attiva di quegli eventi, e
l'annunzio di quelli futuri.
Nei
segni del pane e del vino, al Padre viene offerta la vittima pasquale, cioè
l'unico e irripetibile sacrificio del Figlio suo offerto sulla Croce, mentre a
noi viene dato in cibo e nutrimento il suo corpo immolato e il suo sangue
versato, anticipazione del convito eterno, pegno della gloria futura.
Dicendo
agli apostoli, primo nucleo della Chiesa: "Fate questo in memoria di
me", Gesù ha affidato l'Eucaristia alla Chiesa e ci ha fatto così
comprendere che l'Eucaristia non è un atto individuale, privato, ma
comunitario. Essa è sempre azione di tutta la Chiesa per la sua stessa
edificazione. Se è vero, infatti, che la Chiesa fa l'Eucaristia, è anche vero
che l'Eucaristia fa la Chiesa: la manifesta e incessantemente la costruisce, la
fa crescere nella santità, la plasma nella comunione e nell'unità, la
rinvigorisce nella missione e nel servizio.
Nello
stesso tempo Gesù ci ha fatto comprendere che non possiamo dirci cristiani se
disattendiamo il suo comando: "Fate questo in memoria di me",
disertando la Messa domenicale.
Ogni
domenica, pasqua settimanale, noi siamo invitati a incontrarci col Cristo
Risorto, per ascoltare la sua parola, unirci al suo sacrificio pasquale e
partecipare al convito eucaristico. Sono questi i grandi momenti della
Celebrazione eucaristica, chiamata anche più comunemente "Santa
Messa", nella quale noi ricordiamo e riviviamo quanto Gesù disse e fece
nell'ultima cena.
La
Messa, infatti, è costituita da due parti, la Liturgia della Parola e la
Liturgia Eucaristica, tra loro così strettamente congiunte da formare un
unico atto di culto, preceduto dai Riti di introduzione e seguito dai Riti di
conclusione.
I
Riti di introduzione
hanno lo scopo di convocarci in "assemblea" nel nome della SS. Trinità
e disporci ad ascoltare con fede la Parola di Dio e a celebrare degnamente
l'Eucaristia.
Per
questo il Sacerdote annunzia la presenza del Signore Risorto, invita l'assemblea
all'atto penitenziale per ottenere il perdono dei peccati e raccoglie le
intenzioni dei fedeli in una preghiera comune, detta perciò Colletta.
Nella
Liturgia della Parola,
che comprende "gli scritti dei profeti", ossia l'Antico Testamento, e
le "memorie degli Apostoli", ossia le loro lettere e i Vangeli,
commentati e attualizzati dall'Omelia del Sacerdote, è Dio che parla a noi,
è Cristo Risorto che annunzia il suo Vangelo, potenza di salvezza per chiunque
crede. Da qui la necessità di partecipare alla celebrazione eucaristica sin
dall'inizio e di ascoltare la Parola di Dio con attenzione e religioso silenzio.
Non possiamo, infatti, accostarci convenientemente alla Mensa eucaristica se
non ci siamo prima alimentati alla Mensa della Parola.
A Dio che
parla, noi, suoi figli, rispondiamo come in un dialogo di amore: fra le letture,
col salmo responsoriale; dopo l'Omelia, con la professione di fede; e infine con
la preghiera universale, con la quale tutti i fedeli, esercitando la loro
funzione sacerdotale, pregano per tutti gli uomini. Il dialogo che si compie nel
rito deve esprimersi e prolungarsi nella vita, nel dialogo con tutti, superando
la tentazione di chiuderci nel privato e di pensare soltanto a noi stessi.
Nella
Liturgia eucaristica
il sacerdote, che rappresenta Cristo Signore, compie ciò che il Signore stesso
nell'ultima cena fece e affidò agli apostoli perché lo facessero in sua
memoria. E in realtà è alle parole e ai gesti di Gesù che corrispondono i
vari momenti della Liturgia eucaristica: la preparazione dei doni ("prese
il pane"), la preghiera eucaristica ("rese grazie"), la frazione
del pane ("lo spezzò"), la comunione ("lo diede ai suoi
discepoli ").
Nella
preparazione dei doni vengono portati all'altare il pane e il vino, cioè gli
stessi elementi che Gesù "prese" tra le sue mani, e dal sacerdote
vengono presentati a Dio come segno e frutto del nostro lavoro, perché
diventino cibo e bevanda di salvezza. Nello stesso tempo vengono raccolte le
offerte in denaro o altri doni per venire incontro ai bisogni della comunità e
alle necessità dei suoi poveri.
La
Preghiera eucaristica
è il momento centrale e culminante nell'intera celebrazione: non è solo una
preghiera da recitare ma anche una grande azione da compiere. Il sacerdote
invita il popolo a innalzare il cuore verso il Signore nella preghiera e
nell'azione di grazie e lo associa a sé nella solenne preghiera, che egli
rivolge al Padre per mezzo di Gesù Cristo, a nome di tutta la comunità. È da
notare che il sacerdote, eccetto che nel racconto della istituzione, parla
sempre al plurale. È il "noi " dell'assemblea celebrante.
L'azione
di grazie - questo significa in greco Eucaristia - ha inizio col Prefazio,
col quale, a nome di tutto il popolo, il sacerdote rende grazie al Padre per
tutte le sue opere e i suoi benefici, e associa sé e l'assemblea alla lode
incessante della Chiesa celeste nell'acclamazione a Dio tre volte Santo.
Invoca,
quindi, lo Spirito Santo sul pane e sul vino perché i doni offerti dagli uomini
siano consacrati, ossia diventino il Corpo e il Sangue di Gesù.
È quanto
avviene durante il racconto della istituzione e la consacrazione. Agendo nel
nome e nella persona di Cristo, il sacerdote ripete le parole e i gesti compiuti
da Gesù nell'ultima cena, e questi, per la potenza dello Spirito Santo, rendono
presente sotto i segni del pane e del vino il suo sacrificio offerto sulla Croce
una volta per tutte. C'è solo una differenza: sulla croce Gesù si offrì,
sacerdote e vittima, da solo; sull'altare associa a sé tutti noi. Anche noi,
pertanto, come lui e con lui, col dono dello Spirito diveniamo sacerdoti e
vittime, per cui siamo chiamati ad offrire a Dio Padre la nostra vita, con le
sue gioie e i suoi dolori, le speranze e le delusioni, che così acquistano un
valore nuovo. Per questo l'Eucaristia è anche il sacrificio della Chiesa.
E
in realtà, subito dopo il racconto della istituzione, la Chiesa non solo fa
memoria della Passione, della Risurrezione e del ritorno glorioso di Gesù, ma
presenta al Padre l'offerta del suo Figlio in sacrificio vivo e santo.
All'offerta
seguono le intercessioni. Col Sacerdote noi attestiamo che l'Eucaristia viene
celebrata da tutta la Chiesa terrena unita a quella del cielo.
Per questo
facciamo memoria della Vergine Maria e dei Santi e preghiamo non solo per i vivi
ma anche per i defunti. È partecipando alla Messa che noi manifestiamo la vera
devozione alla Madonna e ai Santi e suffraghiamo efficacemente i nostri morti.
Questi, purtroppo, tanto spesso sono dimenticati perfino dai familiari. Ma non
sono dimenticati dalla Chiesa che in ogni celebrazione eucaristica fa la loro
memoria e li affida alla misericordia del Signore. Nello stesso tempo il
Sacerdote afferma che l'Eucaristia è celebrata da tutto il popolo di Dio nella
comunione col Papa, col proprio Vescovo, col suo Presbiterio e con i suoi
Diaconi. E perché questa comunione sia sempre più salda invoca di nuovo lo
Spirito Santo, questa volta su di noi: "perché siamo in Cristo un corpo
solo e un solo spirito".
La
preghiera eucaristica
si conclude con un canto di lode alla Trinità, che, per essere sincero, deve
esprimere l'impegno di fare della nostra vita un ininterrotto inno di gloria a
Dio Padre, attraverso l'osservanza dei suoi comandamenti. "Chi mi ama - ha
detto Gesù - osserva i miei comandamenti".
Questo
impegno di comunione con Dio e con i fratelli viene espresso, rinnovato e
rinvigorito dai Riti di Comunione.
Convocati
dal Padre a partecipare al banchetto pasquale del suo Figlio, ci rivolgiamo a
lui con la preghiera che Gesù ci ha insegnato, il Padre nostro, (sarebbe così
bello se la recitassimo anche in casa prima dei pasti): lo preghiamo di
liberarci da ogni male e di rendere serena la nostra vita nell'attesa del
Salvatore, dal quale il Sacerdote invoca il dono della pace che noi ci scambiamo
con un segno, espressivo della nostra buona volontà di essere in pace con
tutti, di perdonare le offese e di riconciliarci con i nemici.
Essere
in pace con Dio, con noi stessi e con il prossimo, d'altra parte, è condizione
per partecipare al convito eucaristico e ricevere il Corpo del Signore.
Ripetendo
il gesto di Gesù, il Sacerdote spezza il pane. La frazione del pane non ha
soltanto una ragione pratica, ma significa che noi, pur essendo molti,
diventiamo un corpo solo nella comunione a un solo Pane di vita, che è Cristo,
l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo.
Accogliendo
il comando del Signore: "Prendete e mangiate ", anche se come il
Centurione dichiariamo la nostra indegnità, noi ci accostiamo alla Mensa
eucaristica e riceviamo con fede il Corpo di Gesù che ci unisce intimamente a
Dio e ai fratelli: questo significa fare la Comunione.
Ma
dobbiamo riceverla con le dovute disposizioni.
Dobbiamo
anzitutto essere in grazia di Dio: non avere cioè peccati gravi sulla
coscienza. Che, se così fosse, dovremmo, prima della Messa, chiedere il
perdono di Dio mediante il sacramento della Penitenza: diversamente come
scrive S. Paolo ai Corinzi, mangeremmo la nostra condanna, perché
commetteremmo un sacrilegio. Come è penoso vedere, ad esempio, fedeli che non
vanno mai a Messa e, quando qualche volta vi partecipano, osano fare la
Comunione, senza essersi prima confessati.
Dobbiamo,
inoltre, osservare il digiuno eucaristico, che consiste nell'astenersi da
bevande (eccetto l'acqua) e da cibi almeno un'ora prima dalla comunione: sono
dispensati i malati.
Consapevoli
di ricevere il Corpo del Signore, manifestiamo tale consapevolezza anche negli
atteggiamenti del corpo. Tutto, nei gesti, negli abiti, che debbono essere
decenti e decorosi, nel comportamento, esprima il rispetto, la solennità, la
gioia di questo momento in cui Cristo diventa nostro ospite e ci inonda di
grazia. La Comunione, infatti, accresce la nostra unione con Gesù, perché
cancella i peccati veniali, ci preserva dai mortali, ci fortifica nella fede,
nella speranza e nella carità e ci fa pregustare la gioia della vita eterna. E
la dimora di Gesù in noi. Sono questi i sentimenti che sgorgano dal cuore,
nel silenzio del raccoglimento che deve accompagnarci dopo aver ricevuto il
Signore.
Distrarsi,
parlare con gli altri in questi momenti, oltrechè mancare di rispetto al
Signore, significa sciupare l'occasione migliore per gustare la sua presenza e
metterci in dialogo con lui. Gli chiediamo soprattutto la grazia di diventare
ciò che abbiamo ricevuto e celebrato nella fede, diventare cioè anche noi
un'Eucaristia vivente, nell'offerta al Padre della nostra vita come sacrificio
spirituale, nella donazione agli altri, nella condivisione delle gioie e delle
sofferenze altrui, nella solidarietà soprattutto verso i poveri, nell'osservanza
del Comandamento nuovo dell'amore vicendevole "Amatevi gli uni gli altri
come io ho amato voi", che Gesù ha promulgato istituendo l'Eucaristia col
gesto significativo della lavanda dei piedi ai discepoli. Anche questo significa
il suo comando: "Fate questo in memoria di me". È quanto chiediamo,
insieme, al Signore nella Preghiera dopo la Comunione. La
celebrazione si conclude con la benedizione del Sacerdote e il saluto
di congedo, col quale si scioglie l'assemblea; non perché tutto sia finito, ma
perché inizia un'altra celebrazione, quella della vita, del servizio, della
missione, che ciascuno di noi è chiamato a svolgere dovunque vive e opera,
per portare e donare agli altri il dono ricevuto. L'Eucaristia non si esaurisce
nella celebrazione della Messa, anche se questa ne è l'espressione centrale. La
presenza eucaristica del Signore continua anche dopo e sempre in riferimento
ad essa. Per antica prassi della fede della Chiesa, infatti, l'Eucaristia è
stata sempre conservata con la massima diligenza per essere portata ai malati.
Da questo uso sono scaturite lungo il corso dei secoli forme diverse di culto
eucaristico fuori della Messa.
Approfondendo
la fede nella presenza reale di Cristo nell'Eucaristia, la Chiesa ha preso
coscienza del significato dell'adorazione silenziosa del Signore presente
sotto le specie eucaristiche. E per questo vuole che in ogni chiesa vi sia il
tabernacolo, situato in un luogo particolarmente degno in modo da evidenziare e
manifestare la verità della presenza reale di Gesù nel santo Sacramento.
Dal
tabernacolo Gesù ci aspetta in questo sacramento del suo amore e ci ripete
continuamente: "Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io
vi ristorerò". È un invito che non possiamo disattendere, noi
cristiani. Troviamo il tempo per andarlo a trovare: avremo quel conforto che
invano e illusoriamente tanti ricercano nelle varie forme di superstizione e
di magia, che purtroppo si moltiplicano anche da noi con grave danno spirituale,
morale, psicologico ed economico.
Passando
accanto ad una Chiesa, entriamo anche per pochi minuti per adorare Gesù, per
contemplarlo, per parlargli. Partecipiamo con maggiore convinzione e fervore
alle iniziative promosse nelle parrocchie per incrementare il culto
eucaristico.
Soprattutto
la Processione Eucaristica, che nella solennità del Corpo e Sangue del
Signore si svolge in Città e nei singoli paesi dell'Arcidiocesi, veda la
partecipazione di tutti i Sacerdoti, i Diaconi, i religiosi, le religiose, gli
accoliti, i lettori, i ministri straordinari della Comunione, gli operatori
pastorali e da tutti i fedeli, non come spettatori ma come adoratori. Si tratta
della Processione più importante detta Liturgia, alla quale nessun'altra può
equipararsi: non è il passaggio di una statua o di un'immagine, ma di Gesù
stesso, vivo e vero, realmente e sostanzialmente presente in mezzo a noi. Ed
è triste notare come tanti fedeli accorrono alle processioni dei Santi ma non
a quella eucaristica, così come è triste notare che tanti fedeli, entrando in
Chiesa, onorano prima i Santi e poi Gesù Sacramentato, dimenticando che
prima si saluta il padrone di casa, Gesù, il solo che va adorato col segno
della genuflessione, e poi i suoi Servi, ai quali vanno tributati solo i segni
della venerazione. È quanto ci chiede anche Maria, la Madre di Gesù e Madre
nostra.
(...
) Accorriamo tutti con rinnovato entusiasmo di fede alla Processione
Eucaristica, per adorare il Signore, che passa per le nostre strade e fra le
nostre case, e per implorare da Lui, "unico Salvatore del mondo, pane per
la nuova vita", su ciascuno di noi e sulla nostra Chiesa la grazia
propria dell'Anno Santo: la conversione del cuore, la santità della vita, la
comunione fraterna e un nuovo slancio missionario. Con questo invito e con
questo augurio, tutti saluto e benedico cordialmente nel Signore.
+
Salvatore Card. De Giorgi