«Piango
quel bimbo mai nato»
di
Marina Corradi
Due
compagne di liceo che si rincontrano per caso, per strada, entrambe con una
bambina in passeggino. Sono passati vent’anni. Ci si abbraccia, si dicono le
cose essenziali: “Sono medico ho due figlie” la vita coagulata in quattro
parole nel rumore del traffico. La voglia di fermarsi, via, almeno un caffè.
Anna sorride ancora come allora, in un liceo di Milano alla fine degli anni
Settanta. La bimba le somiglia in modo particolare. Nell’incontro casuale si
ritrova, come per un incantesimo, l’intimità da compagne di banco e si parla
di figli. Tu ne hai tre, io ne ho due. Mi piacerebbe, dice Anna, averne un
terzo, ma col lavoro è impossibile, e però mi dispiace, fra poco ho quarant'anni...
E' un attimo, un'ombra sulla sua faccia: «Ce ne sarebbe stato un altro». Una pausa. «E successo all'inizio dell'università. Alla vigilia di un capodanno ho scoperto di essere incinta. Mi ricordo ancora la farmacia dove ho fatto il test: è in centro, non ci sono mai più entrata. "E' positivo", m'han detto, e io mi sono sentita crollare il mondo addosso. I miei non mi avrebbero mai perdonato. E io, quel bambino non lo volevo: l'idea anzi che "qualcuno" vivesse dentro di me mi suscitava sgomento. E' stata una decisione veloce, e, credevo, semplice. I miei non hanno saputo niente. Il mio ragazzo ha cercato di "sdrammatizzare": «In fondo, m'ha detto, è un giorno in ospedale». Questa sua frase non l'ho mai dimenticata. Razionalmente ero d'accordo con lui, eppure una parte di me è stata ferita tanto che dopo poco l'ho lasciato. E poi c'erano le amiche, femministe come lo erano tante allora. Le due con cui ho parlato mi hanno aiutato materialmente: mi hanno consigliato un ginecologo "amico", e si sono offerte di accompagnarmi. Sono state solidali; ma non mi hanno detto di pensarci ancora».
Una
pausa, un altro caffè. «Il ginecologo era, effettivamente, un medico
"democratico", come si diceva allora. Non mi ha fatto problemi.
Anzi, siccome la gravidanza era proprio all'inizio ha praticato un intervento
in studio, un'aspirazione, m'ha detto, dolorosa ma rapida, e ho pagato solo la
visita. Sono uscita sollevata. Ero pallida nello specchio dell'ascensore di
casa, mia madre non si è accorta di niente. Mi sono messa a studiare. Poi improvvisamente
sono scoppiata a piangere, come non avevo pianto mai: un pianto disperato.
Ero sbalordita perchè, in realtà, io non capivo perchè piangevo. Ho
telefonato alla mia amica: è il crollo ormonale, m'ha detto, poi ti passa.
E
certo poi ti passa, e ho smesso di piangere, e anche, per anni, di pensarci. Io
non sono credente, e la parola "rimorso" non mi appartiene, mi
ricorda le lezioni di catechismo, tristi e noiose. E però, quando sono rimasta
incinta di Chiara il ricordo di quel giorno è tornato. Al terzo mese ero molto
apprensiva, e il medico per rassicurarmi m'ha consigliato un'ecografia.
M'hanno fatto sentire il battito del cuore, quella luce piccolissima che
s'accendeva e spegneva sul monitor. E io in quel momento ho detto a mia figlia
grande un centimetro: eccoti, ciao, ti aspettavo. Poi non subito, ma piano,
sotterraneo, l'altro pensiero; il pensiero di quello che non è nato. E
dopo che è arrivata Chiara, e poi la sorella, continua a tornare questo pensiero,
tagliente. Sai che cos'è di meraviglia un bambino di pochi mesi, se pensi: ce
n'era un altro, come questo, con questi occhi, e io non l'ho voluto, ti manca il
fiato».
Un
silenzio. La bambina in passeggino dorme, l'altra sta quieta, intenta sul suo
telefonino giocattolo. «Rimorso, non è una parola che mi appartiene - dice Anna
- io sto parlando di un dolore. L'aborto, nel clima dei miei vent'anni, era
prima di tutto un diritto da rivendicare. Le amiche mi hanno sostenuto: la
nostra libertà sopra tutto. E quel giovane medico ha risolto in fretta il
problema, senza fare domande. Sono stata io a non volere quel figlio: io ho
scelto. Ma, nel clima di quegli anni, sembrava quasi che rifiutare un figlio
fosse un'affermazione positiva di libertà. Del dolore, non mi avevano
parlato". E’ tardi, ci si saluta, ci vediamo, o forse no. Venti minuti
di sincerità, di verità "private" su un figlio non avuto, parole
taciute fra le tante gridate sui giornali.