La testimonianza della signora
Sanità Maria Lucia Ippolito su
IL MIRACOLO di PADRE PIO
che sarà
canonizzato il 16 giugno 2002
Le ansie,
l’angoscia, la fede della mamma del piccolo Matteo Colella.
Tu
hai detto, Gesù: «Non si accende una lucerna per nasconderla, ma per
collocarla in alto, perché faccia luce a quanti sono in casa». È per
questo che ho deciso di raccontare del dono meraviglioso che hai voluto fare
alla nostra famiglia, in questo lungo, incredibile mese dal 20 gennaio al 26
febbraio 2000. Mi hai fatto il dono immenso del miracolo, ma prima di esso, il
dono grandissimo della fede. Mi hai restituito Matteo nella Tua infinita bontà.
«Te Deum laudamus». Caro Padre Pio, Voglio rivolgermi a te così
come ho letto sul tuo epistolario. «Quante, quante grazie concesse da Gesù in
questa tempesta», dice Raffaelina Cerase ed io ripeto, in questo momento così
complesso della mia vita. Caro Padre, dolce e amorevole ombra, sotto la cui
protezione ho posto me e la mia famiglia da sempre, - sicura che tu non
abbandoni mai chi si rivolge a te come umile e speranzoso figlio -, hai guardato
al mio dolore e hai portato a Dio le mie misere preghiere. Grazie della tua
protezione. Sono sicura - a prescindere dal giudizio degli uomini - che il
ritorno alla vita di Matteo è opera di Dio, della Sua Misericordia e della tua
intercessione, della tua preghiera presso di Lui.
I sogni e il primo segno
Un
anno e mezzo fa circa, feci un sogno dolcissimo. Mi trovavo nell'infermeria
del convento per confessarmi e improvvisamente udii più voci che dicevano: «Sta
arrivando Padre Pio, sta arrivando Padre Pio!». Io fui presa da un dolore
intimo e sconosciuto e mi inginocchiai piangendo a dirotto. Un attimo dopo era
arrivato vicino a me il Padre e mi diceva soavemente: «Perché piangi?». Ed
io: «Non lo so!». Allora Padre Pio, con la mano destra, - della quale ricordo
ancora il calore del guanto di lana -, mi accarezzò la guancia pronunciando
queste parole: «Di che cosa hai paura? Io sono con te, sarò sempre vicino a
te!». Sei, sette mesi fa un altro sogno. Ero in un cimitero a me sconosciuto
ed angosciante. Mentre mi scuoteva la paura, apparve nuovamente il Padre che mi
chiese: «Cosa fai qui?», ed io risposi solo alzando le spalle e guardandomi
intorno terrorizzata. Padre Pio mi sorrise e mi disse in dialetto: «Cammina,
muoviti, esci di qua, non è per te! Forza, tu avanti e io dietro, usciamo di
qua!». Mi svegliai spaventata e pensando che qualcosa di pericoloso doveva accadere.
Poi, qualche giorno prima che agosto finisse, entrando nella mia stanza da letto
con le lacrime agli occhi, dopo una banale discussione avuta con mio marito -
che ci aveva fatti adirare e che mi aveva fatto invocare l'aiuto del Padre -
per ben due volte sentii un profumo innaturale, dolcissimo e gioioso, di fiori
misti tra rose e viole. Mi girai intorno spaventata e mi resi conto che nulla
poteva emanare quell'odore. Mi affacciai persino al balcone, pensando che il
profumo avrebbe potuto giungere di lì, ma non c'era niente. Chiamai subito
mio marito e una volta nella stanza gli chiesi se sentisse un odore strano.
Antonio mi rispose: «Sì, di fiori, e allora?». Dopo di che tranquillo andò
via. Intanto quell'odore non c'era più e solo in quell'istante mi resi conto
di pensare a Padre Pio e commossa realizzai che quello poteva essere un suo
segno e che certamente voleva dirmi che mi era vicino. Mai avrei creduto che ci
aspettava tutto quello che, con la malattia di Matteo, avremmo dovuto
affrontare.
20 gennaio 2000
È
oggi che
incomincia l'avventura straordinaria della mia famiglia, l'incubo terribile
terminato poi come una favola. Sono le 20,30. Io rientro da Foggia, preoccupata
per la febbre alta di Matteo, che si protrae dal primo pomeriggio e di cui
mio marito mi ha appena parlato, chiamandomi sul cellulare. Già al mattino la
maestra di Matteo mi aveva avvisata a scuola, dicendomi che il bambino
accusava un forte mal di testa ed io ero corsa a vedere, contemporaneamente
a mio marito, cosa fosse accaduto. Ma oltre la febbre il bambino non accusava
altri sintomi, per cui avevamo pensato ad una banale influenza, facilmente
gestibile. Forte di ciò io il pomeriggio mi ero recata a Foggia per seguire il
corso abilitante, lasciando Matteo in compagnia del papà. La febbre era
rimasta alta per tutto il tempo, il bambino aveva vomitato e di questo mio
marito mi aveva voluto avvisare tramite telefonino. Arrivata nella stanza dei
bambini, trovo Matteo con gli occhi persi nel vuoto e che al mio richiamo non mi
riconosce. Sebbene mio marito, Antonio, cerchi di tranquillizzarmi - perché
il bambino è stato visitato oltre che da lui, che è medico, anche da un
amico pediatra, appena una mezz'oretta prima senza che fosse evidenziabile
alcun segno particolare (niente chiazze, niente rigidità nucale), mi assale
il panico, come se qualcuno mi stesse dicendo che la situazione è pericolosa.
Mi avvicino a Matteo per darli un bacio sul collo a sinistra e,
nell’abbassargli il colletto del pigiamino, mi rendo conto che ha delle
macchie più o meno grandi, violacee. Chiamo terrorizzata Antonio e gli dico:
«Corri, vieni a vedere, il bambino ha le petecchie, ha la CID», usando
termini specifici che identificano una sindrome rara e gravissima, ricordare la
quale non è cosa comune - soprattutto visto che io l'avevo incontrata tanti
anni addietro sul trattato di patologia medica e non l'avevo più studiata
in seguito -. Quelle due mie cocenti parole, suonano però il campanello
d'allarme. Mio marito corre a vedere Matteo e immediatamente chiama il dottor
Pellegrino e decidiamo, raccogliendo poche cose, di correre in ospedale,
dopo aver lasciato Alessandro da un amico, Nicola. Passano circa quindici
minuti. Arriviamo in pronto soccorso, mettiamo il bimbo sulla barella e lo portiamo
velocemente in pediatria. Sono all'incirca le 21.00 e qualche minuto. Il mio
cuore è sempre più stretto e credo anche quello di Antonio. Sento che sta
accadendo qualcosa di terribile anche perché le macchie vanno via via
aumentando di numero e di grandezza, con una velocità impressionante che ne
esprime la gravità che io leggo anche negli occhi terrorizzati e allarmati di
quanti, medici e infermieri, si avvicinano a Matteo. Quando giungiamo nella
medicheria della pediatria, il bambino è già in stato di shock e non
riescono a prendergli una vena per incominciare la terapia d'urgenza.
Nonostante ciò Matteo continua a parlare, è ancora vigile, dopo il breve
periodo di confusione del sensorio avuto a casa, ha recuperato e chiede la
pizza, l'acqua frizzante, mentre urla perché, nel tentativo difficile di infilare
l'ago in vena, gli fanno male. Io sono vicino a lui e lo sento domandare di
nuovo l'acqua frizzante: «Come dice papà, cameriere, cameriere, voglio l'acqua
frizzante!». Ha tanta sete, la sete è dovuta allo stato di shock e io sono
sempre più consapevole dell'irreversibilità della tragedia che si sta compiendo.
Sto perdendo mio figlio, il mio bambino, e non posso fare nulla, mi sento
mancare eppure non cado, resto lì immobile a pregare, in silenzio, con le
lacrime che scendono da sole, numerose: «Gesù aiutami, Gesù aiutami, Gesù
Maria non ci abbandonate». Intanto Matteo rivolto al papà dice una frase
bellissima e incredibile: «Papà, quando sarò grande voglio diventare ricco
per dare tutto ai poveri». Quella frase mi colpisce - come stranamente
colpisce anche il dottor Gorgoglione e sarà lui stesso a dirmelo, molti
giorni dopo - nonostante la certezza che Matteo sta morendo. La leggo,
quell'espressione, e la interpreto, come un segno da parte di Gesù che il
bambino crescerà e lo imploro: «Nella tua bontà soccorrici, Signore».
Mio marito mi fa uscire nel corridoio, perché la situazione sta precipitando
e lì ho solo la forza, tra i singhiozzi, di avvisare i miei fratelli che il
bambino sta morendo e di cercare nel mio portafoglio le pagine di preghiere
che porto sempre con me. Trovo tremando l'immagine di Gesù - quella della
Divina Misericordia - così come è apparso a suor Faustina. Comincio a pregare,
a recitare la coroncina della Divina Misericordia, a ripetere le parole che,
tratte dal vangelo, sono in calce alla pagina: «Qualunque cosa chiederete
al Padre mio nel mio nome Egli ve la concederà», a ripetere la frase che
proprio Gesù, in una delle sue apparizioni a suor Faustina Kowalska aveva
insegnato: «Gesù, confido in te contro ogni speranza». Intanto Matteo, dopo
un incredibile consulto tra pediatri e rianimatori, viene portato con la
barella verso l'ascensore per essere trasferito in rianimazione. Io lo
guardo avvilita per l'ultima volta, mentre si chiude la porta dell'ascensore.
Dovranno passare 10 giorni prima che io possa rivedere il suo viso e il suo
corpicino martoriati. La notte passa lenta, con una dilatazione dei minuti e
dei secondi che mai avevo provato prima. Il dott. Pellegrino, che rimarrà con
noi in tutti quei lunghi giorni, e mio marito continuano ad entrare ed uscire
dalla porta della rianimazione, nel tentativo di elemosinare notizie sul bambino.
Io e mio fratello Nicola rimaniamo a pregare. È
una notte di
invocazioni al Signore, a Maria, a Padre Pio. Questa notte infinita trascorre
trafiggendo i nostri cuori. Al mattino vado in endourologia dove mi consentono
di stare, per aspettare notizie del bambino. Intanto comincia un'interminabile
processione di amici, conoscenti, parenti, sacerdoti, di cui ben poco ricordo.
Quello che ricordo nitidamente, invece, è la richiesta esplicita, forte, pressante
ad ognuno di pregare, di preghiere per Matteo, di preghiere che arrivino a
Dio. In mattinata mi rendo conto - anche se nessuno mi dice nulla - che la
situazione sta peggiorando, lo capisco da visi stravolti ed allusioni strane. Ma
io continuo a chiedere preghiere, a supplicare Cristo per la sua dolorosa
Passione, per il Suo Sangue benedetto, di compiere questo miracolo. So di non
meritarlo, ma gli ripeto che la Sua infinita Misericordia consente anche alle
anime più nere di chiedere aiuto. Prego la Madonna, madre Addolorata, per il
calvario di suo Figlio, di concedere a me - madre indegna - di attraversare il
mio calvario per la vita. Intanto in rianimazione 2 - e questo lo scoprirò solo
dopo - sta accadendo tutto. In mattinata Matteo ha una bradicardia importante,
la pressione diventa imprendibile, le vene con i cateteri sanguinano per il
disturbo della coagulazione, dalla sua bocca esce schiuma rosa per l'edema
polmonare da scompenso cardiaco. Io, di tutto ciò che si sta compiendo, non
so nulla, ma mi rendo conto che la situazione è gravissima dagli sguardi spenti
degli amici medici che ci stanno vicino. Venerdì sera chiedo alle sacriste, Tiziana
e Maria, di concedermi di pregare nella cella di Padre Pio e sulla sua tomba.
Padre Rinaldo fa aprire entrambe e ho il privilegio di inginocchiarmi a
supplicare davanti al letto di Padre Pio e sul blocco di granito che copre le
sue spoglie. Ero entrata nella cella del Padre il giorno del mio matrimonio per
chiedere, al suo cuore immenso, di proteggere e benedire la famiglia che
stava nascendo. Ora gli chiedo di non distrnggerla, di portare le nostre
misere preghiere al Signore, di condurre a Lui Onnipotente il nostro pianto,
di non portarmi via il mio angelo. La sera, alle 20,30, padre Marciano e gli
altri frati mi consentono di rimanere in ginocchio sulla tomba di Padre Pio a
dire il Rosario insieme a loro. Il Rosario, «quest'arma potente» - come diceva
Padre Pio! Nel pregare col viso schiacciato sul granito freddo, vedo ad occhi
chiusi, bianco e nero, un frate con la barba si avvicinava deciso ad un letto e
i tutte e due le mani solleva di scatto il corpicino rigido di un bimbo per
metterlo in piedi. È un
attimo! Apro e chiudo gli occhi nella speranza di vedere proseguire quella
scena. Ma la mente non riesce più a produrre immagini, è il buio, mentre il
mio cuore incomincia a battere forte. Realizzo quel frate è il Padre e che
forse mentre stavo lì, proprio sulle sue spoglie, abbandonata al mio dolore di
madre, vicino, vicino a lui, ha voluto dirmi: «Aiuterò Matteo ad alzarsi».
Ci credo, ci credo fermamente, mi accuso irrazionalità, ma ci credo e ripeto:
Gesù, confido in te contro ogni speranza». E così incomincio a pensare che
quello sia un segno, come i sogni fatti nei mesi precedenti. Un segno, come il
bisogno incontrollato di pregare, di conoscere Dio da circa due anni mi aveva
preso e induceva negli ultimi tempi a frequentare con trasporto la chiesa, la
messa, dedicarmi a letture religiose: il Vangelo, i vespri, le lodi, le vite
dei santi e gli «epistolari» di Padre Pio. Questi epistolari, sempre sul mio
comodino a rispondere ai miei dubbi e alle domande. Si, perché ogni volta che
avuto un'incertezza, una prova, una tristezza, ho aperto a caso uno dei libri
Lettere di Padre Pio e inevitabilmente ho trovato, tra le righe di quella
pagina, la risposta. Ed è quello che accade venerdì 21, la sera, quando
stremata dal dolore, dopo che i miei fratelli mi hanno riportata a casa, gli
oggetti di Matteo trovo in giro, la sua cartella, i suoi occhiali, il suo
pigiamino, mi mettono in uno stato di prostrazione tale e di disperazione che ho
solo la forza di accasciarmi sul mio letto a singhiozzare. E lì a un certo
punto mi rendo conto che l'unica consolazione che mi resta, oltre l'invocazione
ininterrotta a di Gesù e Maria, è prendere l’epistolario e aprirlo così a
caso, come sono solita fare per comunicare col Padre. Le parole che mi si
parano d’avanti sono queste: «Sia mai sempre benedetto il Padre degli orfani
per aver nella sua infinita bontà richiamato a vita la povera Giovina. Non vi
nascondo che il pericolo da lei corso fu veramente estremo, più di quello
che voi immaginaste. Ella fu strappata alle fauci della morte: ella era stata
condizionatamente destinata a raggiungere i genitori lassù. Solo le molte
preghiere ne sospesero l'esecuzione». Sono le parole che Padre Pio rivolge
alla sua figlia spirituale Raffaelina Cerase, a proposito della sorella Giovina
ammalata. Il mio cuore si apre, lentamente, e sento scorrere in me una speranza
nuova, quasi tangibile, che misteriosamente cancella la crudezza della realtà
e la certezza della gravità dello stato di Matteo. Si fa più forte il
bisogno di pregare, perché Padre Pio parla di «forza della preghiera» per
sospendere «l’esecuzione» ed io credo che anche per Matteo potrà accadere
la stessa cosa, si potrà avere la sospensione dell'esecuzione, se preghiamo. A
chiunque mi telefoni o mi fermi per avere notizie del bambino, agli amici, ai
genitori, ai parenti chiedo preghiere, preghiere: «Preghiamo, preghiamo,
solo la preghiera può salvare Matteo». Insieme a mio fratello Giovanni,
persino sotto la neve, vado da un convento all'altro, da una comunità di
suore all'altra, ad elemosinare preghiere, perché penso a Gesù che ha detto:
«Dovunque saranno due o più riuniti nel mio nome Io sarò con loro». E così
misteriosamente e miracolosamente si incomincia a creare una rete fitta ed
estesa di voci che chiamano il Signore, la Madonna, Padre Pio. Per Matteo - e lo
saprò solo dopo - stanno pregando nelle chiese e nelle case di moltissime città
d'Italia, nei luoghi santi come Loreto, Assisi, e persino a Lourdes,
rispondendo alla mia richiesta. Continua a riaffiorarmi la frase di Padre Pio:
«La preghiera è un'arma potente, una chiave che apre il cuore di Dio». E
questa espressione del Padre mi spinge ulteriormente e continuamente a usare
la preghiera per implorare la misericordia di Dio. Ripeto a Gesù: «Tu hai
detto - non voglio che il peccatore muoia, ma che si converta e viva - se la
sofferenza di Matteo è per la conversione mia, di Antonio e di altri, salvalo!».
Sabato 22 gennaio 2000
La
sera chiedo a Maria e Tiziana di concedermi di nuovo di entrare nella cella di
Padre Pio. Padre Rinaldo la apre e ho ancora la gioia di potermi inginocchiare
nel luogo reso santo dal Padre per chiedergli di benedirci. Un pianto dirotto,
ma di confidenza, mi assale mentre sono inginocchiata davanti al suo letto, e
gli rivolgo la mia richiesta d'aiuto, affido la vita di Matteo alla forza della
sua preghiera. E pregando in quella cella, sento a poco a poco il calore
dell'affetto paterno di Padre Pio, sento che nonostante il dramma e il mio
pianto, aleggia sottile la consolazione, sento protettiva la sua presenza. Poi
scendo nella cripta e, come la sera precedente, mi viene permesso di stare a
meditare e a soffrire. Recito il rosario insieme ai frati e mentre sto per
andar via e mi accingo a salire le scale, uno di loro, padre Giacinto, mi
afferra in modo deciso ma amorevole per un braccio e mi dice: «Abbia fede,
abbia fede. Vedrà, ce la faremo». Quel viso sorridente, stranamente, mi
schiarisce l'animo tormentato e mi accorgo di credere fermamente alle sue
parole. Poco prima padre Paolo, un anziano frate che ci conosce bene e che è
stato vicino a Padre Pio negli ultimi giorni della sua vita, mi aveva messo tra
le mani una reliquia del Padre avvolta in un pezzetto di carta. Non so di che
si tratti, ma la stringo e penso che la farò avere a Matteo perché la tenga
nel palmo. Ne avevo già un'altra, datami quello stesso giorno da sua nipote
Giovanna: è un pezzettino di carta identico al precedente che anche lei aveva
ricevuto da padre Paolo. E io questa la terrò tra le mani, o sotto il mio
cuscino, sempre con me, in tutti quei giorni, quasi a sperare che Padre Pio
stando con me e con mio figlio contemporaneamente - anche tramite quel piccolo
segno materiale - possa congiungermi a Matteo, trasmettendogli la sua forza e
il mio amore, che diversamente non potrei fargli arrivare. Da venerdì 21 a
mercoledi 26, passo insieme ai miei fratelli le mie giornate tra
l'endourologia e la tomba di Padre Pio, mentre mio marito scorre i grani dei
suoi rosari vicino al corpicino inerme, crocifisso di Matteo. La mia unica
occupazione è pregare, pregare.
Domenica 23 gennaio 2000
Tiziana
la sacrista ha preso un appuntamento con fra’ Modestino per mezzogiorno.
Aspettiamo un po' nella vecchia sacrestia, poi il frate ci riceve. Io ed
Antonio scoppiamo in un pianto dirotto, ma fra’ Modestino col suo linguaggio
biascicato, esprimendosi un po' in italiano e un po' in dialetto ci dice: «Abbiate
fede, abbiate fede. Non vi ribellate alla volontà del Signore, ma pregate. E
dite semplicemente a Dio: "Tu ce lo hai dato e Tu ce lo devi restituire.
Non vi ribellate alla volontà del Signore. Pregate! Io a Dio offro la mia vita
per Matteo, offro la mia vita e le mie sofferenze». Poi fra’ Modestino prende
il Crocifisso donatogli da Padre Pio, ce lo fa baciare e ci benedice
ripetendo: «Abbiate fede, abbiate fede, non vi ribellate alla volontà di
Dio. Io ho detto a Padre Pio: "Prega per Matteo, prega per Matteo, fa che
questo sia il miracolo per la tua santificazione. Tu hai bisogno di un
miracolo per diventare santo, aiuta Matteo, sali sull'altare con lui". Io
sono sicuro che sarà così. Matteo guarirà e porterà Padre Pio all'altare».
Salutiamo il frate e usciamo dalla stanza, nel vecchio corridoio vicino alla
chiesa antica, dove Padre Pio aveva per anni ricevuto tanti fedeli. Io, rincuorata
dalle parole di fra’ Modestino, chiedo silenziosa al Padre di rendere realtà
le frasi di conforto di quell'umile frate e di invocare la Misericordia di
Dio. Intanto, in quelle ore, un impulso irrefrenabile mi ha indotta a confessarmi,
a comunicarmi, a chiedere ai miei fratelli, alle mie cognate, ai miei genitori,
a mia suocera, a mio figlio Alessandro di soli 11 anni di fare altrettanto,
perché sono certa che l'Eucarestia, che è il momento supremo della messa,
che è la comunione con Dio, sia anche il momento in cui più facile è chiedere
al Signore, per la Passione del Suo amato Figlio Gesù Cristo, le Sue grazie.
Sento che l'Eucarestia è il mezzo migliore per ottenere la grazia di Dio e che
la grazia di Dio è la condizione indispensabile per implorare il suo aiuto.
La sera di quella stessa domenica ritorno a cercare un po' di pace nella cripta
con mio marito e ci soffermiamo sotto la scala a chiedere preghiere a padre
Terenzio, un anziano frate dalla forte personalità, che ci conforta dicendoci
anche lui: «Abbiate fede, pregate, state in grazia di Dio. Io dal canto mio
offrirò al Signore la mia penitenza. Ogni sera starò qui a pregare per
Matteo, piuttosto che andare a cenare con gli altri frati. Preghiamo il Signore
che questo possa essere il miracolo che renderà Santo, che porterà agli onori
dell'altare Padre Pio».
Mercoledi 26 gennaio 2000
Verso
le 19, torno di nuovo a visitare come sepolcri i luoghi del Padre: la cella,
la tomba. Al Beato chiedo ancora di pregare affinché il mio bimbo ritorni tra
noi a consolare e rallegrare i nostri giorni. Gli ripeto le sue parole: «Non ti
spaventare, non sei solo in tale agonia». Accompagnata dai miei fratelli e da
mia cognata mi reco anche nel coro, sotto il Crocifisso che aveva donato le
stimmate a Padre Pio. Nel silenzio e nella penombra, fissando Cristo
sofferente, inizio un lungo dialogo con Lui e lo supplico di far attraversare
a Matteo, che è nel corpo martoriato come Lui, pieno di piaghe scure, profonde
e numerose, questa dolorosa passione per la vita. «Gesù» - gli dico - «ho
fiducia nella Tua misericordia. Fa che questa sia solo una prova di fede. Io
non voglio ribellarmi alla volontà di Dio, ma, come dicesti Tu nell'orto del
Getsemani, se puoi, allontana da me questo calice. Tu hai detto a Suor
Faustina: "Chiunque avrà fiducia nella mia misericordia non rimarrà
deluso e riceverà grazie senza fine", concedi dunque a questa famiglia
di ritrovarsi unita, di riabbracciare Matteo!». Dopo essere stati a lungo in
raccoglimento, lasciamo il coro e scendiamo in sacrestia. E proprio sugli
ultimi gradini della scala che porta in sacrestia, vengo avvolta da un
fortissimo profumo di fiori, un profumo penetrante e piacevolissimo. Dopo un
momento di dubbio e poi di sconcerto, comprendo che lì c'è lui certamente,
il Padre, a dirmi che mi è vicino, che qualcosa di buono sta per accadere a
Matteo. Così, contro l'evidenza della gravità di mio figlio ormai in coma
farmacologico da 6 giorni, mi convinco che avrò buone notizie. Il giorno
successivo, infatti, verso le 20, il primario della rianimazione decide di
portare Matteo a fare una TAC al cervello per accertarsi della funzionalità
dello stesso, TAC che era stata prima prospettata, poi rimandata e alla fine - ex abrupto - eseguita. I risultati sono soddisfacenti e inaspettati
perché non si evidenzia nessun tipo di danno o lesione. La cosa più importante
che ricordo di quel passo è che mentre Matteo viene condotto giù in
radiologia, io sto facendo come ogni giorno la novena alla Madonna di Pompei e
terminatala, per rendere meno ansiosa l'attesa, lascio di corsa, tachicardica,
l'ospedale e mi dirigo verso la chiesa di Padre Pio per andare a dire il Rosario
con i frati e chiedere a Dio, nella sua casa, aiuto. E proprio mentre sto per
arrivare alla porticina della chiesetta antica, mi sento chiamare da mio
fratello Nicola, che mi ha raggiunto correndo per darmi il responso negativo: «Maria
Lucia, hanno già fatto, è tutto a posto non c'è niente al cervello, niente!».
La gioia che proviamo è immensa. Inoltre proprio quel giorno - stranamente -
una mia amica, Maria, aveva fatto avere ad Antonio, tramite il marito Mario
Pio, anche lui medico, una reliquia di Padre Pio che poi scoprirò essere una
cosa a lei carissima e che avevo fatto subito attaccare alla testata del letto
di mio figlio. Con Maria non c'era un'amicizia profonda eppure, da quando
aveva saputo della malattia di Matteo, si era insinuato in lei, ogni giorno più
pressante e inspiegabile, il bisogno di farmi avere quel suo ricordo così
prezioso del Padre.
30 gennaio 2000
Non
ho più la concezione del tempo e della realtà, non mi interessa ciò che
accade intorno a me, cerco solo Dio affinché mi dia forza, coraggio e non mi
abbandoni. Sono le 16 e insieme a Grazia e Pasquale, che hanno gentilmente pensato
di portarmi a conoscere suor Teresa, ci rechiamo al monastero delle Clarisse,
luogo favoloso di pace e meditazione. Suor Teresa ci attende dietro la
grata. Il suo viso è dolcissimo. Restiamo a parlare a lungo dell'amore del
Signore, della fede, che è apertura alla bontà di Dio; parliamo di Matteo per
il quale Suor Teresa è convinta c'è stata e ci sarà la preghiera del Padre.
Mi ha infatti mandato anche lei una reliquia di Padre Pio che io ho fatto
appendere vicino al suo letto di dolore nella rianimazione, accanto all'altra,
ed ora mi incoraggia assicurandomi le sue preghiere e quelle delle consorelle.
Ed io credo fortemente che la preghiera, così estesa, così forte, aprirà il
cuore di Dio; che la prova che il Signore ci ha mandato è una prova d'amore a
cui seguirà la consolazione, come dice Padre Pio: «La tua sofferenza si
convertirà un giorno in gaudio per te!». Me ne vado rincuorata e, insieme
agli amici che mi hanno condotta da lei come angeli custodi, andiamo a messa
nella chiesa di Padre Pio. Dopo la messa, mi prende l'impulso irrefrenabile di
andare da Matteo, che io dalla sera del ricovero non ho più potuto vedere. C'è
con me un'altra amica, Antonietta, che è stata la prima a vederlo quando è
nato e che adesso mi spinge ad andare da lui, a farmi coraggio, dicendo che
vuole accompagnarmi. E così, con un dolore acuto e di un'intensità
inspiegabile, insieme a mio marito saliamo in rianimazione. Indossiamo camice
verde, cuffia, calzari, mettiamo la mascherina e finalmente, dopo dieci
interminabili giorni, vedo Matteo. L'impatto è terribile, comincio a tremare,
a piangere violentemente, perché Matteo intubato, pieno di piaghe, con gli
occhi chiusi, con le pompe numerose che suonano dietro di lui una canzone macabra,
è per me Cristo crocifisso. «Gesù, Gesù salvalo, salvalo, solo Tu puoi,
solo Tu puoi. Padre Pio, dategli la mano al posto mio, dategli la mano per
trattenerlo qui sulla terra, perché torni da noi, non portatelo in cielo questo
angioletto! E tu Matteo resisti, resisti, tutto il Paradiso è accanto a te, ce
la farai!». Quella sera, quando torno a casa, trovo un'altra sorpresa
incredibile: uno dei frati - non so chi al momento (anche questo lo capirò
dopo) mi ha mandato su un foglietto una preghiera bellissima scritta da
Padre Pio e datata 1934 che dice: «Nei momenti tristi piangete pure,
purché il vostro sia un pianto di confidenza, perché le lacrime che Iddio fa
scorrere sono il preludio al torrente di delizie che lo sommergeranno!».
Sento che anche quello è un segno del Padre, che mi vuole incoraggiare,
spronare ad avere fede, fiducia, che mi vuol dire: «Sono con te, con voi». E
mi vengono in mente le parole del sacerdote di Salerno che telefonicamente mi
aveva confortata dicendo: «Il Signore ha detto - chiunque crede in me io sarò
con lui e non lo abbandonerò !».
31 gennaio 2000
Questa
è una data importante, oggi è San Ciro ed io ricorderò sempre questo giorno
come il secondo compleanno di Matteo. Sto per andare in ospedale accompagnata
da Giusi, la moglie del dottor Catapano, quando mi arriva una prima telefonata.
E’ il mio falegname, Michele, un amico di San Marco che mi chiede se può
portarmi una piccola cosa per Teo, una foto di Padre Pio. Io, senza pensarci
su, gli dico di si. È
qualcosa che
riguarda il Padre quindi, voglio riceverla assolutamente. Dopo qualche minuto,
una seconda telefonata. E’ Antonio che, trafelato, mi dice che Matteo ha
aperto gli occhi, si è svegliato. Gli hanno tolto il curaro e, anche se è
ancora sotto l'effetto del diprivan, comprende e riconosce. Non capisco più
nulla. L’emozione, la paura e la gioia sono troppo grandi. Con Giusi è una
corsa verso l'ospedale. Arrivate in rianimazione, troviamo Antonio e
Giuseppe suo marito. Indossiamo gli indumenti sterili e arriviamo dietro i
vetri del box di Teo. Ha gli occhi aperti, sperduti, ma aperti. Giuseppe, che
nei giorni precedenti è stato il nostro messaggero di notizie del bambino
dalla rianimazione, mi dice che ce l'abbiamo fatta, che Matteo ce la farà e
la serenità del suo sguardo mi dà forza e speranza. Non facevo che
ripetere: «Gesù, Maria, Padre Pio e Santi tutti del Paradiso, grazie,
grazie!». Verso l'ora di pranzo ritorno a casa a prendere ciò che mi occorre
per rimanere in ospedale accanto a Matteo. Dopo qualche minuto arriva Michele
il falegname con in mano la foto di Padre Pio. Lo ringrazio infinitamente per
il suo gesto d'affetto, tolgo la foto dalla custodia nella quale si trova e la
osservo. E’ una foto originale del Padre con Gesù Bambino in braccio, in
bianco e nero. La giro, dietro ci sono scritte alcune parole autografe di Padre
Pio con la sua firma, indirizzate a una sua figlia spirituale. E la cosa che mi
sconvolge è che la sua figlia spirituale si chiamava Lucia, esattamente come
me. In quell'attimo ho la sensazione che Padre Pio, proprio lui, abbia voluto
farmi avere, nel giorno speciale del risveglio di mio figlio, la foto perché io
capisca che ci è vicino, insieme al Signore e che sta pregando con noi. Le
parole dicono: «Cara Lucia, ti auguro santo il tuo onomastico con le parole
che il Padre ultimamente al mio disse - Maria fughi da te ogni timore,
rassereni il tuo spirito e ti renda degna della Misericordia Divina, mostrandoti
Gesù nella pienezza della sua gloria - (Padre Pio)». Quando finisco di leggere
quelle poche righe ho gli occhi bagnati. Stringo a me la foto e ringrazio Padre
Pio per avermi fatto sentire, ancora una volta, la sua presenza e la sua protezione.
Sono sicura che Matteo starà meglio ogni giorno, che il suo organismo reagirà
perché il Signore può tutto. Comincia così la ripresa di mio figlio,
faticosissima e dolorosissima. Le prime ore sono terribili perché il bambino
è intubato, non può parlare, non riesce a spiegarsi per quale motivo si trova
lì e il nostro dolore diventa la proiezione del suo. Il giorno dopo Matteo,
mentre è con me, gira gli occhi nel vuoto più volte e, muovendo le labbra, mi
sussurra: «Voglio Padre Pio, voglio Padre Pio», poi apre e chiude la mano
destra. Io non comprendo il senso di ciò e non sapendo cosa fare prendo
un'immaginetta del Padre e gliela metto nella mano destra. Solo dopo capirò -
al suo racconto - che Matteo cercava Padre Pio perché questi gli aveva tenuto
la mano destra durante il coma farmacologico e al risveglio non lo aveva più
visto accanto a sé.
6 febbraio 2000
È
domenica, sono
passati 7 giorni dal risveglio. Matteo gioca con la playstation, guarda la
televisione, è ancora molto, molto sofferente e debole, ma gli organi hanno
ripreso a funzionare bene, gli esami ematochimici migliorano giorno dopo
giorno. Sono le 19,30 e io sono sola con lui. Da una settimana con Antonio e i
miei fratelli ci diamo il cambio al suo capezzale. Ormai ho imparato benissimo a
leggere sulle sue labbra ciò che non può dirmi con la voce. A un certo punto
Matteo mi chiede muovendo la bocca: «Mamma, quando mi hanno addormentato e
perché? Quanto tempo ho dormito?». Io per non farlo soffrire gli dico che
ha dormito una notte sola e gli hanno fatto fare quel lungo sonno per poterlo
curare. Poi improvvisamente ho l'impulso di domandargli: «Ma tu non hai sognato
nulla in quella notte? Non ricordi niente di questo sonno profondo?». E
Matteo, prima alza le spalle, poi chiude gli occhi come se volesse riflettere.
Dopo un attimo li riapre e mi dice sulle labbra: «Si, io mi sono visto!». «Come
ti sei visto?» - gli chiedo io incuriosita. «Mi sono visto mentre dormivo, da
lontano tutto solo in questo letto» - mi dice Teo. «Oh!» - gli rispondo io.
«Povero amore mio! Tutto solo! E non c'erano i medici, gli infermieri, mamma,
papà». «No» - aggiunge Teo. Poi richiude gli occhi. Evidentemente si sta
concentrando sui suoi ricordi. Li riapre subito e aggiunge: «No, mamma, non
ero solo!». «E chi c'era con te?» - gli dico io. «C'era un signore
vecchio, vecchio con la barba bianca» - mi risponde. Io in quell'attimo non
comprendo e gli chiedo perplessa: «E com'era vestito questo signore?». E
lui: «Aveva un vestito lungo e marrone». «E cosa faceva?» - gli chiedo. «Mi
ha dato la mano destra e mi ha detto: "Matteo, non ti preoccupare, tu
guarirai presto"». A quelle parole il mio cuore ha incominciato a
battere all'impazzata. Ho capito che Matteo doveva aver visto qualcuno di
eccezionale e immaginavo chi, ma non osavo crederci. Così ho preso
l'immaginetta di Padre Pio che Matteo aveva stretto tra le mani (peraltro
senza mai vederla) e gliela ho messa dinanzi non profferendo verbo. Lui l'ha
osservata attentamente per un po', poi, con gli occhi illuminati e con una gioia
inaspettata, mi ha detto sulle labbra: «È
lui, mamma, è
lui, è Padre Pio, era Padre Pio vicino a me!». Il mio impulso, alla sua
affermazione così netta e sicura, è stato di inginocchiarmi accanto al
letto e ringraziare il Signore per avermi fatto non solo il dono di poter
riabbracciare il mio bambino, ma anche il regalo meraviglioso e inaspettato
del segno. Io sentivo, per tutte le cose incredibili provate e che si erano
susseguite, che Padre Pio era stato vicino a me, a tutti noi, ma mai avrei
potuto immaginare di averne la certezza dal racconto spontaneo ed innocente di
Matteo. E non era finita. Matteo un attimo dopo ha aggiunto che dall'altro lato
del suo letto aveva visto gli angeli grandi. «Quanti?» - ho detto io. «Tre»
- mi ha risposto. Ed io: «Da che cosa ti sei accorto che erano angeli?». «Dalle
ali! Uno era bianco con le ali gialle e due rossi con ali bianche». «E che ti
hanno detto?» - gli ho domandato. «Niente, erano lì in silenzio! » - mi ha
risposto. E ancora io: «I loro visi come erano?». «Non li ho visti perché
erano troppo luminosi!» - ha aggiunto Matteo. Un attimo dopo è entrato il
dottor Mione che ha trovato Matteo raggiante e me sconvolta. Mi ha chiesto perché
ed io, dopo aver domandato il permesso a Matteo, gli ho raccontato l'accaduto.
Il dottore ha ascoltato in silenzio e dopo un po', abbassando lo sguardo, ha
detto: «Sai, Matteo, anche noi crediamo che sia venuto!». Il giorno dopo ho
riferito alle infermiere di turno, di cui in particolare ricordo Angela, ciò
che mi aveva detto Matteo e loro, affascinate e felici, mi hanno confermato che
certo qualcosa di incredibile era accaduto, soprattutto visto l'esordio
terribile e violentissimo della malattia e poi l'aggravarsi inesorabile della
situazione la mattina dopo, il venerdì 21. Così, parlando con loro, vengo a
conoscenza di particolari terribili, a me fino ad allora ignoti, che mi fanno
ritenere con maggiore convinzione che c'è stato l'intervento di Dio e che i
medici - peraltro bravissimi, coscienziosi e profondamente umani, il primario in
particolare cosi silenzioso e altrettanto operoso, sensibile e instancabile
- sono stati strumenti nelle Sue mani. Mi colpisce e mi fa rabbrividire in
particolare una frase di Angela che, ricordando quella triste mattina, mi dice
di aver pensato, con grande tristezza, mentre Matteo peggiorava, che di lì a
qualche istante avrebbe dovuto lavare quel bambino ormai alla fine per
portarlo giù. E giù, io comprendo - anche se lei non lo dice - vuol dire
obitorio. Ho un brivido che mi scuote tutta e quella scena, solo immaginata e
descritta, mi toglie il fiato. Mi giro verso Matteo, dilaniato ma vivo, abbasso
gli occhi bagnati e dico tra me e me: «Gesù e Maria grazie, grazie, grazie!».
Poco dopo entra nel box il dottor Del Gaudio, dicendo di aver sentito del sogno
di Matteo, e di essersi trovato lui ad intervenire insieme alla dottoressa
Salvatore ed altri (di cui non so) al capezzale di Matteo quando il bambino
sembrava spacciato. Gli chiedo spiegazioni e lui mi racconta che il cuore di
Matteo aveva ceduto, c'era un battito ogni tanto, la pressione non si riusciva
più a misurare, l'edema polmonare era imponente. E ormai credevano di aver
«perso» - come si dice in gergo - il bambino. Si erano resi conto che non
c'era più nulla da fare ed erano distrutti. A quel punto però la dott.ssa
Salvatore, spinta da chissà quale voce interiore, lo ha pregato di fare ancora
qualcosa, un ultimo tentativo. Il dottor Del Gaudio ha risposto: «E va bene,
proviamo, ma Padre Pio ci deve mettere le mani!». Così gli abbiamo
somministrato l'adrenalina, non 1 ma 5 fiale. Da quello che ho poi, come
profana, captato mediante la sua spiegazione, si è trattato di una quantità
notevole, alla quale di solito non si arriva e a cui Matteo ha risposto senza
effetti di sovradosaggio, ricominciando a vivere. Certo i medici potranno
spiegare dettagliatamente e tecnicamente cosa è accaduto e perché. Io so solo
di aver provato, a quelle parole, prima una grande sofferenza e poi una grande
felicità per poter essere là a guardare ancora mio figlio vivo.
7 febbraio 2000
È
sera, sono le
19, sto pregando per ringraziare Dio dell’accaduto, mentre stringo felice la
mano di Teo che, anche se ancora estremamente sofferente, è vivo. Vivo!
Penso di dover raccontare a qualcuno ciò che il bambino mi ha riferito. Ma
non so come e a chi e chiedo aiuto allo Spirito Santo. E in quel momento arriva
padre Giacinto. Era venuto un'altra volta a trovare Teo, mentre il bambino dormiva
e gli aveva poggiato sulle labbra una reliquia di Padre Pio che aveva ricevuto
proprio in quei giorni da non so chi. Quando lo vedo arrivare gli chiedo se
mia cognata Maria, sacrista al convento, gli abbia raccontato qualcosa. Lui mi
risponde di no e ascolta felice quel che mi ha riferito Matteo. Alla fine mi
dice sorridendo: «Abbiamo strappato, pregando, questo miracolo al Signore,
ma ora perché gli altri ne vengano a conoscenza, dobbiamo aspettare che
Matteo esca di qua, dalla rianimazione. Inoltre noi sappiamo, siamo sicuri che
il miracolo c'è stato, ma perché sia completo, perché il Signore continui
ad operare, dovete essere in grazia di Dio, in grazia di Dio!». Ed io dò
ascolto alle sue parole, sono convinta che parli illuminato. Preghiamo
insieme a Matteo, recitiamo l'Angelo di Dio e il Gloria Padre. Io, intanto,
in cuor mio mi dispongo ad aspettare.
12 febbraio 2000
Oggi
Matteo, prima del previsto, è passato in pediatria. E ancora pieno di piaghe,
le ulcere sono numerose e profonde, ha ancora tracheostomia e gastrostomia,
i muscoli sono ipotonici, non riesce a muoversi per niente, ma nonostante ciò
le condizioni vanno migliorando, poco a poco, come per una «formichina». Così
aveva detto di lui Rosetta, una dolce e particolare amica di Salerno che tanto
aveva pregato per lui, rassicurandomi che il bambino lentamente avrebbe
recuperato in tutto. La mia gioia è immensa e anche quella di Matteo. Guardo il
Crocifisso e penso, come ho tante volte letto: «Signore, apri le mie labbra e
la mia bocca proclami la tua lode!». L'accoglienza che Matteo ha ricevuto
in pediatria è meravigliosa. Anche lì tutti hanno tifato per lui, gli hanno
persino stappato una bottiglia di spumante. Il dottor Pellegrino che è stato
lui pure, per noi tutti, un angelo custode, gli fa gli onori di casa insieme
al dottor Gorgoglione. Il pomeriggio viene a trovarci di nuovo padre Giacinto e
questa volta mi prega di scrivere velocemente su un foglio qualche parola
sull'accaduto, per farla avere a padre Gerardo, perché gli sembra giunto il
momento di poter far conoscere al vice postulatore, con serenità e
riservatezza, la vicenda. Io gli racconto di aver ricevuto, nei giorni
precedenti, la preghiera di Padre Pio, quella del 1934, e padre Giacinto mi
spiega soddisfatto di essere stato lui a mandarmela. L'aveva avuta in
confessionale, proprio nei giorni in cui Matteo stava male, da un pellegrino
che, passando per Foggia, aveva sentito irrefrenabile l'impulso di salire a San
Giovanni Rotondo per consegnare ai frati la fotocopia di un santino di Gesù
crocifisso, che il papà aveva ricevuto nel '34 da Padre Pio, con quelle
meravigliose parole che tanta forza mi avevano dato durante il mio tormentato
soggiorno col bambino in rianimazione. Proprio con quella preghiera mi era
accaduta, due giorni prima, una cosa strana che ora mi appresto a fargli conoscere:
mentre ero seduta sul mio letto per trascrivere sulla prima pagina
dell'epistolario del Padre (il 20,
quello che avevo
aperto la sera della tragedia e su cui avevo trovato la frase di speranza),
mentre ringraziavo tra le lacrime di felicità il Signore per aver fatto
veramente seguire al dolore il torrente di dolcezze, avevo sentito di nuovo come
in sacrestia il profumo di fiori, quasi che Padre Pio avesse voluto dirmi: «Hai
visto, sono stato e sono con te!». Padre Giacinto, al mio racconto, sorride
felice senza commentare, poi prende la sua reliquia del Padre e la fa baciare
a me e a Matteo - come già era accaduto in rianimazione - chiedendomi questa
volta se sento lo splendido profumo che essa emana. Io non sento nulla, anzi lo
guardo un po' perplessa. Però qualche minuto dopo, quando lui sarà andato via,
sarò di nuovo pervasa per un attimo da quell'incredibile, dolce e carezzevole
odore di fiori. Forse un momento prima non ero stata disposta a credere! E
mentre me ne sto a guardare Matteo che gioca tranquillamente con i suoi
pupazzi, mi vengono in mente le parole del cantico di Mosè: «Mia forza e mio
canto è il Signore, Egli mi ha salvato... Chi è come Te, tremendo nelle
imprese, operatore di prodigi?».
24 febbraio 2000
Sono
stata a parlare con padre Gerardo, timorosa, perché è silenzioso, i suoi
occhi sono penetranti: ti scrutano, ti pesano. Gli ho raccontato della malattia
e della guarigione di Matteo, del mio profondo amore per Padre Pio, della
conoscenza di lui attraverso i suoi epistolari, del fatto che qualunque sarà
la decisione degli uomini su questo caso, la mia convinzione profonda di mamma
e di credente rimarrà che mio figlio è tornato a noi perché il Signore immeritatamente
ce l'ha restituito, è intervenuto a consolarci nella sua immensa
misericordia, con la intercessione del nostro caro Padre Pio. Poi sono tornata
da Matteo e gli ho spiegato che avevo descritto a padre Gerardo il suo sogno
(quello che io credo però sia stato un vero incontro) con il Padre. E Matteo mi
ha riferito - ormai sta bene, è lucidissimo - altri particolari. «Sai mamma»
- mi ha detto - «Io dormivo e mi guardavo da dietro il letto, dove erano le pompe, poi ad un certo punto ho
visto dalla porta del box, tanti spicchi di luce fortissima che entravano. La
luce mi ha svegliato e allora ho visto prima Padre Pio e poi gli angeli
dall'altro lato». «Ma
tu che cosa hai pensato di quella luce?» - gli dico io. «Ho pensato che
forse era Gesù!». Le parole sono forti, ma io faccio finta di nulla. Dopo
qualche secondo, Matteo aggiunge: «Io mi vedevo e stavo bene!». «Allora
provavi qualcosa?» - gli domando. «No, niente, stavo bene perché non
sentivo niente. Invece quando voi mi avete svegliato sono stato male e mi sono
trovato da solo, perché Padre Pio e gli Angeli non c'erano più e io li cercavo
e soffrivo». Io resto in silenzio qualche minuto, a riflettere, poi mi viene da
chiedergli: «Scusa Matteo, dici di essere stato con Padre Pio. Come fai ad
esserne sicuro?». «Perché è quello che sta lì sulla foto» - mi dice
indicando la foto appesa nella sua stanza d'ospedale. «E poi a casa Padre Pio
ce lo abbiamo in tutte le stanze!». «Hai ragione Teo, tu lo conosci bene,
però spiegami perché mentre stavi con lui non gli hai chiesto nulla!». E
Matteo, con un sospiro di sufficienza, mi dice: «Io non potevo parlare,
mamma. Ti sei dimenticata che avevo il tubo? Però un'altra volta ho parlato con
Padre Pio!». «E quando?» - gli chiedo. «Qualche notte dopo che mi ero svegliato
ho sognato di fare un viaggio con Padre Pio, te lo avevo già detto che avevo
guarito un bimbo rigido, ti ricordi mamma? Lo avevo detto anche a zio Giovanni.
Io con Padre Pio quella notte ho fatto una specie di volo. Lui mi ha dato la
mano e siamo andati in una città famosa, come si chiama, mamma?». «Non so,
Matteo: Napoli, Foggia!». «No, mamma, quella città con le case che conosco.
Ci siamo andati insieme!». Si ferma un attimo e poi soddisfatto dice: «Roma,
era Roma!». «E che siete andati a fare a Roma?» gli chiedo incuriosita. «Siamo
andati in un ospedale dove c'era un bimbo molto malato di 11 anni, che mi
sembrava di conoscere e lì Padre Pio mi ha detto - però non parlava con la
bocca, ma col pensiero -"Matteo, lo vuoi guarire tu?". Ed io gli ho
chiesto: "Come si fa?". E lui: "Con la forza di volontà".
Allora il bimbo si è svegliato e da allora non ho più visto Padre Pio!». Io,
alle parole di Teo, sono rimasta in silenzio e mi sono ricordata di ciò che
aveva raccontato separatamente a me e a mio fratello Giovanni, in rianimazione,
qualche giorno dopo il risveglio. Aveva detto ad entrambi - in momenti diversi
- di aver fatto un sogno durante il quale aveva guarito un bimbo rigido. Però
noi avevamo lasciato cadere la cosa. Ed io certo non potevo pensare che, dopo
tanti giorni, avrebbe ricordato e ripetuto il sogno in maniera così
dettagliata, facendoci partecipi anche del suo ipotetico viaggio con Padre
Pio. Non riesco a dare un significato alle sue parole, ma una cosa è certa:
Matteo riferisce i suoi sogni, con convinzione e sicurezza. Solo il Signore
sa il senso di tutto ciò che è accaduto alla nostra famiglia. La mia certezza
è che Egli ci è stato vicino e ci ha benedetti, grazie anche alla
intercessione e alla preghiera amorevole di Padre Pio che, della sua missione
sulla terra diceva: «Come sacerdote la mia è una missione di propiziazione:
propiziare Iddio nei confronti dell'umana famiglia». E cosi è stato, caro
Padre Pio. Ci hai abbracciati nella prova e ci ha raccomandati a Dio.
Sanità
Maria Lucia Ippolito