Padre Matteo e la Croce
Nell'Avvento
del 1629 padre Giambattista da Guglionesi, mentre predica a San Severo,
trascrive per "amore e devozione" quanto Fra Matteo d'Agnone predicò
sulla "invenzione della Croce". Si tratta di una pagina di
"Teologia della Croce" che pur se scritta nel 1600 non ha perso di
attualità e pregnanza catechetico-spirituale. Indagando sulle intenzioni
della Trinità che per salvare l'umanità "s'inventa" il Mistero della
Croce, padre Matteo scrive: «Pecca l'angelo e pecca l'huomo, et questa è pur
una della tue invenzioni, che tu vuoi redimere l'huomo e non l'angelo. Non ti
mancano e diece e cento e mille e cento mila, e quasi che io dica, infiniti modi
di redimere quest'huomo. E questa è pur un'altra invenzione, non inferiore alla
prima, che a tal'impresa vuoi impiegare una delle Persone divine, tra le
quali, ogn'una può a ciò indifferentemente deputarsi. Et questa è un'altra
invenzione, e quale alle precedenti, che non la prima persona del Padre, non la
3a Persona dello Spirito Santo, ma solamente la seconda persona del Verbo,
viene a incarnarsi...
La
Croce, si potrebbe arditamente dire, è un mistero anche per Dio stesso. Egli
poteva salvare l'umanità, come ben dice fra Matteo, in mille modi. La salvezza,
però, riguarda non gli angeli ma la creatura generata dall'amore e solo
dall'amore che è Dio. Il peccato aveva allontanato l'uomo da Dio. Dio, per dare
la possibilità alla sua creatura di respirare il suo amore, non poteva che
agire da Padre. Il Pastore, nella parabola della pecora smarrita torna indietro
per cercarla e dopo averla ritrovata se la mette sulle spalle. Avrebbe potuto
andarci dopo, semmai dopo aver messo al sicuro nell'ovile le novantanove pecore,
avrebbe potuto mandarci qualche altro. Invece lascia il resto del gregge nel
deserto e torna a cercare la pecorella (cfr Lc 15,3-7). E non si trattava di una
pecora grassa come si legge in un vangelo apocrifo ma di quella più debole e,
quindi, meno "produttiva". L'ansia del pastore è di quel Dio che
prima di essere pastore è Padre che ama singolarmente l'uomo, pur avendo tanti
figli ci ama in maniera personale e individuale. E' questo amore del Dio che
è amore (I Gv, 4ss), fonte dell'amore vero, ad aver dettato la scelta, l'
"invenzione" della Croce. La Croce è il coinvolgimento totale di Dio
nelle pieghe della storia dell'umanità, è l'Amore che si fa carne, peccato pur
di salvarci. La Croce è il paradosso di un amore debole ma eterno ed autentico,
è la vittoria di un Dio confitto e sconfitto, è la "maledizione"
di Cristo che è vera benedizione del Padre nel Figlio per mezzo dello Spirito
Santo. Ai Galati l'Apostolo scrive: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione
della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto:
Maledetto chi pende dal legno (Dt 21,23), perché in Cristo Gesù la benedizione
di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito
mediante la fede» (Gal 6,14ss). E questo modo di amare non poteva che
coinvolgere direttamente questo Dio che è Padre: «il Verbo si fece carne e
venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14), il Verbo si incarna a Betlemme
in una culla e sul Golgota sulla Croce, monte della Redenzione per la quale il
Verbo incarnato - annota Fra Matteo - «vuole ritrovare una morte et una morte
di croce». Padre Matteo sapeva bene che per il cristiano la croce non era e non
poteva essere un semplice segno ma una verità teologica, un altare d'amore. Il
vescovo sant'Andrea di Creta in un discorso pronunciato nella festa della
Esaltazione della santa croce argomenta: «Se infatti non ci fosse la croce,
non ci sarebbe nemmeno Cristo crocifisso. Se non ci fosse la croce, la Vita non
sarebbe stata affissa al legno. Se poi la vita non fosse stata inchiodata al
legno, dal suo fianco non sarebbero sgorgate quelle sorgenti di immortalità,
sangue e acqua, che purificano il mondo».
Padre
Matteo insiste nella sua predica sul perché la Trinità invia sulla terra il
Figlio, il Verbo incarnato: «Et se molti, erano senza dubbio i modi, coi quali
poteva Iddio redimere, quest'huomo non di meno, "Ipse", in persona propria,
"redimet Israel" e viene a questa impresa, acciò l'istesso che era
stato il creatore, fosse anco il Redentore dell'huomo, acciò infinita fosse la
sodisfatione, rispetto a quello che soddisfaceva, siccome infinita era stata
la colpa, rispetto all'ogetto ch'era stato offeso». La Croce è una nuova creazione
in cui il Creatore facendosi redentore non solo rimetteva la colpa dell'uomo
ma ne trovava anche soddisfazione perché l'amore dà vita, libera dalla morte
e gode della salvezza, della rinascita dell'altro. Ma la scelta del Figlio
nella dinamica e nella logica trinitaria è una risposta ad una chiamata
d'amore. E' bello e profondo ciò che padre Matteo scrive: «Et se per questo
effetto incarnar si potea ciascuna delle tre divine persone, et diceva il Padre
Eterno "Quem mittam Aut quis ex nobis ibit?" Non di meno, io sento il
Figlio che rispose:"Ecce ego, mitte me" (Is 6,8) quasi più
chiaramente dir volesse: Non è bene che vada la prima persona del Padre, acciò
l'istesso non sia Padre e Figlio: Padre in Cielo et Figlio in terra. Né deve
andare la terza persona dello Spirito Santo, acciò non siano stimati doi
figlioli "in divinis" et io sia Figlio in Cielo et lo Spirito Santo
sia figlio in terra. Ma acciò che l'istesso che è figlio in Cielo, sia anco
figlio in terra, devo essere mandato io, però "Ecce ego, mitte me"».
La Croce è la risposta d'amore del Figlio alla chiamata, altrettanto d'amore
del Padre, è gloria del Padre nel Figlio: «Ora il Figlio dell'uomo è stato
glorificato e anche Dio è stato glorificato in lui, e subito lo glorificherà»
(Gv 12,31-32). Gesù stesso sa che la sua morte in Croce è glorificazione anche
del Padre perciò chiede: «Glorificami Padre, con quella gloria che avevo
presso di te prima che il mondo fosse» (Gv 17,5). Pensando a queste parole di
Gesù sant'Andrea vede nella croce l'esaltazione di Cristo, il calice delle
sue sofferenze "la sintesi completa della sua passione». Tornando al
"perché" della Redenzione in Croce, Matteo d'Agnone spiega così la
glorificazione del Padre per mezzo del Figlio Crocifisso: «Ma se è vero, o
filosofo, che "actiones sunt suppositorum"e se è vero che quando ad
un'attione ci concorre la causa principale, et l'istromento, l'effetto deve
attribuirsi alla causa principale et non all'istromento. Et l'agente principale
che operava in Cristo, era la Divinità, et I'humanità era solamente
instromento congiunto, et il supposto in Cristo era divino et infinito. Dunque
tutti i suoi effetti dovevano attribuirsi all'agente principale della divinità
et al supposto divino, et conseguentemente, ogni suo ottione era d'infinito
merito»
Contemplando
la croce, il Crocifisso, padre Matteo ci illumina con la Scrittura santa
facendoci meditare anche sulla glorificazione del cristiano e dell'uomo: «Quando
sarò esaltato, allora attirerò tutti a me» (Gv 12,32).