NEL
FUOCO ETERNO SENZA AMORE
(Tratto dalla rivista mensile “Papa Giovani” – Sacerdoti del Sacro Cuore (Dehoniani) Collegio Missionario Via Barletta – 70031 Andria - Bari. c.c.p. 5702)
L’INFERNO
E IL MISTERO DEL MALE
Seguendo l'esempio di Cristo, la Chiesa ha ammonito
i fedeli, durante tutto il corso della sua storia, "della triste realtà
della morte eterna". La Sacra Scrittura parla di questo castigo eterno e
ci mette in guardia contro la malizia deliberata che distrugge una persona
interiormente e conduce alla morte eterna. C'è un nesso essenziale tra
l'inferno e il mistero del male, e in ultima analisi, tra l'inferno e la
libertà dell'uomo. Il rifiuto di credere all'inferno equivale al rifiuto di
prendere Dio sul serio, e anche al rifiuto di considerare seriamente l'uomo,
la sua libertà e la sua responsabilità di compiere il bene. Per questa
ragione, una certa conoscenza dell'inferno è necessaria per comprendere come
si conviene il senso dell'uomo e il suo posto in questo mondo, secondo il
piano di Dio.
Nelle prime tappe della storia della salvezza, la
realtà dell'inferno non è stata concretamente intuita come lo fu invece nella
rivelazione posteriore. Si concepiva lo "Shéol" come il luogo ove sia
i buoni che i cattivi dimoravano dopo morte, e dove avevano una forma di esistenza
oscura e insoddisfacente. Si capiva che Dio avrebbe severamente punito chi era
ostinatamente cattivo, ma molti restavano perplessi, perché i malvagi parevano
prosperare tanto quanto i giusti. La rivelazione che lo "Shéol" fosse
un luogo di punizione riservato ai malvagi non avvenne che gradualmente. Da
essa deriva una comprensione più piena della responsabilità personale di
ciascuno riguardo ai suoi atti. Il castigo divino del male nulla ha a che fare
con la vendetta; è piuttosto una questione di giustizia e di misericordia da
parte di un Dio amante e onnipotente, che mantiene e ristabilisce un ordine
universale che qualunque colpa di qualsiasi uomo scompiglia. L'uomo deve
prendere se stesso sul serio, perché Dio lo prende sul serio. Col passare del
tempo ci fu una crescente comprensione del genere di castigo dovuto al
peccato.
All'inizio del tempo dell'Antico Testamento, il castigo
era concepito sotto forma di immagini materiali, come malattie, prove,
accorciamento della vita. Solo a poco a poco divenne chiaro che il castigo più
grave era implicito nella natura stessa del peccato; che rifiutare Dio voleva
dire separare se stesso dalla infinita bontà di cui il cuore ha una fame
insaziabile (cf Sal 62, 1). Nell'Antico Testamento, con l'idea dell'inferno,
era unita l'immagine del fuoco fisico, con riferimento alla "Geenna",
la "Valle di Ben-Hinnom", dove, in sacrifici umani interdetti, alcuni
bambini erano stati consumati dal fuoco. Più tardi, i rifiuti della città
erano bruciati in detta valle, ove il fuoco era alimentato giorno e notte.
Isaia allude a questa valle, senza tuttavia nominarla, come al luogo dove
giaceranno i corpi di coloro che si sono ribellati contro Dio (cf Is 66,24).
Nella letteratura rabbinica, la "Geenna" divenne il pozzo di fuoco
dove i cattivi sono puniti dopo la morte.
Gesù Cristo ha parlato spesso dell'Inferno. Quando
parlò "dell'inferno... il fuoco inestinguibile" (cf Mt 25,31), Egli
lo fece spinto da un senso di compassione, per mettere in guardia gli uomini da
questa tragedia irreparabile, da questa "seconda morte" (Ap 21,8),
con la sua permanente separazione dalla vita eterna di Dio, per la quale l'uomo
è stato creato.
Cristo parlò energicamente con immagini comuni in
quel tempo, di "inferno, dove il loro verme non muore e il fuoco non si
estingue" (Mc 9,47-48). Usando tali immagini Cristo non stava dandoci una
descrizione letterale dell'inferno, perché il male della separazione da Dio
non può mai essere adeguatamente descritto. Cristo invece voleva richiamare
alla necessità della conversione ed avvertire che quelli, che deliberatamente
persistono nel male, andranno alla completa rovina.
Il Nuovo Testamento frequentemente si è riferito al
castigo infernale come castigo senza fine. "E se ne andranno, questi al
supplizio eterno e i giusti alla vita eterna" (Mt 25,46). Questo ha fatto
parte dell'ordinario insegnamento della Chiesa fin dal principio. Alcuni
teologi antichi, soprattutto Origene al terzo secolo, hanno affermato che tutti
i peccatori, Satana compreso, avrebbero potuto eventualmente essere portati
alla salvezza. Ma la Chiesa ha sempre respinto vigorosamente questo modo di
pensare ed altri simili come incompatibili con la verità rivelata, ed ha
solennemente confermato la dottrina secondo cui il castigo infernale è
eterno.
Dio aveva collocato Adamo ed Eva in un luogo delizioso
detto Paradiso terrestre, che comunemente, si ritiene che sia quella regione
che ora viene detta Armenia, perché la Sacra Scrittura accenna a quattro fiumi
che in esso scorrevano: il Fison, il Geon, il Tigri e l'Eufrate. Tutte le
ricchezze della terra vennero da Dio concesse all'uomo perché ne usasse e ne
disponesse. Un'unica eccezione fece però il Signore nel concedere
l'elevazione alla vita soprannaturale. Proibì, cioè, di mangiare il frutto
di un albero misterioso che si trovava al centro del Paradiso terrestre e che
Dio stesso denominò della scienza del bene e del male".
Ecco le parole di Dio: "Mangia del frutto di
qualunque albero del Paradiso. Ma dell'albero della scienza del bene e del
male non mangiare; perché in qualsiasi giorno tu ne avrai mangiato, di morte
morirai!". Ma il demonio, invidioso della felicità degli uomini
primitivi, che erano stati da Dio destinati a prendere in Cielo il posto da
lui perduto, si presentò ad Eva sotto l'aspetto di astuto e insidioso
serpente, e così le parlò: "Per qual motivo Dio v'ha comandato di non
gustare di qualsivoglia albero del Paradiso?". Eva rispose: "Del
frutto degli alberi che sono nel Paradiso, noi ne mangiamo; ma del frutto
dell'albero che è in mezzo al Paradiso, Dio ci ha comandato di non mangiare e
di non toccarlo, ché non abbiamo a morirne" .
Ma il demonio assicurò Eva con queste parole:
"No davvero, che non morirete. Dio però sa che in qualunque giorno ne
mangerete, vi s'apriranno gli occhi e sarete come dèi, sapendo il bene ed il
male". Ella guardò il frutto con avida curiosità, vide che era
bellissimo, stoltamente credette alle parole del demonio, s'avvicinò all'albero
e con leggerezza colse il frutto proibito, che poi presentò ad Adamo. Ne
mangiarono insieme. I loro occhi s'aprirono e conobbero d'aver peccato! Il primo
peccato dell'umanità, che si chiama peccato originale, fu dunque un peccato
d'orgoglio e di disubbidienza. I nostri progenitori infatti presuntuosamente
avevano creduto di poter diventare come Dio, ed avevano disubbidito al comando
divino. L’uomo è simile a Dio soprattutto per le capacità che possiede in
quanto persona. Riflette Dio nella sua intelligenza, nella sua attitudine
verso il bene e verso il male, nella sua libertà e nel suo destino immortale.
Nella sua intelligenza l'uomo è immagine di Dio. Con le sue arti e le sue
doti tecniche l'uomo ha trasformato mirabilmente il mondo materiale, creato da
Dio e affidato a lui come a padrone (cf Gn 1,26). Ma l'uomo deve stimare di più
lo spirito di saggezza che non la tecnologia. In realtà, quanto più aumenta
il suo potere tecnico tanto più ha bisogno di saggezza. Questa presuppone la
capacità di afferrare il senso delle cose e di capire che cosa ha veramente
valore. Dio ha creato gli uomini capaci di porsi dei problemi, di filosofare e
di raccogliere importanti intuizioni sulla creazione e sulle sue finalità.
Tuttavia, è principalmente tramite la Rivelazione che Dio illumina le
intelligenze umane con la saggezza necessaria per modellare sapientemente il
mondo. Anche la coscienza rende l'uomo simile a Dio.
All’opposto di altri esseri viventi, l'uomo ha una
costante preoccupazione per ciò che è veramente buono e cattivo, anche se
sovente non è stabile in questa preoccupazione. "L'uomo ha in realtà
una legge scritta da Dio dentro il suo cuore". Anche la libertà rende
l'uomo simile a Dio, che è sommamente libero. Gli uomini non sono guidati
unicamente da forze cieche o da istinti. Essi sono responsabili e liberi.
"Se vuoi, tu puoi osservare i comandamenti; agire con fedeltà dipenderà
dalla tua propria decisione" (Sir 15,15).
Anche nella sua condizione decaduta, l'uomo conserva
la libertà di fare le sue proprie scelte, la libertà di agire o di non agire,
di fare questo o quest'altro. La libertà umana non è cosi piena e perfetta
come quella di Dio. La pressione delle circostanze può limitare parecchio la
libertà e la responsabilità di una persona. Tuttavia, finché una persona ha
la facoltà di vivere in una forma autenticamente umana, conserva un certo
ambito di questa libertà.
Creando l'uomo, Dio gli concesse ancora un'altra libertà,
quella che fu restituita a noi da Cristo. È la libertà di vivere nell'amicizia
di Dio, di compiere, con l'aiuto della grazia, le buone opere che il nostro
cuore desidera, e di soddisfare le aspirazioni radicate da Dio nei nostri cuori.
Nessun altro essere vivente fatto di materia, se si esclude l'uomo, ha una
conoscenza personale di Dio, né è immortale. È chiaro che l'uomo è mortale.
Gli uomini muoiono. Ma essi non muoiono completamente. "È stabilito che
gli uomini muoiano una sola volta, e poi viene il giudizio" (Eb 9,27). Ciò
che noi chiamiamo morte non è una cessazione completa dell'essere. È piuttosto
un passaggio ad un altro stato di vita. "Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita
non è tolta, ma trasformata". Chi ama Cristo al momento della morte non
trova la morte del tutto terribile. Morire per Cristo è "partire ed
essere con Cristo" (Fil 1,23).
Tuttavia, la morte è un grande nemico che gli uomini
naturalmente paventano e odiano. Nonostante che il suo principio spirituale
sopravviva alla morte e possa essere con il Signore, tuttavia non è cosa buona
per l'uomo abbandonare questa carne che è parte di se stesso. L'immortalità
dell'uomo non è solo quella dell'anima, ma anche quella del corpo nella vita
eterna, nella risurrezione, quando "la morte sarà stata assorbita nella
vittoria" (1Cor 15,54). Ogni uomo è simile a Dio in quanto è destinato a
vivere per sempre. Ecco perché qualsiasi persona deve essere trattata con
sommo rispetto, sia essa giovane o vecchia, sia essa utile o inutile, secondo
l'ottica delle possibilità terrene.
In molti scritti di pastorale e di spiritualità
cattolica è spesso usata l'espressione "salvare la propria anima" (cf
Mt 16,26). Nelle lettere di San Paolo la "carne" si oppone sovente
allo "spirito". Non dobbiamo vivere "alla maniera della
carne", ma secondo lo spirito (cf Rm 8,13).
Il termine "carne" è usato nella Sacra
Scrittura in significati diversi. A volte se ne parla come di un principio al
quale bisogna opporsi. In questo caso, come in tanti altri, si tratta di
qualcosa di più della realtà fisica dell'uomo. Si tratta dell'uomo così come
lo conosciamo, dell'uomo nella sua condizione di peccatore, non ancora
compiuta in lui l'opera della redenzione. In altri passi scritturistici,
"carne" equivale semplicemente a "uomo". Così, il Verbo
di Dio "si è fatto carne" (Gv 1,14), cioè è divenuto un uomo con un
corpo umano e un'anima umana.
"Salvare la propria anima" ha il
significato di salvare completamente se stesso, salvare tutto il proprio essere
per la vita eterna. Preoccuparsi della propria anima non significa affatto
curare qualche parte interiore di se stesso, ma piuttosto badare a tutto il
proprio essere alimentando l'amore di Iddio e del prossimo, e corrispondendo
alle grazie che rendono capaci di avere quell'amicizia con Dio, che fiorisce
nella vita eterna. Uno raggiunge la piena salvezza solo quando il corpo e
l'anima insieme sono uniti nella gioia della risurrezione, quando la famiglia di
Dio gioisce alla Sua presenza nella vita eterna.
L’uomo
ha da sempre verificato che, per poter sopravvivere e per poter crescere
elevandosi positivamente, deve risolvere i molti problemi che giorno dopo
giorno gli si presentano. E’ nato con l'uomo, come in ogni altra creatura,
l'istinto di conservazione. Questo istinto lo ha aiutato a risolvere prima di
tutto quei problemi direttamente collegati alla propria sopravvivenza. Spesso
vi è riuscito, ma proprio in questa sua impresa l'uomo ha capito di non essere
il più forte all'interno del mondo esistente; allora ha incominciato a porsi
diversi interrogativi riguardo al senso della vita. Ed ecco che hanno fatto la
loro comparsa i problemi dell'esistere: Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Che
senso ha la mia vita? Perché esiste la morte? Perché esistono il dolore, il
male, la malattia?
Nel corso dei secoli si sono evidenziate soprattutto tre possibilità di soluzione: la religione naturale; la religione rivelata dalla fede; l'ateismo. Si parla di religione o di religione naturale quando l'uomo, per cercare una risposta agli interrogativi fondamentali della vita, riconosce l'esistenza di Qualcosa-Qualcuno a lui superiore e pensa di incontrarlo nelle forze della natura. Si dice allora che l'uomo attribuisce poteri divini ad animali, vegetali, persone. Queste divinità però, essendo state inventate dagli uomini, non possono essere più grandi della loro scatola cranica. Essi, infatti, anche se l'uomo attribuisce loro poteri inesauribili e caratteristiche di immensa grandezza e anche l'immortalità, corrispondono sempre e solo alle aspettative dell'uomo. Egli da sempre osserva l'ambiente in cui vive. La natura gli parla e gli fa scoprire, al di là di ciò che vede e tocca, una dimensione diversa: la dimensione trascendente (che va al di là del mondo sensibile) e spirituale (che riguarda lo spirito, ciò che dà vita, senso alle realtà del mondo). Questa dimensione si esprime nelle esperienze religiose.
I1 primo uomo peccò, e i suoi discendenti l'hanno imitato, ma Dio rimane misericordioso. "Se noi manchiamo di fede, Egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso" (2Tm 2,13). La Chiesa si rallegra per questa fedeltà misericordiosa di Dio: "E quando, per la sua disobbedienza, l'uomo perse la tua amicizia, tu non l'hai abbandonato in potere della morte, ma nella tua misericordia a tutti sei venuto incontro, perché coloro che ti cercano ti possano trovare. Molte volte hai offerto agli uomini la tua alleanza, e per mezzo dei Profeti hai insegnato a sperare nella salvezza".
Nella Genesi, il racconto del primo peccato si conclude
con la profezia di una redenzione divina. Lì vediamo Dio che si rivolge al
tentatore e gli dice: "Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua
stirpe e la sua: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il
calcagno" (Gn 3,15). La fede della Chiesa ha visto in queste parole la
prima di tutte le profezie, secondo cui Cristo sarebbe venuto a salvarci. Gesù
è la "stirpe" o la "progenie" della donna, e "la
ragione per cui è apparso il Figlio di Dio fu per distruggere le opere del
diavolo" (1 Gv 3,8).
Lungo i secoli della storia della salvezza anteriori
a Cristo, Dio ha ripetutamente chiamato gli uomini al pentimento, ad una
rinnovata grandezza, e alla salvezza. Non ha mai dimenticato di essere stato Lui
che ha creato l'uomo, e ha fatto l'uomo non solo perché fosse la sua
creatura, ma anche perché partecipasse della Sua vita divina e della Sua
amicizia. Più e più volte si
parla del Suo amore per il Suo popolo eletto, paragonandolo all'amore
di un marito per la sua sposa, un amore che perdura anche se costei lo tradisce;
il Suo è un amore insondabile ed eterno, che alla fine la porterà alla fedeltà:
"Io la attirerò a me... parlerò al suo cuore... essa risponderà come nei
giorni della sua giovinezza... E ti fidanzerò a Me per sempre; ti fidanzerò
a Me nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell'amore" (Os
2, 16-17, 21).
Dio, intendendo e preparando nel suo grande amore la
salvezza del genere umano, si scelse con singolare disegno un popolo, al quale
affidare le sue promesse. Infatti dapprima concluse un'Alleanza con Abramo e poi
col popolo d'Israele per mezzo di Mosè. Con questa Alleanza, Dio si è
impegnato di assisterli e di salvarli; in cambio richiese che impegnassero se
stessi ad essergli fedeli.
Dopo averli liberati dalla schiavitù dell'Egitto,
Dio parlò loro per mezzo di Mosè: "Voi stessi avete visto... come ho
sollevato voi su ali di aquila e vi ho fatto venire fino a Me. Ora, se vorrete
ascoltare la mia voce e custodirete la mia Alleanza, voi sarete per me la
proprietà tra tutti i popoli (Es 19,4-5). E quando Mosè "riferì tutte
queste cose, come gli aveva ordinato il Signore, tutto il popolo rispose insieme
e disse: Tutto quanto il Signore ha detto noi lo faremo" (Es 19,7-8). E,
tuttavia, essi e i loro discendenti caddero ripetute volte nel peccato, e fecero
l'amara esperienza delle pene e dei castighi, conseguenze del peccato. Ma la
misericordia incessante di Dio diede loro possibilità di pentimento, e rinnovò
l'Alleanza, sempre di nuovo: con Giosuè, con Davide, al tempo di Esdra. Le
Alleanze di Dio con gli uomini sono un segno della libertà e della ricchezza
del Suo amore. Con esse il Signore di tutta la creazione liberamente lega se
stesso agli uomini. Egli entra in alleanza con coloro che liberamente decide
di favorire con speciali doni. Allo stesso tempo, tuttavia, il suo amore
permane universale: è rivolto a tutti. Anche a quelli che ha scelto in modo
particolare. Egli dichiara apertamente che sono stati scelti per essere coloro
per mezzo dei quali Egli vuol portare la salvezza a tutti. Così, Egli disse
ad Abramo: "Io ti benedirò... e per la tua discendenza saranno benedette
tutte le nazioni della terra" (Gn 22,17- 18).
Dio, per mezzo dei profeti da Lui inviati, ha insegnato
al suo popolo la maniera di vivere in attesa della sua misericordia redentrice.
"Israele, parlando Dio stesso per bocca dei profeti, comprese il suo piano
con sempre maggiore profondità e chiarezza". Questi profeti non erano
solo uomini sinceri ed entusiasti. Erano i rappresentanti di Dio. Dio li aveva
chiamati e poteva far sì che gli altri li riconoscessero come suoi profeti. Tuttavia
le parole dei Profeti non furono sempre bene accolte, perché essi
richiedevano la fede personale e la conversione interiore, e insistevano sulla
fedeltà a tutta la legge di Dio. I Profeti insegnarono agli uomini a sperare
nella salvezza che il Messia avrebbe portato. Difatti, il Vangelo, che Cristo
ingiunse agli apostoli di predicare, era stato prima promesso per mezzo dei
Profeti. Cosi, i profeti dei tempi antichi parlarono della grazia della
salvezza futura, la Buona Notizia di Cristo, che era già la salvezza per coloro
che aspettavano fedelmente il loro Salvatore.
La salvezza di questi ultimi è menzionata nel Nuovo
Testamento, nella Lettera agli Ebrei, dove è detto di quelli che furono
favoriti col dono della fede nel tempo dell'Antico Testamento: "Nella
fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma
avendoli solo veduti e salutati di lontano... Per questo Dio non disdegna di
essere chiamato loro Dio: ha preparato, infatti, per loro una città" (Eb
11, 13-16).
Fin dai primordi della Chiesa, il compimento delle
profezie dell'Antico Testamento ha guidato gli uomini verso la fede, o ha
confermato la loro credenza. Tale compimento non è solo la realizzazione,
nella vita di Cristo, di eventi particolari predetti dai Profeti.
È l'Antico Testamento nel suo insieme: sono tutte le
sue promesse e le sue attese che si vedono realizzate in Cristo. Il compimento
supera di molto le attese; non sarebbe possibile avere un quadro dettagliato
del mistero di Cristo soltanto dalle promesse dell'Antico Testamento. Ma se alla
luce della venuta di Cristo si getta uno sguardo retrospettivo sull'Antico
Testamento, ci si rende conto quanto sovrabbondantemente si siano realizzate
in Lui tutte le promesse e tutte le speranze.
Non si può negare che nella profezia ci sia una
certa oscurità, perché essa tratta di un mistero e si rivolge alla fede.
Inoltre, il linguaggio dei Profeti è sovente un linguaggio di simboli e di
immagini poetiche. Ma anche così, durante i secoli anteriori alla venuta di
Cristo, le promesse profetiche di questo evento confermavano il popolo nella
speranza, e, al tempo di questa venuta, diedero testimonianza a Cristo. La
Chiesa insegna che le profezie dell'Antico Testamento riguardanti Cristo, come
le profezie proprie di Gesù nei Vangeli, sono "segni certissimi della
divina rivelazione".
"Siate sobri, vigilate! Il vostro avversario, il
diavolo, come un leone ruggente va in giro, cercando qualcuno da divorare"
(1Pt 5,8). Fedele alla dottrina della Sacra Scrittura, la Chiesa insegna che
gli spiriti decaduti, come pure gli uomini decaduti, esistono realmente e si
comportano maliziosamente nel mondo. La Chiesa non insegna il terrore di
Satana. Essa raccomanda soltanto un santo timore di Dio, e il timore di compiere
il male deliberatamente. Infatti, l'influsso di Satana è subordinato in modo
decisivo alla potenza di Dio. Come il Concilio Vaticano II ha più volte
ripetuto, Cristo "ci ha liberati dal potere di Satana" (SC 6, cf GS
2,22; AG 3,9). Grazie all'opera redentrice di Cristo, il demonio può nuocere
soltanto a coloro che liberamente gli permettono di farlo. I Vangeli parlano
di possessioni diaboliche, mostrano Cristo in atto di espellere demoni e di
istruire i suoi apostoli a fare altrettanto. Più grave, però, del male
fisico che Satana potrebbe causare, è il male morale. La Sacra Scrittura
presenta Satana anche come una fonte di tentazione (Mt 4,1-11).
E' "il seduttore perfido e astuto, che si
insinua in noi attraverso i sensi, l'immaginazione, la concupiscenza, la logica
utopica, i contatti sociali disordinati nel dare e prendere la vita, per
introdurre deviazioni...". La stessa storia mondiale è sotto l'influsso
del demonio. "Tutta intera la storia umana è, infatti, pervasa da una
lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; la lotta, cominciata fin dall'origine
del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all'ultimo giorno (cf Mt
24,13). San Paolo dice: "la nostra battaglia non è contro creature fatte
di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, i dominatori di
questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle
regioni celesti" (Ef 6,12).
Chi percepisce le profondità insondabili e amare del
mistero del male difficilmente è portato ad un ottimismo superficiale, a
credere, cioè, che il male è soltanto un difetto accidentale del mondo in
evoluzione verso giorni migliori. Ci sono tracce di malizia così profonda da
lasciare perplessi. L'oscuro mistero di Satana è che vi sono nel mondo degli
esseri personali che agiscono, poco conosciuti a noi, pieni di malizia e sempre
pronti a compiere il male, irrevocabilmente allontanatisi da Dio e a Lui
ostili (cf Mt 25,41).
Che la storia umana sia segnata spesso da corsi tragici
ed irrazionali è dovuto in parte a tali influenze. Dio rimane il Signore di
ogni cosa. Qualunque potere ha il demonio trova i suoi limiti nei disegni
della Provvidenza. Alla fin fine, tutte le cose sono state fatte per concorrere
al bene di coloro che amano Dio. Satana e gli altri spiriti caduti sono essi
pure semplici creature. È Dio che li ha creati, benché non li ha fatti per
essere malvagi o sorgente di male. "Il Diavolo, infatti, e gli altri
demoni sono stati creati da Dio buoni per loro natura, ma essi da se stessi
divennero cattivi".
La struttura rimane. Dio ha fatto ogni cosa buona. Ha
proibito la malizia e l'egoismo, ma ha fatto anche le persone libere, e non
costringe nessuno a rimanergli fedele. Quelli che orgogliosamente resistono a
Dio si pervertono e portano il male nell'universo. Dio permette il male, non già
perché è impotente ad impedirlo, ma perché Egli, l'Onnipotente, ama la
libertà. Egli è capace di ricavare i maggiori beni da ogni sorta di mali,
come il maggior bene della fedeltà di fronte alle avversità, della pazienza,
della carità resa perfetta in prove amare.
"L'uomo, nato di donna, breve di giorni e sazio
di inquietudine, come un fiore spunta e avvizzisce, fugge come l'ombra e mai
si ferma. Tu, sopra un tale essere tieni aperti i tuoi occhi e lo chiami a
giudizio presso di te? Chi può trarre il puro dall'immondo? Nessuno. Se i suoi
giorni sono contati, se hai fissato un termine che non può oltrepassare,
distogli lo sguardo da lui e lascialo stare finché abbia compiuto, come un
salariato, la sua giornata! Poiché anche per l'albero c'è speranza: se viene
tagliato, ancora ributta e i suoi germogli non cessano di crescere; se sotto
terra invecchia la sua radice e al suolo muore il suo tronco, al sentore
dell'acqua rigermoglia e mette rami come nuova pianta. L'uomo invece, se muore,
giace inerte; quando il mortale spira, dov'è? Potranno sparire le acque del
mare e i fiumi prosciugarsi e disseccarsi, l'uomo che giace più non si alzerà,
finché durano i cieli non si sveglierà, né più si desterà dal suo
sonno" (Gb 14, 1-12).
"Che cosa è l'uomo perché te ne ricordi, il
figlio dell'uomo perché te ne curi?" (Sal 8,5). L'uomo è un gran mistero
per lui stesso. Spesso esalta se stesso come norma assoluta di tutte le cose,
oppure si abbassa fino al punto di disperare (GS 129. Con la sua arte e la sua
industria egli ha operato meraviglie che allietano l'immaginazione; nello
stesso tempo, però, la storia umana è anche un intreccio di peccati e di
dolori, un implacabile susseguirsi di marosi che corrodono il rispetto
dell'uomo verso se stesso. Grandezza e miseria, santità e colpa, speranze e
timori contrassegnano il mistero della sua realtà. Ma la fede cattolica proclama
che "tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito all'uomo come a
suo centro e a suo vertice" (GS 12). Ancor più, l'uomo è oggetto
dell'amore di Dio stesso. "L'hai fatto poco meno di un dio, e di gloria e
di onore lo hai coronato. Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani;
tutto hai posto sotto i suoi piedi" (Sal 8,6-7).
Nel primo capitolo della Genesi, là dove il primo
racconto della creazione del mondo raggiunge il suo vertice, Dio è
raffigurato nell'atto di creare l'uomo quale corona e gloria di tutto quello che
aveva fatto. "Allora Dio disse: Facciamo l'uomo a nostra immagine e
somiglianza e domini..." (Gn 1, 26). Gran parte della Sacra Scrittura
dalle prime pagine poetiche della Genesi, che annunciano tante verità
fondamentali riguardanti l'umanità, sino ai Vangeli, nei quali gli uomini
conoscono in Cristo molto più a fondo il segreto della loro natura, non è
che una delucidazione del significato dell'uomo. Poiché l'uomo è `l'immagine
di Dio', ciò che abbiamo detto di Dio ci aiuta a scoprire che cosa noi siamo;
quello che noi sappiamo dell'umanità, ammaestrati e aiutati dalla fede, ci
istruisce nei riguardi di Dio. Sia nel proprio essere individuale che nella
sua realtà sociale l'uomo riflette Dio che l'ha fatto.
In ogni uomo vivente si fondono intimamente la realtà
fisica e quella spirituale. Fatto "con polvere del suolo" (Gn 2,7),
degli stessi elementi di cui si compone la terra, l'uomo è il portavoce e il
sacerdote di tutta la realtà materiale. L'uomo sintetizza in sé, per la sua
stessa condizione corporale, gli elementi del mondo materiale, così che questi,
attraverso di lui, toccano il loro vertice e prendono voce per lodare in
libertà il Creatore. L'uomo è essenzialmente una creatura corporea, e non
gli è lecito disprezzare la sua vita corporale. Come il corpo di Cristo è
perfettamente santo per i cristiani. così pure vi è una sacralità nella
dimensione corporea di ogni vita umana.
L' uomo tuttavia è maggiormente immagine di Dio nelle
sue qualità specificamente umane. È il principio spirituale di ciascun uomo
che fa di lui la carne vivente che egli è. È questo principio spirituale, o
anima, che lo rende aperto alla comprensione e all'Amore infinito che l'ha
chiamato alla vita. L'uomo non è un composto di corpo e di spirito, quasi si
trattasse di due esseri distinti; non è soltanto un'anima che ha un corpo.
Anima e corpo formano una singola persona vivente. L' anima non è estranea al
corpo, al contrario, essa è il principio vitale che fa sì che il corpo sia la
carne umana, una carne che deve essere cara all'uomo ed è parte del suo
essere.
Nel Cristianesimo non c'è l'odio per la materia.
Esso è una religione d'incarnazione. L'anima dell'uomo non è materiale, ma è
creata per dare vita umana al corpo che costituisce con essa l'uomo vivente.
L'anima dell'uomo non preesiste al corpo. Dio crea immediatamente ogni anima
individuale al momento stesso in cui la persona umana comincia ad essere.
Nemmeno è destino dell'uomo di vivere per sempre semplicemente come un'anima,
allorché la morte dissolve il corpo. È vero, l'anima continua ad esistere
come realtà spirituale dopo la morte di una persona e Dio chiama a sé gli
uomini e sostiene in lui il loro essere e la loro gioia prima della risurrezione
finale (cf Fil 1,23). Ma la salvezza di un uomo non è la salvezza
dell'anima soltanto, ma quella di tutto l'uomo, ed essa sarà completa soltanto
nella risurrezione del corpo, e nella vita di uomini pienamente viventi, riuniti
insieme nella gioia del Signore.
Nella Costituzione Lumen gentium, il concilio Vaticano
Il ricorda con parole della Scrittura l'alto destino verso il quale siamo
incamminati: "Con verità siamo chiamati, e lo siamo, figli di Dio, ma
ancora non siamo apparsi con Cristo nella gloria (cf Col 3, 4), nella quale saremo
simili a Dio perché lo vedremo qual è. Oltre ad affermare questo destino
glorioso, il Concilio non manca di segnalare il grande rischio che corre l'uomo,
se usa male della libertà: "Siccome poi non conosciamo né il giorno né
l'ora bisogna, come ci avvisa il Signore, che vegliamo assiduamente affinché,
finito l'unico corso della nostra vita terrena, meritiamo con lui di entrare
al banchetto nuziale ed essere annoverati tra i beati" (cf Mt 25,31-46),
né ci si comandi, come ai servi cattivi e pigri, di andare al fuoco eterno
nelle tenebre esteriori dove "ci sarà pianto e stridore dei denti".
Prima di regnare con Cristo glorioso, noi tutti compariremo
"davanti al tribunale di Cristo, perché ciascuno ritrovi ciò che avrà
fatto quando era nel suo corpo sia in bene che in male", e alla fine del
mondo "ne usciranno, chi ha operato il bene a risurrezione di vita, e chi
ha operato il male a risurrezione di condanna" (Gv 5,29).
Tutti risusciteremo, come insegna il Signore nelle parole
riferite da san Giovanni: "chi ha operato il bene a risurrezione di vita;
chi ha operato il male, a risurrezione di condanna": alcuni per il cielo e
altri per l'inferno. La verità di fede dell'inferno, rivelata varie volte nel
Nuovo Testamento, dev'essere accettata alla luce di un'altra verità centrale
della nostra fede: il Signore ha manifestato il suo desiderio che "tutti
gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità".
Davanti alla realtà dell'inferno e al concetto che
l'uomo ha di Dio, spesso sorge la perplessità nel cuore dell'uomo. "Se
Dio desidera così" la salvezza dell'uomo, possiamo domandarci con
Giovanni Paolo II, "se Dio per questa causa dona suo Figlio..., può l'uomo
essere dannato, può essere respinto da Dio? Può Dio, il quale ha tanto amato
l'uomo, permettere che costui lo rifiuti così da dover essere condannato a
perenni tormenti? E, tuttavia, le parole di Cristo sono univoche. In Matteo
egli parla chiaramente di coloro che andranno al supplizio eterno". Come
si coniugano queste due verità? Come possiamo affermare la nostra fede in un
Dio che è Amore e che desidera salvare, e che è al tempo stesso Giustizia
definitiva e non ammette che restino impuniti i crimini degli uomini? Non sono
domande nuove: hanno turbato i pensatori nel corso della storia, da Origene,
nel III secolo, fino ai nostri giorni.
Domande alle quali si risponde facendo ricorso alla
Rivelazione e accettando l'esistenza del mistero: il mistero dell'Amore di
Dio e della sua Giustizia, e il mistero del peccato e dell'indurimento del
cuore dell'uomo.
Nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro
il Signore affronta un argomento che ha preoccupato nei secoli precedenti: come
mai a volte all'empio le cose vanno bene in questa vita e al giusto vanno male.
Nell'Antico Testamento viene progressivamente rivelata la soluzione al
problema: anzitutto viene affermato che qui in terra, alla fine, il Signore fa
giustizia. E la risposta che troviamo, per esempio, nel Salmo 36: "Sono
stato fanciullo e ora sono vecchio, non ho mai visto il giusto abbandonato,
né i suoi figli mendicare il pane... Ho visto l'empio trionfante... Sono
passato e più non c'era, l'ho cercato e più non si è trovato". Nel
libro di Giobbe, gli amici insistono sul fatto che le sofferenze di Giobbe
dipendono dai suoi peccati: soffri?, dunque hai peccato, per questo vieni
castigato. Nella seconda parte si fa un passo avanti: un altro personaggio,
Elifaz, parla del mistero della provvidenza divina: non possiamo chiedere
spiegazioni a Dio, che è troppo grande perché lo possiamo comprendere. E
Giobbe, da parte sua, manifesta la sua speranza nell'aldilà, dove si risolve
il problema della retribuzione. Nella parabola del ricco epulone, il Signore
usa l'espressione "seno di Abramo".
Nell'Antico Testamento era stata data una rivelazione
progressiva sulla sorte di coloro che muoiono: in principio si afferma
l'esistenza dello Sheol, dove riposano i morti, tanto i giusti quanto gli
ingiusti; i profeti stabiliscono come dei gradi nello Sheol: gli empi stanno
nella sua parte più profonda. Al tempo della predicazione di Cristo, gli
ebrei sapevano dai salmi che il giusto spera da Dio la liberazione dallo Sheol,
che non è più un dormitorio comune ma
significa
l'inferno in senso stretto.
Già dal libro della Sapienza la diversa sorte degli uni e degli altri nell'aldilà era stata posta in maniera sempre più chiara: il destino dell'empio è la morte la permanenza nello Sheol; i giusti hanno la vita eterna in comunione con Dio. Questi stanno nel seno di Abramo, che non è un luogo di tormento, ma di gioia. È importante anche l'affermazione di Daniele: anche l'empio risusciterà. Gli uni risusciteranno "alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l'infamia eterna".
Chi
ha conosciuto Dio, non deve più operare malvagiamente, ma compiere il bene.
Astieniti dal male e non farlo; non astenerti dal bene ma fallo. Poiché se ti
astieni dal fare il bene, commetti peccato grave; se invece ti astieni dal fare
il male, compi una grande giustizia. Astieniti pertanto da ogni malvagità
operando il bene. Ci dobbiamo astenere dall'adulterio e dalla fornicazione,
dal bere smodato, dalle malvagie delizie, dalle molte vivande, dallo sfoggio
di ricchezza; dalla millanteria e arroganza e superbia, dalla menzogna e maldicenza
e simulazione, dal rancore e da ogni bestemmia. Queste azioni sono di tutte le
più cattive nella vita degli uomini. Bisogna pertanto che il servo di Dio si
astenga da queste azioni; poiché chi non si astiene da queste non può vivere
per Dio. Molte cose vi sono, dalle quali bisogna che il servo di Dio si
astenga: furto, menzogna, falsa testimonianza, avarizia, mala passione, inganno,
vanagloria, ostentazione e quanto vi è di simile a queste cose. Ascolta
invece le cose dalle quali bisogna che tu non ti astenga, ma le faccia. Dal
bene non astenerti, ma fallo. Le azioni dei buoni, le quali bisogna che tu
compia, né te ne astenga, sono anzitutto la fede, il timore del Signore, la
carità, la concordia, le parole di giustizia, la verità, la pazienza; nulla
di più buono di queste cose vi è nella vita degli uomini. Se uno osserva
queste cose né si astiene da esse, beato diventa nella Sua vita.
Ascolta
poi quelle che a queste fanno corona: assistere le vedove, visitare gli orfani e
gli indigenti, essere ospitale, non contrastar nessuno, essere pacifico,
starsene al di sotto di tutti gli uomini, onorare i vecchi, praticare la
giustizia, conservare la fraternità, sopportare l'oltraggio, esser paziente,
non aver rancore, consolare i travagliati nell'animo, non disdegnare quelli
che hanno abbandonato la fede, ma rimetterli nella retta via e renderli
fiduciosi, ammonire i peccatori, non opprimere i debitori e i bisognosi
(Mand.8, 2-12). (da Il Pastore di
Erma - scritto circa 100 anni dopo la morte di Cristo)
Sono 23 i luoghi nei quali i Vangeli fanno
riferimento al fuoco dell'inferno, con espressioni che non attenuano la serietà
del castigo annunciato nell'Antico Testamento. Come insegna con evidenza la
parola del ricco epulone, il destino dei giusti e degli ingiusti, nella fase
escatologica, è differente: "Ecco lui "Lazzaro" è consolato e
tu "il ricco" sei in mezzo ai tormenti". La medesima verità
viene insegnata in molti altri passi, per esempio: "Così sarà alla fine
del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li
getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti".
Un'altra pagina che afferma la diversa sorte dei
giusti e degli ingiusti, è il cosiddetto discorso escatologico (capitoli 24 e
25 di san Matteo): "Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con
tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite
davanti a lui tutte le genti ed egli separerà gli uni dagli altri, come il
pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri
alla sua sinistra". Nel Nuovo Testamento, servendosi costantemente di termini
usati dall'Antico Testamento, il Signore e gli apostoli fanno riferimento alla
condizione di dannazione eterna con diverse espressioni, oltre a inferno:
Geenna, abisso, fornace ardente, tenebre esteriori, luogo di tormenti, morte
seconda, ecc. Giovanni Paolo II, in linea con la tradizione teologica e magisteriale,
ne offre una linea interpretativa: "Le immagini con le quali la Sacra
Scrittura ci presenta l'inferno devono essere interpretate correttamente.
Esprimono l'estrema frustrazione e vuoto di una vita senza Dio. L' inferno, più
che un luogo, indica la situazione a cui giunge colui che liberamente e definitivamente
si allontana da Dio, fonte di vita e di gioia".
Con dichiarazioni della Sacra Scrittura così
perentorie, la fede nell'esistenza dell'inferno nel corso della storia della
Chiesa è stata costante: i Padri apostolici riprendevano le formule del Nuovo
Testamento; e i primi simboli della fede affermavano l'esistenza della condanna,
come per esempio quello detto Quicumque o Simbolo atanasiano, nel quale si
afferma: "E quanti operarono il bene, andranno alla vita eterna; quanti,
invece, il male, nel fuoco eterno".
Nei primi secoli, solo alcuni gnostici negarono l'esistenza
dell'inferno, sostenendo invece che coloro che non si salvano, saranno
annientati. Ma questo "non stare con Cristo" il Signore non lo spiega
come annientamento, bensì come tormento e dolore eterno. Gli avventisti e i
testimoni di Geova, basandosi su un'esegesi assai poco fondata, difendono
oggi, come anticamente alcuni gnostici, l'annientamento totale di quanti non
fanno parte del numero degli eletti. Fra i successivi documenti magisteriali
sono da evidenziare le definizioni sull'esistenza dell'inferno date dal Concilio
Lateranense IV (anno 1215) (nel quale viene definita anche l'eternità delle
pene), dal Concilio di Lione (anno 1274) e da quello di Firenze (anno 1439) (in
cui viene dichiarato che la condanna inizia immediatamente dopo la morte).
Le più importanti affermazioni dogmatiche
sull'inferno sono raccolte nella Bolla Benedictus Deus di Benedetto XII (anno
1336), nella quale si legge: "Noi inoltre definiamo che, secondo la
generale disposizione di Dio, le anime di coloro che muoiono in peccato mortale
attuale, subito dopo la loro morte discendono all'inferno, dove sono tormentate
con supplizi infernali". Come osserva il cardinale Joseph Ratzinger, la
dottrina dell'inferno si scontra con la nostra idea di Dio e dell'uomo, ma è
fortemente radicata nell'insegnamento di Gesù. Tanto che non è possibile alcuna
incertezza: è un dogma di fede con una base molto solida nel Vangelo e negli
scritti apostolici, sia quanto all'esistenza dell'inferno che all'eternità
delle pene.
Dicono fra loro sragionando: "La nostra vita è
breve e triste; non c'è rimedio, quando l'uomo muore, e non si conosce nessuno
che liberi dagli inferi. Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo
stati. È un fumo il soffio nelle nostre narici, il pensiero è una scintilla
nel palpito del nostro cuore. Una volta spentasi, questa, il corpo diventerà
cenere e lo spirito si dissiperà come aria leggera. Il nostro nome sarà
dimenticato con il tempo e nessuno si ricorderà delle nostre opere. La nostra
vita passerà come le tracce di una nube, si disperderà come nebbia scacciata
dai raggi del sole e disciolta dal calore. La nostra esistenza è il passare
di un'ombra e non c'è ritorno alla nostra morte, poiché il sigillo è posto
e nessuno torna indietro. Su, godiamoci i beni presenti, facciamo uso delle
creature con ardore giovanile! Inebriamoci di vino squisito e di profumi, non
lasciamoci sfuggire il fiore della primavera, coroniamoci di boccioli di rose
prima che avvizziscano; nessuno di noi manchi alla nostra intemperanza.
Lasciamo dovunque i segni della nostra gioia perché questo ci spetta, questa
è la nostra parte" (Sap 2,1-9).
Monsignor De Ségur (1881) nel suo libro L'Enfer racconta
il seguente episodio che apprese direttamente da un parente della dama a cui il
fatto si riferisce: "In quel tempo, Natale del 1859, ella era ancora
viva. Si trovava a Londra nell'inverno dal 1847 al 1848, vedova sui 29 anni,
ricca e appassionata dei divertimenti. Fra le eleganti persone che
frequentavano il suo salotto, si faceva notare un giovane signore le cui
continue visite la compromettevano non poco. Una notte, la signora stava
leggendo a letto un romanzo. Udito suonare il tocco dell'orologio, spense le
candele e stava per addormentarsi, quando s'accorse che una luce strana,
pallida, sembrava avvicinarsi. Con stupore e sgomento vide aprirsi lentamente la
porta ed entrare nella camera quel giovane signore, il quale prima che ella potesse
pronunciare parola, le si avvicinò, le strinse il braccio sinistro al polso e
con accento disperato le disse: "Vi è l'inferno". Per lo spavento
e per il dolore di quella stretta, la signora svenne. Rinvenuta chiamò la cameriera.
Costei, entrando, sentì un forte odore di bruciato, e avvicinatasi alla padrona
che a stento poteva parlare, vide che aveva intorno al polso una scottatura
così profonda che le carni si erano quasi consumate. Osservò pure che dalla
porta del salone fino al letto e dal letto alla porta c'era sul tappeto impressa
l'orma di un passo d'uomo che aveva bruciato il panno da parte a parte. L'indomani,
l'infelice signora venne a sapere, con spavento, come quella notte, verso l'una,
quel giovane era caduto ubriaco fradicio e che i servi l'avevano raccolto e
portato nella sua camera dove improvvisamente morì". All'epoca in cui quel
vicino parente della signora narrava il tragico caso, la sventurata portava
ancora al polso sinistro una larga fascia in forma di braccialetto che non
toglieva mai.
1033.
"Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo.
Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il
nostro prossimo o contro noi stessi: "Chi non ama rimane nella morte.
Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida
possiede in se stesso la vita eterna" (1Gv 3,15). Nostro Signore ci avverte
che saremo separati da lui se non soccorriamo nei loro gravi bisogni i poveri e
i piccoli che sono suoi fratelli. Morire in peccato mortale senza essersene pentiti
e senza accogliere l'amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati
per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva
auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con
la parola "inferno".
1034.
Gesù parla ripetutamente della "Geenna", del "fuoco
inestinguibile", che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta
di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l'anima che il corpo.
Gesù annunzia con parole severe che egli "manderà i suoi angeli, i
quali raccoglieranno... tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella
fornace ardente" (Mt 13,4142), e che pronunzierà la condanna: "Via,
lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno!" (Mt
25,41).
1035.
La Chiesa nel suo insegnamento afferma l'esisenza dell'inferno e la sua
eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la
morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene
dell'inferno, "il fuoco eterno". La pena principale dell'inferno
consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l'uomo può avere
la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira.
1036.
Le affermazioni della Sacra Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa
riguardanti l'inferno sono un appello alla responsabilità con la quale l'uomo
deve usare la propria libertà in vista del proprio destino eterno.
Costituiscono nello stesso tempo un pressante appello alla conversione.
"Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via
che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto
stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla Vita, e quanto
pochi sono quelli che la trovano!" (Mt 7,13-14).
Siccome
non conosciamo né il giorno né l'ora, bisogna, come ci avvisa il Signore,
che vegliamo assiduamente, affinché, finito l'unico corso della nostra vita
terrena, meritiamo con lui di entrare al banchetto nuziale ed essere annoverati
tra i beati, né ci si comandi, come a servi cattivi e pigri, di andare al
fuoco eterno, nelle tenebre esteriori dove "ci sarà pianto e stridore di
denti".
1037.
Dio non predestina nessuno ad andare all'inferno; questo è la conseguenza di
una avversione volontaria a Dio (un peccato mortale), in cui si persiste sino
alla fine. Nella liturgia eucaristica e nelle preghiere quotidiane dei fedeli,
la Chiesa implora la misericordia di Dio, il quale non vuole "che alcuno
perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi" (2Pt 3,9): Accetta con
benevolenza, o Signore, l'offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta
la tua famiglia: disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione
eterna, e accoglici nel gregge degli eletti.