QUADERNO 19 di Maria Valtorta Edizioni CEV
MARTIRII
29 ‑ 2 ‑ 1944.
Vedo un buio stanzone. Lo dico stanzone tanto per
dire ambiente vasto e in muratura. Ma è un sotterraneo nel quale la luce entra
a malapena da due feritoie a livello del suolo che servono anche per l’areazione.
Molto insufficiente, d’altronde, rispetto alla quantità di gente che è
nell’ambiente e all’umidità dello stesso che trasuda dalle muraglie fatte
di blocchi quasi quadrati di pietra connessa con calcina, ma senza alcun
intonaco, e dal suolo di terreno battuto.
So che è il carcere Tullianum. Me lo dice il mio
indicatore. So anche, per la stessa fonte, che quella folla accatastata in così
poco spazio è data da cristiani imprigionati per la loro fede e in attesa
d’esser martirizzati. È tempo di persecuzione, e precisamente una delle prime
persecuzioni, perché sento parlare di Pietro e Paolo e so che questi sono stati
uccisi sotto Nerone.
Non può credere con che vivezza di particolari io
“veda” questo carcere e chi vi è accolto. Potrei di ogni singolo descrivere
età, fisionomia e vestito. Ma allora non la finirei più. Mi limito perciò a
dire le cose, i punti e i personaggi che più mi colpiscono.
Vi sono persone di tutte le età e condizione
sociale. Dai vecchi che sarebbe pietoso lasciar spegnere dalla morte, ai bambini
di pochi anni che sarebbe giusto lasciar liberi e giocondi ai loro giuochi
innocenti e che invece languono, poveri fiori che non vedranno mai più i fiori
della terra, nella penombra malsana di questa carcere.
Vi sono i ricchi dalle vesti curate ed i poveri
dalle povere vesti. E anche il linguaggio ha variazioni di pronuncia e di stile
a seconda che esce da labbra istruite di signori o da bocche di popolani. Si
sentono anche, mescolate al latino di Roma, parole e pronunce straniere di
greci, di iberi, di traci, ecc. ecc. Ma se diversi sono gli abiti e gli eloqui,
uguale è to spirito guidato da carità. Essi si amano senza distinzione di
razza e di censo. Si amano e cercano d’esser l’un l’altro di aiuto.
I più forti cedono i posti più asciutti e più
comodi ‑ se comodo si può chiamare qualche pietrone sparso qua e là a
far da sedile e guanciale ‑ ai più deboli. E riparano questi con le loro
vesti, rimanendo senza altra cosa che una tunica per la pudicizia, usando toghe
e mantelli a far da materasso e guanciale e da coperta ai malati che tremano di
febbre o ai feriti da già subìte torture. I più sani sovvengono i più malati
dando loro da bere con amore: un poco d’acqua mesciuta da un orcio in un
rustico recipiente, intridendo, nella stessa, strisce di tela strappate alle
loro vesti per fare da bende sulle membra slogate o lacerate e alle fronti arse
da febbre.
E cantano dentro per dentro 1. Un canto
soave che è certo un salmo o più salmi, perché si alternano. Non sento il bel
canto che accompagnò la sepoltura di Agnese2. Questi sono salmi. Li
riconosco.
Uno di essi incomincia così: “Amo, perché il
Signore ascolta la voce della mia preghiera” (S. 94)3.
Un altro dice: “O Dio, Dio mio, per Te veglio
dalla prima luce. Ha sete di Te l’anima mia e molto più la mia carne. In
una terra deserta, impraticabile
e senz’acqua...” (S. 62).
1 dentro per dentro è
espressione ricorrente nella scrittrice e significa
ogni tanto, di tanto in tanto
2 Nella visione del 20 gennaio, pag. 63.
3 Ma sembra il Salmo 116 A (volgata: 114), 1. Le
indicazioni dei Salmi, che nel testo poniamo tra parentesi, sono aggiunte a
matita dalla scrittrice.
Un bambino geme nella semi oscurità. Il canto
sospende.
“Chi piange?” si chiede.
“È Castulo” si risponde. “La febbre e la
bruciatura non gli dànno tregua. Ha sete e non può bere perché l’acqua
brucia sulle sue labbra arse dal fuoco”.
“Qui vi è una madre che non può più dare il
latte al suo piccino” dice una imponente matrona dall’aspetto signorile.
“Mi si porti Castulo. Il latte brucia meno dell’acqua”.
“Castulo a Plautina” si ordina.
Si avanza uno che dalla veste giudicherei o un
servo di famiglia cristiana, che condivide la sorte dei padroni, o un lavoratore
del popolo. È tarchiato, bruno, robusto, coi capelli quasi rasati e una corta
veste scura stretta alla vita da una cinghia. Porta con cura sulle braccia, come
su una barellina, un povero bambino di sì e no otto anni. Le sue vesti, per
quanto ormai sporche di terra e di macchie, sono ricche, di lana bianca e fina,
e ornate al collo, alle maniche e al fondo, da una ricca greca ricamata. Anche i
sandali sono ricchi e belli.
Plautina si siede su un sasso che un vecchio le
cede. Plautina pure è tutta vestita di lana bianca. Non ricordo il nome delle
vesti romane con esattezza, ma mi pare che questa lunga veste si chiami clamide
e il manto palla. Però non garantisco della mia memoria. So che questa di
Plautina è molto bella e ampia e l’avvolge con grazia facendo di lei una
bellissima statua viva.
Ella si siede sul masso addossato alla muraglia.
Vedo distintamente i pietroni che la sovrastano, sui quali ella spicca col suo
volto lievemente olivastro, dagli occhi grandi e neri e dalle trecce corvine, e
con la sua candida veste.
“Dàmmi, Restituto, e che Dio ti compensi” ella
dice al pietoso portatore del piccolo martire. E divarica un poco le ginocchia
per accogliere, come su un letto, il bambino.
Quando Restituto lo posa, vedo uno scempio che mi
fa raccapricciare. Il viso del povero bambino è tutto una bruciatura. Sarà
stato bello forse. Ora è mostruoso. Non più che pochi capelli sul dietro del
capo; davanti la cute è nuda e mangiata dal fuoco. Non più fronte né guance né
naso come noi li pensiamo, ma una tumefazione rosso‑viva, rósa dalla
vampa come da un acido. Al posto degli occhi, due piaghe da cui colano rare
lacrime che devono essere tormento alle sue carni bruciate. Al posto delle
labbra, un’altra piaga orrenda a vedersi. Si direbbe che lo hanno tenuto curvo
sulla fiamma col solo viso, perché l’arsione cessa sotto il mento.
Plautina si apre la tunica e, parlando con amore di
vera madre, spreme la sua tonda mammella piena di latte e ne fa stillare le
gocce fra le labbra del bambino, che non può sorridere, ma che le carezza la
mano per mostrarle il suo sollievo. E poi, dopo averlo dissetato, fa cadere
altro latte sul povero viso per medicarlo con questo balsamo, che è un sangue
di madre divenuto nutrimento e che è amore di una senza più figli per uno
senza più mamma.
Il bambino non geme più. Dissetato, calmato nel
suo spasimo, ninnato dalla matrona, si assopisce respirando affannosamente.
Plautina sembra una madre dei dolori per la posa e
per l’espressione. Guarda il poverino e certo vede in lui la sua creatura o le
sue creature, e delle lacrime rotolano sulle sue guance, e lei getta indietro il
capo per impedire che cadano sulle piaghe del piccolo.
Il canto riprende: “Ho aspettato ansiosamente il
Signore ed Egli a me si è rivolto ed ha ascoltato il mio grido”4.
“Il Signore è il mio Pastore, non mi mancherà
nulla. Egli mi ha posto in luogo di abbondanti pascoli, m’ha condotto ad acqua
ristoratrice” (S. 22).
“Fabio è spirato” dice una voce nel fondo del
sotterraneo. “Preghiamo”, e tutti dicono il Pater ed un’altra preghiera
che si inizia così: “Sia lode all’Altissimo che ha pietà dei suoi servi e
schiude il suo Regno all’indegnità nostra senza chiedere alla nostra
debolezza altro che pazienza e buona volontà. Sia lode al Cristo che ha patito
la tortura per coloro che la sua misericordia poteva conoscere troppo deboli per
subirla, e non ha loro richiesto che amore e fede. Sia lode allo Spirito che ha
dato i suoi fuochi per martirio ai non chiamati alla consumazione del martirio e
li fa santi della sua Santità. Così sia “ (Maran ata) (non so se scrivo
giusto).
“Fabio felice!” esclama un vegliardo. “Egli
già vede Cristo!”
Noi pure lo vedremo, Felice, e andremo a Lui con la
doppia corona della fede e del martirio. Saremo come rinati, senza ombra di
macchia, poiché i peccati della nostra passata vita saranno lavati nel sangue
nostro prima d’esser lavati nel Sangue dell’Agnello. Molto peccammo, noi che
fummo per lunghi anni pagani, ed è grande grazia che a noi venga il giubileo
del martirio a farci nuovi, degni del Regno”.
“Pace a voi, miei fratelli” tuona una voce che
mi par subito di avere già udito.
“Paolo! Paolo! Benedici!”
Molto movimento avviene fra la folla. Solo Plautina
resta immobile col suo pietoso peso sul grembo.
“Pace a voi” ripete l’apostolo. E si inoltra
sin nel centro dell’androne. “Eccomi a voi con Diomede e Valente per
portarvi la Vita”.
“E il Pontefice?” chiedono in molti.
“Egli vi manda il suo saluto e la sua
benedizione. È vivo, per ora, e in salvo nelle catacombe. Fanno buona guardia i
fossores. Egli verrebbe, ma Alessandro e Caio Giulio ci hanno avvisati che egli
è troppo conosciuto dai custodi. Non sempre sono 5 di guardia Rufo e
gli altri cristiani. Vengo io, meno noto e cittadino romano. Fratelli, che nuove
mi date?”
“Fabio è morto”.
“Castulo ha subìto il primo martirio”.
“Sista è stata condotta ora alla tortura”.
“Lino lo hanno trasportato con Urbano e i figli
di questo al Mamertino o al Circo, non sappiamo”.
4
Salmo
40 (volgata: 39), 2.
5 sono è
nostra correzione da
è
“Preghiamo per loro: vivi e morti. Che il Cristo
dia a tutti la sua Pace”.
E Paolo, con le braccia aperte a croce, prega
‑ basso, bruttino anziché no, ma un tipo che colpisce ‑ in mezzo al
sotterraneo 6. È vestito, come fosse un servo lui pure, di una veste
corta e scura, ed ha un piccolo mantelletto con cappuccio che per pregare si è
buttato indietro. Alle sue spalle sono i due che ha nominato, vestiti come lui,
ma molto più giovani.
Finita la preghiera, Paolo chiede: “Dove è
Castulo?”
“In grembo a Plautina, là in fondo”.
Paolo fende la folla e si accosta al gruppo. Si
curva a osserva. Benedice. Benedice il bambino e la matrona. Si direbbe che il
bambino si sia risvegliato ai gridi salutanti l’apostolo, perché alza una
manina cercando toccare Paolo, il quale gli prende allora la mano fra le sue e
parla: “Castulo, mi senti?”
“Sì” dice il piccino muovendo a fatica le
labbra.
“Sii forte, Castulo. Gesù è con te”.
“Oh! perché non me l’avete dato? Ora non posso
più!” E una lacrima scende a invelenire le piaghe.
“Non piangere, Castulo. Puoi inghiottire una
briciola sola? Sì? Ebbene, ti darò il Corpo del Signore. Poi andrò dalla tua
mamma a dirle che Castulo è un fiore del Cielo. Che devo dire alla tua
mamma?”
“Che io son felice. Che ho trovato una mamma. Che
mi dà il suo latte. Che gli occhi non fanno più male. (Non è bugia dirlo, non
è vero? per consolare la mamma?). E che io ‘vedo’ il Paradiso ed il posto mio e suo meglio che se avessi questi
occhi ancora vivi. Dille 7 che il fuoco non fa male quando gli angeli
sono con noi, e che non tema. Né per lei, né per me. Il Salvatore ci darà
forza”.
“Bravo Castulo! Dirò alla mamma le tue parole.
Dio aiuta sempre, o fratelli. E lo vedete. Questo è un bambino. Ha l’età in
cui non si sa sopportare il dolore di un piccolo male. E voi lo vedete e
l’udite. Egli è in pace. Egli è pronto a tutto subire, dopo aver già tanto
subito, pur di andare da Colui che egli ama e che lo ama perché è uno di
quelli che Egli amava: un fanciullo, ed è un eroe della Fede. Prendete coraggio
da questi piccoli, o fratelli. Torno dall’aver portato al cimitero Lucina,
figlia di Fausto e Cecilia. Non aveva che quattordici anni, e voi lo sapete se
era amata dai suoi e debole di salute. Eppure fu una gigante di fronte ai
tiranni. Voi lo sapete che io mi faccio passare, con questi, per fossor 8,
per potere raccogliere quanti più corpi posso e deporli in suolo santo. Vivo
perciò presso i tribunali e vedo, come vivo presso i circhi e osservo. E m’è
conforto pensare che io pure nella mia ora ‑ faccia Iddio sollecita
‑ sarò da Lui sorretto come i santi che ci hanno preceduto. Lucina fu
torturata con mille torture. Battuta, sospesa, stirata, attenagliata. E sempre
guariva per opera di Dio. E sempre resisteva a tutte le minacce. L’ultima delle
torture, avanti
il supplizio,
fu volta
al suo
spirito. Il
6
sotterraneo è nostra correzione da
sotterraneo
7
Dille
è nostra correzione da Digli
8
fossor
(singolare)
è nostra correzione da fossores (plurale)
tiranno, vedendola presa di amore per il Cristo, vergine che aveva legata se
stessa al Signore Iddio nostro, volle ferirla in questo suo amore. E la condannò
ad esser di un uomo. Ma uno, due, dieci che si accostarono e dieci che perirono,
percossi da folgore celeste. Allora, non potendo in nessun modo spezzare e
distruggere il suo giglio, il tiranno ordinò fosse legata e sospesa in modo da
rimanere come seduta e poi calata precipitosamente su un cuneo pontuto che le
squarciò le viscere. Credette così il barbaro di averle levato la verginità
tanto amata. Ma mai tanto, come sotto quel bagno di sangue, il suo giglio fiorì
più bello e dalle viscere squarciate si espanse per esser colto dall’angelo
di Dio. Ora ella è in pace. Coraggio, fratelli. Ieri l’avevo nutrita del Pane
celeste e col sapore di quel Pane ella andò all’ultimo martirio. Ora darò
anche a voi quel Pane perché domani è giorno di festa sovrumana per voi. Il
Circo vi attende. E non temete. Nelle fiere e nei serpenti voi vedrete aspetti
celesti poiché Dio compierà per voi questo miracolo, e le fauci e le spire vi
parranno abbracci d’amore, i ruggiti e i sibili voci celesti, e come Castulo
vedrete il Paradiso che già scende per accogliervi nella sua beatitudine”.
I cristiani, meno Plautina, sono tutti in ginocchio
e cantano: “Come il cervo anela al rivo così l’anima mia anela a Te.
L’anima mia ha sete di Dio. Del Dio forte e vivente. Quando potrò venire a
Te, Signore? Perché sei triste, anima mia? Spera in Dio e ti sarà dato di
lodarlo. Nel giorno Dio manda la sua grazia e nella notte ha il cantico di
ringraziamento. La preghiera a Dio è la mia vita. Dirò a Lui: ‘Tu sei la mia
difesa’ (S. 41). Venite, cantiamo giulivi al Signore; alziamo gridi di gioia
al Dio nostro Salvatore. Presentiamoci a Lui con gridi di giubilo. Perché il
Signore è il gran Dio. Venite, prostriamoci ed adoriamo Colui che ci ha creati.
Perché Egli è il Signore Dio nostro e noi il popolo da Lui nutrito, il gregge
da Lui guidato” (S. 94).
Mentre essi cantano sono entrati anche dei soldati
romani e dei carcerieri, i quali montano anche la guardia perché non entrino
persone nemiche.
Paolo si appresta al rito. “Tu sarai il nostro
altare” dice a Castulo. “Puoi tenere il calice sul tuo petto?”
“Sì”.
Viene steso un lino sul corpicino del bimbo e sul
lino sono appoggiati 9 il calice e il pane.
E assisto alla Messa dei martiri che viene
celebrata da Paolo e servita dai due preti che l’accompagnano. Però non è la
Messa come è ora 10. Mi pare che abbia parti che ora non ha e non
abbia parti che ora ha. Non ha epistola, per esempio, e dopo la benedizione:
“Vi benedica il Padre, il Figlio, lo Spirito
Santo” (dice
così)
9 sono
appoggiati è nostra correzione da appoggiato
10 Secondo il messale in vigore ai tempi della
scrittrice, poi riformato dal Concilio Vaticano II.
non ha altro11. Però dal Vangelo alla Consacrazione sono uguali
a ora. Il Vangelo letto è quello delle Beatitudini 12.
Vedo il lino palpitare sul petto di Castulo il
quale, per ordine di Paolo, tiene fra le dita la base del calice perché non
cada. Vedo anche che quando Paolo dice: “Questa consacrazione del Corpo...”
un fremito di sorriso scorre sul volto piagato del piccolino e poi la testolina
si abbatte subito con una pesantezza di morte che sempre cresce.
Plautina ha come un sussulto ma si domina. Paolo
procede come non notasse nulla. Ma quando, franta l’Ostia, sta per curvarsi
sul piccolo martire per comunicarlo per primo con un minuscolo frammento,
Plautina dice: “E’ morto”, e Paolo sosta un attimo, dando poi alla matrona
il frammento destinato al bambino, che è rimasto con le ditine serrate sul
piede del calice nell’ultima contrazione, e glie le devono sciogliere per
poter prendere il calice e darlo agli altri.
Poi, distribuita la Comunione, la Messa ha termine.
Paolo si spoglia delle vesti e ripone queste e il lino e il calice e la teca
delle ostie in una sacca che porta sotto il mantello. Poi dice: “Pace al
martire di Cristo. Pace a Castulo santo”.
E tutti rispondono: “Pace!”
“Ora lo porterò altrove. Datemi un manto, ché
ve lo avvolga. Lo porterò senza attendere la sera. Questa sera verremo per
Fabio. Ma questo... lo porterò come un bambino addormentato. Addormentato nel
Signore”.
Uno dei soldati dà il suo mantello rosso; e vi
depongono il piccolo martire e ve lo avvolgono, e Paolo se lo prende in braccio
(a sinistra) come fosse un padre che
trasporta altrove il figlioletto dormiente, col capo curvo sulla spalla paterna.
“Fratelli, la pace sia con voi, e ricordatevi di
me quando sarete nel Regno”. Ed esce benedicendo.
Dice Gesù:
«Non è Vangelo, ma voglio che sia considerato uno
dei “vangeli della fede” 13 per voi che temete.
Anche delle persecuzioni temete. Non avete più la
tempra antica. È vero. Ma Io sono sempre Io, figli. Non dovete pensare che Io
non possa darvi un cuore intrepido nell’ora della prova. Senza il mio aiuto
nessuno, anche allora, avrebbe potuto rimanere fermo davanti a tanto supplizio.
Eppure vecchi e bambini, giovinette e madri, coniugi e genitori, seppero morire,
incuorando a morire, come andassero a festa. E festa era. Eterna festa!
11 L’intero ultimo periodo è aggiunto dopo dalla
scrittrice, che ha inserito Non ha
epistola, per esempio su una parte di rigo rimasta in bianco, ed ha messo
tutto il resto in calce alla pagina richiamando con una crocetta.
12
Matteo
5, 1‑12; Luca 6, 20‑23.
13
Vedi
il brano del 28 febbraio, pag. 152.
Morivano, e il loro morire era breccia nella diga
del paganesimo. Come acqua che scava e scava e scava e rompe lentamente ma
inesorabilmente le più forti opere dell’uomo, il loro sangue, sgorgando da
migliaia di ferite, ha sgretolato la muraglia pagana e come tanti rivoli si è
sparso nelle milizie di Cesare, nella reggia di Cesare, nei circhi e nelle
terme, fra i gladiatori e i bestiari, fra gli addetti ai pubblici bagni, fra i
colti e i popolani, dovunque, incessabile e invincibile.
Il suolo di Roma è imbibito di questo sangue e la
città sorge, potrei dire che è cementata col sangue e la polvere dei miei
martiri. Le poche centinaia di martiri che voi conoscete sono un nulla rispetto
ai mille e mille ancora sepolti nelle viscere di Roma e agli altri mille e mille
che bruciati sui pali nei circhi divennero cenere sparsa dal vento, o sbranati e
inghiottiti da fiere e da rettili divennero escremento che fu spazzato e gettato
come concime.
Ma se voi non li conoscete, questi miei eroici
sconosciuti, Io li conosco tutti, e il loro annichilimento totale, sin dello
scheletro, è stato quello che ha fecondato più di qualunque concime il suolo
selvaggio del mondo pagano e lo ha fatto divenire capace di portare il Grano
celeste.
Ora questo suolo del mondo cristiano sta ritornando
pagano e germina tossico e non pane. È perciò che voi temete. Troppo vi siete
staccati da Dio per avere in voi la fortezza antica.
Le virtù teologali sono morenti là dove già non
sono morte. E quelle cardinali neppure le ricordate. Non avendo la carità, è
logico non possiate amare Dio sino all’eroismo. Non amandolo, non sperate in
Lui, non avete in Lui fede. Non avendo fede, speranza e carità, non siete
forti, prudenti, giusti. Non essendo forti, non siete temperanti. E non essendo
temperanti, amate la carne più dell’anima e tremate per la vostra carne.
Ma Io so ancora fare il miracolo. Credete pure che
in ogni persecuzione i martiri sanno esser tali per aiuto mio. I martiri: ossia
coloro che mi amano ancora. Io, poi, porto il loro amore alla perfezione e ne
faccio degli atleti della fede. Io soccorro chi spera e crede in Me. Sempre. In
qualunque evenienza.
Il piccolo martire che resta con le manine strette
al calice, anche oltre la morte, vi insegna dove è la forza. Nell’Eucarestia.
Quando uno si nutre di Me, secondo il detto di Paolo 14, non vive più
per sé ma vive in lui Gesù. E Gesù ha saputo sopportare tutti i tormenti,
senza flettere. Perciò chi vive di Me sarà come Me. Forte.
Abbiate fede.»
14
Galati
2, 20.
1° marzo 1944.
Mi dice Gesù, verso le 17:
«Non era mia intenzione darti questa visione
questa sera. Avevo intenzione di farti vivere un altro episodio dei “vangeli
della fede”1. Ma è stato espresso un desiderio da chi merita
d’esser accontentato. E Io accontento. Nonostante i tuoi dolori, vedi, osserva
e descrivi. I tuoi dolori li dài a Me e la descrizione ai fratelli.»
E nonostante i miei dolori, tanto forti ‑ per cui
mi pare di avere il capo stretto in una morsa che parte dalla nuca e si
congiunge sulla fronte e scende verso la spina dorsale, un male terribile per
cui ho pensato mi stesse per scoppiare una meningite e poi mi sono svenuta
‑ scrivo. È tanto forte anche ora. Ma Gesù permette che riesca a
scrivere per ubbidire. Dopo... dopo sarà quel che sarà.
Le assicuro, intanto, che passo di sorpresa in
sorpresa; perché per prima cosa mi trovo di fronte a degli africani, arabi per
lo meno, mentre ho sempre creduto che questi santi fossero europei. Ché non
avevo la minima nozione della loro condizione sociale e fisica e del loro
martirio. Di Agnese 2 sapevo vita e morte. Ma di questi! È come se
leggessi un racconto sconosciuto.
Per prima illustrazione, avanti di svenirmi, ho
visto un anfiteatro su per giù come il Colosseo (ma non rovinato), vuoto per
allora di popolo. Solo una bellissima e giovane mora è ritta là in mezzo e
sollevata dal suolo, raggiante per una luce beatifica che si sprigiona dal suo
corpo bruno e dalla scura veste che lo copre. Sembra l’angelo del luogo. Mi
guarda e sorride. Poi mi svengo e non vedo più nulla.
Ora la visione si completa. Sono in un fabbricato
che, per la mancanza di ogni e qualsiasi comodità e per la sua arcigna
apparenza, mi si rivela come una fortezza adibita a carcere. Non è il
sotterraneo del Tullianum visto ieri 3. Qui sono stanzette e corridoi
sopraelevati. Ma così scarsi di spazio e di luce e così muniti di sbarre e di
porte ferrate e piene di chiavistelli, che quel “che” di migliore che hanno
in posizione viene annullato dal loro rigore che annulla la benché più piccola
idea di libertà.
In una di queste tane è seduta su un tavolaccio,
che fa da letto, sedile e tavola, la giovane mora che ho visto
nell’anfiteatro. Ora non emana luce. Ma unicamente tanta pace. Ha in grembo un
piccino di pochi mesi al quale dà il latte. Lo ninna, lo vezzeggia con atto di
amore. Il bambino scherza con la giovane madre e strofina la sua faccetta molto
olivastra contro la bruna mammella materna, e vi si attacca e stacca con avidità
e con subite risatine piene di latte.
La giovane è molto bella. Un viso regolare
piuttosto tondo, con bellissimi occhi grandi e di un nero vellutato, bocca
tumida e piccina piena di denti candidissimi e regolari, capelli neri e
piuttosto crespi ma tenuti a posto da strette trecce che le si avvolgono intorno
al capo. Ha il colorito di un bruno olivastro
non
1
Vedi
il brano del 28 febbraio, pag. 152.
2
Nelle
visioni del 13 e del 20 gennaio, pag. 42 e 60.
3
29
febbraio, pag. 152.
eccessivo. Anche fra noi italiani, e specie del meridione d’Italia, si
vede quel colore, appena un poco più chiaro di questo. Quando si alza per
addormentare il piccino andando su e giù per la cella, vedo che è alta e
formosa con grazia. Non eccessivamente formosa, ma già ben modellata nelle sue
forme. Sembra una regina per il portamento dignitoso. È vestita di una veste
semplice e scura, quasi quanto la sua pelle, che le ricade in pieghe morbide
lungo il bel corpo.
Entra un vecchio, moro lui pure. Il carceriere lo
fa entrare aprendo la pesante porta. E poi si ritira. La giovane si volge e
sorride. Il vecchio la guarda e piange. Per qualche minuto restano così.
Poi la pena del vecchio prorompe. Con affanno
supplica la figlia di aver pietà del suo soffrire: “Non è per questo” le
dice “che ti ho generato. Fra tutti i figli ti ho amata, gioia e luce della
mia casa. Ed ora tu ti vuoi perdere e perdere il povero padre tuo che sente
morirsi il cuore per il dolore che gli dài. Figlia, sono mesi che ti prego. Hai
voluto resistere ed hai conosciuto il carcere, tu nata fra gli agi. Curvando la
mia schiena davanti ai potenti t’avevo ottenuto di esser ancora nella tua casa
per quanto come prigioniera. Avevo promesso al giudice che ti avrei piegata con
la mia autorità paterna. Ora egli mi schernisce perché vede che di essa tu non
ti sei curata. Non è questo quel che dovrebbe insegnarti la dottrina che dici
perfetta. Quale Dio è dunque quello che segui, che ti inculca di non rispettare
chi ti ha generato, di non amarlo, perché se mi amassi non mi daresti tanto
dolore? La tua ostinazione, che neppure la pietà per quell’innocente ha
vinto, ti ha valso di esser strappata alla casa e chiusa in questa prigione. Ma
ora non più di prigione si parla, ma di morte. E atroce. Perché? Per chi? Per
chi vuoi morire? Ha bisogno del tuo, del nostro sacrificio ‑ il mio e
quello della tua creatura che non avrà più madre ‑ il tuo Dio? Il suo
trionfo ha bisogno del tuo sangue e del mio pianto per compiersi? Ma come? La
belva ama i suoi nati e tanto più li ama quanto più li ha tenuti al seno.
Anche in questo speravo e per questo ti avevo ottenuto di poter nutrire il tuo
bambino. Ma tu non muti. E dopo averlo nutrito, scaldato, fatto di te guanciale
al suo sonno, ora lo respingi, lo abbandoni senza rimpianto. Non ti prego per
me. Ma in nome di lui. Non hai il diritto di farne un orfano. Non ha diritto il
tuo Dio di fare questo. Come posso crederlo buono più dei nostri se vuole
questi sacrifici crudeli? Tu me lo fai disamare, maledire sempre più. Ma no, ma
no! Che dico? Oh! Perpetua, perdona! Perdona al tuo vecchio padre che il dolore
dissenna. Vuoi che lo ami il tuo Dio? Lo amerò più di me stesso, ma resta fra
noi. Di’ al giudice che ti pieghi. Poi amerai chi vuoi degli dèi della terra.
Poi farai del padre tuo ciò che vuoi. Non ti chiamo più figlia, non son più
tuo padre. Ma il tuo servo, il tuo schiavo, e tu la mia signora. Domina, ordina
ed io ti ubbidirò. Ma pietà, pietà. Salvati mentre ancora lo puoi. Non è più
tempo di attendere. La tua compagna ha dato alla luce la sua creatura, lo sai, e
nulla più arresta la sentenza. Ti verrà strappato il figlio; non lo vedrai più.
Forse domani, forse oggi stesso. Pietà, figlia! Pietà di me e di lui che non
sa parlare ancora, ma lo vedi come ti guarda e sorride! Come invoca il tuo
amore! Oh! Signora, mia signora, luce e regina del cuor mio, luce e gioia del
tuo nato, pietà, pietà!”
Il vecchio è ginocchioni e bacia l’orlo della
veste della figlia e le abbraccia i ginocchi e cerca prenderle la mano che ella
si posa sul cuore per reprimerne lo strazio umano. Ma nulla la piega.
“È per l’amore che ho per te e per lui che
rimango fedele al mio Signore” ella risponde. “Nessuna gloria della terra
darà al tuo capo bianco e a questo innocente tanto decoro quanto ve ne darà il
mio morire. Voi giungerete alla Fede. E che direste allora di me se avessi per
viltà di un momento rinunciato alla Fede? Il mio Dio non ha bisogno del mio
sangue e del tuo pianto per trionfare. Ma tu ne hai bisogno per giungere alla
Vita. E questo innocente per rimanervi. Per la vita che mi desti e per la gioia
che egli mi ha dato, io vi ottengo la Vita che è vera, eterna, beata. No, il
mio Dio non insegna il disamore per i padri e per i figli. Ma il vero amore. Ora
il dolore ti fa delirare, padre. Ma poi la luce si farà in te e mi benedirai.
Io te la porterò dal cielo. E questo innocente non è che io l’ami meno, ora
che mi sono fatta svuotare dal sangue per nutrirlo. Se la ferocia pagana non
fosse contro noi cristiani, gli sarei stata madre amantissima ed egli sarebbe
stato lo scopo della mia vita. Ma più della carne nata da me è grande Iddio, e
l’amore che gli va dato infinitamente più grande. Non posso neppure in nome
della maternità posporre il suo amore a quello di una creatura. No. Non sei lo
schiavo della figlia tua. Io ti son sempre figlia e in tutto ubbidiente fuorché
in questo: di rinunciare al vero Dio per te. Lascia che il volere degli uomini
si compia. E se mi ami, seguimi nella Fede. Là troverai la figlia tua, e per
sempre, perché la vera Fede dà il Paradiso, ed a me il mio Pastore santo ha già
dato il benvenuto nel suo Regno”.
E qui la visione ha un mutamento, perché vedo
entrare nella cella altri personaggi: tre uomini ed una giovanissima donna. Si
baciano e si abbracciano a vicenda. Entrano anche i carcerieri per levare il
figlio a Perpetua. Ella vacilla come colpita da un colpo. Ma si riprende.
La compagna la conforta: “Io pure, ho già
perduto la mia creatura. Ma essa non è perduta. Dio fu meco buono. Mi ha
concesso di generarla per Lui e il suo battesimo si ingemma del mio sangue. Era
una bambina... e bella come un fiore. Anche il tuo è bello, Perpetua. Ma per
farli vivere in Cristo questi fiori hanno bisogno del nostro sangue. Duplice
vita daremo loro così”.
Perpetua prende il piccino, che aveva posato sul
giaciglio 4 e che dorme sazio e contento, e lo dà al padre dopo
averlo baciato lievemente per non destarlo. Lo benedice anche e gli traccia una
croce sulla fronte ed una sulle manine, sui piedini, sul petto, intridendo le
dita nel pianto che le cola dagli occhi. Fa tutto così dolcemente che il
bambino sorride nel sonno come sotto una carezza.
Poi i condannati escono e vengono, in mezzo a
soldati, portati in una oscura cavea dell’anfiteatro in attesa del martirio.
Passano le ore pregando e cantando inni sacri, esortandosi a vicenda
all’eroismo.
4
giaciglio è
nostra correzione da
giacilio
Ora mi pare di essere io pure nell’anfiteatro che
ho già visto. È pieno di folla per la maggior parte di pelle abbronzata. Però
vi sono anche molti romani. La folla rumoreggia sulle gradinate e si agita. La
luce è intensa nonostante il velario steso dalla parte del sole.
Vengono fatti entrare nell’arena, dove mi pare
siano stati già eseguiti dei giuochi crudeli perché è macchiata di sangue, i
sei martiri in fila. La folla fischia e impreca. Essi, Perpetua in testa,
entrano cantando. Si fermano in mezzo all’arena e uno dei sei si volge alla
folla.
“Fareste
meglio a mostrare il vostro coraggio seguendoci nella Fede e non insultando
degli inermi che vi ripagano del vostro odio pregando per voi e amandovi. Le
verghe con cui ci avete fustigato, il carcere, le torture, l’aver strappato a
due madri i figli ‑ voi bugiardi che dite d’esser civili e attendete che
una donna partorisca per poi ucciderla e nel corpo e nel cuore separandola dalla
sua creatura, voi crudeli che mentite per uccidere perché sapete che nessuno di
noi vi nuoce, e men che mai delle madri che altro pensiero non hanno che la loro
creatura ‑ non ci mutano il cuore. Né per quanto è amore di Dio né per
quanto è amore di prossimo. E tre, e sette, e cento volte daremmo la vita per
il nostro Dio e per voi. Perché voi giungiate ad amarlo, e per voi preghiamo
mentre già il Cielo su noi si apre: Padre nostro che sei nei cieli...”. In
ginocchio i sei santi martiri pregano.
Si apre un basso portone e irrompono le fiere che,
per quanto sembrano bolidi tanto sono veloci nella corsa, mi paiono tori o
bufali selvaggi. Come una catapulta ornata di corna pontute, investono il gruppo
inerme. Lo alzano sulle corna, lo sbattono per aria come fossero tanti cenci, lo
riabbattono al suolo, lo calpestano. Tornano a fuggire come pazzi di luce e di
rumore e tornano a investire.
Perpetua, presa come un fuscello dalle corna di un
toro, viene scaraventata molti metri più là. Ma per quanto ferita, si rialza e
sua prima cura è di ricomporsi le vesti strappate sul seno. Tenendosele con la
destra, si trascina verso Felicita caduta supina e mezza sventrata, e la copre e
sorregge facendo di sé appoggio alla ferita. Le bestie tornano a ferire finché
i cinque 5 malvivi sono stesi al suolo. Allora i bestiari le fanno
rientrare e i gladiatori compiono l’opera.
Ma, fosse pietà o inesperienza, quello di Perpetua
non sa uccidere. La ferisce, ma non prende il punto giusto. “Fratello, qua,
che io ti aiuti” dice ella con un filo di voce e un dolcissimo sorriso. E,
appoggiata la punta della spada contro la carotide destra, dice: “Gesù, a Te
mi raccomando! Spingi, fratello. Io ti benedico” e sposta il capo verso la
spada per aiutare l’inesperto e turbato gladiatore.
5 Anche più sopra aveva scritto cinque, ma
poi correggendo in sei
Dice Gesù:
«Questo è il martirio della mia martire Perpetua,
della sua compagna Felicita e dei suoi compagni. Rea di esser cristiana.
Catecumena ancora. Ma come intrepida nel suo amore per Me! Al martirio della
carne ella ha unito quello del cuore, e con lei Felicita. Se sapevano amare i
loro carnefici, come avranno saputo amare i figli loro?
Erano giovani e felici nell’amore dello sposo e
dei genitori. Nell’amore della loro creatura. Ma Dio va amato sopra ogni cosa.
Ed esse lo amano così. Si strappano le loro viscere separandosi dal loro
piccino, ma la Fede non muore. Esse credono nell’altra vita. Fermamente. Sanno
che essa è di chi fu fedele e visse secondo la Legge di Dio.
Legge nella legge è l’amore. Per il Signore
Iddio, per il prossimo loro. Quale amore più grande di dare la vita per coloro
che si ama, così come l’ha data il Salvatore per l’umanità che Egli amava?
Esse dànno la vita per amarmi e per portare altri ad amarmi e possedere perciò
l’eterna Vita. Esse vogliono che i figli e i genitori, gli sposi, i fratelli e
tutti coloro che esse amano di amore di sangue o di amore di spirito ‑ i
carnefici fra questi poiché Io ho detto: “Amate coloro che vi perseguitano”
6 ‑ abbiano la Vita del mio Regno. E, per guidarli a questo mio
Regno, tracciano col loro sangue un segno che va dalla Terra al Cielo, che
splende, che chiama.
Soffrire? Morire? Cosa è? È l’attimo che fugge.
Mentre la vita eterna resta. Nulla è quell’attimo di dolore rispetto al
futuro di gioia che le attende. Le fiere? Le spade? Che sono? Benedette siano
esse che dànno la Vita.
Unica preoccupazione ‑ poiché chi è santo
lo è in tutto - di conservare la pudicizia. In quel momento, non della ferita
ma delle vesti scomposte hanno cura. Poiché, se vergini non sono, sono sempre
delle pudiche. Il vero
cristianesimo dà sempre verginità di spirito. La mantiene, questa bella
purezza, anche là dove il matrimonio e la prole han levato quel sigillo che fa
dei vergini degli angeli.
Il
corpo umano lavato dal Battesimo è tempio dello Spirito di Dio. Non va dunque
violato con invereconde mode e inverecondi costumi. Dalla donna, specie dalla
donna che non rispetta se stessa, non può che venire una prole viziosa e una
società corrotta, dalla quale Dio si ritira e nella quale Satana ara e semina i
suoi triboli che vi fanno disperare.»
6
Matteo
5, 43‑44; Luca 6, 27.
2 ‑ 3 ‑ 44.
Dice Gesù:
«I miei martiri hanno posseduto la Sapienza. E con
essi i miei confessori. E la possiedono tutti quelli che veramente mi amano e
fanno di questo amore lo scopo della loro vita.
Agli occhi del mondo ciò non appare. Anzi,
l’esser giusti sembra debolezza, sembra una cosa superata. Quasi che per
volgere di secoli fossero avvenuti mutamenti nei rapporti fra Dio e fedeli.
No. Se Io ho attenuato il rigore della legge
mosaica e vi ho dato delle risorse di incalcolabile potenza per aiutarvi a
praticare la Legge e giungere alla Perfezione, non è però mutato il dovere di
rispetto e di ubbidienza che avete per il Signore Dio vostro. Se Egli si è
fatto Buono al punto di dare Se stesso per farvi buoni, voi dovete ancor più
esserlo e non dire: “Ci pensi Lui a salvarci. Noi godiamo”. Ciò non è
sapienza: è stoltezza e bestemmia. Ciò è sapienza del mondo, ossia
riprovevole, non Sapienza divina.
I miei martiri furono divinamente sapienti. Non
hanno, come l’empio, detto a se stessi: “Godiamo l’oggi perché esso non
torna e con la morte ogni gioia finisce. E per godere facciamo della prepotenza
un diritto, ed estorcendo dai deboli e dai buoni ciò che non è lecito
estorcere traiamo da queste estorsioni di che empire la borsa per empire poi il
ventre e saziare concupiscenza di carne e di mente”. Non hanno, come
l’empio, detto a se stessi: “Esser giusti è un sacrificio ed è fatica
esserlo. Come è rimprovero vedere il giusto. E perciò leviamolo di mezzo perché
la sua giustizia ci ricorda Dio e ci rimprovera del nostro vivere da bestie”.
I miei martiri hanno invece capovolto la teoria del
mondo ed hanno voluto unicamente seguire quella di Dio. Il mondo li ha perciò
messi alla prova, li ha oltraggiati, tormentati, uccisi, sperando di turbare la
loro virtù. E nella sua stoltezza non sapeva che ogni colpo dato per sgretolare
la loro anima era simile a maglio che faceva penetrare loro in Me ed Io in loro
con un amore di fusione perfetto, tanto che nelle carceri o nei circhi essi
erano già in Cielo e vedevano Me così come, dopo l’attimo di dolore e di
morte, mi avrebbero visto per la beata eternità.
Non morti, non distrutti, non torturati, non
disperati. Come non è morte il travaglio del parto, non è distruzione, non è
tortura, non è disperazione, ma è vita che genera vita, ma è raddoppiamento
1 di carne che era una e diviene due, ma è soddisfazione, ma è speranza
di esser madre e di avere dalla maternità gioie ineffabili per tutta la vita,
così quel dolore era per loro speranza, sicurezza, vita che li faceva beati.
Il mondo non li poteva capire questi santi folli la
cui follia era amare Dio con tutta la perfezione possibile alla creatura,
facendo di sé delle volontarie sterili poiché uniche nozze erano quelle con Me
Divino, facendo di
sé eunuchi
che per
1 raddoppiamento
è nostra correzione da raddopiamento
uno 2 spirituale amore amputavano in sé la sensualità umana e
vivevano casti come angeli. Non poteva capire questi pazzi sublimi che, consci
delle dolcezze del talamo e della prole, sapevano rinunciare a questa e a quello
e volare ai tormenti, dopo essersi volontariamente lacerato il cuore nel
lasciare i figli e i consorti, per amore di Me loro amore.
Ma il mondo è stato salvato da loro. Se siete
divenuti le belve che siete, dopo tanto esempio e tanto lavacro di sangue
purificatore, che sareste divenuti, e da quando 3, senza la
generazione santa e benedetta dei martiri miei? Essi vi hanno trattenuto da
precipitare in Satana molto prima del momento che le vostre libidini
fomentavano. Essi vi invitano tuttora a fermarvi e a rimettervi sulla via che
sale, lasciando il sentiero che precipita. Essi vi dicono parole di salute. Ve
le dicono con le loro ferite, con le loro
parole ai tiranni, con le loro carità, con la cura del loro pudore, con la loro pazienza, purezza, fede,
costanza. Essi vi dicono che una sola è la scienza necessaria. Quella
che sgorga dalla Sapienza eterna.
Saggi ancor più di Salomone, essi preferirono
questa Sapienza a tutti i troni e le ricchezze della terra. E per ottenerla e
conservarla sfidarono persecuzioni e tormenti, abbracciarono la morte per non
perderla. L’amarono più della salute e della bellezza, e vollero averla per
loro luce, perché il suo splendore viene direttamente da Dio e possederla vuol
dire anticipare all’anima, la Luce beatifica dell’eterno giorno. Con
rettezza di cuore la impararono e con carità la
comunicarono anche ai loro nemici. Non ebbero paura di rimanerne privi,
perché ne facevano parte alle folle che ne erano prive, poiché Essa, vivente
in loro, li istruiva che “dare è
ricevere” 4
e che, più essi distribuivano le acque celesti che la Fonte divina riversava
in loro, e più tali acque aumentavano sino a colmarli come calici di una
Messa santa, consumata per il bene del mondo dal Sacerdote eterno.
Il re sapiente fa l’enumerazione delle doti della
Sapienza il cui spirito è intelligente, santo, unico, molteplice, sottile... ma
tutte queste qualità essi, i miei martiri, le hanno possedute. In loro era
quello che Salomone chiama “vapore della virtù di Dio ed emanazione della
gloria dell’Onnipotente” 5. Essi perciò rispecchiavano in sé
Dio come nessuno al mondo, rispecchiavano Dio nelle sue qualità e Me
Cristo‑Salvatore nel mio olocausto.
Oh! come si potrebbero mettere sulla bocca di ogni
martire le parole di Salomone proclamante di avere amato e cercato dalla
giovinezza la Sapienza e di averla voluta per sposa! Di averla voluta maestra e
ricchezza 6! E come potete pensare, senza tema di errore, che sulle
loro labbra fiorì quella preghiera per ottenere la Sapienza che è fiorita
sulle labbra di Salomone 7!
2
uno è
nostra correzione da un
3 quando
è nostra correzione da quanto
4
Luca
6, 38; Atti 20, 35.
5
Sapienza
7, 22‑30.
6
Sapienza 8.
7
Sapienza
9.
E come, soprattutto, dovreste sforzarvi, o voi che
la cupidigia della carne ha arretrato a tenebre di paganesimo ben più profonde
di quelle alle quali i miei martiri portarono la Luce, a farvi amanti,
desiderosi della Sapienza, e a pregare perché vi venga data a guida nelle
imprese singole e collettive, onde non siate più quelli che siete: dei maniaci
crudeli che vi torturate a vicenda perdendo vita e sostanze, due cose alle quali
tenete, e salvezza dello spirito, cosa alla quale tengo Io che sono morto per
dare ai vostri spiriti salvezza.
“È per la Sapienza” dice Salomone “che
vengono raddrizzate le vie degli uomini ed essi sanno ciò che è gradito a
Dio” 8. Ricordàtevelo. E sappiate che a Dio non è gradito altro
che il vostro bene. Perciò, se voi lo conoscerete e seguirete questa via a Lui
gradita, farete del bene a voi e nella Terra e nel Cielo.»
8
Sapienza 9, 18.
Venerdì 3 marzo 1944.
Dice Gesù:
«Scrivi questo solo.
Giorni or 1 sono dicesti che muori col
desiderio inappagato di vedere i Luoghi Santi. Tu li vedi e come erano quando Io li santificavo con la mia presenza.
Ora, dopo venti secoli di profanazioni venute da odio o da amore, non sono più
come erano. Perciò pensa che tu li vedi e chi va in Palestina non
li vede. E non te ne rammaricare.
Seconda cosa: ti lamenti che anche quei libri che
parlano di Me ti sembrano senza più sapore mentre prima li amavi tanto. Anche
questo ti viene dalla tua attuale condizione. Come vuoi che ti paiano più
perfetti i lavori umani quando tu conosci la verità dei fatti per opera mia? È
quello che avviene delle traduzioni anche buone. Mutilano sempre il vigore della
frase originale. Le descrizioni umane, sia dei luoghi come dei fatti e dei
sentimenti, sono “traduzioni” e perciò sempre incomplete, inesatte, se non
nelle parole e nei fatti, nei sentimenti. Specie ora che il razionalismo ha
tanto sterilito. Perciò, quando uno è portato da Me a vedere e a conoscere,
ogni altra descrizione è fredda e lascia insaziati e disgustati.
Terzo: è venerdì. Voglio tu riviva il “mio”
soffrire. Voglio questo da te, oggi. Che tu lo riviva nel pensiero e nella
carne.
Basta. Soffri con pace e con amore. Ti benedico.»
1 or
è aggiunto da noi
4 marzo 1944,
ore 9.
Mi dice
Gesù:
«Molto lavoro oggi per riprendere il tempo, non
perduto ma usato altrimenti secondo il mio volere 1.
Sai dalla prima ora di questo giorno (ore 1 ant.ne)
su cosa terrò fissa la tua mente, perché il primo e unico punto che ti s’è
illuminato ti ha già detto su che poserai gli occhi dello spirito. E quel nome
femminile e sconosciuto che t’è rimbombato dentro come campana che chiami e
non si placa che quando s’è risposto, ti ha detto che conoscerai anche
questo. Ma fra la mia vergine e il Maestro devi scegliere il Maestro e far
precedere il mio punto a quello 2.
Te ne farò conoscere molte di creature celesti.
Hanno tutte il loro ammaestramento, utile per voi divenuti consci di tutto,
lettori di tutto, ma non di quello che è scienza per conquistare il Cielo.
Scrivi.»
Scrivo, anzi descrivo.
Questa notte, mentre fra dolori da impazzire mi
chiedevo come ha fatto Gesù a sopportare quel gran male al capo ‑ e glie
lo chiedevo perché a me era tormento tale da farmi stringere i denti per non
urlare al 3 minimo rumore o tentennamento al letto, e mi pareva di
avere tanti cuori che battessero veloci e dolenti per quanti denti avevo, per la
lingua, le labbra, il naso, le orecchie, gli occhi, e in mezzo alla fronte mi
pareva avere un groviglio di chiodi che mi penetrassero nel cranio, e dalla nuca
saliva e si irraggiava una fascia di fuoco e di dolore stringente come una
morsa, e nel parietale destro mi pareva che ogni tanto urtasse contro un colpo
di oggetto pesante a conficcarmi vieppiù quella fascia nella testa e a
rimbombarmi tutta ‑ e nel mio spasimo lo contemplavo dall’Orto al
Calvario, ecco che, proprio dopo la terza caduta, ho avuto una sosta di sollievo
fisico e spirituale, perché mi apparve bello, sano, sorridente sulle acque
irate del Mar di Galilea.
Poi il tormento è ricominciato, finché verso le
due, cessata la contemplazione della Passione del Signore e calmato un pochino
(poco, sa?) il tremendo dolore al capo, m’è suonato dentro un nome: S.ta
Fenicola.
Chi è? Sconosciuta. Ci è proprio stata? Mah! Chi
l’ha mai sentita! E cercavo dormire. Macché! Santa Fenicola. Santa Fenicola.
Santa Fenicola.
Qui non si dorme, mi sono detta, se prima non so
chi è. E in grazia del diminuito dolore, che mi permetteva ora di muovermi
mentre dalle 15 alla mezzanotte e
oltre mi
aveva abbattuta
e resa
inerte, corpo
che soffriva
1
Espresso
al terzo punto del dettato che precede.
2 Prima l’episodio evangelico di Gesù che cammina
sulle acque, che indicheremo a pag. 169, e poi quello del martirio di Fenicola,
che riporteremo a pag. 170.
3 al
è nostra correzione da il
spasmodicamente ma non poteva neppur aprire gli occhi ‑ Paola 4
glie lo può dire ‑ ho preso un indice dei santi e ho trovato che porta,
insieme a S. Petronilla v., porta S. Felicola v.m. Io ho sentito dire: Fenicola,
ma forse ho capito male.
Contemporaneamente a questa scoperta ho visto una
giovane donna nuda, legata ad una colonna in maniera atroce. Poi nient’altro
5.
E ora per ubbidienza scrivo ciò che il Maestro mi
mostra, senza rimandare, per quanto ho la testa che gira come una trottola.
[Saltiamo le ultime 15 pagine circa del quaderno autografo, che portano, in
prosecuzione del testo sopra riportato, l’episodio di Gesù che cammina sulle
acque e il successivo
dettato d’insegnamento, appartenenti al ciclo del Secondo anno di vita pubblica
della grande opera sul Vangelo.]
4
Paola
Belfanti. Vedi la nota 9 di pag. 9.
5
nient’altro è nostra correzione da altro
QUADERNO N° 19
4 marzo 1944.
Il martirio di S. Fenicola.
Vedo due giovani donne in preghiera. Una preghiera
ardentissima che deve proprio penetrare nei cieli. Una è più matura. Pare
quasi sui trent’anni; l’altra deve da poco aver passato i venti. Sembrano in
perfetta salute tutte e due. Poi si alzano e preparano un piccolo altare su cui
dispongono lini preziosi e fiori.
Entra un uomo vestito come i romani dell’epoca,
che le due giovani salutano con la massima venerazione. Egli si leva dal petto
una borsa dalla quale trae tutto quanto occorre per celebrare una Messa. Poi si
riveste delle vesti sacerdotali e inizia il Sacrificio.
Non comprendo benissimo il Vangelo, ma mi pare sia
quello di Marco: “E gli presentarono dei bambini... chi non riceverà il regno
di Dio come un fanciullo non c’entrerà” 1. Le due giovani,
inginocchiate presso l’altare, pregano sempre più fervorosamente.
Il Sacerdote consacra le Specie e poi si volge a
comunicare le due fedeli, cominciando dalla più anziana, il cui volto è
serafico di ardore. Poi comunica l’altra. Esse, ricevute le Specie, si
prostrano al suolo in profonda preghiera e sembra restino così per pura
devozione.
Ma quando il Sacerdote si volge a benedire e scende
dall’altare collocato su una pedana di legno ‑ dopo la celebrazione del
rito, che è uguale a quella di Paolo nel Tullianum 2. Solo qui il
celebrante parla più piano, date le due sole fedeli; ecco perché capisco meno
il Vangelo 3 ‑ una soltanto delle giovani si muove. L’altra
rimane prostrata come prima. La compagna la chiama e la scuote. Si china anche
il Sacerdote. La sollevano. Già il pallore della morte è su quel viso,
l’occhio semispento naufraga sotto le palpebre, la bocca respira a fatica. Ma
che beatitudine in quel viso!
1 Marco 10, 15; Luca 18, 17. Tutto il periodo è
aggiunto dopo dalla scrittrice, che ha inserito Non comprendo benissimo su una parte di rigo rimasta in bianco, ed
ha messo tutto il resto in calce alla pagina richiamando con una crocetta.
2 Nella visione del 29 febbraio, pag. 157.
3 Tutto il brano che abbiamo delimitato con i
trattini è stato aggiunto dalla scrittrice in calce alla pagina, richiamandolo
nel testo con una crocetta.
La adagiano su una specie di lungo sedile che è
presso una finestra aperta su un cortile, in cui canta una fontana. E cercano
soccorrerla. Ma, radunando le forze, ella alza una mano e accenna al cielo e non
dice che due parole: “Grazia... Gesù” e senza spasimi spira.
Tutto ciò non mi spiega che c’entra la giovane
legata alla colonna che ho visto questa notte 4 e che, per quanto
molto più pallida e smagrita, spettinata, torturata, mi pare assomigli tanto
alla superstite che ora piange presso la morta. E resto così, nella mia
incertezza, per qualche ora.
Soltanto ora che è sera ritrovo la giovane
piangente prima, ora ritta presso la fontana del severo cortile nel quale sono
coltivate solo delle piccole aiuole di gigli e sui muri salgono dei rosai tutti
in fiore.
La giovane parla con un giovane romano: “È
inutile che tu insista, o Flacco. Io ti sono grata del tuo rispetto e del
ricordo che hai per la mia amica morta. Ma non posso consolare il tuo cuore. Se
Petronilla è morta, segno era che non doveva essere tua sposa. Ma io neppure.
Tante sono le fanciulle di Roma che sarebbero felici di diventare le signore
della tua casa. Non io. Non per te. Ma perché ho deciso di non contrarre
nozze”.
“Tu pure sei presa dalla frenesia stolta di tante
seguaci di un pugno d’ebrei?”.
“Io ho deciso, e credo non esser folle, di non
contrarre nozze”.
“E se io ti volessi?”.
“Non credo che tu, se è vero che mi ami e
rispetti, vorrai forzare la mia libertà di cittadina romana. Ma mi lascerai
5 seguire il mio desiderio avendo per me la buona amicizia che io ho per
te”.
“Ah, no! Già una m’è sfuggita. Tu non mi
sfuggirai”.
“Ella è morta, Flacco. La morte è forza a noi
superiore, non è fuga di uno ad un destino. Ella non s’è uccisa. È
morta...”.
“Per i vostri sortilegi. Lo so che siete cristiane e avrei dovuto denunciarvi al Tribunale di Roma. Ma ho preferito pensare a voi come a mie spose. Ora per l’ultima volta ti dico: vuoi esser moglie del nobile Flacco? Io te lo giuro che è meglio per te entrare signora nella mia casa e lasciare il culto demoniaco del tuo povero dio, anziché conoscere il rigore di Roma che non permette siano insultati i suoi dèi. Sii la sposa mia e sarai felice. Altrimenti...”.
“Non posso esser tua sposa. A Dio sono
consacrata. Al mio Dio. Non posso adorare gli idoli, io che adoro il vero
Dio. Fa’ di me quello che vuoi. Tutto puoi fare del corpo mio. Ma la mia anima
è di Dio ed io non la vendo per le gioie della tua casa”.
“È la tua ultima parola?”.
“L’ultima”.
4
Come
è detto nel penultimo capoverso di pag. 169.
5
lascerai
è nostra correzione da lascierai
“Sai che il mio amore può mutarsi in odio?”
“Dio te ne perdoni. Per mio conto ti amerò
sempre come fratello e pregherò per il tuo bene”.
“Ed io farò il tuo male. Ti denuncerò 6. Sarai torturata. Allora mi invocherai. Allora comprenderai che è
meglio la casa di Flacco alle dottrine stolte di cui ti nutri”.
“Comprenderò che il mondo, per non avere più
dei Flacchi, ha bisogno di queste dottrine. E farò il tuo bene pregando per te
dal Regno del mio Dio”.
“Maledetta cristiana! Alle carceri! Alla fame! Ti
sazi il tuo Cristo se lo può”.
Ho l’impressione che le carceri siano abbastanza
prossime alla casa della vergine perché la strada è poca, e che il nobile
Flacco sia né più né meno che un segugio del Questore di Roma perché, quando
la visione, mutando aspetto, mi riporta la sala già vista con la giovane legata
alla colonna, vedo che è un tribunale come quello in cui fu giudicata Arnese
7. Ben poche sono le differenze e che, anche qui, vi è un brutto ceffo
che giudica e condanna, e che Flacco gli fa da aiutante e aizzatore.
Fenicola, estratta dalla muda dove era, viene
portata in mezzo alla sala. Appare sfinita di forze ma ancor tanto dignitosa.
Per quanto la luce l’abbacini, debole come è e abituata ormai al buio
carcere, si tiene eretta e sorride. Le solite domande e le solite offerte
seguite dalle solite risposte: “Sono cristiana. Non sacrifico ad altro Dio che
non sia il mio Signore Gesù Cristo”.
Viene condannata alla colonna.
Le strappano le vesti e nuda, alla presenza del
popolo, la legano con le mani e i piedi dietro ad una delle colonne del
Tribunale. Per fare ciò le slogano le anche e le slogano le braccia. La tortura
deve essere atroce. E non basta, ma torcono le funi ai polsi e alle caviglie, la
percuotono sul petto e sul ventre nudo con verghe e flagelli, le torcono le
carni con tenaglie e altri così atroci supplizi che non sto a ridire.
Ogni tanto le chiedono se vuol sacrificare agli dèi.
Fenicola, con voce sempre più debole, risponde: “No. Al Cristo. A Lui solo.
Or che lo comincio a vedere, ed ogni tortura me lo rende più vicino, volete che
io lo perda? Compite la vostra opera. Che io abbia il mio amore compiuto. Dolci
nozze di cui Cristo è sposo ed io sposa sua! Sogno di tutta la mia vita!”.
Quando la slegano dalla colonna, ella cade come
morta per terra. Le membra slogate, forse anche spezzate, non la reggono più,
non rispondono a nessun comando della mente. Le povere mani, segate ai polsi
dalla fune che ha fatto due braccialetti di sangue vivo, pendono come morte. I
piedi, pure lacerati ai malleoli sino a mostrare i nervi e i tendini, appaiono
chiaramente spezzati dal modo come stanno ripiegati in modo innaturale. Ma il
volto è pieno di
una felicità
d’angelo.
6
denuncerò è
nostra correzione da
denuncierò
7 Nella
visione del 13 gennaio, pag. 42.
Scendono le lacrime sulle gote esangui, ma l’occhio ride assorto in una
visione che l’estasia.
I carcerieri, meglio i boia, la colpiscono di
calci, e a calci la spingono, come fosse un sacco tanto immondo da non poter
esser toccato, verso la predella del Questore.
“Ancor viva sei?”.
“Sì, per volontà del mio Signore”.
“Ancora insisti? Vuoi proprio la morte?”
“Voglio la Vita. Oh! mio Gesù, aprimi il Cielo!
Vieni, Amore eterno!”.
“Gettatela nel Tevere! L’acqua calmerà i suoi
ardori”.
I boia la sollevano con mal garbo. La tortura delle
membra spezzate deve essere atroce. Ma ella sorride. La avvolgono nelle sue
vesti, non per pudicizia ma per impedirle di reggersi in acqua. Inutile cura!
Con degli arti in quello stato, non si nuota. Solo la testa emerge dal viluppo
delle vesti. Il suo povero corpo, gettato sulle spalle di un carnefice, pende
come fosse già morta. Ma ella sorride alla luce delle fiaccole, perché ormai
è sera.
Giunti al Tevere, come fosse un animale da
sopprimersi, la prendono e dall’alto del ponte la precipitano nelle acque
scure, sulle quali ella riaffiora due volte e poi si inabissa senza un grido.
Dice Gesù:
«Ti ho voluto far conoscere la mia martire
Fenicola per dare a te ed a tutti qualche insegnamento.
Tu hai visto il potere della preghiera nella morte
di Petronilla, compagna e maestra di Fenicola di cui era molto più anziana, e
il frutto di una santa amicizia.
Petronilla, figlia spirituale di Pietro, aveva
assorbito dalla viva parola del mio Apostolo lo spirito di Fede. Petronilla. La
gioia, la perla romana di Pietro. Sua prima conquista romana. Quella che, per la
sua rispettosa e amorosa devozione all’Apostolo, lo consolò di tutti i dolori
della sua evangelizzazione romana.
Pietro per amore mio aveva lasciato casa e
famiglia. Ma Colui che non mente gli aveva fatto trovare in questa fanciulla
‑ e in maniera sovrabbondante, colma, premuta, secondo le mie promesse
8 ‑ conforto, cure, dolcezze femminili. Come Io a Betania, egli in
casa di Petronilla trovava aiuti, ospitalità e soprattutto amore. La donna è
uguale, nel suo bene e nel suo male, sotto tutti i cieli e in tutte le epoche.
Petronilla fu la Maria 9 di Pietro, con in più la sua purezza di
fanciulla che il Battesimo, ricevuto mentre ancora l’innocenza non aveva
conosciuto oltraggio, aveva portato a perfezione angelica.
8
Luca
6, 38.
9
Maria
di Magdala, sorella di Lazzaro e Marta di Betania.
Maria, ascolta. Petronilla, volendo amare il
Maestro con tutta se stessa senza che la sua avvenenza e il mondo potessero
turbare questo amore, aveva pregato il suo Dio di fare di lei una crocifissa. E
Dio la esaudì. La paralisi crocifisse le sue angeliche membra. Nella lunga
infermità sul terreno bagnato dal dolore fiorirono più belle le virtù e
specie l’amore per la Madre mia.
Ascolta ancora, Maria. Quando fu necessario, la sua
malattia conobbe una sosta. Per mostrare che Dio è padrone del miracolo. E poi,
finito il momento, tornò a crocifiggerla.
Non conosci nessun’altra, Maria, alla quale il
suo Maestro, come Pietro a Petronilla, non dica, quando gli occorre: “Sorgi,
scrivi, sii forte” e cessato il bisogno del Maestro non torni una povera
inferma in perpetua agonia?
Morto l’Apostolo e guarita Petronilla, ella trovò
che la sua vita non era più sua. Ma del Cristo. Non era di quelle che, ottenuto
il miracolo, se ne servono per offendere Dio. Ma la salute la usò per
l’interesse di Dio.
La vita vostra è sempre mia. Io ve la do. Ve lo
dovreste ricordare. Ve la do come vita animale facendovi nascere e conservandovi
vivi. Ve la do come vita spirituale con la Grazia e i Sacramenti. Dovreste
ricordarvelo sempre e farne buon uso. Quando poi vi rendo la salute, vi faccio
rinascere quasi dopo malattia mortale, dovreste ancor più ricordarvi che quella
vita, rifiorita quando già la carne sapeva di tomba, è mia. E per riconoscenza
usarla nel Bene.
Petronilla lo seppe fare. Non si è assorbita per
niente 10 la mia Dottrina. Essa è come sale che preserva dal male,
dalla corruzione, è fiamma che scalda e illumina, è cibo che nutre e
fortifica, è fede che fa sicuri. Viene la prova, l’assalto della tentazione,
la minaccia del mondo. Petronilla prega. Chiama Dio. Vuol essere di Dio. Il
mondo la vuole? Dio la difenda dal mondo.
Il Cristo l’ha detto: “Se avete tanta fede
quanto un granello di senape, potrete dire ad un monte: ‘Levati a va’ più
in là’ ” 11. Pietro glie l’ha detto tante volte.
Ella non chiede al monte di muoversi. Chiede a Dio di levarla dal mondo prima
che una prova superiore alle sue forze la schiacci. E Dio l’ascolta. La fa
morire in un’estasi. In un’estasi, Maria, prima che la prova la schiacci.
Ricordala questa cosa, piccola discepola mia 12.
Fenicola era amica, più che amica figlia o
sorella, data la poca differenza d’età di una diecina d’anni circa. Non si
convive senza santificarsi con chi è santo. Come non ci si guasta convivendo
con chi è guasto. Se il mondo se la ricordasse questa verità! Ma il mondo
invece trascura i santi o li sevizia, e segue i satana divenendo sempre più
satana.
10 per
niente sta per inutilmente
11 Matteo 17, 20; Marco 11, 23; Luca 17, 6.
12 Maria Valtorta, della cui vita viene fatto qui un
parallelo con quella di Petronilla, morì dopo un lungo periodo di smemorato
isolamento, che per molti è rimasto misterioso.
La fermezza e la dolcezza di Fenicola l’hai
vista. Che è la fame per chi ha Cristo a suo cibo? Che è la tortura per chi
ama il Martire del Calvario? Che è la morte per chi sa che la morte apre la
porta alla Vita?
È sconosciuta dai cristiani d’ora la mia martire
Fenicola. Ma essa è ben conosciuta dagli angeli di Dio che la vedono ilare in
Cielo dietro l’Agnello divino. Ho voluto renderla nota a te per poterti
parlare anche della sua maestra di spirito e per incuorarti al patire.
Ripeti con lei: “Ora sì che fra questi dolori
comincio a vedere il mio sposo Gesù, nel quale ho posto tutto il mio amore”,
e pensa che anche per te ho suscitato un Nicomede 13, per salvare
dalle acque delle passioni il tuo io che volevo per Me, e per raccogliere quanto
di te merita d’esser conservato, ciò che è mio, ciò che può operare del
bene all’anima dei fratelli.»
13 È il nome del presbìtero che recuperò il corpo
della santa martire Felicola, le cui notizie storiche sembrano corrispondere al
racconto sulla martire Fenicola, qui presentato. Il “Nicomede” della
scrittrice, suscitato per il suo recupero spirituale, è Padre Migliorini.
5 ‑ 3 ‑ 1944.
Dice Gesù:
«O voi cristiani del ventesimo secolo, che
ascoltate come racconti fiabeschi le storie dei miei martiri e vi dite: “Non
può esser vero! Come lo può essere? Infine erano anche essi uomini e donne! Ciò
è leggenda”, sappiate che ciò non è
leggenda. Ma è storia. E se voi credete alle virtù civiche degli antichi
ateniesi, spartani, romani, e vi sentite esaltare lo spirito per gli eroismi e
le grandezze degli eroi civili, perché non volete credere a queste virtù
soprannaturali e non vi sentite esaltare lo spirito e spronarlo a eletta
imitazione al racconto delle grandezze e degli eroismi dei miei eroi?
Infine, vi dite, erano uomini e donne. Sicuro.
Erano uomini e donne. Voi dite una grande verità e vi date una grande condanna.
Erano uomini e donne e voi
siete dei bruti. Dei degradati dalla somiglianza con Dio, dalla figliolanza
di Dio, al livello di animali solo guidati dall’istinto ed imparentati con
Satana.
Erano uomini e donne. Erano tornati “uomini e donne” per mezzo della Grazia, così come erano 1 il
Primo e la Prima nel Terrestre
Paradiso.
Non si legge nella Genesi che Dio fece l’Uomo
dominatore su tutto quanto era sulla Terra, ossia su tutto meno che su Dio e i
suoi angelici ministri? Non si legge che fece la Donna perché fosse compagna
all’Uomo nella gioia e nella
dominazione su
tutti i
viventi? Non
si legge
che di
tutto potevano
mangiare
1
erano
è
nostra correzione da era
fuorché dell’albero della scienza del Bene e del Male 2? Perché? Quale sottosenso è nella parola
“perché domini”? Quale in quello dell’albero della scienza del Bene e
del Male? Ve lo siete mai chiesto, voi che vi chiedete tante cose inutili e
non sapete chiedere mai alla vostra anima le celesti verità?
La vostra anima, se fosse viva, ve le direbbe, essa
che quando è in grazia è tenuta come un fiore fra le mani dell’angelo
vostro, essa che quando è in grazia è come un fiore baciato dal sole e
irrorato dalla rugiada per to Spirito Santo che la scalda e illumina, che la irriga e
la decora di celesti luci.
Quante
verità vi direbbe la vostra anima se sapeste conversare con essa, se l’amaste
come quella che mette in voi la somiglianza con Dio, che
è Spirito come spirito è la vostra anima. Quale
grande amica avreste se amaste la vostra anima in luogo di odiarla sino ad
ucciderla; quale grande, sublime amica con la quale parlare di cose di Cielo, voi
che siete così avidi di parlare e
vi rovinate l’un l’altro con amicizie, che se non sono indegne (qualche
volta lo sono) sono però quasi sempre inutili e
vi si mutano in frastuono vano o nocivo di parole e
parole tutte di terra.
Non ho Io detto: “Chi mi ama osserverà la mia
Parola e il Padre mio l’amerà e
verremo presso di lui e faremo in
lui dimora” 3? L’anima in
grazia possiede l’amore e possedendo l’amore possiede Dio, ossia il Padre
che la conserva, il Figlio che l’ammaestra, lo Spirito che la illumina. Possiede
quindi la Conoscenza, la Scienza, la Sapienza. Possiede la Luce.
Pensate perciò quali conversazioni sublimi
potrebbe intrecciare con voi la vostra anima. Sono quelle che hanno empito i
silenzi delle carceri, i silenzi delle celle, i silenzi degli eremitaggi, i
silenzi delle camere degli infermi santi. Sono quelle che hanno confortato i
carcerati in attesa di martirio, i claustrati alla ricerca della Verità, i
romiti anelanti alla conoscenza anticipata di Dio, gli infermi alla
sopportazione ‑ ma che dico? ‑ all’amore della loro croce.
Se sapeste interrogare la vostra anima, essa vi
direbbe che il significato vero, esatto, vasto quanto il creato, di quella
parola “domini” è questo: “Perché l’Uomo domini su tutto. Su tutti i suoi tre strati. Lo strato inferiore animale.
Lo strato di mezzo morale. Lo
strato superiore spirituale. E tutti e tre li
volga ad un unico fine: ‘Possedere Dio’ ”. Possederlo meritandolo con
questo ferreo dominio che tiene soggette tutte le forze dell’io e
le fa ancelle di questo unico scopo: meritare di
possedere Dio.
Vi direbbe che Dio aveva proibito la conoscenza del
Bene e del Male perché il Bene lo aveva
elargito alle sue creature gratuitamente, e il Male non voleva che lo conosceste
perché è frutto dolce al palato ma che, sceso col suo succo nel sangue, ne
desta una febbre che uccide e
produce arsione, per cui più si beve di quel suo succo mendace e
più se ne ha sete.
2
Genesi
1, 26‑28; 2, 15‑25; 3, 1‑3.
3
Giovanni
14, 23.
Voi obbietterete 4: “E perché ce
l’ha messo?”. E perché! Perché il
Male è una forza che è nata da sola come certi mali mostruosi nel corpo più
sano.
Lucifero era angelo, il più bello degli angeli.
Spirito perfetto inferiore a Dio soltanto. Eppure nel suo essere luminoso nacque
un vapore di superbia che esso non disperse. Ma anzi condensò covandolo. E da
questa incubazione è nato il Male. Esso
era prima che l’uomo fosse. Dio l’aveva precipitato fuor dal
Paradiso, l’Incubatore maledetto del Male, questo insozzatore del Paradiso. Ma
esso è rimasto l’eterno Incubatore del Male, e
non potendo più insozzare il Paradiso ha insozzato la Terra 5.
Quella metaforica pianta sta a dimostrare questa
verità. Dio aveva detto all’Uomo e
alla Donna: “Conoscete tutte le leggi ed i misteri del creato. Ma
non vogliate usurparmi il diritto di essere il Creatore dell’uomo. A
propagare la stirpe umana basterà il mio Amore che circolerà in voi, e
senza libidine di senso ma per solo palpito di carità susciterà i nuovi Adami
della stirpe. Tutto vi dono. Solo mi serbo questo mistero della formazione dell’uomo”.
Satana ha voluto levare questa verginità
intellettuale all’Uomo, e con la sua lingua serpentina ha blandito e
accarezzato membra e occhi di Eva
suscitandone riflessi e acutezze
che prima non avevano, perché la Malizia non li aveva intossicati. Essa “vide”.
E vedendo volle provare. La carne era destata.
Oh! se avesse chiamato Dio! Se fosse corsa a
dirgli: “Padre! Io son malata. Il serpente mi ha accarezzata e
il turbamento è in me”. Il Padre l’avrebbe purificata e
guarita col suo alito, ché come le aveva infuso la vita poteva infonderle
nuovamente innocenza, smemorandola del tossico serpentino ed anzi mettendo in
lei la ripugnanza per il Serpente, come è in quelli che un male ha assalito e
che, guariti di quel male, ne portano una istintiva ripugnanza.
Ma Eva non va al Padre. Eva torna dal Serpente.
Quella sensazione è dolce per lei. “Vedendo che il frutto dell’albero era
buono a mangiarsi e bello
all’occhio e gradevole
all’aspetto, lo colse a ne mangiò” 6.
E “comprese”.
Ormai la malizia era scesa a morderle le viscere. Vide con occhi
nuovi e udì con orecchi nuovi
gli usi e le voci dei bruti. E li
bramò con folle bramosia.
Iniziò
sola il peccato. Lo portò a termine col compagno. Ecco perché sulla donna pesa
condanna maggiore 7. È per lei che l’uomo è
divenuto ribelle a Dio e che ha
conosciuto lussuria e morte. È
per lei che non ha più saputo dominare i suoi tre regni: dello spirito perché ha permesso che lo spirito disubbidisse a Dio;
del morale perché ha permesso che le
passioni lo signoreggiassero; della carne
perché
4 obbietterete
è nostra correzione da obbieterete
5
Isaia 14, 9‑21.
6
Genesi
3, 6.
7
Genesi
3, 14‑19.
l’avvilì alle leggi istintive dei bruti.
“Il
Serpente mi ha sedotta” dice Eva. “La donna m’ha offerto il frutto ed io
ne ho mangiato” dice Adamo 8. E la cupidigia triplice abbranca da
allora i tre regni dell’uomo.
Non c’è che la Grazia che riesca ad allentare la
stretta di questo mostro spietato. E, se è viva,
vivissima, mantenuta sempre più viva dalla volontà del figlio fedele,
giunge a strozzare il mostro ed a non aver più a temere di nulla. Non dei
tiranni interni: ossia della carne e
delle passioni; non dei tiranni esterni: ossia del mondo e
dei potenti del mondo. Non delle persecuzioni. Non della morte.
È come dice l’apostolo Paolo: “Nessuna di
queste cose io temo, né tengo alla mia vita più di me, purché io compia la
mia missione ed il ministero ricevuto dal Signore Gesù per rendere
testimonianza al Vangelo della Grazia di Dio” 9.
I miei martiri hanno tenuto a compiere la loro
missione e il ministero ricevuto.
da Me di santificare il mondo e
rendere testimonianza al Vangelo. Di nessun’altra cosa si sono preoccupati.
Essi, per la Grazia vivente in loro e
da loro tutelata con una cura quale non davano per la pupilla dei loro occhi e
per la vita che gettavano con ilare prontezza, sapendo di gettare corruttibile
spoglia per acquistarne una incorruttibile di infinito valore, erano tornati
“uomini e donne”, non più
bruti. E da uomini e donne, figli
del Padre celeste, vivevano e
agivano.
Come dice Paolo, essi “non hanno bramato né oro,
né argento, né vesti da alcuno”10, ma anzi
si sono fatti spogliare e si sono volontariamente spogliati di ogni ricchezza,
fin della vita, “per seguire
Me” sulla terra e nel Cielo.
“Con le loro mani” sempre come dice
l’apostolo, “han provveduto al bisogno loro e
di altri”11, hanno dato la
Vita a sé ed hanno portato altri alla Vita.
Lavorando hanno soccorso gli infermi “di
quella tremenda infermità che è il vivere fuori della vera Fede
e hanno tutto se stessi prodigato a questo scopo dando affetti, sangue,
vita, fatiche, ogni cosa, ricordando le parole mie che ti ho detto tre giorni
sono 12: “ Dare è ricevere”, “Dare è meglio che ricevere”,
quelle parole che oggi, quando ti ho fatto aprire il Libro al capo 20 degli Atti
e al versetto 35°, tu hai letto
con un sussulto perché hai ricordato di averle udite da poco e sei corsa a cercarle. E trovatele hai pianto, perché hai avuto
una conferma che sono Io che parlo.
8
Genesi
3, 8‑13.
9
Atti
20, 24.
10
Atti
20, 33.
11
Atti
20, 34.
12
Il
2 marzo, pag. 166.
Sì, sono Io. Non temere. Tu neppure te ne accorgi
di quali verità divieni canale. Come l’uccellino, sul ramo che canta felice
quel canto che da millenni Dio ha messo nella sua piccola gola, e non sa perché
escono quelle date note e non
altre, e non sa di dire con
quelle il suo nome e il nome del
suo Creatore, così tu ripeti quella Parola che parla in te e
non sai neppure quanto essa è profonda nelle sue enunciazioni.
Ma resta così: bambina. Amo tanto i bambini. Lo
hai visto 13. Non m’hai visto ridere altro che con essi. Essi erano
per Me la mia gioia d’Uomo. La Madre e
il Discepolo, la mia gioia d’Uomo‑Dio e
di Maestro. Il Padre, la mia gioia di Dio. Ma i bambini il mio sollievo giocondo
sulla terra tanto amara.
Resta così: bambina. Il tuo Salvatore,
schiaffeggiato da tanti uomini, ha bisogno di rinfrescare le sue gote sulle gote
dei bambini. Ha bisogno di appoggiare la sua fronte su dei capi che sono amorosi
e senza malizia.
Vieni, piccolo Giovanni, dal tuo Gesù. E restami
sempre bambina. Il regno dei Cieli è di chi sa avere un’anima di fanciullo ed
accogliere la Verità con la fiduciosa prontezza di un fanciullo.
Sono Io, non temere. Io che ti parlo e
ti benedico. Va’ in pace, piccolo Giovanni. Domani ti manderò Giovanni.»
13
Il
7 febbraio, pag. 136. ???
6 - 3 ‑ 1944.
Dice Giovanni:
«Sono io. Anche di me non temere. Io sono carità.
Tanto l’ho assorbita e tanto
predicata, e tanto per ciò sono
in Essa fuso, che sono carità che parla.
Piccola sorella, noi lo possiamo dire: “Le nostre
mani hanno toccato il Verbo di vita perché la Vita s’è manifestata a noi
l’abbiamo veduta e
l’attestiamo”1.
Noi lo possiamo dire, noi che ripetiamo le parole
che il nostro amore Gesù Cristo ci dice nella sua bontà che ogni bontà
supera, e ci conduce in sentieri fioriti di cui ogni fiore è una verità e
una beatitudine celeste.
Noi lo possiamo dire, noi saturi come alveare
fecondo della dolcezza che fluisce dalle labbra divine, da quelle labbra
santissime che dopo aver spezzato il pane della dottrina alle turbe di Galilea,
della Palestina tutta, hanno saputo consacrare il Pane per divenire Carne divina
e spezzare Se stesso per
nutrimento dello spirito dell’uomo. Quelle labbra innocentissime che tu hai
visto sanguinare e contrarsi e
irrigidirsi nella Passione e
nella Morte subite per noi 2.
1
Giovanni
1, 1‑3.
2
Nelle visioni dell’11 e del
18 febbraio, pag. 91 e 110.
Noi lo possiamo dire: “Questo è il messaggio che
noi abbiamo ricevuto da Lui e che
vi annunziamo: Dio è Luce e in
Lui non ci sono tenebre”3. La
sua luce è in noi perché la sua Parola è Luce. Viviamo nella Luce e ne udiamo
la celeste armonia.
Vieni, piccola sorella. Ti voglio far udire
l’armonia delle celesti sfere, l’armonia della luce poiché il Paradiso è
Luce. Essa trabocca e si spande
dal Trino Splendore e invade di Sé
tutto il Paradiso. Noi viviamo nella e
della Luce. Essa è il nostro gaudio, il nostro cibo, la nostra voce.
Canta il Paradiso con parole di luce. È la luce.
Lo sfavillio della luce quello che fa questi accordi solenni, potenti, soavi, in
cui sono trilli di bambini, sospiri di vergini, baci di amanti, osanna di
adulti, gloria di serafini. Non son canti come quelli della povera Terra, in cui
anche le cose più spirituali devono rivestirsi di forme umane. Qui è armonia
di fulgori che producono suono. È un arpeggio di note luminose che sale e
scende con variar di fulgori, ed è eterno e
sempre nuovo, perché nulla si appesantisce di vecchiezza in questo eterno
Presente.
Ascolta questo indescrivibile concento e
sta’ felice. Unisci il tuo palpito d’amore. È l’unica cosa che puoi
unirvi senza profanare il Cielo. Sei ancora umana, sorella, e
qui l’umanità non entra. Ma l’amore entra. Esso ti precede. Precede lo
spirito tuo. Canta con esso. Ogni altro canto sarebbe stridere di insetto nel
grande coro celeste. L’amore è già sospiro armonico nel dolce canto.
La pace di Gesù, nostro amore, sia con te.»
Padre, non posso descrivere la luminosità cantante
che vedo e odo. Sono ebbra di questa bellezza, di questa dolcezza.
Se un’immensa, sconfinata rosa, fatta di una luce
rispetto alla quale quella di tutti gli astri e i pianeti è scintilla di
focolare, smuovendo ad un vento d’amore i suoi petali desse suono, ecco
qualcosa che potrebbe assomigliare a quanto vedo e odo, e che è il
Paradiso tuffato nella luce d’oro della Trinità Ss. coi suoi abitanti di luce
diamantina.
Basta. Basta. Taccio perché la parola umana è
bestemmia quando tenta di descrivere l’eterna Bellezza di Dio a del suo Regno.
3
1
Giovanni 1, 5.
4
di
è nostra correzione da da
7 - 3 ‑ 1944.
[Saltiamo poco più di 13 pagine del quaderno autografo, che portano
l’episodio del Piccolo Beniamino
di Cafarnao e il successivo
dettato d’insegnamento, appartenenti
al ciclo del Terzo anno di vita pubblica della grande opera sul Vangelo.]
Sera del 7 ‑ 3.
A chi lo posso dire quello che soffro? A nessuno di
questa terra, perché non è sofferenza della terra e non sarebbe capita.
È una sofferenza che è dolcezza e
una dolcezza che è sofferenza. Vorrei soffrire dieci, cento volte tanto. Per
nulla al mondo vorrei non soffrire più questo. Ma ciò non toglie che io soffra
come uno preso alla gola, stretto in una morsa, arso in un forno, trafitto fino
al cuore.
Mi fosse concesso di muovermi, di isolarmi da tutto
e di potere nel moto e
nel canto dar uno sfogo al mio sentimento ‑ poiché è dolore di
sentimento ‑ ne avrei sollievo. Ma sono come Gesù sulla croce. Non mi è
più concesso né moto né isolamento e devo stringere le labbra per non dare in
pascolo ai curiosi la mia dolce agonia.
Non è un modo di dire: stringere le labbra! Devo
fare un grande sforzo per dominare l’impulso di gridare il grido di gioia e di
pena soprannaturale che mi fermenta dentro a sale con l’impeto di una fiamma o
di uno 1 zampillo.
Gli occhi velati di dolore di Gesù: Ecce Homo, mi
attirano come una calamita. Egli m’è di fronte e mi guarda, ritto in piedi sui gradini del Pretorio, con la testa
coronata, le mani legate sulla sua veste bianca di pazzo con cui l’hanno
voluto deridere, ed invece lo hanno vestito del candore degno dell’Innocente.
Non parla. Ma tutto in Lui parla e
mi chiama e chiede. Che chiede? Che io lo ami. Questo lo so e
questo gli do sino a sentirmi morire come avessi una lama nel petto. Ma mi
chiede ancora qualcosa che non capisco. E che vorrei capire. Ecco la mia
tortura. Vorrei dargli tutto quanto può desiderare a costo di morire di
spasimo. E non riesco.
Il suo Volto doloroso mi attira e
affascina. Bello è quando è il Maestro o il Cristo Risorto. Ma quel vederlo mi
dà solo gioia. Questo mi dà un amore profondo che più non può essere quello
di una madre per la sua creatura sofferente.
Sì, lo comprendo. L’amore di compassione 2
è la crocifissione della creatura che segue il Maestro sino alla tortura
finale. È un amore dispotico che ci impedisce ogni pensiero che non sia quello
del suo dolore. Non ci apparteniamo più. Viviamo per consolare la sua
tortura e la sua tortura è il
nostro tormento che ci uccide non metaforicamente soltanto. Eppure ogni lacrima
che ci strappa il dolore ci è più cara di una perla, e ogni dolore che comprendiamo somigliante al suo più desiderato e
amato di un tesoro.
1
uno
è nostra correzione da un
2
Già
nel dettato del 13 febbraio, pag. 101.
Padre, mi sono sforzata di dire ciò che provo. Ma
è inutile. Di tutte le estasi che Dio può darmi, sarà sempre quella del suo
soffrire quella che porterà l’anima mia al mio settimo cielo. Morir d’amore
guardando il mio Gesù penante trovo che sia il più bel morire.
[Saltiamo poco più di 55 pagine del quaderno autografo, che portano i
seguenti brani della grande opera sul Vangelo: l’episodio dell’Annunciazione
e i due successivi dettati d’insegnamento (8‑3‑1944)
appartenenti al ciclo della Preparazione;
il dettato sulla Condotta di Pilato verso Gesù
(10‑3‑1944) appartenente al ciclo della Passione;
l’episodio dell’Emorroissa e la figlia di Giairo
(11‑3‑1944) appartenente al ciclo del Secondo anno di vita
pubblica.]
Il giorno 12 non c’è dettato. Il 13 non
ho voluto scrivere. E lei sa perché.
Il 14, col broncio ancora, cedo perché... perché
a lasciarlo parlare senza fermare i suoi pensieri mi sento levare l’aria e la
vita. Ma il broncio ce l’ho ancora. Sicuro. E se non fosse che oggi è il mio
compleanno 1 e che le sue parole sono il regalo più bello per la
povera Maria, terrei ancora duro per vedere se, attraverso questo mezzo, mi fa
la grazia che chiedo per tutti.
È da ieri sera ‑ quando lei è venuto lo
diceva già ‑ che Gesù ripete:
«E non hai capito che ho permesso che conoscessi
lo strazio di Maria per tua guida e conforto in quest’ora 2?
L’avevo avvolta in un velo la passione di mia
Madre, perché è cosa tanto santa che non va data in pasto ai porci 3.
Solo per il Padre 4, perché avesse una guida nel giudicare e
assolvere le anime che il dolore fa delirare; solo per te, perché nel tuo
soffrire sapessi che la Mamma ti capisce perché ha sofferto e imparassi come si
prega mentre il cuore è in un rogo di spasimo, e come si doma il sentimento che
insorge contro un volere di cui non conoscete i fini, prostrandolo sotto la
persuasione dello spirito della bontà di Dio ‑ persuasione che lo spirito
inculca alla ragione e al sentimento, l’impone come un giogo ai due ribelli,
per il loro bene ‑ solo per poche altre care e benedette anime di questo
mio “piccolo gregge”, ho concesso le parole della Mamma mia in quell’ora
tremenda, unicamente inferiore alla mia del Getsemani.
E tu non hai capito! Se non ti conoscessi come tu
non ti conosci, dovrei esser severo con te. Ti accarezzo invece e non ti lascio
andare, povera pecorella mia tutta avvolta nelle spine. Guarda: te le levo ad
una ad una, districandole dal tuo vello, pungendomi Io per non lasciare che la
punta sia tu.
Sto qui anche se non mi vuoi guardare. E vedremo
chi vince.»
1
La
scrittrice compiva 47 anni, essendo nata il 14 marzo 1897.
2
Nella
visione del 19 febbraio, pag. 121.
3
Matteo
7, 6.
4
Padre
Migliorini, al quale spesso si rivolge.
Stamane poi, dopo una notte d’agonia che mi fa
trovare al mattino con una faccia poco dissimile a quella della bimba di Giairo
5, Egli dice:
«Lo vedi che non puoi stare senza di Me? Senza la tua
Messa il cui Vangelo è cantato e commentato dal tuo Gesù, la cui
benedizione è data dal tuo Gesù?
Oh! povera, povera Maria che ci stai così male
sulla terra! Bisogna proprio che Io ti prenda con Me. Non sei adatta agli urti
brutali del mondo. Ma mi occorri ancora. Pensa alla Mamma. È dovuta rimanere
ancora qualche tempo per servire Gesù.
Tu non ci vuoi restare per servire Gesù? Andiamo, andiamo! I tuoi rimproveri
sono ancora amore e fede, perché tu pensi
che tutto può Gesù e che il tuo amare e credere totale debbano operare il
miracolo.
Anche Marta e Maria a Betania mi han rimproverato
di non aver affrettato il ritorno, di essermi allontanato mentre Lazzaro moriva
6. Ma Io le ho amate anche per questo, perché in quel rimprovero era
amore e fede: “Se Tu eri qui, il nostro fratello non sarebbe morto” hanno
detto le due sorelle. E nel rimprovero era palese la loro convinzione che Io
potevo operare il miracolo, e l’amore grande nella confidenza che le fa osare
di rimproverare Me.
Pace, pace, anima mia! Pace fra Me e te. E di’ in
mio Nome, a coloro che potrebbero commentare irriverentemente le parole della
Mamma 7, che Ella, in
quell’ora, era la Donna. La Donna che assommava in sé tutti i dolori della
donna, portati alla donna per la colpa della prima, e che doveva espiarli così
come Io avevo assommato in Me tutti i dolori dell’uomo per poterli espiare.
Di’ a coloro che negano che Maria abbia potuto
soffrire perché santa, che Ella ho
sofferto di tutto, come nessuna altra sua sorella di sesso, di tutto fuorché
dei dolori del parto, non essendo in Lei la colpa e la maledizione di Eva, e
quelli dell’agonia fisica per la stessa ragione 8.
Dette alla luce il Figlio delle sue viscere immacolate e dette a Dio il suo
spirito senza macchia, come era decretato dal Creatore li dessero tutti i figli
di Adamo se la colpa non li avesse innestati al Dolore.
Di’
loro che Io, perché ero l’Espiatore prineipale, ho dovuto ben subire
anche il dolore della morte, e di quella Morte, ed ero il Santo dei santi.
Di’ a coloro che negano che Maria abbia potuto
soffrire e nell’anima, nella sua mente e nella sua carne, nelle ore espiatorie
della Passione, che se Io posso fare
partecipe delle mie sofferenze e marcare delle mie piaghe un mio servo o una mia
serva - creature che mi amano, ma che nel loro amore sono sempre molto relativi
‑ come non avrò potuto associare a queste sofferenze, far partecipe di
esse - perché
5
Nell’episodio
scritto l’11 marzo e da noi indicato a pag. 182.
6
Giovanni
11, 20‑32.
7
A
riguardo dello strazio di Lei, come nella precedente nota 2.
8
Genesi
3.
il valore del patire del Figlio
di Dio fosse aumentato del valore del patire della Piena di Grazia - la Madre
mia, Maria la Santa, Maria la Carità, inferiore unicamente a Dio, Colei che mi
amava alla perfezione come Mamma perché nella sua immacolatezza aveva
perfezione di sentimento, e come credente perché nella sua santità mi amò
come nessuna?
Era
Madre, uomini. Mi aveva portato, generato, partorito, allevato.
Non era di stoppa ma dotata di nervi e di un cuore. Era carne, non solo spirito.
Carne pura, ma carne ancora. Se Io ho pianto
e ho sudato sangue, Ella non avrà pianto e pianto sangue?
Ero
suo Figlio, uomini. Non ero una larva di uomo. Ero Carne, ero la sua Carne. E in
quella e su quella Ella vedeva, per la sua perfetta prescienza, cadere i
flagelli, penetrare le spine, scendere le percosse, urtare le pietre e penetrare
i chiodi, e per la sua santità in sé li riceveva.
O
uomini, riflettete. Dite di credere alla Comunione dei Santi, la quale è
l’unione delle preghiere e delle sofferenze ai meriti infiniti di Cristo per i
bisogni degli spiriti, e non potete ammettere che la prima a parteciparvi fu
Maria, la mia e vostra Santa?
Di’ questo, piccolo Giovanni imbronciato, agli
uomini dalla fede e dalle idee svisate da un razionalismo che non sanno neppure
di avere e che come gramigna ha invaso subdolamente anche gli spiriti più
sinceramente desiderosi d’esser nel vero. Ricòrdati però che Giovanni non
aveva mai il broncio, neppure quando Io lo riprendevo o trascuravo e gli altri
lo contendevano.
Va’ in pace. Ti benedico anche se sei così capretta oggi. Sii buona! Sii buona! Pensa che ti ho amato tanto da fare di te il mio portavoce. Va’ in pace. Ti benedico ancora.»